Rivello ed i suoi monasteri italo-greci di S. Pietro e quello di S. Gaudioso

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sui cenobi italo-greci e basiliani, i monasteri e le Abbazie sorte a Rivello, le loro origini ed altro. Il presente saggio, vuole rappresentare la ricerca di testimonianze del passato, che siano scritti, documenti originali ed altro utile a poter ricostruire un quadro sintetico e storiografico.

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(Fig….) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (…)

Carta del Cilento

(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Attanasio)

Da Wikipedia, alla voce di “Rivello” leggiamo che le origini della città si fanno risalire all’Alto Medioevo; tuttavia, i numerosi reperti archeologici (rinvenuti nella contrada detta, appunto, “Città”) fanno supporre che Rivello sia l’erede della città lucana – esistente già dal periodo preromano – di Sirinos. Notoria è la divisione, a partire dal medioevo, della città in due distinti quartieri, quello superiore, i cui abitanti, detti bardàv’ti, erano legati uno alla chiesa di rito latino (San Nicola di Bari) e quello inferiore, i cui abitanti, bardàsci, erano fautori della parrocchia di rito greco (Santa Maria del Poggio). Leggiamo pure che a differenza di quanto si possa pensare, l’attuale borgo sorge di fronte il nucleo insediativo originario che si era sviluppato alcuni secoli prima sulla collina di Serra Città. Quest’ultimo, dice la leggenda, sarebbe scomparso a causa di un’invasione di formiche giganti e l’odierno abitato si sarebbe costituito tra il VI e VIIII secolo d.C. Più o meno nello stesso periodo era stata distrutta sulla costa campana, ad opera dei pirati saraceni, la città di Velia, la vecchia Elea greca dove era sorta la scuola filosofica di Parmenide che da essa aveva preso il nome. Osservando lo stemma del paese si legge la scritta: “Iterum Velia Renovata Rivellum” (VeIia di nuovo ricostruita è Rivello), nonché sul frontespizio della chiesa di San Nicola un’altra iscrizione riporta: “Olim Velia, Nunc Renovata Rivellum”. Questi fatti fanno dunque pensare che i Velini fuggiaschi avrebbero fondato “Re-Velia”, come risulta chiamato il paese nel primo documento ufficiale risalente all’XI secolo (Bolla di Alfano I arcivescovo di Salerno – 1079, atto costitutivo della diocesi di Policastro). Resistono ancora nella toponomastica (“Fonte dei Lombardi” e “Piazza dei Greci”), riferimenti alle due etnie contrapposte, che diedero vita alla città: longobardi, sicuramente stanziatisi a seguito delle invasioni barbariche, e greci, probabilmente provenienti, a seguito della sua distruzione da parte dei Saraceni, dalla vicina Velia da cui si dice derivi il nome moderno (Rivello ovvero Re-Velia). Difatti, il motto del comune recita ancor oggi “Iterum Velia renovata Revellum” (Una volta Velia, rinnovata in Rivello). Un’altra probabile origine etimologica del nome, va ricercata in una formazione del tipo iterativo “Re + Vallare” cioè fortificare di nuovo, da cui un latino tardo Revallo; dall’analogia con “ripa”, “riva” (che darebbe la forma intermedia Rivallo) potrebbe aver portato, per metafonia A>E, alla forma Rivello. A testimoniare la presenza di queste popolazioni rimangono ancora visibili i resti di due fontane, quella dei Longobardi e quella dei Greci costruite nelle zone da essi rispettivamente occupate, dove le donne dell’epoca andavano ad attingere acqua e a lavare quando non avevano grossi carichi da portare al fiume e che servivano anche per abbeverare gli animali. Alla scissione del Ducato di Benevento, Rivello fu incorporato nel Principato di Salerno. Quando i Normanni conquistarono l’Italia meridionale, gli abitanti del paese si schierarono con essi, poi passò nelle mani degli Angioini ed infine fu feudo dei Sanseverino, dei Ravaschiero e dei Pinelli. Queste terre rivestono un’importanza fondamentale per lo studio dell’anacoretismo dell’Italia meridionale tanto da indurre alcuni studiosi, a credere che quì doveva trovarsi il Cenobio di S. Nazario fondato da S. Nilo (…) e più precisamente nei pressi del Monte Bulgheria (…).

Nel 560 a.C., il popolo dei SIRINI e la città di SIRINO e Siruci (oggi Seluci), popolo che darà origine ai LUCANI

Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 1, in proposito scriveva che: Di seguito si proporrà un breve excursus sulle città più importanti. Siri La città di Siri sorgeva nella regione nord occidentale dell’arco del golfo di Taranto, tra la foce del fiume omonimo (Sinni) e quella dell’Akiris (attuale Angri), in una vasta e fertile pianura chiamata Siritide, in una posizione favorevole ai rapporti sia con le popolazioni della Lucania sia con quelle dell’area tirrenica. Alcune fonti ne assegnano la fondazione ad un gruppo di profughi di Troia; altre testimonianze indicano come città madre la ionica Colofone, da cui si sarebbe allontanato un gruppo di esuli all’epoca dell’invasione di Gige, re della Lidia (ca. 675 a.C.). In seguito la regione risulta abitata dai Coni, popolazione di stirpe enotrica. I Sirini avanzarono ad ovest lungo la valle del Sinni fino al lago e al monte Sirino, presso Lagonegro; fondarono Siruci, (oggi Seluce frazione di Lauria) e si spinsero sino al mar Tirreno, nel nostro golfo. Pixus, se proprio non fu fondata, fu da essi colonizzata e scelta come scalo marittimo e commerciale. La floridezza e la ricchezza di Siri, suscitarono l’invidia ma, soprattutto, la preoccupazione delle vicine città achee di Metaponto, Sibari e Crotone; queste ultime, infatti, non tardarono a porsi contro di essa e la espugnarono dopo il 550 a.C.”. Nel 1743, Giuseppe Gatta (…), figlio di Costantino Gatta (…), pubblicò postumo ‘La Lucania illustrata’ del padre nel suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania etc..’, per i tipi della Stamperia Muziana. Egli corregge alcuni errori della precedente edizione del padre ed in proposito a Lagonegro a pp. 307-308 scriveva che: “Stà Egli situato quasi nel mezzo dè smisurati Monti ‘Alburno e Sereno’, quello su le sponde del ‘Tanagro’ e ‘Silare’, questo su l’alpestre Valli ove era l’antico ‘Nerulo’ oggi detto ‘Lagonegro’; dè quali alti, precipitosi, aspri e sassosi Monti, e delle loro strabocchevoli Balze, forse favella ‘Livio (a), quando esprime che se Alessandro il Macedone avesse in questi luoghi dirizzato il corso delle sue armi, quivi con perpetua ignominia eclissato avrebbe le sue glorie, per esser quelli luoghi inaccessibili e malgevoli per condurvi uno esercito effeminato e molle, qual fu quello dè Greci sotto la condotta del gran Macedone.”. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “Ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v.  “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il ………………..Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino nello spazio ora franato in parte, che si estende da Castelnuovo sulle coste di S. Brancato fino al Torbido eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata…….Così rilevasi da un antico opuscolo del dott. Gugliotti. La popolazione del castello di Lauria attrasse i primi abitanti a fortificarsi sulle pendici dei siti detti di poi di S. Giovanni, di S. Veneranda e di S. Maria alla Porta. Fo qui notare che tutte le più antiche bolle pontificie, comprese quelle riguardanti il Rogerius de Lauria, segnano Lauria e non Laurea, come in seguito hanno voluto latinizzarla. In un antico manoscritto che mi viene fatto osservare da D. Gennaro Megali di Rivello, lessi che Rivello chiamavasi anticamente Iriello ‘modo Rivellum diclum’ e Lauria Castrum Laurum Iriae. Ciò conferma la mia asserzione. Nei dipressi di Irie sorse nell’epoca Cristiana un castello che si disse Castel Nuovo (come tuttora di appella, sebbene ridotto in pochi ruderi) e ciò per distinguerlo dall’antico castello d’Irie distrutto, che pur essendo di origine Fenicia, appartenne alla repubblica di Velia. Come sotto il Lago Sirino sia esistita una città lo dimostra un idolo rinvenuto in quel luogo. In esso, si notano ancora i caratteri cuneiformi. Uno identico è descritto con figura nel libro di Van De Berg quando parla delle stele Fenicie. E’ in questo libro che si nota come i Fenici furono i primi navigatori ed i primi commercianti dell’antichità. Non vi è paese nel bacino del Mediterraneo, egli dice, dove i Fenici non tentarono fondare una colonia ed avere un emporio industriale affine di mantenersi in relazione cogli abitanti della contrada. La fabbricazione del bronzo con miscuglio di rame e di stagno fu tra le loro industrie più attive. Essi conoscevano miniere d’oro nell’Asia, di argento nella Spagna e mantenevano segreto il luogo di queste miniere. Il Montesquieù dice che l’industria li rendeva necessarii a tutte le nazioni del mondo. Nel litorale del bacino del Mediterraneo e nei siti attigui fecero commercio d’idoli e di amuleti. Fino ai nostri giorni sono esistite fabbriche per la lavorazione del rame lungo il corso del Sonante sotto Castelnuovo ed in quei dipressi si rinvengono idoli ed amuleti di rame e di bronzo ciò che fa pensare di essere stata impiantata fin dal tempo dei Fenici in detti luoghi qualche officina per la lavorazione di idoli, di amuleti e di altri oggetti di bronzo e di rame nonchè di altro metallo più prezioso, come ricordasi per tradizione anche da qualche persona del luogo. La lavorazione del rame e di altro metallo tradizionalmente continuò dunque colà nell’epoca delle repubbliche della Magna Grecia, nell’epoca dell’impero romano fino ai nostri giorni, ciò dimostra che i popoli di questa contrada avevan fatto progresso fin dai tempi più remoti. Etc…”. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello…..Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante.. Giacomo Racioppi, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a pp. 281 e ss., in proposito scriveva che: “Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi. Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordie alfabetico: “gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini e, a loro congiunti, i Numestrani”. Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi agguppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate etc….Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiue Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di “Sirini”. Non è finora noto nè il nme, nè il posto della città, capo del contado che essi abitarono; nè se ne trova menzione anche in Plinio; vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai giochi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta. Coi popoli Sirini si completa la numerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è segno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra  per la valle di quell’altroe notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo di Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formavano la valle del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti. I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando. Intopparono dapprima in genti di raza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi dissero Siculi. Ma incontrarono soprattutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero i Lucani. Si estendevano dalle spiagge del mare Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata dal secolo VI, lì intorno era gente enotria (1). Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e sull’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII e VII, poichè si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del gruppo del pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alte valli dell’Appennino.”. Poco o niente scrive Mario Napoli (….), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove a p. 236 parlando della Sibaritide, di Eraclea dopo la distruzione di Siris, in proposito scriveva che: ‘’Tutto cio ci fa comprendere ciò che dovette essere la Siritide, sia dopo la distruzione di Siris che dopo la fondazione di Eraclea, e qualche problema speifico, come quello della moneta collegata con Pixunte, può trovare migliore inquadramento, e l’altro della popolazione indigena dei Sirini, ricordata da Plinio (N.H., III, 10, 98) e dei vari toponimi affini può suggerirci stimolanti sospetti.”. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 177 e ssg. riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “In prosieguo, nel secolo VIII avanti l’era volgare, quivi approdarono le prime colonie Elleniche, che fondarono fiorenti e rinomate città sulle spiagge del Ionio: Sibari, Turii, Siri, Eraclea, Pandosia e Metaponto; e sulle rive del Tirreno: Posidonia, Velia, Palinuro, Molpa, Pixo e Lao, onde la regione fu denominata nobilmente Magna Grecia…….e ricordare che altri popoli, degni di nota nella storia cittadina, furono i popoli Sirini, o figli dell’antica Siri, la bella città italiota che fior’ alla destra del Sinni fra Novasiri e Rotondella, e che vuolsi fondata da alcuni profughi Troiani. Già s’è riferito nel cap. XV che la città di Siri abbia preso il nome dal fiume Siris o Sinni, e che l’etimologia originaria di questo sia derivata dalla radice snscrita, sar, fluere, scorrere. Quando poi la città di Siri nel secolo V a.C. fu vinta e distrutta dai Tarantini, gli abitatori, cacciati dal loro territorio detto Siritide, furono costretti ad emigrare, e risalendo il corso del fiume Siri, o Sinni, vennero a chiedere ai barbari dell’Enotria qualche lembo di terra, che la fraterna gente dell”Ellade aveva loro negato…..e dal nome della madre patria furono detti Popoli Sirini, e diedero, alla loro volta, il nome al monte Sirino, attorno a cui avevano preso stanza. D’essi fa pure menzione Plinio noverandoli fra gli undici popoli Lucani. A tal proposito scrive il Corcia nella Storia delle due Sicilie (Vol. III, p. 310): “Poichè di Siri appena rimanevano le rovine ai tempi di Plinio, i Popoli Sirini, di cui parla il geografo e che dal fiume stesso si nominarono, nei primi tempi dell’Impero sono da supporre nella parte superiore del suo corso, dove forse abitarono spicciolati in villaggi, come rimane tuttavia l’antico suo nome al monte Sirino sopra di Lagonegro, nella cui parte orientale ha le fonti”.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che era una città dell’Italia antica, di cui si è argomentato l’esistenza, mettendo in relazione la leggenda ΣΙΡΙΝΟΣ delle monete incuse generalmente attribuite a Siri sullo Ionio (v. siri), con i Sirini, menzionati da Plinio (Nat. hist., iii, 15, 97) fra i popoli della Lucania interna, e col toponimo ancora vivo per tutto il massiccio appenninico, che culmina nel Monte del Papa ed a Lagonegro (Potenza) sulle sue pendici occidentali. Si è proposto di identificarla nei ruderi di un vasto abitato sopra uno sperone roccioso, che dai contrafforti del Sirino si protende nella valle di Lauria presso Rivello e ch’è ancora chiamato “La Città”. Popolata presumibilmente da indigeni, fu in rapporti con Siri per la diretta via del fiume omonimo (oggi Sinni) ed alla caduta di questa (560 a. C. circa) si trovò nel territorio dominato da Sibari. Gli stateri d’argento, emessi nella seconda metà del VI sec. in alleanza con Pixunte (v.), mostrano chiaramente l’influsso sibaritico così nel tipo del toro retrospicente, come nel peso. Questi caratteri achei e quelli cronologici delle monete mal si conciliano con le tradizioni ioniche e con la precoce fine di Siri, la cui distanza ne fa per giunta un’alleata poco probabile di Pixunte. Per la sua posizione sulla principale via (che fu poi la Popilia o l’Annia) verso il settentrione e sulla diramazione verso la vicina baia sul Tirreno, “La Città” dové prosperare fino ad età tarda: lo provano i resti tuttora visibili e, meglio, l’abbondante materiale scoperto e disperso nei secoli scorsi. Statuette di bronzo, difficilmente apprezzabili per la corrosione, e monete si recuperano anche oggi, più spesso trascinati a valle dalle acque. Ma soltanto cauti e metodici scavi potranno accertare se l’ipotesi del nome risponde al vero e restituire i documenti della civiltà fiorita in quest’area. Bibl.: Per l’identificazione di S.: P. Zancani Montuoro, in Arch. Stor. Calabria e Lucania, XVIII, 1949, p. 11 ss. Per le monete: J. Perret, Siris, Parigi 1941, p. 21 ss.; L. Breglia, in Annali Ist. It. Numism., I, 1954, p. i ss. Per i rinvenimenti: G. Antonini, La Lucania, Napoli 1795-77, p. 442; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, p. 372; M. Lacava, Del sito di Blanda, Lao ecc., Napoli 1891, p. 20; Not. Scavi, 1952, p. 50 ss.

La città sepolta di Irie

Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino nello spazio ora franato i parte, che si estende da Castelnuovo sulle coste di S. Brancato fino al Torbido eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata. Gli abitanti di essa si rifugiarono sul castello che chiamarono Lauro per la gran quantità di lauro che vegetava sulle pendici del medesimo, fortificandolo alla meglio sebbene fosse per se stesso fortificato dall’inaccessibile roccia su cui l’eressero. Questo castello fu così detto fino a che si formò il principato di Salerno, come risulta dalla carta geografica della dominazione Longobarda. In seguito, per distinguerlo dall’altro Lauro che trovasi in provincia di Avellino e che anche faceva parte del principato di Salerno, lo chiamarono Laurum Iriae, come Saponara Grumenti, per ricordare ai posteri l’antica origine, senonchè il nome Iraiae venne incorporato a Lauro e si formò una sola parola Lauria. Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro. Quando venne poi distrutto Siluci questo castello di Lauro aveva già assunto il nome di Lauria come nota lo stesso storico Placido Troilo, il quale così si esprime: “Essendo stata sopra Lauria la terra di Siruci che in lingua del paese si addimanda presentemente Siluci, questa fu poi distrutta e gli abitanti andarono ad abitare a Lauria. In feudo nobile il luogo si permutò ed alla mensa vescovile di Policastro si ascrisse.” Troilo Abbate Placido libro 1 pag. 171. Colla distruzione di Seleucio venne dunque d ingrandirsi il territorio di Lauria Superiore il cui abitato era limitato alle antiche case dei cosiddetti Cafari Pinti e di S. Veneranda ed aveva una cinta di mura presso la cui porta trovavasi la chiesetta di S. Giovanni, oltre alla porta di S. Antonio Abate nell’altra cinta dei Cafari Pinti. I cittadini di Lauria Superiore accolsero gli abitanti di Seleucio (corrotto Siluci) e così formarono un sol dialetto. I cittadini di Lauria inferiore oriundi da Blanda ebbero un altro dialetto che anche attualmente porta le desinenze dei verbi simili a quelle di Tortora e di Maratea, paesi che accolsero anche parte dei profughi di Blanda. Lauria dunque fu primariamente detta Laurum oppidum ex lauro arbore, dice un antico manoscritto della storia degli Abati del Sagittario che a tempo del Vescovo Leonasi conservavasi nella curia vescovile di Tursi. Lo conferma la carta geografica dei Longobardi del seolo IX – lo conferma ancora lo stemma di Lauria su cui risalta il verde alloro al quale si accoppia un uccello favoloso, il basilisco, ciò che dimostra che Lauro si chiamò Lauria quando questo lembo dell’antica Lucania aveva perduto il suo nome ed aveva assunto il nome di Basilicata, onde molti paesi adottarono nella regione sullo stemma il basilisco. La leggenda dei capitani greci che avessero fondato Lauria non resiste alla severa critica di un oculato archeologo. Questa leggenda fu inventata di sana pianta da un presunto erudito che trovavasi di passaggio per Lauria interpellato da alcune persone. Così rilevasi da un antico opuscolo del dott. Gugliotti. La popolazione del castello di Lauria attrasse i primi abitanti a fortificarsi sulle pendici dei siti detti di poi di S. Giovanni, di S. Veneranda e di S. Maria alla Porta. Fo qui notare che tutte le più antiche bolle pontificie, comprese quelle riguardanti il Rogerius de Lauria, segnano Lauria e non Laurea, come in seguito hanno voluto latinizzarla. In un antico manoscritto che mi viene fatto osservare da D. Gennaro Megali di Rivello, lessi che Rivello chiamavasi anticamente Iriello ‘modo Rivellum diclum’ e Lauria Castrum Laurum Iriae. Ciò conferma la mia asserzione. Nei dipressi di Irie sorse nell’epoca Cristiana un castello che si disse Castel Nuovo (come tuttora di appella, sebbene ridotto in pochi ruderi) e ciò per distinguerlo dall’antico castello d’Irie distrutto, che pur essendo di origine Fenicia, appartenne alla repubblica di Velia. Come sotto il Lago Sirino sia esistita una città lo dimostra un idolo rinvenuto in quel luogo. In esso, si notano ancora i caratteri cuneiformi. Uno identico è descritto con figura nel libro di Van De Berg quando parla delle stele Fenicie. E’ in questo libro che si nota come i Fenici furono i primi navigatori ed i primi commercianti dell’antichità. Non vi è paese nel bacino del Mediterraneo, egli dice, dove i Fenici non tentarono fondare una colonia ed avere un emporio industriale affine di mantenersi in relazione cogli abitanti della contrada. La fabbricazione del bronzo con miscuglio di rame e di stagno fu tra le loro industrie più attive. Essi conoscevano miniere d’oro nell’Asia, di argento nella Spagna e mantenevano segreto il luogo di queste miniere. Il Montesquieù dice che l’industria li rendeva necessarii a tutte le nazioni del mondo. Nel itorale del bacino del Mediterraneo e nei siti attigui fecero commercio d’idoli e di amuleti. Fino ai nostri giorni sono esistite fabbriche per la lavorazione del rame lungo il corso del Sonante sotto Castelnuovo ed in quei dipressi si rinvengono idoli ed amuleti di rame e di bronzo ciò che fa pensare di essere stata impiantata fin dal tempo dei Fenici in detti luoghi qualche officina per la lavorazione di idoli, di amuleti e di altri oggetti di bronzo e di rame nonchè di altro metallo più prezioso, come ricordasi per tradizione anche da qualche persona del luogo. La lavorazione del rame e di altro metallo tradizionalmente continuò dunque colà nell’epoca delle repubbliche della Magna Grecia, nell’epoca dell’impero romano fino ai nostri giorni, ciò dimostra che i popoli di questa contrada avevan fatto progresso fin dai tempi più remoti. I figli di Iria (detta in latino Uria) i figli di Blanda e gli abitanti di Seluci, riunitisi in queste balze per difendersi da elementi ostili, edificarono una cappella che dedicarono alla Madonna delle Armi come prima di ingrandirsi col rione inferiore ne avevan costruita un’altra dedicata a S. Maria alla Porta (1). Quest’ultima dimostra infatti che l’antico Lauro incominciava proprio da questa cappella ove era una delle porte delle mura di cinta dell’abitato e che in poco tempo venne accresciuto della grossa borgata di Lauria Inferiore, ciò che non poteva avvenire senza una nuova colonizzazione.”.

Nel 560 a.C., PIXUNTE e SIRIS (?) o la città di SIRINO, la lega Achea e le monete con la leggenda “SIRINO-PIXUS”

Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. V – Metaponto, Siri e Lagaria”, a pp. 138-139 parlando di Pixunte, in proposito scriveva che: “I due termini fondamentali della questione stanno invece nella tradizione letteraria riguardante l’origine della città e nella documentazione delle monete. Devesi, anzi, cominciare dal prendere in esame questo secondo punto, il quale è più interessante in quanto concerne un dato di fatto. Poichè, infatti, stateri d’argento di Siri, di circa l’anno 560 a.C. (4) che portano il nome suo con quello della città di Pixunte, della costa occidentale, non solo sono per ogni rispetto simili alle più antiche monete dell’achea Sibari, ma hanno in caratteri achei la leggenda Σιρινος, s’è chiesto a ragione come mai ciò avvenisse in una città di stirpe ionica. E la risposta è stata suggerita dalla constatazione che in quel tempo v’era una monetazione uniforme e federale di pezzi d’argento detti incusi, che attesta l’esistenza della cosiddetta lega achea, della quale appunto faceva parte Siri in quanto sarebbe stata di già soggiogata dalla potente Sibari, con questo di più e di singolare che Siri e Pixunte nel seno della lega stessa avevano un’alleanza più stretta e più particolare, del genere di quelle che ci risulta esservi state fra Metaponto e Posidonia, Sibari e Crotone, Crotone e Pandosia, Crotone e Temesa: alleanza la quale prova indirettamente l’esistenza d’una strada commerciale assai frequentata, che poneva in comunicazione le due città da un mare all’altro attraverso la penisola, molto ristretta in quel punto, risalendo dalla costa orientale il fiume Siri sino alle sorgenti e discendendo di là sul litorale occidentale ove stava Pixunte (1). Per quanto oggi si ignori lo svolgimento storico dei fatti, è lecito supporre che la potente Sibari abbia costretta Siri a riconoscere la sua egemonia per non essere danneggiata nei suoi interessi commerciali, una volta che Siri comunicando con il litorale occidentale veniva ad annullare l’influenza che un’altra città, Scidro, avrebbe potuto esercitare a vantaggio della stessa Sibari, di cui era colonia, e che trovavasi su quella via di comunicazione non lungi da Pixunte (2).”. Il Ciaceri, a p. 138, nella nota (4) postillava che: “(4) v. Head (2) p. 83”. Il Ciaceri, a p. 139, nella nota (1) postillava che: “(1) v. Lenormant I p. 207 sg. “. Il Ciaceri, a p. 139, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Se nell’Etym. Magn. s. v. Σìρις, ove è ricordata Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo, invece di  Σχìνδου si dovesse leggere Σχìδρου (v. Pais, Stor. d. Sic. e d. M. Grec., p. 225 n. 4), si potrebbe pensare che tale forma di leggenda fosse sorta intorno a quel tempo, in cui si sarebbe cercato di creare la giustificazione di buoni rapporti fra le città di Siri e Scidro, colonia di Sibari. E ciò indipendentemente da quanto scrive il Mayer Apulien p. 330 n. 3, il quale, leggendo egualmente nel testo in questione, non vedo perchè, pone il nome di Scidro in relazione con quello del fiume Chidro nella campagna di Lecce che ha visto ricordato dal De Giorgi, Prov. di Lecce, I, p. 13, II, p. 511.”. Sempre il Ciaceri, a p. 140 aggiungeva che: E v’è anche da pensare che ad un tentativo di riscossa da parte di Siri, per sottrarsi a codesta forma di egemonia, si dovesse poi l’origine del conflitto con le città achee, le quali avrebbero finito con l’assaltarla e distruggerla. Tutto ciò, infine, varrebbe a spiegare come mai Siri per quanto città ionica avesse monete di tipo e caratteri achei. Nè, d’altra parte il fatto ch’essa era ancora fiorente intorno al 560, come viene attestato dalle monete, e che finiva di esistere prima del 510 a.C., come si deduce dal sapere che intorno a questo anno era distrutta Sibari, etc…”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a stampa tra il 1815 e il 1819, che ho trovato ristampato in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, a cura di Fernando La Greca (…), a p. 95, in proposito scriveva che: Noi nulla sappiamo dè fatti di questa città, allorchè dà Greci era abitata. Dalle rarissime, e ricercate monete, che per fortuna ancora ci rimangono, possiamo prendere un indizio, ch’ella figurava in què tempi in corpo di popolazione indipendente col suo contado. Una di esse è riferita dal Wilkelmann (2), dal Mionnet, dal Barthelemy, dall’ab. Lanzi, dal Sig. Micali, e da altri, che una volta esisteva nel museo del duca di Noja a Napoli, ed oggi nel Museo Reale a Parigi.”.

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(Fig….) Da Romanelli (…), p. 97: “Statere di Siri e Pyxous con leggenda EIPINOE, 550-530 a.C. (da P.R. Franke – M. Hirmer)”.

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(Fig…) Da Romanelli (…), p. 98: statere (moneta del tempo, incusa) di Pyxoes e Sirinos, il bue con le due epigrafi

Riguardo le bellissime monete, tra le poche testimonianze rimasteci di quel tempo, Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, nel 18…., a p. 98 (vedi ristampa a cura di La Greca), in proposito scriveva che: “La moneta incusa col tipo del bue rilevato da una parte, e collepigrafe ΓV+ΟΕΜ, cioè ‘Pyxoes’, e dall’altra la cavità del medesimo bue coll’epigrafe retrograda ΜΟΗΞqsΜ, cioè ‘Sirinos’ (vedi Tav. II, n. 6). Si argomenta da queste epigrafi una federazione, che ripassava tra Bussento, e Siri, siccome da un altra moneta si argomenta altra federazione tra Crotone, e Pandosia.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 275 parlando di Pixunte (attuale Policastro Bussentino scriveva che: “Quando al tempo delle origini di Pixunte, gli stateri stessi, dei quali abbiamo fatto menzione, ne attestano già l’esistenza intorno alla metà del sec. VI; onde puossi ritenere che fosse sorta qualche decennio innanzi;……Nè Sibari, d’altra parte, godè a lungo delle ingenti ricchezze tratte da codesta politica commerciale, che nel Tirreno faceva estendere la sua influenza sino a posidonia, la più autorevole delle sue colonie.”. Emanuele Ciaceri, a p. 274, nella sua nota (4) cita anche Ettore Pais (…). Il Carucci a p. 274, nella sua nota (4) postillava che: “(4) v. PAIS, op. cit., II, p. 128.”. Il Ciaceri citava l’altra opera del Pais ma io possesso la “Storia dell’Italia Antica” del Pais. Infatti, nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 200 e sgg, riferendosi alla città greca e Ionica di Sibari in proposito scriveva che: Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, gelose dominatrici dello Stretto.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. V, nel suo “Le vicende di Sibari e di Crotone”, a pp. 255 e sgg e sgg, in proposito scriveva che: “Nel non lungo periodo del suo fiorire Siris si alleò con Pixous (Buxentum) posta sul Tirreno allo sbocco dell’omonimo fiume, e con essa battè moneta federale. Colonia dei Colofoni, Siris era l’esponente del commercio Ionico. Destò quindi la gelosia degli Achei, i quali deliberarono di cacciare d’Italia tutti gli altri Greci, che non fossero della medesima stirpe. Non era soltanto odio di razza, ma anche rivalità di commerci internazionali. Verso il 550 a.C. i Sirini furono sconfitti dai Metapontini, dai Sibariti e dai Crotoniati. Siris non fu, a quanto, pare distrutta, ma, come par dimostrato dale monete, fu occupata dagli Achei o per lo meno obligata a far parte della loro federazione…etc…..Seguivano SKIDROS e Laos, colonie di Sibari, di cui abbiamo già avuto modo di discorrere. Teneva lor dietro Pixous, la Buxentum dei Romani. Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……(p. 295) Locri mediante le colonie di Ipponio e di Messana raggiungeva i medesimi fini e gli abitatori di Siris sino dal VI secolo, risalendo il fiume omonimo, giungevano presso ai monti ed alle marine di Pyxous o Bussento. Questa rivalità aveva destata la gelosia delle vicine città Achee di Sibari e Metaponto. Non è chiaro se le monete incise della fine del VI secolo o del principio del seguente, in cui figurano i nomi di PYXOUS e di SIRIS, accennino ad accordi anteriori con la lega Achea od a sottomissione posteriore dell’età in cui Siris fu da questa conquistata. In pari modo non sappiamo quali conclusioni cronologiche e storiche sia lecito ricavare da analoghe monete federali, ossia dagli stateri incusi delle due città a noi ignote, in cui sono segnate le sigle “PAL” e “MOL”. Si è pensato che tali nummi vadano riferiti a Palinuro ed a Melphes (Amalfi ?). Siamo purtroppo nel campo delle ipotesi che, come nel caso di Siris e di Pyxous, le monete federali appartengano a città che tentavano analoghi commerci di trasbordo fra l’Ionio ed il Tirreno. Il fatto che di queste due città non vien fatto più tardi memoria suggerisce il pensiero che la loro attività sia stata ben presto soffocata o distrutta da quella delle più potenti città Achee, che non tollerava rivalità commerciali e politiche.”. Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. I, a p. 191, in proposito scriveva che: “Diodoro Siculo lasciò scritto (1) che “Micito di Reggi e di Zancle, fondò la città di Pixo” nel secolo V, verso l’anno 470 a.C. Invece, la numismatica dà argomento che Pixo sia fondazione più antica: perchè esiste una moneta antichissima, incusa, che, con l’impronta del bue, comune tipo alle città di gente acha, ha la greca leggenda di “Pyxoes – Syrinos”; onde s’inferisce un legame di alleanza tra la città di Siri sul Jonio e di questa Pixo sul Tirreno: e ne abbiamo parlato più innanzi. Le monete incuse sono del sesto secolo (2). Or se, a ricordo dello stesso Diodoro, la città di Siri sul Jonio fu distrutta nel 433 a.C. è lecito concludere che la colonizzazione di micito a Pixo etc…”.

SCIDRO, LAO, PIXUNTE E PESTO ERANO CITTA’ CONQUISTATE DAI LUCANI

Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a pp. 3-4, in proposito scriveva che: La colonia di Micito non durò a lungo: nel V e IV secolo si moltiplicarono le invasioni barbariche che minacciarono seriamente la civiltà greca. Alcune tribù appenniniche (Sanniti, Irpini, Japigi, Lucani, Messapi, Frentani ecc.) migrarono a più riprese a sud e si estesero fino alla Puglia e alla Calabria. In Calabria i Bruzii insorsero contro i Lucani dominatori, e, con l’aiuto di Alessandro d’Epiro, li sconfissero nella grande battaglia di Paestum nel 330 a.C. Di certo in questo anno i fuggitivi di Paestum ripararono a Pixunte. Da questo momento i lucani si ritirarono definitivamente nella regione situata tra i quattro fiumi principali (Sele, Lao, Crati e Bradano), cioè la Lucania.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: “4. Il mondo indigeno enotro-lucano, pur arretrando inizialmente a seguito della crescente presenza greca sulla costa, è comunque ben presente nell’area tra V e IV sec., con il significativo insediamento di Roccagloriosa, e con una serie di insediamenti minori “disposti quasi a corolla all’interno del golfo di Policastro” (34), prendendo alla fine il sopravvento anche sulle città costiere. Dal V secolo a. C. fino agli inizi del III fiorisce il frurion o fortezza lucana di Roccagloriosa, poi abbandonata con l’arrivo dei Romani. Gli scavi archeologici (35) hanno restituito mura, strade, edifici d’abitazione e sacri, iscrizioni, tombe a camera principesche con ori e vasi diproduzione pestana. Importante è un frammento bronzeo con iscrizione osca, datata al 300 a.C., relativa a una legge della città, e con riferimento a magistrati chiamati meddices. Il sito di Roccagloriosa è legato ad un mercato o centro di raccolta e scambio di beni, e ad uno sfruttamento intensivo dello spazio agrario nel IV e nel III sec.; le indagini archeologiche hanno attestato una economia agricola basata sulla policoltura, con un ruolo preminente occupato dalla coltivazione della vite. Inoltre, l’analisi dei dati faunistici su un campione di ossa presenta un panorama articolato, con un 30% di bovini e un 16% di suini (36). Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V / prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V sec., vasi a vernice nera tra cui un frammento figurato di cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (37). Tutto ciò evidenzia “una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec. organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa e occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte” (38). Di fine IV – inizi III sec. è una tomba a camera monumentale in località Laurelli di Caselle in Pittari: la camera, rettangolare e alta oltre quattro metri, è preceduta da un lungo dromos o corridoio tagliato nel pendio collinare e dotato di canalette per il drenaggio; la porta era decorata con capitelli dorici; del corredo sono stati recuperati solo frammenti di vasi a vernice nera e un balsamario (39). Da quest’area provengono anche moltissimi frammenti di ceramica di IV-III sec., pesi da telaio, macine (40). Altri insediamenti indigeni sono attestati a Morigerati ed a Tortorella (41)”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (34) postillava che: “(34) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (35) postillava che: “(35) GUALTIERI – FRACCHIA 1990; GUALTIERI – FRACCHIA 2001; GUALTIERI 2001”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (36) postillava che: “(36) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 56”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (37) postillava che: “(37) JOHANNOWSKY 1983a.”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (38) postillava che: “(38) GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (39) postillava che: “(39) JOHANNOWSKY 1983b; GIUDICE 2005”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (40) postillava che: “(40) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 53”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (41) postillava che: “(41) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18; FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 32”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…).. L’archeologa Giovanna Greco (….): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (…) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (….) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Si tratta del testo di autori vari: Greco Giovanna, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32 e p. 38. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “Ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v.  “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il ………………..Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 269, parlando di Palinuro, in proposito scriveva che: “Ho già detto (vedi a Molpa) del contrario avviso di M. Napoli circa l’evento prodigioso. Pertanto solo gli scavi potranno portare ulteriori elementi atti a chiarire in via definitiva l’affascinante problema.”. Significativo in proposito è quanto scrive l’Archeologa Giovanna Greco (19): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (19) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (20) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (19).. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 177 e ssg. riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: All’immigrazione degli Enotri, degli Elleni, e degli altri popoli minori, tenne dietro, nel VI secolo a.C. quella più numerosa e forte dei Lucani. Appartenevano questi alla razza Sabellica o Sannita o Sabina, e provenivano dal Sannio, o meglio dalle vicine sponde del Silaro o Sele. Nel distaccarsi , per cresiuta popolazione, dai padri Sanniti, presero allora il nome di Lucani, o dal loro duce Lucio o Lucilio, come riferisce Plinio, o dal vocabolo greco ………lupo, col poco leggiadro significato di terra di lupi, o dal vocabolo latino lucus, bosco, quasi terra di boschi, o, infine dall’altra parola sabellica o latina lux, luce, cioè terra posta verso la plaga del cielo, onde loro veniva la luce, o terra orientale, perchè, scrive il Racioppi, “i Lucani, mossi dalle regioni abitate dalle stirpi osco-sabelliche, per occupare le terre poste alla sinistra del fiume Silaro, vennero in un paese, che è posto appunto all’oriente delle sedi originarie, onde essi uscirono”. (Vol. I pag. 14). Di qui il motto fatidico di Strabone, quasi simbolo di civiltà e di progresso: ‘Non a Lucio, sed a luce!’. “Allorchè i Sanniti – scrive il barone Antonini nell’opera succitata – per alleggerire di gente il loro paese mandarono i propri figliuoli in questa regione, la trovarono abitata dagli Enotri, da altri Greci e dai Coni, onde furon costretti, con lunga guerra, da essa cacciarli”. E infatti, come gli Enotri avevano respinto a sud i Siculi, sovrapponendosi ad essi, come i lucani, più valorosi, forti e audaci, soggiogarono e respinsero gli Enotri, estendendo rapidamente le loro conquiste fino all’estremo della penisola, fin nel paese dei Bruzii, donde, in seguito dovettero ritirarsi.”. Parlando del toponimo “Scidro”, Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” scriveva che: “….consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana….Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. Etc…” Dunque, il Battisti, riguardo il toponimo di “Scidro” scriveva che detto toponimo non solo era “pre-italiano” ma è probabile che il toponimo “Scidros” possa essere un toponimo “traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano”. Nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, nella mia nota (32) postillavo che: “(32)  Battisti C., Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964.”. Si tratta di Carlo Battisti (….) e del suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, 1964. Sul periodo pre-lucano vi sono delle evidenze archeologiche ed altro. Lo studioso locale Felice Cesarino (….), in proposito scriveva che: “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”.  Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “5. La Lucania viene occupata dai Romani successivamente alla guerra contro Taranto e Pirro, ma la loro presenza era già consistente durante le guerre sannitiche. Poseidonia diventa colonia latina con il nome di Paestum nel 273 a.C.; etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) ….ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, Griech. Gesch. Ià 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a pp. 289-299, in proposito scriveva che: Trattavasi invece di Alessandro d’Epiro o il Molosso, ch’era venuto in Italia (3) alla difesa delle città italiote minacciate dai Bruzzi e Lucani (a. 334-31); etc…”. Il Ciaceri, a p. 299, nella sua nota (3) postillava che: “(3) E, questa, del resto, la vecchia opinione del Mueller”. Interessantissimo è ciò che scrisse Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nel capitolo “Cap. I – Lotte tra le popolazioni indigene ed intervento straniero”, a p. 11, dopo aver detto del tentativo dei Tarantini di richiesta di intervento a Sparta, tentativo andato vano, scriveva pure che: La vittoria così poteva dirsi completa; ed al Molosso non restava che far ritorno alle spiagge dell’Ionio percorrendo la via più agevole, la litoranea, lungo la quale avrebbe avuto modo di far dimostrazione di forza dinanzi alle cittadine italiote che da lungo tempo eran state occupate dai Lucani, Pissunte, cioè, Scidro e Lao (3). E forse di là risalendo alle sorgenti del Laino e quindi prendendo il corso del Sinno veniva a posare in Eraclea. Etc…”. Dunque, in questo passaggio, il Ciaceri, sulla scorta del Pais (….) dice che le piccole città italiote di Pissunte, Scidro e Lao, “da lungo tempo eran state occupate dai Lucani”. Il Ciaceri (…), a p. 11, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il particolare che lo storico Lico reggino narrando le gesta di Alessandro ricordava Scidro (Stepha. B. s. v.) deve, a nostro giudizio, riferirsi al viaggio di ritorno del re da Pesto.”. Il Ciaceri, a p. 11, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Liv. VIII 24, 4-6. Certo, con esagerazione Livio parlava di 300 famiglie illustri prese come ostaggi.”. Dunque, Pixunte, poi in seguito Bussento, Scidro e Lao erano già città soggette ai Lucani. Da Wikipedia leggiamo che Paestum, fino al 1926 Pesto, è un’antica città della Magna Grecia, chiamata dai Greci Poseidonia in onore di Poseidone, ma devotissima ad Atena ed Era. Dopo la sua conquista da parte dei Lucani venne chiamata Paistom, per poi assumere, sotto i Romani, il nome di Paestum. L’estensione del suo abitato è ancora oggi ben riconoscibile, racchiuso dalle sue mura greche, così come modificate in epoca lucana e poi romana. In una data collocabile tra il 420 a.C. e 410 a.C., i Lucani presero il sopravvento nella città, mutandone il nome in Paistom. A parte sporadici riferimenti nelle fonti, non si conoscono i particolari bellici della conquista lucana, probabilmente perché non dovette trattarsi di una conquista repentina. È un processo che è possibile riscontrare in altre località (ad esempio nella non distante Neapolis), dove vi fu una lenta, graduale, ma costante infiltrazione dell’elemento italico, dapprima richiamato dagli stessi Greci per i lavori più umili e servili, per poi divenir parte della compagine sociale mediante il commercio e la partecipazione alla vita cittadina, fino a prevalere e a sostituirsi nel potere politico della città. Sebbene letterati e poeti greci riportino il rimpianto dei Poseidoniati per la perduta libertà e per la decadenza della città, l’archeologia testimonia che il periodo di splendore proseguì ben oltre la “conquista” lucana, con la produzione di vasi dipinti (talora firmati da artisti di prim’ordine quali Assteas, Python e il Pittore di Afrodite), con sepolture copiosamente affrescate e preziosi corredi tombali. Tale ricchezza doveva derivare in larga misura dalla fertilità della piana del Sele, ma anche dalla produzione stessa di oggetti di grande qualità, parte cospicua di quei commerci instauratisi durante il periodo precedente. Neanche il carattere greco della città scomparve del tutto, come attestano, oltre la produzione dei vasi dipinti, anche la costruzione del bouleuterion e la monetazione, che preservò le sue prerogative elleniche. Breve parentesi fu aperta nel 332 a.C., quando Alessandro il Molosso, re dell’Epiro – giunto in Italia su richiesta di Taranto in difesa contro Bruzi e Lucani – dopo aver riconquistato Eraclea, Thurii, Cosentia, giunse a Paistom. Qui si scontrò con i Lucani, sconfiggendoli e costringendoli a cedergli degli ostaggi. Ma il sogno del Molosso di conquistare l’Italia meridionale ebbe breve durata: la parentesi si chiuse nel 331 a.C., con la sua morte in battaglia presso Pandosia. Paistom ritornò così sotto il dominio lucano.

La via Popilia

Riguardo le vie di comunicazione, le strade dell’epoca, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando delle strade in epoca romana, a pp. 43-44, nella sua nota (14), postillava che: “Tralasciando la viabilità minore tra la Puglia e la Campania ricordiamo che i collegamenti di queste regioni con la Calabria e la Sicilia avvenivano attraverso la strada costiera da Taranto a Reggio Calabriae la ‘via Popilia’. Quest’ultima partiva da Napoli proseguendo da Pompei, Nocera, Salerno, Auletta, Rotonda, Morano, Tarsia, Cosenza, Nicastro, Monteleone, (ora Vibo Valentia), Nicotera, Regio. Da Salerno c’era il raccordo (per Paestum, Policastro, Sapri) attraverso il Cilento fino alla ‘Popilia’, mentre su questa (presso Rotonda) esisteva il bivio con la strada (per Laino, Cirella, Amantea) che si ricollegava alla ‘Popilia’ a sud di Nicastro. Ecc…”. La Via Capua – Regium (Via ab Regio ad Capuam), nota anche come Via Popilia o Via Annia o Via Popilia Lenate , è un’importante strada romana costruita nel 132 a.C. In quell’anno infatti la magistratura romana decretò la costruzione di una strada che congiungesse stabilmente Roma con la “Civitas foederata Regium”, estrema punta della penisola italica. La strada si staccava dalla via Appia a Capua e raggiungeva Nola, Nuceria Alfaterna (Nocera Superiore) e poi Salernum (Salerno) sul mare Tirreno. Da qui la strada si dirigeva verso la piana del Sele attraversando la città di Eburum, l’odierna Eboli. Dopo aver toccato la confluenza tra il fiume Sele e il Tanagro, la via Popilia puntava a sud risalendo il percorso di quest’ultimo fino a raggiungere il Vallo di Diano, un altopiano dove all’epoca erano situate le città romane di Atina (Atena Lucana), Tegianum (Teggiano), Consilinum (Padula), Sontia (Sanza) e i pagi di Marcellianum e Forum Anni, poi Forum Popilii. Molti di questi insediamenti furono devastati da Alarico nel 410 e solo alcuni sono stati ricostruiti in epoca medievale, come per esempio Forum Popilii ricostruita in posizione più difendibile con il nome usato anche modernamente di Polla. Lasciato il Vallo di Diano, la strada si dirigeva a sud verso la antica città, ora scomparsa, di Nerulum e da qui Muranum, l’odierna Morano Calabro. Nel percorso fino a Regium, la strada attraversava il territorio di Interamnium (San Lorenzo del Vallo) e le città di Caprasia, individuata nella posizione della C.da Ciparsia del Comune di Castrovillari, Consentia (Cosenza) e Mamertum, la città oggi conosciuta come Martirano e nota nelle cronache romane per la resistenza dei suoi abitanti alleati di Roma contro Pirro nelle guerre dette guerre pirriche e per aver dato origine al nome di Mamertini, soldati mercenari famosi soprattutto per aver giocato un ruolo di primo piano nello scoppio della Prima guerra punica. Da Mamertum, percorrendo la via Popilia continuando verso sud, si raggiungeva l’importante nodo fluviale di Ad Sabatum Flumen, un passaggio obbligato e di importanza strategica per i collegamenti nella zona e per raggiungere l’antica Vibona, ora Vibo Valentia. Proseguendo lungo l’antica strada romana, si raggiungeva Hipponium, città ribattezzata dopo le guerre pirriche Valentia e unita con Vibo nel comune moderno di Vibo Valentia. Prima di raggiungere la sua città di arrivo, la via Capua-Regium toccava Nicotera e l’importante porto di Scyllaeum (Scilla).

Nel III sec. d.C., “CESERMAE” (Sapri ?) nell’Itinerario Antonino

Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Itinerario Antonino e nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, non ho mai parlato di uno dei monumenti della geo-storia: il cosiddetto “Itinerario Antonino”. L’Itinerario antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’alto. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano. L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo. Altri studiosi precedenti prendono in considerazione l’Itinerario Antonino (uno stradario del III secolo in forma di testo) e molte altre rielaborazioni di una carta stradale antica dell’impero romano. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il Mar Tirreno coll’Ionio (2). (p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”.

A Rivello o a Sapri, CESARIANA per il Racioppi

Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……Nel suo territorio si scavano molto antichi ruderi ed anticaglie varie, onde è tenuto paese antico, succeduto secondo taluni a Velia, quindi detto Ri-vello, quasi Rivelia; altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; M.G. Racioppi mette Cesariana nel sito della ‘civitas’. Si conserva ancora nelle sue vicinanze un antico tempietto od eroo, e vi si veggono le vestigia di un anfiteatro. Fu uno dei molti paesi del regno occupati dai Saraceni nel corso del nono secolo.”. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. I, a pp. 476-477 riferendosi alla stazione di “ad Tanarum” citata nell’Itinerario Antonino, in proposito scriveva che: ” ….( o come in altro codice) ‘Canarum’. Questa stazione era, a mio avviso, presso alla fiumana che anche oggi è detta “Sammaro” accosto al paese odierno di Sacco; dessa è uno dei corsi originarii del Calore; e da questa stazione ‘ad Samarum’ giungeva a Marrcelliana, che indubbiamente era nello estremo superiore orientale del bacino o pianoro di Tegiano; e da Marcelliana piegava a destra per a Cesariana (non ancora di sicuro allogata) sia a Rivello, sia a Sapri o Acqua-fredda (1). Forse il tronco della strada per la valle del Calore a Marcelliana sostituì la strada per la valle del Tanagro a Marcelliana e Nerulo, sia perchè parve di più breve e diretto percorso, sia per le ricorrenti inondazioni della pianura Pollana.”.

Nel III-IV sec. d.C., l’“Itinerario Antonino” 

Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Itinerario Antonino e nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, non ho mai parlato di uno dei monumenti della geo-storia: il cosiddetto “Itinerario Antonino”. L’Itinerario antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’alto. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano. L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il Mar Tirreno coll’Ionio (2). (p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: 9. Bussento e le altre città del Golfo di Policastro sono elencate anche negli itinerari antichi, e in particolare negli itinerari costieri lungo il Tirreno da Reggio a Roma. Questi itinerari, risalenti all’epoca imperiale romana, e ritrascritti da autori medioevali, ci tramandano anche il nome di centri minori. Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”. Da Wikipedia leggiamo che l’Itinerarium Antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’altro. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano.[senza fonte] L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo.

Nell’863 (Antonini), 868 (Porfirogenita), i Saraceni occuparono Rivello, Camerota ed Agropoli, che divennero un loro avamposto

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, da p. 129 parlando dei Saraceni in Lucania, in proposito scriveva che: “I Longobardi intanto (per rimetterci in via) tenevano quasi tutta l’Italia, a riserba di quella parte che si è detto, che obbediva agli Imperadori di Oriente (2), quando (3), circa gli anni di Cristo DCCCLXIII. o secondo la più vera opinione, (I) molti anni prima, grandissimo numero di Saraceni (gente che altre volte avendo servito gli Imperadori, si ribellò poi a tempo di Giuliano (2) per difetto di paghe) partito dall’Africa, poco men che tutta la Sicilia oppresse. Da quest’Isola non molto dopo passarono in Calabria, dove con varia fortuna, ora battendo i Greci, ora dai Greci battuti, altri in vari luoghi mediterranei si stabilirono; ed altri verso il mare Interno camminando, quelle terre occuparono, che loro meglio piacquero, o che poterono minor resistenza fare; giacchè dove vi erano Longobardi non era così facile l’espugnazione. Fra’ primi luoghi, che occuparono nella Lucania, furono Rivello, Castel Saraceno, Armento, La Rocchetta, Camerota ed Agropoli.”. Dunque, da ciò che leggiamo, sembrerebbe che l’Antonini, a p. 129 si riferisse ai Longobardi ma egli si riferiva ai Saraceni che, provenienti dalla Sicilia da loro occupata, si erano man mano trasferiti anche nella vicina Calabria, dove, spesso guerreggiarono con i dominatori dell’epoca che erano i Bizantini. Infatti, l’Antonini scrive che “Fra’ primi luoghi, che occuparono nella Lucania, furono Rivello, Castel Saraceno, Armento, La Rocchetta, Camerota ed Agropoli.”. La Calabria era sotto il dominio ed il controllo dei Bizantini. I Saraceni però riuscrirono a crearsi dei loro stabili avamposti a Rivello, a Camerota e ad Agropoli. Dunque, lo stabilimento dei Saraceni a Rivello avvenne in epoca longobarda e Bizantina, e secondo l’opinione di Antonini ciò accadde nell’anno 863 o addirittura molti anni prima. L’Antonini scriveva che ciò accadde in seguito all’occupazione Araba della Sicilia. Mons. Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’. leggonsi le seguenti parole: ‘Inter caetera oppida (parlando dei Saraceni) ‘occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolim, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudies, & Saracenicos mores conservant.’. Dovea forse così Camerota esser uno dè cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua Istoria al ‘num 55.’ scrive essere in Italia in mano dè Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., etc…”. Nel manoscritto del marchese di S. Giovanni (Marcello Bonito ?) è scritto: “Fra le altre città (parlando del dio saraceno) occuparono Camerota sopra il mare in luogo alto e sicuro, e neppure vicino al mare Agropolis, ed i suoi cittadini sono ancora rozzi ai nostri tempi, e conservano i costumi del Saraceni.”:

Antonini, p. 411, su Camerota

(Fig….) Antonini G., La Lucania, Discorsi, vol. I, p. 412

Dunque, secondo l’Antonini, nel manoscritto del Marchese di S. Giovanni Bonito (…), pagina 87 è scritto che: “Inter caetera oppida (parlando de’ Saraceni) occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolin, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudes, & Saracenicos mores conservant” che tradotto e riferendosi ai Saraceni dovrebbe significare: “Tra gli altri paesi occuparono Camerota al di sopra del mare in luogo alto e sicuro, e neppure al mare di Agropolis;…”. Dunque, l’Antonini cita un passo tratto dal manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito”. Si tratta di un manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni. L’Antonini scriveva che questo manoscritto, nel 1745 apparteneva “oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote etc….”. Antonini cita la pagina 87 del manoscritto. Di questo autore e del suo manoscritto ne parla Matteo Camera (….), nella sua “Storia di Amalfi”. Il Camera, a p……. , nella sua nota (2), postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli etc….”: così da un manoscritto di D. Marcello Bonito Marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie)”. Dunque si tratta del Marchese Marcello Bonito. Sul manoscritto di Marcello Bonito (….), il “marchese di San Giovanni”, come lo chiama l’Antonini, ho già scritto. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: “E mentre i capi Longobardi costituiscono dei ducati, che tendono a distaccarsi dalla sfera del potere regio, i Saraceni infestano le coste. Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Quarantesette anni il tempo del malessere. Ecc…”. Forse in questo passaggio il Ciociano trae le notizie dall’Anonimo Salernitano e dalla sua cronaca che cita subito dopo. Sulla notizia che: Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Ecc..”, aveva scritto Antonini, a p. 412 continuando il suo racconto scriveva che: “Doveva forse così Camerota esser uno dei cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua storia al num. 55. scrive esser in Italia in mano de’ Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, ecc..”. Antonini, a p. 412, nella nota (I) postillava: “(I) L’autorità di Porirogenneta non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt’. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1). Ciò non impedì peraltro, secondo ritenne, sulla scorta di un antico manoscritto, l’Antonini, che non fosse non occupata dai saraceni quando nel secolo IX sbarcarono dalla Sicilia occupando più punti del continente. Doveva essere anzi, egli aggiunse, uno dei 150 ‘munita castra’ che Porfirogeneta nella sua Storia al numero 55, scrive essere nel 868 nelle loro mani, luoghi che poi lasciarono dopo la loro strage, nel 915, al Garigliano (2).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Il Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (2) postillava che: “(2) A riprova della loro permanenza a Camerota, con illazione arbitraria, nel manoscritto si afferma che “adhuc ad nostra tempora huius cives et saracenicos mores conservant”. G. Antonini, op. cit., vol. I, pag. 412.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno.”, e poi aggiunge che: “Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Dunque, il Campagna, oltre ad Amantea e Agropoli aggiunge anche Policastro. Orazio Campagna, a p. 77, nella nota (86) postillava: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse in ricordo, venera “Santo Foca”. Orazio Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Nel 965 cadde Rametta, ultima importante testa di ponte del Cristianesimo isolato (85).”. Il Campagna, a p. 77, nella nota (85) postillava: “(85) L’episodio è tristemente ricordato da S. Nilo nel Cod. Cript. β α, XX (395).”.

L’origine di alcuni centri del basso Cilento che la tradizione vuole dovuta alla fuga dei superstiti della distruzione della città di Velia, l’antica Elea che fuggirono nei luoghi interni della Lucania come Rivello

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), (vedi la versione a cura di Visconti), sulla scorta di Pietro Giannone (…), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), sulla scorta di Pietro Giannone (…), a p. 84 (vedi la versione a cura del Visconti), scriveva in proposito di Rivello che: “Infine più a sud si scorge un altro castello antico che si innalza sulla cima di un colle, dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Ecc... Dunque, Mons. Laudisio (…), a p. 29 (v. versione a cura di Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Jann., Historia Civile Neap., tomo I, lib. 4, cap. 4 (P. Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, pp. 331-332: Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine Cosenza con tutte le altre mediterranee furono da’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi etc…”. Ma in questo passaggio il Giannone ci parla dell’epoca Longobarda. Tuttavia, il Laudisio scriveva che a Rivello, i suoi cittadini si vantano di discendere dall’antica città di Velia, però poi aggiunge che: “Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi.”. Dunque, il Laudisio scriveva che, quando nel 915, quando i Saraceni di Camerota e di Agropoli, per ritorsione alla strage del Garigliano e, prima di fuggire in Calabria, incendiarono e distrussero Velia e Policastro, i cittadini di Velia, in fuga andarono a rifugiarsi nel castello Longobardo di Rivello, dove esisteva già dai tempi dei Longobardi del VI secolo, un castra munitissimo e fortificato. Il Laudisio, sempre a p. 84, in proposito aggiungeva che: Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Il Laudisio, a p. 84, aggiunge che: “Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia, e la Sacra Congregazione del Concilio nei suoi decreti emanati il 22 gennaio e il 28 maggio 1746 chiama, pur essa, Rivelia questa città.”. Proseguendo il suo racconto il Laudisio parla di un magnifico ipogeo che si trova come fondamenta della chiesa di S. Nicola di Mira a Rivello. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello posta in una collina. Questa sino all’anno MDLXXXI (2) è stata con una Parrocchia e col Clero di rito Greco; onde malamente scrive l”Abbate Ughellio’ che anche a suo tempo, cioè circa MDCLVI, durasse. Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante..

Antonini, p. 441 su Maratea

L’Antonini, proseguendo il suo racconto sulla visita a Rivello, parla di antiche e numerose rovine tanto da fargli dubitare che l’antica città di Blanda non fosse a Maratea da ubicarsi ma a Rivello. l’Antonini (…), a p. 441, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ne libri dè battezzati della Parocchia di S. Maria del Poggio, dopo il fol. 13, si trova una ricevuta che fa in detto anno il procuratore del Vescovo di Policastro di ducati nove, e tre tareni al Clero di Rivello per otto Preti Greci.”. Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, (nel 1700, dunque, molto prima dell’Antonini e del Laudisio), a p. 6 parlando di Policastro ai tempi dell’antica romana Buxentum (Bussento), a p. 7, in proposito  scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che, Policastro fosse stata edificata per le sue ruine della suddetta Velia; E benché tra l’antichi Scrittori, sia controversia se Policastro sia nella Lucania, o pure ne’ Bruzij, nientedimeno io aderendo all’opinione del sudetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “E’ Policastro città della Lucania, nobile Città, ornata della dignità Ducale, la qual passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus termine della Lucania, così dice Alfonso Bonaccioli nella prima parte della Geografia di Strabone nel lib. 6 e tanto narra Ferdinando Vghelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo dice Virgilio “Portusque require Velinos”. E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”.

Alberti Leandro, p. 198

Alberti Leandro, p. 199

(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199

Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 180 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Il nostro Falcone riferisce che “tuttochè siano trascorsi più di due mila anni, a questi abitatori di Nerulo è rimasta fissa la tradizione continuata e non interrotta, che i fondatori di questa patria furono alcuni fuggitivi o banditi” – che egli suppone provenienti dalla distrutta Velia, ovvero dai Coni, i quali erano pure quivi accasati assieme con gli Enotri. Noi non possiamo andare tanto oltre, poichè, fuori della sufferita ragione filologica, nessuna altra guida abbiamo nel tenebroso cammino circa la fondazione e la denominazione dell’antico Nerulo.”. Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “89. Rivello…..– L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dell’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi: “Iterum. Velia. Renovata. Rivelium Constans. Monumentum.” Nel territorio due fontane, l’una detta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso….. – Rotale della stessa origine che ‘Ruoti’.”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; etc…”.

Nel ‘914, Blanda, secondo il Troyli fu distrutta dai Saraceni

Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “89. Rivello…..– L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dell’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi: “Iterum. Velia. Renovata. Rivelium Constans. Monumentum.” Nel territorio due fontane, l’una detta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso….. – Rotale della stessa origine che ‘Ruoti’.”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; etc…”. L’identificazione di Blanda con il sito di Maratea, fu ripresa nel secolo successivo da Placido Troyli (10), dall’Antonini (27) e più tardi da Domenico Romanelli (25): « Non in altro sito adunque convien riporre Blanda, che a Maratea, un miglio distante dal mare, siccome opinò saggiamente l’Olsteino, esatto dal detto di si degno amico a credere che Maratea fusse l’antica Blanda, non potrà persuadermelo altri, per il motivo di anzi accennato ». Il Romanelli (25) ed il Troyli (10), credono il sito di Blanda sia quello di Maratea, riferendosi alla lettera del papa (11)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile…e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (25-11). Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 9-10 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,….Lo storico Troilo dice che i Saraceni fierissimi nemici dei Cristiani, dopo di aver devastate le marine del regno, distrussero anche nella Lucania, Grumento, Blanda, Tebe, Pandosia nel 914 dell’Era Cristiana. Il coro di Blanda, in legno di noce, venne trasportato a Tortora ove si conservò fino a 28 anni or sono, ma attualmente si trova nel museo di Budapest, come opera preziosa venduta inconsciamente da un incompetente ecclesiastico agli stranieri.…..Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro. …..(scrive a p. 12): Troilo Abate Placido libro 1 pag. 171.”. Il Curzio si riferiva all’opera dell’abate Placido Troyli (….), “Historia generale del Reame di Napoli”, vol. I, parte II, dove a p. 171 ci parla dei popoli Sirini, Orsentani, Sontini e Volcentani e sempre a p. 171 parlando dei popoli “Sirini” egli scriveva che: “..( o Sirino come altri lo chiamano) abitavano e sorsi sovra Lauria, vicino alle foci del Fiume Siri detto in oggi corrottamente ‘Sinno’. Essendo ivi stata anticamente la Terra di Siruci, che in lingua del paese presentemente si addimanda ‘Siluci’. Quale poi distrutta, e gli Abitatori giti ad abitare in Lauria; in Feudo nobile il Luogo si permutò, ed alla mensa vescovile di Policastro si ascrisse.. Dunque, la citazione del Curzio non ha senso perchè il Troyli si riferisce alla distrutta e antica città di Siluci ed a Lauria non alla distruzione dei Saraceni. Il Troyli parla di Blanda a pp. 162 e ssg., ma non dice nulla della distruzione dei Saraceni. Monsignor Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934 scrisse la stessa notizia di Lauria, ed in proposito a p. 11 scriveva che: ‘’Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro.…..(scrive a p. 12): Troilo Abate Placido libro 1 pag. 171.”. L’identificazione di Blanda con il sito di Maratea, fu ripresa nel secolo successivo da Placido Troyli (10), dall’Antonini (27) e più tardi da Domenico Romanelli (25): « Non in altro sito adunque convien riporre Blanda, che a Maratea, un miglio distante dal mare, siccome opinò saggiamente l’Olsteino, esatto dal detto di si degno amico a credere che Maratea fusse l’antica Blanda, non potrà persuadermelo altri, per il motivo di anzi accennato ». Il Romanelli (25) ed il Troyli (10), credono il sito di Blanda sia quello di Maratea, riferendosi alla lettera del papa (11)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile…e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (25-11).

Nel 1577, Leandro Alberti voleva che Policastro avesse origine da Velia

Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 345, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (82) ripete dall’Antonini che Policastro, nel Medioevo nota come ‘Paleocastrum, Policastrum, Pollicastrum, è sita su una collina bagnata dal mare, e che è città vescovile suffraganea di Salerno, dalla quale dista 76 miglia. Respinge l’opinione dell’Ughelli e del di Luccia che “la vogliono figlia dell’antica Velia”, che ubica a Castellammare della Bruca; riporta il brano di Goffredo Malaterra (83) sulla distruzione da parte di Guglielmo il Guiscardo e dice che il vescovo e i canonici se ne vanno a maggio a Torre Orsaia, tornandovi a dicembre. Ecc…”. Ebner, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. VII, p. 224 parlando di Policastro, scriveva: “L’Abate ‘Ferdinando Ughelli’ e, poi il dott. Pietro Marcellino di Luccia, la vogliono figlia dell’antica Velia (2); ma figlia di Velia è certamente Castellammare della Bruca (3), posto in dubbio, non senza meraviglia dall’Egizio, nella lettera diretta all’Abbate Langhet colla quale gli va correggendo gli errori presi nella sua geografia toccante il nostro Regno”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi il suo articolo, t. 3, pag. 302.”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi la sua scrittura intitolata: L’Abadia di S. Gio a Piro, stampata in Roma nel 1700, in 4 pag. 4 seg.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita alla sa. maestà ……Trattato historico-legale etc…”, nel 1700, a p. 7, in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che Policastro fosse stata edificata per le ruine della suddetta Velia; E benchè trà l’antichi Scrittori sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, o pure ne Brutij, nientedimeno io adherendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: ‘E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania’, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone lib. 6 e tanto narra Ferdinando Ughelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’. Ecc…”. Dunque, Pietro Marcellino di Luccia scriveva che Leandro Alberti (…..), nella sua “Descrittione di tutta l’Italia & Isole pertinenti ad essa”, del 1577, parlando di Policastro scriveva che vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia”e che scriveva anche che: E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania”. Sempre su Policastro, il Di Luccia scrive che ne aveva parlato anche il Burdonio (….), il quale, nella sua “Italia” scriveva che Policastro essere vicino Palinuro”. Il Di Luccia, a p. 7 aggiunge pure che: E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’.”. Il Di Luccia citava pure il Burdonio (….). Questo autore non sono riuscito a capire chi fosse. E’ citato anche da Ottavio Beltrano (….), nella sua “Breve descrizione del Regno di Napoli”, a p. 251 dove parla di Policastro ed anche da altri autori. Il Di Luccia cita anche l’Abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra”.

Di Luccia, p. 7 su Policastro

Reliquie di santi e di martiri nel basso Cilento

Nicola Maria Laudisio (…), nella sua Sinossi della Diocesi di Policastro”, (si veda edizione curata da GG. Visconti), a pp. 98-99, in proposito scriveva che: “Oltre le sacre reliquie che in tutta la diocesi sono venerate anche come le insegne della diocesi stessa, a Lagonegro è pure venerata con grande pietà una delle spine della corona di Cristo e preso i frati minori cappuccini di S. Maria degli Angeli il corpo di S. Placido martire; inoltre il sacro corpo di Celestino martire, di cui abbiamo già parlato, è conservato nella chiesa parrocchiale ed è esposto alla venerazione dei fedeli proprio come il corpo del già citato S. Giocondo martire coservato nella cattedrale di Policastro. Ma anche altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Flelice, S. Teodoro e S. Donato.”. Il Laudisio, a p. 45, scriveva pure che: “I corpi di queste sette santi ‘sono sepolti in pace, e i loro nomi vivranno in eterno; agli occhi degli stolti parve che essi morissero, ma essi, sono nella pace'”. Infatti, il Laudisio (v. versione a cura del Visconti), a p. 45, in proposito scriveva che: “Septem corpora Sanctorum ‘in pace sepulta sunt, et vivent nomina eorum in aeternum; visi sunt oculis insipientium mori, illi autem sunt in pace (154).”. Il Laudisio, a p. 45, nella nota (154) postillava che: “(154) ‘Sapient.’, 3, 2, 3 (Visi sunt oculis insipientium mori’, et aestimata est afflictio exitus illorum. Et quod a nobis est iter, exterminium; ‘illi autem sunt in pace’.”. Il Laudisio, a p. 45, postillava “Sapient.”. Sui martiri e le reliquie, il Laudisio (….), a p. 100, ci dice che: “Anche a Lauria c’era un’abbazia benedetina, quella di S. Filippo; ma, essendo nei secoli scorsi andato in rovina il monastero, è divenuta di patronato regio sin dal 1400. Ne rimane soltanto la cappella, ma è ora priva di beni, e la reliquia del Santo è stata portata nella chiesa di S. Giacomo della stessa città di Lauria.”. Il Visconti nella versione curata della Sinossi del Laudisio, nell’Indice dei nomi, a pp. 138-139, in proposito scriveva: “Regione, località del basso Cilento, 71: reliquie: di S. Nicola nella Chiesa Madre di Rivello, 84; di S. Giocondo nella cattedrale di Policastro, 93, 98; di S. Celestino nella Chiesa madre di Lagonegro, 93, 98; una delle spine della corona di Cristo a Lagonegro, 98; di S. Placido nella Chiesa di S. Maria degli Angeli dei frati Minori Capuccini di Lagonegro, 98; di S. Mansueto nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello, 98; di S. Felice nella Chiesa di Tortorella, 98-99; di S. Teodoro nella chiesa di Sicilì, 99; di S. Donato nella chiesa di Torre Orsaia, 99; di S. Filippo nella chiesa di S. Giacomo a Lauria, 100.”. Infatti, il Laudisio, a p. 93, in proposito scriveva che: “Lo stesso vescovo Ludovici ottenne dalla Santa Sede il santo corpo del martire Giocondo che stava nelle catacombe, ed ora queste sacre reliquie, coperte da una veste mirabilmente ricamata in oro, sono venerate nella Cattedrale. La sedonda domenica dopo Pasqua si celebra la festa di questo santo a cui accorre un gran numero di abitanti dei paesi vicini. Portò con sé da Roma anche un altro corpo di un santo martire, chiuso in una teca munita di sigilli che ne attestavano l’autenticità, e che donò al clero di Lagonegro. Il 26 luglio 1819 nella Chiesa Madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo del reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora pro-vicario generale ed ora degnissimo vicario dell’abbazia nullius* di S. Pietro di Licusati. Nella teca fu trovato ed uffcicialmente riconosciuto il corpo di S. Celestino martire, e a parte, in una ampolla di vetro, rappreso, il suo sacro sangue. Le ossa di questo sacro corpo furono subito offerte alla venerazione dei fedeli e ancora oggi non sono state anatomicamente ricomposte.”. Il Laudisio, a p. 84, in proposito scriveva che: “Sotto l’edificio della Chiesa Madre, di cui abbiamo già fatto cenno, vi è un ipogeo davvero meraviglioso sorretto, con una magnifica realizzazione architettonica, da due ordini di diciotto colonne ciascuno. Nell’ipogeo si innalza un altare consacrato a S. Nicola di Mira, patrono della città, e alla destra dell’altare vi è sulla parete, a testimonianza perenne per i posteri, una lapide, con la data 8 ottobre 1752, che tramanda che in quell’ipogeo parecchie volte è sgorgato da ogni parte quell’umore soprannaturale che ogni giorno sgorga dalle ossa del Santo nella basilica di Bari (6); perciò il clero ed il popolo, dopo aver raccolto il denaro, hanno ornato più splendidamente di prima l’ipogeo che, già da tempo consacrato a S. Nicola strenuo difensore della fede (7), era poi caduto in uno stato di squallore e di abbandono. Questo attesta don Nicola Woli, avvocato del foro ecclesiastico di Napoli e in quel tempo prefetto dell’Urbe. Infine, nell’ipogeo è conservata una reliquia autentica del Santo. Una fonte d’acqua non molto distante oggi comunemente fontana dei Longobardi, mentre un’altra, posta sul declivio su cui s’innalza l’abitato, è invece chiamata da tutti fontana dei Greci in base ad un’antica tradizione. “. Il Laudisio, a p. 84, nella nota (6) postillava: “(6) E’ un liquido oleoso, detto “manna di S. Nicola”, che quotidianamente emana dalle ossa del Santo conservate nella basilica di Bari (n.d.T.).”. Il Laudisio, a p. 84, nella nota (7) postillava: “(7) L’Autore allude probabilmente alla leggenda secondo la quae, nel Concilio di Nicea del 325 d.C., S. Nicola avrebbe schiaffeggiato l’eretico Ario (n.d.T.).”.

A Rivello, il corpo di S. Mansueto venerato nella chiesa di S. Maria del Poggio

Il vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi etc..’ a p. 101 (vedi versione del Visconti) in proposito scriveva che: “Ma anche in altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Felice, S. Teodoro e S. Donato.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II del “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento” a p. 611 e s. in proposito scriveva che: Il Laudisio (2) ricorda Sicili solo perchè la sua chiesa conservava il corpo di S. Teodoro.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Antonini, op. cit., I, p. 59 sgg.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (2) postillava che: “(2)  Laudisio cit., p. 45: “Turturellae S. Felicis, Siculis S. Theodori, Turris Ursaya S. Donati Martyrum, ex catacumbis in ecclesiis respective parochialibus pie venerantur.””.

Nel VII-VIII sec. d.C., i Longobardi a Rivello ed il castello della Motta

Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 188-189 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Nessuna traccia troviamo, nella nostra città, del dominio dei Longobardi, i quali in molti paesi ebbero stabile sede ed imperio. Nel vicino Comune di Rivello i Longobardi occuparono la parte superiore attorno al Castello, detto tuttora Motta – nome che nel Medio Evo era dato ad ogni fortezza – mentre contemporaneamente i Greci occupavano il rione inferiore; ed è strano che i due popoli, differenti di razza, d’indole, di tradizioni, di linguaggio e d’istinti, abbiano potuto così vivere a contatto, benchè in continuo antagonismo fra di loro. Colà tutt’ora si conservano queste tradizioni, come permangono i nomi di piazza e di fontana dei Longobardi, nonchè d’altra parte piazza e fontana dei Greci.. Da Wikipedia leggiamo che  resistono ancora nella toponomastica (“Fonte dei Lombardi” e “Piazza dei Greci”), riferimenti alle due etnie contrapposte, che diedero vita alla città: longobardi, sicuramente stanziatisi a seguito delle invasioni barbariche, e greci, probabilmente provenienti, a seguito della sua distruzione da parte dei Saraceni, dalla vicina Velia da cui si dice derivi il nome moderno (Rivello ovvero Re-Velia). Difatti, il motto del comune recita ancor oggi “Iterum Velia renovata Revellum” (Una volta Velia, rinnovata in Rivello). Un’altra probabile origine etimologica del nome, va ricercata in una formazione del tipo iterativo “Re + Vallare” cioè fortificare di nuovo, da cui un latino tardo Revallo; dall’analogia con “ripa”, “riva” (che darebbe la forma intermedia Rivallo) potrebbe aver portato, per metafonia A>E, alla forma Rivello. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), (vedi la versione a cura di Visconti), sulla scorta di Pietro Giannone (…), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Dunque, Mons. Laudisio (…), a p. 29 (v. versione a cura di Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Jann., Historia Civile Neap., tomo I, lib. 4, cap. 4 (P. Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, pp. 331-332: Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine Cosenza con tutte le altre mediterranee furono da’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi etc…”. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), sulla scorta di Pietro Giannone (….), riferendosi alle città di Velia e di Rivello, cita alcune notizie riguardo la dominazione bizantina e poi Longobarda e, in proposito scriveva che: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati.”. Ma in questo passaggio il Giannone ci parla dell’epoca Longobarda. Tuttavia, il Laudisio scriveva che a Rivello, i suoi cittadini si vantano di discendere dall’antica città di Velia, però poi aggiunge che: “Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi.”. Secondo il Laudisio, gli abitanti dell’antica città di Velia, posta sul promontorio di Palinuro, a seguito della sua distruzione avvenuta nell’anno 915 ad opera dei Saraceni, si rifugiarono nel castello longobardo di Rivello, dove vi fondarono la nuova Revelia. Il Laudisio (…), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), credeva l’antica città di Velia, sorta sul promontorio di Palinuro (forse confondendola con l’antica città della Molpa). Secondo il Laudisio (…), dopo la distruzione saracena dell’anno 915 (anno che cita pure il Volpe (…)), gli abitanti superstiti di Velia (Molpa?), si rifugiarono nel castello di Rivello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi”. Dunque, secondo il Laudisio, il castello di Rivello, fu fortificato nel VI secolo dai Longobardi al tempo di Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. La notizia di un castello fortificato dai Longobardi nel VI secolo, è di enorme importanza per queste terre. Ricordiamo tutte le notizie che abbiamo intorno al VI secolo e la nascita di alcuni enclavi cattolici, come Paestum, Velia e Buxentum. Dal punto di vista strettamente storiografico, la prima notizia di un’origine Eleatica dell’antica Rivello, non viene solo dal Laudisio (…) che, oltre a trarla dagli antichi documenti esistenti nella stessa sua Diocesi, l’aveva presa da Scipione Mazzella Napolitano e dallo stesso Antonini (…), che parlarono pure della ‘Lucania’. Scipione Mazzella Napolitano (…), ed il suo ‘Descrizione del Regno di Napoli’, edito nel 1601, a p. 124, descriveva del promontorio di Palinuro e poi a p. 130, in proposito alla voce ‘Riviello’, scriveva che: “fuochi 546”. Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino nello spazio ora franato i parte, che si estende da Castelnuovo sulle coste di S. Brancato fino al Torbido eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata. Gli abitanti di essa si rifugiarono sul castello che chiamarono Lauro per la gran quantità di lauro che vegetava sulle pendici del medesimo, fortificandolo alla meglio sebbene fosse per se stesso fortificato dall’inaccessibile roccia su cui l’eressero. Questo castello fu così detto fino a che si formò il principato di Salerno, come risulta dalla carta geografica della dominazione Longobarda. In seguito, per distinguerlo dall’altro Lauro che trovasi in provincia di Avellino e che anche faceva parte del principato di Salerno, lo chiamarono Laurum Iriae, come Saponara Grumenti, per ricordare ai posteri l’antica origine, senonchè il nome Iraiae venne incorporato a Lauro e si formò una sola parola Lauria. Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro. Etc..”. Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 64-65, in proposito scriveva che: “53. Lagonegro. Un tempo fu creduto che l’antico Nerulun fosse a Lagonegro, onde la vecchia opinione che questo nome derivasse direttamente da quello. Ma ragioni di distanze itinerarie sospingendo il posto di Nerulum assai più lontano dall’odierno Lagonegro, è forza ritenere questo nome di origine relativamente moderne. A due miglia, o poco più dal paese è un lago perenne di una ceta estensione: non è impossibile che la zona di terra, su cui ebbe oriine il paese, fosse stata un latifondo, una massa, un dominio feudale, di un gasindo longobardo o franco, o normanno, e che avesse tolto il suo complessivo nome dal lago. Un’antica tradizione paesana ricorderebbe un lago o stagno non lontano dal castello che è a cavaliere della città; e il lago, dalle ombre degli abeti che li circondavano, prendeva la qualifica di nero. Ma la topografia attuale del castello non consente alla tradizione.”. Non si capisce bene se la tradizine si riferisca al Lago Sirino o al Lago Laudemio o al Lago Remmo, non molto distanti dal monteSirino e da Lagonegro. Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “89. Rivello. – Si trova nel m. e anche ‘riballus’ per ‘rivellus, rivulus,’. Ma più probabilmente è derivato da ‘racina’ (fr. rovine), racinello, ravello; e “ravina” è identico a Gravina. I Gravi o Gravine indicano, in certi dialetti, luoghi scoscesi e dirupati; e ‘grava’, medievale, è dal tedesco ‘graven’, ‘fodere’. Mutazione dell’a in i, per distinguerla da Ravello sulla costa di Amalfi.  – L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dell’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi: “Iterum. Velia. Renovata. Rivelium Constans. Monumentum.” Nel territorio due fontane, l’una detta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso….. – Rotale della stessa origine che ‘Ruoti’.”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……Nel suo territorio si scavano molto antichi ruderi ed anticaglie varie, onde è tenuto paese antico, succeduto secondo taluni a Velia, quindi detto Ri-vello, quasi Rivelia; altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; M.G. Racioppi mette Cesariana nel sito della ‘civitas’. Si conserva ancora nelle sue vicinanze un antico tempietto od eroo, e vi si veggono le vestigia di un anfiteatro. Fu uno dei molti paesi del regno occupati dai Saraceni nel corso del nono secolo.”. Da Wikipedia leggiamo che le origini di Rivello si fanno risalire all’Alto Medioevo; tuttavia, i numerosi reperti archeologici (rinvenuti nella contrada detta, appunto, “Città”) fanno supporre che Rivello sia l’erede della città lucana – esistente già dal periodo preromano – di Sirinos. Notoria è la divisione, a partire dal medioevo, della città in due distinti quartieri, quello superiore, i cui abitanti, detti bardàv’ti, erano legati uno alla chiesa di rito latino (San Nicola di Bari) e quello inferiore, i cui abitanti, bardàsci, erano fautori della parrocchia di rito greco (Santa Maria del Poggio). Resistono ancora nella toponomastica (“Fonte dei Lombardi” e “Piazza dei Greci”), riferimenti alle due etnie contrapposte, che diedero vita alla città: longobardi, sicuramente stanziatisi a seguito delle invasioni barbariche, e greci, probabilmente provenienti, a seguito della sua distruzione da parte dei Saraceni, dalla vicina Velia da cui si dice derivi il nome moderno (Rivello ovvero Re-Velia). Difatti, il motto del comune recita ancor oggi “Iterum Velia renovata Revellum” (Una volta Velia, rinnovata in Rivello). Un’altra probabile origine etimologica del nome, va ricercata in una formazione del tipo iterativo “Re + Vallare” cioè fortificare di nuovo, da cui un latino tardo Revallo; dall’analogia con “ripa”, “riva” (che darebbe la forma intermedia Rivallo) potrebbe aver portato, per metafonia A>E, alla forma Rivello. Da Wikipedia leggiamo che San Costantino è una frazione del Comune di Rivello. Situata in collina ad un’altitudine media di 400 m. s. l. m., la frazione comprende, sul versante orientale, anche il rione Medichetta dal quale è separata da un lungo e profondo canale che, partendo da un’altitudine di 613 m. s. l. m. al bivio del Palazzo, ne delimita la parte sud-orientale e raggiunge la costa tirrenica dell’abitato di Sapri. La particolare posizione geografica consente un’ampia veduta del golfo di Policastro. San Costantino ha una popolazione di circa 150 abitanti, distribuita in diversi rioni (Ariola, Vallinoto, Girone, Roccazzo, Carpineta, San Giuseppe, Timpone, Calanghe, Palazzo, Medichetta); il nucleo abitativo più compatto è formato da diversi palazzi signorili, edificati nella prima metà del secolo scorso grazie soprattutto alle rimesse degli emigrati del Brasile, dell’Argentina, del Venezuela e della Spagna. Circondato da boschi e in posizione baricentrica rispetto al golfo di Policastro e al massiccio del Sirino e del monte Coccovello.

Nel X secolo, Rivello e la sua chiesa di rito greco

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 parlando dei monaci e delle famiglie calabresi trasferitisi in alcuni paesi nostri ai tempi del Guiscardo, in proposito scriveva pure che: Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio, a p. 17 (vedi versione a cura del Visconti), nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ughel.,  cit., loc., tomo 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: “Dioecesis Polycastrensis (….) quatuor et viginti oppidis continetur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archiepresbyter Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra sive etc…”, vol. VII, ed. Coleti, a p. 542 parlando della “Dioecesis Polycastrensis”, in proposito scriveva che: “Dioecesis Polycastrensis (….) quatuor et viginti oppidis continetur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archiepresbyter Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat….”, che tradotto significa che: “La Diocesi di Policastro (…) è composta da ventiquattro comuni, di cui due primari, Lauria con collegiata (…), l’altro è Rivellus con due parrocchie. amministrare i riti con il clero, secondo l’usanza della loro nazione etc…”. Gaetano Porfirio (…), che nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 538, sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del coevo Laudisio (…),  nel 1848, parlando della ‘Diocesi di ‘Policastro’, scriveva che: “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, cacciate dal duca Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (1), immigrarono nella nostra diocesi, un asilo cercando nella badia di S. Giovanni a Piro, ed in quella di S. Cono di Camerota. Da quì l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”. Dunque, anche il sacerdote Gaetano Porfirio, sulla scorta del Laudisio scriveva che: “Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”.

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(…) Gaetano Porfirio (…), p. 538, col. sn e dx

Gaetano Porfirio (…), nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 539, in proposito scriveva che: “…pure la Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini di Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello e Battaglia, non chè le già mentovate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima di poi divenne di patronato e collazione regia….Nè men degna di ricordanza è quella benedetina di S. Pietro di Licosato, da papa Pio VI unita alla basilica vaticana; con giurisdizione ordinaria, quasi episcopale, e con proprio territorio (2). Ed abbenchè, per ragion di unione avvenuta dopo il concilio di Trento, il vescovo di Policastro non possa accedere alla visita delle parrocchie, pure il vicario dell’abbazia non può istituire concorso di parrocchie senza l’intervento di quegli esaminatori che sono stati adoperati nel concilio sinodale di Policastro (3), e di riceversi dal vescovo suddettosì gli oli santi come gli esemplari della bolla della crociata (3), per apostolico indulto di papa Pio VI agli abitanti di questo regno per la prima volta concessa. Dopo il detto fin quì (il tutto che si è venuto fatto di raccogliere sulla Chiesa policastrense) chiuderemo questo articolo notando i luoghi su i quali si estende la giurisdizione episcopale. Essi sono: ‘Acqua della Vena’, Bosco, Battaglia, Camerota, Capitello, Celle, Casaletto, Lentiscosa, Lauria, Latronico, Lagonegro, Morigerati, Poderia, Policastro, Roccagloriosa, Rocchetta, Rivello, Spani Sicilì, Sapri, S. Costantino, S. Cristoforo, Santa Marina, S. Giovanni a Piro, Torre Orsaia, Trecchiena, Torraca, Tortorella, Vibonati'”. Il Porfirio (…) a p. 539, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Concilio Tridentino, Sessione 24, Capitolo 18, ‘de Reformat’.”. Il Porfirio (…) a p. 539, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ex Bull., 21 novem. anno 1777.”.

Porfirio, p. 539 (in D'Avino)

(Fig…) Porfirio G., op. cit., p. 539

Giovanni Cappelletti (…), nel suo ‘Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 367-377, dove ci parla della Diocesi di Policastro. Il Cappelletti, a p. 375, continuando il suo racconto sulla Diocesi di Policastro, ci parla della chiesa greca di Rivello e scriveva che: “Noterò da ultimo, che circa il IX secolo fu introdotto in Rivello, città di questa diocesi, il rito greco. Ivi anzi sorsero due insigni collegiate: una di santa Maria del Poggio, numerosa di clero greco e presieduta da un arciprete, e l’altra di san Nicolò uffiziata da clero latino. Nei primi tempi i parrochi dei due riti vivevano in buona armonia tra loro. I greci, non avendo vescovo del loro rito, ricevevano le sacre ordinazioni dal diocesano. Ma nei primi anni del secolo XVI il rito greco andò in decadenza per le molestie, che gli ecclesiastici ne soffrivano dai latini; cosicchè andando in lungo di troppo questo disordine, i greci nel 1572 domandarono di passare al rito latino. Ecc... I due studiosi Natella e Peduto (…), in un loro pregevole studio “Pixous-Policastro”, a p. 508, in proposito, scrivevano che: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (61), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (62).. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (61), postillavano che: (61) G. Cappelletti, Le Chiese d’Italia, ecc.., op. cit., pp. 367-377.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (62), postillavano che: “(62) S. Borsari, Monasteri Bizantini nell’Italia Meridionale Longobarda, p. 2.”.

Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola

Germano Giovannelli (…), a pp. 137-138, parlando del viaggio di S. Nilo, nel basso Cilento, nella sua nota (25), postillava che: “L’itinerario, che tenne in questo viaggio fu, grosso modo, probabilmente, il seguente: Partito dal Mercurio, seguendo il corso del fiume “Mercure-Lao e passando per Papasidero, sboccò alla spiaggia di Scalea. Di qui costeggiando il mare, risalì per Maratea e Sapri fino a Camerota. E lasciato il mare sulla sua sinistra, s’internò per la via di Celle di Bulgheria-Rocca Gloriosa, raggiungendo S. Mauro-La Bruca, ed infine il monastero di S. Nazario, (Gay, op. cit., p. 270).”. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” (‘I monaci greci in Calabria ecc..’, v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), citava Francois Lenormant (…) che, nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, ha scritto sui monasteri italo-greci sorti sulle nostre terre. Il Lenormant (…), anche sulla scorta del Racioppi (…), a p. 346, vol. I, scriveva che: “……………………”.

Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102, ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Si tratta dell’opera agiografica del biografo di S. Nilo che racconta la ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata da vari autori tra cui Germano Giovannelli (…), nel………., nel suo ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Storico Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955). Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata.

Gaetano Porfirio (…), che nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 538, sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del coevo Laudisio (…),  nel 1848, parlando della ‘Diocesi di ‘Policastro’, scriveva che: “…tori Leone Isaurico e Costantino Capronimo, acerrimi distruttori di immagini, non poche furono le violenze che quivi si perpetrarono, delle quali non ultima al certo fu quella con cui Anastasio patriarca greco, all’ombra degli imperiali favori, moltissime Chiese della Lucania alla sua cattedra aggregò con invereconda prepotenza e detestabile ambizione. Con tutto ciò, e non ostante fondazione di due abbazie, addimandata una S. Cono di Camerota, e l’altra di S. Giovanni a Piro (‘ab Epyro’), levatevi dà Calogeri orientali, quivi dalla persecuzione cacciati, pure dalla Chiesa bussentina, lungi dal piegarsi al greco rito, si tenne mai sempre ferma nella sua sede di Roma (3). Ma non ebbero qui termine i duri travagli in chè traboccò l’infelice regione Lucana. Leone detto il sapiente (a. 887) confermò l’atto di violenza, nel secolo anteriore dal patriarca Anastasio consumato, e fece che le chiese strappate alla devozione di Roma alla costantinopolitana sede fosse in perpetua soggette.”. Il Porfirio (…), a p. 538, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Anast. Bibl. in papa Paulo, apud Bern. hist.haer. tom. 2. seculo 8, pag. 399.”. Il Porfirio (…), nella sua nota (3), si riferiva al testo di Anastasii Bibliotecarii che si trova in Domenico Bernino (…), nel suo ‘Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino’, del  1709. Il Porfirio, scrive nel tomo II, secolo VIII, p. 399. Si veda Papa Paolo I, vol. II, secolo VIII, p. 188 e s. (si veda p. 191).

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A Rivello, il corpo di S. Mansueto venerato nella chiesa di S. Maria del Poggio

Il vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi etc..’ a p. 101 (vedi versione del Visconti) in proposito scriveva che: “Ma anche in altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Felice, S. Teodoro e S. Donato.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II del “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento” a p. 611 e s. in proposito scriveva che: Il Laudisio (2) ricorda Sicili solo perchè la sua chiesa conservava il corpo di S. Teodoro.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Antonini, op. cit., I, p. 59 sgg.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (2) postillava che: “(2)  Laudisio cit., p. 45: “Turturellae S. Felicis, Siculis S. Theodori, Turris Ursaya S. Donati Martyrum, ex catacumbis in ecclesiis respective parochialibus pie venerantur.””.

L’indagine glottologica, conferma la presenza di monasteri italo-greci nell’area

Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…qui non voglio omettere, che nella ‘Paleocastren Dioceseos Historico-Chronologica Synopsis, etc., Napoli, 1833 (a p. 111) si legge che “una turba di Greci pervenne nella diocesi di Policastro, espulsa che fu dal Duca Guiscardo (?), dalla Calabria e dall’Apulia….Erano di quelle greche famiglie, che fondarono i villaggi di Battaglia,  “e Morigerati: altre emigrarono a Li-Bonati: altre a Cammarota e a Rivello.” L”espulsione del Guiscardo e l’epoca è per me dubbia: ma la testimonianza in genere è pregevole. Il rito greco durò a lungo tempo nella chiesa di questi luoghi, e “nell’Archivio della cattedrale di Policastro si conservano diversi Registri di dimissione rilasciate dal vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco, e specialmente due del 1592 ed una del 1608″ (Volpe, Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132).”. Giuseppe Volpi (…) in proposito dice che “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpi (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes).  Il Volpi (…), ci parla della notizia citata dal Racioppi, quando a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Lo sviluppo storico-culturale del Cilento coincide in effetti largamente con quello del territorio confinante a sud. Entrambi furono nell’antichità sede di colonie greche. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Il nome della località S. Giovanni a Piro con il suo ex monastero basiliano ‘Abbatia S. Ioannis ab Epiro (…………………………….) mostra ancora oggi nel suo secondo nome chiare tracce di questo influsso del monachesimo greco (13). Anche nel toponimo ‘Metuoju’ (presso Roccagloriosa), che risale al bizantino ……………. “cortile del monastero”, c’è una reminescenza del monachesimo greco. Ancora nell’XI e XII sec. i documenti di questo monastero sono redatti prevalentemente in lingua greca (14). Va ricordato inoltre che il rito greco in alcuni centri del Cilento (tra cui Castellabate, Pisciotta e Roccagloriosa) ha resistito molto a lungo alla chiesa romana (15). Il rito greco è attestato molto a lungo a Cuccaro (fino al 1493), Camerota (1551 circa) e Morigerati (a. 1608) (16). Anche il toponimo ‘Papajanni’ (presso Roccagloriosa) e il cognome ‘Papaleo’ (per es. a Camerota) sono legati ai riti greci. I due nomi rimandano chiaramente al periodo in cui in queste località il religioso (bizantino ………..) aveva cura della vita spirituale della comunità.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) In Laudisius, ecc.. a p. 34 si legge “…””. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Il Rohlfs, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100. Il Gaetani (22), sempre nel suo saggio sul manoscritto del Mannelli (…), a pp. 24-25, riporta il passo del Mannelli, quando l’Agostiniano analizza la notizia tratta dal libro III, Cap. VIII del Malaterra (…), in cui si parla degli Africani che distruggono la città calabrese di Nicotera: “Africani Saraceni e familia Regis Punicis ex ejus edicto navibus per naves Piratarum more vela ventis committentes maritima litora versus Siciliam, et Calabriam insidiatum vadunt; sique Junio mense in vigilia B. Petri apud Nicotrum ecc..”. 

Nel 1079, ‘Revelia’ fra le trenta parrocchie nella ‘Bolla di Alfano I’

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(Fig….) Pag. n. 1 della lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I (Bolla di Alfano I), datata anno 1079 (…), copia originale conservata all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro Bussentino, su gentile concessione di Don Pietro Scapolatempo Bibliotecario (Archivio Attanasio)

La seconda ricostituzione della sede Episcopale Bussentina, la Diocesi di Bussento (Buxentum), nel XI secolo (vacante) che, proprio in quel periodo muta il suo nome in ‘Paleocastrenses’, e l’antico documento (…), la nota lettera pastorale, ‘Bolla‘, datata all’Ottobre 1079, l’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, in cui si elencavano le trenta parrocchie, della restaurata sede Episcopale Bussentina “quae modo Paleocastrensis dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”. Il documento (…) che quì abbiamo esaminato, risale al secolo XI ed è interessantissimo per la toponomastica dei nostri luoghi, in quanto, esso è uno dei più antichi documenti in nostro possesso. In esso vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. Il Cappelli (25), riguardo la copia della Pastorale di Alfano I (…), parlando della ‘Fortezza del Mercurio’ in un atto di donazione di Ugo d’Avena alla Badia di Cava dei Tirreni (…), così scriveva in proposito: mentre invece essa non comparisce tra i luoghi elencati in una scorretta e forse carta del 1079, riguardande la giurisdizione della Diocesi di Policastro; carta che pure menziona, oltre vari abitati del Cilento, della Basilicata e della Calabria attuali, tutti quelli che, a quanto possiamo giudicare dai documenti della fine del secolo decimoterzo, sorgono nel medioevo lungo la valle del Lao, dalle sorgenti alla foce. Questa omissione, che si aggiunge agli altri motivi che fanno fortemente dubitare dell’autenticità del documento, mi pare basti a provarlo senz’altro falso ed attribuirlo ad un’epoca posteriore a quella in cui l’abitato di Mercurio ecc..”. L’antica pergamena, oltre ad essere una testimonianza dell’esistenza dei centri che vi si elencano, è anche un’interessante fonte per la toponomastica dei luoghi. Tra le località ed i toponimi (nomi dei luoghi) elencate nell’antichissima pergamena (…), si citavano quelli di: Fujenti (Mingardo o Rofrano in origine), Castrum (Roccagloriosa), Laeta (Aieta), Castellum de Mandelmo (Castello di Licusati), Languenum (Laino borgo), Porto o Portu (Sapri), Turraca o Turracca (Torraca), Ulia (Lauria), Vimanellum (Viggianello), Abbatemarcu (Abbatemarco fiume) Mercuri (fiume affl. Lao), Triclina (Trecchina), Revelia (Rivello), ecc..

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(Fig….) Le trenta parrocchie che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…).

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(Fig….) I toponimi che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…). L’immagine è tratta dal Tancredi (…).

L’Abbazia minore basiliana di San Giovanni Battista a Rivello posta sotto la giurisdizione di S. Giovanni a Piro

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nel suo ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, ristampato a cura del Visconti (…), riferendosi al periodo che seguì la conquista normanna delle nostre terre e delle distruzioni di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo, a p. 73 (vedi versione del Visconti) scriveva in proposito: “Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50). Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ne rimanevano sino a poco tempo fa solo i pubblici oratori aperti a tutti, e che oggi sono ridotti quasi a un mucchio di rovine, invece i beni di queste due abbazie furono assegnate alla Chiesa Madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa. (51)”. Dunque, il Laudisio scriveva che “Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro”. Il Laudisio scriveva che a Camerota e a Rivello vi erano due abbazie minori di basiliani. Quali erano queste due abbazie poste una a Camerota e l’altra a Rivello. Il Laudisio scriveva che a Camerota quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ecc..”. Dunque, da come leggiamo, secondo il Laudisio l’abbazia minore basiliana a Rivello deve essere “….e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ecc..”. Dunque, secondo il Laudisio (….), a Rivello vi era un’abbazia minore basialiana dal titolo di S. Giovanni Battista. Sempre secondo il Laudisio l’abbazia minore di basiliani dal titolo di S. Giovanni Battista era stata posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro.”. Non è proprio così come vedremo. A Rivello vi era un antico monastero che poi diventerà grangia dell’antico monastero di S. Giovanni a Piro e che quindi dipenderà dall’archimandrita del monastero o Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro. Si tratta del monastero di S. Pietro a Rivello. Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), scriveva che a Camerota vi era l’Abbazia minore basiliana, l’Abbazia di S. Pietro che dipendeva dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, di cui ci siamo occupati nel nostro saggio ivi pubblicato su “I possedimeni di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo”. Il Laudisio, alla sua nota (50) a p. 17 postillava che: “(50) Ughel., cit. loc., tom. 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: Diocesesis Polycastrensis (…) quatuor et viginti oppidis continentur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archipresbyer Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).” e, il Visconti, nella sua nota (50), aggiungeva pure che: (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”. Dunque, il Visconti, nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (50) postillava e citava l’‘Italia Sacra’ di Ferdinando Ughelli, II° ed., ed. Coleti, tomo VII, p. 542. Il Laudisio (…), nella sua nota (50), a p. si riferiva alla seconda edizione, edizione Coleti, 1721,  vol. VII, dell’‘Italia Sacra’ di Ughelli (…), che a p. 542, ci parla dei Vescovi della Diocesi di Policastro “Episcopi Polycastrensi”. Ma di queste citazioni e autori parlerò in seguito. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento cita i: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”Domenico Martire (…), dopo aver parlato dei Monasteri soggetti al monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (…), citava ben due monasteri a Rivello: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano, donata dal Re Ruggero al Monastero di Grotta Ferrata, con le seguenti Grangie, come dirassi nella Vita di S. Nilo di Rossano: 7. S. Pietro di Rivello.”. Dunque, secondo Domenico Martire, la grangia dipendente dall’Abbazia di S. Maria di Rofrano, a Rofrano, era il monatero di S. Pietro di Rivello. Il Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero fol. 3. fa menzione di altri Monasteri, chiamati Badie, unite dal Papa Clemento 8° alla basilica, cioè: ecc..”. La studiosa Wilma Fittipaldi (…), nel suo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, nel suo capitolo 8, “La Regione monastica del Monte Bulgheria”, sebbene accenni ad un monastero di ….

La chiesa ed i monasteri italo-greci a Rivello

Nel 1982, Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, in proposito a Rivello, a p. 205, scriveva che: “Nel corso del XIII secolo, la contea di Lauria, unita o autonoma da Capaccio, comprendeva i territori di Scalea, Verbicaro, Orsomarso, Laino, Castelluccio, Trecchina, Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello (29)”. Il Campagna, a p. 205, nella sua nota (29), postillava che: “(29) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, p. 222.”. Infatti il Pesce (…), forse anche sulla scorta del Racioppi (…), a p. 222, scriveva della Contea di Lauria, e di notizie tratte dal Giustiniani (…), circa la terra vicina di Lagonegro, posseduta dalla famiglia Sanseverino, nel 1463, quando Vincislao, ammogliò la figlia, dandogli in dote la contea di Lauria, consistente anche in Rivello. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102, ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel vol. II, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “qui non voglio omettere, che nella ‘Paleocastren Dioceseos Historico-Chronologica Synopsis, etc., Napoli, 1833 (a p. 111) si legge che “una turba di Greci pervenne nella diocesi di Policastro, espulsa che fu dal Duca Guiscardo (?), dalla Calabria e dall’Apulia….Erano di quelle greche famiglie, che fondarono i villaggi di Battaglia,  “e Morigerati: altre emigrarono a Li-Bonati: altre a Cammarota e a Rivello.” L”espulsione del Guiscardo e l’epoca è per me dubbia: ma la testimonianza in genere è pregevole. Il rito greco durò a lungo tempo nella chiesa di questi luoghi, ecc..”. I due studiosi Natella e Peduto (…), in un loro pregevole studio “Pyxous-Policastro”, a p. 508, in proposito, scrivevano che: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (61), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (62).. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (61), postillavano che: (61) G. Cappelletti, Le Chiese d’Italia, ecc.., op. cit., pp. 367-377.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (62), postillavano che: “(62) S. Borsari, Monasteri Bizantini nell’Italia Meridionale Longobarda, p. 2.”. I due studiosi si riferivano a Giovanni Cappelletti (…), nel suo ‘Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 367-377, dove ci parla della Diocesi di Policastro. I due studiosi Natella e Peduto (…), in un loro pregevole studio “Pyxous-Policastro”, a p. 508, in proposito, scrivevano che: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (61), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (62).. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (61), postillavano che: (61) G. Cappelletti, Le Chiese d’Italia, ecc.., op. cit., pp. 367-377.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (62), postillavano che: “(62) S. Borsari, Monasteri Bizantini nell’Italia Meridionale Longobarda, p. 2.”. I due studiosi si riferivano a Giovanni Cappelletti (…), nel suo ‘Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 367-377, dove ci parla della Diocesi di Policastro. Il Cappelletti (…), a p. 375, continuando il suo racconto sulla Diocesi di Policastro, ci parla della chiesa greca di Rivello e scriveva che: “Noterò da ultimo, che circa il IX secolo fu introdotto in Rivello, città di questa diocesi, il rito greco. Ivi anzi sorsero due insigni collegiate: una di santa Maria del Poggio, numerosa di clero greco e presieduta da un arciprete, e l’altra di san Nicolò uffiziata da clero latino.”. Come giustamente ritenevano il Natella ed il Peduto, ”il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense” (…). Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco” (…).

Il monastero italo-greco di San Gaudioso a Rivello, grangia dipendenza dell’Abbazia di San Giovanni a Piro

Il sacerdote Rocco Gaetani (….), sulla scorta del Laudisio (….), a p. 152 parlando di S. Fantino morto a Tessalonica, in proposito così scriveva che: “Nè incuria degli uomini, nè l’audacia del tempo sono giunte a distrugere le robuste pareti della sua Chiesa fabbricata in mezzo a una vasta tenuta, la quale vi signoreggiava sontuosamente. La ricca Grancia di San Fantino a Torraca con le Grance di San Benedetto a Policastro, di San Gaudioso a Rivello, di San Nicola in Maratea, di San Costantino a Trecchina, di San Pietro in Maiera, di San Nicola in Grisolia appartennero alla doviziosa e antica Abbadia dè monaci Basiliani (43) di San Giovanni a Piro, che ebbe vicende or prospere or infauste, fino a che Sisto V nel 1587, con speciale bolla, l’unì ed incorporò alla insigne cappella del Santo Presepe eretta dentro la grande basilica di Santa Maria Maggiore (2). L’Abbadia Basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina, com’oggi si osserva involta di erbe e roveti. Tolgo da importante documento del 1695, la descrizione del tempietto e dei limiti delle sue larghe e molte possessioni. La Venerabile Cappella di S. Fantino dimostra magnificenza ecc…”. Dunque, è proprio in questo passo che il Gaetani si richiama all’“importante documeno del 1695”. Dunque, il Gaetani parlando dell’Abbazia italo-greca di S. Giovanni a Piro dice che essa possedeva il Monastero o la Grancia di San Gaudioso a Rivello. Biagio Cappelli (…), citava anche Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti,…”:

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(Figg…) Martire D. (…), pp. 150-151

Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, secondo Domenico Martire, la grangia dipendente dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro, a Rivello, era il monatero di S. Gaudioso. Il Martire (…), nel suddetto elenco, aggiunge che vi erano: “11. Monastero di S. Giovanni a Pera, con le seguenti Grangie unita alla Basilica del Presepio di Roma: 15. S. Gaudioso a Rivello.”. Il Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero fol. 3. fa menzione di altri Monasteri, chiamati Badie, unite dal Papa Clemento 8° alla basilica, cioè: ecc…”. Il Martire (…), prendeva queste notizie da Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo Trattato Historico-Legale sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Infatti, anche Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 305, in proposito all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, scriveva che: “il cenobio di S. Giovanni da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, …..di S. Gaudioso di Rivello ecc…”. Anche il Cappelli (…), le notizie sull’antica Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, le traeva dal ‘Trattato Historico-legale di Pietro Marcellino Di Luccia (…), che scrisse nel 1700. Il Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, ecc..”:

Di Luccia, p....(Fig…) Di Luccia (…), p. 3

La studiosa Wilma Fittipaldi (…), nel suo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, nel suo capitolo 8, “La Regione monastica del Monte Bulgheria”, sebbene accenni ad un monastero di ….

Nel 1131, la Terra di “Rebellum” posseduta dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano e poi da quella di Grottaferrata nel Tuscolano

Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parla di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a p. 442, così parlava di Rivello, scrivendo che avesse visto tantissime ruine e resti di edifici, in proposito scriveva che: “Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potes’essere stata l’antica Blanda.”. Su Rivello, l’Antonini, continuando il suo racconto scriveva che: “Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Soffermiamoci sul passo dell’Antonini, dove a proposito di Rivello, ci parla della carta di Re Ruggero II d’Altavilla, del 1131, a cui ho dedicato il saggio: “Il Crisobollo di Re Ruggero II del 1131”, ivi pubblicato nel mese di Aprile 2018. In questa antichissima pergamena datata anno 1131, il nome di Rivello appare col toponimo di ‘Rebellum’, forse perchè, come scrive l’Antonini, si riferisse alla ribellione del suo concittadino, il Conte Guglielmo di Rivello, su cui indagheremo meglio. Secondo l’antico documento Normanno del 1131, re Ruggero II, confermò alla terra di Rofrano ed alla sua Abbazia (o a quella di Tuscolo), i precedenti privilegi dei suoi parenti Normanni, gli Altavilla. L’Antonini (….), parlando di Rofrano, citava l’antichissimo documento Normanno che la Follieri (…), chiamerà “Crisobollo” di Re Ruggero II. L’Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, dell’antichissimo documento Normanno e, in proposito scriveva che: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovini ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (I), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monistero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.. L’Antonini (…), a p. 388, della sua ‘Lucania’ (si veda la prima edizione del 1745), in proposito scriveva che: “confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini (…), nella sua nota (I), postillava che: (I) A tempo di Guglielmo il Buono l’Abate di Rofrano era anche il padrone di Casella, vedendosi dal Registro pubblicato dal P. Borrelli, che per essa, e per Rofrano offrì nella seconda spedizione di Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Poi nell’altra nota, l’Antonini, disserta sulla datazione dell’antico documento. Pietro Ebner (…), a proposito del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, dell’aprile 1131, scriveva in proposito: Prime notizie sicure al diploma di Re Ruggero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè del 1131, IX indizione (5) – che fu pubblicato dal Ronsini (5), “Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata (Ebner si riferisce al codice Cryptense Z δ XII), il re confermava all’abate Leonzio di quel cenobio (“tibi onorando religioso domino Leonzio, abbati sanctae Dei genitricis Criptae Ferrate ad nos profecto, ac supplicante (…) ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri, cum omnibus granciis, villis et pertinentiis suis”), le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc..dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (…). Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Germano Giovanelli (…), nel suo  ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, del 1955, a p. 133 (vedi ristampa), ci parlava del ‘Crisobollo di Re Ruggero’, a cui ho dedicato ivi un mio saggio. L’elenco o inventario dei beni, è di estremo interesse per le nostre terre e per i possedimenti che in esso vengono elencati, per la toponomastica dei luoghi. Dal privilegio del Re Ruggero II, e dalla Platea dei beni, il ‘Regestum Bessarionis’,  apprendiamo che l’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, aveva possedimenti e tenute e grange disseminate sul nostro territorio. Risultano monasteri, Abbazie e grange a Salerno e Benevento, a Policastro, a Rofrano, a Laurito, a Diano, a Sassano, a Montesano, nel tenimento di Campora, nel tenimento di Rivello, a Scalea e a Sanza. Enrica Follieri (…), scrive che nell’antico documento illustrato in Figg…..: Aggiunge, per precisare l’estensione del feudo, un dettagliato περιορισμδς (restrizione) dei terreni appartenenti alla chiesa di Rofrano, nonchè l’elenco delle nove grange (…) e delle abitazioni civili (…) di sua proprietà, per lo più collocate nel Cilento. Concede inoltre alla chiesa e al monastero il diritto di asilo e di giurisdizione criminale. La ‘sanctio’ minaccia ‘l’indignatio’ del sovrano, e fissa la pena pecuniaria in mille once d’oro, da versare per metà al monastero, per metà all’erario regio. Segue l’indicazione della data (aprile, ind. IX, a.m. 6639) e la ‘subscriptio grossioribus litteris’ (come nota il transunto del 1465), la cui versione è ‘Rogerius Pius et Potens in Christo Deo Rex et Christianorum adiutor’.”. Il Giovannelli (…), fa notare che nell’antico documento dell’anno 1131, è citata la “Grangia di S. Pietro in terra di Rivello”. In questo antichissimo documento, vengono elencate i beni e le proprietà confermare da Re Ruggiero II d’Altavilla, all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. I beni che vengono confermati all’Abbate Leonzio, sono quelli che il monastero o Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, già possedeva. Fra i beni posseduti dal monastero di Rofrano, vi era anche la grangia di S. Pietro in terra di Rivello:

Crisobollo 1

(Fig….)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 89v del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata.

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(Figg…..) ‘Crisobollo di Ruggero II’, dell’Aprile 1131 (…), pubblicato dal Ronsini (…), nell’appendice al suo testo: ‘Documento A’, p. 69 e s.

Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, continuando il suo racconto sulla Platea del Bessarione in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda le grange dell’Italia meridionale, non è inutile ricordare che esse entrarono presto a far parte del patrimonio della Badia  e furono incrementate nel 1131 quando la Badia ottenne da Ruggero II il baronato di Rofrano (110). Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111). Queste grange fanno capo quasi tutte a monasteri basiliani: quello di….ecc….quello di Santa Maria ‘de Vitis’ nel territorio di Laurino che nell’ottobre del 1443 venne concesso in enfiteusi a tal ‘Jacobo Rivellense’ di Montesano (c. 58r9); quello di San Pietro di Thimusso in Montesano, che pure nell’ottobre del 1443 venne locato ad un tal ‘Petro Revellense’ (c. 60r). Ecc..”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (111) postillava che: “(111) Nel mese di ottobre del 1426, come viene ricordato nella ‘Platea’, c. 56r, ‘ivit personaliter'”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “(25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, risulta costituito da un insieme di beni dotato di una notevole continuità, la cui origine si può ricostruire attraverso la documentazione del regno di Sicilia a partire almeno dal XII secolo. Situati nel Cilento sono i territori di Laurino con il ‘monasterium sive grangia’ di Santa Maria de Vita, di Diano con la chiesa di San Zaccaria (Sassano), di Montesano con la chiesa di San Pietro al Tamusso, di Campora con la chiesa di Sant’Angelo, di Policastro con la chiesa di San Matteo e infine di Sanza con la chiesa di Santa Maria di Siripi (tutti in provincia di Salerno). Tra il Cilento e la Lucania si localizza invece la grangia di San Pietro in territorio di Rivello (oggi in provincia di Potenza), mentre nella Calabria settentrionale è Scalea con la chiesa di San Nicola di Siracusa (oggi in provincia di Cosenza). La grancia di San Nicola si trova invece a Benevento (1). Del feudo facevano parte anche alcune case di Salerno, ubicate presso la Porta Nova e presso la Giudaica, poste quindi sotto la giurisdizione dell’abate di Rofrano. Queste ultime sono documentate sin dal X secolo, in quanto localizzate nella “Judaica, tra il muro e il muricino” (2). Il feudo, confermato nel 1131 dal re Ruggero II all’abbazia di Grottaferrata, andava ad arricchire un complesso patrimoniale già attestato nel 1116. L’accrescimento dei beni in Italia meridionale, in seguito alla donazione di Ruggero II, seguirà un andamento a macchia di leopardo fino a Salerno (3). Rofrano. Anche la storia civile ed ecclesiatica di Rofrano si identifica con la storia della badia, della quale i normanni furono investiti per circa quattrocento anni. Quando, nell’aprile del 1131, il re Ruggero II di Sicilia concedeva a Leonzio, l’abate basiliano che si era appositamente recato a Palermo, la badia e il feudo di Rofrano, tale possesso doveva già figurare fra i beni di Grottaferrata.”. Susanna Passigli a p. 379 nella sua nota (1) postillava che: “(1) La chiesa di S. Nicola di Benevento è ricordata nel privilegio di Innocenzo III (‘Documenta’, 2 c. 41v).”. Susanna Passigli a p. 379 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Marongiu, 1937.”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Follieri 1988, in particolare le pp. 71-81. Il crisobollo elenca puntualmente tutti i beni che poi figureranno nella Platea, con il seguente ordine: “Sancta Maria de Rofrano in partibus Policastri (con elenco di confini), grangia Sancta maria de Vite in tenimento seu territorio Laurini, grangia Sanctae Zaccariae in territori Diani, grangia Sancti Petri de Tomusso in territorio Montis Sani, grangia Sancti Arcangeli in territorio Campore, grangia Sancti Mathei in territorio Policastri, grangia Sancti Petri de Ribelli, grangia Sancta Mariae de Scripti in territorio Sanse”; concludono l’elenco le case presso Porta Nuova e Judaica in Salerno. La studiosa analizza il documento per provarne l’autenticità, anche se con qualche riserva sull’efettivo ruolo di abate ricoperto dal citato Leonzio. Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato. Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo ‘in Calabria’, esentati dalla giurisdizione vescovile, con le loro dipendenze site ‘bisianensis et roscianensis parrochia’, cioè nei territori di Bisignano e Rossano Calabro nella Sila Greca, verso il mare Ionio: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni nella ‘Villa S. Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (ASV, Reg. Lat. 498, c. 196r.).”.

Nel 1253, Guglielmo, Conte di Rivello, al tempo di Corrado di Svevia

Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parla di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a p. 442, continuando il suo racconto su Rivello, a p. 442, nella sua nota (I), posillava in proposito che: “(I) Fu Conte di Rivello Guglielmo, che dopo la morte di Federico II, conosciuto da Corrado, per uomo di gran senno e di consumata prudenza, fu destinato per la riformazione del Regno. Il ‘Collenuccio lo chiama erroneamente Enrico  e nel lib. 4 di sua ‘Storia’, dice che fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”Per i fatti, di cui ha parlato anche l’Antonini a p. 443 della sua ‘Lucania’, prendendo le mosse dal racconto che fece lo storico della fine del ‘600, Pandolfo Collenuccio (…), nel libro IV del suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’, edito nel 1591. Il Colenuccio (…), nel suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’ (ed. del 1613), nel cap. IV, a p. 57 a, parla di ‘Guglielmo, ribelle di Federico II’. Il Collenuccio (…), ci parla del ribelle Guglielmo, Conte di Lauria (dice l’Antonini), che secondo l’Antonini “…fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”. Il Collenuccio, nel cap. IV a p. 57, in proposito alla ‘Congiura di Capaccio’, scriveva di questo Guglielmo: “Capi del trattato erano Pandolfo da Fasanella, & Giacomo da Morra; Compagni nel tradimento erano Tebaldo, Guglielmo, & Francesco da S. Severino, ecc..”. Federico II di Svevia, morì a Ferentino di Puglia, nel 1250. Ma chi era questo Corrado di cui parla l’Antonini, dove dice che egli, dopo la morte di Federico II di Svevia, conosciuto Guglielmo Conte di Rivello, gli lascio la restaurazione del Regno. Il Collenuccio, a p. 60, in proposito scriveva che: “Lasciò erede universale nel Regno di Napoli, et in tutto l’Imperio di Roma, suo figlio Corrado Re d’Alemagna. Ad Enrico, minor figliuolo ancora legittimo, lasciò il Regno di Sicilia: oltra il Faro, il qual però havesse a tenere secondo la volontà di Corrado predetto, et lasciolli centomila once d’oro. ecc…ecc…”. Il Collenuccio (…), a p. 62, in proposito scriveva che: “Avuto adunque Napoli in questo modo Corrado, fu  Re universale del Regno senza alcuna contradittione, et la riformatione di esso, commise ad Enrico, vecchio Conte di Rivello, et il governo di Napoli. Stando adunque in istato pacifico volto ai piaceri, Enrico fanciullo suo fratello, figliuolo della Regina Isabella, partì di Sicilia, à chi Federico l’havea lasciata, per venire a far riverenza al Re. In sua compagnia vi era un Capitano Saracino detto Giovanni Moro, ecc…ecc..”. Dunque, l’Antonini (…), riguardo a Rivello, sulla scorta del Collenuccio, in proposito scrive che Guglielmo, Conte di Rivello, fu conosciuto da Corradino di Svevia, come uomo di gran senno e di consumata prudenza, destinandolo alla riformazione del Regno. L’Antonini (…), scrive pure che il Collenuccio, l’aveva chiamato erroneamente Enrico, il quale (secondo il Collenuccio), era stato uno dei primi a ribellarsi durante la Congiura dei Baroni contro Federico II di Svevia. Intanto l’Antonini, ci parla di Lagonegro, l’antica ‘Nerulo’, ‘Lagonegro e sue montagne’, p. 183, Parte II, Discorso I. Corrado IV di Svevia, alla morte del padre l’Imperatore Federico II, insieme a suo fratello Manfredi, ereditò gran parte dei Regni del padre. La successione al trono del Regno di Sicilia, avvenuta dopo la morte dell’Imperatore Federico II, nel 1250, di cui venne a conoscenza probabilmente in gennaio, procurò a Corrado la successione in tre Regni ma peggiorò anche notevolmente la sua posizione. Corrado, scomunicato dal papa il 13 aprile 1251, decise di partire per l’Italia per trasferire la sua base nel Regno di Sicilia, del quale rivendicava l’eredità. Corrado, per punire la ribellione di Napoli ne trasferì l’Università a Salerno. Corrado, ridusse i diritti di sovranità al fratello Manfredi, restandogli il principato di Taranto e, negò il proprio consenso ad alcuni provvedimenti di governo di Manfredi, in primo luogo i ricchi infeudamenti dei Lancia, suoi parenti per parte di madre. Nell’estate del 1252, Corrado, diede inizio all’offensiva contro i ribelli e, nel 1253, bandì i Lancia dal Regno minacciandoli di punizioni, con la sola esclusione di Bertoldo di Hohenburg, marito di Isotta Lancia. Ricordiamo che, dopo la ‘Congiura di Capaccio’, contro l’Imperatore Federico II di Svevai, e lo sterminio dei Sanseverino – fatto prigioniero ed esule alla corte del Papa, il piccolo Ruggero unico sopravvissuto – Galvano Lancia, fu investito della Contea del Cilento dall’Imperatore Federico II, di cui abbiamo già parlato ivi in un altro saggio dedicato alle nostre terre al tempo di Federico II di Svevia. Corrado IV, morì il 21 maggio 1254, e si disse che fosse stato avvelenato da Manfredi. A quel tempo, scrive Pietro Ebner nel suo ‘Baroni, popoli ecc..’, sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 89), parlandoci di Policastro, in proposito scriveva che: Nel 1254, come vedremo in seguito, vi fu mandato il vescovo salernitano Giovanni Castellomata, che restò a capo della diocesi per un paio di anni, e dopo, per tutto il secolo XIII, si ricordano i nomi di Mario, Fabiano e Bartolomeo. Quest’ultimo è ricordato per l’anno 1278, e dopo di lui, fino al 1358, non si hanno documenti attestanti che nomine si sian fatte.”. L’Ebner, continuando il suo racconto, sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 274), scriveva che: Il 13 ottobre 1254 Innocenzo IV, da Anagni, ordinò a Guglielmo di S. Eustachio, cardinale diacono e legato del Capitolo di Policastro per la nomina a vescovo di quella diocesi di Giovanni Castellomata medico e canonico salernitano. Nell’informare il cardinale che si attendeva una nomina immediata si augurava che quel canonico, con i suoi amici e parenti, gli fossero utili in un affare impreso a trattare a Salerno.. Nelle sue disposizioni testamentarie, Corrado IV, prima di morire, nominava come proprio successore il figlio Corradino di Svevia, nato in Baviera il 25 marzo 1252 dopo la sua partenza per l’Italia. Il Collenuccio e l’Antonini, si riferivano a Corrado IV, o si riferivano forse a Corradino di Svevia figlio di Corrado IV di Svevia ?. Nell’anno 1266, dopo la morte di Re Manfredi, nel settembre del 1267 discese in Italia il giovane Corradino di Svevia, figlio di Corrado IV e di Elisabetta di Baviera, ultimo degli Hohenstaufen, chiamato dai partigiani dell’Impero. In seguito a lunghe trattative con i papi Urbano IV e Clemente IV, quest’ultimo nel 1265 scelse come nuovo re di Sicilia Carlo I d’Angiò. Il 22 febbraio 1266 Manfredi fu sconfitto e ucciso nella battaglia di Benevento. I suoi sostenitori meridionali si rivolsero quindi a Corradino che decise di scendere in Italia e rivendicare il trono di Sicilia. Accolto trionfalmente a Roma, ma il 23 agosto 1268, presso Scurcula Marsicana (Fucino), Corradino venne sconfitto da re Carlo d’Angiò. Scampato alla battaglia venne poi catturato presso la Torre di Astura e consegnato a Carlo, che lo fece condannare a morte (Napoli, piazza del Mercato, 29 ottobre 1268). In una lettera inviata al giustiziere di Principato e Terra Beneventana nel 1279, Re Carlo I evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, in proposito citava una lettera di Carlo I d’Angiò del 1279 (7). Ebner, in proposito alla citata lettera, postillava nella sua nota (7) e, in proposito scriveva che: “ricorda una pagina minore, ma non meno importante, delle attese che si ripromettevano i partigiani dell’Impero dalla venuta di Corradino di Svevia in Italia.”. Poi l’Ebner, continuando il suo racconto a proposito della lettera di Carlo d’Agiò, scriveva che: “Da questa lettera si apprende di cavalieri con predicato locale, Carlo d’Angiò segnala nella sua lettera che il milite Roberto de Bertanoni, il milite Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Anselmo de Offiza della Terra di Tortorella, al tempo delle ultime irruzioni nemiche nel Regno presero le parti di Corradino. Anzi all’approssimarsi delle galee condotte da Federico Lancia e da Riccardo Filangieri al litorale di Policastro, i predetti si recarono a incontrare il vascello imperiale. Ricevuti i sopravvenuti come capitani, questi furono condotti nel feudo di Tortorella e venne affidato nelle loro mani l’amministrazione e il governo dell’università. Alla venuta di Corradino fecero poi solenni e pubbliche feste. Dopo la sconfitta di Corradino, re Carlo ordinò a Ruggiero Sanseverino, conte di Marsico, di fare arrestare i traditori di Tortorella, i quali si erano già messi in salvo con la fuga. Carlo I d’Angiò, ordinò di distruggere le loro case, svellere le loro vigne, distruggere i raccolti e dare i loro beni in amministrazione, prima ad un certo Arduino, e poi a Giovanni Gallina, i quali se ne erano già impadroniti. Il Re pertanto ordinò al giustiziere di estromettere costoro prendendo in consegna tali beni. Vi è pure notizia che Margherita Guarna, vedova del fu Matteo di Padula, concesse l’annua “previsione” di once XX sui beni del ribelle Giovanni da Procida, in cambio dei casali di Tortorella e di Casalnuovo quae tenebat pro dodario (8). È del 1289 un ordine perentorio di Re Carlo II ai salernitani Riccardo de Ruggiero e Riccardo D’Aiello di recarsi immediatamente, sotto pena di confisca dei loro beni, rispettivamente al castello di Tortorella e a quello di Sanza, di cui erano possessori, per custodirli diligentemente “ne gravetur ab hostibus” (9)”. Ebner, a p. 676, nella sua nota (7), postillava che il documento è “(7) Reg. 33, f. 93 = vol. XX, p. 141, n. 324, a. 1279.”. Sempre l’Ebner, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 1272, XV ind. f. 88 = vol. VIII, p. 163, n. 312.”. Ancora Ebner, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Reg. 46, f. 314 t., 1298, settembre, Napoli = Carucci cit., II, p. 204, n. 97.”.

Tra il 1308-1310, il ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae

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Nicola Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”.

Foglio 250 IN EPISCUPATU POLICASTRENSI (38)

  • Mensa episcopalis policastrensis valet unc. XXV solvit unc. II.
  • Capitolum policastrensie, clerus castri Rocce gloriose, clerus casalis ipsius, clerus Gamarote, clerus castri Turticelle, clerus castri Rivelli, clerus castri Lacinigri, clerus Baccaglione, clerus casalis Bonati abbates omnes subiecti policastrensi episcopo, solverunt unc. III tar. XXV

Foglio 250 (v)

  • Presbiteri et clerus policastrensis ecclesie tar. XII
  • Archidiaconus policastrensis pro bonis, que habet in Rocca gloriosa, que valent unc. II tar. VII, tar. III gr. XV

Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. La Follieri (…), op. cit., a p. 450 inproposito scriveva che: “La chiesa di S. Maria di Rofrano è registrata come grangia del monastero di ‘Gripte Ferrate de Urbe’ ” cum duabus grangiis suis” delle Decime papali degli anni 1308-1310 per le diocesi di Salerno e di Capaccio (100)”. Riguardo la chiesa di Rofrano si veda Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di) (…), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’– Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948. La Follieri (…), nella sua op. cit., a p. 450 nella sua nota (100) postillava: “(100) stessa opera, Città del Vaticano, 1942 (Studi e testi, 97), p. 385, num. 5533; p. 461, num. 6607.”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “(25) Regno di Napoli…Dal 1583 la badia di Rofrano fu annessa alla Diocesi di Capaccio, mentre in precedenza essa aveva fatto parte di quella di Salerno. Ne sono testimonianza le decime versate negli anni 1308-1310 dalla grangia di Santa Maria di Grottaferrata in Rofrano, insieme a quelle richieste alle chiese del ‘castrum Dyani’ (oltre alla chiesa arcipresbiteriale, Sant’Eustachio, Santa Maria de Castro, San Pietro, S. Nicola), a quelle del ‘castrum Montissani’ (San Nicola, Sant’Andrea, Santa Maria de Cadossa), a quelle del ‘castrum Sanso’ (Santa Maria, San Pietro) e a quelle del ‘castrum Laurini’ (Santa Maria, San Pietro, San Matteo, Ognissanti). Il territorio di Campora era compreso nella diocesi di Capaccio, mentre ricadeva in quella di Policastro il ‘castrum Rivelli’ (12). Nel XVIII secolo il patronato delle chiese di Rofrano, Santa Maria di Grottaferrata, San Nicola de Mira, San Giovanni Battista e Santa Maria dei Martiri, fu attribuito al comune stesso, a cura del quale vennero attuati successivi interventi di restauro (13).”. Susanna Passigli a p. 381 nella sua nota (12) postillava che: “(12) ‘Rationes decimarum’ 1939, pp. 383-385, 460-461.”. Susanna Passigli a p. 387 nella sua nota (13) postillava che: “(13) Sulle chiese Ronsini 1873, p. 76 ss.”. Giovanna Falcone (….), nel suo “Le dipendenze dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Regno di Napoli”, in “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica – Inventari a cura di Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone”, edizioni Zaccara, 2017, in “L’Archivio della Grangia di S. Pietro de Tumusso (1131-1728) – Inventario a cura di Giovanna Falcone”, a p. 153, in proposito scriveva che: “I secoli XIII e XIV sono scarsamente documentati. Sono noti i documenti pubblicati da Nicola Barone nel 1905 tratti dai Registri angioini dell’Archivio di Stato di Napoli in cui è manifesta la protezione dei re angioini a favore del monastero di Rofrano contro altri baroni che occupavano con prepotenza alcune grange (208). Nei registri vaticani delle Collettorie risultano, per gli anni 1308-1310, le decime assegnate alla chiesa di Rofrano pari a 40 once: “grangia Gricte Ferrate de Urbe cum duabus grangiis suis”, “valent unc. XL” (209). Non compaiono, invece, le grange indipendenti.”. Falcone, a p. 153, nella nota (208) postillava: “(208) N. Barone, La badia di Grottaferrata sotto la protezione dei re angioini di Napoli, im “Archivio della Società di Storia patria”, XXVII (1905), pp. 217-222.”. Falcone, a p. 154, nella nota (209) postillava che: “(209) Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV. Campania, a cura di M. Inguanez, L. Mattei-Cerasoli, P. Sella, 1942, p. 461”.

Nel 1341 o 1345 (?), la pergamena o istrumento in cui i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati (il Laudisio scrive “di Camerota”) e di S. Giovanni a Piro passano alla chiesa madre di  Rivello

Ferdinando Ughelli parlando della Diocesi di Policastro e delle chiese di rito greco parlava di una pergamena del 1341 conservata presso la chiesa di Rivello. Forse un istrumento o un atto con cui i beni di due importanti abbazie in origine monasteri italo-greci passarono alla Chiesa Madre di Rivello. Si tratta dei monasteri italo-greci di S. Pietro di Licusati e quello di S. Giovanni a Piro. La notizia fu riferita anche dal Laudisio.  Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nel 1831, nel suo ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, ristampato a cura del Visconti (…), riferendosi al periodo che seguì la conquista normanna delle nostre terre e delle distruzioni di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo, a p. 73 (vedi versione del Visconti) scriveva in proposito: “Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50). Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ne rimanevano sino a poco tempo fa solo i pubblici oratori aperti a tutti, e che oggi sono ridotti quasi a un mucchio di rovine, invece i beni di queste due abbazie furono assegnate alla Chiesa Madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa. (51).”. Dunque, il Laudisio scriveva che “Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro”. Il Laudisio scriveva che vi erano due abbazie minori di basiliani: quella di “S. Pietro a Camerota” e quella di Rivello. Dunque, secondo il Laudisio, a Camerota vi era l’abbazia minore dei padri Basiliani detta di “S. Pietro” di Camerota. Mi chiedo se il Laudisio si riferiva ad un’altra abbazia o monastero di S. Pietro “a Camerota”, un ulteriore monastero o abbazia italo-greca a Camerota (oltre a quello di S. Iconio o S. Cono) oppure, il Laudisio si riferiva al monastero italo-greco di S. Pietro di Licusati ponendolo impropriamente a Camerota ?. A questa domanda ha scritto Onofrio Pasanisi (….). Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., ci parla anche dei due monasteri esistenti a Camerota. Il Pasanisi (…), in proposito scriveva che: “Scomparse anche, e da tempo, due antiche badie, detta, l’una di S. Iconio, l’altra S. Pietro, eretta, la prima, in agro di Camerota, la seconda, nei pressi di Licusati, di origine basiliana entrambe. Di esse non esistono che ruderi.”. Proseguendo il suo racconto il Laudisio riporta anche un altra interessante notizia. L’antica abbazia basiliana o italo-greca detta dal Laudisio di “S. Pietro di Camerota”, in epoca Nomanna era stata posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma ecc..” e poi in seguito  I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa.”. Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), scriveva che a Camerota vi era l’Abbazia minore basiliana, l’Abbazia di S. Pietro che dipendeva dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, di cui ci siamo occupati nel nostro saggio ivi pubblicato su “I possedimeni di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo”. Il Laudisio, alla sua nota (50) a p. 17 postillava che: “(50) Ughel., cit. loc., tom. 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: Diocesesis Polycastrensis (…(quatuor et viginti oppidis continentur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archipresbyer Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).” e, il Visconti, nella sua nota (50), aggiungeva pure che: (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”. Dunque, il Visconti, nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (50) postillava e citava l’‘Italia Sacra’ di Ferdinando Ughelli, II° ed., ed. Coleti, tomo VII, p. 542. Il Laudisio (…), nella sua nota (50), a p. si riferiva alla seconda edizione, edizione Coleti, 1721,  vol. VII, dell’‘Italia Sacra’ di Ughelli (…), che a p. 542, ci parla dei Vescovi della Diocesi di Policastro “Episcopi Polycastrensi”:

Ughelli, vol. VII, p. 541-542.PNG

(Fig….) Ferdinando Ughelli (…), ‘Italia Sacra’, I° ed., vol. VII, p. 542

Il Visconti (….), nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (50) a p. 17 postillava e scriveva che l’Ughelli scriveva che: “…..(quatuor et viginti oppidis continentur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archipresbyer Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat….” e, il Visconti, nella sua nota (50), aggiungeva pure che: (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”Dunque, l’abate Ferdinando Ughelli (….), nella sua ‘Italia Sacra‘ parlando dei monasteri e delle chiese della Diocesi di Policastro con rito greco ed amministrate da sacerdoti che seguivano il rito greco scriveva che: “sono contenute nelle ventiquattro città, la principale delle quali due, Lauria On. una Collegiata (…), e le altre due avevano Parrocchia Rivellia, in quella latina della Bibbia archipresbyer, la lingua greca ad altre persone con clericale amministra i loro riti di Nazione ….”. Il Visconti (….), a p. 17, nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (51) (vedi versione del Visconti) postillava che: “(51) Apud card. Sirleti in Bibl. Vat., num. 2101, pag. 177.”. Dunque, il Laudisio per queste notizie intorno alla chiesa madre di Rivello ed i suoi monasteri associati citava il card. Sirleti ovvero il codice Vaticano Latino n. 2101, pag. 177 conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana. Lo storico locale, Biagio Ferrari (…), nel suo ‘Ipotesi etimologiche su Rivello, e sugli altri paesi della Valle del Noce’, edito da Rizieri di Lauria, a p. 15, scriveva che: Dai documenti esistenti nelle due chiese parrocchiali, il più antico è una pergamena del 1345, che trovasi presso la chiesa di S. Nicola, risulta sempre ‘Rivellum’; in un resto di volume indice (mancano gli altri undici volumi), che trovasi presso la Diocesi di Policastro, si legge: “Indic. dei monasteri, e delle chiese, e delle Celle….che si contengono negli undici precedenti volumi – Rivello in Diocesi di Policastro, in Principato citro Pandolfo di Revello è in Palermo, 1089.”. Il Porfirio (…), a p. 539, in proposito scriveva pure che: “La Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini in Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello ecc..”. Il Porfirio (…), parlando della Diocesi di Policastro a p. 538, col. dx, parlando della Diocesi di Policastro, scriveva che: “Non è tanto da passare sotto silenzio, come quivi a questi tempi, esistessero due badie, dette minori, dell’ordine basiliano, uno di S. Pietro e l’altra di S. Giovanbattista; con soggezione la prima all’archimandrita dell’Abbadia di Grotta-Ferrata nel Tuscolano, e la seconda a quello di S. Giovanni a Piro. Poscia, non ne avanzarono che gli oratori, de quali al presente non si veggono che poche vestigia: quanto a’ beni, essi furono devoluti a beneficio della chiesa madre di Rivello, giusta un istrumento in pergamena a gotici caratteri dell’anno 1341, ed un altro del 1685, che nell’archivio della suddetta chiesa tuttora si conservano.  Un così fatto rimescolamento facendo nascere il giusto timore del greco scisma, fu dalla santa sede opporunamente giudicato di permettere che i chierici greci potessero essere agli ordini sacri promossi dal vescovo di Policastro, quantunque di rito latino (3). Così fu preclusa ogni sorta di comunione coll’eresia venuta di Costantinopoli….”. Il Porfirio (…), sulla scorta dell’Ughelli parlando della Diocesi di Policastro a p. 538, col. dx, parlando della Diocesi di Policastro, scriveva che: “….quanto a’ beni, essi furono devoluti a beneficio della chiesa madre di Rivello, giusta un istrumento in pergamena a gotici caratteri dell’anno 1341, ed un altro del 1685, che nell’archivio della suddetta chiesa tuttora si conservano. Ecc..“. Dunque, il Porfirio, sulla scorta dell’Ughelli e del Laudisio scriveva che i beni delle due abbazie minori basiliane di S. Pietro di Licusati e di S. Giovanni a Piro secondo l’istrumento del 1341 (scritto a caratteri gotici) furono assegnate alla chiesa madre di Rivello. Il Porfirio (…), nella sua nota (3), postillava che:  “(3) Apud. Card. Sirleti, in biblioteca Vat. n. 2101, pag. 177.”. Il Porfirio, citava la stessa notizia del Laudisio sul Cardinale Sirleti. Il Laudisio (…), a p. 17 (vedi versione curata dal Visconti), nella sua nota (51), postillava che: “(51) Apud card. Sirleti in Biblioteca Vaticana, num. 2101, pag. 177.”. Secondo il Laudisio, sulla scorta del Cardinale Sirleto o Sirleto (…) e, sulla scorta di due Atti notarili, del 1341 e, l’altro del 1685, che dice conservati nella Chiesa di Rivello, i beni delle due Abbazie di S. Pietro di Licusati (che dice dipendesse dall’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo) ed i beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, “furono assegnati alla chiesa madre di Rivello”. Il Laudisio (…), nella sua nota (51), ed il Porfirio (…), postillavano che la notizia proveniva dal testo del Cardinale Sirleti (…), e rimanda al codice Vaticano 2101, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma. Da Wikipedia leggiamo che il Cardinale Guglielmo i chiamava Sirleto. Guglielmo Sirleto (Guardavalle, 1514 – Roma, 6 ottobre 1585) è stato un cardinale italiano. Il Cardinale Guglielmo Sirleto, il 16 settembre 1566 fu nominato vescovo di S. Marco nella Calabria Citeriore. Trasferito a Squillace il 27 febbraio 1568, governò quel vescovato per mezzo del nipote Marcello sino al 15 aprile 1573, quando vi rinunciò in favore di lui. Nel 1569 fu chiamato a far parte della commissione preposta da Pio V all’edizione della ‘Vulgata’, e cooperò all’edizione della Bibbia greca dei Settanta e alla Poliglotta di Anversa. Il Cervini, divenuto papa, lo nominò custode della Biblioteca Apostolica Vaticana e gli affidò l’educazione dei nipoti. Da custode della biblioteca apostolica, Sirleto compilò uno dei primi cataloghi descrittivi, con un indice descrittivo completo dei manoscritti in lingua greca e portò a termine una nuova edizione della Vulgata. Da custode della biblioteca apostolica, Sirleto (…) compilò uno dei primi cataloghi descrittivi, con un indice descrittivo completo dei manoscritti in lingua greca e portò a termine una nuova edizione della ‘Vulgata’. Presso la Biblioteca Apostolica Vaticana dopo un’iniziale dispersione, è conservata la sua ricca raccolta di manoscritti, e la corrispondenza che il cardinale tenne con i più illustri personaggi del suo tempo. Nelle more della nomina di Cervini a cardinale bibliotecario (28 ottobre 1548), Paolo III affidò la cura della Biblioteca Vaticana al cardinale Bernardino Maffei, il quale incaricò Sirleto del riordino del patrimonio librario, impoverito da furti e prestiti non restituiti, del restauro e dell’inventariazione, mai terminata, dei codici della Biblioteca. Nel contempo egli si prodigò nell’acquisto di manoscritti per Cervini e per la Biblioteca e nell’aiuto a studiosi, quali Pietro Vettori, Gentian Hervet, Nicola Maiorano e altri che a lui ricorrevano in vista della stampa di opere patristiche e bibliche. Inoltre, in assenza di Cervini da Roma curava la formazione dei nipoti Riccardo ed Erennio. Il Cardinale Guglielmo Sirleto (…), sulla scorta del Codice Vat. Lat. 2101, a p. 177, scriveva che: “…………”. Questo codice è intitolato “Aristotelis Ethicorum ad Nicomachum libri X atque Politicorum libri VIII nec non pseudo-Aristotelis Oeconomicorum libri I, III in Latinum sermonem per Leonardum Brunum Aretinum translati. Eiusdem Leonardi commentum in praedictos libros Oeconomicorum. sec. XV” :

Cod. Vat. Lat. 2101

(Fig….) Codice Vaticano Latino 2101, p…..

La notizia dataci dal Laudisio (…), ovvero che i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Camerota, insieme a quelli dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, furono assegnate alla chiesa madre di Rivello (come risulta da un Atto pergamenaceo del 1341), potrebbe essere confermata da ciò che scriveva Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…), a p. 305, parlando del ‘Mercurion’ e riferendosi al cenobio italo-greco di S. Giovanni a Piro scriveva che: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Anche Biagio Cappelli (…), sulla scorta del Di Luccia e del Martire (…), scriveva che dal “Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie” come quella di ‘S. Gaudioso a Rivello’. Dunque il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc..(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Dunque, il Cappelli (…), citava Pietro Marcellino Di Luccia (….), citava Teodoro Minisci (….) e citava  il Martire (…) che, a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè:…”. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”.

Martire D., p. 150

(Figg…) Martire D. (…), pp. 150-151

Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, al n. 31, tra i monasteri della Basilicata è citato un monastero basiliano, che lui chiama “Monastero di S. Pietro di Camerata. Monastero di S. Croce di detta Terra di Camerata”. Ora posto che in Basilicata esistesse un casale detto ‘Camerata’, io credo che il Martire (…), sebbene abbia scritto impropriamente “di detta Terra di Camerata”, riferendosi al casale di Camerota, si riferiva al nostro monastero in origine italo-greco e poi in seguito divenuto benedettino detto di S. Pietro di Licusati. Il Martire (…), cita anche Pietro di Lucca e la suaHistoria del Monastero di S. Giovanni a Pero’. Tuttavia queste notizie andranno ulteriormente indagate. Dunque il Cappelli (…), sulla scorta del Di Luccia (…) e del Martire (…), scriveva che dal “Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie” come quella di ‘S. Gaudioso a Rivello’. La notizia dataci dal Laudisio (…), ovvero che i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Camerota, insieme a quelli dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, furono assegnate alla chiesa madre di Rivello (come risulta da un Atto pergamenaceo del 1341), vengono confermate dunque da Teodoro Minisci (…), che nel suo ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’, ci parla della visita apostolica di Atanasio Calkeopilo ad alcune Abbazie del nostro territorio. Gli Atti delle visite apostoliche di Attanasio, sono state pubblicate nel 1960 dai due studiosi Laurent e Guillou (…). Il Cappelli (…), sulla scorta del Minisci (….), dice che “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie,…Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco (40)”. Dunque, secondo il Cappelli (…) e il Minisci (…), la visita apostolica di Atanasio Calkeopilo, del 1458, interessò anche l’antico monastero basiliano di ‘S. Cono de Camero’ (v. Minisci).

Nel 25 aprile 1346, viene alienato il possesso di Rivello

Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II ed in particolare ai possedimenti dell’Abbazia Tuscolana di Grottaferrata che possedeva Rofrano aggiungeva che: Una prima alienazione di parte dei beni del feudo dovette avvenire nel XIV secolo. Infatti il 25 aprile 1346 l’abate cedette i possessi di Rivello, ad eccezione della chiesa di S. Pietro, in permuta all’arciprete Tommaso Rossani della stessa terra, dal quale ricevette in cambio vigne e terre in località Castel de Paoli, località assai più vicina agli altri possessi della badia di Grottaferrata (9)”. Susanna Passigli a p. 381 nella sua nota (9) postillava che: “(9) ‘Instrumenta, 1, cc. 222r-224v.”.

L’indagine demografica ed i primi censimenti della popolazione in epoca Aragonese

Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino. Il figlio del povero Gaspare, Francesco, che si era schierato apertamente con Alfonso d’Aragona, riuscì a recuperare la maggior parte delle terre tolte dai D’Angiò-Durazzo al padre. Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), che nel 1445 Francesco Sanseverino era duca di Scalea, 3° Conte di Lauria e signore di Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Verbicaro, Trebisacce, Laino, Orsomarso. A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria:

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Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Dunque, secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della conte dei Sanseverino di Lauria. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza.

Liber Focorum ...

(Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova

Sicuramente i 40 fogli manoscritti, conservati a Genova, costituivano il registro generale della Numerazione, mentre tutte le numerazioni comunali sono andate perdute. Queste 40 pagine manoscritte sono state, ignorate per secoli. Solo nel 1979 è stata pubblicata ”La popolazione del Regno di Napoli a metà quattrocento (Studio di un focolario aragonese)” da Giovanna Da Molin, attualmente professore ordinario di Demografia Storica e Sociale e di Storia Moderna nell’Università di Bari mentre un’altra pubblicazione è stata edita nel 1986 “Mezzogiorno e demografia nel secolo XV” di Fausto Cozzetto, attualmente professore associato di Storia Moderna nell’Università di Calabria. Dal momento che per alcune terre sono riportati due dati il primo indicato come “erat” (era), l’altro come “est” (è), sembra che  il documento citi con “erat” i dati del 1443 e con “est” quelli del 1447, periodo in cui regnava a Napoli Alfonso I d’Aragona, detto il Magnanimo, che nel 1443 ordinò che fosse eseguita la prima delle numerazioni dei fuochi. Nel documento sono riportate tutte le Terre (città e casali, anche quelli abbandonati), tutte le province del regno, tutti i feudi con relativi possessori,  le diocesi, le arcidiocesi, il numero dei fuochi e la tassazione. Nel 1975, lo studioso Mario Vassalluzzo (…), sulla scorta di precenti studi del Silvestri (…), pubblicò un interessante saggio  ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, da cui abbiamo tratto alcune interessanti considerazioni. Il Vassalluzzo, scriveva in proposito: “Oggi per nostra fortuna, se siamo in possesso di dati demografici per il sessantennio aragonese e per il primo censimento vicereale, lo dobbiamo alla pazienza e alla solerzia di Alfonso Silvestri (…), il quale raccogliendo in volume le carte risparmiate dalla distruzione che subì l’Archivio di Stato di Napoli nell’ultima guerra, ha messo alla portata di tutti la ‘Numeratio terre Castris Abbatis Casalibus’, dalla quale attingiamo le notizie dei fuochi del periodo Aragonese e del primo censimento vicereale, limitatamente ai Casali dipendenti al Castello dell’Abate, e la ‘Numerazione Rocce Cilenti cum Casalibus’”.

I Quinternioni feudali del Regno di Napoli

(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc…Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc..Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.

Nel 7 settembre 1404, un privilegio a Lagonegro concesso da re Ladislao

Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ notevole, per quanto riguarda la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) il Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa sai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu allora che Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li rinchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure Gaspare, che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati de’ feudi e d’ogni podestà e carica. IV. – Per l’avvenuta morte del tiranno, o meglio per la disgrazia, in cui era incorso verso il Sovrano, l’Università di Lagonegro, che si era serbata fedele alla casa di Durazzo durante le lunghe guerre civili, profittando degli eventi, chiese a Re Ladislao d’essere posta nel Regio Demanio, di dipendere cioè direttamente dalla Corona lungi da ogni dipendenza feudale. In effetti, nel 7 Settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Flacone e da Tortorella: “Sane moti devotis supplicantionibus etc…”…... Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Principato Citra”, a p. 26, nel suo cap. 3, in proposito scriveva che: “Per tutto il trecento Casaletto, casale di Tortorella, rimase probabilmente terra della Baronia di Lauria, sotto la protezione dei Sanseverino, come testimoniano anche in uno strumento notarile rogato in data 26 ottobre 1347 dal Regio Notaro Roberto Lombardo (39). Sul finire del secolo quest’ultimi presero parte allo scontro per la successione al trono del Regno di Napoli tra Luigi II d’Angiò (ramo francese) e Ladislao d’Angiò-Durazzo e che vide, nel 1399, il prevalere di quest’ultimo. Come ricorda Croce “Ladislao abbatté molte case potenti e, tratti seco a Napoli con simulata benevolenza i principali dei Sanseverino, rinnovò su questa famiglia la strage che già ne aveva fatta Federico II, e, strangolati quei prigionieri nel Castelnuovo, ordinò di gittarne i corpi in una chiesetta diruta, dove furono dati in pasto di cani” (40). I Sanseverino, che erano tra i principali esponenti dello schieramento avverso, subirono la dura vendetta del nuovo re, che si concretizzò anche con la confisca, per fellonia, della maggior parte dei feudi, tra cui la Contea di Lauria. Il 2° Conte di Lauria, Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.

Nel 1404, re LADISLAO-DURAZZO fece uccidere alcuni della famiglia Sanseverino confiscandone tutti i beni, tra cui Gaspare Sanseverino Conte di Lauria avendo loro patteggiato per Luigi II d’Angiò

Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, parlando di Diano (Teggiano), ed in particolare di Tommaso II Sanseverino in proposito scriveva che: “Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino nei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a demanio reale.” Nel 1404 vi inviò come castellano Alessandro Lanario, assicura il Mandelli, nella torre che vi aveva fatto costruire poi trasformata da re Ferrante che vi spese 80.000 ducati ecc..”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile.”. Matteo Mazziotti (…), nell’opera citata, a pp. 144-145, in proposito all’epoca della guerra tra Luigi d’Angiò e Ladislao di Durazzo, scriveva che: “All’annunzio della morte di Carlo di Durazzo la fazione Angioina, di cui era a capo Tommaso Sanseverino appartenente al ramo dei conti di Tricarico, usurpò, a nome di Luigi II d’Angiò, che era stato investito del reame di Napoli dall’antipapa Clemente, il titolo di vicerè di Napoli e trase seco contro Ladislao la sua estesa e potente parentela, tra cui i conti di Marsico e baroni di Rocca. Quindi la fiera inimicizia di Ladislao contro tutta la famiglia Sanseverino. Morto intanto nell’ottobre del 1389 il papa Urbano VI Bartolomeo Prignano oriundo di Prignano del quale avrò a parlare trattando di quel casale, e successogli Bonifacio IX, Luigi II d’Angiò venne nel 14 agosto del 1390 con numerosa flotta in Napoli solennemente ricevuto. Ne seguirono le parti, tra gli altri baroni del regno, tutti i Sanseverino con a capo Tommaso dei conti di Tricarico. La regina Maria, madre di Ladislao, convocò a Gaeta i baroni di parte sua e li indusse ad attaccare nelle loro terre i Sanseverino che restarono vittoriosi. Ladislao intanto aiutato dal nuovo papa armò un poderoso esercito e riuscì a riconquistare Napoli e, consolidatosi sul trono, pensò a vendicarsi aspramente dei Sanseverino. Fattine prigionieri in Castelnuovo 11 tra cui i fratelli, Ruggiero conte di Tricarico, Ugo conte di Potenza, Tommaso conte di Montescaglioso col figlio Guglielmo, Venceslao conte di Venosa e di Amalfi con un suo figliolo, Arrigo conte di Terranova ed altri, li fè strangolare e quindi dare in pasto ai cani. Altri Sanseverino, tra cui il conte di Nardò, il conte di Lauria ed il conte di Marsico si salvarono nel castello di Taranto (1) perdendo però tutti i loro feudi.”. Il Mazziotti a p. 145 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania’, pag. 176; Racioppi, op. cit. vol. V, pag. 188.”. Giacomo Racioppi (…) citato dal Mazziotti, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a p. 188 vol. II, scriveva che: “Usa forza e inganni contro i Sanseverino, numerosi quanto potenti. E dice uno storico: (1) “Ne fa cercare quanti ne potè avere (e furono undici) in Castelnuovo, ove gli fa strangolare, e poi gittare, nei fossi di quello, ai cani: tra i quali incarcerati fu Tommaso, conte di Montescaglioso, con Guglielmo suo figliolo; Vincilao, conte di Venosa e di Amalfi, Melito e Belcastro; Arrigo, conte di Terranova; Gaspero, conte di Matera, e Ruggiero conte di Tricarico, primogenito del Duca di Venosa con tre suoi fratelli. Alcuni di questi ultimi furono ritenuti prigioni. Gli altri Sanseverino, il conte di Nardò, il conte di Lauria, il conte di Marsico, fuggendo s salvarono nel Castello di Taranto.” E questa fu la seconda persecuzione dei Sanseverino (conclude lo storico stesso), essendo stata la prima a tempo dei re Svevi. Mandò ad occupare i loro Stati per la Basilicata e per la Calabria; e dove trovò resistenza pose assedio e prese d’assalto.”. Sempre il Racioppi, a p. 188 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nell’anno 1404. Summonte, pag. 535 e con qualche variante dei nomi in altri scrittori. – Conf. Tonsi, ‘Historia Monst. Montiscav.’ 105, e Gatta, Memorie della prov. della lucania, 1732, 176.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto sul casale di Caselle in pittari e riferendosi ad Americo Sanseverino, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco (…) a p. 102 nella sua nota (134) postillava che: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combattè duramente i Sanseverino che gli si erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, di Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco (…) sulla scorta di Ebner cita le stesse notizie nel suo “Il Cervato conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre Comuni (1845-1899)”, che stà nella rivista Euresis’, vol. X, a p. 156 e s., rivista edita dal Liceo T. Cicerone di Sala Consilina, in proposito a p. 159 scriveva che: “La lotta tra durazzeschi ed angioini divampata fra XIV e XV secolo mutò per la prima volta lo stato delle cose. Ladislao di Durazzo, infatti, sottratti ai Sanseverino tutti i loro feudi, progettò una delimitazione dei confini di quelli situati lungo la fascia pedemontana del Cervato (8).”. Il Fusco a p. 159 nella sua nota (8) postillava che: “(8) idem vedi nota 134”. In questa nota (8) però il Fusco postillava di “P. Cantalupo-A. La Greca, Storia delle Terre del Cilento antico, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I, p. 238.”. Il Fusco nel libro su Casaletto nella sua nota 134 postillava  “ivi, p. 59 e nota 8″, ma vi è un errore di stampa in quanto a p. 59 non si parla di quella orrenda strage. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “E’ notevole, per quanto iguara la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia tra i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era a capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa dai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu che allora Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li racchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage,  enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure ‘Gaspare’ che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati dè feudi e d’ogni podestà e carica.”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, Carlo Pesce, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che Ladislao uscì vincitore dalla contesa e prese il Regno di Napoli ed in tale occasione nell’anno 1404 “…. scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie.”, dunque perdonò tutti i Sanseverino che si erano a lui ribellati o che avevano combattuto a favore di Luigi d’Angiò. Il Pesce (…), a p. 209, continuando il suo racconto sulla storia di Lagonegro, pubblicò il testo integrale un prilegio concesso da Re Ladislao alla città di Lagonegro. Il Pesce scrive che il documento è stato smarrito ma fu pubblicata la sua trascrizione integrale dal Falcone (…) e dal Tortorella (…), due studiosi locali del 1800. Si tratta di un documento che porta la data del “7 settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Falcone e da Tortorella: “Sane moti devotis ecc..ecc.”.“.

Nel 3 settembre 1406, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, da re Ladislao d’Angiò-Durazzo

Benedetto (o Betto) de Principato, noto come Betto da Lipari (Lipari, XIV secolo – XV secolo), è stato un nobile, condottiero e ammiraglio italiano, conte di Policastro. Appartenente al ramo siciliano della famiglia dei Principato, fu legato per tutta la vita agli Angiò-Durazzo, sovrani del Regno di Napoli. Il 3 settembre 1406 il Re Ladislao d’Angiò-Durazzo gli donò la Contea di Policastro[1] e dopo la presa di Roma, avvenuta nel 1409, lo creò castellano di Castel Sant’Angelo[2]. Nell’ottobre dello stesso anno Betto si scontrò con Paolo Orsini in Vaticano. Questi passato dalla parte degli angioini contro i Durazzo, nel tentativo di riprendere Roma, attestatosi a Castel del Valca, irruppe in Vaticano con 300 lance e 200 fanti, bruciò la porta dell’ospedale di Santo Spirito e nella battaglia riuscì a catturare alcuni armigeri[3]. Definito dallo storico Angelo di Costanzo «eccellente nelle guerre di mare»[4], il 19 maggio 1411, schierato nell’esercito di Ladislao, prese parte alla fallimentare battaglia di Roccasecca, venendo fatto prigioniero[5]. La battaglia si svolse il 19 maggio lungo le rive del fiume Melfa e durò dai vespri fino a notte fonda[4]. Ladislao fece vestire con vesti reali Sergianni Caracciolo e altri sei condottieri del suo esercito e ciò non bastò a disorientare le truppe nemiche che grazie alle schiere di Muzio Attendolo Sforza riuscirono a compiere un’ampia mossa aggirante e a sopraffarlo[5]. L’esercito di Ladislao fu quindi scompaginato e il sovrano napoletano giunse con altri fuggitivi alle tre di notte a piedi a Roccasecca, dove riuscì a procurarsi alcuni cavalli e a rifugiarsi e barricarsi con essi a Cassino, all’epoca denominata San Germano[6]. I soldati di Luigi catturarono 400 cavalieri nemici, tra cui Angelo Simonetta, Antonio Acquaviva, Ardizzone da Carrara, Baordo Pappacoda, Bartolomeo da Pirano, Betto da Lipari, Braga da Viterbo, Conte da Carrara, Daniele da Castello, Nicola di Vitolo, Nicolò da Celano, Obizzo da Carrara, Ottino Caracciolo, Ottino de Caris, Perdicasso Barile, Pietro “Camiso” Barile, Raimondo Origlia, Restaino Cantelmo e Sergianni Caracciolo, che per riottenere la libertà furono costretti ad autoriscattarsi per alte somme[4]. Liberato dietro riscatto, partecipò all’occupazione dell’Umbria e dello Stato Pontificio, durante la quale vinse con l’ingegno uno scontro militare lanciando sui nemici dei carciofi al posto delle normali munizioni, che erano state esaurite, ragion per cui la sua famiglia in memoria di tale episodio inserì nel proprio stemma tale ortaggio[6]. Era sempre con Ladislao quando questi convalescente fu riportato via mare a Napoli, dove morì quattro giorni dopo il suo arrivo, il 6 agosto 1414. Poco prima di morire, il sovrano aveva affidato a Betto, «suo fidatissimo famigliare»[7], la custodia dei traditori Paolo ed Orso Orsini[8].

1414 –  GIOVANNA II D’ANGIO’-DURAZZO E IL REGNO DI NAPOLI

Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.

Nel 1416, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, Rivello, Lagonegro e Lauria dalla regina Giovanna II di Napoli

Nel 1416 la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo gli concesse i feudi di Lagonegro, Lauria, Rivello e Tortorella e l’anno successivo (1417) lo ammise tra i baroni del suo Consiglio[9]. “Barone ricco”[10], più volte prestò ingenti somme alla Corona. Betto era anche proprietario di galee da guerra, a cui la Regina Giovanna ricorse più volte, come nel 1420, quando dovette fronteggiare il rivale Luigi III d’Angiò-Valois (11). Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 210 e ssg., in proposito scriveva che: “Restò questa volta Lagonegro nel regio demanio dieci anni solamente, poichè, morto Ladislao nel 1414, e succedutagli nel trono di Napoli la sorella Giovanna II, costei, volendo mostrarsi generosa e magnanima, liberò i prigionieri e perdonò e reintegrò tutti i ribelli puniti da Ladislao. Fra questi fuvvi ‘Francesco Sanseverino’, figlio di Gaspare, al quale fu ridonata la Contea di Lauria e con essa l’Utile dominio di Lauria.”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: “Il 2° conte di Lauria Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404. Nel 1416 il feudo di Tortorella, insieme a quello di Rivello e ai castelli di Lagonegro e di Lauria fu venduto dalla regina Giovanna II al fidato conte di Policastro Betto de Principato (41). opo la morte di Betto la contea di Policastro fu ereditata dalla figlia, Polissena de Principato, che sposò il conte di Concurre e Agnate Arteluche d’Alagonia, il quale divenne quindi anche conte di Policastro. Nel 1443, con la caduta della dinastia angioina, il conte di Policastro e la consorte seguirono in esilio il re Roberto d’Angiò. Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino etc….”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federico Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904.”.

Nel 26 ottobre 1422, la regina Giovanna I d’Angiò istituì la commissione davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli per giudicare il Conte di Lauria

Sempre riguardo l’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, popo aver detto del Laudisio (…) e delle notizie intorno a Roberto il Guiscardo, scriveva che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Il Di Luccia (…), postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”Il Laudisio (…), citava il Marino Freccia (…), ovvero il suo: “De subfeudis”, in “dè Origine Baronum”,

Freccia Marino, subfendis, Abbati, foglio (pagina) 26, n. 28

(Fig…) Marini Frecciae, op. cit., p….

Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo commissionò una sua lettera in cui ordinava “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”

Nel 26 agosto 1422, la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo conferma a Policastro diversi privilegi (scrive il Cataldo), mentre il Di Luccia afferma essere un ordinanza per la restituzione dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria

Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, nel Cap. IV, parlando del “III Stato di S. Giovanni a Piro – ove si discorre della sua Spirituale Giurisdizione”, sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, riportava il passo del documento scritto al tempo del Petrucci e scritto dalla Commssione della Regina Giovanna, il 26 agosto 1442 e a p. 76, in proposito scriveva che: “…,  donde poi è venuta la totale perdida della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra, conforme si cava dal tenore delle infrascritt lettere, quando anche si considera che il Vescovo di Policastro incominciò ad usurpare la Giurisdizione Spirituale suddetta in congiuntura, che il Padre Nicola Abbate della nostra Abbadia fù assunto al detto Vescovato, come vuole l’Ughellio nel tomo 7. della sua Italia da noi addotto di sopra e ne prese la cura per l’infermità del Abate suo successore, come si cava da commissione data dalla Regina Giovanna Seconda sotto il 26. Agusto 1422. al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, che così ne parla: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”.

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Di Luccia, p. 77

(Figg…) Di Luccia (…), pp. 75-76-77 e s.

Il Di Luccia (…), a p…. scrive che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, commissionò “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. 77, cita l’antico documento del 26 agosto 1422 con cui la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, ( il Cataldo scrive che con tale documento concedeva dei privilegi alla città di Policastro e scriveva che detto documento era tratto da: “conforme più ampiamente si vede dal fogl. 97. e 98. del Processo del 1567. del S.R.C. per l’atti di Caro più volte da noi addotto.”), mentre il Di Luccia (…), lo riporta scrivendo che con tale documento la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo diede la commissione “al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, ecc…”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. …riporta il documento del 26 agosto del 1442, in cui, la regina Giovanna II d’Angiò Durazzo, scriveva al Giustiziere del Regno che doveva far restituire i frutti ed i benefici della chiesa di Policastro usurpati dal Conte di Lauria. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo. – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”. In questo caso però devo segnalare che sul dattiloscritto del Cataldo a p. 44 vi è un errore di trascrizione in quanto non si tratta di un documento del 26 agosto 1442 ma del 26 agosto 1422. Infatti, sempre il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a pp. 134 e seg. riporta il documento del 26 agosto 1422 e scriveva in proposito: “E) – Privilegi concessi alla Città di Policastro da Giovanna II° d’Angiò – Durazzo, Regina di Napoli nell’anno 1422. – “Joanna Secunda Regina, cum Magnifico Viro Mag.ro Rust.lio Regni nostri Siciliae, eiusque ecc…”, di cui a p. 138, alla fine del documento, il Cataldo scrive che: “Dato nel Borgo di Castiglione di Gaeta per mano del Magnifico Cristoforo Gaetano Soldato Luogotenente e Protonotario del Nostro Regno di Sicilia per mezzo dell’affine Collaterale Consigliere e nostro diletto fedele, l’anno del Signore 1422, il giorno 26 del mese di agosto, 15° indizione, anno nono del nostro regale = Angelillo = Io Annibale De Masto Giudice Archivista Regio sottoscritto.”. Sempre il Cataldo in proposito al documento del 1422 scriveva che: “Questo documento antico del sec. XV contiene i privilegi reali concessi alla Città di Policastro, al Vescovado e alla Chiesa Cattedrale, in grazia dei quali tutti i beni ecclesiastici e loro legittimi possessori andavano difesi dagli abusi, violenze e prepotenze dei vari Conti di questa Città, che ne soffriva da tempo immemorabile. Di questo ufficiale documento furono stese varie copie negli anni e nei secoli successivi, perchè fossero conosciute ed attuate dai Signori feudatari. Fra le più note ricordiamo quella spedita, “da mandato regio”, il 26 febbraio 1547 da Lattanzio Cacciatore di Napoli, dietro intimazione del Reg. Port. Giovanni Battista Castelletto del I° marzo 1547 al M. Marco Antonio Pisciolo, ben ricevuta ed accettata secondo la testimonianza di Girolamo Certa.”. Poi il Cataldo, prosegue il suo racconto sulle cause intentate dal vescovado contro i conti Carafa e di Lauria nel secolo XVI. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Dal Di Luccia (…), inoltre si rileva che, il documento in questione è stato tratto dal Processo di de Caro del 1567 di cui parlo in un altro mio scritto che riguardava i Conti Carafa.

Nel 1430, Benedetto de Principato e Nicola Principato Vescovo di Policastro

Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato (… – …; fl. 1430-1438) è stato un vescovo cattolico italiano della diocesi di Policastro. Fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto de Principato fu vescovo di Policastro dal 1430 al 1438 (12), e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Nicola Principato fu nominato vescovo di Policastro nel 1430. Di lui si sa solo che, con il consenso del capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò l’amministrazione della parrocchia di Santa Barbara di Rivello alla chiesa madre della stessa città (….). Wikipedia nella nota (1) postillava: “(1) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della diocesi di Policastro, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1976, p. 76″. Wikipedia alla nota (12) postillava: “(12) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, p. 76.”. Il sacerdote Giovan Battista Pacichelli (….), , nel 1701, nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che: “Vasta però è la Diocesi, diffusa in 24 Terre, delle quali molto nobile, e illustrata fù dalla Porpora Cardinalizia, in persona della mem. glor. del ‘Cardinal Brancati’, è quella di Lauria, che non invidia qualche Città: alla quale dell’honore segue Rivello, che apre due Parrocchie, l’una di Cerimonie Greche, l’altra di Latine, giunta la mischianza non confusa delle Anime. Vi hanno ancor luogo Badie Concistoriali, dipendenti dalle Basiliche, Vaticana, e di Liberto.”. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro etc…”, a p. 76 (vedi Sinossi a cura di G.G. Visconti), in proposito scriveva che: “XV. Nicola Principato, nominato vescovo di Policastro nel 1430. Questo vescovo, con il consenso del Capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò anche l’amministrazione dell’altra parrocchia dedicata a S. Barbara, pure di Rivello, alla chiesa madre della stessa città.”.

Nel 1443, l’abate Pietro Vitali di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano affitta due grange a Iacobus Revellese

Giovanna Falcone (….), nel suo “Le dipendenze dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Regno di Napoli”, in “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica – Inventari a cura di Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone”, edizioni Zaccara, 2017, in “L’Archivio della Grangia di S. Pietro de Tumusso (1131-1728) – Inventario a cura di Giovanna Falcone”, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “Le grange elencate nel privilegio di Ruggero II sono adesso censite per località, come tutti i beni descritti nel resto della platea: “In civitate Salernitana (….), In civitate Beneventi (….). In civitate Policastri (….). In castro Rofrani (….). In terra Laurini (….), In terra Diani (….). In tenimento Montissani (….). In tenimento Campore (….). In tenimento Rivelli (….). In tenimento Scalee (…..). In tenimento Sanse (….)”(215).”. Falcone, a p. 155, nella nota (215) postillava: “(215) AMNG, Monastero di Santa Maria di Grottaferrata, Platee, 1, c. 56r.-63r. Edizione in ‘Regestum Bessarionis’, cit. pp. 155-158. Osserviamo che, da Rofrano in poi, l’ordine geografico seguito corrisponde a quello del crisobollo, coe si legge nella versione latina del 1465. Da questa osservazione ne deriverebbe che la Platea del Bessarione, o almeno le ultime pagine dedicate ai beni di Rofrano, potrebbe essere stata redatta dopo la traduzione latina del crisobollo, cioè dal 1465 in poi. Tuttavia considerata la conoscenza della lingua greca sia del Bessarione che del suo segretario e vicario Niccolò Perotti, autore della platea, si può anche presumere la loro capacità di tradurre il privilegio greco indipendentemente dalla versione autentica del vescovo Domenico.”. La Falcone, a p. 156, in proposito scriveva pure: “Per alcune di esse Niccolò Perotti annota anche interessanti informazioni risalenti a due abati precedenti, Francesco Mellini e Pietro Vitali che, rispettivamente nel 1426 e nel 1443 si recarono presso quelle dipendenze e rinnovarono i contratti di affitto. In particolare l’abate Pietro affitta le grange di Laurino e Montesano ad una persona di montesano, Iacobus Revellese, con l’incarico di curarle nello spirituale e nel temporale (216).”. Falcone, a p. 156, nella nota (216) postillava: “(216) AMNG, Monastero di Santa Maria di Grottaferrata, Platee, 1, c. 56r.-63r. Edizione in Regestum Bessarionis’, cit., pp. 156-158.”.

Nel 24 dicembre 1461, il monaco fratel Nilo, nominato rettore e governatore di Rofrano dall’abate Pietro Vitali (‘dominus utilis‘ procuratore dell’abbazia di Grottaferrata) risiedeva per lunghi periodi nel monastero di S. Pietro de Tumusso a Montesano

Giovanna Falcone (….), nel suo “Le dipendenze dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Regno di Napoli”, in “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica – Inventari a cura di Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone”, edizioni Zaccara, 2017, in “L’Archivio della Grangia di S. Pietro de Tumusso (1131-1728) – Inventario a cura di Giovanna Falcone”, a pp. 154, in proposito scriveva pure: “La documentazione di fa più cospicua nel sec. XV. Alcuni documenti, in copia semplice coeva, risalgono al 1461 e al 1463 e sono conservati presso l’Archivio Segreto Vaticano (210). Riguardano l’Abate Pietro Vitali, ultimo superiore monastico prima che venisse introdotto a Grottaferrata il regime della commenda (211). L’abate Pietro, in qualità di ‘dominus utilis’ del castello di Rofrano, dopo un periodo di cattiva amministrazione affidata ad un laico, nomina il 24 dicembre 1461 fratel Nilo, monaco professo di Grottaferrata, ‘rectorem et gubernatorem’ del castello affidandogli piena potestà in ‘spiritualibus et temporalibus’ ordinario al giudice ed al sindaco dell’università di Rofrano ed ai procuratori presso tutte le grange di assicurargli la loro obbedienza (212). Seguono due lettere indirizzate all’abate Pietro dal maestro massaro di Rofrano (213), ricevute di denari riscossi da fratel Nilo, quindi istruzioni impartite dal cardinale Bessarione all’arciprete ed ai preti di Rofrano nel maggio 1463.”. Falcone, a p. 154, nella nota (210) postillava: “(210) ASV, Armadio XXXIV, 7, ff. 146r-149v.”. Falcone, a p. 154, nella nota (211) postillava: “(211) M. Mandalari, Pietro Vitali ed un documento inedito riguardante la storia di Roma (secolo XV), 1887. L. Pera, Un patrimonio ricomposto, in Santa Maria di Grottaferrata e il cardinale Bessarione…cit…, pp. 35-39”. Falcone, a p. 154, nella nota (212) postillava: “(212) ASV, Arm. XXXIV, t. 7, c. 146r.”. Falcone, a p. 154, nella nota (213) postillava: “(213) Ibid., ff. 147r e 148r.”. Falcone, a p. 156, in proposito scriveva che: “Ma dopo un periodo di affidamento dei beni a persone del luogo, come attestano i documenti dell’Archivio Vaticano, lo stesso abate Pietro Vitali decise di mantenere all’abbazia la gestione diretta di quelle dipendenze nominando fratel Nilo procuratore ed inviandolo a risiedere presso il monastero di Rofrano. Il cardinale Bessarione……Per Rofrano il 4 settembre 1462 conferma l’amministrazione di fratel Nilo affidandogli la podestà di stitulare contratti, agire in giudizio, compiere tutti gli atti legali ritenuti necessari, in particolare potrà confermare o rimuovere gli ufficiali esistenti, rivedere i conti di tutti coloro che hanno amministrato i beni, in particolare quelli di ‘Giovanni de Ribulutio’, ultimo amministratore (217).”. Falcone, a p. 156, nella nota (217) postillava: “(217) ANMG, Monastero di Santa Maria di Grottaferrata, Instrumenta, 1, cc. 47r-48v. Edizione di G. Falcone, Le abbreviature dei notai Stephanus Thegliatius, Nicolaus Iodici e Iohannes de Heesboem, in Santa Maria di Grottaferrata, cit., p. 166-168. Documento in ‘Atti e carteggio dei procuratori, (1).”. Giovanna Falcone (….), nel suo “Le dipendenze dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Regno di Napoli”, in “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica – Inventari a cura di Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone”, edizioni Zaccara, 2017, in “L’Archivio della Grangia di S. Pietro de Tumusso (1131-1728) – Inventario a cura di Giovanna Falcone”, a p. 161, in proposito scriveva che: “La documentazione prodotta a Montesano dall’amministrazione dei procuratori e pervenuta in possesso dell’abbazia di Grottaferrata subito dopo la vendita dei beni nel 1728, ha richiesto un minuzioso lavoro etc…La prima serie è denominata “Atti e carteggio dei procuratori” e comprende il ricco materiale di carte sciolte formato da atti notarili, scritture contabili etc…a cominciare da fratel Nilo nominato nel lontano 1461 dall’abate Pietro Vitali.”. Falcone, a p. 161, in proposito scriveva pure che: “Come già detto, l’amministrazione delle chiese un tempo dipendenti da S. Maria di Rofrano, risulta affidata dall’abate di Grottaferrata, già nel 1461, ad un monaco procuratore incaricato di curare l’amministrazione economica dei beni e di agire in giudizio, se necessario, inviato a risiedere stabilmente presso quei luoghi, prima a Rofrano poi presso la grangia di S. Pietro del Tumusso nella terra di Montesano, anche per lunghi periodi. I procuratori erano monaci sacerdoti laici. La ricerca di notizie biografiche sugli stessi è stata nella maggior parte dei casi impossibile a causa della esiguità della documentazione riguardante la comunità monastica, soprattutto anteriormente al sec. XVIII. Solo per 12 dei 30 procuratori riscontrati è stato possibile rinvenire notizie o conoscere l’attività, perché titolari di un ufficio nel monastero. In particolare nove di essi avevano rivestito la carica di procuratore o cellerario a Grottaferrata, come attestato nei “Libri dell’introito ed esito” del monastero. I loro nomi sono: Luca Felici, etc…”

Nell’ottobre del 1443, Pietro Vitali, abate di S. Maria di Grottaferrata affittava la grangia del Monastero di S. Pietro de Thimusso “in Tenimento Montissani”

Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 37, in proposito scriveva che: “Pietro Vitali continuò l’opera del Mellini e sembra che anch’egli si recasse nei lontani possedimenti calabresi perchè leggiamo nella ‘Platea’ che l’8 ottobre del 1443 locava il monastero di S. Maria de Vitis nella terra di Laurino e che, nello stesso mese, l’abate affittava alle medesime condizioni la grangia del monastero di S. Pietro de Thimusso “in tenimento Montissani” (14).”. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Per le due notazioni vedi ‘Platea’, c. 58r e c. 60r.”. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (13) postillava che: “(13) ‘Platea’, c. 56r.”. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Per le due notazioni vedi ‘Platea’, c. 58r e c. 60r.”. Infatti Loredana Pera (…),  a p. 57, continuando il suo racconto sulla Platea del Bessarione in proposito scriveva che: “Queste grange fanno capo quasi tutte a monasteri basiliani: quello di S. Nicola a Benevento (112); quello di Santa Maria ‘de Vitis’ nel territorio di Laurino che nell’ottobre del 1443 venne concesso in enfiteusi a tal ‘Jacobo Rivellense’ di Montesano (c. 58r); quello di San Pietro di Thimusso in Montesano, che pure nell’ottobre del 1443 venne locato ad un tal ‘Petro Revellense’ (c. 60r).”. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Per le due notazioni vedi ‘Platea’, c. 58r e c. 60r.”. Loredana Pera (…), nel suo, ‘Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae’, a pp. 156-157 e s. in proposito trascriveva alcune pagine del Codice Z.d.XII, riportava il documento pagina “c. 60r” che: “In tenimento Montissani. Monasterium predictum habet infrascripta bona videlicet monasterium sive grangiam quod vocatur Sanctus Petrus de Thimusso, ordinis Sancti Basilii, cum omnibus iuribus et pertinentiis suis. Anno Domini Mccccxliii de mense octobris, vii indictioe, Petrus abbas locavit dictam grangiam domino Petro Revellense cum eiusdem conditionibus cum quibus supra apparet locatam esse grangiam in terra Laurini.”.

Il Cenobio basiliano di S. Iconio o S. Conore o S. Conone o S. Cono a Camerota

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcuni monasteri italo-greci, sorti nel basso Cilento, come quello di San Conone o San Cono a Camerota.

Urb.gr.82,

(Fig…..) Particolare delle coste meridionali dell’Italia nel Codice Urbinate greco 82, il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (…).

Camerota

Costantino Gatta (…), nella sua ‘Lucania illustrata’ e nell’opera postuma scritta dal figlio ‘Mamorie topografico-storico della Provincia di Lucania’ (vedi ristampa di Forni Editore, Bologna), a p. 292, parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Questa Terra col titolo di Marchesato, si possiede della Famiglia ‘Marchese’, non men Nobile, ed Illustre, che antica, come quella che trae l’origine dà Principi Normanni, (a) dalla qual generosa prosapia, ne fun sorti uomini valorosi, non sol nella condotta delle armi, che per letteratura: frà militari fu celebre ‘Tancredi’, figlio di Gio: ‘Marchese’, per le prodezze praticate nella Guerra Sacra, (b) nè fu minore nella virtù militare ‘Astone marchese’, che sconfisse nella Puglia una schiera di 4000 Saraceni. Ecc..”. Giuseppe Gatta figlio ed anche il padre Costantino Gatta (…), parlando di Camerota, ed io penso sulla scorta del ‘Catalogus Baronum’ (vedi nella nota (a), dove egli postillava (‘Nel Registro della Regia Zecca di Napoli’), citava Tancredi, figlio di Giovanni Marchese, noto per la partecipazione alla I Crociata in Terra Santa. Credo che il Gatta, si riferisca a Tancredi d’Altavilla, nipote di Boemondo I d’Antiochia, che si imbarcarono con un grande esercito per la conquista di Gerusalemme. Chi fosse il Tancredi che il Gatta chiama Giovanni, ne ho parlato nel mio saggio “I Marchisio e i Florio”, ivi pubblicato. Il Gatta (…), ci dà anche un’altra importante notizia sulla Crociata e di personaggi legati a Camerota, quando nella sua nota (b), postillava che: “(b) L’Arcivescovo di Tiro nella Guerra Sacra”. Il Gatta, nella sua nota (b), si riferiva ad una cronaca del tempo scritta dall’Arcivescovo di Tiro (…). Guglielmo Arcivescovo di Tiro ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme’, “Belli sacri historia”, dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562, dove si può leggere dell’origine della famiglia Marchisio e di Tancredi figlio di Emma e di Odo. Guglielmo di Tiro, utilizzò largamente un’altra cronaca del tempo ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, di Alberto di Aix o di Aquisgrana (…). E’ forse da questa opera, da questo ‘Chronicon’ che proviene la notizia secondo cui i Crociati sostavano al monastero di S. Cono di Camerota e al monastero di S. Pietro di Licusati di Camerota, per poi imbarcarsi per la I Crociata organizzata da Boemondo d’Altavilla e Ruggero Borsa, fratellastri e figli di Roberto il Guiscardo, portando con se anche il nipote Tancredi d’Altavilla? O forse la notizia riguardava un’altra Crociata organizzata anni dopo. Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. II, a pp. 580-581 parlando di Camerota scriveva che: “E’ probabile, perciò, che il toponimo “Camerota” sia derivato appunto dalla presenza di tali grotte adibite a camere (‘Kamarotos’ = fatto a volte) e magazzini (2). Il villaggio ubicato su una collina era da tre lati difeso da aspri dirupi. A ovest del castello era il monastero di S. Cono che mostra l’esistenza nel luogo di monaci italo-greci. E’ più che probabile che i primi monaci bizantini giunti nel luogo avessero preso dimora nei diversi ambienti (‘Kamarotos’) delle grotte (I fase, asceteri).”. Ebner, a p. 580, nella sua nota (2) postillava che: “(2) O. Pasanisi (Camerota e i suoi casali, Napoli, 1964, p. 7) lo deriva dagli archi e grotte esistenti sulle pendici rocciose della collina. Il Gatta (cit., p. 292) origina il villaggio da Velia. Guzzo (cit. p. 78) ne colloca l’impianto nel V secolo, a seguito delle incursioni barbariche. Ecc..”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “Ignote ne sono le origini, (greco però è il nome), ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1). Ecc…”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Καμαρωτον, tutto ciò che è fatto ad archi, a volta. Non si esclude, con questo nome, un riferimento alle numerose grotte della contrada. Ecc…”.

La grotta o “chiesa”, anzi ‘cappella‘ di S. Vito a Camerota

La cappella votiva in una grotta a Camerota

Dunque, Ebner, sulla scorta del Pasanisi parlando delle grotte e asceteri a Camerota cita il Pasanisi, il Gatta ed il Guzzo. Ma procediamo per ordine. Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 586 parlando di Camerota scriveva che: “Esiste ancora nel villaggio un muro merlato e i ruderi del castello; più in giù, nella contrada S. Vito dov’era la chiesa di cui alla lettera di papa Giovanni XXI, sono i vasai, ecc…”. Dunque, Ebner scriveva che a Camerota vi era il Castello (il castello marchesale) e poco più giù, nella contrada o rione di S. Vito vi era la “chiesa” di S. Vito di cui alla lettera del papa di cui parlerò in seguito. Ebner scriveva che nel rione di S. Vito a Camerota vi erano diversi artigiani che lavoravano i vasi di terracotta (“vasai”). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 162-163 riferendosi alla lettera o bolla di papa Giovanni XXI, del 1317, in cui si evince di “Matteo di Camerota” (forse un discendente di Florio di Camerota, signore di Corbella) e, Abbate nel 1317 dell’Abbazia benedettina di S. Cono di Camerota che, avrebbe avuto: “…il possesso della chiesa di S. Vito di Camerota (v.) fondata dalla locale università e la cui provvista era pertinenza papale.”. In questo passaggio, Ebner riferisce due notizie interessanti. La prima è quella della bolla papale e di un abbate dell’Abbazia di S. Cono a cui scrisse il pontefice da Avignone, Giovanni XXI, nel secondo anno del suo pontificato e poi l’altra notizia secondo cui la chiesa di S. Vito a Camerota fu fondata dalla Università di Camerota di cui la sua  “provvista era pertinenza papale”.

La “grotta” di San Biagio si nasconde su una maestosa terrazza appoggiata su l’altissima rupe dell’Armu, sottostante l’antica chiesa di rito greco di San Daniele. La cappella rupestre, è particolarmente impressionante e unica dal punto di vista architettonico, perché è scolpita artificialmente dentro un vena di morbido e delicato tufo, rarissimo in questa parte della Campania.

Il dott: Michael Shano, segnalava che:
“Mi fa piacere segnalare un sito archeologico negato a Camerota nel Cilento per il progetto del T.C.I. Diversi studiosi della storia d’arte, competenti per il periodo dell’alto medioevo, affermano che la struttura rappresenta un rarissimo esempio di cappella rupestre Campana. Scolpita con raffinatezza in una vena di tufo, dentro un cubo con 5 nicchie e fuori una facciata decorata in rilievo, la struttura potrebbe risalire a più di mille anni fa, quando il territorio di Camerota era nell’orbita culturale bizantina. Durante gli ultimi 40 anni la facciata ha subito un grave degrado, come si nota da una foto scattata circa 40 anni fa. Posso spedire questa foto in uno secondo tempo. Adesso un cancello la protegge dal vandalismo ma ne impedisce la visita. Sarebbe necessario un sopralluogo e uno studio approfondito. Il Comune di Camerota certamente assisterebbe in un tentativo di valorizzazione per capire meglio il suo significato e il valore culturale. Si trova adesso fra due edifici scolatici al Rione San Vito al di sotto della collina un monastero del seicento. Questa “cappella”, che non era una grotta, è stata realizzata scavando nel costone tufaceo che si trova in località San Vito, presso Camerota. Sopra il costone si trova il monastero dei Cappuccini; vicino vi è la scuola elementaree media. In questa zona, ove prevale la roccia calcarea, il tufo è rarissimo.”. Nella parte II, di ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 63, si scriveva che: “In realtà non abbiamo testimonianze dirette di ‘basiliani’ o comunque di monaci greci qui nel nostro territorio se non a partire da qualche secolo più tardi, a meno che non si ipotizzi in precedenza una loro presenza nelle grotte di Camerota (San Biagio, San Vito, San Cono). Queste, apparendo molto simili a quelle della Cappadocia dove trovarono riparo i primi anacoreti, forse, nell’immaginario collettivo indussero a pensare ad un simile fenomeno di insediamenti che in realtà si concretizzarono a partire dal VI secolo, per radicalizzarsi poi nel IX.”. Poi, nella parte II, di ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 65, scrivevano che: “Forse, per quanto ci riguarda più da vicino, non è da escludere che la grotta di S. Biagio a Camerota con l’omonima chiesa rupestre nonchè quelle di S. Vito e di San Conone possano essere state in origine rifugi di taluni dei suddetti anacoreti.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 586, scriveva che: Esiste ancora nel villaggio un muro merlato e i ruderi del castello; più giù, nella contrada S. Vito dov’era la chiesa di cui alla lettera di papa Giovanni XXI, sono i vasai, noti ovunque anni fa, ecc…”. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, parlando dei ‘Monasteri e Badie di Camerota, riferendosi all’antica Abbazia di S. Pietro di Licusati, scriveva in proposito che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”

I Monasteri italo-greci del ‘basso Cilento’

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Da ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79, apprendiamo che in un non precisato periodo (nel seguito del racconto si parla del periodo di Guglielmo il Buono), il duca di Camerota, di cui non si conosce il nome, fa delle donazioni alla chiesa di Camerota e le dota di alcuni beni e dipendenze: “Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc…”. In ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78, nella nota (71), si postillava che: “(71) A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. E’ al periodo iconoclasta che si deve fare attribuire le cittadelle ascetiche, appartate e silenziose del ‘Mercurion’ e del Monte Bulgheria (…). Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicata nel 1831 (si veda l’edizione curata dal Visconti), a pp. 67-68, dopo aver parlato della rinata Diocesi di Bussento e del Vescovo Felice, in proposito scriveva che: “Quante sofferenze d’allora in poi, quante angosce nei secoli del medio evo, particolarmente nell’ottavo in questo nostro regno, quando in numero stragande i bizantini furono costretti a cercarsi rifugio perchè Leone l’Isaurico e suo figlio Costantino Copronimo infierivano contro i cultori delle sacre immagini! Quando il patriarca Anastasio, forte del sostegno dell’autorità imperiale, si impadronì di moltissime nostre chiese ponendole impudentemente sotto la sua giurisdizione! Ma anche se alcuni venerabili monaci orientali, per sfuggire alle persecuzioni, giunsero pure nella diocesi di Bussento e fondarono l’abbazia di S. Cono a Camerota e su uno sperone a picco sul mare l’abbazia di S. Giovanni che fu chiamata ab Epyro perchè S. Giovanni era il santo protettore della loro patria, ecc….ecc…(28).”. Il Laudisio (…), a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (28), postillava che: “(28) Anast. Bibl. in papa Paulo, apud Bern. hist.haer. tom. 2. seculo 8, pag. 399 (Domenico Bernino, Historia di tutte le l’heresie, Venezia, 1711: (Paulus pontifex) monachorum congregationem construens et Grecae modulationis psalmodiam, coenobium esse decrevit atque Domino nostro omnipotenti sedule ac indesinenter laudes statuit persolvendas).”. Il Laudisio (….), nella sua nota (28), si riferiva al testo di Anastasii Bibliotecarii che si trova in Domenico Bernino (…), nel suo ‘Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino’, del  1709. Il Laudisio, scrive nel tomo II, secolo VIII, p. 399. Si veda Papa Paolo I, vol. II, secolo VIII, p. 188 e s. e p. 198, cap. IX su Leone Isaurico. Secondo il Laudisio (…), nella nota (28), curata dal Visconti, scriveva che il Bernino (…), parlando di papa Paolo I, scriveva che: monachorum congregationem construens et Grecae modulationis psalmodiam, coenobium esse decrevit atque Domino nostro omnipotenti sedule ac indesinenter laudes statuit persolvendas).” che, tradotto è: fondò una congregazione di monaci, e ottimamente qualificati e la modulazione dei salmi che cantano, le lodi al monastero ha deciso di effettuare un decreto, e senza cessare di Dio, e tu sei stato attento a recitare il nostro Dio onnipotente. Il Laudisio (…), a p. 10, sulla scorta del Bernino (…), scriveva che il monastero (lui le chiama Abbazie) di San Cono a Camerota e quello di S. Giovanni a Piro, sorsero ad opera di alcuni “venerabili” monaci orientali, scampati alle persecuzioni iconoclaste degli Imperatori d’Oriente (bizantini) Leone Isaurico e Costantino Copronimo, giunsero nella Diocesi di Bussento. Era l’VIII secolo, nel periodo della lettera del vescovo Felice di Agropoli. Papa Paolo I, si adoperò quindi nel sostegno dei perseguitati, accogliendone molti a Roma; mise inoltre a disposizione dei monaci greci esiliati da Costantino V il monastero dei Santi Stefano e Silvestro.

Il monastero di San Cono a Camerota

Abbiamo detto del monastero dei padri Cappuccini a Camerota e del luogo dove esso sorgeva. Sorgeva nel rione S. Vito, non lontano dal Castello Marchesale di Camerota e su di un terrazzamento che si trovava quasi sopra un banco tufaceo dove era stata ricavata una scaletta e una grotta, la “Cappella di S. Vito”. Ma questo luogo aveva un legame con l’antichissimo cenobio e poi Abbazia benedettina di S. Cono a Camerota, forse dipendente dall’Abbazia benedettina di S. Pietro a Licusati ?. Cerchiamo di capire. Dove si trovava l’antico monastero di S. Cono o S. Conone ?. Il luogo dove esso sorgeva corrisponde allo stesso terrazzamento dove nel 1602 fu eretto il Monastero dei Cappuccini ?. Il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 410 e ssg. ci parla di Camerota ed in proposito scriveva che a Camerota, vi era un Monastero che sorse prima del Monastero dei Cappuccini, infatti scrive che: “…..e prima vi fu l’altro bastantemente celebrato di Benedettini col titolo di S. Cono, siccome apparisce da una Bolla d’Innocenzo VI. data in Avignone: ‘IV. ‘Idibus Octobris Pontificatos nostri anno II, ridotto oggi in Commenda.”. Dunque, l’Antonini, nel 1745, nella sua prima edizione scriveva che a Camerota vi era pure un altro Monastero “bastantemente celebrato di Benedettini col titolo di S. Cono,….”. Dunque, Antonini scriveva che a Camerota prima del monastero dei Cappuccini vi era sorto il più antico e celebrato Monastero Benedettino di S. Cono che, all’epoca sua (anno 1745) era ridotto in Commenda. Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. II, a pp. 580-581 riferendosi al villaggio di Camerota scriveva che: “A ovest del castello era il monastero di S. Cono che mostra l’esistenza nel luogo di monaci italo-greci. Pare che ancora nel secolo scorso si scorgessero i ruderi del cenobio (4) sorto più tardi (III fase, cenobitica).”. Ebner, a p. 581, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cirelli, cit., p. 138.”. Riguardo alla citazione del Cirelli, Ebner a p. 581, nella sua nota (….), si riferiva a Filippo Cirelli (….), ed al suo “Il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato”, Napoli, 1855, si veda vol. V. Principato Citeriore. Ebner scrive di guardare p. 138. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, parlando dei “Monasteri’ di Camerota, in proposito scriveva che: “Sul monastero di S. Conore (49), comunemente detto di S. Cono, quanto ho detto innanzi cap. V, 5. Il monastero Italo-greco venne visitato dall’archimandrita Atanasio Calkeopilo nel 1458. Ecc..”. Pietro Ebner, nel vol. I, parlando di Camerota e del monastero di S. Cono, a p. 587, nella sua nota (49) postillava che: “(49) ‘Sinax. Costantinopol. (Delehaye), col. 511, 5 marzo: ‘ten athesis ton aghiou marturos Cononoe tou Cypouron’. Martire 4 marzo, col. 509: ‘O aghios’.”. Dunque, Ebner cita il testo di H. Dalahaye (….). Ebner, a p. 758, nell’indice del vol. II scrive: “Delahaye H., p. 26, p. 587”. Dunque si tratta di DELAHAYE H. Infatti, Ebner, nel vol. I, a p. 26, nella sua nota (52), parlando di S. Matteo postillava che: “(52) H. Delehaye (Les legéndes hagiography, Bruxelles, 1927.”. Dunque, Ebner postillava di Hippolyte Delehaye (….), e del suo “Les legéndes hagiography”. Joseph Hippolyte Marie Delehaye, S.J. (Anversa, 19 agosto 1859 – Bruxelles, 1º aprile 1941), è stato un gesuita e storico belga. Dal 1901 fece parte della Società dei bollandisti, di cui fu anche presidente dal 1912. Minisci (…), in proposito postillava che il termine “Conore”, deriva dal testo di Martine (?) Delahaye (…) nel suo ‘Synax Costantinopolitani della Vergine’. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., ci parla anche dei due monasteri esistenti a Camerota. Il Pasanisi (…), in proposito scriveva che: “Scomparse anche, e da tempo, due antiche badie, detta, l’una di S. Iconio, l’altra S. Pietro, eretta, la prima, in agro di Camerota, la seconda, nei pressi di Licusati, di origine basiliana entrambe…..Cominciato intanto il declino, perduta la data, secondo si usava allora, assieme a quella di S. Nazzaro in Cuccaro, al Cardinale Alessandro Farnese che la rassegnò poco dopo al papa. Dovendo intanto la Santa Sede restituire delle somme al Capitolo di S. Pietro, avute in occasione del sacco di Roma, Pio IV con bolla del 12 luglio 1564, assegnò dette due badie, in uno alle loro rendite, al menzionato capitolo che trasferì la chiesa abaziale delle due badie in Bosco. Nel 1818 la badia di S. Pietro di Licusati fu messa alla dipendenza del vescovo di Policastro. La metà dei beni passò al Comune di Camerota in seguito alla divisione dei demani. Anche la badia di S. Iconio, col passar degli anni decadde, i frati si allontanarono, ed i beni seguirono la stessa sorte della prima. Di essa è rimasta il nome alla contrada, detta comunemente di S. Cono.”. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, nel 1975, a p. 174, scriveva in proposito che: “Nell’VIII secolo, ad ovest di Camerota, a circa due chilometri, esisteva un monastero dei Basiliani, dedicato a S. Cono (4).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 174, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Cessata la vita di quel Cenobio, i beni passarono al seminario di Policastro.”. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, sull’Abbazia di San Pietro di Licusati, a p. 234, non dice delle donazioni ma parla delle chiese a lui soggette e dice: “Affermatosi economicamente e culturalmente, il monastero era esarchico pechè sottratto alla giurisdizione vescovile. Alla badia erano soggette le chiese di San Pietro e San Nicola a Licusati, le cappelle di S. Maria Maddalena, di S. Biagio, di S. Vito con annesso ospedale in Camerota, di San Giuliano e Sant’Antonio a Lentiscosa, di Santa Maria nel porto di Palinuro, di San Nicola a Bosco..

Camerota origina dalla scomparsa della città della Molpa secondo Scipione Mazzella

Secondo alcuni, l’origine del borgo di Camerota sia dovuta alla distruzione della città della Molpa. Infatti, nel 1601, Scipione Mazzella Napolitano (….), parlando di Camerota e di altri luoghi nel “Principato Citra”, a p. 79, del suo “Descrittione del Regno di Napoli”, in proposito scriveva che: “Scorgesi poi sopra un’alto monte Cammerota picciol terra, edificata (come dicono alcuni) dalle reliquie dell’antica città della Molpa, che poco discosto li stà.”. Sulle parole del Mazzella ha opinato Onofrio Pasanisi. Intanto questo passaggio del Mazzella è interessante perchè ci parla anche della “città” scomparsa della “Molpa” che sappiamo sia esistita. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Circa le origini, Scipione Mazzella afferma che Camerota sarebbe sorta sulle rovine dell’antica “città di Molpa” che poco discosta le sta”. ‘Descrizione del regno di Napoli’, Napoli, MDCI, pag. 79. Si fa riflettere intanto che detta Molpa, continuamente provata invero dalle incursioni, fu completamente distrutta solo nel 1464, quando cioè Camerota da secoli già esisteva. Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Dunque, il Pasanisi ci fa notare e opinava che la notizia del Mazzella di una probabile origine del casale di Camerota dovuta alla fuga degli abitanti di Molpa non abbia fondamento in quanto l’ultima distruzione della Molpa avvenne nel 1464, quando le cronache registrano l’incursione barbaresca di Dragut Pascià. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464. E lo scrittore Scipione Mazzella mette in riferimento l’estrema fine di Molpa, all’origine di Camerota, “che poco discosta le sta”. Riferimento immaginario: Camerota, nel 1464, ha già molti fuochi.”. Ciociano e prima ancora il Pasanisi facevano notare che nel 1464 Camerota contava diverse famiglie originarie del luogo e l’indagine focatica condotta su documenti anteriori al 1464 dimostra l’esistenza di Camerota da molti secoli prima. Può darsi, coe io credo che la distruzione della città di Molpa, che pure esisteva ed era fiorente, un città sorta alle falde del fiume Mingardo ed in parte sulla collina del promontorio, fece si che i casali vicini come Lentiscosa, Camerota e Licusati fossero scelti dai pochi scampati alla distruzione della Molpa. Sappiamo anche di Centola che si ingrandì proprio in seguito alle prime distruzioni della Molpa.

Il manoscritto del Marchese di S. Giovanni (Marcello Bonito, Principe di Casapesenna)

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87′. leggonsi le seguenti parole: “Inter caetera oppida (parlando de’ Saraceni) occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolin, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudes, & Saracenicos mores conservant”.”. Su questo manoscritto ha scritto Giuseppe Antonini (….), nel 1745 che, nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’.”. Antonini scriveva che il “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”, alla sua epoca (anno 1745) apparteneva al nipote del Marchese, ovvero al Principe di Casapisella. Sempre l’Antonini, riporta un’altra notizia tratta dal “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”. Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 412 parlando di Policastro, continuando il suo racconto sui Saraceni ed il ribat di Camerota, in proposito scriveva che: “Partirono poi da Camerota nel 915. quando, uniti agli Agropolitani, saccheggiarono  Policastro, ed in Africa tornaronsi.”. Sempre l’Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 416-417 parlando di Policastro, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Appunto cinquant’anni prima, cioè nel 915 era stata saccheggiata la città da Saraceni d’Acropoli e da que’ di Camerota, come si ha dal citato ‘Manoscritto’ del Marchese di S. Gio: ove parlandosi della distruzione di Pesto nel fol. 121 si leggono le seguenti parole: “Anno 915………”. E’ interessante ciò che scrisse in proposito il sacerdote Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano – perchè la strage dei connazionali sulle sponde del Garigliano ecc…”. Dunque, in questo passaggio il Ciociano cita l’Anonimo Salernitano. Dunque, secondo il Ciociano, il manoscritto del “marchese di S. Giovanni”, dovrebbe rifarsi alle notizie tratte dall’Anonimo Salernitano. Il “manoscritto del Marchese di S. Gio:”, come lo chiama l’Antonini, è stato citato anche da Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), ecc…”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Antonini scriveva che il “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”, alla sua epoca (anno 1745) apparteneva al nipote del Marchese, ovvero al Principe di Casapisella.  Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di marchese di S. Giovanni di Celsito. Su un blog in rete leggiamo che Francesco Vargas-Machuca, nel 1757 sposò donna Vincenza Bonito, figlia di Francesco principe di Casapesenna e Maria Saluzzo Carafa, principessa di Lequile. Nel 1767 fu decorato da re Ferdinando IV di Borbone marchese di Vatolla, feudo ereditato da casa Rocca. Ricordiamo che i Rocca ospitarono Giambattista Vico nel loro palazzo a Vatolla. A Vatolla, nel Palazzo dei Vargas-Machuca (….), vi è il Museo Vichiano. Dunque, Francesco Vargas-Machuca, nel 1756 sposò una Bonito, figlia di Francesco Principe di Casapesenna. Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di marchese di S. Giovanni di Celsito. Riguardo Marcello Bonito, Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 643 parlando di Casalvelino, in proposito scriveva che: “…se nel 1640 era già di proprietà della nobile famiglia amalfitana dei Bonito, tra cui Marcello (n. 16 agosto 1631)(21) e Lorenzo, signore di Torchiara. etc..”. L’Antonini cita il manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni. Il manoscritto, che all’epoca dell’Antonini (a. 1745, anno della sua prima edizione) sarebbe appartenuto al nipote del marchese Marcello Bonito ovvero al Principe di “Casapisella”. Non si tratta di “Casapisella” ma di Casapesenna. Pompeo Sarnelli (….), nella sua “Guida de’ Forestieri etc…”, del 1697, a p……., in proposito scriveva che: “5. D. Marcello Bonito: Marchese di S. Giovanni, Cavaliere dell’Abito di Calatrava: La sua Libreria è molto rara per molti manoscritti, particolarmente per le cose appartenenti al Regno di Napoli da Carlo d’Angiò a quella parte; e per conseguenza difficili a ritrovarsi in un altro Museo.”. Pietro Ebner (….), a proposito di questa ultima notizia nella sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Di questo autore, e manoscritto ne parla Matteo Camera (….), nella sua “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I, p. 130. Il Camera, a p……. , nella sua nota (2), postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli etc….”: così da un manoscritto di D. Marcello Bonito Marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie)”. Dunque si tratta del marchese Marcello Bonito. Forse l’Antonini si riferiva a Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di “Marchese di S. Giovanni di Celsito”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 332 parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad anno 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ms (18).”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Dunque, secondo il Giustiniani in questo manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni, ci parla delle incursioni dei Saraceni a p. 121. Nel testo del ……“Della Città e, del Regno di Napoli”, a p. 57, in proposito si scriveva che: “In quest’anno corrente, che si darà alle stampe questo libro, è passato a miglior vita D. Marcello Bonito, buon Cavaliere di Calatrava, il quale oltre essere virtuosissimo Cavaliere, e di forma pontualità ornato, si era con molta fatica applicato nell’Istorie di questo Regno, e nell’intelligenza dei Reali Registri, e perciò fatta radunanza de’ libri e manoscritti di Spesa, ……se ne legge la tradizione in un altro libro dato alle stampe sotto nome d’altr Autore, nacque questo virtuoso Cavaliere da…..Marchese di San Giovanni etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 643, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Camera Matteo, cit., p. 645”. Matteo Camera (…), nel suo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi”, a p. 645, dove ci parla di Marcello Bonito, Archivista della Real Zecca di Napoli e filantropo per l’opera postuma di Carlo De Lellis. Da una ricerca sulla rete ed in particolare su alcune annotazioni di un manoscritto di Giovanni d’Alife del 1760 conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, dalla sua scheda si evince che: Il manoscritto riporta trascrizioni di documenti relativi alla storia del Regno di Napoli e della famiglia d’Alitto di Abruzzo Citra, tratti prevalentemente da manoscritti di Marcello Bonito, come si ricava da un’annotazione a c. 4r: “Da un volume grande M.S del Sig.r D. Marcello Bonito, intitolato Monumenta Neapolitanae Civitatis”. Dunque secondo la scheda bibliografica di collocazione di un altro manoscritto si evince che Marcello Bonito possedeva un manoscritto di suo notamenti intitolato “Monumenta Neapolitanae Civitatis”. Marcello Bonito, marchese di S. Giovanni e cavaliere di Calatrava (Napoli 1631-1711), appartenente ad una nobile famiglia di Amalfi, fu archivista del Regno; incaricò Carlo De Lellis di effettuare numerosi spogli di documenti dell’Archivio della Zecca, che furono raccolti in 30 volumi contenenti i Notamenti della Cancelleria Angioina, le scritture della Cancelleria Aragonese ed altri documenti tratti dai processi del Sacro Regio Consiglio. La collezione del Bonito fu acquistata succesivamente dal Minieri Riccio ed in seguito da una libreria antiquaria di Milano che non ne conservò l’unità. Per le fonti per Marcello Bonito: C. MINIERI RICCIO, “Notizie biografiche e bibliografiche degli scrittori napoletani fioriti nel sec. XVII per Camillo Minieri Riccio. Milano-Napoli, 1875, II, p. 35. Infatti, il Minieri Riccio, nella sua opera sulle biografie degli scrittori a p. 35 del vol. II, in proposito scriveva di Marcello Bonito che: “3° Memorie per le ragioni per l’illustri signori Principe di Casapesella e Duca d’Isola con l’illustre Piazza del Seggio di Nido. MS.”. Dunque, il Minieri Riccio scrive che il Marcello Bonito aveva scritto questo manoscritto dal titolo: Memorie per le ragioni per l’illustri signori Principe di Casapesella e Duca d’Isola con l’illustre Piazza del Seggio di Nido”, forse proprio il manoscritto da lui acquistato tratto dai notamenti annotati dal De Lellis e citato dall’Antonini. Per le fonti per Marcello Bonito e i manoscritti di Bonito: CONSOLI FIEGO, op. cit., pp. 96-98; per Carlo de Lellis: C. DE LELLIS, “I sunti del Registro 1271 A di Carlo I. D’Angiò…” Caserta, Premiato Stabilimento Tipografico Sociale, 1893. Sulla Treccani on-line alla voce di Carlo De Lellis leggiamo che il De Lellis si avviò agli studi giuridici e alla poesia, ma presto cominciò ad applicarsi per intero alle ricerche archivistiche, stimolato e protetto da Marcello Bonito, archivario del Regno, mentre le sue amicizie con Niccolò Toppi, ecc..Dunque, Marcello Bonito era Archivista del Regno al Grande Archivio della Zecca a Napoli. Bonito ed altri facilitarono e incentivarono le ricerche di Carlo De Lellis. Nel 1670 il De Lellis aveva pubblicato un’altra opera, il Supplimento all’Historia della famiglia Blanch scritta da D. Camillo Tutini, stampata a Napoli. Tale famiglia era quella materna di Marcello Bonito. Ancora a proposito del Tutini, il De Lellis compose una Apologia contro D. Camillo Tutino per il libro dell’Origine de’ Seggi, in due volumi manoscritti (Napoli, Bibl. naz., X. B. 25 e X. B. 26). Nell’introduzione a quest’opera è inserita una biografia del Tutini, verso il quale il D. non nasconde la sua avversione, accusandolo di ignoranza, di malignità e persino di natura depravata; narra poi il De Lellis, il quale si dimostrò sempre fedelissimo al governo spagnolo, della posizione assunta dal Tutini durante i fatti del 1647, nel corso dei quali, egli afferma, fu prima partigiano del duca di Guisa, poi lo tradì con una lettera al re di Francia nella quale il duca veniva accusato di badare ai suoi interessi e non a quelli della Corona; perseguitato – continua il De Lellis – dai Francesi, che giustiziarono i suoi complici, e dagli Spagnoli, Tutini fu costretto a fuggire a Roma. Il De Lellis, “con una costanza da sbalordire” (De Laurentiis, Manoscritti…, p. 179), eseguì lo spoglio di tutti i volumi ancora reperibili al suo tempo appartenenti alle Cancellerie angioina, aragonese e vicereale, oltre ai più importanti processi trattati innanzi al Regio Consiglio, sulle orme di quanti prima di lui, nella seconda metà del ‘500 e all’inizio del’600, si erano occupati di quel materiale ricavandone genealogie (P. Vincenti, C. Tutini, B. Chioccarelli e altri) o dedicandosi come lui agli spogli dei registri (G. Bolvito, C. Pagano, C. D’Afflitto, ecc.). Per il De Laurentis si tratta di C. De Laurentiis, Manoscritti di scrittori chietini presso l’Arch. di Stato, le biblioteche e i privati in Napoli, in La Rivista abruzzese di scienze, lettere ed arti, XII (1897), pp. 179, 199 s.. Il De Lellis compilò ben 28 volumi di repertori, di cui undici riguardanti la Cancelleria angioina (1266-1435); i primi sette volumi erano tratti dai quattrocentotrentasei registri esistenti a quel tempo, ai quali era stato dato un ordinamento, anche se confuso, nel 1568; i due successivi volumi riguardavano i fascicoli, mentre gli ultimi due le arche in pergamena e quelle in carta; questi ultimi due repertori vennero compilati tra il 1680 e il febbraio 1682, mentre il D. era detenuto a Castel Nuovo. I repertori rimasero, insieme ad altro materiale riunito da Marcello Bonito (e cioè i notamenti compilati da C. Pagano, C. D’Afflitto e G. G. Di Transo), per oltre un secolo e mezzo in casa Bonito, e furono acquistati nel 1850 da C. Minieri Riccio che ne pubblicò parecchi (cfr. Gli atti perduti…, a cura di R. Filangieri, pp. XVIII s.). Nel 1882 li acquistò Angelo Broccoli, che iniziò la pubblicazione dei registri nell’Archivio storico campano (I, 1889), ma si limitò al registro 1271 A della Cancelleria angioina, al secondo privilegio di re Ferrante I d’Aragona (1487-1488) della Cancelleria aragonese, e al primo privilegio del gran capitano (1503) della Cancelleria spagnola. Dagli eredi del Broccoli il materiale fu acquistato dallo Stato nel 1925, e posto nell’Archivio di Stato di Napoli. Parte di esso andò distrutta durante la seconda guerra mondiale. Il De Lellis compilò un repertorio ampio e organico solo di una parte dei registri; di tutti gli altri eseguì un repertorio parziale o relativo solo a qualche documento. Dei registri presi in considerazione, ventidue riguardavano Carlo II (1285-1309), diciannove Roberto d’Angiò (1309-1343), sette Carlo d’Angiò duca di Calabria e ventidue sua figlia Giovanna I; questi ultimi ebbero un repertorio quasi completo solo da parte del De Lellis. Si può ritenere che con questi repertori venne recuperato oltre un terzo del materiale perduto nel 1701, quando, durante i tumulti che seguirono la congiura del principe di Macchia, il popolo in rivolta penetrò in Castel Capuano e incendiò sessanta registri angioini insieme ad altro materiale ivi custodito.

Nell’863 (Antonini), 868 (Porfirogenita), i Saraceni occuparono Rivello, Camerota ed Agropoli, che divennero un loro avamposto

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, da p. 129 parlando dei Saraceni in Lucania, in proposito scriveva che: “I Longobardi intanto (per rimetterci in via) tenevano quasi tutta l’Italia, a riserba di quella parte che si è detto, che obbediva agli Imperadori di Oriente (2), quando (3), circa gli anni di Cristo DCCCLXIII. o secondo la più vera opinione, (I) molti anni prima, grandissimo numero di Saraceni (gente che altre volte avendo servito gli Imperadori, si ribellò poi a tempo di Giuliano (2) per difetto di paghe) partito dall’Africa, poco men che tutta la Sicilia oppresse. Da quest’Isola non molto dopo passarono in Calabria, dove con varia fortuna, ora battendo i Greci, ora dai Greci battuti, altri in vari luoghi mediterranei si stabilirono; ed altri verso il mare Interno camminando, quelle terre occuparono, che loro meglio piacquero, o che poterono minor resistenza fare; giacchè dove vi erano Longobardi non era così facile l’espugnazione. Fra’ primi luoghi, che occuparono nella Lucania, furono Rivello, Castel Saraceno, Armento, La Rocchetta, Camerota ed Agropoli.”. Dunque, l’Antonini, a p. 129 scriveva che i Saraceni provenienti dalla Sicilia occupata, si erano man mano trasferiti anche nella vicina Calabria, dove, spesso guerreggiarono con i dominatori dell’epoca che erano i Bizantini. La Calabria era sotto il dominio ed il controllo dei Bizantini. I Saraceni però riuscrirono a crearsi dei loro stabili avamposti a Rivello, a Camerota e ad Agropoli. Dunque, lo stabilimento dei Saraceni a Rivello avvenne in epoca longobarda e Bizantina, e secondo l’opinione di Antonini ciò accadde nell’anno 863 o addirittura molti anni prima. L’Antonini scriveva che ciò accadde in seguito all’occupazione Araba della Sicilia. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno.”, e poi aggiunge che: “Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Dunque, il Campagna, oltre ad Amantea e Agropoli aggiunge anche Policastro. Orazio Campagna, a p. 77, nella nota (86) postillava: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse in ricordo, venera “Santo Foca”. Orazio Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Da Wikipedia leggiamo che la discesa dei Longobardi venne arrestata dai Bizantini solo con grandi difficoltà: ma Costantinopoli non poté evitare del tutto gli attacchi dei Saraceni. Nell’812 d.C. si registrò la prima incursione saracena sulle coste calabresi, che colpì Reggio, capitale del Thema; l’ultima ci sarà solo nel 1793, a danno di Pizzo e Tropea. Certo la presenza araba fu sempre limitata negli spazi e nel tempo, perlopiù consistendo, appunto, in incursioni e saccheggi. Vennero catturate in modo effimero dagli Arabi Tropea, Santa Severina e Amantea (13) dall’839 all’885. La conquista della Calabria da parte dei guerrieri normanni vassalli del papa emarginò il pericolo arabo. Sotto il dominio bizantino, tra la fine del IX e l’inizio del X secolo, la Calabria fu una delle prime regioni d’Italia a introdurre la produzione di seta in Europa. Secondo André Guillou, i gelsi per la produzione di seta grezza furono introdotti nell’Italia meridionale dai bizantini alla fine del IX secolo. Intorno al 1050, il tema della Calabria contava 24.000 gelsi coltivati per le loro foglie e il loro numero tendeva ad espandersi. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Nel 965 cadde Rametta, ultima importante testa di ponte del Cristianesimo isolato (85).”. Il Campagna, a p. 77, nella nota (85) postillava: “(85) L’episodio è tristemente ricordato da S. Nilo nel Cod. Cript. β α, XX (395).”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1). Ciò non impedì peraltro, secondo ritenne, sulla scorta di un antico manoscritto, l’Antonini, che non fosse non occupata dai saraceni quando nel secolo IX sbarcarono dalla Sicilia occupando più punti del continente. Doveva essere anzi, egli aggiunse, uno dei 150 ‘munita castra’ che Porfirogeneta nella sua Storia al numero 55, scrive essere nel 868 nelle loro mani, luoghi che poi lasciarono dopo la loro strage, nel 915, al Garigliano (2).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Il Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (2) postillava che: “(2) A riprova della loro permanenza a Camerota, con illazione arbitraria, nel manoscritto si afferma che “adhuc ad nostra tempora huius cives et saracenicos mores conservant”. G. Antonini, op. cit., vol. I, pag. 412.”. In questo passaggio il Pasanisi cita il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’. leggonsi le seguenti parole: ‘Inter caetera oppida (parlando dei Saraceni) ‘occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolim, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudies, & Saracenicos mores conservant.’. Dovea forse così Camerota esser uno dè cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua Istoria al ‘num 55.’ scrive essere in Italia in mano dè Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, ecc…”:

Antonini, p. 411, su Camerota

(Fig….) Antonini G., La Lucania, Discorsi, vol. I, p. 412

Dunque, secondo l’Antonini, nel manoscritto del Marchese di S. Giovanni Bonito (…), pagina 87 è scritto che: “Inter caetera oppida (parlando de’ Saraceni) occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolin, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudes, & Saracenicos mores conservant” che tradotto e riferendosi ai Saraceni dovrebbe significare: “Tra gli altri paesi occuparono Camerota al di sopra del mare in luogo alto e sicuro, e neppure al mare di Agropolis;…”. Dunque, l’Antonini cita un passo tratto dal manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito”. Si tratta di un manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni. L’Antonini scriveva che questo manoscritto, nel 1745 apparteneva “oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote etc….”. Antonini cita la pagina 87 del manoscritto. Di questo autore e del suo manoscritto ne parla Matteo Camera (….), nella sua “Storia di Amalfi”. Il Camera, a p……. , nella sua nota (2), postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli etc….”: così da un manoscritto di D. Marcello Bonito Marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie)”. Dunque si tratta del Marchese Marcello Bonito. Sul manoscritto di Marcello Bonito (….), il “marchese di San Giovanni”, come lo chiama l’Antonini, ho già scritto. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: “E mentre i capi Longobardi costituiscono dei ducati, che tendono a distaccarsi dalla sfera del potere regio, i Saraceni infestano le coste. Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Quarantesette anni il tempo del malessere. Ecc…”. Forse in questo passaggio il Ciociano si riferisce alla cronaca dell’Anonimo Salernitano che cita più avanti. Sulla notizia che: Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Ecc..”, aveva scritto Antonini, a p. 412 continuando il suo racconto scriveva che: “Doveva forse così Camerota esser uno dei cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua storia al num. 55. scrive esser in Italia in mano de’ Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, ecc..”. Antonini, a p. 412, nella nota (I) postillava: “(I) L’autorità di Porirogenneta non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt’.

Nel 870, i ribat (“munita Oppida”) di Venosa, Matera e Canosa furono conquistati dai Bizantini

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412 continuando il suo racconto scriveva che: “…..’munita Oppida’, che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879. anche Amantea, Tropea, e S. Severina, che lor furon tolte da Niceforo, Capitano dell’Imperador Basilio, per relazione dello stesso ‘Porfirogenneta’.”. Antonini, a p. 412, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’autorità di ‘Porfirogeneta’ non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt'”. Proseguendo il suo racconto l’Antonini scrive sui “munita Oppida” di cui parlava il Porfirogenneta e dice che: “che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879 ecc…”. Antonini, a p. 412, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’autorità di ‘Porfirogeneta’ non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt'”. Dunque, la notizia riferita dal Pasanisi prima e da Ebner e dal Vassalluzzo e dal Guzzo dopo è tratta da un passo di Porfirogenita (….) che è riportato dall’Antonini. Chi era Porfirogenita citato da Antonini ?. Da Wikipedia leggiamo che Costantino VII dedicò gran parte della propria vita allo studio della letteratura classica greco-romana, redigendo personalmente quattro opere; il De cerimoniis aulae byzantinae, il De administrando imperio, il De thematibus, ed un’estesa biografia sul nonno Basilio I. Tuttavia la sua attività è considerata rilevante non perché espanse la conoscenza della civiltà bizantina nei vari campi del sapere, ma perché puramente “compilatoria”, atta cioè alla preservazione della cultura classica o greco-medievale; al fine di educarlo dedicò inoltre i propri scritti al figlio Romano II. Secondo il Porfirogenita (….), Camerota, nell’anno 868 doveva essere uno dei 150 luoghi, che chiama “munita Oppida” occupati dai Saraceni o musulmani stanziatisi pure ad Agropoli.

Nel 879, Niceforo Foca che conquistò i ribat (“munita oppida”) di Amantea, Tropea, e S. Severina

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412 continuando il suo racconto scriveva che: “…..’munita Oppida’, che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879. anche Amantea, Tropea, e S. Severina, che lor furon tolte da Niceforo, Capitano dell’Imperador Basilio, per relazione dello stesso ‘Porfirogenneta’.”. Antonini, a p. 412, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’autorità di ‘Porfirogeneta’ non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt'”. Sulle incursioni Saracene sul nostro territorio ha scritto pure Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…”. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu il secolo delle più feroci devastazioni nel sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Tropea, Santa Severina e, a Nord di Policastro, Agropoli (86). Ecc..“. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (86) postillava che: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse un ricordo, venera “Santo Foca”.

Nel 882, i Saraceni ad Agropoli

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 30, riferendosi ai Saraceni ed ad Agropoli, in proposito scriveva che: Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a dismisura negli anni, tanto da fare di questo centro una potente roccaforte saracena nell’anno 882 (8).”. Il Vassalluzzo, a p. 30, nella sua nota (7), riferendosi agli anni precedenti al 914 postillava che: “(7) HIRSCH F., – SCHIPA M., op. cit., pag. 109. Ecc… Negli anni precedenti i predoni avevano commesso soprusi di ogni genere. Non avevano risparmiati neppure i giovinetti, che essi rapivano come ostaggi. Ecco quanto si trova scritto in Orlando, op. cit., p. 319, citando un documento custodito nell’Archivio Cavense: “Si johanne filio meo, ecc..ec…”. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Hirsch F. Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, p. 96 e 97; Cilento N., op. cit., p. 184.”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (7) postillava di (7) Hisch F. – Schipa Michelangelo, La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno,  ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141.

Nel 882 o nell’892, Camerota e la roccaforte dei Saraceni

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 581, parlando di Camerota,  riferendosi al Guzzo ed al Cirelli scriveva che: “Si è detto poi che i saraceni di Calabria sbarcarono alla marina di Camerota e che risalendo la collina distrussero il villaggio dove “stabilirono una rocca forte”, di cui manca ogni notizia (5). Si è scritto pure (6) che i Saraceni di Agropoli e Camerota saccheggiarono Policastro nel 915.”. Ebner (…), a p. 581, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Guzzo (cit., pp. 80 e 104) malauguratamente non cita la fonte.”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri, etc’, a p. 80, dopo aver detto che verso la prima metà del IX secolo, i Saraceni dell’Africa settentrionale, nell’anno 845 essi avevano stabilito il loro covo alla Punta della Licosa, ecc.., scriveva che: “Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a tal punto, da fare di questo centro una potentissima roccaforte saracena nell’anno 882 (9).”. Guzzo, nella sua nota (9), postillava che la notizia era tratta da:  “(9) Hirsch F. – Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, pagg. 96-97.”. Il Guzzo, sempre a p. 80, continuando il suo racconto, scriveva che: Qualche anno dopo, altri Saraceni, provenienti dalle coste della Calabria, sbarcavano sulla spiaggia di Camerota, raggiungevano rapidamente il centro abitato e, dopo aver saccheggiato, devastato e dato alle fiamme tutto ciò che vi si trovava, causando sgomento e terrore negli abitanti sfuggiti alla morte, vi stabilivano una nuova roccaforte.”. Il Guzzo, mentre nella prima notizia dei musulmani a Licosa citava Hirsch e Schipa, in questa notizia, invece, non fornisce alcun riferimento. Il Guzzo scrive che qualche anno dopo l’anno 882, altri “Saraceni”, provenienti dalla Calabria, sbarcarono su una spiaggia di Camerota e dopo aver raggiunto il piccolo borgo lo incendiarono e lo saccheggiarono. Purtroppo il Guzzo non forniva nessul riferimento bibliografico. In proposito, devo segnalare che il Guzzo (…), riguardo questa notizia sui Saraceni a Camerota (…), nella sua nota (19), di p. 104, citava: “(17) Cilento Nicola, I Saraceni nell’Italia Meridionale nei secoli IX e X – stà in “Archivio Storico Napoletano”, 1958, pag. 109 segg.”. I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X, in «Archivio storico per le Province Napoletane», N.S. , XXXVIII (1958), pp. 109–122. Riedito con il titolo Le incursioni saraceniche nell’Italia meridionale, in Italia Meridionale Longobarda, c. VIII, pp. 175–189 e in Italia Meridionale Longobarda, II ed., cap. IX (I parte), pp. 135–148. Infatti, Nicola Cilento (….), nel suo cap. VIII “Le incursioni saraceniche nell’Italia meridionale”, nel suo ‘Italia Meridionale Longobarda’, prima edizione, a p. 184, in proposito scriveva che: “Una nuova lega Campana promossa dal papa li batte e li costringe a ritirarsi ad Agropoli (882). Di lì, in seguito ad altre complicazioni della politica degli stati campani e particolarmente per le lotte domestiche che dilaniano la contea di Capua, e poi ancora per la politica aggressiva del conte Pandolfo che minaccia Gaeta, i Saraceni invitati da Docibile si accampano alle foci del Garigliano (883), dove organizzano la più pericolosa delle loro colonie dalla quale per oltre 30 anni “innumerabilia circumquaque mala gesserunt, multumque Christicolarum sanguinem effunderunt”.”.

Nel 892, i Saraceni di Sicilia assalirono Paestum, secondo Ebner e l’Anonimo Salernitano

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 47, parlando della “Diocesi e clero dopo il Mille”, citava Matteo Camera (…) ed il manoscritto citato dall’Antonini scrivendo che: “Nella notte di S. Giovanni del 892 i musulmani di Sicilia pare abbiano assalito Paestum devastandolo e incendiandolo. Essi si fermarono a Licosa, secondo Erchemperto (vedi G. Diacono “Licosa latitabant”) e poi ad Agropoli, importante osservatorio geografico proiettato sul golfo Salernitano (4)”. Ebner a proposito di questa ultima notizia nella sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Vediamo il Camera cosa dice in proposito. Dunque, si tratta di un “manoscritto” di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni, cavaliere di Calatrava appartenente ad una nobile famiglia di Amalfi e Scala. Sull’attacco e la devastazione di Paestum da parte dei Saraceni del ribat di Agropoli, Ebner cita il manoscritto di Marcello Bonito e dice che questo accadde nell’anno 892, nella notte di S. Giovanni, mentre, come vedremo innanzi, Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I., p. 130 non parla dell’anno 892 ma scrive che l’attacco a Paestum avvenne nella notte del 23 giugno 916. Il Camera, però a p. 130, introduce l’altra notizia che riguardava il ribat di Agropoli, ed i Saraceni, prima della strage del Garigliano:  I quali dopo tante gelosia, congiure, guerre ed esautorazioni scambievoli, rimasi indeboliti, fecero risoluzioni affatto disperate e barbare, con chiamare in soccorso i Saraceni, che non dovevan essere troppo viaggiare per giungere dalle coste dell’Africa o dalla Sicilia (vedi pag. 100). D’altronde, cosa poteva attendersi da quegli Infedeli che non conoscevano alcun vincolo morale…..Sempre avidi di preda e di conquista essi vi vennero assolutamente per rovir tutto: loro riuscendo di approfittarsi della debolezza dei Principi di quel tempo,…..Se si univano coi Salernitani, danneggiavano il territorio di Napoli e di Capua, e se si confederavano coi Napoletani, Benevento e Salerno erano rovinate dalle loro scorrerie: “Agareni omnia denudabunt. Et quando cum Salernitanis pacem inebant, Neapolitanos, Capuanosque graviter affligebant; et quando Neapolitanis pacem debant, urbem Salernitanam, seu Beneventanam hostiliter atterebant” (1).”. Il Camera a p. 130, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Anonymi Salernitani, Chronic., cap. 145.”.

Nel 909, Ibrahim-Ibhn-Abhmed, proveniente dalla Calabria occupò Camerota che diventò una sua roccaforte

Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 104, dove scriveva che: “Nell’anno 909, altri Saraceni, al seguito del potente Capo arabo Ibrahim-Ibhn-Abhmed, provenienti dalla Calabria, dopo aver saccheggiato ed incendiato Camerota, vi fondarono una nuova, munitissima roccaforte che manda nelle tenebre sinistri bagliori di fuoco, si dirigono minacciosamente su “Skarius” (20).”. Il Guzzo, a p. 105, nella sua nota (20), postillava che: “(20) F. Cirelli, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835, pag. 36.”. Ebner, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Cirelli, cit, p. 36. Anche il Cirelli non cita la fonte.”.

Nel giugno del 915, i Saraceni abbandonarono il ribat (“munita Oppida”) di Camerota e saccheggiarono Policastro

La prima notizia della distruzione di Policastro da parte dei Saraceni, nell’anno 915, ci viene dal barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 412 parlando di Policastro, continuando il suo racconto sui Saraceni ed il ribat di Camerota, in proposito scriveva che: “Partirono poi da Camerota nel 915. quando, uniti agli Agropolitani, saccheggiarono  Policastro, ed in Africa tornaronsi.”. Sempre l’Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 416-417 parlando di Policastro, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Appunto cinquant’anni prima, cioè nel 915 era stata saccheggiata la città da Saraceni d’Acropoli e da que’ di Camerota, come si ha dal citato ‘Manoscritto’ del Marchese di S. Gio: ove parlandosi della distruzione di Pesto nel fol. 121 si leggono le seguenti parole: “Anno 915…………Cum proinde resciverint ex duedecim Ismaelitis, qui in parva navicula eruperant, occidionalem pugnam ad flumen Garelianum, timentes amplius in Agropoli permanere, Sacratissima nocte S. Joannis Baptistae tacito pede venientes nocturno aggressu Civitatem sonnolentam (cioè Pesto) capium atque discripiunt, et discedentes, ignem submittunt. Inde coaduvatis fratis de Camerota, eodem filentio discedunt, et Pellicastrum capiunt, et depraedantur, eorum navigia de praeda onerando ad litora Africae consugerunt.”.”. L’Antonini, nella sua nota (2), a pp. 416-417 postillava riportando il brano tratto dal ‘manoscritto’ del Marchese di S. Giovanni, di cui ho parlato in un altro mio saggio. Secondo l’Antonini, il marchese Giovanni Bonito (….), Marchese di Calatrava, in un suo manoscritto, di cui ho già parlato, nel fol. 121, parlando della distruzione di Paestum da parte dei Saraceni, dopo la sconfitta subita sul Garigliano nel 915, riportava la seguente notizia: “Nell’anno 915…………. Come seppero dai dodici Ismaeliti, che si erano precipitati fuori su una piccola barca, la battaglia all’estremità occidentale del fiume Gareliano, temendo di continuare più in l’Agropoli s’impossessano della città, risuonando, e quando se ne vanno, si sottomettono al fuoco. Di là, radunati i fratelli di Camerota, si recano nello stesso silenzio, prendono Pellicastrum e lo depredano; le loro barche, cariche di bottino, si rifugiarono sulle coste dell’Africa.”. Dunque, l’Antonini, riguardo la notizia del saccheggio di Policastro nel 915 dei Saraceni di Agropoli e di Camerota traeva la notizia dal manoscritto del marchese di San Giovanni (….), di cui ho già parlato in precedenza. E’ interessante ciò che scrisse in proposito il sacerdote Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: “I Longobardi, che estendono l’invasione fino all’Italia meridionale non sono tanto forti da poter sostituire i Bizantini in tutta la penisola, che resta divisa tra gli uni e gli altri. I Saraceni infestano le coste. Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Quarantasette anni: il tempo del malessere. E nel 915 i Saraceni si allontanano da Camerota ed esigono il ‘dacium’, la moderna tangente, per rendere il luogo sicuro e fuori da qualsiasi saccheggio. Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano – perchè la strage dei connazionali sulle sponde del Garigliano, è orribile, nella lotta organizzata dal pontefice Giovanni X. E prima di far ritorno in Africa, depredano Paestum, Velia, Molpa e Policastro. “Sacratissima nocte S. Joannis Baptistae” dell’anno 916, saccheggiano Paestum. Dopo Velia, che subirà tante altre piraterie barbaresche, da indurre gli abitanti ad un esodo continuo, anche per l’insicurezza delle coste, l’inefficienza dei porti e l’inquinamento della zona….I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464…….I saccheggi dei Saraceni, quelli del 915 terminano a Policastro Bussentino, con fatti drammatici che vanno oltre il fantastico.”. Dunque, in questo passaggio il Ciociano cita l’Anonimo Salernitano. Dunque, secondo il Ciociano, il manoscritto del “marchese di S. Giovanni”, dovrebbe rifarsi alle notizie tratte dall’Anonimo Salernitano. Il “manoscritto del Marchese di S. Gio:”, come lo chiama l’Antonini, è stato citato anche da Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), ecc…”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Dunque, secondo il Giustiniani in questo manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni, ci parla delle incursioni dei Saraceni a p. 121. Sul “manoscritto” del marchese di S. Giovanni ho già scritto ma non è stata approfondita la notizia del Ciociano che riteneva quel passo su Camerota fosse stato tratto dall’Anonimo Salernitano. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 69 (vedi versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: Ma tutte le calamità si avventarono con forza sempre maggiore su queste regioni nei secoli tristemente luttuosi delle scorrerie dei Saraceni. Ecc….; nel giugno del 915 i Saraceni distrussero per la prima volta Policastro; ecc..” e, proseguendo il suo racconto scriveva che: “…; nel 968 Niceforo Foca cerca con tutti i mezzi di eliminare completamente il rito latino e di sostituirvi quello bizantino (29 di p. 10 versione Visconti). “. Infatti, per l’altra notizia, quella di Niceforo Foca, il Laudisio, a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Card. de Luc., Annot. ad Concil. Trid., disc. 8, num. 25, et disc. 14, n. 21.”. Questi passaggi storici, furono poi in seguito ripetuti dal sacerdote Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro”, sulla scorta del Laudisio a p. 538 continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: I Saraceni la distrusero per la prima volta da cima a fondo nel 915; mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (1).”. Il Porfirio (…) a p. 538 nella sua nota (2) postillava che: “(1) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. Nella nota (1), il Porfirio (…), cita il Cardinale De Luca (…).Ma come abbiamo visto la citazione del Cardinale De Luca (….), riguarda l’altro notizia, quella di Niceforo Foca e l’anno 968. La notizia del Laudisio (….), fu tratta dal Volpi (….), che a sua volta l’aveva tratta dal manoscritto di Luca Mannelli (…). Giuseppe Volpi (…), nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “fu depredata e bruciata dai saraceni agropolitani (a. 915); mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).. I due studiosi Natella e Peduto (…), scrivevano di quel periodo e su Policastro: ” Secondo una notizia non molto attendibile Policastro – seconda volta nella sua storia – venne incendiata e distrutta dai Saraceni (Arabi) di Agropoli nel 915 (….)“. I due studiosi nella loro nota (63) postillavano che: Volpe G., op. cit., La notizia va destituita di ogni fondamento in quanto si basa su opere spurie e falsi settecenteschi.”. Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.” che,  corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca (….), nel suo Adnotationes ad Concilium Tridentinum’disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. La notizia che Policastro fosse stato distrutta dai Saraceni di Agropoli, nell’anno 915, è una notizia riferita dal sacerdote Giuseppe Volpe (…), che la traeva dal manoscritto del Mannelli (…) che a sua volta traeva alcune interessanti notizie storiche del periodo dal Malaterra (…). Dopo il Laudisio ed il Volpe, pare che la notizia fosse stata riportata anche dal Giustiniani (….). Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio e riferendosi alla migrazione di monaci dalla Sicilia verso la Calabria e da questa regione a causa delle frequenti scorrerie dei Saraceni a p. 18 in proposito scriveva che: Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Calabria, nel corso dell’IX secolo furono costretti a spostarsi di nuovo a causa del “…succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Proseguendo il suo racconto Ebner parla dell’anno 915 e delle frequenti scorrerie di Saraceni e cita il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92, quando nella sua nota (40) a p. 19 postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure Cozza-Luzi ecc..”. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92 scriveva che: “…………………………”.

Nel 968, l’Imperatore Niceforo Foca ed il patriarca Attanasio e la costituzione del calogerato di S. Cono a Camerota

Nel 968, l’Imperatore d’Oriente Alessio Niceforo Foca, con il patriarca Anastasio, tenta di imporre il rito greco a quello latino. I due studiosi Natella e Peduto (….), nel loro pregevole studio “Pixous-Policastro”, a p. 511, in proposito, scrivevano che: “Nel 968 Niceforo Foca, per il tramite del patriarca greco Anastasio, si sforzò disostituire al latino il rito greco in tutta la zona (64), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro, le due badie basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro.”. I due studiosi, nella loro nota (64), postillavano che la notizia era tratta dal Porfirio (…). Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Ecc…”. L’Ebner (…), nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli Studi in Italia”, V, 1882, p. 336.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “La ricostruzione di quest’ultima diocesi, perchè la sua fondazione, come la velina e la vibonese, era attribuita dalla tradizione addirittura all’apostolo Paolo (ma legati itineranti) era stata determinata dal diffondersi in quel territorio dell’influenza delle locali abbazie italo-greche. Già nel 968, infatti, a seguito delle sollecitazioni di Niceforo Foca, tese ad ampliare la pratica del rito greco nelle regioni contermini a quelle riconquistate, il patriarca Anastasio aveva costituito i calogerati di Camerota e di S. Giovanni a Piro e le badie di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Eventi che avevano preoccupato Roma perchè dalla zona confinata di Policastro era facile l’ingresso di religiosi e famiglie di Calabria nel Principato, ritenuto dai pontefici romani baluardo e porta dell’Urbe. Da alcuni decenni la Chiesa seguiva con vigile attenzione il diffondersi del rito orientale nel Mezzogiorno e nel Principato. Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica…….Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quelladi S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A Policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, ……..Ecc…”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Il sacerdote Giuseppe Volpi (…), nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).”. Qui il Volpi, scrive sulla scorta del quasi coevo Laudisio (…). Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.che,  corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Il Laudisio (…), a p. 69, proseguendo il suo racconto, scriveva che: “Nel 968 Niceforo Foca cerca con tutti i mezzi di eliminare completamente il rito latino e di sostituirvi quello bizantino (29).”. Il Laudisio (…), a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (29), postillava che: “(29) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca (…), nel suo ‘Adnotationes ad Concilium Tridentinum’, disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. Una delle sue principali opere è stata ‘Adnotationes practicae ad S. Concilium Tridentinum’ (Colonia, 1684), citata anche al Laudisio (…), dove si raccontava che nel 968, L’Imperatore d’Oriente (bizantino) Alessio Niceforo Foca, servendosi del Patriarca greco Anastasio, si sforzò di sostituire in tutto il ‘basso Cilento’ al rito latino quello greco (…), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono e di Camerota e di S. Giovanni a Piro e, le sue Badie Basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), ne parla nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, p……., riferisce alcune notizie circa la fondazione dei calogerati di S. Cono a Camerota e di S. Giovanni a Piro, riferendo ciò che aveva già scritto il Laudisio (…). Pietro Ebner (…), scriveva che in età bizantina, venne costituito il calogerato di S. Cono, però mette fra parentesi che si trattava della Badia di S. Pietro. La Badia di S. Pietro, come vedremo e, di cui ho scritto in un altro saggio ivi, è l’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Licusati è un paese che da sempre faceva parte dell’Università o Comune di Camerota a poi in seguito diventò Comune autonomo. Infatti, nel territorio di Camerota, esisteva anche la Badia di S. Giovanni, grangia dell’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Tuttavia, qualche notizia in più sull’antico cenobio basiliano di S. Cono o S. Iconio, possiamo ricavarla dalle ‘visitatio Episcopali’, eseguite dai vescovi di Policastro prima del ‘600. In ogni caso, centri monastici, come il Monastero di S. Cono a Camerota, soppresso, ed ormai scomparso e di cui forse rimangono pochi ruderi, esisteva ancora nel 1458, anno in cui fu toccato dalla visita apostolica di Atanasio Calkeopoulos. Biagio Cappelli (…), riferendosi al 1458, anno della visita apostolica ordinata da papa Callisto III, a p. 400, scriveva che: “Il che ci porta a considerare come, venuti meno quelli che furono gli importanti centri monastici arroccati intorno a Cerchiara e ad Oriolo e nella valle del Sarmento, ancora riuscivano a mantenersi i monasteri dell’asprissima regione di monte Mula, ecc…, nonchè gli altri del montuoso Cilento, S. Maria di Centola, S. Cono di Camerota, S. Giovanni a Piro e S. Maria di Pattano. Circostanza questa che non avrebbe potuto verificarsi se nei predetti luoghi il basilianesimo non avesse avuto lontane e robuste radici. E che inoltre ci indica come ancora nel quattrocento la regione di monte Mula veniva ad essere in relazione ed in contatto con l’altra del Cilento i cui monasteri estendevano le loro propaggini in terra calabrese: dato che a Majerà ed a Grisolia, le quali rimangono rimangono immediatamente alle spalle del luogo dove sorgeva il cenobio di S. Ciriaco, esistevano due grangie dipendenti dal monastero di S. Giovanni a Piro (8) dominante il luminoso golfo di Policastro.”. Il Cappelli (…), a p. 400, nella sua nota (8), postillava che la notizia era tratta dal Di Luccia (…), a p. 312, nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’, nel 1700. Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota.  Giovannelli (…), a pp. 137-138, parlando del viaggio di S. Nilo, nel basso Cilento, nella sua nota (25), postillava che: “L’itinerario, che tenne in questo viaggio fu, grosso modo, probabilmente, il seguente: Partito dal Mercurio, seguendo il corso del fiume “Mercure-Lao e passando per Papasidero, sboccò alla spiaggia di Scalea. Di qui costeggiando il mare, risalì per Maratea e Sapri fino a Camerota. E lasciato il mare sulla sua sinistra, s’internò per la via di Celle di Bulgheria-Rocca Gloriosa, raggiungendo S. Mauro-La Bruca, ed infine il monastero di S. Nazario, (Gay, op. cit., p. 270).. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” ( I monaci greci in Calabria ecc.., v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata. Dunque, nel 1760, il Rodotà (…), sulla scorta di padre Agresta (…), fra i monasteri di rito greco, non cita il monastero di S. Cono di Camerota.

Nel X secolo, Camerota e la sua comunità di rito greco

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 parlando dei monaci e delle famiglie calabresi trasferitisi in alcuni paesi nostri ai tempi del Guiscardo, in proposito scriveva pure che: Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio, a p. 17 (vedi versione a cura del Visconti), nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ughel.,  cit., loc., tomo 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: “Dioecesis Polycastrensis (….) quatuor et viginti oppidis continetur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archiepresbyter Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra sive etc…”, vol. VII, ed. Coleti, a p. 542 parlando della “Dioecesis Polycastrensis”, in proposito scriveva che: “Dioecesis Polycastrensis (….) quatuor et viginti oppidis continetur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archiepresbyter Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat….”, che tradotto significa che: “La Diocesi di Policastro (…) è composta da ventiquattro comuni, di cui due primari, Lauria con collegiata (…), l’altro è Rivellus con due parrocchie. amministrare i riti con il clero, secondo l’usanza della loro nazione etc…”. Gaetano Porfirio (…), che nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 538, sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del coevo Laudisio (…),  nel 1848, parlando della ‘Diocesi di ‘Policastro’, scriveva che: “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, cacciate dal duca Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (1), immigrarono nella nostra diocesi, un asilo cercando nella badia di S. Giovanni a Piro, ed in quella di S. Cono di Camerota. Da quì l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”. Dunque, anche il sacerdote Gaetano Porfirio, sulla scorta del Laudisio scriveva che: “Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”.

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(…) Gaetano Porfirio (…), p. 538, col. sn e dx

Gaetano Porfirio (…), nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 539, in proposito scriveva che: “…pure la Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini di Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello e Battaglia, non chè le già mentovate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima di poi divenne di patronato e collazione regia….Nè men degna di ricordanza è quella benedetina di S. Pietro di Licosato, da papa Pio VI unita alla basilica vaticana; con giurisdizione ordinaria, quasi episcopale, e con proprio territorio (2). Ed abbenchè, per ragion di unione avvenuta dopo il concilio di Trento, il vescovo di Policastro non possa accedere alla visita delle parrocchie, pure il vicario dell’abbazia non può istituire concorso di parrocchie senza l’intervento di quegli esaminatori che sono stati adoperati nel concilio sinodale di Policastro (3), e di riceversi dal vescovo suddettosì gli oli santi come gli esemplari della bolla della crociata (3), per apostolico indulto di papa Pio VI agli abitanti di questo regno per la prima volta concessa. Dopo il detto fin quì (il tutto che si è venuto fatto di raccogliere sulla Chiesa policastrense) chiuderemo questo articolo notando i luoghi su i quali si estende la giurisdizione episcopale. Essi sono: ‘Acqua della Vena’, Bosco, Battaglia, Camerota, Capitello, Celle, Casaletto, Lentiscosa, Lauria, Latronico, Lagonegro, Morigerati, Poderia, Policastro, Roccagloriosa, Rocchetta, Rivello, Spani Sicilì, Sapri, S. Costantino, S. Cristoforo, Santa Marina, S. Giovanni a Piro, Torre Orsaia, Trecchiena, Torraca, Tortorella, Vibonati'”. Il Porfirio (…) a p. 539, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Concilio Tridentino, Sessione 24, Capitolo 18, ‘de Reformat’.”. Il Porfirio (…) a p. 539, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ex Bull., 21 novem. anno 1777.”.

Porfirio, p. 539 (in D'Avino)

(Fig…) Porfirio G., op. cit., p. 539

I due studiosi Natella e Peduto (…), in un loro pregevole studio “Pixous-Policastro”, a p. 508, in proposito, scrivevano che: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (61), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (62).. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (61), postillavano che: (61) G. Cappelletti, Le Chiese d’Italia, ecc.., op. cit., pp. 367-377.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (62), postillavano che: “(62) S. Borsari, Monasteri Bizantini nell’Italia Meridionale Longobarda, p. 2.”.

Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i Bizantini e gli Arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (San Nilo da Rossano, San Gregorio da Cerchiara ecc). E’ al periodo iconoclasta che si deve fare attribuire le cittadelle ascetiche, appartate e silenziose del ‘Mercurion’ e del Monte Bulgheria (…). In questo territorio la bizantinizzazione si manifesta chiaramente, ancora oggi a distanza di molti secoli, nel dialetto o nei grecismi presenti nei toponimi di origine greca; nei titoli di molte chiese (…), nel rito bizantino seguito fino ad epoca tarda (…), sulle forme architettoniche di alcune delle chiese, nelle grotte e nei cenobi (…). Le carte riportano chiese di rito greco a Policastro, Roccagloriosa, Cuccaro, Morigerati (…), mentre il Racioppi (…), annovera Maratea e Sapri. Culturalmente i monaci guardavano alle tradizioni greco-siriane-palestinesi e di Alessandria della patristica orientale come San Giovanni Crisostomo, San Basilio Magno, e San Gregorio Nazienzeno. Se disponevano di un’équipe di amanuensi, come nella vicina San Giovanni a Piro, disponevano anche di loro libri scritti nella lingua greca (koinè) del medioevo. Il codice monumentale da San Giovanni a Piro dal 1020 è adesso nella Biblioteca Laurenziana di Firenze; le ‘scriptoria’ monastici del Cilento erano di alto livello artistico e in sintonia con l’arte contemporanea tanto bizantina quanto beneventana e araba. La moderna storiografia professionale ha archiviato l’opinione diffusa 50 anni fa che c’era una politica aggressiva di latinizzazione dei monasteri italo-greci nel Mezzogiorno nell’XI e XII secolo. L’importante era solo che le chiese secolari episcopali riconoscevano la giurisdizione canonica di Roma invece di Costantinopoli. Il vescovo di Policastro poteva ordinare preti latini sia greci. I candidati potevano essere sposati, come previsto dalla disciplina bizantina, ma essenziale era che il candidato sapesse leggere e scrivere. (vedi la Bolla dell’arcivescovo Alfano datato 1079 che ricostituiva la diocesi). Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia) e, pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota.

Nell’XI secolo, Roberto il Guiscardo ed i monasteri del tempo Normanno

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, sulla scorta di Bartolomeo Platina (…), ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platina (…), ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, del 1573 (vedi sua nota (47)), a p. 16 (vedi p. 73, versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che intorno al XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati…”. Il Laudisio (…), nella versione curata dal Visconti (…), a p. 16, nella sua nota (47), postillava in proposito che: “(47) Platin. In vita Steph. papae IX.”. Il Laudisio (…), alla sua nota (47), postillava che la notizia era stata tratta da Bartolomeo Platina (…), ‘In vitae Stephano papa IX’ che,  stà in Bartolomeo Platina (…), Historia Platinae de vitis Pontificum, del 1573, dove a p. 150 parla della vita di papa Stefano IX:

Platine, p. 150.PNG

(Fig…) Bertolomeo Platina (…) ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, 1573, p. 150

Bartolomeo Platina (…), nel 1540, nella sua opera ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, a p. 170, scriveva che durante il pontificato di papa Stefano IX:  “Hoc ferè tempore & Henricus tertius in locum Henrici patris demortui sufficitur: & Alexius Nicheforo imperatori Costantinopolitanum succedit. Et Robertus Guiscardi Graecos magno praelio superatos, è Calabria omnino expulit, relictis tantum modo Graecis sacerdotibus, qui usque ad nostram aetatem linguam seruant cum moribus.”, che tradotto è (più o meno), che durante il pontificato di Stefano IX: In questo periodo di Enrico III posto il padre di Enrico era morto sostituito, e Alessio Niceforo Foca succedette a Imperatore di Costantinopoli. E Roberto il Guiscardo aveva conquistato i greci, una grande battaglia, e Calabria a tutti di guidare, lasciando solo il modo di Greci, ai sacerdoti, che sono venuti anche ai giorni nostri, la lingua della penna veloce a casa con il loro carattere.Il Platina (…), ci parla della conquista delle Calabrie da parte di Roberto il Guiscardo che sconfisse i greci (i bizantini) in una violenta battaglia contro l’Imperatore Niceforo Foca e, scrive pure che il Guiscardo lasciò: “….solo isacerdoti greci, che erano in fondo alla nostra lingua preservano il suo carattere. accettare di essere diminuita.”

Il cenobio basiliano di S. Iconio (S. Conore o S. Cono) a Camerota

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati e di alcuni Cenobi o monasteri italo-greci (bizantini o basiliani), del nostro entroterra. In questo saggio parlo dell’antichissimo monastero di San Cono (cosiddetto) a Camerota, dove nel suo territorio esisteva un altro monastero detto di S. Pietro (ma questo si trovava a Licusati), all’epoca casale di Camerota. Del monastero di S. Pietro di Licusati, ho già parlato in un altro mio saggio ivi pubblicato. Le rovine dell’antico monastero o “cenobio” (VIII-IX sec.). Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicata nel 1831 (si veda l’edizione curata dal Visconti), a pp. 67-68, dopo aver parlato della rinata Diocesi di Bussento e del Vescovo Felice, in proposito scriveva che: “Quante sofferenze d’allora in poi, quante angosce nei secoli del medio evo, particolarmente nell’ottavo in questo nostro regno, quando in numero stragande i bizantini furono costretti a cercarsi rifugio perchè Leone l’Isaurico e suo figlio Costantino Copronimo infierivano contro i cultori delle sacre immagini! Quando il patriarca Anastasio, forte del sostegno dell’autorità imperiale, si impadronì di moltissime nostre chiese ponendole impudentemente sotto la sua giurisdizione! Ma anche se alcuni venerabili monaci orientali, per sfuggire alle persecuzioni, giunsero pure nella diocesi di Bussento e fondarono l’abbazia di S. Cono a Camerotae su uno sperone a picco sul mare l’abbazia di S. Giovanni che fu chiamata ab Epyro perchè S. Giovanni era il santo protettore della loro patria, ecc….ecc…(28).”. Il Laudisio (…), a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (28), postillava che: “(28) Anast. Bibl. in papa Paulo, apud Bern. hist.haer. tom. 2. seculo 8, pag. 399.”. Il Laudisio (….), nella sua nota (28), si riferiva al testo di Anastasii Bibliotecarii che si trova in Domenico Bernino (…), nel suo ‘Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino’, del  1709. Il Laudisio, scrive nel tomo II, secolo VIII, p. 399. Si veda Papa Paolo I, vol. II, secolo VIII, p. 188 e s. (si veda p. 191). Dunque, in questo passo, il Laudisio, scriveva che il monastero (lui le chiama Abbazie) di San Cono a Camerota e quello di S. Giovanni a Piro, sorsero in seguito alle persecuzioni iconoclaste degli Imperatori bizantini Leone Isaurico e Costantino Copronimo. Il Laudisio (…), a p. 69, proseguendo il suo racconto, scriveva pure che: “Nel 968 Niceforo Foca cerca con tutti i mezzi di eliminare completamente il rito latino e di sostituirvi quello bizantino (29).”. Il Laudisio (…), a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (29), postillava che: “(29) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. I due studiosi Natella e Peduto, in un loro pregevole studio (…): “Pyxous-Policastro”, a p. 511, in proposito, scrivevano che: “Nel 968 Niceforo Foca, per il tramite del patriarca greco Anastasio, si sforzò disostituire al latino il rito greco in tutta la zona (64), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro, le due badie basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro.”. I due studiosi, nella loro nota (64), postillavano che la notizia era tratta dal Porfirio (…), di cui parleremo. Costruito dai monaci basiliani in fuga dalla persecuzione iconoclasta, parzialmente convertito in rifugio dai pastori. Il Cenobio di Sant’Iconio fu fondato dai monaci basiliani nell’VIII sec. sfuggiti dalla regione greca dell’Epiro, dalle aspre lotte iconoclaste e trovarono rifugio nel Cilento accolti dai longobardi. L’accesso attuale al sentiero è stato spostato rispetto all’originale, ed oggi risulta molto ripido, a seguito della costruzione della strada statale che costeggia il fiume, detta Mingardina. Qui i monaci introdussero le piante di liquirizia. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, scriveva che: “Il Gatta (52) scrive del “monastero dè Cappuccini fabbricato in amenissimo sito, donde godonsi le vaghe prospettive del Mare, dè Seni, e Promontorij e nel quale vi è una ricca Libreria, colma di dotti e di eruditi volumi. depositati quivi da vari Letterati, specialmente da Monsignor Maradei. Il Gatta si diffonde poi a parlare della famiglia Marchese.”. Infatti, il figlio del Gatta (…), Costantino, nella sua opera postuma ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc.….’, nel 1743, a pp. 292, scriveva su Camerota: “Nel monistero dè Cappuccini, fabbricato in amenissimo sito, donde godonsi le vaghe prospettive del Mare, dè Seni, e Promontorj, vi è una ricca Libreria, colma di dotti, ed eruditi Volumi, depositati quivi da varj Letterati, speziallmente da Monsignor ‘Maradei’.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 267, in proposito scriveva che: “Avvenuta la soppressione dei monasteri, i libri della biblioteca di Camerota furono portati a Policasto, per essere custoditi in quel vescovado (136).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(136) G. Cataldo, Notizie storiche, etc.,  op. cit.”. Dunque, il Gatta (…), parlava del monastero dei Cappuccini, costruito in un sito ameno e panoramico nel territorio di Camerota ed ivi si trovava una ricca biblioteca di dotti volumi. Il Gatta, dice che il monastero di Cappuccini, si trovava ubicato in un sito ameno da cui si poteva godere la meravigliosa vista di un meraviglioso paesaggio. Il figlio del Gatta (…), parlando del monastero dei Cappuccini a Camerota, si riferiva al cenobio basiliano di S. Cono o al monastero di S. Pietro di Licusati, che all’epoca era casale di Camerota?.

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(Fig…) Cala del Cefalo, l’Arco Naturale e la collina della Molpa nel territorio di Camerota

Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 362, in proposito scriveva che: “‘A PINETA RE SANT’ANTONIO o PINETA SANT’ICONIO o PINETA ‘NCENZO, a Camerota, attestata nel 1534 in ASS notar G. Greco di Camerota, fs 28 pag. 8 (3 b/4 a/b), 150/400 slm., tutta la collina a nord della spiaggia del Mingardo fino al convento di San Cono per un’estensione di 358 ettari; i basiliani derivavano dai pini incenso (col sistema usato poi per la gomma) che trasportavano poi alla Calanca in botti di legno, pinoli per la fermentazione, ‘a zappina’, una polvere fine della corteccia per tingere i mantelli dei monaci e le reti da pesca, una bevanda fatta di fiori di pino e liquirizia, ceralacca (con incenso ed altri incredienti), legna da ardere; nel secolo scorso l’Esercito raccoglieva l’incenso da cui ricavava bombe incendiarie (C. Rocco e G. Reda), la raccolta avveniva con ‘a sciotta’ (coltello), con cui si incideva la corteccia del pino, poi si incastrava una lamina di ferro sotto il taglio ed un piccolo vaso di creta, sostenuto da un chiodo infisso sotto la lamina; i tagli procedevano verso l’alto; gli asini trasportavano le cassette di 25 kg di incenso al deposito di San Vito; ecc..”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 398-399, parlando della visita apostolica del 1458, dell’Archimandrita Atanasio Calkeopuolos, in proposito scriveva che: “; l’altro di S. Cono, del quale rimangono le rovine tra i monti di Camerota ed il mare di Palinuro, era in possesso di quattro codici compreso un Evangeliario che destò l’ammirazione dei visitatori.”. Sovrastante la spiaggia della Cala del Cefalo, è una collina ammantata da pino d’Aleppo ricoperta di euforbie, di finocchio di mare e dell’endemica(esclusiva) Primula Palinuri. Tra Capo Palinuro e Marina di Camerota, sulla costa che sovrasta la Cala del Cefalo e il letto del Fiume Mingardo, sorge una delle emergenze naturalistiche e botaniche più importanti del Cilento e di tutto il bacino del Mediterraneo: il Bosco di San Cono, uno degli ultimi boschi spontanei di Pino D’Aleppo. Superando il primo, notevole dislivello e risalendo la folta pineta, si arriva in cima al costone roccioso che sovrasta la Cala del Cefalo e la sua lunga spiaggia. Il panorama è spettacolare: il fiume Mingardo, la collina della Molpa e la Marinella, l’Arco Naturale, il promontorio di Capo Palinuro. A metà percorso, nel bosco di San Cono vero e proprio, sorge lo “iazzo” di San Cono, imponente struttura architettonica rurale, un Cenobio Basiliano, una distesa di ulivi secolari e un campo di liquirizia spontanea, particolarità botanica introdotta dagli stessi monaci basiliani cui si deve il Cenobio. Oltre lo ‘iazzo’, si arriva poi alla Cappella di Sant’Antonio, dove si apre un panorama capace di abbracciare chilometri e chilometri di costa. Sulla strada ci sono la piccola chiesa di Sant’Antonio e le rovine del monastero basiliano di San Cono che contiene alcuni resti di affreschi bizantini (nonostante non siano effettivamente visibili). Questo sentiero conduce, attraverso la “macchia”, a diversi venerabili ulivi e alla pineta di Aleppo, dal paese di Camerota fino alla foce del fiume Mingardo, seguendo il vecchio sentiero che collega Camerota con il vicino paese di Palinuro. La notizia di cui parlava il Laudisio (…), tratta dal Bartolomeo Platina (…), riguardava la costituzione dei Calogerati di S. Cono e di S. Giovanni a Piro, ai tempi di Niceforo Foca (…) e, del Patriarca greco Athanasio. La stessa notizia è riferita da Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, che p. 332 che, diceva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista).”. Ebner (…), a p. 587, nella sua nota (52), postillava che: “(52) Gatta, cit., p. 292 egg. Il Gatta non dice di Prospero di Sangro che concorse con propri armati alla difesa del Regno contro i francesi di Lautrec.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 586, scriveva che: “Ai primi del ‘600 (1616) esisteva in posizione selvaggia e incantevole a Punta degli Infreschi, solo una chiesetta (S. Nicola, in località “pozzo”) e un frantoio con magazzini del feudatario di Camerota, marchese di Sangro, che aveva fatto costruire la chiesetta (46).”. Ebner, nella sua nota (46), postillava che: “(46) Pasanisi, cit., 49.”. L’opera citata da Ebner (…), a p. 586, nella sua nota (31), vol. I, era quella di Onofrio Pasanisi (…). Onofrio Pasanisi (…), ha scritto diversi saggi su Camerota ed il suo territorio, come ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, oppure, ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla R. Corte di Napoli nel secolo XVI’, oppure ‘I Capitoli concessi dal feudatario di Camerota nel periodo della rivoluzione detta di Masaniello’, oppure ‘Camerota e i suoi casali sino ai giorni nostri’ ma,  Pietro Ebner, a p. 584, nella sua nota (31), vol. I, si riferiva a “Pasanisi O., Don Sancio Martinez de Leyna e le Torri marittime della Molpa e Palinuro.. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, egli, parlando delle Torri marittime e costiere, nel territorio di Camerota e, accennando alla terribile incursione del turco Dragut Rais Bassà (…), che il 12 luglio 1552, saccheggiò e bruciò Camerota ed i suoi casali di Lentiscosa e di Licusati, a p. 278, scriveva che: “Anche Camerota aveva subito il saccheggio. (1) La torre della marina era stata presa ed arsa. Il signore del luogo, don Placido de Sangro, l’aveva rifatta e riarmata a proprie spese (2) nè avevano contribuito alla prima costruzione le università convicine.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., ci parla anche dei due monasteri esistenti a Camerota. Il Pasanisi (…), in proposito scriveva che: “Scomparse anche, e da tempo, due antiche badie, detta, l’una di S. Iconio, l’altra S. Pietro, eretta, la prima, in agro di Camerota, la seconda, nei pressi di Licusati, di origine basiliana entrambe…..Cominciato intanto il declino, perduta la data, secondo si usava allora, assieme a quella di S. Nazzaro in Cuccaro, al Cardinale Alessandro Farnese che la rassegnò poco dopo al papa. Dovendo intanto la Santa Sede restituire delle somme al Capitolo di S. Pietro, avute in occasione del sacco di Roma, Pio IV con bolla del 12 luglio 1564, assegnò dette due badie, in uno alle loro rendite, al menzionato capitolo che trasferì la chiesa abaziale delle due badie in Bosco. Nel 1818 la badia di S. Pietro di Licusati fu messa alla dipendenza del vescovo di Policastro. La metà dei beni passò al Comune di Camerota in seguito alla divisione dei demani. Anche la badia di S. Iconio, col passar degli anni decadde, i frati si allontanarono, ed i beni seguirono la stessa sorte della prima. Di essa è rimasta il nome alla contrada, detta comunemente di S. Cono.”. Da ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 56, apprendiamo che, Camerota, fu venduta dal marchese Di Sangro a Paolo Marchese, nel 1587. Dunque la costruzione della chiesa di S. Nicola, da parte dei De Sangro, dovette avvenire prima del 1587 ed ancora prima dell’incursione di Dragut Rais Bassà, qualche anno prima o qualche anno dopo del 1552. Dunque, l’Ebner (…), sulla scorta del Pasanisi (…), scriveva che alla fine del ‘600, il monastero era scomparso ed esisteva “in posizione selvaggia a Punta degli Infreschi”, solo la chiesetta di S. Nicola in località “pozzo” e un frantoio con magazzini di proprietà del marchese Placido de di Sangro, che aveva fatto costruire la chiesetta di S. Nicola. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, sulla scorta di Filippo Cirelli (…), scriveva pure che: “Il monastero di S. Cono era a ovest del castello, dove se vedano i resti ancora nel secolo scorso (Cirelli, cit. 138).. Ebner si riferiva all’opera di Filippo Cirelli (…), ‘Il Regno delle due Sicilie descritto e illustrato’. Ebner (…), sulla scorta del Cirelli (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 581, parlando di Camerota, scriveva che: “Il villaggio ubicato su una collina era da tre lati difeso da aspri dirupi. A ovest del castello era il monastero di S. Cono che mostra l’esistenza nel luogo di monaci italo-greci. E’ più probabile che i primi monaci bizantini giunti nel luogo avessero preso dimora nei diversi ambienti (‘kamarotos’) delle grotte (I fase, asceteri). Pare che ancora nel secolo scorso si scorgessero i ruderi del cenobio (4) sorto più tardi (III fase cenobitica).”. Ebner, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Cirelli, cit., p. 138.”. Dunque, Ebner, sulla scorta del Cirelli (…), scriveva che il monastero di San Cono, era sito ad ovest del castello.  Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, nel 1975, a p. 174, scriveva in proposito che: “Nell’VIII secolo, ad ovest di Camerota, a circa due chilometri, esisteva un monastero dei Basiliani, dedicato a S. Cono (4).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 174, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Cirelli F., op. cit., pag. 38. Di questo monastero, nel secolo scorso, erano in piedi le sole mura della chiesetta. Cessata la vita di quel Cenobio, i beni passarono al seminario di Policastro. Dopo l’abolizione della feudalità, nel decennio francese, metà di quei beni furono dati al Comune di Camerota che ne vantava gli usi civici. Con la soppressione, anche i Cappuccini dovettero sloggiare da Camerota e la ricca biblioteca, almeno quello che di essa era avanzato in seguito al saccheggio dei Francesi, fu portata al seminario di Policastro.”. Dunque, Pietro Ebner (…), ed anche il Vassalluzzo (…), che scrivevano sulla scorta di Filippo Cirelli (…) e, del Pasanisi (…), il monastero di San Cono era sito a due chilometri ad ovest da Camerota, dove oggi si vede solo la Chiesa di S. Nicola a Camerota, che Ebner dice essere in località “pozzo”. Inoltre, il Vassalluzzo (…), a p. 174, nella sua nota (4), cita il Pasanisi (…), Camerota e i suoi casali, Napoli, 1964, p. 7, dove l’autore ci da uno spaccato dell’incursione dei Francesi del generale Lemarque a Camerota. Di Mons. Maradei, Vescovo di Policastro, ne ha parlato anche il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’, dove dice che Giacinto Camillo Maradei, fu nominato vescovo di Policastro nel 1696 e morì il 2 settembre 1705. Scrive il Laudisio (…), a p. 86 (vedi versione curata da Visconti), che: “Con un lascito testamentario donò la sua magnifica biblioteca al convento dei Cappuccini di Camerota.”, che come abbiamo appreso dal Gatta (…) “nel quale vi è una ricca Libreria, colma di dotti e di eruditi volumi. depositati quivi da vari Letterati, specialmente da Monsignor Maradei”. Dunque, nel 1705, con lascito testamentario il Convento dei Cappuccini, di Camerota, arricchiva la sua bella biblioteca di dotti volumi. Ma si trattava del monastero di San Cono ?. Il monastero di S. Cono, dopo la visita apostolica del 1458, divenne in seguito, un Convento di Cappuccini? Ritornando all’ubicazione del monastero di S. Cono a Camerota, tutti gli autori citati, il Gatta, il Cirelli, il Vassalluzzo, volevano che il monastero di S. Cono fose posto ad ovest di Camerota, a circa due chilometri, esisteva un monastero dei Basiliani, dedicato a S. Cono (4).”Guardando però la carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), illustrata nell’immagine sopra di Fig. 1, possiamo notare che fra i toponimi elencati nell’area in questione, è citato un “S.to Cono”. La carta in questione (…), è una carta corografica del Regno di Napoli, delineata molto probabilmente per motivi fiscali all’epoca della casa regnante degli Aragona, una carta inedita da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli. La toponomastica ivi segnata è di estrema importanza per le nostre zone e non solo, in quanto molti luoghi, e S. Cono è uno di questi. Il toponimo di “S.to Cono”, come possiamo leggere sulla carta in questione (…), si trova segnato ad ovest di Camerota e non verso la Cala del Cefalo o verso il Mingardo, che sono alla sinistra della carta. Guardando la carta, frontalmente troviamo il promontorio di Punta Infreschi ed un rigagnolo che risalendo arriva a Camerota paese, dove, molto più in alto a Lentiscosa che è posta sulla sua destra, troviamo il toponimo di “S.to Cono”. Ancora più su poi, troviamo sopra “Camerota”, troviamo “Cusati” e,  ancora più su, sulla stessa dorsale troviamo “Poderia”. Stranamente, sulle colline che si affacciano sul promontorio di Punta Infreschi, invece, troviamo un “li Ispani” e un “la Fenosa”.

Licusati

(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Attanasio)

Anche queste notizie, intorno alle origini dei due calogerati di S. Cono e di S. Giovanni a Piro, andranno ulteriormente indagate. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, scriveva di due monasteri nel territorio di Camerota, distinguendoli nettamente fra loro. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista).”. La studiosa Wilma Fittipaldi (…), nel suo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, nel suo capitolo 8, “La Regione monastica del Monte Bulgheria”, sebbene accenni ad un monastero di “Santa Maria dei Martiri a Lentiscosa”, non dice nulla sull’antico Monastero di S. Cono di Camerota, ma a p. 278, ci parla di “Caritone (Iconio, III secolo; Betlemme, 350″A lui si attribuisce la prima codificazione delle leggi monastiche che passarono nel ‘Typicon’, ossia nel formulario di San Sabae del monastero costantinopolitano di Stoudion, anche ad opera di Sant’Eutimio il Grande, di San Teodosio il Cenobriarca. Da giovane, sotto l’Imperatore Aureliano, ecc..ecc..”. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, scriveva che: “Sul monastero di S. Conore (49), comunemente detto di S. Cono, quanto ho detto innanzi cap. V, 5.. Dunque, l’Ebner, qui, lo chiamava monastero di San Conore e nella sua nota (49), a p. 587, postillava che: “(49) Sinax. Costantinopol. (Delahaye), col. 511, 5 marzo: “ten athesis ton aghiou marturos Cononoe tou Cypouron. Martire 4 marzo, col. 509: O aghios.”.

Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, scriveva che: “Sul monastero di S. Conore (49), comunemente detto di S. Cono, quanto ho detto innanzi cap. V, 5.”. Ebner (…), si riferiva al Capitolo V del vol. I “Monasteri e Chiese ricettizie”, a p. 149, dove per certi versi si riferisce al Rodotà (…). Ebner (…), a pp. 162-163, sul monastero di S. Cono, in proposito scriveva che: “A Camerota vi era un monastero dedicato a S. Conore, comunemente detto di S. Cono, da non confondere con il benedettino morto a Diano, il cui corpo, rinvenuto nel monastero di Cadossa nel 1261, venne traslato e tumulato nella chiesa di S. Maria Maggiore di Diano. S. Conore era un santo orientale dichiarato protettore da parte dei monaci bizantini anche di molti paesi calabri..

Ebner (…), forse sulla scorta del Minisci (…), postillava che il termine “Conore”, deriva dal testo di M. Delahaye (…) nel suo ‘Synax Costantinopolitani della Vergine’. Il Laudisio (…), però, ci dava anche notizie sull’Abbazia di San Cono di Camerota, scrivendo che, i moltissimi monaci, cacciati dalla Calabria e dalla Puglia da Roberto il Guiscardo (a. Mille) “…giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati…”. Dunque, secondo il Laudisio (…), l’Abbazia di S. Cono di Camerota, insieme a quella di S. Giovanni a Piro, furono fondate dai monaci basiliani che si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati. Il Laudisio (…), a p. 17 (vedi versione curata dal Visconti), continuando il suo racconto, scriveva pure che: “Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Giovanni a Piro….I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa (51).”. Il Laudisio (…), a p. 17 (vedi versione curata dal Visconti), nella sua nota (51), postillava che: “(51) Apud card. Sirleti in Biblioteca Vaticana, num. 2101, pag. 177.”. Il Laudisio (…), nella sua nota (51), postillava che la notizia proveniva dal testo del Cardinale Sirleti o Sirleto (…), che pubblicò il codice Vaticano 2101, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 46 (vedi p. 99, versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro ecc….Vi erano anche le abbazie benedettine. La prima, quella di S. Pietro di Licusati, fu unita dal pontefice Pio IV alla SS. Basilica Vaticana con un’ordinaria, quasi vescovile giurisdizione e con un proprio territorio (156). ecc..”. Il Laudisio (…), a p. 46, nella sua nota (156), postillava che: “(156) Ex bull. XII Kalend. Iul. an. 1564.”Il Laudisio (…), prima parla dell’Abazia di S. Cono di Camerota e poi dice che sempre a Camerota e a Rivello, vi erano due Abazie minori di basiliani, distinguendole nettamente. Il Laudisio, scrive che una delle due Abbazie minori di basiliani che si trovava a Camerota si chiamava l’Abbazia di S. Pietro, forse proprio l’Abbazia di S. Pietro di Licusati, di cui abbiamo già scritto e, che il Laudisio dice essere stata posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma.”. Dunque, il Laudisio (…), distingue chiaramente i due monasteri di S. Cono di Camerota e quello di S. Pietro di Licusati. Alcune notizie riguardo l’antichissimo monastero di San Cono di Camerota, le ritroviamo in Gaetano Porfirio (…), che nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 538, sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del coevo Laudisio (…),  nel 1848, parlando della ‘Diocesi di ‘Policastro’, scriveva che: “…tori Leone Isaurico e Costantino Capronimo, acerrimi distruttori di immagini, non poche furono le violenze che quivi si perpetrarono, delle quali non ultima al certo fu quella con cui Anastasio patriarca greco, all’ombra degli imperiali favori, moltissime Chiese della Lucania alla sua cattedra aggregò con invereconda prepotenza e detestabile ambizione. Con tutto ciò, e non ostante fondazione di due abbazie, addimandata una S. Cono di Camerota, e l’altra di S. Giovanni a Piro (‘ab Epyro’), levatevi dà Calogeri orientali, quivi dalla persecuzione cacciati, pure dalla Chiesa busentina, lungi dal piegarsi al greco rito, si tenne mai sempre ferma nella sua sede di Roma (3). Ma non ebbero qui termine i duri travagli in chè traboccò l’infelice regione Lucana. Leone detto il sapiente (a. 887) confermò l’atto di violenza, nel secolo anteriore dal patriarca Anastasio consumato, e fece che le chiese strappate alla devozione di Roma alla costantinopolitana sede fosse in perpetua soggette.”. Il Porfirio (…), a p. 538, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Anast. Bibl. in papa Paulo, apud Bern. hist.haer. tom. 2. seculo 8, pag. 399.”. Il Porfirio (…), nella sua nota (2), si riferiva all’epistola papale, ecc…Il Porfirio (…), nella sua nota (3), si riferiva al testo di Anastasii Bibliotecarii che si trova in Domenico Bernino (…), nel suo Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino’, del  1709. Il Porfirio, scrive nel tomo II, secolo VIII, p. 399. Si veda Papa Paolo I, vol. II, secolo VIII, p. 188 e s. (si veda p. 191). Dunque, in questo passo, il Porfirio, sulla scorta del Laudisio (…), scriveva che il monastero (lui le chiama Abbazie) di San Cono a Camerota e quello di S. Giovanni a Piro, sorsero in seguito alle persecuzioni iconoclaste degli Imperatori bizantini Leone Isaurico e Costantino Copronimo.

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(…) Gaetano Porfirio (…), p. 538, col. sn e dx

Il Porfirio (…), a p. 538, nella sua nota (2), si riferiva alle origini di alcuni nostri centri, come ad esempio Vibonati (li Bonati): “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, cacciate dal duca Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, immigrarono nella nostra diocesi, un asilo cercando nella badia di S. Giovanni a Piro, ed in quella di S. Cono di Camerota. Da quì l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”. Il Porfirio (…), però, nella sua nota (2), postillava sull’Epistola papale di S. Gregorio: “(2) Lib. 3. epist. 49, lib. 11, epist. 18.”. Il Porfirio si riferiva alle epistole papali ed è la stessa identica nota riportata dal Laudisio (…). Sempre il Porfirio (…), a p. 539, in proposito scriveva pure che: “La Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini in Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello e Battaglia, non che le già menzionate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima dipoi divenne di patronato e collazione regia.”. Biagio Cappelli (…), riguardo i due monasteri di S. Cono di Camerota e quello di S. Giovanni a Piro, citava anche Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti,…”, e li elencava. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero fol. 3. fa menzione di altri Monasteri, chiamati Badie, unite dal Papa Clemento 8° alla basilica, cioè: 35. Monastero di S. Pietro di Camerata. Monastero d Santa Croce di detta Terra di Camerata.”. Dunque, Domenico Martire, sulla scorta del Di Luccia (…), era questo l’autore chiamato “Pietro di Lucca”, scriveva ” 35. Monastero di S. Pietro di Camerata”, chiamando Camerota: ‘Camerata’. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, al n. 31, tra i monasteri della Basilicata è citato un monastero basiliano, che lui chiama “Monastero di S. Pietro di Camerata. Monastero di S. Croce di detta Terra di Camerata”. Posto che, in Basilicata esistesse un casale detto ‘Camerata’, io credo che il Martire (…) abbia confuso un Monastero di Camerata Picena con il monastero di S. Cono a Camerota. Ebner (…), nelle sue note (13-14), postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”. Dunque, anche il Cataldo, distingueva nettamente le due comunità benedettine delle due Abbazie di S. Pietro di Licusati e quella del monastero o Abbazia di S. Cono di Camerota e poi poneva l’Abbazia di S. Cono a Camerota come benedettina e non basiliana. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…) che, a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, diceva che il Monastero di S. Cono di Camerota era detto: “….il Cenobio di S. Giovanni a Piro…. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio;…. Dunque Biagio Cappelli (…), riguardo il monastero di S. Cono di Camerota, scriveva che fu toccato dalla visita Apostolica di Athanasio Calkeopulos, che esso era prossimo a quello di S. Giovanni a Piro, chiamandolo S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio;…. Biagio Cappelli, a p……, nella sua nota (39), postillava che “(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Il Cappelli (…), nella sua nota (39), si riferiva al monaco T. Minisci (…), ed al suo: ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’ e si riferiva a Pierre Batiffol (…), nel suo ‘L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane’. Il Cappelli (…), a p. 305, sulla scorta del Minisci (…) e, del Batiffol (…), scriveva che riguardo il monastero di S. Cono a Camerota, vi era una chiesa triabsidata (a tre absidi) e che localmente veniva detta S. Iconio. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, a p. 232, così in proposito scriveva che: “Abbadia di S. Iconio o Abatie Sancti Conj o San Cono o San Conore, a Camerota, (3 b), 346 slm, cenobio basiliano sul pendio S. Iconio, sito a sud della collina Malaspina, e a ovest del monte Sant’Antonio. I ruderi si incontrano sull’antica strada per Palinuro che parte a Sud del Ponte Sant’Angelo a Camerota e va verso occidente discendendo il Mingardo. La località è detta anche Difesa. L’Ebner parla di monastero italo-greco e di numerosi insediamenti rupestri di anacoreti basiliani, da ricondurre alla prima fase o degli asceteri (Ebner IV 581). Secondo alcuni sorge intorno all’896 insieme a San Pietro di Licusati, secondo altri la fondazione risale agli anni 750-775 ad opera di basiliani dall’Epiro (D’Angelo 12). Il vescovo di Policastro, Laudisio scrive che nel 1065 Roberto il Guiscardo espulse dalla Calabria e dalla Puglia una ‘Turba Graecorum plurima’ e si rifugiò all’abbazia di San Giovanni a Piro e ‘….ad alteram S. Coni Camerotae (Laudisio 34) dove è probabile ci fosse già un’antica laura. I Normanni donarono poi la zona denominata ‘Difesa’ ai basiliani. Alla Santa Visita del 1457/58 risulta in possesso di quattro codici miniati e di un ‘evangelario mirabile’; insieme alla chiesa di San Pietro a Licusati e alla più antica chiesa di San Giovanni a Piro compone il triangolo della Trinità, venerata nel rito greco, (Cappelli 399, Ciociano III 29, Cirelli 138, . Volpe 183). Nel 1418 è attestata come appartenente all’Ordine dei Premostratensi, nel nel 1424 passa all’Ordine di San Basilio nella diocesi di Policastro, al cui vescovo paga la tassa generale (H. Hoberg, 183), nel 1548 risulta proprietaria di un frantoio e un ‘cammarellus’ a Camerota (in ASS ‘notar G. Greco, fs 28, lib. II, pag. 50); il frantoio nel 1693 è sito presso la chiesa di S. Maria delle Grazie a Camerota come risulta dal ‘Libro delle entrate ed esiti della cappella del SS. Rosario’ (ASC SS. Rosario, 3); è attestata anche nel 1709; nel 1753 è affidata dalla Santa Sede al reverendo di Licusati Marco Crocco per la qual cosa pende giudizio innanzi alla Curia romana; ecc…I beni della Badia nel 1857 risultano intestati per metà al Seminario diocesano di Policastro e per metà al Comune per usi civici (Cirelli, 38). Ecc…”. Dunque, l’autore del saggio, Angelo Di Mauro (….), cita Biagio Cappelli (….) ed il suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro lucani” e cita pure Ciociano (….), ovvero Giovanni Ciociano (….), che nel suo “Storie Camerotane”, a p. 20, in proposito scriveva che: “La prima Badia sorge sul pendio occidentale del colle ad ovest di Camerota, riparata dalla tramontana ed aperta alla vista del mare. E’ dedicata a S. Cono o Sant’Iconio, che i fedeli invocano: – “Libera devotos et patriam a peste, fame et bello et a tiranica dominatione” – Invocazione da aggiornare…….Come la chiesa di S. Daniele Profeta, ad una sola navata con dieci cappelle, di rito greco fino al XVIII secolo. Quasi cmpletamente crollata, si riedifica, nel 1797, con rilevanti modificazioni, per la somma di ducati 1.200, ricavati dalla vendita, per decisione popolare, degli ‘ex voto’ e dal contributo, in ragione di ducati 500, del vescovo di Policastro, mons. Ludovico Ludovici. Dalle abazie basiliane si diffonde il culto in onore di santi di origine orientale: a Camerota, S. Barbara, S. Vito, S. Nicola e S. Pantaleone, il medico soprannominato ‘anargirio’, cioè senza argento, perchè non esigeva alcun compenso dai pazienti. Primo patrono della comunità camerotana, S. Pantaleone scendere al secondo posto della graduatoria devozionale, con l’avvento del santo domenicano Vincenzo Ferreri: il confratello dei padri predicatori, Tommaso e Vincenzo Malatesta da Camerota, consacrati vescovi, il primo di Vestina e Viesti nel 1580, il secondo di Betlemme nel 1589. La statua di S. Pantaleone, conservata nella cappella del castello, e donata alla parrocchia di S. Maria delle Grazie dal feudatario Ottavio Marchese ecc…”.

Nel 1057, Roberto il Guiscardo e la Molpa

Il barone Giuseppe Antonini (…), nel Discorso VII, a p. 367, della sua ‘La Lucania- Discorsi’, dove, parlando dell’antica città scomparsa della Molpa, scriveva che: “‘Goffredo Malaterra’, scrittore delle cose Normanniche, la chiama Melfa; e ci fa vedere, che a tempo di lui ci erano anche dè mercadanti, poichè scrive di essere stati presi alcuni da Roberto Guiscardo nel MLVII. Ecco le di lui parole: ‘At dum illos, qui praedatum miserat apud Scaleam, prestolatur, Bever quidam a Melfa veniens nuntiavit Melfitanos negotiatores a Melfa, haud procul a castro transire. Quo nudito non minimum gravisus, equum infiliens, captosque Scaleam deduxit, omniaque, quae secum habebant diripiens, ipso etiam redimere fecit’. Nè uom dica, che ‘Malaterra’ abbia inteso parlare di Melfi (2), perchè oltre essere questa Città lontana da Scalea ben quattro giornate di cammino, era poi Melfi dello stesso Guiscardo.”. L’Antonini, a p. 367, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Un poco più diffusamente di questa edificazione scrive ‘Mambrin Roseo’, nel lib. 7 della Storia del Regno; ma in nulla contraddice al Malaterra, ne diversamente avealo detto il Collenuccio sul principio de lib. 3.”. Dunque, in questa sua nota l’Antonini postillava di Mambrin Roseo, postillava del Malaterra e postillava del Collenuccio. Vediamo il primo: Mambrin Roseo. Da Wikipedia leggiamo che Mambrino Roseo (Fabriano, ca. 1500 – tra 1573 e 1580) è stato un notaio, letterato e traduttore italiano. Roseo fu notaio nella sua città e a Perugia e partecipò all’assedio di Firenze al servizio di Malatesta Baglioni. Riguardo il testo citato dall’Antonini, io credo che egli, nel 1745, si riferisca al testo “Del Compendio dell’Istoria del Regno di Napoli aggiunto da Mambrino Roseo da Fabriano libro settimo”, che troviamo a p. 402 e ssg. nel testo di Pandolfo Collenuccio (….), nel suo “Raccolta de piu rinomati scrittori dell’istoria generale del Regno di Napoli etc…”, pubblicato a Napoli, stamperia Gravier, nel 1770, tomo 17°, pag. 402.  L’Antonini, scrivendo di Molpa, diceva che al tempo di Goffredo Malaterra, vi erano a Molpa parecchi mercanti (mercadanti), che furono presi da Roberto il Guiscardo e portati a Scalea. Antonini (…), riporta la frase del cronista dell’epoca Normanna Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, che, secondo il Lo Curto (…), racconta l’episodio in cui si cita Molpa Scalea. Si tratta del Libro I, del Cap. XXVI, il Malaterra scriveva (v. Lo Curto, p. 71) che: Mentre egli aspettava a Scalea i soldati che aveva mandato al saccheggio, un tale Bervenis, giunto da Melfi, gli fece sapere che mercanti della zona, carichi di beni di valore, stavano passando non lontano dal castello per ritornare a Melfi da cui erano partiti. Saputo ciò, Ruggero con grande gioia balzò a cavallo e, affiancato da Gesualdo e Carbonaria (30), con soli tredici soldati andò incontro ai mercanti. Catturatili, li trascinò a Scalea; dopo averli depredati di tutto quello che avevano, pretese anche il loro riscatto.”.

Nel 1097, Boemondo, Ruggero Borsa e la I Crociata in Terra Santa

Da Wikipedia leggiamo che al Terzo concilio di Melfi, dal 10 al 17 settembre 1089, il Papa Urbano II propose la prima Crociata. Il Pontefice, insieme ai fratellastri normanni Ruggero Borsa e Boemondo I, gettò le basi per costituire una lega allo scopo di liberare dai musulmani la Terra Santa. Iniziò, così, la predicazione per la crociata, che fu formalmente indetta, in seguito, a Clermont. Nel 1096 Boemondo, insieme a suo zio Ruggero I il Gran Conte di Sicilia, stava assediando Amalfi che s’era rivoltata contro il duca Ruggero, allorché bande di Crociati cominciarono ad attraversare l’Italia per dirigersi in Terra Santa. Lo zelo crociato conquistò Boemondo: è possibile che egli abbia visto nella Prima Crociata l’opportunità di realizzare la politica paterna di una espansione verso oriente e avesse sperato, in una prima fase, di ritagliare per se stesso un principato orientale. Goffredo Malaterra con schiettezza afferma che Boemondo prese la Croce con l’intenzione di razziare e conquistare terre greche. Boemondo radunò un contingente normanno, forse la miglior compagine dello stuolo crociato, nonostante i numeri modoesti (il suo contingente assommava all’incirca a 500 uomini su un totale di circa 35.000 crociati). Alla testa del suo esercito egli traversò, partendo da Trani, il Mare Adriatico e, dopo essere sbarcato a Durazzo, si diresse per la Via Egnatia alla volta di Costantinopoli percorrendo, sotto la prudente scorta di Peceneghi inviatagli incontro dall’Imperatore di Costantinopoli, la via che egli aveva tentato di seguire nel 1084. Fece grande attenzione a osservare un atteggiamento “corretto” nei confronti di Alessio e quando arrivò a Costantinopoli nell’aprile 1097 rese omaggio feudale all’Imperatore. Si recò a Gerusalemme nel Natale del 1099, quando Dagoberto da Pisa fu eletto patriarca, forse al fine di impedire la crescita di un forte potere lotaringio nella città. Tutto faceva sembrare che Boemondo fosse destinato a gettare le fondamenta di un grande principato ad Antiochia che avrebbe potuto contenere Gerusalemme. Aveva un buon territorio, una buona posizione strategica e un esercito forte. Doveva però fronteggiare due grandi forze: l’Impero bizantino, che reclamava tutti i suoi territori appoggiato nella sua pretesa da Raimondo di Tolosa, e le forti municipalità musulmane del nord-est della Siria. Contro queste forze egli fallì. Nel 1100, nella battaglia di Melitene fu catturato dai Danishmendidi di Sivas e languì in prigione fino al 1103. Il cugino Tancredi prese il suo posto ma nel frattempo Raimondo s’installava con l’aiuto di Alessio a Tripoli e riusciva così a contenere l’espansione verso sud di Antiochia. Tancredi era figlio di Oddone Bonmarchis, detto Marchisius “il Buon Marchese”, della famiglia dei signori del Monferrato, e di Emma di Altavilla sorella di Roberto il Guiscardo. – Emma era anche il nome di una sorella di Boemondo I d’Altavilla, la cui omonimia ha spesso creato confusione in alcuni autori, i quali, confondendo il grado di parentela tra i due rampolli della casa normanna, hanno erroneamente indicato Tancredi quale nipote di Boemondo principe di Antiochia, anziché suo cugino – Da: Tancredus di Rodolfo di Caen.

Nel 1104, l’Ordine degli Hospitalieri o Cavalieri dell’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme

I Cavalieri Ospitalieri (formalmente Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, detti anche Cavalieri di Cipro, Cavalieri di Rodi e come Cavalieri di Malta), è un ordine religioso cavalleresco nato intorno alla prima metà dell’XI secolo a Geusalemme. In seguito alla I Crociata divenne un ordine religioso cavalleresco cristiano dotato di un proprio statuto, secondo il costume del tempo. Quindi, nel 1113 papa Pasquale II lo rese autonomo e sovrano con il protettorato della Santa Sede. Se fino ad allora l’Ordine seguiva la Regola benedettina, piano piano iniziò ad osservare quella agostiniana. Infine, col maestro Raymond du Puy de Provence, l’Ordine si diede una regola propria, ispirata sempre a quella agostiniana. Ciò che appare inconfutabile è che l’Ordine Ospitaliero fu fondato dal Beato Gerardo de Saxo in seguito alla I Crociata e il cui ruolo di fondatore fu confermato dalla bolla papale “Pie Postulatio Voluntatis” di papa Pasquale II del 15 febbraio 1113. Oltre questo esistono una decina di documenti coevi in cui è nominato Gerardo che acquisì terre e rendite per il suo Ordine per tutto il Regno di Gerusalemme e anche in Europa. La forza crescente dell’Islam alla fine costrinse i Cavalieri ad abbandonare i loro possedimenti storici in Gerusalemme. Dopo la caduta del regno di Gerusalemme (Gerusalemme stessa cadde nel 1187) i Cavalieri si trovarono confinati nella Contea di Tripoli (di Libano) e quando anche San Giovanni d’Acri venne catturata, nel 1291, l’Ordine cercò rifugio presso il Regno di Cipro. Assieme ai Cavalieri Templari, formatisi poco dopo nel 1119, gli Ospitalieri divennero uno dei più potenti gruppi cristiani nell’area. L’Ordine cominciò a distinguersi in battaglia contro i musulmani e i suoi soldati indossavano una sopravveste nera con una croce bianca. Dalla metà del XII secolo l’ordine era nettamente diviso tra membri militari e coloro che prestavano assistenza ai malati. Era ancora un ordine religioso e godeva di privilegi funzionali concessi dal papato, tra i quali l’indipendenza da ogni autorità che non fosse quella del papa stesso, l’esenzione dai tributi e la concessione di edifici religiosi. Paul Guillaume (…), sulla scorta di alcune fonti come Guglielmo di Tiro (…), e Ugo da Venosa (…), ed altri, sosteneva l’origine dell’Ordine Gerosolimitano di Malta, dalla fondazione del monastero di S. Maria della Latina a Gerusalemme e dell’Ospedale annesso fondati da alcuni frati neri che dipesero dall’Abazia di Cava dei Tirreni, e dal loro abate, Pietro Pappacarbone. Paul Guillaume (….), nel suo “Essai Historique sur l’Abbaye de Cava etc…”, a p. 77 (si veda p. 84 edizione a cura di Ruocco), in proposito ai porti del Cilento, che dipendevano a quei tempi dall’Abbazia benedettina, parlando dell’Abbate S. Pietro Pappacarbone, scriveva che: “Gli ‘Ospidalieri di S. Giovanni di Gerusalemme’ erano appena nati in Palestina (1104). Dei pii mercanti di Amalfi avevano d’apprima fondato, nel 1084, (96) col consenso del Califfo d’Egitto, nei pressi del Santo Sepolcro, un monastero, conosciuto sotto il nome di ‘S. Maria della Latina’, come un ospizio o asilo per accogliere i poveri pellegrini. Al fine di attendere ad entrambi gli scopi, come attesta ‘Guglielmo da Tyr’, essi fecero trasferire dal loro paese a Gerusalemme dei monaci con il loro abbate. (97). Questi monaci, secondo ‘Giovanni da Vietri’, portavano l’abito nero (98). Essi seguivano, inoltre, la Regola di S. Benedetto secondo la Costituzione di Cluny; fatto che gli valse, da parte dell’abbate di Cluny, ‘Pietro il Venerabile’ (1123-56) delle lettere di felicitazione. (99) “Ora, chi non distinguerebbe, da tutti questi segni, i religiosi di Cava? Gli arditi navigatori Amalfitani, che a quell’epoca percorrevano il Mediterraneo facendo con l’Oriente un commercio così attivo, sapevano molto bene quali erano i meriti dei discepoli di Sant’Alferio Pappacarbone, la cui dimora principale non era che a qualche ora dal loro paese natale, e che, sulle stesse coste di Amalfi, avevano già molte chiese e priorati. (100)”. Così quando ebbero finito di costruire il monastero e lo spizio di ‘S. Maria della Latina’, essi si diressero, come è tradizione a Cava, dall’abate Pietro, pregandolo di voler prendere la direzione della loro istituzione…..il santo Abate il giorno in cui spedì in Palestina, accanto al sepolcro di Gesù Cristo, una colonia benedetina di Cava. (101). E non è tutto. Sempre secondo ‘Guglielmo di Tyr’, quando i Crociati si impadronirono di Gerusalemme (1099), trovarono nell’ospizio annesso al monastero di ‘Santa Maria della Latina’, un santo uomo, chiamato Gerardo, il quale, durante il tempo delle ostilità, ‘per ordine dell’abate e dei monaci’, serviva umilmente i poveri, (102) cosa che continuò a fare fino alla morte (1021). Il successore di Gerardo, ‘Raimondo du Puy’, cambiò un pò l’ordine nascente, e allo scopo di venire più efficacemente in aiuto ai pellegrini, ‘armò i frati dell’ospizio’. Da quì l’origine, insieme religiosa e militare, degli ‘Ospedalieri di S. Giovanni’ di Gerusalemme, meglio conosciuti tuttavia, a causa dei luoghi che in seguito abitarono, sotto il nome dei ‘Cavalieri di Rodi’ o ‘Cavalieri di malta’. Senza volerci occupare qui della questione, molto dibattuta, di saper se Gerardo, soprannominato Tom, fosse originario del villaggio di Scala, al di sopra di Amalfi, oppure di Marigues, in Provenza, notiamo che universalmente viene riconosciuto come il fondatore e il primo Gran Maestro dei ‘Fratelli Ospedalieri di S. Giovanni’. Ora, siccome fu ‘per ordine dell’abate e dei monaci’ di un monastero dipendente da Cava, che Gerardo cominciò la sua nobile e santa missione, non è giusto concludere, con uno dei più dotti figli di Cava, l’abate ‘Don Vittorino Manso’ (1541-1611), (103) con lo storico ‘Rodulfo’ (104) e con tanti altri ancora, (105) che è verso gli stessi religiosi di Cava che la Cristianità è debitrice dell’istituzione dei Cavalieri di Malta? Da allora partivano continuamente dal porto di Vietri, per Gerusalemme dei religiosi benedettini di Cava, che si andavano a prendere cura di Santa Maria della Latina e dell’ospizio dei pellegrini che ne dipendeva.”.

Guillaume, p. 77

(Fig…) Guillaume Paul (…), op. cit., p….

Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (96) postillava che: “(96) Sicard. Cremon., ‘Chron., p. 586.”. Qui il Guillaume cita il ‘Chronicon’ di Sicardo di Cremona (…). Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (97) postillava che: “(97) quì il Guillaume cita il passo in latino tratto dal ‘Monasterium de Latina’. Bell. Sacr. Hist. lib. XVIII, c. IV ecc..p. 427, Bolla, 1549…”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (98) postillava che: “(98) In Ecclesiis seu Monasteriis de Latina ecc…Hist. Occid., c. 28.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (99) postillava che: “(99) Epist. lib. III 44,; cfr. Mabill., Ann. O. B., t. V. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (100) postillava che: “(100) L’Abbazia di Cava possedeva, sia ad Amalfi, sia nei dintorni, oltre diciassette chiese o monasteri. Parecchi in questo numero, furono donati all’abate Pietro (1079-1122). Vd in ‘Appendice’, la Lista dei Monasteri.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (101) postillava che: “(101) Gattola, nella sua ‘Storia dell’Abbazia di Monte Cassino’ (t. I, p. 491) assicura che furono i religiosi Cassinesi ad essere incaricati della cura di S. Maria della Latina’. Ma egli non ne fornisce alcuna prova, proprio lui che d’ordinario prova tanto bene tutto il resto…..”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (102) postillava che: “(102) “…Et in xenodochia similiter (postquam Civitas fuit capta’) repertus ecc…”, Guglielmo di Tyr, op. cit., p. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (103) postillava che: “(103) “Alterum quo probatur Monachos Cavenses fuisse ecc..”, Anno Wion, Lig. Vit., p. 468. Ed. del 1595.”. Sempre riguardo alla presenza degli Ospetalieri nelle nostre zone, in proposito risulta molto interessante ciò che scrive il Guillaume su “‘Margarito’, conte di Brindisi, di Malta e di Victoria, ammiraglio della flotta reale (1192), ecc..(24).”. Il Guillaume (…), a p. 145, nella sua nota (24), postillava che: “(24) I diplomi e le pergamene originali si trovano: ‘Arca Magna, Lett., I, L, ecc…; ‘Arca’ n. XXIV-XXXIV. Essi ammontano almeno a 1300; Cfr. del resto RODUL., Ms. 61., p. 112…; De Blasi, ‘Chron’., 1271-94, passim; Trinchera, Syllab., ecc…”. Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta.”, di cui il Di Mauro (…), non cita i riferimenti bibbliografici. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 474, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, in proposito scriveva che: “Vasto possedimento, detto anche ‘Fonti’ o ‘la Commenda’, che apparteneva all’ordine dei Templari costituito a Gerusalemme nel 1118 (primo gran maestro fu Ugo dei Pagani) per difendere il S. Sepolcro (65).”. Ebner, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) Le loro case erano diffuse ovunque in Europa, erano dette Tempio. La degenerazione dell’Ordine indusse Filippo il Bello ad espellerli dalla Francia (1307). Cfr. Camera Matteo, cit., I, p. 44 e II, pp. 151, 156 e 206. Nel Regno l’Ordine venne abolito da Roberto, duca di Calabria, nel 1308, per ordine del padre Carlo II che l’aveva soppresso in Provenza. I loro beni vennero avocati al demanio. Ecc..”. Dunque, Ebner citava a più riprese alcuni saggi di Vittorio Bracco (….). Il sacerdote Romaniello Agatangelo (….) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, nel capitolo “Le Commende”, in proposito scriveva che: “Intanto i principi normanni, Boemondo, fratello di Ruggiero, e suo nipote Tancredi, partendo per la Terra Santa, offrirono molto danaro e possessioni ai feudatari per compiere opere di beneficenza e propiziarsi la benevolenza di Dio.”. Ebner, nel vol. II, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) …..Cfr. Camera Matteo, cit., I, p. 44 e II, pp. 151, 156 e 206.”. Io credo che l’Ebner si riferisca al testo di Matteo Camera (….), “Storia del Ducato di Amalfi”. Matteo Camera (….), nel suo “Istoria della città e costiera di Amalfi“, del 1836, a p. 134, nel cap. VII “Principi del militare Ordine dei Gerosolimitani”, in proposito scriveva che: “….

Nel 1116, ‘Sarolo di Cambarota’ (Camerota) presente alla stipula di un atto per Guglielmo conte del Principato

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 461 parlando del casale di Agropoli, in proposito scriveva che: “Il Di Meo afferma (39) che ad anno 1116 Guglielmo, conte del Principato, figlio del fu Roberto, “si obbligò con giuramento a difendere i beni de’ Cavesi, i quali confermò, e seco giurò lo stesso anche Giovanni di S. Paolo (40), che in nome di esso conte Guglielmo comandava nel castello di Agropoli”. Ebner, a p. 461, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Di Meo cit., IX, Napoli, 1804, p. 50. Il documento fu redatto a Salerno nel palazzo della Chiesa di S. Massimo da Giovanni, notaio ed avvocato, presenti Guglielmo, vescovo di Troya, Roberto principe di Capua, Pietro giudice, Joel comestabulo del duca principe Guglielmo, Roberto Signa di Eboli, Giordano di Corneto, Sarolo di Cambarota, Ruggiero, figlio di Arnolfo di Gualcano, Pietro che dicesi di Sarno, e Bernardo, figlio del qu. Alferio. . D. Inc. MCXVI, mense Aprilis, IX Ind.”. Dunque, Ebner citava un documento del 1116, pubblicato da Alessandro Di Meo (….), nel 1804, nei suoi “Annali etc..”, ove figura un certo “Sarolo di Cambarota”.

Di Meo, Annali, p. 222, su Sarolo di Camerota

Scrive il Di Meo che: “Si ha quivi ancora che ‘Guglielmo’ Conte del Principato, figlio del qu. Roberto Conte del Principato, si obbligò con giuramento a difendere i beni de’ Cavesi, i quali conferma, e seco giurò anche …….Fu scritto in Salerno nel Palazzo della Chiesa di S. Massimo da ‘Giovanni’ Notajo, ed Avvocato, presenti…….Sarolo di Cambarota. Ecc..”. Il Di Meo scriveva che il documento fu redatto a Salerno e Sarolo fu presente alla stipula dell’atto. Chi fosse questo ‘Sarolo di Gambarota’ non ci è dato sapere ma il suo nome accompagnato a Gambarota fa pensare ad un militare o funzionario di Camerota. Ma ritorniamo alla notizia fornitaci da Ebner ed al documento del Di Meo (….), dell’anno 1116, in cui figura “Sarolus de Cammarota”. Chi era “Sarolus de Cammarota” ?. Il Di Meo scriveva che il Conte Guglielmo di Principato, figlio di Roberto del Principato “si obbligò con giuramento a difendere i beni de’ Cavesi“, ovvero si obbligò a difendere i beni ed i possedimenti dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni che da essa dipendevano sul suo territorio di Agropoli. Alla stipula dell’atto di non aggressione era presente anche Sarolo di Camerota, insieme al fiore degli esponenti del vertice dell’aristocrazia civile, militare ed ecclesiastica del Ducato Longobardo di Salerno al tempo dei primi Normanni. Secondo Shano, che scrive sulla scorta del Lorè (….), “troviamo il nome di Sarolo insieme con tre altri baroni che meritavano di essere identificati come testimoni in questa solenne assemblea.”. Riguardo il documento del 1116, in cui figura Sarolo di Camerota, Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali del Regno di Napoli”, vol. IX, p. 50, in proposito scriveva che: Di questo personaggio ha scritto Michael Shano in un suo saggio apparso sulla rete. Shano scrive che il documento è citato in Vito Lorè, “Monasteri, Principi, Aristocrazie. La Trinita di Cava nei secoli XI e XII”, Spoleto, 2008  pp. 92-93. Il documento e redatto integralmente in Graham Loud,  “The Abbey of Cava, its Property and Benefactors in the Norman Era”, in AngloNorman Studies, IX. Proceedings of the Battle Conference, 1986, ed. R. Allen Brown. Woodbridge-Totowas, 1987, Appendix III (1116, April)  pp. 176-177. Ristampa in G. Loud,  Conquerors and Churchmen in Norman Italy, 1999. Ebner a p. 461, proseguendo il suo racconto sul documento scriveva che: “Il contesto implicherebbe una concessione feudale avvalorata da due inediti documenti cavensi (41). Nel 1135 un omonimo milite è menzionato inun documento rogato a S. Arcangelo etc..“. Ebner a p. 462, nella sua nota (41) postillava che: “(41) I, ABC, XXIII, 99, luglio a. 1135, XIII, Sant’Arcangelo: “essem ego Johannem etc…”.”. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria etc….”, a p. 432, in proposito scriveva che: “1116 – Nell’indice dei luoghi di culto del Giustiniani risulta un ‘Sarolo di Cambarota (Cataldo 1).”. Il Di Mauro citava l’indice dei luoghi di culto del Giustiniani e citava il Cataldo. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Ricerche storiche sulle antichità di Camerota” – Policastro, 1981/81 – inedito presso l’autore defunto. Ebner, a p. 461, nella nota (40) postillava che: “(40) Su Guglielmo di S. Paolo, v. Ebner, Economia e società, I, p. 227. A una concessione feudale pare credesse anche il Mazziotti che ne accenna (p. 31) senza citarne la fonte.”. Infatti, Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento etc…”, a pp. 30-31, in proposito scrivev che: “Il vescovo (di Capaccio) non restò tranquillo a lungo nei suoi possessi, poichè nell’anno 1116 il Castello di Agropoli era tenuto da un tale Giovanni di San Paolo in nome di Guglielmo conte del Principato.”. Pietro Ebner, nel suo “Economia e Società etc…”, a p. 227, vol. I, in proposito scriveva che: “La Chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo-barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54).”. Ebner, a p. 227, nella nota (54) postillava: “(54) Nel Breve chronicon monasterii cavensi’ la notizia ad a. 1092 della concessione alla Badia di Cava del dominio feudale del Cilento: Serenissimo Dux Rogerius (….) etc…”. Ebner, a p. 227 scriveva pure: “Ho mostrato altrove (53) come la vastità del territorio avesse già indotto Guglielmo d’Altavilla a scindere in feudi la contea. Etc…Più tardi il feudo di Agropoli fu concesso dai discendenti di Guglielmo a Giovanni di S. Paolo, poi passato alla diocesi di Capaccio.”.

Nel dicembre 1113, un documento che cita il casale di Oliarola

Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a p. 144, in proposito scriveva che: “Segue la ‘Marina di Ogliastro’ (Ogliastrum), poco in verità frequentata, ma d’aria balsamica e salubre tra i monti e il mare. Vi chiuse i suoi giorni, nel 1748, Francesco Maria, patrizio cosentino, padre di quel Domenico, il quale sopraffatto da grave colluvie di debiti, riserbandosi il nudo titolo di marchese, vendeè, l’anno 1768, la terra di Aieta, in provincia di Cosenza, a Domenicantonio Spinelli, principe di Scalea (5). Quivi si vuole esistesse ne’ tempi andati il ‘Casale di Oliarola, di che è parola in un documento del 1113 (6).”. Il Volpe, a p. 147, nella nota (5) postillava: “(5) Cons. Monografia sul Santuario di nostra Donna della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta ecc..per Vincenzo Lomonaco”. Il Volpe, a p. 147, nella nota (6) postillava: “(6) Ventimiglia, Notizie ecc…, pag. 73. Appendice dei monumenti, n. VI, pag. XXVI.”. Dunque, il Volpe, parlando delle marine del Cilento e riferendosi alla marina di Ogliastro (che come vedremo, insieme al Ventimiglia, dice Ebner, confonde con il casale di Ogliastro), scrive che vi è un documento del 1113 che ci parla del “Casale di Oliarola, di cui è parola in un documento del 1113.”. Di questo documento dell’anno 1113 ne parla Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando del casale di “Olearola” (Oliarola ecc..), a p. 214, in proposito scriveva che: “Prima notizia del villaggio nel diploma di Troisio di Sanseverino del dicembre 1113, dove è detto “in casali (…) Pluppis et in Pragenito et in Oliarola”. Tra le “hereditates” donate alla Badia con lo stesso diploma, i terreni che “sunt in oliarola (….), alie vero due pecie de iam dictis terris sunt in loco qui dicitur Oliarola”. La prima eredità aveva per confini la chiesa di S. Maria de Gulia (Castellabate), l’altra la chiesa di S. Lucia e la via che da Mezzogiorno giungeva “in flumen de iam dicta Oliarola”.”. Ebner, a p. 214, nella nota (1) postillava: “(1) Ventimiglia, cit., p. XXIII sgg. = ABC, E 27, dicembre a. 1113, VII, S. Mauro. Maraldo Giudice; Giovanni Notaio.”. Dunque, Ebner dice che la prima notizia di Oliarola è nel diploma di una concessione di Troisio di Sanseverino all’Abbazia della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni. Il piccolo casale o marina di Oliarola non deve essere confuso con Ogliastro. Infatti, Ebner, a p. 215, sempre sulla marina di Oliarola, in proposito scriveva che: “Il Ventimiglia (10) crede che Oliarola potesse essere ubicata nella marina di Olgliastro, ma il villaggio di Ogliastro, nei documenti, è detto ‘Olliastrum’ (11).”. Ebner, a p. 215, nella nota (10) postillava: “(10) Ventimiglia, cit., p. 74”. Ebner, a p. 215, nella nota (11) postillava che: “(11) Cfr. nel diploma L 21 della n. 8”. Ebner, a p. 215, nella nota (8) postillava: “(8) Ventimiglia, cit., p. XXXVI sgg. = ABC, L 21, marzo a. 1187, V, Salerno”.  Dunque, il documento citato dal Volpe, è dell’anno 1113 ed è stato pubblicato da Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e de’ suoi casali nella Lucania etc…”, d cui ci parla a p. 73. Il Ventimiglia, a p. 73 parla del casale di “Olearola” ed in proposito scriveva che: “Nel monumento già prodotto nel mese di Dicembre 1113. S. Mauro, Fiumicello, Montecorice, etc…Adunque ebbevi il Casale di Olearola dove fu un Porto, che si nomina negl’Istrumenti più, e diverse volte citati, e che noi ricorderemo altre volte ancora nel 1186 etc…Il P. Di Meo citando la carta del 1113. giustamente chiamò Olearola ‘Castello nel Cilento’ etc…”. Il documento del dicembre 1113 citato dal Volpi fu pubblicato da Domenico Ventimiglia, in “Appendice dei Monumenti”. Si tratta del documento n. VI, pag. XXVI.”. Il documento in questione inizia a p. XXIII, V, e come scrive il Ventimiglia in Epigrafe, si tratta di un privilegio che: “Assegnazione di uomini, di eredità e delle terre che furono del Sig. Torgisio ne’ Casali di S. Mauro etc…Oliarola, e per tutta la Marina del Cilento fatta al Monastero Cavense da Erberto Milite figlio di Anfredo da parte del Sig. Torgisio figliolo del quondam Signor Torgisio. Anno 1113. Mese di Dicembre Indizione VII. (Arca 63, n. 565).”. Infatti, come scriveva Ebner, si tratta di un diploma in cui “….Troisio di Sanseverino del dicembre 1113”, donava all’Abbazia di Cava i porti e le marine del Cilento.

Nel 1136, Goffredo di Camerota, “domnum de Camarota” acquistò un fondaco al porto di Oliarola

Antonio Caputo (….), nel cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), cita una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. Antonio Caputo (…), nella sua nota (23), postillava che: “(23) Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi pure A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Dunque, il Caputo scriveva che il “primo duca di Camerota”, Goffredo di Camerota, nell’anno 1136 acquistò un fondaco a “Oliarola” (Ogliastro Marina (come da documenti Cavensi – ABC, XXIII, 106, a. 1136), per l’attività che svolgeva, quella di commerciante trasportatore di carne secca in salamoia che veniva trasportata per conto dell’Abbazia di Cava dei Tirreni al porto di “Ogliarola” (Ogliastro Marina). Riguardo il villaggio di “Olearola”, Ebner, nel vol. II, a p. 214, in proposito scriveva che: “Villaggio sorto nei pressi dell’omonimo approdo, uno dei cinque “porti” del distretto di Cilento.”. Ma di questo documento Ebner non ne parla. Riguardo il dominus del Casale di Olearola, nel 1130, ha scritto Pietro Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando del casale di “Olearola” (Oliarola ecc..), a p. 214, in proposito scriveva che: “Di Oliarola è notizia ancora in due diplomi, il primo del 1121, il secondo del 1130…..etc…Il secondo etc….Con il diploma (4) del 1130, Nicola, figlio di Guglielmo, conte del Principato, concesse ai nipoti Costabile e Maddalena “totum feudum” che era stato di Milo, figlio del fu Magenolfo, sito “in pertinentiis de cilento”. Tra le terre concesse “un pezzum de terra, in loco ubi dicitur Ollarola” confinante con l’omonimo fiume, “qui dicitur de Ollarola”. Nel novembre del 1131, innanzi ai giudici Alferio e milite Giovanni, Leone “qui dicitur barbi cepulla”, figlio del fu Giovanni, Martino, figlio del fu Pietro detto Vasamonaca, e il sacerdote monaco Giovanni, detto amalfitano, attestarono (5) che quando Sergio, figlio del fu Dauferio, etc…”. Dunque, nel 1130, anno in cui ci risulta il documento cavense del 1136, in cui il primo duca di Camerota, un certo “Goffredo” acquistò un fondaco ad Oliarola, in quegli anni, il dominus del Cilento era “Nicola di Principato”, figlio di “Guglielmo di Principato, conte del Principato”.  Dunque, il Caputo (…), anche sulla scorta di Pietro Ebner (…), che citava molto il ‘Catalogus Baronum’, ci parlava di un mercante chiamato “Goffredo di Camerota” che in una pergamena conservata all’Abbazia benedettina di Cava de Tirreni, del 1136 ( XXIII, 106, a. 1136), “mercante” e “domnum da Cammarota”, che per conto dell’Abbazia benedettina di Cava, nel 1136, commerciava la carne secca o in salamoia e doveva consegnare la merce nel porto dell’Ogliarola (Ogliastro Marina) e che a tale scopo acquistò un fondaco a Camerota. Sulle origini questo personaggio, forse normanna, scriveva pure Amedeo La Greca. Infatti, Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 81 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni.”. Però poi, proseguendo il La Greca fornisce notizie più dettagliate su questo personaggio e scriveva che: “Il primo lo troviamo documentato indirettamente nel ‘Catalogus Baronum’ (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di S. Pietro ‘a li Cusati’? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Sempre il La Greca (….), nello stesso testo, a p. 81, in proposito a Goffredo scriveva che: “Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di San Pietro ‘a li Cusati’ ? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, il La Greca, come “ipotesi di lavoro” propendeva nel credere che che il primo “duca di Camerota” sia stato “Goffredo di Camarota”, “mercante” e “domnum di Camerota”, padre di Ruggiero di Camerota che figura nel “Catalogus Baronum” (nel 1144) Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136)”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Compilato tra il 1144 e il 1148; è stato edito da E. JAMISON, Roma, 1972”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (73) postillava che: “(73) Dipendevano da costui anche Edolo di Magliano, Roberto di Salvatico, Niel di Pisciotta, Ruggiero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota: in P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, voll. 2, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 737. Dal momento che Florio a sua volta dipendeva da Lampo di Fasanella etc….”. In queste note il La Greca chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Dunque, secondo il La Greca, il “primo duca di Camerota” era il figlio di Goffredo (Ruggiero). Goffredo, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, in questo breve passaggio il La Greca scriveva che “Ruggiero di Camerota”, che compare nel “Catalogus Baronum” era “figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’, nel 1136″. Dunque, il “domnum di Camerota”, Goffredo, era padre di Ruggiero di Camerota. Antonio Caputo scriveva che Goffredo di Camerota “primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola che sorgeva su una breve altura a nord-ovest della depressione orografica de ‘li Cusati’ le quali, con le loro pertinenze, rappresentarono il primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espansione fondiaria della futura badia. Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Dunque, secondo il La Greca, il “primo duca di Camerota”, Goffredo dotò l’antica Abbazia di San Pietro di Licusati dei suoi beni (La Greca scriveva “primi possedimenti”) dell’Abbazia. Il La Greca scriveva pure che il duca di Camerota, che Ebner e Caputo individuavano come il mercante “Goffredo di Camerota”, possedeva i vasti territori che dal feudo di Camerota si estendevano fino ai casali di Lentiscosa e Licusati. Infatti, il La Greca individua tra queste assegnazioni all’antica abbazia benedettina di S. Pietro, la chiesa di S. Biagio a Camerota, la chiesa di S. Martino, la chiesa di S. Nicola, verso Licusati, la chiesa di S. Giovanni de lo Colazone nei pressi del torrente omonimo, la chiesa di S. Giuliano e la chiesa di S. Maria de li Piani a Lentiscosa, la chiesa di S. Maria Maddalena e la chiesa di S. Vito a Camerota, l’ospedale ad essa annessa, la chiesa di S. Antonio a Lentiscosa e la chiesa di S. Maria del porto a Palinuro. Tutti questi beni furono tutti donati e assegnati all’abbazia di S. Pietro di Licusati. Di dette assegnazioni il La Greca non fa menzione dell’antico monastero di S. Cono a Camerota. In queste note il La Greca (….), sulla scorta di Ebner chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: ecc…”. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti.  Sulla figura di questo feudatario vi sono notizie certe dateci da Pietro Ebner (….), che, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 736-737 parlando di “Corbella” in proposito scriveva che: “Prima notizia nel ‘Catalogus baronum’ (1), la cui redazione è da porsi tra il 1144 e il 1148 (2). In esso si parla di Florio di Camerota che, in quanto signore di Corbella, dipendeva dalla ‘contestabulia de principatuo’ di Lampo di Fasanella. Dallo stesso Florio, però, che vedremo giustiziere nel 1178 (3) e che “tenet corbellam” (4), dipendevano Ruggiero, pure di Camerota, forse fratello di Florio presente ad Agropoli nel gennaio 1144 nella restituzione della parte di Cosma, etc….Da Florio di Camerota dipendevano pure Ebolo di Magliano, Roberto Selvatico, Niel di Pisciotta, Ruggero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Nel 1150 ad Acuafredda, Orso, figlio di Martin, abitante ivi, acquistò (7) un terreno dal milite Pietro, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota. Nel 1169, Goffredo di Corbella, figlio del fu Ruggiero di Camerota, insieme alla madre Emma, vendettero (8) alla Badia per quattro once d’oro, un uomo etc…”. Ebner, a p. 737, nella nota (6) postillava che: “(6) Catal. baronum, nn. 434, 437, 460, 461.”. Ebner, a p. 737, nella nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, XXVI 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Ebner, a p. 737, nella nota (8) postillava che: “(8) I, ABC, XXXIV, 16, 16 marzo a. 1169.”. Su “Goffredo di Corbella” ha scritto Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 737, parlando del casale di ‘Corbella’, in proposito scriveva che:  “Nel 1150 ad Acquafredda, Orso, figlio di Martino, abitante ivi, acquistò (7) un terreno dal milite Pietro, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota.”. Dunque, in questo passaggio Ebner parlando di una vendita a Corbella chiarisce l’origine di Goffredo di Camerota. Ebner (….), nel vol. I, a p. 737, nella sua nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, XXVI, 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 737, in proposito scriveva pure che da Florio di Camerota dipendevano pure: “Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Ecc…”. Dunque, Ebner, a p. 737 scriveva che da Florio di Camerota dipendeva anche: “Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Ecc…”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Catalogus Baronum, nn. 434, 457, 460, 461.”. Riguardo questa notizia Pietro Ebner (….), a p. 437 del vol. I, in proposito al 5° documento recuperato negli archivi Cavensi (presumo che si riferisca al documento citato nella sua nota (…), di p. 737  “I, ABC, XXXIII, 16, 16 marzo a. 1169.”) parlando del casale di Acquafredda a p. 437, scriveva che: “Del villaggio è notizia più antica del 1150, a proposito dell’acquisto (1) di un terreno “in casali Acquafrigida”. Il contratto fu stipulato tra Orso, figlio di Landolo, di Acquafredda, e il milite Pietro, figlio di Martino, di Corbella, previo assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. La compra-vendita ci informa così che feudatario del luogo era Goffredo di Camerota, signore di Corbella, di cui è notizia anche nel ‘Catalogus Baronum’, e nel 1150 il figlio Ruggiero.”. L’Ebner (…), a p. 437, nella sua nota (1), postillava che: “(1) I, ABC, XXVII 71, febbraio a. 1150, XXII, Acquafredda.”. Dunque, Ebner cita un atto stipulato da Orso, figlio di Landolo di Acquafredda con il milite Pietro, figlio di Martino. Il contratto fu stipulato previo assenso del feudatario di Corbella che doveva essere il feudatario che diede l’assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. Dunque, Ebner scrive che da questo atto di compravendita si evince che il signore di Corbella era “Goffredo di Camerota”. Ebner ci dice pure che di “Goffredo di Camerota”, si ha notizia nel “Catalogus Baronum”. Dunque, Ebner segnalava che questo personaggio “Goffredo di Ruggiero di Camerota” figurava nel “Catalogus Baronum”, iniziatosi a compilare intorno all’anno 1144.

L’ospedale annesso alla chiesa e cappella di S. Vito a Camerota

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi alle donazioni del “duca di Camerota”, forse un certo “Goffredo di Cammarota”, all’antica abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che tra queste vi erano le: le chiese di…..e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc…”.. Dunque, il La Greca scriveva che il “duca di Camerota”, che ipotizza essere “Goffredo di Camerota”, intorno all’anno 1136 dotò l’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati di alcuni beni nel territorio di Camerota. Il La Greca scriveva pure che tra queste assegnazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati vi fu anche “assegnazione” della “chiesa” di “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’)”. Dunque, il La Greca, sulla scorta del Di Mauro e del Gentile scriveva che fu il duca di Camerota a donare la chiesa di S. Vito di Camerota, che in origine era una chiesa rupestre e, che in seguito sarà dotata di ospedale, sarà donata all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Onofrio Pasanisi fu di diverso avviso. Egli scriveva che la “chiesa di S. Vito a Camerota e l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa, Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“. Dunque, il Pasanisi ci scriveva che la “chiesa di S. Vito in Camerota….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, da tempo scomparsi” dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, tra le sue numerose dipendenze dell’antica Abbazia benedettina di S. Pietro di Licasati vi era anche “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“, ovvero l’ospedale annesso alla chiesa di S. Vito di Camerota. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, che scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate…….la chiesa di S. Vito in Camerota…….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”Il Pasanisi testimonia la presenza a Camerota dell’Ospedale che dipendeva dall’antico monastero di S. Pietro di Licusati. La presenza a Camerota di una istituzione Ospedaliera dipendente dal monastero (di S. Pietro di Licusati) attesta la presenza nell’area degli Ospedalieri Gerolosomitani. Rileggendo il testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79 apprendiamo che “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc..”. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca scriveva che la “chiesa” o la “cappella” di S. Vito a Camerota”, di cui ho parlato in un altro mio saggio, in origine era una chiesa rupestre, forse un eremo lauritico, ma in seguito questa cappella “sarà poi fornita anche di un ‘hospitale'”. La cappella di S. Vito a Camerota sarà dotata di un Ospedale. Infatti, il Pasanisi sebbene abbia scritto che sia l’Ospedale che la chiesa di S. Vito siano scomparse scrive pure che a Camerota esistevano “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima)”. Cosa significa tutto questo? Della chiesa o meglio ancora, della “cappella” di S. Vito di Camerota che, in origine era chiesa rupestre, ho parlato in un altro mio saggio perche si tratta di una grotta scavata nel banco tufaceo. Secondo Angelo Gentile, come vedremo innanzi scriveva che, la “cappella di S. Vito”, ai tempi del monastero dei cappuccini e poi convento di monache, doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. La notizia dell’Ospedale della chiesa di S. Vito di Camerota, notizia riportata dal La Greca (….) e prima ancora dal Cirelli e dal Pasanisi, riguardava l’assegnazione o la dipendenza di questo luogo dall’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. L’ospedale era posto nell’omonima Piazza del Monastero dei Cappuccini. La piazza omonima era ed è posta in un terrazzamento posto al di sopra della cappella di S. Vito a Camerota. L’ospedale annesso a questa antica cappella era probabilmente posto nel vicino monastero dei Cappuccini. Dunque, sul terrazzamento posto al di sopra della “Cappella di S. Vito” a Camerota sorse un monastero o “convento” di padri Cappuccini. La “cappella” è un vano di forma quadrata ricavato nel banco tufaceo posto al di sotto un terrazzamento, poco discosto dal monastero dei Cappuccini. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, ecc…”. La notizia dell’Ospedale della chiesa di S. Vito di Camerota, notizia riportata dal La Greca (….) e prima ancora dal Cirelli e dal Pasanisi, riguardava l’assegnazione o la dipendenza di questo luogo dall’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. L’ospedale era posto nell’omonima Piazza del Monastero dei Cappuccini. La piazza omonima era ed è posta in un terrazzamento posto al di sopra della cappella di S. Vito a Camerota. L’ospedale annesso a questa antica cappella era probabilmente posto nel vicino monastero dei Cappuccini. Dunque, sul terrazzamento posto al di sopra della “Cappella di S. Vito” a Camerota sorse un monastero o “convento” di padri Cappuccini. Sappiamo che in passato questo Ospedale e la cappella di S. Vito dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Vito, o Cappella ossia Ospitale extra moenia, sita all’ingresso di Camerota, …..istituita dai basiliani di San Pietro, fu anche lazzaretto, ora è inesistente; al suo posto è stato fatto spazio all’omonima piazza, (4d), 285 slm; et agiotop.”. Sempre il Di Mauro, a p. 379, in proposito scriveva che: “San Vito o Santo Vito o SANTU VITU, ‘dommula’ (piccola casa) – Chiesa di – ‘O-Spitale Sandu Vitillu o Ospedale della Chiesa di -; in un deposito c’erano botti in cui si raccoglieva l’incenso della Pineta di Sant’Iconio (vedi);”. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 362, in proposito scriveva che: “‘A PINETA RE SANT’ANTONIO o PINETA SANT’ICONIO o PINETA ‘NCENZO, a Camerota,……. gli asini trasportavano le cassette di 25 kg di incenso al deposito di San Vito; ecc..”.

Nel 1136, la “chiesa” o “cappella di S. Vito” fu donata dal “duca di Camerota”, forse Goffredo di Camerota all’Abbazia di S. Pietro di Licusati

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Ma non risulta grancia di Grottaferrata che aveva nell’omonimo monastero di Rofrano il suo alter ego nelle terre dei principi longobardi: infatti, non è inserito tra le dipendenze assegnate a Santa Maria di Rofrano nel diploma di re Ruggero II all’abate Leonzio nel 1131 (70). Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola che sorgeva su una breve altura a nord-ovest della depressione orografica de ‘li Cusati’ le quali, con le loro pertinenze, rappresentarono il primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espansione fondiaria della futura badia. Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che dotava il monastero di S. Pietro di Licusati quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola, etc…”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursus storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Questi monaci possedevano di fatto l’intero territorio, quasi del tutto disabitato, tanto che con lo scorrere del tempo e con l’attacco e le ruberie dei normanni ai possedimenti basiliani, dopo gli Angioini e gli aragonesi pur si trovano nelle loro mani estesi territori in tutto il Cilento come Bosco, S. Nazario, S. Mauro, Molpa, Palinuro, Centola, Celle, Roccagloriosa, Castelnuovo Cilento, Novi, oltre naturalmente Camerota e Lentiscosa. Complessivamente nel 1613 si potevano contare circa 1600 ettari di soli terreni con esclusione delle chiese, delle case, dei mulini, delle stalle, ecc…Comunque Licusati fu aggregata al feudo di Camerota, benchè fosse alle dipendenze dirette della Badia. Ecc..”. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Dunque, il La Greca ci parla di assegnazioni fatte al cenobio e poi Abbazia di S. Pietro di Licusati. Tra queste assegnazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati vi fu anche quella di “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’)”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale ecc…“. Dunque, il Pasanisi ci scriveva che la “chiesa di S. Vito in Camerota….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, da tempo scomparsi” dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, tra le sue numerose dipendenze dell’antica Abbazia benedettina di S. Pietro di Licasati vi era anche “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“, ovvero l’ospedale annesso alla chiesa di S. Vito di Camerota. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, che scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate…….la chiesa di S. Vito in Camerota…….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”Angelo Gentile, in proposito scriveva che: “Da quanto sopra detto desumo che la cappella di san Vito non sia altro che uno scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso, tanto da evitare i fastidi degli effluvi cadaverici, ma vicino per visite e necessarie preghiere dei confratelli. L’unico dubbio potrebbe essere se la stessa cappella-sepoltura era utilizzata da altri, alludo alle famiglie notabili di Camerota.”. Dunque, secondo Angelo Gentile, la “cappella di S. Vito” doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. La “cappella” è un vano di forma quadrata ricavato nel banco tufaceo posto al di sotto un terrazzamento, poco discosto dal monastero dei Cappuccini. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, ecc…”. Come scrive Angello Gentile su un blog in rete, la “cappella” risultava scavata nel tufo e vi si accedeva, dopo breve salita, attraverso un’apertura senza alcuna porta, all’interno si notavano sei nicchie, due a dx, due a sx e due sulla parete di fondo.”. Come ho già scritto in un altro mio saggio sulle cappelle rupestri, S. Vito di Camerota era una grotta scavata nel banco tufaceo e probabilmente un’antica cappella funeraria dove venivano seppelliti i defunti già in epoca paleocristiana. Un sacello. Infatti, Angelo Gentile, in un blog da egli curato scriveva che “alla domanda di cosa poteva essere risposi immediatamente, memore di due esperienze pregresse, una da divulgatore storico e l’altra da storico. Ricordavo, infatti, di aver visto simile struttura a nicchie in occasione di un mio intervento quale guida, richiesta, pro amici di Modena in visita ad Ischia: li accompagnai tra l’altro al Castello aragonese e poi al Convento delle Clarisse ed alla sua chiesa dell’Immacolata, fondato nel 1575 dalla vedova d’Avalos per ospitare le figlie delle famiglie napoletane nobili, destinate a non sposarsi per non disperdere il patrimonio fondiario. Sotto la struttura cristiana potei far visitare agli amici (qualche signora rimase sconvolta) il famoso locale del “putridarium” ovvero scolatoio cioè un luogo appositamente previsto dove i cadaveri delle monache venivano posti, seduti, in nicchie. Al centro della seduta un foro che serviva per il deflusso dei liquidi, raccolti in appositi vasi di argilla, in napoletano “cantarelle”, dal greco “cantharus”. Successivamente le ossa erano raccolte, pulite, esposte al sole per renderle bianche e, finalmente, sepolte negli ossari. Quindi doppia sepoltura a salma ormai essiccata. Il luogo veniva quotidianamente visitato dalle monache per riflettere sulla caducità della vita secondo il detto della Genesi (3,19) “Polvere sei e in polvere tornerai”.

Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Vito, o Cappella ossia Ospitale extra moenia, sita all’ingresso di Camerota, nel 1754 in C.O. Camerota fs 4410 pag. 418 possiede 41 territori, più quattro capitali in prestito; istituita dai basiliani di San Pietro, fu anche lazzaretto, ora è inesistente; al suo posto è stato fatto spazio all’omonima piazza, (4d), 285 slm; et agiotop. dal santo siciliano decapitato il 15 giugno del 304/5 sul fiume Sele (Ebner III, 19); altre leggende narrano dei miracoli ed esorcismi operati dal giovane santo (M. Mello, 19/24).”.

Nel 1140/1176, Luca della Monica, feudatario di Camerota

Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: Ne fu possessore, molto più tardi, secondo il Giustiniani, un Luca della Monica da Salerno (3).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Circa le origini, Scipione Mazzella afferma che Camerota sarebbe sorta sulle rovine dell’antica “città di Molpa” che poco discosta le sta”. ‘Descrizione del regno di Napoli’, Napoli, MDCI, pag. 79. Si fa riflettere intanto che detta Molpa, continuamente provata invero dalle incursioni, fu completamente distrutta solo nel 1464, quando cioè Camerota da secoli già esisteva. Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Il Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (2) postillava che: “(2) A riprova della loro permanenza a Camerota, con illazione arbitraria, nel manoscritto si afferma che “adhuc ad nostra tempora huius cives et saracenicos mores conservant”. G. Antonini, op. cit., vol. I, pag. 412.”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Lorenzo Giustiniani, Dizionario storico-geografico ragionato del regno di Napoli, Napoli, 1797, la voce.”

Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 432, in proposito scriveva che: “1140/1176 – La ‘Cronaca di Romualdo’, arcivescovo di Salerno, attesta che l’amministratore locale è Luca della Monica di Salerno (Ciociano, I, p. 55), il quale edifica la cinta muraria e le tre porte d’accesso alla rocca, (Archivio Cavense Cassa H, 12 marzo, Giustiniani, tomo III pag. 47, Ebner III e D’Alessio). I Benedettini e gli Ortodossi, cresciuti in potenza economica, sono in concorrenza tra loro (Guillou 277).”. Il Di Mauro cita il Ciociano. Infatti, Giovanni Ciociano, nel suo “Storie Camerotane”, parlando di Camerota e di Ruggero II nel 1140, pp. 53-54, in proposito scriveva che: “Tra i cittadini elettori degli amministratori dell’Università di Camerota – è feudatario un certo Luca della Monica da Salerno -, si trova Riccardo Florio, gran giustiziere del Regno, nominato da Guglielmo II il Buono, nipote di Ruggero II. Enel 1196 sarà uno dei giudici che processeranno il conte Riccardo della Mandra, imputato di congiura contro il Cancelliere Asclettino.”, aggiungo io “Asclettino”. Dunque, ritornando alla notizia del feudatario di Camerota: Luca della Monica di Salerno, il Di Mauro scriveva che egli era “l’amministratore locale”, mentre il Ciociano scriveva “feudatario“. Il Di Mauro scriveva che Luca della Monica fece edificare la cinta muraria di Camerota e le tre sue porte. Il Di Mauro cita in proposito un documento tratto dall’Archivio Cavense, H, 12 marzo 1140. Il Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli”, tomo III, a p. 47, in proposito scriveva che: “‘Luca della Monica’ di ‘Salerno’ ne fu possessore (I).”. Il Giustiniani, a p. 47, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Cassa H, mazzo 12……”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 586 parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani afferma che Camerota fu anche posseduta da Luca della Monica di Salerno (43).”. Ebner a p. 586, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Cassa H, marzo 12, n….., in Giustiniani cit., ibid.”.

Nel 1144, Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo di Camerota, signore di Corbella

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol . I, a pp. 736-737, parlando del casale di ‘Corbella’, in proposito scriveva di Florio di Camerota e di Ruggiero di Camerota:  “Prima notizia nel ‘Catalogus Baronum’ (1), la cui redazione è da porsi tra il 1144 e il 1148 (2). In esso si parla di Florio di Camerota che, in quanto signore di Corbella, dipendeva dalla ‘contestabulia de Principato’ di Lampo di Fasanella. Dallo stesso Florio, però, che vedremo giustiziere nel 1178 (3) e che “tenet corbellam” (4), dipendevano Ruggiero, pure di Camerota, forse fratello di Florio presente ad Agropoli nel gennaio del 1144 nella restituzione da parte di Cosma, igumeno nel monastero di Pattano, della chiesa e del monastero di S. Marina de lo Grasso (località sottostante a Vallo della Lucania) all’abate Falcone di Cava (5). Da Florio di Camerota dipendevano pure Ebolo di Magliano, Roberto Selvatico, Niel di Pisciotta, Ruggero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Nel 1150 ad Acquafredda, Orso, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota. Nel 1169 Goffredo di Corbella, figlio del fu Ruggiero di Camerota, insieme alla madre Emma, vendettero (8) alla Badia per quattro once d’oro, un uomo (Pietro Contardo di S. Mauro Cilento), terre, selve, vigne “in pertinentiis casali Cornu” e in altri luoghi. Trattasi dello stesso Ruggiero che nel 1168 vendette Stabiano all’abate Marino e nove feudi, oliveti e selve siti nel distretto di Cilento (a. 1178) all’abate Benincasa per sedici once d’oro e 800 tarì salernitani (9). Giacomo di Morra, figlio di Errico, signore di parecchi feudi nel Cilento, ebbe poi anche la Baronia di Corbella. Avendo preso parte alla congiura di Capaccio venne poi ucciso con il suo primogenito Goffredo. Un terzo figlio Ruggiero, fu accecato, ma continuò a vivere. Re Manfredi, concesse poi i loro feudi a Filippo Tornello, ma poi Carlo d’Angiò li restituì ai fratelli Giacomo e Ruggiero di Morra.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Catalogus Baronum, ed. E. Jamison cit., Roma, 1972.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ebner, Storia cit., p. 7, n. 41 ed Economia e società cit., I, p. 238, sg.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Ne dice Romualdo Guarna, ad a. 1178 a proposito della ribellione dei “rustici” di Faiano. Cfr. Ebner, Economia e società, ma vedi pure pp. 208 e 309.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Catalogus Baronum, p. 439, vedi pure il n. 454.”.  Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (5), postillava che: “(5) I. ABC, XXV, 56, gennaio a. 1144, VII, Agropoli.”.  Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Catalogus Baronum, nn. 434, 457, 460, 461.”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (7), postillava che: “(7) I, ABC, XXVI, 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (8), postillava che: “(8) I, ABC, XXXIII, 16, 16 marzo a. 1169.”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (9), postillava che: “(9) I, ABC, XXXIV, 22, aprile a. 1172, Cilento.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc’, a pp. 238-239, nella sua nota (92), postillando, parlava dei militi e dei feudatari elencati nel ‘Catalogus Baronum’, pubblicato dalla Jamison (…) e, parlando di essi, in proposito a Ruggiero di Camerota, figlio di un Goffredo di Camerota, scriveva che: “Il Ruggiero di Camerota del successivo n. 455, è senza dubbio ‘Roggerius dominus de Camerota’ presente ad Agropoli nel gennaio 1144 – ined., ABC, XXV 56, VII – come mallevadore nell’atto di restituzione da parte dell’igumeno di Pattano, Cosma, di S. Marina de Grasso all’abate di Cava Falcone; lo stesso Ruggiero che – ined. G 50 febbraio a. 1146, X, S. Matteo ‘ad duo flumina – tradidit all’abate Marino di Cava il figliuolo del suo milite Gentecore – ipsum Johannem filium ipsius Gentecore – con tutto ciò che apparteneva al medesimo Giovanni. Il figliuolo Goffredo vendette – a. 1168 – all’abate Marino, Stabiano eben nove feudi alla Marina del Cilento – a. 1172 – all’abate Benincasa. Cfr. pure i nn. 455 – ‘Raul tenuit balium filii Rogerii Camerote’ – , 456 Ebolo di Magliano ecc…”. Dunque, dalle note postillate da Ebner, si apprende che Ruggiero di Camerota era sposato con Emma, i quali avevano un figlio, “Goffredo di Corbella”, risulta da una vendita del 1169 alla Badia di Cava de Tirreni. Pare che questo Ruggiero di Camerota (padre di Goffredo di Corbella), nel 1168 vendette Stabiano all’Abate Marino di Cava. Poi l’Ebner continua il suo racconto su Giacomo Morra e su suo figlio Enrico Morra, che divennero signori di Corbella e che furono uccisi da Federico II di Svevia per aver partecipato alla “Congiura di Capaccio”. Pietro Ebner, nel vol. I, a p. 437, ci parla del vecchio casale di ‘Acquafredda’, un casale forse sulle rive dell’Alento ed oggi scomparso come quello di Corbella, e che l’Ebner dice da non confondere con il casale vicino Maratea in Provincia di Potenza. Ebner a p. 437, in proposito scrive che: “Nell’Archivio Cavense mi è riuscito di reperire finora solo altri quattro documenti, tutti del XII secolo, che riguardano Acquafredda, villaggio che dagli atti cavensi s’induce ubicato nei pressi di Corbella, tra Corno, Musurecle e Pentamina.”. Tutti casali oggi scomparsi dalle mappe. Non sono riuscito  a capire dove fossero. Ebner (…), a p. 437 del vol. I, in proposito al 5° documento recuperato negli archivi Cavensi (presumo che si riferisca al documento citato nella sua nota (…), di p. 737  “I, ABC, XXXIII, 16, 16 marzo a. 1169.”), parlando del casale di Acquafredda a p. 437, scriveva che: “Del villaggio è notizia più antica del 1150, a proposito dell’acquisto (1) di un terreno “in casali Acquafrigida”. Il contratto fu stipulato ta Orso, figlio di Landolo, di Acquafredda, e il milite Pietro, figlio di Martino, di Corbella, previo assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. La compra-vendita ci informa così che feudatario del luogo era Goffredo di Camerota, signore di Corbella, di cui è notizia anche nel ‘Catalogus Baronum’, e nel 1150 il figlio Ruggiero.”. L’Ebner (…), a p. 437, nella sua nota (1), postillava che: “(1) I, ABC, XXVII 71, febbraio a. 1150, XXII, Acquafredda.”. Dal punto di vista storiografico, sui Florio di Camerota, la prima citazione in assoluto ci proviene da un manoscritto apocrifo, inedito. Il manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli (…), un monaco che scrisse questo manoscritto di cui una copia era stata rinvenuta dal Volpicella (…). Luca Mannelli (…), nella sua ‘Lucania sconosciuta’, da cui molto probabilmente il Gatta (…), ha tratto la sua cronaca, ci parla di Camerota e dei Florio. Citato pure dal Laudisio nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”, citava il Mannelli (…), e dall’Antonini (…)

La chiesa di San Juliano (S. Giuliano) a Lentiscosa

Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Giuliano a Lentiscosa, cappella nel C.O. del 1754, in Gentile II 91-109, (mc 19 A); etimologia agiotopografica, vedi S. Giuliano.”. Sempre il Di Mauro (….), a p. 377, in proposito scriveva che: “San Giuliano o Santo Juliano o Joliano, a Lentiscosa, nel 1529 in ASS notar Trencia, fs 26, lib. II pag. 127, lib. IV pag. 172, e locale con olivi in C.O. 14-36-67, detto anche La Fontana nel 1766 in Santangelo 208-287; etimo estinto.”. Il Di Mauro citava il “Santangelo”. Si tratta di Rosanna Santangelo (….), e del suo “La società di Lentiscosa nella seconda metà del ‘700 attraverso gli atti del notaio Nicola Granato 1766-1770”– tesi di Laurea anno 1987/88, presso il Museo Vico Palazzo Vargas di Vatolla (Santangelo). Su questa chiesa hanno scritto anche altri autori. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti:…..Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Ecc….. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Dunque, il La Greca crede che il “duca di Camerota” “Goffredo di Cammarota”, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. In queste note il La Greca chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursus storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Ecc…”. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale ecc…“.

La chiesa di “S. Giovanni  de lo Colazone” di Camerota, grangia del monastero di S. Pietro di Licusati

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti:…….Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursus storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Ecc…. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Dunque, il La Greca ci parla di assegnazioni fatte al cenobio e poi Abbazia di S. Pietro di Licusati. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di S. Giovanni, citata nel 1271 in ‘Regis. Perg. Montv.’, vol. III n. 2131; forse si tratta del rudere in (4e) dell’IGM, all’inizio del Collazzone, detto Cappella re San Giuvanniello, v. sopra.”. Proseguendo a p. 282, il Di Mauro scriveva: “Chiesa di San Giovanni de lo Colazone, a Camerota (4e – mc 4A), 179 slm. (Gentile II, 109), il Culazzone o Cullazzone si trova presso il Canale o Vallone delle Fornaci, sul lato opposto alla rupe sulla quale è arroccata Camerota; questa chiesa corrisponde oggi alla Cappella re San Giuvannello, (v.); et. agiot.”. In questo passaggio il Di Mauro cita Angelo. Gentile (….) ed il suo “Exursus storico etc…”, p. 109. Sempre il Di Mauro, a p. 377, in proposito scriveva che: “San Giovanni o San Janne, a Camerota, nel 1528 in ASS notar Trencia, fs 26, lib. I pag. 121,  o San Giovanni di Camerota, come terra incolta e seminatoria nel 1754 paga rendita a San Pietro di Rom in C.O. Campania, pag. 27, sem. in C.P. Camp. 1811 D, 32, e in Romano sul Collazzone; etimo cs., vedi anche Vassalli.”. Di Mauro cita il Vassalli. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 294, in proposito scriveva che: “‘O CULLAZZONE, a Camerota, o Colazone o Culazzone o Lo Collazione, nel 1527 in ASS notar Trencia, fs. 26, lib. I pag. 58, e Collazone nel 1577 in ASS notar F. Greco fs 39 pag. 117,, nel 1754 in C.O. Campania fs 4408 e 4410 pag. 562, e uliveto, macchia seminativo, vigna in C.P Campania 1811 D, 31, e in CPC 1819, 399; è indicato come luogo abitato (Sabatini, 204); (4 e – mc 4A), 211 slm, si trova dopo il Canale sulla costa del monte Grande, di fronte alla rupe sulla quale è arroccata Camerota (Gentile, II, 109); l’etimologia popolare indica la culla o incavo tra le due colline, come per Cullata; ricordo anche il toponimo del Catasto Provvisorio del 1811 ‘Massa col la zone’ (v.), che potrebbe essere un ipercorrettivo amministrativo.”.

Nel 1160, GUGLIELMO (I) di SANSEVERINO, e le nostre terre

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 130, parlando della “Actus Cilenti, poi Baronia di Cilento” continuando scriveva che: La Baronia appare, comunque, saldamente costituita nelle mani del figlio di Enrico, Guglielmo I, signore di Sanseverino e Montoro nonchè barone di Cilento, registrato nel ‘Catalogus baronum’ tra i più grandi feudatari del ducato di Puglia; infatti, oltre ad avere alle sue dipendenze un gran numero di suffeudatari, tra cui Florio di Camerota, Guglielmo di Postiglione, Guido di Trentinara, Alfano di ‘Castello ad Mare (Velia) ed Arrabito di Cuccolo, egli stesso era in grado di fornire al Re, in caso di necessità, ben 48 soldati a cavallo e 80 fanti armati (7), là dove il vescovo di Capaccio per i suoi feudi, tra cui Agropoli, poteva inviare, come vedremo, solo 8 cavalieri e 20 inservienti. Creato dal re Guglielmo II Gran giustiziere e Comestabile, fece redigere in favore della Badia di Cava, in qualità di barone di Cilento, due importantissimi documenti, l’uno nel marzo del 1186, l’altro nel marzo dell’anno successivo. Nel primo riconobbe il possesso di questo monastero sui porti di Puzzillo, S. Maria di Gulia, Oliarola, S. Primo e S. Matteo di Duoflumina (8), nel secondo vennero analiticamente descritti i confini e le tenute di tutte le chiese, i monasteri ed i casali posseduti dalla Badia nell’ambito delle pertinenze della Baronia (‘in pertinentiis Cilenti Baronie’)(1). Stando a quanto può dedursi dal contenuto generale di questi due ultimi documenti, al tempo di Guglielmo I Sanseverino aveva cominciato a qualificarsi, in sostituzione di Castellum Cilenti, quale nuovo capoluogo della Baronia, Rocca (…..via, qua itur ad Roccam ipsius Domini Guilielmi; a. 1187)(2).”.

Nel 1188, i Crociati, per la III Crociata in Terra Santa sostavano al monastero di S. Pietro di Licusati e poi si imbarcavano al porto degli Infreschi per Malta

Recentemente, alcuni studiosi locali, hanno riferito due interessantissime notizie che riguardano i due cenobi e monasteri italo-greci di S. Iconio a Camerota e di S. Pietro di Lucasati, dove secondo la notizia, avrebbero sostato i crociati in partenza per la Terra Santa, per la conquista di Gerusalemme.  Oltre alla notizia della partecipazione di Florio di Camerota, con i suoi sottoposti, avesse partecipato alla III Crociata, ai tempi di re Guglielmo II re di Sicilia, detto “il Buono”, fornendo militi, i  cronisti e gli storici locali riportano anche un’altra notizia o una leggenda (?), secondo cui i Crociati facessero sosta nel cenobio di S. Cono a Camerota e in quello di S. Pietro a Licusati e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati: “Abbazia o Badia di San Pietro, a Licusati, 303 slm, ora chiesa cimiteriale sita ad est dell’Annunziata, all’inizio della valle che raccoglie le acque di un vallone del Tozzo del Finocchio, del Marabisi e del Vallone Marino. La badia di rito greco, ecc…”, a pp. 233-234, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Forse l’itinerario era quello naturale dei cusitani e fu quello dei 63 militi e 30 inservienti offerti dal signore di Camerota nel 1188 a Riccardo Cuor di Leone, ma certo non era la via che seguivano i crociati in partenza per l’Oriente da Brindisi.”. Il Di Mauro riferisce di uno “studioso locale”. Il Di Mauro, dell’interessantissima notizia non cita la fonte bibliografica. La notizia è interessantissima ed andrebbe ulteriormente indagata. Dunque, la notizia riferita dal Di Mauro riguarda i cavalieri crociati e riguarda l’antichissima abbazia benedettina di San Pietro di Licusati. Il Di Mauro, nel riferire la notizia attribuisce la notizia a “documenti dell’Archivio vaticano”. Secondo il Di Mauro, nell’Archivio Segreto Vaticano vi sarebbero dei documenti che riguardano l’Abbazia di S. Pietro a Licusati che “attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta”. Nella storia di Camerota e di Licusati si parla di FLorio di Camerota e delle crociate organizzate per la conquista della Terra Santa. Notizie scarse vi sono che riguardano la prima crociata, quella del 1096. Altre notizie più dettagliate vi sono sulla crociata, la III, che fu organizzata da Guglielmo II detto il Buono. Antonio Capano (…), in un suo saggio su Licusati, nel ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), a p. 48, del Cap. III, poi ci parla di Florio e scrive che: “Indubbiamente, i primi duci longobardi di Camerota rivolsero le loro attenzioni al nascente cenobio di S. Pietro a Licusati che anche sotto i Normanni non cessò di essere al centro di interessi, se andiamo ad interpretare un’ennesima leggenda che narra di come quì sostarono i crociati in partenza per la Terra santa nel 1188 (terza crociata).”. Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i personaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella, Amedeo La Greca (…), nel suo saggio sul monastero di S. Pietro di Licusati, parte II: “Il Cenobio, poi badia di San Pietro di Licusati”, cap. II, parlando di Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo ( che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73), nella sua nota (73), postillava che:  “(73) Dal momento che Florio dipendeva a sua volta da Lampo di Fasanella, contestabile (barone) di Principato, è individuabile in questa ragnatela di dipendenze la primitiva struttura verticistica pre-feudale. Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Dunque, Amedeo La Greca (…), parlando del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati e del ‘Catalogus Baronum’, a p. 81, nella sua nota (73), postillava che Florio di Camerota che figura nel ‘Catalogus Baronum’, è lo stesso che nel 1188 fornì militi a Riccardo I d’Inghilterra detto “Cuor di Leone”, allorquando si accinse a recarsi in Terra Santa in occasione della III Crociata. Secondo Amedeo La Greca, risulta che Florio di Camerota, fornì a Riccardo cuor di Leone 63 cavalieri e 50 fanti, in occasione della III Crociata. Il La Greca (…), nella sua postilla, fa riferimento a Ebner (…), vol. I, p. 737, ma non fornisce alcuna spiegazione circa la notizia bibliografica, la fonte, secondo cui i 63 cavalieri forniti da Florio in occasione della III Crociata a Riccardo Cuor di Leone. Ma come si è visto, Pietro Ebner, a p. 737, ci parla del casale o Baronia di Corbella e dei suoi feudatari secondo il ‘Catalogus Baronum’. Devo però precisare che la notizia dataci dal La Greca (…), che parla di III Crociata e di fanti forniti da Florio a re Riccardo I cuor di Leone, è diversa da ciò che scriveva l’Antonini. L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a p. 412, a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II il Buono, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176), scriveva in proposito che: Fu questo Florio ricco di molti feudi, poichè nella famosa seconda spedizione in Terra Santa sotto Gulielmo il Buono offri per essi sessantatre soldati e cinquanta serventi, come dal ‘Registro’ del P. Borrelli.”. Amedeo La Greca (…), a p. 81, nella sua nota (72), postillava che il testo del ‘Catalogus Baronum’ era stato pubblicato dalla Evelin Jamison (…) e nella sua nota (73), postillava in proposito che: “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Anche il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania‘, a p. 412 parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “………………………….

Come però possiamo leggere, l’Antonini (…), a p. 412, della sua ‘Lucania’, parlando di Camerota e dei Florio di Camerota, in proposito scriveva che: “la seconda spedizione in Terra Santa sotto Guglielmo il Buono offrì per essi sessantatre soldati, e cinquanta servienti, come dal ‘registro’ del Borrelli.”. Dunque, l’Antonini sulla scorta del ‘Catalogus Baronum’ (il ‘registro’) del Borrelli, il Catalogo dei Baroni pubblicato da Carlo Borrelli (…), nel 1600, parlava di una Crociata in Terra Santa al tempo di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, ma parlava della seconda spedizione e non della terza spedizione ordinata da re Guglielmo II al tempo della spedizione di re Riccardo I d’Inghilterra deto cuor di Leone come invece scriveva Amedeo La Greca (…), nel testo ‘Temi per una Storia di Licusati’. L’Antonini , a p. 412, nelle sue note (I) e (I), citerà la ‘Cronaca’ di Ceccano e non Ruggero d’Hoveden di cui parlerò in seguito. Dunque, l’Antonini (…), ci parla della II Crociata e non della III Crociata a cui partecipò Riccardo I cuor di Leone. Che si sia trattato della II Crociata e non della III Crociata, dove partecipò anche Riccardo I cuor di Leone, riferendosi al catalogo dei Baroni, pubblicato dalla Jamison, lo si rileva anche dalla Relazione redatta dal Consigliere De Micco (…), in una causa di confini, apprendiamo da p. 71 che: E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. L’Antonini, cita anche la ‘chronica’ del Falcando (…), Ugo Falcando, di cui parlerò in seguito e cita pure Agostino Inveges (…). Agostino Inveges (…), nel suo  ‘Annali di D. Agostino Inveges’, 1651, a p. 457, per l’anno 1188, racconta che: “Adunque il Re entrò in questa S. lega, e si segnò colla croce; e si daim fede alla Cronica di Sicilia, e al Collenucio appo Bardi (I),  egli fu il primo Prencipe, che comparve in difesa di Terra S. poichè scrivono. Guglielmo fatta una grossa armata tenne netto il mare di Giudea di corsari, che lo travagliavano essendo di gran timore à Greci.”. Dunque Agostino Inveges (…), parlando dell’anno 1188, citava il Collenuccio (…) e il Bardi (…), nella sua nota (I) e postillando scriveva che: “(I) Tomo 3, Chronol. f. 346 234 locis cis. 5 6 7 8 in ‘Chron. apud tomo 3 Italia Sacra, col. 953 apud Sigon. loc. cit. apud Cami. Pellegrin. in hist. Longobar. in Ste… in tomo I, Italia Sacra, col. 471 in ‘Annal Anglor.’ apud Baron. to 12. Anno 1189 n. 14 apud Camil. loc. cit. 12 13 14 hist. Sicardi 3 loc. cit. ecc..”. Lo storico Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrivendo sui Florio, in proposito diceva che: “Florio (Riccardo) di Camerota……Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Dunque anche il Bozza, sosteneva che Florio di Camerota secondo il ‘Catalogo dei Baroni’, fornì 63 militi per la crociata del 1188, la III Crociata in cui re Guglielmo II il buono intervenne in aiuto di re Riccardo I cuor di Leone per la riconquista di Gerusalemme usurpata da Saladino e non come invece scriveva l’Antonini che si trattava della II Crociata, dove re Riccardo cuor di Leone non centrava nulla. E’ interessante ciò che scrive Orazio Campagna (….), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 264, parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Camerota fu baronia; della stessa trasse il predicato “Florius de Camarota”, barone e regio magistrato (128).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “Difatti, i Basiliani si erano insediati  fra componenti greche, in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità di sviluppo artigianale, soprattutto per l’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monasterio si vestì dell’abito dell’Ordine di S. Basilio, dal Bios cit. Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Campagna (…), parlando dell’episodio in cui Florio nel 1177 componeva la commissione che andò in Inghilterra citava anche il vescovo di Capaccio. Vediamo dunque cosa scriveva Giuseppe Volpe (…) che, a p. 122, in proposito scriveva che: “Ben chiara e famosa rese questa terra, al tempo dei normanni, la famiglia ‘Camerota’, detta così per antonomasia, essendo la più nobile che vi fiorisse, cui appartenne quel Florio, Gran Giustiziero di Guglielmo il Buono, ed uno dei giudici, secondo il Falcando ed altri, nella celebre causa del conte Riccardo d’Alcandra, imputato di congiura contro del gran Cancelliere e di altri delitti (5).”. Il Volpe, a p. 123, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Cons. Mannelli, Lucania sconosciuta, M.S., vol. II, pag. 144,145 – Antonini, La Lucania, part. 11, discorso X, pag. 411-412.”. Dunque il Volpe (…) citava il manoscritto (apocrifo) di Luca Mannelli o Mandelli che ivi ho pubblicato le pagine inedite che riguardano Camerota. Lo storico Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrive sui Florio: “Florio (Riccardo) di Camerota,….Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Alessandro Di Meo (…), nel suo ‘Annali etc’, da pp. 168-169, vol. X, ci parla di Florio di Camerota e Lampo di Fasanella:

Di Meo, su Florio, p. 168.PNG

Di Meo, X, p. 169, a. 1150 sui Florio.PNG

(Fig….) Di Meo Alessandro (…), op. cit., pp. 168-169, vol. X, su Florio di Camerota e Lampo di Fasanella

Forse la notizia intorno i crociati che partivano da porto Infreschi per la I o la II o addirittura per la III Crociata, riguarda le notizie su uno dei primi feudatari di Camerota e Lentiscosa, la famiglia Marchese o Marchisio, feudatari di Camerota citati anche nel ‘Catalogus Baronum’ pubblicato da Evelyn Jamison e di cui ho scritto in un mio saggio ivi: “I Marchisio e i Florio”. Infatti,  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo etc’, nel vol. II, a p. 112, parlando di Lentiscosa, in proposito scriveva che: “Il Galanti (2)….mentre l’Alfano (3), oltre a dire degli abitanti (829) ricorda anche i feudatari Marchese. Il Giustiniani (4) ubica il villaggio su un colle “non molto lontano dal mare”, attribuendo il casale quale feudo della famiglia Marchese.”. Ebner, a p. 112, vol. II, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Alfano F.M., op. cit., p. 50”, mentre nella sua nota (4), postillava che: “(4) Giustiniani, op. cit., V, Napoli, 1802, p. 254.”. Pietro Ebner alla sua nota (12) postillava diversamente la nota bibliografica per il Giustiniani e scriveva che: “(12) Giustinani, VIII, Napoli, 1802, p. 198.”. Infatti, il Giustiniani (…), nel suo vol. VIII, del suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, a pp. 198-199, parlando del Monastero di S. Nazario e, sulla scorta di Jean Mabillon (…), nei suoi ‘Annali Benedettini’ (‘lib. 57′), scriveva anche di Licusati: “Circa lo stesso tempo vi fu edificato quel picciol paese, ed in oggi la detta Abatia serve di parrocchia agli abitanti, e trovasi commendata al Capitolo di S. Pietro di Roma, colla giurisdizione quasi vescovile, che esercita il Vicario pro tempore non solo su di essa terra, che sulle altre ancora degli Eremiti, Bosco, Cusati, e Sannicola.”.

giustiniani-p-199-vol-viii.png

(Fig…) Giustiniani (…), vol. VIII, pp. 198-199

Francesco Maria Alfano (…), a p. 121, in proposito a Lentiscosa e a Licusati scriveva che: “‘Lentiscosa’ terra sopra una collina d’aria buona, diocesi di Policastro, un miglio distante dal Mar Tirreno, feudo di Marchese.”.

Nel 1238, Nicola Mariconda dona al fratello Giustino

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di Palinuro scriveva in proposito alle antiche donazioni citate dall’Antonini che: “Un documento sicuro è invece l’inedito M 37 dell’Archivio Cavense (21), con il quale Nicola detto Mariconda, donò al proprio fratello Giustino, monaco cavense e priore della chiesa di S. Maria de Dommo di Salerno “integram medietatem” del diritto di pesca di aguglie e delle fosse marine nel tratto Salerno-Palinuro. Del territorio furono feudatari i signori di Pisciotta (v).”. Pietro Ebner scriveva che l’Antonini parlava a p. 154 ma sbagliava perchè è p. 353, I edizione, 1745, nel cap. VII. Sempre l’Ebner a p. 271 nella sua nota (21) postillava che: “(21) I, ABC, M 37, settembre anno 1238, XII, Salerno. Nella chiesa di S. Maria de Dommo, presente l’Abate cavense Leonardo e innanzi al giudice Matteo, Nicola, detto Mariconda, figlio del fu Pietro, pure detto Mariconda, ecc…” :

Ebner, vol. II, p. 271

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. I, a p. 33, nella nota (47) postillava che: “(47) Sul tema delle tonnare cfr. B. Centola, Le città del mare. La pesca con le tonnare in Italia, Avagliano, Cava de’ Tirreni 1999; su quelle di Palinuro cfr. pp. 70-72. L’antichità nell’attività è attestata da un documento cavense del settembre 1238, col quale il salernitano Nicola, detto Mariconda, pentito del suo ingiusto procedere, restituiva al fratello Giustino, monaco cavense, “integram medietem de iure acnum (aguglie) et de foveis marinis, in quibus pisces qui cusi et acus vocantur, capiuntur, ab hoc Salernitanam civitate, usque Palinudum” (P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. II, p. 271, n. 21.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Da un contratto in greco (20) si ha notizia di un fitto delle gabelle di Camerota, Palinuro e Melope per 23 oncie. Il villaggio continuò a subire danni dalle incursioni barbaresche.”. Ebner, a p. 173, nella nota (20) postillava che: “(20) Trinchera, Syllab. membr. ad r. Siclae pertinente, Napoli 1824, I, p. 23. Il contratto è del 22 novembre 1269.”. Credo che Ebner abbia fatto un errore postillando di Francesco Trinchera perchè il testo in questione non è del Trinchera ma è dello Scotti (…), ovvero A.A. Scotti, “Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824”, mentre il testo del Trinchera (….) è “Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae”, Napoli, ed. Cataneo, 1865.

Nel 1269, la Molpa in un documento pubblicato dal Trinchera

Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a p. 190 e ssg. parlando di “Molpa”, nella nota (2) postillava: “.. – in una carta del 29 novembre 1269 (pubblicata in sommario, nel ‘Syllab. mebran. ad r. Siclae pertinent. Napoli, 1824, vol. I, p. 23) io trovo attestata la esistenza di Molpa; poichè vi si dà atto in fitto, per oncie 22, la gabella di Camerota, di Palinuro e di Melopae’.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Da un contratto in greco (20) si ha notizia di un fitto delle gabelle di Camerota, Palinuro e Melope per 23 oncie. Il villaggio continuò a subire danni dalle incursioni barbaresche.”. Ebner, a p. 173, nella nota (20) postillava che: “(20) Trinchera, Syllab. membr. ad r. Siclae pertinente, Napoli 1824, I, p. 23. Il contratto è del 22 novembre 1269.”. Credo che Ebner abbia fatto un errore postillando di Francesco Trinchera perchè il testo in questione non è del Trinchera ma è dello Scotti (…), ovvero A.A. Scotti, “Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824”. Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. I, a p. 33, nella nota (47) postillava che: “(47) Un documento angioino del 29 novembre 1269, del quale abbiamo solo il regesto, ricorda l’aggiudicazione della “Cabellam Camarotae, Melopue (sic), et Palinuri pro uncis auri 22″ (A.A. Scotti), Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824, vol. I, n. 8, p. 23”. Angelo Antonio Scotto, a p. 23, del suo “Syllabus membranarum ad Regiae Siclae Archivum pertinentium”,  a p. 23 riportava il documento n. 8, dove è scritto: “N. 8 – Olim Arca B. Fasciculus 49 N. 5. – 1269 Novembris 29. Indictione 13. Caroli I. anno V. Camarotae – Iohannes Iudex Camerotae, ut uxsequatur mandatum Ursonis Bombae Vicesecreti Principatus, et Terrae Beneventi, quod excribitur post subhastationem, et fideiussionem locat Thomasio de Salerno, et Nicolao Murmurio, Cabellam Camerotae, Molopae, et Palinuri pro unciis auri 22 ponderis generalis. Per Riccardum Notarium Camerotae.”, il cui significato è il seguente:  “Giovanni Giudice di Camerota, per eseguire l’ordine di Ursone Bomba vicesegretario del Principato, e della Terra di Benevento, che è scritto dopo l’asta, e dà in garanzia a Thomasio de Salerno e Nicolaus Murmurius, i capelli di Camerota , Molopa, e Palinuri per once d’oro di peso complessivo 22. Di Riccardo Notaio di Camerota.”

Nel 1295, la tassa pagata dal Monastero di S. Cono di Camerota

Forse non si riferiva al monastero di S. Cono di Camerota, ma a quello di S. Pietro di Licusati, quando Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, parlando del Monastero di S. Cono di Camerota, nella sua nota (51), postillava che: “(51) Del Monastero è pure notizia della tassa in Hoberg (Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207. Cfr. P. Batiffol, L’Abbaye de Rossano, Paris, 1891, p. 108, e B. De Montfaucon, Paleografia graeca, Paris, 1708, p. 431, sgg.”. La notizia dovrebbe essere ulteriormente indagata. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo etc…’, a p. 587, parlando dei ‘Monasteri’ di Camerota, nella sua nota (51), cita il Montfaucon de B. (…), ‘Palaeografia graeca’, Paris, 1708, p. 431. Infatti il Montfaucon (…), a p. 431, Lib. VI, in “Ex Diplomate originali RR. PP. S. Basilii”, ci parla del monastero di S. Giovanni a Piro e di S. Cono di Camerota. Il documento parla di Sisto Episcopo, diletto figlio di Francesco Abbate Monastero di Sancti Johannis ecc…Ebner (…), scriveva che del Monastero di S. Cono a Camerota, si aveva notizia sulla “Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis”. Si tratta del ‘Codice Taxarum’ o ‘Taxam’, o ‘Liber Taxam’, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211. Ebner (…), a p. 587, nella sua nota (51), per questa tassa, citava tre testi: citava un testo pubblicato da “Studi e Testi” n. 144, Città del Vaticano, 1949, p. 297; poi citava pure il testo di Pierre Batiffol (…) ‘L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane’. Pierre Batiffol (…), nel suo L’Abbaye de Rossano’, nel 1891, pubblicava molti documenti, e nel ‘Cap. III, a p. 108’, scriveva che: “Policastren: Johannes de piro: fl. XL.”. Ebner (…), sulla lettera papale, cita anche il B. De Montfaucon (…), che, nel suo ‘Paleographia graeca’, edito nel 1708, a Parigi, a pp. 431-432, riporta un diploma che riguarda S. Giovanni a Piro. Agostino Lubin (…), nel 1693, nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, sulla scorta dell’Ughelli (…), a p. 117 (vedi immagine), scriveva sull’Abbazia di S. Cono di Camerota: “versùs Occidentem, & miliario a Camerotta, versùs Boream; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota confundit Codex Taxar. D. Passionari, dicitque unitam mensae Capitolari Basilica Vaticanae.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Nel 1424, e gli elementi di giudizio su fattori economici dovrebbero essere quanto mai aleatori per le istituzioni religiose, la situazione del monastero sembra più solida fra la stessa comunità civile (126). Il versamento della “decima” in sette tarì, per gli anni 1308-1310, venne effettuato dalla Chiesa di S. Severino di “Camarota” in castro “Cucculi”, mentre, per gli stessi anni, l’intero clero di “Gamarote” effettuò il versamento “in Episcopatu Policastrensi” (127).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (126), postillava che: “(126) Taxae pro communibus servitiis, etc, pag. 183.”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (127), postillava che: “(127) Rationes Decimarum, etc., Campania, cit., nn. 5538 e 6689.”.

Montfaucon, lib. VI, p. 431 e s.

Montfaucon, p. 432

Pietro Ebner,  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 117-121, parlando di Licusati, scriveva che: Il Lubin segnala tra le abbazie di fondazione di monaci greci anche la badia di S. Pietro di Cusati (li Cusati, Licusati).”, come si può vedere nell’immagine sotto tratta da p. 117 del Lubin (…):

lubin-p-117.png

(Figg….) Lubin (…), p. 117

Agostino Lubin (…), nel 1693, nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, sulla scorta dell’Ughelli (…), a p. 117 (vedi immagine), scriveva sull’Abbazia di S. Pietro di Licusati: “Abbatia tit. S. Petri de Cusato, Ord. Premonstratensis, Dioece. Policastrensis, ut refertur in Codice Taxarum Camerae Apost. apud Ughellum. 7. pag. 940 vocatur S. Petri de Licusati, & dari solita est in Commendam; vulgo ‘li Cosati’ Vicus Regni Neapolitani in Provincia Principatus Citerioris dicta, decem pass. mill. Polycastro distans, versus Occidentem, & miliario à Camerota, versus Boream; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota consundit Codex Taxar. D. Pasionariae, dicitque unitam mensae Capitulari, Basilacae Vaticanae.”. Il Lubin (…), sulla scorta del Codice Taxar e dell’Ughelli (…), la chiama ‘Abbatia dal titolo S. Petri de Cusato’. Leggendo l’Ughelli (…), nel vol. VII, a p. 940 (come scrive il Lubin nella sua nota), non troviamo nulla sul monastero ma a p. 663-664, si parla della Diocesi di Capaccio “Caputaquense Episcopi”. L’Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 555, parlando del casale di ‘Bosco’, scrive nella sua nota (4), scrive che l’Ughelli (…), vol. VIII, p. 726, scriveva su Bosco e sul Monastero di S. Pietro di Licusati, ma anche in questo caso crediamo che le note dell’Ebner siano errate. Il Lubin (…), sulla scorta del ‘Codice Taxar’ e dell’Ughelli (…), la chiama ‘Abbatia dal titolo S. Cono de Camerota’. Il Lubin (…), nella sua nota (…), scrive che l’Ughelli (…), parla dell’Abbazia di S. Cono di Camerota, nel suo vol. VII, a p. 940. Leggendo l’Ughelli (…), nel vol. VII, a p. 940 (come scrive il Lubin nella sua nota), non troviamo nulla sul monastero ma a p. 663-664, si parla della Diocesi di Capaccio “Caputaquense Episcopi”. L’Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 555, parlando del casale di ‘Bosco’, scrive nella sua nota (4), scrive che l’Ughelli (…), vol. VIII, p. 726, scriveva su Bosco e sul Monastero di S. Pietro di Licusati. La notizia dovrebbe essere ulteriormente indagata. Ebner (…), scriveva che del Monastero di S. Cono a Camerota, si aveva notizia sulla “Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis”. Si tratta del ‘Codice Taxarum’ o ‘Taxam’, o ‘Liber Taxam’, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo xvii – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211. Ebner (…), a p. 587, nella sua nota (51), per questa tassa, citava tre testi: citava un testo pubblicato da “Studi e Testi” n. 144, Città del Vaticano, 1949, p. 297; poi citava pure il testo di Pierre Batiffol (…) ‘L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane’. Pierre Batiffol (…), nel suo L’Abbaye de Rossano’, nel 1891, pubblicava molti documenti, e nel ‘Cap. III, a p. 108’, scriveva che: “Policastren: Johannes de piro: fl. XL.”. Ebner (…), sulla lettera papale, cita anche il B. De Montfaucon (…), che, nel suo ‘Paleographia graeca’, edito nel 1708, a Parigi, a pp. 431-432, riporta un diploma che riguarda S. Giovanni a Piro. Agostino Lubin (…), nel 1693, nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, sulla scorta dell’Ughelli (…), a p. 117 (vedi immagine), scriveva sull’Abbazia di S. Cono di Camerota: “versùs Occidentem, & miliario a Camerotta, versùs Boream; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota confundit Codex Taxar. D. Passionari, dicitque unitam mensae Capitolari Basilica Vaticanae.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Nel 1424, e gli elementi di giudizio su fattori economici dovrebbero essere quanto mai aleatori per le istituzioni religiose, la situazione del monastero sembra più solida fra la stessa comunità civile (126). Il versamento della “decima” in sette tarì, per gli anni 1308-1310, venne effettuato dalla Chiesa di S. Severino di “Camarota” in castro “Cucculi”, mentre, per gli stessi anni, l’intero clero di “Gamarote” effettuò il versamento “in Episcopatu Policastrensi” (127).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (126), postillava che: “(126) Taxae pro communibus servitiis, etc, pag. 183.”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (127), postillava che: “(127) Rationes Decimarum, etc., Campania, cit., nn. 5538 e 6689.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: Camerota fu baronia; dalla stessa trasse il predicato “Florius de Camarota”, barone e regio magistrato normanno (128). Al ripristino di antichi castelli, ordinato da Federico II, la baronia di Camerota fu costretta a contribuire per il rifacimento delle fortezze di Policastro. Con gli Angioini Camerota e Molpa furono aggregate e sottoposte allo stesso barone (129). Contro le invasioni degli Almugaveri erano state rinforzate le torri intorno a Camerota e ripristinato il Castello di S. Severino (130). Ciò nonostante, la cittadina fu invasa, anche se, successivamente, insorse, cacciando gli Aragonesi. ecc..”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (128), postillava che: “(128) Catalogus baronum, in “Cronache e scritti sulla dominazione normanna”, Napoli, 1845. Il regio magistrato Floriano da Camerota, nei primi del 1176, fu inviato in Inghilterra con i Vescovi di Troia e di Capaccio per chiedere la mano di Giovanna ecc..”. Il Campagna, a p. 266, nella sua nota (129), postillava che:  “(129) Reg. Ang., VIII, n. 464.”. Il Campagna, a p. 266, nella sua nota (130), postillava che: “(130) C. Carucci, La provincia di Salerno, etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 267, continuando il suo racconto, scriveva che: “Avvenuta la soppressione dei monasteri, i libri della biblioteca di Camerota furono portati a Policasto, per essere custoditi in quel vescovado (136).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(136) G. Cataldo, Notizie storiche, etc.,  op. cit.”. Con la creazione del Regno normanno di Sicilia nel 1130 tutti i diritti e privilegi della baronia italo-greca di Licusati erano sotto la protezione reale del re a Palermo. Per lungo tempo, l’agente giudiziario del re era Florio di Camerota, un fatto comodo per i monaci. Non si sa se l’abate del monastero era obbligato a fornire cavalleria e fanteria alla corona in tempi di invasione come l’abate del monastero italo-greco di Rofrano. Nel periodo di crisi della dinastia normanna dopo il 1194, l’ordine Premostratense acquistava il monastero e la sua proprietà e diritti per alcuni secoli. Dopo la Riforma Protestante e la Controriforma Cattolica molti vescovi della chiesa romana insistevano sull’uniformità totale di rito e disciplina tanto da arrivare al punto che alcuni vescovi bruciavano pubblicamente i libri liturgici del rito greco come ad esempio a Cuccaro Vetere. L’aristocrazia locale riuscì a smembrare la proprietà dei monaci italo-greci.

Nel 1308-1310, nel ‘Rationes Decimarum Italiae’

Intorno al secolo XIV e su quel periodo (anni 1308-1310), Francesco Barra (…) nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, parlando di Centola, a pp. 70 e s., scriveva che: Assai scarse sono altresì le notizie dei secoli successivi. Dalle ‘Rationes Decimarum’ del 1308-10 risulta che le rendite dell’abbazia ecc…(18) ecc..”. Il Barra (…) a p. 70, nella sua nota (18) postillava che: “(18) ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’, Città del Vaticano 1942, n. 5536, p. 385.”. Infatti riguardo questo punto il Barra (…), sulla scorta dei due studiosi Laurent e Guillou (…) cita il testo del  ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’La ‘Ratio Decimarum’ era il registro delle decime che venivano riscosse dagli enti ecclesiastici. Questo registro quindi permette di avere numerose informazioni sia sulle parrocchie, sia sui singoli paesi, contenendo indirettamente dati storici sull’esistenza degli stessi. La fonte ben nota della lista di chiese e di monasteri compilata per la riscossione della decima sessannale su “tutti i redditi e i proventi ecclesiastici” istituita da papa Gregorio X nel 1274, e delle successive decime triennali volute da papa Bonifacio VIII, le cosidette: “Rationes Decimarum”. Nel caso della Camapania ed in particolare della nostra zona, troviamo il registro delle decime tra il 1308 e il 1310, ovvero il secondo volume a cura di Mauro Inguanez ed altri. Anche Nicola Montesano (…), parlando di Torraca e Tortorella così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Del ‘casti Turticelle’ viene fatto menzione anche nel Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”. Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. Per il testo di Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Campania’ – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1949 (Studi e testi). I documentI contenuti nel testo a cura di Mauro Inguanez ed altri sono i nn° 6688, 6689, 6690, 6691, che riguardano “XXVII – POLICASTRO”. Infatti, a p. 479 vi è trascritto l’unico foglio rimasto superstite del registro, il foglio n° 250 “In Episcopatu Policastrensi” che si trova custodito nella Biblioteca Apostolica Vaticana con la segnatura di: “Arch. Vat. Collect. 161, f. 250-250v”.

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(Fig….)

Nel 1317, la bolla (lettera) di papa Giovanni XXI indirizzata a Matteo di Camerota, abbate del Monastero di S. Cono a Camerota

Il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 410 e ssg. parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “…..e prima vi fu l’altro bastantemente celebrato di Benedettini col titolo di S. Cono, siccome apparisce da una Bolla d’Innocenzo VI. data in Avignone: ‘IV. ‘Idibus Octobris Pontificatos nostri anno II’, ora in Commenda.”. Dunque, l’Antonini, nel 1745, nella sua prima edizione scriveva che a Camerota vi era pure un altro Monastero “bastantemente celebrato di Benedettini col titolo di S. Cono,….”. Dunque, Antonini scriveva che a Camerota prima del monastero dei Cappuccini vi era sorto il più antico e celebrato Monastero Benedettino di S. Cono che, all’epoca sua (anno 1745) era ridotto in Commenda. Scrive sempre l’Antonini che il monastero di S. Cono appare nella bolla del papa Innocenzo IV, antipapa ad Avignone, ‘IV. ‘Idibus Octobris Pontificatos nostri anno II’. Antonini si riferiva ad una lettera di papa Giovanni XXI, del 1317, indirizzata all’abate del Monastero di S. Cono, Matteo di Camerota, il quale era un discendente di Florio di Caerota. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 586, sulla chiesa di S. Vito, scriveva solo che: Esiste ancora nel villaggio un muro merlato e i ruderi del castello; più giù, nella contrada S. Vito dov’era la chiesa di cui alla lettera di papa Giovanni XXI, sono i vasai, noti ovunque anni fa, ecc…”. Dunque, in questo passo Ebner ci informa che la “chiesa” “di cui alla lettera di papa Giovanni XXI” si trovava poco più giù del castello. Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 583-584, dove scriveva che: “Nel 1317 da una lettera di Papa Giovanni XXI, è notizia dell’abate del monastero di S. Cono e di un discendente di Florio, Matteo di Camerota (v. oltre).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 162-163, parlava dell’Abate di S. Cono, “Matheo di Camerota” e in proposito scriveva che: Di un abate del monastero di S. Cono è notizia nel 1317, quando papa Giovanni XXI, nel secondo anno del suo pontificato, concesse ad Avignone al “dilecto filio” Matteo di Camerota, discendente del giustiziere Florio, signore di Corbella, il possesso della chiesa di S. Vito di Camerota (v.) fondata dalla locale università e la cui provvista era pertinenza papale.”. Ebner (…), riferendosi alla lettera o bolla di papa Giovanni XXI, del 1317, in cui si evince di “Matteo di Camerota” (forse un discendente di Florio di Camerota, signore di Corbella) e, Abbate nel 1317 dell’Abbazia benedettina di S. Cono di Camerota che, avrebbe avuto: “il possesso della chiesa di S. Vito di Camerota (v.) fondata dalla locale università”. In questo passaggio, Ebner riferisce la notizia della bolla papale e di un abbate dell’Abbazia di S. Cono a cui scrisse il pontefice da Avignone, Giovanni XXI, nel secondo anno del suo pontificato. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, parlando dei “Monasteri’ di Camerota, in proposito scriveva che: “Il Mandelli (50) segnala la lettera di papa Giovanni XXI all’abate del monastero di S. Cono, di cui deve essersi perduta ogni traccia se il Laurent e il Guillou non ne hanno fatto cenno (51).”. Ebner (…), a p. 587, nella sua nota (50), postillava che: “(50) Mandelli, ms., cit., II, f. 145.”. Ebner (…), a p. 587, vol. I, parlando dei ‘Monasteri’ di Camerota, nella sua nota (51), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), postillava la trascrizione della lettera di papa Giovanni XXI: “(51) “Joannes episcopus, servus servorum Dei, dilectis filijs Abbati Mon. S. Coni de Camerota Policastrensis Dioc. ac…de Pisciotta, et … de Cuccaro Capuaque Dioc. Ecclesiasiarum Archipresbiteris sal. et ap. benedictionem Laudabile testimonium, quod dilecto filio Matheo de Camerota dicto Policastrensis diecesis de vita perhibetur, et moribus Nos inducunt etc.”. Ebner però non ha dato i riferimenti bibliografici del testo di M.H. Laurent e A. Guillou, dove ancora non ho trovato la citazione di cui parla l’Ebner. Ebner (…), a p. 587, nella sua nota (50), postillava che: “(50) Mandelli, ms., cit., II, f. 145.”. Il sacerdote Giuseppe Volpe (…), a p. 123, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Cons. Mannelli, Lucania sconosciuta, M.S., vol. II, pag. 144,145 – Antonini, La Lucania, part. 11, discorso X, pag. 411-412.”. Luca Mannelli (…), o Mandelli (come scriveva Ebner), ‘Lucania sconosciuta’, è un manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, conservato nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Nel manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’, di Luca Mannnelli, troviamo accenni alla storia di Camerota. Luca Mandelli (…), nel suo manoscritto sulla ‘Lucania sconosciuta’, a p. 46r, scrivevendo di Camerota, riferiva che: “Dicevano che questa famiglia, sino la 1385, fusse nella B……, poichè Giovanni XXI. conferì un beneficio a Matteo di Camerota nel secondo Anno del suo Pontificato standosi in Avignone, come dalla Bulla in cui si legge. (vedi anche nota (51) di Ebner a p. 587): dilectis filijs Abbati Monasteri S. Coni de Camerota Policastrensis Diocesis ac de Pisciotta, et de Cuccaro, Capuaque Dioc. Ecclesiasiarum Archipresbiteris sal. et ap. benedictionem Laudabile testimonium, quod dilecto filio Matheo de Camerota dicto Policastrensis diecesis de vita perhibetur, et moribus Nos inducunt etc.”.

Ebner (…) si riferiva al manoscritto dell’agostiniano Luca Mandelli (…) e, del suo manoscritto ‘Lucania sconosciuta’, di cui, ivi, ho pubblicato le pagine inedite del manoscritto che riguardano il Golfo di Policastro, in un altro nostro scritto. Dunque, secondo Pietro Ebner (…), a Camerota, vi era una chiesetta dedicata a S. Vito, sita in contrada S. Vito, fatta costruire da Matteo di Camerota (un discendente di Florio), su concessione di papa Giovanni XXI, che nel 1317, da Avignone, scriveva una lettera all’Abbate del monastero di S. Cono di Camerota, lettera citata nel manoscritto apocrifo, attribuito a Luca Mannelli o Mandelli (…) e che, in seguito è stata rintracciata dal Laurent e Guillou (…). La trascrizione del passo della lettera del 1317, di papa Giovanni XXI riportata da Ebner, non mi pare tratta dal M.H. Laurent e A. Guillou (…), che pure ne annenano, ma è riportata nel manoscritto di Luca Mannelli (…), nel fol. 46r (retro). Pietro Ebner, nella sua nota (51) a p. 587, sebbene citasse i due studiosi Laurent e Guillou (…), non dice altro in proposito. Ebner scriveva che della chiesa di S. Vito di Camerota, ne parlava oltre.

Riguardo l’opera citata da Ebner (…), di M.H. Laurent e A. Guillou (…), si tratta del testo ‘Le, ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano 1960, dove i due studiosi hanno parlato del monastero di S. Cono nell’opera in cui pubblicarono i resoconti o i Verbali della visita apostolica di Atanasio Calceopilo. Devo pure precisare che papa Giovanni XXI è stato il 187º papa della Chiesa cattolica dal 1276 alla morte e, siccome la lettera o la bolla citata dal Mannelli è del 1317, non si può trattare di papa Giovanni XXI. Pietro Ebner, cita una lettera di papa Giovanni XXI, che da Avignone indirizzò all’Abate del monastero di S. Cono a Camerota. La notizia è estremamente importante per la storia di Camerota e non solo. Nutriamo dei dubbi su papa Giovanni XXI. Infatti, faccio notare che, papa Giovanni XXI, morì a Viterbo il 20 maggio 1277 e, non è stato mai ad Avignone. Nel Regno di Napoli, regnava Roberto D’Angiò. Credo che il Mannelli (…), si riferisca a papa Giovanni XXII, che effettivamente esercitò il suo papato ad Avignone e morì il 4 dicembre 1334. Ebbe tre nipoti Cardinali, creati da lui stesso, tra cui Giacomo De Via. E’ molto probabile che il Mannelli (…) si riferisca a papa Giovanni XXII, che è stato il 196° papa della Chiesa cattolica dal 7 agosto 1316 alla morte. Infatti, la sede papale di Papa Giovanni XXII, fu Avignone dove morì il 4 dicembre 1334. Ebbe tre nipoti cardinali, creati da lui stesso, tra cui il Cardinale Giacomo de Via (…), creato cardinali nel concistoro del 17 dicembre 1316 e, di cui ci parla anche il Di Luccia (…), nel suo trattato sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Credo che la bolla papale del 1317, abbia relazione indiretta con il Cardinale de Via o de Vivo che ebbe un ruolo al monastero di S. Giovanni a Piro.

Nel 1317, la bolla di papa Giovanni XXI, da Avignone all’Abate di S. Cono di Camerota

Riferendoci alla sua nota (49), Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 162-163, parlava dell’Abate di S. Cono, “Matheo di Camerota” e in proposito scriveva che: Di un abate del monastero di S. Cono è notizia nel 1317, quando papa Giovanni XXI, nel secondo anno del suo pontificato, concesse ad Avignone al “dilecto filio” Matteo di Camerota, discendente del giustiziere Florio, signore di Corbella, il possesso della chiesa di S. Vito di Camerota (v.) fondata dalla locale università e la cui provvista era pertinenza papale.”. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, scriveva che: “Il Mandelli (50) segnala la lettera di papa Giovanni XXI all’abate del monastero di S. Cono, di cui deve essersi perduta ogni traccia se il Laurent e il Guillou non ne hanno fatto cenno (51).”. Ebner però non ha dato i riferimenti bibliografici del testo di M.H. Laurent e A. Guillou, dove ancora non ho trovato la citazione di cui parla l’Ebner. Ebner (…), a p. 587, nella sua nota (50), postillava che: “(50) Mandelli, ms., cit., II, f. 145.”. Ebner (…) si riferiva al manoscritto dell’agostiniano Luca Mandelli (…) e, del suo manoscritto ‘Lucania sconosciuta’, di cui, ivi, ho pubblicato le pagine inedite del manoscritto che riguardano il Golfo di Policastro, in un altro nostro scritto.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

Luca Mannelli (…), o Mandelli (come scriveva Ebner), ‘Lucania sconosciuta’, è un manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, conservato nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Nel manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’, di Luca Mannnelli, troviamo accenni alla storia di Camerota e, come scriveva Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587: “Il Mandelli (50) segnala la lettera di papa Giovanni XXI all’abate del monastero di S. Cono.”. Luca Mandelli (…), nel suo manoscritto sulla ‘Lucania sconosciuta’, a p. 46r, scrivevendo di Camerota, riferiva che: “Dicevano che questa famiglia, sino la 1385, fusse nella B……, poichè Giovanni XXI. conferì un beneficio a Matteo di Camerota nel secondo Anno del suo Pontificato standosi in Avignone, come dalla Bulla in cui si legge. (vedi anche nota (51) di Ebner a p. 587): dilectis filijs Abbati Monasteri S. Coni de Camerota Policastrensis Diocesis ac        de Pisciotta, et de Cuccaro, Capuaque Dioc. Ecclesiasiarum Archipresbiteris sal. et ap. benedictionem Laudabile testimonium, quod dilecto filio Matheo de Camerota dicto Policastrensis diecesis de vita perhibetur, et moribus Nos inducunt etc.”.

1-rit[2]

(Fig….) Luca Mannelli (…), ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto, dove si parla di Camerota e dei Florio, p. 46r.

Riguardo la chiesa di S. Vito a Camerota, fondata da Matteo di Camerota, discendente del giustiziere Florio (…), ha scritto Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 583-584, dove scriveva che: “Nel 1317 da una lettera di Papa Giovanni XXI, è notizia dell’abate del monastero di S. Cono e di un discendente di Florio, Matteo di Camerota (v. oltre).”. Ebner (…), a p. 586, scriveva che: “Esiste ancora nel villaggio un muro merlato e i ruderi del castello; più in giù, nella contrada S. Vito dov’era la chiesa di cui alla lettera di papa Giovanni XXI, sono i vasai, ecc…”. Dunque, secondo Pietro Ebner (…), a Camerota, vi era una chiesetta dedicata a S. Vito, sita in contrada S. Vito, fatta costruire da Matteo di Camerota (un discendente di Florio), su concessione di papa Giovanni XXI, che nel 1317, da Avignone, scriveva una lettera all’Abbate del monastero di S. Cono di Camerota, lettera citata nel manoscritto apocrifo, attribuito a Luca Mannelli o Mandelli (…) e che, in seguito è stata rintracciata dal Laurent e Guillou (…). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, parlando dei “Monasteri’ di Camerota, in proposito scriveva che: “Sul monastero di S. Conore (49), comunemente detto di S. Cono, quanto ho detto innanzi cap. V, 5. Il monastero Italo-greco venne visitato dall’archimandrita Atanasio Calkeopilo nel 1458. Il Mandelli (50) segnala la lettera di papa Giovanni XXI all’abate del monastero di S. Cono, di cui deve essersi perduta ogni traccia se il Laurent e il Guillou non ne hanno fatto cenno (51).”. Ebner (…), a p. 587, nella sua nota (50), postillava che: “(50) Mandelli, ms., cit., II, f. 145.”. Ebner (…), a p. 587, vol. I, parlando dei ‘Monasteri’ di Camerota, nella sua nota (51), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), postillava la trascrizione della lettera di papa Giovanni XXI: “(51) “Joannes episcopus, servus servorum Dei, dilectis filijs Abbati Mon. S. Coni de Camerota Policastrensis Dioc. ac…de Pisciotta, et … de Cuccaro Capuaque Dioc. Ecclesiasiarum Archipresbiteris sal. et ap. benedictionem Laudabile testimonium, quod dilecto filio Matheo de Camerota dicto Policastrensis diecesis de vita perhibetur, et moribus Nos inducunt etc.”. La trascrizione del passo della lettera del 1317, di papa Giovanni XXI riportata da Ebner, non mi pare tratta dal M.H. Laurent e A. Guillou (…), che pure ne accennano, ma è riportata nel manoscritto di Luca Mannelli (…), nel fol. 46r (retro). Pietro Ebner, nella sua nota (51) a p. 587, sebbene citasse i due studiosi Laurent e Guillou (…), non dice altro in proposito. Ebner scriveva che della chiesa di S. Vito di Camerota, ne parlava oltre. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 586, sulla chiesa di S. Vito, scriveva solo che: Esiste ancora nel villaggio un muro merlato e i ruderi del castello; più giù, nella contrada S. Vito dov’era la chiesa di cui alla lettera di papa Giovanni XXI, sono i vasai, noti ovunque anni fa, ecc…”. Riguardo l’opera citata da Ebner (…), di M.H. Laurent e A. Guillou (…), si tratta del testo ‘Le, ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano 1960, dove i due studiosi hanno parlato del monastero di S. Cono nell’opera in cui pubblicarono i resoconti o i Verbali della visita apostolica di Atanasio Calceopilo. Devo pure precisare che papa Giovanni XXI è stato il 187º papa della Chiesa cattolica dal 1276 alla morte e, siccome la lettera o la bolla citata dal Mannelli è del 1317, non si può trattare di papa Giovanni XXI. Pietro Ebner, cita una lettera di papa Giovanni XXI, che da Avignone indirizzò all’Abate del monastero di S. Cono a Camerota. La notizia è estremamente importante per la storia di Camerota e non solo. Nutriamo dei dubbi su papa Giovanni XXI. Infatti, faccio notare che, papa Giovanni XXI, morì a Viterbo il 20 maggio 1277 e, non è stato mai ad Avignone. Nel Regno di Napoli, regnava Roberto D’Angiò. Credo che il Mannelli (…), si riferisca a papa Giovanni XXII, che effettivamente esercitò il suo papato ad Avignone e morì il 4 dicembre 1334. Ebbe tre nipoti Cardinali, creati da lui stesso, tra cui Giacomo De Via. E’ molto probabile che il Mannelli (…) si riferisca a papa Giovanni XXII, che è stato il 196° papa della Chiesa cattolica dal 7 agosto 1316 alla morte. Infatti, la sede papale di Papa Giovanni XXII, fu Avignone dove morì il 4 dicembre 1334. Ebbe tre nipoti cardinali, creati da lui stesso, tra cui il Cardinale Giacomo de Via (…), creato cardinali nel concistoro del 17 dicembre 1316 e, di cui ci parla anche il Di Luccia (…), nel suo trattato sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Credo che la bolla papale del 1317, abbia relazione indiretta con il Cardinale de Via che ebbe un ruolo al monastero di S. Giovanni a Piro. Troviamo un Giacomo De Via (e non De Vio), nel 1565, quando, come scrive Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”. Ferdinando Palazzo (…), sempre a pp. 110-111, riferendosi sempre alla “Platea dei Beni e delle Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, compilata nel 1565 da Giacomo De Vio, nominato Procuratore della Badia, scriveva pure che l’avesse vista e consultata in casa della famiglia Carboni-Viviani di Bosco. Forse si riferiva a questo papa, Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 205, parlando di Ademaro o Ademario, Romano, di Scalea, il cui mauseleo marmoreo, che porta la data del 1343, viene attribuita a scuola di Tino da Camaino (32), citava papa Giovanni XXII e, in proposito scriveva che:  “In un regesto di papa Giovanni XXII, 17 gennaio 1317, “Ademarum Romanorum de Scalea” è ricordato come viceamiratum Regni Sicilie”, sotto re Roberto (33). In documenti vaticani, viene sempre indicato “de Scalea”, e tenuto per “dilectum filium” da papa Giovanni, che, con regesto dell’11 gennaio 1330, gli concesse il diritto di patronato sulla cappella di S. Giovanni Battista, annessa alla chiesa di S. Nicola in Plateis (34).”. Il Campagna, nella sua nota (33), postillava che: “(33) F. Russo, Regesto Vaticano, etc, op. cit. I, p. 245.”. Il Campagna, nella sua nota (33), postillava che: “(34) F. Russo, Regesto Vaticano, op. cit., I, p. 388.”.

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…) che, a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, riferendosi al monastero di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva anche che: “Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Patirion Atanasio Calceopilo ed ordinata da papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco monastero di S. Demetrio Corone versava 33 fiorini e mezzo (40); volle infine passare al rito latino, cosa che venne accordata da papa Sisto IV nel 1473 (41), per poi….. “. Biagio Cappelli, a p. 312, nella sua nota (39), postillava che “(39) T. Minisci (…), Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV, p. 147;  M.H. Laurent – A. Guillou, op. cit., pp. 60 s.; 245 s.; 265.”. Biagio Cappelli, a p. 312, nella sua nota (40), postillava che (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Il Cappelli (…), nella sua nota (39), citando il Minisci (…) e M.H. Laurent e A. Guillou (…) e, nella sua nota (40), citando il Batiffol (…), si riferiva all’antico monastero di S. Giovanni a Piro (…) e non a S. Cono di Camerota.  Dunque, il Cappelli (…), sulla scorta del Minisci (…), scriveva che a Camerota vi era un rudere di una chiesa triabsidata, denominata dalla gente del posto S. Iconio.

Infatti, Teodoro Minisci (…), nel suo ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’, a p. 147, scriveva in proposito che la Visita apostolica di Atanasio toccò anche il monastero di “76. S. Cono di Camerota ….nella diocesi di Anglona.”. Riguardo l’antico monastero di S. Cono di Camerota, già nel 1891, Pierre Batiffol (…), nel suo (…) ‘L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane’, a p. 107, scriveva che non figurava nel: “Liste des monasteres basiliens de l’Italie meridionale (1) XV ssiecle” e, nella sua nota (1), postillava che: “Monasteres portes au ‘Liber taxarum S.R.E.’,”, ovvero che esso non figurava nei monasteri della Diocesi di Anglona nel ‘Liber Taxarum’ (…). Il Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI. Il Batiffol scrive che detta lista è contenuta nel ‘Codice Vaticano Latino 9239′ che è quello a cui si è rifatto L’Hoberg (…), consultabile alla Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 162-163, parlando dei “Monasteri e chiese ricettizie”, in proposito scriveva che: La commissione apostolica giunse al monastero di S. Cono, proveniente da Centola, il 20 marzo trovando nel cenobio soltanto il monaco Roberto, dell’Ordine degli eremiti di S. Agostino, il quale aveva acquistato i frutti del monastero per cinque anni dall’abate Giovanni, del vicino centro di San Severino “cum sua femina” (f. 135v);”. Una notizia simile ma che riguarda una bolla di papa Innocenzo VI, del 1354 è tratta dal Laudisio. Questa notizia è simile a quella del Mannelli, in quanto si dice, sia per papa Giovanni XXII che per papa Innocenzo VI, le due bolle sono state emesse, “nel suo secondo anno di pontificato”.

Nel 1353, la bolla del 9 gennaio di papa Innocenzo VI da Avignone a ‘S. Coni de Camerota’

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Russo (…), a p. 264, scriveva che vi era da molto tempo una continua relazione e scambi tra i monaci dei monasteri del basso Cilento e quelli della Calabria, scrivendo che da alcuni documenti vaticani si evince che Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota.”, e parlando di Camerota Orazio Campagna (…) a p. 264, scriveva che: “Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Infatti, lo storico calabrese Francesco Russo (….), nel suo ‘Regesto Vaticano per la Calabria’, pubblicato a Roma nel 1974-75, vol. I-II, ha citato alcuni documenti conservati nell’Archivio segreto della Biblioteca Vaticana, che citavano l’antico monastero basiliano di S. Pietro di Camerota (dice il Russo), ma sarebbe di Licusati, da cui dipendeva il casale di Camerota. I documenti citati dal Russo (…), sono: il n. 7272, 7299, 7431 nel vol. I e, nel vol. II, troviamo il n. 12562. Ho cercato questi documenti e il testo di Francesco Russo (…) e, li ho avuti in concessione dalla sig.ra Anna Stabile, presso la Biblioteca della Fondazione Adele Caterini di Laino Borgo (CS), una ricca Biblioteca che possiede circa ventimila volumi. Dunque, Orazio Campagna (…), sulla scorta del Regesto Vaticano di Francesco Russo (…) citava alcuni documenti vaticani dove si citava il monastero di S. Pietro di Licusati e scriveva che monaci (igumeni basiliani) del monastero di Camerota (S. Cono di Camerota e monaci di S. Pietro di Licusati), venivano trasferiti in alcuni monasteri della Calabria e viceversa. In particolare, in alcuni documenti del Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI del 1300, si scrive che questi monaci, per diversi motivi, venivano trasferiti nel monastero di S. Adriano in Calabria, nella Diocesi di Rossano Calabro. Nei documenti citati dal Campagna (…), a p. 264, e citati dal Russo (…), troviamo citati i monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati. Nel Regesto Vaticano etc di Francesco Russo (…), nel vol. I, nel regesto di Innocenzo VI (1352-1362) troviamo il documento n. 7272 del 9 gennaio 1353 a p. 463 e, il documento n. 7299, del 3 aprile 1353 lo troviamo a p. 465; il documento n. 7431, a p. 478; nel vol. II, troviamo il documento n. 12562 a p. 463, nel regesto di Sisto IV (1471-1484):

Russo F., p. 463, n. 7272

Nel documento n. 7272 del 9 gennaio 1353, nel Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI (1352-1362), scritto ad Avignone (sede papale) è scritto che: “Nicolaum de Camerota confirmat in abbatem monasterii S. Coni de Camerota, O.S.Bas., Polycastren. dioc., vac. per translationem Nicolai, olim abbatis eiusd. monasterii S. Coni, ad Archimandritam monasterii S. Adriani, eiusdem Ord., Rossanem. dioc. “Dat. Avignone, quarto idus januarii anno primo”.”, che tradotto è: “Nicola di Camerota abbate del monastero di S. Cono di Camerota conferma anche questo del monastero di San Nicola, O.S.Bas., Polycastren. Diocesi., Vacante con il trasferimento di Nicola, abate di quel tempo. del monastero di S. del cono, al archimandrita del monastero di S. Adriano, dello stesso Ord., Rossano. Diocesi Datato Avignone, il primo giorno di gennaio dell’anno.. Il Russo postillava che il documento in questione si trova in: “Reg. Vat. 219, f. 57, ep. 17; Reg. Vat. 244, f. 215, ep. 14; ‘Fontes Iuris Orient.’, S. III, vol. X, p. 1.”. Riguardo la bolla papale di papa Innocenzo IV, emanata ad Avignone è stata citata anche da Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), a p. 99 (v. versione a cura di Visconti) in proposito scriveva che. “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro unita alla basilica di S. Maria del Presepe di Roma; ma in seguito questa abbazia divenne di patronato regio e di collazione straordinaria *.“.

Nel 1353, la bolla del 3 aprile di papa Innocenzo VI da Avignone a S. Coni de Camerota

Russo F., p. 465, n. 7299

Nel documento n. 7299 del 3 aprile 1353, nel Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI (1352-1362), scritto ad Avignone (sede Papale) è scritto che: “Policastren. et Bisinianem episcopis ac Abbati monasterii Laurent., Policastren. dioc. Pro-visionem monasterii S. Coni de Camerota, O.S. Bas., Policastren. dioc., vivente adhuc abbate eiusdem, Clemens papa VI Sedi Apostolice reservavit. Mortuo ultimo eiusdem monasterii abbate, Pontifix Nicolaum eidem monasterio praefecit. Sed conventus monachorum eum recipere recusat; quapropter eis mandat ut eum recipere recusat; quapropter eis mandat ut eum inducant in corporalem possessionem dicti monasterii et inductum defendant.” “Dat. Avignone, tertio nonas aprilis Pont. n.ri anno primo”. “Dutum fel. rec. Clemens”, che tradotto è: “Policastren. vescovi, e l’abate del monastero e Bisignano Laurent., Policastren. Diocesi. Per il monastero di Saint-Cono circa il Camerota, Ordine di S. Basilio, Policastren. Diocesi, durante la vita di abate di papa Clemente VI  Sede Apostolica magazzino. Dopo la morte del abate del monastero, l’ultimo capitolo della stessa, pontifice Nicola, un monastero del governo allo stesso. Tuttavia, l’assemblea dei monaci per ricevere rifiuta Per questo motivo a loro, li istruì di riportarlo nega; Per questo motivo a loro, li incaricato di condurre, in possesso del corpo del detto monastero, e sono stati approvati da lui per difendere la fedeEgli dà. Avignone, celebrato aprile Pont. n.ri primo anno. veleno Dutùr. Rec. Clemente VI”. Il Russo (…) a p. 468 postillava che il documento in questione si trova in: “…………………..

Nel 1355, la bolla del 15 ottobre di papa Innocenzo VI da Avignone per S. Coni de Camerota

Russo F., p. 478, n. 7431

Nel documento n. 7431 del 15 ottobre 1355, nel Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI (1352-1362) è scritto che: “Supplicat….frater Nicolaus, archimandrita monateri S. Adriani, O.S.Bas., Rossanen. Rogerii de Camerota, presbytero Polycastren. dioc., de archipresbyteratu de Camerota aucoritate ordinaria factas, dignemini autoritate apostolica confirmare. – Fiat”.”. Questo documento del 15 ottobre 1355, contenuto nel regesto Vaticano di papa Innocenzo VI, si parla di un Rogerii de Camerota. Il Russo postillava che il documento in questione si trova in: “Reg. Suppl. 28, f. 232v; ‘Fontes Iuris Orient., S. III, vol. X, 123.”.

Nel 12 ottobre 1354, papa Innocenzo VI e la sua bolla di Avignone con la quale unisce alcuni monasteri e abbazie, tra cui quella di S. Giovanni a Piro alla basilica (Liberiana) di S. Maria Maggiore di Roma

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo di Policastro, nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), a p. 99 (v. versione a cura di Visconti) in proposito scriveva che. “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro unita alla basilica di S. Maria del Presepe di Roma; ma in seguito questa abbazia divenne di patronato regio e di collazione straordinaria *.“. Il Laudisio (…), riferisce che l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Cono a Camerota, è citato nella bolla papale del 12 ottobre 1354, che fu emanata ad Avignone, allora sede papale, da papa Innocenzo VI. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 46 (vedi p. 99, versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro ecc….”. Secondo il Laudisio (…)(si veda la versione del Visconti), papa Innocenzo VI, nella sua bolla del 12 ottobre 1354, emessa il secondo anno del suo pontificato che iniziò nel 1352, si citava il monastero di S. Cono di Camerota. Innocenzo VI, è stato il 199º papa della chiesa cattolica dal 1352 alla morte (all’epoca della cattività avignonese). La stessa notizia la riporta Gaetano Porfirio (…) che, a p. 539, in proposito scriveva pure che: “…..non che le già menzionate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima dipoi divenne di patronato e collazione regia. Nè men degna è di ricordanza è quella benedettina di S. Pietro di Licosato, da papa Pio IV unita alla basilica vaticana; con giurisdizione ordinaria, quasi episcopale, e con proprio territorio (2).”. Il Porfirio (…), nella sua nota (2), postillava che: “(2) Concil. Trident. Sess. 24, cap. 18, ‘de Reformat.”. Dunque, il Laudisio ed il Porfirio, dicevano che la Badia basiliana di S. Cono a Camerota, unitamente a quella di S. Giovanni a Piro, furono unite alla Basilica Liberiana da papa Innocenzo VI, nel 12 ottobre 1354. Per Basilica Liberiana si intende la Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. La papale arcibasilica maggiore arcipretale liberiana di Santa Maria Maggiore, conosciuta semplicemente con il nome di “basilica di Santa Maria Maggiore” o “basilica Liberiana”. È la sola basilica di Roma ad aver conservato la primitiva struttura paleocristiana, sia pure arricchita da successive aggiunte. Gaetano Porfirio (…), nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 539, in proposito scriveva che: “…pure la Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini di Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello e Battaglia, non chè le già mentovate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima di poi divenne di patronato e collazione regia. Ecc…”. Il Porfirio però a p. 539 parlando della Diocesi di Policastro e dei monasteri italo-greci rimasti nella sua nota (1) colonna destra postillava che: “(1) Ex Bull. XII, Kalend, ful. anno 1564”. Il Porfirio si riferisce all’ex Bullarium della Santa Sede Apostolica Vaticana.

Porfirio, p. 539 (in D'Avino)

(Fig…) Porfirio Gaetano (….), op. cit., p. 539

Dunque, il Porfirio (…), anche sulla scorta del Laudisio (…) scriveva che alcuni monasteri e Abbazie del Golfo di Policastro, nel 1354, con la bolla papale di Innocenzo VI emessa ad Avignone, questi monasteri tra cui quello di S. Giovanni a Piro venivano uniti alla “Basilica Liberiana. Cosa era la basilica Liberiana ?. La papale arcibasilica maggiore arcipretale liberiana di Santa Maria Maggiore, conosciuta semplicemente con il nome di “basilica di Santa Maria Maggiore” o “basilica Liberiana”. La notizia è interessantissima ma è strana in quanto vedremo in seguito che, nel 1354 il Monastero di San Giovanni a Piro insieme a quello di San Cono a Camerota vennero uniti alla Basilica Vaticana detta “Liberiana”. Il sacerdote Gaetano Porfirio ci parla di papa Innocenzo VI e di una sua bolla del 13 ottobre 1354. Secondo la notizia riferita dal Porfirio, con la bolla di Avignone del 12 ottobre 1354, papa Innocenzo VI univa alcuni monasteri italo-greci o di origine basiliana sorti sulla nostra terra alla ex “Basilica Liberiana” che, ai suoi tempi era la Basilica di Santa Maria Maggiore in Roma. Il Porfirio scriveva che: “non chè le già mentovate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima di poi divenne di patronato e collazione regia…”. Dunque, il Porfirio scriveva che le Abbazie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di San Giovanni a Piro venivano unite alla Basilica Liberiana. Il Porfirio scriveva pure che l’ultima ovvero l’Abbazia di San Giovanni a Piro in seguito diventò “patronato e collazione regia”. Innocenzo VI, nato Étienne Aubert è stato il 199º papa della Chiesa Cattolica dal 1352 alla morte (all’epoca della cattività avignonese), avvenuta il  Morì il 12 settembre 1362 e il suo successore fu papa Urbano V. Il Porfirio però a p. 539 parlando della Diocesi di Policastro e dei monasteri italo-greci rimasti nella sua nota (1) colonna destra postillava che: “(1) Ex Bull. XII, Kalend, ful. anno 1564”. Il Porfirio si riferisce all’ex Bullarium della Santa Sede Apostolica Vaticana.

Nel 1459, la lite tra Sigismondo di Sangro e Giacomo Morra

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”, p. 86, in proposito scriveva che: “Già all’epoca della signoria dei Morra i rapporti dei feudatari con i vassalli non risultarono sempre felici, come pure non mancarono controversie, giurisdizinali e di confini, con i feudatari vicini. Abbiamo ad esempio notizia di una controversia insorta nel 1459 tra Sigismondo de Sangro, barone di S. Sergio, e Giacomo Morra, barone di Sanseverino, a proposito di alcuni abitanti di S. Sergio che desideravano trasferirsi a Centola (20).”. Il Barra, a p. 86, nella nota (20) postillava che: “(20) “Atti del magnifico Gismondo de Sangro, possessore del casale di Sergio (sic), con lo magnifico Iacomo Morra, possessore della Terra di Sanseverino, e casale di Camerota, sopra la petizione di certi vassalli che habiano da rehabitare nel detto casale di Centola – 1459″ (ASN, Processi antichi della Sommaria, f 72, n. 5731).”.

Nel 1458, la visita apostolica di Atanasio Calceopulo (Chalkeopulos)

Gli Atti delle visite apostoliche di Attanasio, sono state pubblicate nel 1960 dai due studiosi Laurent e Guillou (…). Il Cappelli (…), sulla scorta del Minisci (….), dice che “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie,…Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Patirion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Dunque, secondo il Cappelli (…) e il Minisci (…), la visita apostolica di Atanasio Calkeopilo, del 1458, interessò anche l’antico monastero basiliano di ‘S. Cono de Camero’ (v. Minisci).

Liber visitationis, ff...., S. Cono di Camerota.PNG

(Fig….) Codice Vaticano Latino n. 149, ‘Liber Visitationis’ (…), f. 135 r. e f. 136 v. (inedito), il Verbale della visita apostolica al monastero di S. Cono di Camerota.

Nel 1448, il Cardinale Bessarione propose alla S. Sede di nominare Atanasio Calkeopilo archimandrita di S. Maria del Patire (diocesi di Rossano) al posto del titolare che si era dimesso. Così Atanasio Chalceopulos divenne il 3 apr. 1448 superiore di uno dei più importanti monasteri basiliani di Calabria. Nel 1457 fu costretto ad abbandonare Roma e a recarsi in Calabria per un importante missione. Bessarione era stato designato, da lettere successive dei papi Niccolò V e Callisto III, cardinale protettore dei monaci basiliani ed incaricato di far visitare e ispezionare i monasteri dell’Ordine nell’Italia meridionale. Con l’occasione progettò una riforma radicale. A tale scopo aveva bisogno di esaminare sui posto la condizione di questi monasteri un tempo fiorenti ed allora decaduti. Probabilmente su sua raccomandazione Callisto III incaricò di questa missione il Calkeopilo con l’aiuto di Macario, archimandrita di S. Bartolomeo di Trigona: Essi dovevano visitare settantotto fra i più importanti monasteri della Calabria e della Campania. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…). La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il ‘Liber visitationis’ del Calceopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca. Riguardo la visita apostolica  ‘Liber visitationis’ di Athanase Chalkéopoulos, il cui resoconto contenuto in un codice latino, fu pubblicato nel 1960 da M.-H. L a u r e n t – A. Guillou (…). Si trattava di una missione rilevante, che il Calkeopulo compì con grande zelo ed efficacia. Riguardo i diari e i documeni provenienti dalla visita apostolica del Calkeopilo, può essere utile dare uno sguardo ai documenti raccolti da Pietro Menniti (…), nel suo ‘Bullarium Basilianum’ (…). Gastone Breccia (…), scriveva a pp. 23-24, di un suo pregevole studio che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Maria di Carrà (4 bolle del 1219: habetur in bullario nostri archivii […] signata littera A e littera B); (29) S. Maria del Patir (bolla del 1198: habetur transcripta infasciculo bullarum nostri archivii romani C); S. Maria di Centula.”.

Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), scriveva che a Camerota vi era l’Abbazia minore basiliana, l’Abbazia di S. Pietro che dipendeva dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, di cui ci siamo occupati nel nostro saggio ivi pubblicato su “I possedimeni di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo”. Dipendeva attraverso un archimandrita direttamente da Roma per le cose ecclesiastiche e dal duca di Salerno e dal re per le cose civili. Silvano Borsari, nel suo ‘Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI) (…), a p. 85-86, riferendosi alle biblioteche possedute dai tanti monasteri italo-greci del Mezzogiorno d’Italia, scriveva che:  “Gli inventari delle biblioteche cominciano a diventare numerosi con il XV secolo. Un gruppo compatto è contenuto nel ‘Liber visitationis’ dell’archimandrita Atanasio Calceopilo, dell’anno 1457 (36), in cui sono riportati gli inventari di tutte le biblioteche monastiche basiliane della Calabria, della Basilicata meridionale e del Cilento meridionale, esclusa quella di S. Maria del Patir, e delle quali quindi noi possiamo conoscere la consistenza in un’epoca anteriore alle grandi spoliazioni avvenute nel XVI secolo (37).”. Il Borsari (…), nelle sue note (36) e (37), postillava che: “(36) Le ‘Liber visitationes’ d’Athanase Chalkeopoulos (1457-1458), ed. M.H. Laurent – Guillou A. (Città del Vaticano, 1960: Studi e Testi, 206)” e la nota (37) dice che solo pochi monasteri italo-greci avevano una ricca biblioteca. Nel 1448, il Cardinale Bessarione propose alla S. Sede di nominare Atanasio Calkeopilo archimandrita di S. Maria del Patire (diocesi di Rossano) al posto del titolare che si era dimesso. Così Atanasio Chalceopulos divenne il 3 apr. 1448 superiore di uno dei più importanti monasteri basiliani di Calabria. Nel 1457 fu costretto ad abbandonare Roma e a recarsi in Calabria per un importante missione. Bessarione era stato designato, da lettere successive dei papi Niccolò V e Callisto III, cardinale protettore dei monaci basiliani ed incaricato di far visitare e ispezionare i monasteri dell’Ordine nell’Italia meridionale. Con l’occasione progettò una riforma radicale. A tale scopo aveva bisogno di esaminare sui posto la condizione di questi monasteri un tempo fiorenti ed allora decaduti. Probabilmente su sua raccomandazione Callisto III incaricò di questa missione il Calkeopilo con l’aiuto di Macario, archimandrita di S. Bartolomeo di Trigona: Essi dovevano visitare settantotto fra i più importanti monasteri della Calabria e della Campania. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…). La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il ‘Liber visitationis’ del Calceopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca. Riguardo la visita apostolica  ‘Liber visitationis’ di Athanase Chalkéopoulos, il cui resoconto contenuto in un codice latino, fu pubblicato nel 1960 da M.-H. L a u r e n t – A. Guillou (…). Si trattava di una missione rilevante, che il Calkeopulo compì con grande zelo ed efficacia. Riguardo i diari e i documeni provenienti dalla visita apostolica del Calkeopilo, può essere utile dare uno sguardo ai documenti raccolti da Pietro Menniti (…), nel suo ‘Bullarium Basilianum’ (…). Gastone Breccia (…), scriveva a pp. 23-24, di un suo pregevole studio che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Maria di Carrà (4 bolle del 1219: habetur in bullario nostri archivii […] signata littera A e littera B); (29) S. Maria del Patir (bolla del 1198: habetur transcripta infasciculo bullarum nostri archivii romani C); S. Maria di Centula.”. Il Breccia (…), sulla scorta del “resoconto” della visita apostolica del 1457 di Atanasio Calceopoulos, scrive che si può dedurre la condizione di abbandono di tantissimi monasteri basiliani dell’Italia meridionale. La visita della Commissione Apostolica ai Monasteri dell’Ordine di S. Basilio, ancora esistenti nel Mezzogiorno d’Italia, riveste un carattere di particolare rilievo ed importanza anche perchè grazie ad essa, subito dopo, molti monasteri furono Commendati, come ad esempio quello di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, dove,  nel 1462, fu istituita la Commenda affidata al Cardinale Bessarione che a sua volta lo affidò in Commenda al grande umanista Teodoro Gaza, che la tenne fino alla morte, sopraggiunta nel 1475. Ebner (…), sulla scorta del Laudisio (…), segnalava che, nel 1458 in occasione della Visita apostolica dell’Archimandrita Atanasio Calcheopulos, il monastero di S. Cono di Camerota era uno dei pochi monasteri italo-greci ancora esistenti sul nostro territorio. Secondo il Cappelli (…) e il Minisci (…), la visita apostolica di Atanasio Calkeopilo, del 1458, interessò anche l’antico monastero basiliano di ‘S. Cono de Camero’ (v. Minisci). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 162-163, parlando dei “Monasteri e chiese ricettizie”, in proposito scriveva che: La commissione apostolica giunse al monastero di S. Cono, proveniente da Centola, il 20 marzo trovando nel cenobio soltanto il monaco Roberto, dell’Ordine degli eremiti di S. Agostino, il quale aveva acquistato i frutti del monastero per cinque anni dall’abate Giovanni, del vicino centro di San Severino “cum sua femina” (f. 135v);”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 162 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,….”. Il Borsari (…), nelle sue note (36) e (37), postillava che: “(36) Le ‘Liber visitationes’ d’Athanase Chalkeopoulos (1457-1458), ed. M.H. Laurent – Guillou A. (Città del Vaticano, 1960: Studi e Testi, 206)” e la nota (37) dice che solo pochi monateri italo-greci avevano una ricca biblioteca. Gli Atti delle visite apostoliche di Atanasio, sono state pubblicate nel 1960 dai due studiosi Laurent e Guillou (…). Minisci (…), che nel suo ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’, ci parla della visita apostolica di Atanasio Calkeopilo ad alcune Abbazie del nostro territorio. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124), anche se dalla relazione della visita di Chalkèopoulos (1457-1458) (125) il monastero di S. Cono risulta essere in uno stato di degradazione assoluta.. Il Campagna (…), a p. 264, nella sua nota (125), postillava che: “(125) Le “Liber Visitationis”, etc, pgg. 159-160 e 262.”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…) che, a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, diceva che il Monastero di S. Cono di Camerota era detto: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro…. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio;…”. Biagio Cappelli, a p……, nella sua nota (39), postillava che “(39) T. Minisci (…), p. 147…”. Il Cappelli (…), nella sua nota (39), si riferiva al monaco T. Minisci (…), ed al suo: ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’ e si riferiva a Pierre Batiffol (…), nel suo ‘L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane’. Il Cappelli (…), sulla scorta del Minisci (….), dice che “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie,…Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio;..”. Dunque, secondo il Cappelli (…) e il Minisci (…), la visita apostolica di Atanasio Calkeopilo, del 1458, interessò anche l’antico monastero basiliano di ‘S. Cono de Camero’.

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(…) Minisci T., Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n. s. V (1951), p. 147 e s. (vedi per la visita apostolica di Atanasio Calceopilo) (Archivio Attanasio)

L’Ebner (…), nella sua Economia e società nel Cilento medievale, a p. 496, su alcune notizie su Rofrano ed il suo Cenobio: ….nel 1458 dal visitatore apostolico dei monasteri basiliani, archimandrita, Atanasio Calceopilo, che visitò gli altri cenobi (S. Giovanni a Piro, S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano).”. Pietro Ebner (…), scriveva in proposito che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: “Come si è detto, promossa dal Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, il pontefiche Callisto III (1455-1464) ordinò la visita ai monasteri italo-greci dell’Italia Meridionale (16) Il visitatore, archimandata Atanasio Calkeopoli, accompagnato dall’archimandata Macario e dal notaio Carlo Feadaci, iniziò le sante ‘Visitationes’ da Reggio (1 otobre 1457) concludendole piuttosto drammaticamente a Pattano il 5 aprile 1458. Proveniente dal monastero di S. Elia di Carbone (13 marzo 1458), la commissione apostolica giunse a Centola il 18 marzo. Ecc..”.

75 – LA VISITA APOSTOLICA AL MONASTERO DI S. CONO A CAMEROTA

Il Cappelli (…), sulla scorta del Minisci (….), dice che “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie,…Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio;…”. Dunque, secondo il Cappelli (…) e il Minisci (…), la visita apostolica di Atanasio Calkeopilo, del 1458, interessò anche l’antico monastero basiliano di ‘S. Cono de Camero’ (v. Minisci). Teodoro Minisci (…), nel 1951, nel suo ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’, parlava della visita apostolica ordinata da papa Callisto III e, a p. 141, scriveva che “I) I monasteri visitati dal Calceopilo nel 1457 assommano a 73 nelle varie diocesi calabresi, (di cui 17 nella sola diocesi di Reggio), più di 3 nella Diocesi di Anglona-Tursi e due in quella di Policastro.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124), anche se dalla relazione della visita di Chalkèopoulos (1457-1458) (125) il monastero di S. Cono risulta essere in uno stato di degradazione assoluta.”. Il Campagna (…), a p. 264, nella sua nota (125), postillava che: “(125) Le “Liber Visitationis”, etc, pgg. 159-160 e 262.”. Dunque, il Campagna, ci fa notare che il Laurent e Guillou (…), parlano del monastero di S. Cono, a pp. 159-160 e a p. 262, nel loro testo dedicato a Le Liber Visitationis di Atanasio. Pietro Ebner (…), sulla scorta del Laudisio (…), segnalava che, nel 1458 in occasione della Visita apostolica dell’Archimandrita Atanasio Calcheopulos, il monastero di San Cono di Camerota era uno dei pochi monasteri italo-greci ancora esistenti sul nostro territorio. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 162 del vol. I, pubblicava il Verbale o resoconto redatto dalla Commissione, proveniente dalla visita effettuata al Monastero di SS. Elia di Carbone, giunse al monastero di S. Maria di Centola il 18 marzo 1458, il 20 marzo 1458, in occasione della visita apostolica al “Monasterium Sancti Coni de Camerota.” :

Ebner, vol. I, pp. 162.PNG

(Fig…) Verbale della ‘visitationis’ di Athanasio, trascritta e tratta da Ebner (…), vol. I, p. 162

“in quo invenimus bona introscripta: tetravangilon unum valde pulcrum et miniatum cum glosis circumquaque Grisostomi, quem assignavimus Matheo civi Camerote; in dono ecclesie: mineum septembris et octubris, item pars triodii, item profitico unum; item mitria cum crocea, frontale…”

Secondo il resoconto e il Verbale della Visita apostolica, la Commissione, visitò il Monastero di S. Cono a Camerota, il 20 marzo 1458. Il Minisci (…), continuando il suo racconto, scriveva a p. 147 che: “76. S. Cono di Camerota nella Diocesi di Anglona, mentre il 77. S. Giovanni a Piro e 78. S. Maria di Pactano (?), nella Diocesi di Policastro.”. In occasione della visita al Monastero di San Cono a Camerota, la Commissione apostolica, vi trovò solo un monaco, Roberto, appartenente all’ordine degli Eremitani.

indice, fine

(Fig…) Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149) (…), indice dei ‘Verbali‘ delle visite apostoliche di Atanasio Calkeopilo ai Monasteri italo-greci della ‘Lucania’ della Diocesi di ‘Anglona’ (nn. 73-74-75) e, della Diocesi di Policastro (nn. 76-77).

L’abate di S. Cono di Camerota aveva lasciato il monastero e viveva cum sua femina nella vicina Sanseverino. Nonostante avesse retto l’abbazia da oltre vent’anni, non aveva fatto nulla per preservarne il patrimonio, anzi aveva contribuito in maniera determinante e depauperarlo, cedendone le rendite ad un frate agostiniano in cambio di un censo del tutto inadeguato. Intratteneva relazioni con diverse donne del posto, dalle quali aveva avuto anche numerosi figli. Dopo aver scacciato tutti i monaci dall’abbazia vi aveva convissuto a lungo con la sua concubina. Officiava raramente e aveva distrutto tutti i codici greci del cenobio. Era arrivato persino a ferire con il coltello due uomini e a farsi sorprendere in chiesa con una donna.

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 398-399 parlando della visita apostolica del 1458 e sulla scorta dei Verbali redatti dall’Archimandrita Atanasio Calkeopuolos, in occasione della visita, in proposito scriveva che: “; l’altro di S. Cono, del quale rimangono le rovine tra i monti di Camerota ed il mare di Palinuro, era in possesso di quattro codici compreso un Evangeliario che destò l’ammirazione dei visitatori.”.

Liber visitationis, ff...., S. Cono di Camerota

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “75 S. Coni de Cameroto” (di Camerota), tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 135 r. e f. 136 v., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

S. Coni de Cameroto, f. 135 r.

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “75 S. Coni de Cameroto” (di Camerota), tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 135 r., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

S. Cono, f. 136 v..PNG

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “75 S. Coni de Cameroto” (di Camerota), tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 136 v., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN)

Nel 1532, Sigismondo de Sangro ed i casali di Molpa e Pisciotta

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 83 e s., in proposito scriveva che: “Diverse furono le vicende feudali della Molpa. Dopo vari passaggi di mano, Gianalfonso de Sangro vendè nel 1516 il feudo a Giannicola Origlia, per poi ritornare per ragioni ereditarie ai de Sangro, signori di Camerota (9). Sequestrato nel 1528, il feudo fu concesso a un dignitario fiammingo di Carlo V,  Stefano Croppen (10). Nel 1539 i de Sangro vendettero per 9600 ducati la Molpa e Pisciotta al nobile italo-spagnolo Ferrante Bisbal, il quale aveva effettuato l’acquisto per conto di suo nipote Antonio Caracciolo.”. Il Barra, a p. 83, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. ‘L’Historia dell’Illustrissima Famiglia Di Sangro scritta dal Signor Filippo Campanile’, nella Stamperia di Tarquinio Longo, Napoli 1615, pp. 66-67.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 713, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1532 il re investì Sigismondo di Sangro, per la morte del padre Alfonso, dei suddetti casali, con tutti i loro diritti, giurisdizioni, mero e misto imperio e cognizione delle prime cause. Il compilatore dei Quinternioni (5) tenne a segnalare che i predetti casali vivevano “iure Langobardorum”. Nel ‘Cedolario’ Capizzo, Casaletto e Centola risultavano tassati per l’adoa a Ippolita di Sangro (6).”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (5) postillava che: “(5) Quint. 4, f 268: ‘cum omnibus eorum iuribus, et iurisdictionibus, mero etc. cognitione primarum causarum et cum integro eorum statu in quibus vivitur iure Longobardorum”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (6) postillava che: “(6) Il Cedulare (f 50 e 16) Adohae taxatur Ippolita de Sangro pro Casaletto Capizzo et Centula.”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (7) postillava che: “(7) Quint., 30, f 248”.

Su un blog tratto dalla rete “Il castello di San Sergio”, leggiamo che: “La tenuta feudale San Sergio, secondo il sacerdote Don Giuseppe Stanziola, parroco di Centola, prese il nome dalla cappella di San Sergio ivi dislocata. I feudatari di Centola furono i Rosso i quali ebbero la prima signoria, poi Giacomo della Morra, i Di Sangro, con Carlo e Alfonso, visti nel 1456, quando sempre secondo lo Stanziola, vi costruirono la cappella denominata San Sergio. Ecc…”.

Nel 1602, il monastero dei padri Cappuccini a Camerota

Costruito sulla collinetta del rione San Vito a Camerota, è un complesso monastico formato da trenta vani fra celle per i frati e ambienti come il refettorio e la sala, si sviluppa su due piani con quattro corridoi. Al centro è sito il piccolo chiostro con il pozzo. Al lato nord è annessa la chiesa. Il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 410 e ssg. ci parla di Camerota ed in proposito scriveva che: “Vi è un ragguardevole Monistero di Cappuccini con copiosa scelta libraria, e prima vi fu…….. Sul monastero dei Padri Cappuccini a Camerota ha scritto il sacerdote Gaetano Porfirio (…), nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 539, in proposito scriveva che: “…pure la Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini di Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello e Battaglia, ecc…”. Il Porfirio però a p. 539 parlando della Diocesi di Policastro e dei monasteri italo-greci rimasti nella sua nota (1) colonna destra postillava che: “(1) Ex Bull. XII, Kalend, ful. anno 1564”. Il Porfirio si riferisce all’ex Bullarium della Santa Sede Apostolica Vaticana. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: “….Fu costruito, con l’annessa chiesa di S. Francesco d’Assisi nel 1602, e contribuì, come si legge dall’epigrafe che qui sotto riportiamo, con proprio danaro, alle spese della fondazione, il marchese Orazio, effigiato, assieme alla moglie Lucrezia Capece Bozzuto Carafa, in un quadro del pittore Ippolito Borghese, datato 1619, e posto alle spalle dell’altare maggiore…..In detto convento v’era, dice l’Antonini, una ricca e scelta libreria, dispersa nell’epoca francese. Allontanati i monaci in detta epoca, vi ritornarono sotto i Borboni.”. Dunque, l’ex monastero dei Cappuccini è stata la sede del Municipio di Camerota. Secondo Onofrio Pasanisi, il monastero di padri Cappuccini fu costruito a Camerota nel 1602. Ad esso fu annessa la chiesa di S. Francesco d’Assisi. Sempre secondo il Pasanisi, nel 1602, contribuì alla sua fondazione il Marchese Orazio Marchese che resta effigiato insieme a sua moglie Lucrezia Capece Bozzuto Carafa, in un dipinto del 1619 del pittore Ippolito Borghese, posto alle spalle dell’altare maggiore della chiesa di S. Francesco d’Assisi. Le coronache ci parlano del 1602. Annesso al convento dei padri Cappuccini vi era l’ospedale. E’ proprio la presenza dell’ospedale che ci fa ritenere che l’origine del luogo sia molto più antico e che questo luogo risalga in origine al XII secolo. Sul monastero dei padri Cappuccini a Camerota, da un blog sulla rete apprendiamo che: “Il feudatario di Camerota, Orazio Marchese e la moglie, donna Lucrezia Capece Bozzuto Carafa, contribuiscono alla fondazione, nel 1602, del convento e della chiesa di San Francesco d’ Assisi. La prima comunità cappuccina, che, piantata la croce di legno nel sagrato, prende possesso religioso del luogo, è formata dai padri: Sisto da Bollita Nova Siri, frate guardiano, Michele da Vallo della Lucania, Daniele da Spinosa, Francesco da Massa, Ippolito da Licusati. E da tre frati cercatori, i quali chiedono l’elemosina due volte a settimana. La biblioteca ricca di pregevoli volumi, donati, per testamento, da mons. Giacinto Camillo Materdei, vescovo di Policastro Bussentino, dal 1696 al 1705.”. Dunque, nel blog si elencano diversi monaci alcuni dei quali provenienti dalla vicina Licusati dove vi era l’antica Abbazia di S. Pietro. Sulla biblioteca ha scritto pure Orazio Campagna (….), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 267, in proposito scriveva che: “Avvenuta la soppressione dei monasteri, i libri della biblioteca di Camerota furono portati a Policasto, per essere custoditi in quel vescovado (136).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(136) G. Cataldo, Notizie storiche, etc.,  op. cit.”. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, inedito dattilografato in mio possesso, del 1973, in proposito scriveva che: “…………………..”. Angelo Gentile, in proposito scriveva che: “Da quanto sopra detto desumo che la cappella di san Vito non sia altro che uno scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso, tanto da evitare i fastidi degli effluvi cadaverici, ma vicino per visite e necessarie preghiere dei confratelli. L’unico dubbio potrebbe essere se la stessa cappella-sepoltura era utilizzata da altri, alludo alle famiglie notabili di Camerota.”. Dunque, secondo Angelo Gentile, nella “cappella di S. Vito a Camerota” vi doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Il monastero dei padri Cappuccini a Camerota doveva sorgere su di un “terrazzamento” posto non lontano ed al di sopra della “cappella di S. Vito”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. Il terrazzamento soprastante la ‘cappella di S. Vito’, in contrada S. Vito, dove nel 1602 fu eretto il Monastero dei padri Cappuccini a Camerota. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: Nel 1818 la badia di S. Pietro di Licusati fu messa alla dipendenza del vescovo di Policastro. La metà dei beni passò al Comune di Camerota in seguito alla divisione dei demani.”. Concetta Restaino (….), in un suo saggio in “Visibile Latente- Il Patrimonio artistico dell’antica Diocesi di Policastro”, recentemente pubblicato per i tipi di Donzelli, a p. 76 e ssg. parlando del Polittico di Ippolito Borghese del 1619, commissionatogli da Orazio Marchese e la moglie, in proposito scriveva che: “Il Convento era stato fondato nel 1602 dai padri Sisto da Bollita di Nova Siri e Stefano di Camerota, provinciale dei cappuccini lucani, con l’aiuto finanziario dei feudatari Orazio Marchese e della moglie Donna Lucrezia Capece Bozzuto Carafa. Padre Stefano risulta fondatore anche di altri monasteri cappuccini, nonchè autore, nel 1599, di una relazione sullo stato dei conventi dell’intero ordine cappuccino, dalla quale risulta che esso contava nella provincia lucana ben 26 istituti, ecc…Una lapide, oggi posta davanti all’altare del Crocifisso, ricorda la fondazione del convento da parte dei feudatari nel 1602, i denari erogati per la costruzione dell’edificio e per l’esecuzione dell’ancona dell’altare maggiore, la successiva erezione di una cappella di famiglia nel 1715, ecc..”. La Restaino però, sebbene ci parli del Polittico del 1619 di Ippolito Borghese e dell’edificio costruito nel 1602, non dice nulla sul luogo dove questo Monastero e questa chiesa fu costruita nel 1602. La Restaino ci parla dei fondatori del luogo e dell’edificio. Si tratta dei due padri Cappuccini, Sisto da Bollita di Nova Siri e Stefano di Camerota. Il monastero dei Padri Cappuccini a Camerota, nel 1806 fu soppresso con il Decreto di Giuseppe Bonaparte – al tempo dell’assedio a Camerota da parte dei francesi – con decreti di Giuseppe Bonaparte e di Gioacchino Murat (7 agosto 1809), fu riaperto nel 1818 per diretta richiesta – rivolta a re Ferdinando IV di Borbone – del sindaco pro-tempore di Camerota, Tommaso Cusati. Nel 1949, l’edificio fu occupato da un convento di monache francescane, che conducono ancora oggi una scuola materna e che, in seguito al terremoto dell’80 è stato oggetto di opere di consolidamento e di ristrutturazione condotte dalla Soprintendenza ai Beni Culturali di Salerno. Oggi, un’altra ala del convento è adibita ad Archivio Storico del Comune di Camerota. Nella chiesa vi era un polittico che fu restaurato con il contributo del Touring Club Italiano.

La ricca biblioteca del monastero dei Cappuccini a Camerota

Secondo le cronache del tempo e il blog consultato sulla rete, nell’ex monastero prima e poi convento delle monache francescane, vi è ancora conservata una “biblioteca ricca di pregevoli volumi, donati, per testamento, da mons. Giacinto Camillo Materdei, vescovo di Policastro Bussentino, dal 1696 al 1705.”. Il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 410 e ssg. ci parla di Camerota ed in proposito scriveva che: “Vi è un ragguardevole Monistero di Cappuccini con copiosa scelta libraria, ….”. Dunque, l’Antonini, nel 1745, nella sua prima edizione scriveva che a Camerota vi era un importante Monastero di Cappuccini, nel quale vi era una biblioteca ricca di libri. Sulla ricca biblioteca ha scritto anche Costantino Gatta (….), nel 1723, nel suo “Lucania illustrata”. Costantino Gatta (….), “Memorie storiche topografiche della Provincia di Lucania – opera postuma messa in luce dal figlio Giuseppe Gatta”, Napoli, 1743 parlando di “Marcelliana”, a p…… leggiamo che: “………………………..”. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie Topografiche-storiche della Provincia di Lucania”, pubblicato nel 1743 per i tipi di Muzio a Napoli, parte III, cap. IV, a pp. 292-293, in proposito scriveva che: “Nel Monistero de’ Cappuccini, fabbricato in amenissimo sito, donde godonsi le vaghe prospettive del Mare, de’ Seni, e Promontorj, vi è una ricca Libreria, colma di dotti, ed eruditi Volumi, depositati quivi da vaj Letterati, spezialmente da Monsignor ‘Maradei’.”. Mons. Maradei fu uno dei Vescovi di Policastro.

Gatta, p. 292, sul monastero di Licusati

(Fig…) Gatta, op. cit., p…..

Giacinto Camillo Maradei (Laino, febbraio 1639 – Torre Orsaia, 2 settembre 1705) è stato un vescovo cattolico italiano, fu vescovo di Policastro. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 86 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “XLII. Giacinto Camillo Maradei, di Lavinio, nominato vescovo di Policastro nel 1696,…..Con un lascito testamentario donò la sua magnifica biblioteca al convento dei cappuccini di Camerota.”.Dunque, secondo il Laudisio la ricca biblioteca del monastero dei cappuccini a Camerota fu rimpinguata nel 1705 dal vescovo Maradei. Dunque, stando alle parole del Laudisio, ancora nel 1705, ai tempi di Maradei la ricca e antica biblioteca del “coenobio” dei cappuccini fu arricchita dalla biblioteca personale del Maradei.

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, nel 1975, a p. 174, scriveva in proposito che: “Nell’VIII secolo, ad ovest di Camerota, a circa due chilometri, esisteva un monastero dei Basiliani, dedicato a S. Cono (4).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 174, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Cessata la vita di quel Cenobio, i beni passarono al seminario di Policastro. Dopo l’abolizione della feudalità, nel decennio francese, metà di quei beni furono dati al Comune di Camerota che ne vantava gli usi civici. Con la soppressione, anche i Cappuccini dovettero sloggiare da Camerota e la ricca biblioteca, almeno quello che di essa era avanzato in seguito al saccheggio dei Francesi, fu portata al seminario di Policastro.”. Dunque, nel 1705, con lascito testamentario il Convento dei Cappuccini, di Camerota, arricchiva la sua bella biblioteca di dotti volumi.

La bolla di papa Pio IX

Giovanni Cappelletti (…), nel suo ‘Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, dove ci parla della Diocesi di Policastro. Il Cappelletti (…), a p. 362, scriveva che il papa Pio IX, spinto dalla lettera di Re Ferrante d’Aragona, formò la nuova Diocesi di Capaccio-Vallo, ed a Vallo, fissò il nuovo Episcopio del Vescovo. Camerota (“Camarotta”) e la sua chiesa, fu associata alla Diocesi di Capaccio-Vallo che fu assegnata al Vescovo di Diano.

Cappelletti, p. 362

(Fig…) Cappelletti (…), p. 362

Bernardino Rota, nella sua I ‘Metamorfosi’

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 580 parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Bernardino Rota (3) scrisse del luogo nel I delle sue ‘Metamorfosi’, immaginando che Camerota, amata da Palinuro non corrisposto, fosse stata mutata in scoglio da Venere.”. Ebner a p. 580, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il poeta la dedicò al locale feudatario Placido di Sangro, ricordando anche l’assalto da parte dei corsari ai tempi di Carlo V. Cfr. Antonini, cit. I, p. 410. ‘Non dum forte parat scopulo, discedere, late obriguit? (….) voluit quoque, Cypris, ut alto / Aggere te paulum post temporis advena pubes / Cingeret, atque tuo dictam de nomine terram / Incoleret, populusque praedonibus esca.”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel cap. …, a p. 410, in proposito scriveva che: “‘Bernardino Rota’ innamorato di questo paese, ne fece la sua I Metamorfosi ‘Camerota’ intitololla, indirizzandola a Placido di Sangro, allora Signore del Luogo. La finse amata da Palinuro, e per poca corrispondenza al medesimo, cangiata da Venere in scoglio. ‘Nan dum forte parat scopulo, discedere, late Obriguit’, quindi abitata da sovragiunti forestieri…….volut quoque, Cypris, ut alto / Aggere te paulum post temporis advena pubes / Cingeret, atque tuo dictam de nomine terram / Incoleret, populusque praedonibus esca’; riguardando quest’ultime parole al danno fattovi da’ Corsari a tempo di Carlo V. che quantità di gente schiava ne portarono.”. L’Antonini, a p. 410, nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo capitolo X parlando sempre di Centola, cita Bernardino Rota (…), che la citava spesso per i suoi vini. L’Antonini (…), postillava di Bernardino Rota (…), a proposito dell’altro luogo vicino la ‘Molpa’, che si chiamava Trivento: “Bernardino Rota, pratichissimo, ed innamorato di questi luoghi…..atque imo clamat Triventus ab antro.”. Antonini (…), scriveva che i vini di Centola erano citati da Andrea Baccio (…), nella sua “historia naturale vini, lib. 5″. Antonini (…), a p. 367, continuando il suo racconto sulla città di Molpa, scriveva che ne aveva parlato anche Bernardino Rota (…): “‘Bernardino Rota, nella sua I. Metamorfosi, scherzando chiamolla Molpis.”. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a p. 15, in proposito scriveva che: “La ninfa Camerota rifiuta l’amore di Palinuro e Venere adirata la trasforma in sasso. Invenzione del letterato napoletano Bernardino Rota, che, nel “Metamorphoseon Liber”, filtra la dolente umanità del nocchiere virgiliano, attraverso il petrarchismo cinquecentesco dell’amante non rianimato. Orgoglioso don Placido de Sangro, il potente amico del Rota, dell’origine divina del suo feudo: Camerota eccc.”. Berardino (o Bernardino) Rota (Napoli, 1509 – Napoli, 26 dicembre 1574) è stato un poeta italiano. Nel 1543 sposò Porzia Capece; la coppia cinque figli maschi e due femmine. Porzia morì di parto nel 1559. Alla moglie dedicò alcuni i sonetti. Con la morte senza eredi dei fratelli maggiori divenne erede dei titoli nobiliari della famiglia. Negli ultimi anni soffriva di gotta. Fece un testamento nel novembre del 1574, in cui c’era un lascito per il Monte di pietà, da destinare ai poveri. Fu sepolto nella chiesa di San Domenico Maggiore. Bernardino Rota (….), nei suoi versi attinge da “leggende” del luogo ed anche in parte da eventi storici. Per esempio la leggenda di “Palinuro” nocchiero di Enea nel’“Eneide” di Virgilio. Le opere di Bernardino (Berardino) Rota, di nobile antica famiglia napoletana, fu cavaliere dell’Ordine di San Jacopo. Le opere poetiche di Bernardino Rota, che consistono in Epigrammi, Elegie, Selve, ovvero Metamorfosi, e Nenie, tutto in latino, ed in ‘Sonetti, Canzoni ed Egloghie Pescatorie’, in italiano, furono raccolte ed impresse a Venezia, pel Giolito, 1567 in 8° indi ristampate a Napoli, 1572, in 4°: edizioni entrambe rare, specialmente la seconda, ch’è bellissima, ma più completa di tutte è quella di Napoli, 1726, vol. 2° in 8°, con varie note di Scipione Ammirato. Nicolò Toppi (….), nel suo “Biblioteca etc…”, vol. III, a p……, in proposito scriveva che: “BERNARDINO ROTA, gentiluomo napoletano……: diede alla luce in Latino: ‘Carmina ab ipso edita. Elegiarum lib. 3. Epigrammatum liber. Sylvarum, seu Metamorphoseon liber. Nania, quae nuncupatur Portia Neap. apud Josephum Cacchium 1572, in 4.. Nella scelta delle Rime di diversi Signori Napolitani nel 1556, in Ven. in 8. etc…”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig. 1 (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

(…) (Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e da me pubblicata per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio).

(…) (Figg. 1) Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82, è la pagina 71v e 72r), il più antico codice greco conosciuto della Geographia di Tolomeo (…). Questa carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (…), Tav. I., ne parla nel Capitolo Primo: “La cartografia dell’Italia anteriormente al secolo XV – 1- L’Italia nelle Carte tolemaiche dei più antichi codici”, p. 1-2-3. La carta in questione che è contenuta nel Codice Urbinate greco 82 (…). Codice Urbinate greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua versione digitale è consultabile sul sito: https://digi.vatlib.it/search?k_f=1&k_v=Urb.gr.82; si veda in proposito: Stornajolo C., Codices urbinates graeci Bibliothecae Vaticanae descripti, Romae 1895, p. 128-129, 331. Per questo codice si veda pure: Claudii Ptolemaei Geographiae codex Urbinas Graecus 82, phototypice depictus consilio et opera curatorum Bibliothecae Vaticanae (Codices e Vaticanis selecti, 19), 4 voll., Lyon-Leipzig 1932.

(…) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888; Tip. Buona Stampa, 1888, Cimitile (Archivio Storico Attanasio).

(…) Il Cappelli (…), a p. 45, riguardo il monastero di S. Pietro di Camerota (di Licusati, dico io), parlando del viaggio e dell’arrivo nel nostro territorio di Nicola (S. Nilo) e, parlando del Cenobio basiliano di S. Nazario, scriveva in proposito che: “l’odierno villaggio di S. Nazario…, dopo essere stato il cenobio unito all’abbazia di S. Pietro di Camerota (38). E come nell’autunno del medioevo il villaggio è uno dei casali del castello di Cuccaro, feudo di uno dei rami della potente famiglia dei Sanseverino (39), ecc…”. Il Cappelli, nella sua nota (38), a p. 52, postillava che: “(38) V. per l’ultima affermazione P.M. Baumund, Monasticon Praemonstratense, I, 1960, p. 385.”Da ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79, apprendiamo che in un non precisato periodo, il duca di Camerota, di cui non si indica il nome, fa delle donazioni alla chiesa di Camerota e le dota di alcuni beni e dipendenze: “Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”. A p. 79, si riporta la foto della Grotta di San Biagio (ricavata in una grotta), sita ad est di Camerota; l’ingresso della chiesa chiuso con un cancello.”. Ebner (…), in proposito scriveva che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Ebner (…), scrivendo dell’aggregazione della Badia di S. Pietro di Licusati, ci dice che a Camerota, vi era anche S. Giovanni di Camerota, Grangia della Badia di S. Pietro di Licasati, che, con la bolla papale di Pio V, nel 1564, veniva annesso alla Cappella del Presepe. Pietro Ebner,  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 117-121, parlando di Licusati, scriveva che: Il Lubin segnala tra le abbazie di fondazione di monaci greci anche la badia di S. Pietro di Cusati (li Cusati, Licusati).”.

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(Figg….) Lubin (…), p. 117

Agostino Lubin (…), nel 1693, nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, sulla scorta dell’Ughelli (…), a p. 117 (vedi immagine), scriveva sull’Abbazia di S. Cono di Camerota: “versùs Occidentem, & miliario a Camerotta, versùs Boream; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota confundit Codex Taxar. D. Passionari, dicitque unitam mensae Capitolari Basilica Vaticanae.”. Dunque, il Lubin (…), scriveva che l’ “Abbatia di S. Petri de Licosato”, era sita ad occidente ed a un miglio da “Camerotta” (Camerota), unito alla mensa del Capitolo della Cappella Sistina. Del monastero di S. Pietro di Camerota o di Licusati, ho già parlato ivi in un altro mio saggio.

(…) Baumund P.M., Monasticon Praemonstratense, I, 1960, p. 385

(…) Lenormant Francois, La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant, Vol. I, Cosenza, ed. ‘Casa del Libro’, dott. Gustavo Brenner, 1961 (citato da Gay J., op. cit., a p. 270, si veda p. 308 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Card. de Luca G.B., Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21; si tratta del testo: “Adnotationes ad Concilium Tridentinum”. Il Laudisio (…), ed il Porfirio, postillavano che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”, che poi del resto corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca, nel suo ‘Adnotationes ad Concilium Tridentinum’, disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. Nacque a Venosa nel 1614 discendente della nobile famiglia dei conti di Chieti: studiò a Salerno e all’Università di Napoli, dove si addottorò in legge; apprezzato giureconsulto e canonista, esercitò la pratica forense prima a Napoli e poi a Roma, dove abbracciò lo stato ecclesiastico e venne nominato da papa Innocenzo XI uditore del Sommo Pontefice e segretario dei Memoriali (1676). Una delle sue principali opere è stata ‘Adnotationes practicae ad S. Concilium Tridentinum’ (Colonia, 1684)

(…) (Fig…) Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Calkeopilo (Ms. Lat. 149) (…), indice dei ‘Verbali‘ delle visite ai Monasteri italo-greci visitati (Archivio Storico Attanasio). Il codice manoscritto originale (Ms. Lat. 149), si trova conservato presso la Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (la Biblioteca dell’Abbazia di S. Nilo a Grottaferrata). Recentemente, ho fatto richiesta della fotoriproduzione digitale del  Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos, conservato alla Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata e mi è stato inviato l’intero diario di viaggio scansito in pdf (file digitale), in bianco e nero:  “Egregio Prof. Francesco Attanasio, Le invio, come da accordi telefonici, la copia in pdf del manoscritto Lat. 149 (Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos). Mi dispiace che le immagini siano in bianco e nero ma è l’unica forma di digitalizzazione in possesso della Biblioteca. Spero di essere stata utile alla sua ricerca e la saluto distintamente. Lorella Masciangioli Assistente Amministrativo Gestionale Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Grottaferrata”Nel 1457, Atanasio Chalkéopoulos, studioso di monaco greco vissuto in Italia sotto la protezione del cardinale Bessarione, che è stato nominato abate di Sainte-Marie-du-Patir (nei pressi di Rossano), è stato commissionato da Callisto III ispezionare sessanta diciotto monasteri basiliani in Calabria e Campania, che in qualche modo sono sopravvissuti l’antico rito greco, vestigia della presenza bizantina sostituito nel XI secolo dal dominio normanno. Così, quattro anni dopo la caduta di Costantinopoli – ■ da dove la sua famiglia ha avuto origine – Chalkéopoulos avrebbe dovuto fare il punto del monachesimo greco in Italia meridionale, la valutazione di un altro declino, che non poteva contenere qui, il assalto dei turchi, ma principalmente per la lontananza di Bisanzio e mento grignote- esercitata dal mezzo “latino” – ■ perché c’era molto sinistra del greco calabrese in queste dure e spesso analfabeti che ha composto la del numero di monasteri basiliani. Il nostro “visitatore” noi non comunicare i sentimenti che riusciva a liberarsi durante la sua missione, ma si stabilisce con coscienza obiettività 1 “stato” di quello che trova: beni mobili ed immobili, il reddito di ogni casa, caratteristiche morali e spirituali di hegumen e monaci (quando presenti); in ogni caso, prescrive le misure da adottare per correggere la situazione, o (più raramente) esorta i religiosi esaminati a perseverare nel modo giusto. Gli “atti” della visita sono conservati oggi nel manoscritto 816 del-Italiano Greco Abbazia di Grottaferrata, vicino a Roma, e questo volume fornisce un’edizione annotata davvero esemplare. Jean Bayet ci dice, in una prefazione suggestiva, il testo è stato segnalato per André Guillou, ora segretario della Scuola Francese di Roma, da padre Rev. M. -H. Laurent, Scriptor in Vaticano. Il signor Guillou ha assunto l’arduo compito di trascrivere il documento, ed è sufficiente dare un’occhiata alle tavole III e IV per avere un’idea delle difficoltà che ha spettacoli sublimi di umanità. Antigone non lo supera. Si potranno apprezzare al Signor Pierre Tisset così come Miss Lanhers per avere l’accesso facilitato a questo famoso processo e speriamo che la pubblicazione del processo di riabilitazione e di quelli dei volumi annunciati, che contiene l’annotazione di storia e traduzione, non aspettare troppo a lungo. Nel 1448, il Cardinale Bessarione propose alla S. Sede di nominarlo archimandrita di S. Maria del Patire (diocesi di Rossano) al posto del titolare che si era dimesso. Così Atanasio Chalceopulos divenne il 3 apr. 1448 superiore di uno dei più importanti monasteri basiliani di Calabria. Nel 1457 fu costretto ad abbandonare Roma e a recarsi in Calabria per un importante missione. Bessarione era stato designato, da lettere successive dei papi Niccolò V e Callisto III, cardinale protettore dei monaci basiliani ed incaricato di far visitare e ispezionare i monasteri dell’Ordine nell’Italia meridionale. Con l’occasione progettò una riforma radicale. A tale scopo aveva bisogno di esaminare sui posto la condizione di questi monasteri un tempo fiorenti ed allora decaduti. Probabilmente su sua raccomandazione Callisto III incaricò di questa missione il Calkeopilo con l’aiuto di Macario, archimandrita di S. Bartolomeo di Trigona: Essi dovevano visitare settantotto fra i più importanti monasteri della Calabria e della Campania. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…). La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il ‘Liber visitationis’ del Calceopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca. Riguardo la visita apostolica  ‘Liber visitationis’ di Athanase Chalkéopoulos, il cui resoconto contenuto in un codice latino, fu pubblicato nel 1960 da M.-H. L a u r e n t – A. Guillou (…). Pietro Ebner, nelle sue note (17) e (18), di p….., postillava a riguardo che: “(17) Ebner, Storia…, p. 447 sg. I verbali delle visite sono contenuti nel Codice Z D XII dell’Archivio dell’Abbazia greca di Grottaferrata.”. Biagio Cappelli (…), parlando della visita apostolica di Athanasio Calkeopilo, un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395, scriveva in proposito che: “Quasi una conclusione a quanto ho esposto nelle pagine precedenti può essere suggerita dallo studio di un importante testo apparso di recente. Si tratta del Codice I D. III. 12 della Badia greca di Grottaferrata esemplarmente pubblicato a cura del Padre M. H. Laurent e di A. Guillou (1). Dunque il Cappelli (…), scrive che le ‘Liber visitationis’ di Atanasio non si trova contenuto nel codice ‘Z D XII’ come scrive l’Ebner ma vuole che il codice fosse “I D. III. 12” conservato all’Abbazia italo-greca di Grottaferrata (vicino Tuscolo). La Treccani, riguardo la visita apostolica ai monasteri del Calkeopilo, scriveva che il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…).

(…) M.H. Laurent – A. Guillou, Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano 1960; si veda pure degli stessi autori: M.H. Laurent – G. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310. Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89)

(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211. Pietro Ebner (…), nella sua nota (51), a p. 587, del vol. I, scriveva che la notizia tratta dal ‘Codice Taxarum’, stà in Hoberg (Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi” n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207. Il Batiffol (…), a p. 107, presentava la lista dei monasteri basiliani dell’Italia meridionale del XV secolo, citati nel ‘Liber Taxarum S.R.E.’. Il Batiffol scrive che detta lista è contenuta nel ‘Codice Vaticano Latino 9239′ che è quello a cui si è rifatto L’Hoberg (…), consultabile alla Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma.

(…) Hoberg …., Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi” n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207

(…) Mercati G., ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie Badie basiliane d’Italia e di Patmo’, stà in ‘Studi e Testi’ 68, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Minisci T., Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n. s. V (1951), p. 147 e s. (vedi per la visita apostolica di Atanasio Calceopilo) (Archivio Storico Attanasio).

(…) Anastasi Bibliotecarii, De Vitis Romanorum Pontificum a B. Petro Apostolo, ad Nicolaum I. Romae, Salvioni, M DCC XVIII in 4.

(…) Bernino Domenico, L’Historia di tutte l’Heresie descritta da Domenico Bernino, Roma, Stamperia Bernabò, 1719 (Archivio Storico Attanasio), si veda vol. II, secolo 8, pag. 399 (noi però abbiamo trovato il paragrafo che parla di Papa Paolo I, nel vol. II, secolo VIII, p. 191).

(…) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

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(…) Borsari Silvano, Monasteri bizantini dell’Italia Meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane’, Napoli, 1950-1951, p. 2, 1 e 16; si veda pure: Borsari S., Il Monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale prenormanne, Napoli, Sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, 1963 (Archivio Storico Attanasio), si veda cap. II, pp. 69-70, nota (183), parla di un documento del 1065.

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(…) Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323 (Archivio Storico Attanasio).  Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’. Il Cappelli (…), nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395.

Batiffol,

(…) Batiffol Pierre, L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane, Paris 1891, pp. 40-41; stà anche in in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1951 (Archivio Storico Attanasio)

(…) De Montfaucon B., Paleographia graeca, Paris, 1708, si veda p. 431 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mabillon Jean, Annales Ordinis S. Benedicti, Parigi, 1703

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(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Attanasio)

Martire Domenico

(…) Martire Domenico, La Calabria Sacra e Profana, Cosenza, 1877, s. I, pp. 150 e s.

d'avino-porfirio

(…) Porfirio Gaetano, Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1848,  a p. 538

(…) Cirelli Filippo, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835

(…) Lubin Agostino, Abbatiarum Italiae Brevis notitia, Roma, 1693, si veda p. 97 sull’Abazia di S. Maria di Centula a Centola ecc…

(…) Troccoli C., Montesacro antichissimo santuario basiliano, ed. Laurenziana, Napoli, 1986 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Attanasio)

(…) Cataldo Giuseppe (sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

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(…) Fittipaldi Wilma, La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016 (Archivio Attanasio)

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(…) De Rosa Gabriele, Vescovi popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 172-174 (Archivio Storico Attanasio)

Di Luccia

(…) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (…) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(…) Nel 1448, il Cardinale Bessarione propose alla S. Sede di nominare Atanasio Calkeopilo archimandrita di S. Maria del Patire (diocesi di Rossano) al posto del titolare che si era dimesso. Così Atanasio Chalceopulos divenne il 3 apr. 1448 superiore di uno dei più importanti monasteri basiliani di Calabria. Nel 1457 fu costretto ad abbandonare Roma e a recarsi in Calabria per un importante missione. Bessarione era stato designato, da lettere successive dei papi Niccolò V e Callisto III, cardinale protettore dei monaci basiliani ed incaricato di far visitare e ispezionare i monasteri dell’Ordine nell’Italia meridionale. Con l’occasione progettò una riforma radicale. A tale scopo aveva bisogno di esaminare sui posto la condizione di questi monasteri un tempo fiorenti ed allora decaduti. Probabilmente su sua raccomandazione Callisto III incaricò di questa missione il Calkeopilo con l’aiuto di Macario, archimandrita di S. Bartolomeo di Trigona: Essi dovevano visitare settantotto fra i più importanti monasteri della Calabria e della Campania. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…). La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il ‘Liber visitationis’ del Calceopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca. Riguardo la visita apostolica  ‘Liber visitationis’ di Athanase Chalkéopoulos, il cui resoconto contenuto in un codice latino, fu pubblicato nel 1960 da M.-H. L a u r e n t – A. Guillou (…). Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuitanei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 162 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,….”. Il Borsari (…), nelle sue note (36) e (37), postillava che: “(36) Le ‘Liber visitationes’ d’Athanase Chalkeopoulos (1457-1458), ed. M.H. Laurent – Guillou A. (Città del Vaticano, 1960: Studi e Testi, 206)” e la nota (37) dice che solo pochi monateri italo-greci avevano una ricca biblioteca. Della visita Apostolica del 1457, di Atanasio Calceopulo si sono occupati i due studiosi Laurent – Guillou (…), in ‘Liber Visitationis’, che ad esempio il Breccia (…), cita per un documento proveniente dall’Abazia di San Giovanni a Piro, oggi nel: “(68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” (vedi immagine da noi pubblicata) e, nelle sue note (68) e (69), postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.”. Si trattava di una missione rilevante, che il Calkeopulo compì con grande zelo ed efficacia. Riguardo i diari e i documeni provenienti dalla visita apostolica del Calkeopilo, può essere utile dare uno sguardo ai documenti raccolti da Pietro Menniti (…), nel suo ‘Bullarium Basilianum’ (…). Gastone Breccia (…), scriveva a pp. 23-24, di un suo pregevole studio che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Maria di Carrà (4 bolle del 1219: habetur in bullario nostri archivii […] signata littera A e littera B); (29) S. Maria del Patir (bolla del 1198: habetur transcripta infasciculo bullarum nostri archivii romani C); S. Maria di Centula.”.

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Bernino Domenico, Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino, Roma, 1709

(…) Delahaye M., Synax Costantinopolitani della Vergine, (scrive Ebner a p. 587, vol. I) si veda col. 511, 5 marzo: “ten athesis ton aghiou marturos Cononoe tou Cypouron. Martire 4 marzo, col. 509: O aghios.”.

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc.…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie……, op. cit., p. 292-293.

Gay Jules, L'Italie_méridionale_et_l'empire_byzantin,

(…) Gay Jules, L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, ed. Albert Fontemoing, 1904, vedi p. 524 sulla distruzione di Policastro e la traduzione a Nicotera. Successivamente tradotta in Italia, Firenze, 1917, ed. Libreria della Voce, p. 491 (citato da Ebner).

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(…) Gay Giulio, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, ristampa e presentazione a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, Lecce, 2011, p. 253  (Archivio Storico Attanasio); riguardo la diocesi di …………….., si veda dello stesso autore Gay I., Les Diocèses de Calabre à l’epoque byzantine, in «Revue d’Histoire et Littérature Religieuse», V (1900), p. 254.

(…) Cozza – Luzi Giuseppe, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano (Archivio Attanasio)

(…) De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963

(…) Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, Roma, 1974, si veda I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(…) (Fig….) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (16) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (…), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit., dice nella sua nota 59 a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Pare che il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (…). Si veda pure Padiglione C. (…), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata “La Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine” (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”. Sempre il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (…), op. cit., oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, op. cit. (4), trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (23), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (4), scriveva in proposito: Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.  Sul manoscritto di Mannelli, abbiamo pubblicato ivi lo studio: “Il manoscritto inedito di Luca Mannelli”, dove abbiamo pubblicato tutte le pagine del manoscritto originale conservato alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, recentemente acquisiti nel nostro Archivio. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, conservato e richiesto alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, su nostra richiesta e che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r e 51v. 

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(…) Beguinot Corrado, Il Cilento, problemi urbanistici, 

(…) Cilento Nicola, Le incursioni saraceniche in Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, …….; dello stesso autore si veda pure: ‘I Saraceni nell’Italia Meridionale nei secoli IX e X’ – stà in “Archivio Storico Napoletano”, 1958, pag. 109 segg.

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(…) Carucci Carlo, La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato, Storia diplomatica, Subiaco, ed. Tipografia dei Monasteri, 1934 XII (Archivio Storico Attanasio)

(…) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s. (Archivio Attanasio)

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(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Camerota e i suoi casali sino ai giorni nostri’, ed. G. Caldo, Napoli, 1964, p. 7; dello stesso autore si veda pure: ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla R. Corte di Napoli nel secolo XVI, stà in “Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa”, Napoli, ITEA, 1926 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: I Capitoli concessi dal feudatario di Camerota nel periodo della rivoluzione detta di Masaniello’, stà in “Rassegna Storica Salernitana”, a. XII (1951), 1-4, pp. 93-108; dello stesso autore si veda pure: ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le Torri marittime della Molpa e Palinuro’, in “Archivio Storico per la provincia di Salerno”, IV, 1934 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”.

(…) Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.

(…) Abbate Paolo, Cenobi italo-greci e paesi del Basso Cilento, ed. Palladio, Salerno, giugno 1999 (Archivio Attanasio)

(…) D’Auria A., L’omicidio di mons. Marchese dei feudatari di Camerota, stà in “Annali Cilentani”, a. XIII, n. 2, Luglio-Dicembre 2001, pp. 179-208 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) AA.VV., ‘Temi per una Storia di Licusati’ ( a cura di A. La Greca, A. Capano, D. Chieffallo, G. Chirichiello), ed. Cento di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 2013, p. 42 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Giovanelli Germano (Ieromano), ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol. III (1949), pp. 67-75, che si trova anche nella ristampa del Ronsini (…), op. cit. ed. Forni, p. 94 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Giovanelli G. – Altimari S., San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco, Grottaferrata, 1942, pp. 28-32; Padre Germano Giovanelli G., Vita di S. Bartolomeo juniore, IV egumeno e cofondatore di Grottaferrata, ed. Badia Greca di Grottaferrata, Scuola Tip. Italo-Orientale ‘S. Nilo’, Grottaferrata, 1962, no. 25 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Storico Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955).

(…) Cardinale Sirleti (…), che pubblicò il codice Vaticano 2101, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma. Il Sirleti (…), sulla scorta del Codice Vat. Lat. 2101, a p. 177 (vedi nota (51), di Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’.

(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della Memoria, luoghi e leggende, ed. ‘Centro di Promozione Culturale per il Cilento’, Acciaroli, 2007, p. 234 (Archivio Attanasio)

(…) Gentile Angelo, Exursus storico, p. 109 (Archivio Attanasio)

(…) Cappelletti Giuseppe, Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, pp…….

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)

(…) Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal ‘Liber Pontificalis’, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, Ecole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Come ha scritto lo storico Nicola Acocella, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. 

Nel ‘923 Attanasio, il monaco che rinvenne le sacre spoglie dell’apostolo San Matteo

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, che cerca di rimettere insieme le tante sparse e frammentarie fonti e notizie scritte che nel tempo dai diversi studiosi che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare intorno alla notizia del monaco Attanasio, figlio di Pelagia di Velia, che recupera i poveri resti del corpo martirizzato di San Matteo. Le sacre spoglie dell’Apostolo Matteo, ritrovate in epoca Longobarda, furono portate il 6 maggio 954 a Salerno, dove sono attualmente conservate nella cripta della cattedrale, ma ancora ad oggi non si conosce il punto in cui essi vengono conservate. Matteo apostolo ed evangelista (Cafarnao, 4/2 a. C. – Etiopia, 24 gennaio 70) fu, secondo i Vangeli, uno dei dodici apostoli di Gesù e, secondo la tradizione, l’autore del Vangelo secondo Matteo.

INCIPIT

Nel ‘923 o 954 ? , il monaco ATTANASIO e sua madre PELAGIA

Sulla figura del monaco Attanasio e della madre Pelagia si è indagato poco e poco si conosce. Da Wikipedia leggiamo che Le sue reliquie sarebbero giunte a Velia, in Lucania, intorno al V secolo, dove rimasero sepolte per circa quattro secoli. Il corpo del Santo era stato rinvenuto dal monaco Atanasio nei pressi di una fonte termale dell’antica città di Parmenide. Le spoglie furono portate dallo stesso Atanasio presso l’attuale chiesetta di San Matteo a Casal Velino. Il modesto edificio dalla semplice facciata a capanna presenta, alla destra dell’altare, l’arcosolio, dove secondo tradizione furono depositate le sacre reliquie del Santo. Un’iscrizione latina piuttosto tarda (XVIII sec.), incastonata sul lato corto dell’arcosolio, ricorda l’episodio della traslazione; successivamente le ossa furono portate presso il Santuario della Madonna del Granato in Capaccio-Paestum. Ritrovate in epoca longobarda, furono portate il 6 maggio 954 a Salerno, dove sono attualmente conservate nella cripta della cattedrale. Eppure è questo monaco che scoprì a Velia, nella, probabilmente essere la villa del generale Gavinio, le sacre spoglie nascoste dell’Apostolo ed Evangelista S. Matteo. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, sulla scorta di Pietro Ebner, a p. 9, in proposito scriveva pure che:  “Si tramanda che S. Matteo, apparso in sogno ad una pia donna, Pelagia, le chiese di cercare i suoi resti nella Basilica di Velia. Svegliatasi, ne parlò al figlio, il monaco Attanasio, etc…(109).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (109) postillava: “(109) Stilting: Acta Sanctorum, Anversa VI, 1757, p. 198; Ebner, op. cit. p. 515.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 27- 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, in proposito scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del principe Gisulfo I del 950.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “S. Mattero ad duo flumina”, a p. 514, in proposito scriveva che: “….a Velia. Qui, secoli dopo, il santo apparve in sogno a una pia donna, Pelagia, alla quale indicò la precisa ubicazione del suo sepolcro inducendola a chiedere al figlio, Attanasio, di farne diligente ricerca. Etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a p. 27, scriveva che: “Narra la tradizione che il santo, apparso in sogno a una pia donna (Pelagia, avesse indicato l’ubicazione precisa del suo sepolcro nell’antico abitato di Velia inducendola a chiedere al figliolo (Atanasio) di farne diligente ricerca. Quest’ultimo, nella speranza di laute ricompense, avrebbe tentato, salpando dal porto di Velia, di trasportare in Oriente le rinvenute preziose reliquie. ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, riferendo della notizia di Attanasio, monaco di Velia, che rinvenne in una chiesetta le sacre spoglie dell’Apostolo Matteo, riferiva anche la notizia, tramandata da una certa tradizione che il monaco Attanasio “Quest’ultimo, nella speranza di vendere i sacri resti con lauti guadagni, dopo il loro rinvenimento divisò, salpando dal porto di Velia, di trasportare in Oriente, e forse addirittura a Bisanzio, le preziose reliquie. Riuscito vano ogni suo tentativo – improvvisi marosi lo respingevano sempre a riva – “in ecclesia que non longe a cella illius sita erat sacratissimum abscondit thesaurum” (2).”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Probabilmente Attanasio era un religioso che curava la chiesa che i primi monaci giunti nel luogo avevano dedicato ‘sancte dei genitricis virginis marie, etc…”. Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, Discorso IV, a p. 206 parlando di Capaccio e della sua Cattedrale, in proposito scriveva che: “Dominando in Salerno il Principe Gisulfo, avvenne, che il Sant’Apostolo apparve in sogno a una Donna di nome Pelagia, alla quale disse: “Surge velox, filioque tuo Athanasio nunciato, ut Balneum etc…Ma Pelagia trascurato avendo di riferire la visione, l’apparve per la seconda volta in sogno la notte seguente, e gli ripeté le stesse cose; etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, parlando della narrazione del “Chronicon Salernitanum”, in proposito scriveva che: Nell’ambito di questa villa, alcuni “religiosi homines (….) ecclesiam statuerunt” per deporvi, in un “tumulum curricula quiescens”, l’evangelista mostrava la sua presenza ai fedeli con molti miracoli, come credo possa interpretarsi la frase “multarum ibi per dei gloriam peregit signa virtutem”. Persino con l’impedire ad Attanasio di trasferire altrove le sacre spoglie e di compiere ancora altri prodigi durante la traslazione a Capaccio (v. a Rutino).”. Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di San Matteo’, nel 1954, a p. 22, in proposito così si esprimeva: “I nomi di Pelagia e di Atanasio non sono per altra via giunti a noi. Ma la evidente grecità dei loro nomi e la loro vita monastica in romite “celle” prossime a chiese solitarie trovano bene la loro ambientazione in una zona dove nel secolo X e anche in seguito è documentata ampiamente l’esistenza non solo di nomi e toponimi greci ma anche di “celle” monastiche basiliane e di chiese rurali (21).”. Dunque, l’Acocella scrive che i nomi di “Pelagia” e di “Atanasio” (o Attanasio, come lo chiama Ebner), non sono documentati se non nel racconto della “Translatio”, ma essi appaiono solo nel ‘Chronicon Salernitanum’. Infatti, l’Acocella, a p. 22 aggiunge pure che: “Documentati invece sono l’esistenza e il nome, in quegli anni, di Giovanni “presul sancte sedis pestane” etc…”. Acocella (…), a p. 22, nella sua nota (21), postillava che: “(21) Cfr. ad esempio D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania (con glossario), Napoli, 1827, Appendice p. IX e ssg.; G. Racioppi, op. cit., II, p. 98, 99, n. 2; G. Senatore, La cappella di S. Maria sul Monte della Stella nel Cilento, Salerno, 1895, p. 9 e sgg. e 24; M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, 1904, p. 43 sgg.; C. Carucci, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti etc., Salerno, 1923, p. 177, sgg.”. Da Wikipedia leggiamo che il nome “Pelagia” rimanda ad alcune eroine del tempo Pelagia – moglie di Bonifacio e Flavio Ezio. Ricordiamo che Flavio Ezio è il generale dell’Imperatore Valentiniano III che mandò Gavinio con la sua flotta a combattere i Bretoni. Pelagia (429 – 451) fu la moglie dei due più importanti generali romani della sua epoca, Bonifacio ed Ezio. Il nome di Pelagia è citato solo dallo storico Marcellino Comes (s.a. 432). Proveniva da una nobile famiglia di origine barbarica, forse visigota. Cristiana ariana, si convertì al cattolicesimo prima del matrimonio con l’influente generale Bonifacio (avvenuto prima del 427/429; per Bonifacio si trattava delle seconde nozze), cui diede una figlia che fece, però, battezzare da un sacerdote ariano. Nel 432 era diventata molto ricca; in quell’anno le morì il marito, ferito nella vittoriosa battaglia contro il suo rivale Ezio. Marcellino narra che, sul letto di morte, Bonifacio fece promettere a Pelagia che si sarebbe risposata solo con Ezio, cosa che avvenne puntualmente. Dal secondo marito Pelagia ebbe un figlio, Gaudenzio, nato attorno al 440; per tutelarne le aspirazioni politiche e imperiali, Pelagia convinse il marito ad ostacolare il futuro imperatore Maggioriano. Era ancora in vita nel 451, a Roma; pregò assiduamente per il ritorno del marito dalla campagna gallica contro Attila. Parlando di Pelagia e del monaco Attanasio, dobbiamo ricollegarci al periodo storico precedente ed all’enorme afflusso di monaci provenienti dall’Oriente che si trasferirono presso quello che poi in seguito diventò il Principato Longobardo di Salerno. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49, in proposito scriveva che: “La “Translatio” vi rappresenta una vecchia donna santimoniale, Pelagia, che insieme al figlio Atanasio “monacus” cioè monaco selvaggio, vive in un “habitaculum”, greci entrambi come il nome dimostra.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49, riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: La “Translatio” non dice a quale distanza dal luogo del ritrovamento fosse l'”habitaculum” ove il monaco Attanasio viveva con la madre, ed ove egli trasportò a spalle la reliquia: ma dice una “cella” di lui, non si comprende bene se lo steso “habitaculum” ovvero, come parrebbe, un altro abituro, si trovava “non longe” dalla chiesa ove egli depose la reliquia stessa, dopo che per la secolda volta era stato respinto a terra nel vano tentativo di portarla per via mare, partendo da quel porto, cioè dal porto velino nell’estuario dell’Alento.”. Dunque, l’Atenolfi, dice che l’autore del cronicon sulla “Translatio” non dice a quale distanza dal luogo del ritrovamento fosse l'”habitaculum” ove il monaco Attanasio viveva con la madre”. L’autore apocrifo della ‘Traslatio’, l’autore del Chronicon Salernitanum, così scriveva del prodigio e della madre di Attanasio (Athanasio) (v. Acocella (…), p. 21): “In Lucania, ad una vecchia donna dedicata al servizio divino, ecc..”. Dice che Pelagia, era una pia donna dedicata al servizio di Dio, dunque una donna di chiesa e poi su suo figlio Attanasio, scriveva che: “E la nasconde in una chiesa presso la “cella” dov’egli dimora.”. Dunque, lo stesso Attanasio, figlio di Pelagia, era uomo di Chiesa. Io credo che Attanasio, fosse un monaco bizantino, o italo-greco, arrivato in Italia e a Velia, come tanti dall’Oriente. Si potrebbe opinare che la storia del sogno fatto da sua madre Pelagia, fosse non vera e che servisse a giustificare il fortuito ritrovamento delle sacre spoglie, ma io credo che essendo Attanasio, uno dei tanti monaci italo-greci, forse un egumeno di un monastero bizantino, volesse proteggere le sacre spoglie di Matteo dalle continue ingerenze dell’Abbazia benedettina di Cava che in quegli anni, iniziò l’opera baronale di accentramento fondiario che portò alla quasi distruzione di gran parte dei Monasteri italo-greci presenti nel basso Cilento. Oltre al discorso che il monaco Attanasio (sicuramente di origine greco-bizantina) abitasse in un remoto abituro o laura, bisogna considerare anche il periodo storico in cui si svolsero questi fatti, ovvero gli anni in cui avvenne il rinvenimento delle spoglie sacre di S. Matteo nella probabile villa di Gavinio a Velia, che furono trasportate (translatio) in una chiesetta “ad duo flumina” dal monaco Attansio, figlio di Pelagia. Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 207 riferendosi al vescovo Pestano, Giovanni, in proposito scriveva che: Marcantonio Colonna Arcivescovo di Salerno, nella ‘Vita’, che compose di questo Santo Apostolo (quale confesso non aver letta) in Napoli stampata nell’anno 1580, presso il Volpe, Cap. 8 e ‘l Sig. Magnoni, pag. 37, dopo aver scritto, che…etc….e dopo tre giorni di cammino nel ritorno, ‘dum advesperasceret’, pernottò in una chiesa in ‘medio fere itinere, quae Apostolorum Principi dicata erat’, e passato il fiume ‘Malta’ (che sarebbe l’Alento) finalmente il terzo giorno dopo che si era dalla residenza partito, giunse col suddetto Suddetto deposito ‘ad Castrum, cui Caputaquae nome erat, ubi summo cum honore ingreditur, universo sane Populo occurrente, et comitante, tum Ecclesiam Dei Genitrici dicatam, in qua et Episcopalis Cathedra constructa erat, ingrediuntur, ibique beatissimum Corpus honoreficentissime collocat, singuliste diebus, Divi Apostoli solennia festa celebrat.'”, che tradotto è: “….entrarono nel Castello, che si chiamava Caputaqua, dove entrò con sommo onore, incontrando ed accompagnando tutto il Popolo, e nella Chiesa dedicata a Dio Madre, nella quale era anche edificata la Cattedra Vescovile, e quivi collocò la Corpo santissimo, ogni giorno, nelle solennità del Divin Apostolo, celebra la festa nel modo più onorevolmente».”. Dunque, il Colonna scriveva che nel viaggio di ritorno da Velia, la traslazione delle sacre spoglie dell’Apostolo durò tre giorni. Attanasio, arrivò nel luogo “ad duo fulmina” dopo un viaggio di tre giorni. Dunque, il luogo dove viveva Attanasio e la madre Pelagia era distante da Velia, tre giorni di cammino. Ma dove si trovava il luogo dove probabilmente vi era la “cella” del monaco Attanasio ?. Il Di Stefano, proseguendo il suo racconto, del libro I, a p. 208 cita l’iscrizione che si trovava nella chiesa di S. Matteo “ad duo flumina”, e scrive: “…ove, fu il Sagro Corpo da Atanasio ritrovato presso la città di Velia, un miglio da Casalicchio lontana, ivi incisa allorchè quella chiesa fu riedificata, copia della quale nell’Archivio del monistero della Trinità della Cava, si conserva come attesta il sig. Magnone, che a carte 40 la trascrive, etc…”. Dunque, il Di Stefano, sulla scorta del Magnoni scriveva che il monaco Attanasio da Velia ritornò e depositò le spoglie del santo in una chiesa di Casalicchio, la chiesa del monastero di S. Matteo “ad duo flumina” vicino il casale di Casalicchio. Il Di Stefano, a p. 210 del libro I, sulla scorta del Magnoni, scrive pure della sosta a Rutino del vescovo pestano Giovanni che si mise in viaggio per il recupero della reliquia detenuta dal monaco Attanasio. Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie della Chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 63, in proposito scriveva che: “Monsignor Colonna scrisse che…..Poi dice, che pervenutane la notizia a Giovanni vescovo Pestano, questi per terra “itinere terrestre proficiscitur” unito col suo Clero va a trovarne l’inventore, ch’era un monaco, chiamato Atanagio, e dopo che gli ha fatto consumee tre giorni di cammino, facendolo anche al ritorno “dum advesperasceret” pernottare in una chiesa “in medio fere itinere, quae Apostolorum Principi dicata erat”; avendo dovuto passare anche il fiume Malla (questo dove essere l’Alento), finalmente il terzo giorno, dopo che si era dalla sua residenza partito, giunse con il suddetto sacro deposito “ad Castrum cui Caput quae nomen erat”. Tutto e quanto detto riferisce mentovato Arcivescovo si verifica appuntino, giudicandosi l’invenzione della mentovata chiesa di S. Matteo “ad duo flumina” presso Casalicchio. E per convincerci esamineremo il filo delle di lui parole. Era questa chiesa “in Lucania finibus” …..E’ distante cotal luogo dalla residenza del vescovo circa venti miglia, e perciò dov’è il vescovo consuarvi tre giorni di viaggio, cioè uno nell’andare, e due al ritorno. Etc…”. Devo però precisare che, il Di Stefano, nel Libro II, a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara’, in proposito scriveva che: “L’Arcivescovo di Salerno Marcantonio Marsilio Colonna nella ‘Vita di S. Matteo Apostolo’, come scrive il nostro P. Peduto, riferisce che Atanasio ne fu abate in tempo della Principessa Rotilda vedova di Aralfo Principe di Benevento e sorella di Gisulfo Principe di Salerno, e forsi fu quel Monaco, che rattrovò il Corpo di esso glorioso Apostolo, del quale a lungo ho parlato nel lib. I Disc. IV.”. Il De Stefano, continuando il suo racconto scriveva pure: “Scella fu sorella di Gisulfo VII Principe di Salerno, vi fu Abate circa il 920, secondo il computo dell’Abate Troyli, tomo 3 lib. 6 C. 4 par. 1 e 2, o circa il 933 secondo il Volpe nella serie de’ Conti di Capaccio; ma se fu sorella dell’ultimo Gisulfo, dové essere secondo il cit. Volpe circa il 1052 o prima, perche fu dal Padre associato nel Principato nel 1042, come ho detto in detto Disc. IV, giacche ne fu poi del Principato spogliato da Roberto il Guiscardo suo Cognato nell’anno 1076, o nel seguente.”. Riguardo il “Peduto” citato dal Di Stefano, egli a p. 210, nel Libro I, in proposito scriveva che: “Il nostro P. Ludovico Peduto Acquario Minore Osservante San Francesco, nella sua ‘Selva di varie storie’ M.S. ect…”, ovvero il suo manoscritto intitolato “Selva di varie storie”. Dunque, il Di Stefano, scrivendo del casale di “Sanpietro”, non molto distante da casale di “Aquaro” (di cui al vol. I di Ebner) scriveva anche del monastero o abbazia benedettina di “S. Petri de Aquara”, ricorda che il manoscritto del monaco francescano Peduto dice che il cardinale Marsilio Colonna scriveva che al tempo della principessa Rotilde, sorella del principe di Salerno Gisulfo (I o II?) e vedova del principe di Benevento Aralfo, il monaco Attanasio doveva essere l’Abate dell’antico monastero. Il Di Stefano, nel libro III si chiede da dove il monaco Peduto abbia tratto le notizie per il suo interessante manoscritto. Sempre il Di Stefano, nel lib. III, a p. 210 cita Michele Zappulli.  Il Di Stefano scriveva e si chiedeva se la Principessa Rotilde “ma se fu sorella dell’ultimo Gisulfo”, dunque si tratta di Gisulfo II. Ma se si tratta di Gisulfo II egli non aveva una sorella chiamata Rotilde. Infatti, il Di Stefano aggiunge che: dové essere secondo il cit. Volpe circa il 1052 o prima, perche fu dal Padre associato nel Principato nel 1042, come ho detto in detto Disc. IV, giacche ne fu poi del Principato spogliato da Roberto il Guiscardo suo Cognato nell’anno 1076, o nel seguente.”. Dunque, il Di Stefano scriveva che il cardinale Colonna, parlando del monastero di S. Pietro di Aquara credeva che: Atanasio ne fu abate in tempo della Principessa Rotilda, etc..”. Il cardinale Marsilio Colonna ci parla del ritrovamento delle sacre spoglie portate in Lucania e del monaco “Athanasius” da p. 52 del suo “Vita di S. Matteo Apostolo”. Egli ci parla del monaco Attanasio, della madre Pelagia e del principe di Salerno Gisulfo II.

Nel ‘923 o 954 ? , ATTANASIO che alcuni pensavano essere un monaco benedettino del tipo sarabaita

Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49, in proposito scriveva che: “La “Translatio” vi rappresenta una vecchia donna santimoniale, Pelagia, che insieme al figlio Atanasio “monacus” cioè monaco selvaggio, vive in un “habitaculum”, greci entrambi come il nome dimostra. Religiosi con voti monastici individuali esistevano, pare, già nel secolo IV°, “bini aut certe singuli sine pastore”, “nulla regula approbati”, “teterrinum genus” affermò San Benedetto che li chiama sarabaìti cioè i falsi apostoli (216).”. Dunque, l’Atenolfi, sulla scorta del racconto della “Translatio” nel Chronicon, ipotizzava che il monaco Attanasio appartenesse ad un tipo di monaco Benedettino chiamato “Sarabaìta”. Questi monaci furono da alcuni mal tollerati ed odiati. Nel “Viaggio della Regola di S. Benedetto”, un sito web sulla rete troviamo che i “sarabaiti” appartenevano alla “terza categoria di monaci, veramente detestabile: molli come piombo, perché non sono stati temprati come l’oro nel crogiolo dell’esperienza di una regola e, costoro conservano ancora le abitudini mondane, mentendo a Dio con la loro tonsura.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a pp. 48-49 riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: “Numerosa vi era la popolazione fra la quale spiccava l’elemento greco-italiota rifluito in epoche diverse, e specialmente nel sec. VIII° dai temi bizantini nella longobardia, e tuttavia esistente in nuclei etnici frequenti nel tardo secolo XI° (215).”. L’Atenolfi (….), nella nota (215), a p. 49, postillava che: “(215) cfr. Mazziotti op. cit. pp. 99 e segg., passim: “emigrazione cominciata nella prov. di Salerno dal tempo della spedizione di Narsete in Italia, si andò diffondendo nella nostra contrada al tempo della dominazione longobarda”. Sempre l’Atenolfi, a p. 49 aggiungeva: “La “Translatio” vi rappresenta una vecchia donna donna santimoniale, Pelagia, che insieme al figlio Atanasio “monacus” cioè monaco selvaggio, vive in un “habitaculum”, greci entrambi come il nome dimostra. Religiosi con voti monastici individuali esistevano, pare, già nel secolo IV°, “bini aut certe singuli sine pastore”, “nulla regula approbati”, “teterrinum genus” affermò San Benedetto che li chiama sarabaìti cioè i falsi apostoli (216).”. L’Atenolfi (….), nella nota (216), a p. 49, postillava che: “(216) Regula, cap. I.; cfr. Borgia “Mem. ist. ecc. di Benevento”, 1763, I.354 e segg.”. L’Atenolfi proseguendo il suo racconto dice che, questi monaci: “Costoro finirono per cadere nel massimo disprezzo, ma nella regione lucana ove numerosi essi provenivano dal clero italo-greco, si erano mantenuti a lungo sparsi in celle o riuniti in laure, le cui memorie tornano spesso nell’etimo di molte località della regione e di quelle circonvicine. Non lungi da “duo flumina” sussiste una contrada dei “Lauri”, ove esistè più tardi il monachesimo benedettino di San Zaccaria. Dal testo della “Translatio” sembra peraltro trasparire l’avversione longobarda per il greco Atanasio, accusato di occultamento della reliquia e di replicati tentativi di trafugamento di essa per consegnarla per bassi fini di lucro ai nemici ereditari dei longobardi salernitani, i bizantini e gli amalfitani. Sebbene, come pure si narra, proprio lui fosse stato per volontà divina lo strumento del ritrovamento della reliquia, egli appare trattato con sospetto se non con ostilità ed anche con ingiustizia, giacché, come vedremo, una reliquia minore dell’Evangelista, che gli era stata data ed egli aveva poi spontaneamente profferito per scaricare i demoni da un invasato, gli viene ingratamente ritolta.. Sulle laure e cenobi ce ne parla Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, dove a p. 98, in proposito scriveva: “V. Una grande influenza ebbe nelle provincie meridionali della penisola e fra le altre nella provincia di Salerno la venuta dei greci al comando pria di Belisario e poi di Narsete……Il potere dei greci in molte regioni del mezzogiorno d’Italia durò, come ben nota il Racioppi, da Belisario a Roberto il Guiscardo, cioè per circa 600 anni (1). E durante questo lungo periodo fu continuo il pellegrinaggio di monaci, che, per sfuggire le persecuzioni degli imperatori d’Oriente, vennero a stabilirsi nelle nostre provincie fondandovi monasteri. Affluirono principalmente nel secolo VIII quando Leone Isaurico imperatore d’Oriente, accettando la dottrina degli Iconoclasti, intraprese le più fiere persecuzioni contro i cristiani adoratori di immagini e di reliquie di santi. I monaci basiliani fuggirono in gran parte in Italia ed accolti dai papi e dagli abitanti si diffusero anche nelle provincie napoletane, nelle quali sorsero fino a 500 monasteri di quell’ordine (2).”. Il Mazziotti, a p. 99, scriveva: “Però, se i monasteri sorti nel Cilento appartennero indubbiamente all’ordine di S. Benedetto, non credo che possa escludersi un largo concorso nella nostra contrada di monaci greci e di profughi dall’oriente. Di ciò si hanno molti e sicuri indizii. I nomi dei paesi di Larino, di Laurana, di S. Zaccaria dei Lauri, che era nei dintorni di Casalvelino, traggono certamente la loro origine dalla parola ‘Laura’ che appartiene al greco bizantino (1). Chiamavansi così le celle dei monaci poste, per lo più in luoghi aspri e montuosi e separate l’una dall’altra, intorno ad una piccola e rustica chiesa, ove i monaci si radunavano soltanto per celebrare i divini misteri e per cantare le laudi ed i salmi (2).”.

Nel 446, l’oratorio cristiano nella villa della gens GAVINIO a VELIA

Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “A stare allo scritto paoliniano la reliquia dell’Evangelista sarebbe giunta in Lucania intorno o almeno non molto oltre il 446, cioè durante l’ultimo tormentato periodo, dell’impero di Valentiniano III° dominato dal terrore delle invasioni unniche e dal decadimento dello Stato e della società romana.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “A starne allo scritto paoliniano….Si direbbe che il sacro deposito in Lucania avvenisse quasi privatamente nella casa di un importante cittadino, “in domo cuiusdam potentissimi viri” non inverosimilmente della gente Gabinia o imparentato con essa, forse anche perché più facile fosse così l’opporsi ad altri tentativi di appropriazione della reliquia. Secondo l’uso frequente della Chiesa antica, nella casa stessa venne eretto un oratorio, quello i cui resti vedremo particolareggiatamente descritti nella “Translatio” al momento del ritrovamento della reliquia in Velia. E’ possibile che quest’ultima non possedesse allora la cattedrale per non essere ancora sede della diocesi eleate, scomparsa poi sui principi del secolo VII°, della quale s’ignora la data di fondazione, probabilmente non lontana però da quella della vicina diocesi di Paestum istituita nel 490. Pare tuttavia difficile di credere che la presenza della reliquia non fosse nota allora e che non ne fosse rimasta notizia anche dopo le devastazioni vandaliche che poco appresso ad opera di Genserico sconvolsero la Campania e Bruzio fra il 455 ed il 457. “. Dunque, l’Atenolfi, sulla scorta del racconto paoliniano ci dice che la reliquia di S. Matteo fu deposta da Gavinio a Velia, forse nella villa della sua gente e lì sorse, un oratorio, pratica comune per i primi cristiani a quei tempi. Scrive l’Atenolfi che, stando al racconto paoliniano le spoglie del santo arrivarono a Velia, in questo oratorio appositamente allestito, intorno all’anno 446. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “…..mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio. E precisamente quando Velia era ancora una via obbligata di transito per coloro che giugevano dall’Oriente e vi si parlava e si scriveva in greco, come documentano le epigrafi (54). Se poi dovesse risultare vero quanto supposto da Mario Napoli circa la trasformazione di un ambiente dell’attiguo complesso termale in un’aula per catecumeni, in tal caso vi sarebbe stato a Velia un fonte battesimale senz’altro più ampio, anche se meno suggestivo, del battistero paleocristiano di S. Giovanni in fonte, tra Sala Consilina e Padula, etc…”. Ebner, a p. 28, nella nota (54) postillava che: “(54) P. Ebner, Nuove epigrafi di Velia, “PdP” 1966, fasc. 108-110, p. 336 sg. Id Id., Nuove iscrizioni di Velia, “PdP” 1970, fasc. 130-133, p. 262 sgg. Id. Id., Altre iscrizioni e monete di Velia, “PdP” 1978, fasc. 178 p. 61 sgg.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26, in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di una “thesaurus magnus”, etc…”. Ebner, a p. 27, scriveva pure che: “Le accennate perplessità sembrano possano essere sufficientemente chiarite a seguito degli scavi Sestieri eseguiti nel quartiere meridionale di Velia, i cui dati mi consentirono, anni fa di identificare la ‘domus’ del “potentissimi viri” Gavinio, la “ecclesia constructa in ea”, dove “a viribus fidelis” il sacro corpo dell’evangelista “honorabiliter est collocatum”. Infatti, all’ingresso degli scavi si è subito colpiti dalla grande terma (“balneum”) i cui resti sovrastano il complesso degli edifici, con, a destra, l’Asklepieion con stele e statue dei più illustri medici velini e la nota erma di Parmenide ‘oiuliades physikos’. “Nella parte inferiore di quell’aggregato urbano – scrivevo poco dopo la scoperta – sono chiare le vestigia di una ‘domus’ romana, di cui è riconoscibile, per le colonne ancora sul terreno, il peristilio che più in là, a sinistra, incrocia i resti isolati, con direzione nord-est-sud-ovest, di un edificio che per significati caratteri ben può identificarsi come una chiesa cristiana del V secolo d.C.”. (53). Etc…”. Della chiesa cristiana risalente molto propabilmente al V sec. d.C., parlerò innanzi. Ebner, a p. 27, nella nota (53) postillava: “(53) Ho riportato questo brano per richiamare l’attenzione sull’antico strato avulso per necessità archeologiche, e precisamente quando il compianto amico M. Napoli procedendo negli scavi riportò alla luce gli importanti resti greci sottostanti.”. Pietro Ebner, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Sempre Ebner, a p. p. 27-28, scriveva pure che: “I caratteri più ignificati del predetto edificio sono stati evidenziati ancor meglio dalla successiva ricostruzione in pianta. La basilica era a navata unica e a forma rettangolare. Si presume che in fondo all’ampio catino absidale vi si innalzasse la cattedra del vescovo, affiancata a sinistra da sedili in pietra per i presbiteri, mentre i diaconi, come si sa, assistevano in piedi ai sacri riti. Davanti la cattedra si elevava l’altare che onorava i resti dell’evangelista, al cui nome fu dedicata la basilica come si soleva fare per consuetudine. Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia. Egli infatti così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: Tuttavia, è impossibile  non sottolineare la precisione delle notizie, in quei codici, sull’ubicazione del sepolcro dell’apostolo (la mano pietosa di una madre vi componeva poi le spoglie della sua bimba) e la descrizione dei tipici mattoni usati a Velia e del nuovo reimpiego dopo il III secolo d.C. All’autore della ‘Traslatio’ (si propende per lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (a. 954 traslazione dei resti dell’apostolo da Velia a Capaccio e poi a Salerno)(29).”. Ebner, a p. 724, nella nota (29) postillava: “(29) P. Ebner, Dei follari di Gisulfo I e della Schola Salerni, “Bollettino Circol. numis. napol.”. Ebner, a p. 724, scriveva pure che: “Certo è che Velia era diocesi già nel 500 d.C., …….Del resto, una chiesa cattedrale fu sempre poi a Velia (verrà adibita a Museo), indubbiamente ricostruita (XIX secolo), su un’altra più antica, come tstimoniano due magnifici capitelli medievali e un’epigrafe (31); chiesa sempre attigua al tempio massimo, perciò dedicato a divinità femminile, e intitolato alla Vergine Maria, come mi pare di poter ragionevolmente dedurre dallo stesso diploma di Gisulfo I (32). La località divenne poi meta di monaci greci, sfuggiti alla furia iconoclastica, ecc…”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, sulla scorta di Pietro Ebner, a p. 9, in proposito scriveva pure che: “4) – VELIA….Gli scavi recenti hanno messo in luce gli avanzi di una basilica paleocristiana eretta su un primitivo oratorio cristiano, risalente al sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”. Il Cataldo a p. 20, nella nota (106) postillava che: “(106) Ebner P., Nuove iscrizioni di Velia, in “La Parola del Passato”, 1970, XXV, pp. 262-265″. Il Cataldo a p. 20, nella nota (107) postillava che: “(107) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc..”, pp. 18, 21 e 164″.

Nel 380 (Valentiniano II) e 445 (IV sec. d.C.), il decreto dell’Imperatore Valentiniano III

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 16, in proposito scriveva che: “Successivamente il decreto di Valentiniano (a. 445) ricompose sotto un’unica autorità, precisamente quella romana, tutta la Chiesa occidentale, con una ulteriore affermazione di prestigio della sede apostolica. Di ciò evidentemente si avvalsero i vescovi meridionali con punte a volte eccedenti gli ambiti spirituali delle loro diocesi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Da Wikipedia leggiamo che l’editto di Tessalonìca, conosciuto anche come Cunctos populos, venne emesso il 27 febbraio 380 dagli imperatori Graziano, Teodosio I e Valentiniano II (quest’ultimo all’epoca aveva solo nove anni). Il decreto dichiara il cristianesimo secondo i canoni del credo niceno la religione ufficiale dell’impero, proibisce in primo luogo l’arianesimo e secondariamente anche i culti pagani. Per combattere l’eresia si esige da tutti i cristiani la confessione di fede conforme alle deliberazioni del concilio di Nicea. Il testo venne preparato dalla cancelleria di Teodosio I e successivamente venne incluso nel Codice teodosiano da Teodosio II. La nuova legge riconobbe alle due sedi episcopali di Roma e Alessandria d’Egitto il primato in materia di teologia. L’editto, pur proclamando il Cristianesimo religione di Stato dell’impero romano, non stabiliva alcuna direttiva specifica a proposito. Bisognerà attendere i cosiddetti decreti teodosiani, promulgati dallo stesso Teodosio I, che tra il 391-392 normarono l’attuazione pratica dell’editto di Tessalonica. Flavio Valentiniano (latino: Flavius Valentinianus), meglio conosciuto come Valentiniano II (Treviri, 371 – Vienne, 15 maggio 392) è stato un imperatore romano, dal 375 fino alla sua morte. Successivamente, l’imperatore Valentiniano III emanò (17 luglio 445) un editto che contribuì in maniera determinante all’affermazione dell’autorità e del primato della sede vescovile di Roma in Occidente. Questo editto, che non era valido nella parte orientale dell’Impero, riconosceva pienamente il primato giurisdizionale del papato, perché «Nulla deve essere fatto contro o senza l’autorità della Chiesa romana».

2- TRASLAZIONE DEI SACRI RESTI DELL’APOSTOLO

Nel ‘923 o 954 ? , il rinvenimento delle sacre spoglie di San Matteo martire, Apostolo di Gesù ed Evangelista

Uno degli episodi che la storiografia medievale ci ha tramandato, tra la storia e la leggenda, con una ricchezza di particolari e di significati religiosi e politici, è il rinvenimento delle reliquie di san Matteo apostolo ed evangelista, avvenuto nel 954 in una località della Lucania, che i racconti dell’epoca non specificano esattamente, ma che studi posteriori hanno permesso di identificare con l’antica Velia romana (prima deposizione) e nella località “ad duo flumina”, oggi Marina di Casal Velino (seconda deposizione). La traslazione proseguì – dopo una brevissima sosta a Rutino – verso Capaccio (terza deposizione), la sede vescovile che prese il posto dell’antica Paestum abbandonata e, infine, verso Salerno, dove il corpo dell’Apostolo trovò la sua definitiva collocazione nella Cripta del Duomo. Alcune reliquie minori, tuttavia, sono sparpagliate in varie località tra Roma, Benevento e il nostro Santuario sul Gargano. L’Apostolo Matteo, nel III secolo a.C., insieme alle sante Archelaa (Archelaide), Tecla e Susanna, subì il martirio. San Matteo, è venerato a Salerno a Casal Velino (SA) nella frazione Marina dove le spoglie dimorarono per circa 4 secoli presso l’odierna cappella di San Matteo “ad duo flumina”. A metà del quinto secolo, il prefetto militare Gavino, cavaliere lucano, esuma le reliquie di San Matteo in Bretagna e le porta nella sua città natale, la decaduta Velia, con l’idea di risollevarne le sorti. Qui il corpo San Matteo, a cura dei fedeli, fu custodito in un oratorio appositamente costruito, nella casa di un uomo molto autorevole, forse lo stesso Gavinio. Qui restò per lungo tempo, costantemente venerato. Passano quattrocento anni circa. Vandali, Goti, Bizantini, Saraceni, in ultimo i Longobardi devastano le nostre contrade. Distruggono a Velia quanto era sfuggito alla furia delle alluvioni, spargendovi morte e desolazione, e si perde perfino il ricordo della presenza delle sacre reliquie dell’Apostolo. Ma nell’anno 954 d.C. il San Matteo appare in sogno a Pelagia, madre del monaco Atanasio, di farne accurata ricerca. nell’antico abitato di Velia. Questi infatti andò e, come nel sogno, nei pressi di una terme riconobbe l’oratorio in rovina e, nascosto da un roveto, ritrovò l’altare. Estirpati spini e pruni e rimosso il marmo che copriva l’altare, apparve il vano ricoperto di mattonelle quadrate e, nel vano, il corpo dell’Apostolo. Allora Attanasio, reverente e commosso, con mani tremanti avvolse le sacre spoglie con molta riverenza e diligenza in un mondo lenzuolo e andò a consegnarlo alla madre. Il monaco però tentò per ben due volte di trasportare per via mare le rinvenute reliquie in Oriente, ma entrambe le volte il tentativo fallì. Improvvisi marosi lo ricacciarono sulla riva. Fu allora che Attanasio depose le reliquie in una chiesa non distante dalla sua cella: era la cappella che viene detta di S. Matteo, l’unica che da documenti risulti all’epoca esistente nella zona. Ma qui la reliquia non restò per molto tempo. Avuta notizia del miracoloso ritrovamento, Giovanni il vescovo di Paestum, si mette in cammino e si fa consegnare le reliquie. Il nipote dell’Antonini (….), Mazzarella Farao, nell’edizione della “Lucania” dell’Antonini, Parte III, del 1795, a p. 225: “Dissertazione del barone di S. Biase Giuseppe Antonini – Sull’invenzione, e traslazione del Corpò di S. Matteo in Salerno”, a pp. 227-228, in proposito scriveva che: “Era dice l’Arcivescovo nel capo 6 della ‘Vita’ del Santo….Parole di Marsilio al Capo 7. poi chiaramente lo stesso dice cioè non sapere a quale luogo di Lucania, nè in qual chiesa fosse stato il corpo riposto, talchè per seicento anni di esso alcuna notizia non s’ebbe. Crede solamente che in qualche marittimo luogo l’avessero collocato; e dissipata, o uccisa la gente del paese per le frequentissime incursioni de’ barbari se ne fosse la memoria perduta fino all’anno ML, essendo Gisulfo Principe di Salerno, circa seiccento anni dopo, che da Bretagna fu trasportato. Allora, per volontà divina apparendo in sogno ad una donna per nome Pelagia, e nel tempo stesso al monaco Attanasio, figlio di questa, loro rivelò il luogo ove il suo Corpo era riposto; fu subito in casa della Pelagia fu portato, etc…”. Riguardo le fonti per la storia delle ossa sacre del martire S. Matteo, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, riferendosi ai resti d’epoca romana di una villa e di una basilica paleocristiana a Velia, nella nota (14) postillava: “(14) Cod. Cassin. 101, pp. 385-389: ‘In traslatione sancti Mathei apostoli et evangeliste (386, sgg.), ‘Sermo venerabili Paulini (385). Ma cfr. pure ‘Passio’ dello pseudo Abia (VI sec.) che tratta della predicazione di S. Matteo nell’Etiopia del primo sec. d.C. regione dell’Asia settentrionale lambita dal mar Nero. Segue, in ordine di tempo, il ‘Sermo’ (fine IX sec.) di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (trasferimento dei sacri resti dall’Etiopia in Bretagna e da qui ‘ad lucanos fines’ da parte di una flottiglia inviata da Valentiniano III a sedare una rivolta in Bretagna). Pare difficile ammettere interpolazioni o manipolazioni dato che i codici vennero cercati e usati ai fini agiografici e liturgici dopo il trasferimento a Salerno.”. Dunque, l’Ebner scriveva in proposito e citava i sermoni di Paulino contenuti nel Codice Cassinese 101, come vedremo innanzi ed anche il ‘Sermo’ di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (fine IX secolo) che racconta che i resti dell’apostolo di Gesù, S. Matteo, furono portati dall’Etiopia in Bretagna e dalla Bretagna furono portate in Lucania, da Gavinio, nella sua villa d’epoca romana, dalla sua flotta di navi inviata in Bretagna dall’Imperatore Valentiniano III per sconfiggere i Bretoni che si erano ribellati. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26, nella nota (52) postillava: “(52) La leggenda è come tutte le leggende “un omaggio del popolo cristiano ai suoi protettori. Ma non bisogna prenderlo per storia”, scrive H. DELAHAYE (Les légendes hagiograph.’, Bruxelles 1927 (3), p. XIV sg.) prendendone probabilmente da S. Agostino che era incredulo a proposito di certi monaci che vendevano abusivamente “membra di martiri, ammesso che si tratti di martiri”. E’ da tener presente, comunque, che in ogni leggenda vi è sempre un fondo di verità. Va pure ricordato che l’episodio del monaco Atanasio che voleva trasportare le reliquie di S. Matteo a Bisanzio somiglia a ciò che i cittadini di Pavia avevano tentato di fare con le reliquie di S. Appiano (IX secolo) etc…”. Tuttavia, dobbiamo pure segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Acocella dunque, riferendosi al rinvenimento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, scriveva che si trattava di “invenzione” e che essi furono rirovati in una chiesetta distrutta dai barbari. Tuttavia, riguardo la traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, ne ha parlato Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954. 

Nel 352 (IV sec. d.C.), o 370, o 390 ?, GAVINIO (GAVINUS), Praefectus classis dell’Imperatore Valentiniano III

Da Wikipedia leggiamo che a metà del quinto secolo, il prefetto militare Gavino, cavaliere lucano, esuma le reliquie di San Matteo in Bretagna e le porta nella sua città natale, la decaduta Velia, con l’idea di risollevarne le sorti. Qui il corpo San Matteo, a cura dei fedeli, fu custodito in un oratorio appositamente costruito, nella casa di un uomo molto autorevole, forse lo stesso Gavinio. Qui restò per lungo tempo, costantemente venerato. Passano quattrocento anni circa. Vandali, Goti, Bizantini, Saraceni, in ultimo i Longobardi devastano le nostre contrade. Distruggono a Velia quanto era sfuggito alla furia delle alluvioni, spargendovi morte e desolazione, e si perde perfino il ricordo della presenza delle sacre reliquie dell’Apostolo. Una tradizione vuole che i resti del corpo dell’evangelista furono trasportati in Bretagna da alcuni marinai e mercanti bretoni provenienti dall’Etiopia. Mentre portavano il corpo di San Matteo, questi mercanti di Léon sarebbero stati miracolosamente salvati da un naufragio al largo della punta chiamata ancora oggi Punta San Matteo (Pointe Saint‑Mathieu ‑ Le Conquet). Per ospitare le reliquie del santo, in questo luogo venne costruito un monastero. Verso la metà del V secolo, nel corso di una campagna militare romana finalizzata a contrastare l’avanzata degli Unni, il prefetto militare romano Gavinio sottrasse i resti dell’apostolo dalla Bretagna per portarli in Lucania, e precisamente a Velia, sua terra natia. In questo luogo rimasero per circa quattro secoli. Nella villa della famiglia Gavinio, fra Pestum e Velia, erano stati portati i sacri resti dell’apostolo Matteo, che furono ritrovati, molti secoli dopo dal monaco Attanasio e da lui traslati in una chiesa che si trovava alla confluenza dei due fiumi Palistro e Alento. Da Wikipedia leggiamo che nel 370 d.C. un pestàno, Gavinio, vi portò il corpo dell’apostolo San Matteo. Sempre da Wikipedia leggiamo che per Praefectus classis (dal latino Classis = flotta) si intendeva il comandante in capo di una delle tante flotte dislocate nel Mediterraneo o nel Ponto Eusino o lungo i grandi fiumi europei, facente parte dell’esercito romano. Apparteneva all’ordine equestre e faceva parte delle prefetture romane. Il suo più stretto collaboratore, ed in casi particolari suo sostituto era il subpraefectus classis. Una tradizione vuole che i resti del corpo dell’evangelista furono trasportati in Bretagna da alcuni marinai e mercanti bretoni provenienti dall’Etiopia. Mentre portavano il corpo di San Matteo, questi mercanti di Léon sarebbero stati miracolosamente salvati da un naufragio al largo della punta chiamata ancora oggi Punta San Matteo (Pointe Saint‑Mathieu ‑ Le Conquet). Per ospitare le reliquie del santo, in questo luogo venne costruito un monastero. Verso la metà del V secolo, nel corso di una campagna militare romana finalizzata a contrastare l’avanzata degli Unni, il prefetto militare romano Gavinio sottrasse i resti dell’apostolo dalla Bretagna per portarli in Lucania, e precisamente a Velia, sua terra natia. In questo luogo rimasero per circa quattro secoli. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, pubblicato a Roma, per i tipi di Carlo Bestetti, nel 1958, fece una bella disamina dei tre diversi salmi liturgici da cui furono tratte le principali notizie storiche sulla vicenda delle spoglie di S. Matteo. L’Atenolfi, a p. 43, in proposito scriveva che: “Un Gabinio, ci riferisce il “Sermo”, “praeerat navibus” il che non pare voglia dire che era specialmente il “praefectus classis”, ma soltanto che aveva il comando della spedizione, così come il centurione romano che appare poco più avanti nella narrazione, non era necessariamente un centurione “classarius”, cioè soltanto comandante con quel titolo di una delle navi (188). Forse anche per questo motivo non s’incontra il nome di Gabinio nelle pur numerevoli iscrizioni misenati o portuensi relative a gente di mare (189). Dall’altra parte è certa che la gente Gabinia, sebbene, come sembra, originaria del Lazio, era dirmata nella Campania e nella Lucania. Uno stabile “Gabinianum” si trova a Pompei (190) ed una moneta di Paestum con l’effige della Dea Mente Bona, recante sul verso l’epigrafe attribuita ad un Numerio Gavinio duumviro della città, è stata pubblicata (191). Anche questi elementi concorrono a confermare il carattere storico dello scritto paoliniano, che sebbene con le distorsioni ed alterazioni con cui fu adoperato, concorse a formare le fonti della tradizione brètone.”. L’Atenolfi, a p. 43, nella nota (189) postillava: “(189) cfr. Ermanno Ferrero “L’ordinamento delle armate romane”. L’Atenolfi, a p. 43, nella nota (190) postillava: “(190) cfr. Fiorelli “Descrizione di Pompei”, Napoli, 1875″. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “Si direbbe che il sacro deposito in Lucania avenisse quasi privatamente nella casa di un importante cittadino, “in domo cuiusdam potentissimi viri” non inverosimilmente della gente Gabinia o imparentato con essa, forse anche perché più facile fosse così l’opporsi ad altri tentativi di appropriazione della reliquia.”. Su Gavinio scrisse anche Giuseppe Antonini (…., nel suo “La Lucania – Discorsi”, edito nel 1745, ed in quella edita dal nipote, Mazzarella Farao, seconda edizione del 1795, sia nella Parte II che nell’altro testo che raccoglie la Parte III. L’Antonini, a p. 247, in proposito scriveva che: “Fra gli Uomini ragguardevoli, che in appresso ebbe Pesto, potrebbe riporsi (I) Gavinio, che trovandosi Generale dell’Imperador Valentiniano, ebbe la forte (seondo che ‘l volgo crede) di avere i Bretagna il corpo del glorioso S. Matteo, e trasportarlo in Lucania verso gli anni di Cristo CCCLXX.”. l’Antonini, a p. 247, nella nota (I) postillava: “(I) Trovasi nei bassi secoli memoria di questa famiglia Gavinia, poichè Reinesio nei Monumenti Cristiani nel CCCVIII. riporta la seguente D. GAVIN. VAL. SCOLASTICE. E. INNOCENTISSIME. Q. V. ANN. P. VAL. SCOLASTICVS. ET. GAVINIA. X. PARENTES FILIAE. DVLCISSIMAE. E la se fosse la stessa, che la Gabinia (siccome io credo essendo frequente la mutazione in B. in V. e dell’V in B) mille volte nella Storia Romana, in Cicerone, ed in altri autori Uomini di questa antichissima Famiglia si fa menzione.”. L’Antonini, a p. 248, in proposito scriveva: “La sciocca volgar gente crede, che in Pesto fosse stato trovato il corpo dell’Apostolo S. Matteo, dove Gavinio il condusse di Bretagna, come s’è detto. Accreditò questa voce l’Arcivescovo Marsilio Colonna, che scrisse della traslazione di quella in Salerno.”. Il nipote dell’Antonini (….), Mazzarella Farao, nell’edizione della “Lucania” dell’Antonini, Parte III, del 1795, a p. 225: “Dissertazione del barone di S. Biase Giuseppe Antonini – Sull’invenzione, e traslazione del Corpò di S. Matteo in Salerno”, a p. 226, in proposito scriveva che: “Era (dice l’Arcivescovo nel capo 6 della ‘Vita’ del Santo) Re di Brettagna (dove da Etiopia era stato trasportato il corpo di S. Matteo) Salomone (I), il quale aveva in moglie la figlia di Flavio Patrizio. Ed essendo stato da proprj Vassalli ucciso, Flavio, che per la propria dignità e per l’amicizia con l’Imperador Valentiniano assai potente era, lo spinse a pigliarne vendetta. Ordinato dunque pr l’Imperial volere numerosa armata da Puglia, Calabria, e Lucania, e dall’altre marittime città d’Italia, tosto carica di bravi soldati, sotto fedeli sperimentati Capitani (fra quali era Gavinio) in Brettagna mandolla. Etc…”. L’Antonini continua il racconto che fa l’Arcivescovo di Salerno, Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (….), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Nell’anno 370 Gavinio, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, ….(14).“. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna, etc..”. Dunque, il Di Ruocco, ci informa che nel testo dell’arcivescovo Marsilio Colonna, Gavinus è detto “Prefetto dei Bruzi di Bretagna”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (14) postillava che: “(14) Paesano – “Memorie della Chiesa Salernitana”, parte I – 65″. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “….Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna …(15).”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (15) postillava: “(15) Vita dell’Apostolo S. Matteo stampata in Napoli nell’anno 1580”. Si tratta del testo scritto nel 1580 dal Arcivescovo Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie della Chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 65, in proposito scriveva che: Conservavasi nel rispettabile Archivio della SS. Trinità dela Cava la seguente manoscritta notizia: “In territorio Cilenti etc….ex seguenti Epigraphi marmoreo in mausoleo sculpta legitur: ‘Divus Apostolus et Aevangelista Matthaeus in Ethiopia praedicans, jussu Hirtai Tyranni Regis martyr exstitit, et montibus in parte sepultus Gavinus Eques Lucanus, Veliae Civis, Valentini Imperatoris militiae Praefectus Generalis, etc…”, che tradotto è: “…e di Gavino Eques Lucanus, cittadino di Velia, comandante in capo delle milizie dell’imperatore Valentino, che fu deposto nel versante dei monti, già conquistato dalla Britannia, trasferì qui il corpo del grande apostolo Matteo nell’anno del signore 352.”. Pasquale Magnoni (….), nel suo “Opuscoli etc..”, a p. 63, in proposito scriveva che: “E’ di bene però, che vi dica che, Monsignor Colonna non si sognò giammai asserire, che il corpo di S. Matteo fusse stato trovato in Pesto, e che da quì fusse stato in Salerno portato. Scrisse questo buon Prelato, che il detto Sacro Corpo fu condotto da Gavinio Prefetto dell’armata navale de’ Bruzj di Bretagna ‘ad Lucanos, e soggiunse ‘quo loco, quave in Ecclesia fuerit reconditum, quidve de illo eraditum sit lites monumentis, prorsus ambigitur quam ……ad sexcentes circiter annos videtur delituisse, adeo ut ne mentis quidem ulla fieri de ipso valeat’; indi poco dopo: etc…”. Nella lettera pubblicata dal Magnoni, egli si riferisce all’Arcivescovo Marsilio Colonna. Il Magnoni, a p. 66 prosegue: “Il solo Michele Zappulli pensò prima, che questo sacro deposito fusse stato trovato in Pesto, ove lo volle trasportato da Bretagna dallo stesso Gavinio, che ej fece Cavalier Pestano. Non vi è dubbio che fuvvi in Pesto questa famiglia Gavinia, e che onorati posti occupò. Ho presso di me una bellissima monetuccia di Pesto colla effige della Dea Mente Bona, ed in essa dall’altra parte si legge l’epigrafe di ‘Nummerio Gavinio Duumviro’.”. Dunque, secondo il Magnoni, la famiglia Gavinia o la ‘gens’ Gavinia era originaria di Paestum. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina” e, scriveva in proposito: “..traslate dal comandante della spedizione romana (praefectus classis?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia.”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (1), postillava che: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351); Cfr. pure Antonini, cit., p. 166., n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. I, a p. 26, in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia nelle epigrafi, etc…”. Ebner, a p. 26, nella sua nota (52), postillava che: “(52) Gavinio, comandante della spedizione (praefectis classis?) romana contro i bretoni, “iterumque de Britanniam in Italiam” e in “Lucania partibus”, a Velia (sua città natale?).”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, sulla scorta di Pietro Ebner, a p. 9, in proposito scriveva pure che: “4) – VELIA…..Nel 370 Gavinio di Velia, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, ….(106). Gli scavi recenti hanno messo in luce gli avanzi di una basilica paleocristiana eretta su un primitivo oratorio cristiano, risalente al sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”. Il Cataldo a p. 20, nella nota (106) postillava che: “(106) Ebner P., Nuove iscrizioni di Velia, in “La Parola del Passato”, 1970, XXV, pp. 262-265″. Il Cataldo a p. 20, nella nota (107) postillava che: “(107) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc..”, pp. 18, 21 e 164″. Dunque, il Cataldo, sulla scorta dell’Ebner, scriveva che nel 370 Gavinio di Velia, prefetto dell’Imperatore “Valentino” traslò le spoglie del Santo. Dunque, il Cataldo non scrive “al tempo dell’Imperatore Valentiniano III” ma scrive che Gavinio era prefetto dell’Imperatore “Valentino”. Il Cataldo scrive che solo in seguito, “…sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”, è il periodo a cui è ascrivibile la basilica paleocristiana rinvenuta in occasione degli scavi condotti dal Sestieri e di cui parla Ebner. Infatti, la basilica paleocristiana è postuma all’oratorio sito nella villa d’epoca romana di Gavinio, appartenuta alla sua gente, la gens Gavinia. Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, Discorso IV, a p. 205, in proposito a Pelagia ed Attanasio scriveva che: “Per dilucidare alcuni dubj, che su’l’epoca dello scovrimento di detto Sacro Deposito insorgono, stimo necessario descrivere sommariamente la Storia di tale scovrimento, come lo leggiamo nelle antichissime ‘Lezioni dell’Offizio divino della vita del Santo’, che nella Cattedrale di Salerno si recita…..Liegi…somma venerazione fu da quel Re Salomone ricevuto, e drizzatogli un magnifico Tempio. Fu venerato in essa Città sino all’anno 370, quando essendo stata la Città da Gavinio Generale dell’Imp. Valentiniano destrutta, per aver i suoi Cittadini ammazzato detto Re, ripigliò egli il Gavinio detto Sacro Corpo, per rivelazione fattane dal sacerdote Emilio Britannico colà priggioniero, e ne caricò la sua Nave, la quale data alle vele, e giunta nel porto romano, nell’esserne precorsa la fama, mosso da invidia, il Prefetto di Cesare, si dispose ad invadere l’Armata navale di Gavinio, per togliergli quel Sagro Tesoro.”

Nel 62 a.C., AULO GAVINIO e la gens Gavinia a Pesto e a Velia

Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Cicerone e i suoi tempi”, nel vol. II, nel cap. V, a p. 140, in proposito scriveva: “Cicerone attendeva agli studi, visitava i suoi poderi e scriveva agli amici, quali Trebazio, in Gallia, e Curione in Asia; ma sovra tutto s’interessava delle sorti di Milone, poste in giuoco nell’asprissima lotta elettorale per il consolato. Aveva Milone percorso regolarmente la carriera politica etc….Cicerone nonostante lo vedesse abbandonato da Pompeo, cui egli anche nell’interesse dell’amico aveva ceduto nella faccenda di Gabinio (5); etc…”. Il Ciaceri, a p. 141, nella nota (5) postillava: “(5) v. sopra a p. 133”. Infatti, il Ciaceri, a p. 133, in proposito scriveva: “Ma da parte di Cesare e di Pompeo, che avevano voluto l’impresa (inviando l’uno truppe a Gabinio (1) e provvedendolo l’altro di mezzi finanziari per il tramite di C. Rabirio)(2), etc…Il sentimento di odio del grande oratore verso Gabinio aveva di già tratto nuovo alimento etc…”. Il Ciaceri, a p. 133, nella nota (1) postillava: “(1) Caes. bell. civ. III 4, 4; 103, 5”. Ricordiamo che Gabinio ci collega con Velia e con Caio Testa Trebazio amico di Cicerone. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 50, in proposito scriveva: “La piccola proprietà seguitava a scomparire mentre ingrandivano i latifondi, tendenza deprecata da Columella e da Plinio. Per quelli della Lucania, e più specificatamente di Velia, è notizia in Cicerone, Plutarco e Stazio (52).”. Ebner, a p. 50, nella nota (52) postillava: (52) ….Naturalmente ve ne dovettero essere anche della gens Gavinia (v. PdP 1970, fasc. 130-133; p. 265).”. Riguardo la citazione di “PdP” si tratta della “La parola del Passato”. Pietro Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 “. Ebner citava Antonini, ma Antonini, a p. 166 e 167 parla di Aulo Gabinio non parla del nostro Gavinio  o Gabinio delle’epoca di Valentiniano III. Infatti, Giuseppe Antonini (…), nel suo “Lucania -Discorsi”, a pp. 165-166, riferendosi all’Epistola LXXVI in Livio (….), in proposito scriveva che: “Parlasi ivi di Aulo Gabinio, il quale dopo aver presi molti luoghi della nostra Regione, fu nell’assedio de’ Lucani alloggiamenti ucciso: ‘Aulus Gabinius legatus, rebus adversum Lucanos prospere gestis, multis oppidis expugnatis, in obsidione castrorum hostilium cecidit’. Veggasi ora se da queste cose si debba dar fede a Strabone, che i Lucani fossero a nulla ridotti etc…”. Antonini ci parla di Aulo Gavinio o Gabinio. Antonini, sulla scorta di Tito Livio ci dice che Aulo Gavinio fu ucciso dai Lucani. Livio scriveva che: “Il legato Aulo Gabinio, dopo aver condotto con successo le operazioni contro i Lucani, dopo aver preso molte città, cadde nell’assedio dell’accampamento nemico”. Antonini, a p. 165, nella nota (2) postillava: “(2) ….Non abbiamo noi nei tempi susseguenti un Correttore, e quattro Consoli di questa stessa famiglia? Ciò è stato dimostrato bene a lungo nel ‘Discorso’ precedente, onde non occorre dirne altro. I Terenzi tutti, i Gabinj, .., un ramo de’ Catoni non furono essi Lucani, e non ebbero mille cariche nella Repubblica ?.”.

1- DEPOSIZIONE DEI SACRI RESTI DELL’APOSTOLO

Nel 352 (IV sec. d.C.), o 370, o 390 ?, GAVINIO (GAVINUS), Praefectus classis dell’Imperatore Valentiniano III ed il corpo di San Matteo martire, apostolo di Gesù

Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (….), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Nell’anno 370 Gavinio, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, spostò dalla Bretagna a Paestum il Corpo dell’Apostolo S. Matteo, deponendolo in una Cappella, sita nel luogo detto “ad duo flumina” (14).“. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna, etc..”. Dunque, il Di Ruocco, ci informa che nel testo dell’arcivescovo Marsilio Colonna, Gavinus è detto “Prefetto dei Bruzi di Bretagna”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (14) postillava che: “(14) Paesano – “Memorie della Chiesa Salernitana”, parte I – 65″. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna – itinere terrestri proficiscitur – e poco dopo: ut credamus, in Ecclesia quapsiam regionis maritimae collocatur” (15).”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (15) postillava: “(15) Vita dell’Apostolo S. Matteo stampata in Napoli nell’anno 1580”. Si tratta del testo scritto nel 1580 dal Arcivescovo Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Infatti, il canonico Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie della Chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 65, in proposito scriveva che: “Conservavasi nel rispettabile Archivio della SS. Trinità dela Cava la seguente manoscritta notizia: “In territorio Cilenti etc….ex seguenti Epigraphi marmoreo in mausoleo sculpta legitur: ‘Divus Apostolus et Aevangelista Matthaeus in Ethiopia praedicans, jussu Hirtai Tyranni Regis martyr exstitit, et montibus in parte sepultus Gavinus Eques Lucanus, Veliae Civis, Valentini Imperatoris militiae Praefectus Generalis, a Britannia jam expugnata, divi Mathei Apostoli corpus huc transtulit anno domini 352. Anno vero Christi Domini 412 a Barbaris invasis Lucanis, aliisqui Provinciis penitus dextructis, habitatoribus mortuis, et fugatis, ignotum hoc in loco Casalitii etc…”, che tradotto è: “Matteo, il grande apostolo ed evangelista, predicando in Etiopia, fu martirizzato per ordine del re tiranno Hirtai, e di Gavino Eques Lucanus, cittadino di Velia, comandante in capo delle milizie dell’imperatore Valentino, che fu deposto nel versante dei monti, già conquistato dalla Britannia, trasferì qui il corpo del grande apostolo Matteo nell’anno del signore 352. Ma nell’anno del signore di Cristo 412 i barbari invasero la Lucania ed altre Province furono completamente distrutte, gli abitanti morti, e scacciati, il corpo del divino Apostolo rimase sconosciuto in questo luogo di Casalicchio per seicento anni.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina” e, scriveva in proposito: “Prima di dire dell’origine, dell’evoluzione e dell’abbandono del villaggio, forse è opportuno un cenno sulle fortunose vicende, non a tutti note, occorse ai sacri resti dell’apostolo Matteo anteriormente al noto loro rinvenimento. Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima traslate in Bretagna, erano state poi, a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi, traslate dal comandante della spedizione romana (praefectus classis?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia.”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (1), postillava che: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351); Cfr. pure Antonini, cit., p. 166., n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. I, a p. 26, in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia nelle epigrafi, etc…”. Ebner, a p. 26, nella sua nota (52), postillava che: “(52) Le reliquie dell’apostolo che dall’Oriente erano state portate “in Britanniam” (Bretagna), a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi (Ebner, Storia, p. 27 sgg.) vennero traslate da Gavinio, comandante della spedizione (praefectis classis?) romana contro i bretoni, “iterumque de Britanniam in Italiam” e in “Lucania partibus”, a Velia (sua città natale?).”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, sulla scorta di Pietro Ebner, a p. 9, in proposito scriveva pure che: “4) – VELIA…..Nel 370 Gavinio di Velia, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, fece spostare dalla Bretagna a Paestum il corpo di S. Matteo, deponendolo in una cappella sita nel luogo detto “Ad duo flumina”, cioè ai due fiumi, l’Alento e il Palistro (106). Gli scavi recenti hanno messo in luce gli avanzi di una basilica paleocristiana eretta su un primitivo oratorio cristiano, risalente al sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”. Il Cataldo a p. 20, nella nota (106) postillava che: “(106) Ebner P., Nuove iscrizioni di Velia, in “La Parola del Passato”, 1970, XXV, pp. 262-265″. Il Cataldo a p. 20, nella nota (107) postillava che: “(107) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc..”, pp. 18, 21 e 164″. Dunque, il Cataldo, sulla scorta dell’Ebner, scriveva che nel 370 Gavinio di Velia, prefetto dell’Imperatore “Valentino” traslò le spoglie del Santo. Dunque, il Cataldo non scrive “al tempo dell’Imperatore Valentiniano III” ma scrive che Gavinio era prefetto dell’Imperatore Valentino. Il Cataldo scrive che solo in seguito, “…sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”, è il periodo a cui è ascrivibile la basilica paleocristiana rinvenuta in occasione degli scavi condotti dal Sestieri e di cui parla Ebner. Infatti, la basilica paleocristiana è postuma all’oratorio sito nella villa d’epoca romana di Gavinio, appartenuta alla sua gente, la gens Gavinia. Dunque, è corretto l’anno 352. Il Cataldo scrive ancora che:  “Si tramanda che S. Matteo, apparso in sogno ad una pia donna, Pelagia, le chiese di cercare i suoi resti nella Basilica di Velia. Svegliatasi, ne parlò al figlio, il monaco Attanasio, il quale, rinvenute le reliquie, le nascose nella predetta chiesa sita “ai due fiumi” (108). Infatti, ritrovate le reliquie, fra le rovine di Paestum, dopo breve sosta a Capaccio, per volere di Gisulfo I nella Cattedrale di Salerno il 6 maggio 954 furono definitivamente collocate (109).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (108) postillava che: “(108) Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, vol. II, pp. 514-515”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (109) postillava: “(109) Stilting: Acta Sanctorum, Anversa VI, 1757, p. 198; Ebner, op. cit. p. 515.”. Il nipote dell’Antonini (….), Mazzarella Farao, nell’edizione della “Lucania” dell’Antonini, Parte III, del 1795, a p. 225: “Dissertazione del barone di S. Biase Giuseppe Antonini – Sull’invenzione, e traslazione del Corpò di S. Matteo in Salerno”, a pp. 229-230, discorrendo sulle notizie tratte dal testo del Cardinale Colonna, in proposito scriveva che: “Questa storia che dall’Arcivescovo Marsilio,…..Primieramente gli anni di Valentiniano del IV secolo non s’accordano affatto col Salomone Re, o Duca di Brettagna, che fu nel cadere del IX. In oltre per relazione del Cronista di S. Matteo presso il Labbè nel tomo primo della Bibliot. sappiamo che nel 857 appunto al tempo di questo Salomone fu il corpo del Santo dall’Etiopia in Brettagna portato; sichè non v’era, nè vi poteva essere a tempo di Valentiniano. General opinione è stata, e forse ancor dura in Cilento, che il Corpo di S. Matteo fosse stato in Pesto ritrovato, dapoichè bruciata la Città nel CMXV da Saraceni di Agropoli etc…”. L’Antonini, nelle seguenti pagine discorre dei dubbi che egli ha sul periodo di arrivo a Pesto o a Velia delle sacre spoglie di S. Matteo, ovvero quando Gavinio, dalla Bretagna li trasportò in Lucania.

Nel V sec. d.C., (epoca di Valentiniano III 419-455 d.C.), GAVINIO traslò nella sua villa a Velia, i resti di S. Matteo

Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, pubblicato a Roma, per i tipi di Carlo Bestetti, nel 1958, fece una bella disamina dei tre diversi salmi liturgici da cui furono tratte le principali notizie storiche sulla vicenda delle spoglie di S. Matteo. L’Atenolfi, a p. 37, in proposito scriveva che: “Lo scritto paoliniano ci narra l’uccisione del “rex” Salomone nella cattedrale di Legio, negli anni di Valentino Cesare, essendo nelle Gallie il “patrizio Flavio”. Cesare di quel nome nel V° secolo non può essere che Valentiniano III°, che nato nel 419 tenne l’impero dal 425, prima nominalmente sotto la tutela della madre Galla Placidia, poi, forse dopo il 435, da solo fino al 455, anno della sua morte. Quanto a Flavio, è certo etc…Ora, non si comprende come chi ha preso a considerare la vicenda narrata da Paolino, non abbia portato, per quanto sembra, la propria attenzione sul maggior personaggio di quell’epoca che ebbe nome Flavio: su Flavio Ezio, ultimo difensore dell’impero d’Occidente e della romanità delle Gallie. Nondimeno è proprio nei fatti di Ezio che si avrebbe una conferma di quelli narrati nel “Sermo”.”. Da alcuni codici manoscritti leggiamo che Gavinio, traslò le sacre spoglie di S. Matteo nell’anno 352 (IV sec. d.C.), mentre in altri e con altri autori, questi fatti vengono fatti risalire al V secolo all’epoca dell’Imperatore Valentiniano III che inviò il Prefetto Gavinio a sedare una rivolta in Bretagna. Se i fatti si riferiscono all’anno 352 non può trattarsi di una spedizione fatta all’epoca dell’Imperatore Valentiniano III, il quale, Flavio Placido Valentiniano, meglio noto come Valentiniano III (in latino: Flavius Placidus Valentinianus; Ravenna, 2 luglio 419 – Roma, 16 marzo 455), è stato imperatore romano d’Occidente dal 425 alla sua morte. Come imperatore appartenente alla dinastia teodosiana e a quella valentiniana, Valentiniano III fu il simbolo dell’unità dell’impero, la figura attorno alla quale si coagula la lealtà dei sudditi; in realtà, però, il potere fu esercitato da Flavio Ezio, il magister militum (comandante in capo dell’esercito), al quale va ascritta la politica che tenne unito l’impero malgrado le forze centrifughe che lo sconquassavano. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “A stare allo scritto paoliniano la reliquia dell’Evangelista sarebbe giunta in Lucania intorno o almeno non molto oltre il 446, cioè durante l’ultimo tormentato periodo, dell’impero di Valentiniano III° dominato dal terrore delle invasioni unniche e dal decadimento dello Stato e della società romana.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “Sia per queste circostanze, sia perchè la reliquia sottratta ad un altro popolo cristiano era stata oggetto, come narra Paolino, di un tentativo di trasferirla nella città di Roma, l’avvenimento sembra essersi svolto tacitamente né pare trovarsene traccia contemporanea…..E’ possibile che quest’ultima non possedesse allora la cattedrale per non essere ancora sede della diocesi eleate, scomparsa poi sui principi del secolo VII°, della quale s’ignora la data di fondazione, probabilmente non lontana però da quella della vicina diocesi di Paestum istituita nel 490. Pare tuttavia difficile di credere che la presenza della reliquia non fosse nota allora e che non ne fosse rimasta notizia anche dopo le devastazioni vandaliche che poco appresso ad opera di Genserico sconvolsero la Campania e Bruzio fra il 455 ed il 457. “. Riguardo le fonti per la storia delle ossa sacre del martire S. Matteo, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, riferendosi ai resti d’epoca romana di una villa e di una basilica paleocristiana a Velia, nella nota (14) postillava: “(14) Cod. Cassin. 101, pp. 385-389: ‘In traslatione sancti Mathei apostoli et evangeliste (386, sgg.), ‘Sermo venerabili Paulini (385). Ma cfr. pure ‘Passio’ dello pseudo Abia (VI sec.) che tratta della predicazione di S. Matteo nell’Etiopia del primo sec. d.C. regione dell’Asia settentrionale lambita dal mar Nero. Segue, in ordine di tempo, il ‘Sermo’ (fine IX sec.) di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (trasferimento dei sacri resti dall’Etiopia in Bretagna e da qui ‘ad lucanos fines’ da parte di una flottiglia inviata da Valentiniano III a sedare una rivolta in Bretagna). Pare difficile ammettere interpolazioni o manipolazioni dato che i codici vennero cercati e usati ai fini agiografici e liturgici dopo il trasferimento a Salerno.”. Dunque, l’Ebner scriveva in proposito e citava i sermoni di Paulino contenuti nel Codice Cassinese, come vedremo innanzi ed anche il ‘Sermo’ di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (fine IX secolo) che racconta che i resti dell’apostolo di Gesù, S. Matteo, furono portati dall’Etiopia in Bretagna e dalla Bretagna furono portate in Lucania, da Gavinio, nella sua villa d’epoca romana, dalla sua flotta di navi inviata in Bretagna dall’Imperatore Valentiniano III per sconfiggere i Bretoni che si erano ribellati. Dunque, secondo il Codice Cassinese (…), 101, la traslazione delle ossa di S. Matteo, dalla Bretagna a Velia accadde all’epoca dell’Imperatore Valentiniano III. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi” e, riferendosi alla testimonianza tratta, questa volta dal “Chronicon salernitanum”, in proposito alla villa della gens Gavinia, a p. 27 scriveva pure che: “Egli, infatti, così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Però, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 514, in proposito scriveva che: “Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima traslate in Bretagna, erano state poi, a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi, traslate dal comandante della spedizione romana (‘praefectus classis’?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia.”. Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351). Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “S. Matteo ad duo flumina”, a p. 514, in proposito scriveva che: “Prima di dire dell’origine, dell’evoluzione e dell’abbandono del villaggio, forse è opportuno un cenno sulle fortunose vicende, non a tutti note, occorse ai sacri resti dell’apostolo Matteo anteriormente al noto loro rinvenimento. Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima traslate in Bretagna, erano state poi, a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi, traslate dal comandante della spedizione romana (‘praefectus classis’ ?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia. Qui, secoli dopo, il santo apparve in sogno a una pia donna, Pelagia, alla quale indicò la precisa ubicazione del suo sepolcro inducendola a chiedere al figlio, Attanasio, di farne diligente ricerca. Etc…”. Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351). Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Ebner, a p. 514, nella nota (2) postillava: “(2) Probabilmente Attanasio era un religioso che curava la chiesa che i primi monaci giunti nel luogo avevano dedicata ‘sancte dei genitricis virginis marie’, di cui nel diploma di Gisulfo I (CDC, I, 179, novembre a. 950 – o 951 ? – , IX, Salerno), sita nella “hiscla”, nell’isola di terreni – la golena donata era estesa quattro miglia di lato e perciò comprendeva gli stessi ruderi di Velia – donata dal principe al suo confessore (“padri nostro”) Giovanni, abate del monastero di S. Benedetto e probabilmente da lui ricostruita (nel diploma si parla di ruderi della chiesa).”. Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 “. Nella villa della famiglia Gavinio, a Velia, erano stati portati i sacri resti dell’apostolo Matteo, che furono ritrovati dal monaco Attanasio e da lui traslati in una chiesa che si trovava alla confluenza dei due fiumi Palistro e Alento.  Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26 e ssg., in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di una “thesaurus magnus”, i sacri resti dell’apostolo e primo evangelista Matteo, rinvenuti a Velia dal monaco Attanasio e poi traslati a Capaccio (a. 954) da cui vennero poi con solenni cerimonie trasferiti a Salerno, nella cattedrale allora dedicata alla Vergine Maria (52).”. Ebner, a p. 26, nella nota (52) postillava: “(52) Le reliquie dell’apostolo che dall’Oriente erano state portate “in Britanniam” (Bretagna), a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi (Ebner, Storia cit., p. 27 sgg.) vennero traslate da Gavinio, comandante della spedizione (‘praefectus classis?) romana contro i bretoni, “iterumque de Britanniam in Italiam” e in “Lucania partibus”, a Velia (sua città natale ?). La leggenda è come tutte le leggende “un omaggio del popolo cristiano ai suoi protettori etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi” e, riferendosi alla testimonianza tratta, questa volta dal “Chronicon salernitanum”, in proposito alla villa della gens Gavinia, a p. 27 scriveva pure che: “Egli, infatti, così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 27, vol. I, in proposito alla villa della gens Gavinia scriveva pure che: “Le accennate perplessità sembrano possano essere sufficientemente chiarite a seguito degli scavi Sestieri eseguiti nel quartiere meridionale di Velia, i cui dati mi consentirono, anni fa di identificare la ‘domus’ del “potentissimi viri” Gavinio, la “ecclesia constructa in ea”, dove “a viribus fidelis” il sacro corpo dell’evangelista “honorabiliter est collocatum”. Infatti, all’ingresso degli scavi si è subito colpiti dalla grande terma (“balneum”) i cui resti sovrastano il complesso degli edifici, con, a destra, l’Asklepieion con stele e statue dei più illustri medici velini e la nota erma di Parmenide ‘oiuliades physikos’. “Nella parte inferiore di quell’aggregato urbano – scrivevo poco dopo la scoperta – sono chiare le vestigia di una ‘domus’ romana, di cui è riconoscibile, per le colonne ancora sul terreno, il peristilio che più in là, a sinistra, incrocia i resti isolati, con direzione nord-est-sud-ovest, di un edificio che per significati caratteri ben può identificarsi come una chiesa cristiana del V secolo d.C.”. (53). Etc…”. Della chiesa cristiana risalente molto propabilmente al V sec. d.C., parlerò innanzi. Ebner, a p. 27, nella nota (53) postillava: “(53) Ho riportato questo brano per richiamare l’attenzione sull’antico strato avulso per necessità archeologiche, e precisamente quando il compianto amico M. Napoli procedendo negli scavi riportò alla luce gli importanti resti greci sottostanti.”. Pietro Ebner, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 50, in proposito scriveva: “La piccola proprietà seguitava a scomparire mentre ingrandivano i latifondi, tendenza deprecata da Columella e da Plinio. Per quelli della Lucania, e più specificatamente di Velia, è notizia in Cicerone, Plutarco e Stazio (52).”. Ebner, a p. 50, nella nota (52) postillava: (52) ….Naturalmente ve ne dovettero essere anche della gens Gavinia (v. PdP 1970, fasc. 130-133; p. 265).”. Riguardo la citazione di “PdP” si tratta della “La parola del Passato”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 27, in proposito scriveva: “Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima portate in Bretagna, a seguito di una concatenazione di eventi pare fossero state traslate da Gavinio (70), comandante della spedizione (‘praefectus classic ?) romana contro i Bretoni, in Lucania e a Velia.”. Ebner, a p. 27, nella nota (70) postillava: “(70) E’ notizia di una gens Gabinia originaria del Lazio, sparsasi poi in Campania e Lucania (CIL, X 351). Cfr. G. Antonini, La Lucania, Napoli, 1795, p. 166 no. 2 e p. 167; v. pure P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66. Per Velia, v. PdP, XXV, 1970, p. 265, sulla grande lastra di marmo perlaceo ivi rinvenuta che ricorda questa famiglia.”. Della villa romana di Gavinio, ne parla meglio l’Ebner (…), del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 29, dove cita il passo dell’autore della ‘Traslatio’ (77), per averlo constatato di persona, che in “Lucania partibus”, e cioè nel territorio circostante la chiesa anzidetta. Pietro Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) ….e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Infatti, Pasquale Magnoni (….), nel suo “Opuscoli etc..”, a p. 63, in proposito scriveva che: “E’ di bene però, che vi dica che, Monsignor Colonna non si sognò giammai asserire, che il corpo di S. Matteo fusse stato trovato in Pesto, e che da quì fusse stato in Salerno portato. Scrisse questo buon Prelato, che il detto Sacro Corpo fu condotto da Gavinio Prefetto dell’armata navale de’ Bruzj di Bretagna ‘ad Lucanos’, e soggiunse ‘quo loco, quave in Ecclesia fuerit reconditum, quidve de illo eraditum sit lites monumentis, prorsus ambigitur quam ……ad sexcentes circiter annos videtur delituisse, adeo ut ne mentis quidem ulla fieri de ipso valeat’; indi poco dopo: etc…”. Nella lettera pubblicata dal Magnoni, egli si riferisce all’Arcivescovo Marsilio Colonna. Dunque, secondo il Magnoni, la famiglia Gavinia o la ‘gens’ Gavinia era originaria di Paestum. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, è impossibile  non sottolineare la precisione delle notizie, in quei codici, sull’ubicazione del sepolcro dell’apostolo (la mano pietosa di una madre vi componeva poi le spoglie della sua bimba) e la descrizione dei tipici mattoni usati a Velia e del nuovo reimpiego dopo il III secolo d.C. All’autore della ‘Traslatio’ (si propende per lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (a. 954 traslazione dei resti dell’apostolo da Velia a Capaccio e poi a Salerno)(29).”. Ebner, a p. 724, nella nota (29) postillava: “(29) P. Ebner, Dei follari di Gisulfo I e della Schola Salerni, “Bollettino Circol. numis. napol.”.

Nel V sec. d.C., (epoca di Valentiniano III 419-455 d.C.), l’oratorio nella villa di Gavinio e la basilica paleocristiana a Velia, sepolcro dei resti di S. Matteo ritrovato dal monaco Attanasio 

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, in proposito scriveva che: “La narrazione è troppo interessante e circostanziata perché tralasci di trascrivere, sia pure in nota, i brani più significativi (5). Da essi si rileva che intorno al 978 era noto all’autore della ‘Translatio (6), per averlo certamente constatato di persona, che “in lucania partibus”, e cioè nell’omonimo gastaldato (nel Mille corrispondeva, più o meno, al territorio della diocesi pestana)(7) e propriamente “ut balneum quod in locis antiquitus extructum fuit” era, “ad sinistram partem” una “potentis viri domus”. Nell’ambito di questa villa, alcuni “religiosi homines (….) ecclesiam statuerunt” per deporvi, in un “tumulum curricula quiescens”, l’evangelista mostrava la sua presenza ai fedeli con molti miracoli, come credo possa interpretarsi la frase “multarum ibi per dei gloriam peregit signa virtutem”. Persino con l’impedire ad Attanasio di trasferire altrove le sacre spoglie e di compiere ancora altri prodigi durante la traslazione a Capaccio (v. a Rutino).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, nella sua nota (5), postillava e riportava la trascrizione degli interessantissimi passi relativi al rinvenimento e alla traslazione dei sacri resti dell’apostolo dal Codice 101 di Montecassino: “(5) Cod. Casinensis 101, 386: ‘Cum gisulfus princeps salernitanum populorum regeret dicione prudentissima (….), etc…”:

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(Figg….) Ebner (…), ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento‘, vol. II, p. 515

Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a pp. 50-51, in proposito scriveva che: “Circa il luogo esatto del ritrovamento, la “Translatio” non dice la direzione presa dal monaco Atanasio nella sua ricerca, ma la descrizione del rudere ove la reliquia viene scoperta è quella d’una grande villa romana, la “domus potentissimi viri” decorata di marmi e dotata d’una terma. Ora, i resti di una costruzione come quella non potevano trovarsi nella contrada se non fra le rovine di Velia, non alla periferia di essa ove era esistito qualche modesto “proàsteion”, sobborghi di artigiani e di marinai, ma proprio entro la cinta muraria ancora in gran parte intatta della città, che, come sappiamo, negli ultimi secoli dell’impero era diventata segnatamente un luogo di soggiorno e di svago. Il particolare del rivestimento interno “quadris contextus laterculis”, cioè di materiale laterizio, del loculo sotto l’altare dell’oratorio domestico ove si trovava la reliquia, si adatta perfettamente al sistema di costruzione tipico di Velia, la quale ebbe una fiorentissima industria laterizia di cui sono note le marche di fabbrica fino all’epoca greca. Sull’acropoli di fronte al mare, già doveva ergersi nel X° secolo l'”arx”, il castello che in forme medioevali più tarde tuttore sussiste e che nel corso del secolo XI° doveva prendere il nome di Castellammare della Bruca, dalla bruca di Novi che lo sovrasta; il poco che rimaneva forse di vita cittadina si raccoglieva intorno ad esso, ma il resto della città “a barbaris destructa”, secondo l’espressione della “Translatio”, presentava a quanto sembra, poco più delle vestigia che da oltre un paio di decenni gli scavi in corso in quell’importante terreno archeologico vanno restituendo. Su Velia dopo i lavori ben noti del Munter, Luynes, Schlemming, Lenormant, oggi parla la diretta ricerca archeologica. Etc... Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…”. Dunque, anche Nicola Acocella, sulla scorta dell’Atenolfi, scriveva che la “Translatio” riferisce delle distruzioni dei Saraceni che dominarono ad Agropoli, per oltre un trentennio, dall’882 e anche dopo il 915. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: Si direbbe che il sacro deposito in Lucania avvenisse quasi privatamente nella casa di un importante cittadino, “in domo cuiusdam potentissimi viri” non inverosimilmente della gente Gabinia o imparentata con essa, forse anche perché più facile fosse così l’opporsi ad altri tentativi di appropriazione della reliquia. Secondo l’uso frequente della Chiesa antica, nella casa stessa venne eretto un oratorio, quello i cui resti vedremo particolareggiatamente descritti dalla “Translatio” al momento del ritrovamento della reliquia in Velia.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, con marmi, sculture e parte del perimetro di una torre, un grande complesso termale (II secolo d.C.) con vie e tratti di canalizzazione, gli avanzi di una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a p. 164, scriveva che: “Di un’oratorio è notizia solo a Velia, come si è visto, nella villa della ‘gens’ Gavinia, poi ampliato a basilica quando vi si tumularono i sacri resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, in proposito alla villa della gens Gavinia, a p. 27 scriveva pure che: “Le accennate perplessità sembrano possano essere sufficientemente chiarite a seguito degli scavi Sestieri eseguiti nel quartiere meridionale di Velia, i cui dati mi consentirono, anni fa di identificare la ‘domus’ del “potentissimi viri” Gavinio, la “ecclesia constructa in ea”, dove “a viribus fidelis” il sacro corpo dell’evangelista “honorabiliter est collocatum”. Infatti, all’ingresso degli scavi si è subito colpiti dalla grande terma (“balneum”) i cui resti sovrastano il complesso degli edifici, con, a destra, l’Asklepieion con stele e statue dei più illustri medici velini e la nota erma di Parmenide ‘oiuliades physikos’. “Nella parte inferiore di quell’aggregato urbano – scrivevo poco dopo la scoperta – sono chiare le vestigia di una ‘domus’ romana, di cui è riconoscibile, per le colonne ancora sul terreno, il peristilio che più in là, a sinistra, incrocia i resti isolati, con direzione nord-est-sud-ovest, di un edificio che per significati caratteri ben può identificarsi come una chiesa cristiana del V secolo d.C.”. (53). Etc…”. Ebner, a p. 27, nella nota (53) postillava: “(53) Ho riportato questo brano per richiamare l’attenzione sull’antico strato avulso per necessità archeologiche, e precisamente quando il compianto amico M. Napoli procedendo negli scavi riportò alla luce gli importanti resti greci sottostanti.”. Ebner, a p. 27 proseguendo il suo racconto sulla chiesa cristiana rinvenuta nella villa di Aulo Gavinio a Velia, in proposito scriveva che: “I caratteri più significativi  del predetto edificio sono stati evidenziati ancor meglio dalla successiva ricostruzione in pianta. La basilica era a navata unica e a forma rettangolare. Si presume che in fondo all’ampio catino absidale vi si innalzasse la cattedra del vescovo, affiancata a sinistra da sedili in pietra per i presbiteri, mentre i diaconi, come si sa, assistevano in piedi ai sacri riti. Davanti la cattedra si elevava l’altare che onorava i resti dell’evangelista, al cui nome fu dedicata la basilica come si soleva fare per consuetudine. Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia. Egli, infatti, così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio. E precisamente quando Velia era ancora una via obbligata di transito per coloro che giungevano dall’Oriente e vi si parlava e scriveva in greco, come documentano le epigrafi (54). Se poi dovesse risultare vero quanto supposto da Mario Napoli circa la trasformazione di un ambiente dell’attiguo complesso termale in un’aula per catecumeni, in tal caso vi sarebbe stato a Velia un fonte battesimale senz’altro più ampio, anche se meno suggestivo, del battistero paleocristiano di S. Giovanni in fonte, tra Sala Consilina e Padula, etc…”. Ebner, a p. 27, nella nota (54) postillava: “(54) P. Ebner, Nuove apigrafi di Velia, “PdP” 1966, fasc. 108-110, p. 336 sgg. Id Id., Nuove iscrizioni di Velia, “PdP” 1970, fasc. 130-133, p. 262 sgg. Id. Id., Altre iscrizioni e monete di Velia, “Pdp”, 1978, fasc. 178 p. 61 sgg.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, in proposito scriveva che: “Fino a poco tempo fa, però, mancava ogni documentazione sull’effettiva ubicazione del sepolcro. Del rinvenimento a Paestum e sulle rive dell’odierno Casalvelino marina dissero cronisti e scrittori. A Casalvelino l’ubicarono nei pressi dell’approdo, dove i benedettini di Cava avevano costruito (o ricostruito) una chiesetta dedicandola all’apostolo (ancora nella proprietà Lista), ora piuttosto distante dal mare che continua ad arretrare. Furono poi i reperti delle ultime fortunate campagne di scavi di P.G. Sestieri a Velia che mi consentirono un felice accostamento con le notizie tradite sul rinvenimento dei sacri resti di S. Matteo in Lucania. Infatti, dietro il rilevato ferroviario, poi viadotto, degli scavi di Velia, erano stati messi allo scoperto, nel quartiere meridionale dell’antica polis, due grosse ‘insulae’. Nella prima vennero alla luce, tra l’altro i resti di un grande complesso termale, gli avanzi di una villa urbana e i ruderi di un grosso edificio i cui non si riusciva a stabilire la destinazione. Come ho detto, fu il felice accostamento di questi reperti (9) con le notizie tradite sul rinvenimento delle reliquie dell’apostolo che mi consentirono (10) la più che probabile identificazione della villa romana e di scorgere nell’edificio una basilica del V secolo d.C. (11). La “ecclesia constructa in ea”, dove “a viribus fidelis” il corpo dell’apostolo “honorabiliter est collocatum” sotto la mensa dell’altare. Chiesa che come tutte quelle di quei tempi continuiamo a chiamare basiliche e che non poteva mancare a Velia come non mancava in tutte le più antiche poleis italiote meridionali in età romana diventate circoscrizioni politico-amministrative e perciò sedi di diocesi (12). Un organismo dissoltosi a Velia nel VI secolo per carenza demografica e per la morte del vescovo, forse ucciso dagli invasori longobardi etc…Come si è detto, l’abside della chiesa, riconoscibile dalla sua semicircolarità e dalla porta laterale, spesso presente nelle absidi delle prime chiese, era a poche decine di metri dal complesso termale, di cui è esplicito cenno nella narrazione. Notizie tutte contenute nel ‘Codice cassinese 101 (14), nel quale è pure una significativa descrizione dei tipici sanguigni mattoni usati a Velia e reimpiegati nel III secolo d.C….Soprattutto sull’ubicazione del sepolcro e sulla villa romana, la cui supposta identificazione è stata confermata dalle epigrafi, di cui una edita nel 1970 (15) e un’altra di recente, nel 1978 (16).”. Ebner, a p. 516, nella nota (9) postillava: “(9) Necessità archeologiche indussero il compianto soprintendente alle antichità di Salerno, prof. Mario Napoli, ad asportare tutto lo strato medievale e romano. Sugli accostamenti di cui nel testo e sulle vestigia della villa romana, v. Ebner, I follari, cit., p. 36 sgg.”. Ebner, a p. 516, nella nota (10) postillava: “(10) Ebner, I follari, cit., p. 36 sgg.”. Ebner, a p. 516, nella nota (11) postillava: “(11) Ebner, Velia e la civiltà della Magna Grecia, “Il veltro”, Roma, 1967, p. 168.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, è impossibile  non sottolineare la precisione delle notizie, in quei codici, sull’ubicazione del sepolcro dell’apostolo (la mano pietosa di una madre vi componeva poi le spoglie della sua bimba) e la descrizione dei tipici mattoni usati a Velia e del nuovo reimpiego dopo il III secolo d.C. All’autore della ‘Traslatio’ (si propende per lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (a. 954 traslazione dei resti dell’apostolo da Velia a Capaccio e poi a Salerno)(29).”. Ebner, a p. 724, nella nota (29) postillava: “(29) P. Ebner, Dei follari di Gisulfo I e della Schola Salerni, “Bollettino Circol. numis. napol.”, 1962, p. 28 sgg.”.

Nel V secolo, a Velia, l’interramento dell’area e la scomparsa della villa della gens Gavinio e della basilica paleocristiana

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 729 parlando di Velia, in proposito scriveva che: Così, il succedersi di non comuni fenomeni atmosferici fu causa delle catastrofiche alluvioni che, nel III sec. a.C. e nella seconda metà del I sec. (62 d.C.), travolsero il quartiere meridionale ripetutamente seppellendolo. Ambedue furono determinate dal diverso volume del materiale detritico d’un subito dalla Fiumarella di S. Barbara e deviato sulla città dalla contemporanea furia del mare, da un’erta barriera di onde tempestose. Da ciò la singolare ubicazione di marmi e sculture e lo spostarsi del letto dell’irruente fiumara sempre più verso l’odierno. L’ultimo interramento, e piuttosto sensibile, si ebbe alla fine del V secolo d. C. (scomparsa della basilica paleocristiana e della villa della famiglia Gavinio).”. Dunque, secondo l’Ebner, la villa della famiglia Gavinio si ebbe con l’ultimo sensibile interramento del quartiere meridionale della città che si ebbe alla fine del V secolo d.C..Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, in proposito scriveva che: “Un organismo dissoltosi a Velia nel VI secolo per carenza demografica e per la morte del vescovo, forse ucciso dagli invasori longobardi etc…”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a pp. 50-51, in proposito scriveva che: “Su Velia dopo i lavori ben noti del Munter, Luynes, Schlemming, Lenormant, oggi parla la diretta ricerca archeologica. Etc..”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: E’ possibile che quest’ultima non possedesse allora la cattedrale per non essere ancora sede della diocesi eleate, scomparsa poi sui principi del secolo VII°, della quale s’ignora la data di fondazione, probabilmente non lontana però da quella della vicina diocesi di Paestum istituita nel 490. Pare tuttavia difficile di credere che la presenza della reliquia non fosse nota allora e che non ne fosse rimasta notizia anche dopo le devastazioni vandaliche che poco appresso ad opera di Genserico sconvolsero la Campania e Bruzio fra il 455 ed il 457. “.

2- TRASLAZIONE DEI SACRI RESTI DELL’APOSTOLO

Nel 946, Gisulfo I, principe longobardo del Principato di Salerno

Da Wikipedia leggiamo che Gisulfo I (maggio 930 – 977 o 978) è stato principe Longobardo del Principato di Salerno dal 946 al 977 (o 978). Maggiore dei figli di Guaimario II e della seconda moglie Gaitelgrima di Capua, fu associato al trono dal padre nel 943 e gli successe alla sua morte nel 946. In un primo momento fu posto sotto la reggenza della madre e di Prisco, tesoriere e conte di palazzo. Nel 946 il Principato fu preso d’assalto da Landolfo II di Benevento e Giovanni III di Napoli, ma il suo alleato Mastalo di Amalfi corse in suo aiuto e fece cadere in un agguato le truppe di Landolfo presso La Cava. L’anno successivo, si alleò con Landolfo e mise sotto assedio la città di Nola, presidio del ducato napoletano. Nell’ottobre del 953 cercò di rasserenare i rapporti con il dominio partenopeo emanando un diploma a favore del vescovo di Napoli, un gesto che mal si addiceva alla diplomazia senza scrupoli dei suoi vicini e che per questo non sembrò mai favorirlo. Poco dopo il 955, tuttavia, fu nominato patrizio da Mariano Argyros, strategos bizantino di Bari. Nell’autunno del 966 papa Giovanni XIII guidò un’armata di truppe romane, toscane e spoletine contro Landolfo III di Benevento e il di lui fratello Pandolfo Testadiferro, ma Gisulfo accorse in suo aiuto e lo scontro armato fu scongiurato. Il papa e il principe di Salerno firmarono un trattato di pace a Terracina. Fu questo l’atto che più avanti gli guadagnò l’aiuto del potente Testadiferro. Nel 974 Gisulfo fu detronizzato da un’insurrezione religiosa guidata dal fratello Landolfo. Il principe di Benevento e Capua, Pandolfo I Testadiferro, restaurò Gisulfo come suo vassallo, condizione in cui il principe salernitano restò fino alla morte, avvenuta tra la fine del 977 e l’inizio del 978. Con lui si estinse la dinastia dei Dauferidi, insediatasi sul trono di Salerno col principe Guaiferio nell’861. Gisulfo, sposato con la principessa Gemma, non ebbe eredi e il suo trono fu ereditato proprio da Pandolfo di Benevento e Capua, che in questo modo riunificò, per la prima e ultima volta dall’851, i territori dell’antica Langobardia Minor.

Nel novembre del ‘950, il principe Gisulfo donò la chiesa di ‘S. Maria di Hodigitria’ a Capaccio, al suo confessore, Giovanni, abate del monastero di San Benedetto di Salerno

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 640 parlando del casale di Capaccio, in proposito scriveva che: “Di Capaccio, sede vescovile, è già notizia dalla traslazione (a. 953) dei sacri resti dell’evangelista Matteo da Velia alla cattedrale di Capaccio di S. Maria del granato o dell’Assunta, da parte del vescovo pestano Giovanni (4). Com sede vescovile etc..”. Ebner, a p. 640, nella nota (4) postillava che: “(4) Giovanni, ‘presul sancte sedis pestane’ (CDC, I, 253, p. 957) traslò i sacri resti nella cattedrale. Per tutte le questioni inerenti al grande evento v. Ebner, Storia, cit., p. 27 sgg., Economia e Società, cit., I, pp. 22 e sg., 40 e 220; vedi pure innanzi.”. Alessandro Di Meo (….), nel suo “Annali Critici-diplomatici del Regno di Napoli dalla mezzana età etc…”, nel vol. V parlando dell’“Anno di Cristo 950, Ind. VIII, F”, a p. 317, in proposito scriveva che: “Di quest’anno abbiamo ancora dal Muratori (Diss. 5.), un Diploma di Gisulfo Principe di Salerno, che per rogum di ‘D. Gaitelgrima dilecta matris nostra, dona tibi’, Joanni ‘Abbati padri nostro’ e per lui al Monistero da lui edificato, ‘a nuovo fundamento, intus hanc Civitatem Salernitanam’, le terre spettanti al Palazzo, ch’è d’Ischia, ove dicesi ‘a due fiumi’, nell’Atto Lucanico (di Pesto) ov’è la chiesa di S. Maria, con terre selve, acque intorno ad essa Chiesa, cioè per 4. miglia di lunghezza. Fu scritto da Pietro Notaio: ‘Actum Salerni in Palatio de anno XVIII. mense November. IX. indict. Veda chi legga qual conto debba farsi di un Diploma, ch’è nelle carte di S. Sofia dell’Ughelli etc…”. Dunque, il Diploma in questione in cui il principe Gisulfo I donava all’abate Giovanni etc.., fu pubblicato dal Muratori. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 387 riferendosi a Pietro Pappacarbone scriveva che: “4. La più antica donazione di terre del luogo a monasteri benedettini è quella di Gisulfo I del 950 (39): il principe donò al suo confessore (“patri nostri”) Giovanni, abate di un monastero benedettino di Salerno, allora fondato o allora ricostruito dalle fondamenta, una golena di terra pertinenza del fisco in vocabolo ‘due’ (sic) ‘flumina’, comprendente parte dello stesso abitato di Velia.. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 387, nella nota (39) postillava: “(39) CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno: ‘cum omnia infra se habentibus. Qualche dubbio (A. Balducci, L’abbazia salernitana di S. Benedetto, RSS, 1968-1969) che il donatario possa essere stato lo stesso abate Giovanni, inviato dal principe a capo della missione che traslò da Capaccio a Salerno i sacri resti dell’apostolo. Nel diploma è detto che il principe donò il terreno a ‘johanni abbati padri nostro et in tuo monasterio’, que a nobo fundamento intus hec civitatem salernitanam fundasti’. Tuttavia ciò non esclude che questo nuovo monastero fosse stato costruito dall’anzidetto Giovanni abate di S. Benedetto, anche perchè, in genere, erano proprio gli abati di quest’ultimo cenobio che i principi sceglievano come propri confessori.. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale, nel vol. I, p. 44, in proposito scriveva che: “La riforma monastica di orientamento cluniacense, operata da Pietro da Salerno nel cenobio di S. Arcangelo di Perdifumo, ebbe una sua influenza e risonanza nella diocesi pestana che tra l’altro proprio in quel periodo era in fase di riorganizzazione. Il governo salernitano, etc….Su tali basi si tentò di regolarizzare giuridicamente, nei confronti del fisco, le proprietà dei monasteri, le consistenti donazioni come quelle del 950 e del 994 (169). Il ruolo significativo assunto da questi cenobi, cui fa riferimento lo stesso Gisulfo I, emerge dall’importanza assunta dai molti religiosi dei posti chiave che, come abbiamo detto, riguardavano i vertici culturali e politici del Principato. Ad esempio l’autorità goduta dall’Abate Andrea di S. Magno, alla fine del X secolo, etc…”. Ebner, a p. 45, nella nota (164) postillava: “(164) CDC, I  179, novembre a. 950, IX, Salerno.”. Del vescovo pestano Giovanni, Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , p. 348, in proposito scriveva che: “5. Giovanni a. 954, 957 e 963. L’Ughelli lo considera vescovo pestano collocandolo, come tutti, al 954. Volpi (pp. 3-4) l’ha come III vescovo, v. pare il Di Meo cit., XI, p. 300. E’ il vescovo della traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, di cui v. sopra. Manca nel Gams. Il Kehr (p. 367) lo pone al 963 da un documento cavense (CDC I, 253, a. 957): “Iohannes, divina clementia presul sancte sedis pestane”, vende (ABC, A 8) alcune terre a Ligorio di Atrani firmando “+ Ego, qui supra Iohannes episcopus”; v. pure ABC Arca XIII 7 (a. 963): “Iohannes, Dei gratia episcopus sanctae sedis pestane” consegna “vicariationis ordine” un mulino all’episcopio, sito lungo il fiume Trabe (sotto Capaccio) ai fratelli Truppoaldo, Maione e Giacinto in cambio di alcune terre a Sorreianum di Campagna e di otto libbre di argento puro.”. Come vedremo più innanzi, Ebner confonde la cappella che si trovava a Capaccio con un altra cappella che si trovava vicino Velia, ovvero a Casalicchio dove il monaco Attanasio portò le spoglie di S. Matteo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a pp. 27-28, scriveva che: “Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “aqui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): da qui per desiderio di Gisulfo e con fastose cerimonie, vennero poi traslate a Salerno. Al desiderio del principe, che era un ordine, il vescovo pestano Giovanni non avrebbe potuto opporsi. Qualche anno prima, infatti, e cioè nel novembre del 950, quel principe aveva donato a Giovanni, abate del nuovo monastero di S. Benedetto di Salerno, una golena di pertinenza del fisco in vocabolo “due (sic) flumina” nella circoscrizione demaniale di Lucania, E cioè terre, selve, corsi d’acqua e quant’altro era compreso (buona parte dell’antica ‘polis’) nell’ambito di quattro miglia intorno alla chiesa elevata alla sovrana protettrice dei monaci itineranti greci, la Vergine Maria, edicola evidentemente abbandonata se nel diploma non è cenno di abitanti (74).”. Ebner, a p. 27, nella nota (72) postillava: “(72) Giovanni, “presul sancte sedis pestane” (CDC I 253, a. 957) trasportava i sacri resti non nella basilica paleocristiana di Paestum, recentemente messa in luce (G. De Rosa “Rivista di Studi salernitani”, fasc. II, pp. 181-192), ma di “Castrum di Caput Aquis” o “aquae”, odierno Capaccio, dove i vescovi pestani, come vedremo, si trasferirono dopo l’abbandono della “città delle rose”, già meta delle orde saracene e preda della malaria.”. Di questo vescovo Giovanni, presule della diocesi Pestana a Capaccio vecchia, lo stesso Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 387, nella nota (39) postillava: “(39) CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno: ‘cum omnia infra se habentibus. Qualche dubbio (A. Balducci, L’abbazia salernitana di S. Benedetto, RSS, 1968-1969) che il donatario possa essere stato lo stesso abate Giovanni, inviato dal principe a capo della missione che traslò da Capaccio a Salerno i sacri resti dell’apostolo.”. Dunque, Ebner fa notare il dubbio del Balducci (….), che pubblicò il documento cavense CDC, I, 179 del 950 in cui il principe longobardo di Salerno Gisulfo I donò a Giovanni, suo confessore, abate di “un’abbazia benedettina di Salerno”la chiesetta “una golena di terra pertinenza del fisco in vocabolo ‘due’ (sic) ‘flumina’, comprendente parte dello stesso abitato di Velia.. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, etc..’, a p. 27, scriveva che: Dopo diversi vani tentativi di portare in Oriente via mare le reliquie, queste vennero trasportate dal vescovo Giovanni a Capaccio e da qui, per volere del principe Gisulfo I, a Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina” e, scriveva in proposito: Intanto Giovanni (3), “qui illo in tempore sancte sedis pestane presulatum tenebat”, venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, fattosi consegnare le reliquie le trasferì nella chiesa di Capaccio (4).”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (3), postillava che: “(3) E’ il ‘presul sancte sedis pestane del CDC, I, 179, a. 957, p. 253, che trasportò i sacri resti non nella basilica di Paestum (è stata illustrata da G. De Rosa (La chiesa della SS. Annunziata a Paestum) in “Rivista di studi salernitani” (Salerno, 2, 1968), ma nella cattedrale del ‘castrum caput aquis ( o acquae), odierno Capaccio vecchio, dopo l’abbandono della città delle rose oltre che per le incursioni saraceniche per l’infierire della malaria.”. Nel 1083, il vescovo di Capaccio, diventata sede della Diocesi Pestana era Giovanni. Sulla chiesetta a Velia in questione, i diplomi di cui si parla sono citati nella nota (71), a p. 27, di Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, dove postillava che: “(71) L’odierna cappella di S. Matteo (vocabolo S. Matteo, Casalvelino Marina) venne eretta dall’Abbazia di Cava dopo il 1096, quando l’Abate Pietro (ABC, D, 9) ebbe quel territorio da Guaimario di Gifoni (erede de conti di Capaccio), il quale l’anno seguente gli donò anche il porto di Velia (ABC, d, 13).”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a pp. 114-115 riferendosi al periodo successivo alla presa di Salerno e la caduta di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “V. Il Guiscardo, impadronitosi poi del principato e spodestato il feroce Guaimario ebbe sottomesso tutto il Cilento tenendolo direttamente nel suo dominio meno Castellabate ed Agropoli, che egli aveva confermati rispettivamente alla Badia di Cava ed al vescovo di Capaccio. A suo rappresentante nel Cilento e per il governo di esso vi mandava un viceconte, che era nel 1083 un tale Boso.”. Dunque, il Mazziotti racconta che Roberto il Guiscardo aveva sottomesso tutto il Cilento, tranne Castellabate ed Agropoli che aveva concesso all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni ed al vescovo di Capaccio. Su Giovanni, vescovo Pestano, da cui dipendeva la piccola chisetta dove il monaco Attanasio aveva traslato le spoglie di S. Matteo, ha scritto Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49 riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: La chiesa come s’è detto era nella contrada “ad duo flumina” così chiamata per la vicina confluenza del Palistro con l’Alento, sulla riva destra di quest’ultimo nella pianura sotto Velia detta la “subarce”, e si trovava poco lontana dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di San Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola nella “Translatio”, là dove sorse più tardi l’abbazia di Santa Maria di Torricella (217). Dal racconto della “Translatio” parrebbe che la chiesa della deposizione fosse stata affidata al monaco Atanasio dal vescovo pestano Giovanni, dal quale la chiesa dipendeva, sì che questi direttamente vi si reca nel giungere in luogo e vi convoca il rettore.”. L’Atenolfi, a p. 49, nella nota (217) postillava: “(217) Codice Diplom. Cavense. I.232 a. 950; cfr. Dom. Ventimiglia “Notizie del Castello dell’Abate e dei suoi casali nella Lucania” Napoli, Reale, 1827, pp. XXXII, XXXVI; Genn. Senatore “La Cappella di S. Maria sul monte della Stella nel Cilento” Salerno, Iovene, 1895, docc. XIX, XX.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, a pp. 448-449, parlando del villaggio di Rutino, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ebner, Storia, p. 27 sgg., anche per la bibliografia…..Nella cattedrale antica di Capaccio è ancora visibile la grande urna che aveva contenuto i sacri resti dell’apostolo.”. Sulla chiesetta “ad duo flumina”, che dipendeva dal vescovo pestano Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50 in proposito scriveva pure che: “Ancora alla Diocesi pestana apparteneva la chiesa un secolo dopo, nel 1054, quando il vescovo Amato rinunziò per cinque libbre d’argento ai diritti della curia, in favore di Teodora di Tuscolo figlia di Gregorio “console e duce dei Romani” e nipote di papa Benedetto IX°. Questa, vedova di Pandolfo di Salerno, conte di Capaccio e signore di quei luoghi, aveva ricostruita la chiesa stessa “a nuovo fundamine” nel centenario del ritrovamento, in espiazione forse della morte del marito, massacrato insieme al fratello Guaimario V° principe salernitano, durante la rivolta suscitata in Salerno dagli amalfitani nel 1052 (218).. L’Atenolfi, a p. 50, nella nota (218) postillava: “(218) v. Ventimiglia, op. cit., App. VI.”. Diciamo subito che questi autori si riferiscono alla chiesetta di S. Matteo, ‘sub arce’ di Capaccio, non alla chiesetta “ad duo flumina” di Casalicchio dove furono traslate le ossa di S. Matteo. Su questa chiesetta, che riguarda anche il vescovo Giovanni, Barbara Visentin, però si esprime a riguardo ma non è esplicita nel negare la notizia di Gisulfo II. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “La chiesa di San Matteo ‘ad duo flumina’ (688) sembrerebbe rientrare nel circuito di fondazioni religiose che la famiglia dei principi longobardi di Salerno realizza, tra la fine del X e l’XI secolo, nelle terre del Cilento. La prima notizia della cappella, però, risale alla discussa ‘charta libertatis’ che Gregorio VII emana nel 1073, confermando all’abbazia cavense della SS. Trinità una serie di monasteri e chiese, ‘in cilento monte posita’, tra i quali compare anche il cenobio ‘Sancti Mathei ad duo flumina’ (689).”. La Visentin, a p. 155, nella nota (688) postillava: “(688) Il Venereo la ricorda come ‘l’ecclesia parrocchialis S. Mathei ad duo flumina in Lucania….matrix oppidi Casalicii, olim etc…, cfr. Venereo, Dict., vol. II, pp. 231, 434 e talvolta la confonde con la cappella di S. Matteo ‘sub arce’ di Capaccio, cfr. Venereo, Dict., vol. I, p. 183; vol. II, pp. 434, 491. Sulla scia del Venereo anche G. Talamo Atenolfi, I testi madievali degli atti di S. Matteo etc…, cit., p. 49 confonde le due cappelle di S. Matteo, scrivendo: “La chiesa (nella quale il monaco Attanasio pose la reliquia di san Matteo nel 954) era nella contrada “ad duo flumina”…..pianura sotto Velia detta “subarce”, e si trova poco lontano dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di san Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola della ‘translatio’, là dove sorse più tardi l’abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. Dunque, la Visentin,  fa notare che a Capaccio vi era una cappella “subarce” di S. Matteo che fu donata da Gisulfo I, come è stato scritto all’inizio, all’abate Giovanni del monastero salernitano di S. Benedetto. La Visentin scriveva che l’Atenolfi si sbagliava quando credeva che la chiesetta fosse: “…pianura sotto Velia detta “subarce”, e si trova poco lontano dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di san Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola della ‘translatio’, là dove sorse più tardi l’abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. La Visentin accenna alla trasformazione del titolo della cappella e scrive: “…là dove sorse più tardi l’abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. La Visentin fa notare che l’Atenolfi la confuse con la cappella dove il monaco Attanasio traslò le spoglie di S. Matteo che, non si trovava a Capaccio ma si trovava a Casalicchio. Dunque, la Visentin fa notare ciò che scrisse l’Atenolfo che confuse le due distinte cappelle. Barbara Visentin, non dice nulla di questa “…abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. Questa abbazia citata dall’Atenolfi, egli a p. 49, nella nota (217) postillava: “(217) Codice Diplom. Cavense. I. 232 a. 950; cfr. Dom. Ventimiglia “Notizie del Castello dell’Abate e dei suoi casali nella Lucania” Napoli, Reale, 1827, pp. XXXII, XXXVI; Genn. Senatore “La Cappella di S. Maria sul monte della Stella nel Cilento” Salerno, Iovene, 1895, docc. XIX, XX.”. Dunque, l’Atenolfi scriveva del documento “(217) Codice Diplom. Cavense. (CDC), I. 232 a. 950).”, mentre il documento della donazione di Gisulfo I è dell’anno 950, ma è : “CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno: ‘cum omnia infra se habentibus.”. Del vescovo o abate di S. Benedetto, Giovanni citato nel Diploma di Gisulfo I ha scritto anche Antonio Balducci (….), “L’Abbazia salernitana di S. Benedetto” (in Rassegna Storica Salernitana, 1968-1969). Balducci, a p. 32, in proposito scriveva che: “Questo Giovanni non va confuso con l’omonimo abate Giovanni, fondatore di un monastero a Salerno, cui Gisulfo I nel 950 donò alcune terre “sacri palatii” in Lucania (34), che non era abate di S. Massimo, come scrisse lo Schipa (35); potrebbe invece identificarsi con l’altro Giovanni abate di S. Benedetto (forse successore del nostro) che, secondo l’arcivescovo Marsili-Colonna (36), fu a capo della delegazione inviata dal principe Gisulfo, nel 954, al vescovo di Pesto per ottenere le reliquie di S. Matteo a Salerno. Invece pare che E. Pontieri (37) confonda appunto Giovanni, autore della vita di Odone con l’altro della donazione di Gisulfo del 950.”. Balducci, a p. 32, nella nota (34) postillava: “(34) Cfr. Di Meo, op. cit., V, 317; Paesano, I, 58; CDC, I, 232.”. Balducci, a p. 32, nella nota (35) postillava: “(35) Storia del Principato Longobardo in “Archivio Storico Napol. XII (1887) doc. n. 17 e Bartoloni-Pratesi, I docum. originali dei Principi Longobardi, Roma, 1956, tav. IV”. Balducci, a p. 32, nella nota (36) postillava: “(36) M.A. Marsili-Colonna, Constitutiones, et Neapoli, 1580; A. Acocella, La Traslazione di S. Matteo, Salerno, 1954, p. 23”. Balducci, a p. 32, nella nota (37) postillava: “(37) Pontieri, op. cit., p. 67, n. 8”. Balducci si riferiva ad Ernesto Pontieri (…..), ed al suo ……Infatti, Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di San Matteo’, nel 1954, a p. 23, in proposito così si esprimeva: Documentati invece sono l’esistenza e il nome, in quegli anni, di Giovanni “presul sancte sedis pestane” (22). Il vescovo di Paestum – deserta ormai l’antica città – aveva l’abituale residenza nel vicino ‘Castrum’ di “Caput Aquis” (o “Caput aquae”; Capaccio antica) dove c’era la chiesa, forse pro-cattedrale, di Santa Maria (23). Disse il Di Meo di non aver da altra fonte notizie di Giovanni, abate di san Benedetto. – Ma l’aggiunta: “di san Benedetto” è del Colonna; e pertanto l’abate Giovanni può identificarsi in quel Giovanni abate (detto, nel documento, “padre nostro”) al cui monastero, da poco fondato in Salerno, il principe Gisulfo I fece nel novembre 950 una donazione di terra demaniale, “quae est hiscla ubi due flumina dicitur acto lucaniano”, con la chiesa di santa Maria (24): proprio nei pressi della località in cui di lì a qualche anno avverrà il ritrovamento.”. L’Acocella, a p. 22, nella nota (21), postillava che: “(21) Cfr. ad esempio D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania (con glossario), Napoli, 1827, Appendice p. IX e ssg.; G. Racioppi, op. cit., II, p. 98, 99, n. 2; G. Senatore, La cappella di S. Maria sul Monte della Stella nel Cilento, Salerno, 1895, p. 9 e sgg. e 24; M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, 1904, p. 43 sgg.; C. Carucci, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti etc., Salerno, 1923, p. 177, sgg.”. L’Acocella, a p. 23, nella nota (22), postillava che: “(22) Cod. Dipl. Cav., I, p. 253, sgg. (a. 957).”. L’Acocella, a p. 23, nella nota (23), postillava che: “(23) C.D.C., II, 263 sgg. (a. 989).”. L’Acocella, a p. 23, nella nota (24), postillava che: “(24) CDC, I, 232.”. E’ interessante ciò che scrisse l’Acocella quando dice che: Disse il Di Meo di non aver da altra fonte notizie di Giovanni, abate di san Benedetto.” e aggiunge che: “Ma l’aggiunta: “di san Benedetto” è del Colonna;”. Infatti, il Di Meo, a p. 337, aggiunge che: “3. ….e di incerta fede; Si dice Abbate di S. Benedetto ‘Giovanni’. Questo non possiamo rifiutarlo, benchè altronde non ne abbiamo notizia. L’Annalista di questo Monistero ce ne diede tutti i Prepositi, e poi gli Abbati.”. Dunque, l’Acocella scriveva che il Di Meo aggiungeva nella sua frase “Giovanni, abate” di san Benedetto perchè questa cosa l’aveva scritta il cardinale Marsili-Colonna. Infatti, Alessandro Di Meo (….), nel suo “Annali Critici-diplomatici del Regno di Napoli dalla mezzana età etc…”, nel vol. V parlando dell’“Anno di Cristo 950, Ind. VIII, F”, a p. 337, in proposito scriveva che: “Alla nuova alba, il Vescovo postosi sulle spalle il santo Corpo lo portò ‘ad Castrum, cui ‘Caput Aquea’ (Capaccio) nomen erat; ed accorso tutto il popolo, fu riposto nella Chiesa di S. Maria, ‘in qua et Episcopalis Cathedra constituta erat’ (quivi di già trasferita da Pesto). A tal notizia il Principe Gisolfo spedì con due lettere a Capaccio Giovanni, Abbate di S. Benedetto di Salerno, ed altri con esso, ordinando, che il S. Corpo dovesse trasferirsi a Salerno.”.

Nel novembre del ‘950, il principe Gisulfo donò la chiesa di ‘S. Maria di Hodigitria’ a Capaccio, al suo confessore, Giovanni, abate del monastero di San Benedetto di Salerno

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 514 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, in proposito scriveva che: “SAN MATTEO ad duo flumina. Nei documenti sempre S. Matteo ad duo flumina. Università autonoma fino all’abbandono dell’abitato” e, poi a p. 514 prosegue scrivendo: “…., salpando dal porto di Velia, di trasportare in Oriente, e forse addirittura a Bisanzio, le preziose reliquie. Riuscito vano ogni suo tentativo – improvvisi marosi lo respingevano sempre a riva –  “in ecclesia que non longe a cella illius sita erat sacratissimum abscondit thesaurum” (2).”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Probabilmente Attanasio era un religioso che curava la chiesa che i primi monaci giunti nel luogo avevano dedicato ‘sancte dei genitricis virginis marie’, di cui nel diploma di Gisulfo I (CDC, I, 179, novembre 950 – o 951 ? – IX, Salerno), sita nella “hiscla”, nell’isola di terreni – la golena donata era estesa quattro miglia di lato e perciò comprendeva gli stessi ruderi di Velia – donata dal principe al suo confessore (“patri nostro”) Giovanni, abate del monastero di S. Benedetto e probabilmente da lui ricostruita (nel diploma si parla di ruderi della chiesa).”. Dunque, Ebner, nella nota (2) postillava che il monaco Attanasio, probabilmente curava la chiesetta “ad duo flumina” dedicata alla ‘sancte dei genitricis virginis marie’ , chiesetta “la “ecclesia vetusta dei genitricis virginis marie”, cioè l’antica chiesa di S. Maria di Odigitria dei monaci greci costruita nel luogo alla confluenza dei due fiumi (Alento e Palistro), etc..(nel diploma si parla di ruderi della chiesa).”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 27- 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, in proposito scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del principe Gisulfo I del 950.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, etc..’, a p. 27, scriveva che: Da qui, per volere del principe Gisulfo I e con fastose cerimonie vennero poi traslate (6 maggio 954) nell’aula salernitana, allora dedicata alla Vergine Maria. La narrazione è troppo interessante e circostanziata perché tralasci di trascrivere, sia pure in nota, i brani più significativi (5). Da essi si rileva che intorno al 978 era noto all’autore della ‘Translatio’ (6), per averlo certamente constatato di persona, che “in Lucania partibus”, e cioè nell’omonimo gastaldato (nel Mille corrispondeva, più o meno, al territorio della diocesi pestana)(7) e propriamente “ut balneum quod in locis antiquitus extructum fuit” era, “ad sinistram partem” una “potentis viri domus”. Nell’ambito di quella villa, alcuni “religiosi homines (…) ecclesiam statuerunt” per deporvi, in un “tumulum” appunto le reliquie dell’apostolo Matteo. Ivi per “longa tempora curricula quiescens”, l’evangelista mostrava la sua presenza ai fedeli con molti miracoli, come credo possa interpretarsi la frase “multarum ibi per dei gloriam peregit signa virtutem”. Persino con l’impedire ad Attanasio di trasferire altrove le sacre spoglie e di compiere ancora altri prodigi durante la traslazione a Capaccio (v. a Rutino).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 35, in proposito scriveva che: “Delle laure fondate in quei tempi è tuttora memoria nei toponimi dei paesi che colstellano il territorio (li Lauri, Laureana, Laurino, ecc…) ubicati in località dove la natura dei terreni favoriva il lavoro manuale cui i monaci erano tenuti in base ai precetti di S. Basilio di Cesarea e di S. Teodoro Studita. Di questa loro presenza nei gastaldati di Lucania e di Laino vi è traccia nella donazione (71) di Gisulfo I del 950 a “Johanni padri nostro”, confessore, dell'”hiscla ubi due (sic) flumina dicitur acto lucaniano in qua ecclesia vetusta dei genitricis virginis marie sita est”; etc…”. Ebner, vol. I, a p. 35, nella nota (71) postillava: “(71) CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno, Si noti il “vetusta”.”. Ebner, a p. 41, in proposito scriveva pure che: “La concessione cui abbiamo accennato ‘ad duo flumina’ è importante, in quanto ci informa della presenza in quella zona di presbiteri (o monaci?) con “cura animarum”. Una parte di questa tenuta fu alienata dal vescovo Pando nel 977, etc…”. La chiesetta, probabilmente eretta dai primi monaci giunti nel luogo (di cui si è investigato più volte), fosse posta, molto probabilmente, alla confluenza dei due fiumi Alento e Palistro, non distante da un piccolo approdo. Dunque, una chiesetta esistente già ai tempi del Principe longobardo Gisulfo I. La piccola chiesetta,  nel novembre 950 (o 951 ?), quattro anni prima che accadesse il rinvenimento delle spoglie del santo, era stata donata dal Principe Gisulfo I al suo confessore, Giovanni, abate del monastero di S. Benedetto di Salerno. Scrive l’Ebner che l’abate Giovanni, abate del monastero di S. Benedetto di Salerno, molto probabilmente, in seguito alla donazione del principe longobardo la fece ricostruire o ristrutturare. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, in proposito alla villa della gens Gavinia, a p. 731 scriveva pure che: “Il più antico documento scritto medievale pervenutoci che dica del luogo è il diploma di Gisulfo I (a. 950) (44) a “Johanni abbati nostri”, di cui si è accennato. Il principe “pro amore omnipotentis dei et salute anime nostre per rogum domne gaitelgrime dilecte matrix nostra”, donò al suo confessore, abate di S. Benedetto di Salerno la “ecclesia vetusta dei genitricis virginis marie”, cioè l’antica chiesa di S. Maria di Odigitria dei monaci greci costruita nel luogo alla confluenza dei due fiumi (Alento e Palistro), dove poi il monaco Attanasio trasferì dalla basilica paleocristiana di Velia i sacri resti dell’apostolo ed evangelista Matteo.”. Ebner, a p. 731, nella nota (44) postillava: “(44) CDC, I, 179, novembre a. 950, XI, Salerno: ‘terras pertinentis sacri nostri palatii que est hiscla ubi due flumina dicitur acto lucaniano in qua ecclesia vetuste dei genitricis virginis marie sita est’.”. Ebner scriveva: è il diploma di Gisulfo I (a. 950) (44) a “Johanni abbati nostri”, di cui si è accennato.”. Infatti, Ebner, lo accennava a p. 724 dove scriveva che: “Del resto, una chiesa cattedrale  fu sempre poi a Velia: ne rimane traccia nei tre scalini e nel tronetto di quella attuale (verrà adibita a museo), indubbiamente ricostruita (XIX secolo) su altra più antica, come testimoniano due magnifici capitelli medievali e un’epigrafe (31); chiesa sempre attigua al tempio massimo, perciò dedicato a divinità femmnile, e intitolato alla Vergine Maria, come mi pare di poter ragionevolmente dedurre dallo stesso diploma di Gisulfo I (32). La località divenne poi meta di monaci greci, sfuggiti alla furia iconoclastica, che s’irradiarono nel territorio dell’odierno Cilento (33).”. Ebner, a p. 724, nella nota (32) postillava che: “(32) CDC, I, 179, novembre a. 950, Salerno: ‘ecclesia sancte dei genitricis virginis marie’. Cfr. Ebner, Agricoltura, cit., p. 62.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49 riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: La “Translatio” non dice a quale distanza dal luogo del ritrovamento fosse l'”habitaculum” ove il monaco Attanasio viveva con la madre, ed ove egli trasportò a spalle la reliquia: ma dice una “cella” di lui, non si comprende bene se lo steso “habitaculum” ovvero, come parrebbe, un altro abituro, si trovava “non longe” dalla chiesa ove egli depose la reliquia stessa, dopo che per la secolda volta era stato respinto a terra nel vano tentativo di portarla per via mare, partendo da quel porto, cioè dal porto velino nell’estuario dell’Alento.”. L’Atenolfi (….), nella nota (216), a p. 49, postillava che: “(216) Regula, cap. I.; cfr. Borgia “Mem. ist. ecc. di Benevento”, 1763, I.354 e segg.”. Dunque, l’Atenolfi, a p. 49 prosegue scrivendo: “La chiesa come s’è detto era nella contrada “ad duo flumina” così chiamata per la vicina confluenza del Palistro con l’Alento, sulla riva destra di quest’ultimo nella pianura sotto Velia detta la “subarce”, e si trovava poco lontana dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di San Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola nella “Translatio”, là dove sorse più tardi l’abbazia di Santa Maria di Torricella (217). Etc…”. L’Atenolfi, a p. 49, nella nota (217) postillava: “(217) Codice Diplom. Cavense. I.232 a. 950; cfr. Dom. Ventimiglia “Notizie del Castello dell’Abate e dei suoi casali nella Lucania” Napoli, Reale, 1827, pp. XXXII, XXXVI; Genn. Senatore “La Cappella di S. Maria sul monte della Stella nel Cilento” Salerno, Iovene, 1895, docc. XIX, XX.”. L’Atenolfi scriveva che la chiesetta, detta “ad duo flumina” e “subarce”, di cui forse, scrive l’Atenolfi, doveva essere suo custode il monaco Attanasio, non si trovava molto lontana dalle proprietà concesse dal Principe longobardo all’abate Giovanni, dell’Abbazia bendettina di Santa Maria di Torricella (217) dell’Ordine di San Benedetto. Sulla chiesetta “ad duo flumina”, che dipendeva dal vescovo pestano Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50 in proposito scriveva pure che: “Ancora alla Diocesi pestana apparteneva la chiesa un secolo dopo, nel 1054, quando il vescovo Amato rinunziò per cinque libbre d’argento ai diritti della curia, in favore di Teodora di Tuscolo figlia di Gregorio “console e duce dei Romani” e nipote di papa Benedetto IX°. Questa, vedova di Pandolfo di Salerno, conte di Capaccio e signore di quei luoghi, aveva ricostruita la chiesa stessa “a nuovo fundamine” nel centenario del ritrovamento, in espiazione forse della morte del marito, massacrato insieme al fratello Guaimario V° principe salernitano, durante la rivolta suscitata in Salerno dagli amalfitani nel 1052 (218).. L’Atenolfi, a p. 50, nella nota (218) postillava: “(218) v. Ventimiglia, op. cit., App. VI.”. Sulla chiesetta “ad duo flumina” ha scritto pure Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “La chiesa di San Matteo ‘ad duo flumina’ (688) sembrerebbe rientrare nel circuito di fondazioni religiose che la famiglia dei principi longobardi di Salerno realizza, tra la fine del X e l’XI secolo, nelle terre del Cilento. La prima notizia della cappella, però, risale alla discussa ‘charta libertatis’ che Gregorio VII emana nel 1073, confermando all’abbazia cavense della SS. Trinità una serie di monasteri e chiese, ‘in cilento monte posita’, tra i quali compare anche il cenobio ‘Sancti Mathei ad duo flumina’ (689).”. La Visentin, a p. 155, nella nota (688) postillava: “(688) Il Venereo la ricorda come ‘l’ecclesia parrocchialis S. Mathei ad duo flumina in Lucania….matrix oppidi Casalicii, olim etc…, cfr. Venereo, Dict., vol. II, pp. 231, 434 e talvolta la confonde con la cappella di S. Matteo ‘sub arce’ di Capaccio, cfr. Venereo, Dict., vol. I, p. 183; vol. II, pp. 434, 491. Sulla scia del Venereo anche G. Talamo Atenolfi, I testi madievali degli atti di S. Matteo etc…, cit., p. 49 confonde le due cappelle di S. Matteo, scrivendo: “La chiesa (nella quale il monaco Attanasio pose la reliquia di san Matteo nel 954) era nella contrada “ad duo flumina”…..pianura sotto Velia detta “subarce”, e si trova poco lontano dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di san Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola della ‘translatio’, là dove sorse più tardi l’abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232). Dal racconto della Translazio parrebbe che….etc…etc….Circa due decenni più tardi, nell’aprile 1072 (219), per disposizione di Gisulfo II° ultimo principe longobardo salernitano, la chiesa col circostante territorio fu donata alla congregazione benedettina cavense, che vi costituì l’abbazia di San Matteo “ad duo flumina”, etc…”.”. Dunque, la Visentin fa notare che a Capaccio vi era una cappella “subarce” di S. Matteo che fu donata da Gisulfo I, come è stato scritto all’inizio, all’abate Giovanni del monastero salernitano di S. Benedetto. La Visentin fa notare che l’Atenolfi la confuse con la cappella dove il monaco Attanasio traslò le spoglie di S. Matteo che, non si trovava a Capaccio ma si trovava a Casalicchio. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: “All’autore della ‘Traslatio’ (si propende per lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (a. 954 traslazione dei resti dell’apostolo da Velia a Capaccio e poi a Salerno)(29).”. Ebner, a p. 724, nella nota (29) postillava: “(29) P. Ebner, Dei follari di Gisulfo I e della Schola Salerni, “Bollettino Circol. numis. napol.”, 1962, p. 28 sgg.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: “Certo è che Velia era diocesi già dal 500 d.C., come è certo che in età longobarda (30) (lo si desume da un diploma del 950) il luogo era noto solo per la chiesa “ai due fiumi”, etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, nel 1973, a p. 27, scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del Principe Gisulfo I del 950.. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: Del resto, una chiesa cattedrale  fu sempre poi a Velia: ne rimane traccia nei tre scalini e nel tronetto di quella attuale (verrà adibita a museo), indubbiamente ricostruita (XIX secolo) su altra più antica, come testimoniano due magnifici capitelli medievali e un’epigrafe (31); chiesa sempre attigua al tempio massimo, perciò dedicato a divinità femmnile, e intitolato alla Vergine Maria, come mi pare di poter ragionevolmente dedurre dallo stesso diploma di Gisulfo I (32). La località divenne poi meta di monaci greci, sfuggiti alla furia iconoclastica, che s’irradiarono nel territorio dell’odierno Cilento (33).”. Ebner, a p. 724, nella nota (32) postillava che: “(32) CDC, I, 179, novembre a. 950, Salerno: ‘ecclesia sancte dei genitricis virginis marie’. Cfr. Ebner, Agricoltura, cit., p. 62.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, a pp. 448-449, parlando del villaggio di Rutino, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ebner, Storia, p. 27 sgg., anche per la bibliografia. Almeno un anno prima della traslazione disposta dal principe Gisulfo I che volle ricordare il grande evento con un follaro (D/. S. Matteo nimbato tra le lettere S e M), ancora posto tra le incerte salernitane, ma senz’altro di quel sovrano e nel 954 (Cfr. P. Ebner, ‘Sui follari di Gisulfo I e sulla Scola Salerni’, stà in “Bollettino Circ. Numismatico Napoletano”, 1962). Nella cattedrale antica di Capaccio è ancora visibile la grande urna che aveva contenuto i sacri resti dell’apostolo.”

Nel ‘954, a Rutino, dove il clero ed il vescovo pestano Giovanni I sostò e dimorò

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, a pp. 448-449, parlando del villaggio di Rutino, ritorna sull’argomento e scriveva in proposito che: “Prima notizia del villaggio nel leggendario racconto della traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio nel 953 (1). Narra la tradizione che alcuni di quelli che trasportavano le reliquie, superata l’erta salita di Rutino avessero manifestato il desiderio di bere e che miracolosamente fosse apparsa una fonte (2) che il Magnoni (3) dice era detta “fin’oggi il fonte di S. Matteo”. A ricordo dell’evento i locali eressero poi, come a Capaccio, una cappella dedicata all’apostolo (ora nel cimitero di Rutino).”. Ebner, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ebner, Storia, p. 27 sgg., anche per la bibliografia. E’ da presumere che la traslazione dei sacri resti, dopo il rinvenimento a Velia (Sermo venerabili Paulini: Cod. Casinensis 101, 385-386 e ‘In traslatione sancti Mathei apostoli et evangeliste: Cod. Casinensis 101, 386-397) nella cattedrale di S. Maria di Capaccio, da parte del vescovo Giovanni, “qui in illo tempore sedis pestane presularum tenebat”, fosse avvenuta almeno nel 953. Almeno un anno prima della traslazione disposta dal principe Gisulfo I che volle ricordare il grande evento con un follaro (D/. S. Matteo nimbato tra le lettere S e M), ancora posto tra le incerte salernitane, ma senz’altro di quel sovrano e nel 954 (Cfr. P. Ebner, ‘Sui follari di Gisulfo I e sulla Scola Salerni’, stà in “Bollettino Circ. Numismatico Napoletano”, 1962). Nella cattedrale antica di Capaccio è ancora visibile la grande urna che aveva contenuto i sacri resti dell’apostolo.”. Ebner, a p. 449, nella nota (2) postillava: “(2) Ebner, Storia etc.., op. cit., p. 28, n. 73.”. Ebner, a p. 449, nella nota (3) postillava: “(3) P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, P. 69.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 51, in proposito scriveva che: “Ma soprattutto, chi dalla chiesa della deposizione della reliquia dell’Evangelista, cioè da San Matteo “ad duo flumina” risale le alture verso Rutino, località attraversata come vedremo dalla reliquia stessa, e si dirige a Capaccio, segue un percorso che è tutto in riva destra dell’Alento, né ha bisogno di passare il fiume che dal tratto di “duo flumina” non sarebbe neppure guadabile. Ora, che fin dall’età antica il percorso della via pubblica etc…”. Sempre l’Atenolfi, a p. 53, in proposito scriveva pure: “Si è insistito in questi particolari sul percorso della reliquia da “duo flumina” a Capaccio perché da essi emergono altresì la precisione e l’attendibilità della “Translatio”, le quali rimangono altresì confermate dal racconto della sosta a Rutino. Non è dubbio, infatti, e a la tradizione tuttora ne perdura, che la chiesa di San Pietro Apostolo ove la reliquia dell’Evangelista pernotta il clero Pestano, è la “ecclesia Sancti Petri in casali Rodiliani” di cui è menzione anche nel XVI° secolo (234), che fu parrocchiale del casale della Ruta, ancora così indicato quale abitato prossimo a Rutino nelle mappe dell’800 (235), ed adesso è racchiusa nel recinto del camposanto di Rutino. In commemorazione del transito della reliquia, Rutino ebbe anche una chiesa di San Matteo scomparsa, la “ecclesia Sancti Matthaei de Ruticino” che appare di collazione cavense in un atto del 1092 (236).”. L’Atenolfi, a p. 53, nella nota (236) postillava: “(236) Guillaume, op. cit., Append. LXXXVI; D. Ventimiglia, op. cit., sub vocab.”.

Nel ‘954, la chiesa di Santa Maria di Odigitria ‘ad duo flumina’, a Casalvelino

Da Wikipedia leggiamo che il corpo del santo, fu rinvenuto nei pressi di una fonte termale dell’antica città di Parmenide (Velia) e, le spoglie furono portate dallo stesso Attanasio presso l’attuale chiesetta di San Matteo a Casal Velino. Il modesto edificio dalla semplice facciata a capanna presenta, alla destra dell’altare, l’arcosolio, dove secondo tradizione furono depositate le sacre reliquie del Santo. Un’iscrizione latina piuttosto tarda (XVIII sec.), incastonata sul lato corto dell’arcosolio, ricorda l’episodio della traslazione; successivamente le ossa furono portate presso il Santuario della Madonna del Granato in Capaccio-Paestum. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, nel 1973, a p. 27, scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del Principe Gisulfo I del 950.. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, in proposito scriveva che: “Fino a poco tempo fa, però, mancava ogni documentazione sull’effettiva ubicazione del sepolcro. Del rinvenimento a Paestum e sulle rive dell’odierno Casalvelino marina dissero cronisti e scrittori. A Casalvelino l’ubicarono nei pressi dell’approdo, dove i benedettini di Cava avevano costruito (o ricostruito) una chiesetta dedicandola all’apostolo (ancora nella proprietà Lista), ora piuttosto distante dal mare che continua ad arretrare.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 518-519, in proposito scriveva che: “Del territorio della chiesa e del villaggio di S. Matteo è menzione nei documenti come tenimento a sé (19), benché esso venga poi descritto unito a quello del villaggio di S. Giorgio e S. Zaccaria nel 1187, quando la Badia già aveva realizzato il disegno di riunirli in un unico complesso fondiario, essendo diventata proprietaria dei beni patrimoniali posseduti un tempo ivi da Guaimario V e dai suoi fratelli. L’ipotesi del Ventimiglia, circa il sorgere dell’abitato di Casalvelino, non chiarisce affatto l’ubicazione del villaggio che è fuorviata dal toponimo odierno S. Matteo dato per estensione al terreno dov’è l’odierna cappella. L’abitato non poteva essere qui, anche perchè la chiesa in quei tempi era ancora più vicina al mare dell’attuale, e propriamente, nei pressi dell’approdo di S. Matteo, uno dei cinque porti del distretto di Cilento di proprietà dell’Abbazia. Al mare giungeva solo il suo territorio, come si legge in un documento (v. oltre). L’esame dei documenti induce ad ammettere che la chiesa di S. Matteo doveva essere ubicata dopo la confluenza dei due fiumi e del mare.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 47, in proposito scriveva che: “La località ci è designata da Ugo di Venosa dal quale si desume essere stata a “duo flumina” nell’agro eleate la chiesa della prima deposizione della reliquia ove ai tempi dello scrittore, nel secolo XII°, già sorgevano l’abbazia ed il casale di San Matteo (207).”. L’Atenolfi, a p. 47, nella nota (207) postillava: “(207) “Vitae quatuor priorum abbatum Cavensium” RR.II.SS. VI.V p. 22 e “In vita S. Petri Abb.” ms. membr. 24 ff. 20 Arch. Caven. (Cfr. Guillaume “Abbay de Cava” 1877 p. 440): S. Pietro 3° abate cavense (1079-1122) si reca nell'”Eccl. B. Ap. et Evang. Mathei, que in Lucano litore circa vetus eius sepulcrum sita est”.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a pp. 27-28, in proposito scriveva pure: “Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “qui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): etc..”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, nella nota (72) postillava che: “(72)….La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sub arce), in località duo flumina (P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”.”La notizia proviene da Domenico Ventimiglia (….), che nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg., pubblicava il documento ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054. Ebner scrive pure che La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sub arce), in località duo flumina”, come, ad esempio ha scritto P. Fedele (….), nel suo “Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno”, pubblicato in “Archivio Reale della Società romana di Storia Patria”, v. XXVIII, p. 5. o, come ha scritto pure Mattei Cerasoli (….), nel suo “……………………..”, a p. 22, nota (20) e, come lo stesso Ebner fece osservare nella Rivista Storica Salernitana …………………….. Sempre l’Ebner, nella nota (72) a p. 28 postillava che: La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26 e ssg., in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di una “thesaurus magnus”, i sacri resti dell’apostolo e primo evangelista Matteo, rinvenuti a Velia dal monaco Attanasio e poi traslati a Capaccio (a. 954) da cui vennero poi con solenni cerimonie trasferiti a Salerno, nella cattedrale allora dedicata alla Vergine Maria (52).”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49 riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: “La chiesa come s’è detto era nella contrada “ad duo flumina” così chiamata per la vicina confluenza del Palistro con l’Alento, sulla riva destra di quest’ultimo nella pianura sotto Velia detta la “subarce”, e si trovava poco lontana dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di San Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola nella “Translatio”, là dove sorse più tardi l’abbazia di Santa Maria di Torricella (217). Dal racconto della “Translatio” parrebbe che la chiesa della deposizione fosse stata affidata al monaco Atanasio dal vescovo pestano Giovanni, dal quale la chiesa dipendeva, sì che questi direttamente vi si reca nel giungere in luogo e vi convoca il rettore.”. L’Atenolfi, a p. 49, nella nota (217) postillava: “(217) Codice Diplom. Cavense. I.232 a. 950; cfr. Dom. Ventimiglia “Notizie del Castello dell’Abate e dei suoi casali nella Lucania” Napoli, Reale, 1827, pp. XXXII, XXXVI; Genn. Senatore “La Cappella di S. Maria sul monte della Stella nel Cilento” Salerno, Iovene, 1895, docc. XIX, XX.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50, in proposito scriveva che: “”Ancor oggi giorno”, scriveva sul cadere del secolo XVIII° un mediocre storico locale, il Magnoni, “nelle festività del santo, grande concorso vi è di quei popoli circonvicini” (220) intorno alla cappella tuttora di collocazione dell’abbazia cavense che, ultimo residuo della chiesa teodoriana e del fiorente monastero, racchiude in piccolo spazio l’arcosolio sotto il quale è fama fosse deposta la reliquia dell’Evangelista, ed un’iscrizione forse settecentesca in rozzi caratteri vi ripete l’errore cronologico del Marsili Colonna. Questa, ritrovata fra i ruderi della cappella rialzata intorno al 1856 dall’Abate Cavense D. Onofrio Granata, è incisa su una pietra di evidente carattere sepolcrale, al centro della quale, è ben visibile la “fenestrella confessioni”, e dovè perciò ricoprire la sepoltura dell’Evangelista. Poco lungi è la marina, detta ora di Casalvelino, ove venne respinta dal mare la reliquia perché posasse in terra salernitana.”. L’Atenolfi scriveva che la chiesetta, detta “ad duo flumina” e “subarce”, di cui forse, scrive l’Atenolfi, doveva essere suo custode il monaco Attanasio, non si trovava molto lontana dalle proprietà concesse dal Principe longobardo all’abate Giovanni, dell’Abbazia bendettina di Santa Maria di Torricella (217) dell’Ordine di San Benedetto. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 51, in proposito scriveva pure che, in seguito alla donazione del principe di Salerno Gisulfo II, sul luogo dove sorgeva la piccola chiesetta in cui il monaco aveva traslato le ossa del Santo sorse: “….chi dalla chiesa della deposizione della reliquia dell’Evangelista, cioè da San Matteo “ad duo flumina” dunque, la chiesa di San Matteo “ad duo flumina” che si trovava proprio nel luogo dove in seguito sorgerà l’Abbazia di San Matteo “ad duo flumina”. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a p. 155, nella nota (688) postillava: “(688) Il Venereo la ricorda come l”ecclesia parrochialis S. Mathaei ad duo flumina in Lucania matrix oppidi Casalicii, olim matrix casalix S. Mathaei ad duo flumina, cum monasterio sun titulo prioratus et custodiae’, cfr. Venereo, Dict., vol. II, pp. 231, 434 e talvolta la confonde con la cappella di S. Matteo ‘sub arce’ di Capaccio, cfr. Venereo, Dict., vol. I, p. 183; vol. II, pp. 434, 491. Sulla scia del Venereo anche G. Talamo Atenolfi, …….p. 49 confonde le due cappelle di S. Matteo, scrivendo “La chiesa come s’è detto era nella contrada “ad duo flumina” così chiamata per la vicina confluenza del Palistro con l’Alento, sulla riva destra di quest’ultimo nella pianura sotto Velia detta la “subarce”, e si trovava poco lontana dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di San Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola nella “Translatio”, là dove sorse più tardi l’abbazia di Santa Maria di Torricella (CDC I, 232). Dal racconto della “Translatio” parrebbe che la chiesa della deposizione fosse stata affidata al monaco Atanasio dal vescovo pestano Giovanni, dal quale la chiesa dipendeva, sì che questi direttamente vi si reca nel giungere in luogo e vi convoca il rettore. Etc…”. La Visentin, a p. 157, in proposito scriveva che: “…, il cui nucleo propulsore è costituito dalla chiesa di San Matteo (696), sorta sul punto di confluenza dell’Alento con il Palistro (697) e cardine intorno al quale ruotano, probabilmente, anche le vicende delle altre due obbedienze cavensi di san Zaccaria e San Giorgio. La cappella appare circondata da un territorio etc…”. La Visentin, a p. 157, nella nota (696) postillava che: “(696) La tradizione vuole che la chiesa abbia ospitato il corpo dell’apostolo ed evangelista Matteo prima del solenne trasferimento nella basilica vescovile di Capaccio e, successivamente, all’interno della città di Salerno. Cfr. Venereo, Dict., vol. II, p. 231, ‘Lib. de vitis sanctorum patrum cavensium’ car. 20 e Domenico Ventimiglia (…), nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania’, nel 1827, parlando di ‘Casalicchio’, a pp. 43-44 e sgg., scriveva in proposito che: “….dove l’Alento si unisce all’altro fiume, che da Ceraso discende, e poi si scarica verso nel mare presso Velia fu il luogo del ritrovamento del corpo di S. Matteo (e), ed ivi era il Porto di cui si parla nè più volte citati Istrumenti del 1186 e 1187, e ivi si edificò la Chiesa, il Monastero, ed il Casale, che di S. Matteo ‘ad duo Flumina’ si nominarono. Quantunque non in gran lontananza fra di loro, non però furon gli stessi, il Casale di S. Matteo e quello di Casalicchio, ma l’uno dall’altro distinti, e ben diversi, e molto meno la chiesa di quello poté divenire di questo la matrice….solo sembra potersi dire che i tenimenti di san Matteo ‘ad duo flumina’, di San Giorgio, e di san Zaccaria uniti insieme abbiano poi formato il territorio di Casalicchio”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 514 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, in proposito scriveva che: “SAN MATTEO ad duo flumina. Nei documenti sempre S. Matteo ad duo flumina. Università autonoma fino all’abbandono dell’abitato” e, poi a p. 516 prosegue scrivendo: “Fino a poco tempo fa, però, mancava ogni documentazione sull’effettiva ubicazione del sepolcro. Del rinvenimento a Paestum e sulle rive dell’odierno Casalvelino marina dissero cronisti e scrittori. A Casalvelino l’ubicarono nei pressi dell’approdo, dove i benedettini di Cava avevano costruito (o ricostruito) una chiesetta dedicandola all’apostolo (ancora nella proprietà Lista), ora piuttosto distante dal mare che continua ad arretrare.”. Ebner, a pp. 515-516 scriveva che: “e di compiere ancora altri prodigi durante la traslazione a Capaccio (v. a Rutino).”. Inoltre, Ebner, a p. 518, nella nota (18) postillava: “(18) Forse è opportuno tentare di chiarire la vera ubicazione del territorio di S. Matteo con il suo abitato. Il Ventimiglia (c. 44) aveva avvalorati gli elementi traditi secondo cui l’abbandono da parte di alcune famiglie dei illaggi di S. Matteo, di S. Giorgio e di S. Zaccaria avevano costituito il primo nucleo del futuro abitato di Casalicchio. Egli poi aveva preso il Di Meo etc…per avere ubicato i “due fiumi” a Paestum, dove si sarebbe costtuita la “Parrocchia e Monastero di S. Matteo, matrice di Casalicchio”. D. Ventimiglia, riferendosi alle ricerche paterne (F. A. Ventimiglia, etc..) spiegò che i resti dell’Apostolo erano stati rinvenuti appunto ‘ad duo flumina’, dove “era il porto di cui si parla nei più volte citati istrumenti del 1186 e del 1187, e vi si edificò la chiesa, il Monastero ed il casale che di San Matteo ‘ad duo flumina’ si nominarono”.”. Infatti, Domenico Ventimiglia (…), nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania’, nel 1827, parlando di ‘Casalicchio’, a pp. 43 e sgg., scriveva in proposito che: “….dove l’Alento si unisce all’altro fiume, che da Ceraso discende, e poi si scarica verso nel mare presso Velia fu il luogo del ritrovamento del corpo di S. Matteo (e), ed ivi era il Porto di cui si parla nè più volte citati Istrumenti del 1186 e 1187, e ivi si edificò la Chiesa, il Monastero, ed il Casale, che di S. Matteo ‘ad duo Flumina’ si nominarono. Quantunque non in gran lontananza fra di loro, non però furon gli stessi, il Casale di S. Matteo e quello di Casalicchio, ma l’uno dall’altro distinti e ben diversi.”. Inoltre, Ebner, a p. 518, nella nota (18) postillava: “(18) Forse è opportuno tentare di chiarire la vera ubicazione del territorio di S. Matteo con il suo abitato……Il Mazziotti (cit., p. 81), ….., egli scrive, “per molti anni vi furono deposte le spoglie dell’apostolo Matteo” poi trasportate a Capaccio e di là a Salerno e deposte, seguendo ancora il Ventimiglia, nella chiesa di S. Maria degli Angeli. Chiesa inesistente in quei tempi a Salerno, a meno che il Ventimiglia non abbia voluto riferirsi al titolo della cattedrale che in quel tempo era dedicata “dei genitricis virginis marie”. Chiesa poi detta “sancti matthei”, già dopo il 954 e definitivamente dopo la costruzione della monumentale cattedrale voluta da Roberto il Guiscardo.”. Infatti, il Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 81 parlando del casale di “Casalicchio”, in proposito scriveva che: “Casalvelino. Nella pianura sottostante alla borgata di questo nome e propriamente nel luogo, ove il torrente Fiumicello sbocca nell’Alento, era nel quarto secolo una chiesa rimasta celebre negli annali ecclesiastici, perchè per molti anni vi furono deposte le spoglie dell’apostolo S. Matteo…..Nell’anno 954, etc…, ….., ma il principe Gisulfo II inviò Giovanni, abate del monastero di San Benedetto, a Capaccio, e le fece con grande pompa e solennità trasportare in Salerno, riponendole in una chiesa dedicata a Santa Maria degli Angeli, da cui poi nel 1080 passarono nel Duomo di Salerno.”. Il Mazziotti, sulla scorta del Ventimiglia scriveva che, l’abate Giovanni portò le spoglie del Santo a Salerno e le depose nella chiesa di S. Maria degli Angeli, di cui, però l’Ebner dice non esistente a Salerno in quel periodo. Tuttavia, dobbiamo pure segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Acocella dunque, riferendosi al rinvenimento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, scriveva che si trattava di “invenzione” e che essi furono rirovati in una chiesetta distrutta dai barbari. Tuttavia, riguardo la traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, ne ha parlato Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, che, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, …………….L’Acocella (…), pubblicò parte del codice Vaticano Latino 5001, che riportava il ‘Chronicon Salernitano”. Pietro Ebner, riguardo il ‘Chronicon Salernitanum’, a p. 28, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, scriveva in proposito che: “Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia.”. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto.

Nel 954 d.C., le spoglie di San Matteo, nella chiesa di Capaccio

Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73), postillava pure che: “(73)…..La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sb arce), in località duo flumina. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Ebner scriveva che in seguito alla prima traslazione dei sacri resti dell’apostolo, da parte del monaco Attanasio, la chiesa che ospitò le sue spoglie era stata erroneamente localizzata a Velia. Ebner scriveva che la chiesetta dedicata alla madonna non si trovava a Velia ma essa, da un documento dell’anno 1102 risultava ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”, che si trovava nella Diocesi Pestana e ipendeva da quella di Capaccio. Infatti, Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, a p. 129, parlando di Capaccio-Trentinara, in proposito scriveva del monastero di: “1. San Nicola. ‘Sancti Nicolai de castello Caputaquis.”. La Visentin parlando di questo monastero, a p. 131, riferendosi ad un atto di donazione del settembre 1092, risalente all’Archivio Cavense (AC, C, 33, dicembre 1092 ecc..), in proposito scriveva che: “Vengono menzionate in questa circostanza la chiesa di San Matteo apostolo ‘in loco Caputaquis, ubi sub arci dicitur’ (524) con le terre ‘ubi ad casotta et Sanctum Ianuarium’, i vassalli di Rutino, Trentinara e Capaccio e le proprietà presenti negli stessi territori.”. La Visentin, a p. 131, nella nota (524) postillava: “(524) Nel maggio del 1096 Romualdo, ‘sacerdos et abbas’ della chiesa di proprietà di Gregorio, concede una terra con casa della chiesa di S. Matteo ‘sub arci’, dipendente da S. Nicola, nella città nuova di Capaccio, ad Erberto, ‘filius domini Gregorii’, che pone come fideiussione suo cognato Lamberto ‘ex genere Normannorum’. Il censo pattuito è di 2 tarì all’anno e sarà pagato nel giorno in cui si fa memoria della traslazione ‘beati apostoli et evangeliste Mathei’, cfr. AC, XVI 59. Per la chiesa di S. Matteo si veda anche G. Talamo Atenolfi, I resti medioevali degli atti di san Matteo Evangelista, Roma, 1958, p. 53 etc..”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 53 in proposito scriveva pure che: “Della deposizione della reliquia nella bella cattedrale di Santa Maria Assunta o “del granato”, unico edificio superstite della Capaccio “vecchia” distrutta da Federico II° nell’aprile del 1246 a castigo della rivolta guelfa che vi ebbe il suo epilogo, rimane memoria in un’epigrafe fatta apporre nel secolo XVIII° da Monsignor Nicolai vescovo Caputaquense nel transetto di destra, ove si mostra anche una vasca di pietra che come si afferma con poca verosimiglianza, avrebbe ricevuto il sacro deposito. Anche Capaccio in memoria del transito della reliquia dell’Evangelista ebbe una chiesa di San Matteo, donata nel 1092 a quel monastero di San Gregorio, da Gregorio signore del luogo, figlio di Pandolfo di Salerno e di Teodora di Tuscolo (237).”. L’Atenolfi, a p. 53, nella nota (237) postillava che: “(237) D. Ventimiglia, op. cit., p. 81”.

Nel 1052, “in finibus Salernitanis”, il territorio compreso fra l’Alento ed il Bussento

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidataun esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il ecc…”. Pietro Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, Storia, cit., ed. Economia e Società, cit.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, riferendosi a Guido, fratello di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “…..dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido,….ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino”; Guaimario “terre e castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc….”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno etc…, cit.,  p. 168.”. Sempre sul “sacro Palatio”, l’Ebner ha scritto nel suo “Economia e Società”, vol. I, a p…….Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, riferendosi al principe di Salerno Gisulfo II, in proposito scriveva che: Se il principe avesse posseduto anche i territori oltre l’Alento avrebbe aggiunto al profluvio di donazioni fatte all’abbazia di Cava, dietro consiglio dell’arcidiacono e amministratore della Chiesa Ildebrando di Soana, anche non pochi monasteri e loro dipendenze che erano “in finibus salernitanis”, e cioè nell’odierno basso Cilento.”.

Nel 1054, Teodora di Tuscolo, fattasi monaca, la bolla di Amato, vescovo di Capaccio e, la chiesa ed il monastero di “S. Matteo in duo flumina”, a Casalicchio

In Wikipedia, alla voce “Pandolfo di Capaccio” leggiamo che Pandolfo, il marito di Teodora di Tuscolo, e non Teodora, prima di essere assassinato, nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento (8). Wikipedia nella nota (8) postillava che: “(8) Graham Loud, The Age of Robert Guiscard: Southern Italy and the Northern Conquest, Routledge, 2000, p. 48”Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73) postillava che: “(73) A ricordare l’arrivo a Capaccio delle sacre spoglie, come si fece pure a Rutino (miracolo della fonte) perchè il vescovo Giovanni vi aveva pernottato, la vedova di Pandolfo di Capaccio (era stato ucciso per difendere il fratello principe Guaimario V: a. 1052), fattasi monaca (“Theodora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.). La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sub arce), in località duo flumina (P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Dunque, Ebner, a p. 28, nella nota (73), sulla scorta del  (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.)” postillava che a ricordare l’arrivo a Capaccio, delle sacre spoglie dell’apostolo rinvenute dal monaco Atanasio, fu Teodora di Tuscolo, dopo la morte di suo marito Pandolfo di Capaccio, ucciso per difendere il principe Guaimario V, ella “fattasi monaca (“Theodora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale etc…”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50 in proposito scriveva pure che: “Ancora alla Diocesi pestana apparteneva la chiesa un secolo dopo, nel 1054, quando il vescovo Amato rinunziò per cinque libbre d’argento ai diritti della curia, in favore di Teodora di Tuscolo figlia di Gregorio “console e duce dei Romani” e nipote di papa Benedetto IX°. Questa, vedova di Pandolfo di Salerno, conte di Capaccio e signore di quei luoghi, aveva ricostruita la chiesa stessa “a nuovo fundamine” nel centenario del ritrovamento, in espiazione forse della morte del marito, massacrato insieme al fratello Guaimario V° principe salernitano, durante la rivolta suscitata in Salerno dagli amalfitani nel 1052 (218).. L’Atenolfi, a p. 50, nella nota (218) postillava: “(218) v. Ventimiglia, op. cit., App. VI.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73), sulla scorta di “(P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no.” postillava pure che: “(73)…..La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sb arce), in località duo flumina. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Infatti, la notizia proviene da Domenico Ventimiglia (….), che nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg., pubblicava il documento ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 27- 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, in proposito scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del principe Gisulfo I del 950. Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “qui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): da qui per desiderio di Gisulfo e con fastose cerimonie, vennero poi traslate a Salerno. Etc…”. Dunque, Ebner racconta che le sacre spoglie di S. Matteo furono consegnate dal monaco Attanasio a Giovanni, vescovo della diocesi pestana, la cui sede si trovava a Capaccio. Giovanni trasportò le sacre spoglie dell’apostolo nella sua chesa (73).  Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73) riferendosi a Teodora di Tuscolo e citando la “Bolla di Amato”, vescovo Pestano, postillava che: “(73) …..dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.).”. Della figura di Teodora di Capaccio e della “Bolla di Amato” ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), a. p. 5, in proposito scriveva che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (21), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Fedele, a p. 5, nella sua nota (I) postillava: (I) A. Di Meo, Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, 359, 385.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV.  Come possiamo leggere nell’immagine tratta dal Di Meo (…), l’episodio citato da Ebner (…), ne parla anche Schipa (…), nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), che, a p. 202, nella nota (33), cita la Bolla di Amato, vescovo di Pesto, che ivi pubblichiamo tratta da Alessandro Di Meo (…) che, in ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, a p. 359, riguardo la ‘Bolla di Amato’, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”. Ferdinand Hirsch (…), sulla scorta di Michelangelo Schipa, scriveva in proposito: “Guaimario s’era volto ad estendere nelle altre parti della penisola le aderenze di sua famiglia e le radici di sua potenza, con parentadi ed alleanze. E con tal fine aveva data in consorte a suo fratello Pandolfo, Teodora, figlia di Gregorio, console e duca dei Romani; e stretta lega con Bonifazio, Marchese di Toscana, che, ecc…(33).”. Il Di Meo (…), nel 1802, citando la Bolla del vescovo di Pesto (Paestum) parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”, che corrisponde all’anno 1054, cita la Bolla a cui si riferiva l’Ebner (…), quando scriveva: “Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.”. Infatti, Alessandro Di Meo (…), riporta e cita la ‘Bolla di Amato’, Vescovo di Pesto. Alessandro Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici‘, Napoli, 1802, VII, pp. 359, sulla scorta dell’‘Archivio della Cava’ e dell”’Annalista Salernitano’ (…), parlava di Teodora, e della ‘Bolla di Amato’, citandola nell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” . Il Di Meo (…), nel suo Tomo VII, p. 384 (e non p. 385), parlando dell”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” e, sulla scorta dell”Archivio della Cava’ e dell’‘Annalista Salernitano’ (…), a p. 359, tomo VII parlava ancora di Teodora, questa volta vedova di Pandolfo, in proposito scriveva che: “10. Nell’archivio della ‘Cava’ si ha una Bolla di ‘Amato’ Vescovo di Pesto (finora non conosciuto, e pure lo vedemmo fin dal 1047. e lo vedremo fino al 1058.) in cui dice, che ‘Teodora’ figlia del q. Gregorio Console, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III’. già vestita Monaca in S. Maria, avea dalle fondamenta edificata la Chiesa, e ‘l Monistero di S. Matteo (detto a due fiumi di ‘Casalicchio’) in ‘Subarce’ nè confini di Lucania (cioè Pesto) ed ora la consagra, e rende esente da ogni giurisdizione Vescovile, dando la facoltà all’Abbate, o Custode, che vi sarà posto, e suoi successori, di ordinarvi Preti, e Monaci, far processioni, asperger l’acqua benedetta, avervi cereo, fonte battesimale, battezzare, seppellirvi morti ec. e si prese cinque libbre di argento. Fu presente Giovanni giudice, e si firma il Clero: ‘Anno XII, Pr. D. n. Gisulfi gl. pr. mense Februario, VII indict. Fu poi questo Monistero dato a’ Cavesi. Vi si ha ancora (Arca 86, n. 83) un affitto, che fa Alferio, Abbate di S. Massimo di una casa in ‘Plaja Montis’ di Salerno, vicino la Chiesa di S. Massimo, a ‘Landenolfo* Blasi ha, Landolfo* figlio del q. Godeno, e a Pietro figlio del qu. Costantino: ‘Anno XIII. Pr. D. n. Gisulfi, mense Majo, VII Indict.’ Chierico, Siconolfo Prete, Pandolfo figlio di Pandone, Roffredo figlio di Atenolfo, Pietro figlio di Donneperto, Desigio figlio di Everardo, tutti parenti, unitamente edificarono la Chiesa di S. Severino in Pinnello fuor di Posterola (o sia della porta piccola di S. Benedetto) dicendo, essere stato ciò ordinato loro in una visione. Fu scritto da ‘Sicone’ Prete, e Notaro.”.

Bolla di Amato, vescovo di Pesto

(Fig….) La ‘Bolla di Amato’, tratta da Di Meo (…), p. 359, a. 1054, ind. VII

Dunque, il Di Meo (…), ci parla della ‘Bolla di Amato, Vescovo di ‘Pesto’, in cui si cita “‘Theodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III”. Al di la della questione relativa all’esatta ubicazione della chiesa di Pandolfo, che il Loud (….), scriveva che Pandolfo ne acquistò alcuni diritti versando sei libre d’oro al vescovo Amato di Pesto, come risulta anche dal documento A 35 conservato nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, pubblicato pure nel Codice Diplomatico Cavense, vol. VII, per l’anno 1054 ed in Domenicantonio Ventimiglia (….), nel suo  ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc.’, Napoli, 1827, p. VI sgg., vi è anche la questione relativa alla notizia riportata da Ebner il quale scriveva che Teodora di Tuscolo, dopo la morte del marito (a. 1052), Pandolfo di Capaccio, presumibilmente intorno al 1054 si fece monaca e fece costruire una chiesa dedicata all’apostolo Matteo.

Nel 1072, Gisulfo II donò ?, l’abbazia benedettina di S. Matteo ‘ad duo flumina’ (notizia non vera ?)

Nel 1958 da Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50 in proposito scriveva pure che: Circa due decenni più tardi, nell’aprile 1072 (219), per disposizione di Gisulfo II° ultimo principe longobardo salernitano, la chiesa col circostante territorio fu donata alla congregazione benedettina cavense, che vi costituì l’abbazia di San Matteo “ad duo flumina”, la quale, congiuntamente con quelle di San Zaccaria ai Lauri e San Giorgio “ad duo flumina”, occupò un posto importante nella storia dello straordinario esperimento benedettino di società cristiana, per cui dall’XI° al XIV° secolo da quei cenobi lucani sorse nel Cilento una potente organizzazione monastica con i suoi borghi, le sue fortezze ed i suoi porti, i suoi casali rustici, le sue culture, le sue industrie, la sua regolamentazione economica e civile.”. L’Atenolfi, a p. 50, nella nota (219) postillava: “(219) cfr. Guillaume op. cit. Append. LXXXVI.”. Come, però, più tardi scriverà Pietro Ebner, l’Atenolfi sbaglierà come sbagliava il Mazziotti che si rifacevano ad un passo del Guillaume (….). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 519 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, a p. 518, nella nota (19) postillava: “(19) ABC, B 8, circa 1073, Roma (?). La donazione che il Guillaume (cit. p. 36) attribuisce a Gisulfo non risulta da esplici documenti.”. Riguardo questo punto, molto discusso dalla storiografia, Ebner, a p. 519, nella nota (18) postillava pure: “(18) Il Mazziotti poi, attenendosi al Guillaume (cit. p. LXXV: “S. Mathei ad duo flumina, près Elee, 1073, Gisulfe II prince de Salerne, Perte 1392”) che aveva attribuito a Gisulfo II la donazione alla Badia della chiesa, lo confermò scrivendo che “nel maggio 1072 lo concesse all’abate di Cava”. Ma ciò non è, perchè sia nell’ABC, B 5 del maggio 1072 che nell’altro diploma ABC B 10 del maggio 1073 non è cenno all’anzidetta chiesa.”. Dunque, l’Ebner scriveva che il documento pubblicato dal Guillaume, che lo attribuisce a Gisulfo II, non risulta da espliciti documenti. Il Mazziotti, a p. 82, parlando di “Casalvelino”, in proposito scriveva che: “Presso l’antica chiesa nella pianura di Casalvelino era sorto, ignoriamo in quale epoca, ma probabilmente dopo la scoperta delle reliquie, cioè dopo il 954, un monastero che ebbe lo stesso nome di S. Matteo a due fiumi. Il principe di Salerno Gisulfo II nel lmaggio 1072 lo concesse all’abate di Cava e la concessione fu confermata da papa Gregorio VII nel’anno successivo (1).”. Il Mazziotti, a p. 82, nella nota (I) postillava: “(I) Pubblicato dal Guillaume, Doc. B., pag. III.”. Paul Guillaume (….), nel suo “Essai historique etc…”, a p. 46, in proposito scriveva che: “Si osservano, a questo riguardo, negli Archivi di Cava tre bei diplomi. Con quello del 1072, Gisulfo dona all’abate Leone il territorio di ‘Monte Giulia’ etc…Con quelli del 1073 gli concede o conferma i monasteri di S. Nicola di Serramenzana, di S. Fabiano di Casamastra, di S. Matteo ad duo flumina, etc…(29).”. Il Guillaume, a p. 47, nella nota (29) postillava: “(29) Arc. Magna, B, n. 5, 9 e 10; cfr. Murat., Antiq. Ital., V, col. 790.”. Questo dovrebbe essere il documento secondo cui l’Ebner e la Visentin, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 519 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, a p. 519, nella nota (18) postillava pure: “(18)….Ma ciò non è, perchè sia nell’ABC, B 5 del maggio 1072 che nell’altro diploma ABC B 10 del maggio 1073 non è cenno dell’anzidetta chiesa.”. Sull’abbaglio del Guillaume, che tuttavia trae la notizia dal Muratori, l’Ebner, nella nota (18) postillava pure che: “E’ da presumere che il Guillaume l’abbia ipotizzato  dal fatto che della chiesa è cenno nella bolla di Gregorio VII del 1073 circa, meglio ancora, come egli asserisce, dal ms di pd. Rodolfo e dal ‘Dizionario del Venereo. Questi avevano scritto che Guaimario di Giffoni aveva donato alla Badia  con il asale di Selofone anche il villaggio di S. Matteo ad duo flumina e quello di Massanova. Ma l’unico documento del 1110 (la data è del Mazziotti) e cioè l’ABC, E 13 nulla dice del casale.”. Barbara Visentin, però si esprime a riguardo ma non è esplicita nel negare la notizia di Gisulfo II. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a p. 155, in proposito scriveva che: “La chiesa di San Matteo ‘ad duo flumina’ (688) sembrerebbe rientrare nel circuito di fondazioni religiose che la famiglia dei principi longobardi di Salerno realizza, tra la fine del X e l’XI secolo, nelle terre del Cilento. La prima notizia della cappella, però, risale alla discussa ‘charta libertatis’ che Gregorio VII emana nel 1073, confermando all’abbazia cavense della SS. Trinità una serie di monasteri e chiese, ‘in cilento monte posita’, tra i quali compare anche il cenobio ‘Sancti Mathei ad duo flumina’ (689).”. La Visentin, a p. 155, nella nota (688) postillava: “(688) Sulla scia del Venereo anche G. Talamo Atenolfi, I testi etc…, cit., p. 49. Dal racconto della Translazio parrebbe che….”Circa due decenni più tardi, nell’aprile 1072 (219), per disposizione di Gisulfo II° ultimo principe longobardo salernitano, la chiesa col circostante territorio fu donata alla congregazione benedettina cavense, che vi costituì l’abbazia di San Matteo “ad duo flumina”, etcc…”.”. Dunque, la Visentin scriveva che Ildebrando di Soana, divenuto papa Gregorio VII, si affrettò a confermare alcune importanti donazioni dell’ultimo principe Longobardo di Salerno, Gisulfo II.

Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro II, a p. 186 a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara’, in proposito scriveva che: “L’Arcivescovo di Salerno Marcantonio Marsilio Colonna nella ‘Vita di S. Matteo Apostolo’, come scrive il nostro P. Peduto, riferisce che Atanasio ne fu abate in tempo della Principessa Rotilda vedova di Aralfo Principe di Benevento e sorella di Gisulfo Principe di Salerno, e forsi fu quel Monaco, che rattrovò il Corpo di esso glorioso Apostolo, del quale a lungo ho parlato nel lib. I Disc. IV.”. Il De Stefano, continuando il suo racconto scriveva pure: “Scella fu sorella di Gisulfo VII Principe di Salerno, vi fu Abate circa il 920, secondo il computo dell’Abate Troyli, tomo 3 lib. 6 C. 4 par. 1 e 2, o circa il 933 secondo il Volpe nella serie de’ Conti di Capaccio; ma se fu sorella dell’ultimo Gisulfo, dové essere secondo il cit. Volpe circa il 1052 o prima, perche fu dal Padre associato nel Principato nel 1042, come ho detto in detto Disc. IV, giacche ne fu poi del Principato spogliato da Roberto il Guiscardo suo Cognato nell’anno 1076, o nel seguente.”. Riguardo il “Peduto” citato dal Di Stefano, egli a p. 210, nel Libro I, in proposito scriveva che: “Il nostro P. Ludovico Peduto Acquario Minore Osservante San Francesco, nella sua ‘Selva di varie storie’ M.S. ect…”, ovvero il suo manoscritto intitolato “Selva di varie storie”. Dunque, il Di Stefano, scrivendo del casale di “Sanpietro”, non molto distante da casale di “Aquaro” (di cui al vol. I di Ebner) scriveva anche del monastero o abbazia benedettina di “S. Petri de Aquara”, ricorda che il manoscritto del monaco francescano Peduto dice che il cardinale Marsilio Colonna scriveva che al tempo della principessa Rotilde, sorella del principe di Salerno Gisulfo (I o II?) e vedova del principe di Benevento Aralfo, il monaco Attanasio doveva essere l’Abate dell’antico monastero. Il Di Stefano, nel libro III si chiede da dove il monaco Peduto abbia tratto le notizie per il suo interessante manoscritto. Sempre il Di Stefano, nel lib. III, a p. 210 cita Michele Zappulli.  Il Di Stefano scriveva e si chiedeva se la Principessa Rotilde “ma se fu sorella dell’ultimo Gisulfo”, dunque si tratta di Gisulfo II. Ma se si tratta di Gisulfo II egli non aveva una sorella chiamata Rotilde. Infatti, il Di Stefano aggiunge che: dové essere secondo il cit. Volpe circa il 1052 o prima, perche fu dal Padre associato nel Principato nel 1042, come ho detto in detto Disc. IV, giacche ne fu poi del Principato spogliato da Roberto il Guiscardo suo Cognato nell’anno 1076, o nel seguente.”. Dunque, il Di Stefano scriveva che il cardinale Colonna, parlando del monastero di S. Pietro di Aquara credeva che: Atanasio ne fu abate in tempo della Principessa Rotilda, etc..”. Il cardinale Marsilio Colonna ci parla del ritrovamento delle sacre spoglie portate in Lucania e del monaco “Athanasius” da p. 52 del suo “Vita di S. Matteo Apostolo”. Egli ci parla del monaco Attanasio, della madre Pelagia e del principe di Salerno Gisulfo II.

Nel 1073, la bolla di papa Gregorio VII e l’Abbazia benedettina di S. Matteo ‘ad duo flumina’

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 520 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, in proposito scriveva che: “Dell’omonimo monastero è prima notizia nella bolla (19) di Gregorio VII del 1073 circa e poi nelle due (20) di Urbano II.”. Ebner, a p. 518, nella nota (19) postillava: “(19) ABC, B 8, circa 1073, Roma (?). La donazione che il Guillaume (cit. p. 36) attribuisce a Gisulfo non risulta da espliciti documenti.”. Ebner, a p. 518, nella nota (20) postillava: “(20) ABC, C, 21, settembre a. 1089 Venosa e settembre 1089 Melfi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26 e ssg., in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) ……ne parla indirettamente anche ….una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di una “thesaurus magnus”, i sacri resti etc….”. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, a p. 155, parlando di Casal Velino, in proposito scriveva del monastero di: “3. San Matteo. ‘Sancti Mathei ad duo flumina.”. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a p. 155, in proposito scriveva che: “La chiesa di San Matteo ‘ad duo flumina’ (688) sembrerebbe rientrare nel circuito di fondazioni religiose che la famiglia dei principi longobardi di Salerno realizza, tra la fine del X e l’XI secolo, nelle terre del Cilento. La prima notizia della cappella, però, risale alla discussa ‘charta libertatis’ che Gregorio VII emana nel 1073, confermando all’abbazia cavense della SS. Trinità una serie di monasteri e chiese, ‘in cilento monte posita’, tra i quali compare anche il cenobio ‘Sancti Mathei ad duo flumina’ (689). L’ingresso nel patrimonio fondiario di Cava non sembra, tuttavia, potersi considerare effettivamente avvenuto, nell’ottobre del 1089, infatti, il monastero Cilentano non compare tra i beni cilentani che il pontefice Urbano II torna a confermare alla Trinità (690) etc…”. La Visentin, a p. 155, nella nota (688) postillava: “(688) Sulla scia del Venereo anche G. Talamo Atenolfi, I testi etc…, cit., p. 49. Dal racconto della Translazio parrebbe che….”Circa due decenni più tardi, nell’aprile 1072 (219), per disposizione di Gisulfo II° ultimo principe longobardo salernitano, la chiesa col circostante territorio fu donata alla congregazione benedettina cavense, che vi costituì l’abbazia di San Matteo “ad duo flumina”, etcc…”.”. Dunque, la Visentin scriveva che Ildebrando di Soana, divenuto papa Gregorio VII, si affrettò a confermare alcune importanti donazioni dell’ultimo principe Longobardo di Salerno, Gisulfo II. La Visentin, a p. 156, nella nota (689) postillava: “(689) AC, B, 8: aprile-dicembre 1073, edito in CDC X, doc. 22, pp. 76-78.”. La Visentin, a p. 156, nella nota (691) postillava: “(691) AC, B 34”. La Visentin, a p. 157, in proposito scriveva che: “…, il cui nucleo propulsore è costituito dalla chiesa di San Matteo (696), sorta sul punto di confluenza dell’Alento con il Palistro (697) e cardine intorno al quale ruotano, probabilmente, anche le vicende delle altre due obbedienze cavensi di san Zaccaria e San Giorgio. La cappella appare circondata da un territorio etc…”. La Visentin, a p. 157, nella nota (696) postillava che: “(696) ….e Domenico Ventimiglia (…), nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania’, nel 1827, parlando di ‘Casalicchio’, a pp. 43-44 e sgg., scriveva in proposito che: “….dove l’Alento si unisce all’altro fiume, che da Ceraso discende, e poi si scarica verso nel mare presso Velia fu il luogo del ritrovamento del corpo di S. Matteo (e), ed ivi era il Porto di cui si parla nè più volte citati Istrumenti del 1186 e 1187, e ivi si edificò la Chiesa, il Monastero, ed il Casale, che di S. Matteo ‘ad duo Flumina’ si nominarono. Etc…”.

Nel 1084, il monastero e l’abazia “Obedienza” benedettina di ‘San Matteo ad duo flumina’ 

Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a p. 156, in proposito scriveva che: “…tra i quali compare anche il cenobio ‘Sancti Mathei ad duo flumina’ (689)….nell’aprile del 1084, in occasione di una sentenza a tutela dei possessi cavensi nel Cilento, emessa ‘apud ecclesiam beati apostoli et evangeliste Mathei, que constructa est in loco ubi duo flumina dicitur’, alla presenza della duchessa Sichelgaita, la cappella non viene detta dipendente da Cava (691).”. La Visentin, a p. 156, nella nota (691) postillava: “(691) AC, B 34”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 521 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, in proposito scriveva che: “Nell’aprile del 1084, alla presenza della duchessa Sighelgaita, moglie di Roberto il Guiscardo, si definiva (23), previa una ricognizione sul terreno (il tribunale si riunì nel mese di marzo nella chiesa di S. Matteo ad duo flumina) una vertenza tra la Badia e il fisco ducale che non aveva documenti comprovanti l’appartenenza all’Abbazia di chiese e monasteri. E cioè i predetti beni erano in possesso del monastero prima dell’assedio di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo.”. Ebner, a p. 521, nella nota (23) postillava: “(23) I, ABC, B 34, aprile a. 1084, VII, Salerno. Ricognizione sul terreno e poi verbale a Salerno.”.

Nel 1092, Gregorio di Capaccio, figlio del fu Pandolfo donò diverse chiese

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, a p. 449, in proposito scriveva pure che: “Nel mese di maggio del 1092, Gregorio, conte di Capaccio e figlio del fu Pandolfo, fratello di Guaimario V, donò alla chiesa di S. Nicola di Capaccio 21 chiese o parti di esse di sua proprietà e parte di un monastero. Offrì inoltre alla stessa chiesa di S. Nicola, quella di S. Matteo “ubi ruticinum dicitur” con tutte le sue pertinenze e quattro locali famiglie con tutti i loro beni (8). Nell’agosto del 1114, Gemma, figlia del fu Guido etc…”. Ebner, a p. 450, nella nota (8) postillava: “(8) I, ABC, C 34, maggio a. 1092, Salerno (vedi pure trascrizione in ABC, XV 58, Maggio a. 1092, XV, Salerno. Gregorio di Capaccio, nipote di Guaimario V donò alla chiesa di S. Nicola di Capaccio costruita dalla zia Teodora, di S. Angelo di Capaccio, di S. Biase di Solofrone, di S. Arcangelo di Acquavella, di S. Felice di Fellino, di S. Andrea di Lama, di S. Massimo di Salerno etc…e altre proprietà. Giudice Grimoaldo.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista” parlando di Rutino e della sosta per la traslazione della reliquia, a p. 53, in proposito scriveva pure: In commemorazione del transito della reliquia, Rutino ebbe anche una chiesa di San Matteo scomparsa, la “ecclesia Sancti Matthaei de Ruticino” che appare di collazione cavense in un atto del 1092 (236).”. L’Atenolfi, a p. 53, nella nota (236) postillava: “(236) Guillaume, op. cit., Append. LXXXVI; D. Ventimiglia, op. cit., sub vocab.”

Nel 1096, Guaimario II di Giffoni dona il monastero e l’Abbazia “Obedienza” benedettina di ‘San Matteo ad duo flumina’ a Casalvelino, all’Abbazia della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni

Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a p. 155, in proposito scriveva che: “La chiesa di San Matteo ad duo flumina’ (688) sembrerebbe rientrare nel circuito delle fondazioni religiose che la famiglia dei principi longobardi di Salerno realizza, tra la fine del X e l’XI secolo, nelle terre del Cilento.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, nel 1973, a p. 27, nella sua nota (71), postillava che: “(71) L’odierna cappella di S. Matteo (vocabolo S. Matteo, Casalvelino Marina) venne eretta dall’Abbazia di Cava dopo il 1096, quando l’Abate Pietro (ABC, D, 9) ebbe quel territorio da Guaimario di Gifoni (erede de conti di Capaccio), il quale l’anno seguente gli donò anche il porto di Velia (ABC, d, 13).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 519 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, a p. 519, nella nota (18) postillava pure: “(18) ….Notizia sicura della donazione della sola chiesa di S. Matteo ‘ad duo flumina’ è nel diploma del gennaio 1096 (ABC, D, 9, gennaio a. 1096, V, Salerno: “Etc….”….qando Guaimario di Giffoni donò alla Badia oltre la chiesa tanta terra etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 520 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, in proposito scriveva che: “Ne è più ampia nel diploma di Guaimario, signore di Giffoni e nipote di Guido, conte di Conza e fratello di Guaimario V. Il predetto oltre a donare alla Badia tre chiese site nel territorio del suo feudo, offrì pure quella detta ai due fiumi. Chiesa pervenutagli per successione dal nonno Guido nella divisione del 1047 tra il principe e i fratelli di Pandolfo e Guido della proprietà posseduta “ubi proprio duo flumina dicitur” e divisa in “tres sortes” dal gromatico Romoaldo (21). Un documento del 1097 contiene la delimitazione (22) dei beni della chiesa di S. Matteo e del villaggio distante dalla chiesa, verso oriente 350 passi, e delle terre lavorativa site all’incirca tra gli odierni Lago e Pantano e tra lo Iunco e il mare.”. Ebner, a p. 520, nella nota (21) postillava: “(21) CDC, VII, 1083, giugno a. 1047, XV, Salerno. La proprietà patrimoniale dei principi ‘in finibus lucanis, ubi proprie duo flumine dicitur’ comprendeva appunto i territori di cui dianzi. Etc…”. Segue la divisione dei tenimenti a Guido, Pandolfo e Guaimario. Ebner, a p. 520, nella nota (22) postillava: “(22) I, ABC, D 13, marzo a. 1097, V, Salerno. Nel confermare la precedente donazione, Guaimario chiarisce che ‘terra namque in ipsa ecclesia sancti mathei sita est omni parte finis ipsius guaimarii, a parte meridiei etc…”. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a p. 156, in proposito scriveva che: “L’inserimento reale nel patrimonio cavense è, dunque, da riferire al gennaio del 1096, quando Guaimario II ‘de Iufuni’ effettua in favore della Trinità un’importante donazione, il cui oggetto è composto interamente da chiese, disseminate tra le terre del ‘dominatus loci’ di Giffoni (692) e quelle che una volta erano appartenute al patrimonio principesco del Cilento. In continuità con la politica di generosa elargizione che Guaimario I, figlio di Guido conte di Conza e duca di Sorrento, aveva inaugurato nel 1091, donando all’abbazia cavense etc…., il giovane Guaimario offre le cappelle di etc…e la chiesa di San Matteo, etc…(694).”. La Visentin, a p. 156, nella nota (692) postillava: “(692) I signori di Giffoni discendono da Guido, conte di Conza e duca di Sorrento, e da Rangarda, figlia del conte Caiazzo, Landone, e si legano direttamente alla famiglia dei principi longobardi di Salerno, essendo Guido l’unico fratello di Guaimario IV sopravvissuto alla congiura del 1052. Etc…”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 82, parlando di “Casalvelino”, in proposito scriveva che: “Intorno al chiostro si era formato un casale che Guaimario duca di Giffoni nel 1110 donò alla Badia insieme con molte vigne e terre circostanti (2).”. Il Mazziotti, a p. 82, nella nota (2) postillava: “(2) Guillaume, Essai historique etc.., pagg. 47 e 48.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 53 parlando della chiesa di Capaccio, in proposito scriveva pure che: Anche Capaccio in memoria del transito della reliquia dell’Evangelista ebbe una chiesa di San Matteo, donata nel 1092 a quel monastero di San Gregorio, da Gregorio signore del luogo, figlio di Pandolfo di Salerno e di Teodora di Tuscolo (237).”. L’Atenolfi, a p. 53, nella nota (237) postillava che: “(237) D. Ventimiglia, op. cit., p. 81”.

Nel 954 d.C., Attanasio (“Athanasio”), monaco di Velia, rinvenne le sacre spoglie di San Matteo

Le sacre spoglie di San Matteo,  sarebbero giunte a Velia, in Lucania, intorno al V secolo, dove rimasero sepolte per circa quattro secoli. Il corpo del Santo fu rinvenuto dal monaco Attanasio nei pressi di una fonte termale dell’antica città di Parmenide. Le spoglie furono portate dallo stesso Attanasio presso l’attuale chiesetta di San Matteo a Casal Velino. Lo storico Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di San Matteo’, nel 1954, a p. 21, così riportava il prodigio di cui parlava il ‘Chronicon Salernitanum’

Acocella, p. 21.PNG

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel 1973, in un suo inedito dattiloscritto ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, parlando della Cristianizzazione nel basso Cilento, anche sulla scorta del Rodotà (…), parlando di Velia, scriveva che: “Si tramanda che S. Matteo, apparso in sogno ad una pia donna, Pelagia, le chiese di cercare i suoi resti nella Basilica di Velia. Svegliatasi, ne parlò al figlio, il monaco Attanasio, il quale, rinvenute le reliquie, le nascose nella predetta chiesa sita “ai due fiumi” (108). Infatti, ritrovate le reliquie, fra le rovine di Paestum, dopo breve sosta a Capaccio, per volere di Gisulfo I nella Cattedrale di Salerno il 6 maggio 954 furono definitivamente collocate (109). Il Cataldo (…), nella sua nota (108), postillava che: “(108) Ebner P., Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, II, pp. 514-515”. Il Cataldo (…), nella sua nota (109), postillava che:  “(109) Stilting, Acta Sanctorum, Anversa, VI, 1757, p. 198; si veda pure Ebner P., op. cit., pp. 515.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitoloLe reliquie …..traslate dal comandante della spedizione romana (praefectus classis?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia. Qui, secoli dopo, il santo apparve in sogno a una pia donna, Pelagia, alla quale indicò la precisa ubicazione del suo sepolcro inducendola a chiedere al figlio, Attanasio, di farne diligente ricerca.”. Ebner, a p. 26, nella sua nota (52), del suo ‘Chiesa, Baroni e popolo ecc..’, postillava che: “(52) Il santo comparso in sogno a una pia donna del luogo (Pelagia) chiese di cercare i suoi resti nella basilica paleocristiana di Velia (v. nel Volpi, p. 3, la notizia del rinvenimento non a Velia, ma fra le rovine di Paestum). Pelagia ne disse al figliolo (il monaco Attanasio) che rinvenute le reliquie le occultò nella vicina chiesa (Santa Maria di Odegitria ‘ad duo flumina’).”Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a p. 27, scriveva che: “6. Sull’incremento delle attività locali aveva influito, e in modo determinante, il rinvenimento a Velia di uno tra i più gloriosi “trofei” della cristianità, le venerate spoglie dell’evangelista Matteo. Evento che portò Salerno e lo stesso territorio di Velia all’attenzione del mondo allora conosciuto, facendo di quest’ultimo, e per lungo tempo, meta d’ininterrotto afflusso di fedeli. A partire dallo stesso compilatore del Chronicon salernitanum (a. 978), quel monaco del monastero di S. Benedetto di Salerno che, nell’accennare nel noto paragrafo 165, si riservava dei “miracula et signa et quomodo fuit repertus”, nonchè nella sua translazione, di raccontare a lungo con l’aiuto di Dio (69). Ciò che pare riuscisse a fare, dicono autorevoli filologi, anche se in modo incompleto.”. Ebner (…), a p. 27, nella sua nota (69), postillava che: “(69) Sul ‘Chronicon e suo autore, v. le recenti ricerche di N. Cilento, in op. cit., p. 67 sgg. e p. 65 sgg.”.

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, in proposito alla villa della gens Gavinia, a p. 731 scriveva pure che: Nell’ottobre del 1133 il milite Stabile acquistò (45) dalla “kuria” del monastero cavense (abate Simeone) una “pecia de terra” per 250 tarì.”. Ebner, a p. 731, nella nota (45) postillava: “(45) ABC, XXIII, 66, ottobre a. 1133, XII, Abbazia di Cava.”.

Nel 1580, Marco Antonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno

Si tratta del testo scritto nel 1580 dal Arcivescovo Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Il Cardinale Marcantonio Marsilio Colonna (….), nel suo “De vita et gestis Beati Mathaei”, pubblicato come appendice al famoso suo Sinodo Diocesano, celebrato nel 1579 e, citato anche da Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie per servire alla storia etc..”, a p. 217. Delle traslazioni di San Matteo si conosceva fino alla metà del secolo scorso soltanto quanto raccontava una monografia cinquecentesca composta, sulla base di fonti più antiche, dall’Arcivescovo Marsilio Colonna: De vita et gestis beati Matthaei apostoli et evangelistae eiusque gloriosi corporis in Salernitanam urbem translatione, Napoli 1580. Le critiche formulate al Colonna da vari autori portarono, in tempi a noi più vicini, Nicola Acocella a riesaminare tutta la problematica inerente la questione e ad analizzare tutti i documenti e le testimonianze medievali relative all’avvenimento.

Nel 1580, il monaco Athanasio, nella ‘Vita dell’Apostolo S. Matteo’ dell’arcivescovo Marsilio Colonna

Il nipote dell’Antonini (….), Mazzarella Farao, nell’edizione della “Lucania” dell’Antonini, Parte III, del 1795, a p. 225: “Dissertazione del barone di S. Biase Giuseppe Antonini – Sull’invenzione, e traslazione del Corpò di S. Matteo in Salerno”, a pp. 227-228, in proposito scriveva che: “Era dice l’Arcivescovo nel capo 6 della ‘Vita’ del Santo….Parole di Marsilio al Capo 7. …. Giovanni Di Ruocco (….), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Nell’anno 370 Gavinio, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, spostò dalla Bretagna a Paestum il Corpo dell’Apostolo S. Matteo, deponendolo in una Cappella, sita nel luogo detto “ad duo flumina” (14).“. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (14) postillava che: “(14) Paesano – “Memorie della Chiesa Salernitana”, parte I – 65″. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna – itinere terrestri proficiscitur – e poco dopo: ut credamus, in Ecclesia quapsiam regionis maritimae collocatur” (15).”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (15) postillava: “(15) Vita dell’Apostolo S. Matteo stampata in Napoli nell’anno 1580”. Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro II, a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara’, in proposito scriveva che: “L’Arcivescovo di Salerno Marcantonio Marsilio Colonna nella ‘Vita di S. Matteo Apostolo’, come scrive il nostro P. Peduto, riferisce che Atanasio ne fu abate in tempo della Principessa Rotilda vedova di Aralfo Principe di Benevento e sorella di Gisulfo Principe di Salerno, e forsi fu quel Monaco, che rattrovò il Corpo di esso glorioso Apostolo, del quale a lungo ho parlato nel lib. I Disc. IV. Stella fu sorella di Gisulfo VII Principe di Salerno, vi fu Abate circa il 920, secondo il computo dell’Abate Troyli, tomo 3 lib. 6 C. 4 par. 1 e 2, o circa il 933 secondo il Volpe nella serie de’ Conti di Capaccio; ma se fu sorella dell’ultimo Gisulfo, dové essere secondo il cit. Volpe circa il 1052 o prima, perche fu dal Padre associato nel Principato nel 1042, come ho detto i detto Disc. IV, etc… “. Della villa romana di Gavinio, ne parla meglio l’Ebner (…), del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 29, dove cita il passo dell’autore della ‘Traslatio’ (77), per averlo constatato di persona, che in “Lucania partibus”, e cioè nel territorio circostante la chiesa anzidetta. Pietro Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) ….e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Infatti, Pasquale Magnoni (….), nel suo “Opuscoli etc..”, a p. 63, in proposito scriveva che: “E’ di bene però, che vi dica che, Monsignor Colonna non si sognò giammai asserire, che il corpo di S. Matteo fusse stato trovato in Pesto, e che da quì fusse stato in Salerno portato. Scrisse questo buon Prelato, che il detto Sacro Corpo fu condotto da Gavinio Prefetto dell’armata navale de’ Bruzj di Bretagna ‘ad Lucanos’, e soggiunse ‘quo loco, quave in Ecclesia fuerit reconditum, quidve de illo eraditum sit lites monumentis, prorsus ambigitur quam ……ad sexcentes circiter annos videtur delituisse, adeo ut ne mentis quidem ulla fieri de ipso valeat’; indi poco dopo: etc…”. Nella lettera pubblicata dal Magnoni, egli si riferisce all’Arcivescovo Marsilio Colonna. Il Magnoni, a p. 66 prosegue: “Il solo Michele Zappulli pensò prima, che questo sacro deposito fusse stato trovato in Pesto, ove lo volle trasportato da Bretagna dallo stesso Gavinio, che ej fece Cavalier Pestano. Non vi è dubbio che fuvvi in Pesto questa famiglia Gavinia, e che onorati posti occupò. Ho presso di me una bellissima monetuccia di Pesto colla effige della Dea Mente Bona, ed in essa dall’altra parte si legge l’epigrafe di ‘Nummerio Gavinio Duumviro’.”. Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie della Chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 63, in proposito scriveva che: “Monsignor Colonna scrisse che…..Poi dice, che pervenutane la notizia a Giovanni vescovo Pestano, questi per terra “itinere terrestre proficiscitur” unito col suo Clero va a trovarne l’inventore, ch’era un monaco, chiamato Atanagio, e dopo che gli ha fatto consumee tre giorni di cammino, facendolo anche al ritorno “dum advesperasceret” pernottare in una chiesa “in medio fere itinere, quae Apostolorum Principi dicata erat”; avendo dovuto passare anche il fiume Malla (questo dove essere l’Alento), finalmente il terzo giorno, dopo che si era dalla sua residenza partito, giunse con il suddetto sacro deposito “ad Castrum cui Caput quae nomen erat”. Tutto e quanto detto riferisce mentovato Arcivescovo si verifica appuntino, giudicandosi l’invenzione della mentovata chiesa di S. Matteo “ad duo flumina” presso Casalicchio. E per convincerci esamineremo il filo delle di lui parole. Era questa chiesa “in Lucania finibus” …..E’ distante cotal luogo dalla residenza del vescovo circa venti miglia, e perciò dov’è il vescovo consuarvi tre giorni di viaggio, cioè uno nell’andare, e due al ritorno. Etc…”.

Nel ‘954, il monaco Athanasio, non era un malfattore ma voleva salvare le sacre spoglie

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, etc..’, a p. 27, nutrendo dei seri dubbi, come del resto altri autori, sulla figura di Attanasio, forse un monaco italo-greco, forse un igumeno di qualche monastero di Velia, scriveva di Attanasio che: Dopo diversi vani tentativi di portare in Oriente via mare le reliquie,……..La leggenda è come tutte le leggende “un omaggio del popolo cristiano ai suoi protettori. Ma non bisogna prenderlo per storia”, scrive H. Delahaye (Les legendes hagiograph., Bruxelles, 1923 (3), p. XIV sg.) prendendone probabilmente da S. Agostino che era incredulo a proposito di certi monaci che vendevano abusivamente “membra di martiri, ammesso che si tratti di martiri”. E’ da tener presente, comunque, che in ogni leggenda vi è sempre un fondo di verità. Va pure ricordato che l’episodio del monaco Attanasio che voleva trasportare le reliquie di S. Matteo a Bisanzio somigli a ciò che i cittadini i Pavia avevano tentato di fare con le reliquie di San Appiano (IX secolo): ‘Acta sanctorum, 4 marzo: “I rematori, stanchi per lo sforzo eccessivo compresero di aver perpretato un immane delitto”).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26, nella nota (52) postillava: “(52) La leggenda è come tutte le leggende “un omaggio del popolo cristiano ai suoi protettori. Ma non bisogna prenderlo per storia”, scrive H. DELAHAYE (Les légendes hagiograph.’, Bruxelles 1927 (3), p. XIV sg.) prendendone probabilmente da S. Agostino che era incredulo a proposito di certi monaci che vendevano abusivamente “membra di martiri, ammesso che si tratti di martiri”. E’ da tener presente,comunque, che in ogni leggenda vi è sempre un fondo di verità. Va pure ricordato che l’episodio del monaco Atanasio che voleva trasportare le reliquie di S. Matteo a Bisanzio somiglia a ciò che i cittadini di Pavia avevano tentato di fare con le reliquie di S. Appiano (IX secolo) etc…”. Riguardo ciò che è stato, a mio parere, ingiustamente scritto sulla figura Attanasio, il monaco figlio di Pelagia, non dobbiamo dimenticare il periodo in cui avvenne l’evento del rinvenimento delle sacre spoglie dell’Apostolo Matteo e non dobbiamo perdere di vista ciò che accadde successivamente. Ritengo che la figura del monaco o egumeno Attanasio, figlio di Pelagia di Velia, sia stato ingiustamente bistrattato. A lui deve andare il merito del ritrovamento delle sacre spoglie del Santo e, non a caso la tradizione attribuisce ad un sogno di sua madre Pelagia, dove l’Apostolo Matteo, dopo quattro secoli dalla sua tumulazione in un luogo di Velia, ovvero nel X secolo, ai tempi del principe Longobardo Gisulfo I, venivano ritrovate proprio dal monaco Attanasio. Tutti conosciamo ciò che avvene intorno all’anno Mille, anche e soprattutto ad opera della Badia Cavense. Basti pensare a quel “Aliprando de Busentio”, citato dal Gaetani (…), che a p. 29, scrivevache: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. E poi, ciò che scriveva lo stesso Ebner, circa le usurpazioni della chiesa Benedettina, nelle nostre contrade. In Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo del Cilento’, vol. I, a p. 37, ci parla dei Vescovi nelle nostre terre. Ebner scriveva che: “Se è piuttosto facile risalire all’origine e all’evolversi dei cenobi italo-greci, non altrettanto agevole è definire i periodi storici entro cui ha agito il clero diocesano. I primi documenti pervenutici risalgono all’848; di questi pochissimi riguardano le valli del Tanagro e del Bussento, molti invece i rapporti dei Benedettini cavensi con i cenobi italo-greci da cui ereditarono strutture e pertinenze. Sono proprio le pergamene di Cava che ci aiutano infatti a configurare la gerarchia ecclesiastica della diocesi tra il IX e l’XI secolo adombrata dal prevalere della presenza monastica. Del X secolo abbiamo notizia di soli cinque vescovi (73).”. Ebner (…), nella sua nota (73), a p. 37, vol. I, postillava che: “(73) Diversamente dal Volpi (uno), dall’Ughelli (uno) e dal Gams (nessuno), il Di Meo dice di quattro vescovi e il Kehr di tre. E cioè Paolo nel 932, Giovanni (954-963) che è il vescovo della transazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, Pietro (967) di cui dicono il Mandelli e il Kehr, Pando (977-979) e Lando (989) che permutò terreni per restaurare la cattedrale di Capaccio.”. Dopo il ritrovamento dei sacri resti dell’Apostolo Matteo, i fatti ci parlano di un immediato intervento del Vescovo di Capaccio, uomo della Badia, che afrontò un viaggio di tre giorni per recuperare i sacri resti, rinenuti a Velia dal monaco Attanasio, e portarli in una chiesetta a Capaccio. La situazione di quegli anni è stata ben rappresentata da Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a p. 18, scriveva che: “Questi romiti angoli del Principato, se da un lato non conobbero l’ingerenza dei vescovi (38), dall’altro subirono forti carenze spirituali noncè l’eco del malgoverno bizantino che altrove inaspriva le popolazioni con la “grevance, injiure, servitute, vergoigne” (39). Qui il governo operava a mezzo di funzionari costretti ad agire in contesti sociali al limite della sopravvivenza. Tali condizioni subumane e i leggendari echi delle feroci persecuzioni religiose favorirono, da parte della popolazione, quel clima di calda simpatia che accolse i monaci greci giunti a Velia in diverse ondate tra l’VIII e il X secolo. La città doveva essere ben nota al mondo monastico orientale se è vero che nella sua basilica vi si trovava custodito uno dei più grandi “trofei” della cristianità, i sacri resti dell’apostolo Matteo, e perciò visitata dai monaci al seguito delle truppe di Belisario e Narsete, durante la Guerra Gota.. Ebner (…), ancora a p. 21, scriveva in proposito che: “Solo grandi eventi, infatti, come ad esempio il rinvenimento dei sacri resti dell’apostolo Matteo tra le rovine della basilica di Velia, potevano indurre anziani vescovi ad affrontare viaggi perigliosi “equitando per vias asperas et impervias”, scriveva ancora il 22 novembre 1745 il presule Raymondi nella relazione di una sua visita pastorale a un casale del territorio (47).”. Ricordiamo pure le paurose e devastanti incursoni dei Saraceni che proprio in quegli anni, secondo le cronache, devastavano gran parte dei centri costieri del basso Cilento. Lo studioso locale Nicola Curzio (…), nel suo ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, nel 1934, a p. 10, in proposito ricordava che: “Lo storico Troilo dice che i Saraceni, fierissimi nemici dei Cristiani, dopo aver devastate le marine del regno, distrussero anche nella Lucania, Grumento, Blanda, Tebe, Pandosia nel 914 dell’Era Cristiana. Il coro di Blanda, in legno di noce, venne trasportato a Tortora ove si conservò fino a 28 anni or sono ecc…Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, ecc..”. Lo storico “Troilo” è Troyli (…). Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo del Cilento’, vol. I, a p. 37, ci parla dei Vescovi nelle nostre terre ed in particolare quelli della Diocesi di Capaccio a cui apparteneva quella di Bussento. Ebner scriveva che: “Se è piuttosto facile risalire all’origine e all’evolversi dei cenobi italo-greci, non altrettanto agevole è definire i periodi storici entro cui ha agito il clero diocesano. I primi documenti pervenutici risalgono all’848; di questi pochissimi riguardano le valli del Tanagro e del Bussento, molti invece i rapporti dei Benedettini cavensi con i cenobi italo-greci da cui ereditarono strutture e pertinenze. Sono proprio le pergamene di Cava che ci aiutano infatti a configurare la gerarchia ecclesiastica della diocesi tra il IX e l’XI secolo adombrata dal prevalere della presenza monastica. Del X secolo abbiamo notizia di soli cinque vescovi (73).”. Ebner (…), nella sua nota (73), a p. 37, vol. I, postillava che: “(73) Diversamente dal Volpi (uno), dall’Ughelli (uno) e dal Gams (nessuno), il Di Meo dice di quattro vescovi e il Kehr di tre. E cioè Paolo nel 932, Giovanni (954-963) che è il vescovo della transazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, Pietro (967) di cui dicono il Mandelli e il Kehr, Pando (977-979) e Lando (989) che permutò terreni per restaurare la cattedrale di Capaccio.”. Avevamo già precedentemente scritto dei Vescovi di Bussento, ma ci pare singolare questo “Pando (977-979)”che Ebner (…), scrive sia un Vescovo che riguarda i restauri per la chiesa di Capaccio. Sappiamo che, in quegli anni, l’Episcopato Bussentino, dipendeva dall’Episcopato di Capaccio, e sappiamo pure che l’opera del cosidetto ‘Annalista Salernitano’, il ‘Chronicon Cavense’, alcuni vogliono che fosse una falsificazione del Pratilli (…). Non sappiamo l’origine bibliografica della citazione di un “Pando”, che fa Ebner.

Nel ‘954, Giovanni, vescovo della diocesi Pestana, e la traslazione del corpo di S. Matteo da Casalvelino a Capaccio

Avuta notizia del miracoloso ritrovamento, Giovanni il vescovo di Paestum, si mette in cammino e si fa consegnare le reliquie. Accompagnato da un festoso corteo, dopo aver attraversato il fiume Malla, trasportò le reliquie nella sua cattedrale, la chiesa della Madonna del «Granato». Riposato la notte nella chiesa di San Pietro, raggiunge la località di Ruticinum per poi proseguire verso la sua cattedrale a Capaccio. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, a pp. 448-449, parlando del villaggio di Rutino, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ebner, Storia, p. 27 sgg., anche per la bibliografia…..Nella cattedrale antica di Capaccio è ancora visibile la grande urna che aveva contenuto i sacri resti dell’apostolo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 640 parlando del casale di Capaccio, in proposito scriveva che: “Di Capaccio, sede vescovile, è già notizia dalla traslazione (a. 953) dei sacri resti dell’evangelista Matteo da Velia alla cattedrale di Capaccio di S. Maria del granato o dell’Assunta, da parte del vescovo pestano Giovanni (4). Com sede vescovile etc..”. Ebner, a p. 640, nella nota (4) postillava che: “(4) Giovanni, ‘presul sancte sedis pestane’ (CDC, I, 253, p. 957) traslò i sacri resti nella cattedrale. Per tutte le questioni inerenti al grande evento v. Ebner, Storia, cit., p. 27 sgg., Economia e Società, cit., I, pp. 22 e sg., 40 e 220; vedi pure innanzi.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, etc..’, a p. 27, scriveva che: Dopo diversi vani tentativi di portare in Oriente via mare le reliquie, queste vennero trasportate dal vescovo Giovanni a Capaccio e da qui, per volere del principe Gisulfo I, a Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina” e, scriveva in proposito: Intanto Giovanni (3), “qui illo in tempore sancte sedis pestane presulatum tenebat”, venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, fattosi consegnare le reliquie le trasferì nella chiesa di Capaccio (4).”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (3), postillava che: “(3) E’ il ‘presul sancte sedis pestane del CDC, I, 179, a. 957, p. 253, che trasportò i sacri resti non nella basilica di Paestum (è stata illustrata da G. De Rosa (La chiesa della SS. Annunziata a Paestum) in “Rivista di studi salernitani” (Salerno, 2, 1968), ma nella cattedrale del ‘castrum caput aquis ( o acquae), odierno Capaccio vecchio, dopo l’abbandono della città delle rose oltre che per le incursioni saraceniche per l’infierire della malaria.”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Il vescovo Giovanni impiegò tre giorni (Magnoni, cit., p. 64), per giungere a Velia. La distanza Velia-Capaccio era di 20 miglia circa (p. 65) e per le condizioni stradali dell’epoca il vescovo non poteva impiegare meno di tre giorni (‘itinere terrestri profiscitur’, scrive mons. Marsilio Colonna). Si spiega così la sosta notturna a Rutino, di cui è notizia nella tradizione.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a pp. 27-28, scriveva che: “Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “aqui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): da qui per desiderio di Gisulfo e con fastose cerimonie, vennero poi traslate a Salerno. Al desiderio del principe, che era un ordine, il vescovo pestano Giovanni non avrebbe potuto opporsi. Qualche anno prima, infatti, e cioè nel novembre del 950, quel principe aveva donato a Giovanni, abate del nuovo monastero di S. Benedetto di Salerno, una golena di pertinenza del fisco in vocabolo “due (sic) flumina” nella circoscrizione demaniale di Lucania, E cioè terre, selve, corsi d’acqua e quant’altro era compreso (buona parte dell’antica ‘polis’) nell’ambito di quattro miglia intorno alla chiesa elevata alla sovrana protettrice dei monaci itineranti greci, la Vergine Maria, edicola evidentemente abbandonata se nel diploma non è cenno di abitanti (74).”. I diplomi di cui si parla sono citati nella nota (71), a p. 27, di Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, dove postillava che: “(71) L’odierna cappella di S. Matteo (vocabolo S. Matteo, Casalvelino Marina) venne eretta dall’Abbazia di Cava dopo il 1096, quando l’Abate Pietro (ABC, D, 9) ebbe quel territorio da Guaimario di Gifoni (erede de conti di Capaccio), il quale l’anno seguente gli donò anche il porto di Velia (ABC, d, 13).”. Sul percorso sostenuto dal vescovo Pestano Giovanni, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 207 riferendosi al vescovo Pestano, Giovanni, in proposito scriveva che: Marcantonio Colonna Arcivescovo di Salerno, nella ‘Vita’, che compose di questo Santo Apostolo (quale confesso non aver letta) in Napoli stampata nell’anno 1580, presso il Volpe, Cap. 8 e ‘l Sig. Magnoni, pag. 37, dopo aver scritto, che…etc….e dopo tre giorni di cammino nel ritorno, ‘dum advesperasceret’, pernottò in una chiesa in ‘medio fere itinere, quae Apostolorum Principi dicata erat’, e passato il fiume ‘Malta’ (che sarebbe l’Alento) finalmente il terzo giorno dopo che si era dalla residenza partito, giunse col suddetto Suddetto deposito ‘ad Castrum, cui Caputaquae nome erat, ubi summo cum honore ingreditur, universo sane Populo occurrente, et comitante, tum Ecclesiam Dei Genitrici dicatam, in qua et Episcopalis Cathedra constructa erat, ingrediuntur, ibique beatissimum Corpus honoreficentissime collocat, singuliste diebus, Divi Apostoli solennia festa celebrat.'”, che tradotto è: “….entrarono nel Castello, che si chiamava Caputaqua, dove entrò con sommo onore, incontrando ed accompagnando tutto il Popolo, e nella Chiesa dedicata a Dio Madre, nella quale era anche edificata la Cattedra Vescovile, e quivi collocò la Corpo santissimo, ogni giorno, nelle solennità del Divin Apostolo, celebra la festa nel modo più onorevolmente».”. Dunque, il Colonna scriveva che nel viaggio di ritorno, la traslazione delle sacre spoglie dell’Apostolo durò tre giorni. Attanasio, arrivò nel luogo “ad duo fulmina” dopo un viaggio di tre giorni. Dunque, il luogo dove viveva Attanasio e la madre Pelagia era distante da Velia, tre giorni di cammino. Ma dove si trovava il luogo dove probabilmente vi era la “cella” del monaco Attanasio ?. Il Di Stefano, proseguendo il suo racconto, del libro I, a p. 208 cita l’iscrizione che si trovava nella chiesa di S. Matteo “ad duo flumina”, e scrive: “…ove, fu il Sagro Corpo da Atanasio ritrovato presso la città di Velia, un miglio da Casalicchio lontana, ivi incisa allorchè quella chiesa fu riedificata, copia della quale nell’Archivio del monistero della Trinità della Cava, si conserva come attesta il sig. Magnone, che a carte 40 la trascrive, etc…”. Dunque, il Di Stefano, sulla scorta del Magnoni scriveva che il monaco Attanasio da Velia ritornò e depositò le spoglie del santo in una chiesa di Casalicchio, la chiesa del monastero di S. Matteo “ad duo flumina” vicino il casale di Casalicchio. Il Di Stefano, a p. 210 del libro I, sulla scorta del Magnoni, scrive pure della sosta a Rutino del vescovo pestano Giovanni che si mise in viaggio per il recupero della reliquia detenuta dal monaco Attanasio. Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie della Chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 63, in proposito scriveva che: “Monsignor Colonna scrisse che…..Poi dice, che pervenutane la notizia a Giovanni vescovo Pestano, questi per terra “itinere terrestre proficiscitur” unito col suo Clero va a trovarne l’inventore, ch’era un monaco, chiamato Atanagio, e dopo che gli ha fatto consumee tre giorni di cammino, facendolo anche al ritorno “dum advesperasceret” pernottare in una chiesa “in medio fere itinere, quae Apostolorum Principi dicata erat”; avendo dovuto passare anche il fiume Malla (questo dove essere l’Alento), finalmente il terzo giorno, dopo che si era dalla sua residenza partito, giunse con il suddetto sacro deposito “ad Castrum cui Caput quae nomen erat”. Tutto e quanto detto riferisce mentovato Arcivescovo si verifica appuntino, giudicandosi l’invenzione della mentovata chiesa di S. Matteo “ad duo flumina” presso Casalicchio. E per convincerci esamineremo il filo delle di lui parole. Era questa chiesa “in Lucania finibus” …..E’ distante cotal luogo dalla residenza del vescovo circa venti miglia, e perciò dov’è il vescovo consuarvi tre giorni di viaggio, cioè uno nell’andare, e due al ritorno. Etc…”. Su Giovanni, vescovo Pestano, da cui dipendeva la piccola chisetta dove il monaco Attanasio aveva traslato le spoglie di S. Matteo, ha scritto Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49 riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: La chiesa come s’è detto era nella contrada “ad duo flumina” così chiamata per la vicina confluenza del Palistro con l’Alento, sulla riva destra di quest’ultimo nella pianura sotto Velia detta la “subarce”, e si trovava poco lontana dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di San Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola nella “Translatio”, là dove sorse più tardi l’abbazia di Santa Maria di Torricella (217). Dal racconto della “Translatio” parrebbe che la chiesa della deposizione fosse stata affidata al monaco Atanasio dal vescovo pestano Giovanni, dal quale la chiesa dipendeva, sì che questi direttamente vi si reca nel giungere in luogo e vi convoca il rettore.”. L’Atenolfi, a p. 49, nella nota (217) postillava: “(217) Codice Diplom. Cavense. I.232 a. 950; cfr. Dom. Ventimiglia “Notizie del Castello dell’Abate e dei suoi casali nella Lucania” Napoli, Reale, 1827, pp. XXXII, XXXVI; Genn. Senatore “La Cappella di S. Maria sul monte della Stella nel Cilento” Salerno, Iovene, 1895, docc. XIX, XX.”. Un altro autore che ci parla di Pesto e delle reliquie del Santo è Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche-storiche della Provincia di Lucania”, pubblicata a Napoli, per i tipi di Muzio, nel 1732. Egli parlando di Pesto al cap….., a p. 267, accenna alle sacre spoglie di S. Matteo trasportate nella cattedrale di Paestum dal vescovo Giovanni.

LE FONTI:

Nel Codice Cassinense o Cassinese 101, il Sermo di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna che racconta le vicende del corpo di S. Matteo

Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, pubblicato a Roma, per i tipi di Carlo Bestetti, nel 1958, fece una bella disamina dei tre diversi salmi liturgici da cui furono tratte le principali notizie storiche sulla vicenda delle spoglie di S. Matteo. Come scrisse Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 27, scriveva che: Circa il primo oratorio di Velia (v.), sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di un “thesaurus magnus”, i sacri resti dell’apostolo e primo evangelista Matteo, rinvenuti a Velia etc..”. Dunque, Ebner scriveva che molte notizie riguardo la storia delle sacre spoglie di S. Matteo sono contenute nel “Codice Cassinese 101”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, nella nota (14) postillava: “(14) Cod. Cassin. 101, ….Segue, in ordine di tempo, il ‘Sermo’ (fine IX sec.) di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (trasferimento dei sacri resti dall’Etiopia in Bretagna e da qui ‘ad lucanos fines’ da parte di una flottiglia inviata da Valentiniano III a sedare una rivolta in Bretagna). Etc…”. Dunque, Ebner scriveva che nel “Codice Cassinese 101” vi sono contenuti alcuni salmi di frate Paolino (….), risalenti, dice lui, alla fine del IX secolo, che racconta la storia e le vicende che portarono alla scoperta dei sacri resti di S. Matteo. Infatti, l’Atenolfi, a p. 3, in proposito scriveva che: “I TESTI – Alle tre fasi della leggenda corrispondenti approssimativamente agli anni: 45 (?)-68/69, 390 (?)-440 (?), e 954 e seguenti, corrispondono tre testi diversi; la “Passio Sancti Matthaei”, il “Sermo venerabilis Paulini episcopi Legionensis” e la “Translatio Salernum”. Questi testi trassero una prima ragione di silloge dal Lezionario della Chiesa Salernitana la quale nella celebrazione del 6 maggio commemorò le vicende che avevano addotta a Salerno la reliquia dell’apostolo. Ciò accedde anche prima dell’istituzione del Breviario dell’Arcivescovo salernitano Romualdo II° (1153-1181)(I), breviario ch’ebbe poi vari completamenti dagli “Officia” riformati etc..”. Infatti, come vedremo in seguito, a questi tre testi, elencati sia dall’Atenolfi che dall’Ebner, l’Acocella (….), di cui parlerò in seguito approfondirà altri testi precedenti.  In questo saggio a noi interessa sopratutto la parte contenuta nel “Codice Cassinese 101” che riguarda la seconda fase dei fatti storici che l’Atenolfi individua come: Alle tre fasi della leggenda corrispondenti approssimativamente agli anni: 390 (?)-440 (?), corrisponde al seguente momento: il “Sermo venerabilis Paulini episcopi Legionensis.. Sul testo “Sermo venerabilis Paulini episcopi Legionensis”, l’Atenolfi, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il “Sermo venerabilis Paulini Legionensis britannicae urbis Episcopi de translatione Sancti Matthaei apostoli ab Aethiopia in Britanniam, itemque de Britannia in Italiam” si riallaccia alla “Passio” nelle premesse della propria narrazione. Si tratta come è stato detto di un testo assai raro, esistente per quanto è noto in un solo esemplare completo originale ed in una sola versione genuina fino a poco tempo fa inedita, nel Codice Cassinese 101 dell’XI° secolo qui appresso pubblicato. La redazione è di non oltre la prima metà del secolo X° giacché l’autore che fu, come si dichiara nel titolo dello scritto, vescovo di St. Pol-de-Léon, precedé il vescovo Octréon eletto nel 939 (99). E’ almeno incerto se fu lui a sottoscriversi nel 954, come ritiene il Sammartano (100), o poco prima, come hanno ritenuto altri, col nome di “Paulinianus in Britannia episcopus”, nei diplomi di Regenfredo vescovo di Chartres, intesi a ristabilire in quella diocesi i religiosi di St. Pierre-en-Vallé. Etc…”. Dunque, l’Atenolfi scriveva che il Sermo fosse firmato da un certo: “Paulinianus in Britannia episcopus”, che l’Ebner scriveva “…Il ‘Sermo’ (fine IX sec.) di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna, etc..”. Dunque, l’Atenolfi scriveva in proposito e citava i sermoni di Paulino contenuti nel Codice Cassinese 101, come vedremo innanzi ed anche il ‘Sermo’ di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (fine IX secolo).  Una tradizione vuole che i resti del corpo dell’evangelista furono trasportati in Bretagna da alcuni marinai e mercanti bretoni provenienti dall’Etiopia. Mentre portavano il corpo di San Matteo, questi mercanti di Léon sarebbero stati miracolosamente salvati da un naufragio al largo della punta chiamata ancora oggi Punta San Matteo (Pointe Saint‑Mathieu ‑ Le Conquet).Da Wikipedia leggiamo che Paolo Aureliano di Leon, o Pol de Léon, oppure Paolino Aureliano (Galles, … – 573), è stato tra i sette santi fondatori della Bretagna, ed è venerato come santo dalla chiesa cattolica. La sua Vita fu completata nell’884 da un monaco di Landévennec di nome Wrmonoc. Fondò monasteri in Bretagna (in Francia) a Lampol sull’isola di Ouessant, su quella di Batz (dove poi morì) nell’odierna città di Saint-Pol-de-Léon (nel Finistère). Là fu consacrato vescovo sotto l’autorità di re Childeberto dei franchi e fu il primo vescovo della diocesi di Saint-Pol-de-Léon. Sempre riguardo la Codice Cassinese 101, Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 5, in proposito scriveva che: “Fortunatamente a questa pedita sopperiscono codici non meno antichi e pregevoli e dopo studio accurato si è ricorso ai fini dellla presente pubblicazione ai testi seguenti: per la “Passio etc….per il “Sermo” al Cod. Csinen. 101 (pp. 373-386) membran. dell’XI° secolo in carattere beneventano; etc….Per il “Sermo” e la “Translatio” il Cod. Casinen. s’impone non solo per la sua antichità, ma perché fra i vetusti esemplari superstiti esso va considerato il più perfetto, presentando completi nella loro redazione originaria i due testi posti nel loro ordine cronologico, etc…”. Riguardo il “Codice Cassinese 101”, però l’Ebner (…), a p. 27 aggiunge che: “La critica moderna, nonostante le motivate obiezioni dello STILTING e dopo di aver superato notevoli dubbi circa la veridicità delle narrazioni scritte nel Codice Cassinese, sembra ora orientata ad accogliere la versione favorevole alla tumulazione a Velia “ad duo flumina”, dice Ugo da Venosa, del corpo dell’apostolo.”. Riguardo lo STILTING, citato da Ebner, il Cataldo, a p. 20, nella nota (109) postillava: “(109) Stilting: Acta Sanctorum, Anversa VI, 1757, p. 198; Ebner, op. cit. p. 515.”. A p. 28, Ebner (…), continua e scriveva che: “Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, in proposito scriveva che: “La narrazione è troppo interessante e circostanziata perché tralasci di trascrivere, sia pure in nota, i brani più significativi (5). Da essi si rileva che intorno al 978 era noto all’autore della ‘Translatio (6), per averlo certamente constatato di persona, che “in lucania partibus”, e cioè etc….”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, nella sua nota (5), postillava e riportava la trascrizione degli interessantissimi passi relativi al rinvenimento e alla traslazione dei sacri resti dell’apostolo dal Codice 101 di Montecassino: “(5) Cod. Casinensis 101, 386: ‘Cum gisulfus princeps salernitanum populorum regeret dicione prudentissima (….), etc…”:

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(Figg….) Ebner (…), ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento‘, vol. II, p. 515

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 448-449, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ebner, Storia, p. 27 sgg., anche per la bibliografia. E’ da presumere che la traslazione dei sacri resti, dopo il rinvenimento a Velia (Sermo venerabili Paulini: Cod. Casinensis 101, 385-386 e ‘In traslatione sancti Mathei apostoli et evangeliste: Cod. Casinensis 101, 386-397)…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 517, riferendosi ai resti d’epoca romana di una villa e di una basilica paleocristiana a Velia, in proposito scriveva che: “Fino a poco tempo fa, però, mancava ogni documentazione sull’effettiva ubicazione del sepolcro….Come si è detto, l’abside della chiesa, riconoscibile dalla sua semicircolarità e dalla porta laterale, spesso presente nelle absidi delle prime chiese, era a poche decine di metri dal complesso termale, di cui è esplicito cenno nella narrazione. Notizie tutte contenute nel ‘Codice cassinese 101 (14), nel quale è pure una significativa descrizione dei tipici sanguigni mattoni usati a Velia e reimpiegati nel III secolo d.C…”. Ebner, a p. 516, nella nota (9) postillava: “(9) Necessità archeologiche indussero il compianto soprintendente alle antichità di Salerno, prof. Mario Napoli, ad asportare tutto lo strato medievale e romano. Sugli accostamenti di cui nel testo e sulle vestigia della villa romana, v. Ebner, I follari, cit., p. 36 sgg.”. Ebner, a p. 516, nella nota (10) postillava: “(10) Ebner, I follari, cit., p. 36 sgg.”. Ebner, a p. 516, nella nota (11) postillava: “(11) Ebner, Velia e la civiltà della Magna Grecia, “Il veltro”, Roma, 1967, p. 168.”. Ebner, a p. 516, nella nota (14) postillava: “(14) Cod. Cassin. 101, pp. 385-389: ‘In traslatione sancti Mathei apostoli et evangeliste (386, sgg.), ‘Sermo venerabili Paulini (385). Ma cfr. pure ‘Passio’ dello pseudo Abia (VI sec.) che tratta della predicazione di S. Matteo nell’Etiopia del primo sec. d.C. regione dell’Asia settentrionale lambita dal mar Nero. Segue, in ordine di tempo, il ‘Sermo’ (fine IX sec.) di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (trasferimento dei sacri resti dall’Etiopia in Bretagna e da qui ‘ad lucanos fines’ da parte di una flottiglia inviata da Valentiniano III a sedare una rivolta in Bretagna). Pare difficile ammettere interpolazioni o manipolazioni dato che i codici vennero cercati e usati ai fini agiografici e liturgici dopo il trasferimento a Salerno.”.

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(Fig….) Ebner (…), ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento‘, vol. II, p. 517, nota (14)

Nel……, nel Chronicon Cavense o Annalista Salernitano

Riguardo il “Chronicon Cavense”, Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, a p. 259, in proposito scriveva che: “…dopo la caduta del gastaldato longobardo in potere di Niceforo Foca allorchè questi riuscì a impadronirsi nell’886 del mezzogiorno italiano (15). Conquista che secondo il molto sospetto Chronicon Cavense pubblicato dal Pratilli sarebbe avvenuta nell’896 mediante gli sforzi riuniti di Bizantini e dei Saraceni che insieme a Latiniano avrebbero anche preso altre città della Calabria tra cui Cosenza e Bisignano (16).”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (16) postillava che: “(16) Pratilli, Historia – principium longobardarum, Neapolis, 1754, IV, ad ann.”. Il Cappelli parlando del “Chronicon Cavense” scriveva che fu pubblicato da Pratilli (….), nel suo “Historia – principium longobardarum”, pubblicato a Napoli nel 1754. Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Da Wikipedia, alla voce “Chronicon Cavense” leggiamo che il Chronicon Cavense è un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli, antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il Chronicon si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di Annalista Salernitanus, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione (1). Wikipidia, nella nota (1) postillava: “(1) Herbert Bloch, Monte Cassino in the Middle Ages, p. 223″. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense fu il frutto di un’abilissima falsificazione, che costituisce un esempio esempio eclatante di sofisticheria settecentesca: lo storico e archeologo Herbert Bloch la cita come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo».  A lungo considerato autentico, il Chronicon pratilliano ha avuto il tempo di trarre in inganno intere generazioni di studiosi e storici, causando notevoli aberrazioni sull’intera storiografia della Langobardia Minor. Fu definitivamente riconosciuto come falso solo un secolo dopo, nel 1847, per mezzo della dettagliata esegesi di Pertz e Köpke. Tuttavia, nel 1847, la cronaca aveva già dispiegato i suoi effetti dannosi e, nonostante lo smascheramento, l’influenza della falsa cronaca ha continuato a riverberare le sue conseguenze negative sulla storiografia successiva, fino al XX secolo, sviando l’opera di lettori di varia indole, compresi studiosi scrupolosi e avvertiti. La persistenza di questa pesante eredità è stigmatizzata, ad esempio, da Nicola Acocella, da Nicola Cilento e da Herbert Bloch. Questa circostanza ha portato alcuni specialisti a esprimere e a condividere l’idea del suo autore come «di un morto che non è morto abbastanza». La falsa Cronaca Cavense del Pratilli non va confusa con gli Annales Cavenses, autentica opera annalistica prodotta dalla badia di Cava de’ Tirreni. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». L’“Annalista salernitano” o “Anonimo Salernitano”Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (…), op. cit., p. 29). L‘”Annalista Salernitano”, era un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Riguardo il ‘Chronicon Cavense’, nessun valore documentale va invece attribuito al Chronicon Cavense, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto.

Il Chronicon Salernitanum detto “Anonymi Salernitani” e la ‘Traslatio’ (il trasporto) delle reliquie di S. Matteo a Salerno

Lo storico Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di San Matteo’, nel 1954, a p. 11, in proposito così si esprimeva:

Acocella, p. 12

La traslazione delle reliquie di san Matteo è una tradizione agiografica altomedievale, fiorita nel Meridione d’Italia, nell’ambiente letterario e religioso della Langobardia Minor. Tale tradizione narra del rinvenimento in Lucania delle reliquie del santo e della loro successiva solenne traslazione a Salerno, per volere del suo principe longobardo Gisulfo I. Quelle stesse reliquie furono poi trasferite nel duomo di Salerno dai principi normanni. Fu proprio il Normanno, Roberto il Guiscardo, che fece costruire la tomba del Santo nel Duomo di Salerno. La notizia del ritrovamento è intanto giunta anche a Salerno. Il principe longobardo Gisulfo I, invia a Capaccio un’autorevole delegazione di dignitari che si fa consegnare le reliquie dal vescovo locale. Il corpo di San Matteo entra così trionfalmente a Salerno ove le reliquie furono ben custodite, quale inestimabile tesoro. Dopo una collocazione provvisoria nel palazzo del principe, nel 1084 esse vennero traslate nella cattedrale di S. Maria degli Angeli, trovarono così più decorosa sistemazione nello splendido Duomo normanno, che fu detto appunto di S. Matteo, costruito, come è noto, per volontà di Roberto il Guiscardo, pare su progetto di Alfano arcivescovo di Salerno, e consacrato da Gregorio VII, profugo da Roma. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, è impossibile  non sottolineare la precisione delle notizie, in quei codici, sull’ubicazione del sepolcro dell’apostolo (la mano pietosa di una madre vi componeva poi le spoglie della sua bimba) e la descrizione dei tipici mattoni usati a Velia e del nuovo reimpiego dopo il III secolo d.C. All’autore della ‘Traslatio’ (si propende per lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (a. 954 traslazione dei resti dell’apostolo da Velia a Capaccio e poi a Salerno)(29).”. Ebner, a p. 724, nella nota (29) postillava: “(29) P. Ebner, Dei follari di Gisulfo I e della Schola Salerni, “Bollettino Circol. numis. napol.”, 1962, p. 28 sgg.”.

Il racconto della ‘Translatio’ nel Chronicon Salernitanum di Anonimo

Il nipote Mazzarella Farao, nel 1795 pubblicò la Parte III della Lucania dello zio Giuseppe Antonini, dove a p. 234, in proposito scriveva che: “Esaminiamo ora quel che ne dice Erchemperto sul fin della sua Storia, ……, siccome dalla Cronologia di questi Principi di Camillo Pellegrino, ed in parte anche ricavasi dalla parte VII, dell’Anonimo Salernitano, che fu a Gisulfo contemporaneo.”. Pietro Ebner, riguardo il ‘Chronicon Salernitanum’, a p. 28, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. I, in proposito scriveva che: “Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, in proposito scriveva che: “La narrazione è troppo interessante e circostanziata perché tralasci di trascrivere, sia pure in nota, i brani più significativi (5). Da essi si rileva che intorno al 978 era noto all’autore della ‘Translatio (6), per averlo certamente constatato di persona, che “in lucania partibus”, e cioè nell’omonimo gastaldato (nel Mille corrispondeva, più o meno, al territorio della diocesi pestana)(7) e propriamente “ut balneum quod in locis antiquitus extructum fuit” era, “ad sinistram partem” una “potentis viri domus”. Nell’ambito di questa villa, alcuni “religiosi homines (….) ecclesiam statuerunt” per deporvi, in un “tumulum curricula quiescens”, l’evangelista mostrava la sua presenza ai fedeli con molti miracoli, come credo possa interpretarsi la frase “multarum ibi per dei gloriam peregit signa virtutem”. Persino con l’impedire ad Attanasio di trasferire altrove le sacre spoglie e di compiere ancora altri prodigi durante la traslazione a Capaccio (v. a Rutino).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, nella sua nota (5), postillava e riportava la trascrizione degli interessantissimi passi relativi al rinvenimento e alla traslazione dei sacri resti dell’apostolo dal Codice 101 di Montecassino: “(5) Cod. Casinensis 101, 386: ‘Cum gisulfus princeps salernitanum populorum regeret dicione prudentissima (….), etc…”:

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(Figg….) Ebner (…), ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento‘, vol. II, p. 515

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, nella sua nota (6), postillava e riportava la trascrizione degli interessantissimi passi relativi al rinvenimento e alla traslazione dei sacri resti dell’apostolo dal Codice 101 di Montecassino: “(6) Lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’, se è esatta l’induzione dello Stilting (Acta sanct., sept., VI, Anversa 1757, p. 198), il quale mostra una perfetta conoscenza del materiale di reimpiego usato a Velia nelle costruzioni, specialmente nel periodo imperiale, e cioè il laterizio. Si noti il significativo brano della Translatio (338): ‘Tunc cesis que supererant spinis ac sentibus, ad quo iam flagranti desiderio intendebant, ipsum etiam altare invenit, inventumque cum magna cautela reserare temptavit. (389) Et cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, apparuit.’.”, che tradotto è: Allora, quando le restanti spine e la spina, verso la quale ora erano intenti con ardente desiderio, trovò l’altare stesso, e avendolo trovato, con grande cautela cercò di aprirlo. E quando il marmo che aveva ricoperto lo stesso altare fu stato spostato dal suo posto, apparve subito il luogo della croce, intessuta di mattoni, in cui era custodito il corpo del santissimo apostolo ed evangelista.”. Ebner riporta i brani in latino delle pagine 338 e 389 della ‘Translatio’ tratta dal Chronicon Salernitanum’. Il ‘Chronicon Salernitanum’ è la più antica testimonianza della tradizione, tra quelle sopravvissute, è, al capitolo 165, il ‘Chronicon Salernitanum’, cronaca apocrifa (anonima) della seconda metà del X secolo, scritta all’incirca nel 978. ‘Translatio sancti Mathei’. Un dettagliato racconto della traslazione è contenuto anche nella Translatio sancti Mathei apostoli et evangeliste’, un testo della latinità medievale tramandato in un codice membranaceo risalente agli anni a cavallo tra XI e XII secolo, conservato nella sala Capitolare della cattedrale di Benevento (…). Devo segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Acocella dunque, riferendosi al rinvenimento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, scriveva che si trattava di “invenzione” e che essi furono ritrovati in una chiesetta distrutta dai barbari. Riguardo la traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, ne ha parlato Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’ che, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Dunque, l’Acocella (…), pubblicò parte del codice Vaticano Latino 5001, che riportava il ‘Chronicon Salernitano”. L’Acocella ha potuto così ricostruire nel suo saggio La Traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze, Salerno, 1954, tutto il quadro delle vicende relative ai resti mortali dell’evangelista, dimostrando la sostanziale veridicità delle fonti, che furono poi integralmente pubblicate (Giuseppe Talamo-Atenolfi, I Testi Medievali degli Atti di S. Matteo l’Evangelista, 1956) e che risalgono all’anonimo autore del “Chronicon Salernitanum” della seconda metà del X secolo, un monaco del monastero di San Benedetto di Salerno.

Nel 974, il Chronicon Salernitanum detto “Anonymi Salernitani”

Da Wikipedia leggiamo che il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia Minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il principe di Salerno Gisulfo. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, E’cole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, Ecole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Per il ‘Chronicon Salernitanum’, si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’, “forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. A questo proposito, dobbiamo anche segnalare, che l’evento o il prodigio a cui si fa riferimento è dell’anno 954, e che nell’anno 823, vi era un abate del monastero di S. Benedetto di Salerno che non viene menzionato dalle cronache, e si tratta di un certo “Aliprando di Bussento”, che fu citato dal sacerdote Rocco Gaetani, (…), e di cui abbiamo parlato in un nostro saggio ivi pubblicato. Questo “Aliprando de Busentio”, era citato in un altro Chronicon, o meglio, un ‘Chronicon’ pubblicato dal Pratilli (…), che la storiografia vuole da non confondere con il ‘Chronicon Salernitanum’, a cui fa riferimento tutta la storia del rinvenimento. L’altro ‘Chronicon’ di cui parliamo, dove si cita un certo “Aliprando de Busentio”, è la cronistoria spuria dell’ “Annalista Salernitano”, citato più volte anche da Antonini. E’ stato accertato che l’Annalista Salernitano, doveva essere un monaco o un Abate del monastero di S. Benedetto di Salerno. L’anonimo autore del Chronicon Salernitanum’ narra di un evento avvenuto qualche decennio prima della sua compilazione, del quale egli fu forse testimone diretto (…), ma del quale non precisa il dato cronologico, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda la traslazione (…): la tradizionale datazione di entrambi gli eventi al 954 è indicata dagli ‘Annales Cavenses’ (…) e dagli Annales Beneventani, ed è accolta dai cronisti successivi. Infatti, negli ‘Annales Cavenses’, si apprende la data 954: ‘Annales Cavenses’, p. 188: 954: «Hoc anno corpus beati Mathei apostoli translatum est apud Salernum». ‘Annales Beneventani’, p. 175: 954: «Translatum est corpus sancti Matthaei in Salernum». La data del 954 è peraltro accettata dalla critica odierna, anche sulla base di elementi testuali e cronologici impliciti nella narrazione dell’ignoto cronista salernitano. La data del 6 maggio, per celebrazione della traslazione delle reliquie, è invece attribuita per via di tradizione e da tempo immemorabile. Il Chronicon Salernitanum’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto (….). Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12. L’opera ha potuto beneficiare, così, della tradizione amanuense: una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. In tempi recenti da essa hanno largamente attinto storici della Longobardia meridionale come Wilhelm von Giesebrecht, Ferdinand Hirsch (…), Michelangelo Schipa (…). Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, ………………Anche il Muratori (…), pubblicò il ‘Chronicon Salernitanum’, o ‘Anonimi Salernitani’, una cronaca del X secolo, da non confondere con il ‘Cronicon Cavense’, costruito (dicono) dal Pratilli. Il ‘Chronicon Salernitanum’ è la più antica testimonianza della tradizione, tra quelle sopravvissute, è, al capitolo 165, il ‘Chronicon Salernitanum’, cronaca apocrifa (anonima) della seconda metà del X secolo, scritta all’incirca nel 978. ‘Translatio sancti Mathei’. Un dettagliato racconto della traslazione è contenuto anche nella Translatio sancti Mathei apostoli et evangeliste’, un testo della latinità medievale tramandato in un codice membranaceo risalente agli anni a cavallo tra XI e XII secolo, conservato nella sala Capitolare della cattedrale di Benevento (…). Per il ‘Chronicon Beneventanum’, si veda: Alfred Poncelet (…), Catalogus codicum hagiographicorum latinorum bibliothecae Capituli ecclesiae cathedralis Beneventanae, pp. 343, 352. Il racconto della ‘translatio’ beneventana fu poi incorporato nella liturgia salernitana, forse già in età normanna, al tempo dell’arcivescovo di Salerno Alfano I: il Breviarium Salernitanae Ecclesiae’ la contiene interamente, fatta eccezione per una variante iniziale che Acocella tende ad attribuire a un errore nella compilazione amanuense del Breviario (…). Il Breviarium Salernitanae Ecclesiae’ (Breviarium officii ecclesiastici secundum usum sacre Salernitane ecclesie factum a domino Romoaldo venerabili secundo Salernitano archiepiscopo) fu forse opera di Romualdo II Guarna ed è «rimasto in uso fino al 1586 e [di esso] ancor oggi la Chiesa salernitana si serve per alcune ufficiature dei santi locali» (Massimo Oldoni, Romualdo Guarna). L’anonimo autore del Chronicon Salernitanum’ narra di un evento avvenuto qualche decennio prima della sua compilazione, del quale egli fu forse testimone diretto (…), ma del quale non precisa il dato cronologico, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda la traslazione (…): la tradizionale datazione di entrambi gli eventi al 954 è indicata dagli ‘Annales Cavenses’ (…) e dagli Annales Beneventani, ed è accolta dai cronisti successivi. Infatti, negli ‘Annales Cavenses’, si apprende la data 954: ‘Annales Cavenses’, p. 188: 954: «Hoc anno corpus beati Mathei apostoli translatum est apud Salernum». ‘Annales Beneventani’, p. 175: 954: «Translatum est corpus sancti Matthaei in Salernum». La data del 954 è peraltro accettata dalla critica odierna, anche sulla base di elementi testuali e cronologici impliciti nella narrazione dell’ignoto cronista salernitano. La data del 6 maggio, per celebrazione della traslazione delle reliquie, è invece attribuita per via di tradizione e da tempo immemorabile. Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, che, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, …………….L’Acocella (…), pubblicò parte del codice Vaticano Latino 5001, che riportava il ‘Chronicon Salernitano”. Pietro Ebner, riguardo il ‘Chronicon Salernitanum’, a p. 28, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, scriveva in proposito che: “Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia.”. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. I due studiosi Crisci e Campagna (….), a p. 35, postillavano a riguardo che: “Il ‘Chronicon’ fu scritto non molto dopo il 974, perchè descrive eventi che dalla metà del 700 (747) si fermano a questa data, è, parlando della morte di Adelchi, avvenuta nell’878, dice che è passato un centinaio di anni. Fu pubblicato dal Pratilli, nella ‘Historia Principum Longobardorum, Napoli, 1750, II, 37-323. Altra pubblicazione, non completa, fu fatta da C. Pellegrino, integrata da L. A. Muratori, ‘Rerum Italicarum Scriptores, t. II, p. II. Il Pertz, seguendo il ‘Codice Vaticano Latino 5001, ha dato una edizione critica col titolo di ‘Anonimo Salernitano’ in M.G.H., ed. 1839. Ed è la migliore edizione.”. Sempre il Crisci ed il Campagna (…), a p. 52, in proposito scrivevano che: “Il ‘Chronicon Salernitanum’ è il primo documento che ci tramandi i nomi di alcuni vescovi (1): di quelli che ressero la diocesi nel periodo storico di cui l’autore narra gli eventi: dalla metà del 700 (747 circa) al 974.”. Il ‘Chronicon Salernitanum’, o ‘Anonimi Salernitani’, è un’opera raccolta nel Codice Vaticano Latino 5001, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana a Roma e, la pagina che interessa è la p. 147 r che quì pubblico:

Cod. Vat. lat. 5001, p. 147r

(Fig…) Codice Vaticano Latino n. 5001, contenente il “Chronicon Salernitanum”, p. 145r

Giuseppe Antonini (…., nel suo “La Lucania – Discorsi”, edito nel 1745, ed in quella edita dal nipote, Mazzarella Farao, seconda edizione del 1795, sia nella Parte II che nell’altro testo che raccoglie la Parte III. L’Antonini, a p. 247 parlando di Pesto e di Cassiodoro, nella nota (2) postillava: “Fornero nelle note all’Epistola n. 3. lib. I di Cassiodoro in cui si leggono le seguenti parole, che Teodorico gli scrive: ‘Sed non eo praeconiorum sine contenti, Brutiorum, et Lucaniae tibi dedimus mores regendos, ut bonum quod peregrina Provincia meruisset, genitalis soli fortuna nesciret’, così dice: ‘Dat ei Theodoricus summum Patriciatus epicem, cum tum suisset Corrector Brutiorum, et Lucaniae propriac patriae’.”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, in ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) Romanelli Domenico, Antica topografia istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 593. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Ebner P., Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982,

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(…) Acocella Nicola, La traslazione di San Matteo, stà in ‘Documenti e testimonianze’, ed. Di Giacomo, Salerno, 1954 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, Ente per le Antichità e i Monumenti della Provincia di Salerno, Salerno, 1963 (Archivio Storico Attanasio), Parte II, p. 7 (su S. Matteo). Come ha scritto lo storico Nicola Acocella, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”

(…) Capasso Bartolomeo, La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. 

(…) Pratilli F. M., noto per il suo lavoro realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel ‘600 da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B.La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

(…) Pellegrino C., Apparato alle antichità di Capua, ovvero discorso della Campania Felice, Napoli, ed. Sauio, 1651. Si veda pure dello stesso autore: Historia principum Longobardorum, Tomo III, Napoli, ed. de Simone, 1751

(…) Stilting…., Acta Sanctorum, Anversa, VI, 1757, p. 198

(…) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Volpi G., Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.

(…) Mariotto A. e Magnoni Pasquale, Lettera critica al Barone Antonini, contenente alcune annotazioni critiche sui di lui Discorsi della ‘Lucania’, 

(…) Hirsh – Schipa Michelangelo, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002.

(…) Fedele P., Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i Principi di Salerno, stà in ‘Archivio della Regia Società Romana di Storia Patria’, XXVII, 1905, pp. 5-21 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Fedele P., Ancora delle relazioni fra i conti di Tuscolo ed i Principi di Salerno, stà in ‘Archivio della Regia Società Romana di Storia Patria’, XXIX, 1906, pp. 240-246.

(…) Cilento Nicola, Italia meridionale longobarda, Milano-Napoli, 1966

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(…) Cataldo Giuseppe (sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

(…) Rodotà, Pietro Pompilio, Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.

(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”.

d'avino-porfirio

(…) Porfirio , Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1948,  a p. 538

(…) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio), “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527)

(…) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa anastatica della I edizione, ed. Ripostes, Atripalda (AV), 1998, p. 117

Guillaume P.,

(…) Guillaume Paul, L’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava’, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; ‘Acta Sanctae Sedis’, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (…), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (…), venne pubblicato dal Guillaume (…).

(…) L‘”Annalista Salernitano”, fu citato anche da Rocco Gaetani (…). Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Köpke. Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo»L’Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (…), op. cit., p. 29).

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc.…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(…) (Fig….) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (16) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (…), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit., dice nella sua nota 59 a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Pare che il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (…). Si veda pure Padiglione C. (…), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata “La Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine” (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”. Sempre il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (…), op. cit., oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, op. cit. (4), trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (23), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (4), scriveva in proposito: Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.  Sul manoscritto di Mannelli, abbiamo pubblicato ivi lo studio: “Il manoscritto inedito di Luca Mannelli”, dove abbiamo pubblicato tutte le pagine del manoscritto originale conservato alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, recentemente acquisiti nel nostro Archivio. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, conservato e richiesto alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, su nostra richiesta e che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r e 51v. 

(…) Cappelletti G., Le chiese d’Italia dalle loro origini fino ai nostri giorni, Venezia, Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 328-329 e 367-377. Lettera del pontefice (Quoniam Velina) riportata da Cappelletti. Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» Paul Kehr (Italia Pontificia, VIII, p. 370).

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(…) Curzio N., Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli, estratto dal Pensiero Cattolico, Manduria, 1910, (cap. XIV, p. 29; si veda pure dello stesso autore: ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, Lauria, Tip. Editrice Francesco Rossi & figli, 1934 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ventimiglia Domenico, Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania (con glossario), Napoli, 1827, Appendice p. IX e sgg.

(…) Racioppi Giacomo, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, vol. II, p. 98, 99, n. 2

(…) Senatore G., La cappella di S. Maria sul Monte della Stella nel Cilento, Salerno, 1895, p. 9 e sgg. e 24

(…) Mazziotti Matteo, La baronia del Cilento, Roma, 1904, p. 43 sgg. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti etc., Salerno, 1923, p. 177, sgg.

(…) Paesano Giuseppe, Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana, Napoli, ed. Manfredi, 1843 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Crisci G. e Campagna A., ‘Salerno sacra – Ricerche storiche’, Salerno, ed. della Curia Arcivescovile, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg. (Archivio Storico Attanasio); si veda citazione di Pietro Ebner e la ‘Presentazione’ di Nicola Acocella.

(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), mentre il Vol. II ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I, è intitolato: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; poi vi è il vol. III, ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946;  si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994; si veda pure: Carlo Carucci, Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano, in ‘ASCL’, a. II.

(…) Carucci Arturo, S. Gregorio VII e Salerno, Salerno, ed. Arti Grafiche, 1954 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carucci Giacinto, S. Gregorio 7. a Salerno : ricerche storiche / pel prof. G. Carucci, Salerno, 1885, 65, parlando del monastero di S. Benedetto di Salerno, la dice fondata nel 725 dal Longobardo Guibaldo Salernitano divenuto più tardi primo abate e preposto

Nell’823, ‘Aleprando de Bussentio’, monaco benedettino di Policastro e abate dell’Abbazia di S. Benedetto di Salerno

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite da alcuni storici locali che hanno pubblicato interessanti notizie sulla storia delle nostre terre. Sempre a caccia di nuovi ed interessanti documenti, recentemente il mio archivio ha acquisito un libretto ormai introvabile. Si tratta del primo saggio che il sacerdote Rocco Gaetani pubblicò nel lontano 1882: ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacerdote Rocco Gaetani’ (…). Come vedremo, il Gaetani (…), oltre a fare un interessante ricostruzione storiografica dell’antica Diocesi Bussentina (Buxentum), traeva e citava un’interessante notizia circa l’anno 823 di unAliprando de Bussentio”.

Nell’’823 (?) o anno ‘827 troviamo un “Aleprand de Busentio” all’abbazia di S. Benedetto di Salerno

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di un abate o preposto chiamato ‘Aliprando de Busentio’ che, nel secolo IX passava alla Badia di Cava dè Tirreni. Il Gaetani (…), lo chiama “Aliprando”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli ecc…’, nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, op. cit., pp. 24-25.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica Bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 parlando di Policastro e della sua antica sede episcopale, sulla scorta dell’Annalista Salernitano, scriveva che nel IX secolo, e precisamente nell’anno 823 d.C., vi era un certo ‘Aliprando de Bussentio’ (che crede essere un Longobardo) fu “sollevato all’Abbadia di Salerno”. Il sacerdote Rocco Gaetani (….) di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacerdote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, riguardo i cenobi basiliani nelle nostre terre e la Diocesi di Policastro, ai tempi delle frequenti e devastanti incursioni Saracene, nell’VIII e IX secolo, a p. 22, parlando della chiesa Bussentina e della città di Bussento, scriveva che: “…, ne deploriamo la distruzione tra il secolo VII e il X per l’ira dei Saraceni, di cui le nostre spiagge furono compassionevoli teatri. Si sa che quei barbari si avanzarono fino a Ostia, che distrussero tra le altre le celebri chiese di Pozzuoli e di Miseno con tanta irreparabile rovina, che la seconda più non risorse, e la prima raccolse appena le sue monumentali reliquie in quella parte del territorio della città, che una volta ne fu semplicemente cittadella; lo squallore si sparse pure sulla vecchia Cuma, la quale, divenuta orribile covo saracinesco finì per non mai più risorgere. Gli stessi gemiti potremmo emettere sulle Chiese littorali fra il Sele ed il Bussento, e la medesima scena è d’uopo ci rappresentiamo nell’VIII o nel IX o nel X secolo della Chiesa Bussentina. Aggiungiamo solamente che l’annalista salernitano parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato dall’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”

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(Figg….) Rocco Gaetani (…), pp. 22-25

Il Gaetani (…), a p. 25, parlando della Diocesi di Buxentum al tempo del IX secolo, scriveva che secondo il cronista detto “Annalista Salernitano”: “….parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato all’Abbadia di Salerno;..”, ovvero scriveva che il monaco benedettino “Aliprando de Bussentio”, nell’anno ‘823, “fu sollevato all’Abbazia di Salerno”, ovvero fu eletto abate all’Abbadia di Salerno. Il Gaetani, sulla scorta del passo contenuto nel ‘Chronicon Cavense’, un ‘Chronicon’ scritto ed attribuito all’‘Annalista Salernitano’ citava il monaco ‘Aliprando di Bussento’ o ‘Buxento’ che al tempo di Papa Pasquale I, fu nominato Abate dell’Abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno. Dunque, il Gaetani si riferiva all’abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno, ormai scomparsa. Il sacerdote Rocco Gaetani nel suo libretto introvabile, a p. 29, riguardo questo “nobile cenobita” (Aliprando de Bussentio) aggiungeva pure che: “Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. Dunque, in questo passaggio, il Gaetani dice che questo “Aliprando” fosse un monaco longobardo proveniente da un cenobio basiliano del Bussento, il quale, nel IX secolo diventava Abate dell’Abbazia di Salerno. Anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), parlando di S. Marina dice a p. 32, scriveva che: “Un altro convento, fondato pure ai tempi di S. Francesco, fu quello di S. Marina, con annessa chiesa dedicata a S. Maria della Croce, che ancora esiste. Questo paese, sede del comune di cui fa parte Policastro, sorse verso il secolo VIII ed ebbe origine da alcune famiglie scampate dalla persecuzione iconoclasta durante la dominazione dei Greci, sotto gli imperatori Leone Isaurico e Costantino Capronimo (726-843).”. Il Cataldo, a p. 34, parlando dei Conventi francescani, scriveva che: “Da Policastro uscì un monaco benedettino nel ‘824, di nome ALEPRANDO DE BUXENTIO, che fu Abate nel Convento di Salerno.”. Dunque, anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), sulla scorta del Gaetani citava questo ‘ALEPRANDO’ e scriveva che egli uscì da Policastro quale monaco benedettino nell’anno ‘824 e diventò abate di un Convento di Salerno senza specificare quale fosse questo “Convento”. Dunque, il Cataldo, sulla scorta del Gaetani scriveva che questo “ALEPRANDO DE BUXENTIO” fosse un “monaco benedettino” che, nell’anno ‘824 fosse uscito da un qualche convento di Policastro. Cerchiamo di capire ora la provenienza della notizia dataci dal sacerdote Rocco Gaetani. Il Gaetani (…), a p. 25, parlando della Diocesi di Bussento scriveva che al tempo del IX secolo, secondo il cronista detto “Annalista Salernitano”: “….parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato all’Abbadia di Salerno;..”, ovvero scriveva che il monaco benedettino “Aliprando de Bussentio”, nell’anno ‘823, “fu sollevato all’Abbazia di Salerno”, ovvero fu eletto abate all’Abbadia di Salerno. Il Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che è citato nell’‘Annalista Salernitano’. Chi è l’”Annalista Salernitano” ?. A quale autore si riferiva il Gaetani dandoci l’interessante notizia.

La notizia di ‘Aleprand de Busentio’ tratta dal Chronicon Cavense o Annalista Salernitano

Il sacerdote Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, pubblicato nel 1852,  a p. 35, del suo vol. I, che, riguardo il monastero o cenobio basiliano, in seguito diventata abbazia benedettina, di S. Benedetto a Salerno, nella sua nota (2) di p. 35, vol. I, postillava che: “(2) Le memorie relative alla fondazione ed alle vicende del detto monastero si trovano raccolte in un opera di cui si leggono in fronte queste parole: “Collectum per Petrum de Salernum Cancellarium, et Girbertum Archivarium sub. P. Abbate”. Il Pratillo la distingue col nome di cronaca cavense ma il Padre De Meo, riflettendo che quasi tutta l’opera fu combinata in esso Monastero di Salerno, pretende doversi allo scrittore della medesima darsi piuttosto la caratteristica di Annalista Salernitano.”. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’Francesco Maria Pratilli (Santa Maria Capua Vetere, 10 ottobre 1689 – Napoli, 30 novembre 1763) è stato un prete, archeologo e antiquario italiano, membro dell’Accademia Ercolanese, noto per il suo lavoro di realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Paul Fredolin Kehr (…), nel suo ‘Regesta Pontificum Romanorum, Italia Pontificia, vol. VIII, Regnum Normannorum- Campania’, pubblicato nel 1935, a p. 364, del suo vol. VIII, in proposito al Monastero di S. Benedetto di Salerno scriveva che: De primis eius temporibus nihil nisi notitia quaedam exstant in Chronico Cavensi a F.M. Pratilli impudentissime conficto (ed. Pellegrini Hist. principum Langobardorum IV 386 sq.). Sed non solum, quae ibi de privilegiis Leonis III, Gregorii IV, Leonis ecc…”. Scrive sempre il Kehr (…) che: “Chronico Casinensi uberiores notitias legimus de monasterio s. Benededicto Salernitano, quod iam olim cum Casinensi coenobio coniunctum fuisse fuisse videtur; narrat enim Waimarium principem Basilio exabbati ecc..”. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Kopke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il ‘Chronicon Cavense’, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolph Kopke. La fabbricazione del ‘Chronicon Cavense’ è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’“forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. Si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Dunque il Kehr (…), scriveva che ricche informazioni sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, provengono anche dall’altro ‘Chronicon’, detto “Chronicon Cavensis”E’ un’opera spuria che alcuni ritengono costruita dal Pratilli (…). Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Fredolin Kehr (….) scriveva che le prime notizie in assoluto che arrivano per il Monastero di S. Benedetto si possono estrapolare da un antico Chronicon pubblicato dal Pratilli e poi in seguito ripubblicato dal Pellegrino nel 1710. Si tratta del “Chronicon Cavensis”, di cui ho già detto, in quanto questo è proprio il ‘Chronicon’, citato dal Gaetani (…), quando riporta la notizia di ‘Aleprand de Busentio’. Questo ‘Chronicon’ apocrifo, è detto dall’Antonini (…) e dal Di Meo (…) “Annalista Salernitano”. La notizia di un ‘Aliprando de Bussentio’, nell’anno 825, citata dal Gaetani (…), trova conferma nel testo del ‘Chronicon Cavense’, pubblicato dal monaco Francesco Maria Pratilli (…). Francesco Maria Pratilli (…), nella suo ‘Historia principum Langobardorum’, che contiene: “Chronicon Cavense ineditum cum notes Francesco Maria Pratilli, p. 381.”a p. 390, scrive che: “A. 823. Leutarius Lugduici coronatur Augustus a Papa Pascali. Landulphus Gastaldus fit Comes, & Sicopoles estruitur pro sui comitatus custodia (3). A. 825. Moritur Pascalis (4). Et paulo postea obiit Adulphus Prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Busentio (5).”. Il Pratilli (…), a p. 390, vol. IV, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Erchemp. n. 9. to. I huius operis, & to. 2., ubi de hoc ‘Landulfo plurima’.”. Il Pratilli (…), a p. 390, vol. IV, nella sua nota (4), postillava che: “(4) A. potius 824. ut Pagius, aliique evincunt.”. Il Pratilli (…), a p. 390, vol. IV, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’”.

Pratilli, p. 390

(Fig…) Camillo Pellegrino (….), vol. IV, p. 390 dove pubblica Pratilli F.M., ‘Historia Longobardorum etc.’, dove si cita un “Aleprand de Busentio”.

Dunque, la frase dell’“Annalista Salernitano”, probabile autore apocifo del “Chronicon Cavense”, dove scriveva che: A. 825. Moritur Pascalis (4). Et paulo postea obiit Adulphus prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Busentio (5).”, che riportava la notizia di un “Aliprand de Busentio”, (pare) sulla scorta di Erchemperto (….), tradotto è: “A. 825. Pascale muore. E poco dopo morì il preposto Adulphus, il quale fu sostituito da Aleprand de Busentio (5)”. Dunque, secondo il chronicon dell”Annalista Salernitano (Cronicon Cavense), nell’anno ‘825 moriva papa Pasquale I. Poco dopo la morte di papa Pasquale I morì pure Adolfo, preposto dell’abbazia di S. Benedetto di Salerno, “al quale fu sostituito Aleprand de Busentio (5).”, ovvero che, al posto di Adolfo subentrò Aliprando di Bussento. Il Pratilli scriveva anno 825 (che era morto papa Pasquale I) e aggiungeva “subito dopo ecc..ecc..”. Come è stato già detto, questo monaco chiamato “Aliprando” secondo il “Chronicon Cavense” scritto ed attribuito al cronista ‘Annalista Salernitano’, si riporta la notizia che, riferendosi a dopo l’anno ‘825 “Et paulo postea obiit Adulphus prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Busentio (5).”, ovvero che il preposto Adolfo fu sostituito da Aliprando di Bussento. A quale abbazia di cui era abate Adolfo si riferiva l’Annalista Salernitano ? In quale abbazia l’Aliprando andò a sostituire alla sua morte l’abate ‘Adulphus’ ?. Di sicuro si tratta di un’antica abbazia di Salerno, forse un’abbazia benedettina di Salerno. Forse si tratta e ci si riferiva all’abbazia di S. Benedetto di Salerno ormai scomparsa. Mi chiedo se questo ‘Aleprando de Busentio’ o Aliprando era un vescovo o un egumeno dell’allora cenobio basiliano, poi diventato il monastero benedettino di San Benedetto a Salerno, di cui non si conosce l’esatta data di fondazione ?. Riguardo l’“Aliprando de Busentio”, segnalo che il Muratori (…), nel suo ‘Rerum scriptores etc…’, a p. 1128, nell’Indice dei nomi, indica un “Elipandi Toletani Episcopi barensio”. Come scriveva il Balducci, Andrea Sinno scriveva sulla scorta di Alessandro Di Meo (….) che, nel suo ‘Annali, critico diplomatici nel Regno di Napoli’, Tomo III, a p. 327, cita l’episodio citato dal Gaetani (…) ed in proposito scriveva che: “Nell’Annalista Salernitano, dopo i fatti dell’823.,  si legge: ‘An. 825. moritur Paschalis….Et paulo post obiit Adulphus Praepositus’ (di S. Bendetto di Salerno), ‘cui supstitutus est Aleprand de Busentio; e poi segue l’anno 827. Credo certo, che il Trascrittore lesse 825. per 824. Il Pratillo interpreta ‘Cosenza’ per ‘Busentio’; ma doveva sapere ameno Livio, e da Strabone la famosa Città ‘Busento’ dopo Palinuro nella Lucania, che nel 499., e 504. avea Vescovo ‘Rustico’, che nel 592.,  secondo S. Gregorio (Ep. 43., al. 29., Ind. IO.) era Chiesa Vescovile, ma allora Sede vacante; e nel 649. aveva vescovo ‘Sabbazio’.”.

Di Meo, Annali, III, p. 327

(Fig…..) Di Meo Alessandro, ‘Annali, critico diplomatici nel Regno di Napoli’, Tomo III, a p. 327

La notizia citata dal Gaetani, ci viene confermata dal Di Meo (…), il quale, nel suo ‘Annali, critico diplomatici nel Regno di Napoli’, Tomo III, a p. 327, cita l’episodio citato dal Gaetani (…) ed in proposito scriveva che: “Nell’Annalista Salernitano, dopo i fatti dell’823.,  si legge: ‘An. 825. moritur Paschalis….Et paulo post obiit Adulphus Praepositus’ (di S. Bendetto di Salerno), ‘cui supstitutus est Aleprand de Busentio; e poi segue l’anno 827. Ecc…”. Dunque, il Di Meo (…), sulla scorta del chronicon dell’‘Annalista Salernitano‘, in questo breve passaggio riferendosi all’anno di Cristo ‘824, anno in cui muore papa Pasquale I, ci dice che “Adulphus Praepositus (di S. Benedetto di Salerno)” viene sostituito da “Aliprand de Busentio”. Dunque, la notizia dataci dal Gaetani è confermata dal Di Meo (….). Dunque, secondo il chronico dell”Annalista Salernitano’ (che era stato pubblicato dal Pratilli (….), pare che dopo la morte di papa Pasquale I e pure di Adolfo che pure morì subito dopo, questo monaco chiamato “Aleprand de Busentio” lo sostituì alla giuda del monastero di S. Benedetto. Dunque, Adolfo che giudava il Monastero di S. Benedetto, alla sua morte che avvenne subito dopo la morte di papa Pasquale I° venne sostituito da “ALEPRAND DE BUSENTIO (5).”. La frase dell’‘Annalista Salernitano’, pubblicata dal Pratilli (…) e riportata dal Di Meo, si riferisce a dopo i fatti dell’anno 823. In esso si legge:  “An. 825. moritur Paschalis….Et paulo post obiit Adulphus Praepositus’ (di S. Bendetto di Salerno), ‘cui supstitutus est Aleprand de Busentio”. Dopo questa frase, scrive il Di Meo: “dopo segue l’anno 827.”.  Traducendo la frase riportata dal Di Meo (…), che è la stessa trascritta e pubblicata dal Pratilli (…), si legge che Is. 825. Pasqua …. morì poco dopo la morte Adulph Superior (S. Bendetto di Salerno), che è supstitute Aleprand di Busentio“, ovvero che, nell’anno 825, moriva il papa Pasquale I, che morì dopo poco la morte dell’Abate Adolfo (dice il Di Meo: di S. Benedetto di Salerno), che fu “supstitute” da “Aliprand di Busentio”, alla direzione del Monastero o Abbazia. Il Di Meo (….) scriveva che è l'”Aliprando de Bussentio” che sostituirà il defunto ‘Adulfhus’ preposto del papa Pasquale al governo di S. Benedetto di Salerno. Infatti, il Di Meo (…), a p. 327, scriveva “Praepositus (di S. Benedetto di Salerno). Dunque, rileggendo e traducendo correttamente la frase contenuta nel ‘Chronicon’ dell’Annalista Salernitano, nell’anno 825, moriva il papa Pasquale I e pure ‘Adulfhus Prepositus’ (Adolfo), suo preposto alla Badia di S. Benedetto di Salerno, che verrà sostituito da Aliprando de Bussentio. Cerchiamo di capire chi era questo “Adulphus” che alla sua morte fu sostituito dal monaco di Bussento Aliprando e a quale abbazia di Salerno si riferisse l’Annalista Salernitano. In primo luogo l”Annalista Salernitano’ riferendosi agli anni che vanno dall”825, in cui muore papa Pasquale I. Come abbiamo potuto leggere dall’Annalista Salernitano è chiaramente citato questo “Aleprand de Busentio” ma non è chiaro in quale monastero egli divenne Abate dopo la morte dell’abate Adulphus”. Abbiamo pure visto che, trattandosi di un chronicon medioevale che racconta la storia del monastero di S. Benedetto di Salerno, il Di Meo (…) confermava la notizia poi in seguito data dal Gaetani di un “Aliprando de Bussentio”. Ma vediamo ora tra gli autori che ci parlarono dell’antico monastero di S. Benedetto di Salerno vi fossero degli accenni a questi due Abati: ‘Adulphus’ e ‘Aliprando’. Si trattava del monastero ormai da secoli scomparso di S. Benedetto a Salerno ?. Vediamo ora cosa scriveva Antonio Balducci (….), nel suo “L’Abbazia salernitana di S. Benedetto” pubblicata in ‘Rassegna Storica Salernitana’, serie XXIX, anno 1968. Il Balducci parlando delle origini dell’abbazia di S. Benedetto di Salerno, parlando della “3. Serie cronologica degli abbati di S. Benedetto”, a p. 27, dopo aver parlato di un primo Abbate detto Guibaldo per l’anno 794, in proposito scriveva che: “Sempre sulla falsariga del Di Meo (5) Sinno pone all’anno 820 un Adolfo, preposito del nostro monastero, dicendo che a questi venne affidata l’amministrazione dei beni dati all’ospedale di S. Massimo da un tale Adelmo, arciprete di Salerno, del quale Adolfo era zio (6). E’ difficile, per non dire impossibile, accettare questa notizia data dal Pratilli e ripetuta per vera dal Di Meo e dal Sinno, quanto si abbia presente l’inoppugnabile documento del C.D.C. (7) dell’anno 868 in cui si legge ecc…”. Il Balducci (…), a p. 27, nella sua nota (4) postillava che: “(4) A. Sinno, Vicende dei Benedettini….in Salerno, in “Arch. St. Prov. di Salerno”, 1924, fasc. I-II, p. 69.”. Il Balducci (…), a p. 27, nella sua nota (5) postillava che: “(5) A. Di Meo, Annali Crit. Diplom., Napoli, 1797, III, 310, n. 5. “. Il Balducci (…), a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) l. c., p. 65. “. Dunque, il Balducci (….) citava il saggio di Andrea Sinno (….): “Vicende dei Benedettini e di S. Massimo in Salerno”. Il Balducci opina più volte sull’assunto del Sinno affermando che egli scrisse sulla falsariga di Di Meo (….) che pure viene più volte chiamato in causa. Riguardo queste notizie riferite dal Di Meo e confermate dal Sinno, Antonio Balducci (….), nel suo “L’Abbazia salernitana di S. Benedetto” pubblicata in ‘Rassegna Storica Salernitana’, serie XXIX, anno 1968, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: E’ difficile, per non dire impossibile, accettare questa notizia data dal Pratilli e ripetuta per vera dal Di Meo e dal Sinno, quando si abbia presente l’inoppugnabile documento del C.D.C. (7) dell’anno 868 in cui si legge che Guaiferio principe, figlio di Daiferio, dopo aver fondata la chiesa di S. Massimo, ecc…ecc…E’ poi assai dubbia l’affermazione che l’affermazione che l’amministrazione dei beni fosse stata affidata ad un altrimenti sconosciuto Adolfo, preposito di S. Benedetto nell’anno 820.”. Dunque il Balducci non solo negava l’esistenza dei Adelmo, Adolfo e non parla mai di Aliprando di Bussento. Pare che il Balducci abbagliato dal fatto che riteneva false le affermazioni e le notizie conteute nel ‘Chronicon Cavense’ dell”Annalista Salernitano’, non prende proprio in considerazione la notizia di un Aliprando de Busentio. Solo a p. 30, il Balducci continuando il suo racconto sulla cronologia degli Abati di S. Benedetto in proposito scriveva che: “…, ricordiamo che indubbiamente nell’868, a capo del nostro monastero vi era un vero ‘abbate’, sebbene ne ignoriamo il nome, e non un preposito, ciò che indica autonomia ed indipendenza da altro monastero.”. Dunque, il Balducci riconosce che nell’anno 868 vi era un abbate di cui però dice “ne ignoriamo il nome” eppure l”Annalista Salernitano lo dice chiaramente essere ‘Aliprando de Bussentio’. Infatti, se Aliprando diventerà Abate del Monastero di S. Benedetto nell’anno ‘824 o ‘825, alla giovane sua età, significa che nell’anno ‘868 come scrive il Balducci, Aliprando avrebbe retto il Monastero per altri 40 anni. Non mi pare improbabile che questo sia accaduto. Il Balducci, dopo aver detto di questo fantomatico abbate nell’anno ‘868 salta poi agli anni 941-954 a p. 31. Il Sinno (….), sulla scorta del Di Meo non parla di questo monaco ‘Aliprando de Bussentio’ ma parla di “Adulphus”. La figura del “Preposito” (Preposto) “Adulphus” è importante per il collegamento temporale a quella di “Aliprand de Busentio” (così detto nella traduzione del Pratilli (….), dell’Annalista Salernitano. Andrea Sinno (….), sulla scorta del Di Meo (….), a p. 65 (e non p. 69 come scrive il Balducci) parlando dell’Ospedale di S. Massimo, nel suo capitolo: “6. Ospedale di S. Massimo” e, riferendosi all’anno ‘820, in proposito scriveva che: “L’Annalista di Salerno, nell’anno su indicato, ci dice: “Adelmo Arciprete di Salerno edificò in essa Città lo Spedale di S. Massimo vicino al nostro Monastero di S. Benedetto, a cui, per mano del Giudice Rotfredo, donò tutti i suoi beni e ne diede l’amministrazione ad Adolfo Preposito del Monastero di S. Benedetto, ch’era suo zio (1).”. Dunque, viene scritto che secondo il chronicon dell”Annalista Salernitano’, nell’anno ‘820, l’Arciprete di Salerno Adelmo donò tutti i suoi beni allo zio Adolfo che era il “Preposito” del Monastero di S. Benedeto di Salerno. Dunque, il Sinno (….) parlando del Monastero di S. Benedetto scriveva di questo preosito Adolfo che era zio di Adelmo. Il Pratilli (….), a p. 390, nella trascrizione del ‘Chronicon Cavense’ dell”Annalista Salernitano’, nella sua nota (4) postillava che: “(4) A. potius 824. at Pagius, aliique evincunt.” (ma altri inconfutabili) e, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Il Gaetani (…), in proposito scriveva che: “‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato all’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”. Inoltre, il Pratilli, nella sua nota (4) a p. 390, postillava che: “(4) A. potius 824. at Pagius, aliique evincunt.” (ma altri inconfutabili) e, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Dunque, riguardo la notizia del Pratilli di questo ‘Aliprando de Busentio’, a p. 390, vol. IV, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’”. Il Pratilli (….), nella sua nota (5) a quale “Busentio” si riferiva ? Forse si riferiva ad un Aliprando de Busentio’ riferendosi ad un ‘Busentio’ di Cosenza cioè in Provincia di Cosenza ?. Non credo sia probabile si trattasse di un ‘Aliprando’ proveniente da Bussento di Cosenza. A questo interrogativo ci viene incontro lo stesso Di Meo (….) che, continuando il suo racconto, contraddice il Pratilli (…), che aveva pubblicato il ‘Chronicon’ dell'”Annalista Salernitano”, non solo scriveva che: “Credo certo che il Trascrittore lesse 825 a 824.”, ma, riguardo a ciò che aveva scritto il Pratilli (…) aggiungeva pure che: “Il Pratillo, interpreta ‘Cosentia’ per ‘Busentio’, ecc..ecc..”. Il Di Meo (…), aggiunge che: “ma dovea sapere almeno da Livio e, da Strabone, la famosa Città Bussento dopo Palinuro nella Lucania, che nel 499, e 504, avea Vescovo ‘Rustico’ che, nel 592 secondo S. Gregorio (Ep. 43., al. 29., Ind. IO) era Chiesa Vescovile, ma allora Sede vacante; e nel 649 avea Vescovo ‘Sabbazio’.”. Dunque, il Di Meo, contrariamente a quanto credeva il Pratilli, scriveva che l”Aliprand de Busentio‘, citato nel ‘Chronicon’ dell’“Annalista Salernitano”, non fosse Cosenza, come credeva Pratilli, ma si trattasse di Policastro Bussentino, l’antica Buxentum. Dunque, anche il Di Meo (….) opinò sulla nota (5) del Pellegrino (….) che pubblicava il ‘chronicon Cavense’ dell’Annalista Salernitano. Dunque, riguardo l’antico monastero di S. Benedetto di Salerno a cui si riferiva la citazione del Gaetani (….) confermata essere dal Di Meo (….) essere il monastero di S. Benedetto di Salerno (come vedremo). Così il Di Meo, oltre a confermare la notizia citata dal Gaetani di un “Aleprand de Busentio”, ci parla anche della sede vescovile di Policastro Bussentino (all’epoca ‘Buxentum’), e ci dice di alcuni Vescovi presenti nei diversi Concili.

Il Monastero e poi Abbazia di S. Benedetto a Salerno

La chiesa di San Benedetto si trova nell’omonima via San Benedetto a Salerno e faceva parte del monastero benedettino (ora adibito a caserma), ad esso era collegato un imponente acquedotto, le cui tracce più evidenti sono ancora visibili in via Arce e costruito, secondo la leggenda popolare, dal mago salernitano Pietro Barliario in una sola notte e con l’aiuto dei diavoli, da ciò deriva la sua denominazione di “Ponti del Diavolo”. Oggi una parte del monastero ospita il Circolo Unificato di presidio Militare e il Museo Archeologico Provinciale. La prima notizia dell’ esistenza risale all’868, quando vengono citati in un atto giuridico che attribuiva alcune terre al convento. Non si sa chi sia il fondatore: secondo alcuni la chiea era già esistente in epoca paleocristiana, ma appare più verosimile che ad edificarla fosse stato Arechi II o il figlio Grimoaldo III alla fine dell’VIII secolo. L’opera pubblicata dal Pratilli fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Nell’884 il monastero, distrutto dalle scorrerie dei Saraceni, venne ricostruito dall’abate Angelario ed in poco tempo divenne punto di riferimento per il mondo religioso dell’Italia Meridionale. Sull’antico Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Kehr (…), citato pure dai due studiosi Crisci e Campagna (…), a pp. 364 e ssg., ci parla del Monastero  ed in proposito ci dà dei buoni riferimenti bibliografici: “Paesano I 33 sq. 39 sq. 58 sq. II 258 sq.”. Infatti, un altro autore che ci parlò della frase dell’Annalista Salernitano, citato dal Di Meo (…), è stato il sacerdote Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, pubblicato nel 1852,  a p. 35, del suo vol. I, che, riguardo il monastero o cenobio basiliano, in seguito diventata abbazia benedettina, di S. Benedetto a Salerno, nella sua nota (2) di p. 35, vol. I, postillava che: “(2) Le memorie relative alla fondazione ed alle vicende del detto monastero si trovano raccolte in un opera di cui si leggono in fronte queste parole: “Collectum per Petrum de Salernum Cancellarium, et Girbertum Archivarium sub. P. Abbate”. Il Pratillo la distingue col nome di cronaca cavense ma il Padre De Meo, riflettendo che quasi tutta l’opera fu combinata in esso Monastero di Salerno, pretende doversi allo scrittore della medesima darsi piuttosto la caratteristica di Annalista Salernitano.”. Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana’, citato anche dal Crisci e Campagna (…), a p. 33 e sgg. del suo vol. I, ci parla del Monastero di S. Benedetto di Salerno ed in proposito, sulla scorta dell”“Annalista Salernitano”. Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, pubblicato nel 1852,  nel suo vol. I, a pp. 34-35 parlando delle munifiche donazioni che il figlio del fu Tatone o Tettone al tempo di Carlo Magno e di Pipino figlio di Carlo: “…, a fine di soddisfare alla Divina Giustizia per le sue peccata, fè larga donazione di beni alla chiesa di S. Benedetto edificata sotto Benevento, e largì al suddetto sacro cenobio, e per esso a Gisolfo Abbate di Montecassino e successore di Teodemaro (da cui esso Monistero di Salerno dipendeva), campi, prati, servi ed altri averi (1). Resti tuttavia qui a far notare, qual riguardo mostrasse pel sacro stabilimento di cui si parla, il suddetto Sovrano Longobardo. Si è già veduto di sopra, come di lui padre ed antecessore nel principato ornato avesse Salerno ecc… (2).”. Il Paesano (…), a p. 35, nella sua nota (1), postillava che: “(1) E’ tal donazione rapportata dal Gattola, con queste indicazioni: “Actum Benev. Anno IX. Pr. D. Grim. mens. Jan. V. Ind.”. Dunque, il Paesano (…), scriveva che le memorie e le notizie storiche sull’antica Abbazia benedettina di S. Benedetto, si trovano raccolte in un opera apocrifa che il Pratilli (…), chiamava “Chronicon Cavese”, che il Di Meo, giudicava essere più vicina all’“Annalista Salernitano”. I due studiosi Generoso Crisci e Angelo Campagna (…), nella loro ‘Salerno Sacra‘, nel capitolo dedicato ai Monasteri, a p. 387-388-389, ci parlano dell’antico monastero di S. Benedetto di Salerno, a cui si riferiva la citazione dell’“Annalista Salernitano”, che ci parlava di un ‘Aleprando de Busentio’. I due studiosi, a p. 377, in proposito scrivevano che: “S’ignora l’origine di questa celebre abbazia benedettina. Essa ha una parte importante nella storia religiosa e civile di Salerno. Fu centro luminoso di studi ai tempi dei Longobardi e dei Normanni (1). Il Cottineau (2) la dice fondata nel 793, restaurata nel sec. IX da Angelario, abate di Montecassino, alle cui dipendenze sarebbe stata messa da Gisulfo I, Principe di Salerno (946-977). Non sembra da escludersi l’ipotesi che ne sia stato fondatore Arechi II, già tanto benemerito di Salerno per l’erezione di S. Pietro a Corte (758-787). La prima notizia sicura è data dal Codice Diplomatico Cavese (3). Nell’atto costitutivo di S. Massimo dell’868, il fondatore Guaiferio prescrive che in caso di inadempienza, da parte degli eredi del Vescovo, di determinate condizioni “….volo ut veniat in potestate abbatis Sancti Benedicti” (4). E in un istrumento di vendita di terre in Salerno dello stesso anno è ancora ricordato “iuxta plateam a parte superioris monasterii S. Benedecti…” (5). Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari”. L’ipotesi del Di Meo (7), che cioè fino al 931 fosse ‘prepositura’ alle dipendenze di Montecassino e in quest’anno elevata, sotto Guaimario II, ad ‘Abbazia’ indipendente, di cui, secondo il Paesano (8), primo Abbate sarebbe stato un Alfano, patrizio salernitano, non è suffragata da documenti. Pietro Diacono, nel ‘Chronicon Cassinese’ la dice “cella”, e Leone Ostiense “Abbazia” e chiama il superiore “Abate” e non “preposito” (1). Nel 938 è a capo di tutti i monasteri, chiese e celle dipendenti, del Principato di Salerno e delle Calabrie (2). Ecc…ecc..”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (1), postillavano che: “(1) Kehr, 364”. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, nella loro nota (2), postillavano che: “(2) Cottineau, Repertoire topo-bibliographique des Abbayes et prieures, Macon, 1939, v. 2; Di Meo, VIII, 9; Lubin, 352. G. Carucci, S. Gregorio VII, Salerno, 1885, 65, la dice fondata nel 725 dal Longobardo Guibaldo Salernitano divenuto più tardi primo abate e preposto; A. Mazza, 65, ne fa risalire la fondazione all’anno 694 per volere di Cesario Console Patrizio Romano; A. Sinno, in “Archivio Storico per la Provincia di Salerno”, a. I, 1921, fasc. I, 30, nel 974.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (3), postillavano che: “(3) E. Giani, in “Rassegna Storica Salernitana”, 1959, 100, riporta senza citare però alcuna fonte, la seguente notizia: “21 agosto 803 Indolfo, Conte di Potenza, moriva a Salerno e prima di morire donò al Convento di S. Benedetto…il Casale di S. Donato. Nell’813 o 814 Ainolfo si recò a Roma per ottenere dal Papa la conferma del cenobio”.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (4), postillavano che: “(4) C.D.C., I, 79-82. In altro documento dell’882 si legge: “…..in praescripto loco iuxta platea a supra santo benedicto…” C.D.C., I, 110.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (5), postillavano che: “(5) Ind. Perg. Cav., 1, 63.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (6) postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (7), postillavano che: “(7) Di Meo, VIII, 9.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (8), postillavano che: “(8) Paesano, I, 58”. I due studiosi (…), a p. 389, nella loro nota (1), postillavano che: “(1) Chron. Casin., lib. 2, c. 69; ibid., lib. 3, c. 14; Lubin, 352; Codex Taxarum Camer. Apost.”. Dunque, i due studiosi, fanno una buona analisi sulle notizie storiche che riguardano l’antico Monastero di S. Benedetto di Salerno, ma della notizia di un ‘Aliprando de Busentio’, nessuna traccia. Essi ricordano che il Cottineau (…), fissò la sua fondazione nel 793 e non si esclude l’ipotesi che stia stata fondata da Arechi II. La prima notizia sicura è data dal ‘Codice Diplomatico Cavense’, in cui si fa riferimento ad una donazione avvenuta nell’803. Il ‘Chronicon Salernitanum’ riferisce che il monastero o l’Abbazia di S. Benedetto di Salerno, nell’884, fu distrutta dai Saraceni e che nell’886 fu restaurata da Angelario, abate di Montecassino. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, in proposito citavano Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari” e, nella loro nota (6), postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. Tuttavia, sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Kehr (…), citato pure dai due studiosi Crisci e Campagna (…), a pp. 364 e ssg., ci parla del Monastero  ed in proposito ci dà dei buoni riferimenti bibliografici: “Lubin, p. 352. – Lancellotti Hist. Olivet. p. 351 sq. – Gattula Hist. abb. Cassinen. p. 219. – Di Meo Annali VII, 96. VIII 165 et pass. – Paesano I 33 sq. 39 sq. 58 sq. II 258 sq. – Morcaldi una bolla di Urbano II p. 127 sq.”. Ivi riporto di seguito la p. 219 del Gattula (…), dove parla del monastero di S. Bendetto a Salerno:

Gattula, p. 219

(Fig…) Gattula (…), p. 219

Sull’antico Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Di Meo (…), nei suoi ‘Annali etc’, VII, p. 96, ci parla ancora del Monastero di S. Benedetto a Salerno ed in proposito scriveva che: ” 2. Contemporaneamente, come ci va dicendo l’Annalista di Salerno, ‘Pandone Conte di Laurino donò al nostro Monisterio della Cava la corte di S. Elia, e sue pertinenze, un molino nel rivo in Furari, un trapezzo (forse, trappeto) in Rota con suo Oliveto, detto, ecc…Il Pr. Guaiferio (1. Guaimario) assegnò al nostro Monistero, e al B. Alferio nuovi Cenobj, e delle Celle per tutto il principato, cb’ era stati distrutti dà Saraceni. Ma Guaiferio Maione, e Megenolfo, nipoti di detto Principe, occuparono il Monistero di S. Benedetto dentro Salerno per abitarvi, e ‘l Monastero di…..fu tolto dal Principe. Così il tanto famoso Monistero di S. Benedetto, Capo di tanti Monisteri, passò, ma per poco tempo, ad esser Palazzo dè laici. * Da quest’anno in poi, fino al 1085. non vi è alcun dubbio che la Chronaca egregia, additata dal Nostro col nome di ‘Annalista Salernitano’, fu scritta nella SS. Trinità della Cava. Ecc..”.

Papa Pasquale I

Pasquale I (Roma, … – Roma, 11 febbraio 824) è stato il 98º Papa della Chiesa cattolica, che lo venera come santo, dal 25 gennaio 817 alla sua morte. Nato a Roma in data sconosciuta, era, secondo il Liber Pontificalis, figlio di Bonosus e di Theodora. Il Liber Censuum dice che Pasquale apparteneva alla famiglia romana dei Massimo, come il suo predecessore papa Stefano IV. Papa ‘Pascalis’ o Pasquale I, che infatti morì proprio nell’anno 824 (anno a cui si riferisce il Di Meo). Si adoperò per trovare idonea accoglienza ai monaci greci perseguitati ed esiliati perché contrari all’iconoclastia. Papa Pasquale dovette affrontare il problema delle persecuzioni iconoclaste nell’Impero bizantino, iniziate dall’imperatore Leone V, ricevendo una richiesta di aiuto da parte di Teodoro Studita, che non poté però esaudire se non scrivendo reprimende all’imperatore. Nell’823 Pasquale ricevette Lotario I, figlio di Ludovico il Pio. Come i suoi predecessori Pasquale I si preoccupò di rendere omaggio all’imperatore carolingio Ludovico il Pio e ad informarlo prontamente che la celerità della sua nomina, da lui non sollecitata, era dovuta esclusivamente all’esigenza di evitare il formarsi di fazioni in Roma. A tal fine inviò alla corte imperiale il legato pontificio Teodoro, che tornò non solo con le felicitazioni dell’imperatore, ma anche con un Pactum cum Paschali pontifice’ con il quale l’imperatore s’impegnava a riconoscere la sovranità papale sui territori dello Stato Pontificio ed a garantire ai Romani il libero svolgimento delle elezioni del papa, addirittura esentandoli dalla conferma imperiale e accontentandosi di una comunicazione a mezzo dei legati pontifici. Tale documento fu successivamente contestato da molti storiografi, che anzi lo considerano uno degli atti più falsi della storia pontificia. Nella conferma della sovranità territoriale del papa, infatti, il documento citerebbe, oltre al ducato di Roma, anche Napoli, le Calabrie, Sicilia e Sardegna, tutti territori che all’epoca erano sotto la sovranità bizantina. E poiché Ludovico aveva da poco concluso una pace con l’imperatore d’Oriente, che prevedeva anche la definizione dei territori di reciproca competenza, appare quanto meno improbabile che Ludovico rischiasse di rompere quell’equilibrio donando al papa territori che non gli appartenevano. Le relazioni tra Pasquale I e l’imperatore comunque, non furono mai molto cordiali, così come Pasquale non riuscì mai a conquistarsi le simpatie della nobiltà romana.

Il Chronicon Cavense detto anche Annalista Salernitano

L’opera pubblicata dal Pratilli fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Il Barra (…), fornisce questa notizia e cita il ‘Chronicon Cavense’ che su wikipidia leggiamo essere un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli (…), antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il ‘Chronicon’ si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di ‘Annalista Salernitanus’, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. In uno scritto tratto dalla rete ho notato le seguenti parole: “Secoli dopo i monaci benedettini fondarono la Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C. La ricostruzione della chiesa, sempre ad opera dei benedettini, deve collocarsi tra il 1058 (anno in cui fu presumibilmente rifondata l’antica abbazia di San Nazario) e il 1104, quando il Barone di Novi assegnò alla badia di Cava la chiesa e l’annesso villaggio rurale.”. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451),…..Questi dettagli tuttavia sembra che debbano essere accettati con estrema riserva, se non totalmente rigettati. Il Chronicon Cavense di Pratilli, molto preso dal Duca d’Acquara (Tav. Cronol. Napoli, 1762, in I, passim.), portato alla luce da De Meo (Ann. Criti. Dipl. III, p. 185, ecc..), sotto il nome di ‘Annalista Salernitano’, dal luogo dove gli sembrò avesse scritto, in seguito ai numerosi dubbi sollevati dal dotto D. Salvatore Maria De Blasi (Lett. famil. Rosini, Napoli, 1786, in f., pp. 33, 47, 57, 72, 78, 94, ecc..); il Chronicon Cavense, diciamo, è stato attaccato come apocrifo e falso; etc…”. Rocco Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che esso è citato nell’Annalista Salernitano. Chi è l’Annalista Salernitano ?. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». La notizia di un ‘Aliprando de Bussentio’, nell’anno 825, citata dal Gaetani (…), trova conferma nel testo della ‘Chronicon Cavense’, pubblicato dal monaco Francesco Maria Pratilli, nel 1643, lo pubblicò. Alcuni autori, scrivono che questa è stata una falsificazione. Francesco Maria Pratilli (…),  lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Pratilli (…), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’, che contiene: “Chronicon Cavense ineditum cum notes Francesco Maria Pratilli, p. 381.”, a p. 390, scrive che: “A. 823. Leutarius Lugduici coronatur Augustus a Papa Pascali, Landulphus Gastaldus sit Comes & Sicopoles estruitur pro sui comitatus custodia (3).”. Il Pratilli, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Erchemperto, n. 9, to. I, huius operis, & to. 2. ubi de hoc ‘Landulfo’ plurima.”. Sempre il Pratilli, si legge: “A. 825. Moritur Pascalis (4). Et Paulo postea obiit Adulfhus Prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Bussentio (5).“. Il Pratilli, nella sua nota (4) a p. 390, postillava che: “(4) A. potius 824. ut Pagius, aliique evincunt.”, e poi nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Dunque, vediamo cosa scrisse l”Annalista Salernitano’ nel suo ‘Chronicon Cavense’. Il Chronicon, riporta la notizia citata dal Gaetani che nell’anno 825, muore il papa Pascale (4). Poi nello stesso anno morì Adolfo Paolo Preposito che fu sotituito Aliprando di Bussentio (5). Infatti, il Gaetani (…), scriveva che nell’anno 823 (e non 825), Aliprando di Bussentio, fu sollevato (fu sostituito) al governo della Badia di Salerno. Di cosa si parlava nel Chronicon ?. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’Francesco Maria Pratilli (Santa Maria Capua Vetere, 10 ottobre 1689 – Napoli, 30 novembre 1763) è stato un prete, archeologo e antiquario italiano, membro dell’Accademia Ercolanese, noto per il suo lavoro di realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Paul Fredolin Kehr (…), nel suo ‘Regesta Pontificum Romanorum, Italia Pontificia, vol. VIII, Regnum Normannorum- Campania’, pubblicato nel 1935, a p. 364, del suo vol. VIII, in proposito al Monastero di S. Benedetto di Salerno scriveva che: De primis eius temporibus nihil nisi notitia quaedam exstant in Chronico Cavensi a F.M. Pratilli impudentissime conficto (ed. Pellegrini Hist. principum Langobardorum IV 386 sq.). Sed non solum, quae ibi de privilegiis Leonis III, Gregorii IV, Leonis ecc…”. Scrive sempre il Kehr (…) che: “Chronico Casinensi uberiores notitias legimus de monasterio s. Benededicto Salernitano, quod iam olim cum Casinensi coenobio coniunctum fuisse fuisse videtur; narrat enim Waimarium principem Basilio exabbati ecc..”. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Kopke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il ‘Chronicon Cavense’, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolph Kopke. La fabbricazione del ‘Chronicon Cavense’ è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’“forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. Si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Dunque il Kehr (…), scriveva che ricche informazioni sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, provengono anche dall’altro ‘Chronicon’, detto “Chronicon Cavensis”E’ un’opera spuria che alcuni ritengono costruita dal Pratilli (…). Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Fredolin Kehr (….) scriveva che le prime notizie in assoluto che arrivano per il Monastero di S. Benedetto si possono estrapolare da un antico Chronicon pubblicato dal Pratilli e poi in seguito ripubblicato dal Pellegrino nel 1710.

Le incursioni dei Saraceni ed i numerosi monasteri distrutti

Nicola Cilento (…), a p. 109, così descriveva le nostre terre a quel tempo: “Accostati in un’assurda coesistenza troviamo stati indigeni autonomi e dominazioni longobarde bizantine musulmane: nell’interno i principati longobardi di Benevento Salerno e Capua; sulle coste tirreniche i ducati autonomi di Napoli Amalfi Gaeta e Sorrento; nell’estreme punte della penisola i due temi bizantini di Calabria e di Puglia; nella Sicilia i musulmani. Si tratta dunque di una carta politica assai frammentaria, ma al tempo stesso assai ricca di vitalità storica per il contrasto delle differenti e composite civiltà. I bizantini, da lor parte, sia attraverso la tutela che esercitavano sui ducati autonomi costieri, sia attraverso i domini diretti in Puglia e in Calabria, non avevano rinunziato alla loro presenza in Italia. Infine una nuova forza storica si era inserita nel Mediterraneo rompendone il preesistente equilibrio: sulle sue coste e nele grandi isole gli arabi avevano creato un vasto impero. Essi però nella prima metà del secolo ottavo avevano dovuto segnare il passo nel loro impeto di conquista a Pointiers e sotto lemura di Costantinopoli. Tale il teatro politico nell’Italia meridionale e del mondo che la circondava.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno. Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Siconolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e Sicilia; Siconolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Alla divisione del territorio, 849, tra Radelchi e Siconolfo era presente Ludovico II, re dei Franchi, (88). La spartizione a Sud, toccava il Golfo di Policastro, seguendo una linea, Est-Ovest, che da monte Mula scendeva per la cima di “Donna Salerno” di Majerà, fino a toccare “Monte Salerno” di Cirella, sul Tirreno. Nella spartizione, a Radelchi toccò il Principato di Benevento, a Siconolfo, quello di Salerno (89). Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (87), postillava che: “(87) parla di una località nei pressi di Praja, detta ‘Saracinello’ e cita anche il testo di Lomonaco”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Fin dal tempo di Carlo Magno, il ducato longobardo di Benevento godeva di una semi-autonomia, con impegno (formale) di sudditanza all’impero Carolingio. M. Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, Idem, Storia del Principato Longobardo di Salerno, in Arch. Stor. Prov. Napoli, XII, 1887.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Siconolfo, coniò moneta a Salerno, senza indicazione di data. Suo è il solidus, da collocare intorno all’849; ha nel “diritto” il busto del principe, nel rovescio la croce.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Sappiamo come è importante la Toponomastica dei luoghi, dove ancora permangono oscuri significati ed in proposito faccio notare che nei pressi di Villammare, di cui mi sono occupato per la presenza di Torre Petrosa o della Petrosa, in contrada “Carbone“, vi è una località denominata sulle carte “Piano delle Donne” o “delle Piane”. Il Chronicon Salernitanum’ riferisce che l’Abbazia di S. Benedetto di Salerno, nell’884, fu distrutta dai Saraceni e che nell’886 fu restaurata da Angelario, abate di Montecassino. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo del Cilento’, vol. I, a p. 37, ci parla dei Vescovi nelle nostre terre. Ebner scriveva che: “Se è piuttosto facile risalire all’origine e all’evolversi dei cenobi italo-greci, non altrettanto agevole è definire i periodi storici entro cui ha agito il clero diocesano. I primi documenti pervenutici risalgono all’848; di questi pochissimi riguardano le valli del Tanagro e del Bussento, molti invece i rapporti dei Benedettini cavensi con i cenobi italo-greci da cui ereditarono strutture e pertinenze. Sono proprio le pergamene di Cava che ci aiutano infatti a configurare la gerarchia ecclesiastica della diocesi tra il IX e l’XI secolo adombrata dal prevalere della presenza monastica. Del X secolo abbiamo notizia di soli cinque vescovi (73).”. Ebner (…), nella sua nota (73), a p. 37, vol. I, postillava che: “(73) Diversamente dal Volpi (uno), dall’Ughelli (uno) e dal Gams (nessuno), il Di Meo dice di quattro vescovi e il Kehr di tre. E cioè Paolo nel 932, Giovanni (954-963) che è il vescovo della transazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, Pietro (967) di cui dicono il Mandelli e il Kehr, Pando (977-979) e Lando (989) che permutò terreni per restaurare la cattedrale di Capaccio.”. Avevamo già precedentemente scritto dei Vescovi di Bussento, ma ci pare singolare questo “Pando (977-979)”che Ebner (…), scrive sia un Vescovo che riguarda i restauri per la chiesa di Capaccio. Sappiamo che, in quegli anni, l’Episcopato Bussentino, dipendeva dall’Episcopato di Capaccio, e sappiamo pure che l’opera del cosidetto ‘Annalista Salernitano’, il ‘Chronicon Cavense’, fosse una falsificazione del Pratilli (…). Non sappiamo l’origine bibliografica della citazione di un “Pando”, che fa l’Ebner.

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(Fig….) Pagina miniata di un codice che illustra l’assalto dei Saraceni al Castello (Kastron bizantino) di Agropoli

L’incursione araba ebbe echi e costernazione in queste terre tanto da essere citata nella Vita di S. Saba di Collesano e dei monaci bizantini che vivevano nel Mercurion. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.“. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Il Giustiniani (…), però, non parlava delle incursioni Saracene dell’VIII e IX secolo, che distrussero la già fragile Diocesi di ‘Buxentum’, ma parlava di una cruenta incursione avvenuta nell’anno 915. Tuttavia, dobbiamo pure segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…”. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, parlando dell’Abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno, in proposito citavano Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari”.” e, nella loro nota (6), postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. Nel 1959, lo studioso Nicola Cilento (…), pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’, dove diceva esattamente ciò che scrisse poi il Vassalluzzo, ma riferendosi ai secoli IX e X, epoca in cui le nostre terre erano in parte controllate dai Bizantini e per buona parte controllate dai Longobardi. I Longobardi, furono i principali protagonisti. I due studiosi, dunque, traggono dal ‘Chronicon Salernitanum’, l’interessante notizia della distruzione dei Saraceni che nell’anno 884 e 886, distrussero Salerno e l’Abbazia benedettina di S. Benedetto.

Il ‘Chronicon Salernitanum’ o ‘Anonimi Salernitani’

I due studiosi Crisci e Campagna (….), a p. 35, postillavano a riguardo che: “Il ‘Chronicon’ fu scritto non molto dopo il 974, perchè descrive eventi che dalla metà del 700 (747) si fermano a questa data, è, parlando della morte di Adelchi, avvenuta nell’878, dice che è passato un centinaio di anni. Fu pubblicato dal Pratilli, nella ‘Historia Principum Longobardorum, Napoli, 1750, II, 37-323. Altra pubblicazione, non completa, fu fatta da C. Pellegrino, integrata da L. A. Muratori, ‘Rerum Italicarum Scriptores, t. II, p. II. Il Pertz, seguendo il ‘Codice Vaticano Latino 5001, ha dato una edizione critica col titolo di ‘Anonimo Salernitano’ in M.G.H., ed. 1839. Ed è la migliore edizione.”. Sempre il Crisci ed il Campagna (…), a p. 52, in proposito scrivevano che: “Il ‘Chronicon Salernitanum’ è il primo documento che ci tramandi i nomi di alcuni vescovi (1): di quelli che ressero la diocesi nel periodo storico di cui l’autore narra gli eventi: dalla metà del 700 (747 circa) al 974.”. Il ‘Chronicon Salernitanum’, o ‘Anonimi Salernitani’, è un’opera raccolta nel Codice Vaticano Latino 5001, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana a Roma e, la pagina che interessa è la p. 147 r che quì pubblico:

Cod. Vat. lat. 5001, p. 147r

(Fig…) Codice Vaticano Latino n. 5001, contenente il “Chronicon Salernitanum”, p. 145r

Nel codice ms. Vaticano Latino n. 5001, che riporta in forma amanuense la trascrizione del ‘Chronicon Salernitanum’, a p. 145, leggiamo che: “Iam fati Salernitani, qui Benevento exiliati degebant, ad Georgium patricium clanculo perrexerunt, et in hunc modum verba promserunt: ” Quid dabitis nobis, si nos munitam Salernitanam urbem sub vostra diccione commictimus? ” Ad hec patricius cum magno gaudio plurima et precipua dona promittebat. Illi vero subiunserunt: ” Statue die quam illuc clam magno exercitu pergamus, quia nos incunctanter promictimus illius civitatis fores pate esse facturos. ” Ille patricius ut talia auribus aurisset, valde gavisus est, atque ut id fieret, omnimodis gratulabatur, et sine mora per Calabrie Apulieque fines misit, et exercitus coadunavit, faciens famam, ut super Agarenos, qui illo in tempore in Gariliano degebant, ex improviso irrueret. In tempesta noctis, quando fexi gravi sopore opprimuntur, dictus ille patricius cum magno apparatu Salernum venit, licet Beneventani cum eo mixti venerunt. Sed dum non procul menia properarunt, illi vero exiliati fores urbis properarunt, et arte qua poterant porte pate fecerunt, et ocius patricius Georgio promulgarunt. Ille namque valde sese perturbavit, atque idipsum unum ex suis ad explorandam urbem iterum misit; sed dum et ille eadem verba retulisset, sagacissimus ille presul Petrus, qui sanctam Beneventanam sedem illo in tempore preerat, huiusmodi verba exorsus est: ” Pro qua re nos huc fatigasti, et minime nobis que clam in pectore gerebas enodasti? Pro certo scitote, quia si hanc urbem furtim ingredimur, omnes ibidem pariter periemus, et dum tripudiare satagis, veremur, ne veniat detrimentum. ” Dum hec et hiis similia presul predictus verba repeteret, idipsum et Beneventani exinde inter se susurrarent, patricius ille nefandiximus menu perculsus, ceterique Argivi in fugam conversi sunt. De civitate vero omnimodis nil que Greci gesserant compererunt. Illi vero conductores malorum, qui fuerant orti ex vico cui Saranianus nomen est, [duperati] dum superati essent, per eundem vicum perrexerunt, uxores liberosque suppellectileque secum gestantes, Beneventi fines abierunt.”, che tradotto più o meno è: “La sorte dei Salernitani, che furono esiliati da Benevento, andò in segreto dal patrizio Giorgio, e così parlò: “Che cosa ci darai, se abbiamo messo in imbarazzo la città fortificata di Salerno sotto la tua giurisdizione? A questo il patrizio promise con grande gioia molti doni e doni speciali, ma aggiunsero: “Decidi il giorno che dovremmo andarci con un grande esercito, perché noi senza esitazione promettiamo che le porte di quello stato saranno aperte”. “Quel patrizio fu molto contento di aver sentito tali cose nelle sue orecchie, e si congratulò con lui in ogni modo che potesse essere fatto; e senza indugio mandò attraverso i territori della Calabria e della Puglia, e radunò un esercito, facendo un rapporto, come gli Agareni, che in quel tempo abitavano in Gariliano, all’improvviso nella tempesta della notte, quando io m’ero addormentato, furono sopraffatti da un sonno profondo, e il detto patrizio venne a Salerno con una grande schiera, sebbene i Beneventani si mescolò con lui venne. e il patrizio Giorgio subito propose un proclama, perché si turbò molto, e mandò uno dei suoi seguaci a perlustrare di nuovo la città: ma mentre anche lui aveva ripetuto le stesse parole, quell’accorto vescovo Pietro, che regnò a quella volta la santa sede di Benventa, cominciò con queste parole: per qual motivo ci hai stancato fin qui, e sbrogliato le cose che non avevi affatto nel nostro petto? Tu sai per certo che se entriamo in questa città di nascosto, periremo lì tutti insieme; Mentre il predetto direttore ripeteva queste e simili parole, e di lì i beneventani sussurravano tra loro la stessa cosa, il patrizio fu sorpreso dal delitto del menù, e gli altri Argivi furono messi in fuga. che il nome è Saranianus, mentre i duperati furono sconfitti, marciarono per lo stesso villaggio e, portando con sé mogli e figli e mobili di casa, si diressero verso i territori di Benevento.”. Da Wikipedia leggiamo che il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia Minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il principe di Salerno Gisulfo. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, E’cole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, Ecole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Per il ‘Chronicon Salernitanum’, si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’, “forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. A questo proposito, dobbiamo anche segnalare, che l’evento o il prodigio a cui si fa riferimento è dell’anno 954, e che nell’anno 823, vi era un abate del monastero di S. Benedetto di Salerno che non viene menzionato dalle cronache, e si tratta di un certo “Aliprando di Bussento”, che fu citato dal sacerdote Rocco Gaetani, (…), e di cui abbiamo parlato in un nostro saggio ivi pubblicato. Questo “Aliprando de Busentio”, era citato in un altro Chronicon, o meglio, un ‘Chronicon’ pubblicato dal Pratilli (…), che la storiografia vuole da non confondere con il ‘Chronicon Salernitanum’, a cui fa riferimento tutta la storia del rinvenimento. L’altro ‘Chronicon’ di cui parliamo, dove si cita un certo “Aliprando de Busentio”, è la cronistoria spuria dell’ “Annalista Salernitano”, citato più volte anche da Antonini. E’ stato accertato che l’Annalista Salernitano, doveva essere un monaco o un Abate del monastero di S. Benedetto di Salerno. L’anonimo autore del Chronicon Salernitanum’ narra di un evento avvenuto qualche decennio prima della sua compilazione, del quale egli fu forse testimone diretto (…), ma del quale non precisa il dato cronologico, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda la traslazione (…): la tradizionale datazione di entrambi gli eventi al 954 è indicata dagli ‘Annales Cavenses’ (…) e dagli Annales Beneventani, ed è accolta dai cronisti successivi. Infatti, negli ‘Annales Cavenses’, si apprende la data 954: ‘Annales Cavenses’, p. 188: 954: «Hoc anno corpus beati Mathei apostoli translatum est apud Salernum». ‘Annales Beneventani’, p. 175: 954: «Translatum est corpus sancti Matthaei in Salernum». La data del 954 è peraltro accettata dalla critica odierna, anche sulla base di elementi testuali e cronologici impliciti nella narrazione dell’ignoto cronista salernitano. La data del 6 maggio, per celebrazione della traslazione delle reliquie, è invece attribuita per via di tradizione e da tempo immemorabile. Il Chronicon Salernitanum’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto (….). Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12. L’opera ha potuto beneficiare, così, della tradizione amanuense: una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. In tempi recenti da essa hanno largamente attinto storici della Longobardia meridionale come Wilhelm von Giesebrecht, Ferdinand Hirsch (…), Michelangelo Schipa (…). Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, ………………Anche il Muratori (…), pubblicò il ‘Chronicon Salernitanum’, o ‘Anonimi Salernitani’, una cronaca del X secolo, da non confondere con il ‘Cronicon Cavense’, costruito (dicono) dal Pratilli. Il ‘Chronicon Salernitanum’ è la più antica testimonianza della tradizione, tra quelle sopravvissute, è, al capitolo 165, il ‘Chronicon Salernitanum’, cronaca apocrifa (anonima) della seconda metà del X secolo, scritta all’incirca nel 978. ‘Translatio sancti Mathei’. Un dettagliato racconto della traslazione è contenuto anche nella Translatio sancti Mathei apostoli et evangeliste’, un testo della latinità medievale tramandato in un codice membranaceo risalente agli anni a cavallo tra XI e XII secolo, conservato nella sala Capitolare della cattedrale di Benevento (…). Per il ‘Chronicon Beneventanum’, si veda: Alfred Poncelet (…), Catalogus codicum hagiographicorum latinorum bibliothecae Capituli ecclesiae cathedralis Beneventanae, pp. 343, 352. Il racconto della ‘translatio’ beneventana fu poi incorporato nella liturgia salernitana, forse già in età normanna, al tempo dell’arcivescovo di Salerno Alfano I: il Breviarium Salernitanae Ecclesiae’ la contiene interamente, fatta eccezione per una variante iniziale che Acocella tende ad attribuire a un errore nella compilazione amanuense del Breviario (…). Il Breviarium Salernitanae Ecclesiae’ (Breviarium officii ecclesiastici secundum usum sacre Salernitane ecclesie factum a domino Romoaldo venerabili secundo Salernitano archiepiscopo) fu forse opera di Romualdo II Guarna ed è «rimasto in uso fino al 1586 e [di esso] ancor oggi la Chiesa salernitana si serve per alcune ufficiature dei santi locali» (Massimo Oldoni, Romualdo Guarna). L’anonimo autore del Chronicon Salernitanum’ narra di un evento avvenuto qualche decennio prima della sua compilazione, del quale egli fu forse testimone diretto (…), ma del quale non precisa il dato cronologico, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda la traslazione (…): la tradizionale datazione di entrambi gli eventi al 954 è indicata dagli ‘Annales Cavenses’ (…) e dagli Annales Beneventani, ed è accolta dai cronisti successivi. Infatti, negli ‘Annales Cavenses’, si apprende la data 954: ‘Annales Cavenses’, p. 188: 954: «Hoc anno corpus beati Mathei apostoli translatum est apud Salernum». ‘Annales Beneventani’, p. 175: 954: «Translatum est corpus sancti Matthaei in Salernum». La data del 954 è peraltro accettata dalla critica odierna, anche sulla base di elementi testuali e cronologici impliciti nella narrazione dell’ignoto cronista salernitano. La data del 6 maggio, per celebrazione della traslazione delle reliquie, è invece attribuita per via di tradizione e da tempo immemorabile.

Tuttavia, dobbiamo pure segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Acocella dunque, riferendosi al rinvenimento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, scriveva che si trattava di “invenzione” e che essi furono rirovati in una chiesetta distrutta dai barbari. Tuttavia, riguardo la traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, ne ha parlato Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, che, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, …………….L’Acocella (…), pubblicò parte del codice Vaticano Latino 5001, che riportava il ‘Chronicon Salernitano”. Pietro Ebner, riguardo il ‘Chronicon Salernitanum’, a p. 28, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, scriveva in proposito che: “Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia.”. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988“I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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(…) Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio);

(…) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana delMannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione di diverse parti del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (6) che ricopiò da un’esemplare di Scipione Volpicella (7). Il Gaetani, trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (7), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (6), scriveva in proposito: “Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.

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(…) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana delMannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

(….) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (17) e, in particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano, la cita allo stesso modo del Mannelli (17), riportandone solo l’intestazione; si veda pure dello stesso autore: Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, 2014 Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385.

(…) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (…), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831. Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda in proposito anche Visconti G.G. (a cura di), op. cit. (13)

(…) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.  Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p. 13 (testo in latino) e pp. 70-71 (la traduzione del Visconti del testo in latino).

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(…) Porfirio , Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1948,  a p. 538

(….) Di Meo Alessandro, ‘Annali, critico diplomatici nel Regno di Napoli’, Tomo III, a p. 327

(….) Balducci Antonio, “L’Abbazia salernitana di S. Benedetto” pubblicata in ‘Rassegna Storica Salernitana’, serie XXIX, anno 1968 (Archivio Attanasio)

Sinno A., ASPS, p. 57

(….) Sinno Andrea, ‘Vicende dei Benedettini e di S. Massimo in Salerno’, in “Archivio Storico per le Provincie di Salerno”, 1924, fasc. I-II, p. 65 (il saggio parte da p. 57) (Archivio Attanasio)

(…) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio), “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527)

(…) Volpe Giuseppe, Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa anastatica della I edizione, ed. Ripostes, Atripalda (AV), 1998, p. 117.

(…) Volpi Giuseppe, Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752

(…) Talamo-Atenolfi G., I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.

(…) Cottineau, Repertoire topo-bibliographique des Abbayes et prieures, Macon, 1939

(…) Crisci Giuseppe e Campagna A., ‘Salerno sacra – Ricerche storiche’, Salerno, ed. della Curia Arcivescovile, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg. (Archivio Storico Attanasio); si veda citazione di Pietro Ebner e la ‘Presentazione’ di Nicola Acocella.

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(…) Acocella Nicola, La traslazione di San Matteo, stà in ‘Documenti e testimonianze’, ed. Di Giacomo, Salerno, 1954 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, Ente per le Antichità e i Monumenti della Provincia di Salerno, Salerno, 1963 (Archivio Storico Attanasio), Parte II, p. 7 (su S. Matteo). Come ha scritto lo storico Nicola Acocella, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”

(…) Capasso Bartolomeo, La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855

Camillo Pellegrino

(…) Pratilli Francesco Maria, noto per il suo lavoro realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel ‘600 da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B.La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

(…) Pratilli F. M., Historia principum Langobardorum’ di Camillo Peregrino (Camillo Pellegrino)

Camillo Pellegrino

(…) Pellegrino Camillo, Apparato alle antichità di Capua, ovvero discorso della Campania Felice, Napoli, ed. Sauio, 1651. Si veda pure dello stesso autore: Historia principum Longobardorum, Tomo III, Napoli, ed. de Simone, 1751

(…) L”Annalista Salernitano”, citato dal Gaetani. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Köpke. Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), col nome di “Chronicon Cavense ineditum cum notis Franc. M. Pratilli”, a p. 381. Il Pratilli, nella seconda sua edizione del 1643, mescolò nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il ‘Chronicon Cavense’, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del ‘Chronicon Cavense’ è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo»L’Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, ‘Chornicon Salernitanum’, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (…), op. cit., p. 29). Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto.

(…) Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis’, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo ‘Testa di ferro’ si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di SalernoHuguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Si veda Ulla Westerbergh, ‘Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language’ Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, Ecole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Il Muratori (…), pubblicò il ‘Chronicon Salernitanum’, o ‘Anonimi Salernitani, una cronaca del X secolo, da non confondere con il ‘Cronicon Cavense‘, costruito (dicono) dal Pratilli. Riguardo il “Chronicon Salernitanum”, lo studioso Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’ che, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, p. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, …………….Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855

(….) Schiavo Armando, L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto, Milano, giugno, 1939 (Archivio Attanasio)

(…) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), R. Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Attanasio)

(…) Balducci Antonio, L’Archivio Diocesano di Salerno – Cenni sull’Archivio del Capitolo Metropolitano, Collana Storico Economica del Salernitano – Fonti IV, ed. a cura della Società Salernitana di Storia Patria, Parte I, Salerno, 1959, pp….. (Archivio Attanasio); si veda pure: ‘L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto’, stà in ‘Rassegna Storica Salernitana, anno 1924, fasc. I-II, pag. 57 e ssg. (Archivio Attanasio)

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(…) Ebner Pietro, Pietro Ebner – Studi sul Cilento, vol. I-II, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici – Pietro Ebner, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592; si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medie-vale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II.

(…) Pellegrino Camillo, Apparato alle antichità di Capua, ovvero discorso della Campania Felice, Napoli, ed. Sauio, 1651. Si veda pure dello stesso autore: Historia principum Longobardorum, Tomo III, Napoli, ed. de Simone, 1751

(…) Cappelletti G., Le chiese d’Italia dalle loro origini fino ai nostri giorni, Venezia, Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 328-329 e 367-377. Lettera del pontefice (Quoniam Velina) riportata da Cappelletti. Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» Paul Kehr (Italia Pontificia, VIII, p. 370).

(…) Paesano Giuseppe, Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana, Salerno, ed. Migliaccio, 1852, p…..

(…) Pochettino G., I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Acocella Nicola, La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”.

(…) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i ‘Fragmenta del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Si veda sempre dello stesso autore ‘Antiquitate Italiae medii aevi’, Milano, 1741, Tomo IV, diss. XIX, col. 219 et seq., ‘Alphanus Archieps An. 1080′. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi, secondo cui è il Muratori che parla della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori, ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”.

(…) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (…), p. 136 nota (c); Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum), a p. 533 e s. cita l’Arcivescovo di Salerno Alfano (‘9- Alphanus’) e, da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi e dei Vescovi (Episcopi) di ‘Paleocastren’. Il Cappelletti (…), cita l’Ughelli e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”.

(…) Hirsh – Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002.

(…) Fedele P., Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i Principi di Salerno, stà in ‘Archivio della Regia Società Romana di Storia Patria’, XXVII, 1905, pp. 5-21 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Fedele P., Ancora delle relazioni fra i conti di Tuscolo ed i Principi di Salerno, stà in ‘Archivio della Regia Società Romana di Storia Patria’, XXIX, 1906, pp. 240-246.

(…) Cilento Nicola, Italia meridionale longobarda, Milano-Napoli, 1966

(…) Paesano Giuseppe, Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana, Napoli, ed. Manfredi, 1843 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mosca Gaspare, De Salernitanae Ecclesiae Episcopis et Archiepiscopis catalogus, Neapoli, 1591

(…) Scandone Francesco, Documenti per la storia dei Comuni dell’Irpinia, vol. I, Avellino, 1956

(…) Carucci Giacinto, S. Gregorio 7. a Salerno : ricerche storiche / pel prof. G. Carucci, Salerno, 1885, 65, parlando del monastero di S. Benedetto di Salerno, la dice fondata nel 725 dal Longobardo Guibaldo Salernitano divenuto più tardi primo abate e preposto

(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), mentre il Vol. II ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I, è intitolato: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; poi vi è il vol. III, ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946;  si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994; si veda pure: Carlo Carucci, Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano, in ‘ASCL’, a. II.

(…) Kehr P. Fridolin, Regesta Pontificum Romanorum, Italia Pontificia, vol. VIII, Regnum Normannorum- Campania, Berlin, 1935 (Archivio Attanasio)

Nel 1055, Gisulfo II, Guido e la contea longobarda di Policastro confinante con la contea del Principato del normanno Guglielmo

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la  ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta  chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ ed in particolare della vasta contea di Policastro ai tempi del Conte Guido, fratello di Gisulfo II, l’ultimo dei principi del Principato Longobardo di Salerno. Nel 1052, il nuovo ed ultimo principe longobardo, Gisulfo II, creò la contea di Policastro, con vasti possedimenti che furono retti dal Conte Guido, fratello di Gisulfo II fino alla sua morte nell’anno 1077. Nel 1077, con la conquista del Principato di Salerno da parte del normanno Roberto il Guiscardo, Policastro passò in mano a Landolfo, fratello di Guido e di Gisulfo.

Il racconto di Amato di Montecassino

Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 278, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Le guerre tra Gisolfo e i Normanni e quindi quelle tra Gisolfo e il conte di Principato ci son narrate da Amato, il quale in generale esalta i Normanni. Questi però non sempre dovettero essere vittoriosi, perchè in qualche poesia di Alfano son ricordate le vittorie riportate da Gisolfo contro di loro. Anche Malaterra riferisce queste lotte: “Gifulsu etc….(III, 2).”. Da Wikipedia leggiamo che Amato di Montecassino, in latino Amatus Casinensis’ (Salerno, 1010 circa – Abbazia di Montecassino, 1º marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della ‘Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Secondo il suo volgarizzatore francese, Amato sarebbe nato a Salerno. Concordemente si ritiene che sia stato anche vescovo, probabilmente nella sede di Pesto-Capaccio dal 1047 al 1058. Probabilmente rinunciò all’episcopato per dedicarsi all’attività letteraria nella quiete del monastero di Montecassino. Dal Chronicon Casinense sappiamo che fu l’autore del De Gestis apostolorum Petri et Pauli in quattro libri, in versi esametri, e della Historia Normannorum in otto libri, entrambi composti verso il 1080; Pietro Diacono ci informa che fu autore anche di altri due scritti: De laude eiusdem pontificis e De duodecim lapidibus et civitate caelesti Hierusalem. La Historia Normannorum’, comprendente eventi dal 1016 al 1078, è dedicata all’abate Desiderio; pur perduta nella versione originale, è sopravvissuta attraverso una traduzione francese del XIV secolo (L’Ystoire de li Normant), conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. È presumibile che sia stato testimone degli avvenimenti narrati nella sua cronaca, che è la fonte primaria per conoscere la storia della presenza normanna nel Mediterraneo, letta secondo il punto di vista della grande abbazia di Montecassino, uno dei centri culturali e religiosi del Cristianesimo dell’XI secolo. Amato descrive l’assedio normanno di Bari e quello di Salerno, la conquista della Sicilia e la presa del potere da parte di Roberto il Guiscardo come pure la Riforma gregoriana dal punto di vista del papato, il tutto inframmezzato da narrazioni di profezie e miracoli. Molti dettagli della storia dell’XI secolo, come la freccia che avrebbe ucciso Aroldo II d’Inghilterra nella battaglia di Hastings colpendolo a un occhio, provengono dal cronista di Montecassino. È piuttosto preciso nel riportare i fatti nonostante l’intento celebrativo per Roberto il Guiscardo e Riccardo di Capua. Secondo il necrologio del cod. Vat. Borgiano 211, Amato morì il 1º marzo di un anno imprecisato, probabilmente allo scadere del secolo nel monastero di Montecassino. Edizioni del suo Chronicon sono: (FR) L’ystoire de li Normant, et la chronique de Robert Viscart par Aime, moine du Mont-Cassin, publiées pour la première fois, d’apres un manuscrit francois inedit du 13. siecle pour la societe de l’histoire de France, par M. Champollion Figeac, Paris 1835; Ystoire de li Normant par Aimé, publiée avec une introduction et des notes par l’abbe O. Delarc, Rouen 1892; Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto storico italiano; 76), Roma 1935; ecc…..Parlando del “Castellaro” di Capitello d’Ispani, i due studiosi Natella e Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, a p. 486, nella loro nota (11), postillavano che: “(11) Malgrado il toponimo, nulla ha a chè vedere con il castelliere nordico pre o protostorico. E’ un castello, in parte diruto,  risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII. E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo (Cfr. Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, ed. V. De Bartholomalis, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1935, pag. 371).”. Dunque, i due storici, credevano identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino (…) e, dunque li rapportavano ai castelli controllati da Guido, fratello di Gisulfo II, ultimo principe longobardo di Salerno. Amato di Montecassino, in latino Amatus Casinensis (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1º marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Secondo il suo volgarizzatore francese, Amato sarebbe nato a Salerno. Concordemente si ritiene che sia stato anche vescovo, probabilmente nella sede di Pesto-Capaccio dal 1047 al 1058. Probabilmente rinunciò all’episcopato per dedicarsi all’attività letteraria nella quiete del monastero di Montecassino. Dal ‘Chronicon Casinense’ sappiamo che fu l’autore del ‘De Gestis apostolorum Petri et Pauli’ in quattro libri, in versi esametri, e della ‘Historia Normannorum’ in otto libri, entrambi composti verso il 1080; Pietro Diacono ci informa che fu autore anche di altri due scritti: De laude eiusdem pontificis e De duodecim lapidibus et civitate caelesti Hierusalem. La Historia Normannorum’, comprendente eventi dal 1016 al 1078, è dedicata all’abate Desiderio; pur perduta nella versione originale, è sopravvissuta attraverso una traduzione francese del XIV secolo (L’Ystoire de li Normant), conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. È presumibile che sia stato testimone degli avvenimenti narrati nella sua cronaca, che è la fonte primaria per conoscere la storia della presenza normanna nel Mediterraneo, letta secondo il punto di vista della grande abbazia di Montecassino, uno dei centri culturali e religiosi del Cristianesimo dell’XI secolo. Amato descrive l’assedio normanno di Bari e quello di Salerno, la conquista della Sicilia e la presa del potere da parte di Roberto il Guiscardo.  Edizioni del suo Chronicon sono: (FR) L’ystoire de li Normant, et la chronique de Robert Viscart par Aime, moine du Mont-Cassin, publiées pour la première fois, d’apres un manuscrit francois inedit du 13. siecle pour la societe de l’histoire de France, par M. Champollion Figeac, Paris 1835; Ystoire de li Normant par Aimé, publiée avec une introduction et des notes par l’abbe O. Delarc, Rouen 1892; Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto storico italiano; 76), Roma 1935; ecc…Dunque, i due studiosi Natella e Peduto, citando Amato di Montecassino e la sua ‘Historia Normannorum’, che si compone di n. 8 libri, parlando dei due castelli a Policastro, si riferiscono all’anno 1077. A quale libro del racconto di Amato, si parla di Policastro ?. I due studiosi, si rifanno all’edizione curata da Vincenzo De Bartholomaeis (…), e dicono a p. 371. Ho una nuova traduzione di Amato di Montecassino (…), per i tipi di Francesco Ciolfi, dove a p. 19, si riporta l’ampia introduzione del De Bartholomaeis. In essa si parla degli otto libri del ‘Chronicon’ di Amato. A p. 20, è scritto: “Il periodo di tempo di cui Amato prese a narrare le vicende, comprende sessantuno o sessantadue anni: dalla prima apparsa di quaranta pellegrini normanni a Salerno, nel 1016, sino alla morte di Riccardo di Capua, avvenuta il 5 aprile del 1078.”. Dunque, è probabibile che il Libro a cui si riferiscano i due studiosi sia il Libro VIII, cioè l’ultimo capitolo del Chronicon di Amato. Nella recente edizione edita per i tipi di Ciolfi (…), a p. 377, nel Libro VIII, cap. XXX, è scritto: “Landolfo restituì la Valle di Santa Severina e Policastro, e Guaimario restituì il Cilento. In tal modo finì ogni contrasto.Gisulfo giurò ecc..ecc…”. Il passo della narrazione di Amato, riguarda la fine dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, che dopo l’assedio di Salerno da parte del cognato Roberto il Guiscardo, dovette desistere ed arrendersi a suo cognato Roberto il Guiscardo, con cui iniziava la dominazione Normanna sull’ex Principato Longobardo di Salerno. Nel racconto di Amato, si parla di due valli, quella di Santa Severina (la valle di S. Severino di Centola) e quella di Policastro (attuale Bussentino), e non si parla di castelli, come dicono i due studiosi. La narrazione di Amato, si riferisce al momento della resa di Gisulfo II che chiama il figlio Landolfo che dovette restituire al Guiscardo, le valli di “Santa Severina” (S.Severino di Centola) e di Policastro. Dei fatti e dei territori all’epoca del Guiscardo, verso la fine del secolo XI, ho scritto nel mio saggio ‘Nel 1055, la Contea Longobarda del Conte Guido di Policastro’, che verso l’anno 1077, fu restituita (era stata promessa da Gisulfo II, ma mai data al cognato Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo Normanno, che dopo l’assedio di Salerno se ne impossessò insieme a tutto l’ex Principato Longobardo di Salerno.

I NORMANNI ARRIVANO NEI REGNI LONGOBARDI DELL’ITALIA MERIDIONALE

La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI, prima e dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. I Normanni, al comando dello stesso suo cognato Roberto, Umfredo e Guglielmo suo fratelli del Guiscardo, tra l’anno 1053 e il 1054, occuparono moltissimi territori del Principato di Salerno. Caddero nelle loro mani le fortezze di Laurino e Novi, nonchè quasi per intero la Bricia. Resistettero per il momento Policastro, il castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola, forse detto all’epoca ‘Castel de’ Mandelmo’, sul fiume Mingardo. Pare che il territorio fu organizzato in una nuova circoscrizione detta contea di Principato’, che fu concessa da Umfredo d’Auteville, conte di Puglia, al fratello Guglielmo, col titolo di comes che tenne la sua sede amministrativa (Curia), ad Eboli e, concesse il suffeudo al miles Guglielmo de’ Mannia. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: “All’inizio del sec. XI la situazione dell’Italia meridionale si presentava, come è comunemente noto, quanto mai complessa e frastagliata: gli Arabi dominavano la Sicilia, i Bizantini (i greci) la Calabria (e quindi parte del basso Cilento) e la maggior parte della Puglia; esistevano poi i principati Longobardi di Benevento, Salerno e Capua nonchè le città (formalmente bizantine ma di fatto indipendenti) di Amalfi, Napoli e Gaeta con diversi possedimenti circostanti.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 111 e ssg., in proposito ai Normanni scriveva che: “I. Mentre la fortuna dei principi longobardi di Salerno volgeva lentamente al tramonto sorgeva luminoso l’astro dei Normanni. Verso l’anno 1016 (1), essendo principe Guaimario III, approdarono in Salerno quaranta normanni reduci da un pellegrinaggio a Gerusalemme. Venivano, come allora era in uso, al ritorno da questi pellegrinaggi, a visitare in carovana i principali santuari d’italia tra cui quelli del Monte Gargano e di Montecassino. Accolti lietamente dal principe gli furono ben presto di grande aiuto poichè, essendo sbarcata nella città per saccheggiarla una banda di saraceni, i pellegrini, prese le armi, la assaltarono con grande impeto e ne fecero strage. Nel prendere qualche tempo dopo commiato dal principe, che loro dimostrò molto grato, promisero di inviare a Salerno altri della loro gente. Tennero difatti la parola ed a varie riprese molti normanni vennero in Italia.”.

Nel 1035, TANCREDI D’ALTAVILLA (d’HAUTEVILLE)

Da Wikipedia leggiamo che Tancredi di Hauteville (Coutances, 980-990 circa – Hauteville-la-Guichard, 1041 circa) è il primo membro del Casato degli Altavilla del quale ci sono fonti documentali che ne attestino l’esistenza. La sua famiglia, gli Altavilla, secondo una tradizione tardiva, era originaria di Hialtus Villa (forse l’odierna Hauteville-la-Guichard) fondata da Hiallt, un signore norreno attivo attorno al 920. Tancredi risiedeva alla corte del suo signore, il duca Riccardo I di Normandia, come era abitudine di quei tempi. La sua importanza storica è legata ai discendenti avuti dalle due mogli (entrambe figlie non riconosciute di Riccardo I di Normandia, secondo un mito non documentato del XVI secolo), Muriella e Fresenda. Ebbe almeno dodici figli maschi, molti dei quali divennero determinanti nelle vicende politiche del Mezzogiorno d’Italia. Nel 1010 circa sposò Muriella, da cui ebbe cinque maschi e una femmina. In particolare furono i tre figli: Guglielmo, detto “braccio di ferro” divenne conte di Puglia, morto nel 1046; Drogone, conte di Puglia morto nel 1051; Umfredo, conte di Puglia morto nel 1057. Nel 1025 Muriella morì e Tancredi sposò in seconde nozze Fresenda (sorella di Muriella), che gli diede sette maschi (forse otto) e quattro femmine. In particolare ebbero i tre figli Roberto il Guiscardo, conte, poi duca di Puglia, di Calabria e di Sicilia, morto nel 1085; Guglielmo, conte di varie terre nel Principato di Salerno, morto nel 1080; Ruggero, detto il Gran Conte, conte di Sicilia e Calabria, morto nel 1101; Fredesenda; sposò dopo il 1045, Riccardo Drengot, conte normanno d’Aversa (1049) e principe di Capua (1058), di cui in seguito vedremo le gesta. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: Intorno all’anno Mille i primi Normanni – secondo il cronista Leone Ostiense (32), approdarono a Salerno. Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 111 e ssg., in proposito ai Normanni scriveva che: Tennero difatti la parola ed a varie riprese molti normanni vennero in Italia. Nel 1035 una forte schiera di essi, guidata da Tancredi d’Altavilla, giunse a Salerno e si pose al servizio del principe Guaimario IV, che era succeduto a suo padre, e lo aiutarono a conquistare i Ducati di Sorrento e di Amalfi. Avendo di poi essi preso parte ad una spedizione intrapresa dall’imperatore d’Oriente nel 1038 per liberare la Sicilia dai Saraceni, contribuirono grandemente alla presa di Messina e ad una vittoria contro gli infedeli presso Siracusa. Però venuti in dissenso coi Greci, da cui si vedevano mal ricompensati dai grandi servigi loro resi, risolsero di combattere a proprio profitto. Sotto sembiante di voler fare un pellegrinaggio in Terra Santa, molti di essi, attraversato di notte lo stretto di Messina sbarcarono in Calabria muovendo quindi contro la puglia. Chiamati altri loro compagni dal paese nativo e dal contado di Aversa nel 1040 presero, profittando che erano sguarnite dai Greci, Melfi, Venosa e Lavello ed estesero il loro dominio su tutta la Puglia. Da là cominciò per quei valorosi un cammino trionfale all’acquisto di altri importanti dominii. Roberto Guiscardo figlio di Tancredi d’Altavilla si proclamò duca di Puglia e di Calabria nell’anno 1059 e ad accrescere la sua influenza chiese ed ottenne in moglie Sichelgaita figlia di Guaimario principe di Salerno.”. Nell’Italia meridionale i suoi fratelli (Guglielmo, Drogone e Umfredo) si erano distinti come abili mercenari dei signori longobardi in contrasto con l’impero di Bisanzio, ottenendo la Contea di Puglia. Umfredo aveva appena ricevuto in feudo la contea di Venosa. Da Wikipedia leggiamo che fu Guglielmo detto “braccio di ferro” il primo a partire nell’anno 1030 verso la conquista dell’Italia meridionale approfittando di alcune situazioni particolari. Infatti alcuni baroni normanni di ritorno da un pellegrinaggio in Terra santa diedero man forte a dei salernitani per difendersi dai musulmani. I normanni si fecero così notare per la loro forza e il loro valore nelle armi, tanto che i salernitani li implorarono di restare. Tornati in Normandia tali signori raccontarono che in Italia vi erano territori da conquistare e Guglielmo fu così il primo dei fratelli a partire. Si trattò di una migrazione economica, dato che Tancredi non aveva a disposizione terre e possedimenti da dividere ai figli, oltre al fatto che esisteva la legge per la quale solo il primogenito aveva diritto all’eredità. Sia Guglielmo braccio di ferro sia il fratello Drogone combatterono al servizio dei Bizantini, che tentavano invano di affermarsi nel sud Italia, lottando contro i musulmani. Nel 1042 Guglielmo s’impose come capo dei baroni normanni di Puglia. Drogone da Dreu e Umfredo (oppure Onofrio) da Onfroi, succederanno al fratello Guglielmo come Conte di Puglia rispettivamente dal 1046 al 1051 e dallo stesso anno fino al 1057. Goffredo è conosciuto per essere diventato Conte di Capitanata, un’antica provincia del nord della Puglia.

Nel 1042, HUGONE TUDEXTIFEN e ALTRUDA, genitori di RUGGERO CONTE DELL’ORIA

Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Le saghe dei Normanni, parlano di Osmondo Drengot, che offeso pubblicamente da Guglielmo Respotel e avendolo ucciso in presenza del principe Roberto, per evitarne l’ira evase da regno coi fratelli, nipoti e nipotini e trecento amici e partigiani. Tra questi vi era UGONE TUDEXTEFEN, il suo occhio destro, che nessuno superava nel maneggio della lancia, nel pugilato, nel sedurre le fanciulle. Si racconta che che, con un colpo di lancia, abbatté dieci saraceni, con un pugno un focoso destriero. Irequieti, amanti d’avventure e valorosi come tutti gli altri Normanni, essi furono tra i primi ad emigrare nell’Italia meridionale e si lasciarono lusingare per combattere saraceni e bizantini dai principi longobardi, servendo i quali, UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.. Dunque, Ruggiero (dell’Oria), al tempo di Ruggero II d’Altavilla era figlio di UGONE e di sua moglia “ALTRUDA” di sangue Longobardo. Dall’unione con la bella Altruda e Ugone nacque RUGGERO DELL’ORIA, il quale si sposò con BULFANARIA. Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 22-23 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “La storia della famiglia di Ruggiero si riallaccia alla saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: “Segue il Malaterra nel cap. 9 che essendo Guglielmo coi suoi fortificato in Melfi il Capitano dei Greci con uno esercito di 60 mila combattenti andò verso loro per discacciarli ecc…ecc…(20)”. I due studiosi a p. 22, nella nota (20) postillavano che: “(20) G.A. Summonte, op. cit., tomo I, pp. 456-457,”. I due studiosi, a p. 23 aggiungevano su Ugone Tudextifen che: “Inutile precauzione perchè il giorno successivo, pur combattendo valorosamente, i greci furono posti in fuga e i territori di Melfi, Venosa e Lavello rimasero in mano normanna. Questo dunque era il carattere di Ugone, antenato del nostro ammiraglio. Buon sangue non mente! Ugone, signore e poi conte di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa e di Apice, sposò una fanciulla longobarda di nome Altruda ed ebbe come figlio il valoroso Ruggiero conte dell’Oria.. Dunque, i due studiosi scrivono che Ugone, conte dell’Oria, Padula, Montefusco ecc.., si unì in matrimonio con Altruda da cui ebbe un figlio chiamato Ruggero che diventerà conte dell’Oria. Riguardo UGONE, padre di Ruggero dell’Oria, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 241 parlando di Padula scriveva che: “Il più antico documento che riguarda Padula. esistente nell’Archivio della Badia cavense, è del 1086: Ugo di Aveva dona (3) al monastero di cavense, insieme ai monasteri di S. Giovanni di Layta, presso il castello di Mercurio, e di S. Simeone di Montesano, anche il monastero di S. Nicola di Padula, con tutte le sue dipendenze.”. Forse che questo “Ugo” citato dai due studiosi si riferisse ad “Ugone di Avena” citato nel documento cavense del 1086 ?. I due studiosi, a p. 23 scrivono pure che: “Alessandro di Telese (21), contemporaneo del re Ruggero il Normanno, nella sua ‘Cronaca’ riporta importanti notizie sulle vicende occorse a Ruggiero, conte dell’Oria, negli anni compresi tra il 1127 e il 1135.”. I due studiosi, a p. 23, nella nota (21) postillavano: “(21) Alessandro di Telese, De’ fatti di Ruggiero Re di Sicilia. Libri quattro’, in G. Del Re, ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani’, Napoli, 1845-1868, vol. I, pp. 81-156.”. Infatti, ad esempio, a pp. 100-101 (vedi il Del Re, vol. I), nel cap. XXIII, il Telesino scriveva che: “Ruggiero conte di Oria per mitigare l’animo del Duca verso di sè esarcerbato, gli cede Padulo ed ancora Montefusco. E menato così a termine queste cose, non molto dopo con lo stesso esercito movendo si avvia alla terra di Ruggiero Conte di Oria, accampatosi lungo il castello che si chiama Apice……e perciò fa senno di cedergli spontaneamente Paduli e Montefusco.”. I due studiosi scrivono che secondo la cronaca del Telesino si evince che:  “Quando il duca Ruggero il Normanno – diventerà re nel 1180 chiese al cognato Rainulfo, conte di Alife, marito della sorella Matilde, l’atto di omaggio e sottomissione, quest’ultimo gli rispose che non avrebbe concesso nulla senza avere in cambio dei vantaggi. Alla successiva richiesta del normanno di cosa desiderasse in cambio, Rainulfo rispose di volere la contea di Oria. In un primo momento il duca Ruggero si alterò per tale richiesta, ma poi, considerando la possibilità di avere dalla propria parte un guerriero valoroso, accondiscese alla richiesta.”. Dunque, i due studiosi si riferivano a Ruggero II d’Altavilla, conosciuto come “Ruggero il Normanno”, la cui sorella, Matilde era andata in sposa a Rainulfo di Alfe. Da Wikipedia leggiamo chea Capua, nel dicembre 1127, partì una spedizione contro Ruggero, mettendo Roberto II di Capua e Rainulfo di Alife (cognato di Ruggero) contro di lui. Tuttavia questa coalizione fallì miseramente e nell’agosto 1128 il Papa Onorio II fu costretto dalla superiorità militare a nominare nella città di Benevento Ruggero II duca di Puglia. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 242 parlando di Padula, in proposito scriveva che: “Nell’archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula nell’età longobarda, normanna e sveva.”. Del 1213 è un solo documento: Gisulfo di Sanseverino dona al monastero di Montevergine (5) il piccolo monastero di S. Lorenzo sotto Padula.”. Dunque, Ebner, non cita affatto Ruggero dell’Oria ma ci parla di un documento del 1213 che ci parla di un Gisulfo di Sanseverino. Ritornando alla genealogia dei ORIA e dei Loria, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 33-34, in proposito scriveva che: Più dettagliatamente, secondo una prassi consolidata che dal Seicento faceva risalire la genealogia familiare ai più antichi ceppi della stirpe normanna, anche l’autore (64) delle ‘Memorie’ individuava per il lignaggio dei Lauria un’origine normanna in Ugone Tudextefen (65).”. La Lamboglia a p. 33, nella sua nota (65) postillava che: (65) In proposito, si vedano invece L.-R. MÉNAGER, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italie méridionale et en Sicile (XIe-XIIe siècles), in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle prime giornate normanno- sveve, Bari, 28-29 maggio 1973, Bari, Edizioni Dedalo 1991, pp. 279-410 [ovvero ristampa della prima edizione, Roma, Il centro di ricerca, 1975 (Fonti e Studi del “Corpus membranarum italicarum”, XI), pp. 260-390, saggio, questo, ristampato anche in L.-R. MÉNAGER, Hommes et institutions de l’Italie normande, London, Variorum reprints, 1981, pp. 260-390] e successiva integrazione, ID., Additions à l’inventaire des familles normandes et franques émigrées en Italie méridionale et en Sicile, ancora in ID., Hommes et institutions, pp. 1- 17; L. MUSSET, L’aristocratie normande au XIe siècle, in La noblesse au moyen age. XIe-XVe siècles. Essais à la memoire de Robert Boutruche, réunis par Ph. CONTAMINE, Presses Universitaires de France 1976, pp. 71-96.”. La Lamboglia, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: “Costui, a sua volta, innestava il proprio sangue a quello della stirpe longobarda, i cui principi quindi lo rendevano “signor d’Oria, di Paduli, di Montefuschi, di Terrarossa e di Apice, feudi che trasmise dietro il suo decesso a Ruggiero, che in prosieguo possedè Oria col titolo di conte (66). Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), ecc….”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6..

Nel 1045, TORGISIO NORMANNO o di ROTA, in seguito di SANSEVERINO, conte di Rota e signore di S. Severino di Camerota (oggi di Centola)

Da Wikipedia leggiamo che la casata dei Sanseverino ebbe origine dal cavaliere normanno Turgisio, discendente dai duchi di Normandia. Turgisio di Sanseverino, conosciuto anche come Trogisio o Troisio (Normandia, … – Italia, 1081), è stato un cavaliere medievale normanno, discendente dalla stirpe reale dei duchi di Normandia. Le prime notizie su Turgisio risalgono al 1045 circa, quando giunse in Italia come cavaliere con il fratello Angerio, capostipite dei Filangieri. Per il suo valore in battaglia, nel 1061 fu investito da Roberto il Guiscardo della contea di Rota, un centro popoloso già appartenuto alla famiglia dei Principi longobardi di Salerno. Turgisio usurpò altre terre e casali al principe longobardo Gisulfo ed a chiese ed abbazie. Nel settembre 1067, al Concilio di Melfi, per intervento del vescovo di Salerno, Alfano, venne scomunicato dal Papa Alessandro II, col quale poi si riconciliò dopo un incontro a Capua. Turgisio nel 1077 fu confermato conte di Rota e investito dei nuovi possedimenti nella valle di Mercato San Severino, dove stabilì la sua dimora per cui tutti i suoi successori, dal nome del castello, assunsero il cognome dinastico de Sancto Severino. Dalla Treccani on-line alla voce ‘Cilento’ leggiamo che  Accanto alla Badia, troviamo più tardi parecchi nobili cavalieri normanni, che sostituiscono gli antichi signori feudali, ecclesiastici o secolari: tra essi, emersero Troizo o Torgisio di Rota, che in seguito si disse di San Severino, dal nome di uno dei borghi del contado di Rota, e Guglielmo detto del Principato, fratello di Roberto Guiscardo, che senza scrupoli s’industriava a formarsi una signoria fra la valle del Tanagro e il golfo di Policastro. Da Wikipedia leggiamo che Turgisio di Sanseverino per il suo valore in battaglia, nel 1061 fu investito da Roberto il Guiscardo della contea di Rota, un centro popoloso già appartenuto alla famiglia dei Principi longobardi di Salerno. Turgisio usurpò altre terre e casali al principe longobardo Gisulfo ed a chiese ed abbazie. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche – storiche della Provincia della Lucania”, pubblicate postume dal nipote, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “TURGISIO, ….e avendo favorito Roberto il Guiscardo a conquistare il Principato di Salerno, posseduto allora da Gisulfo Principe Longobardo, e dopo lungo assedio ottenuta dal Guiscardo nobile Vittoria, coll’acquisto di tale Signoria, diè ricombenza a detto Valoroso Cavaliero la menzionata Terra, da cui piucchè dal Cavallo Troiano sursero mille Eroi ad illustrare sì felicissima Casa; imperocchè da Turgisio Primo Conte di Sanseverino, nacque Ruggiero, che impalmando Sirca figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario già Principe di Salerno del Sangue Longobardo, procreò Errigo. E ritirandosi il menzionato Rugiero in Montecassino a menare vita Monastica, ove visse e morì santamente, ereditò da Errigo non meno il sangue che gli Stati paterni, Guglielmo che tolse per moglie Isabella, figlia di Silvestro Conte di Marsico. Ecc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 113, in proposito ai Normanni scriveva che: III. Tra coloro, che grandemente avevano preso parte a così avventurose conquiste, fu un guerriero di molto valore a nome Torgisio, da cui venne l’illustre famiglia dei Sanseverino. Avido di gloria e di dominio, al pari dei suoi compagni d’armi, egli avea violentemente occupate nel 1067 alcune proprietà di Alfano arcivescovo di Salerno che se ne dolse con il pontefice Alessandro II giunto nella città per tenervi un concilio. Il papa, a punirlo dell’usurpazione, inflisse la scomunica a Torgisio, che consentì a restituire i beni all’arcivescovo. In una bolla del pontefice relativa a questo fatto Torgisio vien chiamato De Rota, nome della città principale del contado di Sanseverino (1) da lui occupata sotto il dominio di Gisulfo e che poi gli venne conceduta dal Guiscardo dopo l’anno 1053, in cui Maione conte di Sanseverino e di Montoro fu ucciso dal proprio germano Paldone (2).”. Il Mazziotti, a p. 113, nella nota (1) postillava che: “(1) De Meo, Ann., vol. 8°, pag. 70 e 71”. Il Mazziotti, a p. 113, nella nota (2) postillava che: “(2) Id., Annali, anno 1053”. Carlo Carucci (….), e del suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”. Infatti, il Carucci, a pp. 382-383, in proposito scriveva che: “I feudi maggiori nella Provincia di Salerno – Nelle terre dell’ex principato longobardo di Salerno, aveva, come abbiamo visto, origini antiche il regime feudale, anzi ivi, da tempo, s’erano andati formando dei feudi molto estesi, tra’ quali i più notevoli erano quelli appartenenti alla mensa arcivescovile di Salerno e dell’abbazia della SS. Trinità di Cava. Col trionfo di Roberto il Guiscardo però, s’erano formate anche grosse signorie feudali non ecclesiastiche. Tra queste la più importante fu quella di Troizo o Torgisio di Rota, che in seguito si disse di S. Severino, dal nome di uno dei borghi del contado di Rota, e che, nel periodo angioino e aragonese, divenne potentissima più di ogni altra famiglia baronale dell’Italia meridionale. Troizo fu un valoroso compagno d’armi di Roberto il Guiscardo: egli usurpando terre e casali al principe Gisolfo e a chiese e abbazie, varie volte scomunicato dai papi, pur restituendo le terre usurpate (1), restò padrone di alcune di esse e specialmente di Rota. In una bolla del Papa Alessandro II, questo Troizo è detto appunto ‘De Rota’ (2), e Roberto Guiscardo lo investì di quella contea, quando fu ucciso Maione, conte di Sanseverino e Montoro (3).”. Il Carucci, a p. 382, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di Meo, Annali, t. VIII, pagg. 70-71”. Il Carucci, a p. 382, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Paesano, op. cit., I, pag. 122”. Il Carucci, a p. 382, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Di Meo, ivi, ad an. 1053”. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 277, in proposito scriveva che: “Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto Guiscardo per le terre usurpate a chiese e ad abbazie nel principato di Salerno e altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli etc…., perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la ‘contea di Principato’ (1), occupando poi i castelli longobardi di Montoro fino a Rota e vi costituirono una contea con a capo un tal Torgisio o Troiso, che fu il capostipite della nobile famiglia Sanseverino (2), restringendo il dominio di Gisolfo soltanto alle terre site tra Nocera e Cetara dalla parte di ponente e a quelle di Capaccio dal lato di levante (3) etc….”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Alfano, I, ap. Ughelli, Italia Sacra, tomo X. “Quid quid habere prius fuerat haec vit i decoris Momento periit, fumus et umbra fuit. Non relut una lues pecorum solet omnibus agnen Aere corrupto debilitare modis, Sic gens Gallorum, numerosa clade Salerni, Principe defuncto, percotit omne solum. De Blasiis, op. cit. II, 213.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amato, IV, 37: Gisolfe, prist lo baston et lascripe come pèrègrin et ala a Costantinople. Ebbe compagni il cardinale Bernardo e l’arcivescovo Alfano. Quello morì a Costantinopoli. Gisolfo ebbe danari e ricchi doni dall’imperatore e promise di combattere contro Roberto. Et quant etc….A Costantinopoli Gisolfo fu ospite del ricco amalfitano Pantaleone, quello che donò le porte di bronzo a S. Paolo in Roma e al duomo di Amalfi.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 117-118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “I Normanni si incunearono nel principato salernitano da Est, tra il 1053 ed il 1054, probabilmente seguendo la strada che da Melfi risaliva il corso del fiume Ofanto, e, dopo essere pervenuti nei dintorni di Conza, parte delle loro schiere proseguirono verso Ovest guidate da Torgisio, uno dei capitani del Guiscardo, riuscendo a raggiungere la valle del Montoro, ed ad impossessarsi di Rota, centro fra i più notevoli del territorio a cui era preposto il il longobardo Maione, conte di S. Severino e Montoro, perito nel trambusto di quegli avvenimenti (1)……..Le contrade occupate dai Normanni furono immediatamente organizzate, tolte quelle della valle di Montoro e S. Severino Rota, in una circoscrizione che fu detta CONTEA DI PRINCIPATO (3), concessa da Umfredo in qualità di Conte di Puglia (4) al fratello Guglielmo, che portava allora il titolo di Conte di S. Nicandro (5).”. Il Cantalupo, a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) A. 1053; vedi C. Carucci, op. cit., p. 382”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 122, in proposito scriveva che: “Gregorio contro il Normanno potè solo rinnovare la scomunica nel febbraio del 1075…….Guimondo dei Mulsi, Guido, fratello di Gisulfo, ecc….Guimondo, già usurpatore dei beni dell’arcivescovo Alfano insieme a Guglielmo d’Altavilla ed a Torgisio di Rota, era sceso a contesa con il fratello del principe di Salerno per il possesso della Valle di S. Severino sul Mingardo; “. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno- etc…”, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “Intanto Guglielmo del Principato e il suo milite Guimondo (Gismondo) dei Mulsi, come Troisio, il quale continuava ad ampliare la sua contea di Rota, tentavano di usurpare sempre più vaste terre alla Chiesa salernitana (29), tantochè il primo agosto 1067, nel sinodo di Melfi, Alfano I chiese l’intervento di Alessandro II che scomunicò gli usurpatori costringendoli, poi, a Salerno, e nella riunione plenaria dei Vescovi, abati e popolo del 9 settembre 1068, a restituire (venne emessa la nota bolla “Notum sit omnibus”) i beni usurpati. Troisio, spaventato dalle terribili censure ecclesiastiche, fece onorevole ammenda nel successivo Concilio di Capua, pure del 1067, per cui la nota bolla papale del 12 ottobre (30).”. Ebner, a p. 89, nella nota (29) postillava che: “(29) La notizia è del ‘De regno Italiae’ di C. SIGONIO (ad ann. 1067 et 1069: Concilio di Melfi): “Guilielmum Tancredi filium, quod bona ecclesiae Salernitanae per vim teneret comunione removit”; Concilio di Salerno: “Guilielmus Tancredi filius bona quae possidebat Ecclesiae reddidit”.”. Ebner a p. 89, nella nota (29) postillava pure che: “(29)…..Nella bolla “Notum sit ominibus” di Alessandro II è l’elenco dei beni usurpati da Guglielmo Normanno: ecc……Per i Concili, v. G. CRISCI e A. CAMPAGNA, Salerno Sacra, Salerno, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg.”. Ebner, a p. 90, nella nota (20) postillava che: “(30) Alessandro II conferma ad Alfano gli antichi privilegi concessi alla Chiesa di Salerno dai precedenti pontefici. V. L. E. PENNACCHINI, Pergamene salernitane, Salerno 1941, p. 33.”. Recentemente Angelo Corolla (….), nel suo “La terra dei Sanseverino: i castelli e l’organizzazione militare, insediativa ed economica del territorio”, a p. 41, in proposito scriveva che: In provincia di Salerno, non esistono altri nomi di luogo legati al santo in questione, a parte Mercato San Severino e San Severino di Centola, nel Cilento. Il Cilento è uno dei nuclei più antichi tra i feudi assegnati a Troisio ed è rimasto nelle mani dei Sanseverino di Marsico fino all’estinzione della famiglia. Nella sua cronaca Amato di Montecassino ricorda una battaglia, avvenuta verso la metà dell’XI secolo, tra le milizie di Gisulfo II e Roberto il Guiscardo presso la valle di San Severino nel Cilento (50). In base alla notizia, alcuni ritengono che il toponimo San Severino sia stato importato nella zona di Rota dal Cilento dove sarebbe esistito prima della occupazione normanna; quest’area della Campania meridionale sarebbe giunta in mano di Troisio qualche tempo prima della definitiva acquisizione del territorio di Mercato San Severino, costituendo perciò per il Normanno la prima dotazione territoriale e la prima fonte d’identità (51). Tuttavia, va tenuto presente che nei primi documenti (anno 1067) Troisio viene definito de loco Rota.”. Il Corolla, a p. 41, nella nota (50) postillava che: “(50) Storia dei Normanni, III, 45, VIII 12 e VIII 30.”. Il Corolla, a p. 41, nella nota (51) postillava: “(51) LORÉ 2001, pp. 99-100.”. Il Corolla si riferiva al testo di Vito Lorè (….), al suo “Monasteri, principi etc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 113, in proposito ai Normanni scriveva che: III. Tra coloro, che grandemente avevano preso parte a così avventurose conquiste, fu un guerriero di molto valore a nome Torgisio, da cui venne l’illustre famiglia dei Sanseverino. Avido di gloria e di dominio, al pari dei suoi compagni d’armi, egli avea violentemente occupate nel 1067 alcune proprietà di Alfano arcivescovo di Salerno che se ne dolse con il pontefice Alessandro II giunto nella città per tenervi un concilio. Il papa, a punirlo dell’usurpazione, inflisse la scomunica a Torgisio, che consentì a restituire i beni all’arcivescovo. In una bolla del pontefice relativa a questo fatto Torgisio vien chiamato De Rota, nome della città principale del contado di Sanseverino (1) da lui occupata sotto il dominio di Gisulfo e che poi gli venne conceduta dal Guiscardo dopo l’anno 1053, in cui Maione conte di Sanseverino e di Montoro fu ucciso dal proprio germano Paldone (2).”. Il Mazziotti, a p. 113, nella nota (1) postillava che: “(1) De Meo, Ann., vol. 8°, pag. 70 e 71”. Il Mazziotti, a p. 113, nella nota (2) postillava che: “(2) Id., Annali, anno 1053”. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche – storiche della Provincia della Lucania”, pubblicato postume dal nipote, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “TURGISIO, ….e avendo favorito Roberto il Guiscardo a conquistare il Principato di Salerno, posseduto allora da Gisulfo Principe Longobardo, e dopo lungo assedio ottenuta dal Guiscardo nobile Vittoria, coll’acquisto di tale Signoria, diè ricombenza a detto Valoroso Cavaliero la menzionata Terra, da cui piucchè dal Cavallo Troiano sursero mille Eroi ad illustrare sì felicissima Casa; imperocchè da Turgisio Primo Conte di Sanseverino, nacque Ruggiero, che impalmando Sirca figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario già Principe di Salerno del Sangue Longobardo, procreò Errigo. E ritirandosi il menzionato Rugiero in Montecassino a menare vita Monastica, ove visse e morì santamente, ereditò da Errigo non meno il sangue che gli Stati paterni, Guglielmo che tolse per moglie Isabella, figlia di Silvestro Conte di Marsico. Ecc…”. Erasmo Ricca (…), nel suo ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, in cui discorre dell’origine della famiglia Filangieri e dei Sanseverino, a p. 8, in proposito scriveva che: “Il mentovato Turgisio, che fu altresì valoroso Capitano, e militò seguendo le bandiere di Roberto il Guiscardo, ebbe da quest’ultimo in dono il castello di Sanseverino, donde presero il cognome i suoi figliuoli a nome Ruggiero, Silvano e Turgisio 2°. Adunque le cospicue famiglie Filangieri e Sanseverino hanno origine da’ due fratelli e Cavalieri Normanni Angerio e Turgisio (4).”. Nel 1081 Turgisio morì e gli succedette nel feudo di Sanseverino il primogenito Ruggero, che sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno. Degli altri figli di Troisio, Silvano divenne signore di Apudmontem (Roccapiemonte), Troisio II del Cilento, di Montemiletto e di Bracigliano, mentre Diletta andò sposa al milite Eremberto. Dunque, Erasmo Ricca sostiene l’origine dei Sanseverino di Turgisio fratello di Angerio. Turgisio il Normanno ebbe tre figli: Ruggero, Silvano e Turgisio II. Come vedremo Turgisio II avrà il figlio che noi abbiamo chiamato Ruggero II Sanseverino.

Ricca Erasmo, p. 387 sullalbero geneologico dei Filangieri

Enrico Cuozzo (…), nel suo “Normanni nobiltà e cavalleria”, ed. Gentile, a p. 129, in proposito scriveva che: “Giovanni ha sei figli: Giovanni, suddiacono di S. Matteo, che muore nel giugno 1189 (107); Itta sposa di un importante esponente della feudalità salernitana del Regno di Sicilia, cioè Ruggiero figlio di Torgisio di S. Severino (108); ecc…”. Il Cuozzo a p. 129 nella sua nota (108) postillava che: “(108) M. De’ Santis, Memorie delle Famiglie nocerine, II, Napoli 1893, p. 408.”.

Nel 1046, DROGONE succede al fratello Guglielmo detto braccio di Ferro

Da Wikipedia leggiamo che durante il suo regno, Guglielmo e Guaimario diedero inizio insieme alla conquista della Calabria ed eressero il castello di Scribla, non di Squillace come riportato in vari testi sulla storia dei Normanni nel sud Italia. I suoi titoli tuttavia non vennero mai confermati dall’Imperatore del Sacro Romano Impero. Guglielmo morì nel 1046, e fu successivamente sepolto nell’Abbazia della Santissima Trinità di Venosa insieme agli altri fratelli, in un’unica arca sepolcrale. Il suo successore, il fratello Drogone, sarebbe stato giuridicamente riconosciuto come Conte dei Normanni di Puglia e Calabria (la formula fu Comes Normannorum totius Apuliae e Calabriae), titolo che si attribuisce spesso anche a Guglielmo. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a p. 29 e ssg., in proposito scriveva che: “Il Mezzogiorno in questo periodo è caratterizzato da una grande instabilità politica: Drogone, succeduto a Guglielmo Braccio di Ferro, che fino ad allora aveva governato con saggezza e senso di giustizia, viene assassinato a seguito di una congiura che avrebbe dovuto estromettere i normanni dalle Signorie occupate con la violenza.”.

Nel 1047, Riccardo I d’Aversa o Riccardo Drengot, figlio di Asclettino I e Sarulo di Genzano

Francois Lenormant (….), nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie” (si veda edizione e traduzione a cura di Giovanni Battista Bronzini, “Francois Lenormant – Tra le genti di Lucania – appunti di Viaggio”, nel cap. VI, a pp. 91-92 parlando di Genzano, in proposito scriveva che: “Nel 1047 era tenuto da un cavaliere di nome Sarulo, compagno d’armi ed amico di Asclettino, conte di Aversa. Quando seppe che il fratello di costui, il giovane Riccardo, venuto dalla Normandia, era stato cacciato da Aversa da suo cugino Raoul Trincanotte (che si era impadronito della contea alla morte di Ascletino) e che aveva dovuto per questo cercare ospitalità a Melfi presso il conte Umfredo, Sarulo andò a trovarlo, gli chiese amicizia e lo pregò di andare a stabilirsi con lui a Genzano. Qui radunò i suoi compagni d’armi, li presentò a Riccardo e li invitò ad obbedire a questo giovane signore come al vero padrone e legittimo erede della contea di Aversa. I soldati gli giurarono fedeltà mentre Sarulo, per discrezione, voleva lasciare Genzano, perchè fosse meglio riconosciuta l’autorità di Riccardo, il quale, tuttavia, lo pregò di rimanere, e i due vissero in buona armonia. L’unione delle loro forze fece di Genzano un paese potente per qualche tempo. Sedevano a tavola fino a cento uomini d’armi e Riccardo utilizzò queste forze per far guerra a diversi signori, e soprattutto al cugino Raoul Trincanotte, al quale non perdonava d’averlo privato del bel feudo di suo fratello. Raoul, per vincere la sua ostilità, gli restituì quanto Asclettino aveva lasciato alla sua morte e inoltre gli fece sposare sua sorella Fredesinde. Grazie a queste concessioni, Riccardo se ne stette tranquillo, finchè alla morte di Raoul diventò signore di Aversa.”. Il Lenormant si riferisce a Riccardo I d’Aversa. Da Wikipedia leggiamo che Riccardo Drengot (1024 circa – Capua, 5 aprile 1078) è stato un cavaliere medievale normanno. Fu quinto Conte di Aversa (1049-1078), primo principe normanno di Capua (1058-1078) e Duca di Gaeta (1063). Era figlio di Asclettino I, conte di Acerenza, ma era cresciuto in Normandia; giunse in Italia verso il 1045 con quaranta cavalieri normanni. Sposò Fredesenda d’Altavilla (1), figlia di Tancredi d’Altavilla e sorella di Roberto il Guiscardo, dalla quale ebbe cinque figli. Il fratello maggiore di Riccardo, Asclettino II Drengot, conte di Aversa, morì senza figli nel 1045. La Contea venne assegnata da Guaimario IV, principe di Salerno, a Rodolfo Cappello, scatenando così una contesa con gli altri membri della famiglia: Riccardo combatté a fianco di Rainulfo II Trincanotte contro Rodolfo Cappello, ma fu sconfitto e imprigionato (1046); in seguito venne liberato e riuscì a divenire il tutore del conte Ermanno (1049), figlio del Trincanotte e suo nipote, che però scomparve presto di scena; Riccardo gli poté così succedere. Da Wikipedia leggiamo che Aversa fu fondata ufficialmente nel 1029 da Rainulfo Drengot, che ne divenne primo conte, su investitura prima di Sergio IV, duca di Napoli e poi dell’imperatore Corrado II. Dodici furono i conti normanni che ressero le sorti della città di Aversa, che da piccolo borgo, grazie alla politica di asilo iniziata da Rainulfo, divenne una piccola capitale, da dove partirono le conquiste normanne dell’Italia Meridionale. Il più importante dei conti fu senza dubbio Riccardo Drengot, l’unico che seppe tener testa a Roberto il Guiscardo. E fu proprio il conte aversano a condurre, nella battaglia contro le truppe pontificie a Civitella del Fortore i normanni alla vittoria, imprigionando lo stesso papa Leone IX. L’astuto Riccardo I però non trattò il pontefice da prigioniero, ma lo scortò a Roma con tutti gli onori. Questo gesto gli valse la conciliazione con la Chiesa, la cancellazione della scomunica, e l’investitura di Aversa a Diocesi. Nel 1058 Riccardo conquistò il Principato di Capua e quindi, da quel momento il titolo di Conte d’Aversa fu ricompreso tra quelli spettanti ai Principi di Capua. 1049-1078: Riccardo I di Aversa fu anche Principe di Capua (1058-1078) e Duca di Gaeta (1063). 1045-1045: Asclettino d’Aversa, detto il Conte giovane. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 22 e ssg., in proposito scriveva che: “Drogone, alla morte del fratello Guglielmo Braccio di Ferro, assume il dominio della Puglia ecc…”.Da Wikipedia leggiamo che Asclettino II Drengot o Asclettino d’Aversa (… – 1046) è stato un cavaliere medievale normanno, figlio di Asclettino I conte di Acerenza e nipote di Rainulfo Drengot, a cui succedette nel titolo di conte d’Aversa e duca di Gaeta. Asclettino II succedette nel 1045 allo zio Rainulfo nel titolo di conte d’Aversa e duca di Gaeta, investito della contea dal suo signore, Guaimario IV principe di Salerno. Ma i nobili di Gaeta elessero loro duca il longobardo Atenolfo, conte d’Aquino. Guaimario, signore sia di Gaeta che di Aversa e di cui Rainulfo era stato vassallo, intervenne per conto di Asclettino II, attaccando Atenolfo che sconfisse e prese prigioniero: successivamente Guaimario liberò Atenolfo e lo confermò duca di Gaeta in cambio della liberazione di Richerio, abate di Montecassino, catturato da Landone che nel frattempo, insieme a Pandolfo il lupo degli Abruzzi, aveva attaccato le terre dell’Abbazia di Montecassino. Asclettino II governò dunque solo pochi mesi e morì prematuramente durante questi eventi del 1046. Gli successe il cugino Rainulfo Trincanotte. Successivamente suo fratello minore, Riccardo ereditò il titolo e portò alla famiglia anche il Principato di Capua. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a pp. 83-84, in proposito scriveva che: “Con l’accrescersi della potenza normanna e mentre giungevano in Francia notizie di ripetuti trionfi, il flusso dell’immigrazione era in continuo aumento; in un certo periodo, nell’anno 1046, poco più di tre anni dopo gli accordi di Melfi, apparvero nell’Italia meridionale, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, due giovani. Tutti e due, in modo diverso, avrebbero raggiunto una posizione eminente; ciascuno doveva fondare una dinastia; e uno era destinato a scuotere le fondamenta stesse della cristianità, a tenere in pugno uno dei papi più potenti della storia e a far tremare il trono dell’Impero d’Occidente come quello d’Oriente, al suono del suo nome. Questi erano Riccardo figlio di Asclettino, che in seguito divenne principe di Capua e Roberto di Altavilla che di lì a poco veniva soprannominato il Guiscardo, ossia l’Astuto (2). Ambedue questi giovani partirono avvantaggiati rispetto agli altri immigrati. Riccardo era nipote di Rainulfo di Aversa. Suo padre Asclettino, fratello minore di Rainulfo, era stato uno dei più brillanti luogotenenti di Rainulfo e alla morte di questi, avvenuta nel 1045, aveva regnato per un brevissimo periodo ad Aversa quando dopo pochi mesi morì anche lui. Riccardo era cresciuto in Normandia, ma quando giunse nella penisola con l’imponente seguito di quaranta cavalieri era fiducioso che il futuro gli avrebbe riservato fama e gloria. Le sue speranze non andarono deluse. Amato, forse non del tutto dimentico delle generose donazioni fatte in seguito da Riccardo al suo monastero, ce ne ha lasciata una garbata descrizione: “A quest’epoca giunse Riccardo figlio di Aslettino, bello di forme e di nobile statura, giovane, dal volto fresco e di bellezza radiosa, cosicché quanti lo volevano lo amavano; aveva a suo seguito molti cavalieri e popolo….(3)”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a p. 94, in proposito scriveva che: “Mentre Roberto era obbligato a far affidamento sul suo coraggio e sul suo impegno per vivere, Riccardo stava rapidamente realizzando le sue mire più ambiziose. La sua accoglienza iniziale ad Aversa era stata ancora più fredda, se possibile, di quella riservata a Roberto a Melfi; Rainulfo II nell’arrivo del fratello del suo predecessore vide una minaccia e pensava solo a liberarsene al più presto. Riccardo, intuendo la situazione, se ne partì cavalcando verso est su per le montagne e, dopo un breve periodo trascorso al servizio di Umfredo di Altavilla, si unì ad un altro barone randagio, Sarulo di Genzano. Con l’aiuto di Sarulo e adottando metodi che erano in pari tempo predatorii e privi di scrupolo, presto divenne tanto potente da poter sfidare Rainufo, il quale fu costretto a liberarsene concedendogli le terre appartenute a suo fratello Asclettino. Poi venne alle prese con Drogone, ma questa volta fu meno fortunato, perchè Drogone, catturatolo, lo gettò in prigione. La carriera di Riccardo fu così alla mercé di di Drogone; si salvò solo dopo la morte di Rainulfo, avvenuta nel 1048, il cui figlio Ermanno, un bimbo di pochi mesi, aveva biogno di un reggente che governasse in suo nome. Il primo ad essere scelto per questo incarico fu un certo barone dal nome alquanto imbarazzante di Bellebouche, che però si dimostrò inadatto al compito e la scelta cadde allora su Riccardo. Riccardo stava ancora languendo nella prigione di Drogone, ma l’intervento di Guaimaro gli ottenne la libertà. Secondo Amato, Guaimaro allora lo rivestì di seta e lo condusse ad Aversa dove, per festosa volontà di popolo, fu acclamato conte. All’inizio sembra che Riccardo abbia governato a nome di Ermanno, ma dopo un anno o due, del bimbo non si sentì più parlare. Si direbbe che, per tacito accordo, tutti i cronisti abbiano tirato un velo discreto su quanto accadde al fanciullo.”. Su Riccardo di Aversa, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 34 parlando di Gisulfo II dopo la sua liberazione e salita al trono del Principato longobardo di Salerno, in proposito scriveva che: “e così instabile che non gli riuscì di conservare quel ducato di Amalfi (un solo anno, il 1088) che gli intrighi della sorella Sighelgaita, dopo la morte del marito Roberto, erano riusciti ad assicurargli. Non meraviglia, perciò, che tracheggiasse sia nel consegnare l’oro promesso a Riccardo di Aversa che la dote della virile sorella, specialmente i beni promessi a Umfredo e Guglielmo (93).”.

Nel 1051, il normanno UMFREDO D’AUTEVILLE, conte di Puglia successe al fratello DROGONE

Da Wikipedia leggiamo che Tancredi d’Altavilla ebbe alcuni figli dalla prima moglie Muriella, tra cui UMFREDO D’ALTAVILLA. Alcune fonti ritengono che Umfredo sia giunto in Italia meridionale insieme ai suoi fratelli intorno al 1035; ma, poiché il suo nome manca tra i cavalieri normanni che, a Melfi, nel 1042, si spartirono i primi territori conquistati, è ragionevole supporre che il suo arrivo risalga a qualche anno più tardi, probabilmente nel 1044, durante il regno del fratello maggiore Guglielmo. A quel tempo, prese possesso di Lavello e poi succedette, nel 1051, al fratello Drogone, come conte di Puglia e Calabria. Di sicuro l’evento più rilevante che lo vide protagonista fu la battaglia di Civitate (18 giugno 1053): Umfredo guidò le armate degli Altavilla (insieme al giovane fratellastro Roberto il Guiscardo) e dei Drengot (insieme a Riccardo, conte di Aversa) contro le forze unite del papato e dell’impero. L’esercito pontificio fu annientato e papa Leone IX fu catturato e imprigionato a Benevento. Alla morte del fratello Drogone, ne sposò la vedova Gaitelgrima, figlia di Guaimario III di Salerno, da cui nacque Umfreda, che andò sposa a Basileo Spadafora. Umfredo sposò Matilda, figlia di Asclettino I Drengot da cui ebbe due figli: Abelardo, nato dopo il 1044 e morto in Illiria nel 1081 ed Ermanno, nato dopo il 1045 e morto a Bisanzio nel 1097. Umfredo morì a Venosa nel 1057 e la sua eredità passò al fratellastro ed eroe di Civitate, Roberto il Guiscardo, al quale attribuì anche la tutela dei suoi figli minorenni, Abelardo ed Ermanno. Il Guiscardo, però, ne confiscò l’eredità: nel giro di due anni, avrebbe elevato il suo rango comitale allo status ducale. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 29-30 e ssg. riferendosi alla successione di Drogone dopo il suo assassinio, in proposito scriveva che: A lui, dopo un periodo di torbidi e di anarchia, succede Umfredo il quale, per vendicare la morte del fratello, prende l’improvvida decisione di punire tutti coloro che avevano congiurato contro i normanni, mutilando alcuni, passandone altri per le armi, impiccandone molti (54)…”. Il Credidio, a p. 30, nelle note (54) postillava che: “(54) Sembra che la crudeltà non sia stata una prerogativa dei normanni. L’imperatore d’Oriente, Diogene, per volere dei figliastri, viene fatto prigioniero ed accecato ed in seguito a ciò si fa monaco, come afferma Guglielmo di Puglia nel libro III delle Gesta.”. Piero Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (6) potillava che: “(6) Non si confonda questo Guglielmo con l’omonimo fratello, Guglielmo braccio di Ferro, 1° conte di Puglia (1043-1046), Umfredo (1051-1057) e Roberto il Guiscardo. Costui divenne poi, nel 1059, il 1° duca normanno di Puglia.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 80, in proposito scriveva che: “…è evidente che il possesso di quel castello costituiva per Umfredo solo il primo atto  di un nuovo e più vasto disegno politico. L’improvvisa scomparsa di Guaimario V, ecc…., sprezzando il mirabile equilibrio politico raggiunto e mantenuto dal principe anche per la forte sua personalità, aveva creato per i capi normanni problemi nuovi che richiedevano decisioni ferme e tempestive (6)……Dopo l’assassinio di Montellaro ….di quel che fu Drogone”, (9), secondo conte di Puglia, Guaimario V, alto signore di Puglia e Calabria, si recò (a. 1051) a Melfi (10) per il riconoscimento ecc…”. Ebner, a p. 80, nella nota (6) postillava che: “(6) L’offerta normanna di far legittimare da un principe i domini conquistati in Puglia, venne accolta da Guaimario V, il quale, con l’alta sovranità sulla nuova contea di Puglia, ingrandì (a. 1043) ancor più i propri domini (Salerno, Capua, Gaeta). La morte di Guaimario annullò quei diritti per cui i Normanni non ebbero altra alternativa che diventare sovrani assoluti della Puglia dopo essersi uniti per resistere agli immancabili avversari. E’ noto che solo dopo la vittoria di Civitate (18 giugno 1053) cominciassero decisamente a imporsi. V. Alfano, ‘ad Guidonem: “Huius in imperio….”; Amato cit., XLVI sgg. e p. 54, no I; v. pure Schipa, Storia, p. 215.”. Ebner, a p. 80, nella nota (9) postillava che: “(9) Guglielmo braccio di ferro, e Drogone pure giunsero in Italia tra la fine del 1037-primi del 1038; Umfredo ai primi del 1043, dopo Guglielmo; nel 1047/7 Roberto che Ottone Di Frisinga (‘de gestis Fridr., p. 353) ricorda di “humilis conditionis viro et stremissimi” e che Anna Commeno (Alex., I 50) descrive “bello dal capo ai piedi”. La medesima Anna Commeno (I 51) narra che fosse giunto in Italia con appena cinque cavalli e trenta predoni.”. Ebner, a p. 80, nella nota (10) postillava che: “(10) “Melpe, pour ce que estoit la principale cité fu commune à touz”, scrive Amato (II, 31) nel dire della divisione delle terre di Puglia da parte dei dodici pari normanni.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 80 riferendosi proprio ad Umfredo, in proposito scriveva che: ma realizzabile per guerrieri nati come i Normanni (7), e con un capo così accorto e deciso come Umfredo, le cui singolari attitudini si erano egregiamente manifestate durante l’anarchia creatasi in Puglia dopo la morte di Drogone.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: “Nell’impossibilità d’impadronirsi rapidamente con la forza dell’anzidetto territorio, per al valida resistenza capeggiata da Guido, i Normanni cercarono di toccare le mete prefisse mediante parentele e clientele, utilizzando i legami che univano il conte di Puglia alla Casa principesca salernitana. Infatti, Umfredo avendo sposato la figliuola di Guaimario era diventato affine di Gisulfo e dei figliuoli del conte di Capaccio. Fu facile pertanto ottenere da costoro il consenso alle nozze di una loro sorella con il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus” e cioè Guglielmo de Magnia che sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola di quel console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptoferrata”. Si spiega meglio così la presenza di Roberto, figliuolo di Gregorio di Capaccio e nipote di Berta, a Trentinara, il cui castello domina parte della pianura pestana e specialmente la vitale via che per Magliano e Monteforte porta da Novi a Eboli.”.

Nel 1047, il normanno ROBERTO D’ALTAVILLA detto il GUISCARDO arrivò in Italia

Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo (in latino: Robertus Guiscardus o Viscardus; Hauteville-la-Guichard, 1015 circa – Cefalonia, 17 luglio 1085), è stato un condottiero normanno. Sesto figlio di Tancredi (conte di Hauteville-la-Guichard) e primo della sua seconda moglie Fresenda (o Fressenda, figlia di Riccardo I di Normandia, detto Riccardo Senza Paura), divenne Conte di Puglia e Calabria alla morte del fratello Umfredo (1057). In seguito, nel 1059, fu investito da papa Niccolò II del titolo di Duca di Puglia e Calabria e Signore di Sicilia. Roberto il Guiscardo arriverà in Italia nel 1045 e sarà inviato dai fratelli in Calabria, arrivando a Scribla poi a San Marco Argentano dove costruì alcune fortezze militari. Succederà al fratello Umfredo, facendosi incoronare da papa Nicola II nel 1059 come Duca di Puglia, di Calabria e di Sicilia, territori peraltro ancora da conquistare. Roberto entrerà in Sicilia nel 1061 insieme a suo fratello minore Ruggero, che diventerà nel 1091 Gran Conte di Sicilia, titolo che mantenne fino alla sua morte, avvenuta nel 1101. Roberto il Guiscardo giunse nel 1047 nell’Italia meridionale, dove già i suoi fratellastri (Guglielmo, Drogone e Umfredo) si erano distinti come abili mercenari dei signori longobardi in contrasto con l’impero di Bisanzio, ottenendo la Contea di Puglia. Secondo la storica bizantina Anna Comnena, egli aveva lasciato la Normandia con un seguito di appena cinque cavalieri e trenta fanti avventurieri e, all’arrivo nell’antica Langobardia, si mise a capo di una compagnia errante di predoni. All’arrivo di Roberto le terre in Puglia scarseggiavano ed egli non poté aspettarsi grandi concessioni da parte di Drogone, il fratellastro allora regnante. D’altra parte lo stesso Umfredo aveva appena ricevuto in feudo la contea di Venosa. E così nel 1048 decise di unirsi al principe longobardo Pandolfo IV di Capua nelle sue incessanti guerre contro il principe Guaimario di Salerno, ma l’alleanza durò appena un anno: stando alle cronache di Amato di Montecassino, Pandolfo venne meno alla promessa di concedere a Roberto un castello e una figlia in sposa, al che il Normanno rispose rompendo gli accordi e abbandonando il sodalizio. Roberto fece nuovamente richiesta di un feudo al fratellastro Drogone, il quale stavolta gli concesse il comando della fortezza longobarda di Scribla (eretta nel 1044 dal Principe longobardo Guimario V), al centro della Piana di Sibari e punto strategico delle vie di transito tra Calabria, Campania e Puglia, a nord est di Cosenza. Roberto su questo avamposto fece costruire il primo castello in Calabria, durante le prime campagne militari progettate proprio da Scribla conquista quella zona e qualche tempo dopo Cariati. Da Scribla poteva controllare il tracciato dell’antica via Popilia, quindi era un punto strategico importante anche se la zona era paludosa e malsana.

Nel 1048, Roberto il Guiscardo a S. Marco Argentano

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 192-200, scriveva in proposito che: “Guiscardo, già stabile a S. Marco Argentano (287). A Roberto, i cui feroci assalti avvenivano da S. Marco Argentano, si aggiunse, dopo il 1057, Ruggero, dal castello di Scalea, e la costa divenne normanna. Nel 1058, come scrivono Amato e Malaterra (288), il Guiscardo sposò Sichelgaita, così che Cetraro divenne appannaggio, per morgengab, dell’ex principessa salernitana. Morto il Guiscardo, il 17 luglio 1085, Sichelgaita fece donazione, pro anima, di Cetraro alla badia di Montecassino (289).”. Il Campagna, a p. 192, nella nota (287) postillava che: “(287) Roberto il Guiscardo restò a S. Marco Argentano dal 1048 al 1057, J.J. Norwich, I Normanni nel Sud (1016-1130), Torino, 1974, pag. 92 e sgg.”. Il Campagna, a p. 192, nella nota (288) postillava che: “(289) E. Gattola, Accessiones ad Historiam Abbatiae Cassinensis, Venetia, 1734; E. Conti, S. Marco Argentano, Cosenza, 1976, pag. 42; L. Jozzi, Cetraro – notizie storiche, Cosenza, 1973.”. Da Wikipedia leggiamo che verso l’anno 1048, Roberto conquistò alcune delle roccaforti strategicamente più rilevanti per il controllo della Calabria Citeriore, tra queste vi era Malvito, già città fortificata di cui non sono ben chiare le origini, il Guiscardo la conquista intorno al 1049 o al 1050 (vi è la legenda del finto morto a tal proposito, ma questa diceria non è confermata da nessuna fonte), da qui poteva controllare tutta l’alta valle del Crati, successivamente prende accordi, dopo averlo rapito e aver chiesto un congruo riscatto, con Pietro di Tiro, si accaparra quindi un’alleanza con la vicina Bisignano, conquista Tarsia, sempre vicino all’antico tracciato della via Popilia e in fine, per assicurarsi delle piazzeforti conquista San Marco Argentano (in omaggio al quale, più tardi, battezzò la fortezza di San Marco d’Alunzio, il primo castello normanno in Sicilia, sito presso l’antica Aluntium) e vi edifica una fortificazione. L’opera del normanno Guiscardo, si inserisce anche in un contesto in cui parte dei nostri territori, soprattutto nella diffusione dei cenobi e dei Monasteri italo-greci o basiliani, risentivano dell’influenza della regola bizantina e della nascente regola monastica benedettina. In Calabria, l’invasione dei Longobardi ne spezzò l’unità, strappandole il Cosentino, annesso al ducato di Benevento e poi al principato di Salerno (847). La riunificazione sotto i Bizantini (con l’erezione a tema: inizio X sec.) aprì una fase di radicale ellenizzazione, appoggiata dalla diffusione del monachesimo basiliano; ma per l’inerzia e il fiscalismo del governo decadde l’agricoltura, rinacque il latifondo, sparì quasi ogni energia locale. Il Guiscardo, dunque, dopo aver distrutto, forse per la seconda volta la città di Policastro, pensò bene di tradurre molti dei superstiti e trasferirli in alcuni paesi della Calabria a lui già soggetti da tempo. Già nel gennaio del 1061 la stessa Melfi fu cinta d’assedio. L’imponenza della sua macchina bellica mise in fuga i bizantini e già nel maggio di quell’anno la regione fu sottomessa. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 22 e ssg., in proposito scriveva che: “Drogone, alla morte del fratello Guglielmo Braccio di Ferro, assume il dominio della Puglia ed è consapevole che, se si vuole occupare la Calabria, fisicamente divisa in due parti dalla catena degli Appennini che l’attraversano da nord a sud, è necessario presidiare i luoghi di passaggio obbligati, posti lungo le vie di transito ed in prossimità delle vie istmiche. Poiché questa regione era poco fertile e abbastanza insalubre, si dovettero attribuire le nuove conquiste ai cavalieri normanni più poveri e più bisognosi. (34) Per questo motivo Drogone concede al fratellastro Roberto un castello in val di Crati di nome Scribla (35) per domare i Cosentini e tutti coloro che in Calabria erano ancora ribelli. (36) I normanni, in numero esiguo, hanno ben poco di cui cibarsi e vivono come i figli di Israele nel deserto, costretti a bere solo acqua. (37) Il saccheggio delle campagne è il solo modo che hanno di procurarsi di che nutrirsi. Pertanto Roberto deve recarsi dal fratello per chiedergli aiuto. A seguito del suo diniego, (38) fa ritorno in Calabria dove è costretto nuovamente a perpetrare scorrerie e razzie. Per l’insalubrità del posto e l’incostanza del clima su cui sorge il castello di Scribla, però, la guarnigione comincia ad ammalarsi, probabilmente di malaria, ed il Guiscardo decide allora di trasferirsi in un posto non molto distante, San Marco Argentano (40), dove intorno al 1040 Drogone aveva già presumibilmente rinforzato una torre di guardia (pyrgos), di origine romana o bizantina, (41) che egli provvede a fortificare ulteriormente. Recatosi in Puglia dal fratello, gli chiede il permesso di sposare Alberada, la zia di Gherardo di Buonalbergo, che gli porterebbe in dote duecento cavalieri, ma Drogone, geloso dei successi del fratello e temendo che possa diventare troppo potente e difficile da controllare, oppone un netto rifiuto. Soltanto a seguito dell’intervento di numerosi cavalieri normanni finalmente acconsente ed il Guiscardo sposa Alberada, che a quell’epoca doveva essere una bambina. (42) L’alleanza con Gherardo segna l’inizio della sua fortuna: accresciuta la potenza delle sue truppe, ritorna in Calabria dove occupa ville, castelli e territori. (43) Al loro arrivo, i normanni trovano a San Marco un insediamento rurale raggruppatosi intorno alla torre. Scarse, per non dire inesistenti, le notizie degli insediamenti abitativi nella città di San Marco nell’Alto Medio Evo. (46). Quando il Guiscardo occupa la torre, perciò, dell’antica e gloriosa città di San Marco non restano che poche case, sparse su tutto il territorio ed alcune arroccate, come detto, intorno ad essa. Egli trova un’altura pronunciata (48), probabilmente il nucleo dell’attuale torre, e provvede a fortificarla con una recinzione di legname, secondo l’usanza dei normanni. San Marco diventa un vero asilo di briganti (49). Dopo ogni impresa con i suoi sclavi (50) Roberto si rifugia nella torre per mettersi al sicuro dalle azioni di ritorsione degli abitanti dei borghi e dei paesi vicini saccheggiati. Un paese vicino, Bisignano, è governato da un ricchissimo cittadino, Pietro di Tira, che spesso si incontra con lui per dirimere le tante controversie che insorgono tra i loro uomini. Il Guiscardo, che cerca il modo di ottenere il dominio su Bisignano e progetta sottilmente di impadronirsi delle ricchezze del governatore, organizza furbescamente con lui un incontro in aperta campagna, al cospetto dei rispettivi schieramenti di armati. Improvvisamente, afferra Pietro e lo trascina verso i suoi soldati facendolo prigioniero. Dopo lunghe trattative, gli restituisce la libertà dietro l’esborso di una cospicua somma di denaro. Pietro di Tira è costretto a sborsare ventimila soldi d’oro che saranno utilizzati per costruire il palazzo-fortezza, oggi episcopio, di San Marco.”. Il Credidio, a p. 27, nelle note (50) postillava che: “(50) Gli sclavi erano immigrati slavi, prevalentemente della Dalmazia, che comparvero in qualità di mercenari dell’esercito bizantino; di alcuni gruppi sono attestati insediamenti in Sicilia, in Calabria e specialmente sulla costa settentrionale del Gargano.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 192-200, scriveva in proposito che: “L’intero territorio di Cetraro-Bonifati, un misto di insediamenti saraceni sulla costa, di nuclei micro-asiatici e greci sulle colline, di cenobi e chiesette, basiliani (286), è emblematico il toponimo “Foresta” che doveva indicare la platea delle comunità, ancora in auge in epoca angioina, non potevano non sollecitare la cupidigia del Guiscardo, già stabile a S. Marco Argentano (287). Precedentemente, le aristocrazie italo-longobarde della costa avevano subito le razzie di Guglielmo e di Drogone.”. Il Campagna (….), a p. 189, nella nota (286) postillava che: “(287) Roberto il Guiscardo restò a S. Marco Argentano dal 1048 al 1057, J.J. Norwich, I Normanni nel sud (1016-1130), Torino, 1974, pag. 92 e sgg.”. Il Campagna, a p. 200, in proposito scriveva che: “I Normanni erano già alle dipendenze dei principi longobardi della Campania, con cui avevano contratto o stavano per contrarre vincoli di parentela. Ai fratelli Altavilla non mancò l’ardimento, è vero, ma neppure le occasioni propizie per una facile penetrazione nel sud (13).”. Il Campagna, a p. 191, nella nota (13) postillava che: “(13) Bisanzio era in preda al lassismo. Nel 1050 si era spenta l’imperatrice Zoe, dopo aver toccato il fondo del malcostume e della corruttela, certamente motivo non trascurabile per la facile penetrazione normanna nei domini bizantini d’Italia. L’assasinio di Guaimario di Salerno, 1052, tolse ogni remora a Roberto il Guiscardo per saccheggi e conquiste. La sconfitta dell’esercito pontificio a Civitate, giugno 1053, lo scisma del Patriarcato di Bisanzio dalla Chiesa di Roma, 1054, furono occasioni determinanti per le conquiste del Guiscardo; conquiste che ebbero il crisma ufficiale di Nicolò II con l’accordo di Melfi del 1059, in J.J. Norwich, I Normanni nel Sud (1016-1130), Torino, 1974.”.

Nel 1052, l’assassinio di Guaimario V (Guaimario IV), la congiura di palazzo e l’arresto del figlio Gisulfo II, suo erede

Dalla Treccani on-line leggiamo che Guaimano poté così congiungere al principato ereditato il principato di Capua (compresavi la nuova contea normanna di Aversa) e i ducati di Amalfi, di Sorrento e di Gaeta. E, creata nel 1043 l’altra contea normanna della Puglia da Guglielmo Altavilla, anche questi riconobbe per suo signore G., che in conseguenza s’intitolò anche duca di Puglia e Calabria. Signore di tanti paesi, quantunque tenuti tutt’altro che pacificamente, nel 1046 G. era il maggiore principe nel Mezzogiorno d’Italia, imparentato col pontefice Benedetto IX, stretto in lega col potente marchese di Toscana. Ma, venutogli meno il favore imperiale con la sospetta gelosia di Enrico III, sceso nel Mezzogiorno nel 1047, e vacillante la base della forza normanna, ne prese animo una congiura di palazzo, che, favorita dagli Amalfitani, gli tolse la vita nel 1052. Il Principato tuttavia era scosso dalle continue incursioni dei Saraceni e dalle lotte interne per il potere. In uno di questi complotti, nel 1052, Guaimario venne assassinato. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Un complesso intrigo di avvenimenti contribuiva, così, a sfaldare il dominio longobardo in Campania: l’assassinio di Guaimario e di Pandolfo, conte di Capaccio, il 2 giugno 1052; etc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 116, in proposito scriveva che: “Dopo il 3 giugno 1052 Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca, ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: Difficilmente valutabili i riflessi del territorio del Cilento della congiura che spense nel sangue, con i più fidi, lo stesso Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento Medievale’, vol. I , a p. 223, in proposito scriveva che: “Poi la congiura di palazzo, sfociata nell’assassinio del principe e nell’arresto dell’erede e coreggente Gisulfo II (40), rinchiuso nella rocca con tutta la sua famiglia, pose ai normanni problemi nuovi e indifferibili (41).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento Medievale’, vol. I , a p. 223, nella sua nota (40) così postillava a riguardo: “(40) L’evento era stato preannunciato da prodigi non bene interpretati, sui quali si diffonde Amato con il candore proprio del suo animo di religioso. Benchè informato che qualcosa si tramasse contro di lui, il principe non volle umiliarsi a provvedere, scrive Amato che ricorda il 2 giugno 1052 come giorno di pianto e disperazione (Amato, III, 25, 26, 27).”. Pietro Ebner (….), a p. 224, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Ebner, Storia, cit., p. 33 sg e p. 79 sgg.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 81-82 riferendosi ad Umfredo d’Altevilla, in proposito scriveva che: “E’ proprio a quest’ultimo che aveva sollecitato aiuti il conte di Conza, Guido, unico superstite dei figliuoli di Guaimario IV. Guido era miracolosamente riuscito a sfuggire alla cattura dopo la strage seguita al mostruoso complotto ordito dagli stessi cognati di Guaimario V (14), del cui corpo era stato fatto scempio sulle rive salernitane. Lo sterminio dei più fidi del principe, tra i quali il fratello Pandolfo, conte di Capaccio e Corneto, aveva impedito ogni resistenza al preordinato svolgersi della congiura di palazzo, nel corso della quale, e in piena anarchia, fu imprigionato l’erede e co-reggente Gisulfo. Accorato e indignato per l’orribile fine di colui che poi viene detto il salernitano “pater patriae”, (15), Umfredo accorse a Salerno, liquidò la congiura e dopo il rifiuto di Guido di essere acclamato principe, rimise sul trono Gisulfo, il quale s’impegnò solennemente a corrispondere “lo salaire”, i tributi, e a donare terre e castelli ai suoi liberatori.”. Ebner, a p. 81, nella nota (14) postillava che: “(14) La congiura fu tramata dai quattro (Pandolfo, Atenolfo, Landolfo e un quarto di cui ancora s’ignora il nome) figliuoli “Landolfi comiti (di Teano) socero nostro”, perchè Guaimario ne aveva sposato la figliuola Gemma. Con costoro, “gente viperane” razza viperina li definisce Amato III, 44, capeggiarono la congiura altri parenti di Guaimario, uno o più fratelli di Alfano, poi arcivescovo di Salerno, e altri. Pare (Amato, III: 3-11 giugno 1052) che fosse stato acclamato principe Pandolfo. L’eccidio avvenne il 2 giugno (Ann. Benev., p. 179). Gisulfo, co-reggente dal 1042, venne imprigionato nella rocca con la moglie Maria, con i suoi fratelli, sorelle e cugini. La reggenza del conte Guido (ebbe poi in dono Sorrento) non durò oltre i due mesi. Sui rapporti tra Guaimario e i conti di Teano, v. Fabiani cit., I, passim., e Schipa, Il Mezzogiorno, p. 191.”. Ebner, a p. 82, nella nota (15) postillava che: “(15) Alfano, ad Guidonem, : “pater patriae et tuus”.

Nel 11 giugno 1052, la liberazione di Gisulfo II e la sua successione al Principato di Salerno

Da Wikipedia leggiamo che a Guaimario V gli succedette il figlio, Gisulfo II, ma il dominio longobardo sul Meridione si avviò ormai al termine. A Guaimario V gli succedette il figlio, Gisulfo II, ma il dominio longobardo sul Meridione si avviò ormai al termine. A Guaimario V succedette Gisulfo II, il figlio avuto da Gemma, figlia del conte di Capua Laidolfo. Sappiamo da Amato di Montecassino (…), che Gisulfo II, principe di Salerno, era figlio e successore di Guaimario V (comunemente detto Guaimario IV) e Gemma, figlia di Landolfo di Capua. Da Wikipedia leggiamo che a Guaimario V succedette Gisulfo II, il figlio avuto da Gemma, figlia del conte di Capua Laidolfo. Ebbe almeno tre figlie: Gaitelgrima; Sichelgaita, che sposò Roberto il Guiscardo; Sicarda, il cui destino è sconosciuto. A Guaimario V succedette il figlio, Gisulfo II, ma il dominio longobardo sul Meridione si avviò ormai al termine. Ebbe almeno tre figlie: Gaitelgrima; Sichelgaita, che sposò Roberto il Guiscardo; Sicarda, il cui destino è sconosciuto. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226 del suo vol. I, nella sua nota (49) postillava che: “Infatti lo Schipa, non nasconde le sue simpatie per Gisulfo II, malvisto da Amato di Montecassino, di cui è nota la sua predilezione per i normanni – ma v. quando dice di Guaimario V e di Guido, fratello di Gisulfo. A parte le qualità negative del principe – cfr. Ebner, cit., p. 34 – è chiaro che Amato mal tollerò che Gisulfo si fosse si fosse lasciato sfuggire di tra le mani la grande eredità paterna. Ecc…. Ebner (…), cita Michelangelo Schipa (….) che, infatti, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, nel 1934, ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’, a p. 232, dopo aver parlato dell’uccisione di Guido, scriveva di Landolfo, suo fratello minore, scriveva che: Nè v’è dubbio che di lui non restassero figliuoli, perchè il fratello minore, Landolfo, ne recò i domini di Policastro e quelli contrastati della Valle di S. Severino (38).”. Schipa (…), a p. 232, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), riferendosi alla restaurazione della Diocesi Bussentina in Diocesi Paleocastrense (…), scriveva che: “Come ho detto altrove (2), dopo la sua restaurazione, Gisulfo II di Salerno per ringraziare i normanni di Umfredo e Guglielmo di Altavilla che, disperdendo i congiurati, lo avevano reinsediato sul trono di Salerno, oltre a investire i normanni dei castelli già in loro possesso (3), s’impegnò solennemente ad assegnar loro, con lo “salaire” (tributi) (4), altre terre e castelli.  Allo zio Guido che, reggente, aveva rifiutato il trono per il rispetto verso l’erede e che tanto aveva cooperato alla restaurazione invocando di persona l’aiuto dei normanni, il principe Gisulfo II, ecc..ecc..”Pietro Ebner (…), nella sua nota (2), a p. 540, postillava che: “(2) Ebner, op. cit., vol. I, pag. 32 e s., 81 sg., 152 sg.”. Queste notizie, però, non sono interessanti per l’argomento in quanto i riferimenti delle note citate da Ebner, riguardano la restaurazione di alcune Diocesi e la loro latinizzazione. Pietro Ebner (…), nella sua nota (3), a p. 540, postillava che: “(3) Amato di Montecassino, op. cit., III, p. 32.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (4), a p. 541, postillava che: “(4) M. Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc..’, p. 168.”. Amato di Montecassino (…), in latino Amatus Casinensis (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1° marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Si veda: ristampa e traduzione a cura di G. Sperduti, 2002. Si veda pure: Torraca Francesco, Amato di Montecassino e il suo traduttore, in “Casinensia” 1929. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 33-34, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: “…..dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido, lo zio, che con i Normanni (‘Northmann’, uomo del nord) di Umfredo avevano disperso i congiurati (90), ecc…”. Ebner, a p. 33, nella sua nota (90) postillava che: “(90) Amato cit., III, 30: “E quant Guide fu, per la misericorde Dieu, delicré de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), il s’en ala à li Normant (implorandoli ad aiutarlo ad aver ragione dei congiurati che avevano fatto scempio del corpo di Guaimario V), (31) il furent molt dolent (….), Et laissent toute choze et vont pour faire venjance de li prince”.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 82 riferendosi ad Umfredo d’Altevilla, in proposito scriveva che: Accorato e indignato per l’orribile fine di colui che poi viene detto il salernitano “pater patriae”, (15), Umfredo accorse a Salerno, liquidò la congiura e dopo il rifiuto di Guido di essere acclamato principe, rimise sul trono Gisulfo, il quale s’impegnò solennemente a corrispondere “lo salaire”, i tributi, e a donare terre e castelli ai suoi liberatori.“. Ebner, a p. 82, nella nota (15) postillava che: “(15) Alfano, ad Guidonem, : “pater patriae et tuus”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo capitolo “VIII – La conquista Normanna”, a p. 116, in proposito scriveva che: “Dopo che il 3 giugno 1052 Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca, suo fratello Guido, conte di Conza e duca di Sorrento, sfuggito ai congiurati (1), riuscì a mobilitare contro costoro con preghiere e promesse di laute ricompense sia le forze normanne di Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (2), sia quelle di Riccardo conte d’Aversa, ed a far sì che a soli pochi giorni da quell’evento fosse rovesciato il governo dell’usurpatore Pandolfo III per ristabilire sul trono avito il figlio di Guaimario, Gisulfo II. Il nuovo principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; quanto ai propri fratelli, concesse a Guido la città di Policastro ed il castello di S. Severino sul fiume Mingardo (5) ed a Guaimario il Castellum Cilenti.”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (1) potillava che: “(1) Lo Schipa (Storia, cit., p. 209), seguito dal Talamo Atenolfi (op. cit., p. 15) e dell’Ebner (op. cit., p. 82) sostiene che nella congiura perì anche Pandolfo, fratello del Principe conte di Capaccio, che era, invece, già morto nel maggio precedente (v. supra).”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (2) potillava che: “(2) I Normanni tenevano la contea di Puglia, da loro strappata ai Bizantini, con investitura avuta nel 1043 da Guaimario V, che deteneva il titolo sovrano di Duca di Puglia e di Calabria”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (3) potillava che: “(3) Guido rinunciò a Sorrento perchè fosse restituita al duca Giovanni, cognato di Umfredo d’Altavilla, spodestato da Guaimario V.”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (4) potillava che: “(4) I fratelli di Gisulfo II erano Landolfo, Guido, Giovanni, Guaimario, Pandolfo, Sichelgaita, Sica e Gaitelgrima. Egli aveva anche un figlio, Guaimario, menzionato una sola volta, in una carta del 1058 (Schipa, Storia…, cit., doc. 59).”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (5) potillava che: “(5) L’identificazione del S. Severino menzionato da Amato (v. qui p. 123) con S. Severino sul Mingardo (‘Sanctus Severinus de Camerota; a. 1291), piuttosto che con S. Severino Rota, a nord di Salerno, è sostenuta dall’Acocella (Il Cilento, op. cit., I, p. 50) sulla scia del Lenormant. A favore di questa tesi è la maggiore vicinanza del castello del Mingardo alla città di Policastro, che era l’altro feudo di Guido.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), scriveva che: “A chiarire le cause che determinarono il costituirsi di un feudo nella valle di S. Severino “proppe Camerotam” e la fondazione dell’imprendibile castello di S. Severino, è indispensabile ricordare una interessante pagina dell’età longobarda, del XI secolo. Risalire agli eventi, cioè, che seguirono l’assassinio del principe Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno, il “pater patriae” dell’arcivescovo e poeta Alfano I (1).”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, in proposito alla vasta contea longobarda di Policastro, donata da Gisulfo II allo zio Guido e, riferendosi al principe Gisulfo, scriveva che: I normanni furono informati degli eventi salernitani da Guido, fratello del principe, il quale sfuggito miracolosamente alla cattura, si diresse a spron battuto verso Melfi per incontrarvi Umfredo d’Altavilla (41). Umfredo si accordò con Riccardo di Aversa e mosse con i suoi normanni verso Salerno che occupò prendendo prigionieri i congiurati. I normanni, nominarono reggente Guido in attesa di porlo addirittura sul trono. Guido rifiutò, per rispetto alla memoria del fratello e per riguardo verso il nipote correggente dal 1040. Sicchè Gisulfo, dopo appena due mesi venne rimesso sul trono.”. Ebner, a p. 224, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Ebner, Storia, cit., p. 33 sg. e p. 79 sgg.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: “Il conte Guido, come segno di gratitudine, donò ai liberatori normanni persino i monili d’oro e di perle della moglie e delle figlie (42). Gisulfo II nel riconoscere l’investitura ” de celle terre qu’il tenoient”, promise di dare tributi (“salaire”), terre e castelli al conte di Aversa, agli Altavilla e a quei normanni che si erano adoperati a rimetterlo sul trono. Ecc…”. Ebner, a p. 225, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Il Racioppi (cit. p. 86 sg.) nel riportare un brano del cronista Giordano (visse intorno al 1314, termine della sua cronaca) si meraviglia che il Guiscardo si fosse impadronito della Puglia e della Calabria nel recarsi in Sicilia e non “della Lucania che era in mezzo tra le due”. Cosa che avrebbe poi fatto, secondo Giodano (‘qui veniens versus Lucaniam eam subiect. Inde ivit Salerno’), al ritorno. Ma v., per la questione, anche i brani riportati di Alfano e di Romualdo salernitano.”.

Nel 1052, “in finibus Salernitanis”, il territorio compreso fra l’Alento ed il Bussento

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidataun esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il ecc…”. Pietro Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, Storia, cit., ed. Economia e Società, cit.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, riferendosi a Guido, fratello di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “…..dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido,….ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino”; Guaimario “terre e castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc….”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno etc…, cit.,  p. 168.”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, riferendosi al principe di Salerno Gisulfo II, in proposito scriveva che: Se il principe avesse posseduto anche i territori oltre l’Alento avrebbe aggiunto al profluvio di donazioni fatte all’abbazia di Cava, dietro consiglio dell’arcidiacono e amministratore della Chiesa Ildebrando di Soana, anche non pochi monasteri e loro dipendenze che erano “in finibus salernitanis”, e cioè nell’odierno basso Cilento.”.

I NORMANNI INIZIANO AD OCCUPARE I TERRITORI DEL PRINCIPE LONGOBARDO GISULFO II

Nel 1052, UMFREDO D’AUTEVILLE liberò Gisulfo II ma subito dopo invase il Principato di Salerno 

Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 80, in proposito scriveva che: “…è evidente che il possesso di quel castello costituiva per Umfredo solo il primo atto  di un nuovo e più vasto disegno politico……Esistono indizi sufficienti per supporre che Umfredo avesse programmato d’impadronirsi di oltre due terzi dell’odierna provincia salernitana: cioè di quell’enorme territorio che si estende dall’Appennino lucano al mare e dal Tusciano ai confini della Calabria che pensava di unificare in una sola circoscrizione territoriale da affidare al fratello Guglielmo, previa annessione comunque ottenuta, delle contee di Capaccio, Cilento, Policastro e della circoscrizione di Novi. Una nuova contea distante da Melfi, capitale di quella Puglia, non molte decine di km. di terre che sarebbero poi naturalmente cadute in suo potere, per cui la possibilità di fare del tutto almeno un ducato. Disegno audace, ma realizzabile per guerrieri nati come i Normanni (7), e con un capo così accorto e deciso come Umfredo, le cui singolari attitudini si erano egregiamente manifestate durante l’anarchia creatasi in Puglia dopo la morte di Drogone. Di tutto ciò è già indizio in Amato, di solito tenero con i suoi Normanni, e inaspettatamente duro per le distruzioni e le rapine dei due Altavilla, che “von devorant lo Principat tout”. Lo conferma l’orgoglioso nome dato alla nuova giurisdizione territoriale, “contea del Principato” (8), corrispondente all’ecclesiastica conservata nel riordinamento normanno della diocesi. Ma vi è di più se si esamina il succedersi degli eenti che condussero alla costituzion di quella contea e della grande signoria di Novi.”. Ebner, a p. 80, nella nota (8) postillava: “(8) Schipa, Storia, e Mezzogiorno, p. 169.”. Ebner, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: “Nell’impossibilità d’impadronirsi rapidamente con la forza dell’anzidetto territorio, per al valida resistenza capeggiata da Guido, i Normanni etc.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo capitolo “VIII – La conquista Normanna”, a p. 116 riferendosi al principe Gisulfo II da poco liberato ed alla sua proclamazione, in proposito scriveva che: Poco generoso si mostrò invece coi Normanni a cui era debitore del Principato, poichè, quando quelli di Puglia vennero a Salerno per ottenere le ricompense loro promesse, ne ebbero un rifiuto. Allora Umfredo e Guglielmo d’Altavilla, fratelli di Roberto il Guiscardo (6), penetrarono alla testa delle loro truppe con estrema violenza nelle terre di Gisulfo, occupandone gran parte. Alfano I lasciò in versi pieni di doloroso stupore il ricordo degli avvenimenti che immediatamente seguirono la morte di Guaimario V: “….gens Gallorum numerosa clade Salerni Principe defuncto perculit omne solum” (7).”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (6) potillava che: “(6) Non si confonda questo Guglielmo con l’omonimo fratello, Guglielmo braccio di Ferro, 1° conte di Puglia (1043-1046), Umfredo (1051-1057) e Roberto il Guiscardo. Costui divenne poi, nel 1059, il 1° duca normanno di Puglia.”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (7) potillava che: “(7) Alfano I, Ad Guidonem…, cit. Su questo personaggio salernitano, monaco benedettino, letterato, poeta e medico, che fu Arcivescovo di Salerno dal 1058 al 1085, anno in cui morì dopo aver visto spegnersi papa Gregorio VII e Roberto il Guiscardo, v. M. Schipa, Alfano I, in ‘Cronaca del R. Liceo Ginnasio “T. Tasso” di Salerno, 1878-79. Alfano I fu legato da grande amicizia a Gisulfo II (checchè ne dica Amato) e nutrì odio profondo per i Normanni, sebbene negli ultimi anni del suo arcivescovato dovesse adattarsi ai nuovi dominatori.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 117-118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “I Normanni si incunearono nel principato salernitano da Est, tra il 1053 ed il 1054, probabilmente seguendo la strada che da Melfi risaliva il corso del fiume Ofanto, e, dopo essere pervenuti nei dintorni di Conza, parte delle loro schiere proseguirono verso Ovest guidate da Torgisio, uno dei capitani del Guiscardo, riuscendo a raggiungere la valle del Montoro, ed ad impossessarsi di Rota, centro fra i più notevoli del territorio a cui era preposto il il longobardo Maione, conte di S. Severino e Montoro, perito nel trambusto di quegli avvenimenti (1). Le altre schiere, a seguito dei due fratelli d’Altavilla, discesero verso Sud e occuparono il bacino del medio corso del Sele e le limitrofe località poste tra Contursi, Eboli, Persano e la futura Altavilla, dopo essersi attestate, pare, nel castello di S. Licandro, presso l’attuale stazione di Sicignano (2). Più delle acque stagnanti della pianura pestana valsero certamente le fortificazioni di Capaccio e di Agropoli ad impedire che i Normanni si riversassero allora lungo le zone costiere a sud del Sele. Essi più agevolmente avanzarono, seguendo la direttiva di marcia tenuta da tutte le precedenti invasioni della regione, verso il vallo di Diano e, dopo aver soggiogato i versanti centro orientali dei monti Alburni, proseguirono per la via di Sanza e di Rofrano, raggiunsero i dintorni di Policastro e si affacciarono sul Tirreno. Distruggendo e saccheggiando, la travolgente avanzata normanna andava “divorando tutto il Principato”, come esprime Amato di Montecassino, e rendeva vana ogni resistenza organizzata, per cui le popolazioni si rinchiudevano e fortificavano nei castelli e nei borgi: “…..quant les gens des chasteaux surent ceste desstruction, il garnirent lor terres et lor chasteaux de murs et de palis (3). Anche Guido, il fratello di Gisulfo II, fu costretto a chiudersi in Policastro, lasciando che gli invasori, dopo aver occupato le terre di Laurino, di Novi e di Laurito, dilagassero in quelle della Bricia e si impadronissero di “Castello di Velia” (4). Fortezza isolata restava il castello di S. Severino sul Mingardo, tenuto allora probabilmente da Landolfo, uno degli altri fratelli del Principe, mentre dall’alto del Castellum Cilenti Guaimario, che i contemporanei chiamarono, per motivi a noi ignoti, “detrattore e divoratore”, impediva che da Sud i Normanni penetrassero nella Lucania e nel Cilento. Quando questi però si fermarono, a Gisulfo II era rimasto ben poco del suo Principato: controllava ancora direttamente solo le terre comprese fra Salerno, Cetara, Nocera, qualche sparsa località nei dintorni della sua capitale ed i territori posti fra il Sele, Capaccio, Magliano e l’Alento; restavano comunque legati al suo trono i vasti possedimenti della Mensa arcivescovile di Salerno, concentrati soprattutto entro i confini costituiti dal torrente Asa, Giffoni, Olevano, il corso medio e basso del fiume Tusciano e quello inferiore del Sele, inoltre la contea di Magliano, retta dai conti longobardi Saliperto ed Erimanno Guiselgardo (1), e, nella Bricia, S. Severino e Policastro (2). Le contrade occupate dai Normanni furono immediatamente organizzate, tolte quelle della valle di Montoro e S. Severino Rota, in una circoscrizione che fu detta CONTEA DI PRINCIPATO (3), concessa da Umfredo in qualità di Conte di Puglia (4) al fratello Guglielmo, che portava allora il titolo di Conte di S. Nicandro (5). Non bastando ciò, il principe di Salerno era molestato da Riccardo d’Aversa, che chiedeva compensi per l’aiuto fornitogli nel 1052, e dagli Amalfitani, coi quali era in guerra sia per vendicare l’uccisione del padre sia per punire la loro ribellione al dominio salernitano e che, intanto, gli devastavano le coste fra Cetara e Policastro, impedendo la navigazione ai suoi sudditi (6).”. Cantalupo, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) C. Carucci (op. cit., p. 277) afferma erroneamente che i Normanni distrussero Policastro. La notizia, probabilmente mal desunta da un passo del MALATERRA, come già l’Antonini (op. cit., p. 416, dove è riportato il testo) è invece da riferirsi alla distruzione avvenuta nel 1065, di Policastro in provincia di Catanzaro; cfr. P. Natella/P. Peduto, Pixous-Policastro, cit., p. 512.”. Cantalupo, a p. 118, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Bisogna distinguere il territorio del Principato di Salerno, ancora in mano a Gisulfo II, da quello della Contea di Principato, che era solo una parte del primo e fu organizzato dai normanni in Contea prima del 1057. Sull’estensione di quest’ultimo vedi il paragrafo: ‘La Contea di Principato’.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, a p. 125, ci parla della “Contea di Principato” ed in proposito scriveva che: “Occupata buona parte dei domini di Gisulfo II, Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (1051-1057) concesse al fratello Guglielmo, conte di S. Nicandro, le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato” perchè coprivano una vasta area del principato longobardo di Salerno.”. Dunque, il Cantalupo scrive che Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia concesse al fratello Guglielmo, “conte di S. Nicandro”, “le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 82 riferendosi ad Umfredo d’Altevilla, in proposito scriveva che: “….Gisulfo, il quale s’impegnò solennemente a corrispondere “lo salaire”, i tributi, e a donare terre e castelli ai suoi liberatori. Narra Amato (III, 45) che Umfredo e Guglielmo, tornati tempo dopo a Salerno, invano avessero chiesto al principe tributi e doni promessi, per cui “molt corrocienz”, indignati per l’inqualificabile comportamento del principe si fossero allontanati dalla città, incamminandosi con i Normanni verso i confini del Principato. Aggiunge il monaco di montecassino, nello stesso paragrafo 45, che i saccheggi e gli incendi di città e villaggi incontrati dai Normanni nel loro cammino avessero finito per esasperare le popolazioni che, abilmente sobillate, reagirono. Sotto la direzione di un esperto guerriero, l’acuto Guido, fratello del principe di Salerno, il quale evidentemente doveva aver subito intuito il fine ultimo cui tendevano i Normanni, le popolazioni impresero rapidamente a guarnire le “lor terres et lor chasteaux de murs et de palis”. E contro le posizioni fortificate e permanenti o campali, a nulla valeva la valentia dei catafratti Normanni e della loro addestratissima cavalleria. Comunque, l’evento se arrestò la vittoriosa marcia dei conquistatori, diede origine a quell’odio contro il prode Guido che si sarebbe poi placato soltanto con il suo assassinio”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, in proposito alla vasta contea longobarda di Policastro, donata da Gisulfo II allo zio Guido e, riferendosi al principe Gisulfo, scriveva che: I normanni furono informati degli eventi salernitani da Guido, fratello del principe, il quale sfuggito miracolosamente alla cattura, si diresse a spron battuto verso Melfi per incontrarvi Umfredo d’Altavilla (41). Umfredo si accordò con Riccardo di Aversa e mosse con i suoi normanni verso Salerno che occupò prendendo prigionieri i congiurati. I normanni, nominarono reggente Guido in attesa di porlo addirittura sul trono. Guido rifiutò, per rispetto alla memoria del fratello e per riguardo verso il nipote correggente dal 1040. Sicchè Gisulfo, dopo appena due mesi venne rimesso sul trono.”. Ebner, a p. 224, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Ebner, Storia, cit., p. 33 sg. e p. 79 sgg.”.

Nel 1052, EMMA figlia di Roberto il Guiscardo e di Alberada di Buonalbergo e sorella di Boemondo

Da Wikipedia leggiamo che Roberto il Guiscardo giunse nel 1047 nell’Italia meridionale, dove già i suoi fratellastri (Guglielmo, Drogone e Umfredo) si erano distinti come abili mercenari dei signori longobardi in contrasto con l’impero di Bisanzio, ottenendo la Contea di Puglia. Secondo la storica bizantina Anna Comnena, egli aveva lasciato la Normandia con un seguito di appena cinque cavalieri e trenta fanti avventurieri e, all’arrivo nell’antica Langobardia, si mise a capo di una compagnia errante di predoni. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 23-24 e ssg., in proposito scriveva che: “Recatosi in Puglia dal fratello, gli chiede il permesso di sposare Alberada, la zia di Gherardo di Buonalbergo, che gli porterebbe in dote duecento cavalieri, ma Drogone, geloso dei successi del fratello e temendo che possa diventare troppo potente e difficile da controllare, oppone un netto rifiuto. Soltanto a seguito dell’intervento di numerosi cavalieri normanni finalmente acconsente ed il Guiscardo sposa Alberada, che a quell’epoca doveva essere una bambina. (42).”. Il Credidio, a p. 24, nella nota (41) postillava che: “(41) Pietro Dalena, Popolamento e viabilità in tenimento Sancti Marci Vallegrati (secc. XI-XII), in P. Dalena, Minima Medievalia, Adda Editore, Bari, 2012. 42 – Chalandon, op.cit. 43 – Amato, III,11.”. Durante la sua permanenza in Calabria Roberto sposò la prima delle sue due mogli, Alberada di Buonalbergo, zia di Gerardo di Buonalbergo. Fino a che il Guiscardo, però, sarà in vita, i suoi primi figli Emma e Boemondo, avranno un ruolo, sia pur secondario ma restavano sempre i suoi primi figli. Dalle prime nozze il Guiscardo aveva avuto una figlia,  Emma sposata poi con Odone Marchisio di cui come vedremo in avanti, sarà un personaggio che ricorre spesso in alcuni documenti dell’epoca che riguardano le nostre terre. Da Wikipedia leggiamo che Emma (1052 circa – ?), sposò Oddone Bonmarchis ed ebbe per figlio Tancredi, principe di Galilea (c.1072 – 1112). Dunque, pare che dalla prima moglie Alberada di Buonalbergo, Roberto ebbe la prima figlia chiamata Emma. L’antica pergamena del 1097 (…), è un privilegio o concessione di un ‘Odo Marchisii’, un nobile personaggio Normanno che come vedremo aveva sposato Emma,  sorella di Boemondo (i due figli di Roberto il Guiscardo avuti con la prima moglie Alberada di Buonalbergo). Su wikipedia troviamo una citazione di Mario Caravale (…) che nel suo ‘Dizionario Biografico degli Italiani’, vol. LXIII. Rome, sostiene che: Emma di Hauteville (verso il 1080 a 1120 circa) era figlia di Roberto Guiscardo e Alberada di Buonalbergo. Secondo Ralph di Caen, sposò Odo il buon marchese e ebbe due figli: Tancredi e Guglielmo, che parteciparono entrambi alla prima crociata. Tancredi divenne Principe di Galilea e Guglielmo morì in Terra Santa. Sua figlia Altrude sposò Riccardo del Principato e fu madre di Ruggero di Salerno. Emma era morta nel 1126, quando la seconda moglie e vedova di Odo, Sichelgaita, fece una donazione per la memoria della sua famiglia.”. Dunque, il Caravale, sulla scorta di Rodolfo di Caen (….) scriveva che “Emma di di Hauteville” o d’Altavilla (il nome dei discendenti di Tancredi il primo Normanno italianizzato), verso l’anno 1080 si sposò “Oddone Buonmarquis” da cui ebbe due figli: Tancredi e Guglielmo. Da Wikipedia leggiamo che il loro figlio Tancredi Marchese, detto impropriamente Tancredi d’Altavilla e noto come Tancredi di Galilea per il possesso del principato di Galilea (1072 – Antiochia, 1112), è stato un cavaliere medievale normanno, principe di Galilea e reggente del principato d’Antiochia, noto per essere stato uno dei capi della prima crociata in Terrasanta, nonché uno dei personaggi della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. Tancredi era il figlio di Oddobuono Marchese e di Emma d’Altavilla, sorella di Boemondo, principe di Taranto[1][2][3][4]. Secondo un’altra versione, il padre di Tancredi risulta appartenente invece non alla famiglia Marchese, bensì alla famiglia degli Aleramici dei marchesi del Monferrato, a sua volta figlio di Teuto di Savona e Berta di Torino[5][6]. Inoltre talvolta il nome del padre viene riportato anche come Eude[7]. Nel 1096, ventiquattrenne, si unì allo zio Boemondo e partì alla volta di Costantinopoli insieme agli eserciti della prima crociata in Terrasanta. Giunto nella capitale bizantina, subì forti pressioni (soprattutto dal generale bizantino Giorgio Paleologo) affinché prestasse giuramento di fedeltà all’imperatore Alessio Comneno, con la promessa di rendere al sovrano qualsiasi terra conquistata durante la campagna militare. Tancredi si rifiutò di farlo, sebbene molti altri cavalieri avessero fatto giuramento senza alcuna intenzione di rispettarlo.

La CONTEA DI POLICASTRO

La Contea di Policastro fu un antico feudo nei territori circostanti il golfo di Policastro tra la Basilicata, la Calabria settentrionale e la Campania meridionale, tra la fine dell’XI secolo e la fine del XIX secolo. Come scrisse il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ (un dattiloscritto inedito del 1973), a p. 25, parlando di Policastro, riportava diverse notizie interessanti sul periodo di dominazione Longobarda: “Dall’839 al 1076 Policastro appartenne al Principato Longobardo di Salerno, poichè questa città colle terre di Campania e di Lucania fu assegnata al principe Siginulfo.”. Scrive ancora il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ (un dattiloscritto inedito del 1973), a p. 28, che: “L’invasione dei Normanni nel Cilento divenne generale, quando nel Principato di Salerno, governato da Gisulfo II, il fratello Guido, baldanzoso cavaliere, aveva ottenuto Policastro e certi castelli della valle di Sanseverino.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Guido, possedeva, invece, la Contea di Policastro – che si estendeva dal fiume Mingardo al lontano e antico gastaldato di Laino – su assegnazione del fratello Gisulfo II”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Ma, Michelangelo Schipa (…), nel suo ‘Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia – ducato di Napoli e Principato di Salerno’, edito nel 1923, non scrive molto sull’episodio citato dall’Ebner (…). Sebbene Schipa, riporti l’episodio dell’assedio logorante di Salerno e la caduta di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo, non ci pare che dica molto sul fratello Guido, nominato Conte di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo la contea di Policastro, scriveva ancora che: “...ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Scrive ancora l’Ebner (…), a p. 542, che: “Originariamente sulla cima del colle, dove sono i ruderi dell’imprendibile castello, doveva essere una torre sorta nell’età dell’incastellamento e perciò longobarda. L’ipotesi è suffragata dal fatto che ancora nel ‘600 il castello e l’omonimo villaggio vivevano ‘iure longobardorum’, malgrado il posteriore insediamento normanno e angioino viventi ‘iure francorum’. E’ da supporre, pertanto, che la lite tra Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi sia sorta appunto per l’occupazione da parte di quest’ultimo della torre dominante l’intera valle del Mingardo e che Guido giustamente considerava, insieme alla torre della Molpa, parti integranti e capisaldi della sua contea.”. A parlare dell’episodio citato dall’Ebner (…), Michelangelo Schipa, ne parla nel suo ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento il Principato di Salerno’, una ristampa a cura di Nicola Acocella, del 1968 (…) (vedi Cap. 12, pp. 210 e s.). Schipa, racconta dell’episodio citato da Ebner, dell’uccisione del principe Guaimario e della salita al trono di Gisulfo II, del principato Longobardo di Salerno, prima che salisse al potere Roberto il Guiscardo. Schipa, ci parla del fratello di Gisulfo II, che, alla morte del padre, rinunciò al trono a favore del fratello Gisulfo II. Come abbiamo già detto, sarà la cronaca di Amato di Montecassino che raccontò la storia dei Normanni. Schipa (…), a p. 211, scriveva che: “…; del dominio di Guaimario V, Gisulfo II raccolse solamente il Principato Salernitano. E dentro quei confini il vecchio Guido tenne la Contea di Conza; e dè fratelli del Principe, Guido, prode e bellissimo cavaliere, ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino; e a Guaimario “detrattore e divoratore” ebbe terre e il castello (del Cilento); degli altri ignorandosi la sorte.”. Un’altro autore a cui fa spesso riferimento lo Schipa è l’Aimè (…) ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin, ed. Champollion-Figeac, Paris, 1835, che in sostenza traduceva il manoscritto della cronaca di Amato di Montecassino.

Nel 1052, la Contea di Policastro, il conte longobardo Guido, fratello di Gisulfo II e la ricostruita Diocesi di Policastro da parte dell’Arcivescovo Primate di Salerno Alfano I

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti, l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille era retta da Guido, fratello di Gisulfo II di Salerno. Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli incendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo captolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “La ricostruzione di quest’ultima diocesi, perchè la sua fondazione, come la velina e la vibonese, era attribuita dalla tradizione addirittura all’apostolo Paolo (ma legati itineranti) era stata determinata dal diffondersi in quel territorio dell’influenza delle locali abbazie italo-greche. Già nel 968, infatti, a seguito delle sollecitazioni di Niceforo Foca, tese ad ampliare la pratica del rito greco nelle regioni contermini a quelle riconquistate, il patriarca Anastasio aveva costituito i calogerati di Camerota e di S. Giovanni a Piro e le badie di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Eventi che avevano preoccupato Roma perchè dalla zona confinata di Policastro era facile l’ingresso di religiosi e famiglie di Calabria nel Principato, ritenuto dai pontefici romani baluardo e porta dell’Urbe. Infatti, fin dal 1052 quel territorio elevato a contea, era stato affidato a un gueriero intelligente, esperto e valoroso. E cioè a Guido fratello del principe e, diversamente da costui, benvoluto da tutti e dallo stesso arcivescovo Alfano che gli dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem’, fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica. Da alcuni decenni la Chiesa seguiva con vigile attenzione il diffondersi del rito orientale nel Mezzogiorno e nel Principato. Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica. Nè lattenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054. Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quelladi S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, asoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel teritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostituzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea. Certo è che a Roma il problema era stato affrontato e discusso dopo le cerimonie della consacrazione di Alfano, se il nuovo pontefice incluse Policastro nella bolla emanata appaena nove giorni dopo. E’ difficile, però, stabilire i fattori che concorsero al rinvio della nomina a presule bussentino, anche perchè non era facile la scelta dell’uomo da proporre per questa diocesi.”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , a p. 376, riguardo il Conte Guido, scriveva che: “Non è da escludere che il Conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostruzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 378-379, in proposito scriveva che: Ma la situazione politica dell’intero Principato nel 1066, soprattutto quella di Policastro, non era più quella del 1058, quando Guido, come abbiamo accennato, aveva contribuito a far designare la sua Policastro a sede di diocesi. Già da qualche anno (a. 1062) l’autorità del principe, nel territorio dell’odierno Cilento, era riconosciuta fino a Laurana (6). Nè i rapporti del conte di Policastro con il fratello Gisulfo erano quelli di otto anni prima. Di fronte all’aggressiva reazione dei normanni, non accontentati dal principe nelle loro giuste richieste, Guido aveva fatto sue le rimostranze del fratello stroncando le brutali e rapide loro conquiste. Ma poi aveva capito e, sulla scia dell’omonimo zio Conte di Conza, aveva mutato atteggiamento. Si era reso conto, cioè, che il fratello Gisulfo avrebbe potuto conservare il trono solo se, adattandosi alla nuova situazione, fosse tornato alla politica paterna: Guaimario V (IV) con le indispensabili investiture ai conti normanni era riuscito, oltre che a salvaguardare la propria autorità, ad accrescerne il prestigio. Il principe, però, forse per insofferenza dei continui consigli di moderazione dello zio, certamente geloso del prestigio militare goduto dal fratello Guido, forse anche perchè era giunto il tempo di una ulteriore conferma del noto vecchio adagio latino (7), persisteva nell’insano suo comportamento verso i normanni. Un modo d’agire intollerabile per Guido, specialmente per l’inconsulto tergiversare di Gisulfo circa la consegna della dote alla coraggiosa sorella Sighelgaita, la quale, seguito a Melfi Roberto il Guiscardo, lo sposava ricevendone quale “dono del mattino”, l’antico longobardo ‘morgincap’ (8), il quarto dei beni conquistati dal marito, tra cui, forse, anche castelli confinanti con la contea di Guido. E’ evidente che tutto ciò rendeva più che precaria la salvaguardia dei confini, dei settentrionali più che dei lucano-calabri. Qui era Roberto al quale, oltre che da vincoli di parentela, Guido era ormai legato da ammirata amicizia per quel suo leggendario valore che doveva suscitare la considerazione persino dell’ostile Anna Commeno. L’attenzione del conte era tesa alla frontiera settentrionale, dove vegliava attento e sempre pronto a varcare i confini, il normanno Guimondo dei Mulsi nelle terre affidategli dal conte del Principato e cioè quelle di S. Severino di Camerota, l’odierno abbandonato villaggio poi detto di Centola. Sia il conte Guglielmo che Guimondo non dimenticavano che appunto Guido aveva troncate le loro conquiste anche nella Valle del Mingardo. E’ vero che le relazioni tra il conte di Policastro e il cognato Roberto, nonchè le alterne vicende dei rapporti dello stesso Guiscardo con il fratello Guglielmo del Principato, consigliavano quest’ultimo ad essere più cauto, ma l’invasione della contea, nel caso di torbidi popolari, sarebbe apparsa più che giustificata, specialmente se fossero sorti nel corso di una delle assenze di Guido, frequenti per i suoi impegni militari. E poi, vi era sempre la possibilità di mentirle come un colpo di testa dell’irruente Guimondo dei Mulsi. Ecc…”.

Il longobardo GUIDO, conte di Policastro e fratello del Principe Gisulfo II

Da wikipidia, ovvero che: “Gisulfo II ebbe anche cinque figli: Pandolfo, Guaimario (V) – che fu in co-reggenza con Gisulfo -, Landolfo, Guido e Giovanni.”. Il Guido di cui parlo è  fratello di Gisulfo II e non figlio. Guido, Conte di Policastro, era figlio di Guaimario V (o Guaimario IV), e fratello di Gisulfo II, divenuto alla morte del padre suo successore e Principe di Salerno. Guido, dunque era anche fratello di Sichelgaita che sposò Roberto il Guiscardo. Sappiamo da Amato di Montecassino (…), che il fratello Gisulfo II, principe di Salerno, era figlio e successore di Guaimario IV e Gemma, figlia di Landolfo di Capua. Dunque Guido di Policastro era figlio di Guaimario IV e Gemma. Guido di Policastro era anche nipote di Guido Conte di Sorrento e di Conza, fratello di Guaimario IV.

Ebner, p. 225

Il Cataldo (…), scriveva: Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154, subiva la distruzione da parte del Barbarossa.Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), riferendosi alla donazione che il nuovo principe Gisulfo II, suo nipote e principe del Principato di Salerno, scriveva che: Allo zio Guido che, reggente,……il principe assegnò l’importante contea di Conza e, nella politica di assicurarsi la fedeltà di altre lontane terre del Principato, assegnò ai fratelli Guido e Guaimario altre contee lungo la fascia tirrenica. Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (4), a p. 541, postillava che: “(4) M. Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc..’, p. 168.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Schipa, cit., Ibid.”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 224-225-226, in proposito alla vasta contea longobarda di Policastro, donata da Gisulfo II allo zio Guido e, riferendosi al principe Gisulfo, scriveva che: “Creò la contea di Policastro, delicata zona di confine come s’è visto, affidandola con altri castelli nella valle dei S. Severino (oggi di Centola) al “prode e bellissimo” Guido e diede Cilento, con altri castelli al fratello Guaimario.”. Scrive ancora l’Ebner che: “I normanni furono informati degli eventi salernitani da Guido, fratello del principe, il quale sfuggito miracolosamente alla cattura, si diresse a spron battuto verso Melfi per incontrarvi Umfredo d’Altavilla (41). Umfredo si accordò con Riccardo di Aversa e mosse con i suoi normanni verso Salerno che occupò prendendo prigionieri i congiurati. I normanni, nominarono reggente Guido in attesa di porlo addirittura sul trono. Guido rifiutò, per rispetto alla memoria del fratello e per riguardo verso il nipote correggente dal 1040. Sicchè Gisulfo, dopo appena due mesi venne rimesso sul trono.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), scriveva che: “Ma quando Umfredo e Guglielmo tornarono a Salerno per ricevere ciò che era stato loro promesso, il principe cominciò a tergiversare, al punto che i normanni “molto corrocienz” (6), indignati, si allontanarono da Salerno iniziando l’occupazione di tutto quel territorio, di cui poi Umfredo investì il fratello Guglielmo con il prestigioso titolo del Principato (7) Con il suo solito tergiversare, Gisulfo aveva spazientito anche Roberto il Guiscardo, rinviando cioè, ‘sine die’ la consegna della dote della bella e virile sorella Sighelgaita, per cui Roberto, rompendo gli indugi, partì con la principessa per Melfi, dove la sposò (8). Gisulfo che già aveva tentato di recuperare la contea del Principato, sfruttando momentanei dissapori (9) sorti tra Roberto e Guglielmo, tentò ancora una volta di conseguire i suoi fini nominando arbitro della questione appunto Roberto. Il Guiscardo, però, ancora indignato per il comportamento del principe, si vendicò del cognato, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da Eboli e Sicignano al Calore e all’Alento e, per Magliano, ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (6), a p. 541, postillava che: “(6) Amato, cit., III, 45.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (7), a p. 541, postillava che:“(7) G. Malaterra, cit., p. 26: Willelmum vero in Principato “. Pietro Ebner (…), nella sua nota (8), a p. 541, postillava che: “(8) Ebner, Storia, cit. p. 88. Per altre notizie, pp. 37, 42 e 121.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (9), a p. 541, postillava che: “(9) Guglielmo rifiutava di riconoscersi vassallo di Roberto il Guiscardo”. A parlare di Guido, è Michelangelo Schipa, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 218, parlando dei dissapori sorti tra il Guiscardo ed il fratello Guglielmo e, riferendosi all’invidia di Guido per il matrimonio tra il Guiscardo e la sorella Sighelgaita, scriveva che: “Quindi, subito, Roberto riprese la guerra contro al fratello, mentre il vecchio Guido sfogava il dispetto provato per quelle nozze, unendosi a Guglielmo, e sposandogli la sua figliuola.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policasto del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , a p. 376, riguardo il Conte Guido, scriveva che: “Non è da escludere che il Conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel trritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostruzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “……

Castel Mandelmo a Licusati-Castelluccio

(Fig…) Castel Mandelmo a Licusati

(Fig…) Antonini (…), pp…

S. Severino di Centola

(Fig….) Borgo medievale e Castello di Sanseverino a San Severino di Centola

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(Fig…) Antonini (…), pp…

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando della congiura “che spense nel sangue, con i più fidi, lo stesso Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno”, ci parla anche di Guido ed in proposito scriveva che: “Infatti, dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido, lo zio, che con i Normanni (‘northmann’, uomo del nord) di Umfredo avevano disperso i congiurati (90), ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli nella Valle di S. Severino”; Guimario “terre e il castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo con sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni ce diminuirono fino a parire, come vedremo dopo il matrimonio di Sichelgaita sorella del conte, con Robeto il Guiscardo, il quale era riuscito a impadronirsi della Calabri scacciandone i bizantini. Guido cominciò ad ammirare il valore del cognato di cui finì per diventare amico, seguendolo nella onquista della Sicilia a. 1071). Sia Guido di Policastro, che l’omonimo zio conte di Conza, avevano disapprovato la politica di Gisulfo avversa ai Normanni che pur l’avevano rimesso sul trono.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava in proposito che: “(90) Amato, cit., III, 30, ecc…”. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno, cit.,  p. 168.”. Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia etc…’, in proposito a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascur di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle tere conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del itato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salrnitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido alle usurpazioni della “gens Gallorum”, Alfano informa che i Normanni, penetrati in Lucania, avessero raggiunto i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le Valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre nella Valle Bricia confinante con la terra Bruttia, la Calabria.”. E qui l’Ebner continua il suo racconto, dissertando sui territori annessi da Umfredo della Contea di Principato. Ebner (…), a p. 84, nella sua nota (19), postillava in proposito che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatisi dal fratello Guido.”. Ebner (…), a p. 85, nella sua nota (20), postillava in proposito che: “(20) Alfano cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastri victor in aula”. Secondo AMATO, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando di Gido di Policastro, fratello della principessa Longobarda Sichelgaita, nella sua nota (28), postillava che: “(28) Guido aveva seguito il cognato Roberto il Guiscardo nella conquista della Sicilia. Amato (IV, 19) lo ricorda tra coloro che presenziarono alla riconsacrazione della cattedrale di Palermo, ecc…”. Dunque, Ebner ci ricorda che Amato di Montecassino scriveva di Guido, il cognato di Roberto il Guiscardo e fratello di Sichelgaita, sorella dell’ultimo principe Longobaro Gisulfo II di Salerno, che era un prode cavaliere, che combattè in Sicilia a fianco di Roberto il Guiscardo e Ruggero I d’Altavilla, fratello del Guiscardo.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito a p. 88, ci parla dei beni di Guido di Policastro, prima della sua barbara uccisione: “Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. Sul documento citato da Ebner, riguardo i beni assegnati a Guglielmo e tolti a Guido, nessun accenno bibliografico.

Nel 1052, GUIDO, fratello di Gisulfo II e la contea di Policastro

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti, l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille era retta da Guido, fratello di Gisulfo II di Salerno. Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli nicendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ (un dattiloscritto inedito del 1973), a p. 28, che: “L’invasione dei Normanni nel Cilento divenne generale, quando nel Principato di Salerno, governato da Gisulfo II, il fratello Guido, baldanzoso cavaliere, aveva ottenuto Policastro e certi castelli della valle di Sanseverino.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Guido, possedeva, invece, la Contea di Policastro – che si estendeva dal fiume Mingardo al lontano e antico gastaldato di Laino – su assegnazione del fratello Gisulfo II”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Ma, Michelangelo Schipa (…), nel suo ‘Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia – ducato di Napoli e Principato di Salerno’, edito nel 1923, non scrive molto sull’episodio citato dall’Ebner (…). Sebbene, Schipa riporti l’episodio dell’assedio logorante di Salerno e la caduta di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo, non ci pare che dica molto sul fratello Guido nominato Conte di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo la contea di Policastro, scriveva ancora che: “...ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Scrive ancora l’Ebner (…), a p. 542, che: “Originariamente sulla cima del colle, dove sono i ruderi dell’imprendibile castello, doveva essere una torre sorta nell’età dell’incastellamento e perciò longobarda. L’ipotesi è suffragata dal fatto che ancora nel ‘600 il castello e l’omonimo villaggio vivevano ‘iure longobardorum’, malgrado il posteriore insediamento normanno e angioino viventi ‘iure francorum’. E’ da supporre, pertanto, che la lite tra Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi sia sorta appunto per l’occupazione da parte di quest’ultimo della torre dominante l’intera valle del Mingardo e che Guido giustamente considerava, insieme alla torre della Molpa, parti integranti e capisaldi della sua contea.”. A parlare dell’episodio citato dall’Ebner (…), Michelangelo Schipa, ne parla nel suo ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento il Principato di Salerno’, una ristampa a cura di Nicola Acocella, del 1968 (…) (vedi Cap. 12, pp. 210 e s.). Schipa, racconta dell’episodio citato da Ebner, dell’uccisione del principe Guaimario e della salita al trono di Gisulfo II, del principato Longobardo di Salerno, prima che salisse al potere Roberto il Guiscardo. Schipa, ci parla del fratello di Gisulfo II, che, alla morte del padre, rinunciò al trono a favore del fratello Gisulfo II. Come abbiamo già detto, sarà la cronaca di Amato di Montecassino che raccontò la storia dei Normanni. Michelangelo Schipa (…), a p. 211, scriveva che: “…; del dominio di Guaimario V, Gisulfo II raccolse solamente il Principato Salernitano. E dentro quei confini il vecchio Guido tenne la Contea di Conza; e dè fratelli del Principe, Guido, prode e bellissimo cavaliere, ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino; e a Guaimario “detrattore e divoratore” ebbe terre e il castello (del Cilento); degli altri ignorandosi la sorte.”. Un’altro autore a cui fa spesso riferimento lo Schipa è l’Aimè (…) ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin, ed. Champollion-Figeac, Paris, 1835, che in sostenza traduceva il manoscritto della cronaca di Amato di Montecassino. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascurò di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle tere conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del citato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salrnitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Ecc…”. Ebner, a p. 84, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Amato, IV, 33 sgg: le malefatte del principe, enumerate in questo paragrafo, vengono documentate una per una nei successivi (v. oltre).”. Ebner, a p. 84, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatasi dal fratello Guido.”. Ebner, a p. 85, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Alfano, cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residenz alta Policastri victor in aula”. Secondo Amato, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “Roberto ruppe gli indugi partendo con Sighelgaita per la Calabria dove la sposò (a 1058 assegnandole, come si è visto, quale “dono del mattino” un quarto delle terre conquistate in Calabria. Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo, il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Di ciò è un documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Ecc…”.

Nel 1052, il longobardo GUIDO, fratello di Gisulfo II e la vasta contea di Policastro

Il Guido di cui si parla in questo mio saggio era fratello di Gisulfo II e non figlio. Guido, Conte di Policastro, era figlio di Guaimario V (comunemente detto Guaimario IV), e fratello di Gisulfo II, divenuto alla morte del padre suo successore e Principe di Salerno. Guido, dunque era anche fratello di Sichelgaita che sposò Roberto il Guiscardo. Guido, conte di Policastro era figlio di Guaimario V (comunemente detto Guaimario IV) e Gemma. Guido di Policastro era anche nipote di Guido Conte di Sorrento e di Conza, fratello di Guaimario IV. Il Conte Normanno Guido di Policastro, uno dei più accaniti sostenitori dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, restò a capo della contea di Policastro fino all’anno 1075, in cui morì a seguito di un agguato tesogli nella ‘Gola del Diavolo’ (Fig….), ai piedi del suo Castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola) (Fig. …). Da wikipidia leggiamo che: “Gisulfo II ebbe anche cinque figli: Pandolfo, Guaimario (V) – che fu in co-reggenza con Gisulfo -, Landolfo, Guido e Giovanni.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 116, in proposito scriveva che: Il nuovo Principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; quanto ai propri fratelli, concesse a Guido la città di Policastro ed il castello di S. Severino sul fiume Mingardo (5) ed a Guaimario il Castellum Cilenti.”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (3) potillava che: “(3) Guido rinunciò a Sorrento perchè fosse restituita al duca Giovanni, cognato di Umfredo d’Altavilla, spodestato da Guaimario V.”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (4) potillava che: “(4) I fratelli di Gisulfo II erano Landolfo, Guido, Giovanni, Guaimario, Pandolfo, Sichelgaita, Sica e Gaitelgrima. Egli aveva anche un figlio, Guaimario, menzionato una sola volta, in una carta del 1058 (Schipa, Storia…, cit., doc. 59).”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (5) potillava che: “(5) L’identificazione del S. Severino menzionato da Amato (v. qui p. 123) con S. Severino sul Mingardo (‘Sanctus Severinus de Camerota; a. 1291), piuttosto che con S. Severino Rota, a nord di Salerno, è sostenuta dall’Acocella (Il Cilento, op. cit., I, p. 50) sulla scia del Lenormant. A favore di questa tesi è la maggiore vicinanza del castello del Mingardo alla città di Policastro, che era l’altro feudo di Guido.”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (6) potillava che: “(6) Non si confonda questo Guglielmo con l’omonimo fratello, Guglielmo braccio di Ferro, 1° conte di Puglia (1043-1046), Umfredo (1051-1057) e Roberto il Guiscardo. Costui divenne poi, nel 1059, il 1° duca normanno di Puglia.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policasto del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Pietro Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, Storia, cit., ed. Economia e Società, cit.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, riferendosi a Guido, fratello di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “…..dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido,….ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino”; Guaimario “terre e castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc…..Nè lattenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054. Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quella di S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A Policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel teritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostituzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno etc…, cit.,  p. 168.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 33-34, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario V e, riferendosi ai Normanni, in proposito scriveva che: Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita.”. Sempre Ebner, a p. 34, in proposito scriveva che: “Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), riferendosi alla donazione che il nuovo principe Gisulfo II, suo nipote e principe del Principato di Salerno, scriveva che: “Allo zio Guido che, reggente,……il principe assegnò l’importante contea di Conza e, nella politica di assicurarsi la fedeltà di altre lontane terre del Principato, assegnò ai fratelli Guido e Guaimario altre contee lungo la fascia tirrenica. Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (4), a p. 541, postillava che: “(4) M. Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc..’, p. 168.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Schipa, cit., Ibid.”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 224-225-226, in proposito alla vasta contea longobarda di Policastro, donata da Gisulfo II allo zio Guido e, riferendosi al principe Gisulfo, scriveva che: “Creò la contea di Policastro, delicata zona di confine come s’è visto, affidandola con altri castelli nella valle dei S. Severino (oggi di Centola) al “prode e bellissimo” Guido e diede Cilento, con altri castelli al fratello Guaimario.”. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: Particolare attenzione fu rivolta a ‘Paleocastrum’ e al suo entroterra elevando tutta la contrada al rango di Contea (1052) affidata alle cure e al comando dello stesso fratello di Gisulfo II, il coraggioso conte Guido (83).”. Il Fusco, nella sua nota (83), postillava che: “(83) Dal 1052 al 1075 (anno della morte) il conte Guido impedì che le Valli del Mingardo e del Bussento cadessero in mani normanne. A lui l’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano (1013-1085), dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salernitani (edito da Michelangelo Schipa, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, XII, 1887, p. 773), “fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica” (P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., I, p. 375.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: Malgrado le interessate lodi di Alfano (92), è parere di Amato di Montecassino che fosse blasfemo, violento e insolente, spetato fino alla ferocia contro i prigionieri, pirata protervo, fedifrago e empio, caparbio fino all’autodistruzione (preferì la lotta suprema col Guiscardo per poi uscire, vinto, dalla rocca salernitana), ecc…”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (92), postillava che: “(92) …………….

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Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), scriveva: Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, ecc…”

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), parlando del piccolo borgo medioevale, oggi abbandonato, di San Severino di Camerota in proposito scriveva che: “A chiarire le cause che determinarono il costituirsi di un feudo nella valle di S. Severino “proppe Camerotam” e la fondazione dell’imprendibile castello di S. Severino, è indispensabile ricordare una interessante pagina dell’età longobarda, del XI secolo. Risalire agli eventi, cioè, che seguirono l’assassinio del principe Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno, il “pater patriae” dell’arcivescovo e poeta Alfano I (1).”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia etc…’, in proposito a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascurò di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle terre conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del itato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salrnitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido alle usurpazioni della “gens Gallorum”, Alfano informa che i Normanni, penetrati in Lucania, avessero raggiunto i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le Valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre nella Valle Bricia confinante con la terra Bruttia, la Calabria.”. E qui l’Ebner continua il suo racconto, dissertando sui territori annessi da Umfredo della Contea di Principato. Ebner (…), a p. 84, nella sua nota (19), postillava in proposito che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatisi dal fratello Guido.”. Ebner (…), a p. 85, nella sua nota (20), postillava in proposito che: “(20) Alfano cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastri victor in aula”. Secondo AMATO, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando di Gido di Policastro, fratello della principessa Longobarda Sichelgaita, nella sua nota (28), postillava che: “(28) Guido aveva seguito il cognato Roberto il Guiscardo nella conquista della Sicilia. Amato (IV, 19) lo ricorda tra coloro che presenziarono alla riconsacrazione della cattedrale di Palermo, ecc…”. Dunque, Ebner ci ricorda che Amato di Montecassino scriveva di Guido, il cognato di Roberto il Guiscardo e fratello di Sichelgaita, sorella dell’ultimo principe Longobaro Gisulfo II di Salerno, che era un prode cavaliere, che combattè in Sicilia a fianco di Roberto il Guiscardo e Ruggero I d’Altavilla, fratello del Guiscardo.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito a p. 88, ci parla dei beni di Guido di Policastro, prima della sua barbara uccisione: “Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. Sul documento citato da Ebner, riguardo i beni assegnati a Guglielmo e tolti a Guido, nessun accenno bibliografico.

Il castello Longobardo di Vibonati

Antonio Di Rienzo e La Greca (…), nel loro ‘Viaggio nel Cilento’, scrivevano sul vecchio castello longobardo a Vibonati, senza però specificare da dove avessero tratto questa notizia, scrivevano che: “A nostro avviso l’origine del borgo va ricercata in epoca longobarda quando colà troviamo un “Castellum” di Gisulfo, ultimo dei principi longobardi di Salerno. L’etimologia del toponimo è quindi longobarda; da “wibo” cioè “villaggio” e “Ate”, nome del ruscello che scorre poco più a valle: quindi “villaggio dell’Ate”. Le due tradizioni indicano comunque una continuità di vita in un luogo che rappresentò anche in epoca Normanna un ottimo punto di difesa….Il vecchio castello longobardo subì numerosi ampliamenti e rifacimenti e rimase centro di vita militare e sociale del borgo, che ancora oggi conserva nel centro storico quasi intatta la sua struttura medievale.”. Forse la notizia di un castello longobardo a Vibonati, citata da La Greca (…) è tratta da Angelo Guzzo (…), che nel suo ‘Da Velia a Sapri’, che, a p. 203 e, nel suo ‘Il Golfo di Policastro ecc.’, a p…. , scriveva che: “A Vibonati il castello sorse ove oggi si erge la chiesa di Sant’Antonio. Servì prima come centro di osservazione, poi divenne “casa dominicata”, cioè abitazione del signore, costituendo così il ‘castrum’. Trincee strette e lugubri univano la fortezza alla parte bassa del paese, ossia i luoghi denominati “il Ponte”, “l’Anafora” e “le Coste”. Il ponte levatoio era situato ove oggi si allarga Piazza Nicotera: da una parte era difeso dal fiume, dall’altra da una torre a guisa di bastione che, con la sua forma circolare, ancora oggi è ben visibile dietro la fontana.”. Il Guzzo (…), a p. 204, riporta una foto di Vibonati che rappresenta la “Torre e Màstio dell’antico castello”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri, ecc..’, a p. 205, scrivendo di Vibonati, diceva che: “Nel IX secolo Vibonati divenne rifugio delle disgraziate popolazioni costiere del Golfo, costrette, dalle frequenti scorrerie dei pirati Saraceni, a cercare asilo e scampo nelle zone più impervie e meno facilmente accessibili. Verso la metà del secolo XI, i Normanni fecero del territorio di Vibonati un loro possesso. Gisulfo II, ultimo principe longobardo di Salerno, aveva affidato Vibonati, insieme Policastro ed altri castelli della zona, al fratello Guido, prode e bellissimo cavaliere.”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri’, a p. 205, scriveva che: “il castello dominava tutta la valle sottostante ove si accentravano le abitazioni rustiche dei coloni, quasi tutte di legno e che costituivano importantissimi nuclei rurali (27). Il Guzzo, nella sua nota (27), postillava che: “(27) V. Salvioli – Storia dell’Italia nell’alto Medio Evo – Napoli – 1913, p. 217.”.

Nel 2 giugno 1053, i Normanni e la battaglia di Civitate

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Un complesso intrigo di avvenimenti contribuiva, così, a sfaldare il dominio longobardo in Campania: l’assassinio di Guaimario e di Pandolfo, conte di Capaccio, il 2 giugno 1052; la vittoria normanna di Civitate, 18 giugno dell’anno successivo; il matrimonio di Umfredo con la figlia di Guaimario; il matrimonio di Guglielmo de Magnia con Beta, secondogenita di Pandolfo di Capaccio; Ecc..”. I Longobardi, in un primo tempo vicini ai Normanni, si rivoltarono contro i loro vecchi alleati e si attirarono il favore del papa Leone IX, deciso ad espellere dalla penisola questo popolo di predoni. Lo scontro fra le armate longobardo-pontificie e le truppe normanne si consumò il 18 giugno 1053 a nord della Capitanata, dove l’esercito papalino fu duramente sconfitto nella Battaglia di Civitate. Vi presero parte Umfredo d’Altavilla e il conte Riccardo I di Aversa dei Drengot, che mise subito in fuga i soldati longobardi. A Roberto fu assegnato il comando delle truppe di riserva, che restarono ai margini della battaglia fino a che non fu evidente l’inefficacia degli attacchi sferrati dalle schiere di Umfredo: il Guiscardo si lanciò, allora, nella mischia insieme ad altri rinforzi guidati dal suocero e si distinse per il particolare valore della propria offensiva. Secondo lo storico del tempo Guglielmo di Puglia, il Normanno imperversò nella battaglia senza mai perdersi d’animo, anche se disarcionato, e poi rimontato in sella, per ben tre volte. L’esito dello scontro fu per lui un vero successo. Forte del successo ottenuto sul campo di battaglia di Civitate, Roberto reclamò per sé la successione.  Dopo i primi anni di opaca presenza nel sud Italia, Roberto il Guiscardo mise di colpo in luce il proprio carattere, così diverso da quello dei suoi familiari e degli altri potenti della regione.

Nel 1053, il normanno GUGLIELMO D’ALTAVILLA (figlio di Fresenda) occupò diversi territori di Gisulfo II

La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI, prima e dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. I Normanni, al comando dello stesso suo cognato Roberto, Umfredo e Guglielmo suo fratelli del Guiscardo, tra l’anno 1053 e il 1054, occuparono moltissimi territori del Principato di Salerno. Caddero nelle loro mani le fortezze di Laurino e Novi, nonchè quasi per intero la Bricia. Resistettero per il momento Policastro, il castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola, forse detto all’epoca ‘Castel de’ Mandelmo’, sul fiume Mingardo. Pare che il territorio fu organizzato in una nuova circoscrizione detta contea di Principato’, che fu concessa da Umfredo d’Auteville, conte di Puglia, al fratello Guglielmo, col titolo di comes che tenne la sua sede amministrativa (Curia), ad Eboli e, concesse il suffeudo al miles Guglielmo de’ Mannia. Riguardo il Principato di Salerno di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo, vi fu un momento in cui il Principe Gisulfo II, dovette chiamare in aiuto i Normanni di Roberto il Guiscardo che sposò la sorella Sighelgaita e gli salvò il trono che ben presto dovette cedere proprio a loro come ci racconta la cronaca del Malaterra. Riguardo Guglielmo del Principato, da Wikipedia, alla voce “Guglielmo detto Braccio di Ferro” leggiamo che Guglielmo d’Altavilla, chiamato Guglielmo Braccio di Ferro (Cotentin, 1010 circa – Apulia, 1046), è stato un cavaliere normanno, il maggiore dei figli di Tancredi d’Altavilla venuti in Italia; fu nominato, nel 1043, primo conte di Puglia. Da non confondere con l’omonimo fratellastro, conte nel Principato di Salerno. Dunque, questo normanno chiamato Guglielmo conte del Principato di Salerno era fratellastro di Guglielmo Braccio di Ferro. Da Wikipedia leggiamo che Guglielmo d’Altavilla, anche detto Guglielmo del Principato (1027 – 1080), è stato un condottiero e cavaliere medievale normanno; divenne Conte di molte terre all’interno del Principato di Salerno dal 1056 e in seguito governò anche la Capitanata. Nelle cronache latine è chiamato indifferentemente Willermus o Wilelmus (dal francese Guillaume). Era il fratellastro omonimo di Guglielmo d’Altavilla, detto Braccio di Ferro. Guglielmo era uno dei figli cadetti di Tancredi d’Altavilla e della sua seconda moglie Fresenda; lasciò la Normandia attorno al 1053 insieme al fratellastro più anziano Goffredo ed al fratello Malgerio. Nell’anno della sua venuta in Italia partecipò alla Battaglia di Civitate e fu accolto cordialmente da suo fratellastro Umfredo, conte di Puglia e Calabria in carica. Nel 1055, si distinse nella presa del castello di San Nicandro e di altre piazzeforti. Con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, a p. 125, ci parla della “Contea di Principato” ed in proposito scriveva che: “Occupata buona parte dei domini di Gisulfo II, Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (1051-1057) concesse al fratello Guglielmo, conte di S. Nicandro, le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato” perchè coprivano una vasta area del principato longobardo di Salerno.”. Dunque, il Cantalupo scrive che Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia concesse al fratello Guglielmo, “conte di S. Nicandro”, “le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo capitolo “VIII – La conquista Normanna”, a p. 116, in proposito scriveva che: “Dopo che il 3 giugno 1052 Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca, suo fratello Guido, conte di Conza e duca di Sorrento, sfuggito ai congiurati (1), riuscì a mobilitare contro costoro con preghiere e promesse di laute ricompense sia le forze normanne di Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (2), ecc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, a p. 125, ci parla della “Contea di Principato” ed in proposito scriveva che: “Occupata buona parte dei domini di Gisulfo II, Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (1051-1057) concesse al fratello Guglielmo, conte di S. Nicandro, le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato” perchè coprivano una vasta area del principato longobardo di Salerno. Ecc…”. Piero Cantalupo (….), a p. 118, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Bisogna distinguere il territorio del Principato di Salerno, ancora in mano a Gisulfo II, da quello della Contea di Principato, che era solo una parte del primo e fu organizzato dai normanni in Contea prima del 1057. Sull’estensione di quest’ultimo vedi il paragrafo: ‘La Contea di Principato’.”. Sulla citazione del Cantalupo dei due studiosi Natella e Peduto, sulla “non” distruzione di Policastro da parte dei Normanni si rimanda al prossimo saggio sui Normanni di Roberto il Guiscardo. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 33-34, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario V e, riferendosi ai Normanni, in proposito scriveva che: Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita.”. Sempre Ebner, a p. 34, in proposito scriveva che: Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Guido cominciò ad ammirare il valore del cognato di cui finì per diventare amico, seguendolo nella conquista della Sicilia (a. 1071). Sia Guido di Policastro, che l’omonimo zio conte di Conza, avevano disapprovato la politica di Gisulfo avversa ai Normanni che pur l’avevano rimesso sul trono. Che il clima di contrasti e continue lotte avessero potuto influire sul giovanissimo sovrano sembra possibile, ma solo per esasperarne il carattere. Malgrado le interessate lodi di Alfano (92), è parere di Amato di Montecassino che fosse blasfemo, violento e insolente, spietato fino alla ferocia contro i prigionieri, pirata protervo, fedifrago e empio, caparbio fino all’autodistruzione (preferì la lotta suprema col Guiscardo per poi uscire, vinto, dalla rocca salernitana), e così instabile che non gli riuscì di conservare quel ducato di Amalfi (un solo anno, il 1088) che gli intrighi della sorella Sighelgaita, dopo la morte del marito Roberto, erano riusciti ad assicurargli. Non meraviglia, perciò, che tratteggiasse già nel consegnare l’oro promesso a Riccardo d’Aversa che la dote della virile sorella, specialmente i beni promessi a Umfredo e Guglielmo (93). Questi nell’allontanarsi da Salerno, ne devastarono il territorio impadronendosi dei castelli di S. Nicandro e Castelvecchio e di una terra detta Facosa la Nova. Ma non si fermarono alla sola pianura pestana crede anche lo Schipa (94). Si spinsero oltre occupando i porti velini dell’amena Valle Bricia, l’antica ‘chora’ di Velia che confinava con il Bruzio. Con questi territori si creò una “contea alla quale Umfredo prepose il fratello Guglielmo, col titolo ignoto sino allora di Conte di Principato” (95). E poichè pare che nel 1116 il castello di Agropoli fosse stato concesso da un altro Guglielmo a Giovanni di S. Paolo (96), è da presumere che anche quel territorio fosse stato poi incluso nell’anzidetta contea. La prima signoria fondiaria-territoriale del Principato, una signoria troppo vasta e difficile da controllare anche per la crudeltà che ne avevano accompagnata la conquista.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno, cit.,  p. 168.”. Ebner, a p. 34, nella nota (92) postillava che: “(92) I fratelli di Alfano vennero imprigionati da Gisulfo, e mai liberati, per aver preso parte alla congiura contro il padre Guaimario V.”. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (93), postillava che: “(93) Terzo e sesto degli Altavilla: Guglielmo “Braccio di ferro”, Drogone, Umfredo, Goffredo, Roberto il Guiscardo, Guglielmo del Principato, Ruggiero I.”. Ebner, a p. 34, nella nota (94) postillava che: “(94) Nel ricordare la partenza (a. 981/2) di Ottone II da Salerno per Taranto, dopo la conferma a pprincipi di Salerno di Mansone di Amalfi e del figlio Giovanni I, M. Schipa (Storia del principato di Salerno, Roma, 1968, p. 172) afferma che l’imperatore “si avviò quindi alla famosa impresa al finire del verno, per Bricia, presso Capaccio, e per la Lucania”. La notizia fu tratta dal Chron. di Romualdo di Salerno ad an. 981 (“De-hinc per Brixiam – al. Briciam – et Lucaniam in Calabriam perrexit”). Ma v. Alfano (‘Ad Guidonem fratem’, in Schipa, ‘Storia’, p. 277, vv. 27-30 e 53-56: “Sunt in Lucania portus regione velini // Quo Brittiorum vallis amoena iacet”, v. pure dello stesso Schipa, ‘Il Mezzogiorno’, cit., p. 169, dove è cenno dell’occupazione di Velia.”. Ebner, a p. 35, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Schipa cit., vedi pure il Mandelli cit., f. 254, il quale rileva da G. Malaterra (I, I, 15) che “Guglielmo era comes totius Principatus (….) di questo Guglielmo figlio di Tancredi, quale, come si è detto, fu fatto da Umfredo Conte del Principato.”. Ebner a p. 35, nella sua nota (96) postillava che: “(96) M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma 1904, p. 31. Il Mazziotti dà la sola notizia senza riferimenti. In ogni caso si tratterebbe del secondo Guglielmo, uno dei due figliuoli (l’altro era Roberto) del primo conte del Principato per cui è da supporre che la contea di Adalberto e Rodelgrimo di Magliano (v.) fosse stata privata dei soli territori verso l’Alento.”. Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, dove il Carucci cita un passo di Goffredo Malaterra (….), da cui molto probabilmente aveva attinto l’Ughelli, a p. 277, in proposito scriveva che: “I Normanni invasero da ogni parte con infinito danno il territorio di Salerno (1)” (eslamava il poeta Amato). Inutilmente il papa Leone IX venne nel 1053 a Salerno, s’accordò con Gisolfo per muovere contro i Normanni: che anzi Gisolfo non potè nemmeno prender parte alla lotta, che scoppiò proprio quell’anno tra il papa e i Normanni e che finì colla sconfitta del papa a Civitate. Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto il Guiscardo per le terre usurpate a chiese e abbazie nel principato di Salerno ed altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli per sollecitare aiuti contro i Normanni dall’Imperatore bizantino (3), perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la Contea di Principato (1), occuparono poi i castelli longobardi esistenti nella valle del Montoro fino a Rota e vi costituirono una contea con a capo un tal Torgisio o Troiso, che fu il capostipite della nobile famiglia Sanseverino (2), restringendo il dominio di Gisolfo soltanto alle terre site tra Nocera e Cetara dalla parte di ponente e a quelle di Capaccio dal lato di levante (3).”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Alfano, I, ap. Ughelli, Italia Sacra, tomo X. “Quid quid habere prius fuerat haec vit i decoris Momento periit, fumus et umbra fuit. Non relut una lues pecorum solet omnibus agnen Aere corrupto debilitare modis, Sic gens Gallorum, numerosa clade Salerni, Principe defuncto, percotit omne solum. De Blasiis, op. cit. II, 213.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amato, IV, 37: Gisolfe, prist lo baston et lascripe come pèrègrin et ala a Costantinople. Ebbe compagni il cardinale Bernardo e l’arcivescovo Alfano. Quello morì a Costantinopoli. Gisolfo ebbe danari e ricchi doni dall’imperatore e promise di combattere contro Roberto. Et quant etc….A Costantinopoli Gisolfo fu ospite del ricco amalfitano Pantaleone, quello che donò le porte di bronzo a S. Paolo in Roma e al duomo di Amalfi.”. Il Carucci, a p. 278, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Le terre che costituirono la contea di Principato furono per la prima volta occupate da Umfredo e date al fratello Guglielmo: ‘Guilelmo terram illam quae principatus dicitur distribuit. Malaterra, I, 15.”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 79, nel suo cap. III, riferendosi alla  Signoria di Novi, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “E’ quasi certo, anzi, che il sorgere di quella signoria cada dopo la restaurazione  di quel principe (a. 1052), e cioè quando il terzo conte di Puglia, Umfredo (a. 1051-1057), con il fratello Guglielmo, stanchi delle tergiversazioni di Gisulfo s’impadronirono con la forza di alcune terre, dopo di aver atterrito con distruzioni e saccheggi le inermi popolazioni che abitavano tra il Tusciano e gli estremi confini salernitano-lucani e calabri dell’odierna provincia di Salerno. Da qui imprendevano poi la preordinata conquista di quei territori di cui Amato di Montecassino e Alfano da Salerno ci hanno tramandato nomi e limiti (3)……Lo conferma l’orgoglioso nome dato alla nuova giurisdizione territoriale, “contea di Principato” (8), corrispondente all’ecclesiastica conservata nel riordinamento normanno della diocesi.”. Ebner, a p. 79, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Alfano, cit., Amato, cit., III, 45 e p. 161 no 30.”. Ebner a p. 80, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Schipa, Storia, e Mezzogiorno, p. 169.”. Ebner si riferiva ai due testi di Michelangelo Schipa (….), Storia del Principato longobardo di Salerno, e Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, 1923. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), scriveva che: “Ma quando Umfredo e Guglielmo tornarono a Salerno per ricevere ciò che era stato loro promesso, il principe cominciò a tergiversare, al punto che i normanni “molto corrocienz” (6), indignati, si allontanarono da Salerno iniziando l’occupazione di tutto quel territorio, di cui poi Umfredo investì il fratello Guglielmo con il prestigioso titolo del Principato (7) Con il suo solito tergiversare, Gisulfo aveva spazientito anche Roberto il Guiscardo, rinviando cioè, ‘sine die’ la consegna della dote della bella e virile sorella Sighelgaita, per cui Roberto, rompendo gli indugi, partì con la principessa per Melfi, dove la sposò (8). Gisulfo che già aveva tentato di recuperare la contea del Principato, sfruttando momentanei dissapori (9) sorti tra Roberto e Guglielmo, tentò ancora una volta di conseguire i suoi fini nominando arbitro della questione appunto Roberto. Il Guiscardo, però, ancora indignato per il comportamento del principe, si vendicò del cognato, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da Eboli e Sicignano al Calore e all’Alento e, per Magliano, ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (6), a p. 541, postillava che: “(6) Amato, cit., III, 45.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (7), a p. 541, postillava che:“(7) G. Malaterra, cit., p. 26: Willelmum vero in Principato “. Pietro Ebner (…), nella sua nota (8), a p. 541, postillava che: “(8) Ebner, Storia, cit. p. 88. Per altre notizie, pp. 37, 42 e 121.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (9), a p. 541, postillava che: “(9) Guglielmo rifiutava di riconoscersi vassallo di Roberto il Guiscardo”. A parlare di Guido, è Michelangelo Schipa, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 218, parlando dei dissapori sorti tra il Guiscardo ed il fratello Guglielmo e, riferendosi all’invidia di Guido per il matrimonio tra il Guiscardo e la sorella Sighelgaita, scriveva che: “Quindi, subito, Roberto riprese la guerra contro al fratello, mentre il vecchio Guido sfogava il dispetto provato per quelle nozze, unendosi a Guglielmo, e sposandogli la sua figliuola.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policasto del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, ‘Storia, cit., ed. Economia e società, cit.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , a p. 376, riguardo il Conte Guido, scriveva che: “Non è da escludere che il Conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel trritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostruzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: 4. Stanchi di attendere, e indignati (“molt corrocienz”, scrive Amato) per l’inqualificabile comportamento del principe, i normanni si ribellarono. Lasciata Salerno, impresero a saccheggiare e a incendiare villaggi esasperando così la popolazione (“a furore normannorum libera nos Domine”) che insorse. Sotto la direzione di un guerriero, esperto e valoroso, qual era Guido, il fratello del principe Gisulfo, le popolazioni cominciarono a guarnire le “lor terres et lor chasteaux de murs et de palis”. Contro queste posizioni fortificate s’infranse più che il coraggio dei normanni l’impeto delle loro agguerrite cavallerie.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: Ciò provocò l’insorgere di non pochi complessi nel principe (43), che cercò quasi di esorcizzarli rinviando ‘sine die’ gli impegni assunti, persino sulla consegna della dote della sorella Sighelgaita. Fu a questo punto che Roberto il Guiscardo, indignato, sposò malgrado tutto Sighelgaita (Melfi, a. 1059) assegnandole, secondo il costume longobardo, la quarta parte delle conquiste in Calabria (44), di cui alcune estorte con la frode. Margingab costituito certamente anche di parte di quelle fatte in Basilicata, se è vera l’esistenza di distretti bizantini (‘eparchie, tumarchie’) dispersi in quel territorio un tempo dominato dai longobardi (gastaldato di Laino) e che in quei tempi pare dividessero i confini estremi del Principato di Salerno dal ‘thema tes Kalabrias’ (45). Ecc…”.

Ebner, p. 225

Ebner, a p. 225, nella nota (43) postillava che: “(43) Ebner, ‘Storia’, cit., pp. 34 e 84.”. Ebner, a p. 225, nella sua nota (44) postillava che: “(44) Id., ibidem, p. 87 sg. Roberto il Guiscardo aveva ripudiata Alverada di Buonalbergo dalla quale aveva avuto anche il noto Boemondo.”. Pietro Ebner, in questo passaggio, riferendosi al “Marcingab”, la dote Normanna che il Guiscardo donò alla sua seconda moglie Sighelgaita, si riferiva agli avvenimenti che precedettero l’anno 1059, in cui Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo sposò la principessa longobarda Sighelgaita, sorella del principe Gisulfo II e, a cui donò, secondo il costume Normanno la quarta parte delle conquiste dei territori della Calabria, che appunto aveva conquistato precedentemente. Ebner lo chiama “Margingab” (la dote Normanna) era costituita, secondo lui costituito certamente anche di parte di quelle fatte in Basilicata, se è vera l’esistenza di distretti bizantini (‘eparchie, tumarchie’) dispersi in quel territorio un tempo dominato dai longobardi (gastaldato di Laino) e che in quei tempi pare dividessero i confini estremi del Principato di Salerno dal ‘thema tes Kalabrias’ (45).”. Ebner, a p. 225, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Il Racioppi (cit. p. 86 sg.) nel riportare un brano del cronista Giordano (visse intorno al 1314, termine della sua cronaca) si meraviglia che il Guiscardo si fosse impadronito della Puglia e della Calabria nel recarsi in Sicilia e non “della Lucania che era in mezzo tra le due”. Cosa che avrebbe poi fatto, secondo Giordano (‘qui veniens versus Lucaniam eam subiecit. Inde ivit Salerno’), al ritorno. Ma v., per la questione, anche i brani riportati di Alfano e di Romualdo salernitano.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: “Dopo di aver assalito e conquistato “lo chastel de Saint Nicharde”, di cui rinvengo notizia dai Registri Angioini (46), i normanni, scrive Amato, “von devorant lo Principat tout” impadronendosi pure di “Castel Viel et Facose le Nove” e spingendosi fin nella Bricia dell’arcivescovo Alfano. Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido all’usurpazione della “gens Gallorum”, Alfano informa che i normanni, penetrati in Lucania, raggiunsero anche i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre fin verso la Calabria. Le terre occupate che dovevano comprendere anche parte della pianura ebolitana, come si evince da alcune pergamene cavensi (47), ricadevano nella giurisdizione della diocesi pestana. Un territorio enorme cui Umfredo d’Altavilla prepose il fratello Guglielmo (48) con il titolo fino a quel momento “ignoto di conte del Principato”, come dice M. Schipa, ma che il territorio pare avesse già prima dell’arrivo dei normanni (49). Ecc…”. Ebner, a p. 226, nella nota (46) postillavano che: “(46) Amato, III, 45. Nel “Saint Nicharde” si è ubicato Castel Licandro nella valle del Sele, dove, per una stretta gola, si affaccia nella ferace valle del Tanagro. Delle altre due terre menzionate da Amato non si è riuscito ancora a stabilire l’ubicazione sicura (v. la mia ‘Storia’ cit., p. 82 sgg.) Di S. Nicandro si apprende anche dai Registri Angioini: ‘Sanctus Nicander pro focul. I, tar, VII, et medium, Reg. XIII, ff 186-187, a. 1269-1270. Nello stesso anno 1269 era tenuto da Rodolfo de Colant, uno dei baroni soggetti (Reg. ang., II, n. 137, p. 268) al principe Carlo d’Angiò”.

Ebner, vol. I, p. 226.PNG

Ebner, a p. 226, nella nota (48) postillava che: “(48) Il Pontieri (‘La dinamica’ cit., p. 90) assicura che “Guglielmo d’Altavilla, conte del Principato, s’era costituito nel Cilento una signoria con le terre concessegli da Gisulfo contrariamente a quanto dice Amato; ma ambizioso e inquieto s’era posto a ingrandirle a spese dello stesso Gisulfo”.”. Ebner, a p. 226, nella nota (49) postillava che: “(49) Schipa, Mezzogiorno cit., p. 169; v. pure il Mandelli cit., f 254, il quale rileva da G. Malaterra (I, 1. 15) che Guglielmo era “comes totius Principatus”, e la mia Storia, cit., p. 80. Rilevo da un nuovo esame del Chronicon, I, 15 del Malaterra che nella divisione territoriale in età normanna, Guglielmo ebbe “terram illam quae Principatus dicitur”, denominazione già nell’uso popolare, dunque, e che con la sostituzione della contea divenne ufficiale.”. E qui l’Ebner continua il suo racconto, dissertando sui territori annessi da Umfredo della Contea di Principato, che furono donati al fratello Guglielmo detto appunto conte del Principato. Ebner (…), a p. 84, nella sua nota (19), postillava in proposito che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatisi dal fratello Guido.”. Ebner (…), a p. 85, nella sua nota (20), postillava in proposito che: “(20) Alfano cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastri victor in aula”. Secondo AMATO, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando di Gido di Policastro, fratello della principessa Longobarda Sichelgaita, nella sua nota (28), postillava che: “(28) Guido aveva seguito il cognato Roberto il Guiscardo nella conquista della Sicilia. Amato (IV, 19) lo ricorda tra coloro che presenziarono alla riconsacrazione della cattedrale di Palermo, ecc…”. Dunque, Ebner ci ricorda che Amato di Montecassino scriveva di Guido, il cognato di Roberto il Guiscardo e fratello di Sichelgaita, sorella dell’ultimo principe Longobaro Gisulfo II di Salerno, che era un prode cavaliere, che combattè in Sicilia a fianco di Roberto il Guiscardo e Ruggero I d’Altavilla, fratello del Guiscardo.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito a p. 88, ci parla dei beni di Guido di Policastro, prima della sua barbara uccisione: “Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. Sul documento citato da Ebner, riguardo i beni assegnati a Guglielmo e tolti a Guido, nessun accenno bibliografico. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 34, riferendosi al principe Gisulfo II, in proposito scriveva che: Non meraviglia, perciò, che tratteggiasse già nel consegnare l’oro promesso a Riccardo d’Aversa che la dote della virile sorella, specialmente i beni promessi a Umfredo e Guglielmo (93). Questi nell’allontanarsi da Salerno, ne devastarono il territorio impadronendosi dei castelli di S. Nicandro e Castelvecchio e di una terra detta Facosa la Nova. Ma non si fermarono alla sola pianura pestana crede anche lo Schipa (94). Si spinsero oltre occupando i porti velini dell’amena Valle Bricia, l’antica ‘chora’ di Velia che confinava con il Bruzio. Con questi territori si creò una “contea alla quale Umfredo prepose il fratello Guglielmo, col titolo ignoto sino allora di Conte di Principato” (95). E poichè pare che nel 1116 il castello di Agropoli fosse stato concesso da un altro Guglielmo a Giovanni di S. Paolo (96), è da presumere che anche quel territorio fosse stato poi incluso nell’anzidetta contea. La prima signoria fondiaria-territoriale del Principato, una signoria troppo vasta e difficile da controllare anche per la crudeltà che ne avevano accompagnata la conquista.”. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (93), postillava che: “(93) Terzo e sesto degli Altavilla: Guglielmo “Braccio di ferro”, Drogone, Umfredo, Goffredo, Roberto il Guiscardo, Guglielmo del Principato, Ruggiero I.”. Ebner, a p. 34, nella nota (94) postillava che: “(94) Nel ricordare la partenza (a. 981/2) di Ottone II da Salerno per Taranto, dopo la conferma a principi di Salerno di Mansone di Amalfi e del figlio Giovanni I, M. Schipa (Storia del principato di Salerno, Roma, 1968, p. 172) afferma che l’imperatore “si avviò quindi alla famosa impresa al finire del verno, per Bricia, presso Capaccio, e per la Lucania”. La notizia fu tratta dal Chron. di Romualdo di Salerno ad an. 981 (“De-hinc per Brixiam – al. Briciam – et Lucaniam in Calabriam perrexit”). Ma v. Alfano (‘Ad Guidonem fratem’, in Schipa, ‘Storia’, p. 277, vv. 27-30 e 53-56: “Sunt in Lucania portus regione velini // Quo Brittiorum vallis amoena iacet”, v. pure dello stesso Schipa, ‘Il Mezzogiorno’, cit., p. 169, dove è cenno dell’occupazione di Velia.”. Ebner, a p. 35, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Schipa cit., vedi pure il Mandelli cit., f. 254, il quale rileva da G. Malaterra (I, I, 15) che “Guglielmo era comes totius Principatus (….) di questo Guglielmo figlio di Tancredi, quale, come si è detto, fu fatto da Umfredo Conte del Principato.”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 79, nel suo cap. III, riferendosi alla  Signoria di Novi, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: Lo conferma l’orgoglioso nome dato alla nuova giurisdizione territoriale, “contea di Principato” (8), corrispondente all’ecclesiastica conservata nel riordinamento normanno della diocesi.”. Ebner a p. 80, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Schipa, Storia, e Mezzogiorno, p. 169.”. Ebner si riferiva ai due testi di Michelangelo Schipa (….), Storia del Principato longobardo di Salerno, e Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, 1923.

Nel 1054, Castel Mandelmo a Licusati, il castello di S. Severino e la contea di Policastro del conte Guido

In origine, nel 1054, il castello di San Severino, con il feudo di Policastro (la vasta contea Longobarda), era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato. L’importanza strategica che rivestiva per i Longobardi il possesso del borgo fortificato è testimoniata dall’aspra contesa che vi fu nel 1075 tra il conte Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi. In origine, nel 1054, il castello, con il feudo di Policastro, era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato; successivamente, però Guimondo, feudatario confinante, avanzò delle pretese sul borgo, sostenendo che doveva essere assegnato a lui. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Amato di Montecassino e la sua ‘Historia Normannorum‘, che si compone di n. 8 libri, parlando dei due castelli a Policastro, l’edizione curata da Vincenzo De Bartholomaeis (…). Nella nuova traduzione di Amato di Montecassino (…), per i tipi di Francesco Ciolfi (….), dove a p. 19, si riporta l’ampia introduzione del De Bartholomaeis. In essa si parla degli otto libri del ‘chronicon’ di Amato. A p. 20, è scritto: “Il periodo di tempo di cui Amato prese a narrare le vicende, comprende sessantuno o sessantadue anni: dalla prima apparsa di quaranta pellegrini normanni a Salerno, nel 1016, sino alla morte di Riccardo di Capua, avvenuta il 5 aprile del 1078.”. Dunque, è probabibile che il Libro a cui si riferiscano i due studiosi sia il Libro VIII, cioè l’ultimo capitolo del Chronicon di Amato. Nella recente edizione edita per i tipi di Ciolfi (…), a p. 377, nel Libro VIII, cap. XXX, è scritto: “Landolfo restituì la Valle di Santa Severina e Policastro, e Guaimario restituì il Cilento. In tal modo finì ogni contrasto. Gisulfo giurò ecc..ecc…”. Il passo della narrazione di Amato, riguarda la fine dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, che dopo l’assedio di Salerno da parte del cognato Roberto il Guiscardo, dovette desistere ed arrendersi a suo cognato Roberto il Guiscardo, con cui iniziava la dominazione Normanna sull’ex Principato Longobardo di Salerno. Nel racconto di Amato, si parla di due valli, quella di Santa Severina (la valle di S. Severino di Centola) e quella di Policastro (attuale Bussentino). La narrazione di Amato, si riferisce al momento della resa di Gisulfo II che chiama il figlio Landolfo che dovette restituire al Guiscardo, le valli di “Santa Severina” (S. Severino di Centola) e di Policastro. Dei fatti e dei territori all’epoca del Guiscardo, verso la fine del secolo XI, ho scritto nel mio saggio ‘Nel 1055, la Contea Longobarda del Conte Guido di Policastro’, che verso l’anno 1077, fu restituita (era stata promessa da Gisulfo II, ma mai data al cognato Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo Normanno, che dopo l’assedio di Salerno se ne impossessò insieme a tutto l’ex Principato Longobardo di Salerno. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , p. 380 parlando della situazione politica nell’anno 1066, ormai mutata, con la vicina “Contea del Principato” retta da Guglielmo d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo e donatagli da Umfredo, l’imminente caduta del principe Gisulfo II, riferendosi al conte Guido di Policastro, in proposito scriveva che: L’attenzione del conte era tesa alla frontiera settentrionale, dove vegliava attento e sempre pronto a varcare i confini, il normanno Guimondo dei Mulsi nelle terre affidategli dal conte del Principato e cioè quelle di S. Severino di Camerota, l’odierno abbandonato villaggio poi detto di Centola. Sia il conte Guglielmo che Guimondo non dimenticavano che appunto Guido aveva troncate le loro conquiste anche nella Valle del Mingardo. E’ vero che le relazioni tra il conte di Policastro e il cognato Roberto, nonchè le alterne vicende dei rapporti dello stesso Guiscardo con il fratello Guglielmo del Principato, consigliavano quest’ultimo ad essere più cauto, ma l’invasione della contea, nel caso di torbidi popolari, sarebbe apparsa più che giustificata, specialmente se fossero sorti nel corso di una delle assenze di Guido, frequenti per i suoi impegni militari. E poi, vi era sempre la possibilità di mentirle come un colpo di testa dell’irruente Guimondo dei Mulsi. Ecc…”.

Nel 1056, il fenomeno migratorio di genti calabre che arrivarono nelle nostre terre

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI e, prima della caduta dell’ ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. La notizia tratta dal Laudisio che alcuni paesi, sono sorti all’epoca del primo Roberto il Guiscardo che, nel 1059-60 ordinò che le famiglie scampate alla sua furia distruttrice di alcuni centri della Calabria inferiore. Da Wikipidia leggiamo che il normanno Roberto il Guiscardo, nel 1056, compì una spedizione contro il longobardo Gisulfo II di Salerno, poi conquistò Cosenza e una parte della Calabria. Raggiunse, quindi, a Melfi il fratellastro Umfredo, che era in fin di vita. Nella nostra bibliografia antiquaria però è riferita la notizia di una distruzione di Policastro da parte del Guiscardo intorno all’anno 1065 e non del 1056. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, in proposito scriveva che: Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc…”. Guglielmo Colombaro (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che:  Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Con tutta probabilità è questo il motivo per cui, intorno al 1065, S. Nicola di Donnoso venne concesso dai principi normanni all’abbazia benedettina di Santa Maria della Matina». Impressionante, a questo proposito, la testimonianza del cronista normanno Goffredo Malaterra relativa proprio alla carestia del 1058, che Russo riporta in nota a pagina 23: «Un triplice flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile, maggio: il primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno; il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divora i corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno fuggire indenne, quasi infuriare d’incendio in un campo di steli disseccati». In questo passaggio il Colombaro ci parla della grande carestia che colpì la Calabria Bizantina in quegli anni e del racconto stesso del Malaterra. Il Gay (…), sempre nel suo ultimo capitolo V, avendo egli scritto nel 1917, pur non conoscendo le antiche pergamene greche dell’Archivio Aldobrandini (…), scoperte e pubblicate da Pratesi (…), nel 1958, scriveva che intorno all’anno 1058, nella Calabria conquistata dal Guiscardo “E’ per la Calabria, un’epoca di miseria e d’anarchia, che ricorda i tempi delle invasioni saracene. Nel 1058 una terribile carestia, causata da eccezionale siccità, dalle devastazioni dei Normanni e dall’abbandono delle terre, desola il paese.”. Al fenomeno migratorio di molte famiglie del golfo scampate alla furia del Guiscardo fa riferimento anche Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro dopo lo scisma del 14 luglio 1054, in proposito scriveva che: …..nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Ecc…. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Dunque, secondo Pietro Ebner e “come ricorda Goffredo Malaterra”, dopo l’anno 1054, in alcuni piccoli paesi dell’entroterra e alle pendici del Monte Bulgheria, vi erano delle “tribù slave” che, sempre secondo l’Ebner, furono assoldate “come milizie” da Roberto il Guiscardo. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Tribù slave assoldate da Roberto il Guiscardo per far cosa, non è dato sapere. Sappiamo che Roberto il Guiscardo in quegli anni conquistò gran parte dei possedimenti bizantini in Calabria ed è probabile che si servì dei Bulgari che vivevano alle pendici del monte Bulgheria. Pietro Ebner, dunque, ci parla di un fenomeno migratorio al contrario, ovvero ci parla di monaci provenienti dalle cittadelle monastiche della Calabria bizantina e sotto l’egida del Guiscardo che si recarono alle falde del “Mercurion”. Il Credidio (….), a p. 27, nelle note (50) postillava che: “(50) Gli sclavi erano immigrati slavi, prevalentemente della Dalmazia, che comparvero in qualità di mercenari dell’esercito bizantino; di alcuni gruppi sono attestati insediamenti in Sicilia, in Calabria e specialmente sulla costa settentrionale del Gargano.”.

Nel 1056, RUGGERO I D’ALTAVILLA, ultimo figlio di Tencredi e di Fresenda arriva nel mezzogiorno d’Italia

Da Wikipedia leggiamo che con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo d’Altavilla (figlio di Fresenda e conte del Principato) perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Ruggero I di Sicilia, conosciuto anche come il Gran Conte Ruggero o Pater di Ruggereo o Jarl Rogeirr (Hauteville-la-Guichard, 1031 circa – Mileto, 22 giugno 1101), figlio di Tancredi d’Altavilla e fratello di Roberto il Guiscardo della dinastia degli Altavilla, Conte di Calabria, fu il conquistatore e il primo Conte di Sicilia (1062). Da Wikipedia leggiamo che Ruggero I di Sicilia, conosciuto anche come il Gran Conte Ruggero o Pater di Ruggereo o Jarl Rogeirr (Hauteville-la-Guichard, 1031 circa – Mileto, 22 giugno 1101), figlio di Tancredi d’Altavilla e fratello di Roberto il Guiscardo della dinastia degli Altavilla, Conte di Calabria, fu il conquistatore e il primo Conte di Sicilia (1062). Ruggero giunse in Italia nel 1057 attraverso la “Via Francigena” per unirsi al fratello Roberto per il quale, alla morte del loro fratellastro Umfredo d’Altavilla, si erano aperti spiragli di predominio. I due furono insieme nella conquista dei territori di Puglia e Calabria non ancora sottomessi. Ruggero fu inizialmente vassallo del fratello Roberto, duca di Puglia e di Calabria, come conte di Calabria, e stabilì la propria corte a Mileto, in Calabria. Proprio a Mileto, nel Natale del 1061, sposò la normanna Giuditta d’Evreux, figlia del conte Guglielmo d’Évreux e di Hadvise Géré. Ancora in Calabria i fratelli Roberto e Ruggero si lanciarono alla conquista di Reggio, caduta dopo un lungo e difficoltoso assedio, al quale seguì la presa di Scilla, una cittadella fortificata in cui avevano trovato rifugio le guarnigioni reggine. A questo punto la strada verso la Sicilia era ormai spianata. Dalle roccaforti della Calabria, infatti i due pianificarono la conquista della Sicilia, allora in mano ai musulmani. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 30-31 e ssg., in proposito scriveva che: Il Guiscardo, consolidata in termini giuridici e di disponibilità di uomini e di mezzi l’eredità del fratello (61) può pianificare la conquista della Calabria. Al fine di sottomettere il paese, così come aveva fatto Drogone, individua dei punti nevralgici da cui facilmente poter controllare il territorio circostante ed effettuare scorrerie per sottomettere le città e le fortezze. In uno di questi posti invia il fratello Ruggero, il figlio minore di suo padre Tancredi e della sua seconda moglie Fresenda, che fino ad allora era stato trattenuto in patria dalla giovane età e dall’amore dei genitori. Lieto non poco del suo arrivo, il Guiscardo lo accolse con l’onore dovutogli. Ruggero era infatti un giovane bellissimo, di alta statura e di portamento elegante; assai eloquente ed accorto, sapeva agire con cautela quando si trattava di prendere delle decisioni; era allegro e affabile con tutti, fisicamente prestante, coraggioso in guerra: con queste sue doti in breve si fece amare da tutti… Il Guiscardo lo inviò in Calabria… Ruggero, … accampatosi alla sommità delle montagne di Vibona, piantò le tende in maniera che, facendosi vedere in lungo e in largo, potesse più facilmente incutere timore agli abitanti tutto intorno. Avendone avuta notizia, tutte le città e i castelli di quella contrada e di tutta la valle di Saline, in preda al terrore, mandarono messi a Roberto per chiedere pace: con l’offerte di svariati doni e servigi, senza opporre resistenza cedettero nelle sue mani munitissimi castelli e stipularono un patto di alleanza con giuramenti e ostaggi (62).”. Il Credidio, a p. 30, nelle sue note postillava: “(61) – S. Tramontana, I Normanni in Calabria, in I Normanni in finibus Calabriae, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2008; e (62) – Malaterra, I,19.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 189-191, scriveva in proposito che: “….si aggiunse, dopo il 1057, Ruggero, dal castello di Scalea, e la costa divenne normanna.”. Il Campagna, a p. 200, in proposito scriveva che: “Nel 1057, dopo un breve soggiorno a Melfi, giunse sulle nostre coste il più giovane degli Altavilla, Ruggero. La costa tirrenica, cosi’ a lungo vessata da assalti e razzie, presentava ai suoi occhi uno spettacolo insolito: fortezze e casali su dirupi inaccessibili, castelli diruti, già sedi di antiche aristocrazie longobarde, monasteri, chiese, celle, costruiti in modo che le pratiche di culto venissero alternate con l’immediata difesa. Delle antiche città restava solo il ricordo negli storici; spesso cancellato finanche il toponimo.”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: “All’inizio del sec. XI……Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo ecc…”. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: “Nella primavera del 1048 i Normanni, questa volta autonomamente, sferrarono una nuova offensiva contro i Bizantini in Calabria e in Puglia, ma ormai anche i territori di Guaimario V di Salerno cominciavano ad essere oggetto delle mire espansionistiche dei suoi antichi vassalli. Negli anni successivi, infatti, un altro fratello della casa d’Altavilla, Guglielmo, aveva cominciato ad occupare terre del Vallo di Diano e ad insignirsi dello strano titolo di “conte del principato”.”.

Nel 1057, la morte di Umfredo d’Altavilla e Roberto il Guiscardo capo di tutti i Normanni

Ad agosto dello stesso anno i cavalieri normanni si riunirono a Melfi e Roberto il Guiscardo assunse la tutela del giovane Abelardo, ma presto diseredò entrambi i nipoti e pretese il riconoscimento del titolo di (quarto) Conte di Puglia e Calabria. Per non insidiare i diritti acquisiti alla propria discendenza, confiscò i possedimenti del defunto fratellastro e privò i nipoti della loro legittima eredità. In alleanza col fratello minore Ruggero si lanciò alla conquista dei territori non ancora sottomessi di Puglia e Calabria, mentre Riccardo Drengot Quarrel, già Signore di Aversa, suo cognato in quanto marito della sorella Fresenda, s’impadronì del Principato di Capua. In alleanza col fratello minore Ruggero si lanciò alla conquista dei territori non ancora sottomessi di Puglia e Calabria, mentre Riccardo Drengot Quarrel, già Signore di Aversa, suo cognato in quanto marito della sorella Fresenda, s’impadronì del Principato di Capua. Per non insidiare i diritti acquisiti alla propria discendenza, confiscò i possedimenti del defunto fratellastro e privò i nipoti della loro legittima eredità. Nel 1057, morto Umfredo, Guglielmo rifiutò di prestare obbedienza al fratello Roberto il Guiscardo che aveva ereditato il titolo di Conte di Puglia che, alleatosi con Gisulfo II, debellò suo fratello Guglielmo. Morto nel 1057, il conte Umfredo lasciò i due figli minorenni, Abelardo ed Ermanno, sotto la tutela della moglie longobarda Gaitelgrima di Salerno. Forte del successo ottenuto sul campo di battaglia di Civitate, Roberto reclamò per sé la successione. Ad agosto dello stesso anno i cavalieri normanni si riunirono a Melfi e Roberto il Guiscardo assunse la tutela del giovane Abelardo, ma presto diseredò entrambi i nipoti e pretese il riconoscimento del titolo di (quarto) Conte di Puglia e Calabria. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “E’ innegabile, la morte di Umfredo (a. 1057) segnò una svolta storica decisiva e non soltanto per il Principato di Salerno. Roberto, insensibile alle pretese di Abelardo, figliuolo del defunto fratello, validamente sostenute dalla madre, si fece acclamare “conte dei Normanni” facendo poi della contea di Puglia un ducato nel 1059: “germe di discordia che minacciava mutarsi in guerra civile”, commenta M. Schipa. Senza dire della pretesa di Roberto perchè il fratello Guglielmo, come conte del Principato, rinnovasse a lui l’obbedienza prestata a Umfredo: pretesa che Guglielmo, insofferente dell’autoritarismo di Roberto, rifiutava. Del dissidio tra i due fratelli cercò di approfittare il principe Gisulfo, chiedendo a Roberto di aiutarlo a riconquistare i beni usurpati da Umfredo e Guglielmo. La richiesta venne fatta in un momento più che favorevole: Roberto aveva chiesto in sposa la bella, saggia e animosa sorella del principe, Sighelgaita, che la tradizione ricorda seguisse Roberto anche sul campo di battaglia. Ma le schiere del principe e del fratello Guido, con la cavalleria del Guiscardo, se ottenero successi in pianura furono poi arrestate dal suaccennato baluardo difensivo e dai larvati aiuti dei cugini di Capaccio del principe. Più apertamente Guglielmo del Principato e i suoi erano assistiti da Guido di Conza, il quale, indignato per l’assenso dato dal principe alle nozze di Sighelgaita senza il suo parere, cercò di controbilanciare l’evento dando in moglie una sua figliuola al conte del Principato. Il persistere da parte di quest’ultimo nel rifiuto d’obbedienza, riaccese gli scontri tra i due Altavilla. Certamente Guglielmo avrebbe perduto l’altro territorio se Gisulfo, ritenendolo più profiquo politicamente ed economicamente, non si fosse riappacificato con il conte del Principato (26) prima di cominciare a tergiversare sull’epoca delle nozze e sulla consegna della dote della sorella.”. Ebner, a p. 87, nella sua nota (26) postillava che: “(26) Amato, IV 25: “Et Guillerme fu fait chevalier de Gisolfe; et lo prince Gisolfe lo fist son frere”.”. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 30-31 e ssg., in proposito scriveva che: “Egli concede al fratellastro Roberto di conquistare la Calabria (55). I rapporti tra i due, però, non sempre sono idilliaci tanto che Umfredo fa arrestare il Guiscardo mentre è suo ospite a pranzo e soltanto l’intervento di un cavaliere normanno presente, Gocelino, impedisce a quest’ultimo, che intanto aveva sguainato la spada, di reagire violentemente. Roberto venne quindi consegnato alle guardie, ma dopo una breve detenzione il fratello lo liberò e gli concesse le città e i castelli della regione calabra, offrendogli anche un rinforzo di cavalieri (56). Umfredo poco tempo dopo si ammala e, sentendo approssimarsi la fine, manda a chiamate il fratello, che accorre al suo capezzale, e gli chiede di essere il tutore dei suoi figli Abelardo ed Ermanno.  Ma questi, senza preoccuparsi delle promesse fatte, si appropriò dell’eredità a danno dei suoi nipoti, e nell’agosto del 1057 si fece eleggere capo dei normanni (57).”. Il Credidio, a p. 30-31, nelle sue note postillava che: “55 – Guglielmo, II, v. 287 e segg. 56 – Guglielmo, II, v.317 e segg. 57 – Chalandon, op.cit. 58 – Ibidem.”.

Nel 1057, Ruggero I d’Altavilla e SCALEA donatagli dal fratello Guglielmo, figlio di Fresenda e conte del Principato

Da Wikipedia leggiamo che con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo d’Altavilla (figlio di Fresenda e conte del Principato) perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a p. 69, in proposito scriveva che: “Cap. XXIV. Ruggero viene accolto affettuosamente dal fratello Guglielmo, che gli concede il castello di Scalea. Sentendo ciò suo fratello Guglielmo, che era conte di tutto il Principato, ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 200, in proposito scriveva che: Ruggero inizialmente segui’ il Guiscardo nelle conquiste, fino a quando i loro rapporti non furono incrinati da interessi e gelosie. Per questo nel 1058 prestò la sua opera al fratello Guglielmo, il famigerato “Braccio di Ferro”, già padrone di vasti territori a sud di Salerno (14). Alle estreme frange meridionali del Principato la contea longobarda di Scalea costitui’ il punto logistico per le razzie di Ruggero, anche nei territori conquistati dal Guiscardo. La paurosa carestia del 1058 e l’insubordinazione dei Calabresi nei riguardi dei Normanni costrinsero il Guiscardo a chiedere l’aiuto di Ruggero. Il giovane, soddisfatto delle condizioni relative alle conquiste offerte dal fratello, dal castello di Scalea coordinò le operazioni di repressione lungo la costa.”. Qui però il Campagna confonde Guglielmo detto braccio di Ferro con il Guglielmo conte del Principato fratello di Ruggero perchè figli della stessa madre Fresenda. Il Campagna, a p. 200, nella nota (14) postillava che: “(14) Guglielmo d’Altavilla, che aveva sposato la nipote di Guaimario di Salerno, la figlia di Guido, il duca di Sorrento, avrebbe dovuto dividere i territori occupati e da occupare in tante baronie, secondo il volere del potente signore salernitano.”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a p. 69, in proposito scriveva che: “Cap. XXIV. Ruggero viene accolto affettuosamente dal fratello Guglielmo, che gli concede il castello di Scalea. Sentendo ciò suo fratello Guglielmo, che era conte di tutto il Principato, gli mandò dei messaggeri invitandolo a venire da lui: gli fece sapere che avrebbe potuto condividere con lui quello che egli aveva e gli assicurò che, eccetto la moglie e ifigli, niente egli voleva possedere che Ruggero non considerasse anche suo. Al suo arrivo costui venne accolto con il dovuto onore. Dopo essere rimasto alquanto con il fratello, infine ricevette da lui un castello in località chiamata Scalea; e quindi, facendo molte incursioni in direzione del Guiscardo, non diede tregua per tutto il territorio. Venutolo a sapere, il Guiscardo mosse l’esercito e si diresse all’assedio del castello di Scalea; devastò anche gli oliveti e vigneti, che si trovavano nei pressi della città. Guglielmo dal canto suo, …..per evitare di subire danni più gravi, e previo anche il parere dei suoi consiglieri, si allontanò da quel posto.”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: “All’inizio del sec. XI……Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni, riferendosi agli anni 1048-1049-1050 scriveva che: “Fu proprio durante questi anni di guerre e di confusione che Scalea venne occupata dai Normanni, ma non possiamo escludere che precedentemente, forse per breve tempo, fosse stata possesso del principe di Salerno. Comunque stiano le cose, nel 1057, alla morte di Umfredo, quando Roberto il Guiscardo, calpestando i diritti dei figli del defunto, assunse il titolo di conte di Puglia e di Calabria, Scalea non apparteneva direttamente a lui, ma proprio il fratello Guglielmo, conte del Principato. Ciò si desume dal fatto che, forse con l’intenzione di stringere con lui un’alleanza matrimoniale dandogli in moglie una figlia, Guglielmo cedette il castello di Scalea a Ruggiero, uno degli ultimi degli Altavilla a giungere in Italia, ma anche uno dei più capaci e valorosi, tanto che suo fratello Roberto lo aveva voluto al suo fianco nella conquista della Calabria: ma proprio nella spartizione del frutto dei saccheggi Ruggiero, sentendosi trascurato e defraudato della sua parte di bottino e di conquiste, ruppe con il fratello e si rifugiò a Scalea, cedutagli da Guglielmo. Da questa base cominciò ad insediare i possedimenti del Guiscardo, ecc..”. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo – cenni storici”, a p. 22, in proposito scriveva che: “I nuovi conquistatori arrivarono nella seconda metà dell’XI secolo: erano i Normanni capeggiati dai fratelli Altavilla. Roberto il Guiscardo e Ruggero, con le loro truppe normanne, avevano da tempo iniziato l’invasione della Calabria. Mentre continuava sistematica e progressiva la conquista della regione, improvvisamente i due fratelli litigarono e si divisero. Roberto andò verso il sud della Calabria, Ruggero si rifugiò a Scalea, già conquistata e donatagli, da suo fratello Guglielmo ‘braccio di Ferro’. Come primo atto di governo a Scalea Ruggero fece abbattere, in cima al paese, la rocca longobarda e nello stesso tempo fece costruire un castello. Fece inoltre rinforzare le mura di difesa e le porte di entrata al paese: a nord la porta Marina e a sud quella ponte. Il castello, costruito rapidamente secondo la tecnica e le esigenze del tempo , comprendeva due torrioni a pianta rettangolare e tre torri d’angolo a pianta cilindrica, oltre al palazzo. Per tutta l’epoca Normanna rappresentò la più importante fortezza militare del golfo di Policastro ed una delle più importanti della Calabria. Ruggero fece di Scalea una fortezza inespugnabile, a cui faceva capo anche la sua flotta, e la base di partenza delle sue azioni per la conquista della Sicilia.”. Anche Carmine Manco scrive che Scalea fu donata a Ruggero I d’Altavilla da Guglielmo detto braccio di Ferro confondendolo col fratello Guglielmo, conte del Principato, figlio della stesa madre Fresenda. Da Wikipedia leggiamo che Guglielmo d’Altavilla, detto ‘braccio di Ferro’, nel 1055, si distinse nella presa del castello di San Nicandro e di altre piazzeforti. Con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Interessante è la notizia riportata da Orazio Campagna (….), nel suo “La “Regione Mercuriense” etc…”, a p. 115 parlando di Grisolia scriveva che: “E’ lecito presupporre che il ………………, per sfuggire le incursioni normanne, sappiamo che Ruggero d’Altavilla usò come base operativa il castello di Scalea per la conquista dei casali della costa, abbia abbandonato la grancia di S. Nicola e S. Angelo (11), in posizione vulnerabile, e si sia rifugiato alla “Cupa”, ecc…”. Il Campagna, a p. 115, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Successivamente la grancia dipese dal monastero basiliano di S. Giovanni a piro, in P.M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Sempre il Campagna, a p. 130 riferendosi alle istituzioni monastiche sorte nell’area del “Mercurion” e sulla costa calabra, riferendosi a Majerà scriveva che: “La gente vi trovò protezione e sicurezza, soprattutto dopo la battaglia di Civitate (giugno 1053), e dopo lo scisma della Chiesa d’Oriente (16 luglio 1054), avvenimenti che diedero la sostituzione violenta del potere bizantino col normanno, mentre il rito latino veniva imposto alle abbazie ortodosse. Le più riottose, sottoposte ad azioni belliche del Guiscardo, da S. Marco, e di Ruggero, da Scalea, scomparvero.”. Orazio Campagna, a p. 169 scriveva pure che: “ora territorio di Diamante, ove i Basiliani, nonostante reiterate incursioni saracene, sarebbero rimasti fino al 1059, quando, dopo il concilio di Melfi, fu impresa vana resistere alle razzie del Guiscardo da S. Marco Argentano, alla sanguinosa guerriglia di Ruggero I da Scalea (210).”. Il Campagna, a p. 169, nella nota (210) postillava che: “(210) J.J. Norwich, I Normanni nel Sud (1016-1130), Ed. Mursia, 1974, pag. 92 e sgg. Scalea pag. 135 e sgg.”. Guglielmo Colombaro (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che:  “……gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Ecc…”. Dunque, il Colombaro scriveva che ad un certo punto la situazione economica in Calabria era diventata insostenibile che la povera popolazione si ribellò a Ruggero I d’Altavilla.  Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e Basilicata”, vol. II, a pp. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando i due primi fratelli di Altavilla signoreggiavano e distendevano da Melfi i dominii per le terre di Apulia e Basilicata, Roberto e Ruggiero ultimi venuti erano a far bottino per le Calabrie, sequestrando uomini ed armenti, rubacchiando mercanti in viaggio, sorprendendo terre e castella. Roberto signoreggiava o taglieggiava per la Calabria che diremo cosentina; Ruggiero su quel di Reggio. Gara di ambizione o divisione non ecqua di bottino metteva mal animo tra i due fratelli, che erano in lotte frequenti. Quando Roberto ne venne a Melfi, quarto Conte di Puglia, Ruggiero mal disposto contro di lui, entra nel paese di Calabria che il fratello diceva suo, e prende Scalea sul Tirreno: anzi avanza tanto per la regione basilicatese che viene a mettere a saccomanno ed incendii le campagne stesse di Melfi.”. Su Scalea al tempo di Ruggero I d’Altavilla, il conte Ruggero, ha scritto pure Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia meridionale”, a p. 270, dove in proposito scriveva che: “Ad ogni modo, se l’ambizione del conte Ruggero non eguaglia la cupidigia smisurata di Roberto il Guiscardo, che spesso suol essere “in omnibus praesumptuosissimus et magnarum rerum audacissimus attentator”, talvolta essa lo costringe – e specialmente nei tempi della grama giovinezza – ad azioni, che gli fanno poco onore. Eppure il Malaterra ne racconta qualcuna. Per esempio, ci parla della vita brigantesca, che il conte condusse a Scalea, in Calabria; dei cavalli, che quivi rubò in una vicina scuderia; dei mercanti amalfitani spogliati a tradimento di tutte le mercanzie e dei denari che portavano con loro (140).”. Il Pontieri, a p. 270, nella nota (140) postillava: “(140) Idem, I, 25-26, p. 20-21: nella stessa Scalea Ruggero “plurimum penuriarum passus est, sed latrocinio armigerum suorum in multis sustentabatur”.”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Ad ogni modo, agli inizi del 1058, incollerito, Ruggero abbandonò il fratello Roberto. Uno dei vantaggi che gli derivava dall’essere giunto così in ritardo in Italia era che si trovavano ora saldamente stabiliti molti suoi fratelli, ed egli poteva rivolgersi ora all’uno ora all’altro; accettò pertanto l’invito di Guglielmo conte del Principato che, a soli quattro anni dal suo giungere in Italia, si era reso padrone di quasi tutto il territorio di Salerno a sud della città e che offriva a Ruggero di condividere con lui tutto ciò che possedeva in misura uguale “ad eccezione” come Malaterra ha cura di precisare “della moglie e dei figli”. Fu così che di li a poco Ruggero si trovò installato in un castello sul mare a Scalea, posizione strategica di prim’ordine della quale effettuare lucrose incursioni, specie per razziare cavalli e fare scorrerie nei territori appartenenti al Guiscardo. Ma questo giovane era destinato a ben altro che una vita di brigantaggio e ripercorrendo all’indietro la storia ci accorgiamo che il momento decisivo per lui, dopo il suo arrivo in Italia, fu l’anno 1058, quando una terribile carestia colpì tutta la Calabria. I normanni stessi furono causa di tanto disastro; la terribile tattica, da loro impiegata, della terra bruciata fece sì che per sterminare zone non vi fosse più né un albero d’ulivo né un campo da coltivare.”. Norwich, a p. 134, nella nota (5) postillava che: “(5) Ruggero viene alle volte soprannominato Bosso; ma questo nome non viene usato di frequente, non è necessario né melodico, quindi può essere ignorato. Tende pure a confonderlo con il nipote: Ruggero Borsa, di cui faremo conoscenza più in là”.

Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 38 e ssg., in proposito scriveva che: “Ruggero porta a termine l’incarico ricevuto e rientra con un bottino abbondante, con il quale tutto l’esercito può trovare ristoro e recuperare le forze. Quando, però, chiede al fratello il denaro con cui pagare i soldati, costui, forse per gelosia per i suoi successi, gli oppone un rifiuto; allora ritorna in Puglia, dove riceve aiuto da un altro fratello, Guglielmo, che lo pone a capo della città di Scalea, da dove inizia a saccheggiare i possedimenti del Guiscardo. Nello stesso periodo continua, però, a comportarsi anche da predone: assalta dei ricchi mercanti amalfitani e con il bottino ricavato arma nuovi soldati e continua le incursioni contro le terre del fratello.”. Qui però il Credidio commette un grave errore scrivendo che Ruggero “ritorna in Puglia, dove riceve aiuto da un altro fratello, Guglielmo”. Guglielmo, conte del Principato, suo fratello perchè figlio di Fresenda non era in Puglia ma si trovava nei suoi possedimenti del Salernitano.

Nel 1057, Roberto il Guiscardo e la Molpa

Giuseppe Antonini (…), nel Discorso VII, a p. 367, della sua ‘La Lucania- Discorsi’, dove, parlando dell’antica città scomparsa della Molpa, scriveva che: “‘Goffredo Malaterra’, scrittore delle cose Normanniche, la chiama Melfa; e ci fa vedere, che a tempo di lui ci erano anche dè mercadanti, poichè scrive di essere stati presi alcuni da Roberto Guiscardo nel MLVII. Ecco le di lui parole: ‘At dum illos, qui praedatum miserat apud Scaleam, prestolatur, Bever quidam a Melfa veniens nuntiavit Melfitanos negotiatores a Melfa, haud procul a castro transire. Quo nudito non minimum gravisus, equum infiliens, captosque Scaleam deduxit, omniaque, quae secum habebant diripiens, ipso etiam redimere fecit’. Nè uom dica, che ‘Malaterra’ abbia inteso parlare di Melfi (2), perchè oltre essere questa Città lontana da Scalea ben quattro giornate di cammino, era poi Melfi dello stesso Guiscardo.”. L’Antonini, a p. 367, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Un poco più diffusamente di questa edificazione scrive ‘Mambrin Roseo’, nel lib. 7 della Storia del Regno; ma in nulla contraddice al Malaterra, ne diversamente avealo detto il Collenuccio sul principio de lib. 3.”. Dunque, in questa sua nota l’Antonini postillava di Mambrin Roseo, postillava del Malaterra e postillava del Collenuccio. Vediamo il primo: Mambrin Roseo. Da Wikipedia leggiamo che Mambrino Roseo (Fabriano, ca. 1500 – tra 1573 e 1580) è stato un notaio, letterato e traduttore italiano. Roseo fu notaio nella sua città e a Perugia e partecipò all’assedio di Firenze al servizio di Malatesta Baglioni. Riguardo il testo citato dall’Antonini, io credo che egli, nel 1745, si riferisca al testo “Del Compendio dell’Istoria del Regno di Napoli aggiunto da Mambrino Roseo da Fabriano libro settimo”, che troviamo a p. 402 e ssg. nel testo di Pandolfo Collenuccio (….), nel suo “Raccolta de piu rinomati scrittori dell’istoria generale del Regno di Napoli etc…”, pubblicato a Napoli, stamperia Gravier, nel 1770, tomo 17°, pag. 402.  L’Antonini, scrivendo di Molpa, diceva che al tempo di Goffredo Malaterra, vi erano a Molpa parecchi mercanti (mercadanti), che furono presi da Roberto il Guiscardo e portati a Scalea. Su Scalea al tempo di Ruggero I d’Altavilla, il conte Ruggero, ha scritto pure Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia meridionale”, a p. 270, dove riferendosi al Malaterra, in proposito scriveva che: Eppure il Malaterra ne racconta qualcuna. Per esempio, ci parla della vita brigantesca, che il conte condusse a Scalea, in Calabria; dei cavalli, che quivi rubò in una vicina scuderia; dei mercanti amalfitani spogliati a tradimento di tutte le mercanzie e dei denari che portavano con loro (140).”. Il Pontieri, a p. 270, nella nota (140) postillava: “(140) Idem, I, 25-26, p. 20-21: nella stessa Scalea Ruggero “plurimum penuriarum passus est, sed latrocinio armigerum suorum in multis sustentabatur”.”. Antonini (…), riporta la frase del cronista dell’epoca Normanna Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, che, secondo il Lo Curto (…), racconta l’episodio in cui si cita Molpa Scalea. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a p. 71, in proposito scriveva che: “Libro I, Cap. XXVI. Mentre egli aspettava a Scalea i soldati che aveva mandato al saccheggio, un tale Bervenis, giunto da Melfi, gli fece sapere che mercanti della zona, carichi di beni di valore, stavano passando non lontano dal castello per ritornare a Melfi da cui erano partiti. Saputo ciò, Ruggero con grande gioia balzò a cavallo e, affiancato da Gesualdo e Carbonaria (30), con soli tredici soldati andò incontro ai mercanti. Catturatili, li trascinò a Scalea; dopo averli depredati di tutto quello che avevano, pretese anche il loro riscatto. Migliorata la sua posizione con questo denaro, ecc…”. Vito Lo Curto (….), a p. 71, nella nota (30) postillava che: “(30) Presumibilmente due soldati di fiducia di Ruggero”. Secondo l’Antonini, il Malaterra scriveva che: “At dum illos, qui praedatum miserat apud Scaleam, prestolatur, Bever quidam a Melfa veniens nuntiavit Melfitanos negotiatores a Melfa, haud procul a castro transire. Quo nudito non minimum gravisus, equum infiliens, captosque Scaleam deduxit, omniaque, quae secum habebant diripiens, ipso etiam redimere fecit” che tradotto significa che:  “Ma mentre aspettava coloro che avevano inviato le spoglie a Scalea, un tale Bever, proveniente da Melfa, disse ai Melfi che i mercanti di Melfa passavano non lontano dal castello. Quando è stato smascherato, non era il meno serio.”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a p. 135, in proposito scriveva che: Questo periodo deve aver fruttato bene a Ruggero. Malaterra narra come una volta, con un sol colpo – era in agguato di un gruppo di mercanti che tornavano ad Amalfi – si assicurò un così ricco bottino sia in beni che in denaro di riscatto, che poté assoldare altri cento uomini per ingrossare le file del suo esercito.”.

Nel 1058, Guimondo de Mulsi, Guglielmo (I) d’Altavilla e la CONTEA DEL PRINCIPATO e l’usurpazione di beni della Chiesa Salernitana

Da Wikipedia leggiamo che Turgisio di Sanseverino per il suo valore in battaglia, nel 1061 fu investito da Roberto il Guiscardo della contea di Rota, un centro popoloso già appartenuto alla famiglia dei Principi longobardi di Salerno. Turgisio usurpò altre terre e casali al principe longobardo Gisulfo ed a chiese ed abbazie. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a pp. 83-84, continuando il suo racconto scriveva che: Guimondo de Mulsi. Quest’ultimo era stato certamente milite di Guglielmo del Principato dal quale aveva ottenuto quel feudo nella Valle di S. Severino confinante con una contea liminare della Calabria, quella di Policastro residenza del prode Guido, fratello del principe Gisulfo. E appunto per una lite di confini, come vedremo, il conte di Policastro venne assassinato.”. Ebner, a p. 84, nella nota (17) postillava che:  “(17) Rainolfo Trincarote, nipote di Rainulfo I di Aversa (Amato, II, 34) e Ugo Fallacia capeggiarono, dopo il 1046, il partito normanno dissidente da Guaimario, v. in Amato cit., p. 99.”. Su Guimondo de Mulsi, Ebner, nella nota (16) postillava che:  “(16)…..Del Riccardo, figlio di Guglielmo I, da cui Ruggero principe di Antiochia, di cui nel ‘Dizionario Enciclopedico (I, Roma, 1955, p. 318) non sono notizie nei documenti esaminati. Il B 31 (ABC) e il B 30, ottobre dello stesso anno (v. pure C 20) erano ignoti allo Schipa (anche i diplomi anzidetti) se supponeva soltanto che il Guimondo di Amato (XIII, 12) potesse essere il Girmondo usurpatore pentito, con Guglielmo di Principato, dei beni della chiesa di Salerno. Anche il De Bartolomeis (in Amato cit., p. 352, no. 3) era certo dell’esistenza di altre notizie su Guimondo (Gismondo) dei Mulsi. Ecc…”. Michelangelo Schipa (….), nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 232, riferendosi all’episodio dell’uccisione di Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, nell’anno 1075: “Era insorta lite tra il Guido e un Guimondo, che possedeva, in comune con lui, la valle di S. Severino, e ch’era, forse, quello stesso Guimondo dei Mulsi, usurpatore pentito dè beni dell’Arcivescovo Salernitano; ecc…(38).”. Schipa (…), a p. 236, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino scriveva pure di Guimondo de Mulsi. Dunque, Guimondo de Mulsi, era usurpatore pentito dei beni della Chiesa Salernitana. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Per il possesso della strategica fortezza e per ragioni di gelosie e di confini, si accese una lite sanguinosa tra il conte Guido di Policastro, cavaliere senza macchia e senza paura, figlio del principe longobardo di Salerno Guaimario IV, e l’irruento Guimondo dè Mulsi, principe normanno. Guimondo era proprietario del feudo di San Severino, avendone ricevuto in dono dal principe normanno Guglielmo d’Altavilla, quale premio per la sua fedeltà e servigi.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 122, in proposito scriveva che: “Gregorio contro il Normanno potè solo rinnovare la scomunica nel febbraio del 1075…….Guimondo dei Mulsi, Guido, fratello di Gisulfo, ecc….Guimondo, già usurpatore dei beni dell’arcivescovo Alfano insieme a Guglielmo d’Altavilla ed a Torgisio di Rota, era sceso a contesa con il fratello del principe di Salerno per il possesso della Valle di S. Severino sul Mingardo; “. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno- etc…”, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “Intanto Guglielmo del Principato e il suo milite Guimondo (Gismondo) dei Mulsi, come Troisio, il quale continuava ad ampliare la sua contea di Rota, tentavano di usurpare sempre più vaste terre alla Chiesa salernitana (29), ecc…”. Ebner, a p. 89, nella nota (29) postillava che: “(29) La notizia è del ‘De regno Italiae’ di C. SIGONIO (ad ann. 1067 et 1069: Concilio di Melfi): “Guilielmum Tancredi filium, quod bona ecclesiae Salernitanae per vim teneret comunione removit”; Concilio di Salerno: “Guilielmus Tancredi filius bona quae possidebat Ecclesiae reddidit”.”. Ebner, a p. 90, nella nota (20) postillava che: “(30) Alessandro II conferma ad Alfano gli antichi privilegi concessi alla Chiesa di Salerno dai precedenti pontefici. V. L. E. PENNACCHINI, Pergamene salernitane, Salerno 1941, p. 33.”. Ebner a p. 89, nella nota (29) postillava pure che: “(29) Per le terre occupate, Schipa, Storia, p. 223. Non è da escludere che Guimondo dei Mulsi, tra le altre terre dei locali cenobi italo-greci, si fosse impadronito anche di quelle della Chiesa di Salerno esistenti a Laurito e non elencate forse per la relativa loro entità in rapporto alle altre. Delle terre di Laurito è notizia dal CDC, I, 173, anno 947 (Laurito è detto “in finibus salernitanis”, e I 445 anno 992 (Guglielmo, figlio del fu Ragiberto vende la quarta parte dei suoi beni “in loco Laurito” alla chiesa di S. Maria di Salerno di cui è abate il sacerdote Donnello per 24 tarì di oro) e I 450 anno 992 (donazione alla stessa chiesa di S. Maria di Salerno ecc…ecc…Nella bolla “Notum sit ominibus” di Alessandro II è l’elenco dei beni usurpati da Guglielmo Normanno: S. Pietro de Toro, S. Vito al Sele, chiesa di S. Michele Arcangelo, “quae sita est in cripta Montis qui dicitur aureus”, Olevano, il Lago maggiore e le cose del Tusciano, di Lama, Rivo Alto, Asa, Picentino, Giffoni, Salsanico, Forino, Anguillaro e Prato. La vastità di queste usurpazioni lascia immaginare l’estensione delle terre di chiese e cenobi locali occupate da Guglielmo de Màgnia. Va precisato che le anzidette terre di Laurito non devono essere confuse con le selve a Laurito (zona Eboli) concesse da Roberto nel 1080 alla Chiesa salernitana, di cui v. il diploma di Balducci cit., I, p. 10. Per i Concili, v. G. CRISCI e A. CAMPAGNA, Salerno Sacra, Salerno, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg.”.

Nel 1058, Gisulfo II e Guido, con l’aiuto di Roberto il Guiscardo riconquistano  alcuni territori che Guglielmo (I) d’Altavilla aveva usurpato

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 118-119, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “Dal contrasto che nacque tra i due fratelli approfittò Gisulfo, che, versando grosse somme al Guiscardo, riuscì a farselo alleato, tirando dalla sua anche Riccardo d’Aversa, che allora portava il titolo di Principe di Capua (7). Il Principe di Salerno così, assicurato dell’appoggio dei due normanni, nel 1058 mosse contro Guglielmo di Principato, riuscendo, per merito delle nuove truppe e del personale intervento di Roberto il Guiscardo, ad avere successo sull’usurpatore, che fu costretto a restituirgli molte terre.”. Il Cantalupo, a p. 119, nella nota (1) postillava che: “(1) V. n. 1, p. 75”. Il Canttalupo, a p. 75, nella nota (1) postillava che: “(1) Il termine BRITIA venne così ad indicare, nell’ambito del gastaldato di Laino, tutti i territori costieri compresi fra Blanda ed i fiumi Alento e Palistro (v. p. 66 e, ivi, n. 4); i territori, invece, a nord del Palistro e ad est dell’Alento furono aggregati al gastaldato di Salerno (v. p. 98).”. Interessante ciò che scrive il Cantalupo su Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, che scrive che: “Si distinse in questa impresa, per particolare valore, Guido signore di Policastro, che battendosi come un leone potè riconquistare gran parte della regione Bricia, specie le aree costiere fino all’Alento (1) come ricorda nei suoi versi l’arcivescovo Alfano I “Sunt in Lucania portus regione Velini, etc… (2)”. Il Cantalupo, a p. 119, nella nota (2) postillava che: “(2) Alfano I, ‘Ad Guidonem….., cit. L’ode probabilmente del 1074 (v. M. Schipa, ibidem, p. 299 etc…”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia etc…’, in proposito a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascurò di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle terre conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del itato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salrnitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido alle usurpazioni della “gens Gallorum”, Alfano informa che i Normanni, penetrati in Lucania, avessero raggiunto i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le Valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre nella Valle Bricia confinante con la terra Bruttia, la Calabria.”. Ebner, a p. 85, nella nota (20) postillava che: “(20) Alfano, cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastrivictor in aula”. Secondo Amato, VII, 12 Guido morì nel 1075.”. Da Wikipedia leggiamo che nel 1058 o 1059, Guglielmo (I) d’Altavilla sposò Maria, principessa longobarda, figlia di Guido (duca di Sorrento e fratello di Guaimario IV principe di Salerno); Guglielmo ereditò tutti i possedimenti di Guido nel Principato di Salerno e combatté contro il successore di Guaimario, Gisulfo II, le cui terre occupò fino a lasciare ben pochi possedimenti all’effettivo Principe di Salerno. Devo precisare però che alcune cose scritte in Wikipedia sono errate perche dopo l’assassinio di Guido, fratello di Gisulfo II, da parte di Guimondo dei Mulsi, suo fidato, Guglielmo (I) non riuscì ad ottenere la vasta contea di Policastro, che fu assegnata a Landolfo, fratello di Guido e di Gisulfo II. Guglielmo entrò quindi in conflitto anche contro il fratello Roberto, quando questi venne in aiuto di Gisulfo che gli aveva promesso in moglie sua sorella Sichelgaita di Salerno. Le relazioni tra i fratelli si appianarono poi in seguito. Ereditò inoltre la Capitanata da Malgerio, che morì tra il 1054 ed il 1060. Nel 1067 fu scomunicato al Concilio di Melfi insieme a Turgisio di Sanseverino e Guimondo de Moulins, per aver rubato le proprietà della Chiesa di Alfano I, arcivescovo di Salerno. Quello stesso anno si recò a Salerno per riconciliarsi con il Papa Alessandro II. Secondo alcune fonti morì nel 1080. Alla morte lasciò i possedimenti nel Principato di Salerno al suo figlio maggiore, di nome Roberto, mentre lasciò la Capitanata al fratellastro Goffredo (secondo Malaterra in segno di amore fraterno). Fu sepolto nella chiesa della Santissima Trinità di Venosa. Il terzogenito, Riccardo, partecipò alla prima crociata e fu, dal 1104 al 1108, reggente della contea di Edessa in terrasanta. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, riferendosi a dopo la morte di Umfredo, in proposito scriveva che: Più apertamente Guglielmo del Principato e i suoi erano assistiti da Guido di Conza, il quale, indignato per l’assenso dato dal principe alle nozze di Sighelgaita senza il suo parere, cercò di controbilanciare l’evento dando in moglie una sua figliuola al conte del Principato. Il persistere da parte di quest’ultimo nel rifiuto d’obbedienza, riaccese gli scontri tra i due Altavilla. Certamente Guglielmo avrebbe perduto l’altro territorio se Gisulfo, ritenendolo più profiquo politicamente ed economicamente, non si fosse riappacificato con il conte del Principato (26) prima di cominciare a tergiversare sull’epoca delle nozze e sulla consegna della dote della sorella.”. Ebner, a p. 87, nella sua nota (26) postillava che: “(26) Amato, IV 25: “Et Guillerme fu fait chevalier de Gisolfe; et lo prince Gisolfe lo fist son frere”.”. Piero Cantalupo (….), a p. 125 scriveva che questi possedimenti conquistati dai normanni ed erosi ai Longobardi di Gisulfo II “Esse, dopo il 1077, si estendevano tra il fiume Tusciano ed il golfo di Policastro e confinavano con le contee di Rota, di Conza e di Marsico, ma escludevano le contrade comprese fra il Sele, Magliano e l’Alento, che erano state le ultime a venire in potere ai nuovi dominatori. Un feudo dunque, di vastissima estensione, il cui centro politico fu Eboli, e che Guglielmo d’Altavilla trasmise al figlio Roberto, il primo ad assumerne il titolo comitale: ‘Robertus….Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi (1). Ecc..”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (1) postillava che: “(1) G. Paesano, Memorie per servire alla storia della chiesa salernitana, II, 18 (a. 1090). Guglielmo d’Altavilla che sposò la figlia di Guido di Conza, portò unicamente il titolo di conte di S. Nicandro (S. Nicandro di Bari) e, sebbene ricevesse in feudo dal fratello Umfredo la contea di Principato (‘Duos itaque fratres suos comites fecit: Malgerium Capitanatae, Willelmum vero Principatu; GAUFREDI MALATERRAE, op. cit., I, 16, p. 16), non ne portò il titolo comitale, come risulta da R. GUARNA (Chronicon, cit., ad an. 1075):…..Willelmus, comes de Sancto Nicandro, pater Roberti, comitis de principatu.”. Il Cantalupo, proseguendo nelle sue note ci parla degli anni seguenti che ora non si trattano. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 200, in proposito scriveva che: Ruggero inizialmente segui’ il Guiscardo nelle conquiste, fino a quando i loro rapporti non furono incrinati da interessi e gelosie. Per questo nel 1058 prestò la sua opera al fratello Guglielmo, il famigerato “Braccio di Ferro”, già padrone di vasti territori a sud di Salerno (14).”. Qui però il Campagna confonde Guglielmo detto braccio di Ferro con il Guglielmo conte del Principato fratello di Ruggero perchè figli della stessa madre Fresenda. Il Campagna, a p. 200, nella nota (14) postillava che: “(14) Guglielmo d’Altavilla, che aveva sposato la nipote di Guaimario di Salerno, la figlia di Guido, il duca di Sorrento, avrebbe dovuto dividere i territori occupati e da occupare in tante baronie, secondo il volere del potente signore salernitano.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a pp. 83-84, continuando il suo racconto scriveva che: Informano documenti sicuri, e cioè le pergamene di Cava, che anche la pianura ebolitana doveva essere compresa nella contea di Principato. Gli eredi di Guglielmo appunto dal castello di Eboli datarono alcuni diplomi che si enumerano in nota (16), dove è chiara notizia dell’estensione dei domini direttamente dipendenti da essi verso la metà del XII secolo: dal Tusciano all’oltre Sele, da Eboli al mare; senza enumerare quelli dipendenti direttamente dal castello di Sicignano, dove Guglielmo aveva posto la Curia.”. Ebner, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ABC, E 5 (a. 1107), E 47 (a. 1116), F 44 (a. 1128), G. 6 (a. 1131), G 7 (a. 1131), G 10 (a. 1134), G 16 (a. 1135), G 25 (a. 1137), G 26 (a. 1137) e L 38 (a. 1195). Da questi la seguente genealogia: Guglielmo, primo conte del Principato, sposa (Amato, III, 22) la figiuola di Guido, conte di Conza e fratello di Guaimario V. Dal primo Guglielmo, Roberto e poi Guglielmo (conte del Principato: diplomi 1107-1128 anche per il padre e il nonno) e perciò il II.”.

Nel 1058, la terribile carestia che arrivò in Calabria

John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a p. 135, in proposito scriveva che: Ma questo giovane era destinato a ben altro che una vita di brigantaggio e ripercorrendo all’indietro la storia ci accorgiamo che il momento decisivo per lui, dopo il suo arrivo in Italia, fu l’anno 1058, quando una terribile carestia colpì tutta la Calabria. I normanni stessi furono causa di tanto disastro; la terribile tattica, da loro impiegata, della terra bruciata fece sì che per sterminare zone non vi fosse più né un albero d’ulivo né un campo da coltivare.”. Julius Gay (…), nel suo ultimo capitolo V, avendo egli scritto nel 1917, pur non conoscendo le antiche pergamene greche dell’Archivio Aldobrandini (…), scoperte e pubblicate da Pratesi (…), nel 1958, scriveva che intorno all’anno 1058, nella Calabria conquistata dal Guiscardo “E’ per la Calabria, un’epoca di miseria e d’anarchia, che ricorda i tempi delle invasioni saracene. Nel 1058 una terribile carestia, causata da eccezionale siccità, dalle devastazioni dei Normanni e dall’abbandono delle terre, desola il paese.”. La notizia viene dal cronista Goffredo Malaterra. Infatti, Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a p. 73 (Libro I), in proposito scriveva che: “Cap. XXVII. In Calabria scoppia una terribile carestia. Nell’anno 1058 una grandissima rovina, e più precisamente, come si deve credere, il flagello dell’ira di Dio scagliato dal cielo a punizione dei peccati, devastò tutto il territorio della Calabria nello spazio di tre mesi, e cioè marzo, aprile e maggio…..Da una parte infatti infieriva la spada dei Normanni, a cui pochi riuscivano a sfuggire; dall’altra la fame, esauritesi le forze degli individui, infuriava prostandone i corpi; e infine un terzo disastro, ecc…”. Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), e scrive: “Il monastero di San Nicola di Donnoso, annota Russo, «registrò un progressivo incremento dei propri beni fondiari, al punto da non risentire degli effetti delle depredazioni normanne, né della grande carestia del 1058. È questo un aspetto di non secondaria importanza che rafforza maggiormente la convinzione della potenza, anche economica, del monastero di San Nicola di Donnoso e della brama di venirne in possesso da parte dei Normanni e delle organizzazioni religiose latine. Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Con tutta probabilità è questo il motivo per cui, intorno al 1065, S. Nicola di Donnoso venne concesso dai principi normanni all’abbazia benedettina di Santa Maria della Matina». Impressionante, a questo proposito, la testimonianza del cronista normanno Goffredo Malaterra relativa proprio alla carestia del 1058, che Russo riporta in nota a pagina 23: «Un triplice flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile, maggio: il primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno; il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divora i corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno fuggire indenne, quasi infuriare d’incendio in un campo di steli disseccati». Dunque, il Colombaro ci parla della grande carestia che colpì la Calabria Bizantina in quegli anni e del racconto stesso del Malaterra.

Tra il 1059 ed il 1061, Roberto il Guiscardo conquistò la Calabria bizantina

Da Wikipidia leggiamo che nei vent’anni successivi fu impegnato in una formidabile serie di conquiste e annessioni nel Sud Italia e in particolare in Calabria, per poi passare a guadagnarsi il dominio sulle terre siciliane, assieme al fratello Ruggero I. La prima campagna d’espansione di Roberto il Guiscardo era cominciata poco prima, nel giugno del 1059, in coincidenza con l’apertura dei lavori del Concilio di Melfi. Roberto si pose a capo di un esercito e marciò sulla Calabria, compiendo così il primo tentativo di sottomissione di quella provincia, ancora saldamente in mano bizantina, dai tempi della campagna di Guglielmo Braccio di Ferro e Guaimario IV di Salerno. Recatosi a Melfi per ricevere l’investitura ducale del Mezzogiorno, fece rapidamente ritorno in Calabria, dove le sue armate tenevano sotto assedio Cariati. Al suo arrivo la città si arrese e prima dell’inverno anche Rossano e Gerace caddero nelle sue mani. Quando ormai ai Bizantini non restava che la sola Reggio, Roberto tornò in Puglia, dove cercò di rimuovere le guarnigioni greche dai castelli di Taranto e Brindisi (1060). Roberto il Guiscardo e Ruggero I di Sicilia. Tornato di nuovo in Calabria, si riunì al fratello Ruggero e si lanciò alla conquista di Reggio, caduta dopo un lungo e difficoltoso assedio al quale seguì la presa di Scilla, una cittadella fortificata in cui avevano trovato rifugio le guarnigioni reggine. A questo punto la strada verso la Sicilia era ormai spianata. Il primo attacco all’isola fu sferrato a Messina, contro la quale il Guiscardo inviò inizialmente un piccolo contingente, subito respinto dalle difese saracene. Non disponendo ancora di un esercito d’invasione adatto all’impresa, Roberto decise di prepararsi al rientro in Puglia, messa sotto attacco da un nuovo contingente bizantino inviato dall’imperatore Costantino X. Nel gennaio del 1061 la stessa Melfi fu cinta d’assedio e Roberto in persona fu richiamato in patria. L’imponenza della sua macchina bellica mise in fuga i bizantini e già nel maggio di quell’anno la regione fu sottomessa. L’invasione della Sicilia ebbe inizio nel 1061 con la presa di Messina, espugnata con relativa facilità dalle forze congiunte di Roberto e Ruggero. Gli uomini del Guiscardo si appostarono nottetempo nei pressi delle guarnigioni e sorpresero le guardie saracene allo spuntare del mattino: quando le sue truppe raggiunsero la città, la trovarono già abbandonata. Roberto pose lì il suo quartier generale e provvide ad innalzare nuove fortificazioni, mentre stringeva un’inedita alleanza con l’emiro musulmano di Siracusa Ibn al-Thumna, rivale dell’emiro di Castrogiovanni, Ibn al-Hawwās. La notizia secondo cui, alcuni paesi, nell’anno 1065, sono sorti in epoca Normanna, a seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, in proposito scriveva che: Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc…”. Orazio Campagna (….), nel suo “La “Regione mercuriense” etc….”, a p. 91, in proposito scriveva che: “Nel 1060 l’intera Calabria non era più sotto il dominio bizantino. Con l’avvenuta occupazione di Ruggero e di Roberto il Guiscardo, continuò, lenta, ma inesorabile, anche la latinizzazione di gran parte dei monasteri basiliani.”.

Nel 1059, il Ducato di Puglia e di Calabria di Roberto il Guiscardo

Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III riferendosi a Roberto il Guiscardo dopo la morte del fratellastro Umfredo, duca di Puglia, nel 1057, in proposito scriveva che: …..si fece acclamare “conte dei Normanni” facendo poi della contea di Puglia un ducato nel 1059: “germe di discordia che minacciava mutarsi in guerra civile”, commenta M. Schipa. Ecc…”. Il Ducato di Puglia è una signoria normanna affidata per la prima volta al cavaliere Roberto il Guiscardo della famiglia Altavilla e costituita come entità territoriale come conte di Puglia, nella quale i normanni amministrano giustizia e battono moneta per privilegio pontificio nel 1059 nei territori corrispondenti alle attuali regioni Puglia, Basilicata e parte orientale e meridionale della Campania (dunque il basso Cilento). Il titolo di Duca di Puglia fu spesso unito a quello di Duca di Calabria e come tale rimase fino a quando i due ducati furono uniti alla Contea di Sicilia con Ruggero II per formare il Regno di Sicilia. Nell’estate dell’anno 1059 la Contea di Puglia si trasforma in Ducato come entità territoriale ben definita. Durante il primo concilio di Melfi, infatti, il pontefice Niccolò II, fermo restando la capitale a Melfi, nomina Roberto il Guiscardo Duca di Puglia e Calabria mediante accordi presi con il Trattato di Melfi e perfezionati con il Concordato di Melfi.

Nel 1059-60, Roberto il Giuscardo distrusse POLICASTRO e portò i prigionieri a ripopolare i paesi della Calabria

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI e, prima della caduta dell’ ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. La notizia tratta dal Laudisio che alcuni paesi, sono sorti all’epoca del primo Roberto il Guiscardo che, nel 1059-60 ordinò che le famiglie scampate alla sua furia distruttrice di alcuni centri della Calabria inferiore. Da Wikipidia leggiamo che il normanno Roberto il Guiscardo, nel 1056, compì una spedizione contro il longobardo Gisulfo II di Salerno, poi conquistò Cosenza e una parte della Calabria. Raggiunse, quindi, a Melfi il fratellastro Umfredo, che era in fin di vita. Nella nostra bibliografia antiquaria però è riferita la notizia di una distruzione di Policastro da parte del Guiscardo intorno all’anno 1065 e non del 1056. ll cap. XXXVIII del libro II del cronista Goffredo Malaterra (….), ci parla dell’assedio di Rogerto il Guiscardo che, nell’anno 1065 assediò Policastro e subito dopo la località detta Aiello. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a pp. 157-158 (Libro II), in proposito scriveva che: “Cap. XXXVIII. Roberto il Guiscardo assedia Aiello. Nell’anno dell’incarnazione del Signore 1065 il Guiscardo, distrutto il castello di Policastro, ne condusse tutti gli abitanti a Nicotera, che aveva fondato quell’anno, e qui li fece risiedere. Prima di dirigersi a Palermo, e di fissare gli accampamenti lì vicino sul “monte delle tarantole”, Roberto assieme a Ruggero aveva espugnato e costretto sotto il suo dominio il castello di Rogel (69) nel territorio di Cosenza. Nello stesso anno, sempre in quella zona, il Guiscardo decise di attaccare un castello nella località detta Aiello e per quattro mesi vi pose l’assedio. Gli abitanti peraltro, ecc……Ruggero figlio di SCOLCANDO, trafitto da un dardo, venne sbalzato da Cavallo; anche GILBERTO suo nipote, nel tentativo di aiutarlo ….e così entrambi furono uccisi. Egli dispose quindi che i loro corpi venissero seppelliti a Sant’Eufemia (70), dove da poco era stata eretta un’abbazia in onore di Maria santa madre di Dio.: alla stessa chiesa fece anche pervenire, a suffragio delle loro anime, i cavalli ecc…Il Guiscardo….ricevette inoltre il castello, da loro sgombrato, e ne dispose a suo piacimento.”. Il Lo Curto (….), a p. 159, nella nota (69) postillava che: “(69) Forse l’attuale Rogliano, in provincia di Cosenza”. Il Lo Curto, a p. 159, nella nota (70) postillava che: “(70) L’odierna Sant’Eufemia d’Aspromonte”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, in proposito scriveva che: Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc…”. Al fenomeno migratorio di molte famiglie del golfo scampate alla furia del Guiscardo fa riferimento anche Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro dopo lo scisma del 14 luglio 1054, in proposito scriveva che: …..nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Ecc…. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Dunque, secondo Pietro Ebner e “come ricorda Goffredo Malaterra”, dopo l’anno 1054, in alcuni piccoli paesi dell’entroterra e alle pendici del Monte Bulgheria, vi erano delle “tribù slave” che, sempre secondo l’Ebner, furono assoldate “come milizie” da Roberto il Guiscardo. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Tribù slave assoldate da Roberto il Guiscardo per far cosa, non è dato sapere. Sappiamo che Roberto il Guiscardo in quegli anni conquistò gran parte dei possedimenti bizantini in Calabria ed è probabile che si servì dei Bulgari che vivevano alle pendici del monte Bulgheria. Pietro Ebner, dunque, ci parla di un fenomeno migratorio al contrario, ovvero ci parla di monaci provenienti dalle cittadelle monastiche della Calabria bizantina e sotto l’egida del Guiscardo che si recarono alle falde del “Mercurion”. La prima notizia della distruzione di Policastro da parte del Guiscardo e del trasporto dei suoi abitanti a Nicotera, in Calabria, ci viene dal barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, che, a p. 416, parlando di Policastro scriveva che: “Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV, allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi Cittadini trasportando. Goffredo Malaterra, senza dircene il motivo, così lo scrive nel lib. 2: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV (I) Policastrum destruens, incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, bospitari fecit.”. L’Antonini, a pp. 416-417 riportava il passo di Goffredo Malaterra (….). Antonini scriveva che Roberto il Guiscardo distrusse Policastro nel 1065 e trasportò i suoi abitanti a “Nicotrum”. Antonini trae la notizia dal libro 2° di Goffredo Malaterra (….), che scriveva che: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV (I) Policastrum destruens, incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, bospitari fecit.”. L’Antonini, a p. 416, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Appunto cinquant’anni prima, cioè nel 915 era stata saccheggiata la città da Saraceni d’Acropoli e da que’ di Camerota, come si ha dal citato ‘Manoscritto del Marchese di S. Gio: ove parlandosi della distruzione di Pesto nel fol. 121 si leggono le seguenti parole: ……”.Dunque, l’Antonini, riguardo la notizia del saccheggio di Policastro nel 915 dei Saraceni di Agropoli e di Camerota traeva la notizia dal manoscritto del marchese di San Giovanni (….), di cui ho già parlato in precedenza. Antonini aggiunge la notizia che le famiglie scampate alla distruzione di Policastro, dice nell’anno 1065, fosse tratta da un passo del Malaterra. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Policastro, a p. 332, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, il Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. vol. VII, pp. 226-227 parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ‘Roberto il Normanno’ la distrusse nel 1065. Scrive ‘Goffredo Malaterra (5): Anno vero Dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, hospitari fecit Ruggieri la riedificò poi, ma non saprei se egli ancora l’avesse tutta murata con un forte castello dalla parte superiore.”. Dunque, anche Lorenzo Giustiniani ricorda il passo del Malaterra e scrive che i cittadini di Policastro, nell’anno 1065 (mette anno 1065 perchè l’Ughelli aveva parlato della sua distruzione in quell’anno), furono trasportati a nicotera in Calabria. Dunque, l’Antonini riportava il passo del libro II della chronicon di Goffredo Malaterra, che era gia stato citato dal Mannelli. Il Malaterra scriveva che: “Nell’anno dell’Incarnazione di nostro Signore 1065 (I) distrusse Policastrum, vi condusse tutti gli abitanti presso Nicotrum, che fondò nello stesso anno, e li fece ricoverare.”. Dunque la notizia della distruzione di Policastro nell’anno 1065 e della traduzione a Nicotera degli abitanti superstiti di Policastro, fatti prigionieri dal Guicardo è tratta da un passo della cronaca del Malaterra. La notizia secondo cui, alcuni paesi, nell’anno 1065, sono sorti in epoca Normanna, a seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto, proveniva dal cronista dell’epoca Goffredo Malaterra (….).  Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (19) postillava che: “(19) I. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin depuis l’evenement de Basile I iusq’à la prise de Bari, par le Normands (867-1071), Firenze, 1917, p. 491..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli ecc…’, nel suo vol. II, a p. 332 parlando di Policastro e riferendosi e citando il “manoscritto del marchese di S. Giovanni” (….), in proposito scriveva che: “…,ricorda quella della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera) scrive il Gay (19).. Ebner, nella sua nota (19) postillando fornisce due notizie. La prima è tratta dal manoscritto del marchese di San Giovanni (…), forse il marchese di Calatrava Marcello Bonito, che riguarda la distruzione di Policastro nell’anno 915. L’altra notizia è quella che ricorda quella della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060″ , notizia tratta da Julius Gay (….), nel suo “L’ Italia meridionale e l’impero bizantino. Dall’avvento di Basilio I alla resa di Bari ai Normanni (867-1071)”, sosteneva che Roberto il Guiscardo, attaccando e distruggendo Policastro nel 1059-1060 trasportò gli abitanti a Nicotera”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (19) postillava che: “(19) I. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin depuis l’evenement de Basile I iusq’à la prise de Bari, par le Normands (867-1071), Firenze, 1917, p. 491..”. Si tratta dello storico francese Guilio Gay, che nel suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, Paris, 1904, scriveva a p. 491:

Gay, p. 524

(Fig…) Gay J., edizione francese, Paris, 1904, p. 524

Il Gay, a p. 524, in proposito scriveva che: “La ville de Policastro – sur la còte de Lucanie – est detruite, et les habitants sont transportés à Nicotera. Des prisonniers siciliens viennent former la garnison de la fortesse de Scribla, l’une des premières que les Normands aient fondées dans la vallée du Crati (3).”, che tradotto significa che: “Il paese di Policastro – sulla costa lucana – viene distrutto e gli abitanti vengono trasportati a Nicotera. I prigionieri siciliani vengono a formare il presidio della fortezza di Scribla, una delle prime che i Normanni fondarono nella valle del Crati (3).”. Il Gay, a p. 524, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Gaufred. Malaterr., II, 36, 37.”. Giulio o Jules Gay (…), nel 1917, nel cap. V, a p. 386 ‘L’Italia meridionale e l’Impero Bizantino’, presentazione a cura di Antonio Ventura, sulla scorta del cronista del tempo Goffredo Malaterra (…), parlando della conquista della Calabria da parte dei due fratelli normanni Ruggero e Roberto il Guiscardo, leggiamo che: “Per affermare il suo dominio, il duca di Calabria costituisce qua e là delle colonie militari; usando gli stessi procedimenti dei generali bizantini nelle loro campagne in Asia, trasferisce da un punto all’altro centinaia di prigionieri, e qualche volta la popolazione intera di una città ridotta in cenere. La città di Policastro sulla costa lucana è distrutta, e gli abitanti sono trasportati a Nicotera. Dei prigionieri siciliani vengono a formare la guarnigione di Scribla, una delle prime che i Normanni abbiano fondato nella Valle del Crati (16).”. Julius Gay (…), nella sua nota (16), postillava che la notizia era tratta da: “(3) Goffredo Malaterra, II, 36, 37.”. Dunque, il Gay, per questa notizia su Policastro, la sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo e la notizia che gli abitanti vennero trasportati a Nicotera in Calabria, fa riferimento alla cronaca medioevale di Goffredo Malaterra. Come vedremo innanzi, anche il monaco agostiniano Luca Mannelli trae le sue notizie su Policastro dalla cronaca di Goffredo Malaterra (….). Lo cita Pietro Ebner, nella sua nota (9), vol. II a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Infatti, il cronista dell’epoca Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, scriveva che: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.” che tradotto significa: “Nell’anno dell’Incarnazione di Nostro Signore 1065, distrusse Policastro e fece alloggiare tutti gli abitanti a Nicotera, che fondò nello stesso anno prima del….”. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. Il cronista dell’epoca Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, nel suo Libro II, parla e ci racconta di Policastro , Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un castello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Il monaco benedettino, Goffredo Malaterra, nel XI secolo, scrisse il suo regesto ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’ e, secondo la traduzione curata da Vito Lo Curto (…), nel suo capitolo dedicato a “Roberto il Guiscardo assedia Aiello”, scriveva: Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit”, che tradotto significa: “Nell’anno dell’incarnazione del Signore 1065 il Guiscardo, distrutto il castello di Policastro, ne condusse tutti gli abitanti a Nicotera, che aveva fondato quell’anno, e quì li fece risiedere. Prima di dirigersi a Palermo, ecc…”. Il Lo Curto (…), a p. 157, nella sua traduzione del Malaterra (…), scriveva in proposito che: “Nell’anno dell’incarnazione del Signore 1065 il Guiscardo, distrutto il castello di Policastro, ne condusse tutti gli abitanti a Nicotera, che aveva fondato quell’anno, e qui li fece risiedere.”. Dunque, il Malaterra (…), parlava di una distruzione di Policasto nell’anno ‘MLXV’ (a. 1065), come pure l’Ughelli (…), mentre il Gay (…), riferisce ad una prima distruzione di Policastro, nell’anno 1059-60 (almeno così scriveva l’Ebner): La città di Policastro sulla costa lucana è distrutta, e gli abitanti sono trasportati a Nicotera.” La notizia di una prima devastazione di Policastro ci viene anche da Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel 1700, nel suo “Trattato historico-legale etc….”, che però ci parla dell’anno 1065, e non dell’anno 1055. Infatti, il Di Luccia (….), a p. 8, in proposito scriveva che: “Hebbe questa Città diverse sciagure, mentre dell’anno 1065. fù distrutta da Roberto il Giuscardo acciò li suoi habitatori fossero andati ad habitare nella Terra di Nicotro fondata da esso nel medesimo anno, ecc…”.

Di Luccia, p. 8

Dunque, anche Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel 1700, riportava la notizia della distruzione di Policastro da parte del Guiscardo e, sebbene volesse che ciò fosse accaduto nell’anno 1065, egli scriveva anche l’altra notizia che “acciò li suoi habitatori fossero andati ad habitare nella Terra di Nicotro fondata da esso nel medesimo anno”. Il Di Luccia voleva che gli abitanti di Policastro, dopo la distruzione di Policastro da parte del Guiscardo andarono a ripopolare il centro calabrese fondato dal Guiscardo. Il Di Luccia lo chiama “Nicotro”. Dunque, il Di Luccia confermava il fenomeno del movimento migratorio che dai piccoli centri della Lucania molte famiglie venivano tradotte con la forza nei piccoli paesi della Calabria, come quello di Nicotera che, secondo il Di Luccia era stato fondato dallo stesso Roberto il Guiscardo. Proprio l’esatto contrario del racconto che fece il Laudisio (…) e, prima di lui il Barrio (…). Il racconto del Malaterra (…), è affidabile in quanto egli fu diretto testimone di alcuni fatti narrati. La notizia, verrà poi citata dal Di Luccia (…), forse sulla scorta della ‘Sicilia Sacra’ del Pirro (…) affermava che ” Policastro, nell’anno 1065, fu distrutta da Roberto il Guiscardo acciò li suoi abitanti fossero andati ad abitare nella Terra di Nicotro, fondata da esso nel medesimo anno e riedificata poi in tempo di Re Ruggero ecc…”. Forse si trattava del paese di Nicastro in Calabria che, il Malaterra chiama ‘Nicotrum’, e che il Roberto il Guiscardo, nel 1065 aveva punito i suoi abitanti, ma la notizia riportata dal Laudisio (…) è esattamente opposta a quella del coevo monaco benedettino Malaterra. L’episodio della distruzione di Policastro (a. 1065), ci è narrato dal Malaterra (…), nel suo libro II, e poi ripreso più tardi dall’Ughelli (…) e citato nel manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli (…), ovvero la sua “Lucania sconosciuta”. Per il Manoscritto del Mannelli, si veda pure: Rocco Gaetani (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (…), nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra. Rocco Gaetani (…), nel suo: ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli ecc..’, sulla scorta del Mannelli (…), riguardo la notizia della distruzione di Policastro da parte dei Normanni (tratta dal Malaterra (…) “Libro II, cap. 37″), la confuta e dice che non doveva riferirsi a Policastro il Malaterra quando riportava la notizia che il Guiscardo faceva ripopolare ‘Nicotrum’Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, a pp. 23-24 riportando il testo del Mannelli, in proposito scriveva che: “Scrive Goffredo malaterra, celebre scrittore de’ prime imprese de’ Normanni in questi paesi, che Ruberto Guiscardo nel 1065, dishabitasse Policastro, trasportandone i cittadini a popolare Nicotera, da lui edificata. Anno Dom. Incarnat. MLXV. Policastrum castrum dustruens incolas omnes Nicoteram, quod ipso anno fundavit, adducens, ibi hospitari fecit (1)“. Il Gaetani, a p. 24, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Malat. Libro 2, n. 37.”

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(Fig….) Luca Mannelli o Mandelli (….), la ‘Lucania sconosciuta’, ms.,

Il Mannelli però confutava la tesi secondo cui il “Policastro” ed il “Nicotera” del Malaterra si potesse riferire al nostro Policastro oggi Bussentino. Addirittura il Mannelli e pure il Gaetani, confuta la tesi della distruzione di Policastro nell’anno 1065 da parte del Guiscardo. Il Malaterra, nel suo manoscritto, ci parla di un ‘Policastri’. Il Gaetani, sempre riportando il testo del Mannelli, a p. 24 aggiungeva che: “Ma questo non parmi si possa intendere del nostro Policastro, ma d’un altro di simil nome, il quale hoggigiorno così vien detto nella Provincia di Calabria inferiore, dove ancora Nicotera è situata.”.

gaetani, p. 24

(Fig….) Gaetani Rocco, op. cit., pp. 24

Infatti, Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento” parlando di Agropoli e del Cilento, la “bricia” longobarda in quel periodo, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) C. Carucci (op. cit., p. 277) afferma erroneamente che i Normanni distrussero Policastro. La notizia, probabilmente mal desunta da un passo del MALATERRA, come già l’Antonini (op. cit., p. 416, dove è riportato il testo) è invece da riferirsi alla distruzione avvenuta nel 1065, di Policastro in provincia di Catanzaro; cfr. P. Natella/P. Peduto, Pixous-Policastro, cit., p. 512.”. Dunque, il Cantalupo, citava Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, p. 277. Dunque, il Cantalupo cita Carlo Carucci (….) e postillava che: “(2) C. Carucci (op. cit., p. 277) afferma erroneamente che i Normanni distrussero Policastro”. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 277, in proposito scriveva che: “Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto Guiscardo per le terre usurpate a chiese e ad abbazie nel principato di Salerno ed altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli per sollecitare aiuti contro i Normanni dall’imperatore bizantino (3), perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la Contea di Principato (1) ecc…”. Dunque, Carlo Carucci riportava la notizia della distruzione di Policastro ma non scriveva nulla sulla traduzione dei suoi abitanti. Il Cantalupo scriveva pure che la notizia della distruzione di Policastro, data dal Carucci era errata perchè, scrive il Cantalupo, La notizia, probabilmente mal desunta da un passo del MALATERRA, come già l’Antonini (op. cit., p. 416, dove è riportato il testo) è invece da riferirsi alla distruzione avvenuta nel 1065, di Policastro in provincia di Catanzaro; cfr. P. Natella/P. Peduto, Pixous-Policastro, cit., p. 512.”. Dunque, il Cantalupo, citando la notizia dell’Antonini e del Malaterra, si riferisce a ciò che avevano scritto i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”. Infatti, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a pp. 511-512-513, in proposito ai Normanni scrivevano che: Secondo il Mannelli, nel 1065, Roberto il Guiscardo distrusse – è la terza notizia in merito – Policastro e portò i suoi abitanti superstiti ad popolare Nicotera: la notizia però non è accettata dallo stesso Mannelli (69), giacchè le cronache si riferiscono non alla nostra città ma ad una Policastro sita nel Comune di S. Donato di Ninea in Prov. di Catanzaro.”. I due studiosi, però si riferivano all’anno 1065 e non all’anno 1059 come scriveva Ebner. Inoltre, i due studiosi ricordavano il manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli (….), scrivendo che la notizia secondo cui gli abitanti di Policastro furono portati prigionieri a Nicotera, paese della Calabria, era stata tratta dal manoscritto di Luca Mannelli. Infatti, i due studiosi, a p. 512, nella loro nota (69) postillavano che: “(69) L. Mannelli, Lucania sconosciuta, ms. cit.”. Dunque, i due studiosi Natella e Peduto ed il Cantalupo, in seguito, opinavano sulla notizia tratta dal Malaterra e riferita in seguito dall’Antonini e sul passo del Malaterra riportato pure dal monaco Agostiniano Luca Mannelli. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a p. 123, parlando di Policastro e, del terribile Roberto il Guiscardo, scriveva che: “…assalì le città marittime e, nell’anno 1055, per vendicarsi del cognato Gisulfo II, ultimo dei Principi Longobardi di Salerno, che aveva donato al fratello Guido, Policastro ed altri castelli della valle dei Sanseverino, devastò e rase al suolo il fiorente centro bussentino (57). Fu in questa triste circostanza che i policastrensi superstiti, sbandati e senza tetto, lasciarono il suolo natio e si rifugiarono, lontano dal mare, sulle alture circonvicine, dove costruirono le loro case e si stabilirino la definitiva dimora.”. Il Guzzo (…), a p. 123, nella sua nota (57), postillava che: “(57) F. Palazzo, op. cit., p. 150.”. Probabilmente Angelo Guzzo si sbagliava quando scriveva che fu nel 1055, e non nel 1065 che Roberto il Guiscardo distrusse Policastro. Infatti, Angelo Guzzo citava Ferdinando Palazzo che si rifaceva al testo di Pietro Marcellino Di Luccia (….). Ferdinando Palazzo (…), però, a p…, sulla scorta del ‘Trattato historico-legale’ di Pietro Marcellino Di Luccia (…), scriveva che: “…,seguì nell’anno 1065 la funesta devastazione di Policastro di Roberto il Guiscardo, il quale, con la ferocia di Attila, distrusse ‘ab imis’ la ridente Metropoli, lasciando senza tetto e senza pane i suoi infelici abitanti i quali furono costretti in gran parte a cercare rifugio sui monti circostanti (10).”. Il Palazzo (…), a p. 37 (v. nuova edizione), nella sua nota (10), postillava che: “(10) Di Luccia, op. cit., pag. 8.”. Dunque, il Palazzo (…), e poi pure il Cataldo (…), sulla scorta del Di Luccia (…), scrivevano che il Guiscardo aveva assalito e distrutto Policastro non nell’anno 1055, bensì nell’anno 1065. Il Laudisio (…), parlando delle invasioni longobarde, scriveva: “Fu allora che la città di Bussento cambiò nome e fu chiamata con un termine greco-latino Polycastrum, cioè insieme di molti castelli a causa dei numerosi castelli che le erano sorti attorno; oppure fu chiamata Polycastrum per l’imponente castello che la sovrasta, così che Paleocastrum, cioè antico castello, usando un termine che ha una certa analogia col termine Neocastrum (Nicastro), che significa nuovo castello.(…, p. 69). Forse esiste un’analogia con i due toponimi di ‘Paleocastrum’ e di ‘Nicastro’ o il ‘Nicotrum’ di cui parlava il Malaterra (…).

Il “Castellaro” a Capitello

Attaccato nel 1065 dal normanno Roberto il Guiscardo, il borgo di Policastro fu ulteriormente fortificato con l’innalzamento del vicino ‘Castellaro’ di Capitello (…). Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘La Lucania – discorsi’, parlando di Policastro e delle sue mura merlate, scriveva in proposito che: “Un miglio fuori le mura, verso levante, si trova un avanzo di edifizio Romano, che mostra essere stato un tempio: Oggi il luogo chiamasi Castellaro. Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV, allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi cittadini trasportando.”. Il Guzzo (….), nel suo ‘Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia’, a pp. 143-144, parlando di Capitello, accenna a questo edificio che si può intravvedere percorrendo la statale che porta a Policastro. Il Guzzo, scriveva che: “Alla sommità di una delle colline che fanno da corona al ridente centro balneare, sono i ruderi del cosiddetto “Castellaro”, un antico castello, costruito intorno al 1060, da Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo, con il concorso di Ruggero d’Apulia, figlio dello stesso Roberto (2).”. Il Guzzo, a p. 144, nella sua nota (2), postillava che: “P. Natella – P. Peduto, ‘Pixous-Policastro’, ecc.., op. cit., p. 483 e sgg.”. I due storici Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, parlando di Policastro in epoca medievale, a p. 483, ma ne parlano a p. 486, dove, parlando della posizione di Policastro, in proposito scrivono che: “In essa, presa dall’alto del castellaro di Capitello, paese poco distante (11) ci si avvede della situazione topografica del paese ecc…”. I due studiosi nella loro nota (11) postillavano che: “(11) Malgrado il toponimo, nulla ha a chè vedere con il castelliere nordico pre o protostorico. E’ un castello, in parte diruto,  risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII. E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo (Cfr. Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, ed. V. De Bartholomalis, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1935, pag. 371). Pura invenzione è quella di G. Antonini (…), pp. 415-418, che indicò il Castellaro di Capitello come una costruzione romana! Il termine ‘castellaro’, raro in Italia meridionale, è indicato in una carta topografica della fine del 1600, esistente nell’Archivio di Stato di Napoli (Sez. Piante Topogr., carte XXXII, n. 2), carta oltremodo interessante giacchè dà con esattezza i termini del Golfo di Policastro, nomi ora perduti (vedi ad esempio il ‘Promontorio S. Maurizio’, le località ‘Romani’, Bibo ad Siccam odie ruin.’.).”. I due studiosi (…) che, nel 1973 pubblicarono l’interessante saggio su Policastro, influenzarono il saggio di Tancredi (…), ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, che fu dato alle stampe nel 1978, pochi anni dopo e che in copertina pubblicava la stessa identica foto del Golfo di Policastro, pubblicata dai due studiosi nel 1973, a p. 485. Il sacerdote, a quel tempo era bibliotecario della Diocesi e fu uno dei principali collaboratori dei due studiosi Natella e Peduto (…). I due studiosi, a p. 486, parlando del Castellaro di Capitello, scrivono che esso è indicato in una carta topografica della fine del 1600, esistente nell’Archivio di Stato di Napoli (Sez. Piante Topogr., carte XXXII, n. 2), carta oltremodo interessante giacchè dà con esattezza i termini del Golfo di Policastro, nomi ora perduti (vedi ad esempio il ‘Promontorio S. Maurizio’, le località ‘Romani’, Bibo ad Siccam odie ruin.’.).”. Secondo i due studiosi, la carta è del 1600. L’immagine che mostriamo è uno stralcio della carta corografica in questione e, riguarda la carta citata dai due studiosi. Non è una carta topografica come vogliono i due studiosi e non è una carta del 1600. Nella carta inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli, tra i centri di Policastro e Capitello, troviamo segnato un toponimo “Castellaro”, con l’immagine di un piccolo casale o guppetto di edifici. Questa carta, a cui ho dedicato ivi un mio saggio, è molto più antica del 1600. I caratteri utilizzati per la scrittura “gotica minuscola” ed il tipo di impaginazione della stessa, fanno ritenere che la carta in questione fosse molto più antica. Io credo che si tratti di una carta del 1400.

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(Fig…) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…).

I due studiosi (…), parlando del castellaro di Capitello, scrivevano che: Pura invenzione è quella di G. Antonini (…), pp. 415-418, che indicò il Castellaro di Capitello come una costruzione romana!”. Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, a p. 416, parlando delle mura di Policastro, in proposito scriveva che: “Fu situata alle radici d’una collina; e le mura, che non sono così antiche, si stendono sin presso il mare da una parte, e dalla parte superiore arrivano alla collina, sopra cui è posto un Castello, che oggi tutto in ruina, non ha in piedi altro che una Torre fatta di pietra di taglio nel MCCCXCII, da Jacopo Sanseverino, figlio del Conte di Potenza, siccome dall’Iscrizione che stà sulla porta di essa.”.

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(Fig…) Castello di Policastro – antico portale

“Un miglio fuori le mura, verso levante, si trova un avanzo di edifizio Romano, che mostra essere stato un tempio: Oggi il luogo chiamasi Castellaro. Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV., allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi cittadini trasportando. Goffredo Malaterra, senza dircene il motivo, così lo scrive nel libro 2: ‘Anno vero dominicae Incarnationis MLXV, ‘Policastrum’, ecc..ecc..”I due storici Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixus-Policastro’, parlando di Policastro in epoca medievale, citando il Mannelli (…), ed il Malaterra (…), volevano che le mura di Policastro (non del ‘Castellaro’), fossero state rinforzate da Ruggero I d’Altavilla, il Gran Conte di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo che, fece in modo che dopo la morte di Roberto, il suo dominio andasse al figlio Ruggero Borsa (Guzzo lo chiama Ruggero d’Apulia). Sia il Mannelli, che il Volpe (…), ritenevano la stessa notizia degna di ogni fondamento in quanto l’Ughelli (…), nel 1659, nella sua ‘Italia Sacra’, in “de Episcopi Polycastrensi”, alla sua nota (f), riguardo la Diocesi Paleocastrense, scriveva a p. 758, che: Robertus Normandus Dux, ann. Christi 1065 eam destrux, it quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit,….”, che tradotto significa: “il duca Roberto il Normanno, che nell’anno di Cristo 1065 distrusse Policastro, che ha accompagnato il titolo di Re Rogerio magnificamente restaurato e decorato Simeone diede a suo figlio un bastardo.”. Dunque, sulla scorta di Goffredo Malaterra (…), l’Ughelli prima e poi tutti gli altri, hanno giustamente scritto che, dopo la distruzione di Policastro nel 1065, da parte di Roberto il Guiscardo, in collera con il cognato Gisulfo II, le sue mura, fossero state ristorate e rinforzate da Ruggero I d’Altavilla, dopo la morte del Guiscardo, ovvero solo dopo il 1085. Le mura e le possenti fortificazioni di Policastro, importante testa di ponte e di difesa per il Regno per gli eserciti che venivano dalle Calabrie, come del resto gli stessi castelli della Valle di S. Severino e della rocca ‘Cilento’, erano sorte e furono state costruite già da molto tempo. Noi crediamo che le mura di Policastro, fossero state poderose e possenti già dal dominio dei Principi Longobardi che, dovevano contrastare i continui attacchi dei nemici Bizantini. Così pure lo stesso “Castellaro”, doveva essere una costruzione preesistente al tempo del Guiscardo. Del resto, come abbiamo visto, il cronista dell’epoca Amato di Montecassino e gl istessi versi del poeta Alfano I, Arcivescovo di Salerno, dimostrano che Gisulfo II, creando la Contea di Policastro, nel 1055, aveva donato al fratello Guido, i castelli della Valle di S. Severino. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 24, parlando delle fortificazioni di Policastro, in proposito scriveva che: “Il castello bizantino aveva già quattro secoli di vita (59); forse era in cattivo stato e, per di più, non ispirava la fiducia del Guiscardo, attaccato com’era alla città, della quale doveva subire le sorti in caso di assedio. Perciò fu costruito, su una collina vicina, presso Capitello d’Ispani, un poderoso castello che dominava dall’alto tutta la contrada ed aveva fortificazioni che spingevano a 300 metri dall’ingresso. Le rovine erano imponenti e facilmente accessibili, hanno il nome di “Castellaro” (60).”. Il Tancredi, a p. 24, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Natella-Peduto, op. cit.,  p. 508.”. Il Tancredi, a p. 24, nella sua nota (60), postillava che: “(60) Antonini G., op. cit., P. II, Disc. X, p. 416.”. Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia’, pubblicato nel 1997, a pp. 143-144, in proposito scriveva che: “Alla sommità di una delle colline che fanno da corona al ridente centro balneare, sono i ruderi del cosiddetto ‘Castellaro’, un antico castello, costruito intorno al 1060, da Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo, con il concorso di Ruggero d’Apulia, figlio dello stesso Roberto (2).”. Il Guzzo (…), a p. 144, nella sua nota (2), postillava: “(2) Natella-Peduto, op. cit, p. 483 e sgg.”. Ma come abbiamo già visto, i due studiosi scrivevano che: “E’ un castello, in parte diruto,  risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII.”, e non dicevano affatto ciò che sostiene il Guzzo (…), ovvero che questo castello diruto fosse fatto costruire nell’anno 1060 da Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo, con il concorso di Ruggero Borsa (d’Apulia), figlio del Guiscardo.

Castello di Policastro, resti di una chiesa

(Fig…) Castello di Policastro- resti della Cappella comitale della chiesa del Castello

Nel 24 marzo 1058, la bolla di papa Stefano IX (Stefano X) e, le restaurate diocesi di Buxentum, Blanda, Marsico, Talao e Cassano Ionico

Nel 1831, mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), ristampato a cura di Gian Galeazzo Visconti, a pp. 70-71-72 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: Poi nel 1057 il pontefice Stefano X diede allo stesso Alfano, arcivescovo metropolitano, la facoltà di nominare, scegliere e consacrare dieci vescovi suffraganei, e fra questi il vescovo di Policastro (31). Ecc…”. Il Laudisio, a p. 12, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Lud. Ant. Mur., tomo I, Ant. Ital., diss. 5, col. 219 et seq.”. Dunque, il Laudisio (….), nella sua ‘Sinopsis’ citava Antonio Ludovico Muratori (…) e la sua “Antiquitates Italicae medii aevi”, tomo I, dissertazione 5, colonna 219 e seguenti. Infatti, il Muratori,

Murtori, Antiqu. , p. 219, tomo I

Biagio Moliterni (…) nel suo “Alfano, Pietro e la Diocesi di Policastro”, a pp. 5-6 riferendosi alla restaurata Diocesi di Bussento o Policastro Bussentino, in proposito scriveva che: “In quanto diocesi, essa compare per la prima volta nella bolla emanata il 24 marzo 1058 da papa Stefano IX (2), che la annoverò ta le suffraganee della metropolia di Salerno (3), mentre non figura affatto nell’analogo elenco che papa Leone IX aveva inserito nella bolla del 1051 (4). Pertanto la sua costituzione potrebbe risalire al periodo intermedio tra queste due date (5), benchè non manchi chi la ritiene già esistente in epoca anteriore (6) e chi, pur considerando suo atto fondativo la bolla papale del 1058, è del parere che la sua effettiva istituzione fosse avvenuta nel 1079. Ecc…”. Biagio Moliterni (…), a p. 5 in proposito a papa Stefano IX postillava che: “(2) Questo pontefice, eletto nel 1057 e morto nel 1058, è a volte indicato come Stefano X. La discordanza è dovuta al fatto che ad un suo predecessore, Stefano II, eletto papa nel 752 e morto prima di essere incoronato, non fu riconosciuto il titolo. Tuttavia alcuni studiosi lo considerano papa a tutti gli effetti, determinando così l’aumento della numerazione dei pontefici successivi che scelsero di chiamarsi con il suo stesso nome.”. Il Moliterni a p. 6 nella sua nota (3) postillava che: “(3) P. Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, Roma, 1982, vol. II, p. 332, nota 20, riporta uno stralcio della bolla del 1058, emanata appena nove giorni dopo la nomina di Alfano I a metropolita di Salerno, al quale il pontefice rivolse queste parole: “…..”. Infatti, Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 332-333, parlando di Policastro Bussentino, in proposito alla ricostruita Diocesi Bussentina scriveva che: “Il 22 ottobre del 1067 (20) l’arcivescovo Alfano di Salerno, con i poteri conferitigli (bolla 24 marzo 1058) da papa Stefano IX (ma X), ricostituì la diocesi di Policastro ampliandone i confini. Ecc…”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (20) postillava che: “(20) La data è anticipata da quella riferita dal Laudisio cit., p. 14, per le mie ricerche, di cui vedi in ‘Pietro da Salerno’, cit., Nella sua bolla ad Alfano del 24 marzo 1058, il papa scrive: “Ad hoc licentiam et potestatem tuae fraternitati damus cum clero et populo etc…………………”. Ebner cita mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi della Diocesi di Polcastro”.

Nella bolla del 1058 trascritta da Pietro Ebner a p. 332 vol. II, le chiese sugfraganee della sede metropolita di Salerno sono: “Pestanensi civitate, et in civitate Consana et in civitate Acheruntina et Nolana, quoque et Cosentina, nec non in Bisianum et in Malvito, et in Policastro, et in Marsico, et in Martirano, et in Cassiano ecc..”. Dunque la bolla del 1058 citava le diocesi di Paestum, Marsico, Cassano Ionico, ecc.. Il Moliterni a p. 6 nella sua nota (4) postillava che: “(4) ……

Il Moliterni a p. 6 nella sua nota (5) postillava che: “(5) ………….

Il Moliterni a p. 6 nella sua nota (6) postillava che: “(6) …………..

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “Dopo un vuoto di circa tre secoli appaiono altre notizie. Nel 1058 la sede bussentina fu aggiunta, essendo antica, alla dipendenza di Alfano, Metropolita di Salerno, con bolla di papa Stefano IX (Federico di Lorena). La sede vescovile di Salerno fu fondata nel 499 assieme a quella di Paestum; papa Benedetto VII nel 974, ad istanza del Principe Giovanni, la elevò a metropoli e vi designò l’Arcivescovo di nome Amato. Papa Giovanni XIV la confermò nel 984; papa Urbano II, con bolla del 1099, decorò l’Arcivescovo di Salerno col titolo di “Primate della Lucania”. Salerno ebbe molte diocesi suffraganee, tra cui Consa, Paestum, Bussento, Nola, Melfi, Lavello, Cava, Grumento, Marsico, ecc… Le più importanti (Consa e Amalfi) divennero arcivescovili nel 1087 e 987. – L’Arcivescovo Alfano infatti, consacrato da Stefano IX nel marzo del 1058, ecc….”. Il Cataldo, a p. 124 pubblicò la trascrizione della bolla di papa Stefano IX.

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(Fig…..) Lettera di Papa Stefano IX ad Alfano I, Arcivescovo di Salerno, tratta da un dattiloscritto inedito di Biagio Cataldo (…..), p. 124, donatoci dall’autore

Come si può vedere nel documento trascritto e tratto dal dattiloscritto del Cataldo (…), papa Stefano IX, la bolla, nel 1058 scrive all’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I per la nomina dei nuovi Vescovi e la restaurazione delle nuove sedi vescovili, tra cui quella di Policastro e di Cassano Ionico. Come si può leggere nel documento trascritto da Biagio Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, a p. 124 (vedi Fig….), con la ‘bolla’ di papa Stefano IX ad Alfano I arcivescovo di Salerno, nel 1058 lo autorizzava a restaurare le antiche sedi episcopali di Paestum, Conza, Acerenza, Nola, Cosenza, Bisignano, Melfi, Policastro, Marsico e Cassano Ionico. Con la bolla del 1058, papa Stefano IX, scrive all’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I per la nomina dei nuovi Vescovi e la restaurazione delle nuove sedi vescovili, autorizzandolo a restaurare le antiche sedi episcopali di Paestum, Conza, Acerenza, Nola, Cosenza, Bisignano, Melfi, Policastro, Marsico e Cassano Ionico. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti, l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille era retta da Guido, fratello di Gisulfo II di Salerno. Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli nicendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: ….fin dal 1052 quel territorio elevato a contea, era stato affidato a un gueriero intelligente, esperto e valoroso. E cioè a Guido fratello del principe e, diversamente da costui, benvoluto da tutti e dallo stesso arcivescovo Alfano che gli dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem’, fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica……..Nè lattenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054………nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel teritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostituzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea. Certo è che a Roma il problema era stato affrontato e discusso dopo le cerimonie della consacrazione di Alfano, se il nuovo pontefice incluse Policastro nella bolla emanata appena nove giorni dopo. E’ difficile, però, stabilire i fattori che concorsero al rinvio della nomina a presule bussentino, anche perchè non era facile la scelta dell’uomo da proporre per questa diocesi.”. Ebner, a p. 376, vol. I, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ebner, Pietro da Salerno, cit., p. 11 sgg.”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Orazio Campagna (…) nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che parlando della diocesi di Cassano, a p. 91 in proposito scriveva che: “Già nel giugno-ottobre 985, Benedetto VII, avea aggregato alla “Metropolia” di Salerno i vescovi suffraganei di Cosenza, Bisignano, Malvito (58); nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).”. Il Campagna, nella nota (59)  p. 91 postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Poi sempre il Campagna a p. 91 scriveva che: “Lo stesso Guiscardo nel sinodo riformatore di Melfi, 23 agosto 1059, prestò giuramento di fedeltà alla chiesa romana, in qualità di “duca di Puglia e di Calabria” (60). Viene, così, spiegata la sopravvivenza di molte chiesette bizantine, ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 218, parlando di Aieta, in proposito scriveva che: “Il territorio di Ajeta e di Tortora, ………In fase di latinizzazione del rito greco, Salerno era stata promossa sede metropolitana fin dal giugno-ottobre del 983 da Benedetto VII, che aveva reso suffraganee del vescovo Amato ex diocesi greche dell’Italia meridionale (95), dopo il 1067-1068, “Laeta” sarebbe stata aggregata alla Diocesi di Policastro (96).”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (93) postillava che: “(93) sull’uso del diritto misto ecc…ecc..”. Il Campagna (…) a p. 218, nella sua nota (95) postillava che: “(95) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974, pag. 46.”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (96) postillava che: “(96) Nei primi dell’inverno del 1067-1068 (non nel 1070- o 1079 come si crede) Benedetto Alfano, arcivescovo di Salerno, nominò vescovo di Policastro il benedettino cavense Pietro da Salerno ecc..”. Dunque, il Campagna, anche sulla scorta di Ebner scriveva che con la Restaurazione della Diocesi di Policastro di cui venne nominato vescovo Pietro Pappacarbone, anche Laeta figura nei toponimi elencati nella “Bolla di Alfano I”.

Nel 1061, Ruggero I d’Altavilla sposò Giuditta d’Evreux

Da Wikipedia leggiamo che Ruggero fu inizialmente vassallo del fratello Roberto, duca di Puglia e di Calabria, come conte di Calabria, e stabilì la propria corte a Mileto, in Calabria. Proprio a Mileto, nel Natale del 1061, sposò la normanna Giuditta d’Evreux, figlia del conte Guglielmo d’Évreux e di Hadvise Géré. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a pp. 169-170 e ssg., in proposito scriveva che: “Qui trascorse il Natale; e qui gli giunse notizia che la fanciulla che aveva amato in Normandia, fin dalla prima giovinezza, si trovava ora in Calabria dove lo aspettava sperando, come aveva sperato sempre, di diventare sua moglia: la sua gioia fu grande. Giuditta di Evreux era figlia di uncugino germano di Guglielmo il Conquistatore. Quando i due giovani si erano conosciuti l’idea di un possibile matrimonio tra la fanciulla così altolocata e il più giovane e il più povero degli Altavilla, famiglia relativamente oscura, era impensabile; ma da allora molte cose erano cambiate. Una violenta lite era scoppiata tra il duca Guglielmo e Roberto di Grantmesnil, fratellastro e tutore di Giuditta e abate del grande monastero normanno di St. Evroul-sur-Ouche. In seguito a tale lite Roberto era fuggito insieme a Giuditta, al fratello e alla sorella di lei e ad undici monaci rimastigli fedeli; si diresse prima a Roma dove Roberto tentò di ottenere soddisfazione dal papa, proseguendo poi per raggiungere i suoi compatrioti nel Sud. Roberto il Guiscardo aveva fatto loro buona accoglienza. Bramoso di minare l’influenza dei monasteri greci in Calabria, incoraggiava l’insediamento di monaci latini ovunque possibile e aveva immediatamente fondato, dotandola riccamente, l’abbazia di Sant’Eufemia in Calabria, dove sarebbe stato possibile perpetuare le celebri tradizioni liturgiche e musicali di St. Evreul (6). Ma anche Ruggero aveva i suoi piani.”.

Nel 1062, GUGLIELMO D’ALTAVILLA, figlio di Fresenda e Tancredi, conte del Principato e la CONTEA DI PRINCIPATO confinante con la contea di Policastro

Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “I Normanni continuarono a rosicchiare terre del Principato. Si può parlare addirittura di smembramento di questo nel 1062 (25) se, ad esempio, l’autorità del principe era riconosciuta, come indicano i documenti cavensi, solo da Tresino a Laurana, in un territorio che va da Capaccio ai confini meridionali. Assume, quindi, attendibilità la notizia del Mazziotti, p. 31, sulla cessione fatta dal conte del Principato a Giovanni di S. Paolo del castello di Agropoli, parte delle terre toccate al fratello di Gisulfo. Senza dire che in molte terre del Principato (Capaccio, Trentinara, ecc…) il riconoscimento era solo nominale perchè i cugini di Capaccio del principe mantenevano relazioni più che ottime con i locali signori normanni, come si rileva dalle dalle anzidette pergamene. Se il principe avesse posseduto anche i territori oltre l’Alento avrebbe aggiunto al profluvio di donazioni fatte all’abbazia di Cava, dietro consiglio dell’arcidiacono e amministratore della Chiesa Ildebrando di Soana, anche non pochi monasteri e loro dipendenze che erano “in finibus salernitanis”, e cioè nell’odierno basso Cilento.”. Pietro Ebner, a p. 87, nella nota (25) postillava che: “(25) Per i territori del Cilento nel periodo dipendenti da Gisulfo, v. Schipa, Storia, p. 220, no. 14.”. Ebner si riferiva al testo di Michelangelo Schipa, Storia del Principato Longobardo di Salerno, tipografia Giannini, Napoli, 1887. Infatti, lo Schipa, a p. 220 presentava il documento n. 14. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , p. 380 parlando della situazione politica nell’anno 1066, ormai mutata, con la vicina “Contea del Principato” retta da Guglielmo d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo e donatagli da Umfredo, l’imminente caduta del principe Gisulfo II, riferendosi al conte Guido di Policastro, in proposito scriveva che: L’attenzione del conte era tesa alla frontiera settentrionale, dove vegliava attento e sempre pronto a varcare i confini, il normanno Guimondo dei Mulsi nelle terre affidategli dal conte del Principato e cioè quelle di S. Severino di Camerota, l’odierno abbandonato villaggio poi detto di Centola. Sia il conte Guglielmo che Guimondo non dimenticavano che appunto Guido aveva troncate le loro conquiste anche nella Valle del Mingardo. E’ vero che le relazioni tra il conte di Policastro e il cognato Roberto, nonchè le alterne vicende dei rapporti dello stesso Guiscardo con il fratello Guglielmo del Principato, consigliavano quest’ultimo ad essere più cauto, ma l’invasione della contea, nel caso di torbidi popolari, sarebbe apparsa più che giustificata, specialmente se fossero sorti nel corso di una delle assenze di Guido, frequenti per i suoi impegni militari. E poi, vi era sempre la possibilità di mentirle come un colpo di testa dell’irruente Guimondo dei Mulsi. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella di Guido di Policastro, in proposito scriveva che: “Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo (si riferisce al fratello del Guiscardo), il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e i Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Di ciò è documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido. Ecc..”. Angelo Gentile (….), nel suo “Morigerati”, pubblicato nel……per i tipi di Palladio, parlando dei “Normanni”, in proposito a p. 45 scriveva che: “Le terre dove sorge Morigerati vennero, per la prima volta, occupate da Umfredo e date da questi al fratello Guglielmo (20) e lo stesso Guiscardo distrusse la città fortificata di Policastro nel 1065 (gli abitanti si rifugiarono nei centri vicini) per dimostrare che il padrone era sempre lui, dato che il principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, suo cognato avendone sposato il normanno la sorella Sichelgaita, aveva destinato questa città al fratello Guido, uomo valoroso e compagno d’armi di Guiscardo.”. Il Gentile, a p……, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Carucci C., cit. pag. 278 sub nota 1.”. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 277, in proposito scriveva che: “Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto Guiscardo per le terre usurpate a chiese e ad abbazie nel principato di Salerno e altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli etc…., perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la ‘contea di Principato’ (1), occupando poi i castelli longobardi di Montoro fino a Rota e vi costituirono una contea con a capo un tal Torgisio o Troiso, che fu il capostipite della nobile famiglia Sanseverino (2), restringendo il dominio di Gisolfo soltanto alle terre site tra Nocera e Cetara dalla parte di ponente e a quelle di Capaccio dal lato di levante (3) etc….”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX”. Dunque, riepilogando riguarda alle affermazioni del Gentile che, in parte, si rifaceva al Carucci. Credo che Gentile errasse quando vuole che: “Le terre dove sorge Morigerati vennero, per la prima volta, occupate da Umfredo e date da questi al fratello Guglielmo (20), etc…”. Queste nostre terre non furono mai del tutto soggette a Umfredo d’Hauteville, fratello del Guiscardo ma esse furono assegnate dal principe longobardo Gisulfo II al fratello Guido che controllava i castelli longobardi della valle del Mingardo e la contea di Policastro. E’ molto probabile che il piccolo borgo di Morigerati, come pure tante altri della zona, fossero stati soggetti alla mensa vescovile di Salerno che in parte era sotto la diretta dipendenza dell’ultimo principe longobardo Gisulfo II. La questione relativa ai confini della “Contea di Principato”, non riguarda l’entroterra del Golfo di Policastro, la Valle del Mingardo, e l’area che risale verso il Vallo di Diano, e ancora tutta l’area che va verso la Lucania interna, ma riguardava la zona di Agropoli e di Capaccio. Umfredo nella nostra zona non ha mai avuto una sua diretta influenza. Voleva farlo con Guidemondo de Mulsi che in effetti uccise Guido nel 1077.

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo, il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui papa e Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano.”.

Nel 1062, Roberto il Guiscardo assediò Scalea ed il fratello Ruggero I d’Altavilla

Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni riferendosi a dopo la conquista della Calabria e riferendosi a Scalea, divenuta base operativa e sede di Ruggero I d’Altavilla scriveva che: Da questa base cominciò ad insediare i possedimenti del Guiscardo, che mosse contro Scalea con un grosso esercito. Assediò il fratello e, per recargli maggiori danni, cominciò a devastare gli oliveti e le vigne vicine. Proprio questo particolare ci dà un’idea della floridezza di Scalea nel primo periodo normanno. In primo luogo era già un castello fortificato in grado di offrire valida resistenza addirittura al più grande genio militare dell’epoca, Roberto il Guiscardo. Doveva, quindi, essere dotato di mura, torri e porte che in così breve tempo non potevano aver costruito i Normanni, ecc….Dalle parole di Goffredo Malaterra, quindi, possiamo desumere che Scalea già da tempo godeva di una fiorente condizione economica….Ecc..”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e Basilicata”, vol. II, a pp. 149 e ssg., in proposito scriveva che: Quando Roberto ne venne a Melfi, quarto Conte di Puglia, Ruggiero mal disposto contro di lui, entra nel paese di Calabria che il fratello diceva suo, e prende Scalea sul Tirreno: anzi avanza tanto per la regione basilicatese che viene a mettere a saccomanno ed incendii le campagne stesse di Melfi.”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a p. 69, in proposito scriveva che: “Cap. XXIV. Venutolo a sapere, il Guiscardo mosse l’esercito e si diresse all’assedio del castello di Scalea; devastò anche gli oliveti e vigneti, che si trovavano nei pressi della città. Guglielmo dal canto suo, …..per evitare di subire danni più gravi, e previo anche il parere dei suoi consiglieri, si allontanò da quel posto.”.

Nel 1062, Ruggero I d’Altavilla e Roberto il Guiscardo a DISKALIA (Scalea) e la firma del patto per la spartizione dei territori

Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e società nel Cilento medievale”, vol. I, a p. 142, nella nota (209) postillava che: “Ruggiero I (morto 1101) aveva già conquistato metà della Calabria quando ne ottenne il resto (a. 1052) da Roberto.”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a p. 75, in proposito scriveva che: “Cap. XXIX. Accordi di pace fra Roberto il Guiscardo e il fratello Ruggero. Venutone a conoscenza il Guiscardo, vedendo che stava per perdere la Calabria e che tutta la Puglia era percorsa da agitazioni, mandò emissari dal fratello Ruggero per farlo ritornare e stipulò la pace con lui concedendogli la metà di tutta la Calabria, a partire dalla cima dei monti di Nichifolo (31) e Squillace, sia per il territorio già acquisito che per quello che restava fino alla futura conquista di Reggio.”. Il Lo Curto, a p. 75, nella nota (31) postillava che: “(31) Non è possibile trovare una soddisfacente rispondenza geografica a questo nome”. Carmine Manco (…), nel suo “Scalea prima e dopo -Cenni storici”, a p. 24 scriveva che: “Nel contempo Ruggero e Roberto si riappacificarono e, nel castello di Scalea, firmarono il patto di spartizione della Calabria. In questo periodo la vita di Scalea era condizionata dagli umori e alle imprese di Ruggero e dei suoi successori”. Dunque, da Carmine Manco leggiamo che nel castello di Scalea, fatto ricostruire da Ruggero I d’Altavilla, si stipulò il nuovo patto dai due fratelli rivali ma uniti spesso nella conquista dei territori. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: Riprendiamo ora il filo della narrazione e ritorniamo a Ruggiero assediato a Scalea. Dal momento che l’assedio si rivelava lungo ed estenuante, Roberto, da fine politico qual era oltre che esperto militare, comprese che se un avversario non poteva essere vinto con la forza, bisognava scendere a patti con lui. Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, che, con il titolo di conte di Scalea e Malvito, firmò alcuni documenti di cui il più antico è dell’anno 1083, ossia due anni prima della morte del Guiscardo. Comunque stiano le cose, la vecchia ‘Diskalia’, divenuta contea e ora pomposamente ribattezzata Scalea (ma si osservi che nella parlata locale ha conservato la forma ‘a Skalia’), continuò a prosperare per tutto il periodo Normanno e si trasformò nella più importante fortezza militare del Golfo di Policastro, base della flotta che controllava le rotte che collegavano il golfo di Napoli, la penisola Amalfitana e Salerno con la Calabria meridionale e soprattutto con la Sicilia. La nuova contea, dotata di territori ben più vasti di quelli dell’attuale Comune, confinava a nord-ovest con le terre degli Skulland, signori di Aieta, a sud-est con quelle dei conti di Avena, da cui in un secondo tempo si staccarono Papasidero, Orsomarso, Mercurio e Abatemarco, che più tardi si svilupparono come feudi indipendenti.”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e Basilicata”, vol. II, a pp. 149 e ssg., in proposito scriveva che: Roberto che già volgeva in mente più vasti disegni, volle cedere in parte alle pretese del fratello; gli riconosce le conquiste che aveva fatte nell’estrema Calabria, e in ispecie la città di Mileto, che divenne capo del Comitato di Calabria; e così la pace è fatta tra loro. Quindi entra in nuovi accordi col principe di Salerno, che era necessario ecc…”. Sul sito del FAI leggiamo che il castello di Scalea, noto anche come ruderi del castello normanno, è un rudere di un castello costruito su uno sperone roccioso sul paese di Scalea, risalente al XI o al XII secolo. Rimangono visibili solo i muri perimetrali e una torre. Venne costruito nell’XI secolo come fortezza militare dai Normanni sui resti di una rocca longobarda e restaurato successivamente dagli Svevi, dagli Angioini e poi dagli Aragonesi. Durante la dominazione normanna, al suo interno si incontrarono i fratelli Ruggero e Roberto d’Altavilla per dividersi i territori calabresi. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a pp. 170-171, in proposito scriveva che: “L’anno 1062 incominciò bene, ecc…Il duca di Puglia ricominciava a farne delle sue. Sin dal 1058 si era impegnato a dividere in parti uguali le sue conquiste in Calabria con il fratello; da allora in poi però, indispettito per l’influenza sempre maggiore che andava acquistando Ruggero e temendo per la sua stessa posizione, si era rifiutato di mantenere fede alle promesse. Ruggero, per tutto il tempo che era stato impegnato in Sicilia aveva accettato, pur di mala voglia, il denaro che Roberto gli aveva offerto in cambio dei territori che gli sarebbero dovuti spettare, ma ora che si era sposato la situazione era diversa.”. Sempre il Norwich continuando il suo racconto, a p. p. 174, in proposito scriveva che: “Non è ancora ben chiarito come venne spartita la Calabria fra Roberto e Ruggero dopo l’indecoroso alterco tra i fratelli. Sembra che la spartizione sia stata fatta in base ad un accordo per cui ogni città e castello veniva diviso in due zone d’influenza separate, impedendo così alle popolazioni di parteggiare per l’uno o per l’altro, qualora fossero sorte controversie. Tale sistema lascia pensare che la mutua fiducia non poggiava su basi troppo solide; ecc….Una cosa è certa: l’accordo permise a Ruggero di donare a Giuditta il ‘Morgengab’ che le spettava, e e a quelli della sua famiglia i beni terieri che si confacevano alla dignità della loro nuova posizione.”. Dunque, come scriveva il Norwich, con questo accordo  “Non è ancora ben chiarito come venne spartita la Calabria fra Roberto e Ruggero”. Secondo Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, ecc…”. E’ molto probabile che dopo la presa di Salerno da parte del fratello Roberto detto il Guiscardo, subentrarono nuovi accordi tra i due e Scalea passasse definitivamente al figlio di Roberto il Guiscardo, detto “Roberto detto Scalone o Scalione”. Infatti, le notizie che seguiranno ci fanno dubitare del possesso da parte di Roberto anche della non lontano Policastro che, pare, sia stata assegnata dal Duca Ruggero I d’Altavilla, futuro re di Sicilia al figlio Simone. Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che: “Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo.”. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 39 e ssg., in proposito scriveva che: “Intanto, una grande carestia affligge la Calabria: per le gravi difficoltà in cui versano, i calabresi cominciano a non pagare il tributo e a rifiutare il servizio militare mentre a Nicastro giungono a massacrare la guarnigione normanna. Il Guiscardo comprende che il diffondersi della rivolta rischia di vanificare quanto finora conquistato e si riappacifica con il fratello. La Calabria viene divisa in due zone di influenza e la linea di demarcazione è la via istmica che unisce i golfi di Sant’Eufemia e di Squillace: a nord della stessa è riconosciuto il dominio del Guiscardo ed a sud quello di Ruggero, che pone la sua base operativa a Mileto.”.

Nel 1065, Roberto il Giuscardo distrusse Policastro e portò i prigionieri a ripopolare i paesi della Calabria

Erano proprio gli anni in cui il normanno Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo, insieme ai suoi fratelli, iniziava ad impossessarsi di diversi territori della Calabria. Nell’anno 1058, il Guiscardo, sposerà la sorella di Gisulfo II, prinicipe longobardo di Salerno e, nel 1065, distruggerà per la seconda volta Policastro. La notizia secondo cui, alcuni paesi, nell’anno 1065, sono sorti in epoca Normanna, a seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto. Rileggendo il testo di Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 (v. Visconti, p. 16 (…)), leggiamo che: “Turba graecorum plurima advenit ea tempestate in dioecesim, expulsa a duce Guiscardo ex Calabria et Apulia (47), ad abbatiam S. Johannis ab Epyro et ad alteram S. Coni Camerotae se confugiens, opera Calogerorum ecc…”, che tradotto è secondo il Visconti: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra Diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci orientali che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità  fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati. Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio (…), a differenza di quanto scrive il Cappelli (…), non parla di famiglie calabresi ma parla di “moltissimi monaci orientali”, cacciati da Roberto il Guiscardo. Il Visconti (…), nella versione del Laudisio (…), a pp. 16-17, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Platin., In vita Steph. papae IX.”, ovvero postillava che la notizia della cacciata di molti monaci italo-greci dalla Calabria e dalla Puglia da parte del normanno Roberto il Guiscardo, era stata tratta da: “(47) Platin., In vita Steph. papae IX.”. Bartolomeo Platina (…), nel suo capitolo: ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, del 1593, a p. 170 parla della vita di papa Stefano IX e, sciveva che:

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(Fig…) Bartolomeo Platina (…) ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, 1593, p. 170

Bartolomeo Platina (…), nel 1540, nella sua opera ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, a p. 170, scriveva che durante il pontificato di papa Stefano IX:  “Hoc ferè tempore & Henricus tertius in locum Henrici patris demortui sufficitur: & Alexius Nicheforo imperatori Costantinopolitanum succedit. Et Robertus Guiscardi Graecos magno praelio superatos, è Calabria omnino expulit, relictis tantum modo Graecis sacerdotibus, qui usque ad nostram aetatem linguam seruant cum moribus.”, che tradotto è (più o meno), che durante il pontificato di Stefano IX: In questo periodo di Enrico III posto il padre di Enrico era morto sostituito, e Alessio Niceforo Foca succedette a Imperatore di Costantinopoli. E Roberto il Guiscardo aveva conquistato i greci, una grande battaglia, e Calabria a tutti di guidare, lasciando solo il modo di Greci, ai sacerdoti, che sono venuti anche ai giorni nostri, la lingua della penna veloce a casa con il loro carattere.. Stefano IX o X secondo una diversa numerazione, nato Frederic Gozzelon de Lorraine (in tedesco Friedrich von Lothringen) o Federico Gozzelon dei duchi di Lorena ed è stato il 154º papa dal 3 agosto 1057 alla sua morte avvenuta nel 1058. Il Platina (…), ci parla della conquista delle Calabrie da parte di Roberto il Guiscardo che sconfisse i greci (i bizantini) in una violenta battaglia contro l’Imperatore Niceforo Foca e, scrive pure che il Guiscardo lasciò: “….solo i sacerdoti greci, che erano in fondo alla nostra lingua preservano il suo carattere. accettare di essere diminuita.”. Nelle note del Visconti (…), vediamo che il Laudisio (…), traeva la notizia dal Platina (…), dove però si legge solo che Roberto il Guiscardo, aveva conquistato la Calabria ai greci (i bizantini) e che aveva lasciato di bizantino in Calabria solo i monaci ed i monasteri italo-greci che avrebbero preservato la lingua e le scritture greche. La notizia che alcuni paesi come Vibonati, fossero stati costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani” è del Cappelli (…), che ne parlava a p. 23 e a p. 323 del suo testo (…).  Oltre al Cappelli (…), la notizia delle famiglie calabresi, e non monaci come voleva il Laudisio (…), cacciate da Roberto il Guiscardo, è riferita nel 1848 (dopo il Laudisio), da Gaetano Porfirio (…) che, nella sua ‘Diocesi di Policastro’ (…), forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del suo coevo Laudisio (…), parlando del periodo storico che precedette la nomina di Pietro Pappacarbone primo vescovo della restaurata sede Paleocastrense, affermava che: “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, cacciate dal duca Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, immigrarono nella nostra diocesi, un asilo cercando nella badia di S. Giovanni a Piro, ed in quella di S. Cono di Camerota. Da qui l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”. Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), e scrive: “Al seguito dei Normanni era giunta nel Sud dell’Italia una moltitudine di monaci e abati che soppiantarono le istituzioni greche, lasciando che queste intraprendessero un irrimediabile processo di decadimento e precipitassero nel più completo abbandono. I monasteri mercuriensi finirono sotto la giurisdizione delle neo-istituzioni benedettine, le quali fecero subito man bassa dei loro possedimenti terrieri e si spartirono i codici miniati che sino ad allora avevano rappresentato il tratto distintivo e il motivo di vanto delle biblioteche monasteriali greche..

Nel 1 agosto 1067, nel sino di Melfi, Guglielmo (I) d’Altavilla, Torgisio e Guimondo dei Mulsi furono scomunicati da papa Alessandro II

Da Wikipedia leggiamo che nel 1067, Guglielmo (I) d’Altavilla, conte del Principato fu scomunicato al Concilio di Melfi insieme a Turgisio di Sanseverino e Guimondo de Moulins, per aver rubato le proprietà della Chiesa di Alfano I, arcivescovo di Salerno. Quello stesso anno si recò a Salerno per riconciliarsi con il Papa Alessandro II. In Wikipedia Guimondo dei Mulsi viene detto “Guimondo de Moulins”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 122, in proposito scriveva che: “Gregorio contro il Normanno potè solo rinnovare la scomunica nel febbraio del 1075.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno- etc…”, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “Intanto Guglielmo del Principato e il suo milite Guimondo (Gismondo) dei Mulsi, come Troisio,…….tantochè il primo agosto 1067, nel sinodo di Melfi, Alfano I chiese l’intervento di Alessandro II che scomunicò gli usurpatori costringendoli, poi, a Salerno, e nella riunione plenaria dei Vescovi, abati e popolo del 9 settembre 1068, a restituire (venne emessa la nota bolla “Notum sit omnibus”) i beni usurpati. Troisio, spaventato dalle terribili censure ecclesiastiche, fece onorevole ammenda nel successivo Concilio di Capua, pure del 1067, per cui la nota bolla papale del 12 ottobre (30).”. Ebner, a p. 89, nella nota (29) postillava che: “(29) La notizia è del ‘De regno Italiae’ di C. SIGONIO (ad ann. 1067 et 1069: Concilio di Melfi): “Guilielmum Tancredi filium, quod bona ecclesiae Salernitanae per vim teneret comunione removit”; Concilio di Salerno: “Guilielmus Tancredi filius bona quae possidebat Ecclesiae reddidit”.”. Ebner a p. 89, nella nota (29) postillava pure che: “(29)…..Nella bolla “Notum sit ominibus” di Alessandro II è l’elenco dei beni usurpati da Guglielmo Normanno: ecc……Per i Concili, v. G. CRISCI e A. CAMPAGNA, Salerno Sacra, Salerno, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg.”. Ebner, a p. 90, nella nota (20) postillava che: “(30) Alessandro II conferma ad Alfano gli antichi privilegi concessi alla Chiesa di Salerno dai precedenti pontefici. V. L. E. PENNACCHINI, Pergamene salernitane, Salerno 1941, p. 33.”.

Nel 1067, la ricostruita Diocesi di Policastro da parte dell’Arcivescovo Primate di Salerno Alfano I

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “…..Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti, l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille era retta da Guido, fratello di Gisulfo II di Salerno.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo captolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “La ricostruzione di quest’ultima diocesi, perchè la sua fondazione, come la velina e la vibonese, era attribuita dalla tradizione addirittura all’apostolo Paolo (ma legati itineranti) era stata determinata dal diffondersi in quel territorio dell’influenza delle locali abbazie italo-greche. Già nel 968, infatti, a seguito delle sollecitazioni di Niceforo Foca, tese ad ampliare la pratica del rito greco nelle regioni contermini a quelle riconquistate, il patriarca Anastasio aveva costituito i calogerati di Camerota e di S. Giovanni a Piro e le badie di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Eventi che avevano preoccupato Roma perchè dalla zona confinata di Policastro era facile l’ingresso di religiosi e famiglie di Calabria nel Principato, ritenuto dai pontefici romani baluardo e porta dell’Urbe. Infatti, fin dal 1052 quel territorio elevato a contea, era stato affidato a un gueriero intelligente, esperto e valoroso. E cioè a Guido fratello del principe e, diversamente da costui, benvoluto da tutti e dallo stesso arcivescovo Alfano che gli dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem’, fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica. Da alcuni decenni la Chiesa seguiva con vigile attenzione il diffondersi del rito orientale nel Mezzogiorno e nel Principato. Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica. Nè lattenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054. Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quelladi S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, asoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel teritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostituzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea. Certo è che a Roma il problema era stato affrontato e discusso dopo le cerimonie della consacrazione di Alfano, se il nuovo pontefice incluse Policastro nella bolla emanata appaena nove giorni dopo. E’ difficile, però, stabilire i fattori che concorsero al rinvio della nomina a presule bussentino, anche perchè non era facile la scelta dell’uomo da proporre per questa diocesi.”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , a p. 376, riguardo il Conte Guido, scriveva che: “Non è da escludere che il Conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostruzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 378-379, in proposito scriveva che: Ma la situazione politica dell’intero Principato nel 1066, soprattutto quella di Policastro, non era più quella del 1058, quando Guido, come abbiamo accennato, aveva contribuito a far designare la sua Policastro a sede di diocesi.”.

Nel 1067, la Contea di Policastro, il conte longobardo Guido, fratello di Gisulfo II

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli incendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 378-379, in proposito scriveva che: Ma la situazione politica dell’intero Principato nel 1066, soprattutto quella di Policastro, non era più quella del 1058, quando Guido, come abbiamo accennato, aveva contribuito a far designare la sua Policastro a sede di diocesi. Già da qualche anno (a. 1062) l’autorità del principe, nel territorio dell’odierno Cilento, era riconosciuta fino a Laurana (6). Nè i rapporti del conte di Policastro con il fratello Gisulfo erano quelli di otto anni prima. Di fronte all’aggressiva reazione dei normanni, non accontentati dal principe nelle loro giuste richieste, Guido aveva fatto sue le rimostranze del fratello stroncando le brutali e rapide loro conquiste. Ma poi aveva capito e, sulla scia dell’omonimo zio Conte di Conza, aveva mutato atteggiamento. Si era reso conto, cioè, che il fratello Gisulfo avrebbe potuto conservare il trono solo se, adattandosi alla nuova situazione, fosse tornato alla politica paterna: Guaimario V (IV) con le indispensabili investiture ai conti normanni era riuscito, oltre che a salvaguardare la propria autorità, ad accrescerne il prestigio. Il principe, però, forse per insofferenza dei continui consigli di moderazione dello zio, certamente geloso del prestigio militare goduto dal fratello Guido, forse anche perchè era giunto il tempo di una ulteriore conferma del noto vecchio adagio latino (7), persisteva nell’insano suo comportamento verso i normanni. Un modo d’agire intollerabile per Guido, specialmente per l’inconsulto tergiversare di Gisulfo circa la consegna della dote alla coraggiosa sorella Sighelgaita, la quale, seguito a Melfi Roberto il Guiscardo, lo sposava ricevendone quale “dono del mattino”, l’antico longobardo ‘morgincap’ (8), il quarto dei beni conquistati dal marito, tra cui, forse, anche castelli confinanti con la contea di Guido. E’ evidente che tutto ciò rendeva più che precaria la salvaguardia dei confini, dei settentrionali più che dei lucano-calabri. Qui era Roberto al quale, oltre che da vincoli di parentela, Guido era ormai legato da ammirata amicizia per quel suo leggendario valore che doveva suscitare la considerazione persino dell’ostile Anna Commeno. L’attenzione del conte era tesa alla frontiera settentrionale, dove vegliava attento e sempre pronto a varcare i confini, il normanno Guimondo dei Mulsi nelle terre affidategli dal conte del Principato e cioè quelle di S. Severino di Camerota, l’odierno abbandonato villaggio poi detto di Centola. Sia il conte Guglielmo che Guimondo non dimenticavano che appunto Guido aveva troncate le loro conquiste anche nella Valle del Mingardo. E’ vero che le relazioni tra il conte di Policastro e il cognato Roberto, nonchè le alterne vicende dei rapporti dello stesso Guiscardo con il fratello Guglielmo del Principato, consigliavano quest’ultimo ad essere più cauto, ma l’invasione della contea, nel caso di torbidi popolari, sarebbe apparsa più che giustificata, specialmente se fossero sorti nel corso di una delle assenze di Guido, frequenti per i suoi impegni militari. E poi, vi era sempre la possibilità di mentirle come un colpo di testa dell’irruente Guimondo dei Mulsi. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, nel cap. III, a p. 88 parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito scriveva che: “Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo (si riferisce al fratello del Guiscardo), il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e i Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Di ciò è documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido. Sullo sconfinamento, casuale o voluto a Guimondo, si era intanto accesa una controversia di cui venne nominato arbitro (Guido aveva rifiutato il fratello) il principe di Capua verso cui Guido s’incamminò. Sorpreso lungo il viaggio dagli sgherri di Guimondo, Guido venne ucciso dopo strenua resistenza (a. 1075). Poco prima Alfano aveva inviato al valoroso guerriero quel suo carme che si chiudeva con l’augurio di vederlo vincitore dei Parti (Turchi) e sovrano di Costantinopoli.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”.

Nel 1075, lo sconfinamento di Guimondo dei Mulsi nella Contea di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, a p. 88, in proposito scriveva che: Di ciò è documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido. Sullo sconfinamento, casuale o voluto a Guimondo, si era intanto accesa una controversia di cui venne nominato arbitro (Guido aveva rifiutato il fratello) il principe di Capua verso cui Guido s’incamminò.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. In origine, nel 1054, il castello di San Severino, con il feudo di Policastro (la vasta contea Longobarda), era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato; successivamente, però Guimondo, feudatario confinante, avanzò delle pretese sul borgo, sostenendo che doveva essere assegnato a lui. Fu in questo periodo che il Guiscardo sposando la Principessa Sighelgaita, sorella di Gisulfo II, Guido di Policastro potè riconquistare la sua contea, recuperando gran parte della Bricia (Calabrie), anche se la cosa non risultò gradita a Roberto il Guiscardo che nel frattempo si era riappacificato con il fratello Guglielmo che otteneva gran parte dei territori del Cilento. L’importanza strategica che rivestiva per i Longobardi il possesso del borgo fortificato è testimoniata dall’aspra contesa che vi fu nel 1075 tra il conte Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Guido fu ucciso da sicari nel 1075, mentre si recava a Capua per rivendicare parte del proprio territorio usurpato da Guimondo (72).”. Il Campagna, nella sua nota (72), a p. 258, postillava che: “(72) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, op. cit., VII, 12.”. La morte di Guido privò il regno Longobardo di uno dei suoi migliori ingegni, “così morì la luce di tutti i Longobardi” scrisse Amato di Montecassino nella sua ‘Storia dei Normanni’. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Per il possesso della strategica fortezza e per ragioni di gelosie e di confini, si accese una lite sanguinosa tra il conte Guido di Policastro, cavaliere senza macchia e senza paura, figlio del principe longobardo di Salerno Guaimario IV, e l’irruento Guimondo dè Mulsi, principe normanno. Guimondo era proprietario del feudo di San Severino, avendone ricevuto in dono dal principe normanno Guglielmo d’Altavilla, quale premio per la sua fedeltà e servigi. Guido, possedeva, invece, la Contea di Policastro – che si estendeva dal fiume Mingardo al lontano e antico gastaldato di Laino – su assegnazione del fratello Gisulfo II. La definizione della spinosa vertenza fu affidata all’arbitraggio del principe di Capua, che non fece in tempo ad intervenire.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “Per questioni di confini si accesero presto liti (10) tra Guido e Guimondo, finchè non si decise di affidare la definizione della vertenza all’arbitraggio del principe di Capua (Guido aveva rifiutato il fratello).”. Ebner (…), nella sua nota (10), a p. 541, postillava che: “(10) Più che probabile il disegno di Guimondo d’impadronirsi della contea di Policastro eliminando Guido che tanto si era opposto all’invasione normanna. “. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , nella sua nota (11), a p. 542, postillava che: “(11) Troviamo poi Guimondo dei Mulsi, marito di Emma di Hale di Eboli, vedova di Rodolfo Trincarote, altro fedele di Guglielmo. Ebner, Storia, op. cit., p. 84. “. Scrive ancora l’Ebner (…), a p. 542, che: “Originariamente sulla cima del colle, dove sono i ruderi dell’imprendibile castello, doveva essere una torre sorta nell’età dell’incastellamento e perciò longobarda. L’ipotesi è suffragata dal fatto che ancora nel ‘600 il castello e l’omonimo villaggio vivevano ‘iure longobardorum’, malgrado il posteriore insediamento normanno e angioino viventi ‘iure francorum’. E’ da supporre, pertanto, che la lite tra Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi sia sorta appunto per l’occupazione da parte di quest’ultimo della torre dominante l’intera valle del Mingardo e che Guido giustamente considerava, insieme alla torre della Molpa, parti integranti e capisaldi della sua contea.”. A parlare di Guido, è Michelangelo Schipa, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 232, riferendosi all’episodio dell’uccisione di Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, nell’anno 1075: “Era insorta lite tra il Guido e un Guimondo, che possedeva, in comune con lui, la valle di S. Severino, e ch’era, forse, quello stesso Guimondo dei Mulsi, usurpatore pentito dè beni dell’Arcivescovo Salernitano; ed avevano fatto accordo di rimettere il giudizio delle loro contese all’arbitrato del Principe Capuano, che Guido, secondo Amato asserisce, aveva preferito a quello stesso di Gisulfo, proposto dal suo emulo…..(38).”. Schipa (…), a p. 236, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”.

Nel 1075, l’assassinio di Guido, conte della vasta Contea di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, a p. 88, in proposito scriveva che: Sorpreso lungo il viaggio dagli sgherri di Guimondo, Guido venne ucciso dopo strenua resistenza (a. 1075). Poco prima Alfano aveva inviato al valoroso guerriero quel suo carme che si chiudeva con l’augurio di vederlo vincitore dei Parti (Turchi) e sovrano di Costantinopoli.”. Il Conte Normanno Guido di Policastro, uno dei più accaniti sostenitori dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, restò a capo della contea di Policastro fino all’anno 1075, in cui morì a seguito di un agguato tesogli nella ‘Gola del Diavolo’ (Fig….), ai piedi del suo Castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola) (Fig. …). Si pensa che il mandante dell’omicidio del conte Guido fosse Guimondo dei Mulsi, che governava come feudatario di Guglielmo, fratello del Guiscardo, tutti i territori della Valle del fiume Mingardo e, confinanti con la Contea di Guido. Il rivale, voleva impossessarsi del Castello di S. Severino. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Guido fu ucciso da sicari nel 1075, mentre si recava a Capua per rivendicare parte del proprio territorio usurpato da Guimondo (72).”. Il Campagna, nella sua nota (72), a p. 258, postillava che: “(72) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, op. cit., VII, 12.”. La morte di Guido privò il regno Longobardo di uno dei suoi migliori ingegni, “così morì la luce di tutti i Longobardi” scrisse Amato di Montecassino nella sua ‘Storia dei Normanni’. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: Il prode ed orgoglioso Guido, fu sorpreso con l’inganno nella orrida ‘Gola del Diavolo’, uno stretto passaggio tra le roccie e i dirupi del Mingardo, dagli sgherri di Guimondo e, nonostante l’indomito valore, fu ucciso nel feroce agguato. Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita).”.

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(Fig….) La ‘Gola del Diavolo’ del Fiume Mingardo nei pressi di San Severino di Centola

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “Nell’incamminarsi verso Capua, Guido fu sorpreso appunto in una delle gole della valle di S. Severino, dagli sgherri di Guimondo. Malgrado la più strenua resistenza e il suo indomito valore, Guido fu sopraffatto dal numero dei nemici e ucciso. Guimondo (11), però, non trasse i frutti sperati dall’assassinio di Guido, per l’avverso fermo avviso dello stesso Roberto che aveva avuto sempre assai caro il valoroso cognato. Pertanto i beni contestati, con la stessa contea di Policastro, vennero assegnati (Guido non aveva avuo prole) al fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. A parlare di Guido, è Michelangelo Schipa, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 232, riferendosi all’episodio dell’uccisione di Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, nell’anno 1075: “E intorno al tempo stesso venne a morte il giovane Guido, significato nei versi di Alfano, le cui gloriose speranze pur contrastavano alla costante amicizia che il fratello di Gisulfo serbò verso Roberto Guiscardo….E, al dì stabilito, il giovane Conte mosse per Capua. Ma, per via, sorpreso dà seguaci di Guimondo, per quanto strenuamente si difendesse, ferito d’un colpo di lancia, cadde esamine a terra. E l’empio tradimento parve ad Amato, che spegnesse il più onesto, e il più prode e caritatevole fra i cavalieri Longobardi, ultimo “lume” della sua gente. Nè v’è dubbio che di lui non restassero figliuoli, perchè il fratello minore, Landolfo, ne recò i domini di Policastro e quelli contrastati della Valle di S. Severino (38).”. Schipa (…), a p. 236, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino e dell’Alfano (…), a p. 236, scriveva in proposito che:

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Dal 1075 al 1077-78, Landolfo, Conte di Policastro

Dopo l’efferato delitto del Conte Guido, fratello di Gisulfo II e, conte della vasta contea di Policastro, il Guiscardo concesse tutti i beni del prode conte Guido (che non aveva eredi) e la Contea di Policastro a Landolfo, fratello minore del Principe Longobardo Gisulfo II. Dopo questo fatto di sangue, l’uccisione di Guido, conte di Policastro, Guimondo occupò il piccolo borgo, ma per ordine regio fu costretto a consegnarlo al fratello di Guido, Landolfo, che ne conservò il dominio fine alla fine del regno Longobardo avvenuta nel 1077-78, con l’avvento dei Normanni. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno Gisulfo II. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di Roberto il Guiscardo, dopo l’uccisione di un: “Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita), il quale, in mancanza di eredi, diede i beni della contesa, più la contea di Policastro, al fratello minore di Guido, Landolfo, che li conservò fino all’anno 1077, cioè sin dopo la caduta di Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “Guimondo (11), però, non trasse i frutti sperati dall’assassinio di Guido, per l’avverso fermo avviso dello stesso Roberto che aveva avuto sempre assai caro il valoroso cognato. Pertanto i beni contestati, con la stessa contea di Policastro, vennero assegnati (Guido non aveva avuo prole) al fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. Ebner (…), nella sua nota (11), a p. 542, postillava che: “(11) Troviamo poi Guimondo dei Mulsi, marito di Emma di Hale di Eboli, vedova di Rodolfo Trincarote, altro fedele di Guglielmo. Ebner, Storia, op. cit., p. 84. “. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: Fortezza isolata restava il castello di S. Severino sul Mingardo, tenuto allora probabilmente da Landolfo, uno degli altri fratelli del Principe, ecc…”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: La morte di Guido di Policastro addolorò sinceramente il Guiscardo, che del cognato ammirava generosità d’uomo e valore guerriero. La Contea, essendo Guido morto senza eredi, passò al fratello, Landolfo.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di Roberto il Guiscardo, dopo l’uccisione di un: “Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita), il quale, in mancanza di eredi, diede i beni della contesa, più la contea di Policastro, al fratello minore di Guido, Landolfo, che li conservò fino all’anno 1077, cioè sin dopo la caduta di Salerno.”.

Dal 1075 al 1114, Roberto d’Altavilla, figlio di Guglielmo (I) d’Altavilla, nuovo Conte del Principato

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 125, parlando della “Discendenza dei d’Altavilla nella contea di Principato” scriveva che questi possedimenti conquistati dai normanni ed erosi ai Longobardi di Gisulfo II “Esse, dopo il 1077, si estendevano tra il fiume Tusciano ed il golfo di Policastro e confinavano con le contee di Rota, di Conza e di Marsico, ma escludevano le contrade comprese fra il Sele, Magliano e l’Alento, che erano state le ultime a venire in potere ai nuovi dominatori. Un feudo dunque, di vastissima estensione, il cui centro politico fu Eboli, e che Guglielmo d’Altavilla trasmise al figlio Roberto, il primo ad assumerne il titolo comitale: ‘Robertus….Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi (1).”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (1) postillava che: “(1) G. Paesano, Memorie per servire alla storia della chiesa salernitana, II, 18 (a. 1090). Guglielmo d’Altavilla che sposò la figlia di Guido di Conza, portò unicamente il titolo di conte di S. Nicandro (S. Nicandro di Bari) e, sebbene ricevesse in feudo dal fratello Umfredo la contea di Principato (‘Duos itaque fratres suos comites fecit: Malgerium Capitanatae, Willelmum vero Principatu; GAUFREDI MALATERRAE, op. cit., I, 16, p. 16), non ne portò il titolo comitale, come risulta da R. GUARNA (Chronicon, cit., ad an. 1075):…..Willelmus, comes de Sancto Nicandro, pater Roberti, comitis de principatu.”. Di Guglielmo detto “conte del Principato” ho parlato in altro mio saggio sui primi Normanni. In questo scritto mi occupo degli eredi del conte di Principato, gli eredi di Guglielmo (I) d’Altavilla. Dunque, il Cantalupo scrive che “Guglielmo d’Altavilla trasmise al figlio Roberto, il primo ad assumerne il titolo comitale: ‘Robertus….Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi (1).”. Infatti il Cantalupo, a p. 126, parlando della “Discendenza dei d’Altavilla nella contea di Principato”, in proposito scriveva che: Guglielmo (I) d’Altavilla, conte di S. Nicandro (1054-1075), da cui Roberto conte di Principato (1075-1114); Riccardo, crociato (1096-1100); Rainulfo, crociato (a. 1096). Da Roberto conte del Principato discende Guglielmo (II) conte di Principato (1107-1128), ecc…”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 378-379, in proposito scriveva che: Ma la situazione politica dell’intero Principato nel 1066, soprattutto quella di Policastro, non era più quella del 1058, quando Guido, come abbiamo accennato, aveva contribuito a far designare la sua Policastro a sede di diocesi. Già da qualche anno (a. 1062) l’autorità del principe, nel territorio dell’odierno Cilento, era riconosciuta fino a Laurana (6).”. Ebner, a p. 378, nella nota (6) postillava che: “(6) Ebner, Storia, cit., p. 87.”. Infatti, Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “I Normanni continuarono a rosicchiare terre del Principato. Si può parlare addirittura di smembramento di questo nel 1062 (25) se, ad esempio, l’autorità del principe era riconosciuta, come indicano i documenti cavensi, solo da Tresino a Laurana, in un territorio che va da Capaccio ai confini meridionali. Assume, quindi, attendibilità la notizia del Mazziotti, p. 31, sulla cessione fatta dal conte del Principato a Giovanni di S. Paolo del castello di Agropoli, parte delle terre toccate al fratello di Gisulfo. Senza dire che in molte terre del Principato (Capaccio, Trentinara, ecc…) il riconoscimento era solo nominale perchè i cugini di Capaccio del principe mantenevano relazioni più che ottime con i locali signori normanni, come si rileva dalle dalle anzidette pergamene. Se il principe avesse posseduto anche i territori oltre l’Alento avrebbe aggiunto al profluvio di donazioni fatte all’abbazia di Cava, dietro consiglio dell’arcidiacono e amministratore della Chiesa Ildebrando di Soana, anche non pochi monasteri e loro dipendenze che erano “in finibus salernitanis”, e cioè nell’odierno basso Cilento.”. Pietro Ebner, a p. 87, nella nota (25) postillava che: “(25) Per i territori del Cilento nel periodo dipendenti da Gisulfo, v. Schipa, Storia, p. 220, no. 14.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: Informano documenti sicuri, e cioè le pergamene di Cava, che anche la pianura ebolitana doveva essere compresa nella contea di Principato. Gli eredi di Guglielmo appunto dal castello di Eboli datarono alcuni diplomi che si enumerano in nota (16), dove è chiara notizia dell’estensione dei domini direttamente dipendenti da essi verso la metà del XII secolo: ecc…”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ABC, E 5 (a. 1107), E 47 (a. 1116), F 44 (a. 1128), G. 6 (a. 1131), G 7 (a. 1131), G 10 (a. 1134), G 16 (a. 1135), G 25 (a. 1137), G 26 (a. 1137) e L 38 (a. 1195). Da questi la seguente genealogia: Guglielmo, primo conte del Principato, sposa (Amato, III, 22) la figiuola di Guido, conte di Conza e fratello di Guaimario V. Dal primo Guglielmo, Roberto e poi Guglielmo (conte del Principato: diplomi 1107-1128 anche per il padre e il nonno) e perciò il II………….Del Riccardo, figlio di Guglielmo I, da cui Ruggero principe di Antiochia, di cui nel ‘Dizionario Enciclopedico (I, Roma, 1955, p. 318) non sono notizie nei documenti esaminati. Il B 31 (ABC) e il B 30, ottobre dello stesso anno (v. pure C 20) erano ignoti allo Schipa (anche i diplomi anzidetti) se supponeva soltanto che il Guimondo di Amato (XIII, 12) potesse essere il Girmondo usurpatore pentito, con Guglielmo di Principato, dei beni della chiesa di Salerno. Anche il De Bartolomeis (in Amato cit., p. 352, no. 3) era certo dell’esistenza di altre notizie su Guimondo (Gismondo) dei Mulsi. Ma il B 31 è assai chiaro: “Emma de Evuli, filia Joffrit, que pria fuerat uxor Radolfi qui dictus est Trincarote et postmodum uxor fuit Guimundi qui dictus est de Mulsi”.”.

Nel 1112, Ruggero d’Altavilla, detto Ruggero del Principato, principe di Antiochia, figlio di Riccardo del Principato

Da Wikipedia leggiamo che Ruggero di Salerno detto anche Ruggero del Principato o Ruggero d’Antiochia (… – Sarmada, 28 giugno 1119) è stato un cavaliere medievale normanno, reggente del Principato di Antiochia dal 1112 alla sua morte. Figlio di Riccardo di Salerno (reggente della Contea di Edessa) e lontano parente di Tancredi di Galilea, divenne reggente del Principato di Antiochia, quando Tancredi morì nel 1112, mentre il principe ereditario, Boemondo II d’Antiochia era ancora fanciullo. Così come era toccato a Tancredi prima di lui, anche Ruggero dovette trascorrere gran parte della sua reggenza difendendo il principato dai continui attacchi dei vicini stati musulmani, in particolar modo di Aleppo. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ecc…..Del Riccardo, figlio di Guglielmo I, da cui Ruggero principe di Antiochia, di cui nel ‘Dizionario Enciclopedico (I, Roma, 1955, p. 318) non sono notizie nei documenti esaminati.”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) Cataldo G., Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, inedito, dattiloscritto, donatoci dall’Auore (Archivio Storico Attanasio), p. 29, è stato citato anche dal Guzzo (…), e riporta molte notizie e riferimenti bibliografici in merito al periodo Normanno.

(…) Natella P. Peduto P., Pixus – Policastro, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.; Si veda pure: Gay J. (o Giulio), L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, Firenze, 1917, p. 253 e vedi pure Pontieri E., op. cit., 54.

(…) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383

(…) Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29. Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze, 1954, p. 12, che il Chronicon ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855

(…) Pratilli F. M., noto per il suo lavoro realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel ‘600 da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

(…) Troyli P. P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53. Vedi pure: Paolo Diacono, Historia, miscellanea, Lib. XIII; oppure Laudisio N. M., Sinossi della Daiocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Roma, edizioni di Storia e letteratura, 1976, egli sostiene che il Bussento detto Basentium dal Diacono Paolo, sia il nostro Bussento.

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(…) Schipa Michelangelo, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia – ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, ed. Laterza & figli, 1923 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Hirsch F. Schipa M., Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi, stà in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento il Principato di Salerno’, ristampa a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968 Edidioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio)

(…) Acocella N., Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, struttura amministrativa e agricola, Parte II, Salerno, 1963, p. 86 e s.

(…) Giannone P., Dell’Istoria civile del Regno di Napoli, Venezia, 1766, ed. Pasquali, Tomo VI, Libro XVII, per la Congiura di Capaccio, si veda da p. 337 e s., oppure si veda dello stesso autore, Opere comoplete, Tomo IV, p. 87 e s.

(…) Pontieri E., si veda ‘Cilento‘, in ‘Enciclopedia Italiana’, X, 240 e si veda pure Gatta, op. cit. (…), pp. 148 sgg. 275 e s.

(…) Aimè, Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin, ed. Champollion-Figeac, Paris, 1835; vedi lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256

(…) Chalandon F., Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, Parigi 1907. Ed. it: Storia della dominazione normanna in Italia ed in Sicilia, trad. di Alberto Tamburrini, Cassino 2008, II, p. 307; dello stesso autore si veda: Ferdinand Chalandon, “La conquista normanna dell’Italia meridionale e della Sicilia”, cap. XIV, vol. IV (La riforma della chiesa e la lotta fra papi e imperatori) della Storia del Mondo Medievale, 1999, pp. 483–529.

(…) Amato di Montecassino, in latino Amatus Casinensis (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1° marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Si veda: ristampa e traduzione a cura di G. Sperduti, 2002. Si veda pure: Torraca F., Amato di Montecassino e il suo traduttore, in “Casinensia” 1929.

(…) Amato di Montecassino, in latino ‘Amatus Casinensis’ (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1º marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Secondo il suo volgarizzatore francese, Amato sarebbe nato a Salerno. Concordemente si ritiene che sia stato anche vescovo, probabilmente nella sede di Pesto-Capaccio dal 1047 al 1058. Probabilmente rinunciò all’episcopato per dedicarsi all’attività letteraria nella quiete del monastero di Montecassino. Dal Chronicon Casinense sappiamo che fu l’autore del De Gestis apostolorum Petri et Pauli in quattro libri, in versi esametri, e della Historia Normannorum in otto libri, entrambi composti verso il 1080; Pietro Diacono ci informa che fu autore anche di altri due scritti: De laude eiusdem pontificis e De duodecim lapidibus et civitate caelesti Hierusalem. La Historia Normannorum’, comprendente eventi dal 1016 al 1078, è dedicata all’abate Desiderio; pur perduta nella versione originale, è sopravvissuta attraverso una traduzione francese del XIV secolo (L’Ystoire de li Normant), conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. È presumibile che sia stato testimone degli avvenimenti narrati nella sua cronaca, che è la fonte primaria per conoscere la storia della presenza normanna nel Mediterraneo, letta secondo il punto di vista della grande abbazia di Montecassino, uno dei centri culturali e religiosi del Cristianesimo dell’XI secolo. Amato descrive l’assedio normanno di Bari e quello di Salerno, la conquista della Sicilia e la presa del potere da parte di Roberto il Guiscardo come pure la Riforma gregoriana dal punto di vista del papato, il tutto inframmezzato da narrazioni di profezie e miracoli. Molti dettagli della storia dell’XI secolo, come la freccia che avrebbe ucciso Aroldo II d’Inghilterra nella battaglia di Hastings colpendolo a un occhio, provengono dal cronista di Montecassino. È piuttosto preciso nel riportare i fatti nonostante l’intento celebrativo per Roberto il Guiscardo e Riccardo di Capua. Secondo il necrologio del cod. Vat. Borgiano 211, Amato morì il 1º marzo di un anno imprecisato, probabilmente allo scadere del secolo nel monastero di Montecassino. Edizioni del suo Chronicon sono: (FR) L’ystoire de li Normant, et la chronique de Robert Viscart par Aime, moine du Mont-Cassin, publiées pour la première fois, d’apres un manuscrit francois inedit du 13. siecle pour la societe de l’histoire de France, par M. Champollion Figeac, Paris 1835; Ystoire de li Normant par Aimé, publiée avec une introduction et des notes par l’abbe O. Delarc, Rouen 1892; Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto storico italiano; 76), Roma 1935; ecc…

(…) Tramontana S., La Monarchia Normanna e Sveva, stà in AAVV., ‘Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico’, Storia d’Italia a cura di G. Galasso, UTET, vol. III (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Tramontana Salvatore, Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., ed. Carocci, Roma, 2000, p…. (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831.

(…) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.  Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p…. (testo in latino) e p. 74 (la traduzione del Visconti del testo in latino), p. 74.

(…) Pellegrino C., Historia principum Longobardorum, Napoli, ed. tip. de Simone, 1753, tomo IV, p…., o Tomo III, Napoli, ed. de Simone, 1751. Si veda pure dello stesso autore: Apparato alle antichità di Capua, ovvero discorso della Campania Felice, Napoli, ed. Sauio, 1651.

(…) Volpi G., Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.

(…) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001

(…) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, Salerno, 1881, p. 117.

(…) Guzzo A., Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia, Unione Grafica, Battipaglia, 1997; si veda dello stesso autore: Guzzo A., Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia, ed. Arti grafiche Palumbo, Cava dè Tirreni, 1978.

(….) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (..) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.

(…) Lo Curto V., Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(…) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. L’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(…) Guglielmo di Puglia, cronista d’epoca Normanna che dedico la sua cronaca alle vicende di Roberto il Guiscardo e suo figlio Ruggero Borsa. Guglielmo di Puglia (in latino: Guillelmus Apuliensis; … – …) è stato un cronista attivo in Italia in epoca normanna, a cavallo tra la fine del secolo XI e l’inizio del secolo XII, noto come autore dei “Gesta Roberti Wiscardi”. L’opera, scritta in esametri, composta in cinque libri, fu conclusa, forse, tra il 1095 e il 1099. A dispetto del nome che la tradizione ci ha consegnato, non c’è materiale sufficiente per stabilire una sua origine pugliese(longobarda; Guglielmo non cela mai un certo astio invece nei confronti dei bizantini) o normanna, né tanto meno per affermare che egli fosse un uomo di Chiesa. L’opera, dedicata al figlio del Guiscardo, Ruggero Borsa, che ne fu il committente, ha come protagonista proprio il Guiscardo e si concentra su vicende pugliesi e sui rapporti dei Normanni con l’impero bizantino: proprio in ambiente pugliese, dunque, forse fu composta, come pure fa pensare il silenzio riguardo a fatti calabresi e campani. Guglielmo fa apparire la vicenda del Guiscardo come la naturale prosecuzione della secolare lotta compiuta dai Longobardi (visti come i “legittimi” signori del territorio) contro i Greci (signori dispotici ed “effeminati”) per il controllo dell’Italia meridionale. In sostanza Guglielmo cerca in questo modo di legittimare la conquista del Mezzogiorno da parte dei Normanni, rappresentando questi ultimi come continuatori del ruolo che era stato dei Longobardi (quello cioè, nella sua visione, di liberare il territorio dai Greci unificandolo sotto un unico dominio), come gli eredi della loro politica e della loro ideologia, e in definitiva della loro funzione storica. L’unico manoscritto medievale rimasto è quello conservato nella Bibliothèque Municipale d’Avranches (ms. 162, della fine del XII secolo) e proveniente dalla biblioteca dell’abbazia di Mont-Saint-Michel. Un altro manoscritto, utilizzato per l’editio princeps del 1582, proveniente dall’abbazia di Bec, è invece disperso.

(…) Cusa S., I diplomi greci ed arabi di Sicilia, pubblicato nel testo originale, tradotti ed illustrati, Palermo, 1868-82, p. 558 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Il Chronicon Cassinese o ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense o Leone Marsicano. La Chronica sacri monasterii casinensis (“Cronaca del sacro monastero cassinese”), anche conosciuta come Chronica monasterii casinensis (“Cronaca del monastero cassinese”) o semplicemente Chronicon casinense (“Cronaca cassinese”), è una cronaca medievale redatta da Leone Marsicano (1046-1115) e poi “continuata” da Pietro Diacono (1107/1110-1159). Il testo tratta della storia dell’Abbazia di Montecassino dalla fondazione, ad opera di Benedetto da Norcia nel 529, fino al XII secolo, nonché delle vicende del territorio sottoposto all’Abbazia, ovvero lo stato feudale medievale della Terra Sancti Benedicti. La Chronica è suddivisa in quattro libri, l’ultimo dei quali venne redatto da Pietro Diacono diversi anni dopo la morte di Leone Marsicano. Per la redazione di questa cronaca medievale, Leone Marsicano, si servì della Chronaca di Romualdo Guarna Salernitano (…). L’originale in latino: “Chronica sacri monasterii casinensis”, Lutatiae Parisiorum, Ex Officina Ludovici Billaine 1668. Il Chronicon Cassinese, di Leone Ostiense, La Chronaca di Lupo Protospada, è stata pubblicata dal Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano, pp. 135.

(…) Protospada Lupo. Il ‘Chronicon rerum in regno Neapolitano gestarum’ è una cronaca di fatti occorsi nel Mezzogiorno d’Italia dall‘anno 855 al 1102 attribuita a Lupo Protospada: gli eventi più antichi furono attinti certamente dagli ‘Annales Barenses’, mentre maggiori dettagli si riscontrano per il periodo dal 1082 al 1102, in quanto contemporanei allo scrittore, in particolare, Lupo riporta con una certa attenzione, oltre a calamità e curiosità astronomiche (terremoto del 1087, cometa del 1098), gli eventi storici che portarono alla conquista normanna del sud e fatti di rilevanza religiosa (il terzo Sinodo di Melfi del 1089 e quello tenutosi a Bari nel 1099). Il Chronicon di Lupo fu poi utilizzato dall’Anonimo Barese per la stesura della sua Cronaca. Il Chronico di Lupo Protospada, fu una delle principali fonti storiografiche che utilizzò il cronista dell’epoca Romualdo Guarna Salernitano, nella stesura del suo ‘Chronicon sive Annales’. Romualdo Guarna, fu la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. La Chronaca di Lupo Protospada, è stata pubblicata da Antonio Caracciolo, Antiqui chronologi quatuor Herempertus Langobardus, Lupus Protospata, Anonymus Cassinensis, Falco Beneventanus cum appendicibus historicis, Napoli 1626, e dal Muratori, “Lupi Protospatae Rerum in Regno neapolitano gestarum ab anno sal. 860 usque ad 1102 Breve Chronicon“, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano, p. 145.

(…) Alberto di Aix, Alberto di Aquisgrana ((LA) Albericus o Albertus Aquensis; fine dell’XI secolo – post 1120) fu un cronachista della Prima Crociata. Era canonico e custode della chiesa di Aquisgrana. Non si conosce altro della sua vita, tranne che fu l’autore della ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, chiamata anche ‘Chronicon Hierosolymitanum’ de bello sacro o ‘Liber Christianae expeditionis pro ereptione, emundatione, restitutione sanctae Hierosolymitanae ecclesia’. Un’opera in latino, costituita da dodici libri, scritta tra il 1125 ed il 1150, che inizia con l’Appello di Clermont, racconta le fortune della Prima Crociata e l’inizio della storia del Regno di Gerusalemme e termina piuttosto bruscamente nel 1121. Era ben conosciuta durante il Medioevo, e fu largamente usata da Guglielmo, Arcivescovo di Tiro, per i primi sei libri della sua “Belli sacri historia”. In epoca moderna è stata accettata senza riserve per molti anni dalla maggior parte degli storici, incluso Edward Gibbon. Più recentemente, il suo valore storico è stata impugnata seriamente, ma il verdetto dei maggiori accademici sembra essere che in generale esso costituisce un registrazione veritiera degli eventi della Prima Crociata, sebbene contenga qualche materiale leggendario. Alberto non visitò mai la Terra Santa, ma sembra aver avuto una considerevole quantità di colloqui con i crociati di ritorno dalla Terra Santa, ed aver avuto accesso ad una notevole corrispondenza. La prima edizione della cronaca fu pubblicata ad Helmstedt nel 1584; una buona edizione è in Recueil des historiens des croisades, tomo IV, Parigi 1879

(…) Cinnamo Johannis, stà in ‘Corpus scriptorum historiae byzantine’, ed. Bonnae, ………….

(…) Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. L’opera si può dividere in due parti: prima e dopo l’839. Gli avvenimenti fino all’839 sono trattati in termini generali e non sono rilevanti da un punto di vista storico. La trattazione degli avvenimenti successivi all’839, invece, assume la forma di una cronistoria ampiamente dettagliata molto simile allo stile degli annali. Questa parte è estremamente interessante dal punto di vista storico, anche se spesso Romualdo assume toni autocelebrativi quando tratta le vicende che lo vedono protagonista. Si servì di tutto il materiale storico esistente negli archivi di Salerno, di Benevento, di Montecassino. Si avvalse anche degli Annales Beneventani’ (nella loro seconda o terza edizione), del ‘Chronicon Cavensis’ e del ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense e di Pietro Diacono. Ma la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. Dei Normanni del Principato di Salerno ci offre notizie e dati che non compaiono altrove. Per esempio solo Romualdo Guarna racconta come nel 1105 la città di Monte Sant’Angelo con tutto il castello cadde dopo lungo assedio in mano del duca Ruggero, che più tardi si impadronì di Canosa. L’opera di Romualdo Guarna Salernitano è stata pubblicata da Giuseppe Del Re (…), ‘Romualdi II Archiepiscopi Salernitani’, in , Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80. L’opera di Romualdo Guarna è stata pubblicata anche dal Muratori in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, tomus XIX, Romoaldi Annales, anni 1143 – 1148, Pag 845. Romualdo Guarna (Salerno, fra il 1110 e il 1120 – 1° aprile 1181 o 1182) è stato un arcivescovo cattolico, storico, politico e medico longobardo, una delle figure più importanti del Regno di Sicilia nella sua epoca. È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Nacque a Salerno dalla famiglia Guarna. Da giovane frequentò la prestigiosa Scuola medica Salernitana, dove studiò non solo medicina ma anche storia, giurisprudenza e teologia. Fu molto critico del comportamento di Maione di Bari nel non appoggiare l’ultimo caposaldo cristiano normanno in Tunisia nel 1160: praticamente lo accusò di avere condannato allo sterminio la residua comunità cattolica di Mahdia. Non è chiaro se prese parte alla cospirazione dei Baroni contro Maione di Bari, ma di certo rimase sempre nelle grazie di re Guglielmo I d’Altavilla. Nel 1160-1161 difese Salerno dalla furia di Guglielmo I, che intendeva distruggerla dopo la rivolta dei Baroni. Con l’aiuto di altri salernitani a corte (tra cui Matteo d’Ajello) riuscì a intercedere per far risparmiare la città. Alcune fonti tuttavia narrano che la flotta inviata dal re per punire la città fu respinta da una violenta tempesta. Ebbe incarichi diplomatici da parte dei re normanni Guglielmo I e Guglielmo II: negoziò il Trattato di Benevento del 1156; partecipò alla Pace di Venezia nel 1177. Alla morte di Guglielmo I, fece parte dei familiares regis ovvero del consiglio che doveva coadiuvare la regina Margherita nel governo del regno, fino alla maturità dell’erede al trono Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Nel 1167 fu lui, come più alto prelato del regno, a incoronare re Guglielmo II, nella Cattedrale di Palermo. Nel 1179 partecipò attivamente al terzo Concilio Lateranense. Ebner (…), alla sua nota (28), postillava su Simone conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I (detto il Malo): “Ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia”. Alla sua nota (29), scrive che: “29-  Romualdo Guarna, ad. a. 1156.”. Guarna Romualdo, Romualdi Salernitani Chronicon : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav. : facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino : Bottega d’Erasmo, 1973. Di Romualdo Guarna o Warna e del suo “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, si veda il Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani), Napoli. Scrive il Del Re nel suo ‘Proemio’ al “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, di Romualdo Guarna: “Scrisse adunque il nostro Arcivescovo, oltre ad alcune opere ecclesiastiche, la storia delle nostre regioni, e prese origine dalla creazione del mondo. Il primo a dare in luce alcuni brani di questa Chronica fu il Baronio, il quale fu imitato da Felice Contilori, che ne pubblicò un altro piccolo brano: dal 1173 al 1178. Venne terzo il Caruso, e quella parte ne tolse che più aveva relazione con la Sicilia: dal 1159 al 1178. Ultimo fu il Muratori, il quale avrebbe pubblicato tutto quel tratto che discorre dal 926 al 1178, se il dotto uomo Giuseppe Antonio Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana ecc…”. 

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(…) Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(…) Salvioli V., Storia dell’Italia nell’alto Medio Evo, Napoli, 1913, p. 217

(…) (Fig….) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig. 4 che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che volentieri pubblichiamo (Fig. 1); la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Recentemente abbiamo chiesto all’ASN, sulla segnatura e collocazione di questa carta da noi rintracciata nel 1981 e dall’ASN, ci è pervenuta la seguente risposta dal funzionario Dr. Palmieri: “Gent.le Prof. Attanasio, in risposta alla sua email datata 30 gennaio u.s., pervenuta allo scrivente in data 5 febbraio 2018, si comunica che la scheda riporta: ” Campo all’isola di S. Giovanni: pianta topografica fatta riprodurre dall’Abate Galiano dall’ originale francese. (sec. XVIII, 1756 ?) – Biblioteca Nazionale di Parigi.“. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto Aldo Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (7). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (7) scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’. 

(…) Devreesse R., Les manuscripts grecs de l’Italie meridionale etc., ristampa ed. Città del Vaticano, (Studi e testi 183), 1955, p. 32; si veda pure lo stesso, II le Fonds Coslin, ed. Imprimerie National, 1845

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(…) “Restaurazione della Diocesi di Policastro, centri che la costituiscono, confini, beni.”, o la nota lettera episcopale detta “Bolla di Alfano I”, datata anno 1079 – lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I. L’esemplare conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, così di seguito collocata: “Sezione Documenti antichi, Cartella I, dalle origini al 1400” (secondo quanto ci ha riferito l’attuale Bibliotecario Don Pietro, che pubblichiamo per gentile concessione). L’Ebner (11), colloca l’esemplare (forse quello conservato all’Archivio Diocesano di Salerno): “bolla a. 166 /67”. L’antico documento, è citato in Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 (rist.), pp. 371-372. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno ‘Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori (…), in Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss., V, col. 219 e seq. “Alphanus Archieps An. 1080.”. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i ‘Fragmenta’ del Codice Amalfitano, dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno Alphanus Archieps An. 1080.“. Per la sua copia conservata all’ADP, si veda anche Laudisio N.M., op. cit. (4), nota (35) del testo del Visconti, p. 13 (testo in latino) e pp. 70-71 (la traduzione del Visconti del testo in latino). Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda pure Porfirio P., ‘Policastro’, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539. Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s.; Archivio dell’Abbazia della Ss. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.; Annales cavenses, a cura di F. delle Donne, Roma 2011, pp. 36-45, sub ann. 1097, 1106, 1110, 1118, 1123. P. Guillame, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371; P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in Scritti in memoria di Leopoldo Cassese, Napoli 1971, pp. 3-32; Id., Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma 1979, pp. 243 s.; G. Vitolo, Cava e Cluny, in L’Italia nel quadro della espansione europea del monachesimo cluniacense. Atti del Convegno internazionale di storia medioevale (Pescia… 1981), Cesena 1985, pp. 199-220, stampato anche in G. Vitolo – S. Leone, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del Codex diplomaticus Cavensis, Salerno 1983, pp. 35-44; H. Houben, L’autore delle Vitae quatuorum priorum abbatum cavensium, in Studi medievali, s. 3, XXVI (1985), pp. 871-879 poi ristampato in Medioevo monastico meridionale, Napoli 1987, pp. 167-175; G. Vitolo, La badia di Cava e gli arcivescovi di Salerno tra XI e XII secolo, in Rassegna storica salernitana, VIII (1987), dicembre, pp. 9-16; M. Galante, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; J.M. Sansterre, Figures abbatiales et distribution des rôles dans les Vitae quatuorum priorum abbatum Cavensium (milieu du XII siècle), in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age, CXI (1999), 1, pp. 61-104; V. Loré, Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151.  Il Cataldo (…), scriveva: “Questo documento storico (di cui esistono copie manoscritte nella Curia Vescovile di Policastro, una delle quali fu autenticata dal Vescovo Andrea De Robertis, con bollo a secco e firmata da lui e dal Can. Matteo Lombardo, Cancelliere, in Lauria il 20 gennaio 1745) proviene da un’antica pergamena della Curia Arcivescovile di Salerno, donde fu tratta copia nel 1737. In calce alla copia, vistata dal De Robertis, si legge: “Ab Archivio Mensae Episcopalis Salernitanae, et signanter a quodam antiquo Regestro in carta Pergamena scripto, inibi sistente, exhacta est praesens copia & meliori & et ad fide ego Clericus MATTHAEUS Episcopus Pastor Salernitanus, Apostolica Auctoritate pubblico Notarius in Archivio Romano descriptus , et CURIA ARCHIEPISCOPALIS SALERNITANAE Ordinarius ACTORUM MAGISTER, requisitis signavi & Salerni, 14 Octobris 1737. (Adest signum Notarii praedicti).”. Recentemente B. Moliterni, Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXXIX (2013), pp. 5-36 (29), sostiene che la copia più antica dell’originale della Lettera Pastorale di Alfano I è del XII sec., è conservata nel Manoscritto Vaticano Patetta (coll.: Ms. vat. Patetta 1621)(28) e, risale già al XVIII secolo (Fig….). Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s., che si può consultare e scaricare gratuitamente collegandosi al sito della Biblioteca Apostolica Vaticana: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Patetta.1621 (28). L’antico documento, il canonico Giuseppe Cataldo (39), lo pubblicava a pp. 129 e 130, in un suo pregevole studio rimasto inedito.

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(…) Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio);

(…) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione di diverse parti del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (6) che ricopiò da un’esemplare di Scipione Volpicella (7). Il Gaetani, trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (7), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (6), scriveva in proposito: Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.  In particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano I (…), la cita allo stesso modo del Mannelli (6), riportandone solo l’intestazione;

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(…) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

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(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio).

Tancredi Luigi

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore:  Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.

(…) Carucci Giacinto, S. Gregorio 7. a Salerno : ricerche storiche / pel prof. G. Carucci, Salerno, 1885, 65, parlando del monastero di S. Benedetto di Salerno, la dice fondata nel 725 dal Longobardo Guibaldo Salernitano divenuto più tardi primo abate e preposto

(…) Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna, p. 155 (citato da Ebner), (Archivio Storico Attanasio)

Il subfeudo di Torraca

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcune notizie sulla storia e le origini del territorio di Torraca ed il suo feudo di Sapri.

Tortorella e Torraca

(Fig…) Particolare delle nostra costa e del nostro territorio tratto dalla della carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). La carta è inedita e da me scoperta alla fine degli anni ’70 e fatta riprodurre nel 1981 dall’ASN, dove essa ancora è conservata.

Torraca

Leggiamo da Wikipedia che Torraca ha le caratteristiche di un antico borgo medievale con la presenza di un castello baronale. La costruzione di diverse chiese fa eco a una notevole religiosità avuta durante i secoli passati, tra cui spicca la chiesa madre dedicata al Santo Patrono S. Pietro Apostolo e la chiesetta situata a pochi chilometri dal paese eretta in onore di Maria SS dei Cordici. Si segnalano anche varie cappelle sparse nel piccolo centro, tra le quali la Cappella della Congrega, che affaccia nella medesima piazza della chiesa madre; la cappella di sant’Anna, poco distante; la cappella di sant’Antonio, in località san Rocco; la cappella di san Michele, nei pressi del castello baronale; la cappella dedicata alla Madonna di Loreto (ru Rito, in dialetto torrachese) in località “Salita Madonna del Rito”. Nel sito del Comune di Torraca, alla voce storia, leggiamo che: “Il termine Torraca deriva presumibilmente da Torre de Jaco, un signore vissuto a Torraca nei secoli passati. Poco conosciamo delle sue origini, che sembrano risalire al sec. X d.C. e sono da attribuire a popolazioni di matrice greca. L’ipotesi più probabile è che furono gli stessi abitanti della costa, distante circa 10 Km dal borgo, spinti dalle devastazioni dei Saraceni nel 915 a rifugiarsi sulle colline e a fondare il nuovo rustico centro abitato. Durante la guerra del Vespro fra angioini ed aragonesi (1285-1302), l’antico borgo costituì uno dei principali fortilizi angioini dell’entroterra.”. Vi sono poi, fuori dall’abitato, in località “San Fantino“, i resti di una chiesetta un tempo intitolata a San Fantino, monaco e santo basiliano che ha operato nel Cilento. La presenza di questa importante figura testimonia come radicata sia stata la presenza dei monaci di rito greco nella Lucania costiera: il Golfo di Policastro può a giusta ragione essere considerata la propaggine più estrema della regione del Mercurion, culla del monachesimo greco orientale. Testimonianza di questa influente presenza greca nella zona sono, oltre alla detta cappella, gli imponenti resti di un monastero greco che affaccia sulla baia di Sapri, a metà strada tra l’abitato di Torraca e la vicina Sapri; i resti della importante badia di San Giovanni a Piro, di cui fu abate l’illustre umanista di Tessalonica Teodoro Gaza; la chiesa della Madonna di Grottaferrata di Rofrano. Tuttavia, ciò che è scritto su Wikipedia, riguardo “gli imponenti resti di un monastero greco che si affaccia sulla baia di Sapri” non è corretto in quanto si tratta dei ruderi del Seminario “Fanuele”, in località Pietradame, costruito verso la fine del ‘700 ma mai ultimato e mai funzionante e, come scriveva il Gaetani (…) a p. 15 del suo ‘Giovan Giacomo Palamolla, ecc..’: “lasciata incompleta dal magno spirto Giuseppe De Rosa di Nocera dei Pagani (1775) e da nessuno portata a termine.”.

Per Lanzoni l’ubicazione di Blanda Iulia, nel Porto di Sapri

Vorrei invece approfondire la notizia del Lanzoni (…), secondo cui al porto di Sapri, poneva la Diocesi di Blanda Julia. Il Lanzoni (…), a p. 323, parlando delle antiche Diocesi crisiane, oltre a citare quella di “Buxentum”, cita quella di “Blanda Julia (Porto di Sapri)” , in proposito scriveva che:

Lanzoni.PNG (Fig….) Lanzoni (…), p. 323

Riguardo Sapri, il Lanzoni, a p. 323, in proposito scrive che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195).; 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanne” : 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse Bleranae (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”. Di questi argomenti ho parlato nel mio saggio ivi: ‘La città sepolta nelle campagne sapresi’ e in ‘L’opera di cristianizzazione, le prime diocesi, l’anacoretismo ascetico ed il monachesimo nel basso Cilento’. Nei due miei saggi, cerco di fare il punto su ciò che è stato ipotizzato e scritto circa la presenza e le testimonianze di monaci iconoduli e basiliani stanziatisi nella notra terra. Ma come abbiamo visto nella pagina 323, il Lanzoni (…), a p. 323, sebbene scrivesse “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): ecc..ecc.., non riporta vescovi nell’anno 640 o 649. Il Lanzoni, scrive di Blanda Iulia, e di un suo vescovo chiamato Romano, presente il 5 luglio al sinono romano dell’anno 595, ma non dice nulla del sinodo romano dell’anno 640 o 649 a cui invece partecipò un altro vescovo di Blanda Iulia. Nel 1985, il sacerdote Luigi Tancredi (2), nel suo ‘Sapri giovane e antica’, a p. 34, parlando del suo Porto e della sua chiesa, affermava che: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. La notizia è interessantissima perchè ci fa ritornare agli albori della storia di Sapri, al secolo VII, all’epoca delle incursioni vandaliche e della prima cristianizzazione dell’area. Il Tancredi (…), però non dice nulla a riguardo le fonti da cui avesse tratto l’interessante notizia. La notizia di un vescovo di Blanda Julia, che nell’anno 640-649, partecipò al sinodo romano, è del sacerdote Nicola Curzio (…), che nel suo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, pubblicato nel 1910, in proposito scriveva che: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “. Dunque, riepilogando, secondo il Curzio (…), nell’anno 640-649 (secolo VII d.C., epoca Longobarda), a Blanda Iulia, forse il “Portus” di Sapri, come credeva il Lanzoni (…), vi erano due vescovi: il primo chiamato “Pasquale”, presente al Sinodo romano di papa Martino, e nell’anno 743, l’altro vescovo chiamato “Gaudioso” presente al Sinodo romano di papa “Zaccaria”. Ma se è vero ciò che scriveva il Curzio (…), mi chiedo se si fosse tratto in inganno Pietro Ebner (15) che, sulla scorta del Duchesne (14), in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653). La notizia, era stata confermata dal Duchesne (14) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (11). Dunque, alla citazione che faceva il Curzio (…), che nell’anno 640-649, vi fosse un vescovo di Blanda Iulia al Sinodo romano, il Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, che pure aveva scritto, nel suo ‘Sapri, giovane e antica’: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”, in un altro suo passo, parlando delle diocesi tirreniche nel VII secolo d. C., epoca Longobarda, in proposito scriveva che: il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”. Vi sono delle evidenti contraddizioni in Tancredi (…), in quanto egli ha scritto che nel VII secolo d. C., a Sapri, che il Lanzoni (…), crede essere il “Portus” di Blanda Iulia, altra diocesi del Tirreno, “aveva un porto chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel 649” e, dall’altra parte, sempre parlando delle diocesi tirreniche in quel periodo, scriveva che vi era stato un silenzio di notizie storiche dagli anni 640 al 743, in quanto a suo avviso, questa zona, era occupata dai Bizantini che includeva la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli e non dalla chiesa Romana.

Un documento del 1097 (epoca Normanna), parla della Cappella di S. Fantino a Torraca

Il Cappelli (…), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, cita un documento di estrema importanza per la collocazione temporale e la ricostruzione storica sul territorio di ciò che già il Di Luccia (…), affermava sulle due Grancie di S. Nicola e di S. Fantino ( o S. Infantino) nel territorio Saprese. Il Cappelli (…), oltre a citare importanti notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro, parlando della Grangia di S. Fantino, trae importanti notizie dal Trinchera (…) che nel 1865, pubblicava ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae’, dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Il Cappelli (…), sulla scorta del Trinchera (…) a proposito della Cappella e della Grangia di S. Fantino, che secondo il Di Luccia (…), faceva parte dei possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Nel Cilento, infatti, il culto di San Fantino è pienamente documentato dalla denominazione di S. Fantino che prima possedeva la località dove sorse l’abitato di S. Giovanni a Piro, dipendente dal monastero basiliano omonimo, dal quale dipendeva anche una chiesetta campestre, a S. Fantino dedicata (20), e di cui rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. Chiesetta che è ricordata in un documento, forse degli inizi del secolo XII (21), con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi daigumeni e monaci basiliani (…),la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantinoed all’altra di S. Ciriaca.” (…). Il Cappelli (…), nella sua nota (21), cita l’interessantissimo ed antico documento (…), pubblicato dal Trinchera (…) e, aggiunge anche la citazione bibliografica che riguarda il personaggio di ‘Odo Marchisii’, citato nell’antico documento del 1097. Il Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (21), oltre a citare l’antico documento che fu pubblicato dal Trinchera (…), nel 1865 (…), cita anche gli studi di Gertrude Robinson (…), dove dice: “(21) La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the Greek monastery of St. Elias and St. Anastastasius of Carbone, in “Orientalia Christiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone).”Biagio Cappelli (…), parlando di S. Fantino e del Cilento meridionale, cita l’antichissimo documento e scriveva che: con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ecc..” :

Cattura Scido e S. Phantini

(Fig….) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco,  tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (…)

Stando all’antico documento membranaceo del XII secolo (…) (datato anno 1097), pubblicato dal Trinchera (…), un abitante di Vibonati, il monaco Milano Sergio, aveva ricevuto da Odo Marchese, il permesso – Sigillum factum – di costruire un monastero intorno alla chiesetta campestre dedicata a S. Fantino, di cui, scrive il Cappelli (…), rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. Il documento: “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (…), pubblicato dal Trinchera (…), è un antichissimo documento manoscritto in greco su pergamena (membrana), datato Settembre 1097 (XII secolo), tratto da antichissimi codici membranacei manoscritti in greco, risalenti a prima dell’anno ‘1000, oggi andati persi o dispersi a causa degli eventi bellici dell’ultima guerra Mondiale, i cui bombardamenti colpirono l’Archivio di Stato di Napoli, dove essi erano conservati e catalogati dallo studioso Francesco Trinchera (…). L’antichissimo documento (…), ci riporta di molti secoli indietro nella ricostruzione storica delle origini delle nostre terre e per la localizzazione di un antica cappella di S. Fantino nel territorio saprese. L’antico documento pubblicato da Trinchera (…), recita e parla di “trado tibi venerabile templum sancti patris nostri Phantini de Scido”. Dunque, l’antico documento parla della S. Fantino di Scido. A parte la citazione di ‘Scido’ – il documento chiama il luogo Scido – è interessante perchè il luogo non è Vibonati ma è ‘Scido’,  quindi, probabilmente Sapri o nel territorio ad esso limitrofo. Le notizie intorno a S. Fantino ed ai possedimenti dell’antichissima Abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, dopo questo documento si fanno più labili.

Torraca ed il suo “Porto”, nel 1079 nella ‘Bolla’ di Alfano I

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, parlando di Torraca e di Sapri, scriveva che la notizia più antica di Torraca, risale alla nota “Bolla” di Alfano I, un documento che egli data all’anno 1066-67, dicendo che in questo antichissimo documento, di cui abbiamo pubblicato ivi, un nostro saggio, Torraca, figura nell’elenco dei paesi della rinata o restaurata Diocesi. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiese baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 664, parlando di Torraca, scriveva che: “‘Turraca’ è poi compreso tra i villaggi che “Alphanus Divina Provvidentia sanctae Salernitanae sedi Archiepiscopus” incluse nella sua lettera pastorale (3), nel ricostruire la Diocesi di Policastro che l’arcivescovo affidò al monaco cavense Pietro da Salerno elevandolo alla dignità di vescovo (a. 1066-1067).”. Ebner, nella sua nota (3), riguardo la notizia tratta dal p. 3 del Di Luccia (…), postillava a p. 664, che: “(3) Laudisio, op. cit., p. 13.”. Infatti, il vescovo Mons. Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicata nel 1831, a p. 71 (v. edizione curata da Visconti), scriveva della nota ‘Bolla di Alfano I, e dei suoi centri. Nella ‘Bolla’, vengono citati anche ‘Turraca’ ed un ‘Portu’ (forse il porto di Torraca, o Sapri). L’elezione a vescovo della rinata e restaurata Diocesi ‘Paleocastrense’ (ex Bussento), di Pietro Pappacarbone, con la nota ‘Bolla’ di Alfano I Arcivescovo di Salerno, nel 1079 (Ebner la data all’anno 1066-67), è importantissima per la nostra storia, in quanto essa rappresenta un momento importantissimo e di passaggio per l’avvento della regola benedettina anche sulle nostre terre. A questo passaggio storico, abbiamo ivi dedicato un nostro studio, dove abbiamo pubblicato la ‘Bolla’ di Alfano conservata nell’Archivio della Diocesi di Policastro. Sarà da questo momento in poi che con la definitiva scomparsa del Principato Longobardo di Salerno, inizierà una lenta decadenza dei tantissimi monasteri italo-greci e bizantini, sorti e fiorenti nelle nostre terre (o come alcuni vogliono nel cosiddetto ‘Mercurion’).

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(Fig….) la nota lettera pastorale (bolla, a. 166/67)(24), datata all’ottobre 1079, l’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, con la protezione longobarda, ricevè nel 1058 da Papa Stefano IX la licenza per la nomina di nuovi vescovi (…).

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(Fig….) Pagina n. 3, della nota copia originale della lettera pastorale (bolla), dell’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, datata all’ottobre 1079, e conservata nell’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…), su gentile concessione di Don Pietro Scapolatempo Bibliotecario dell’ADP (Archivio storico e digitale Attanasio)

Il culto di S. Sofia a Torraca

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, op. cit., pp. 24-25.”. Infatti, il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica Bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 (v. Fig….), che posseggo,

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parlando di Policastro e della sua antica sede episcopale, a pp. 24-25, scriveva che: “La seconda cosa degna di molto studio per gli agiografi è il culto di S. Sofia, sempre diffuso nei luoghi che ricordano immigrazioni di cattolici dalla Grecia; ma chi sia la S. Sofia, che ha un culto così esteso nelle chiese occidentali d’Italia, ed in modo particolare…….Checchè sia delle varie opinioni sulla santa Sofia, nella Diocesi di Policastro, precipuamente in Poderia, in Roccagloriosa ed in Torraca è celebre il culto di una santa Sofia. Fattisi i nostri ad indagare chi Ella fosse, a niuno meglio potevano rivolgersi che al dottissimo ellenista ed agiografo, il chiarissimo abate di Grottaferrata D. Giuseppe Cozza Luzi, il quale soddisfece ampiamente alla richiesta dell’illustre arciprete canonico Giovanni De Sanctis, facendo conoscere la memoria di una insigne s. Sofia greca, della quale benchè gli atti non esistano, pure il nome è celebratissimo, ed attesa la moltitudine dei prodigi nel restituire la sanità gl’infermi fu distinta col nome di ‘Sofia’ ………(curatrice), il perchè si disse dai greci ‘Thaumaturga’. (24).”. Il Gaetani, nella sua nota (24), a p. 29, postillava che: “(24) Cf. l’Officia recitanda in civit. et dioec. Polycastrensi. Die XV Maij. In festo s. Sofiae. Monitum ad futuram rei memoriam. – E’ tuttora in Torraca un luogo che chiamasi s. Sofia, ove la Santa in un tempietto a lei innalzato veniva onorata con speciale culto. Mi piace ricordare, come ho attinto delle scarsissime carte del nostro Archivio, che ai 30 luglio 1656 in occasione di un morbo contagioso che crudelmente mieteva vittime, i pii Torracchesi fecero pubblico voto alla Beata Vergine dè Cortici, a s. Rocco ed a s. Sofia di pagare annualmente sei ducati col peso di trenta Messe piane.”. Il Gaetani, prosegue il suo racconto, scrivendo che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….. Il Gaetani (…), cita il Cozza Luzi Giuseppe (…), che, nel 1880, scrisse ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, ovvero scrisse la storia delle vite dei due santi Macario e Saba, che passarono nel Cilento e da cui si possono trarre interessanti notizie sui monaci basiliani come S. Fantino e S. Nilo, qui nel basso Cilento.

Nel X secolo, igumeni e monaci si imbarcavano al porto di Sapri o di Maratea

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 256, riferisce un’interessante notizia e, scriveva in proposito che: “Per i consueti pellegrinaggi presso le tombe degli apostoli Pietro e Paolo, una prassi per il basiliano, igumeni e monaci dell’archimandritato carbonense si imbarcavano dal porto di Maratea o da quello di Sapri (61).”. Il Campagna (…), nella sua nota (61), a p. 256, postillava che: “(61) J. Cozza-Luzi, Historia et Laudes, etc., op. cit; G. Giovannelli, S. Nilo di Rossano, op. cit.”. E’ una notizia che ci lascia un pò perplessi ma estremamente interessante. Dunque, il Campagna, sulla scorta del Cozza-Luzi (…) e del Giovannelli (…), sosteneva che dal porto di Sapri e di Maratea, si imbarcavano igumeni e monaci dell’archimandritato Carbonenense, per recarsi in visita e pellegrinaggio alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo.  Il Campagna (…), nelle sue note bibliografiche, citava i due testi del Cozza-Luzi (…) e, quello di padre Germano Giovannelli (…), su S. Nilo da Rossano. Si tratta del testo di Germano Giovannelli (…) ‘Vita di san Nilo di Rossano : fondatore e patrono di Grottaferrata’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol….. (1966), pp……Credo che il Giovannelli (…), traesse la notizia, dall’opera agiografica della ‘Vita’ dei due Santi fratelli, S. Saba e S. Macario, i quali, si fermarono nella zona del Lagonegrese e dei quali si parla proprio nell’opera agiografica dedicata ai due santi, l’opera del patriarca di Gerusalemm Oreste: ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, il cui manoscritto fu pubblicato dal sacerdote Cozza-Luzi (…). Sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su  S. Saba, ha scritto il Troccoli (…), a p. 47 che, nel 1986, parlando del “Latinianon”, scriveva: “Più o meno contemporaneamente all’arrivo di di questo nutrito gruppo monastico, la parte centrale della Basilicata veniva percorsa da altri due asceti itineranti: S. Luca di Demenna e S. Vitale di Enna che erano penetrati nella regione dalla parte jonica della Calabria Settentrionale. Ma più che a questi l’influenza bizantina nella zona fu dovuta all’azione efficace ed energica di S. Saba che nel Mercurion ecc…Dal Monastero di S. Lorenzo e dalla vicina Episcopia S. Saba iniziava l’opera di espansione del monachesimo basiliano che doveva poi allargarsi alle coste tirreniche dell’attuale basso Salernitano. Il Santo spesso si allontanava dal suo Monastero di S. Lorenzo per ispezionare i vari cenobi disseminati nel territorio di Lagonegro e di Monte Bulgheria. L’azione ispettiva di S. Saba venne ereditata, alla sua morte, dal fratello San Macario e alla morte di questi dal monaco Luca. A quest’ultimo si attribuiscono i monasteri di SS. Elia ed Anastasio di Carbone e il monastero di S. Giuliano nell’alta valle dell’Agri.”. Il Troccoli, cita alcuni autori che parlarono della regione del ‘Latinianon’, tra cui spiccano quelli del Cappelli, G. Caterini, N. Ferrante. Vera Falkenhausen, a p. 62 (…), scrive in proposito agli insediamenti basiliani nella nostra regione che: “Come aree di insediamento degli immigrati, le fonti bizantine del periodo menzionato in particolare …….di Merkurion (la Valle del Lao), Aieto, di ‘Latinianon’ e di Lagonegrese (5).”. Ritornando alla notizia riferitaci da Orazio Campagna, tratta dal Giovannelli (…), andrebbe ulteriormente indagata la notizia secondo cui, stando alle parole del Campagna, che era prassi fra igumeni e monaci basiliani dell’Archimandritato Carbonense, di recarsi in pellegrinaggio presso le tombe degli Apostoli S. Pietro e S. Paolo, e che essi partivano dai porti di Sapri e di Maratea. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 289, ci parla del “Codice Vaticano greco 2072 dei secoli XI-XII che contiene le rare Vite dei SS. Saba, Cristoforo e Macario” e, aggiunge che detto codice, provenga dalla libreria del Monastero del Carbone (47). Il Cappelli, nella sua nota (47), postillava che: “(47) G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci etc (Studi e Testi, 68), Città del Vaticano, MDCCCCXXXV, p. 208.”. Giovanni Mercati (…), nel suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie Badie basiliane d’Italia e di Patmo’, a p. 208, ci parla del Codice Vaticano greco (Vat. gr.) 2072, e scriveva in proposito che: “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario, ecc.., (6), vi appare semplicemente al n° “57. Vita et fatti de Saba sacerdote padre nostro antiquo” (7). Ad ogni modo, una cosa non pare dubbia, ed è che tutti i mms. segnati da Marcello sono d’una medesima provenienza, e poichè uno di essi viene indubbiamente da Carbone, ecc…”. Il Codice greco citato da Cappelli (…), e da Giovanni Mercati, il codice Vaticano Greco 2072, è il codice pubblicato dal Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, di cui parlerò. Riguardo il testo della ‘Historia et laudes’ la Flakenhausen, a p. 61, nella sua nota (4), postillava che: “Si tratta in ordine cronologico delle ‘Vitae’ di S. Luca di Demenna (Acta Sanctorum, Oct. III, pp. 337-341), SS. Saba, Cristoforo e Macario di Collesano (Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano, ed. Cozza-Luzi, Romae, 1893;”. Il Cappelli (…), sulla scorta della ‘Vita dei due Santi’, riteneva che, il monastero di ‘San Pietro de Marcaneto’, fosse proprio il monastero denominato ‘dei Marcani’.

Cozza-Luzi, p. 41

(Fig…) ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, ed. Cozza-Luzi (…), p. 41

I Cenobi basiliani nel territorio di Torraca e Sapri

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…), a p. 305, parlando del ‘Mercurion’ : “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Patirion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc..(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Torraca che:  “(51) Di Torraca, posta a difesa del “Portus”, viene ricordato il monastero di S. Fantino (D. Martire, ecc…).  Il Cappelli (…), citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè: 

martire-d-p-150.png Martire D., p. 151 (Figg…) Martire Domenico (…), op. cit., pp. 150-151

Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, Domenico Martire (…), nel suo ‘La Calabria sacra e profana’, nel 1876, citava i monasteri di S. Fantino a Torraca ed il Monastero di S. Nicola a Sapri (?), e le poneva come grangie dell’antico monastero di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Infatti, il Martire (…), scriveva che “11- Monastero di San Giovanni a Pero, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma.”. Il Martire (…), traeva dette notizie dal Di Luccia, e infatti scriveva che: “17 S. Costantino alle Tracchine. Pietro di Lucca nella sua Moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3 fa menzione di altri monastei chiamati Badie ecc.., e va avanti con un altro elenco di altri monasteri. Il Pietro di Lucca citato dal Martire è Pietro Marcellino Di Luccia (…), che nel 1700 scrisse il suo L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Dai tre documenti citati (…), quasi contemporanei tra loro e, scritti a causa delle controversie sorte e, le usurpazioni subite – si possono trarre le notizie storiche sull’Abbazia e sulla storia del nostro territorio di cui l’Abbazia è stata testimone da lunghi secoli. Dopo il 1587, come scrivono il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi.”. Il documento (…), di cui il Gaetani (…), riporta alcuni passi, verrà citato poi in seguito studiato anche dal Cataldo (…). Il documento (…), di cui quì pubblichiamo alcune pagine originali, descrive i limiti ed i confini nel territorio Saprese – all’epoca Porto di Torraca –  dei possedimenti appartenuti all’anticihissima abbazia basiliana S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Il documento notarile della fine del ‘600, conferma alcune notizie sui possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro nel territorio Saprese, citate dal Di Luccia (…), circa la presenza nel territorio Saprese delle due Grangie di S. Nicola e di S. Fantino (‘S. Phantini’) (…) – di cui peraltro quì ho pubblicato un saggio a cui rimando per gli opportuni approfondimenti. Questi possedimenti – tra cui le grangie di S. Nicola e di S. Fantino, esistevano dall’anno 1000, ma purtroppo se ne riparlerà solo in occasione di alcune cause pendenti tra i conti Carafa della Spina di Policastro e la Curia. Il documento notarile manoscritto (…) del 1695-96, “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro”, redatta dal Notaio Domenico Magliano, oggi conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, è particolarmente interessante per la storia di molti centri della zona. Dall’“Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (…), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (…) del 1695, scriveva in proposito: “Le località extra sono 10: Bosco, Majera, Grisolia, Maratea, Trecchina, Rivello, Lentiscosa, Torraca, Roccagloriosa e Policastro.”

Il culto di S. Vito martire o “Lucano” e il territorio con forti influssi ascetici e presenze di monaci iconoduli o basiliani

La leggenda narra che S. Vito passo da Sapri. All’epoca, a Sapri, nell’antico borgo marinaro della “Marinella”, vi era un pozzo, dove alcuni, avendovi attinto l’acqua si ammalarono essendo questa avvelenata e furono salvati da S. Vito, il quale, fece chiudere il pozzo. Al termine dei festeggiamenti avviene un emozionante spettacolo pirotecnico. La statua del Santo rimane esposta per 8 giorni e poi è riposta nell’importante spazio a essa dedicato. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a pp. 252-253, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Appena gli strapiombi del territorio di Maratea declinano, il mare si incunea tra le coste lucana e campana, formando una rada sicura, il “Portus” per antonomasia, che, specificatamente, veniva indicato col termine etnico di “Saprorum”, probabilmente dai Sapiri, tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44). Anche se il porto offriva enormi possibilità commerciali, nel corso dei secoli, i “Sapri” non ebbero vita facile, e per movimenti sismici, e per incursioni dal mare. Al periodo greco-romano, a cui sono ascrivibili i resti presso “S. Croce” (45), seguirono lunghe pause di silenzio. Il culto di S. Vito martire (46) e, presso il Bussento, quello di S. Lorenzo, il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca, lasciano presupporre presenze basiliane sulla costa, prima e dopo la latinizzazione del rito greco (47).”. Il Campagna (…), a p. 252, nella sua nota (44), postillava che: “(44) I Σαπειρες, Ap. R., 2, 395.”. Il Campagna, a p. 253, nella sua nota (45), postillava che: “(45) Fra i reperti, resti di moli e costruzioni sommerse, una tomba monumentale con pietra funeraria, su cui è inciso l’epitaffio di Lucio Sempronio Prisco e delle anime dei trapassati, in G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro Bussentino, op. cit.,  S. Loppel, Sapri Archeologica (ricerche subacquee) in “Mondo Archeologico”, n. 7, 1976.”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (46), postillava che: “(46) S. Vito fu martirizzato il 15 giugno del 305 nei pressi del Sele. Il martirio costituiva l’ideale e l’emblema dei basiliani. Cfr. H. Delahaye, Les origines du culle des martyrs, op. cit.”. Oltre all’interessantissima proposta del Campagna che lascia intravvedere particolari influssi ascetici e presenze basiliane sul nostro territorio, soprattutto lungo la costa all’epoca che precede la latinizzazione, il Campagna, sulla scorta del Delahaye (…), vuole suffragare l’interessante ipotesi, scrivendo che il martirio di S. Vito costituiva l’ideale e l’emblema dei monaci basiliani. Devo però tuttavia precisare che sia il Cappelli (…), che pure ha scritto sull’argomento, che il Borsari (…), non hanno detto molto anzi quasi nulla su S. Vito martire o S. Vito Lucano. Certo è che alcune testimonianze significative come le notizie storiche intorno alla presenza di Bacchilo tra Sapri e Maratea, la presenza di S. Vito martire a Paestum e forse Velia, l’antica Elea, la tradizione popolare orale che vede la presenza di S. Vito martire o lucano nelle nostre contrade, l’opera di cristainizzazione di S. Paolo Apostolo, ecc.., la presenza di alcune opere basiliane, o centri ascetici di cui la nostra regione, forse quella del “Latinanion” e del “Mercurion”, la citazione di antichissimi monasteri basiliani nelle campagne tra Sapri e Torraca, mettono in connessione l’antichissima baia naturale di Sapri, all’epoca delle prime colonie greche nell’Italia Meridionale e, prima della latinizzazione dell’area, da parte dei primi vescovi cristiani, con l’influsso ascestico dei primi monaci basiliani e, come io credo, aprono nuovi scenari. Queste notizie andrebbero ulteriormente indagate e meritano una più approfondita analisi. Il Campagna, cita il il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca”, che fu citato per la prima volta dal Di Luccia (…) e da Domenico Martire (…) poi in seguito, è tuttavia una interessante notizia storica. Orazio Campagna (…), a p. 253, parlando di Sapri e, del “Portus”, in proposito scriveva che: “Il culto di S. Vito martire (46) e, presso il Bussento, quello di S. Lorenzo, il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca, lasciano presupporre presenze basiliane sulla costa, prima e dopo la latinizzazione del rito greco (47).”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (46), postillava che: “(46) S. Vito fu martirizzato il 15 giugno del 305 nei pressi del Sele. Il martirio costituiva l’ideale e l’emblema dei basiliani. Cfr. H. Delahaye, Les origines du culle des martyrs, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Nel 1979, “Portus” era parrocchia aggregata alla diocesi di Policastro latinizzata, in G. Cataldo, op. cit. La grangia di S. Nicola di Sapri viene posta dal Martire (La Calabria sacra e profana, cit., I, pag. 150, rist. anast., Roma, 1973) alle dipendenze del monastero di S. Giovanni a Piro.”. Infatti, sempre il Campagna (…), a p. 253, parlando sempre di Sapri e del suo “Portus”, nella sua nota (51), postillava che: “(51) Di Torraca, posta a difesa del “Portus”, viene ricordato il monastero di S. Fantino (D. Martire), op. cit., vol. I, p. 151, ecc..“. Il Campagna riferisce della citazione di Domenico Martire (…), che nel 1877, parlando dei monasteri basiliani nel Prinicpato Citra e in Calabria, riferiva di alcuni monasteri nella nostra area ed in particolare scriveva dei due monasteri citati dal Di Luccia (…), che ci parlò dell’Abbazia di San Giovanni a Piro. Il Di Luccia (…) ed il Martire, scrissero che a Sapri, vi erano due monasteri antichissimi dipendenti dall’Abbazia dei monaci basiliani di S. Giovanni a Piro. Il Martire (…), sulla scorta del Di Luccia (…) scriveva: “13. S. Nicola a Sapri”. Di questo argomento mi sono occupato nel mio sagio ivi: “Le grangie di S. Fantino e di S. Nicola nel territorio di Sapri.”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…), a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, scriveva che: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Patirion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc..(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), scriveva più o meno la stessa cosa del Cappelli (…), postillando su Torraca che:  “(51) Di Torraca, posta a difesa del “Portus”, viene ricordato il monastero di S. Fantino (D. Martire, ecc…).  Il Cappelli (…), citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè: ecc..”. Dall’“Esame della Platea del 1695 (1)”. Per quanto riguarda il periodo a cui si riferiva il Campagna, quando parla del “Portus” di Sapri, lo studioso Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323, ci parla di Sapri. Francesco Lanzoni (…), p. 323, parla delle diocesi di ‘Buxentum’ e di ‘Blanda Julia‘ che pone a Sapri (forse da quì nacque la citazione del Tancredi di un porto a Sapri nel 649 a.C.). Orazio Campagna (…) che a p. 257, nella nota (64), lo citava ed in proposito scriveva che: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).” Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a pp. 252-253, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Appena gli strapiombi del territorio di Maratea declinano, il mare si incunea tra le coste lucana e campana, formando una rada sicura, il “Portus” per antonomasia, che, specificatamente, veniva indicato col termine etnico di “Saprorum”, probabilmente dai Sapiri, tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44).”. Il Campagna (…), a p. 252, nella sua nota (44), postillava che: “(44) I Σαπειρες, Ap. R., 2, 395.. Sulla citazione di Apollo Rodio (…), del Campagna (…), è cosa da interessante e da ulteriormente approfondire ed indagare. Non so da dove nasca la citazione del Campagna, circa ciò che scriveva Apollonio Rodio (…), forse nella sua opera “Le Argonautiche”, un poema epico in cui si narra il viaggio di Giasone e della sua nave “Argo”. Devo pure precisare che il Campagna, a p. 45, pone la colonia sibaritica di “Scidro”, non a Sapri, ma verso Diamante in Calabria. Apollonio Rodio (in greco antico: Ἀπολλώνιος Ῥόδιος, Apollónios Ródios; Alessandria d’Egitto, 295 a.C. – 215 a.C.) è stato un poeta egizio del periodo tolemaico. All’età di circa 30 anni fu nominato bibliotecario della Biblioteca di Alessandria dal re Tolomeo II Filadelfo, succedendo a Zenodoto. Contemporaneamente ebbe l’incarico dell’educazione del figlio di Tolomeo II Filadelfo, il futuro Tolomeo III Evergéte. Secondo il lessico bizantino Suda (o Suidas) dovette andare in esilio a Rodi per la scarsa considerazione che i suoi concittadini diedero alla sua opera principale (Le Argonautiche, vedi sotto). Trasferitosi a Rodi, visse sull’isola fino alla sua morte occorsa intorno al 215; per via di questa vicenda fu soprannominato “Rodio”. La celebrità di Apollonio non è dovuta soltanto alle Argonautiche”, ma anche al più celebre episodio della sua biografia: la violenta polemica letteraria che ebbe, fra il 246 a.C. e il 240 a.C. con il suo maestro Callimaco. Callimaco affermò che l’unico requisito della poesia era l’essenzialità lirica e per questo condannò tutta l’epica antica per la sua incapacità di mantenere una continuità di tono e di ispirazione. Nelle pagine precedenti, il Campagna non approfondisce il discorso sui “Sapiri”, tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44)”. Come pure non approfondisce affatto ciò che scriveva Apollo Rodio (…), nel suo Libro II, a p. 395, dove scrive: Σαπειρες, il cui significato dal greco antico dovrebbe corrispndere a “Sapeires”, se non erro e non “Saprorum”, termine latinizzato.

San Fantino a Torraca e il monachesimo basiliano nel nostro territorio Chiesa di S. Fantino (Fig….) La cappella di S. Fantino a Torraca

A Torraca, vi sono i resti di una piccola cappella dedicata a S. Fantino, compagno di S. Nilo, che pare fosse morto proprio a Torraca. Vi sono poi, fuori dall’abitato, in località “San Fantino“, i resti di una chiesetta un tempo intitolata a San Fantino, monaco e santo basiliano che ha operato nel Cilento. Della cappella torrachese di San Fantino oggi non restano che muri spogli, dai quali si può ancora riconoscere l’abside. Di questa cappella ne parlerà Biagio Cappelli, come vedremo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiese baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 663-664, parlando di Torraca, citava il monaco S. Fantino, scrivendo che: Scrive il Cappelli (1) che il santo monaco Fantino (Infantino) visse nel Mercurion, ma tra il 951-952 si trasferì nell’odierno Cilento meridionale presso Torraca, dove morì e dove, in una piccola chiesa sono le sue spoglie. (v. p. 664) Poichè, come afferma padre Germano Giovannelli (2) S. Fantino Junior di Tauriana fece “a ritroso quell’itinerario, che nei secoli VIII e IX avevano tenuto i loro confratelli, trasferendosi nell’Italia meridionale in cerca di pace e di tranquillità per sfuggire alle persecuzioni iconoclaste”, è da supporre che quì si tratti di S. Fantino il grande, igumeno del Mercurion, che fu amico affettuoso di S. Nilo.”. Ebner, nella sua nota (1) a p. 663, postillava che: “(1) Il Cappelli, pp. 183 e 322. Le notizie riferite dal Cappelli sono le uniche che abbiamo su S. Fantino, eccetto la notizia del Di Luccia (p. 3) che afferma che l’Abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva a Torraca la grancia di S. Fantino. Ma v. il toponimo “S. Fantino” il località aprica nel territorio di S. Barbara che presuppone iivi il passaggio o una cella monastica; se non altro una sosta del santo nel monastero italo-greco di S. Barbara. Cfr. quanto ne ho detto nella mia Storia cit., p. 457 e nel volume di Economia e Società, cit., p. 67.”. Sempre l’Ebner (…), nella sua nota (2) a p. 664, postillava che: “(2) G. Giovannelli, S. Nilo, cit., p. 161 (S. Fantino Junior) e ‘passim‘ per S. Fantino il grande.”. Riguardo il monaco S. Fantino, Ebner, segnalava che se ne attestava il suo passaggio Ma v. il toponimo “S. Fantino” il località aprica nel territorio di S. Barbara che presuppone iivi il passaggio o una cella monastica;”. Ritornando alle parole di Pietro Ebner (…), che, riguardo il monaco S. Fantino, citava il Cappelli (…). Ebner, scriveva che il santo monaco Fantino (Infantino) visse nel Mercurion, ma tra il 951-952 si trasferì nell’odierno Cilento meridionale presso Torraca, dove morì e dove, in una piccola chiesa sono le sue spoglie. (v. p. 664).”. Il Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, a p. 323, scriveva che: “Questo S. Infantino o S. Fantino è l’altro e diverso dai due S. Fantino, juniore e seniore, di Tauriana. In esso identificherei l’omonimo monaco e maestro che S. Nilo di Rossano trovò al Mercurion e che intorno al 951-952, come ho dimostrato altrove (19), si trasferì nel Cilento meridionale dove si spense.”. E qui, il Cappelli, non dice che S. Fantino si spense a Torraca, ma parla del Cilento meridionale dove si era trasferito. Il Cappelli, proseguendo il suo racconto, ci fornisce un’importantissima notizia riguardo il documento del 1097 (…), di cui parleremo in seguito e, parla di Torraca. Il Cappelli (…), nella sua nota (19), a p. 344, postillava di vedere il suo saggio nello stesso volume. Infatti, nel suo saggio sui tre santi: “S. Fantino, S. Nilo e S. Nicodemo”, il Cappelli (…), parla di S. Fantino a p. 188, e scriveva che: “Rimanendo il suo ricordo in una piccola chiesa di cui rimangono resti e titolo nei pressi di Torraca: memoria che si riallaccia ai titoli di un cenobio e di una chiesa, già nei pressi di Cerchiara il primo e di S. Basile l’altra, che forse ricordano i luoghi della sua nascita e della sua prima giovinezza (26).”. Il Cappelli (…), nella sua nota (26) di p. 197, citava Francesco Russo (…), “Il Santuario della Madonna delle Armi”, Roma, 1951, pp. 13 ss. ecc….Il Cappelli (…), a p. 187, ci fornisce una interessante e utile notizia riguardo questo monaco S. Fantino, dove scriveva che: “Ad ogni modo sia questa fonte, sia un’altra leggenda in lingua italiana, esistente nel Collegio Basiliano di Roma e comunicata sulla fine del seicento da don Pietro Menniti abate generale dei monaci basiliani a Domenico Martire, che dell’una e dell’alta si servì per il suo cenno biografico di S. Fantino, oltre a fissare la data di morte del santo al 965 (21), aggiungono poco o nulla a quanto è contenuto nella ‘Vita di S. Nilo’ dalla quale penso dipendessero ambedue.”. Il Cappelli (…), nella sua nota (21), a p. 197, postillava che: “(21) D. Martire, op. cit. p. 133.”. L’opera citata dal Cappelli nella sua nota (21) è di Domenico Martire, che nel….., scrisse ‘Calabria Sacra e Profana’, che citava anche il Di Luccia (…). Il Martire scriveva che:

Martire, p. .....PNG

Domenico Martire (…), a p. 133, parlando della morte di S. Fantino, nella sua nota (9), postillava che: “(9) ‘Circa gli anni gbs’.  – Ma sarebbe meglio dirsi l’anno 975, come si può riflettere nella desolazione universale della Calabria, di detto anno 986, e di più nella ‘Cronologia’ di S. Nilo, come nella sua Vita sarà posta, donde appare che dopo morto S. Fantino, egli partito fosse dal Mercurio, ed andato a fondare il Monastero di S. Adriano nel distretto di Bisignano.”. Il documento notarile del Magliano (…), fu citato dal Gaetani (…), che in proposito alla ‘Grancia di San Fantino’, possedimento dell’antica Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, pubblicò il contenuto del documento illustrato nelle Figg…. e scriveva che: La Venerabile Cappella di Santo Infantino dimostra magnificenza di spesa nell’edificio per essere di ampiezza et altezza con pietre d’intaglio tutti i fondamenti, i quattro cantoni et il frontespizio, et anco un arco sopra l’altare medesimo di pietre scalpellate, stimandosi che tale edificio sia stato costruito in tempo di opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che oggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, perchè s’aprì il monte ed entrò il mare; la detta cappella era diruta, senza tetto, et per divozione del Santo fu l’anni passati sotto lì 16 d’agosto 1689 ricorso dal Rev. mo D. Michele Brandaleone alla f.m. di P.P. Innocenzo XI et commesso al q.m. mons. Rosa Vescovo di Policastro ecc….

S.Fantino2

(Fig….) Particolare di pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (…) – il documento che descrive la ‘Cappella di S. Fantino’ e “la sua magnificenza ecc..”.

Chiesa di S. Fantino.PNG (Fig….) Cappella di S. Fantino a Torraca La strada vicinale della ‘Verdesca’ citata dal giudice Fischetti XXFO5843

(Fig….) Un ponte d’epoca medievale posto lungo un sentiero che da località Mocchie di Sapri risale verso Torraca. L’immagine ci è stata inviata dal Gruppo di escursionisti di Sapri “Golfo Trek”.

Pare che questa strada vicinale o sentiero risalisse dalla località ‘Mocchie’ a Sapri, su per il monte Olivella, attraverso i territori nel Comune di Torraca e da lì proseguiva verso Torraca o verso il Fortino del Cervaro, si chiamasse “Verdesca”, forse la stessa strada carovaniera che attraversava la contrada della “Carnale”, dove furono trovati dai G.A.S., antichissimi insediamenti Enotri e Lucani, in gran parte distrutti dall’incuria delle autorità preposte  per il passaggio della condotta del gas metano. Andrebbe ulteriormente indagata la presenza di alcune strade mulattiere presenti sul nostro territorio in quanto esse sono state frequentate in epoche in cui si è persa la memoria del tempo. Infatti, questa strada vicinale ed alpestre, prima che arrivasse nei pressi di Torraca, a metà strada, si trova un sito oggi chiamato “Agriturismo S. Fantino”. Io credo che l’intera area fosse stata anticamente l’area dove sorgeva la grancia di S. Fantino, di cui ho già parlato ivi in un altro mio saggio. La probabile epoca di fondazione della grancia di S. Fantino, può riferirsi molto probabilmente all’anno 1097, allorquando, secondo una pergamena d’epoca normanna, veniva concesso a Sergio, monaco di Vibonati, di costruire una cappella a S. Fantino, che doveva essere una località posta tra Sapri e Torraca, come risulta dall’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna) illustrata nella Fig. 2, di cui ho parlato.

Cattura (Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

La testimonianza della strada vicinale e di campagna detta la “Verdesca”, ci è data da uno dei principali protagonisti dello sbarco a Sapri dei ‘trecento’ di Carlo Pisacane, il giudice di Vibonati Gaetano Fischetti (…), che nel suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857’, scritto nel 1877 per ingraziarsi il Ministro degli Interni, da poco eletto, Giovanni Nicotera. Il Fischetti (…), a p. 35, parlando della notte in cui Pisacane sostava a Sapri, in proposito scriveva che: “…ed io con pochi amici mi avviai sopra Torraca per la via cosiddetta della ‘Verdesca’, impraticabile quasi, montuosa ed alpestre assai, per evitare la solita via pubblica, laddove quelli avessero voluto inseguirmi.”. Nella tradizione orale popolare, nel nostro dialetto, il termine di “Verdesca”, stà ad indicare un pesce di mare, una specie di pescecane simile allo squalo. Sempre nella tradizione popolare orale, vi è un termine simile “Ventresca”, la pancia o la pelle del ventre di un certo tipo di squalotto di mare. La strada “Verdesca”, verrà poi in seguito, nel 1907, citata anche dal Bilotti (…), il quale a p. 198, in proposito al giudice scriveva che: “Il Fischietti.. (e anche quì il Bilotti erra il cognome del giudice Vibonatese), effettivamente aveva fatto prodigi di attività: partito da Sapri poco prima della mezzanotte, percorse a piedi e con la paura nell’anima, la quasi impraticabile via detta ‘Verdesca’, la quale benchè fatta di alpestri e pericolosi sentieri, era da preferire alla strada ordinaria….”. Con l’indagine geo-storica, possiamo stabilire quale e dove fosse questa stradina o sentiero di campagna, assai disagevole per i tempi a cui si riferiscono i fatti di Pisacane. Si trattava di un percorso o un sentiero di campagna che risaliva le campagne in direzione di Torraca, che partendo dalla località a Sapri detta le “Mocchie”, risalisse verso Torraca. Dalla località detta le “Mocchie” a Sapri, posta subito dopo la contrada saprese della “Marinella”, si inerpicano due sentieri che risalgono alle pendici del Monte dell’Olivella, verso i territorio di Torraca. Io credo che le “Mocchie”, dove ancora oggi è rimasto un gruppo di antichissime case, molte di queste solo recentemente ristrutturate, sia una contrada di Sapri prossima ad un molo o un antico porticciolo. La contrada delle “Mocchie”, infatti, si trova quasi a ridosso della vecchia spiaggia o insenatura formatasi del torrente detto “Brizzi”, di cui ancora oggi non si conosce l’esatto significato dell’etimo. Il torrente “Brizzi” e il suo alveo, dopo un lungo percorso dalle montagne poste nel Comune di Tortorella a confine con quello di Torraca e di Sapri, scende a valle e sversa le sue acque a Sapri e, lungo il suo percorso attraversa la contrada delle “Mocchie” che è posta quasi posta di fronte alla collina dell’altra antica contrada del “Timpone”. Recentemente, alcuni membri del locale gruppo di Trekking di Sapri “Golfo Trek” hanno percorso e smacchiato questo vecchio sentiero che risale poprio dalle Mocchie e si inerpica tra balze e dirupi verso il territorio un tempo di Torraca. Io credo che il nome di questo sentiero fosse proprio quello di “Verdesca”, il nome che citava il Bilotti (…) e prima ancora il giudice vibonatese Fischetti (…). Lungo questo percorso vi sono alcuni ruderi di un ponte medievale che lasciano pensare ad un’antichissima frequentazione e forse, come io credo, questo sentiero doveva essere quello che collegava il piccolissimo approdo delle Mocchie con l’antichissima grangia di “S. Fantino”, dipendente dal cenobio basiliano di San Giovanni a Piro. Della grangia di S. Fantino (…), come vedremo, ci parlano gli antichissimi documenti ma i suoi ruderi non sono stati mai individuati. Infatti, risalendo l’immagine satellitale con l’amico Giamberto del locale gruppo di escursionisti, si può vedere che nel territorio prossimo più a Sapri che a Torraca, si scorgono dei duderi o degli edifici che lasciano pensare all’antica grancia di S. Fantino, di cui parla il Di Luccia (…) e il Martire (…), ma che non è stata mai del tutto localizzata. L’antica grancia o masseria o addirittura l’Abbadia di S. Fantino di cui si parla in antichi testi, non solo esisteva dall’epoca Normanna come attesta l’antica pergamena del 1097 pubblicata dal Trinchera (…) e poi dal Cappelli (…), ma era posta nel territorio di Sapri, divenuto solo nei primi del ‘500 appartenente al feudo di Torraca. Credo pure che questo percorso sia proprio quello che percorrevano i monaci abitanti dell’antica grangia di S. Fantino per scendere al porto di Sapri che forse era posto proprio nella contrada detta le “Mocchie”, per il trasporto via mare delle merci essendo questo piccolo ma nascosto e sicuro approdo collegato con i piccoli porti della costa velina. Non sono mai state del tutto individuate alcune cappelle e costruzioni religiose di cui ci parlano alcuni studiosi locali nei primi del ‘900 come il Gallotti (…) e il Gaetani (…). Molte costruzioni si pensa fossero nel territorio di Torraca ma solo perchè il territorio di Sapri, fu delineato nei suoi attuali confini solo dopo l’Unità d’Italia, ma in realtà alcune costruzioni o manufatti citati dal Cappelli (…), dal Martire (…), ecc.., si trovavano prossimi al territorio saprese, ovvero posti si nella campagne ma molto prossimi al vicino piccolo approdo della costa saprese. Infatti, nell’antichità per il trasporto delle merci e per i traffici si preferiva percorrere le vie marittime anzicchè quelle sulla terra ferma molto più frequentate ed insicure. I monaci lo sapevano bene. Nell’anticihità le località e le comunità rivierasche erano molto più fiorenti e popolate rispetto a quelle interne che si ripopolarono specialmente dopo la Guerra del Vespro e sopratutto in epoca Vicereale a discapito di quelle rivierasche che al contrario si spopolarono. I documenti ci parlano di una grangia o di un piccolo cenobio di monaci basiliani o benedettini, la grangia di S. Fantino, che doveva essere attiva e fiorente all’epoca medievale ovvero XII-XIII secolo.

Tortorella e Torraca

(Fig…) Particolare delle nostra costa e del nostro territorio tratto dalla della Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). La carta è inedita e da me scoperta alla fine degli anni ’70 e fatta riprodurre nel 1981 dall’ASN, dove essa ancora è conservata.

Nel 1144, Gibel di Lauria, Roberto di Lagonegro, Genetes di Torraca, Roberto Scullando di Ajeta, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea,  in una carta greca del monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ), pubblicato da Getrude Robinson

Sugli Scullando, signori di Aieta, il Cappelli (…), a p. 220, parlando dei feudatari di Aieta e, riferendosi a Goffredo, feudatario di Aieta scriveva che: “A questi è del tutto presumibile succedesse quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando. Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5)”, ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). Sempre il Cappelli, sugli Scullando, a p. 224, nella sua nota (5) postillava che: “(5) G. Robinson, History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone, in “Orientalia Christiana”, Roma, 1928-1930, voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss. Un ‘Rogkerius Scelland (i) appare tra i presenti all’atto di donazione di alcuni beni, come dirò in seguito, alla chiesa di S. Maria della Mattina.”. Dunque a proposito del Roberto di Aieta, che il Cappelli dice forse avere assunto il Cognome di Scullando, il Cappelli citava alcune carte greche pubblicate da Gertrude Robinson (…). Cappelli citava alcune carte greche pubblicate da Gertrude Robinson (…), nel suo ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, pubblicato nel 1928. Il Cappelli, parlando degli Scullando, citava le carte greche  voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss” e, riguardo queste pergamene scriveva che questo Roberto Scullando, Signore di Aieta: Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5)”, ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ),, ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). I documenti pubblicati da Gertrude Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”. Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. 1144. γιβλλος λωριας (Ghibellus de Loria = Lauria, Prov. Potenza, nel distretto di Val Sinni), è giustiziere di Val Sinni, insieme a ……………….(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII).”. Dunque, Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commento’ al ‘Catalogus’, confermava la citazione dell’Ebner che scriveva sulla scorta della Jamison (…). Il Cuozzo, riguardo il n. 601 del ‘Catalogus Baronum’, ovvero (lui scrive): “GIBEL DE LORIA” (o “Ghibellus de Loria”) = 1144. γιβλλος λωριας”,  sulla scorta della Jamison (…), scriveva che egli era feudatario di Gisulfo di Padula (vedi n. 599) e “giustiziere” (la Jamison dice “reale”) del distretto di Val Sinni (o della Contea di Marsico ?), lui dice, insieme a Roberto de Cles (v. n. 507). La Jamison e il Cuozzo, dicono pure che egli aveva (teneva) tre villani a Policastro (vedi n° 586). Sulle origini di questo vassallo di Gisulfo di Padula (a sua volta vassallo di Silvestro Guarna (II) conte di Marsico) “Ghibellus de Loria”, il Cuozzo (…), nella sua nota al n° 601 del ‘Catalogus’, a p. 162, citava “(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII)”. Infatti, in due documenti del 1144 pubblicati dal Robinson (…) troviamo citato il Ghibellus de Lauria. La Gertrude Robinson (…), nel 1933 pubblicò una serie di documenti interessantissimi, antichissime pergamene greche, provenienti dal Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone in Provincia di Potenza. Si tratta di Gertrude Robinson (…). Infatti, i due documenti, le due pergamene greche e trascritte e tradotte dalla Robinson, il doc. XXXVII del 1144 e il doc. XXXVIII, entranbi del 1144, citano i due personaggi normanni Robbertus de Cles (“Cletzes”) e “Ghibellus of Lauria” e dice che entrambi erano i giustizieri regi del distretto di Val Sinni (forse della Contea di Marsico). Siccome entrambi i documenti sono datati all’anno 1144, coincide con il riferimento fornitoci dal Borrelli (…) che nel suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, nel “Barones Regni” pubblicato nel 1653, scrive “SVB GUGLIEL. II REGE”, ovvero al tempo (“sub” = sotto) di re Guglielmo II° di Sicilia detto il Buono. Ma sappiamo pure che sotto il regno di re Guglielmo II° di Sicilia, detto il Buono non era possibile in quanto nel 1144 non regnava lui ma regnava l’altro Guglielmo, ovvero Guglielmo I° di Sicilia detto il Malo, figlio di Ruggero II d’Altavilla. Dunque il riferimento del Borrelli risulta errato. I documenti pubblicati dalla Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”.

Robinson, p...., doc. XXXVII, 85 Robinson, pp. 34-35, doc. XXXVII, Robinson, pp. 33-34, Robinson, 36-37 Robinson, pp. 38-39 Robinson, pp. 40-41 Robinson, p. 41 (Fig…) Robinson G., op. cit., pp. 30 e s.

Dunque, in questo documento greco del 1144, proveniente da Carbone, insieme a Roberto di Lagonegro e Genete di Torraca, figurava anche Roberto Scullando. Ma chi era questo Roberto Scullando di Aieta che figura in un documento del 1144 ?. Il Cappelli, parlando dei feudatari di Aieta, riferendosi a Goffredo dice che: (riferendosi all’abitato di Aieta): “e di questo antico abitato era feudatario Goffredo di Aita e quindi Normanno ed Adelizia che compariscono nel documento redatto verso la fine del sec. XI o al principio del secolo seguente. A questi è del tutto presumibile successe quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando.”. Dunque, il Cappelli scrive che da questa pergamena greca del 1144, in cui figurava anche “Gibel de Loria“, e “Roberto Scullando di Aieta” che il Cappelli dice “quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando”, dunque il Cappelli dice essere quel Roberto, figliastro di Normanno o forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che “in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando.”. Dunque Roberto Scullando come è scritto pure nel documento citato dal Cappelli. Ma chi era il personaggio, il Signore di Aieta, Matteo, figlio del “fu Riccardo e di Clementa” ?. Di Riccardo di Clementa e del figlio Matteo ne parla Biagio Cappelli, citando un altro documento, un altra pergamena sempre di Aieta, dove si parla dell’antico monastero di S. Nicola di Tremulo. Il documento che fu pubblicato da Leone Mattei- Cerasoli è datato al secolo XI-XII. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, dove parla nell’intero capitolo dal titolo: Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”. Il Cappelli (…), a p. 219, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Badia di Cava si custodisce la seguente carta, mancante dell’anno in cui fu redatta ma assegnabile per l’esame paleografico alla fine del sec. XI o ai primi del sec. XII (1).”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il documento che ha la segnatura Arca CXV, n. 86 è stato pubblicato da D. L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’ (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-178.”.

Le Grancie di S. Nicola a Sapri e di S. Fantino nel territorio Saprese, ora Torraca

Pietro Ebner (…) parlando del cenobio basiliano di San Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Il Di Luccia (citt., p. 3) afferma che l’abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva la grancia a Sapri di S. Nicola, senza specificare però l’epoca di fondazione.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, e diversi altri effetti, possiede la Terra di S. Gio: a Piro, quale è Baronia essendo copiosa d’anime, e di ottimo Clero con sua Giurisdizione, e perchè viene al presete occupata da Monsig. di Policastro, perciò ad effetto di far vedere la verità del fatto, ho determinato di fare una digressione nell’origine di detta Abbadia, e Terra, ecc…” .

Di Luccia, p. 3, sulle grangie.PNG (Fig….) Di Luccia P.M., op. cit.,  p. 3

Il Di Luccia (…), affermava che l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, possedeva a Sapri la grancia di San Nicola e la grancia di S. Fantino a Torraca, ma non specificava niente altro. Incominciamo col dire subito che la citazione del Di Luccia (…), poi in seguito confermata da Domenico Martire (…) e dal Cappelli (…), dei due possedimenti  “…di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca”, la grangia di S. Fantino veniva citata a Torraca perchè Sapri o il suo “Porto”, all’epoca del Di Luccia (…), 1700, era ancora posto nel territorio dell’Università o Baronia o Feudo di Torraca, allora dei  Palamolla. Dunque, la grancia di S. Fantino, si trovava nel territorio Saprese. La notizia di della grancia di S. Fantino a Torraca, è citata anche in seguito dal Gaetani (…) che, in proposito, fa luce.  Il Gaetani (…) nel suo libro su Torraca: ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, riporta uno stralcio dell’antico documento notarile manoscritto del 1695 (3) il quale, parla della Grancia di San Fantino’, che apparteneva in origine all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, quindi confermando la notizia del Di Luccia (…), descrivendone limiti e confini nel territorio saprese. Il documento (…), descrive le Grancie di S. Fantino e di S. Nicola, site nel porto di Torraca (o di Sapri) che, però erano molto più antiche del documento in questione. Il documento del 1695-96, del notaio Domenico Magliano (…) è, quasi contemporaneo di altri due importantissimi documenti che riguardano la storia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e dei suoi possedimenti. Si tratta di due importantissimi ed unici documenti da cui è possibile trarre alcune uniche notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni Battista a  S. Giovanni a Piro ed i suoi possedimenti sul nostro territorio ed in particolare in quello Saprese. Dal documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (…), conservato nell’Archivio Diocesano di Policastro, di cui il Gaetani (…), ha pubblicato un piccolo stralcio trascritto e, di cui ivi pubblico alcune pagine originali, si possono trarre interessantissime notizie storiche sulle origini ed i possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e su alcuni suoi possedimenti nel territorio Saprese e di Torraca. Infatti, questo documento (…), è interessante anche per la storia di Sapri,  dell’Università (Comune) di Torraca e quindi del territorio Saprese a cui in quel tempo apparteneva. Il Gaetani (…), in proposito alla ‘Cappella di S. Fantino‘, pubblicò il passo trascritto del documento illustrato in Figg….., tratto dal documento notarile del Magliano (…), del 1695. Il documento illustrato nell’immagine di Fig…., si legge, nel territorio di Torraca. La quì sottoscritta Badia di S. Fantino e ducati annue rendite in doti dieci carlini sottoposto a due terzi è stata venduta dal Rag: Zifao al Don Francesco Falci di Napoli, come da Istrumento del Rag. Notaro Nunzio Pacileo di Napoli, al quale a me presentato. Die Xma (decima) gbri ibgS (?), con ordine e dal D. Falce ceduto alli fratelli D: Zif… D: Filippo ed Alfieri e D: Francesco Brandi di Torraca; anche Pasquale Falce. Cappella di S. Fantini, sita et posta in Tra (terra) Torraca Provinciae Salernitana et Diocesis Paleocastrens, et Grancia ….de alys est et est annesa et unita Abb.e (Abbazia) …..Joanni a Pyro Abba acque est annesa S. Capp. e Presepy in Basilica S. Maria Maiory de Urbe quoque ……concessi fuerunt con………..Rev. D. Egidio Sorrentino…..Joanny a Pyro……….ecc… D. Michele Brancaleone et F.sco Tomaso Mercadante..”.

S. Fantino

(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (…) – Particolare tratto da pag. 163 che riporta i possedimenti a Torraca

Sappiamo che questi antichi edifici sorgevano nel territorio Saprese che all’epoca dipendeva dall’Università o Feudo che apparteneva ai Palamolla di Torraca. Dunque, la ‘platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro’ redatta dal Notaio Domenico Magliano nel 1695-96, citata e trascritta in parte dal Gaetani (…), riguardo il possedimento di Torraca, diceva che quì (riferendosi al feudo di Torraca), vi era la “sottoscritta Badia di S. Fantino” fu venduta dal Ragioniere Zifao a Francesco Falci di Napoli per ‘ducati annue rendite in doti dieci carlini sottoposto a due terzi’, con Atto pubblico (Istrumento) del Rag. Notaro Nunzio Pacileo di Napoli, e aggiunge “al quale a me presentato. La ‘Platea’ continua e dice che Don Francesco Falce di Napoli, cedette la detta Badia di S. Fantino “alli fratelli D: Zif… D: Filippo ed Alfieri e D: Francesco Brandi di Torraca; anche Pasquale Falce.”. Sempre nella “Platea”, leggiamo che: “Cappella di S. Fantini, sita et posta in Tra (terra) Torraca Provinciae Salernitana et Diocesis Paleocastrens, ecc..”. Dunque, in questo passo, la Platea dei beni redatta nel 1695-96 dal notaio Domenico Magliano, ci informa che a Torraca o nel suo feudo vi erano a quei tempi distintamente tre edifici: la Badia di S. Fantino, la Cappella di S. Fantino e la grancia di S. Fantino. Riguardo la grancia di S. Fantino, la platea dei beni e delle rendite (…), redatta dal notaio Domenico Magliano nel 1695-96, dice che: “….et Grancia ….de alys est et est annesa et unita Abb.e (Abbazia) …..Joanni a Pyro Abba acque est annesa S. Capp. e Presepy in Basilica S. Maria Maiory de Urbe quoque ……concessi fuerunt con………..Rev. D. Egidio Sorrentino…..Joanny a Pyro……….ecc… D. Michele Brancaleone et F.sco Tomaso Mercadante..”, ovvero dice che la Grancia di S. Fantino posta nel feudo di Torraca dipendeva dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro che era stata annessa (aggregata) alla Cappella del Presepe dalla Basilica di Santa Maria Maggiore con …… ……… ..Rev. Gilles D. Sorrentino ..Joanny da Pyro ……… … … .ecc D. Michele Brancaleone e F.sco TomasoMercadante”. Chi erano i due notabili Reverendo Egidio Sorrentino, Michele Brancaleone e Tomaso Mercadante ?.

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(Fig. 4) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (5) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.

Il ‘Liber censuum’

Per l’indagine demografica e storiografica un utile ma non esaustivo strumento d’indagine è il ‘Liber censuum’ che, nel Medioevo, titolo di vari registri di censi, e per antonomasia del registro dei censi dovuti alla Chiesa di Roma da chiese e monasteri dipendenti dalla Curia romana, composto secondo un piano organico dal cardinale Cencio Savelli (o Cencio Camerario, poi Onorio III) nel 1192, valendosi di precedenti raccolte (Polypticus di Gelasio I, De privilegiis romanae Ecclesiae di Deusdedit), e con l’aggiunta di cartulari monastici e registri pontifici inerenti alla materia; fu aggiornato fino al tempo di Bonifacio VIII (1294-1303). Fondamentale per la conoscenza dell’organizzazione economica e finanziaria della Santa Sede di quel tempo. La parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. Il ‘Liber Censuum Romanae Ecclesiae’ (per antonomasia, Liber Censuum’) è un documento medievale contenente l’annotazione delle entrate finanziarie dalle rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, nel periodo dal 492 al 1192. Il libro, in diciotto volumi, è noto anche, come Codice di Cencio, dal nome dell’autore, il cardinale Cencio Savelli (Cencio camerario), all’epoca camerarius dei papi Clemente III e Celestino III ed egli stesso destinato a diventare papa con il nome di Onorio III. Il ‘catalogo di Cencio Camerario’ è un elenco delle chiese di Roma, redatto da Cencio Savelli, camerarius dei papi Clemente III e Celestino III, a sua volta futuro pontefice eletto al soglio pontificio col nome di papa Onorio III (1216-1227). Esso costituisce uno dei più antichi e completi elenchi di chiese romane, risalente alla fine del XII secolo. Si veda in proposito Ferdinand Gregorovius, 1896, p. 645 (…).

I Lancia nelle nostre terre

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie circa la resistenza di alcuni feudatari delle nostre terre che pattegiarono per gli ultimi regnanti della casa Sveva. Alla dominazione Normanna fece seguito la dominazione Sveva e poi subentrarono gli Angioini di Carlo I d’Angiò che sconfisse Manfredi a Benevento nell’anno 1266. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 32, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi,... Il Mallamaci (…) sosteneva che, Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria. Il Mallamaci (…) riguardo l’ammiraglio Ruggero di Lauria scriveva che egli era “Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen, ecc…ecc...”. Dunque, il Mallamaci (…) sosteneva che Ruggiero di Lauria era nato da Riccardo di Lauria, zio di Manfredi di Svevia o ‘Manfredi Sicilia’. Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “(8) L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc… Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto di Tortorella, ecc…. I Lancia erano una potente famiglia imparentata con gli Svevi di Federico II e poi con il figliastro Manfredi. Essi erano imparentati con i Conti di Lauria, in particolare come vedremo con Gibel di Lauria e con Riccardo di Lauria suo figlio ai tempi della ‘Congiura di Capaccio‘. Si narra che Federico II di Svevia avesse avuto una particolare predilezione fra tutti i suoi figli verso Manfredi ed Enzo, entrambi nati da relazioni extra-coniugali. Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia (Venosa, 1232 – Benevento, 26 febbraio 1266). Figlio illegittimo dell’imperatore Federico II di Svevia e di Bianca Lancia, fu reggente per il nipote Corradino dal 1254, poi re di Sicilia dal 1258. Bianca Lancia, sarà l’ultima amante prima e sposa dopo di Federico II di Svevia e dalla cui unione nacque Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia. E’ per questo motivo che, sebbene a Riccardo di Lauria, in seguito alla ‘Congiura di Capaccio’, Federico II di Svevia aveva tolto i possedimenti di Lauria e in Calabria, poi in seguito furono riacquistati e restituiti per la parentela che Riccardo di Lauria aveva con l’ultima moglie (o solo amante) di Federico II di Svevia. Bianca Lancia era nipote di Isabella (Donna Bella) Lancia, che in seconde nozze aveva sposato Riccardo di Lauria, conte di Lauria e padre di Ruggiero di Lauria. Di Bianca Lancia, nipote di Isabella Lancia (madre di Ruggiero di Lauria) e sposa di Riccardo di Lauria), il genealogista seicentesco Filadelfo Mugnos e il Pirri, la vorrebbero figlia di Corrado Lancia dei Duchi di Baviera, Conte di Fondi, grande figura della storia medioevale europea e sorella di Galvano Lancia, Signore di Brolo e Barone di Longi, Capostipite di tutti i Lanza di Sicilia. Forse il suo vero nome era Beatrice. Bianca Lancia, o Lanza, meglio Bianca d’Agliano (Arce ?, 1210 circa – poco dopo il 1250 ?), è stata l’ultima moglie dell’imperatore Federico II di Svevia, che egli sposò “in articulo mortis”. Dalla loro relazione nacquero tre figli, tra cui Manfredi. Sono frutto di ipotesi congetturali sia il nome Bianca sia la verosimile appartenenza ai Lancia. A partire dal 1225 Bianca mantenne una relazione illegittima con Federico II, che conobbe in circostanze non determinate, secondo alcuni durante il matrimonio di lui con Jolanda di Brienne. Dalla loro relazione nacquero: Costanza (1230-1307) e Manfredi di Sicilia (o di Staufen) (1232-1266). Manfredi, era figlio naturale di Federico II di Svevia e di Bianca dei conti Lancia e Signori di Longi dei Duchi di Baviera. Isabella Lancia, madre di Ruggiero di Lauria, era la zia di Bianca Lancia che fu amante e forse sposa di Federico II di Svevia. Dall’unione di Bianca Lancia, nipote di Isabella Lancia (madre di Ruggiero), con Federico II di Svevia, nacque Manfredi di Svevia. Dunque, Ruggiero di Lauria e re Manfredi di Svevia erano cugini. I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “….Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. I due studiosi a p. 21, nella loro nota (13) postillavano che: “(13) Vedi Appendice II”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, ecc….In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi. ….Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Dunque, Riccardo di Lauria, padre di Ruggiero di Lauria, in seconde nozze sposò Isabella (“Donna Bella”) Lancia, la zia di Bianca Lancia, amante ed ultima sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, …..aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Da Wikipidia leggiamo che Riccardo di Lauria fu Gran Giustiziere e Capitano di guerra in Terra di Bari e Gran Privado (Gran Favorito) del re Manfredi di Sicilia. Il re siciliano e Riccardo erano come legati da forti affetti familiari, sebbene quest’ultimo fosse solamente il padre di una zia acquisita di Manfredi, sposata allo zio Corrado Lancia, fratello di Bianca, sua madre; inoltre, Bella, seconda moglie di Riccardo, fu la balia di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi. Lo storico locale Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. Precedentemente al Pesce (…), aveva scritto il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, sulla scorta degli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Ecc…”. Da Wikipidia leggiamo che Ruggiero era figlio di Riccardo di Lauria, signore dell’omonimo feudo e servitore di Manfredi di Sicilia, e di Donna Bella (Isabella) Lancia, nutrice di Costanza di Hoenstaufen e sorella di Guglielmo Amico. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, ….aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et esius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, ecc…”. Nell’estate del 1252, Corrado IV, diede inizio all’offensiva contro i ribelli e, nel 1253, bandì i Lancia dal Regno minacciandoli di punizioni, con la sola esclusione di Bertoldo di Hohenburg, marito di Isotta Lancia. Di Federico Lancia leggiamo su wikipidia che era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano Lancia: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello.

Nel 1229, Policastro (forse pure Tortorella e Torraca) è città demaniale dei Ruffo

Nel XII secolo, epoca di dominazione Normanna, la maggiore e più importante città, Policastro, era demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, e tale resterà fino al XIII secolo, nel 1229, quando venne venduta al primo suo feudatario Giovanni Ruffo. Il Giustiniani (…), scriveva che Nel 1299, Policastro, pervenne alla famiglia Ruffo, indi alla Grimaldi, e poi alla Petrucci.”. Nel XIII secolo, in seguito alla dominazione Normanna e quella Federiciana, le nostre terre avevano la maggiore e più importante città (Policastro), città demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, che però resterà tale fino all’anno 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo (…). Giovanni Ruffo, diventerà il primo feudatario della zona. Le vicende del feudo di Policastro subirono una svolta importante dopo la morte dell’imperatore Federico II (13 dicembre 1250), quando sappiamo che passò in potere del conte Giovanni Ruffo (di Calabria) mentre, durante gli anni precedenti, sembra che sia rimasto devoluto transitoriamente alla regia corte. Così ricaviamo da una notizia riportata dall’Ebner e relativa ai primi momenti della dominazione angioina, che riferisce di un ordine relativo al “recupero dall’erede del giudice Ruggiero di Policastro” in favore della Regia Corte, di una somma pertinente alla bagliva della “terra di Policastro”, che l’autore identifica però con la Policastro cilentana (…). L’Ebner, scrive: “Vi è pure un ordine di recupero dall’erede del giudice Ruggiero di Policastro di VIII once d’oro e XV tarì per la bagliva della terra di Policastro (…). L’Ebner (…), che nel suo ‘Baroni, popoli ecc..’, parlando di Policastro, sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 89), scriveva in proposito che: “Il feudo fu assegnato a Giovanni Ruffo nell’anno 1229.”.  Nel XII secolo, epoca di dominazione Normanna, la maggiore e più importante città, Policastro, era demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, e tale resterà fino al XIII secolo, nel 1229, quando venne venduta al primo suo feudatario Giovanni Ruffo. I due studiosi Natella e Peduto (…), scrivevano: “Passata da demaniale nelle mani feudali di Giovanni Ruffo nel 1229 (…), ecc…”. Quindi, secondo i due studiosi (..), Policastro è stata città demaniale fino al 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo che diventerà il primo feudatario della zona. Questo significa che nel XII secolo, epoca di dominazione Normanna, le nostre terre avevano la maggiore e più importante città (Policastro), città demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale. E così era anche il suo porto. Il Giustiniani (…), scriveva che Nel 1299, Policastro, pervenne alla famiglia Ruffo, indi alla Grimaldi, e poi alla Petrucci.”. I due studiosi Natella e Peduto (…), si dilungano sulle mura e fortificazioni di Policastro, per poi aggiungere: “Passata da demaniale nelle mani feudali di Giovanni Ruffo nel 1229 (…), ecc…”. Secondo i due studiosi (…), Policastro è stata città demaniale fino al 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, a pp. 335-336, dopo aver citato l’episodio della ‘Congiura dei baroni’ contro Federico II di Svevia, in cui venne coinvolto ed imputato il Conte Simone di Policastro, scriveva che: “Nel 1211 Federico II,….a quel tempo Policastro era divenuta città demaniale anche per il suo castello passato alle dirette dipendenze dello Stato. Il feudo di Policastro fu assegnato a Giovanni Ruffo (a. 1229).”.

Dopo il 1245 e fino al 1271 (epoca Federiciana), Torraca alla famiglia Lancia

Secondo Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi. Nel 1271, tornata la pace, i Sanseverino riebbero, insieme alle contee perdute, anche la Baronia del Cilento, fino a quel momento affidata ai Lancia i quali a loro volta la cedettero alla famiglia Capano. Riottenuto l’esteso feudo, i Sanseverino tennero il Cilento fino al 1552, anno che coincise con il declino definitivo della potente famiglia. Il suo ultimo feudatario fu Ferdinando che dovette riparare in esilio per aver appoggiato i francesi.”. Dunque, il Mallamaci, scriveva che ai tempi di Federico II di Svevia, Torraca apparteneva alla Baronia del Cilento che “toccò” ai Lancia, di cui una grande esponente fu la madre di re Manfredi, Bianca Lancia. La sorella di Bianca Lancia, sposò Riccardo di Lauria, padre dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria. I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”.

Prima del 1266, Riccardo di Lauria, figlio di Gibel de Loria e padre di Ruggiero di Lauria

I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. I due studiosi a p. 21, nella loro nota (13) postillavano che: “(13) Vedi Appendice II”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, padre di Ruggiero di Lauria. Riccardo viene unanimemente considerato uno dei più fidi compagni di Manfredi e lo Zurita scrive che “fué gran privado del rey Manfredi, y muriò con el en la batalla de Benevento” (27). Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi. Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi. Dalla prima moglie ebbe una figlia, Beatrice, che sposò in prime nozze Riccardo Sambiase, imparentato con la famiglia Sanseverino, ed in seconde nozze Riccardo d’Arena. Il secondo figlio di Riccardo fu Giacomo, di cui si trovano notizie fin dal 1260. Fu il padre di Giovanni che morì decapitato per ordine di Federico III d’Aragona nel 1298. Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Dunque, Riccardo di Lauria, padre di Ruggiero di Lauria, in seconde nozze sposò Isabella (“Donna Bella”) Lancia, la zia di Bianca Lancia, amante ed ultima sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Da Wikipidia leggiamo che fu padre del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, fu Signore di Lauria dal 1254 e Signore di Scalea nel 1266 (anno della sua morte). Aveva feudi in Basilicata (sin dal 1239) e in Calabria. Sposando Bella Amico divenne barone  di Ficarra. Fu Gran Giustiziere e Capitano di guerra in Terra di Bari e Gran Privado (Gran Favorito) del re Manfredi di Sicilia. Il re siciliano e Riccardo erano come legati da forti affetti familiari, sebbene quest’ultimo fosse solamente il padre di una zia acquisita di Manfredi, sposata allo zio Corrado Lancia, fratello di Bianca, sua madre; inoltre, Bella, seconda moglie di Riccardo, fu la balia di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi. Morì combattendo nella battaglia di Benevento al fianco del re Manfredi, ucciso dal cavaliere Jeronimo di Sambiase. Riccardo di Lauria sposò:

  • Paliana di Castrocucco, nel primo matrimonio, da cui ebbe Costanza di Lauria;
  • Bella Amico (~ 1221 – dopo il 1279), figlia di Guglielmo e sposata in seconde nozze, dalla quale ebbe:
    • una figlia, il cui nome non ci è noto e che sposò Corrado I Lancia;
    • Ruggiero di Lauria, celebre ammiraglio al servizio dei sovrani aragonesi.

Lo storico locale Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Bisogna pur ricordare che certo ‘Riccardo de Loria’, o di Lauria che vuolsi padre del grande Ammiraglio fu pure Signore di Lauria, “e poichè – scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”, ma non risulta se fu Signore di Lagonegro. Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. Precedentemente al Pesce (…), aveva scritto il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, sulla scorta degli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266).”. Da Wikipidia leggiamo che Ruggiero era figlio di Riccardo di Lauria, signore dell’omonimo feudo e servitore di Manfredi di Sicilia, e di Donna Bella (Isabella) Lancia, nutrice di Costanza di Hoenstaufen e sorella di Guglielmo Amico. Riccardo era feudatario in Calabria e signore di Scalea nell’anno della sua morte, avvenuta durante la Battaglia in cui perì lo stesso Manfredi. Angelo Bozza (…), a p. 157, parlando di Lauria, scriveva che: “…è pur probabile che vi sia nato il celebre ammiraglio Ruggero di Lauria, (figlio di Riccardo favorito di Federico II e di Manfredi col quale perì ucciso alla battaglia di Benevento), e che tra i feudi aveva ancora quello di Lauria dal quale prendeva il titolo, ecc..”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…). Tuttavia, ho pubblicato ivi un mio saggio dal titolo “Dal 1144 al 1127, la contea di Policastro al tempo di Guglielmo di Puglia”, ovvero “Nel secolo XI-XII, gli Scullando, signori di Aieta”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (102) postillava che: “(102) Parla dell’antica famiglia di Ruggiero di Lauria e cita Carlo Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914; cfr. “Carta d’Italia fra il 1270 ed il 1450 con scala in miglia italiane”). Lo stemma dei Loria era lo scudo sabino, a tre fasce d’argento e tre d’azzurro.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (105) postillava che: “(105) A. Pepe, Ruggiero di Lauria, stà in “Almanacco calabrese”, 1955; Le più belle pagine di Michele Amari scelte da V.E. Orlando, Milano (Treves), 1928.”. Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et esius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero. Nel lungo e turbinoso periodo iniziato con la ‘Congiura di Capaccio’ e continuato con la lotta di successione prima tra svevi e angioini ecc..”. La notizia riportata anche da Ebner e tratta dai registri della Cancelleria Angioina andrebbe ulteriormente indagata e riguarda l’epoca Federiciana della ‘Congiura di Capaccio’ in cui diversi feudatari delle nostre terre patteggiarono contro Federico II di Svevia oppure si riferisce al periodo immediatamente successivo alla presa di potere di Manfredi dopo la morte di Federico II di Svevia. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 32, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi.. Il Mallamaci (…) sostiene che, Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria. Il Mallamaci (…) riguardo l’ammiraglio Ruggero di Lauria scriveva che egli era “Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen, ecc…ecc...”. Dunque, il Mallamaci (…) sosteneva che Ruggiero di Lauria era nato da Riccardo di Lauria, zio di Manfredi di Svevia o ‘Manfredi Sicilia’. Giacomo Racioppi (…) nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 180, parlando di Ruggiero di Lauria in proposito scriveva che: “Crebbe in corte d’Aragona (1); ove il re gli diè sposa una figliuola dei Lancia, parenti della regina e zii a Manfredi; ….Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di re Carlo II parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo di Lauria per sè, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Lauria, di Lagonegro e di Castelluccio (3).”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Amari M., Vespri Siciliani, cap. V.”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amari M., op. cit., E’ riferito dall’Amari nei ‘Vespri Siciliani, cap. V, 83, ove erratamente scritti “i castelli di Loria e Lagonessa” per Lauria e Lagonegro“. Infatti, in Michele Amari (…), nella sua ‘La Guerra del Vespro Siciliano’, a p. 83, nel cap. V, riferendosi a Pietro III d’Aragona, scriveva che: “Sorridea Pietro, e a far disegni, non querele, si ristringea con Ruggier Loria, Corrado Lancia, e Giovanni di Procida (4). Di questi il primo, nato di gran legnaggio nella terra di Scalea in Calabria (5), imparentato colla siciliana famiglia dè conti d’Amico, e signor di feudi in Sicilia e in Calabria (6), venuto era fanciullo seguendo la regigna Costanza con madonna Bella madre sua, nutrice della reina, ecc..ecc..”. L’Amari a p. 83 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Saba Malaspina, cont., pag. 340-342. Per vero egli non scrive il nome di Corado Lancia ma solo di Loria e Procida, e, aggiunge altri usciti italiani, ma ritraendosi dal Montaner  la grande riputazione di Corrado a corte d’Aragona per armi e consiglio appunto in questo tempo, non è dubbio che quel nobile siciliano avesse partecipato in tutti i disegni.. L’Amari (…), a p. 83, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Diploma negli archivi della Corona Aragonese, citato dal Quintana, ‘Vidas de Espanoles celebres’, Paris, 1827, Tomo I, p. 93” e nella sua nota (6) l’Amari postillava: “(6) Bartolomeo de Neocastro, cap. 83. Nel Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segnato 1291 A, fog. 88, si legge un diploma dato il dì 8,  forse di gennaio 1275, o 1276, ch’e è un attestato del servigio feudale prestato a Capua da Riccardo Loria per se, Giacomo, Roberto, Ruggiero, e due donne, tutti della stessa famiglia, che avevano diviso fra loro i castelli di Loria, Lagonessa e Castelluccio in Basilicata.”. Dunque, la notizia citata da Ebner e tratta da Michele Amari è confermata. L’Amari (…), a p. 83 del cap. V, sulla scorta del diploma o privilegio tratto dai registri della Cancelleria Angioina di Carlo II d’Angiò dell’anno 1291, un documento del 1275 o 1276, che indicava la divisione delle proprietà dei Loria o di Roberto di Lauria padre di Ruggiero di Lauria, tra cui i castelli di Lauria (“Loria”), Lagonegro (“Lagonessa”) e Castelluccio in Basilicata, con i tre figli: Giacomo, Roberto e Ruggiero di Lauria. Dunque, l’Amari, traeva la notizia dal cronista Bartolomeo da Neocastro. Bartolomeo di Neocastro (…), o Bartholomaeus de Neocastro era un cronista che morì nel 1295. Fiorito nel Regno di Sicilia durante la seconda metà del XIII secolo, al tempo della dominazione aragonese sotto Giacomo il Giusto, autore dell’opera in latino ‘Historia Sicola’.

Nel 1270, “Andree de Torraca Proditoris” possedeva beni “alia bona in Policastro” che, Carlo I d’Angiò, nello stesso anno gli tolse e donò ad altri

Stando ai registri della Cancelleria Angioina, citati da Pietro Ebner (…), nel XIV secolo, all’epoca Angioina, nell’anno 1270, Carlo I d’Angiò donò dei beni a Policastro appartenuti in passato ad un certo “Andrea ribelle di Torraca. Recentemente in un testo a stampa su ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, Giorgio Mallamaci (…), parlando di Torraca all’epoca Angioina, sulla scorta di Ebner (…) e senza mai fornire alcuna citazione bibliografica a p. 33, in proposito scriveva che: “Un altro nome è quello di un certo Andree de Torraca il quale compare nei ‘Registri della Cancelleria Angioina’ ricostruiti da R. Filangieri; in tali documenti viene specificato che nel 1270 è stata effettuata la donazione da parte del re (Federico II) all’ostiario (custode) Rinaldo di Poggiolo un castello di Vineoli nel giurisdizionato di Basilicata, un castello di Conca di Campania, insieme con altri beni a Policastro che furono di Andree da Torraca. Più precisamente in esso vi si legge che “760 – Rinaldo de Podiolo hostiario donat Rex castrum Vineoli in Iustitiarato Basilicate, castrum Concae et aliab, que fuerunt Andree de Torraca, Prodi-Toris (Reg. 6, fol. 16).”. Il Mallamaci (…) parla di una donazione di Federico II di Svevia che è un evidente errore quando invece l’Ebner (…), correttamente parla di una donazione di Carlo I d’Angiò. Sono peraltro interessanti le citazioni bibliografiche dell’Ebner che cita il Filangieri (…). Dunque, la notizia che re Carlo I d’Angiò (e non Federico II di Svevia), nel 1270 donava al custode (ostiario) Rinaldo di Poggiolo alcuni castelli in Basilicata insieme ad altri beni a Policastro che furono di Andree di Torraca “Prodi-Toris” (‘proditor’), proviene da Pietro Ebner (…). Addirittura l’Ebner dirà di Andrea di Torraca “il ribelle”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I, a p. 538, parlando di Policastro, in proposito riportava una notizia simile e scriveva che: “Nel Reg. 6, f 16 è la notizia della donazione di re Carlo all’ostiario Rinaldo di Poliolo del castello di Vineolo in Basilicata e di “alia bona” in Policastro “que fuerunt Andrea de Torraca proditoris”. Ebner (…), nel vol. II a p. 664 del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “Del ribelle Andrea di Torraca è pure notizia negli stessi ‘Registri’ (6). Ecc…”. Ebner nella sua nota (6), postillava che: “(6) Reg. Cancelleria Angioina IV, p. 113, n. 760 (v. a Policastro).”. Riguardo l’interessantissima notizia, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337 e s., in proposito scriveva che: “Vi è pure un ordine di riscuotere dall’erede del giudice Ruggero di Policastro l’ammontare della bagliva: VIII once d’oro e XV tarì. Nel Reg. 6, f. 16 è la notizia della donazione di Re Carlo all’ostiario Rinaldo di Poliolio del castello di Vineolo in Basilicata e di ‘alia bona’ in Policastro “quae fuerunt Andrea de Torraca proditoris”. Dal Reg. 10, f. 41 t l’ordine “de exibitione decimarum Episcopo Policastrensis”.”. Infatti, leggendo il vol. IV della ricostruzione dei Registri della Cancelleria Angioina pubblicati da Riccardo Filangieri (…) e, questo curato dalla Jole Mazzoleni (…), a p. 113, nel documento n. 760 del registro XIV si legge che: “760. Rinaldo de Podiolo hostiario donat Rex castrum Vineoli, in Iustitiariatu Basilicate, castrum Conche et alia bona in Policastro, que fuerunt Andree de Torraca proditoris). (Reg. 6, f. 16).”.

Filangieri Riccardo, Jole Mazzoleni, vol. IV, p. 113

Il cui significato è, riferendosi a re Carlo I d’Angiò che nel 1270: “Il re dona a Rinaldo de Podiolo hostario (custode) del Castello di Vineolo, il castrum Conche e alia bona (alcuni beni) in Policastro che erano e appartenevano al traditore ribelle Andrea di Torraca”. Il documento che riguarda Andrea di Torraca che postillava l’Ebner è (Reg. 6, fol. 16, n. 760).”, e la Jole Mazzoleni (…), nel vol. IV a p. 113 postillava che: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; Ms. Biblioteca Nazionale, IX C. 16 (Borrelli), f. 455; Ms. Società storia napol.  XXV, A. 15, f. 440 t.; Scandone, Notizie biog. di rimatori siciliani, p. 177.”. Il Filangieri cita il testo del Borrelli e poi scrive “f. 455”. Dunque, secondo il documento angoino pubblicato dalla Mazzoleni (vol. IV, p. 113 del Filangieri), scriveva che Carlo I d’Angiò, nel 1270 aveva donato all’ostiario Rinaldo di Poliolio del castello di Vineolo in Basilicata ed altri beni (“alia bona”), forse terreni e proprietà immobiliari a Policastro, che erano stati posseduti dal “proditores” (ribelle) Andrea di Torraca. Dunque, secondo il documento angioino, il ribelle e milite Andrea di Torraca, forse ai tempi di re Manfredi, possedeva un castello di Vineolo in Basilicata. Dissertando sulle citazioni bibliografiche dell’Ebner e della Mazzoleni, riguardo il milite e ribelle ‘proditores’ ‘Andree de Torraca’, la Mazzoleni, nel vol. IV dei Registri Angioini ricostruiti (il registro XIV), riguardo l’anno 1270 in cui re Carlo I d’Angiò per punire i partigiani “i ribelli proditores” di Manfredi o di Corradino citava i riferimenti bibliografici di M. Chiarito (…), del Carlo Borrelli (…) e di Francesco Scandone (…). Per la citazione dei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito (…), ove la Mazzoleni a p. 113 postillava: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; ecc..”. In un testo della ricostruzione della Cancelleria Angioina troviamo “Chiarito M., Repertori diversi, voll. 24; Repertori di autori diversi, voll. 6”. Dunque, il documento citato dall’Ebner (…) che riguarda il “proditores” “Andree de Turraca” è citato nel foglio n. 322 t, contenuto nei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito. Dove si trova questo foglio ?. In quale dei registri è stato registrato ?. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un ‘Andrea di Torraca’ potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…’, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella  Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”. Dunque, secondo il documento federiciano pubblicato dalla Mazzoleni, Andrea di Torraca dovrebbe essere stato un milite che ai tempi di re Manfredi e di Corradino doveva avere un castello a Vineolo o “Vineoli” (del “giustizierato” dice il Mallamaci) in Basilicata. Ma del castello o del centro di Vineoli o Vineolo nel giustizierato di Basilicata non si riesce a capire quale fosse. Forse è il castello di Lagopesole, uno dei più belli e l’ultimo fatto costruire da Federico II di Svevia.

Nel 1270, il “Proditores(ribelle) “Bartolomeo di Torraca” possedeva beni a Policastro che, Carlo I d’Angiò, nello stesso anno gli tolse e donò ad altri

Stando ai registri della Cancelleria Angioina, citati da Pietro Ebner (…), nel XIV secolo, all’epoca Angioina, precisamente nell’anno 1270 Carlo I d’Angiò donò dei beni a Policastro appartenuti ad un certo, “Bartolomeo di Torraca, chiamato Proditor, che possedeva beni a Policastro e per punirlo glieli tolse. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 664 del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “In età angioina è poi notizia di Bartolomeo di Torraca, “proditor”, il quale possedeva beni a Policastro (5).”. Ebner, a p. 664, nella sua nota (5), postillava che la notizia era tratta da: “(5) Reg. 5, f 34, 16 marzo a. 1270, XIII = vol. III, p. 107, n. 85”. Infatti, rileggendo il vol. III della ricostruzione dei Registri Angioini, pubblicati da Riccardo Filangieri, a p. 107, per il documento n. 86 (e non il documento n. 85 citato da Ebner), nel registro XIII, leggiamo: “86. – (‘Bartolomeo de Torraca’, “proditor”, ‘possedeva beni in Policastro, sub. dat. XVI martii XIII ind., anno 1270) (Reg. 5, f. 34).”. Riccardo Filangieri nel vol. III, a p. 107, postillava in proposito che: “Fonti: Scandone ms. in Arch.; Minieri Riccio, ms. in Arch.”.

Filangieri R., op. cit., vol. III, p. 107

Il Filangieri, citava Francesco Scandone. Per Scandone si veda F. Scandone, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola siciliana’. In Scandone Francesco, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti’, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904. Scandone scrisse dei poeti siciliani ai tempi di Federico II di Svevia e di suo figlio Manfredi. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un Bartolomeo “Proditor” che possedeva beni a Policastro in epoca Angioina e la notizia di un Andrea di Torraca potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…’, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella  Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”.

Nel 1239-1240, le Fonti per l’epoca Federiciana: ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240’

Dal sito dell’Archivio di Stato di Napoli, alla voce sulla Ricostruzione dei Registri della Cancelleri Angioina’, epoca Federiciana leggiamo che: Dalla seconda metà del XVI secolo, lo studio dell’archivio della Cancelleria Sveva (l’unico registro superstite di Federico II per gli anni 1239-1240) e della Cancelleria Angioina (all’epoca ancora ricco di scritture, soprattutto per i regni di Carlo I, Carlo II e Roberto) ha prodotto spogli e lavori archivistici sistematici come i repertori e i notamenti: – il repertorio dell’unico registro di cancelleria di Federico II dell’anno 1239-1240, opera degli archivisti Vincenti/Sicola e Chiarito; – i 4 volumi (originariamente 11) di notamenti di Carlo de Lellis; – i 13 volumi di repertori dell’archivista Pietro Vincenti (1610-1614); – gli 8 volumi di supplementi ai precedenti repertori compilati dall’archivista Sigismondo Sicola (1673-1710); – i 2 repertori di Carlo Borrelli, l’indice delle famiglie e delle città del Grifo e i due volumi di Onofrio Sicola (1710) contenenti l’index monasterium; – i 18 volumi di Michelangelo Chiarito (1759-1763). Sopravvissuti alle distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, oggi possono essere consultati in digitale presso le postazione della sala studio. Nel 2002, Cristina Carbonetti Vendittelli (…), con i tipi dell’Istituto Storico Italiano, ha pubblicato ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240‘. Leggiamo dalla Treccani on-line che: CANCELLERIA, REGISTRO DELLA (1239-1240). – Conservato fino al 1943 come unico cimelio superstite della cancelleria di Federico II, il registro degli anni 1239-1240 andò distrutto nel rogo del deposito antiaereo che era stato istituito in una villa dell’entroterra campano (Villa Montesano in S. Paolo Belsito, presso Nola), dove, a partire dal dicembre 1942, si era provveduto a trasferire i fondi più antichi del “Grande Archivio” di Napoli, nel timore che potessero subire danni durante eventuali bombardamenti e cannoneggiamenti della città. Nell’incendio, appiccato deliberatamente, per rappresaglia, il 30 settembre di quell’anno per ordine del comando tedesco del luogo, pienamente consapevole dell’importanza del materiale che vi era stato depositato, andarono bruciate tutte le serie più preziose dell’Archivio napoletano, compreso il ricchissimo archivio della cancelleria angioina. Del registro di Federico II del 1239-1240, l’unico della cancelleria sveva che fosse noto alla storiografia, rimanevano tuttavia le riproduzioni fotografiche (nove pellicole conservate oggi nell’archivio dell’Istituto Storico Germanico di Roma), la trascrizione pubblicata nel 1786 dall’archivista napoletano Gaetano Carcani in appendice alla sua edizione del Liber Augustalis e quella, dattiloscritta, realizzata a metà degli anni Venti del Novecento da Eduard Sthamer e in seguito parzialmente riveduta da Wilhelm Heupel. Del Gaetano Carcani, la sua opera è “Constitutiones Regum Regni Utriusque Sicilae”, Napoli, 1786 o si veda Liber Augustalis, sui registri della Cancelleria di Federico II di Svevia dal 1239 al 1240 perduti. Si veda pure i Repertori di Sigismondo Sicola,  che si possono scaricare gratuitamente dal sito della Biblioteca Nazionale di Francia. Rimanevano inoltre notizie e repertori, trascrizioni, copie ed excerpta: lacerti di una tradizione più antica e in origine sicuramente ben più ricca, testimoni tutti del grande interesse che il registro aveva suscitato negli eruditi napoletani del Seicento e del Settecento, i quali, animati da curiosità di tipo prettamente antiquario e genealogico, furono i primi a sfogliarlo e leggerlo, vedendo in esso una sorta di grande contenitore dal quale attingere una enorme quantità di notizie sulle antiche famiglie del Regno. Una tradizione nel complesso ricca, anche se piuttosto singolare, che ha consentito di ricostruire la storia e la fisionomia del registro, e da ultimo di stabilirne e pubblicarne il testo. Per lungo tempo unico e prezioso cimelio conosciuto e conservato della cancelleria federiciana, il registro di Federico II andò distrutto, com’è noto, nel rogo che è passato alla storia come uno dei più gravi disastri archivistici dell’ultimo secolo, appiccato alla fine del settembre 1943 dalle truppe tedesche in ritirata dal meridione d’Italia al deposito dove erano stati trasferiti per motivi di sicurezza i fondi più antichi e preziosi del Grande Archivio di Napoli. A sessant’anni dalla sua distruzione e dopo vicende editoriali protrattesi per un circa un ottantennio, vede la luce l’edizione del registro, condotta sulla base delle riproduzioni fotografiche, di estratti e copie erudite, di precedenti trascrizioni. Il registro, strettamente riservato agli affari del Regno (vi erano cioè registrate soltanto le lettere che la corte inviava ai funzionari provinciali per comunicare le misure prese in merito alla gestione del regno), era frammentario fin dalla sua prima apparsa sulla scena delle fonti archivistiche napoletane, alla fine del Cinquecento, ed abbracciava solo un breve arco cronologico, che andava dai primi giorni di ottobre 1239 agli inizi di maggio 1240. Tuttavia l’elevato numero di lettere registrate (quasi milleduecento) e l’ampio ventaglio di argomenti trattativi ne fanno una fonte di eccezionale importanza per la storia del regno di Sicilia nei mesi cruciali successivi alla scomunica di Federico II e all’indizione della crociata contro di lui da parte di Gregorio IX. L’edizione è stata condotta adattando le tecniche ormai comunemente accolte per la pubblicazione dei documenti latini alle peculiarità di questo particolare tipo di fonte, dando ampio spazio, soprattutto, ai regesti e alle parti introduttive, là dove si ricostruisce l’iter di formazione delle lettere (per questo è stata introdotta una breve sezione dove compaiono i nomi del personale di cancelleria coinvolto nella loro produzione) e si evidenziano i nessi di vario genere che legano missive accomunate da una comune origine (prodotte cioè a seguito di uno stesso ordine). Inoltre si è tenuto massimo conto della struttura del registro e del suo carattere di unicità e insieme di coerenza e uniformità che lo contraddistingue, carattere che è stato mantenuto ed evidenziato al meglio, non solo conservando l’ordine col quale le registrazioni si susseguono al suo interno, ma anche, ad esempio, adottando caratteri diversi per le registrazioni e le note (coeve o posteriori) che le incorniciano, attribuendo un numero d’ordine a ciascuna registrazione indipendentemente dal fatto che fosse relativa a una o più lettere e considerando quindi come unità minima documentaria la registrazione in quanto tale, accorpando sotto un unico regesto le sequenze di lettere registrate “a catena”, ovvero le similes spedite nella stessa forma a diversi destinatari. Nell’introduzione (pp. IX-CIII), oltre alle consuete note relative alla storia del registro ed alle modalità di trasmissione del testo, si affronta in particolare il tema della sua funzionalità, che viene analizzata e vista attraverso una particolare lente, quella delle forme, ossia del modo in cui il registro era stato pensato e costruito e degli accorgimenti redazionali che erano stati adottati per ottenere non tanto un contenitore di documenti, quanto uno strumento di lavoro realizzato in cancelleria per la cancelleria e per la corte, improntato in funzione della massima visibilità e dell’immediata reperibilità della notizia, al fine di facilitarne la consultazione per poter ricostruire in qualsiasi momento lo stato di ciascuna questione della quale la corte si era occupata tramite la corrispondenza scritta. La Jole Mazzoleni (…), nel vol. IV a p. 113 postillava che: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; Ms. Biblioteca Nazionale, IX C. 16 (Borrelli), f. 455; Ms. Società storia napol.  XXV, A. 15, f. 440 t.; Scandone, Notizie biog. di rimatori siciliani, p. 177.”. La Mazzoleni, fra i riferimenti bibliografici cita il manoscritto del Borrelli (…), IX C. 16, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Riguardo il Borrelli si riferiva a Carlo Borrelli (…), ed al suo ‘Repertorium universale ex registris R. Syclae’, trascritto dal Sicola Sigismondo, voll. II, ovvero Sicola Sigismondo, Repertori del registro di Federico II e dei registri angioini, vol. 21. Basterà riflettere che in tali Repertorii trovansi riassunti varii Registri angioini già … Neap. nobil. dopo il Catalogus Baronum, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Reale Zecca allora superstiti; onde il Sicola Siismondo del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. I manoscritti trascritti dal Sicola, e tuttavia sono scritti su carta … riassunti varii ‘Registri angioini’ già perduti nel 1653, in cui il Carlo Borrelli (…) nel suo Vindex Neapolitanae nobilitatis’, un testo del 1653, dopo il ‘Catalogus Baronum’, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Real Zecca di Napoli allora superstiti; onde il Sicola, che … vol. coevo pei cognomi con le iniziali da L a Z, del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. In questo testo il Borrelli (…), dopo aver trascritto il “Catalogus baronum”, da p. 184 e s., elencò tutti i registri della Real Zecca di Napoli. Il Filangieri cita il testo del Borrelli e poi scrive “f. 455”. Dissertando sulle citazioni bibliografiche dell’Ebner e della Mazzoleni, nel vol. IV dei Registri Angioini ricostruiti (il registro XIV), riguardo l’anno 1270 in cui re Carlo I d’Angiò per punire i partigiani “i ribelli proditores” di Manfredi o di Corradino citava i riferimenti bibliografici di Michele Chiarito (…), del Carlo Borrelli (…) e di Francesco Scandone (…). Per la citazione dei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito (…), ove la Mazzoleni a p. 113 postillava: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; ecc..”. Per i repertori raccolti da Michelangelo Chiarito ha scritto il Filangieri in Filangieri Riccardo (…), nel suo ‘Scritti di palegrafia e diplomatica, di archivistica e di erudizione’, pubblicato a ristampa nel 1970 e dove a p. 189 riportava i “Notamenti e repertori delle cancellerie napoletane” tra cui i repertori raccolti da Michele Chiarito (…) che raccolse  i “Notamenti e repertori delle Cancellerie napoletane compilati da Carlo de Lellis e da altri eruditi dei secoli XVI e XVIIpubblicati da Riccardo Filangieri di Candida Gonzaga (…). In un testo di Vargas-Macchiucca (…), del 16…., troviamo citato i Cedolaria di Michelangelo Chiarito. In un testo della ricostruzione della Cancelleria Angioina troviamo “Chiarito Michelangelo, Repertori diversi, voll. 24; Repertori di autori diversi, voll. 6. Scrive il Filangieri nel vol. I della ricostruzione dei registri angioini, nella sua Introduzione che: “Dalla rovina furon salvi, per essere rimasti in sede, gli antichi Repertori di Pietro Vincenti, di Sigismondo Sicola e di Michelangelo Chiarito, oltre una parte di quelli più ampi e completi di Carlo de Lellis ecc..”. Per Scandone si veda F. Scandone, Notizie biografiche di rimatori della scuola siciliana’. In Scandone Francesco, Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti’, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904.

Nel 1270 – 1271 (?), la Guerra del Vespro e il feudo di Torraca passò a Francesco Sanseverino, conte di Lauria

Nutro dei dubbi sulla notizia dataci da uno storico locale che ha scritto su Torraca. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, nel 1270, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici (ma io credo sulla scorta della ‘La Baronia del Cilento’ di Matteo Mazziotti), scriveva che Ruggero di Lauria appartenesse alla celebre famiglia dei Sanseverino. Il Mallamaci (…), a p. 32, in proposito scriveva che: “Nel 1270 il feudo passò nelle mani del nobile Francesco Sanseverino, conte di Lauria, ecc..”. Dunque, in questo interessantissimo passo, il Mallamaci, a p. 32, poneva all’anno 1270 il subentro nella proprietà del feudo di Torraca a Francesco Sanseverino, Conte di Lauria e di Cuccaro.  Inoltre, sempre il Mallamaci, a p. 34 confermava questa notizia collegandola con la storia di Torraca e, parlando delle fortificazioni nel Golfo di Policastro ai tempi della Guerra del Vespro (1285-1302) e riferendosi al feudo di Torraca scriveva che: “Non si deve dimenticare che il feudo a cui apparteneva il castello, era in quel periodo di proprietà del già citato ammiraglio Ruggiero di Lauria della famiglia dei Sanseverino.”. Il Mallamaci, scriveva che ai tempi di Federico II di Svevia, Torraca apparteneva alla Baronia del Cilento che “toccò” ai Lancia e, più aventi, nel 1271, in seguito alla sconfitta di Corradino di Svevia e all’ingresso di Carlo I d’Angiò, i Lancia, dovettero cedere la loro ‘Baronia del CIlento’ ai Capano ed ai Sanseverino. Su questo periodo ho scritto ivi un altro mio saggio a cui rimando per gli opportuni approfondimenti. La potente famiglia dei Sanseverino ebbe in queste nostre terre un ruolo preponderante nella Guerra del Vespro che si combattè proprio nelle nostre contrade. Addirittura il Mallamaci afferma che Ruggero di Lauria sarebbe della famiglia dei Sanseverino. Non so dove abbia tratto il Mallamaci queste notizie su Torraca il quale non cita nessun riferiento bibliografico. Il Mallamaci, parlando del subfeudo di Torraca nel 1271 e pure l’Ebner in riferimento a Francesco Sanseverino a quale periodo si riferivano. Al 1270, ovvero a dopo la sconfitta di Corridino di Svevia e la caduta della famiglia Lancia o a subito dopo con Carlo I d’Angiò?. Sulla figura di Ruggero di Lauria e del padre Riccardo, Conti di Lauria, ho parlato ivi e innanzi. In efetti, è molto probabile che il feudo di Torraca in epoca angioina facesse parte della Contea più vasta di Lauria che comprendeva diersi casali e possedimenti. Il feudo di Torraca, nei primi anni del 1200 doveva appartenere alla famiglia Lancia, da cui proveniva Ruggero di Lauria, infatti, il padre Riccardo di Lauria, Conte di Lauria, aveva sposato Isabella Lancia. Dunque, la madre di Ruggero di Lauria era una Lancia. La celebre famiglia dei Lancia possedette i feudi e le contee della nostra zona fino alla morte di Corradino e caddero in disgrazia con l’avvento della casata angioina. Nel 1270, in seguito la sconfitta di Manfredi di Svevia a Benevento, nel Regno di Napoli, subentrò il giovane Carlo I d’Angiò. La signoria di Galvano Lancia (signore Federiciano del Cilento) non durò a lungo e terminò nel 1266 quando Carlo I d’Angiò, con la vittoria di Benevento si impossessò del Regno con l’aiuto di Ruggero di Sanseverino che ebbe restituito i suoi feudi nel Cilento. Ruggero Sanseverino, nel 1266 partecipò valorosamente alla battaglia di Benevento contro Manfredi di Svevia e al fianco di Carlo I d’Angiò sconfisse Manfredi. Nel 1270 i Sanseverino, al tempo della dominazione Angioina divennero nuovamente potentissimi ed ebbero restituiti tutti i feudi che gli aveva confiscato Federico II di Svevia dopo la ‘Congiura di Capaccio’. Tommaso Sanseverino, figlio di Ruggero Sanseverino divenne plenipotenziario degli Angiò nel basso Cilento e Francesco Sanseverino, conte di Lauria e feudatario di Torraca e Laurito. Dunque, l’ipotesi del Mallamaci è ancora tutta da verificare ma ha del fondamento. I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. Mi chiedo se fosse plausibile la notizia secondo cui il subfeudo di Torraca fosse passato da Francesco Sanseverino a Tommaso Monforte di Laurito nel 1284, ovvero 107 anni prima. Se le notizie contenute nei documenti “le pergamene di Laurito” pubblicate dalla Mazzoleni (…), fossero esatte, mi chiedo come fosse possibile che Biancuccia Mercadante di Torraca, fosse stata sposata a Tommaso di Monforte di Laurito 107 anni prima delle notizie che riguardavano i loro figli Antonello e Giovannella 107 anni dopo.  Dunque, credo che ciò che scriveva Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio‘ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, in seguito, nel 1271, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici (ma io credo che scrivesse sulla scorta del ‘La Baronia del Cilento’ di Matteo Mazziotti), parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Nel 1271, tornata la pace, i Sanseverino riebbero, insieme alle contee perdute, anche la Baronia del Cilento, fino a quel momento affidata ai Lancia i quali a loro volta la cedettero alla famiglia Capano. Riottenuto l’esteso feudo, i Sanseverino tennero il Cilento fino al 1552, anno che coincise con il declino definitivo della potente famiglia. Ecc…”, non centrasse proprio nulla riguardo il subfeudo di Torraca. Matteo Mazziotti a p. 135, in proposito scriveva che: “Nel regno di Roberto d’Angiò cominciato il 1309 la baronia del Cilento, tassata allora per oncie 54 e tarì 25 (4) passò da Tommaso Sanseverino ai suoi discendenti insieme con la contea di Marsico.”. Chi era Francesco Sanseverino ?. Chi erano i Monforte di Laurito ? Tommaso Sanseverino aveva avuto un figlio, Enrico Sanseverino a cui Roberto d’Angiò assegnò la baronia del Cilento e la Contea di Marsico (1) (dal Gatta, ‘Memorie della Lucania‘, etc.., p. 162), ma morì presto a soli 21 anni. Sul periodo e sulla famiglia Lancia ha scritto Matteo Mazziotti (…) che in proposito, nella sua “La Baronia del Cilento etc…”, nel suo cap. V, dopo aver parlato della fine della famiglia Lancia, a p. 133, così scriveva che: “Pochi anni dopo il re Carlo, con rescritto dell’11 giugno 1271 conferiva al suo primogenito Carlo II, il principato di Salerno (2). Vennero allora restituiti a Ruggiero Sanseverino tutti gli antichi feudi della famiglia, tra cui le contee di Sanseverino e di Marsico e la baronia del Cilento (4). Però siccome dopo la congiura di Capaccio parecchi casali della Baronia erano stati usurpati, per determinare quali ne avessero fatta parte, si dovette ricorrere a vecchi testimoni. Fu così redatto nel 1276 un apposito processo, nel quale si accertarono i beni da restituirsi al Sanseverino cosi: “Rocca Cilento, ecc..ecc..III. Dalle nozze della contessa Fiesco non sembra che Ruggiero avesse avuto prole. Morta costei, egli aveva sposato Teodora dei Conti d’Acquino la quale gli diede un figlio a nome Tommaso, giovine di grande destrezza ecc…Ruggiero morì negli ultimi mesi del 1285 lasciando suo erede universale il figlio Tommaso (2). Signore anche di Diano ottenne dai monaci di Montevergine la concessione di una piccola chiesa dedicata a S. Lorenzo nella pianura sotto Padula ed ivi edificò lo splendido monumento d’arte che è la Certosa di S. Lorenzo di Padula. Morì nel 1320.”.

Nel 1270, re Carlo I d’Angiò dona i beni a Policastro che appartenevano al “Proditoris” (ribelle) Andrea di Torraca

Stando ai registri della Cancelleria Angioina, citati da Pietro Ebner (…), nel XIV secolo, all’epoca Angioina, nell’anno 1270, Carlo I d’Angiò donò dei beni a Policastro appartenuti in passato ad un certo“Andrea ribelle di Torraca. Recentemente in un testo a stampa su ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, Giorgio Mallamaci (…), parlando di Torraca all’epoca Angioina, sulla scorta di Ebner (…) e senza mai fornire alcuna citazione bibliografica a p. 33, in proposito scriveva che: “Un altro nome è quello di un certo Andree de Torraca il quale compare nei ‘Registri della Cancelleria Angioina’ ricostruiti da R. Filangieri; in tali documenti viene specificato che nel 1270 è stata effettuata la donazione da parte del re (Federico II) all’ostiario (custode) Rinaldo di Poggiolo un castello di Vineoli nel giurisdizionato di Basilicata, un castello di Conca di Campania, insieme con altri beni a Policastro che furono di Andree da Torraca. Più precisamente in esso vi si legge che “760 – Rinaldo de Podiolo hostiario donat Rex castrum Vineoli in Iustitiarato Basilicate, castrum Concae et aliab, que fuerunt Andree de Torraca, Prodi-Toris (Reg. 6, fol. 16).”. Il Mallamaci (…) parla di una donazione di Federico II di Svevia che è un evidente errore quando invece l’Ebner (…), correttamente parla di una donazione di Carlo I d’Angiò. Sono peraltro interessanti le citazioni bibliografiche dell’Ebner che cita il Filangieri (…). Dunque, la notizia che re Carlo I d’Angiò (e non Federico II di Svevia), nel 1270 donava al custode (ostiario) Rinaldo di Poggiolo alcuni castelli in Basilicata insieme ad altri beni a Policastro che furono di Andree di Torraca “Prodi-Toris” (‘proditor’), proviene da Pietro Ebner (…). Addirittura l’Ebner dirà di Andrea di Torraca “il ribelle”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I, a p. 538, parlando di Policastro, in proposito riportava una notizia simile e scriveva che: “Nel Reg. 6, f 16 è la notizia della donazione di re Carlo all’ostiario Rinaldo di Poliolo del castello di Vineolo in Basilicata e di “alia bona” in Policastro “que fuerunt Andrea de Torraca proditoris”. Ebner (…), nel vol. II a p. 664 del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “Del ribelle Andrea di Torraca è pure notizia negli stessi ‘Registri’ (6). Ecc…”. Ebner nella sua nota (6), postillava che: “(6) Reg. Cancelleria Angioina IV, p. 113, n. 760 (v. a Policastro).”. Riguardo l’interessantissima notizia, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337 e s., in proposito scriveva che: “Vi è pure un ordine di riscuotere dall’erede del giudice Ruggero di Policastro l’ammontare della bagliva: VIII once d’oro e XV tarì. Nel Reg. 6, f. 16 è la notizia della donazione di Re Carlo all’ostiario Rinaldo di Poliolio del castello di Vineolo in Basilicata e di ‘alia bona’ in Policastro “quae fuerunt Andrea de Torraca proditoris”. Dl Reg. 10, f. 41 t l’ordine “de exibitione decimarum Episcopo Policastrensis”.”. Infatti, leggendo il vol. IV della ricostruzione dei Registri della Cancelleria Angioina pubblicati da Riccardo Filangieri e, questo curato dalla Jole Mazzoleni (…), a p. 113, nel documento n. 760 del registro XIV si legge che: “760. Rinaldo de Podiolo hostiario donat Rex castrum Vineoli, in Iustitiariatu Basilicate, castrum Conche et alia bona in Policastro, que fuerunt Andree de Torraca proditoris). (Reg. 6, f. 16).”. Il documento che riguarda Andrea di Torraca che postillava l’Ebner è (Reg. 6, fol. 16, n. 760).”, e la Jole Mazzoleni (…), nel vol. IV a p. 113 postillava che: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; Ms. Biblioteca Nazionale, IX C. 16 (Borrelli), f. 455; Ms. Società storia napol.  XXV, A. 15, f. 440 t.; Scandone, Notizie biog. di rimatori siciliani, p. 177.”. Dunque, secondo il documento angoino pubblicato dalla Mazzoleni (vol. IV, p. 113 del Filangieri), scriveva che Carlo I d’Angiò, nel 1270 aveva donato all’ostiario Rinaldo di Poliolio del castello di Vineolo in Basilicata ed altri beni (“alia bona”), forse terreni e proprietà immobiliari a Policastro, che erano stati posseduti dal “proditores” (ribelle) Andrea di Torraca. Dunque, secondo il documento angioino, il ribelle e milite Andrea di Torraca, forse ai tempi di re Manfredi, possedeva un castello di Vineolo in Basilicata. La Mazzoleni, fra i riferimenti bibliografici cita il manoscritto del Borrelli (…), IX C. 16, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Riguardo il Borrelli si riferiva a Carlo Borrelli (…), ed al suo ‘Repertorium universale ex registris R. Syclae’, trascritto dal Sicola S., voll. II, ovvero Sicola S., Repertori del registro di Federico II e dei registri angioini, vol. 21. Basterà riflettere che in tali Repertorii trovansi riassunti varii Registri angioini già … Neap. nobil. dopo il Catalogus Baronum, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della R. Z allora superstiti; onde il Sicola, … del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. I manoscritti trascritti dal Sicola, e tuttavia sono scritti su carta … riassunti varii ‘Registri angioini’ già perduti nel 1653, in cui il Carlo Borrelli (…) nel suo Vindex Neapolitanae nobilitatis’, un testo del 1653, dopo il ‘Catalogus Baronum’, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Real Zecca di Napoli allora superstiti; onde il Sicola, che … vol. coevo pei cognomi con le iniziali da L a Z, del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. In questo testo il Borrelli (…), dopo aver trascritto il “Catalogus baronum”, da p. 184 e s., elencò tutti i registri della Real Zecca di Napoli. Il Filangieri cita il testo del Borrelli e poi scrive “f. 455”. Nel 2002, Cristina Carbonetti Vendittelli (…), con i tipi dell’Istituto Storico Italiano, ha pubblicato ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240‘. Dissertando sulle citazioni bibliografiche dell’Ebner e della Mazzoleni, riguardo il milite e ribelle ‘proditores’‘Andree de Torraca’, la Mazzoleni, nel vol. IV dei Registri Angioini ricostruiti (il registro XIV), riguardo l’anno 1270 in cui re Carlo I d’Angiò per punire i partigiani “i ribelli proditores” di Manfredi o di Corradino citava i riferimenti bibliografici di M. Chiarito (…), del Carlo Borrelli (…) e di Francesco Scandone (…). Per la citazione dei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito (…), ove la Mazzoleni a p. 113 postillava: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; ecc..”. Per i repertori raccolti da Michelangelo Chiarito ha scritto il Filangieri in Filangieri Riccardo (…), nel suo ‘Scritti di palegrafia e diplomatica, di archivistica e di erudizione’, pubblicato a ristampa nel 1970 e dove a p. 189 riportava i “Notamenti e repertori delle cancellerie napoletane” tra cui i repertori raccolti da M. Chiarito (…) che raccolse  i “Notamenti e repertori delle Cancellerie napoletane compilati da Carlo de Lellis e da altri eruditi dei secoli XVI e XVII” pubblicati da Riccardo Filangieri di Candida Gonzaga (…). In un testo di Michele Vargas-Macchiucca (…), del 16…., troviamo citato i Cedolaria di M. Chiarito. In un testo della ricostruzione della Cancelleria Angioina troviamo “Chiarito M., Repertori diversi, voll. 24; Repertori di autori diversi, voll. 6”. Scrive il Filangieri nel vol. I della ricostruzione dei registri angioini, nella sua Introduzione che: “Dalla rovina furon salvi, per essere rimasti in sede, gli antichi Repertori di Pietro Vincenti, di Sigismondo Sicola e di Michelangelo Chiarito, oltre una parte di quelli più ampi e completi di Carlo de Lellis ecc..”. Dunque, il documento citato dall’Ebner (…) che riguarda il “proditores” “Andree de Turraca” è citato nel foglio n. 322 t, contenuto nei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito. Dove si trova questo foglio ?. In quale dei registri è stato registrato ?. Per Scandone si veda F. Scandone, ‘Notiziebiografichedi rimatoridella scuolasiciliana’. In Scandone Francesco, Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti’, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un ‘Andrea di Torraca’ potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…’, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella  Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”. 

Nel 1270, re Carlo I d’Angiò dona i beni a Policastro che appartenevano al “Proditoris” (ribelle) Bartolomeo di Torraca

Stando ai registri della Cancelleria Angioina, citati da Pietro Ebner (…), nel XIV secolo, all’epoca Angioina, precisamente nell’anno 1270 Carlo I d’Angiò donò dei beni a Policastro appartenuti ad un certo, “Bartolomeo di Torraca, chiamato Proditor, che possedeva beni a Policastro e per punirlo glieli tolse. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 664 del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “In età angioina è poi notizia di Bartolomeo di Torraca, “proditor”, il quale possedeva beni a Policastro (5).”. Ebner, a p. 664, nella sua nota (5), postillava che la notizia era tratta da: “(5) Reg. 5, f 34, 16 marzo a. 1270, XIII = vol. III, p. 107, n. 85. Infatti, rileggendo il vol. III della ricostruzione dei Registri Angioini, pubblicati da Riccardo Filangieri, a p. 107, il documento n. 84, del registro XIII, leggiamo: ” 86. – (‘Bartolomeo de Torraca’, “proditor”, ‘possedeva beni in Policastro, sub. dat. XVI martii XIII ind., anno 1270) (Reg. 5, f. 34).”. Riccardo Filangieri nel vol. III, a p. 107, postillava in proposito che: “Fonti: Scandone ms. in Arch.; Minieri Riccio, ms. in Arch.”. Il Filangieri, citava Francesco Scandone. Per Scandone si veda F. Scandone, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola siciliana’. In Scandone Francesco, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti’, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904. Scandone scrisse dei poeti siciliani ai tempi di Federico II di Svevia e di suo figlio Manfredi. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un Bartolomeo “Proditor” che possedeva beni a Policastro in epoca Angioina e la notizia di un Andrea di Torraca potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…’, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella  Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”.

Nel 1 dicembre 1271, re Carlo I d’Angiò chiede una tassa per ogni paese del basso Cilento

A causa delle operazioni militari della guerra del ‘Vespro’, la guerra intrapresa dagli Aragonesi che volevano conquistare il Regno di Napoli angioino. In un mio studio (1) che pubblicavo nel 1987, scrivevo: “Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. “ (1). Il piccolo borgo marinaro di Sapri, subì notevoli danni, tanto che Sapri, non compare su un documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i ‘fuochi’ dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Il Carucci (…) e Del Mercato (…), riportano interessanti documenti dell’epoca angioina. Il Carucci (…) nel suo  Codice diplomatico salernitano del XIII secolo, cita un interessantissimo documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina e che il Del Mercato (…), riporterà più tardi in stralcio. Il Del Mercato (5), scriveva in proposito: “Per quantificare l’entità dei danni, prodotti dalla Congiura e dalle operazioni militari, basti pensare che in un documento del 1271, relativo alle terre del Regno, la cui popolazione era diminuita, è citato il Cilento che risultava avere una popolazione di 110 fuochi (5)Infatti, nel documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (12) e dal Del Mercato (13), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie). Il Carucci (12), nel suo pregevole studio, il vol. I, “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), del suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (12), a p. 400 e s., scriveva in proposito al documento: “1271, (a. VII di Carlo d’Angiòre di Sicilia)” (riferendosi a re Carlo I d’Angiò), “, XV indizione, 1 dicembre, Napoli. Carlo d’Angiò ordina l’esazione dei residui della tassa sui fuochi imposta per l’anno della XII indizione, e il 1° dicembre 1271 manda al giustiziere del Principato e della Terra Beneventana la cedola dei fuochi delle due provincie. Dell’odierna provincia di Salerno sono nella cedola notati i seguenti paesi: Pissotta 27 (Pisciotta), Cuculum 477 (Cuccaro vetere ?), S. Severinus de Camerota 9 (S. Severino di Camerota), Cornetum 2 (Corneto), Camarota 77 (Camerota), Rofranum 2 (Rofrano), Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88 (Roccagloriosa), S. Johannes ad Pirum 6 (S. Giovanni a Piro), Policastrum 124 (Policastro).. Poi, come possiamo vedere dall’immagine ivi, postillava: “Napoli, archivio di Stato, reg. ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, ed. MINIERI-RICCIO, Il regno di Carlo I, ecc. p. 41”  e alla sua nota (3), postillava: ” V. l’elenco di tutti i paesi del Principato Citra nel 3° vol. in un doc. del 9 Agoso 1299″. A causa delle operazioni militari della guerra del ‘Vespro’, la guerra intrapresa dagli Aragonesi che volevano conquistare il Regno di Napoli angioino, il piccolo porticciolo di Sapri, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare tanto che, Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Infatti, nel documento tratto dalla Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (…) e dal Del Mercato (….), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi (focolai, famiglie): “…Cedola de focolaribus que inveniuntur diminuta per collationem factam: ( riportiamo solo i centri del Golfo di Policastro) San Severinus de Camerota 9, Cornetum 2, Camarota 77, Rofranum 2, Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88, Johannes ad Pirum 6, Policastrum.” (…). Nel XIII secolo, alcuni centri del basso Cilento‘ come Policastro e la baia ed il porto naturale di Sapri, subìrono notevoli danni. Infatti, Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina, datato 1271 (…), riportato in stralcio dal Carucci (…) e dal Del Mercato (…), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie): “…Cedola de focolaribus que inveniuntur diminuta per collationem factam: (riportiamo solo i centri del Golfo di Policastro) San Severinus de Camerota 9, Cornetum 2, Camarota 77, Rofranum 2, Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88, Johannes ad Pirum 6, Policastrum 124” (…). Il maniero dei Sanseverino a S. Severino di Centola (SA), grazie alla sua posizione strategica fece sì che durante la guerra del Vespro diventasse teatro di guerra, in particolare innumerevoli sofferenze soffrì la popolazione per le scorrerie degli Almugaveri, tanto che nel 1291 per disposizione di Carlo I d’Angiò, l’attuale paese di S. Severino di Centola, assieme ad altri centri del Cilento, venne esentato dal pagamento delle tasse. La tradizione orale parla con riferimento a questo triste periodo di un grande battaglia nella valle del Mingardo, con grande numero di morti e feriti, scontro che portò alla caduta di San Severino e alla sua presa da parte degli Aragonesi. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. La baia naturale di Sapri, ha sempre costituito un approdo sicuro e naturale alle imbarcazioni di una certa portata ed il suo piccolo porticciolo, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro, che era porto franco, riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare. In un mio studio (1) che pubblicavo nel 1987, scrivevo: “Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri.” (1). Il piccolo borgo marinaro di Sapri, subì notevoli danni, tanto che Sapri, non compare su un documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i ‘fuochi’ dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Il Carucci (…) e Del Mercato (…), riportano interessanti documenti dell’epoca angioina. Il Carucci (…) nel suo  Codice diplomatico salernitano del XIII secolo, cita un interessantissimo documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina e che il Del Mercato (…), riporterà più tardi in stralcio. Il Del Mercato (5), scriveva in proposito: “Per quantificare l’entità dei danni, prodotti dalla Congiura e dalle operazioni militari, basti pensare che in un documento del 1271, relativo alle terre del Regno, la cui popolazione era diminuita, è citato il Cilento che risultava avere una popolazione di 110 fuochi (…)Infatti, nel documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (…) e dal Del Mercato (…), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie). Il Carucci (…), nel suo pregevole studio, il vol. I, “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), del suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (…), a p. 400 e s., scriveva in proposito al documento: “1271, (a. VII di Carlo d’Angiòre di Sicilia)” (riferendosi a re Carlo I d’Angiò), “, XV indizione, 1 dicembre, Napoli. Carlo d’Angiò ordina l’esazione dei residui della tassa sui fuochi imposta per l’anno della XII indizione, e il 1° dicembre 1271 manda al giustiziere del Principato e della Terra Beneventana la cedola dei fuochi delle due provincie. Dell’odierna provincia di Salerno sono nella cedola notati i seguenti paesi: Pissotta 27 (Pisciotta), Cuculum 477 (Cuccaro vetere ?), S. Severinus de Camerota 9 (S. Severino di Camerota), Cornetum 2 (Corneto), Camarota 77 (Camerota), Rofranum 2 (Rofrano), Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88 (Roccagloriosa), S. Johannes ad Pirum 6 (S. Giovanni a Piro), Policastrum 124 (Policastro).. Poi, come possiamo vedere dall’immagine ivi, postillava: “Napoli, archivio di Stato, reg. ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, ed. MINIERI-RICCIO, Il regno di Carlo I, ecc. p. 41”  e alla sua nota (3), postillava: ” V. l’elenco di tutti i paesi del Principato Citra nel 3° vol. in un doc. del 9 Agoso 1299″.

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(Fig….) Documento (…) d’epoca Angioina, del 1271, pubblicato dal Carucci (…) e citato dal Del Mercato (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.

Il Carucci (…), trae il documento (…) dal Minieri-Riccio (…), che lo pubblicava a p. 41 (Fig…). Il Minieri-Riccio, nel documento (…), in questione che pubblicò nel 1852, scriveva in proposito come si può leggere nell’immagine di Fig….: “1 Dicembre. Ivi. Re Carlo ordina a Gualtiero di Collepietro Giustiziere di Principato e Terra Beneventana, di raccogliere il residuo della esazione de’ fuocolari dell’anno della 12° indizione, ed all’uopo gli manda la ‘Cedola de focolaribus quae invenientur diminuita per collactionem factam de quaternis particularibus generalis subventionis ad quaternos de focolaribus pro quibus subscripte terre et loca tenentur ad rationem de augustali uno proquolibet foculari pro primo et secundo mense sub magistratu Gualterii de Collepetro Iustidiarii Principatus et Terre Beneventane in anno XII Indictionis. Le quali terre sono: Ecc…per i seguenti focolari:” ed  elenca i centri con la nota (172)(…). I paesi con i relativi corrispondenti focolari registrati che riguardano le nostre terre, sono:Cilento f. 110. on. 27 t. 15, Pisciotto f. 27. on. 6. t. 22 1/2, Alfano f. 3 t. 22 1/2, Cucculo f. 477. on. 119. t. 7 1/2, S. Severino di Cammarota f. 9. on. 2. t. 7 1/2, Cammarota (Camerota) f. 77. on. 19. t. 7 1/2, Corneto f. 2. t. 15, Tropano f. 3 t. 22 1/2, Rofrano f. 2. t. 15, Sansa f. 33. on. 8. t. 7 1/2, Padula f. 78. on. 19 t. 15, Rocca Gloriosa f. 88. on. 22., S. Giovanni a Piro f. 6. on. 1. t. 15, Policastro f. 124. on. 31.”. Poi aggiunge: “Et pro secundo mense in subscriptis terris ribelibus de prescriptis videlicet: – Policastro f. 124 ecc..”  (26).

p. 41p. 42 p. 44

(Figg….) Stesso documento Angioino del 1271 (…), pubblicato Minieri-Riccio Camillo (…), nel suo ‘Il Regno di Carlo I d’Angiò negli anni dal 1271 ecc…’ , pp. 41 e s., dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.

Il documento Angioino (…) è stato citato da Del Mercato P.F., Infante A. (…), Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (25).  Il Del Mercato, (…), dice a p. 39, nota (25) che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. 

IMG_4659 IMG_4660 (Figg….) Documento (…) d’epoca Angioina, del 1271, pubblicato dal Del Mercato (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.

Nel documento angioino, alcuni centri non vengono citati ma è chiaro che il piccolo centro costiero di Sapri che aveva il porto, rientrava nella popolazione di Policastro che non aveva un porto ma era centro demaniale o porto franco essendo più importante segnato sulle carte nautiche dell’epoca in rosso. Il centro di Sapri e la sua popolazione, con la sua ampia baia naturale, essendo il porto o scalo marittimo di Policastro, pur non figurando nel documento angioino, aveva subito una sensibile diminuzione della popolazione e diversi danni, come è accaduto per gli altri centri. Sapri, nel XIII secolo, pur non figurando nel documento era un piccolo centro con il suo porto al servizio del centro demaniale e regio di Policastro. Infatti, è probabile che intorno ai primi decenni del ‘300, la presenza genovese nella zona, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca, come poi vedremo. Forse a quei tempi, le strutture portuali e l’ampia baia naturale di Sapri, costituivano il Portus saprorum di Policastro (…).

Nel 1284 (?), Francesco Sanseverino, conte di Lauria e di Cuccaro, concesse a Tommaso Monforte di Laurito il subfeudo di Torraca

Nutro dei dubbi sulla notizia dataci da uno storico locale che ha scritto di Torraca. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, nel 1270, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici (ma io credo sulla scorta della ‘La Baronia del Cilento’ di Matteo Mazziotti), scriveva che Ruggero di Lauria appartenesse alla celebre famiglia dei Sanseverino. Il Mallamaci (…), a p. 32, in proposito scriveva che: “Nel 1270 il feudo passò nelle mani del nobile Francesco Sanseverino, conte di Lauria, che nel 1284 lo diede in subfeudo ai Laurito, in altre parole ad un certo Tommaso Monforte di Laurito. Tra questa famiglia, il personaggio più rappresentativo fu Ruggero di Lauria. Nato a Lauria il 17 gennaio 1245 e morto a Valencia, 1305, è stato uno dei più celebri ammiragli al servizio dei sovrani aragonesi. Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia, ecc…”. Dunque, in questo interessantissimo passo, il Mallamaci, a p. 32, poneva all’anno 1270 il subentro nella proprietà del feudo di Torraca a Francesco Sanseverino, Conte di Lauria e, scrive pure che questi nell’anno 1284 lo diede in ‘subfeudo’ a Tommaso Monforte di Laurito. Il Mallamaci scriveva pure che alla famiglia di Tommaso Monforte di Laurito apparteneva il celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria. Inoltre, sempre il Mallamaci, a p. 34 confermava questa notizia collegandola con la storia di Torraca e, parlando delle fortificazioni nel Golfo di Policastro ai tempi della Guerra del Vespro (1285-1302) e riferendosi al feudo di Torraca scriveva che: “Non si deve dimenticare che il feudo a cui apparteneva il castello, era in quel periodo di proprietà del già citato ammiraglio Ruggiero di Lauria della famiglia dei Sanseverino.”. Addirittura il Mallamaci afferma che Ruggero di Lauria sarebbe della famiglia dei Sanseverino. Non so dove abbia tratto il Mallamaci queste notizie su Torraca il quale non cita nessun riferiento bibliografico. Il Mallamaci, parlando del subfeudo di Torraca nel 1271 e pure l’Ebner in riferimento a Francesco Sanseverino a quale periodo si riferivano. Al 1271, ovvero a dopo la sconfitta di Corridino di Svevia e la caduta della famiglia Lancia o a subito dopo con Carlo I d’Angiò?. Sulla figura di Ruggero di Lauria e del padre Riccardo, Conti di Lauria, ho parlato ivi e innanzi. In efetti, è molto probabile che il feudo di Torraca in epoca angioina facesse parte della Contea più vasta di Lauria che comprendeva diersi casali e possedimenti. Il feudo di Torraca, nei primi anni del 1200 doveva appartenere alla famiglia Lancia, da cui proveniva Ruggero di Lauria, infatti, il padre Riccardo di Lauria, Conte di Lauria, aveva sposato Isabella Lancia. Dunque, la madre di Ruggero di Lauria era una Lancia. La celebre famiglia dei Lancia possedette i feudi e le contee della nostra zona fino alla morte di Corradino e caddero in disgrazia con l’avvento della casata angioina. Nel 1270, in seguito la sconfitta di Manfredi di Svevia a Benevento, nel Regno di Napoli, subentrò il giovane Carlo I d’Angiò. La signoria di Galvano Lancia (signore Federiciano del Cilento) non durò a lungo e terminò nel 1266 quando Carlo I d’Angiò, con la vittoria di Benevento si impossessò del Regno con l’aiuto di Ruggero di Sanseverino che ebbe restituito i suoi feudi nel Cilento. Ruggero Sanseverino, nel 1266 partecipò valorosamente alla battaglia di Benevento contro Manfredi di Svevia e al fianco di Carlo I d’Angiò sconfisse Manfredi. Nel 1270 i Sanseverino, al tempo della dominazione Angioina divennero nuovamente potentissimi ed ebbero restituiti tutti i feudi che gli aveva confiscato Federico II di Svevia dopo la ‘Congiura di Capaccio’. Tommaso Sanseverino, figlio di Ruggero Sanseverino divenne plenipotenziario degli Angiò nel basso Cilento e Francesco Sanseverino, conte di Lauria e feudatario di Torraca e Laurito. Dunque, l’ipotesi del Mallamaci è ancora tutta da verificare ma ha del fondamento.  Il Mallamaci, parlando del subfeudo di Torraca nel 1271 e pure l’Ebner in riferimento a Francesco Sanseverino a quale periodo si riferivano. Al 1271, ovvero a dopo la sconfitta di Corridino di Svevia e la caduta della famiglia Lancia o a subito dopo con Carlo I d’Angiò?. Infatti, i due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. Mi chiedo se fosse plausibile la notizia secondo cui il subfeudo di Torraca fosse passato da Francesco Sanseverino a Tommaso Monforte di Laurito nel 1284, ovvero 107 anni prima. Se le notizie contenute nei documenti “le pergamene di Laurito” pubblicate dalla Mazzoleni (…), fossero esatte, mi chiedo come fosse possibile che Biancuccia Mercadante di Torraca, fosse stata sposata a Tommaso di Monforte di Laurito 107 anni prima delle notizie che riguardavano i loro figli Antonello e Giovannella 107 anni dopo.

Nel 31 maggio 1294, il notaio Nicola di Torraca si deve recare a Napoli da re Carlo II d’Angiò

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 421 e s., in proposito scriveva che: Il 31 maggio 1294 re Carlo elenca i nomi di alcuni capifamiglia di Roccagloriosa che devono recarsi a Napoli per prestare il giuramento di fedeltà (46).”. Ebner a p. 421, nella sua nota (46) postillava che:  “(46) Napoli, 31 maggio 1294. Reg. 66, ff 46 t = Carucci, cit., II, p. 381, n. 271. Si tenga presente che il giuramento di fedeltà non doveva essere prestato al re per l’avocazione al demanio dl feudo di Roccagloriosa, ma al Mansella che i vassalli si rifiutavano di prestare. Le persone che dovevano recarsi a Napoli erano: Notar Pellegrino, Giacomo de Caro, notaio Benuto Currento, notaio Nicola di Torraca, Giacomo Capoano, Francesco di Arciprete, Pacifico ecc…”. Infatti, Carlo Carucci (…), nel suo vol. II del ‘Codice diplomatico Salernitano etc..’, dal titolo: “La Guera del Vespro siciliano nella frontiera del Principato etc..’ a p. 381, riporta il documento n. CCLXXI, del 1284, 31 maggio, Napoli, dove egli scrive: “Carlo II ordina che parecchi cittadini di Roccagloriosa, di cui fa i nomi, si presentino a lui in Napoli, per prestare giuramento di fedeltà a Giovanni Mansella, nominato feudatario di quel paese. Incarica dell’esecuzione di questo suo mandato il giustiziere del Principato.”. Il Carucci, a p. 382, per il documento in questione postillava che esso era tratto da: “Reg. ang. n. 66, fol. 46b”. Il documento trascritto dal Carucci inizia con: “Iusticiario Principatus. Cum infrascriptis de Rocca de gloriosa ad prestandum assecurationis sacramenti Johanni Mansella de Salerno…militi, familiari nostro, cui Rocca ipsa per nostram excellentiam ecc…notarius Nicolaus de Torraca, ecc…”.

Nel 1305, Ilaria di Lauria e Enrico (“Arrigo”) Sanseverino successero nella Contea di Lauria

Lo storico locale di Lagonegro Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro e del feudalesimo, sulla scorta di Giacomo Racioppi (…), vol. II, p. 179, in proposito a Ruggiero di Lauria, a p. 208 scriveva che: Dopo di Ruggiero rattrovasi Conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro, ‘Bartolomeo di Lauria’, nipote o cugino dell’Ammiraglio….A Bartolomeo di Lauria successe, nel 1350, l’unica figlia ‘Ilaria’, la quale sposò ‘Arrigo Sanseverino’ ed ereditò pure il feudo di Lagonegro, trasmettendolo al figlio o nipote ‘Gaspare Sanseverino’. Così Lagonegro passò, con la Contea di Lauria, sotto il dominio della potentissima famiglia Sanseverino, la quale possedeva in feudo, per le varie ramificazioni sue, quasi tutta la Basilicata, ed ebbe tanta parte negli avvenimenti che si succedettero per lungo tempo nel Regno.”. Non mi ritorna la cronologia dei feudatari di Carlo Pesce (…). L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Ilaria di Lauria e Arrigo Sanseverino, dal 1350 al 1400; Gaspare Sanseverino, dal 1400 al 1404; Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”. Su un sito web che ci parla della familia dei Sanseverino e delle sue ramificazione leggiamo che Enrico Sanseverino IV conte di Marsico morì nel 1314 e gli successe il figlio Tommaso III Sanseverino. Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino “….sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314).”. Dunque, secondo l’Ebner, Enrico (“Arrigo”) Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino a cui è legato il nome della Certosa di Padula, morì nell’anno 1314 e stessa notizia troviamo su un sito web. Non mi ritrovo con quanto scriveva il Pesce sulla successione del feudo di Lauria. Mi chiedo come potevano succedere nei feudi Ilaria di Lauria ed il marito Enrico di Sanseverino nel 1350 se Enrico Saneverino morì nell’anno 1314. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639, parlando del casale di Teggiano e di Tommaso II di Sanseverino, in proposito scriveva che: Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Mrgherita……Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314). Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del DUca d’Andria ecc..ecc..”. Ebner, a p. 640, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Reg 1332-1333, f 55 t”. Da wikipidia, in riferimento a Tommaso II Sanseverino leggiamo che succedette a suo padre, e fu nominato conte di Tricarico per matrimonio, in seconde nozze, con Sveva D’Avezzano figlia ed erede di Grimaldo Signore di Tricarico, vivente nel 1308, e vedova di Filippino Polliceno. Ebbe diverse mogli e figli fra cui spicca Enrico II Sanseverino, avuto dal matrimonio con Margherita di Veldemonte (de Vaudemont) figlia del conte Enrico di Ariano, avvenuto nel 1271. Divenne conte di Marsico, barone di Sanseverino, signore di Centola, Polla e Cuccaro, ecc.., signore di Policastro dal 1305; ebbe la conferma sull’intera baronia del Cilento, Diano, Lauria, Sant’Angelo a Fasanella e Magliano Vetere, che divise tra i figli. Dunque, secondo l’Ebner, Enrico Sanseverino, nacque primogenito dalla prima moglie di Tommaso di Sanseverino, conte di Marsico, Margherita di Valmontone di Ariano. In seguito, sempre secondo l’Ebner, Enrico Sanseverino, sposò Ilaria di Lauria, figlia dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria che gli portò in dote 2000 once d’oro, ebbero due figli: Tommaso III Sanseverino e Ruggero Sanseverino. Dunque, secondo gli archivi Angioini, il nesso che legava la famiglia di Ruggiero di Lauria ai Sanseverino fu il matrimonio della figlia Ilaria e Enrico di Sanseverino, figlio di Tommaso di Sanseverino, che in seconde nozze nel 1302 aveva sposato Sveva, Contessa di Tricarico. Il nesso che legava i Sanseverino con i Loria o la famiglia di Ruggiero di Lauria è il matrimonio con Ilaria, figlia di Ruggiero di Lauria e Enrico di Sanseverino. Dunque, secondo Pietro Ebner (…), dal matrimonio di Ilaria di Lauria, figlia di Ruggiero di Lauria e Enrico di Sanseverino, nacque Tommaso III di Sanseverino. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Nel 1308, le terre di Lauria passano ad Enrico Sanseverino, IV conte di Marsico e Gran Connestabile del Regno di Napoli, che sposa la contessa Ilaria, figlia del famoso ammiraglio Ruggiero di Lauria, che conquistò fama e onori durante la guerra del Vespro. Ruggiero…..Morì nel 1305 lasciando le terre alla figlia Ilaria la quale, in un matrimonio probabilmente più d’interessi che d’amore, pensò giustamente di porre il feudo di Lauria sotto la protezione delle effigie della blasonata famiglia del marito. Da quest’unione nacquero Tommaso e Ruggiero. Tommaso, nato intorno al 1310 diviene V conte di Marsico, nonchè Barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Atena. Viene nominato dal Re anche Gran Connestabile del Regno. I possedimenti paterni prima (1330) e materni poi (1340) vengono divisi con il fratello Ruggero. Tommaso muore a Sanseverino il 27 aprile 1358 e sepolto nella chiesa di Sant’Antonio dei frati minori, successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a pp. 523-524, in proposito scriveva che: “Nel 1333 Maria di Laurià (9), figliuola del noto ammiraglio Ruggero e moglie di Enrico Sanseverino, conestabile del regno e signore di Cuccaro, fondò il locale monastero dei Conventuali di S. Francesco. Ecc…”. Ebner a p. 523 nella sua nota (9) postillava che:  “(9) Sulla scia del provinciale dei Francescani, p. de Rossi, l’Antonini (p. 340) attribuisce la fondazione del monastero di Cuccaro a Ilaria di Lauria, che il Volpi (p. 56) mostra sorella e non figlia dell’ammiraglio Ruggero. Le signorie attribuite da p. Rossi (v. epigrafe in Volpi, p. 57) vanno ascritte perciò a Maria di Lauria in quanto sposa di Enrico Sanseverino (Maria avrebbe fondato sette monasteri di Conventuali francescani).”. Ebner riguardo il Volpi si riferisce a Giuseppe Volpi (…) e al suo Cronologia dè vescovi di Pestani ora detti di Capaccio”, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752, II°, epigrafe a p. 57. Giuseppe Volpi (…), a p. 56 in proposito a Tommaso Sanseverino ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula data nel 1308 ai padri Certosini, riferendosi a quel periodo, scriveva che: “E in vero che piucche molto fioriva in quel secolo la pietà cristiana; imperocchè nello stesso tempo Maria di Loria figliuola dell’Ammiraglio Roggiero, e moglie di Arrigo Sanseverino (b) Contestabile del Regno nato dal suddetto Tommaso, fondò sette Conventi per gli Frati di S. Francesco, e tra questi quello dè Conventuali di Cuccaro, nella cui Sagrestia essendone stata posta la memoria, consumata poi nel tempo, fu rinnovata dal P. Maestro dè Rossi con un’altra iscrizione, con errore da lui intitolata ad Ilaria di Loria, la quale per essere stata sorella (c), e non figliuola dell’Ammiraglio Rogiero, non ebbe alcuna di queste Signorie, che egli le atribuisce, e che furono di Maria per ragion di Arrigo Sanseverino suo marito; onde crediamo, che il P. Maestro ingannato dalla similitudine del nome, posto che la prima lettera di Maria sia stata rosa dal tempo, senz’altra diligenza fare, giudicasse Ilaria la fondatrice. L’iscrizione è la seguente.”.

Volpi Giu, op. cit., p. 57

Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (a) postillava che: “(a) Camillo Tutini nel libro dè Contestabili del Regno”. Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (b) postillava che: “(b) Filiberto Campanile nella famiglia Sanseverina, Carlo De Lellis nella famiglia Sambiase.”. Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (c) postillava che: “(c) Registro del Re Roberto degli anni 1326 e 1327, presso Carlo De Lellis al luogo cit.”. Dunque, questo è ciò che scrive il Volpi sulla scorta del De Lellis e del Campanile. Pietro Ebner, scriveva che l’Antonini attibuisce la fondazione del monastero di Cuccaro ad Ilaria di Lauria, figlia dell’ammiraglio Ruggero di Lauria. Giuseppe Antonini (…), a p. 340 della sua “La Lucania”, nel discorso VI, a p. 336, in proposito a Cuccaro scriveva che: “Trovasi in questa terra un ricco Monistero di PP. Francescani, edificato già dalla pietà d’Ilaria di Loria, figlia del famoso Ruggieri, siccome ne faceva fede un’iscrizione posta nel Coro di questa Chiesa, oggi ingratamente tolta via. Ci è chi ha voluto, che quell’Ilariae (I) dovesse leggersi ‘Mariae’, e verrebbe ad esser sorella, non figlia di Ruggieri, quale l’iscrizione la chiamava; oltrechè la medesima da me più volte attentamente letta, a chiari caratteri diceva ‘Ilariae’; nè ci è mancato chi ad altri ancor abbia voluto questa fondazione attribuire, come fu il P. Ridolfo Toffiano’ nella ‘Storia della Religion Serafica al lib. II. dove registra i luoghi, e Monasteri di sua Religione: Venuto alla custodia (com’essi chiamano) di Principato, così scrive: ‘Locus Cuccari, quem construxit Magister Antonius piscopus Acernanus. Extant ejus insigna in Choro’. Ma altamente in ‘Toffiani’ s’inganna, perchè in un pilastro superiore del Chiostro, oggi rinnovato, ho io letto il numero dell’anno della fabbrica MCCCXXXIII. quando il Vescovo morì nel MDX. ed oltre a ciò nell’atrio inferiore è dipinto a fresco il ritratto della medesima Ilaria fondatrice. Conservavasi con molta venerazione in una particolar cappella vicino al chiostro un considerabile pezzo del legno della Croce di Cristo nostro Signore, ed altre insigne reliquie ancora.L’Antonini (…) a p. 339, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Scipione Ammirato’ nella famiglia di Diano fa menzione di questa Ilaria, e la chiama vedova di Enrico Sanseverino, nipote di Ruggiieri, Conte di Marsico. ‘Filiberto Campanile’ nella famiglia di Loria’ la chiama similmente ‘Ilaria’ (o come altri la vogliono) Maria.”Dunque, l’Antonini (…), cita Scipione Ammirato (…) che nel suo ‘Delle Famiglie nobili napolitane’, Firenze, 1580-1651, la chiama “vedova di Enrico Sanseverino” e poi cita pure Filiberto Campanile (…) che nel suo ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile’, edito a Napoli il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Sgnor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, scriveva che nella famiglia di Loria’ la chiama similmente ‘Ilaria’ (o come altri la vogliono) Maria.”.

Nel 1310, Torraca, Tortorella e Policastro nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae

Nicola Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Del ‘casti Turticelle’ viene fatto menzione anche nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”.

Foglio 250 IN EPISCUPATU POLICASTRENSI (38)
  • Mensa episcopalis policastrensis valet unc. XXV solvit unc. II.
  • Capitolum policastrensie, clerus castri Rocce gloriose, clerus casalis ipsius, clerus Gamarote, clerus castri Turticelle, clerus castri Rivelli, clerus castri Lacinigri, clerus Baccaglione, clerus casalis Bonati abbates omnes subiecti policastrensi episcopo, solverunt unc. III tar. XXV
Foglio 250 (v)
  • Presbiteri et clerus policastrensis ecclesie tar. XII
  • Archidiaconus policastrensis pro bonis, que habet in Rocca gloriosa, que valent unc. II tar. VII, tar. III gr. XV

Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”.

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Nel 1320, la popolazione dell’Università di Torraca nel “Generalis Subventio Angioino”

Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 35, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: Nel ‘Generalis Subventio Angioino’ del 1320 vengono riportati per ciascuna “università”, ovvero per ogni attuale comune della provincia di Salerno, i valori dell’imposta applicata in proporzione al numero dei nuclei familiari e del loro reddito. Ogni nucleo familiare rappresentava un “fuoco”. Per risalire dal dato finanziario espresso in moneta del tempo, ossia “Once”, “Tari” e “Grana” a quello del numero dei fuochi, occorre adottare un moltiplicatore pari a circa 35 grani che rappresentava la tassazione focatica per ogni nucleo familiare di un piccolo centro come il nostro paese. Poichè ogni fuoco era composto da 6 persone è possibile ricavare il numero degli abitanti. Dal predetto documento si ricava che Torraca (e quindi anche il territorio di Sapri che ne faceva parte) nel 1320 veniva tassato per 1 oncia, 27 tarì e 10 grana. Poichè: 1 Oncia = 30 Tari = 600 Grana, nel nostro caso si ha per 1.27.10 1 Oncia = 600 Grana; 27 Tari = 540 Grana; 10 Grana = 10 Grana; Tot. = 1.150 Grana. Come si è già precisato, ogni fuoco era tassato con 35 Grana, si ottiene così: 1.150: 35 =32,86, ossia circa 33 fuochi che moltiplicato per 6, otteniamo: 33 fuochi x 6 (persone per fuoco) = 198 abitanti. Da quando sopra esposto è possibile tentare una stima del totale di abitanti; aggiungendone un 10 % di quelli non considerati nella tassazione focatica, arriviamo ad un numero complessivo di circa 220 anime.”. Il prelievo dell’imposta diretta rappresenta un tassello importante della politica fiscale angioina. La generalis subventio o colletta fu formalmente richiesta come tassazione straordinaria per la difesa del Regno ; tuttavia per la frequenza dell’esazione, essa si configurò, sostanzialmente, come un vero e proprio tributo ordinario e annuale. Nel solco dei cambiamenti già apportati dalla monarchia normanno-sveva, furono i primi due sovrani angioini, Carlo I e Carlo II, a intervenire nel sistema fiscale, precisando più compiutamente le funzioni degli ufficiali preposti alla riscossione dell’imposta e le procedure legate al prelievo. Le pratiche fiscali messe in atto nel corso del XIII secolo sono state ampiamente studiate nei lavori di Romolo Caggese, Giuseppe Galasso, Jean-Marie Martin, Serena Morelli e Giovanni Vitolo. Meno note sono invece le situazioni che si vennero a creare con i sovrani successivi, i quali non intervennero in maniera significativa in ambito fiscale, ma adottarono la politica già tracciata dai loro predecessori, declinandola secondo i contesti e le contingenze. Il presente lavoro si propone, pertanto, di offrire una panoramica sulle diverse modalità di applicazione del prelievo diretto nelle ancora poco studiate periferie del regno tra XIV e XV secolo, soffermandosi in particolare sulle due province di Terra di Bari e di Terra d’Otranto, sulla scorta della documentazione offerta dai Registri ricostruiti della Cancelleria Angioina, dai Libri Rossi e dai Codici Diplomatici. Verranno presi in considerazione alcuni interessanti aspetti dell’amministrazione fiscale : le competenze degli ufficiali preposti alla riscossione ; la serrata contrattazione tra la monarchia e le università ; le concessioni di riduzioni e remissioni di una parte o dell’itera somma da versare e infine la ripartizione dell’onere fiscale all’interno delle comunità.

Nel 1300, la tassazione fiscale in epoca Angioina

Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Il lungo conflitto angioino aragonese ebbe come teatro di combattimento il basso Cilento, e gli effetti disastrosi si perpetueranno per diverso tempo in tutto il territorio. La stessa Policastro, ed i castelli del circondario, compreso quello di Torraca, dopo il conflito, vengono defiscalizzati in virtù delle misere condizioni i  cui erano precipitati. Un dato preciso si ricava dagli archivi Vaticani, nei quali viene riportata la tassa cosiddetta dei “servizi comuni” pagata dai vescovi, infatti, negli anni successivi al conflitto la diocesi di Policastro risultava la più povera, poichè pagava appena 84 fiorini l’anno, contro i 350 di Capaccio e i 1.500 di Salerno.”.

Nell’8 agosto 1324, il “tenimentis portus Sapri” all’epoca di re Roberto d’Angiò

Pietro Ebner (…), parlando di Sapri in età Angioina, in proposito scriveva che: “Mancano notizie in età normanna ed angioina del villaggio e del suo approdo monopolizzato dal vicino e più importante porto di Policastro.”. Ebner, a p. 592, dice che per quanto riguarda Sapri, il ‘Cedolario’, rinvia a Policastro. Ma non è così come vedremo. Probabilmente Ebner non si era accorto dell’interesante citazione di cui stò accennando. I due studiosi Natella e Peduto (…), citano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della colonia di Genovesi e di Bartolomeo Roveti. All’epoca Angioina, Sapri aveva un porto che doveva essere conosciuto in quanto lo ritroviamo menzionato in un documento del 1324 tratto dai Registri della Cancelleria Angioina e pubblicato da Matteo Camera, nei suoi “Annali”, nel 1860. L’antico documento (…) si riferisce ad un editto di re Roberto d’Angiò che concedeva la città di Policastro al soldato Bartolomeo Roveti, dopo l’avvenuta distruzione della città di Policastro che nel 1320 fu distrutta dalla flotta Aragonese al comando dell’ammiraglio genovese Corrado Doria. A Sapri, che in quegli anni doveva essere un piccolo villaggio marinaresco, doveva esistere un porto marittimo avendo la sua ampia baia un approdo e riparo sicuro per i vascelli che operarono durante la terribile guerra del Vespro tra gli Angioini e gli Aragonesi. La notizia di un porto a Sapri in epoca Angioina è provata e testimoniata proprio da questo documento di cui parlo. Il documento del 1324, “storico e inedito”, pubblicato dal Camera (…) nei suoi “Annali”, è di notevole importanza anche per Sapri in quanto in esso si cita più volte il Porto di Sapri (“portus Sapri”). Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 313, parlando della città di Policastro e continuando il suo racconto sull’editto di re Roberto d’Angiò che donava Policastro al milite genovese Bartolomeo Roveti (di cui ho parlato in un altro mio saggio sulla guerra del Vespro e la nostra terra all’epoca Angioina), in proposito aggiungeva e scriveva che: “Non appena fatto passaggio la nuova colonia genovese in Policastro, nacquero varie questioni petitoriali, possessoriali ecc.. su di esso territorio, alle quali re Roberto con suo editto pose termineRapportiamo questo altro documento storico anche inedito: “Robertus etc. Bonofiglio de Guardia militi magne nostre Magistro Rationali consiliario familiari et fideli suo gratiam etc….“. Il Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 314, trascrive il testo finale del documento: “Datum apud castrum–maris de Stabia per Iohannem Grillum de Salerno etc. anno domini MCCCXXIIII die octavo augusti VII Indictionis. Regnum nostrorum anno XVI (1).”. Re Roberto d’Angiò scriveva dal castrum di Castellammare di Stabia a Giovanni Grillo di Salerno. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ex regest. Reg. Roberti an. 1324 lit. C. fol. 22 fol. 208.”.

Camera, 313.PNG Camera, p. 314.PNG

(Figg….) Documento del 1324, tratto dalla Cancelleria Angioina e pubblicato da Matteo Camera (…), nei suoi ‘Annali’, vol. II, pp. 313-314 per l’anno 1333 (Archivio Attanasio)

Il documento del 1324, “storico e inedito”, pubblicato dal Camera (…) nei suoi “Annali”, è di notevole importanza anche per Sapri in quanto in esso si cita più volte Item est in dictis tenimentis portus Sapri et Sici quidem mons magnus etc…“. Come si può leggere dal testo in latino dell’editto di re Roberto d’Angiò (…), trascritto integralmente da Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a pp. 313-314: Item est in dictis tenimentis portus Sapri et Sici quidem mons magnus cum nemore magno ubi sunt venationes animalium silvestrium et glandes dossent percipi usque ad pretium sex unciarum per annum quem dictus Bonusfilius locare non potest dictis Ianuensibus nisi ex dominica jussione ad quod toliter ecc…” e, ancora: “…antiquo demanio certa tenimenta et terras que censuerunt pro certis pecuniis et victualium quantitatibus inter que est tenimentum Squisi et Portus Sapri qui locari possunt, dictum tenimentum Squisi pro unciis duabus et tenimentum portus Sapri qui locari potest annuis unciis auri quatuor petunt inde aliquid minui, ad quod taliter respondemus quod gratiose concessimus usque ad quindecim annos ad dictum vel alium consuetum censum seu pecuniam minime teneantur, ad sextum quod incipit Item terre demanii et tenimentorum prefatorum locari non possunt singulariter et divisim omnibus illis personis que apte essent ad recipiendum titulo locationis easdem eo quod persone ipse nondum venerunt omnes etc…”. Da cio che leggo si comprende che il re Roberto d’Angiò con questo editto indirizzato a Giovanni Grillo di Salerno, oltre a Policastro dona al capitano Genovese Bartolomeo Roveti anche il tenimento e porto di Sapri. Sulla notizia della colonia dei Genovesi al comando di Bartolomeo Roveti che doveva ripopolare Policastro, ha scritto il canonico Luigi Tancredi (…) che però non si accorse dell’interessante citazione di un “tenimenti e Portus Sapri”. Purtroppo questo documento angioino di Roberto d’Angiò non è stato possibile reperirlo sui registri ricostruiti da Riccardo Filangieri e pubblicati dall’Accademia Pontaniana a cura di altri autori. L’ultimo registro della Cancelleria Angioina andata distrutta e ricostruito è il n. 50 a cura di Riccardo Palmieri del 2010 che va dagli anni 1267 al 1295.  Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 29 e s. scrive in proposito che: Sulla ricostruzione di Policastro abbiamo alcuni documenti nei registri angioini. Altro decreto dispone che le case e i beni degli abitanti che non tornano entro 18 mesi alle loro abitazioni di Policastro, passano in proprietà dei nuovi coloni (78). Per vent’anni nessun barone dovrà costruire casa a Policastro e gli abitanti dei dintorni devono accorrere in difesa della città, in caso di pericolo (79). Questi sono i decreti del re. Non sappiamo in che misura furono osservati nell’allegra anarchia nel regno angioino, ma la ricostruzione ci fu.”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (78) postillava che: “(78) Archivio di Stato di Napoli, Reg. 255, Carte nn. 22-25 (8 luglio 1324).”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (79) postillava che: “(79) Ibidem.”.

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(Fig…) Foto dei primi dell’800 – “Sapri, marina”, un vecchio ‘gozzo’ dell’epoca (Archivio Attanasio)

Nel 1347, è l’anno della peste nera o bubbonica

Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Nel 1347, anno della “Peste nera” si ha un repentino calo degli abitanti. La terribile epidemia, a detta di molti storici, falcerà il 58 % dell’intera popolazione della Provincia di Salerno, per cui Torraca alla fine di quest’anno , potrebbe aver perso, rispetto al 1320, più della metà delle sue genti.”.

Nel 1339, la contea di Lauria con Ilaria di Lauria e Enrico Sanseverino

Da Wikipedia, alla voce “Suffeudo di Lauria” leggiamo che: “Il suffeudo comprendeva l’area del monte Sirino e i territori di Lauria, Orsomarso, Laino, Castelluccio e Trecchina, tutte zone considerate marginali rispetto agli altri possedimenti dei Sanseverino. Il suffuedo di Lauria, aveva il rango di contea, titolo normalmente attribuito solo ai feudatari cosiddetti in capite con vincolo diretto al re, mentre secondo il diritto feudale il termine suffeudo indicava il beneficio di valvassori (“vassi vassorum”) dipendenti dai Vassalli. Il conte di Lauria ebbe congiunto anche il titolo di duca di Scalea. La costituzione del suffeudo di Lauria la si deve a Vinceslao Sanseverino, che era il dodicesimo conte di Lauria. Non aveva discendenza diretta maschile ma, con l’atto di donazione del 12 febbraio 1462 di Laino, concesse il suffeudo come dote a sua figlia Luisa che sposò Barnaba Sanseverino, fratello di Roberto, principe di Salerno. Venceslao poteva come feudatario in capite costituire subfeudi, mentre solo il re poteva concedere la contea al di fuori della discendenza maschile. Con il suffeudo i beni passarono alla discendenza femminile aggirando le norme che ne impedivano la successione nei feudi e portavano alla retrocessione al demanio regio ma con la scelta di uno sposo per la figlia all’interno dello stesso casato continuava la tradizione di famiglia. Barnaba, a sua volta, pur essendo cadetto venne a svolgere un ruolo molto importante nel regno di Napoli e fu uno dei capi della congiura dei baroni.“.

Nel …….., Tommaso di Monforte di Laurito, suffeudatario di Torraca

Nel 1348, FRANCESCO SANSEVERINO, conte di Lauria concesse il suffeudo di Torraca a Tommaso di Monforte di Laurito

Verso la fine del ‘300, Torraca e Tortorella facevano parte della vasta contea di Lauria, già da tempo ai Sanseverino, conti di Marsico. Da Wikipedia apprendiamo che Francesco Sanseverino sarà conte di Lauria nel 1386. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro e del feudalesimo, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Ilaria di Lauria e Arrigo Sanseverino, dal 1350 al 1400; Gaspare Sanseverino, dal 1400 al 1404; Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”.Dunque nella cronostassi dei feudatari di Lagonegro, il Pesce scrive che Francesco Sanseverino è feudatario di Lagonegro dal 1414 al 1427. Poi Lagonegro e la contea di Lauria gli viene tolta e la riacquista nuovamente dal 1443 fino al 1455. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca e, sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: Da una pergamena di Laurito si rileva che il feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, conte di Lauria, il quale aveva dato in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito (v. oltre)…….Biancuccia, vedova di Tommaso di Laurito, vendette a Matteo di Laurito, procuratore di Antonella e Giovannella di Monfortte, la metà del castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti per 30 once (8).”. Dunque, Ebner scriveva che: Da una pergamena di Laurito si rileva che il feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, conte di Lauria, il quale aveva dato in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito”. Si tratta di “Tommaso di Monforte di Laurito” che ebbe da Francesco Sanseverino il suffeudo di Torraca. Ebner così lo chiama sulla scorta dei documenti pubblicati dalla Mazzoleni. Dunque, secondo alcuni documenti pubblicati dalla Mazzoleni, Torraca apparteneva alla contea di Lauria e passò come suo suffeudo a Tommaso Monforte di Laurito.  Infatti, Ebner, nel vol. II, parlando di Torraca, nella nota (8) postillava che: “(8) Mazzoleni cit., p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso.”. Pietro Ebner, a pp. 664-665, in proposito scriveva che: “Il 4 ottobre 1397 Luigi II d’Aragona, a richiesta di Matteo di Monforte, tutore di Giovannella e Antonello, figli del quondam Tommaso di Monforte di Laurito e di Biancuccia Mercadante, gli concesse l’assenso (9) e la conferma per la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Turturella fattagli da Biancuccia che lo possedeva in feudo dal conte di Lauria, Francesco Sanseverino, con l’obbligo di rispettare i doveri feudali.”. Dunque, Francesco Sanseverino, conte di Lauria, aveva lasciato in suffeudo a Tommaso Monforte di Laurito, marito di Biancuccia Mercadante di Torraca, il suffeudo di Torraca, Tortorella ed alcuni beni burgensatici pertinenze di Policastro. Alla morte del “quondam” Tommaso di Monforte di Laurito, passarono alla moglie Biancuccia Mercadante. Dunque, Ebner scriveva che Biancuccia Mercadante aveva il suffeudo di Torraca, Tortorella ed altri beni burgensatici, a suo tempo concessi da Francesco Sanseverino, conte di Lauria al marito di Biancuccia, Tommaso di Monforte di Laurito. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a pp. 102-103, sulla scorta delle pergamene di ‘Laurito’ acquistate dall’ASN e pubblicate dalla Jole Mazzoleni, in proposito a p. 103, parlando di Laurito continuava a scrivere che: “Nel 1381 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro si riprese si riprese il villaggio di Laurito concedendolo al fratello Luigi, dal quale poi lo ricomprò, ……Si oppose Matteo di Laurito, ecc….Tali ragioni, e le opposizioni del Sanseverino, vennero esposte nel parlamento convocato da Carlo III d’Aragona-Durazzo. Il giureconsulto Bartolomeo Arcamone riconobbe i diritti di Matteo Monforte alla successione. Con il consenso della moglie Caterina di Celano, Francesco Sanseverino concesse il feudo a Matteo di Laurito ricevendone cento once in carlini d’argento coe risoluzione degli obblighi feudali. Dieci anni dopo, però, il feudo era diviso in due parti, come si rileva dalla successione di Tommaso di Laurito (11).”. Ebner, a p. 103, nella nota (11) postillava che: “(11) Mazzoleni, cit., pergamene 4-5-6-7”. Era l’epoca di Carlo III d’Aragona-Durazzo. Ebner, continuando il suo racconto sui Monforte e sui Sanseverino e su Laurito, sempre sulla scorta dei documenti pubblicati dalla Mazzoleni, a p. 103, in proposito scriveva che: “Infatti, nel 1438, Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, confermò (13) a Jacobello di Monforte la Concessione della metà di Laurito sotto il servizio feudale ‘unius ensis’. Concessione confermata da Margherita di Sanseverino, contessa di Capaccio (14).”. Ebner, a p. 103, nella nota (13) postillava che: “(13) Id., pergamena p. 18”. Ebner, a p. 103, nella nota (14) postillava che: “(14) Id., pergamena p. 138”. Ebner, sulla scorta dei documenti pubblicati dalla Mazzoleni scrive che: “Infatti, nel 1438, ecc..”. Era l’epoca di re Ladislao. Infatti, sempre l’Ebner, a p. 103, scriveva che: “Il 18 novembre 1404 re Ladislao separò (12) il villaggio di Laurito da Cuccaro”, che appartenevano a Francesco Sanseverino, conte di Lauria, conti di Marsico. Infatti, sempre l’Ebner, a p. 103 scriveva che: “Tale separazione, però, non esentò l’antico suffeudatario dall’obbligo della dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico.”. Su un blog tratto dalla rete leggiamo che “Nel trecento la città, che continuava a crescere in estensione, divenne Contea con i nuovi Signori, i Sanseverino. Ecc….La fase di grande benessere della città subisce un periodo di interruzione partire dal 1487: in quell’anno, infatti, Barnabò San Severino fu uno degli organizzatori della Congiura dei Barboni che, però, fu domata da re Ferdinando, il quale fece catturare ed uccidere tutti coloro che avevano preso parte alla congiura. La contea di Lauria venne confiscata ai Sanseverino cui fu riaffidata solo nel 1516.”. Vediamo ora se Ebner ci dice altre notizie su Francesco Sanseverino ed il suffeudo di Torraca. Ebner parlando di Cuccaro, nel suo vol. I ci dice che ne parla nell’altro suo testo. Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 517 ci parla dello “II Stato di Cuccaro”. Ebner, a pp. 523-524, in proposito scriveva che: “Nel 1352, come si apprende da una pergamena di Laurito, era ancora signore della baronia di Laurito e delle Terre di Cuccaro e S. Severino i Camerota un altro Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, che ordinò ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di accertare il valore della metà delle rendite di Laurito. E proprio ai tempi della regina Giovanna alcuni ungeresi, partigiani di re Ludovico, pare fossero stati relegati a Cuccaro sotto la custodia di Stefano Bringit, al quale venne dato in possesso il castello e terra. Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Dai ‘Registri angioini (10) si ha pure notizia della ‘Fiera di Cuccaro’. In una pergamena da Napoli del 18 novembre 1404 si legge che re Ladislao separa il casale di Laurito dal distretto di Cuccaro, cui ‘ab antiquis temporibus’ era unito, liberando contestualmente gli uomini del casale dall’obbligo di versare a Cuccaro le prescritte sovvenzioni, collette, ecc…(11). Tuttavia, la separazione non esentò l’antico feudatario (nel 1344 era Ruggero di Laurito) dall’obbligo di dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico e di Lauria, come si evince da una pergamena di Roccagloriosa del 24 ottobre 1438. Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis (12)”. Ebner a p. 524 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Reg. Ang. VII, ad ann. 1390, f 5”. Ebner a p. 524 nella sua nota (11) postillava che: “(11) Mazzoleni cit., pergamena n. IV, p. 133.”Ebner a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni, op. cit., pergamena n. XX, p. 138.”.

Nel 1352 “Andrea di Castelluccia” (Mercadante), padre di “Iancuccia” (Biancuccia) Mercadante di Torraca

Da alcune ‘Pergamene di Laurito’ pubblicate dalla Jole Mazzoleni risulta che Biancuccia Mercadante, maritata a Tommaso di Monforte di Laurito era figlia di Andrea di Castelluccio. Pietro Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VI 1391, 19 febbraio, XIV, Diano – Luigi II d’Angiò re a. VII. Biancuccia figlia del fu Andrea Mercatante di Castelluccia e moglie di Antonello di Diano, nomina Maso Valente di Diano suo procuratore per vendere la metà del castello di Torraca in Principato Citra a Matteo di Laurito.” e, postillava: “Giudice a. Romano di maestro Marino d’Eustasio di Diano, not. Antonio Priore di Diano; trans. il 1391, 25 marzo (v. n. 7). Perg. n° 5”. Pietro Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), nel suo “Chiesa, popoli e baroni nel Cilento”, a p. 664, in proposito a Torraca scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che…… Il 19 febbraio 1391…. Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia e moglie di Andrea Pellegrino di Diano,….(8)”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano” e, scriveva che: “Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…(8)”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava ch: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. La Mazzoleni (…) a p. 134, riguardo il documento n. VI (pergamena di Laurito n° 5). La Mazzoleni in proposito scriveva che:  “VI 1391, 19 febbraio, XIV, Diano –  Luigi II d’A. re a. VII” e, poi scriveva il seguente testo: “Biancuccia figlia del fu Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…”. La Mazzoleni per la pergamena n° 5 postillava che: “Giud. an. Romano di mastro Marino d’Eustasio di Diano, not. Antonio Priore di Diano; trans. il 1391, 25 marzo (v. n. 7). Perg. n° 5”. Ma chi era l’“Andrea di Castelluccia”, padre di “Iancuccia” Mercadante di Torraca che aveva sposato Tommaso di Monforte di Laurito ?. Riguardo l’Andrea di Castelluccia, citato da Ebner, doveva trattarsi di un milite al servizio della famiglia dei Sanseverino originario di Castelluccia, un casale vicino Roccadaspide. Dunque, Pietro Ebner ha scritto di Andrea di Castelluccia, padre di Iancuccia Mercadante, ovvero Andrea Mercadante di Castelluccia. Ebner (…), parlando di Tommaso di Monforte di Laurito e di Biancuccia Mercadante di Torraca, scriveva che “Andree de Castelluccia” risultava “quondam”, ovvero egli fu, ovvero era Andrea Mercadante di Castelluccia era morto. Dunque, siccome la pergamena a cui si riferiva la Mazzoleni è del 1391, significa che nel 1391 Andrea Mercadante di Castelluccia era già morto nel 1391. Ma quando è morto il padre di Biancuccia Mercadante ?. Riguardo il ‘quondam’ Andrea di Castelluccia (Castelluccio), la Mazzoleni, riportava n° 2 pergamene di Laurito che ne parlano. Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 521 e s. Oggi il casale si chiama Cuccaro Vetere. Scrive Ebner a pp. 523-524: “Nel 1352, come si apprende da una pergamena di Laurito, era ancora signore della baronia di Laurito e delle Terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota un altro Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, che ordinò ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di accertare il valore della metà delle rendite di Laurito.”. Ebner (…), come ho già detto, traeva questa notizia da alcune pergamene dette di Laurito pubblicate da Jole Mazzoleni. La Mazzoleni (…), a p. 132, pubblicava le pergamene n° 2 e n. 3, e in proposito scriveva che: “II (1352) 1° novembre, VI – Diano.di cui il testo scritto è il seguente: “Tommaso di Sanseverino, conte di Marsico, ordina ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota, di accertare ecc..ecc…”. La Mazzoleni a p. 132 postillava che: “Transuntato il 1352, 6 novembre VI Laurito. Perg. n° 2.”. Dunque, secondo il documento pubblicato dalla Mazzoleni (…), risulta che nel 1352 Andrea di Castelluccia era Giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota ai tempi di Tommaso II Sanseverino feudatario del basso Cilento. Dunque, se come risulta dalla pergamena n° 2 risulta che nell’anno 1352 Andrea Mercadante di Castelluccia aveva ricevuto un ordine da Tommaso II Sanseverino, vuol dire che egli morirà molto più tardi e che nell’anno 1352 egli ricopriva a pieno titolo le cariche attribuitegli dal Sanseverino.  Dal documento pubblicato dalla Mazzoleni (…), risulta che Andrea di Castelluccia nel 1352 risultava Giustiziere e vicario della terra di Cuccaro. Se, come scrive la Mazzoleni (…), sulla scorta di un documento tratto dalla Cancelleria Angioina, Andrea di Castelluccia, nel 1352 (epoca di Carlo II d’Angiò) era “giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota, ….”, dobbiamo riferirci all’epoca del 1352, all’epoca di Tommaso II Sanseverino. Per saperne di più, guardiamo all’epoca dell’anno 1352, ai tempi di Tommaso II Sanseverino se risultano notizie intorno alla figura del milite Andrea Mercadante padre di Biancuccia nella baronia di Laurito, e nelle terre o casali di Cuccaro e di S. Severino di Camerota. Riguardo il casale di “Castelluccia”, ha scritto Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, a p. 261 del vol. I. Ebner in proposito scriveva che: “Castelluccia (fino al 1863, odierno Castelcivita). Già nell’ottobre del 1117 è menzione ‘del loco Castelluczo’, più tardi (settembre 1157) di ‘habitantes ubi Castelluctium dicitur’. Ne è notizia ancora in una concessione enfiteutica dell’agosto 1257. Dai ‘Reg. ang.’ risulta che avesse occultato sei fuochi per un’oncia e mezza. Fu sempre dei Sanseverino di Cilento. Avocato al fisco per fellonia dei Sanseverino, fu poi concesso da re Federico a Giovanni di Cardona. Nei suoi pressi le rovine di Pantuliano.”. Dunque, Ebner scrive che questo casale oggi corriponde all’odierno Castelcivita, un comune vicino Roccadaspide. Situato alle pendici meridionali degli Alburni e a nord-est del territorio cilentano, sorge su uno sperone naturale, con case a cascata, a 587 m sul livello del mare. Castelcivita è un nome recente: infatti, come molti paesi della Campania costruiti sull’alto di qualche montagna e poi distrutti, ha subito varie denominazioni. È indicato già in un documento del 1171, come in quelli angioini aragonesi, con il nome di Castelluccia, ad indicare l’originario Castella, piccola piazzaforte, del periodo romano. Si pensa che la recinzione totale di Castelcivita sia opera di Pandolfo di Fasanella, gran feudatario, il quale la fece costruire per ordine di Carlo I d’Angiò. Sul casale di Castelluccia ha scritto Pietro Ebner nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, dove a p. 670 del vol. I, in proposito all’epoca di Andrea Mercadante e a Federico II di Svevia scriveva che: “Da una disposizione reale, risalente forse alla stessa di Federico II circa i casali tenuti a contribuire alla manutenzione di alcuni castelli, risulta che era signore “castri Castelluccia” Erberto d’Orleans (4)”. Ebner nella nota (4) postillava che: “(4) Reg. 21, f 179 t = vol. XI, p. 76, n. 252 (Rex mandat ne homines etc..)”. Ebner riguardo la sua nota postillava e si riferiva al vol. XI della Ricostruzione dei Registri Angioini pubblicati da Riccardo Filngieri (…). Devo precisare che il personaggio di cui tratto, il milite ‘Andrea di Castelluccia’, padre di Biancuccia Mercadante, dunque probabilmente Andrea Mercadante di Castelluccia (oggi Castelcivita), ha vissuto in epoca angioina.  Riguardo il castello ed il casale di S. Severino di Camerota, leggendo il vol. II del ‘Chiesa baroni e popolo nel Cilento’ di Pietro Ebner a p. 544, non troviamo nessuna notizia circa il giustiziere della Baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e di S. Severino, Andrea di Castelluccia, ma troviamo conferma che il feudo era sotto Tommaso II Sanseverino e forse posseduto da Girolamo di Morra il quale lo vendette ad Annibale Antonini.

Nel 1 novembre 1352, “Andrea di Castelluccia” (Mercadante), padre di “Iancuccia” (Biancuccia) Mercadante di Torraca  è Giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e di S. Severino di Camerota

Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 521 e s. Oggi il casale si chiama Cuccaro Vetere. Scrive Ebner a pp. 523-524: “Nel 1352, come si apprende da una pergamena di Laurito, era ancora signore della baronia di Laurito e delle Terre di Cuccaro e S. Severino i Camerota un altro Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, che ordinò ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di accertare il valore della metà delle rendite di Laurito. E proprio ai tempi della regina Giovanna alcuni ungeresi, partigiani di re Ludovico, pare fossero stati relegati a Cuccaro sotto la custodia di Stefano Bringit, al quale venne dato in possesso il castello e terra. Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Dai ‘Registri angioini (10) si ha pure notizia della ‘Fiera di Cuccaro’. Ecc…Tuttavia, la separazione non esentò l’antico feudatario (nel 1344 era Ruggero di Laurito) dall’obbligo di dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico e di Lauria, come si evince da una pergamena di Roccagloriosa del 24 ottobre 1438. Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis (12)”. Ebner a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni, op. cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Da alcune ‘Pergamene di Laurito’ pubblicate dalla Jole Mazzoleni risulta che Biancuccia Mercadante, maritata a Tommaso di Monforte di Laurito era figlia di Andrea di Castelluccio. Riguardo il ‘quondam’ Andrea di Castelluccia (Castelluccio), la Mazzoleni (…), riportava n° 2 pergamene di Laurito che ne parlano. La Mazzoleni (…), a p. 132, pubblicava le pergamene n° 2 e n. 3, e in proposito scriveva che: “II (1352) 1° novembre, VI – Diano. di cui il testo scritto è il seguente:  “Tommaso di Sanseverino, conte di Marsico, ordina ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota, di accertare ecc..ecc…”. La Mazzoleni a p. 132 postillava che: “Transuntato il 1352, 6 novembre VI Laurito. Perg. n° 2.”. Riguardo al milite Andrea Mercadante di Castelluccia ho già scritto.

Nel 1373, Biancuccia (“Iancuccia”) Mercadante, figlia di “Andree de Castelluccia” ( Andrea Mercadante di Castelluccia), Giustiziere e vicario della Baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e di S. Severino di Camerota

“Iancuccia” o Biancuccia Mercadante di Torraca, era figlia di “Andree de Castelluccia” (Andrea Mercadante di Castelluccia), Giustiziere e Vicario della Baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota nell’anno 1352, quando secondo una pergamena pubblicata dalla Mazzoleni, risulta avere ricevuto un ordine da Tommaso II Sanseverino. Sempre secondo alcune ‘pergamene di Laurito’, nel 1390 fu rogato il testamento del suo primo marito Tommaso di Monforte di Laurito a favore dei figli Antonello e Giovannella ancora minori. Dalle pergamene pubblicate dalla Mazzoleni non si evince la data in cui Tommaso di Monforte di Laurito aveva sposato Biancuccia Mercadante ma possiamo dedurla dal testamento del 1390. Infatti, presumibilmente la data del matrimonio risale all’anno 1373, ovvero 17 anni prima che il padre dei due pupilli, anno 1390, fece testamento prima di morire. Sappiamo sempre dalle pergamene di Laurito che, Biancuccia Mercadante di Torraca, dopo la morte del marito Tommaso di Monforte di Laurito, avvenuta presumibilmente dopo aver fatto testamento nell’anno 1390, si risposò nuovamente con Antonio Pellegrino di Diano (Teggiano). Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti per 30 once (8)”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava ch: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Riguardo i beni mobili ed immobili lasciati nel testastamento da Tommaso di Monforte di Laurito ai due figli Antonello e Giovannella ed alla prima moglie Biancuccia Mercadante, madre dei due ragazzi minorenni, la cui tutela fu afidata al loro zio Matteo di Monforte cugino di Tommaso, la Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “….le doti di Biancuccia, consistenti in metà del castello di Torraca, in vari beni mobili ed immobili, nel ‘morgicap’ costituitole da Tommaso, ecc…” . La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”. Riguardo l’origine di “Iancuccia” o Biancuccia Mercadante di Torraca, scriviamo sulla scorta di alcune pergamene di Laurito, cosiddette e pubblicate dalla Jole Mazzoleni (…). Jole Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “…..marito di Iancuccia (Biancuccia), già moglie del fu Tommaso di Monforte, ecc…”. La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che…… Il 19 febbraio 1391…. Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia e moglie di Andrea Pellegrino di Diano,….”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano” e, scriveva che: “Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…(8)”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava ch: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. La Mazzoleni (…) a p. 134, riguardo il documento n. VI (pergamena di Laurito n° 5). La Mazzoleni in proposito scriveva che:  “VI 1391, 19 febbraio, XIV, Diano –  Luigi II d’A. re a. VII” e, poi scriveva il seguente testo: “Biancuccia figlia del fu Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…”. La Mazzoleni per la pergamena n° 5 postillava che: “Giud. an. Romano di mastro Marino d’Eustasio di Diano, not. Antonio Priore di Diano; trans. il 1391, 25 marzo (v. n. 7). Perg. n° 5”. Dunque, dalle Pergamene di Laurito pubblicate dalla Jole Mazzoleni risulta che Biancuccia Mercadante, maritata a Tommaso di Monforte di Laurito era figlia di Andrea Mercadante di Castelluccia, un casale vicino Roccadaspide. Riguardo il ‘quondam’ Andrea di Castelluccia (Castelluccio), la Mazzoleni, riportava n° 2 pergamene di Laurito che ne parlano. La Mazzoleni (…), a p. 132, pubblicava le pergamene n° 2 e n. 3, e in proposito scriveva che: “II (1352) 1° novembre, VI – Diano.” di cui il testo scritto è il seguente:  “Tommaso di Sanseverino, conte di Marsico, ordina ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota, di accertare ecc..ecc…”. La Mazzoleni a p. 132 postillava che: “Transuntato il 1352, 6 novembre VI Laurito. Perg. n° 2.”. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a pp. 523-524, in proposito scriveva che: “Nel 1333 Maria di Laurià (9), figliuola del noto ammiraglio Ruggero e moglie di Enrico Sanseverino, conestabile del regno e signore di Cuccaro, fondò il locale monastero dei Conventuali di S. Francesco. Ecc…”. Ebner a p. 523 nella sua nota (9) postillava che:  “(9) Sulla scia del provinciale dei Francescani, p. de Rossi, l’Antonini (p. 340) attribuisce la fondazione del monastero di Cuccaro a Ilaria di Lauria, che il Volpi (p. 56) mostra sorella e non figlia dell’ammiraglio Ruggero. Le signorie attribuite da p. Rossi (v. epigrafe in Volpi, p. 57) vanno ascritte perciò a Maria di Lauria in quanto sposa di Enrico Sanseverino (Maria avrebbe fondato sette monasteri di Conventuali francescani).”. Poi Ebner sempre a p. 523 scriveva pure che: “Nel 1352, come si apprende da una pergamena di Laurito, era ancora signore della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota un altro Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, che ordinò ad Andrea di Castelluccia giustiziere e vicario della baronia di Laurito di accertare ecc…ecc…”. Ebner, a p. 524 scriveva che: “Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria.”.

Nel 1373 (?), Tommaso Monforte di Laurito sposò “Iancuccia” Biancuccia Mercadante

“Iancuccia” o Biancuccia Mercadante di Torraca, era figlia di “Andree de Castelluccia” (Andrea Mercadante di Castelluccia), Giustiziere e Vicario della Baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota nell’anno 1352, quando secondo una pergamena pubblicata dalla Mazzoleni, risulta avere ricevuto un ordine da Tommaso II Sanseverino. Sempre secondo alcune ‘pergamene di Laurito’, nel 1390 fu rogato il testamento del suo primo marito Tommaso di Monforte di Laurito a favore dei figli Antonello e Giovannella ancora minori. Dalle pergamene pubblicate dalla Mazzoleni non si evince la data in cui Tommaso di Monforte di Laurito aveva sposato Biancuccia Mercadante ma possiamo dedurla dal testamento del 1390. Infatti, presumibilmente la data del matrimonio risale all’anno 1373, ovvero 17 anni prima che il padre dei due pupilli, anno 1390, fece testamento prima di morire. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito ecc….(8)”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava ch: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Jole Mazzoleni (…), a p. 127, riguardo Tommaso Monforte, Signore di Laurito, marito di Biancuccia Mercadante e padre dei due figliuoli Antonello e Giovannella, in proposito scriveva che: “….come può seguirsi nelle vicende della complicata successione di Tommaso che nel testamento rogato nel 1390 lasciava quali eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela di Matteo per una parte del casale, mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano, ecc…(2).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Nel documento n° V presentato dalla Mazzoleni (…), a p. ……(pergamena n° 4), ella scriveva che: “V 1390, 28 settembre, XIV Laurito – Ludovico II d’A. re a. VI”, e poi ella scriveva che: “Tommaso Monforte, signore di Laurito, fa testamento e nomina suoi eredi i figli Antonello e Giovannella ecc…”. La Mazzoleni per la pergamena n° 4 postillava che: “Giud. an. Ruggero di Leonardo di Calogna di Laurito not. Giovanni di not. Angelo di Cuccaro. Perag. n° 4.”. Ma quando Tommaso di Monforte di Lauito avesse sposato Biancuccia non ci è dato sapere. Nè sapiamo quando, dopo la morte di Tommaso di Monforte di Laurito, Biancuccia, si risposò con Antonio Pellegrino di Diano.Di sicuro possiamo dire che, se come è vero che il testamento di Tommaso Monforte di Laurito era stato rogato nel 1390, prima che lui morisse e, che dallo stesso testamento risulta che i suoi due figli e di Biancuccia, Antonello e Giovannella erano stati lasciati alla tutela del cugino Matteo, vuol dire che essi erano ancora minorenni e quindi possiamo far risalire il matrimonio tra Tommaso di Monforte di Laurito e Biancuccia Mercadante a 17 anni prima ovvero al 1373 circa. Chi era questo Tommaso di Monforte di Laurito, citato da Ebner e nelle ‘Pergamene di Laurito’ pubblicate dalla Mazzoleni ?. Era il primo marito di “Iancuccia” Biancuccia Mercadante di Torraca. Dunque, secondo alcune pergamene pubblicate dalla Jole Mazzoleni, si evince che nel 1390, Tommaso di Monforte di Laurito, prima di morire lasciando vedova sua moglie Biancuccia Mercadante di Torraca, fa testamento a favore dei suoi due figli e della moglie. Riguardo i Monforte di Laurito, la Mazzoleni in “Notizie per la storia di Laurito e della Famiglia Monforte (1344-1770)”, in R.S.S., in roposito scriveva che: “Nel 1344 (2) i Signori del casale si chiamano ancora di Laurito nelle persone di Ruggero e del nipote Iaquinuccio, mentre nel 1352 i Monforte sono già indicati onomasticamente come feudatari, con Giovanni Monforte detto di Laurito, che tiene il casale in feudo nobile per metà del servizio militare, e a cui si rivolge Tommaso Sanseverino, (3) conte di Marsico per stabilire i contributi finanziari ai quali è obbligato il subfeudo. La morte di Giovanni, avvenuta nel 1381, provoca delle discordie tra Matteo di Monforte, suo fratello, che governa il feudo per le ragioni che ora spiegheremo, e Francesco Sanseverino, conte di Lauria.”. Sui Monforte di Laurito Pietro Ebner riporta la stessa notizia a p. 339, vol. II, parlando di Policastro e postillava alla nota (54), sempre sulla scorta di Jole Mazzoleni (…): “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, a p. 102, parlando di Laurito, in proposito alle origini dei Monforte in proposito scriveva che: “Da un altro ‘Registro’ (7) si apprende che nel 1336 un ramo della famiglia Monforte si era trasferito a Laurito”. Tommaso Monforte di Laurito, nel 1344, era il feudatario di Laurito un piccolo centro del basso Cilento nella Diocesi di Capaccio. Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 521 e s. Oggi il casale si chiama Cuccaro Vetere. Scrive Ebner a pp. 523-524: “Nel 1352, come si apprende da una pergamena di Laurito, era ancora signore della baronia di Laurito e delle Terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota un altro Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, che ordinò ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di accertare il valore della metà delle rendite di Laurito. E proprio ai tempi della regina Giovanna alcuni ungeresi, partigiani di re Ludovico, pare fossero stati relegati a Cuccaro sotto la custodia di Stefano Bringit, al quale venne dato in possesso il castello e terra. Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Dai ‘Registri angioini (10) si ha pure notizia della ‘Fiera di Cuccaro’. Ecc…Tuttavia, la separazione non esentò l’antico feudatario (nel 1344 era Ruggero di Laurito) dall’obbligo di dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico e di Lauria, come si evince da una pergamena di Roccagloriosa del 24 ottobre 1438. Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis (12). Ener a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni, op. cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Sempre Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, sulla scorta delle pergamene di Laurito’ acquistate dall’ASN e pubblicate dalla Jole Mazzoleni, in proposito a p. 103, parlando di Laurito continuava a scrivere che: “Nel 1348 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, confermò (13) a Jacobello di Monforte la concessione della metà di Laurito sotto il servizio feudale ‘unius ensis’. Concessione confermata da Margherita di Sanseverino, contessa di Capaccio (14). Il 30 aprile del 1407 Nicola di Monforte alias di Laurito, signore dell’altra metà si divesero un ‘hospicium’ posseduto in comune “in platea pubblica” (15). Il 17 novembre del 1414 Giovanna II ordinò (16) al nobile Corrado Curialis di S. Severino d’immettere Guglielmo di S. Barbaro di Sanseverino nel possesso della metà del casale di Laurito vendutogli con regio assenso da Masello di Laurito, tutore di Mazeo e Giacomo di Laurito per 70 once da devolvere a soddisfare i diritti dotali della madre (Perna Bigotta di Sala) dei predetti pupilli e di far prestare l’omaggio dovuto dai vassalli al suddetto Guglielmo Barbato. Infatti, l’8 dicembre 1414 (17), presente Corrado Curialis di Sanseverino, i capifamiglia della metà di Laurito spettantegli prestarono la dovuta ‘asseciratio’ al nuovo feudatario. Nel 1427 Giovanna II confermò ai capifamiglia la separazione di Laurito da Cuccaro (18).”. Pietro Ebner (…) a p. 103 del vol. II, nella sua nota (16) postillava che: “(16) VIII, Napoli = Mazzoleni cit., pergamena n. 17, p. 137.”. Pietro Ebner (…) a p. 103 del vol. II, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Mazzoleni, cit., pergamena n. 18, VIII, Laurito, giudice ‘ydiota’ Giacomo di Stabile di Laurito e notaio Benuto di not. Prisciano di Rocca Gloriosa. ‘Nomina vero et cognomina ipsorum vassallorum et hominum ipsius terre sive casalis Lauriti sunt hec videlicet: Ntarius Cirillus de Porta tam nimine ecc…”. Ebner (…), riguardo le ‘pergamene di Laurito’, a p. 102, del vol. II, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Mazzoleni, pergamene 4-5-6-7.”. Riguardo le “Pergamene di Laurito”, conservate all’Archivio di Stato di Napoli e, da cui l’Ebner ha tratto l’interessante notizia che riguarda pure il feudo di Torraca, ne parla la Jole Mazzoleni (…) a p. 126 nel testo Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770), pubblicato nella rivista ‘Rasssegna Storica Salernitana’, Salerno 1951, n. 12, p. 126 e s., Anno XII, N. 1-4, gennaio-dicembre 1951, a p. 126. La Mazzoleni ne parla anche nel testo ‘Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630)’ acquistate anni fa dall’ASN, che stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, vol . 12, 1951, pp. 126-140. La Mazzoleni (…) a p. 126, in proposito scriveva che: “Il recente acquisto di un gruppo di 22 pergamene dei secoli XIV-XVII, fatto dall’Archivio di Stato di Napoli, ci permette di offrire alcuni particolari interessanti Laurito, piccolo centro del Salernitano, in diocesi di Capaccio, e la sua storia feudale prima come suffeudo concesso dai Sanseverino, conti di Marsico e Lauria ai Monforte, indi come ducato autonomo di questi ultimi. Dal contenuto dei singoli documenti di cui riportiamo un ampio regesto, si rileva anzitutto l’ininterrotto rapporto di dipendenza dai Monforte dai Sanseverino come suffeudatari fino al secolo XVII. Ecc..”. Dunque, la prima cosa che devo dire è che Tommaso (“di” dice Ebner) Monforte di Laurito e Tommaso Sanseverino e Francesco Sanseverino sono tre persone diverse. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a p. 524, in proposito scriveva che: “Francesco Sanseverino, conte di Lauria e Signore di Cuccaro conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis’ (12).”. Ebner a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Infatti, la Mazzoleni a p. 138 riportando la pergamena n….. (documento suo n. XX) in proposito scriveva che: “XX. 1438, 24 ottobre, II , Rocca Gloriosa.” e, postilava che: “Trans. il 1454, 1° gennaio (v. n. 21). Perg. n° 15.”.

Nel 1381, Matteo di Monforte di Laurito, zio e tutore degli eredi Antonello e Giovannella figli di Tommaso Monforte, ebbe riconosciuti i diritti sul feudo di Laurito ed il suffeudo di Torraca dal giurista Arcamone nella causa davanti al parlamento di Carlo III d’Aragona-Durazzo

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 103, parlando di Laurito, sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito scriveva che: “Nel 1381 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro si riprese il villaggio di Laurito concedendolo al fratello Luigi, dal quale poi lo ricomprò, asserendo: che alla morte di Giovanni di Laurito era già premorto il primogenito Antonio, che essendo incapace il secondogenito Giovanni Nicola, e morto in età infantile il terzogenito Giovannello, non vi era a chi assegnare il suffeudo. Si oppose Matteo di Laurito, il quale richiamandosi all’infeudamento ‘iure langobardarum’ del feudo affermò che esso doveva essere assegnato a lui quale zio paterno. Tali ragioni, per le oposizioni del Sanseverino, vennero esposte nel parlamento da Carlo III d’Aragona-Durazzo. Il giureconsulto Bartolomeo Arcamone riconobbe i diritti di Matteo Monforte alla successione.”.

Mazzoleni, p. 136 (Fig…) Mazzoleni, p. 132, pergamena n° 3, anno 1381

Carlo d’Angiò-Durazzo, figlio di Luigi, III duca di Durazzo, e di Margherita Sanseverino, fu re di Napoli con il nome di Carlo III, dal 1382, e re d’Ungheria con il nome di Carlo II detto il Breve, dal 1385. La Mazzoleni in “Notizie per la storia di Laurito e della Famiglia Monforte (1344-1770)”, in R.S.S., in roposito scriveva che: “La morte di Giovanni, avvenuta nel 1381, provoca delle discordie tra Matteo di Monforte, suo fratello, che governa il feudo per le ragioni che ora spiegheremo, e Francesco Sanseverino, conte di Lauria.”. Dunque, dalle ‘Pergamene di Laurito‘ sappiamo che nel 1381, dopo la morte di suo fratello Giovanni di Monforte di Laurito, Matteo di Monforte di Laurito, cugino del defunto Tommaso di Monforte di Laurito, governava sul feudo e la Baronia di Laurito. La Mazzoleni, scriveva “per le ragioni che ora spiegheremo..”. La Mazzoleni, spiega che dopo la morte di Giovanni Monforte, poichè i due suoi figli, Antonio era morto e Giovanni Nicola era stato ritenuto incapace e pure il suo figlio Giovannello era morto, Francesco Sanseverino si era ripreso il feudo di Laurito e l’aveva donato al fratello Luigi per poi ricomprarlo di nuovo.  Matteo di Monforte nella sua qualità di zio paterno dei mancati feudatari legittimi, si oppose ed ebbe riconosciuti i diritti nella successione del casale dal giurista Bartolomeo Arcamone. La Mazzoleni, sulla scorta delle ‘Pergamene di Laurito’ scriveva che nel 1381 morì Giovanni Monforte feudatario di Laurito e suo fratello Matteo Monforte cade in discordia con il conte di Lauria, Francesco Sanseverino, feudatario di Laurito. Dunque, secondo Pietro Ebner, sulla scorta delle pergamene di Laurito pubblicate dalla Mazzoleni, dopo il 1381, quando Francesco Sanseverino si riprese il feudo di Laurito, Matteo di Monforte di Laurito, zio paterno dei due eredi di Tommaso di Monforte, Antonio e Giovannella, si oppose e si adirò alla corte di Carlo III d’Aragona-Durazzo dal quale ottenne la Sentenza di Bartolomeo Arcamone che gli riconobbe i diritti di successione sul feudo di Laurito. Infatti, la Mazzoleni, scrive pure che dopo la sentenza emessa dal giurista Bartolomeo Arcamone. Pietro Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. La Mazzoleni (…) a pp. 134 e 135 presenta anche il documento n. IX e scriveva che: “IX 1391, 25 novembre, XIV (sic) Torraca . Ludovico II d’A re a. VII.”, il cui testo della Mazzoleni è il seguente: “Matteo Signore di Laurito, quale tutore di Antonello e Giovannella, figli del defunto milite Tomaso di Monforte, signore di Laurito, e suo esecutore testamentario, fà fare l’inventario di tutti i preziosi, oggetti e beni del defunto, a garanzia della sua tutela.”. La Mazzoleni postillava che:  “Giud. an. Nicola Mainone (?) di Torraca, not. Nicola Lombardo di Turturella. Perg. n° 7.“.

Nel 1381, Francesco Sanseverino cedette il feudo di Laurito a Matteo di Monforte

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 103, parlando di Laurito, sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito scriveva che: “Con il consenso della moglie Caterina di Celano, Francesco Sanseverino concesse il feudo a Matteo di Laurito ricevendone cento once d’oro in carlini d’argento come risoluzione degli obblighi feudali. Dieci anni dopo, però, il feudo era diviso in due parti, come si rileva dalla successione di Tommaso di Laurito (11).”. Ebner a p. 103, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Mazzoleni, cit., pergamene 4-5-6-7”.

Mazzoleni, p. 136 (Fig…) Mazzoleni, p. 132, pergamena n° 3, anno 1381

Nel 1387, FRANCESCO SANSEVERINO, figlio secondogenito di Tommaso III e della sua seconda moglie, alla morte di Tommaso IV figlio del fratello Antonio divenne Conte di Lauria e di Lagonegro

Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino “….sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314). Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc…ecc…”. Dunque, secondo l’Ebner, Tommaso III Sanseverino era figlio primogenito di Enrico (“Arrigo”) Sanseverino e di Ilaria di Lauria. Secondo l’Ebner, alla morte di Enrico (“Arrigo”) Sanseverino nel 1314, suo figlio Tommaso III Sanseverino gli successe nei feudi tra cui quello di Teggiano (e di Lauria ?), essendo pure figlio di Ilaria di Lauria. Dopo il primo matrimonio, Tommaso III Sanseverino, sposò Margherita Clignetta di Caiazzo da cui ebbe i due figli Antonio,  Francesco poi conte di Lauria e, Luisa. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina e del periodo di successione alla morte di  Tommaso Sanseverino, in proposito scriveva che: “Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano. A Roberto spetta, come da conferma rilasciata due secoli dopo da Luigi XII a Blois nel 1505, insieme a ‘Capaccio’, le terre di ‘Totorella, Trementana, Magliano, Laurino, La Palude (Padula), Montesano, Casalnuovo, Lanza, Lo Tito, Gazanello, La Scalea, Lagonegro, Ravello, Verbicaro e Lo Sasso (35). Nel 1395 Francesco Sanseverino, secondogenito di Tommaso che aveva sposato nel 1350 Caterina dei conti di Celano, diventa il 1° Conte di Lauria.”. Nicola Montesano (…), a p. 22, nella sua nota (35) in proposito postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Dunque, Nicola Montesano, parlando di Casaletto Spartano, scriveva che nel 1395 Francesco Sanseverino, figlio secondogenito di Tommaso Sanseverino II, nel 1350 aveva sposato Caterina dei Conti di Celano. Chi era Francesco Sanseverino ?. Chi erano i Monforte di Laurito ? Tommaso Sanseverino aveva avuto un figlio, Enrico Sanseverino a cui Roberto d’Angiò assegnò la baronia del Cilento e la Contea di Marsico (1) (dal Gatta, ‘Memorie della Lucania’, etc.., p. 162), ma morì presto a soli 21 anni. Matteo Mazziotti (…) in proposito, nella sua “La Baronia del Cilento etc…”, nel suo cap. VII, dopo aver detto della Baronia del Cilento ai tempi delle guerre tra re Ladislao e Luigi, prima a p. 136 e p. 144 parlando della discendenza di alcuni dei Sanseverino, in proposito scriveva che: A lui successe nella corona di Marsico che nella contea del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della morte, avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno. (p. 144) VIII. – Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile. Egli morì nel 1387 lasciando quattro figli, Luigi, Francesco, Giovanni e Caterina. tutti minori, dei quali assunsero la tutela la madre Francesca Orsini contessa di Marsico e di S. Severino, signora della città di Cajazzo e Bertrando di S. Severino, come rilevasi da un diploma del 1388 (2).”. Il Mazziotti, parlando dei quatro figli tra cui Luigi Sanseverino e del secondogenito Francesco, si riferiva al loro padre Tommaso IV di Sanseverino che Ebner scrive essere morto non prima del 20 luglio 1387 e che a lui gli successe il figlio primogenito Luigi Sanseverino. Il Mazziotti, a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(1-2) – Ventimiglia, Difesa storico-diplomatica’, a p. 179 nota a. e poi ancora Ventimiglia, op. cit., pag. 180.”. Il Mazziotti si riferiva all’opera di Mariano Ventimiglia, Difese storico-diplomatico-legale della giurisdizione civile del monastero di SS. Trinità della Cava nel feudo di Tramutola, Napoli, 1881. Scrive sempre il Mazziotti riferendosi ai tempi delle lotte tra Luigi d’Angiò ed il futuro re Ladislao, cita un episodio in cui re Ladislao fece prigionieri divesi dignitari dei Sanseverino che avevano patteggiato per Luigi II d’Angiò ai tempi del 1389 e in proposito scriveva che: “…..Ladislao intanto, …Altri dei Sanseverino, tra cui il conte di Nardò, il conte di Lauria ed il conte di Marsico si salvarono nel castello di Taranto (1) perdendo però tutti i loro feudi.”. Il Mazziotti, a p. 145, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania, pag. 176; Racioppi, op. cit., vol. V, pag. 188.”. Riguardo il Racioppi citato dal Mazziotti, egli, nella sua opera “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta (…), nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a p. 163, parlando di Ugo Sanseverino di Chiaromonte figlio di “Giacopo” Sanseverino, figlio di Enrico Sanseverino e di Ilaria di Lauria, in proposito scriveva che:

Gatta, Memorie, p. 163

Dunque, secondo il Mazziotti, Tommaso IV di Sanseverino morì nel 1387 lasciando quattro figli minorenni, Luigi, Francesco, Giovanni e Caterina dei quali assunsero la tutela la madre Francesca Orsini contessa di Marsico e di S. Severino. Dunque, forse si tratta del Francesco Sanseverino secondogenito di Tommaso III di Sanseverino. Dunque, secondo il Mazziotti, questo Francesco Sanseverino, conte di Lauria doveva essere il conte di Lauria che si era salvato dalla sua ribellione contro Re Ladislao Durazzo. Infatti, Carlo Pesce (…), a p. 209, parlando di Lagonegro, si ricollega alla ricostruzione storica del Summonte e del Mazziotti, riguardo il feudatario conte di Lauria ai tempi di Re Ladislao ed alla ribellione avvenuta. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “Il Summonte (1), parlando di quella strage,  enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure ‘Gaspare’ che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati dè feudi e d’ogni podestà e carica.”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, secondo il Pesce, ai tempi di Re Ladislao, nel 1403, il conte di Lauria era Gaspare Sanseverino. Non mi ritorna la cronologia dei feudatari di Carlo Pesce (…). L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Ilaria di Lauria e Arrigo Sanseverino, dal 1350 al 1400; Gaspare Sanseverino, dal 1400 al 1404; Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”. Altre interessanti notizie sul Conte di Lauria, Francesco Sanseverino, le ritroviamo nelle cosiddette “Pergamene di Laurito”. Riguardo le “Pergamene di Laurito”, conservate all’Archivio di Stato di Napoli e, da cui l’Ebner ha tratto l’interessante notizia che riguarda pure il feudo di Torraca, ne parla la Jole Mazzoleni (…) a p. 126 nel testo ‘Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770)’, pubblicato nella rivista ‘Rasssegna Storica Salernitana’, Salerno 1951, n. 12, p. 126 e s., Anno XII, N. 1-4, gennaio-dicembre 1951, a p. 126 e s., riporta i testi trascritti delle pergamene acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli nel ‘Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630)’, da p.132 e s. La Mazzoleni (…) a p. 126, in proposito scriveva che: “Il recente acquisto di un gruppo di 22 pergamene dei secoli XIV-XVII, fatto dall’Archivio di Stato di Napoli, ci permette di offrire alcuni particolari interessanti Laurito, piccolo centro del Salernitano, in diocesi di Capaccio, e la sua storia feudale prima come suffeudo concesso dai Sanseverino, conti di Marsico e Lauria ai Monforte, indi come ducato autonomo di questi ultimi. Dal contenuto dei singoli documenti di cui riportiamo un ampio regesto, si rileva anzitutto l’ininterrotto rapporto di dipendenza dai Monforte dai Sanseverino come suffeudatari fino al secolo XVII. Ecc..”. Dunque, in questo passo, la Mazzoleni, scriveva che il piccolo centro di Laurito venne concesso ai Monforte dai Sanseverino, conti di Marsico e Lauria. Dalle pergamene di Laurito acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli e poi pubblicate dalla Mazzoleni, si può ricostruire i passaggi feudali ai Sanseverino fino al secolo XVII, ed in particolare sulla figura di Francesco Sanseverino, secondogenito di Tommaso II Sanseverino morto nel 1350. La Mazzoleni (…), nel suo saggio sulle ‘pergamene di Laurito’ continuando il suo racconto scriveva che: “La morte di Giovanni Monforte detto di Laurito, avvenuta nel 1381, provoca delle discordie tra Matteo di Monforte, suo fratello, che governa il feudo per le ragioni che ora spiegheremo, e Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Ecc..”. La Jole Mazzoleni, nel suo saggio ricostruisce alcuni passaggi feudali riguardo i Monforte di Laurino e Francesco Sanseverino, Conte di Lauria. Ebner, a p. 102, parlando di Laurito, scrive pure che: “Nel 1381 Francesco di Sanseverino, Conte di Lauria e signore di Cuccaro, si riprese il villaggio di Laurito, concedendolo al fratello Luigi, dal quale poi lo ricomprò, asserendo: che alla morte di Giovanni di Laurito era già premorto il primogenito Antonio, che essendo incapace il secondogenito Giovanni Nicola e morto in età infantile il terzogenito Giovannello, non vi era a chi assegnare il suffeudo. Si oppose Matteo di Laurito, il quale richiamandosi all’infeudamento ‘iure langobardorum’ del feudo affermò che esso doveva essere assegnato a lui quale zio paterno. Tali ragioni, e le opposizioni del Sanseverino, vennero esposte nel parlamento convocato da Carlo III d’Aragona-Durazzo e, quindi con il consenso della moglie Caterina di Celano, Francesco Sanseverino concesse il feudo a Matteo di Laurito ricevendone cento oncie in carlini d’argento come risoluzione degli obblighi feudali. Dieci anni dopo, però, il feudo di Laurito era diviso in due parti, come si rileva dalla successione di Tommaso di Laurito (11). Il giureconsulto Bartolomeo Arcamone riconobbe i diritti di Matteo Monforte alla successione (11).”. Ebner, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Mazzoleni, pergamene 4-5-6-7.”. Dunque, sulla scorta di alcuni documenti pubblicati dalla Jole Mazzoleni (…), il feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, Conte di Lauria, che concesse in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito. Scrive ancora la Mazzoleni, a p. 127, riferendosi a Matteo Monforte di Laurito, zio paterno dei mancati feudatari legittimi (Antonello e Giovannella), essendo il fratello del defunto Tommaso di Monforte di Laurito, primo marito della vedova Biancuccia Mercadante: “Il Sanseverino, anzi, con il consenso della moglie Caterina di Celano, glielo dona ricevendone ecc… (1). Dieci anni dopo il feudo è diviso in due parti e l’amministrazione feudale è frazionata in due rami dei Monforte, come può seguirsi nelle vicende della complicata successione di Tommaso che nel testamento rogato nel 1390 lasciava quali eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela di Matteo per una parte del casale, mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano, riguardano solo Laurito, ma anche la successione del castello di Torraca sempre suffeudo dei Sanseverino (2). Questo castello passò poi (1397) nelle mani di Matteo, quale tutore dei nipoti, per la vendita fattagli da Biancuccia, a conclusione delle controversie (3).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Di Francesco Sanseverino ha scritto anche Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, che, parlando di Laurito (un villaggio unito a Cuccaro e da non confondere con Laurino), a p. 102, scriveva di Francesco Sanseverino, Conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro (forse), scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, conte di Lauria, il quale aveva dato in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito (v. oltre)….”. Ebner (…), sempre sulla scorta dei registri Angioini, a p. 664, del suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, parlando di Torraca, riferisce che il Feudo di Torraca, e quindi, anche il territorio Saprese ed il suo “Porto”, appartenessero al   “feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, conte di Lauria, il quale aveva dato in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito (v. oltre). Ecc…“. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Ebner, nella sua nota (7), postillava che la notizia era tratta da p. 134 dell’opera citata di Jole Mazzoleni (…), che pubblicò le Pergamene di Laurito. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro e postillava alla nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…): “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Sempre Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, sulla scorta delle pergamene di Laurito’ acquistate dall’ASN e pubblicate dalla Jole Mazzoleni, in proposito a p. 103, parlando di Laurito continuava a scrivere che: “Nel 1348 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, confermò (13) a Jacobello di Monforte la concessione della metà di Laurito sotto il servizio feudale ‘unius ensis’. Concessione confermata da Margherita di Sanseverino, contessa di Capaccio (14). Il 30 aprile del 1407 Nicola di Monforte alias di Laurito, signore dell’altra metà si divesero un ‘hospicium’ posseduto in comune “in platea pubblica” (15). Il 17 novembre del 1414 Giovanna II ordinò (16) al nobile Corrado Curialis di S. Severino d’immettere Guglielmo di S. Barbaro di Sanseverino nel possesso della metà del casale di Laurito vendutogli con regio assenso da Masello di Laurito, tutore di Mazeo e Giacomo di Laurito per 70 once da devolvere a soddisfare i diritti dotali della madre (Perna Bigotta di Sala) dei predetti pupilli e di far prestare l’omaggio dovuto dai vassalli al suddetto Guglielmo Barbato. Infatti, l’8 dicembre 1414 (17), presente Corrado Curialis di Sanseverino, i capifamiglia della metà di Laurito spettantegli prestarono la dovuta ‘asseciratio’ al nuovo feudatario. Nel 1427 Giovanna II confermò ai capifamiglia la separazione di Laurito da Cuccaro (18).”. Pietro Ebner (…) a p. 103 del vol. II, nella sua nota (16) postillava che: “(16) VIII, Napoli = Mazzoleni cit., pergamena n. 17, p. 137.”. Pietro Ebner (…) a p. 103 del vol. II, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Mazzoleni, cit., pergamena n. 18, VIII, Laurito, giudice ‘ydiota’ Giacomo di Stabile di Laurito e notaio Benuto di not. Prisciano di Rocca Gloriosa. ‘Nomina vero et cognomina ipsorum vassallorum et hominum ipsius terre sive casalis Lauriti sunt hec videlicet: Notarius Cirillus de Porta tam nimine ecc…”. Nel 1397 la Contea di Policastro passò alla famiglia Sanseverino, cui si deve la ricostruzione del castello e delle mura portata a termine nel 1455, come documenta un altorilievo posto sulla facciata della Cattedrale. Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 30 e s. scrive in proposito che: “Man mano che i genovesi se ne vanno, diminuisce l’interesse dei Grimaldi e subentra la famiglia Sanseverino, di origine normanna, nel 1397 (83). I Sanseverino, che spesso hanno fatto storia, sono grandi feudatari ed iniziano la loro attività con la costruzione di un sontuoso castello comitale, là dove probabilmente si trovava l’acropoli greca. La costruzione è affidata a Jacopo Trifosano.”. Il Tancredi (…) a p. 30, nella sua nota (83) postillava che: “(83) La lapide medievale sui ruderi del Castello di Policastro B.: “Hoc opus fieri fecit lo magnifico Domino Jacobus de Sancto Sevirino, miles filius Comitis Potentiae, anno Domini MCCC nono setimo (1397).”. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a p. 524, in proposito scriveva che: “Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria.”. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a p. 524, in proposito scriveva che: “Francesco Sanseverino, conte di Lauria e Signore di Cuccaro conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis’ (12).”. Ebner a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Infatti, la Mazzoleni a p. 138 riportando la pergamena n….. (documento suo n. XX) in proposito scriveva che: “XX. 1438, 24 ottobre, II , Rocca Gloriosa.” e, postilava che: “Trans. il 1454, 1° gennaio (v. n. 21). Perg. n° 15.”. Sappiamo che il Conte di Lauria, Francesco Sanseverino, era anche Duca di Scalea da cui provennero i Palamolla. Infatti, dopo Biancuccia di Mercadante di Torraca, Torraca fu acquistata dai Gambacorta e poi dai Palamolla di Scalea. La notizia che, nel ‘400, il feudo di Torraca (e dunque, comprese le terre ed il porto di Sapri), fossero assoggettate alla Baronia di Lauria dei Sanseverino, riguarda anche Tortorella e Casaletto Spartano. Dunque, per il XIII secolo e oltre, per la storia di Sapri, del suo porto e delle terre dipendenti forse dal feudo di Torraca, bisognerà indagare sulla storia dei feudatari di Torraca, di Lauria e di Policastro. Secondo l’Ebner, Torraca (e forse anche il territorio Saprese ed il suo Porto), erano dipendenze di Policastro. Biancuccia Mercadante di Torraca, insieme al primo suo marito Tommaso Monforte di Laurito, possedeva il suffeudo di Torraca, concesso dal conte di Lauria Francesco Sanseverino. Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 521 e s. Oggi il casale si chiama Cuccaro Vetere. Scrive Ebner a pp. 523-524: Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Dai ‘Registri angioini (10) si ha pure notizia della ‘Fiera di Cuccaro’. Ecc…Tuttavia, la separazione non esentò l’antico feudatario ((nel 1344 era Ruggero di Laurito) dall’obbligo di dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico e di Lauria, come si evince da una pergamena di Roccagloriosa del 24 ottobre 1438. Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis (12)”. Ener a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni, op. cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Infatti, la Mazzoleni (…) a p. 138 della sua opera “Pergamene di Laurito” in Rassegna Storica Salernitana, 1951, pubblicava la Pergamena n° 15 (documento n° XX), e scriveva che: “1438, 24 ottobre, II, Rocca Gloriosa. Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro conferma a Jacobello di monforte la concessione della metà del casale di Laurito sotto il servizio feudale ‘unius ensis’.”. La Mazzoleni a p. 138 postillava che: “Trans. il 1454, I° gennaio (v. n. 21). Pergam. n° 15”.

Mazzoleni, op. cit. RSS, p. 138, pergamena XX

Nel 28 settembre 1390, Tommaso Monforte, Signore di Laurito, fa testamento e lascia i suoi beni (il castello di Torraca suffeudo dei Sanseverino e a Policastro) per metà ai figli Antonello e Giovannella e per metà alla moglie Biancuccia Mercadante di Torraca

Jole Mazzoleni (…), a p. 127, riguardo Tommaso Monforte, Signore di Laurito, marito di Biancuccia Mercadante e padre dei due figloli Antonello e Giovannella, in proposito scriveva che: “….come può seguirsi nelle vicende della complicata successione di Tommaso che nel testamento rogato nel 1390 lasciava quali eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela di Matteo per una parte del casale, mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano, riguardano solo Laurito, ma anche la successione del castello di Torraca sempre suffeudo dei Sanseverino (2). Questo castello passò poi (1397) nelle mani di Matteo, quale tutore dei nipoti, per la vendita fattagli da Biancuccia, a conclusione delle controversie (3).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Nel documento n° V presentato dalla Mazzoleni (…), a p. ……(pergamena n° 4), ella scriveva che: “V 1390, 28 settembre, XIV Laurito – Ludovico II d’A. re a. VI”, e poi ella scriveva che: “Tommaso Monforte, signore di Laurito, fa testamento e nomina suoi eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela del cugino Matteo finchè in minore età, con l’obbligo per Antonello di maritare convenientemente la sorella all’età giusta e per la figlia che ottenuta la dote di paraggio rinunzi ai beni paterni a favore dei suddetti Antonello e Matteo; chiede di essere sepolto nella chiesa di S. Giovanni di Laurito e lascia altre disposizioni minori.”. La Mazzoleni per la pergamena n° 4 postillava che: “Giud. an. Ruggero di Leonardo di Calogna di Laurito not. Giovanni di not. Angelo di Cuccaro. Perag. n° 4.”.

Mazzoleni, R.S.S., p. 133 (Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit., p. 127

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti per 30 once (8)“. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava ch: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Riguardo i beni mobili ed immobili lasciati nel testastamento da Tommaso di Monforte di Laurito ai due figli Antonello e Giovannella ed alla prima moglie Biancuccia Mercadante, madre dei due ragazzi minorenni, la cui tutela fu afidata al loro zio Matteo di Monforte cugino di Tommaso, la Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “….le doti di Biancuccia, consistenti in metà del castello di Torraca, in vari beni mobili ed immobili, nel ‘morgicap’ costituitole da Tommaso, ecc…” . La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”.

Nel 1390, muore Tommaso di Monforte, Signore di Laurito e marito di Biancuccia Mercadante di Torraca

Dunque, dal documento pubblicato dalla Jole Mazzoleni (…) (testamento) si evince che Tommaso Monforte, Signore di Laurito e primo marito di Biancuccia Mercadante di Torraca, ai tempi di re Ludovico II d’Angiò, il 28 settembre 1390, sul capezzale di morte, subito prima di morire fa testamento e chiede di essere sepolto nella chiesa di S. Giovanni di Laurito e lascia altre disposizioni minori.

Nel 1390, Matteo di Monforte di Laurito, è nominato tutore dei due figli di Tommaso di Monforte suo cugino

Nel documento n° V presentato dalla Mazzoleni (…), a p. ……(pergamena n° 4), ella scriveva che: “V 1390, 28 settembre, XIV Laurito – Ludovico II d’A. re a. VI”, e poi ella scriveva che: “Tommaso Monforte, signore di Laurito, fa testamento e nomina suoi eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela del cugino Matteo finchè in minore età, con l’obbligo per Antonello di maritare convenientemente la sorella all’età giusta e per la figlia che ottenuta la dote di paraggio rinunzi ai beni paterni a favore dei suddetti Antonello e Matteo; chiede di essere sepolto nella chiesa di S. Giovanni di Laurito e lascia altre disposizioni minori.”. La Mazzoleni per la pergamena n° 4 postillava che: “Giud. an. Ruggero di Leonardo di Calogna di Laurito not. Giovanni di not. Angelo di Cuccaro. Perag. n° 4.”.

Mazzoleni, R.S.S., p. 133 (Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit., p. 127

Nel 1391, Biancuccia Mercadante si risposa con Andrea (per la Mazzoleni) o Antonio (per Ebner) Pellegrino di Diano (Teggiano)

Si rileva sempre dalle ‘Pergamene di Laurito’ publicate dalla Mazzoleni (…) che dopo la morte del suo primo maito, Tommaso di Monforte di Laurito con cui Biancuccia Mercadante di Torraca aveva avuto due figli, Antonello e Giovannella, dati in tutela al cugino di Tommaso Matteo di Monforte di Laurito, si risposa con Andrea (per la Mazzoleni) o Antonio (per Ebner) Pellegrino di Diano, l’odierno Teggiano. Infatti, sempre da dette pergamene si rileva che il suo primo marito, nell’anno 1390, aveva fatto testamento in favore dei due figli Antonello e Giovannella e della moglie BIancuccia. Devo però precisare che ci si riferisce all’atto del 1390 in cui il testamento fu rogato dal notaio de Caso. Nel testamento però il Tommaso di Monforte, primo marito della Biancuccia, affida al cugino Matteo di Monforte il tutoraggio o la tutela dei due figli minorenni. Mi chiedo come mai se, come risulta dal testamento, nell’anno 1390, i due figli (minorenni) dovevano essere affidati alla tutela del cugino Matteo e non alla madre Biancuccia ? Forse che la Biancuccia si era già risposata?. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che…… Il 19 febbraio 1391…. Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia e moglie di Andrea Pellegrino di Diano,….”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Jole Mazzoleni (…), a p. 127, riferendosi a Matteo Monforte di Laurito, zio paterno dei mancati feudatari legittimi (Antonello e Giovannella), essendo il fratello del defunto Tommaso di Monforte di Laurito, primo marito della vedova Biancuccia Mercadante: “….mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano,….. (2)”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”.

Nel 1391, Biancuccia Mercatante di Torraca possedeva metà del suffeudo di Torraca che il 25 marzo 1392 vendette a Matteo Monforte di Laurito

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. La notizia riguarda in parte il casale ed il feudi di Laurito ed i parte quello (suffeudo) di Torraca, dunque anche del ‘portus’ di Sapri che all’epoca era nel territorio del feudo di Torraca. I documenti pubblicati dalla Mazzoleni e citati da Ebner (…), attestano che ai tempi di Luigi II d’Angiò, nel 1391, Biancuccia Mercatante e suo figlio Antonello Monforte di Laurito, possedessero la metà del suffeudo ed il castello di Torraca ed altri beni burgensatici e feudali (che secondo l’Ebner erano pertinenze di Policastro), proveniva dalla donazione del suffeudo di Torraca, che fece il suo feudatario, Francesco Sanseverino, conte di Lauria. I documenti attestano e citano Biancuccia Mercatante, figlia di Andrea Mercatante di Castelluccia (Castelluccio in Basilicata ?), seconda moglie di Andrea Pellegrino di Diano e madre di Antonello Monforte figlio del primo marito Tommaso Monforte. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che il feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, conte di Lauria, il quale aveva dato in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito (v. oltre). Il 19 febbraio 1391 Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia e moglie di Andrea Pellegrino di Diano, nominò Maso Valente di Diano procuratore per la vendita a Matteo di Laurito della metà del castello (villaggio) di Torraca (7), in Principato Citra. Il 25 marzo 1392 Maso Valenti, procuratore di Biancuccia, vedova  di Tommaso di Laurito, vendette a Matteo di Laurito, procuratore di Antonello e Giovannella di Monforte, la metà del castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti per 30 once (8). Il 4 ottobre 1397 Luigi II d’Aragona, su richiesta di Matteo di Monforte, tutore di Giovannella e Antonello, figli del quondam Tommaso di Monforte di Laurito e di Biancuccia Mercadante, gli concesse l’assenso (9) e la conferma per la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Turturella fattagli da Biancuccia che lo possedeva in feudo dal conte di Lauria, Francesco Sanseverino, con l’obbligo di rispettare i doveri feudali.”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”, mentre nella sua nota (8), postillava che: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. L’Ebner, a p. 665, del suo vol. II, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Ass. 4 ottobre 1397, VI, Napoli”. Ebner, a p. 102, parlando di Laurito, scriveva in proposito che: “Nel 1381, Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, si riprese il villaggio di Laurito ecc..ecc..”Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, secondo l’Ebner, sulla scorta di alcuni documenti pubblicati dalla Mazzoleni (…), il feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, Conte di Lauria, che concesse in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito e cita pure Biancuccia Mercadante, figlia di Andrea Mercadante e moglie di Andrea Pellegrino di Diano. Ebner (…), riguardo le ‘pergamene di Laurito’, a p. 102, del vol. II, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Mazzoleni, pergamene 4-5-6-7.”. Riguardo le “Pergamene di Laurito”, conservate all’Archivio di Stato di Napoli e, da cui l’Ebner ha tratto l’interessante notizia che riguarda pure il feudo di Torraca, ne parla la Jole Mazzoleni (…) a p. 126 nel testo Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770), pubblicato nella rivista ‘Rasssegna Storica Salernitana’, Salerno 1951, n. 12, p. 126 e s., Anno XII, N. 1-4, gennaio-dicembre 1951, a p. 126. La Mazzoleni ne parla anche nel testo ‘Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630)’ acquistate anni fa dall’ASN, che stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, vol . 12, 1951, pp. 126-140. La Mazzoleni (…) a p. 126, in proposito scriveva che: “Il recente acquisto di un gruppo di 22 pergamene dei secoli XIV-XVII, fatto dall’Archivio di Stato di Napoli, ci permette di offrire alcuni particolari interessanti Laurito, piccolo centro del Salernitano, in diocesi di Capaccio, e la sua storia feudale prima come suffeudo concesso dai Sanseverino, conti di Marsico e Lauria ai Monforte, indi come ducato autonomo di questi ultimi. Dal contenuto dei singoli documenti di cui riportiamo un ampio regesto, si rileva anzitutto l’ininterrotto rapporto di dipendenza dai Monforte dai Sanseverino come suffeudatari fino al secolo XVII. Ecc..”. Dunque, da queste pergamene del XV secolo, l’Ebner ha desunto alcune informazioni e notizie circa Biancuccia Mercadante e il suo suffeudo di Torraca. Analizziamo le notizie tratte da Ebner e dalla Mazzoleni. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che il feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, conte di Lauria, il quale aveva dato in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito (v. oltre). Il 19 febbraio 1391 Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia e moglie di Andrea Pellegrino di Diano, nominò Maso Valente di Diano procuratore per la vendita a Matteo di Laurito della metà del castello (villaggio) di Torraca (7), in Principato Citra. Ecc…”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VI 1391, 19 febbraio, XIV, Diano – Luigi II d’Angiò re a. VII. Biancuccia figlia del fu Andrea Mercatante di Castelluccia e moglie di Antonello di Diano, , nomina Maso Valente di Diano suo procuratore per vendere la metà del castello di Torraca in Principato Citra a Matteo di Laurito.” e, postillava: “Giudice a. Romano di maestro Marino d’Eustasio di Diano, not. Antonio Priore di Diano; trans. il 1391, 25 marzo (v. n. 7). Perg. n° 5”.

Mazzoleni Jole, in RSS, 1951, p. 134 (Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit., p. 134 (in R.S.S.)

Dunque, la Mazzoleni riguardo questo documento postillava che si trattava della pergamena n. 5 transunta il 25 marzo 1391 e di vedere nella sua nota (7). La Mazzoleni, parlando delle 22 pergamene a p. 129, nella sua nota (7) postillava che: “(7) A. S. N. – Significatorie del relevi, vol. 222, fol. 77 t “. Dunque, secondo questo documento del 1391, scritto a Diano, Biancuccia Mercatante, figlia di Andrea Mercatante di Castelluccia (Castelluccio in Basilicata ?), seconda moglie di Andrea Pellegrino di Diano e madre di Antonello Monforte figlio del primo marito Tommaso Monforte,  ai tempi di Luigi II d’Angiò, possedeva metà del castello di Torraca “…e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti…”, insieme al figlio Antonello Monforte di Laurito. Sempre la Mazzoleni (…), a p. 134, pubblica l’altro documento o pergamena del 1391 o 1392 del 25 marzo, scritto a Rocca Gloriosa che è l’atto di vendita stipulato a Rocca Gloriosa per 30 once d’oro. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dall Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VII 1392 (1391) 25 marzo, XIV – Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. re a VII.  – Maso Valente di Diano, procuratore di Biancuccia vedova di Tommaso di Laurito vende a Matteo di Laurito, procuratore di Antonello e Giovannella di Monforte, la metà del castello di Torraca, in Principato Citra, che Biancuccia aveva in comune con Antonello, figlio del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi, per il prezzo di 30 once.”. La Mazzoleni, postillava che: “E’ usato lo stile dell’incarnazione fiorentino. Giud. an. ‘ydiota’ Guglielmotto de Sabino di Rocca Gloriosa, not. Giovanni de Caro. Perg. n° 5.”. Dunque la Mazzoleni postillava che si trattava della pergamena n. 5. Sempre la Mazzoleni (…), a p. 134, riportava il documento n. VIII e scriveva che: “VIII 1392 (1391) 25 marzo, VI (sic) (XIV), Rocca Gloriosa Luigi II d’A. a. VII. – Transunto del precedente istrumento, rogato dal notaio Donato “magistri Gratiani”, e dal giudice Romano “magistri Marini”, del 14(00), 10 luglio, VIII.”, e postilava che: “Perg. n° 6”. Dunque la Mazzoleni postillava che si trattava della pergamena n. 6. Ebner, nella sua nota (54) a p. 339, postillava che: “(54) Mazzoleni Jole, Pergamene di Laurito, op. cit., p. 153.”. Secondo la Jole Mazzoleni (v. la nota (8): “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso”), la metà del feudo di Torraca (che secondo l’Ebner erano pertinenze di Policastro), proveniva dalla donazione del suffeudo di Torraca, che fece il suo feudatario, Francesco Sanseverino, conte di Lauria, che, secondo una pergamena di Laurito, l’aveva dato in suffeudo al feudatario di Laurito, Tommaso di Monforte, marito di Biancuccia Mercadante di Torraca. La notizia, secondo l’Ebner (v. p. 664), si rileva da un documento di Laurito, il transunto della pergamena VIII, di Roccagloriosa, del giudice Guglielmo di Roccagloriosa e del notaio Giovanni Caso. Sempre l’Ebner (…), a p. 664 del vol. II, riferendosi a Biancuccia Mercatante, in proposito scriveva che: “….gli concesse l’assenso (9) e la conferma per la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Turturella fattagli da Biancuccia che lo possedeva in feudo dal conte di Lauria, Francesco Sanseverino, con l’obbligo di rispettare i doveri feudali.” e, a p. 665, del suo vol. II, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Ass. 4 ottobre 1397, VI, Napoli”. Ebner (…), a p. 339, del suo vol. II, di ‘Chiesa, ecc…’, parlando di Policastro, cita Biancuccia Mercadante di Torraca e, scriveva in proposito: “Il 13 ottobre 1397, a Napoli, arbitri il vescovo di Policastro, per Matteo di Monforte di Laurito, e il milite Roberto di Pantaleone, per Antonio Pellegrino di Diano, (secondo) marito di Biancuccia Mercadante (di Torraca), vedova di Tommaso di Monforte ( di Laurito, prima marito), si giunse ad un accordo circa i diritti dei pupilli di Tommaso, rappresentati da Matteo e quelli di Biancuccia rappresentati dal secondo marito (54).”. Dunque il feudo di Torraca, apparteneva a Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro (attuale Cuccaro Vetere), e solo dopo il 1381, Tommaso di Monforte di Laurito, primo marito di Biancuccia Mercatante, lo ricevette in suffeudo dal Sanseverino.  Sappiamo che il Conte di Lauria, Francesco Sanseverino, era anche Duca di Scalea da cui provennero i Palamolla. Infatti, dopo Biancuccia di Mercadante di Torraca, Torraca fu acquistata dai Gambacorta e poi dai Palamolla di Scalea. La notizia che, nel ‘400, il feudo di Torraca (e dunque, comprese le terre ed il porto di Sapri), fossero assoggettate alla Baronia di Lauria dei Sanseverino, riguarda anche Tortorella e Casaletto Spartano. Dunque, per il XIII secolo e oltre, per la storia di Sapri, del suo porto e delle terre dipendenti forse dal feudo di Torraca, bisognerà indagare sulla storia dei feudatari di Torraca, di Lauria e di Policastro. Secondo l’Ebner, Torraca (e forse anche il territorio Saprese ed il suo Porto), erano dipendenze di Policastro. Biancuccia Mercadante di Torraca, insieme al primo suo marito Tommaso Monforte di Laurito, possedeva il suffeudo di Torraca, concesso dal conte di Lauria Francesco Sanseverino. Biancuccia Mercadante di Torraca, figlia di Andrea Mercadante di Castelluccio e, vedova di suo primo marito, Tommaso di Laurito, il 25 marzo 1392, vendette Torraca a Matteo di Monforte di Laurito. Dunque, da questi antichi documenti tratti dalla Cancelleria Angioina, pubblicati per la maggior parte da Jole Mazzoleni (…), sappiamo che famiglia dei “Mercatante” (Mercadante), era un’antica famiglia di Torraca. Ricordiamo che questa antica famiglia, diede i natali al celebre pittore Biagio Mercadante. Dunque, se la sua ava, Biancuccia Mercadante era proprietaria di Torraca perchè sposa al suo primo marito Tommaso Monforte di Laurito che aveva ricevuto dal Conte di Lauria, Francesco Sanseverino, il suffeudo di Torraca, e se la Biancuccia era la figlia di Andrea Mercadante di Castelluccio, può esserci un legame tra questa famiglia ed i Sanseverino di Lauria. O forse il legame era più semplicemente con Tommaso di Monforte di Laurito che ebbe il suffeudo di Torraca in dono dal Conte di Lauria.

Nel 19 febbraio 1391, Biancuccia Mercatante nominò Maso Valente di Diano suo procuratore per la vendita di metà del castello e di Torraca ad Antonello e Giovanella Monforte di Laurito, figli suoi e del suo primo marito Tommaso Monforte di Laurito

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. La notizia riguarda in parte il casale ed il feudi di Laurito ed i parte quello (suffeudo) di Torraca, dunque anche del ‘portus’ di Sapri che all’epoca era nel territorio del feudo di Torraca. I documenti pubblicati dalla Mazzoleni e citati da Ebner (…), attestano che ai tempi di Luigi II d’Angiò, nel 1391, Biancuccia Mercatante e suo figlio Antonello Monforte di Laurito, possedessero la metà del suffeudo ed il castello di Torraca ed altri beni burgensatici e feudali (che secondo l’Ebner erano pertinenze di Policastro), proveniva dalla donazione del suffeudo di Torraca, che fece il suo feudatario, Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro. I documenti attestano e citano Biancuccia Mercatante, figlia di Andrea Mercatante di Castelluccia (Castelluccio in Basilicata ?), seconda moglie di Andrea Pellegrino di Diano e madre di Antonello Monforte figlio del primo marito Tommaso Monforte. Jole Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “XI 1397, 13 ottobre, VI, Napoli, Luigi II d’Angiò re a. XIV – Sorta contesa tra Antonio Pellegrino di Diano, marito di Iancuccia (Biancuccia), già moglie del fu Tommaso di Monforte, e Matteo di Monforte, tutore e balio di Antonello e Giovannella, figli ed eredi del defunto Tommaso per le doti di Biancuccia, consistenti in metà del castello di Torraca, in vari beni mobili ed immobili, nel ‘morgicap’ costituitole da Tommaso, e nella quarta, i contendenti vengono ad uno accordo per salvaguardare i diritti dei pupilli, avendo arbitri della contesa il vescovo di Policastro per Matteo e il milite Roberto de Pantaleone per Antonio Pellegrino.” . La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: Il 19 febbraio 1391 Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia e moglie di Andrea Pellegrino di Diano, nominò Maso Valente di Diano procuratore per la vendita a Matteo di Laurito della metà del castello (villaggio) di Torraca (7), in Principato Citra.”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VI 1391, 19 febbraio, XIV, Diano – Luigi II d’Angiò re a. VII. Biancuccia figlia del fu Andrea Mercatante di Castelluccia e moglie di Antonello di Diano, , nomina Maso Valente di Diano suo procuratore per vendere la metà del castello di Torraca in Principato Citra a Matteo di Laurito.” e, postillava: “Giudice a. Romano di maestro Marino d’Eustasio di Diano, not. Antonio Priore di Diano; trans. il 1391, 25 marzo (v. n. 7). Perg. n° 5”.

Mazzoleni Jole, in RSS, 1951, p. 134 (Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit., p……

Dunque, la Mazzoleni riguardo questo documento postillava che si trattava della pergamena n. 5 transunta il 25 marzo 1391 e di vedere nella sua nota (7). La Mazzoleni, parlando delle 22 pergamene a p. 129, nella sua nota (7) postillava che: “(7) A. S. N. – Significatorie del relevi, vol. 222, fol. 77 t “. Dunque, secondo questo documento del 1391, scritto a Diano, Biancuccia Mercatante, figlia di Andrea Mercatante di Castelluccia (Castelluccio in Basilicata ?), seconda moglie di Andrea Pellegrino di Diano e madre di Antonello Monforte figlio del primo marito Tommaso Monforte,  ai tempi di Luigi II d’Angiò, possedeva metà del castello di Torraca “…e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti…”, insieme al figlio Antonello Monforte di Laurito.

Nel 25 marzo 1392, Maso Valente di Diano, procuratore di Biancuccia Mercadante vendette la metà del castello e di Torraca a Matteo Monforte di Laurito, procuratore di Antonello e Giovanella Monforte di Laurito, figli di Biancuccia e di Tommaso Monforte di Laurito

Biancuccia Mercadante di Torraca, figlia di Andrea Mercadante di Castelluccio e, vedova di suo primo marito, Tommaso di Laurito, il 25 marzo 1392, vendette Torraca a Matteo di Monforte di Laurito. Dunque, da questi antichi documenti tratti dalla Cancelleria Angioina, pubblicati per la maggior parte da Jole Mazzoleni (…), sappiamo che famiglia dei “Mercatante” (Mercadante), era un’antica famiglia prima di Castelluccio e poi di Torraca. Ricordiamo che questa antica famiglia, diede i natali al celebre pittore Biagio Mercadante. Dunque, se la sua ava, Biancuccia Mercadante era proprietaria di Torraca perchè sposa al suo primo marito Tommaso Monforte di Laurito che aveva ricevuto dal Conte di Lauria, Francesco Sanseverino, il suffeudo di Torraca, e se la Biancuccia era la figlia di Andrea Mercadante di Castelluccio, può esserci un legame tra questa famiglia ed i Sanseverino di Lauria ? O forse il legame era più semplicemente con Tommaso di Monforte di Laurito che ebbe il suffeudo di Torraca in dono dal Conte di Lauria. Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie storiche che riguardano il feudo di Torraca in epoca Angioina ed in particolare all’epoca della Guerra del Vespro siciliano. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. La notizia riguarda in parte il casale ed il feudi di Laurito ed i parte quello (suffeudo) di Torraca, dunque anche del ‘portus’ di Sapri che all’epoca era nel territorio del feudo di Torraca. I documenti pubblicati dalla Mazzoleni e citati da Ebner (…), attestano che ai tempi di Luigi II d’Angiò, nel 1391, Biancuccia Mercatante e suo figlio Antonello Monforte di Laurito, possedessero la metà del suffeudo ed il castello di Torraca ed altri beni burgensatici e feudali (che secondo l’Ebner erano pertinenze di Policastro), proveniva dalla donazione del suffeudo di Torraca, che fece il suo feudatario, Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro. I documenti attestano e citano Biancuccia Mercatante, figlia di Andrea Mercatante di Castelluccia (Castelluccio in Basilicata ?), seconda moglie di Andrea Pellegrino di Diano e madre di Antonello Monforte figlio del primo marito Tommaso Monforte. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: Il 25 marzo 1392 Maso Valente, procuratore di Biancuccia, vedova  di Tommaso di Laurito, vendette a Matteo di Laurito, procuratore di Antonello e Giovannella di Monforte, la metà del castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti per 30 once (8).. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”, mentre nella sua nota (8), postillava che: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VII 1392 (1391) 25 marzo, XIV – Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. re a. VII”, il testo della Mazzoleni è il seguente: “Maso Valente di Diano, procuratore di Biancuccia vedova di Tommaso di Laurito vende a Matteo di Laurito, procuratore di Antonello e Giovannella di Monforte, la metà del castello di Torraca, in Principato Citra, che Biancuccia aveva in  comune con Antonello, figlio del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi, per il prezzo di 30 once.”. La Mazzoleni, per la pergamena n. VII (Pergamena n. 5) scrive ancora che: “E’ usato lo stile dell’incarnazione fiorentino. Giud. an. ‘ydiota’ Guglielmotto de Sabino in Rocca Gloriosa, not. Giovanni de Caro. Pergamena n. 5.”. Sempre la Mazzoleni (…), a p. 134, pubblica l’altro documento o pergamena del 1391 o 1392 del 25 marzo, scritto a Rocca Gloriosa che è l’atto di vendita stipulato a Rocca Gloriosa per 30 once d’oro. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dall Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VII 1392 (1391) 25 marzo, XIV – Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. re a VII.  – Maso Valente di Diano, procuratore di Biancuccia vedova di Tommaso di Laurito vende a Matteo di Laurito, procuratore di Antonello e Giovannella di Monforte, la metà del castello di Torraca, in Principato Citra, che Biancuccia aveva in comune con Antonello, figlio del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi, per il prezzo di 30 once.”. La Mazzoleni, postillava che: “E’ usato lo stile dell’incarnazione fiorentino. Giud. an. ‘ydiota’ Guglielmotto de Sabino di Rocca Gloriosa, not. Giovanni de Caro. Perg. n° 5.”. Dunque la Mazzoleni postillava che si trattava della pergamena n. 5. Sempre la Mazzoleni (…), a p. 134, riportava il documento n. VIII e scriveva che: “VIII 1392 (1391) 25 marzo, VI (sic) (XIV), Rocca Gloriosa Luigi II d’A. a. VII. – Transunto del precedente istrumento, rogato dal notaio Donato “magistri Gratiani”, e dal giudice Romano “magistri Marini”, del 14(00), 10 luglio, VIII.”, e postilava che: “Perg. n° 6”. Dunque la Mazzoleni postillava che si trattava della pergamena n. 6. Ebner, nella sua nota (54) a p. 339, postillava che: “(54) Mazzoleni Jole, Pergamene di Laurito, op. cit., p. 153.”. Secondo la Jole Mazzoleni (v. la nota (8): “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso”), la metà del feudo di Torraca (che secondo l’Ebner erano pertinenze di Policastro), proveniva dalla donazione del suffeudo di Torraca, che fece il suo feudatario, Francesco Sanseverino, conte di Lauria, che, secondo una pergamena di Laurito, l’aveva dato in suffeudo al feudatario di Laurito, Tommaso di Monforte, marito di Biancuccia Mercadante di Torraca. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Il testo della Mazzoleni per la pergamena n. VII ovvero la pergamena originale n. 6 è il seguente: “Transunto del precedente istrumento, rogato dal notaio Donato “magistri Gratiani”, e dal giudice Romano “magistri Marini” del 14(00), 10 luglio, VII. Perg. n° 6.”. Poi la Mazzoleni (…) a pp. 134 e 135 presenta anche il documento n. IX e scriveva che: “IX 1391, 25 novembre, XIV (sic) Torraca . Ludovico II d’A re a. VII.”, il cui testo della Mazzoleni è il seguente: “Matteo Signore di Laurito, quale tutore di Antonello e Giovannella, figli del defunto milite Tomaso di Monforte, signore di Laurito, e suo esecutore testamentario, fà fare l’inventario di tutti i preziosi, oggetti e beni del defunto, a garanzia della sua tutela.”. La Mazzoleni postillava che:  “Giud. an. Nicola Mainone (?) di Torraca, not. Nicola Lombardo di Turturella. Perg. n° 7.”.

Nel 4 ottobre 1397, Luigi II d’Aragona assentì e confermò la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Tortorella e del castello che passò nelle mani di Matteo Monforte di Laurito, tutore di Giovannella e Antonello (figli di Biancuccia Mercadante e di Tommaso di Monforte di Laurito) 

Jole Mazzoleni (…), a p. 127,riguardo Tommaso Monforte, Signore di Laurito, marito di Biancuccia Mercadante e padre dei due figloli Antonello e Giovannella, in proposito scriveva che: Questo castello passò poi (1397) nelle mani di Matteo, quale tutore dei nipoti, per la vendita fattagli da Biancuccia, a conclusione delle controversie (3).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Pietro Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), parlando di Torraca, a p. 664, scriveva che: Il 4 ottobre 1397 Luigi II d’Aragona, su richiesta di Matteo di Monforte, tutore di Giovannella e Antonello, figli del quondam Tommaso di Monforte di Laurito e di Biancuccia Mercadante, gli concesse l’assenso (9) e la conferma per la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Turturella fattagli da Biancuccia che lo possedeva in feudo dal conte di Lauria, Francesco Sanseverino, con l’obbligo di rispettare i doveri feudali.”. L’Ebner, a p. 665, del suo vol. II, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Ass. 4 ottobre 1397, VI, Napoli”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 135, riporta il seguente documento: “X. 1397, 4 ottobre, VI, Napoli Luigi II d’A. re a. XIV” ed il testo della Mazzoleni è il seguente: “Luigi II d’A., a richiesta di Matteo di Monforte tutore di Giovannella e Antonello, figli del fu Tommaso di Monforte e di Biancuccia Mercadante, gli concede assenso e conferma per la vendita della metà del castello di Torraca nelle pertinenze di Policastro e Turturella fattagli da Biancuccia che lo teneva in feudo dal conte di Lauria, verso il quale si devono sempre rispettare gli obblighi feudali.”. La Mazzoleni a p. 135 per il documento n. X (pergamena n. 18), postillava che: “Priv. transuntato il 1528, 14 aprile Laurito a richiesta di Ferdinando Monforte (v. n. 24). Perg. n° 18.”.

Mazzoleni, in RS.S., p. 135 (Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit. p. 135

La notizia, secondo l’Ebner (v. p. 664), si rileva da un documento di Laurito, il transunto della pergamena VIII, di Roccagloriosa, del giudice Guglielmo di Roccagloriosa e del notaio Giovanni Caso. Sempre l’Ebner (…), a p. 664 del vol. II, riferendosi a Biancuccia Mercatante, in proposito scriveva che: “….gli concesse l’assenso (9) e la conferma per la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Turturella fattagli da Biancuccia che lo possedeva in feudo dal conte di Lauria, Francesco Sanseverino, con l’obbligo di rispettare i doveri feudali.” e, a p. 665, del suo vol. II, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Ass. 4 ottobre 1397, VI, Napoli”. Ebner (…), a p. 339, del suo vol. II, di ‘Chiesa, ecc…’, parlando di Policastro, cita Biancuccia Mercadante di Torraca e, scriveva in proposito: “Il 13 ottobre 1397, a Napoli, arbitri il vescovo di Policastro, per Matteo di Monforte di Laurito, e il milite Roberto di Pantaleone, per Antonio Pellegrino di Diano, (secondo) marito di Biancuccia Mercadante (di Torraca), vedova di Tommaso di Monforte ( di Laurito, prima marito), si giunse ad un accordo circa i diritti dei pupilli di Tommaso, rappresentati da Matteo e quelli di Biancuccia rappresentati dal secondo marito (54).”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, vol. II, parlando di Policastro e postillava alla nota (54), sempre sulla scorta di Jole Mazzoleni (…): “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, a p. 102, parlando di Laurito, in proposito alle origini dei Monforte in proposito scriveva che: “Da un altro ‘Registro’ (7) si apprende che nel 1336 un ramo della famiglia Monforte si era trasferito a Laurito”e, poi scrive ancora sempre a p. 102 che: “Nel 1381 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro si riprese il villaggio di Laurito concedendolo al fratello Luigi, dal quale però lo ricomprò. Si oppose Matteo di Laurito. Il giureconsulto Matteo Arcamone riconobbe i diritti di Matteo Monforte alla successione del feudo di Laurito. Con il consenso della moglie Caterina di Celano, Francesco Sanseverino concesse il feudo ricevendone cento once in carlini d’argento come risoluzione degli obblighi feudali. Il 18 novembre 1404 re Ladislao separò (12) il villaggio di Laurito da Cuccaro. Tale separazione, però, non esentò l’antico feudatario dall’obbligo della dipendenza dai Sanseverino conti di Marsico. Infatti, nel 1448 Fancesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, confermò (13) a Jacobello di Monforte la concessione ecc..ecc..”. Jole Mazzoleni, a p. 127, riferendosi a Matteo Monforte di Laurito, zio paterno dei mancati feudatari legittimi (Antonello e Giovannella), essendo il fratello del defunto Tommaso di Monforte di Laurito, primo marito della vedova Biancuccia Mercadante: “Il Sanseverino, anzi, con il consenso della moglie Caterina di Celano, glielo dona ricevendone ecc… (1). Dieci anni dopo il feudo è diviso in due parti e l’amministrazione feudale è frazionata in due rami dei Monforte, come può seguirsi nelle vicende della complicata successione di Tommaso che nel testamento rogato nel 1390 lasciava quali eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela di Matteo per una parte del casale, mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano, riguardano solo Laurito, ma anche la successione del castello di Torraca sempre suffeudo dei Sanseverino (2). Questo castello passò poi (1397) nelle mani di Matteo, quale tutore dei nipoti, er la vendita fattagli da Biancuccia, a conclusione delle controversie (3).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Il testo della Mazzoleni per la pergamena n. VII ovvero la pergamena originale n. 6 è il seguente: “Transunto del precedente istrumento, rogato dal notaio Donato “magistri Gratiani”, e dal giudice Romano “magistri Marini” del 14(00), 10 luglio, VII. Perg. n° 6.”. Poi la Mazzoleni (…) a pp. 134 e 135 presenta anche il documento n. IX e scriveva che: “IX 1391, 25 novembre, XIV (sic) Torraca . Ludovico II d’A re a. VII.”, il cui testo della Mazzoleni è il seguente: “Matteo Signore di Laurito, quale tutore di Antonello e Giovannella, figli del defunto milite Tomaso di Monforte, signore di Laurito, e suo esecutore testamentario, fà fare l’inventario di tutti i preziosi, oggetti e beni del defunto, a garanzia della sua tutela.”. La Mazzoleni postillava che:  “Giud. an. Nicola Mainone (?) di Torraca, not. Nicola Lombardo di Turturella. Perg. n° 7.”. La Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “XI 1397, 13 ottobre, VI, Napoli, Luigi II d’Angiò re a. XIV – Sorta contea tra Antonio Pellegrino di Diano, marito di Iancuccia (Biancuccia), già moglie del fu Tommaso di Monforte, e Matteo di Monforte, tutore e balio di Antonello e Giovannella, figli ed eredi del defunto Tommaso per le doti di Biancuccia, consistenti in metà del castello di Torraca, in vari beni mobili ed immobili, nel ‘morgicap’ costituitole da Tommaso, e nella quarta, i contendenti vengono ad uno accordo per salvaguardare i diritti dei pupilli, avendo arbitri della contesa il vescovo di Policastro per Matteo e il milite Roberto de Pantaleone per Antonio Pellegrino.” . La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”.

Dal 1397 il castello di Torraca in mano a Matteo di Monforte di Laurito I ‘Quinternioni’ feudali del Regno di Napoli

(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc…..Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.

Nel 7 settembre 1404, un privilegio a Lagonegro concesso da re Ladislao

Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ notevole, per quanto riguarda la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) il Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa sai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu allora che Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li rinchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure Gaspare, che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati de’ feudi e d’ogni podestà e carica. IV. – Per l’avvenuta morte del tiranno, o meglio per la disgrazia, in cui era incorso verso il Sovrano, l’Università di Lagonegro, che si era serbata fedele alla casa di Durazzo durante le lunghe guerre civili, profittando degli eventi, chiese a Re Ladislao d’essere posta nel Regio Demanio, di dipendere cioè direttamente dalla Corona lungi da ogni dipendenza feudale. In effetti, nel 7 Settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Flacone e da Tortorella: “Sane moti devotis supplicantionibus etc…”…..”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Principato Citra”, a p. 26, nel suo cap. 3, in proposito scriveva che: “Per tutto il trecento Casaletto, casale di Tortorella, rimase probabilmente terra della Baronia di Lauria, sotto la protezione dei Sanseverino, come testimoniano anche in uno strumento notarile rogato in data 26 ottobre 1347 dal Regio Notaro Roberto Lombardo (39). Sul finire del secolo quest’ultimi presero parte allo scontro per la successione al trono del Regno di Napoli tra Luigi II d’Angiò (ramo francese) e Ladislao d’Angiò-Durazzo e che vide, nel 1399, il prevalere di quest’ultimo. Come ricorda Croce “Ladislao abbatté molte case potenti e, tratti seco a Napoli con simulata benevolenza i principali dei Sanseverino, rinnovò su questa famiglia la strage che già ne aveva fatta Federico II, e, strangolati quei prigionieri nel Castelnuovo, ordinò di gittarne i corpi in una chiesetta diruta, dove furono dati in pasto di cani” (40). I Sanseverino, che erano tra i principali esponenti dello schieramento avverso, subirono la dura vendetta del nuovo re, che si concretizzò anche con la confisca, per fellonia, della maggior parte dei feudi, tra cui la Contea di Lauria. Il 2° Conte di Lauria, Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.

Nel 1404, re LADISLAO-DURAZZO fece uccidere alcuni della famiglia Sanseverino confiscandone tutti i beni, tra cui Gaspare Sanseverino Conte di Lauria avendo loro patteggiato per Luigi II d’Angiò

Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, parlando di Diano (Teggiano), ed in particolare di Tommaso II Sanseverino in proposito scriveva che: “Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino nei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a demanio reale.” Nel 1404 vi inviò come castellano Alessandro Lanario, assicura il Mandelli, nella torre che vi aveva fatto costruire poi trasformata da re Ferrante che vi spese 80.000 ducati ecc..”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile.”. Matteo Mazziotti (…), nell’opera citata, a pp. 144-145, in proposito all’epoca della guerra tra Luigi d’Angiò e Ladislao di Durazzo, scriveva che: “All’annunzio della morte di Carlo di Durazzo la fazione Angioina, di cui era a capo Tommaso Sanseverino appartenente al ramo dei conti di Tricarico, usurpò, a nome di Luigi II d’Angiò, che era stato investito del reame di Napoli dall’antipapa Clemente, il titolo di vicerè di Napoli e trase seco contro Ladislao la sua estesa e potente parentela, tra cui i conti di Marsico e baroni di Rocca. Quindi la fiera inimicizia di Ladislao contro tutta la famiglia Sanseverino. Morto intanto nell’ottobre del 1389 il papa Urbano VI Bartolomeo Prignano oriundo di Prignano del quale avrò a parlare trattando di quel casale, e successogli Bonifacio IX, Luigi II d’Angiò venne nel 14 agosto del 1390 con numerosa flotta in Napoli solennemente ricevuto. Ne seguirono le parti, tra gli altri baroni del regno, tutti i Sanseverino con a capo Tommaso dei conti di Tricarico. La regina Maria, madre di Ladislao, convocò a Gaeta i baroni di parte sua e li indusse ad attaccare nelle loro terre i Sanseverino che restarono vittoriosi. Ladislao intanto aiutato dal nuovo papa armò un poderoso esercito e riuscì a riconquistare Napoli e, consolidatosi sul trono, pensò a vendicarsi aspramente dei Sanseverino. Fattine prigionieri in Castelnuovo 11 tra cui i fratelli, Ruggiero conte di Tricarico, Ugo conte di Potenza, Tommaso conte di Montescaglioso col figlio Guglielmo, Venceslao conte di Venosa e di Amalfi con un suo figliolo, Arrigo conte di Terranova ed altri, li fè strangolare e quindi dare in pasto ai cani. Altri Sanseverino, tra cui il conte di Nardò, il conte di Lauria ed il conte di Marsico si salvarono nel castello di Taranto (1) perdendo però tutti i loro feudi.”. Il Mazziotti a p. 145 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania’, pag. 176; Racioppi, op. cit. vol. V, pag. 188.”. Giacomo Racioppi (…) citato dal Mazziotti, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a p. 188 vol. II, scriveva che: “Usa forza e inganni contro i Sanseverino, numerosi quanto potenti. E dice uno storico: (1) “Ne fa cercare quanti ne potè avere (e furono undici) in Castelnuovo, ove gli fa strangolare, e poi gittare, nei fossi di quello, ai cani: tra i quali incarcerati fu Tommaso, conte di Montescaglioso, con Guglielmo suo figliolo; Vincilao, conte di Venosa e di Amalfi, Melito e Belcastro; Arrigo, conte di Terranova; Gaspero, conte di Matera, e Ruggiero conte di Tricarico, primogenito del Duca di Venosa con tre suoi fratelli. Alcuni di questi ultimi furono ritenuti prigioni. Gli altri Sanseverino, il conte di Nardò, il conte di Lauria, il conte di Marsico, fuggendo s salvarono nel Castello di Taranto.” E questa fu la seconda persecuzione dei Sanseverino (conclude lo storico stesso), essendo stata la prima a tempo dei re Svevi. Mandò ad occupare i loro Stati per la Basilicata e per la Calabria; e dove trovò resistenza pose assedio e prese d’assalto.”. Sempre il Racioppi, a p. 188 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nell’anno 1404. Summonte, pag. 535 e con qualche variante dei nomi in altri scrittori. – Conf. Tonsi, ‘Historia Monst. Montiscav.’ 105, e Gatta, Memorie della prov. della lucania, 1732, 176.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto sul casale di Caselle in pittari e riferendosi ad Americo Sanseverino, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco (…) a p. 102 nella sua nota (134) postillava che: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combattè duramente i Sanseverino che gli si erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, di Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco (…) sulla scorta di Ebner cita le stesse notizie nel suo “Il Cervato conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre Comuni (1845-1899)”, che stà nella rivista Euresis’, vol. X, a p. 156 e s., rivista edita dal Liceo T. Cicerone di Sala Consilina, in proposito a p. 159 scriveva che: “La lotta tra durazzeschi ed angioini divampata fra XIV e XV secolo mutò per la prima volta lo stato delle cose. Ladislao di Durazzo, infatti, sottratti ai Sanseverino tutti i loro feudi, progettò una delimitazione dei confini di quelli situati lungo la fascia pedemontana del Cervato (8).”. Il Fusco a p. 159 nella sua nota (8) postillava che: “(8) idem vedi nota 134”. In questa nota (8) però il Fusco postillava di “P. Cantalupo-A. La Greca, Storia delle Terre del Cilento antico, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I, p. 238.”. Il Fusco nel libro su Casaletto nella sua nota 134 postillava  “ivi, p. 59 e nota 8″, ma vi è un errore di stampa in quanto a p. 59 non si parla di quella orrenda strage. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “E’ notevole, per quanto iguara la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia tra i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era a capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa dai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu che allora Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li racchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage,  enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure ‘Gaspare’ che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati dè feudi e d’ogni podestà e carica.”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, Carlo Pesce, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che Ladislao uscì vincitore dalla contesa e prese il Regno di Napoli ed in tale occasione nell’anno 1404 “…. scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie.”, dunque perdonò tutti i Sanseverino che si erano a lui ribellati o che avevano combattuto a favore di Luigi d’Angiò. Il Pesce (…), a p. 209, continuando il suo racconto sulla storia di Lagonegro, pubblicò il testo integrale un prilegio concesso da Re Ladislao alla città di Lagonegro. Il Pesce scrive che il documento è stato smarrito ma fu pubblicata la sua trascrizione integrale dal Falcone (…) e dal Tortorella (…), due studiosi locali del 1800. Si tratta di un documento che porta la data del “7 settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Falcone e da Tortorella: “Sane moti devotis ecc..ecc.”.“.

Nel 3 settembre 1406, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, da re Ladislao d’Angiò-Durazzo

Benedetto (o Betto) de Principato, noto come Betto da Lipari (Lipari, XIV secolo – XV secolo), è stato un nobile, condottiero e ammiraglio italiano, conte di Policastro. Appartenente al ramo siciliano della famiglia dei Principato, fu legato per tutta la vita agli Angiò-Durazzo, sovrani del Regno di Napoli. Il 3 settembre 1406 il Re Ladislao d’Angiò-Durazzo gli donò la Contea di Policastro[1] e dopo la presa di Roma, avvenuta nel 1409, lo creò castellano di Castel Sant’Angelo[2]. Nell’ottobre dello stesso anno Betto si scontrò con Paolo Orsini in Vaticano. Questi passato dalla parte degli angioini contro i Durazzo, nel tentativo di riprendere Roma, attestatosi a Castel del Valca, irruppe in Vaticano con 300 lance e 200 fanti, bruciò la porta dell’ospedale di Santo Spirito e nella battaglia riuscì a catturare alcuni armigeri[3]. Definito dallo storico Angelo di Costanzo «eccellente nelle guerre di mare»[4], il 19 maggio 1411, schierato nell’esercito di Ladislao, prese parte alla fallimentare battaglia di Roccasecca, venendo fatto prigioniero[5]. La battaglia si svolse il 19 maggio lungo le rive del fiume Melfa e durò dai vespri fino a notte fonda[4]. Ladislao fece vestire con vesti reali Sergianni Caracciolo e altri sei condottieri del suo esercito e ciò non bastò a disorientare le truppe nemiche che grazie alle schiere di Muzio Attendolo Sforza riuscirono a compiere un’ampia mossa aggirante e a sopraffarlo[5]. L’esercito di Ladislao fu quindi scompaginato e il sovrano napoletano giunse con altri fuggitivi alle tre di notte a piedi a Roccasecca, dove riuscì a procurarsi alcuni cavalli e a rifugiarsi e barricarsi con essi a Cassino, all’epoca denominata San Germano[6]. I soldati di Luigi catturarono 400 cavalieri nemici, tra cui Angelo Simonetta, Antonio Acquaviva, Ardizzone da Carrara, Baordo Pappacoda, Bartolomeo da Pirano, Betto da Lipari, Braga da Viterbo, Conte da Carrara, Daniele da Castello, Nicola di Vitolo, Nicolò da Celano, Obizzo da Carrara, Ottino Caracciolo, Ottino de Caris, Perdicasso Barile, Pietro “Camiso” Barile, Raimondo Origlia, Restaino Cantelmo e Sergianni Caracciolo, che per riottenere la libertà furono costretti ad autoriscattarsi per alte somme[4]. Liberato dietro riscatto, partecipò all’occupazione dell’Umbria e dello Stato Pontificio, durante la quale vinse con l’ingegno uno scontro militare lanciando sui nemici dei carciofi al posto delle normali munizioni, che erano state esaurite, ragion per cui la sua famiglia in memoria di tale episodio inserì nel proprio stemma tale ortaggio[6]. Era sempre con Ladislao quando questi convalescente fu riportato via mare a Napoli, dove morì quattro giorni dopo il suo arrivo, il 6 agosto 1414. Poco prima di morire, il sovrano aveva affidato a Betto, «suo fidatissimo famigliare»[7], la custodia dei traditori Paolo ed Orso Orsini[8].

Nel 1414, Ladislao I, concesse il feudo di Caselle a Guarrello Orilia

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (134) postillava che la notizia era tratta da: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combatté duramente i Sanseverino che gli erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, d Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (135) postillava che la notizia era tratta da: “(135) ASN., Fondo “Cappellania Maggiore”, vol. 683 etc., inc., n. 2″. Non mi ritorna quanto invece scriveva Carlo Pesce in proposito. L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”.

Nel 1414, muore Ladislao I di Durazzo

Ma i progetti dell’ambizioso sovrano erano destinati a non realizzarsi mai. Colpito da una malattia, re Ladislao I rientrò a Napoli, dove morì il 6 agosto 1414 all’età di appena 38 anni. In molti hanno sollevato il dubbio che la sua morte non sia avvenuta per cause naturali, bensì per avvelenamento, messo in atto da Firenze per liberarsi della sua minaccia. In realtà, si sa che la morte fu dovuta a una malattia infettiva dell’apparato genitale (forse alla prostata), causata dalle abitudini sessuali dissolute e promiscue. Con la sua scomparsa, senza lasciare eredi, la corona di Napoli passò alla sorella Giovanna, che regnò fino alla morte, nel 1435, ultima sovrana della Casa d’Angiò di Napoli. L’imponente monumento sepolcrale nella Chiesa di San Giovanni a Carbonara, fatto erigere dalla sorella Giovanna, ne custodisce le spoglie.

1414 –  GIOVANNA II D’ANGIO’-DURAZZO E IL REGNO DI NAPOLI

Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.

Nel 1416, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, Rivello, Lagonegro e Lauria dalla regina Giovanna II di Napoli

Nel 1416 la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo gli concesse i feudi di Lagonegro, Lauria, Rivello e Tortorella e l’anno successivo (1417) lo ammise tra i baroni del suo Consiglio. “Barone ricco”, più volte prestò ingenti somme alla Corona. Betto era anche proprietario di galee da guerra, a cui la Regina Giovanna ricorse più volte, come nel 1420, quando dovette fronteggiare il rivale Luigi III d’Angiò-Valois (11). Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato, vescovo di Policastro, fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto di Principato (12) e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 210 e ssg., in proposito scriveva che: “Restò questa volta Lagonegro nel regio demanio dieci anni solamente, poichè, morto Ladislao nel 1414, e succedutagli nel trono di Napoli la sorella Giovanna II, costei, volendo mostrarsi generosa e magnanima, liberò i prigionieri e perdonò e reintegrò tutti i ribelli puniti da Ladislao. Fra questi fuvvi ‘Francesco Sanseverino’, figlio di Gaspare, al quale fu ridonata la Contea di Lauria e con essa l’Utile dominio di Lauria.”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: “Il 2° conte di Lauria Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404. Nel 1416 il feudo di Tortorella, insieme a quello di Rivello e ai castelli di Lagonegro e di Lauria fu venduto dalla regina Giovanna II al fidato conte di Policastro Betto de Principato (41). Dopo la morte di Betto la contea di Policastro fu ereditata dalla figlia, Polissena de Principato, che sposò il conte di Concurre e Agnate Arteluche d’Alagonia, il quale divenne quindi anche conte di Policastro. Nel 1443, con la caduta della dinastia angioina, il conte di Policastro e la consorte seguirono in esilio il re Roberto d’Angiò. Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino etc….”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federico Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.

Nel 1418, il feudo di Policastro era posseduto da Carlo Carrafa

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, nel vol. I, a pp. 539-540, parlando di Policastro (attuale Policastro Bussentino), in proposito scriveva che: “Il feudo nel 1418 era posseduto da Carlo Carrafa (14), feudo confermato da re Ferrante nel 1461 che lo rivendette poi nel 1465 (ducati 5000)) al suo primo ministro Antonello de Petruciis, ecc…ecc…”. Ebner, a p. 539, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Reper. Quintern., ff 158-161: come appare in Archivio Regiae Diclae in Registro Ioanne scindae f. 262. Conferma (‘cum hominibus, vaxallis, iuribus’ ecc.. a Bartolomeo Carrafa da parte di re Ferrante nel 1461 (‘Quintern. div. 2° p. 856).”. Sui Sanseverino e sui Carafa ha scritto anche Carlo Pesce (…), nella sua ‘Storia della città di Lagonegro’. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 408, parlando del casale e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Ma già dopo il 1417, approfittando dell’infermità dell’abate pro-tempore, il vescovo della diocesi avocò la giurisdizione spirituale del casale e, contemporaneamente, il feudatario di Policastro usurpò quella temporale di S. Giovanni a Piro ad abbatiam ipsam pertinens (…) et occupatus tenet fructus et redditibus”.

Nel 26 ottobre 1422, la regina Giovanna I d’Angiò istituì la commissione davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli per giudicare il Conte di Lauria

Sempre riguardo l’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, popo aver detto del Laudisio (…) e delle notizie intorno a Roberto il Guiscardo, scriveva che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Il Di Luccia (…), postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”Il Laudisio (…), citava il Marino Freccia (…), ovvero il suo: “De subfeudis”, in “dè Origine Baronum”,

Freccia Marino, subfendis, Abbati, foglio (pagina) 26, n. 28

(Fig…) Marini Frecciae, op. cit., p….

Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo commissionò una sua lettera in cui ordinava “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”

Nel 26 agosto 1422, la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo conferma a Policastro diversi privilegi (scrive il Cataldo), mentre il Di Luccia afferma essere un ordinanza per la restituzione dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria

Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, nel Cap. IV, parlando del “III Stato di S. Giovanni a Piro – ove si discorre della sua Spirituale Giurisdizione”, sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, riportava il passo del documento scritto al tempo del Petrucci e scritto dalla Commssione della Regina Giovanna, il 26 agosto 1442 e a p. 76, in proposito scriveva che: “…,  donde poi è venuta la totale perdida della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra, conforme si cava dal tenore delle infrascritt lettere, quando anche si considera che il Vescovo di Policastro incominciò ad usurpare la Giurisdizione Spirituale suddetta in congiuntura, che il Padre Nicola Abbate della nostra Abbadia fù assunto al detto Vescovato, come vuole l’Ughellio nel tomo 7. della sua Italia da noi addotto di sopra e ne prese la cura per l’infermità del Abate suo successore, come si cava da commissione data dalla Regina Giovanna Seconda sotto il 26. Agusto 1422. al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, che così ne parla: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”.

di-luccia-p-761.png Di Luccia, p. 77 (Figg…) Di Luccia (…), pp. 75-76-77 e s. Il Di Luccia (…), a p…. scrive che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, commissionò “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. 77, cita l’antico documento del 26 agosto 1422 con cui la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, ( il Cataldo scrive che con tale documento concedeva dei privilegi alla città di Policastro e scriveva che detto documento era tratto da: “conforme più ampiamente si vede dal fogl. 97. e 98. del Processo del 1567. del S.R.C. per l’atti di Caro più volte da noi addotto.”), mentre il Di Luccia (…), lo riporta scrivendo che con tale documento la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo diede la commissione “al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, ecc…”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. …riporta il documento del 26 agosto del 1442, in cui, la regina Giovanna II d’Angiò Durazzo, scriveva al Giustiziere del Regno che doveva far restituire i frutti ed i benefici della chiesa di Policastro usurpati dal Conte di Lauria. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo.Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”. In questo caso però devo segnalare che sul dattiloscritto del Cataldo a p. 44 vi è un errore di trascrizione in quanto non si tratta di un documento del 26 agosto 1442 ma del 26 agosto 1422. Infatti, sempre il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a pp. 134 e seg. riporta il documento del 26 agosto 1422 e scriveva in proposito: “E) – Privilegi concessi alla Città di Policastro da Giovanna II° d’Angiò – Durazzo, Regina di Napoli nell’anno 1422. – “Joanna Secunda Regina, cum Magnifico Viro Mag.ro Rust.lio Regni nostri Siciliae, eiusque ecc…”, di cui a p. 138, alla fine del documento, il Cataldo scrive che: “Dato nel Borgo di Castiglione di Gaeta per mano del Magnifico Cristoforo Gaetano Soldato Luogotenente e Protonotario del Nostro Regno di Sicilia per mezzo dell’affine Collaterale Consigliere e nostro diletto fedele, l’anno del Signore 1422, il giorno 26 del mese di agosto, 15° indizione, anno nono del nostro regale = Angelillo = Io Annibale De Masto Giudice Archivista Regio sottoscritto.”. Sempre il Cataldo in proposito al documento del 1422 scriveva che: “Questo documento antico del sec. XV contiene i privilegi reali concessi alla Città di Policastro, al Vescovado e alla Chiesa Cattedrale, in grazia dei quali tutti i beni ecclesiastici e loro legittimi possessori andavano difesi dagli abusi, violenze e prepotenze dei vari Conti di questa Città, che ne soffriva da tempo immemorabile. Di questo ufficiale documento furono stese varie copie negli anni e nei secoli successivi, perchè fossero conosciute ed attuate dai Signori feudatari. Fra le più note ricordiamo quella spedita, “da mandato regio”, il 26 febbraio 1547 da Lattanzio Cacciatore di Napoli, dietro intimazione del Reg. Port. Giovanni Battista Castelletto del I° marzo 1547 al M. Marco Antonio Pisciolo, ben ricevuta ed accettata secondo la testimonianza di Girolamo Certa.”. Poi il Cataldo, prosegue il suo racconto sulle cause intentate dal vescovado contro i conti Carafa e di Lauria nel secolo XVI. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Dal Di Luccia (…), inoltre si rileva che, il documento in questione è stato tratto dal Processo di de Caro del 1567 di cui parlo in un altro mio scritto che riguardava i Conti Carafa. Nel 1430, Nicola Principato Vescovo di Policastro

Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato (… – …; fl. 1430-1438) è stato un vescovo cattolico italiano della diocesi di Policastro. Fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto de Principato fu vescovo di Policastro dal 1430 al 1438 (12), e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Nicola Principato fu nominato vescovo di Policastro nel 1430. Di lui si sa solo che, con il consenso del capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò l’amministrazione della parrocchia di Santa Barbara di Rivello alla chiesa madre della stessa città (….). Wikipedia nella nota (1) postillava: “(1) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della diocesi di Policastro, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1976, p. 76″. Wikipedia alla nota (12) postillava: “(12) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, p. 76.”. Il sacerdote Giovan Battista Pacichelli (….), , nel 1701, nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che: “Vasta però è la Diocesi, diffusa in 24 Terre, delle quali molto nobile, e illustrata fù dalla Porpora Cardinalizia, in persona della mem. glor. del ‘Cardinal Brancati’, è quella di Lauria, che non invidia qualche Città: alla quale dell’honore segue Rivello, che apre due Parrocchie, l’una di Cerimonie Greche, l’altra di Latine, giunta la mischianza non confusa delle Anime. Vi hanno ancor luogo Badie Concistoriali, dipendenti dalle Basiliche, Vaticana, e di Liberto.”. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro etc…”, a p. 76 (vedi Sinossi a cura di G.G. Visconti), in proposito scriveva che: “XV. Nicola Principato, nominato vescovo di Policastro nel 1430. Questo vescovo, con il consenso del Capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò anche l’amministrazione dell’altra parrocchia dedicata a S. Barbara, pure di Rivello, alla chiesa madre della stessa città.”.

Nel 1435, muore Giovanna II d’Angiò – Durazzo

Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.

Dal 1435 al 1432, Renato di Valois-Angiò

Renato di Valois-Angiò, noto come Renato I di Napoli, detto il Buono (Angers, 16 gennaio 1409Aix-en-Provence, 10 luglio 1480), fu Duca d’Angiò e Conte di Provenza e di Forcalquier dal 1434, Duca di Bar dal 1430, e Duca di Lorena dal 1431 al 1453 come consorte di Isabella di Lorena. Fu anche Re di Napoli dal 1435 al 1442, anno della sua deposizione e cacciata dal Regno per mano di Alfonso V, re d’Aragona. Fu inoltre Re titolare di Gerusalemme dal 1438, Re titolare d’Aragona (con incluse Sicilia, Sardegna, Maiorca e Corsica) dal 1466, e, dopo la sua deposizione, anche Re titolare di Napoli dal 1442. Suo fratello Luigi III era stato designato come erede del Regno di Napoli dalla regina Giovanna II, ultima degli Angiò-Durazzo; tuttavia questi morì prima della regina, nel 1434, e tutti i titoli passarono a Renato. Fu per questo motivo che Renato divenne il primo, ma anche l’ultimo, re di Napoli della dinastia dei Valois-Angiò.

Nel 1455, Torraca, la sua popolazione ed il suo territorio in epoca Aragonese

Secondo Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura dei Baroni’, a p. 39, in proposito all’epoca aragonese scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV sec., Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che venivano tassati.”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), che nel 1445 Francesco Sanseverino era duca di Scalea, 3° Conte di Lauria e signore di Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Verbicaro, Trebisacce, Laino, Orsomarso. A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria:

Liber Focorum ... (Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova

Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Dunque, secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della conte dei Sanseverino di Lauria. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Sicuramente i 40 fogli manoscritti, conservati a Genova, costituivano il registro generale della Numerazione, mentre tutte le numerazioni comunali sono andate perdute. Queste 40 pagine manoscritte sono state, ignorate per secoli. Solo nel 1979 è stata pubblicata ”La popolazione del Regno di Napoli a metà quattrocento (Studio di un focolario aragonese)” da Giovanna Da Molin, attualmente professore ordinario di Demografia Storica e Sociale e di Storia Moderna nell’Università di Bari mentre un’altra pubblicazione è stata edita nel 1986 “Mezzogiorno e demografia nel secolo XV” di Fausto Cozzetto, attualmente professore associato di Storia Moderna nell’Università di Calabria. Dal momento che per alcune terre sono riportati due dati il primo indicato come “erat” (era), l’altro come “est” (è), sembra che  il documento citi con “erat” i dati del 1443 e con “est” quelli del 1447, periodo in cui regnava a Napoli Alfonso I d’Aragona, detto il Magnanimo, che nel 1443 ordinò che fosse eseguita la prima delle numerazioni dei fuochi. Nel documento sono riportate tutte le Terre (città e casali, anche quelli abbandonati), tutte le province del regno, tutti i feudi con relativi possessori,  le diocesi, le arcidiocesi, il numero dei fuochi e la tassazione. Il Malamaci però, sulla scorta del Gaetani si ferma al secolo XVI quando si hanno notizie dei baroni di Torraca che acquistano il feudo o il suffeudo. Stessa cosa devo dire per Pietro Ebner (…), che nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Torraca all’epoca Aragonese non riporta significative notizie. Oltre alle notizie demografiche della popolazione di Torraca e del suo territorio per l’epoca aragonese riportate dal Mallamaci sula scorta del ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova, notizie di Torraca, del suo territorio e del porto di Sapri, si hanno a partire dal 1500 in poi. Tuttavia, una notizia che riguarda il territorio saprese incluso nel suffeudo di Torraca all’epoca post-angioina e della metà del ‘400 è quella della citazione di un cimitero di fanciulli a “S. Fantino“, grancia dell’Abbazia di S. Giovanni a S. Giovanni a Piro, una grancia oggi scomparsa ma che probabilmente esisteva nel territorio saprese anche grazie alla presenza del porto da cui partivano le barche per i traffici dei monaci dell’Abbazia. La citazione viene nell’art. 41 degli Statuti del 1466 dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro redatti dall’allora Abate Commendatario dell’Abbazia Teodoro Gaza nel 1466. L’articolo n° 41, forse è uno di quelli aggiunti dagli altri abbati commendatari proprio in epoca aragonese. Oltre a questa notizia di cui parlo innanzi vi è l’altra dell’anno 1481 della bolla vescovile di Gabriele Guidano che concesse la costruzione di una cappella nel teritorio saprese allora unito a quello di Torraca.

Nel 17 febbraio 1443 (?), Alfonso I d’Aragona nominò Americo Sanseverino conte di Capaccio e di tutti i feudi

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore. Oltre Capaccio, possedeva pure Acquara, Castelluccia, Camutta (Camerota?) con i suoi casali, Laurino, Magliano, Sacco, Trentinara, Caselle, Monteforte, Padula, Buonabitacolo, Manginario, Controne, Campora, Casalnuovo, Montesano e Sanza. Il 20 novembre 1441 Americo definì i confini dello “stato” di Laurino ecc…ecc…..Sposò Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (30) postillava che: “(30) L’inedito privilegio è stato pubblicato nel mio ‘Economia e società’, cit.,  II, p. 212 sgg.”. Devo però precisare che Pietro Ebner (…), riferendosi ad Americo Sanseverino, nell’atribuire l’evento in cui egli dice che Americo venne creato Conte di Capaccio, scrivendo pure Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore.” erra in quanto re Alfonso I d’Aragona diviene re di Napoli solo nel 1442 e non nel 1433. Infatti, Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, sulla scorta dell’Ebner (…), a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. ….L’anno prima che Amerigo fosse nominato Conte di Capaccio iniziava la dominazione Aragonese (1442-1504) nel Regno di Napoli. Uno dei primi atti della nuova dinastia fu il primo censimento generale del Regno (1443) basato sui ‘fuochi’ ecc..ecc..”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (127) postillava che la notizia era tratta da: “(127) P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., II, p. 82”. A chi dobbiamo credere, a Ebner che scrisse che Americo Sanseverino venne creato Conte di Capaccio nel 17 febbraio 1433 o al Fusco che dice che Americo Sanseverino venne creato Conte di Capaccio un anno dopo che Alfonso I d’Aragona diviene re di Napoli, ovvero nell’anno 1443 ?.E’ molto probabile che abbia ragione il Fusco in quanto forse la notizia tratta dall’Ebner (…)è errata a causa di un errore di stampa. Credo che Americo Sanseverino sia stato nominato Conte di Capaccio da re Alfonso I d’Aragona nel 1443. Dunque, la notizia delle date di successione dovrebbe essere ulteriormente indagata e precisata. Scrivendo la notizia, Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (30) postillava che: “(30) L’inedito privilegio è stato pubblicato nel mio ‘Economia e società’, cit.,  II, p. 212 sgg.”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo ‘Economia e società etc..’, a pp. 210-211-212, cita e ci parla delle n. 3 copie di questo privilegi concessi da Americo Sanseverino all’Università di Laurino e degli ‘Statuti di Laurino. Ebner a p. 211, in proposito scriveva che: “Per gentile concessione del sindaco di Laurino, dr. Giovanni Pesce, ho potuto trascrivere l’importante inedito privilegio di Americo Sanseverino, esistente nell’archivio municipale, la cui stesura pare sia da porsi al 20 novembre 1441, V indizione. Un documento notevole ecc..ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc…’, a p. 210, parlando del Casale di Laurino, cita e parla di Americo Sanseverino ed in proposito ripete le stesse notizie ed errori di stampa contenute nel suo ‘Chiesa, popoli e baroni del Cilento etc..’. Infatti, l’Ebner, riguardo Americo Sanseverino, in poposito scriveva che: “Continuò ad essere posseduto dai Sanseverino, tra cui Tommaso, signore di Padula, e per successione Americo. Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo fu creato (27-2-1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore.”. Dunque anche in questo caso riscontriamo una discordanza di date in quanto quì scrive 27 febbraio 1433 mentre nell’altro testo scrive 17 febbraio 1433. Ritengo che in Ebner vi fossero degli evidenti errori di stampa. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stestesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Infatti, il Fusco, nella sua nota (131) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico). da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Ma quando morì Americo Sanseverino ?. Quando successe alla sua morte il figlio Gaspare che morì nell’anno 1468 ?. Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, riferendosi ad Americo Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe Gaspare che morì, per cui il passaggio dei beni al fratello ecc…”.

Nel 20 luglio 1436, GIOVANNI SANSEVERINO, figlio di Luigi e fratello di Tommaso VII le Contee ed feudi concessigli da Alfonso I d’Aragona

Giovanni Sanseverino, dopo la morte del fratello primoenito Tommaso IV, figli entrambi di Luigi Sanseverino e di Caterina Sanseverino, nel 20 luglio 1436, ai tempi della contesa con Renato d’Angiò, successe nei feudi lasciati dal padre Luigi con un privilegio concessogli da re Alfonso I d’Aragona. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad un ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”. Il Mazziotti (…), a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ventimiglia, op. cit., pag. 180”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 148, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Le contee di Sanseverino e di Marsico con la baronia del Cilento erano, per la morte di Luigi Sanseverino, passate al suo figliuolo primogenito Tommaso che in un diploma del tempo si intitola conte di Marsico signore di Sanseverino e della Baronia del Cilento. Egli avea tolto in moglie Emilia Capece da cui ebbe una sola figliuola, Diana, che andò poi sposa al conte Ardizzone. Un diploma della Regina Giovanna II stabiliva che le donne di casa Sanseverino non potessero succedere nei beni feudali quando vi fossero figli maschi della stessa prosapia. A tenore di tale disposizione, allorchè morì Tommaso Sanseverino, il re Alfonso d’Aragona con diploma del 20 luglio 1436 da Teano concesse i feudi di Marsico, di Sanseverino, le terre, ed i castelli di Agropoli e di Castellabate a Giovanni Sanseverino fratello secondogenito di Tommaso, fidando così di averlo devoto nella contesa con Renato d’Angiò. Però avendo saputo dipoi che nonostante quelle concessioni, non avea mantenuta la fede promessa, con un altro diploma del 1438 da Buccino assegnò invece a Diana i feudi lasciati dal padre di lei. Anch’essa però si rese ribelle ad Alfonso secondando Renato d’Angiò; sicchè venne dichiarata decaduta da tutti i suoi beni, quali furono devoluti alla Corona (1).”. Il Mazziotti a p. 149, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Questi fatti si desumono da un diploma di Alfonso I del dicembre 1450 pubblicato dal Ventimiglia. ‘Dif. Stor. Diplom., fol. LXVII”. Sempre il Mazziotti, nella sua nota (2) a p. 149, postillava che: “(2) Ventimiglia, ‘Il Cilento illustrato’.”. Scrive ancora il Mazziotti, nel suo cap. 6 – Periodo Aragonese – di Giovanni Sanseverino e della sua successione a p. 150 e s.: “I. Nel parlamento generale indetto dal re Alfonso in Napoli nel 28 febbrai 1443 intervennero, fra gli altri baroni, Raimondo Orsini principe di Salerno e conte di Nola, Giovanni Sanseverino conte di Marsico e barone del Cilento ed Amerigo Sanseverino conte di Capaccio. Venne allora stabilita l’abolizione di ogni antica tassa ecc…ecc……Giovanni Sanseverino conte di Marsico, barone di Rocca e vicereggente della provincia di principato, nel dicembre del successivo anno 1444 essendo gravemente imfermo fece testamento (1). Legò al figliuolo primogenito Luigi i feudi di Marsico, di Sanseverino, di S. Giorgio e di Diano, il castello di Salerno, il casale di Agropoli e la terra ed il Castello dell’Abate con l’obbligo però ‘sub pena maledictionis suae’ di pagare per quest’ultimo feudo il vescovo di Capaccio ecc… Dette a Roberto e a Barnaba, altri suoi figliuoli, la baronia della Rocca e varii feudi, su alcuni dei quali godeva l’usufrutto sua madre Caterina Sanseverino ancora vivente. Assegnò una dote di 12 mila ducati alla figliuola Sveva, e poichè in quel tempo la moglie era incinta, legò vari beni a prò del nascituro stabilendo che se fosse maschio, come infatti avvenne, dovesse avere il nome di Galeazzo. Donò sua nipote Diana, figliuola del suo fratello defunto Tommaso, una dote di ducati 12 mila con la condizione però che dovesse rinunciare ad ogni ragione su le contee di Marsico e di Sanseverino. Tra gli altri legati lasciò ducati venti alla chiesa di S. Francesco del Cilento. Diana non si contentò del legato, ed alla morte dello zio mosse in giudizio contro i cugini i quali invocarono a proprio favore il privilegio, con cui la regina Giovanna II aveva ordinato che la famiglia Sanseverino, per i beni feudali, non potessero succedere le donne quando vi fossero maschi della medesima famiglia. Il re Alfonso, attendendosi a tale privilegio, con diploma del 22 dicembre del 1450 da Torre Ottava, essendo intanto morto Luigi senza figli, confermò a favore di Roberto e degli altri due fratelli le contee di Marsico e di Sanseverino, la baronia di Rocca e i feudi di Agropoli e di Castellabate, restando per quest’ultimo però impregiudicata la lite tra il conte Roberto e la badia di Cava (1, p. 152). II La potenza di Casa Sansseverino crebbe grandemente nel regno di Ferdinando d’Aragona successo a suo padre Alfonso nel 27 Giugno 1458.”. Il Mazziotti (…) a p. 151, nella sua nota (1) postillava come di seguito: “(1) Pubblicato dal Ventimiglia, DIf. Stor. Diplom., Appendice, Doc. XV, fol. LV.”. Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando del casale di Tortorella e, riferendosi a Tommaso III Sanseveino in proposito scriveva che: Tommaso muore a Sanseverino il 27 aprile 1358 e sepolto nella chiesa di Sant’Antonio dei frati minori, successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Il Montesano si riferiva ai due fratelli Roberto e Barnaba (“Bernardino”) Sanseverino, figli del defunto Giovanni. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 418 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, nella nota (3) postillava che: “Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), ecc…ecc….(vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), ecc….ecc….Degli angioini ecc…ecc…ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).”. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) ……Da costui Tomaso (VIII conte di Marsico) morto senza eredi, per cui gli successe il nipote Giovanni che sposò Giovanna di Sanseverino (aveva avuto in dote la baronia di Diano) alla quale re Ferrante (a. 1463) concesse l’omnimoda giurisdizione di Diano, S. Arsenio e S. Pietro (ASN, Conc. ragion., Cautele f. 81 sg.). A Giovanna successe Luigi o Lodovico che morì, per cui il passaggio a Roberto (XI conte) che sposò Raimonda del Balzo, figlia di Gabriele, duca di Venosa. Roberto fu il principe di Salerno (+1474) al quale seguì Antonello che nel 1497 ottenne (si era ribellato e poi si era chiuso nel castello di Diano) di uscire dal regno con la famiglia e i suoi partigiani. I beni passarono alla Real Corte. Ferdinando il Cattolico concesse poi la baronia di Diano a D. Prospero Colonna (Giliberti, p. 26) ma nel 1506 il figliuolo di Antonello, Roberto, riebbe tutti i beni confiscati. Gli succedette Ferrante, ultimo principe di Salerno perchè ribelle. Nel 1555 la real corte vendette Diano al principe di Stigliano con patto di ‘retrovendendo quantocunque'”. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino…….Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”.

Nel 1443, FRANCESCO SANSEVERINO, figlio di Gaspare Sanseverino, 3° conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro

Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), e soprattutto della cronaca del Summonte (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, riferendosi al regno di re Ladislao I, in proposito scriveva che ai tempi delle lotte accanite tra Ladislao e Luigi II d’Angiò scoppiò una ribellione ed in quella occasione Ladislao nell’anno 1404, accortosi dei fatti fece imprigionare  11 ribelli dove fra essi risultava essere secondo il Summonte anche Gaspare Sanseverino che viene annoverato come Conte di Matera ma il Summonte suppone essere il Conte di Lauria e l’utile Signore di Lagonegro. Secondo il Pesce, ai tempi di Re Ladislao, nel 1403, il conte di Lauria era Gaspare Sanseverino. Non mi ritorna la cronologia dei feudatari di Carlo Pesce (…). L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Ilaria di Lauria e Arrigo Sanseverino, dal 1350 al 1400; Gaspare Sanseverino, dal 1400 al 1404; Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”. Scrive sempre il Pesce (…) a p. 210 che: “Succedutagli nel trono di Napoli la sorella Giovanna II, costei, volendo mostrarsi generosa e magnanima, liberò i prigionieri e perdonò e reintegrò tutti i ribelli puniti da Ladislao. Fra questi fuvvi ‘Francesco Sanseverino’, figlio di Gaspare, al quale fu ridonata la Contea di Lauria e con essa l’utile dominio di Lagonegro.”. Sempre il Pesce (…) a p. 210, riferendosi agli avvenimenti successivi al reame di Giovanna II di Durazzo, scrive che nel 1423, la regina adottò Luigi d’Angiò avversario di Alfonso di Aragona e, “In tal guisa gli odii ed i partiti nel regno si scissero e s’infiammarono nuovamente, e poichè i Sanseverineschi eransi mostrati avversi e ribelli alla Regina, e fra essi eravi Francesco, il Conte di Lauria, costui fu pure privato dei feudi. Ebbe allora Unità di Lagonegro altro diploma di privilegi da Giovanna II in Aversa nel 4 settembre 1427, riportati così dagli storici patrii: “Che volendo essa Regina usar clemenza coi suoi fedeli e diletti vassalli ecc…”. Sempre il Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 212, in proposito a Francesco Sanseverino scriveva che: “Stette così Lagonegro, forse per 16 anni, nel Regio Demanio, ma, in seguito, salito sul trono di Napoli nel 1442 Alfonso I, detto il Magnanimo, costui confermò, pare nel 1443, la Contea di Lauria, allo stesso Francesco Sanseverino, il quale ebbe per moglie Elisabetta Caracciolo. Tuttavia questi, riferisce il Summonte, nel 1451 si mostrò disubbidiente al Re per non aver voluto permettere che ‘si facessero certe lance (?) le quali dovevasi unire nel territorio di Lauria, onde fu sottoposto a giudizio dei suoi pari, ma non risulta che gli sia stata inflitta alcuna pena, perchè non fu privato del suo feudo, che continuò sotto la sua dipendenza e dei suoi successori, come si dirà nel capitolo seguente.”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino. Il figlio del povero Gaspare, Francesco, che si era schierato apertamente con Alfonso d’Aragona, riuscì a recuperare la maggior parte delle terre tolte dai D’Angiò-Durazzo al padre. Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), che nel 1445 Francesco Sanseverino era duca di Scalea, 3° Conte di Lauria e signore di Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Verbicaro, Trebisacce, Laino, Orsomarso. A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria:

img_7831.jpg (Fig…) Montesano Nicola (…), op. cit., p. 27

Dunque, il Montesano cita il (Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova, il fol. 50, (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria anche Torraca, il suo suffeudo e territorio, dunque anche Sapri ed il suo porto. Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Dunque, il Montesano cita il (Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova, il fol. 50, (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria anche Torraca, il suo suffeudo e territorio, dunque anche Sapri ed il suo porto. Dunque, secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della conte dei Sanseverino di Lauria. Anche in questo caso non mi ritrovo con le date e dunque la notizia intorno a Gaspare Sanseverino e suo figlio Francesco dovranno essere uleriormente indagate. Il Montesano a p. 27 (v. fig…), scrive che per Torraca è scritto: “Turturella cum casalibus (foc. CCLXXVIIII, erat unc. 14. tar. 26; est unc 4 et cum casalibus Turturelli unc. 1; sunt unc. 5), Turucha (seu) Turracha (foc. LXIII; era et est unc. 1), Cucculum (44) cum casalibus ecc…”. Il Montesano a p. 27 nella sua nota (44) postillava che: “(44) Cuccaro Vetere”. Infatti, il suffeudo di Torraca a quel tempo doveva appartenere alla Baronia di Laurito e di Cuccaro, ovvero al signore di Cuccaro Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore delle terre di Cuccaro e di S. Severino di Camerota. Ancora non era accaduta la ‘Congiura dei Baroni’ ordita dal principe di Salerno Antonello Sanseverino contro Ferrante d’Aragona. Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 521 e s. Oggi il casale si chiama Cuccaro Vetere. Scrive Ebner a pp. 523-524: Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Dai ‘Registri angioini (10) si ha pure notizia della ‘Fiera di Cuccaro’. Ecc…Tuttavia, la separazione non esentò l’antico feudatario ((nel 1344 era Ruggero di Laurito) dall’obbligo di dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico e di Lauria, come si evince da una pergamena di Roccagloriosa del 24 ottobre 1438. Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis (12)”. Ener a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni, op. cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Infatti, la Mazzoleni (…) a p. 138 della sua opera “Pergamene di Laurito” in Rassegna Storica Salernitana, 1951, pubblicava la Pergamena n° 15 (documento n° XX), e scriveva che: “1438, 24 ottobre, II, Rocca Gloriosa. Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro conferma a Jacobello di Monforte la concessione della metà del casale di Laurito sotto il servizio feudale ‘unius ensis’.”. La Mazzoleni a p. 138 postillava che: “Trans. il 1454, I° gennaio (v. n. 21). Pergam. n° 15”.

Mazzoleni, op. cit. RSS, p. 138, pergamena XX Nel 1452, morì Francesco Sanseverino, conte di Lauria

Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva che: “Alla morte di Francesco, avvenuta prima del 1453, divenne 4° Conte di Lauria il fratello Venceslao, ecc…”.

Nel 12 giugno 1453, Roggiero di Loria, figlio di Zardullo, donò il feudo del fratello Alfonso di Loria

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 205, parlando anche di Rivello, in proposito citava il Pesce (…) e, scriveva che: “Nel corso del XIII secolo, la contea di Lauria, unita o autonoma da Capaccio, comprendeva i territori di Scalea, Verbicaro, Orsomarso, Laino, Castelluccio, Trecchina, Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello (29).“. Il Campagna, nella sua nota (29) a p. 205, postillava che: “(29) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, p. 222.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, a p. 73, parlando di Majerà, ci informa che: “Da un documento del 12 giugno 1453, citato anche dal Vanni (8), risulta che Roggiero di Loria, figlio di Zardullo, aveva fatto donazione del feudo del fratello Alfonso. Fu così che i Loria entrarono nella storia della Terra di Majerà e ne determinarono le sorti per, circa, un secolo e mezzo (9).”. Il Campagna, a p. 73, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Dal Quinternione primo della R. Camera, fol. 264, e fol. 265, R. Assenso ad una Supplica al re Alfonso I, scritta dal notaio Pietro Bono di Maratea, “Cronica di Majerà” cit.”. Il Campagna, a p. 73, nella sua nota (9) postillava che: “(9) La famiglia aveva tratto il predicato dal feudo di Lauria. Divenne di Loria con l’uso umanistico di latinizzare nomi, cognomi e predicati. Pare che fosse di origine normanna, messasi alle dipendenze del Principato di Salerno. Venne identificata con i De Cloirat di Normandia. Ebbe feudi che andavano da Lagonegro a Lauria, e fin sulle coste del Golfo di Policastro. Il rappresentante più illustre fu Ruggiero di Lauria, 1245-1304, eroico ammiraglio al servizio di Pietro III d’Aragona. Come già scritto, Riccardo di Lauria, figlio dell’Ammiraglio, aveva sposato Pippa Sambiasi, figlia di Ruggiero e Costanza Isabella Sangineto, signore di Majerà. Con Vittoria e Geronimo la famiglia decadde, “non possedendo altro, che la Terra di Majerà”, Vanni, op. cit.”.

Nel 1455, Venceslao Sanseverino, conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro

Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 213, sulla scorta del Giustiniani (…), scriveva che: “A ‘Francesco Sanseverino’ successe nel 1455 nella Contea di Maratea e di Lauria, e quindi nell’utile dominio di Lagonegro, il figlio ‘Stefano’, ed a questo il figlio ‘Venceslao‘.”. Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva che: “Alla morte di Francesco, avvenuta prima del 1453, divenne 4° Conte di Lauria il fratello Venceslao, che aveva sposato Mita Caracciolo, figlia di Leonetto Signore di Pisciotta e di Caterina Filangieri dei Conti di Avellino. In seguito ad atto di donazione del padre Venceslao, il 12 febbraio 1462 la figlia Luisa diventa contessa di Lauria e sposa Barnabo Sanseverino, terzogenito del 10° Conte di Marsico Giovanni Sanseverino e fratello del 1° principe di Salerno Roberto; quest’ultimo successe al padre dopo la morte del primo figlio Ludovico, avvenuta in maniera prematura nel 1447. Barnabo era, come tutti i Sanseverino, uomo d’arme. Aveva partecipato nel 1460, insieme al fratello Roberto, agli scontri tra Ferrante d’Aragona (con  i quali erano schierati) e i d’Angiò che cercavano di riprendersi il regno. Dopo la sconfitta subita dalle truppe aragonesi nella battaglia di Sarno, Roberto scese a patti con il Principe di Taranto, dimostrandosi propenso a passare dalla parte degli angioini. Finiti gli scontri i due fratelli Sanseverino furono processati per lesa maestà ma ottennero il perdono di Ferrante il 17 gennaio 1461. Dopo il matrimonio celebrato il 7 giugno 1463 a Castelluccio con Luisa Sanseverino, che era già diventata, come abbiamo visto, contessa di Lauria, Orsomanno, Castelluccio, Laino, Trecchina, con diritti su Tortorella, Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Verbicaro, Barnabo divenne il 5° Conte di Lauria, entrando in possesso dei beni della moglie. Il 22 novembre dello stesso anno viene investito inoltre dei feudi di Amendolara, Casalnuovo e Oriolo. Alla morte di Barnabo, avvenuta nel 1485, diventa 6° Conte di Lauria il figlio Bernardino.”.

Nel 1444, BARNABA SANSEVERINO, Conte di Marsico, figlio di Giovanni  e fratello di Roberto Sanseverino, Principe di Salerno

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 150 e s.: Giovanni Sanseverino conte di Marsico, barone di Rocca e vicereggente della provincia di principato, nel dicembre del successivo anno 1444 essendo gravemente imfermo fece testamento (1). Legò al figliuolo primogenito Luigi i feudi di Marsico, di Sanseverino, di S. Giorgio e di Diano, il castello di Salerno, il casale di Agropoli e la terra ed il Castello dell’Abate con l’obbligo però ‘sub pena maledictionis suae’ di pagare per quest’ultimo feudo il vescovo di Capaccio ecc… Dette a Roberto e a Barnaba, altri suoi figliuoli, la baronia della Rocca e varii feudi, su alcuni dei quali godeva l’usufrutto sua madre Caterina Sanseverino ancora vivente. Assegnò una dote di 12 mila ducati alla figliuola Sveva, e poichè in quel tempo la moglie era incinta, legò vari beni a prò del nascituro stabilendo che se fosse maschio, come infatti avvenne, dovesse avere il nome di Galeazzo. Donò sua nipote Diana, figliuola del suo fratello defunto Tommaso, una dote di ducati 12 mila con la condizione però che dovesse rinunciare ad ogni ragione su le contee di Marsico e di Sanseverino. Tra gli altri legati lasciò ducati venti alla chiesa di S. Francesco del Cilento. Diana non si contentò del legato, ed alla morte dello zio mosse in giudizio contro i cugini i quali invocarono a proprio favore il privilegio, con cui la regina Giovanna II aveva ordinato che la famiglia Sanseverino, per i beni feudali, non potessero succedere le donne quando vi fossero maschi della medesima famiglia. Il re Alfonso, attendendosi a tale privilegio, con diploma del 22 dicembre del 1450 da Torre Ottava, essendo intanto morto Luigi senza figli, confermò a favore di Roberto e degli altri due fratelli le contee di Marsico e di Sanseverino, la baronia di Rocca e i feudi di Agropoli e di Castellabate, restando per quest’ultimo però impregiudicata la lite tra il conte Roberto e la badia di Cava (1, p. 152). II La potenza di Casa Sansseverino crebbe grandemente nel regno di Ferdinando d’Aragona successo a suo padre Alfonso nel 27 Giugno 1458.”. Il Mazziotti (…) a p. 151, nella sua nota (1) postillava come di seguito: “(1) Pubblicato dal Ventimiglia, DIf. Stor. Diplom., Appendice, Doc. XV, fol. LV.”. Da altri autori sappiamo che Venceslao Sanseverino, Conte di Lauria, diede in moglie a Barnaba Sanseverino la figlia Luisa. Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 213, sulla scorta del Giustiniani (…), scriveva che: “…’Venceslao’. Costui trovandosi privo di prole maschile, e volendo far rimanere i suoi feudi nel parentado, diè in matrimonio la figlia ‘Luisa a Barnaba Sanseverino, Conte di Capaccio e fratello o nipote di Roberto, Principe di Salerno, donandole altresì la Contea di Lauria ed altri feudi, dei quali si riservò il godimento e l’usufrutto fino alla morte. A tale ecc..ecc…”. Sempre il Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…), in proposito alla dominazione dei Sanseverino, e riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino, e nel 1463 “Vincislao Sanseverino asserendo di non avere maschi, ammogliò Luisa sua figlia con Barnaba Sanseverino fratello di Roberto Principe di Salerno, e diedele in dote il contado di Lauria, consistente in Lauria, Ursumarso, Layno, Castelluccio e Trecchina, e cedè le sue ragioni sopra Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Berbicaro, al che interpose il re Ferrante il suo assenso. Ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 496, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Il Di Luccia trascrive molti documenti (pp. 75-96) relativi alla giurisdizione spirituale della Badia usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria.”. Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva di Luisa Sanseverino che il 7 giugno 1463: “sposa Barnabo Sanseverino, terzogenito del 10° Conte di Marsico Giovanni Sanseverino e fratello del 1° principe di Salerno Roberto; quest’ultimo successe al padre dopo la morte del primo figlio Ludovico, avvenuta in maniera prematura nel 1447. Barnabo era, come tutti i Sanseverino, uomo d’arme. Aveva partecipato nel 1460, insieme al fratello Roberto, agli scontri tra Ferrante d’Aragona (con  i quali erano schierati) e i d’Angiò che cercavano di riprendersi il regno. Dopo la sconfitta subita dalle truppe aragonesi nella battaglia di Sarno, Roberto scese a patti con il Principe di Taranto, dimostrandosi propenso a passare dalla parte degli angioini. Finiti gli scontri i due fratelli Sanseverino furono processati per lesa maestà ma ottennero il perdono di Ferrante il 17 gennaio 1461. Dopo il matrimonio celebrato il 7 giugno 1463 a Castelluccio con Luisa Sanseverino, che era già diventata, come abbiamo visto, contessa di Lauria, Orsomanno, Castelluccio, Laino, Trecchina, con diritti su Tortorella, Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Verbicaro, Barnabo divenne il 5° Conte di Lauria, entrando in possesso dei beni della moglie. Il 22 novembre dello stesso anno viene investito inoltre dei feudi di Amendolara, Casalnuovo e Oriolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a p. 143, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Pare che i de Petruciis fossero stati indotti a parteciparvi come condizione per l’assenso al matrimonio tra il conte di Policastro e Sveva Sanseverino, figlia di Barnaba, che abbiamo visto conte di Lauria e barone di Cuccaro. Non è da escludere che Antonello, a conoscenza de fatti, non sia stato capace d’impedirne l’attuazione e che abbia taciuto per non creare l’irreparabile in una famiglia come la sua, dove la moglie non mancava di rinfacciargli la sua umile origine.”. Ebner (…), a p. 143, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Galasso cit., La feudalità, p. 18.”.

Nel 12 febbraio 1462, LUISA SANSEVERINO successe al padre Venceslao nella Contea di Lauria

Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva che: “In seguito ad atto di donazione del padre Venceslao, il 12 febbraio 1462 la figlia Luisa diventa contessa di Lauria…”, che diventa contessa di Lauria, Orsomanno, Castelluccio, Laino, Trecchina, con diritti su Tortorella, Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Verbicaro.

Nel 7 giugno 1463, LUISA DI LAURIA sposa Barnaba Sanseverino che diventa il VI conte di Lauria.

Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 213, sulla scorta del Giustiniani (…), scriveva che: “…’Venceslao’. Costui trovandosi privo di prole maschile, e volendo far rimanere i suoi feudi nel parentado, diè in matrimonio la figlia ‘Luisa a Barnaba Sanseverino, Conte di Capaccio e fratello o nipote di Roberto, Principe di Salerno, donandole altresì la Contea di Lauria ed altri feudi, dei quali si riservò il godimento e l’usufrutto fino alla morte. A tale ecc..ecc…”. Sempre il Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…), in proposito alla dominazione dei Sanseverino, e riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino, e nel 1463 “Vincislao Sanseverino asserendo di non avere maschi, ammogliò Luisa sua figlia con Barnaba Sanseverino fratello di Roberto Principe di Salerno, e diedele in dote il contado di Lauria, consistente in Lauria, Ursumarso, Layno, Castelluccio e Trecchina, e cedè le sue ragioni sopra Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Berbicaro, al che interpose il re Ferrante il suo assenso. Ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 496, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Il Di Luccia trascrive molti documenti (pp. 75-96) relativi alla giurisdizione spirituale della Badia usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria.”. Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva di Luisa Sanseverino che il 7 giugno 1463: “sposa Barnabo Sanseverino, …..Dopo il matrimonio celebrato il 7 giugno 1463 a Castelluccio con Luisa Sanseverino, che era già diventata, come abbiamo visto, contessa di Lauria, Orsomanno, Castelluccio, Laino, Trecchina, con diritti su Tortorella, Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Verbicaro, Barnabo divenne il 5° Conte di Lauria, entrando in possesso dei beni della moglie. Il 22 novembre dello stesso anno viene investito inoltre dei feudi di Amendolara, Casalnuovo e Oriolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a p. 143, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Pare che i de Petruciis fossero stati indotti a parteciparvi come condizione per l’assenso al matrimonio tra il conte di Policastro e Sveva Sanseverino, figlia di Barnaba, che abbiamo visto conte di Lauria e barone di Cuccaro. Non è da escludere che Antonello, a conoscenza de fatti, non sia stato capace d’impedirne l’attuazione e che abbia taciuto per non creare l’irreparabile in una famiglia come la sua, dove la moglie non mancava di rinfacciargli la sua umile origine.”. Ebner (…), a p. 143, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Galasso cit., La feudalità, p. 18.”.

Nel 1463, LUISA SANSEVERINO, cedè le sue ragioni sopra Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Berbicaro

Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…), in proposito alla dominazione dei Sanseverino, e riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino, e nel 1463 “Vincislao Sanseverino asserendo di non avere maschi, ammogliò Luisa sua figlia con Barnaba Sanseverino fratello di Roberto Principe di Salerno, e diedele in dote il contado di Lauria, consistente in Lauria, Ursumarso, Layno, Castelluccio e Trecchina, e cedè le sue ragioni sopra Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Berbicaro, al che interpose il re Ferrante il suo assenso. Ecc..”.

Nel 1471 al 1485, Gabriele Guidano di Lecce, vescovo della Diocesi di Policastro

Nell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni esiste un documento datato anno 1481, di cui parlerò per quell’anno e citato da Pietro Ebner (…). Pietro Ebner (…), a p. 592 del vol. II, in proposito scriveva che: “Nell’archivio della Badia di Cava vi è la Bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98.”. Ma Pietro Ebner (…), non dice chi fosse il vescovo che nell’anno 1481 fosse a capo della cattedra Vescovile della Diocesi di Policastro. La notizia ed il documento riguarda proprio l’epoca in cui nel Golfo di Policastro diversi feudi erano in mano ai Petrucci ed è di estrema importanza per la storia di Sapri. Riguardo il vescovo della Diocesi di Policastro, a cui si riferisce un documento del 1481, di cui parlerò innanzi, io credo si trattasse del vescovo Gabriele Guidano, come del resto attesta lo stesso documento in questione e il sacerdote Giuseppe Cataldo, la cui cronostassi non coincide con quella di Ebner e soprattutto con quella del Laudisio che in quel periodo poneva Vescovo di Policastro Mons. Gabriele Altilio. Di sicuro, sappiamo da un documento notarile redatto dalla Curia Vescovile di Policastro, citato dal Gaetani (…), che nel 1481, il vescovo di Policastro Gabriele Guidano (…), concesse di costruire la Cappella di Santa Maria di Porto Salvo nel territorio di Torraca, sulle colline limitrofe a Sapri, all’epoca chiamata “Porto di Torraca” e, il suo feudo. Da mie personali ricerche, effettuate presso l’archivio dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità a Cava de Tirreni, risulta che l’antico documento, fosse collocato in ‘Arca’ (le Arche sono dei grandi manoscritti eseguiti dai monaci, dove essi registravano e sistemavano tutti i documenti), LXXXV (n. 85), n. 98. inoltre, come ho già detto, Ebner, non diceva chi fosse il vescovo di Policastro. Da mie personali ricerche nel prestigioso archivio Cavense, si trattava di “Gabriele Guidano” (così lo riporta il Laudisio a p. 77, della sua ‘Synopsi’ vedi versione curata dal Visconti), essendo sul documento citato un certo “Gabriel Godanus. Infatti, il Laudisio (…), scriveva: “XXII. Gabriel Guidanus Licensies, episcopus anno 1491.”. Dunque, secondo il Laudisio (…), Mons. Gabriele Guidano venne eletto nell’anno 1491 e dunque non poteva essere il vescovo della Bolla del 1481 (il documento di cui parlerò innanzi che riguarda Sapri. Io credo , invece che il Laudisio abbia confuso la data di elezione alla cattedra vescovile di Policastro di Mons. Guidano. Credo che la data riportata dal Laudisio non fosse 1491 ma fosse 1481. Infatti, padre Leone dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, assicura che Gabriele Guidano (così l’ha chiamato lui), fosse stato vescovo di Policastro dall’anno 1481 al 1484. Secondo la cronostassi dei vescovi riportata dal Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis)’, edita nel 1831, a p. 76 (si veda la versione curata dal Visconti), all’epoca del documento, datato anno 1481, il vescovo di Policastro,  doveva essere il n. XX Gabriele Altilio, lucano che, nell’anno 1471,  successe ad Enrico Languaro che era stato nominato vescovo della Diocesi Paleocastrense il 1467. Il Laudisio (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “L’Altilio, dopo essere stato precettore del principe Ferrandino, figlio del re Alfonso II, fu nominato vescovo di Policastro nel 1471.”. Dunque, secondo la cronostassi del Laudisio, nell’anno 1481, l’anno del documento citato da Ebner, doveva essere vescovo di Policastro Gabriele Altilio. Ma quì c’è un errore. Se secondo la cronostassi del Laudisio (…), il vescovo della Diocesi di Policastro nel 1481 doveva essere Mons. Altilio che fu nominato vescovo nel 1471. Secondo il Laudisio, Mons. Altilio rimase Vescovo di Policastro fino alla nomina del suo successore XXI, ovvero fino all’anno 1491 quando fu eletto Mons. Gabriele Guidano. Forse il Laudisio confuse il nome di “Gabriele” Guidano con quello di Mons. Gabriele Altilio. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, in un suo datiloscritto inedito del 1973, a p. 40, in proposito scriveva che: “Nell’8 gennaio 1493 Mons. Altilio veniva eletto vescovo di Policastro, come si rileva da due lettere di Ferdinando II (9 e 14 gennaio) e dalla bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano.”. Dunque, anche la versione del Cataldo discordava da quella del vescovo Laudisio.Secondo la cronostassi riferita dal Cataldo, Mons. Altilio veniva eletto Vescovo di Policastro nell’8 gennaio del 1493, come si rileva da due lettere di re Ferdinando II (due lettere del 9 e del 14 gennaio 1493 e dalla Bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 171, nel suo capitolo dedicato alla serie dei vescovi di Policastro, in proposito scriveva che: “21, Gabriele Guidano, di Lecce, 1471-1485.”. Dunque, secondo la cronostassi del Cataldo, archivista della Diocesi di Policastro, Mons. Gabriele Guidano, di Lecce, fu vescovo di Policastro dal 1471 al 1485, e dunque ciò che afferma il Cataldo, sconfessa quanto sia scritto nella ‘Synossi’ del Laudisio e conferma l’antico documento d’epoca aragonese, citato da Ebner. Il Laudisio (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “XXII. Gabriele Guidano, di Lecce, nominato vescovo di Policastro nel 1491.”. Forse un errore di stampa ?. Sempre il Laudisio, continuando la sua cronostassi dei vescovi Policastrensi, in proposito scriveva che: “XXIII. Bernardino Laureo, di Spoleto, nominato vescovo ed assegnato alla diocesi di Policastro nel 1504.”. Dunque, se la cronostassi del Laudisio è corretta, il vescovo di Policastro Gabriele Guidano, dovette esserlo fino al 1504. Siccome che, l’Ebner, che lesse il documento inedito del 1481, forse proprio sulla scorta del Laudisio, notando l’erore nella sua cronostassi, non citò il vescovo Gabriele Guidano, come invece assicura essere scritto, padre Leone. Tuttavia, il padre Leone, assicura che sul documento è scritto il nome del vescovo di Policastro “Gabriel Godanus”. Infatti, per l’errore del Laudisio (…), riguardo l’esatta cronostassi dei due vescovi della Diocesi, l’Altilio ed il Guidano (..) e soprattutto riguardo il documento del 1481 che interessa la storia di Sapri, ci viene incontro il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 40, in proposito scriveva che: “Nell’8 gennaio 1493 Mons. Altilio veniva eletto Vescovo di Policastro come si rileva da due lettere di Ferdinando II (9 e 14 gennaio) e dalla Bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano. La data dell’elezione vescovile di Altilio è rilevata anche nella lettera del Signor Abate D. Gaetano Marini del 15 novembre 1803, ove è rettificata la serie dei Vescovi di Policastro, tramandata dall’Ughelli, secondo il quale Gabriele Altilio, per confusione di nome, sta al posto di Gabriele Guidano, Vescovo di Policastro nel 18 settembre 1471.”. Dunque, in questo passo a cui il Cataldo sriferiva del Vescovo Altilio, si dice chiaramente che la cronostassi del Laudisio è errata in quanto i riferiva a quella errata dell’Ughelli.

L’indagine demografica ed i primi censimenti della popolazione in epoca Aragonese

Nel 1975, lo studioso Mario Vassalluzzo (…), sulla scorta di precenti studi del Silvestri (…), pubblicò un interessante saggio  ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, da cui abbiamo tratto alcune interessanti considerazioni. Il Vassalluzzo, scriveva in proposito: “Oggi per nostra fortuna, se siamo in possesso di dati demografici per il sessantennio aragonese e per il primo censimento vicereale, lo dobbiamo alla pazienza e alla solerzia di Alfonso Silvestri (…), il quale raccogliendo in volume le carte risparmiate dalla distruzione che subì l’Archivio di Stato di Napoli nell’ultima guerra, ha messo alla portata di tutti la ‘Numeratio terre Castris Abbatis Casalibus’, dalla quale attingiamo le notizie dei fuochi del periodo Aragonese e del primo censimento vicereale, limitatamente ai Casali dipendenti al Castello dell’Abate, e la ‘Numerazione Rocce Cilenti cum Casalibus’”. Ebner (…), però, sempre a p. 592, aggiungeva che: “La contea di Policastro, avocata al fisco per fellonia, dopo l’arresto e la decapitazione di Antonello venne poi concessa da re Ferdinando (25 ottobre 1496) a Giovanni Carafa.”. Dunque, in seguito ai fatti della “Congiura dei Baroni”, la contea di Policastro ed il porto di Sapri, sarebbero appartenuti ai Petrucci solo fino al 1496, quando re Ferrante d’Aragona la concede in feudo ai Carafa che la possedettero fino alla fine del ‘700. Secondo l’Ebner, a p. 592, “il 3 ottobre 1770 la figlia di Gerardo Carafa e della congiunta Ippolita Carafa, Teresa, ebbe quale unica erede intestato Policastro con titolo di Conte, e di duca, Libonati, Sapri e Santa Mericina o Marina e con i casali di S. Cristoforo e Capitello. Successivamente Teresa Carafa ebbe intestata varie giurisdizioni ecc..”. Il documento del vescovo Altilio, conservato negli Archivi dell’Abbazia di Cava dè Tirreni, è dell’Aprile del 1481, qualche anno prima (a. 1485), in cui i Petrucci parteciparono alla ‘Congiura dei baroni’ e, persero la contea di Policastro. Secondo i due studiosi Natella e Peduto (…), a p. 515, la contea di Policastro, fu rivenduta dal Re, che demanializzò Policastro “nel 1496 a Giovanni Carafa, detentore del feudo nella prima metà del XVI secolo (81).. Rileggendo Ebner, che a p. 668, parlava di Torre Orsaia, aprendiamo che “Nel 1524 Giovanni Carrafa, conte di Policastro, convenne innanzi la Real Camera della Sommaria il vescovo di Policastro assumendo di essere il legittimo feudatario di Torre Orsaia. I Carrafa….esibirono infatti, i capitoli originali concessi da Antonello de Petruciis…., le cui firme del re,…furono riconosciute autentiche da tre persone qualificate nel 1544. O. Pasanisi (9), che pubblicò gli statuti locali di Torre Orsaia, ecc..”.

Tortorella e Torraca

(Fig…) Particolare delle nostra costa e del nostro territorio tratto dalla della Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). La carta è inedita e da me scoperta alla fine degli anni ’70 e fatta riprodurre nel 1981 dall’ASN, dove essa ancora è conservata.

Nel 1988 (…) e poi nel 1995, pubblicai a stampa, uno studio dal titolo “I Villaggi deserti del Cilento”, dove facevo una disamina sull’indagine demografica dei piccoli centri del basso Cilento.

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(Fig…) Attanasio F., “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13 (1).

Nel 1975, lo studioso Mario Vassalluzzo (…), sulla scorta di precenti studi del Silvestri (…), pubblicò un interessante saggio  ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, da cui abbiamo tratto alcune interessanti considerazioni. Il Vassalluzzo, scriveva in proposito: Innanzitutto occorre notare che i primi censimenti, secondo la numerazione dei ‘fuochi’ (così si denominarono i nuclei familiari fino al XVIII secolo), si ebbero fin dall’anno 1443, durante il Regno di Alfonso I d’Aragona. Essendo, però, tale indagine volta ad accertare il numero dei nuclei familiari allo scopo puramente fiscale o militare, essa non potrà fornire di certo che dati approssimativi, ma sempre utilissimi a quanti vogliono rendersi conto del cammino compiuto dall’uomo attraverso i secoli. Nel periodo della dominazione aragonese, che si protrasse per circa sessanta anni, ebbero luogo varie numerazioni. Le più importanti furono quelle rilevate negli anni 1443, 1472, e 1489.”. Mario Vassalluzzo (…), nel 1975, nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, riportava un interessante ricerca sulla  ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, Cap. V, p. 207 e s.

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(Fig….) Tavola sulla popolazione dei centri costieri cilentani dal XV al XVI secolo – tratta da Vassalluzzo M., op. cit. (…).

Infatti, il Silvestri (…), in un suo pregevole studio sulla popolazione del Cilento in epoca Aragonese, scriveva: “I censimenti della popolazione del Regno di Napoli, attuati col sistema della numerazione dei focolari, trassero origine dalla convenzione intercorsa tra Alfonso I d’Aragona ed i baroni del parlamento del febbraio-marzo 1443. Scopo precipuo dell’indagine demografica, adottata in tal modo da circa tre secoli, fu di accertare la reale esistenza dei nuclei familiari in tutte le terre abitate per imporre ad essi l’annuo tributo di un ducato, in luogo di quanto precedentemente si riscuoteva con l’incerto sistema delle collette (…).”.

L’andamento demografico della popolazione a Torraca e a Sapri (Porto di Torraca)

Come abbiamo cercato di dimostrare nei precedenti studi ivi pubblicati, pubblicando documenti e testimonianze che attestano la presenza di un porto, di uno scalo marittimo conosciuto e di un piccolo borgo prima marinaro ma poi in seguito cresciuto, il paese di Sapri che più tardi verrà denominato ‘Portum Saprorum’ e poi ‘Terra Saprorum’, ha origini antichissime. Le testimonianze che abbiamo riportato nei precedenti studi ivi pubblicati sono molteplici e non stiamo quì a ricordarli. Lo studioso della maiolica napo-letana Guido Donatone (…), si è interessato ad un pavimento napoletano del ‘400, attualmente conservato nel Museo dell’Istituto d’Arte di Napoli, che reca la firma del suo esecutore: un certo ‘Dimera’ di Sapri, di cui ho parlato ivi in un altro mio recente saggio. Anche se la numerazione dei ‘fuochi’ con i primi Censimenti nel Regno di Napoli non ci danno notizie certe sulla popolazione prima del ‘600, crediamo che il piccolo borgo marinaro di Sapri, con il suo porto e la sua grande baia, abbia da sempre avuto un importante ruolo nella storia del Regno di Napoli. Anche se, come scrive il Villani (…): “la numerazione del 1595 registra il culmine dell’espansione demografica e, nel nostro caso, si registrerà più avanti uno spaventoso calo della popolazione nel 1669, tanto che sono compresi sotto questa voce gli attuali Comuni di Celle di Bulgheria, Ispani, Santa Marina e Sapri, non censiti nei secoli scorsi perchè disabitati oppure – come noi pensiamo – inseriti nella popolazione di centri vicini perchè popolati da pochi individui (…). Infatti, Sapri non figura tra quei centri censiti per i soli anni 1648 e 1669, riportati dal Beltrano (…). Il Beltrano (…) che nel 1644, scrive ‘Breve descrizione del Regno di Napoli’, riporta la popolazione di Torraca e non di Sapri. Infatti, i dati sulla popolazione di Sapri, dal 1532 al 1669, sono certamente quelli inseriti all’interno dei dati che riguardano l’Università di Torraca – da cui dipendeva Sapri in quegli anni, essendo il suo territorio parte del feudo baronale – desunti dalla Tavola comparativa sulla distribuzione demografica dei centri costieri cilentani dal XV al XX secolo”, pubblicata dal Vassalluzzo (…)(vedi nota 28), e i cui fuochi sono stati ricavati dal Giustiniani (…) e che per quanto riguarda Sapri vanno dagli anni 1790 al 1971. L’Ebner (…), in proposito della popolazione di Sapri, riferisce che il Giustiniani (…), non riporta le numerazioni dei due censimenti del 1532 e del 1595. Il Giustiniani (…), non riporta le numerazioni di Sapri, Celle di Bulgheria, Santa Marina e Ispani e, l’Ebner aggiunge in proposito: “Probabilmente queste due ultime con Sapri, unite a Policastro.”. Il Giustiniani (10), nel suo ‘Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli’, del 1804, riporta i dati di Sapri credo del censimento del 1790 e dice: “Gli abitanti al numero di circa 1500 in parte sono addetti all’agricoltura ed in parte alla pastorizia.”. Lo Ebner (21), riferisce anche che il Pacicchelli (22), non figura Sapri nelle numerazioni dei fuochi dei due censimenti del 1648 e 1669. Il Pacicchelli, riporta le numerazioni di Libonati (Vibonati)(camera riservata) vecchia = 348 e nuova 145, mentre la numerazione di Torraca – anch’essa diminuita – è di 317 nel censimento del 1648 e 62 nel censimento del 1669. A questi dati, desunti dal Giustiniani e Pacicchelli, aggiungiamo i dati sulla popolazione di Sapri degli anni 1714, 1719, 1761, 1794,  1795, ricavati da fonti storiografiche dell’epoca. Nella visita pastorale del Vescovo di Policastro De Robertis del 9 maggio 1714, “lo stato delle famiglie di Sapri nel 1714 segnava 345 anime, oltre tre case di Vibonati”(…). Sempre da un documento del Vescovo De Robertis, “nel 1719, il Porto di Sapri contava 414 abitanti “adnumerum quatuor centum quattrordecim in simul cohabitantibus” (….). Nel 1761 le anime (abitanti) di Sapri ascendevano a 1131. Nel 1790, Sapri contava 1500 abitanti. Nel 1788, il Galanti (…), riferisce che Sapri contava 1423 anime. Nel Nel 1745, nella sua pubblicazione sulla ‘Lucania’, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), così descrive Sapri: “nelle campagne intorno al Porto e Marina di Vibonati (che sono deliziosissime) abitano sparsamente da 500 persone, che le coltivano assai bene, specialmente per le viti e fichi e olivi, oltre di quei che sono addetti alla pesca, che vi è abbondantissima e di squisito sapore”. (…). Riportiamo i dati relativi alla popolazione di Sapri, ricavati dai censimenti che dall’anno 1790 si sono tenuti ogni dieci anni sino al censimento del 1971: Censimenti: 1790-1809-1811-1861-1871- 1881-1901-1911-1921-1931-1936-1940-1948-1951. Popolazione: 1500-1455-1368-2018-1811-2352-2475-3490-4300-5145-4900-4608-5629-5825 e poi ancora quelli degli anni 1961 e 1971, quando abbiamo rispettivamente 6925 e 7430. Quindi, dal ‘700 in poi, la popolazione a Sapri ha registrato una costante crescita. Nel 1809, secondo il Rizzi (17), Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti. L’Alfano (…), nel suo ‘Istorica descrizione del Regno di Napoli’, del 1823, a proposito di Sapri, dice: . “Fa di popolazione 1489.” . Nel 1881, si contavano 1963 abitanti. Il 1836 è l’anno del più antico registro dei nati e dei defunti esistente, custodito dalla curia nella parrocchia di Sapri, il paese viene denominato “Terra Saprorum.“.

I ‘Quinternioni’ feudali del Regno di Napoli

(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc…..Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.

I CARAFA DELLA STADERA

Dal “Libro d’Oro della Nobiltà Napoletana” leggiamo che i l’illustrissima e storica famiglia napoletana Carafa discende da altro più antico casato napoletano: i Caracciolo. Il capostipite fu Gregorio di Giovanni Caracciolo vissuto nel XII secolo, detto Carafa perchè ricopriva la carica di concessionario della gabella sul vino chiamata “campione Carafa”. Guerrello Caracciolo detto Carafa, Maresciallo del Regno, fu cavaliere dell’Ordine della Nave. Si divise in due grandi rami detti della Spina e della Stadera; capostipite della famiglia Carafa della Stadera fu Tommaso, figlio di Bartolomeo. Fu ascritta al Patriziato napoletano del Seggio di Nido e, dopo la soppressione dei sedili (1800) fu iscritta nel Libro d’Oro Napoletano. Numerosi furono i feudi posseduti e furono insigniti di prestigiosi titoli, tra i quali: barone di: Apricena, Binetto, Bonifati, Campolieto, Capriati, Civita  Luparella, Colubrano, Rocca d’Aspro, Rutigliano, Sant’Angelo a Scala, San Mauro, Sessola, Tortorella, Trivigno, Tufara, Vallelonga. marchesi di: Anzi (1576), Baranello (1621), Bitetto (1595), Corato (1727), Montenero (1573), Montesardo, S. Lucido, Tortorella (1710). I Carafa raggiunsero i più alti gradi ecclesiastici nella Chiesa Romana con quindici cardinali e un Papa; Giovan Pietro Carafa (Capriglia 28-6-1476 † Roma, 18-8-1559), figlio di Giovanni Antonio dei conti Carafa e di Vittoria Camponeschi, figlia di Pietro Lalle, ultimo conte di Montorio, feudo in provincia di Teramo, fu eletto Papa il 23 maggio 1555 con il nome di Paolo IV. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 678 parlando di Tortorella, scriveva in proposito che: “Il Giustiniani (18), ….ci informa ….e del feudatario “Caraffa della Stadera”. Egli ci informa pre delle numerazioni dal 1532 al 1669 (19). Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitisi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi casali, dei baroni Carraffa della Stadera che lasciarono “tristi ricordi di tirannia e di soprusi” (sono ancora visibili i resti del palazzo marchesale), del palazzo dei baroni Gallotti etc…”. Ebner, a p. 678, nella nota (21) postillava che: “(20) Tancredi, Il Golfo di Policastro etc..”, p. 72.”. I Carafa o Caraffa sono una nobile e antica famiglia di origine napoletana, discendente dall’ancor più antica famiglia Caracciolo. Divisa in numerosi rami, i cui principali e più importanti sono i Carafa della Spina e i Carafa della Stadera, e decorata dei più alti titoli, raggiunse l’apice della sua potenza con l’elezione al soglio pontificio di Gian Pietro Carafa, papa con il nome di Paolo IV. Capostipite della famiglia Carafa della Spina fu Andrea, familiare della regina Giovanna I d’Angiò, il quale seguì Carlo III di Durazzo nella guerra d’Ungheria. I rappresentanti del Casato ricoprirono le più alte cariche in campo civile, militare ed ecclesiastico sino ad arrivare al soglio pontificio. Fu ascritta al Patriziato napoletano del Seggio di Nilo e, dopo la soppressione dei sedili (1800), fu iscritta nel Libro d’Oro napoletano. Numerosi furono i feudi posseduti e furono insigniti di prestigiosi titoli, tra i quali: Barone di: Bianco (1629), Carreri (1629), Cerro, Forlì (1629), Petrella, Rionegro (1666), Ripalonga, Roccasicone, Rocchetta, San Nicola di Leporino, Torraca; Conte di: Arpaia (1605), Condojanni (1629), Conte palatino (1622), Cerro, Grotteria (1496), Policastro, Roccella (1522); Marchese di: Brancaleone, Tortorella, Castelvetere (1530) con annesso il Granducato di Spagna di prima classe (1581); Duca di: Bruzzano (1646), Forli (1625), Montenero, Rapolla (1623), Traetto (1712); Principe di: Roccella (1594), Sacro Romano Impero (1563). Riguardo la famiglia dei Carafa, ha scritto il Cataldo (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 42, in proposito scriveva che: “Questa famiglia si divise in vari rami, fra cui i principali: i Carafa della Spina (Principi di Belvedere), della Bilancia (Duchi d’Andria), della Serra, ecc..a Tortorella vi erano i Marchesi dell’altro ramo: (Carafa della Stadera), i cui tenimenti passarono alla famiglia Rocco. Da essi uscirono personaggi illustri: – Giampietro Carafa (1476-1559), che fu papa Paolo IV nel 1555, ecc..”.

Carafa della Spina

Nel 25 ottobre 1498, re Federico I d’Aragona smembrò la Contea di Lauria e diede le Terre di Tortorella, Battaglia e Casaletto a Giovanni Andrea Caracciolo, patrizio Napoletano e maestro d’armi del re Ferdinando I d’Aragona

Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 201, in proposito scriveva che: “Nel 1498, in seguito alla ribellione del Conte di Capaccio, Guglielmo Sanseverino, al re di Napoli Ferdinando I d’Aragona, la famiglia Sanseverino fu privata, tra l’altro, anche del feudo di Tortorella, che fu dato a Giovanni Andrea Caracciolo, maestro d’armi del re (4).”. Il Guzzo, a p. 201, nella nota (4) postillava che: “(4) C. Porzio: La congiura dei Baroni del Regno di Napoli contro Ferdinando I, Napoli, 1964, pag. 76.”. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 41, in proposito scriveva che: Pochi anni dopo il nuovo re di Napoli Federico I, succeduto a Ferdinando II, effettuò un vero e proprio smembramento della Contea di Lauria suddividendola in tanti piccoli feudi che furono messi all’asta e ceduti alla nuova nobiltà di toga. Come documentato nei Quinternioni conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, Lib. III°, al foglio 169 e Lib VII°, foglio 159, in data 25 ottobre 1498 il re conferì “le Terre di Tortorella con i casali di Libonati, Casaletto e Battaglia” al patrizio napoletano Giovanni Andrea Caracciolo, etc…”. Dunque, su concessione di re Federico I d’Aragona, in seguito ai fatti della Congiura de Baroni, il casale di Vibonati, che all’epoca veniva chiamato Libonati, venne devoluto, insieme a Casaletto e Battaglia al patrizio napoletano Giovanni Antonio Caracciolo. Infatti, in seguito alla Congiura dei Baroni, re Federico I d’Aragona, che aveva assediato i Sanseverino a Teggiano, suddivise la Contea di Lauria appartenuta a Bernardino Sanseverino, ultimo conte di Lauria. Sul blog in rete del “Libro d’oro della Nobiltà Mediterranea” è scritto che G7. Giovanni Andrea (+ 1528), Patrizio Napoletano; ebbe le Serre di Tortovilla e Casaletto il 25-10-1498 e la terra di Misuraca il 25-4-1500, compra Scalea il 25-4-1501, Signore di Misuraca, Scalea, Tortorella con i casali di Libonati, della Battaglia e Casaletto; 1° Marchese di Misuraca dal 4-10-1523. = Andreanna, figlia ed erede di Paolo di Caivano Signore di Misuraca. H1. Paolo (+ assassinato nel corso di una ribellione di villici 1528), Patrizio Napoletano. = Donna Caterina Vittoria Acquaviva d’Aragona, figlia di Don Belisario 1° Duca di Nardò e di Sveva Sanseverino dei Principi di Bisignano (+ uccisa col marito 1528) (vedi/see) H2. Porzia (+ post 13-8-1546); 1 a) = 1523 Ferdinando Piscicelli, Patrizio Napoletano; 1 b) = Ferdinando Caracciolo, Patrizio Napoletano (vedi/see). H3. Isabella (+ post 1569), Marchesa di Misuraca e Signora di Scalea a Tortorella. = Don Ferdinando Spinelli 2° Duca di Castrovillari (vedi/see. H4. Aurelia (+ post 1558) = 1525 Francesco de Guevara Signore di Arpaia e Buonalbergo (vedi/see). H5. Antonia (+ post 1566) = Diego Sandoval de Castro. H6. Giulia = Vincenzo Casera.H7. Lucrezia (+ 3-12-1580), monaca dal 6-2-1528, poi Badessa del monastero di Santa Maria Donna Regina a Napoli dal 1-9-1569 al 30-8-1572. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a p. 164, in proposito scriveva che: “Dopo la tragica conclusione della Congiura dei Baroni, nel 1486, i Sanseverino vennero privati dei loro possedimenti e Bonati, che faceva parte del feudo di Tortorella, passò nelle mani di Giovanni Andrea Caracciolo.”.

Nel 1496, Giovanni Caraffa della Spina

Dopo la ‘Congiura dei baroni‘ e, la fellonia di Ferrante d’Aragona e, l’arresto e la decapitazione del Petrucci, il 25 ottobre 1496, la Contea aragonese di Policastro e quindi anche Sapri, furono avocate al fisco per fellonia e poi concessa da Re Ferrante d’Aragona a Giovanni Carafa (…). Nel 1496 venne investito della contea di Policastro il benemerito patrizio napoletano Giovanni Carafa della Spina, il quale, oltre Policastro, ebbe territoria Rocche gloriose ac casellae …. sancti Joanne ad pirum et Boschi, Turris et Alphani”. Il Gaetani (…), nella sua nota (1) a p. 29 postillava che: “(1) Ughelli, Italia Sacra, tomo VII, col. 758.”Ferdinando Ughelli (…), nel suo tomo VII della sua “Italia sacra”, nella colonna 758, in proposito alla Diocesi di Policastro scriveva che: “Dinde Ferdinado Antonius Petruccius Antonelli filius Policastri Dominus fuit, qui una cum vita Maiestatis reus factus, dominatum amisit: tandem ex Regio dono Ferdinandi II Regis Comes Policastrensi dictusest Ioannes Carrafa de Spina vir clarissimus, & Regni benemeritus, euius posteri hactenus Comitatum possidèt; bis sub Carrafis à Turcarum classe capta ecc…ecc..”

Ughelli (Fig….) Ferdinando Ughelli (…), Italia Sacra, vol. VII, col. 758 – Diocesi di Policastro

Giovanni Caraffa detto “la Morte” (pare per il suo aspetto disgustoso) (metà del XV secolo, 1530), era patrizio napoletano; signore di Rofrano e Mannia investito il 1 luglio 1490, ambasciatore a Venezia nel 1496 e in Ungheria nel 1498, 1° Conte di Policastro investito con privilegio datato: Sarno 4 febbraio 1496 (esecutivo dal 25 ottobre 1496), compra Roccagloriosa nel 1501, Signore di Rodio, Consigliere Regio, Provvisore Maggiore nel 1512, confermato di tutti i feudi il 31 ottobre 1518 (con l’aggiunta di Bosco e San Giovanni), Consigliere del Collaterale dal 22 maggio 1523. Sposa Giovanna, figlia di Arnaldo Sanchez castellano di Castelnuovo in Napoli. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in atre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50). La Concesione ai Carafa venne fatta con Albarano rg. (Quint. 55, f. 221; Quint. 58, f. 62e 172; Quint. 77, f. 270). Seguì la conferma (4 febbraio 1496) da re Federico, il quale aggiunse i feudi di Alfano e Sanza, con diploma del 5 ottobe 1496, edito nel mio ‘Economia e società’ cit. I, p. 540 sgg.”. Dunque, Ebner scriveva che il 4 febbraio 1496 re Federico (forse si riferiva a Federico I d’Aragona) confermava i feudi concessi ai Carafa. Federico o Ferdinando II (detto Ferrandino) ? Pietro Ebner (…), però nel vol. I a p. 540 del suo ‘Economia e Società etc…’, pubblicava il diploma di Ferdinando II d’Aragona. L’intestazione che riporta l’Ebner a p. 540 è: “DIPLOMA DI POLICASTRO – FERDINANDUS SECUNDUS DEI”. Dunque, Ferdinando II d’Aragona, ovvero Federico I d’Aragona ?. Ferdinando II d’Aragona, ramo di Napoli, noto anche come Ferrandino (Napoli, 26 agosto 1469 – Somma Vesuviana, 7 settembre 1496), fu re di Napoli per poco meno di due anni, dal 23 gennaio 1495 al 7 settembre 1496. Inoltre dal febbraio al luglio del 1495 fu spodestato da Carlo VIII di Francia, calato in Italia per rivendicare l’eredità angioina. Era figlio di Alfonso II e Ippolita Maria Sforza, nipote di Ferdinando I, titolare del trono di Gerusalemme. Pietro Ebner (…), riguardo il Carafa cita il Campanile (p. 50). Ebner (…), citando il Campanile (…) si riferiva al testo intitolato: “L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo, a pp. 49-50 parlando del Duca Gianfrancesco Di Sangro, in proposito a pp. 49-50 scriveva che: “Ritornato che fu il Duca, dopo questo fatto, il Re hauendo hauuta particolar informazione del valor, c’egli hauea dimostrato in tutta quella impresa, l’andò con più lettere ringraziando honorandolo anche con titolo di parente e diremunerazione il creò suo Consiglier di Stato nel Regno di Napoli.”. In un altro testo il Campanile (…) ci parla dei Carafa della Stadera e della Spina. Filiberto Campanile (…), nel suo Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 parlando della nobile famiglia dei Carafa, cita Giovanni  Carrafa e Carlo V nel 1523. Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (vedi II edizione), nel suo cap. II, a pp. 113-114, sulla scorta del Di Luccia, dedica un intero capitolo “Usurpazione dei poteri spirituali e temporali da parte del Vescovo e del Conte di Policastro”, e a pp. 110-111, scriveva che “Signor Carafa. Detto Conte – come abbiamo già detto – discendeva da cospicua famiglia napoletana, la quale, fra l’altro, aveva dato alla Chiesa un Papa (Pietro Carafa, 1555-1559), dodici Cardinali, due Patriarchi e ventidue Vescovi. La città di Policastro, …..fino a che non pervenne al “celebre guerriero Don Giovanni Carafa (2). Il Conte di Policastro, adunque, che in quel tempo era – per diritto di successione – D. Ettore Carafa, marito di Donna Teresa Farau, dei Principi di S. Agata, detenendo l’esercizio del potere criminale, sul Convento e sulle Università di Bosco, ecc..”. Ferdinando Palazzo (vedi II edizione), a p. 114, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di Lùccia: pag. 8, op. cit.”.

Nel XV secolo, il “Portus Saprorum” insieme a Torraca

Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV secolo, Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che non venivano tassati.”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “Da questo periodo e per tutto il secolo XVI, la popolazione continuò nella sua crescita. Dai Cedolari angioini risulta che nel 1532, (Cedolari Angioini nel 1532 ?), il paese era tassato per 69 fuochi, quindi pari a 414 abitanti; nel 1545 crebbe a 76 fuochi, pari a 456 abitanti; nel 1561 a 86 fuochi, ossia 516 abitanti, fino a raggiungere i 100 fuochi nel 1595, che possono tradursi in ben 600 anime, che per quel periodo, era da considerarsi un centro di media importanza. Quello focatico era il sistema di tassazione, poichè si basava sul nucleo familiare ecc…”.

Dal 1500 al 1504, il “Portus Saprorum” insieme a Torraca passò al “Magnificus Franciscus Scondito”

Di sicuro il feudo di Torraca ed il porto di Sapri passarono alla famiglia Scondito ai primi del ‘500. Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio de Freda; nel 1579 succede Prospero de Freda figlio di Antonio; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che nel 1500 e fino al 1504 vi era un Magnifico Francesco Scondito. Recentemente Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “Di questo periodo, abbiamo notizie abbastanza precise sulle famiglie nobili di Torraca, grazie alla certosina ricerca effettuata da Rocco Gaetani, ………Si è cercato in questo testo di ampliare una lista dettagliata dei relativi baroni che hanno governato il paese dall’inizio del XVI sec. Tra questi: dal 1500 al 1504, compare un certo Magnificus Franciscus Scondito; ecc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Dal 1500 al 1504 Torraca è posseduta dal nobile Francesco Scondito, mentre nel 1524 risulta essere di Antonio De Freda, marito di Lucrezia Scondito, a pagare i prescritti diritti feudali.”. Dai ‘Cedularia’ dell’Archivio di Stato di Napoli, risultano baroni di Torraca, nel 1500, fino al 1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca”, come scrive il Gaetani a p. 283 del suo ‘Giovan Giacomo ecc.’. Tuttavia, bisogna segnalare che alcune notizie tratte dall’Ebner (…), cozzano con altre notizie dateci dal Gaetani (…). Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca. Ad un certo punto della storia, e questo però non viene chiarito ne dal Tancredi che dal Mallamaci, il vecchio “Portus Saprorum” diventa “Marina di Torraca” perche tutto il suo territorio apparterrà ai Palamolla, Baroni di Torraca.

Nel 1524, Antonio De Freda, marito di Lucrezia Scondito pagò i diritti feudali per il feudo di Torraca

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio ecc…”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che dal 1524 e fino al 10 gennaio 1524 vi era Lucrezia Scondito. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Dal 1500 al 1504 Torraca è posseduta dal nobile Francesco Scondito, mentre nel 1524 risulta essere di Antonio De Freda, marito di Lucrezia Scondito, a pagare i prescritti diritti feudali.”. Dunque, secondo il Gaetani, alla morte di Francesco Scondito, nel feudo di Torraca successe la figlia Lucrezia Scondito che aveva sposato Antonio De Freda. Antonio De Freda, nel 1524 pagò i diritti feudali del feudo di Torraca. Il Gaetani a p. 283, nella sua nota (24), postillava le notizie sui feudatari di Torraca tratte dal ‘Cedularia’, del Grande Archivio di Stato di Napoli, e scriveva in proposito che: “Torraca fu feudo baronale sin dall’età angioina. Dai Cedularia del Grande Archivio di Stato di Napoli, risultano i seguenti baroni: 1525, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio De Freda; nel 1579, succede Prospero De Freda, figlio di Antonio;”. Secondo il Gaetani (….), nel 10 gennaio 1525, Lucrezia Scondito muore e nel feudo di Torraca gli succedono il figlio Giovannantonio (o Giovanniantonio) De Freda. Dopo la morte di Giovannantonio De Freda, nel 1579, nei diritti feudali del feudo di Torraca subentra il figlio di Antonio De Freda, Prospero De Freda. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV secolo, Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che non venivano tassati.”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “Da questo periodo e per tutto il secolo XVI, la popolazione continuò nella sua crescita. Dai Cedolari angioini risulta che nel 1532, (Cedolari Angioini nel 1532 ?), il paese era tassato per 69 fuochi, quindi pari a 414 abitanti; nel 1545 crebbe a 76 fuochi, pari a 456 abitanti; nel 1561 a 86 fuochi, ossia 516 abitanti, fino a raggiungere i 100 fuochi nel 1595, che possono tradursi in ben 600 anime, che per quel periodo, era da considerarsi un centro di media importanza. Quello focatico era il sistema di tassazione, poichè si basava sul nucleo familiare……..Di questo periodo, abbiamo notizie abbastanza precise sulle famiglie nobili di Torraca, grazie alla certosina ricerca effettuata da Rocco Gaetani, ………Si è cercato in questo testo di ampliare una lista dettagliata dei relativi baroni che hanno governato il paese dall’inizio del XVI sec. Tra questi: dal 1500 al 1504, compare un certo Magnificus Franciscus Scondito; segue un vuoto di venti anni, fino al 1524 quanto Antonio De Freda, marito della nobil donna Lucrezia Scondito, pagò i diritti feudali divenendone proprietario; gli succedette prima il figlio Giovanniantonio e poi nel 1579 il secondogenito Prospero; il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, ecc..”. Prospero De Freda, che subentra a Giovanniantonio De Freda nei diritti feudali di Torraca era il figlio secondogenito di Antonio De Freda e di sua madre Lucrezia Scondito.

Nel 10 gennaio 1524, Giovannantonio de Freda succede alla madre Lucrezia Scondito nel feudo di Torraca

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio de Freda; ecc..”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che dal 10 gennaio 1524, data in cui muore Lucrezia Scondito, gli succede il figlio Giovannantonio de Freda che sarà Barone di Torraca fino alla sua morte avvenuta nel 1579.

Nel 1532, Torraca contava 69 fuochi che moltiplicato per 6 = 414 abitanti

Nel 1805, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno di Napoli”, vol. IX, a p. 192 così scriveva di Torraca: “Nel 1532 la ritroviamo tassata per fuochi 69, nel 1545 per 76, nel 1561 per 86, nel 1595 per 100, nel 1648 per 117, e nel 1669 per 62.”.

Nel 1543, Sapri subì gravi danni per le incursioni dei pirati Barbarossa e Dragut pascià

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 592 parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Non è da escludere che il villaggio marinaro di Sapri subisse danni dalle incursioni del Barbarossa (1543) e di Dragut pascià”.

Nel 1574 (?), Federico Carafa, 4° conte di Policastro

I Carafa della Spina furono Baroni di Torraca, Conti di Policastro e Roccella nel 1522, Marchesi di Tortorella nel 1530. Da Wikipedia, alla voce “Contea di Policastro” leggiamo che:  Federico Carafa (1574-doppo 1593), 4.° conte di Policastro, etc.”. Dunque, da Wikipedia apprendiamo che Federico Carafa sarà 4° conte di Policastro dal 1574 e morirà dopo l’anno 1593. Riguardo Federico Carafa ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava che: (60)…..Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Ecc.. (Campanile, p. 50).”. Ebner si riferiva al testo di Filiberto Campanile (….), ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195. Dunque, Ebner scriveva che Federico Carafa era figlio di Giovan Battista Carafa e Giulia Carafa (forse Carafa della Stadera), sorella del Conte di Ruvo. Federico era fratello di Pierantonio Carafa che morì senza eredi e quindi la Contea di Policastro andò a Federico che aveva sposato Giulia Russa. Federico Carafa e Giulia Russa ebbero Lelio Carafa. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’ parlando di Rofrano, nel vol. II, p. 434, nella sua nota (18) postillava che: “(18) La moglie Giulia Ruffo si unì ai creditori per salvare la sua dote.”. Giulia Russa (come dice Ebner parlando di Policastro) o Giulia Ruffo (quando parla di Rofrano) ?. Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 25, in proposito scriveva che: La Giulia Ruffo moglie di Federico si unì coi creditori per far salva la dote, com dal processo che ho citato.”. Evidentemente quella della nota (60) fu un errore materiale. Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 25, in proposito scriveva che: “Quale sia stato il governo del Carafa si può dedursi già dal detto, ma con più chiarezza rilevasi dalla lunga serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa……Non andò guari ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di Rofrano, e quasi tutto lo Stato, che oltre Policastro e i suoi casali comprendeva altri nove Feudi. La Giulia Ruffo moglie di Federico si unì coi creditori per far salva la dote, com dal processo che ho citato.”. La notizia è interessantissima perchè i 10 Feudi che dovette vendere Federico Carafa e la moglie Giulia Ruffo per debiti segnano l’inizio della proprietà di alcuni feudi come Torraca ed il Porto di Sapri che erano stati dei Carafa della Spina. E’ per questo motivo che in seguito, i Palamolla intenteranno delle liti con i Principi Carafa della Contea di Policastro. Dunque, è interessante ciò che scrisse il Ronsini quando dice che: “…..lunga serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa……Non andò guari ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di Rofrano, e quasi tutto lo Stato, che oltre Policastro e i suoi casali comprendeva altri nove Feudi.”. Dunque, Federico Carafa fu costretto a vendere quasi tutta la Contea di Policastro, oltre dieci feudi. E’ molto probabile che Federico Carafa dovette vendere anche il Porto di Sapri, insieme al feudo di Torraca. Infatti, sempre il Ronsini, a p. 25, in proposito scriveva che: “Si ha documento autentico, che a 26 Settembre 1562 Federico Carafa vendè Rofrano a Scipione Scondito per ducati 10, 500 con R. assenso per ‘verbum fiat’, ma col patto del ‘retrovendendo’. Ciò vuol dire, che non fu vera vendita, ma censo per aver danaro ad interessi con cautela del Creditore sul Feudo. Questo fu veramente esposto venale da S.R.C. del 1576.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) riferendosi a Lelio Carafa postillava che: “(60)….Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. E’ molto probabile che il territorio di Sapri, la porzione occidentale ovvero quella che dall’attuale località “Fortino” e fino al Cimitero dipendesse dai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca.

Nel 26 settembre 1562, Federico Carafa, 4° Conte di Policastro vendette il feudo di Rofrano a Scipione Scondito

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 434, parlando del casale e del feudo di Rofrano e dei suoi feudatari, i Carafa della Spina, all’epoca del Viceregno Spagnolo, in proposito scriveva che: “Ma i Carafa non tennero a lungo Rofrano. Per debiti (18) il 26 settembre 1562 Federico Carafa vendette Rofrano a Scipione Scondito per ducati 10.500 (19).”. Ebner nella sua nota (18) postillava che: “(18) La moglie Giulia Ruffo si unì ai creditori per salvare la sua dote.”. Ebner nella sua nota (19) postillava che: “(19) R. assenso per ‘verbum fiat’, ma con patto ‘de retrovendendo’, formula di quei tempi che consentiva di poter ottenere danaro a interesse con ipoteca sui beni.”. La notizia fu tratta dal sacerdote Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 25, in proposito scriveva che: “Quale sia stato il governo del Carafa si può dedursi già dal detto, ma con più chiarezza rilevasi dalla lunga serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa……Non andò guari ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di Rofrano, e quasi tutto lo Stato, che oltre Policastro e i suoi casali comprendeva altri nove Feudi. La Giulia Ruffo moglie di Federico si unì coi creditori per far salva la dote, com dal processo che ho citato.”. La notizia è interessantissima perchè i 10 Feudi che dovette vendere Federico Carafa e la moglie Giulia Ruffo per debiti segnano l’inizio della proprietà di alcuni feudi come Torraca ed il Porto di Sapri che erano stati dei Carafa della Spina. E’ per questo motivo che in seguito, i Palamolla intenteranno delle liti con i Principi Carafa della Contea di Policastro. Dunque, è interessante ciò che scrisse il Ronsini quando dice che: Quale sia stato il governo del Carafa si può dedursi già dal detto, ma con più chiarezza rilevasi dalla lunga serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa……Non andò guari ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di Rofrano, e quasi tutto lo Stato, che oltre Policastro e i suoi casali comprendeva altri nove Feudi.”. Dunque, Federico Carafa fu costretto a vendere quasi tutta la Contea di Policastro, oltre dieci feudi. E’ molto probabile che Federico Carafa dovette vendere anche il Porto di Sapri, insieme al feudo di Torraca. Infatti, sempre il Ronsini, a p. 25, in proposito scriveva che: “Si ha documento autentico, che a 26 Settembre 1562 Federico Carafa vendè Rofrano a Scipione Scondito per ducati 10, 500 con R. assenso per ‘verbum fiat’, ma col patto del ‘retrovendendo’. Ciò vuol dire, che non fu vera vendita, ma censo per aver danaro ad interessi con cautela del Creditore sul Feudo. Questo fu veramente esposto venale da S.R.C. del 1576.”.

Nel 28 novembre 1563, Annibale Gambacorta sposa Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Dunque, è dall’unione con Giovanna Carafa con Annibale Gambacorta che inizia il legame con la Contea di Policastro. Giorgio Mallamaci (….), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, parlando di Torraca e sulla scorta del Gaetani (….), a p. 36, in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ‘Fabrizio e Giovanna (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso. Un certo ‘Annibale’, Signore di Torraca si sà è deceduto a soli 22 anni.”. Infatti, dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo di Annibale, Signore di Torraca dal 1539, Patrizio Napoletano = Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, Patrizio Napoletano (+28-II-1563). Il Mallamaci dice solo che dai ‘Cedolaria’ risultano un “Annibale Gambacorta, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano”. Scrive il Gaetani (…), che: “Il 16 novembre 1583, Prospero De Freda, vende il feudo di Torraca ad Annibale Gambacorta, ecc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ecc…”. Dunque, se Annibale Gambacorta aveva aquistato il feudo di Torraca il 16 novembre 1583 come faceva ad essere Signore di Torraca dal 1539 al 1563 ? Perchè, Annibale, nel 1539 aveva sposato Giovanna Carafa, contessa di Policastro e signora di Torraca, essendo Giovanna figlia di Fabrizio Carafa, conte di Policastro. Annibale poi muore all’età di 22 anni. Infatti, il Gaetani dice che Annibale sarà signore di Torraca fino al 1563. Forse la data del 16 novembre 1583 dell’acquisto di Torraca è errata ?.  Giovanna Carafa era figlia di Ferdinando Carafa. Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano, sposò Annibale Gambacorta. Dalla loro unione nacquero Orazio, Scipione e Prospero Gambacorta. Dunque, secondo il Gaetani (….), dai ‘Cedularia’ si evince che Annibale Gambacorta era sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano. Fabrizio Carafa fu conte di Policastro. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ troviamo che Ferdinando Carafa, padre di Giovanna Carafa, era patrizio napoletano e sposato con Diana Ruffo di Calabria. Dunque, Giovanna Carafa, contessa di Policastro andò sposa ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca dal 1539 al 1563. Giovanna Carafa era figlia di Ferdinando Carafa. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ troviamo che Ferdinando Carafa, padre di Giovanna Carafa, era patrizio napoletano e sposato con Diana Ruffo di Calabria. Dunque, Giovanna Carafa, contessa di Policastro andò sposa ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca dal 1539 al 1563. Secondo il ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ Annibale, Signore di Torraca dal 1539, Patrizio Napoletano, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, Patrizio Napoletano (+28-II-1563). Famiglia nobilissima d’origine tedesca,  stabilitasi a Pisa nel secolo XII, e signora della città dal 1347 al 1406. Da essa  era uscito il fondatore della Congregazione di S. Maria della Grazia (detta  dei Bottizzelli), Pietro da Pisa (1355-1435), asceso poi all’onore degli altari e  raffigurato in molte tele di pittori insigni. I Gambacorta erano venuti nel Reame al tempo degli Angioini, ed avevano vestito l’abito di Malta fin dal 1391. Una linea ebbe anche il Ducato di Ardore, ma il collegamento con la presente linea sovrana di Pisa non è (ancora) stato documentato. Dal vol. 17 – Raccolta Rassegna Storica dei Comuni leggiamo che:

Gambacorta

Nel 7 ottobre 1571, la Battaglia di Lepanto

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: “Il Granzotto, nel suo recente racconto sulla epica battaglia di Lepanto (1571), in cui le forze cristiane ottennero una schiacciante vittoria sulle armate turche, così leggiamo: “Ritrovammo il mare e il sole a poche leghe da Sapri. La levata diede buon frutto in questo povero borgo marinaro devastato dai pirati, che nell’ultima scorreria si erano buttati a profanare sino il cimitero, sollevando le pietre tombali per saccheggiare monili e altri oggetti sui cadaveri stessi. Fummo accolti veramente come fratelli venuti per soccorrere. Non avevamo nessun momento di libertà davanti a questa emozione: ci volevano veder mangiare, camminare, parlare, e guardavano tutto ciò che noi guardavamo. Un barbiere ci stava sempre al fianco, premuroso ed incalzante. Rivolgendosi a noi si ostinava ad usare la lingua latina, che poi traduceva nella parlata del luogo alla folla schierata in silenzio dietro le nostre spalle. Forse era l’immagine di Roma, portata da noi, che gli suggeriva l’impiego del latino, forse la nostra condizione di stranieri, o più semplicemente la vanità di mostrarsi conoscitore di quella lingua così nobile. Prospero, dopo qualche diffidenza, prese la cosa in divertimento. Agli eloqui del barbiere rispondeva con risate schiette, squillanti, fragorose, che gli scuotevano tutta la grande persona e andavano a rimbalzare in mezzo alla gente, spandendo allegrezza e buonumore nel seguito delle altre risa che alle sue tenevano eco. Si fece assai buona raccolta di soldati a Sapri, ma anche negli altri castelli nei quali era stato preparato il bando, a Lauria e a Lagonegro.” (127). Dunque, secondo il Granzotto, a Sapri vennero reclutati molti uomini tra la popolazione del luogo stremata dalle frequenti incursioni di saraceni, ecc…”. Nel mio studio, nella nota (127) postillavo che: (127) Granzotto G., La Battaglia di Lepanto, ed. Mondadori, pp. 128, 129.”. E’ proprio a causa della sua caratteristica e peculiarità di isolamento, della presenza di manodopera qualificata nei porti come quello di Sapri e, a causa delle pessime condizioni in cui versavano le popolazioni del ‘basso Cilento’, questi territori, furono scelti per assoldare uomini forti da portare a combattimento. Un bellissimo passo del giornalista Gianni Granzotto che, nel suo libro ‘La battaglia di Lepanto’ (…), ci racconta come a Sapri, in occasione dell’epica battaglia di Lepanto, furono assoldati uomini da portare a combattimento. Per lo scontro navale avvenuto a Lepanto  nel 1571, in cui le forze cristiane ottennero una schiacciante vittoria sulle armate turche ed ottomane di Dragut-Pascià. Il giornalista Gianni Granzotto, nel suo racconto dell’epica battaglia di Lepanto, fingendo di aver attinto ad un antico racconto manoscritto di un certo (inventato) Antonello Antonelli, ci racconta della disfatta della grande flotta turca-ottomana di Dragut Pascià, attaccata e distrutta nel 5 ottobre 1571 dalla Lega navale cristiana ( veneziani, genovesi ecc..) Gianni Granzotto che, nel suo libro ‘La battaglia di Lepanto’ (…), ci racconta come a Sapri, in occasione dell’epica battaglia di Lepanto, furono assoldati uomini da portare a combattimento. Nello scontro navale avvenuto a Lepanto  nel 1571, in cui le forze cristiane ottennero una schiacciante vittoria sulle armate turche ed ottomane di Dragut-Pascià, il Granzotto, afferma: “Stavamo gocciolando come fontane, coperti di mota fino alle capigliature, quando ritrovammo il mare ed il sole a poche leghe da Sapri. La levata diede buon frutto in questo povero borgo marinaro devastato dai pirati, che nell’ultima scorreria si erano buttati a profanare sino il cimitero, sollevando le pietre tombali per saccheggiare monili e altri oggetti sui cadaveri stessi. Fummo accolti veramente come fratelli venuti per soccorrere. Non avevamo nessun momento di libertà davanti a questa emozione: ci volevano veder mangiare, camminare, parlare, e guardavano tutto ciò che noi guardavamo. Un barbiere ci stava sempre al fianco, premuroso ed incalzante. Rivolgendosi a noi si ostinava ad usare la lingua latina, che poi traduceva nella parlata del luogo alla folla schierata in silenzio dietro le nostre spalle. Forse era l’immagine di Roma, portata da noi, che gli suggeriva l’impiego del latino, forse la nostra condizione di stranieri, o più semplicemente la vanità di mostrarsi conoscitore di quella lingua così nobile. Prospero, dopo qualche diffdenza, prese la cosa in diverse con risate schiette, squillanti, fragorose, che gli scuotevano tutta la grande persona e andavano a rimbalzare in mezzo alla gente, spandendo allegrezza e buonumore nel seguito delle altre risa che alle sue tenevano eco. Si fece assai buona raccolta di soldati a Sapri, ma anche negli altri castelli nei quali era stato preparato il bando, a Lauria e a Lagonegro.” (…). Il racconto del Granzotto continua, affermando che erano nel mese di Agosto del 1571, che Prospero proseguirà il cammino a Lauria e Lagonegro per assoldare altri uomini per la battaglia, mentre colui che racconta si reca invece a Napoli e poi Messina per raggiungere la flotta delle veloci ed agili Gelee veneziane dove si imbarcheranno per raggiungere Lepanto, il luogo dell’epica battaglia il 5 ottobre 1571.

Nel 1557, Sapri ed il Golfo di Policastro nella carta di Pirro Ligorio

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: Sapri figura anche nella carta “Regni Neapolitani” (fig. 40) di Pirro Ligorio, del 1557, e riprodotta da Abramo Ortellio, nel “Teatrum Orbis Terrarum”, il primo Atlante riprodotto a stampa (111).”. Nel mio studio, nella nota (111) postillavo che: (111) “Regni Neapolitani”, di Pirro Ligorio, del 1557, riprodotta nel “Teatrum Orbis Terrarum” (il primo Atlante pubblicato a stampa), di Abramo Otellio, Anversa edizione del 1570, è tratta dal testo di Mazzetti E., op. cit., vol. II, tav. V.”.

Nel 1579, Prospero De Freda, figlio di Antonio de Freda subentra al fratello Giovanniantonio nei diritti feudali di Torraca

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio de Freda; nel 1579 succede Prospero de Freda figlio di Antonio; ecc….”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che nel 1579, alla morte del fratello Giovannantonio de Freda gli succede Prospero de Freda nel feudo di Torraca. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Dal 1500 al 1504 Torraca è posseduta dal nobile Francesco Scondito, mentre nel 1524 risulta essere di Antonio De Freda, marito di Lucrezia Scondito, a pagare i prescritti diritti feudali. Morta Lucrezia le succede prima il figlio Giovannantonio De Freda e poi, nel 1579, il nipote Prospero De Freda. Il 16 novembre 1583 Prospero De Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, ecc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Dunque, secondo il Gaetani, alla morte di Francesco Scondito, nel feudo di Torraca successe la figlia Lucrezia Scondito che aveva sposato Antonio De Freda. Antonio De Freda, nel 1524 pagò i diritti feudali del feudo di Torraca. Il Gaetani a p. 283, nella sua nota (24), postillava le notizie sui feudatari di Torraca tratte dal ‘Cedularia’, del Grande Archivio di Stato di Napoli, e scriveva in proposito che: “Torraca fu feudo baronale sin dall’età angioina. Dai Cedularia del Grande Archivio di Stato di Napoli, risultano i seguenti baroni: 1525, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio De Freda; nel 1579, succede Prospero De Freda, figlio di Antonio;”. Secondo il Gaetani (….), nel 10 gennaio 1525, Lucrezia Scondito muore e nel feudo di Torraca gli succedono il figlio Giovannantonio (o Giovanniantonio) De Freda. Dopo la morte di Giovannantonio De Freda, nel 1579, nei diritti feudali del feudo di Torraca subentra il figlio di Antonio De Freda, Prospero De Freda. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV secolo, Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che non venivano tassati.”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “Da questo periodo e per tutto il secolo XVI, la popolazione continuò nella sua crescita. Dai Cedolari angioini risulta che nel 1532, (Cedolari Angioini nel 1532 ?), il paese era tassato per 69 fuochi, quindi pari a 414 abitanti; nel 1545 crebbe a 76 fuochi, pari a 456 abitanti; nel 1561 a 86 fuochi, ossia 516 abitanti, fino a raggiungere i 100 fuochi nel 1595, che possono tradursi in ben 600 anime, che per quel periodo, era da considerarsi un centro di media importanza. Quello focatico era il sistema di tassazione, poichè si basava sul nucleo familiare……..Di questo periodo, abbiamo notizie abbastanza precise sulle famiglie nobili di Torraca, grazie alla certosina ricerca effettuata da Rocco Gaetani, ………Si è cercato in questo testo di ampliare una lista dettagliata dei relativi baroni che hanno governato il paese dall’inizio del XVI sec. Tra questi: dal 1500 al 1504, compare un certo Magnificus Franciscus Scondito; segue un vuoto di venti anni, fino al 1524 quanto Antonio De Freda, marito della nobil donna Lucrezia Scondito, pagò i diritti feudali divenendone proprietario; gli succedette prima il figlio Giovanniantonio e poi nel 1579 il secondogenito Prospero; il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, ecc..”. Prospero De Freda, che subentra a Giovanniantonio De Freda nei diritti feudali di Torraca era il figlio secondogenito di Antonio De Freda e di sua madre Lucrezia Scondito.

Nel 16 novembre 1583, Annibale Gambacorta acquistò il feudo di Torraca (e la Terra di Sapri ?) da Prospero De Freda

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio de Freda; nel 1579 succede Prospero de Freda figlio di Antonio; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che il 16 novembre 1583, Prospero de Freda vendette il feudo di Torraca ad Annibale Gambacorta. Da questo momento, nel feudo di Torraca si esauriranno i de Freda ed inizierà la saga dei Gambacorta. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Il 16 novembre 1583 Prospero De Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, ecc…”Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Il Gaetani, a p. 283, nella sua nota (24), postillava le notizie sui feudatari di Torraca tratte dal ‘Cedularia’, del Grande Archivio di Stato di Napoli, e scriveva in proposito che: “Il 16 novembre 1583, Prospero De Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593 lasciando i figli Orazio, ecc..”. Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Alla fine del 1300 il feudo torracchese è oggetto di una lunga serie di vendite, tra i proprietari più importanti si annoverano: i De Freda ed i Gambacorta.”. Scrive il Gaetani (…), che: “Il 16 novembre 1583, Prospero De Freda, vende il feudo di Torraca ad Annibale Gambacorta, ecc…”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “….gli succedette prima il figlio Giovanniantonio e poi nel 1579 il secondogenito Prospero; il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, ecc..”. Prospero De Freda, che subentra a Giovanniantonio De Freda nei diritti feudali di Torraca era il figlio secondogenito di Antonio De Freda e di sua madre Lucrezia Scondito. Il Mallamaci a p. 42 in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono ecc…: . Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ecc…”. Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano, sposò Annibale Gambacorta. Dalla loro unione nacquero Orazio, Scipione e Prospero Gambacorta. Il Mallamaci dice solo che dai ‘Cedolaria’ risultano un “Annibale Gambacorta, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano”. Sempre il Mallamaci crive che dai ‘Cedularia’ risulta un “Fabrizio (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso”. Dunque, secondo il Gaetani (….), dai ‘Cedularia’ si evince che Annibale Gambacorta era sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano. Fabrizio Carafa fu conte di Policastro. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ troviamo che: “Ferdinando Carafa, padre di Giovanna Carafa, era patrizio napoletano e sposato con Diana Ruffo di Calabria”. Dunque, Giovanna Carafa, contessa di Policastro andò sposa ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca dal 1539 al 1563. Giovanna Carafa era figlia di Ferdinando Carafa. Dunque, è dall’unione con Giovanna Carafa con Annibale Gambacorta che inizia il legame con la Contea di Policastro. Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano, sposò Annibale Gambacorta. Dalla loro unione nacquero Orazio, Scipione e Prospero Gambacorta. Il Mallamaci dice solo che dai ‘Cedolaria’ risultano un “Annibale Gambacorta, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano”. Sempre il Mallamaci crive che dai ‘Cedularia’ risulta un “Fabrizio (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso”. Dunque, secondo il Gaetani (….), dai ‘Cedularia’ si evince che Annibale Gambacorta era sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano. Fabrizio Carafa fu conte di Policastro.

Nel 15 agosto 1585, Lelio Carafa, 5° conte di Policastro, avendo sposato Vittoria di Loria, divenne anche barone di Majerà

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 260, parlando della contea di Policastro dopo la morte e la successione di Alfonso di Loria, nel 1597, nella sua nota (87), in proposito postillava che: “(87) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F.A. Vanni, ‘Cronica di Majerà’, ms. cit.”. Però, sempre Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà”, a p. 75, in proposito scriveva che: “Nel 1566 sposò Giulia di Bernardo di Cosenza, vissuta fino al 1625. Dal loro matrimonio nacquero Vittoria e Beatrice. Vittoria, che, in prime nozze, sposò Lelio Carafa dei Conti di Policastro, Capitoli del 15 Agosto 1585, ratificati il 18 gennaio 1587, fu l’ultima baronessa di Casa Loria a Majerà. Ebbe in dote la Terra, con rendite, “jussi”, vassallaggio, giurisdizione delle prime e seconde cause, il Castello, il bestiame e tutto quanto Alfonso possedeva (19). Lo stesso Alfonso intervenne per salvare la Contea di Policastro in crisi, difatti ottenne da Giovan Giacomo Palamolla di Scalea 9.000 ducati in prestito, con l’interesse del nove per cento, che devolvette ai Conti di Policastro, e la Contea non fu venduta (20). Vittoria restò vedova giovanissima. Lo stato vedovile la rattristò tanto che condusse vita da suora, secondo la regola dominicana, nel Castello di Majerà. Da Lelio e Vittoria erano nate due figlie, Giulia e Maria Carafa.”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Vanni cit.”. Il Campagna a p. 75, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Vanni cit.”. Il Camapgna si riferisce a F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono.  Riguardo Lelio Carafa ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava che: Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).. Il testo di Giuseppe Campanile (….), ‘Notizie di Nobiltà etc.’. Giuseppe Campanile fu un genealogista. Figlio di Filiberto Campanile (….), membro di una famiglia nobile originaria di Tramonti, Giuseppe nacque a Diano (l’odierna Teggiano) intorno al 1616. Nel 1672 pubblicò la sua ultima ma più celebre opera, le Notizie di nobiltà, che tratta del significato degli stemmi delle famiglie nobili del Regno di Napoli e della loro origine e genealogia. Dunque, il Campagna scriveva che la Baronessa Vittoria di Loria era la figlia primogenita di Alfonso Loria. Vittoria di Loria sposò il conte di Policastro Lelio Carafa e gli portò in dote la terra di Majerà. Vittoria di Loria e Lelio Carafa ebbero un unica figlia erede Giulia Carafa della Spina che poi in seguito sposò lo zio Fabrizio Carafa a cui portò in dote la terra di Majerà. Riguardo il Conte di Policastro Fabrizio Carafa. Dunque, secondo Pietro Ebner, Fabrizio Carafa, quarto figlio di Federico Carafa, per “…evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa.”. Dunque, secondo l’Ebner, Fabrizio Carafa, 4° figlio di Federico Carafa, sposò la nipote Giulia Carafa, figlia di Lelio Carafa e unica erede della Contea di Policastro. Ebner, proseguendo il suo racconto sui Carafa diceva pure che: “Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).. Ebner si riferiva al testo di Filiberto Campanile (….), ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195. Dunque, secondo l’Ebner (…), Lelio Carafa fu l’unico erede maschio di Federico Carafa, Conte di Policastro e di Giulia Russo. Ebner scrive pure che “Da costui solo Giulia, contessa di Policastro”. Dunque, l’Ebner scrive che Giulia Carafa fu l’unica erede femmina di Lelio Carafa e Giulia Russa. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Lelio (+ ca. 1603), 5° Conte di Policastro e Patrizio Napoletano. = Vittoria di Lauria, figlia di Alfonso Signore di Maierà (divenne erede del feudo alla morte del fratello). E1. Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa.”. Riguardo Lelio Carafa della Spina, Conte di Policastro, ha scritto Orazio Campagna (….), che a pp. 145-146 parlando di Majerà in Calabria, e dei ‘Loria’ in proposito scriveva che: “I Loria, così entrati nella storia della Terra, per oltre un secolo e mezzo ne determinarono le sorti (120). Ultima baronessa fu Vittoria, primogenita di Alfonso, la quale, nel 1598, eredito Majerà ecc…Figlia ed erede di Vittoria Loria fu Giulia Carafa, che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122). Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Il Campagna (…), a p. 145 nella sua nota (122) postillava che: “(122) Di Giulia Carafa si legge la seguente iscrizione incisa sul marmo nella chiesa di S. Maria del Casale; in alto vi è lo stemma dei Carafa della Spina: “D. Iuliae Carafae Polycastri comitissa Polycastrensis domus jam collabentis instauratrici coniugi amatissimae D. Fabritius Carafa unico vitae suae oblectamento immature viduatus obiit MDCVIII etatis sue XXI”. I Carafa furono signori di Policastro dal 1496. Fabrizio, sposo di Giulia, ne fu il VII conte. Apparentati ai Sismondi di Pisa, i Carafa ebbero un papa, Paolo IV (Giampietro Carafa), ecc…”. Sempre il Campagna parlando dei Carafa a p. 145, nella sua nota (122) postillava che: “(122) Da Anonimo, ms. del 1719, “Osservazioni intorno alla scrittura uscita per la primogenitura dè Signori di Forlì nella Famiglia Carafa della Spina, colle quali si dimostra essere gli Principi della Roccella i Primogeniti della universale famiglia Carafa, D.S.G.F.A.P.d.R, anno 1691″, presso Arch. Episc. di Policastro Bussentino; G. Campanile, ‘Notizie di nobiltà, etc., cit.; V. Nocito, ‘Notizie storiche della città di Belvedere Marittimo, etc., Genova, 1947.”

I Palamolla di Scalea ed i dissesti finanziari della Contea di Policastro

Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà”, a p. 75 parlando di Alfonso di loria, Signore di Majerà, in proposito scriveva che: “Lo stesso Alfonso intervenne per salvare la Contea di Policastro in crisi, difatti ottenne da Giovan Giacomo Palamolla di Scalea 9.000 ducati in prestito, con l’interesse del nove per cento, che devolvette ai Conti di Policastro, e la Contea non fu venduta (20). Ecc…”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Vanni cit.”. Il Campagna a p. 75, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Vanni cit.”. Il Camapgna si riferisce a F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono. Dunque, il Campagna, sulla scorta del manoscritto di Vanni (….) scriveva che Giovan Giacomo Palamolla di Scalea prestò 9.000 ducati ad Alfonso di Loria che li donò al consuocero Lelio Carafa, conte di Policastro e sposo di Vittoria di Loria per salvare la Contea di Policastro dai gravi dissesti finanziari e debiti in cui Lelio versava.

Nel XV secolo, Torraca e Sapri e sua popolazione

Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV secolo, Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che non venivano tassati.”. Scrive il Gaetani (…), che: “Il 16 novembre 1583, Prospero De Freda, vende il feudo di Torraca ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni;”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “Da questo periodo e per tutto il secolo XVI, la popolazione continuò nella sua crescita. Dai Cedolari angioini risulta che nel 1532, (Cedolari Angioini nel 1532 ?), il paese era tassato per 69 fuochi, quindi pari a 414 abitanti; nel 1545 crebbe a 76 fuochi, pari a 456 abitanti; nel 1561 a 86 fuochi, ossia 516 abitanti, fino a raggiungere i 100 fuochi nel 1595, che possono tradursi in ben 600 anime, che per quel periodo, era da considerarsi un centro di media importanza. Quello focatico era il sistema di tassazione, poichè si basava sul nucleo familiare….”.

Nel 1593, il feudo di Torraca passò ai figli di Annibale Gambacorta e poi a Fabrizio Gambacorta

Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, riferendosi ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca in proposito scriveva che: “Alla sua morte avvenuta nel 1593, gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio di Limatola, insieme ai fratelli, Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signori di Limatola e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; Giovanna, signora di Torraca; Pompeo Gambacorta, signore di Frasso deceduto il 1596. Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di limatola. Il 25 ottobre 1599, Decio Palamolla dei Scipione, acquistò il feudo di Torraca e di Sapri per 13.700 ducati.”.

Nel 1593, muore Annibale Gambacorta sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che Annibale Gambacorta muore nel 1593 lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ‘Fabrizio e Giovanna (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso. Un certo ‘Annibale’, Signore di Torraca si sà è deceduto a soli 22 anni.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Annibale Gambacorta, alla cui morte, avvenuta nel 1593, gli succedono i figli Orazio, Scipione e Giovanni. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, riferendosi ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca in proposito scriveva che: “…….patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ecc…. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; Giovanna, signora di Torraca; Pompeo Gambacorta, signore di Frasso deceduto il 1596. Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di Limatola.”. Sempre il Mallamaci scrive che dai ‘Cedularia’ risulta un “Fabrizio (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso”.

Nel 1593, Scipione e Costanza Gambacorta, alla morte di Annibale Gambacorta ereditano il feudo di Torraca

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Giorgio Mallamaci a p. 42 riferendosi a dopo la morte di Annibale Gambacorta, in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; ecc…”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che Annibale Gambacorta muore nel 1593 e lascia i figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Secondo il Mallamaci (…), nel 1593, alla morte di Annibale Gambacorta, nel feudo di Torraca subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Alla morte di Annibale il feudo di Torraca era andato ai suoi figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Scrive Giovanni Celico (…) che nel 25 maggio 1599, i fratelli Scipione e Costanza Gambacorta registrarono la vendita del 1598 del feudo di Torraca per 13.700 a Decio Palamolla. Nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ troviamo “Pompeo, Signore di Frasso dal 1593, Patrizio Napoletano (+1596/7) = Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei Signori di Limatola; ed i figli: Costanza (+Marianella 16-XII-1634) = 18-V-1617 Don Alfonso Carafa, 2° Duca di Cancellara (+2-XII-1673); Don Scipione, Signore e 1° Principe (per Diploma del Re di Spagna) di Frasso, Signore di Torraca fino al 1598, Cavaliere dell’Ordine di Calatrava (+Frasso 6-XI-1654) = Maria Gambacorta, figlia di Cesare Gambacorta, e di Porzia Caracciolo dei Signori di Trecentola (+1672).”. Dunque, troviamo che i “pupilli”, i figli di Pompeo e Giovanna Gambacorta, Costanza Gambacorta, figlia di Pompeo, morì a Marianella nel 16 dicembre 1634 ed il 18 maggio 1617 sposò Don Alfonso Carafa, 2° Duca di Cancellara.  Troviamo pure che ‘Don Scipione Gambacorta’, Signore di Frasso e “Signore di Torraca fino al 1598“. Don Scipione Gambacorta, altro figlio di Pompeo e di Giovanna Gambacorta, aveva sposato Maria Gambacorta, figlia di Cesare Gambacorta e di Porzia Caracciolo dei Signori di Trentola.

Nel 1595, Torraca contava 100 fuochi che moltiplicato per 6 = 600 abitanti

Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno di Napoli”, vol. IX, a p. 192 così scriveva di Torraca: “Nel 1532 la ritroviamo tassata per fuochi 69, nel 1545 per 76, nel 1561 per 86, nel 1595 per 100, nel 1648 per 117, e nel 1669 per 62.”.

Nel 1596, Fabrizio Gambacorta sposò Virginia Gambacorta dei signori di Limatola

Giorgio Mallamaci a p. 42 riferendosi a dopo la morte di Annibale Gambacorta, in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; ecc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ‘Fabrizio e Giovanna (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso. Un certo ‘Annibale’, Signore di Torraca si sà è deceduto a soli 22 anni.”. Dunque, scriveva il Mallamaci che dopo la morte di Annibale Gambacorta, nel 1563, nel ramo dei Gambacorta di Napoli troviamo un “Fabrizio e Giovanna (+ 1596), Signori di Torraca e di Frasso”. Il Mallamaci a p. 42, dopo aver parlato dei figli di Annibale Gambacorta, Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta, Signori di Torraca dopo la morte del padre avvenuta nel 1563 (o 1593 ?), in proposito scriveva che: “……a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; ecc…”. Chi era questo Fabrizio Gambacorta ?. Fabrizio Gambacorta era figlio di Annibale Gambacorta (che aveva acquistato il feudo di Torraca da dei De Freda). Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo che: “Fabrizio, Signore di Torraca, Patrizio Napoletano = Virginia Gambacorta, Signora di Limatola, Vico, Frasso e Melizzano, figlia di Marcantonio Gambacorta, Signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei Signori di Palestrina”. Dunque, dal ‘Libro d’Oro’ si evince che Fabrizio Gambacorta aveva sposato Virginia Gambacorta, Signora di Limatola, Vico, Frasso e Melizzano. Si evince pure che Virginia Gambacorta era figlia di Marcantonio Gambacorta, Signore di Limatola, sposato con Isabella Colonna dei signori di Palestrina. Anche il Mallamaci, sulla scorta dei ‘Cedularia’ della Real Camera della Sommaria, scriveva che dopo Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano, seguirono Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina. Dunque, Virginia Gambacorta, era figlia di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea‘, si evince che:  “Virginia, Signora di Vico, di Frasso fino al 1587, Signora di Melizzano fino al 1576, Signora di Limatola fino al 1570 (+16…) = a) Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca = b) 157… Marcello Pignatelli dei Marchesi di San Marco, Patrizio Napoletano (*Napoli 18-I-1561, +Napoli 20-IV-1580) = c) Fabrizio Cossa, Signore di Vairano e Presenzano“. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 41, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva pure che: “Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di Limatola.”. Dunque, gli sposi Fabrizio Gambacorta e Virginia Gambacorta, signori di Limatola e Torraca, ebbero come figli Giovanna Gambacorta, signora di Torraca che, nel 1596 ereditò il feudo di Torraca alla morte dello zio Pompeo Gambacorta. Dal vol. 17 – Raccolta Rassegna Storica dei Comuni leggiamo che: “Feudatari di Limatola della Famiglia Gambacorta: 4) Virginia Gambacorta. Nacque da Marcantonio Gambacorta e da Isabella d’Alessandro. Andò sposa, in prime nozze a Fabrizio di Annibale Gambacorta. Rimasta vedova, si rinchiuse nel monastero di Santa Maria Coeli. Vendette il feudo di Limatola nel 1570 allo zio Francesco, quello di Melezzano nel 1576 a Porzia Gambacorta ecc….Uscita dal monastero, si rimaritò, prima con Maecello Pignatelli e, poi, con Francesco Cossa, signore di Vairano.”. Dunque, Virginia Gambacorta, in prime nozze sposò Fabrizio Gambacorta figlio di Annibale Gambacorta, signore di Torraca ed è per questo matrimonio che Fabrizio Gambacorta, figlio di Annibale diventò anche signore di Limatola. Una linea ebbe anche il Ducato di Ardore, ma il collegamento con la presente linea sovrana di Pisa non è (ancora) stato documentato:

Gambacorta

Nel 1596-7 muore Pompeo Gambacorta, signore di Torraca e di Frasso

Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva pure che: “…….a questi seguono: ecc….Giovanna, signora di Torraca; Pompeo Gambacorta, signore di Frasso deceduto il 1596. Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, ecc…”. Dunque, il Mallamaci, sulla scorta dei ‘Cedularia’ della Real Camera della Sommaria, scriveva che dopo Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano, seguirono Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina. Fabrizio Gambacorta e Virginia Gambacorta, signori di Limatola e Torraca, ebbero come figli Giovanna Gambacorta, signora di Torraca che, nel 1596, alla morte dello Pompeo Gambacorta, signore di Frasso ereditò il feudo di Torraca. Dunque, secondo i ‘Cedularia’ Pompeo Gambacorta, signore di Frasso muore nel 1596-7 e gli succede nel feudo di Torraca Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e di Virginia Gambacorta, dei signori di Limatola. Nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo che: “Pompeo, Signore di Frasso dal 1593, Patrizio Napoletano (+1596/7) = Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei Signori di Limatola.”. Dunque, Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso, nel 1596 aveva sposato Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca e figlia di Fabrizio e di Virginia Gambacorta. Nel ‘Libro d’Oro ecc..’ leggiamo “Giovanna, Signora di Torraca = Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso (+1596/7)”. Giovanna era figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca e di Virginia Gambacorta.

Nel 1596, Giovanna Gambacorta, figlia di Fabrizio e di Virginia Gambacorta diventa signora di Torraca

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Giorgio Mallamaci a p. 42 riferendosi a dopo la morte di Annibale Gambacorta, in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; ecc…”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che Annibale Gambacorta muore nel 1593 e lascia i figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Alla morte di Annibale il feudo di Torraca era andato ai suoi figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Pare che il feudo di Torraca passasse a Giovanna Gambacorta, figlia di Fabrizio Gambacorta e di Virginia Gambacorta che avevano ereditato il feudo di Torraca da Annibale Gambacorta che, nel 1563 aveva sposato Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa dei duchi di Ariano. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva pure che: Pompeo Gambacorta, signore di Frasso deceduto il 1596. Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di Limatola.”. Dunque, secondo i ‘Cedularia’ Pompeo Gambacorta, signore di Frasso muore nel 1596 e gli succede nel feudo di Torraca Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e di Virginia Gambacorta, dei signori di Limatola. Secondo il ‘Libro d’Oro della nobiltà mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo “Giovanna, Signora di Torraca”, che aveva sposato Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso (+1596/7). Infatti, nel ‘Libro d’Oro ecc..’ leggiamo “= Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso (+1596/7)”. Giovanna era figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca e di Virginia Gambacorta. Nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo che: “Pompeo, Signore di Frasso dal 1593, Patrizio Napoletano (+1596/7) = Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei Signori di Limatola.”. Dunque, Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso, nel 1596 aveva sposato Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca e figlia di Fabrizio e di Virginia Gambacorta. Nel ‘Libro d’Oro della Nobiltà Mediterranea’ leggiamo “Giovanna, Signora di Torraca = Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso (+1596/7)”. Giovanna era figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca e di Virginia Gambacorta.

Nel 1597, un borgo marinaro detto “Portus Saprorum” nel verbale della visita episcopale di mons. Filippo Spinelli vescovo di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli nel Cilento’, nel vol. I e a p. 131, parlando della chiesa di Sapri e delle parrocchie, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Diocesi di Policastro (ADP) vi sono custoditi 23 grossi volumi relativi a visite pastorali eseguite alle locali parrocchie tra gennaio 1597 e i primi del ‘900, non sempre di facile lettura, data la carta spugnosa adoperata. Anche per questo abbiamo selezionate le visite ritenute più ricche di informazioni ed anche più rispondenti alle finalità del saggio. Le più antiche risalgono al gennaio 1597, all’arcivescovo Filippo Spinelli, cardinale e vescovo di Policastro. Egli iniziò le sue visite rocchie, tra cui quella di Torraca “distante a portu qui dicitur di Sapri duo miliaria circiter”, notizia interessante in quanto conferma come già nel ‘500 quel villaggio marinaro aveva perduta l’antica denominazione (Portum, Portus Saprorum) ed acquisiva quella attuale.”. Dunque, secondo Pietro Ebner all’Archivio Diocesano di Policastro si conservano i verbali delle visite pastorali dei Vescovi di Policastro alle locali parrocchie di Torraca e di Sapri almeno dal 1597. Sempre Ebner a p. 131 del vol. I continuando il suo racconto parlando dei Verbali e delle visite episcopali effettuate dai vescovi della Diocesi di Policastro nelle diverse parrocchie, ne cita una del Vescovo di Policastro Filippo Spinelli effettuata a Torraca ed in particoalre il più antico verbale esistente nella Diocesi, ovvero il verbale della visita nella parrocchia a Torraca nel 1597 scrivendo che: “Le più antiche risalgono al gennaio 1597, all’arcivescovo Filippo Spinelli, cardinale e vescovo di Policastro. Egli iniziò le sue visite alle parrocchie, tra cui quella di Torraca “distante a portu qui dicitur di Sapri duo miliaria circiter”, ….”. La notizia fornitaci da Ebner, come luoi stesso affema: “…..notizia interessante in quanto conferma come già nel ‘500 quel villaggio marinaro aveva perduta l’antica denominazione (Portum, Portus Saprorum) ed acquisiva quella attuale.”. La notizia che, nel verbale della visita pastorale del vescovo Spinelli alla parrocchia di Torraca, Sapri, era citato come “distante a portu qui dicitur di Sapri duo miliaria circiter” ovvero che, Torraca era distante circa due miglia dal detto Porto di Sapri, testimonia che nel 1597, Sapri, era un centro e forse era un piccolo borgo marinaro con un porto. Inolte, come afferma lo stesso Ebner, Sapri, nel 1597, nei verbali della Curia diocesana veniva denominato “portu qui dicitur di Sapri” e dunque, secondo l’Ebner aveva perso l’antica denominazione di “Portum, Portus Saprorum”. Insomma, da questi documenti all’epoca del Viceregno Spagnolo, Sapri era chiamato “Porto di Sapri”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 41 in proposito scriveva che: “I documenti ufficiali, come le Sante Visite Pastorali dei Vescovi di Policastro spesso presentano rilievi statistici, ma sempre tratteggiano il vigore e lo svolgimento del culto e della vita religiosa, sia nelle parrocchie, che nelle campagne, evidenziando elementi positivi o negativi circa i luoghi sacri esistenti dentro (‘intra’) o fuori le mura o l’abitato (‘extra moenia’). Questi ultimi erano appunto detti ‘rurali’ perchè edificati in campagna ecc….Ancora oggi si ammirano cappelle, edicole e croci presso i villaggi o nelle diramazioni delle vie interpoderali, non solo nelle vallate, ma anche sui monti. Alla fine del 1500 non risulta alcuna notizia in proposito, a parte la precarietà dei documenti. Torraca, visitata da Mons. Filippo Spinelli, non porta alcuna citazione (38). Il territorio, fino al mare, era sotto la giurisdizione del Parroco di S. Pietro Apostolo, D. Ferdinando Magaldi.”. Il Tancredi, a p. 41, nella sua nota (38) postillava che: “(38) A.D.P.: SS. Vis. Past. di Filippo Spinelli: Torraca 1597, Vol. 3°, p. 1-58.”. Il sac. Rocco Gaetani (….), nel suo  ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, riferendosi e parlando del Barone di Torraca e Signore del Porto di Sapri (“Portus Saprorum”) affermava che:in Sapri, i primi che si fanno vedere sono alcuni cittadini di Torraca: sono proprietari e lavoratori di vigne vitiferi e viniferi…viniferi…“, ed ancora: “la piccola colonia agricola dei torracchesi si crebbe di numero ed ebbe bisogno di baratti, di vendita, di compera dicose mangerecce e di altre mercanzie necessarie alla vita. Il barone vi esercitava una specie di monopolio coi campagnuoli, marinai e passanti, possedendovi una taverna, e volendo, pur non avendo diritto di proibire, ius prohibendi, tutto per sè col l’altrui danno, vietò  ogni commercio, l’apertura di altre osterie e perfino di edificarle. I torracchesi….si querelarono con la regia podestà ed ebbero giustizia.”.

Nel 25 maggio 1598, Scipione e Costanza Gambacorta, figli (“pupilli”) di Annibale vendono il feudo di Torraca a Decio Palamolla, signore di Scalea e di Pappasidero

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700” parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) La famiglia Palamolla, originaria di Scalea, per l’acquisto effettuato da Decio Palamolla nel 1598 e registrato il 25.5.1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati, ecc….”. Dunque, in questa nota il Celico aggiunge la interessantissima notizia dell’acquisto del feudo o parte del territorio (dico io) di Sapri da parte di Decio Palamolla. Infatti, scrive il Celico (…) che nel 25 maggio 1599, i fratelli Scipione e Costanza Gambacorta registrarono la vendita del 1598 del feudo di Torraca per 13.700 a Decio Palamolla. I “pupilli” (fratelli) Costanza e Scipione Gambacorta, figli di Pompeo Gambacorta, nel 1598 vendettero il Feudo di Torraca a Decio Palamolla. L’atto di acquisto del feudo di Torraca fu registrato il 25 maggio 1599 a favore di Decio Palamolla. Anche il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Sempre il Tancredi a p. 39 scriveva che: “Il primo dei cosiddetti “Baroni di Torraca e Signori del Porto di Sapri” fu Decio Palamolla, che comprò il feudo il 25 maggio 1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati (32).”. Il Tancredi a p. 39, nella sua nota (32) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: ‘Quinternione feudale’, vol. 180, pag. 213, Memoriale dei Diritti demaniali e concessi dal Vice Re D. Enrico Guzma, regnante Filippo d’Aragona….’Il dottor Marc’Antonio Vulcano espone a Vostra Eccellenza come fosse espediente a Scipione e Costanza Gambacorta, pupilli, che si venda la terra della Torraca della Provincia di Principato Citra, etc..Item la taverna sita al Porto di Sapri, etc…”Questi gli stralci di parte del contratto presentato alla Regia Camera Sommaria in Napoli il 25 ottobre 1599. Da ‘Notamenti de Registri significato’, manoscritto in Biblioteca Provinciale di Salerno, n. 96, pag. 1084, risulta quanto segue: “Dominus Carolus Palamolla; filius quondam Detii Palamolla petit investituram terrae Torracae in Principato Citra annorum redditibus ducatorum 113 cum expressione corporum per obitum dicti eius patris et dicit quod feudam Sapri fuit venditum ad instantiam creditorum et emptum ab illustri duce Medinae (Guzman) et expressa (salt. ut “significatoria”) die 22 maii 1656.”. Dal contesto si comprende che poco prima del 1656 feudatario era questo Palamolla e che il feudo fu acquistato dal Guzman, che, probabilmente, è quel milite impegnato nella repressione di Masaniello: in verità, furono due, uno a Napoli e uno a Salerno. Occorrerebbe cercarne la genealogia.”.

Nel 1598, i Palamolla di Scalea, baroni di Papasidero e di Calabria

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 54, in proposito scriveva che: “Nel 1571 nel palazzo “Palamolla” nasceva, dalla nobil donna Clarice Di Alitto dei baroni di Papasidero e dal dottore in legge Gian Giacomo Palamolla, secondogenito di quattro figlioli, Lucio. Lucio Palamolla etc…”. Dunque, Lucio Palamolla era figlio della coppia Gian Giacomo Palamolla e della nobile donna Clarice Di Alitto, dei baroni di Papasidero in Calabria. Da questa unione, nel 1571 nacque Lucio. Lucio era il figlio secondogenito. Da questa unione nacque anche Decio Palamolla che come vedremo nel 1598 acquistò il feudo di Torraca ed il Porto di Sapri da Scipione e Costanza Gambacorta. Decio Palamolla sposò Brianna Gaetani, del seggio di Nido. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: Un ramo dei Palamola si spostò da Scalea a Torraca, dando origine al ramo baronale che inizia con Decio, ecc…”. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 40-41 aggiungeva che: Decio Palamolla, barone di Scalea, il quale vi si trasferisce ecc…Decio, figlio di Giacomo e Clarice di Di Alitto dei baroni di Pappasidero di Calabria, sposò Brianna Gaetani. Dopo di lui nei successivi tre secoli si ebbero ecc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39 in proposito scriveva che: “Decio era figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice di Alitto dei Baroni di Papasidero; sposò Donna Brianna Gaetano del seggio di Nido.”. Dunque, secondo il Tancredi che scriveva sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (….), Decio Palamolla era figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice di Alitto dei baroni di Papasidero (“Pappasidero”). Decio Palamolla sposò donna Brianna Gaetano del seggio di Nido. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “1° Decio Palamolla primo Barone di Torraca e di Sapri, figlio di Giacomo Palamola e di Clarice di Alitto, dei Baroni di Pappasidero. Decio ebbe per moglie Donna Brianna Gaetano.”. Riguardo i Palamolla di Torraca, Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700”, a p. 41 cita un interessante notizia che riguarda proprio un Palamolla. Celico parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) La famiglia Palamolla, originaria di Scalea, per l’acquisto effettuato da Decio Palamolla nel 1598 e registrato il 25.5.1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati, venne immessa nella baronia della Torraca con signoria sul porto di Sapri. Decio, figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice de Alitto dei baroni di Papasidero, sposò donna Brianna Gaetani del seggio di Nido. Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”

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Papasidero (Papàs Isidoros, Παπάς Ισίδωρος in greco) è un comune di 665 abitanti della provincia di Cosenza; il suo territorio è la riserva naturale orientata della Valle del Fiume Lao (DM Ambiente – Luglio 1987). I Palamolla, pur essendo baroni di Papasidero vissero molto a Scalea dove si può ammirare il bel Palazzo Palamolla. Il palazzo fu abitato dai Palamolla che si trasferirono a Scalea nel XIV secolo per sfruttare l’economia commerciale del tempo attraverso il traffico marino. In tempi più recenti fu sede della caserma dei Carabinieri, poi durante l’ultimo conflitto fu adibito a caserma per i soldati della difesa costiera. Decio Palamolla sposò Brianna Gaetano e nei successivi tre secoli si susseguirono ben 7 baroni della stessa dinastia: Carlo, Vespasiano, Francesco, Biagio etc. Sposò donna Brianna Gaetano del seggio di Nido a Napoli. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: Un ramo dei Palamola si spostò da Scalea a Torraca, dando origine al ramo baronale che inizia con Decio, ecc…”. Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine- cronaca e storia dal 1600 al 1700”, a p. 14 cita un interessante notizia che riguarda proprio i Palamolla. Celico parlando di Tortora e del suo porto in proposito scriveva che: “Nell’ottobre del 1579, intanto, era redatta ed inoltrata informativa dal m.co Giovanni Palamolla (10), luogotenente della Portolania di Calabria con la quale si dava notizia della “cattura” alla Regia Camera che il 10 novembre scriveva al Palamolla perchè “prendesse li mori e li mandasse in Vicaria” (11), trasferendoli nella disponibilità del vicario reale, vale a dire sotto giurisdizione “criminale”. Il maestro portolano aveva cura di esigere le imposte attinenti alle “merci” che entravano e uscivano per mare, dei naufragi e di “far stare conce le strade”. Ma d. Pietro Exarque ne lasciò andare solo uno ecc…”. Il Celico racconta che sulle spiagge di Tortora furono catturati dei saraceni o mori che il feudatario di Tortora don Exarque trattenne nel suo maniero di Lauria e che all’epoca, il 10 novembre 1597 la Real Camera della Sommaria di Napoli, informata dal maestro portolano delle Calabrie, Giovanni Palamolla di Tortora ordinò di inviare alla Vicaria a Napoli. Nel 2006, Amito Vacchiano (…), nel suo “Scalea antica e moderna” a pp. 150-151 in proposito così scriveva: “…a Scalea verso la fine del secolo XVI vi furono i primi timidi segni di ripresa. Pare che i Palamolla riuscissero ad incrementare l’industria serica. Anche il commercio, a cui si dedicavano, oltre ai Palamolla, le famiglie Caputo, Macrino e Manfredi, riprese a svilupparsi.” e,  poi ancora sui Palamolla a p. 153 scriveva ancora che: “In questo periodo Scalea offrì alla Chiesa un suo grande cittadino, che incarnava in modo perfetto la nuova sensibilità spirituale della Chiesa post-tridentina: padre Costantino Palamolla.”. Sempre il Vacchiano a p. 157 scriveva che: “In quest’epoca i Palamolla lasciarono per sempre Scalea. Erano diventati tanto ricchi da comprarsi dai Gambacorta il titolo di baroni di Torraca, con relativi castello e feudo.”.

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(Fig….) Gaetani (…), ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nota (24)

Nel 25 ottobre 1599, Decio Palamolla registra  l’acquisto del feudo di Torraca venduto da Scipione e Costanza Gambacorta, figli di Fabrizio

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700” parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) La famiglia Palamolla, originaria di Scalea, per l’acquisto effettuato da Decio Palamolla nel 1598 e registrato il 25.5.1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati, ecc….”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, a p…., scriveva che: “Nell’ottobre 1599, Decio Palamolla, dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta, comprò il feudo di Torraca per 13.700 ducati.”. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 40-41 aggiungeva che: Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di Limatola. Il 25 ottobre 1599, Decio Palamolla dei Scipione, acquistò il feudo di Torraca e di Sapri per 13.700 ducati. Nel 1599 il feudo di Torraca passa nelle mani di Decio Palamolla, barone di Scalea, il quale vi si trasferisce ecc…Decio, figlio di Giacomo e Clarice di Di Alitto dei baroni di Pappasidero di Calabria, sposò Brianna Gaetani. Dopo di lui nei successivi tre secoli si ebbero ecc…”. Dunque, secondo il Mallamaci (…) che scriveva sulla scorta delle notizie riportate dal Gaetani (…), il 25 ottobre 1599, Decio Palamolla “dei Scipione”, barone di Scalea acquistò il feudo di Torraca e di Sapri per 13.700 ducati dai fratelli Scipione e Costanza Gambacorta. Decio Palamolla era figlio di Giacomo Palamolla e Clarice d’Alitto, baroni di Papasidero in Calabria. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Il 25 ottobre 1599 il feudo di Torraca passa a Decio Palamolla – figlio di Giacomo e di Clarice di Alitto, baroni di Papasidero – che lo compra per 13.700 ducati e diviene primo barone di Torraca e di Sapri. Il borgo era tassato, al tempo, per 100 fuochi (circa 500 abitanti)(3). Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39 in proposito scriveva che: “Il primo dei cosiddetti “Baroni di Torraca e Signori del Porto di Sapri” fu Decio Palamolla, che comprò il feudo il 25 maggio 1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati (32). Decio era figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice di Alitto dei Baroni di Papasidero; sposò Donna Brianna Gaetano del seggio di Nido.”. Riguardo i Palamolla di Torraca, Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700”, a p. 41 cita un interessante notizia che riguarda proprio un Palamolla. Celico parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) La famiglia Palamolla, originaria di Scalea, per l’acquisto effettuato da Decio Palamolla nel 1598 e registrato il 25.5.1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati, venne immessa nella baronia della Torraca con signoria sul porto di Sapri. Decio, figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice de Alitto dei baroni di Papasidero, sposò donna Brianna Gaetani del seggio di Nido. Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Infatti, scrive il Celico (…) che nel 25 maggio 1599, i fratelli Scipione e Costanza Gambacorta registrarono la vendita del 1598 del feudo di Torraca per 13.700 a Decio Palamolla. Dunque, in questa nota il Celico aggiunge la interessantissima notizia dell’acquisto del feudo o parte del territorio (dico io) di Sapri da parte di Decio Palamolla, Barone di Torraca che comprò dai figli di Pompeo Gambacorta, Scipione e Costanza Gambacorta ma solo più tardi la Terra di Sapri fu acquistata dai conti di Policastro, don Fabrizio e donna Giulia Carafa. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: A proposito di Torraca il Giustiniani (cfr. L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1805) scrive: “Torraca, ecc…e gli abitanti, al numero di circa 1400, sono addetti alla agricoltura ed alla pastorizia”. Un ramo dei Palamola si spostò da Scalea a Torraca, dando origine al ramo baronale che inizia con Decio, primo barone di Torraca e Sapri, figlio di Giacomo Palamolla e di Beatrice di Alitto dei baroni di Pappasidero, Decio sposa donna Brianna Gaetani del seggio di Nido in Napoli. Ecc…”.

Nel 22 luglio 1601, Fabrizio Carafa e la nipote Giulia Carafa, conti di Policastro e di Majerà si sposano con dispensa apostolica

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).. Ebner si riferiva al testo di Filiberto Campanile (….), ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195. Il testo di Giuseppe Campanile (….), ‘Notizie di Nobiltà etc.’. Giuseppe Campanile fu un genealogista. Figlio di Filiberto Campanile (….), membro di una famiglia nobile originaria di Tramonti, Giuseppe nacque a Diano (l’odierna Teggiano) intorno al 1616. Nel 1672 pubblicò la sua ultima ma più celebre opera, le Notizie di nobiltà, che tratta del significato degli stemmi delle famiglie nobili del Regno di Napoli e della loro origine e genealogia. Un’altra notizia interessante che riguarda i Carafa della Spina, conti di Policastro ci è sempre riferita dal Campagna (…) che a p. 163 in proposito scriveva che: “Nel 1639 il dott. Marc’Aurelio Perrone, “Galantuomo di Buonvicino”, dopo aver venduto la Terra di Majerà a Giuseppe Guerra (aveva acquistato quel feudo da Francesco Carafa (191) il 3 aprile dell’anno precedente per 34.500 ducati), ecc…”. Il Campagna a p. 163 nella sua nota (191) postillava che: “(191) Figlio di Fabrizio e di Giulia, primogenita di Vittoria di Loria, morta all’età di 21 anni, come si rileva da una lapide in “S. Maria di Casale”, ora S. Domenico, di Majerà.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava che: “…..Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Ecc…. Dunque, secondo l’Ebner (…), Lelio Carafa fu l’unico erede maschio di Federico Carafa, Conte di Policastro e di Giulia Russo. Ebner scrive pure che “Da costui solo Giulia, contessa di Policastro”. Dunque, l’Ebner scrive che Giulia Carafa fu l’unica erede femmina di Lelio Carafa e Giulia Russa. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Lelio (+ ca. 1603), 5° Conte di Policastro e Patrizio Napoletano. = Vittoria di Lauria, figlia di Alfonso Signore di Maierà (divenne erede del feudo alla morte del fratello).”. Dunque, secondo l’Ebner, Fabrizio Carafa, 4° figlio di Federico Carafa, sposò la nipote Giulia Carafa, figlia di Lelio Carafa e unica erede della Contea di Policastro. Sempre il Celico (…), nel suo libro su Tortora, parlando di Majerà, a p. 34 in proposito scriveva che: “Da Alfonso fu trasferita a Luise nel 1549 e poi ad Alfonso junior fino al 1558 e da Vittoria, primogenita di Alfonso junior, nacque D. Giulia moglie di D. Fabrizio Carafa conte di Policastro, che portò a titolo e feudo in quella casata, nella quale si estinse questo ramo dei Loria, mantenuti quasi ininterrottamente fino al 1718. D. Giulia, morta nel 1608 a soli ventuno anni e senza eredi, fu sepolta nella Chiesa di S. Domenico di Majerà ove riposava anche il nonno Alfonso……I Carafa, dal 1667 duchi di Majerà, trasferitisi da Pisa a Napoli ecc…”. Dunque, il Celico scriveva che donna Giulia Carafa, figlia di Alfonso Junior Carafa e di Vittoria di Loria, diventò moglie di suo zio Fabrizio Carafa, conte di Policastro e figlio di Federico Carafa. Fabrizio e Giulia si sposarono il 22 luglio 1601 e Giulia Carafa, sua moglie morì nel 1608 all’età di 21 anni. Infatti, Fabrizio poi si risposò.  Chi erano i coniugi, conti di Policastro, Fabrizio e Giulia Carafa ?. Ritornando ai coniugi Carafa, Fabrizio, Conte di Policastro e sua moglie Giulia Carafa, contessa di Majerà, figlia ed erede di Vittoria Loria, contessa di Majerà in Calabria e nipote di Fabrizio Carafa, conte di Policastro che sposò. Dal ‘Libro d’Oro della Nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Fabrizio (+ post 3-1630), Patrizio Napoletano. a) = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 sua nipote Giulia Carafa 6° Contessa di Policastro b) = 30-4-1609 Eleonora, figlia del Nobile Giovan Girolamo Santacroce e di Cornelia Gaeta, già vedova di Michele Gentile. E1. Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa”. Dal ‘Libro d’Oro etc..’, leggiamo che il VII° conte di Policastro, Fabrizio Carafa con Dispensa Apostolica del 22 luglio 1601 sposò nel 1608 sua nipote Giulia Carafa che diviene così la VI contessa di Policastro e “che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122)”. Riguardo invece gli sposi e congiunti don Fabrizio Carafa e Giulia Carafa sua nipote, nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che “Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, Fabrizio Carafa, quarto figlio di Federico Carafa, per “…evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa.”. Orazio Campagna (….), che a pp. 145-146 parlando di Majerà in Calabria, e dei ‘Loria’ in proposito scriveva che: “I Loria, così entrati nella storia della Terra, per oltre un secolo e mezzo ne determinarono le sorti (120). Ultima baronessa fu Vittoria, primogenita di Alfonso, la quale, nel 1598, eredito Majerà ecc…Figlia ed erede di Vittoria Loria fu Giulia Carafa, che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122). Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Il Campagna (…), a p. 145 nella sua nota (122) postillava che: “(122) Di Giulia Carafa si legge la seguente iscrizione incisa sul marmo nella chiesa di S. Maria del Casale; in alto vi è lo stemma dei Carafa della Spina: “D. Iuliae Carafae Polycastri comitissa Polycastrensis domus jam collabentis instauratrici coniugi amatissimae D. Fabritius Carafa unico vitae suae oblectamento immature viduatus obiit MDCVIII etatis sue XXI”. I Carafa furono signori di Policastro dal 1496. Fabrizio, sposo di Giulia, ne fu il VII conte. Apparentati ai Sismondi di Pisa, i Carafa ebbero un papa, Paolo IV (Giampietro Carafa), ecc…”. Sempre il Campagna parlando dei Carafa a p. 145, nella sua nota (122) postillava che: “(122) Da Anonimo, ms. del 1719, “Osservazioni intorno alla scrittura uscita per la primogenitura dè Signori di Forlì nella Famiglia Carafa della Spina, colle quali si dimostra essere gli Principi della Roccella i Primogeniti della universale famiglia Carafa, D.S.G.F.A.P.d.R, anno 1691″, presso Arch. Episc. di Policastro Bussentino; G. Campanile, ‘Notizie di nobiltà, etc., cit.; V. Nocito, ‘Notizie storiche della città di Belvedere Marittimo, etc., Genova, 1947.”. Dunque, il Campagna scriveva che la Baronessa Vittoria di Loria era la figlia primogenita di Alfonso Loria. Vittoria di Loria sposò il conte di Policastro Lelio Carafa e gli portò in dote la terra di Majerà. Vittoria di Loria e Lelio Carafa ebbero un unica figlia erede Giulia Carafa della Spina che poi in seguito sposò lo zio Fabrizio Carafa a cui portò in dote la terra di Majerà. Riguardo il Conte di Policastro Fabrizio Carafa. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 260, parlando della contea di Policastro dopo la morte e la successione di Alfonso di Loria, nel 1597, nella sua nota (87), in proposito postillava che: “(87) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F.A. Vanni, ‘Cronica di Majerà’, ms. cit.”Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 76, dopo aver parlato di Vittoria di Loria, figlia di Alfonso e sposa di Lelio Carafa, Conte di Policastro, la cui contea il padre Alfonso aveva contribuito a salvare dai dissesti finanziari, in proposito scriveva che: “Intanto il 2 Ottobre dello stesso anno (1597) moriva Alfonso di loria, che veniva seppellito nella Chiesa di S. Domenico (21). Il quattro settembre del 1598 da Vittoria e Fabio Bologna nacque Olimpia, che diventerà monaca presso S. Marcellino di Napoli. Dopo il parto, per infezione puerperale, il 22 Settembre moriva Vittoria (22). Nel 1601 è barone di Majerà Fabrizio Carafa, conte di Policastro e marito di Giulia (23), che aveva ereditato il feudo da Vittoria. A Fabrizio successe il figlio Francesco Carafa. Nel 1638, ecc…”. Il Campagna a p. 76, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Si concluse, così, la vita travagliata di questa baronessa ecc..in Vanni etc.”. Il Campagna a p. 76, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Giulia Carafa morì all’età di 21 anni, 1608, lasciando il Feudo al figlio, Francesco Carafa, che presentò il “Rilievo” nel 1640. Di Giulia si legge su una lapide posta in S. Maria del Casale: “……”L’iscrizione è sormontata dallo stemma dei Carafa della Spina.”.

Carafa della Spina

Il Campagna si riferisce a F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono.

Nel 1605, Decio Palamolla acquistò la Terra di Sapri dai congiunti Fabrizio Carafa e la nipote Giulia Carafa, conti di Policastro

Come abbiamo potuto vedere le vicende dei possedimenti delle Terre di Torraca e di Sapri possedute dai Palamolla di Scalea e di Papasidero in Calabria, si legano alle vicende e ai possedimenti della contea di Policastro e di Majerà in Calabria possedute dai Carafa della Spina. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia storica riportata da Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700”, a p. 41 cita un interessante notizia che riguarda proprio un Palamolla. Celico parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) ecc….Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Dunque, se questa notizia fosse confermata da ulteriori e più dettagliati riscontri bibliografici e documentati sarebbe molto interessante e costituirebbe un ulteriore tassello all’evoluzione geo-storica della terra del Porto di Sapri. Dunque, il Celico, a p. 41, nella sua nota (10) aggiunge la interessantissima notizia dell’acquisto del feudo o parte del territorio (dico io) di Sapri da parte di Decio Palamolla, Barone di Torraca che comprò dai Carafa conti di Policastro. Infatti, scrive il Celico (…) che nel 25 maggio 1599, i fratelli Scipione e Costanza Gambacorta registrarono la vendita del 1598 del feudo di Torraca per 13.700 in favore di Decio Palamolla ma solo più tardi Decio Palamolla acquistò la Terra di Sapri dai congiunti conti di Policastro, don Fabrizio e sua molglie e nipote Giulia Carafa. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ‘Fabrizio e Giovanna (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso. Un certo ‘Annibale’, Signore di Torraca si sà è deceduto a soli 22 anni.”. Il Mallamaci dice solo che dai ‘Cedolaria’ risultano un “Annibale Gambcorta, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano”. Sempre il Mallamaci crive che dai ‘Cedularia’ risulta un “Fabrizio (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso”. Dunque, è dall’unione con Giovanna Carafa con Annibale Gambacorta prima e dalla vendita poi a Decio Palamolla della Terra di Sapri da parte dei congiunti conti di Policastro, don Fabrizio e Giovanna Carafa che inizia il legame con la Contea di Policastro. Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano, sposò Annibale Gambacorta. Dalla loro unione nacquero Orazio, Scipione e Prospero Gambacorta. Secondo il Gaetani (…), il feudo di Torraca apparteneva ad Annibale Gambacorta che morì nel 1593 e lasciò tutto ai tre figli Orazio, Scipione e Giovanni e Costanza Gambacorta. I figli di Annibale Gambacorta, nel 1598, Scipione e Costanza Gambacorta vendettero il feudo di Torraca e la signoria di Sapri a Decio Palamolla. Scipione e Costanza Gambacorta, nell’11 maggio 1599 registrarono l’atto di acquisto del feudo di Torraca a favore di Decio Palamolla. Scrive pure il Celico (…), e questa mi sembra la notizia interessantissima che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Il Celico scrive che il “feudo di Sapri” fu acquistato dopo da Decio Palamolla ma non scrive quando. Il Celico scrive pure che Decio Palamolla acquistò “poi” il feudo di Sapri da “conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa”. Si è visto precedentemente chi fossero i conti di Policastro don Fabrizio Carafa e sua moglie, la nipote Giulia Carafa. A questo punto però nulla di nuovo se non la notizia riferita dal Celico, a p. 41 che scriveva che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”.

Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. E’ molto probabile che il territorio di Sapri, la porzione occidentale ovvero quella che dall’attuale località “Fortino” e fino al Cimitero dipendesse dai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca. Ad un certo punto della storia, e questo però non viene chiarito ne dal Tancredi che dal Mallamaci, il vecchio “Portus Saprorum” diventa “Marina di Torraca” perche tutto il suo territorio apparterrà ai Palamolla, Baroni di Torraca. Sui possedimenti dei Carafa della Spina, conti di Policastro ed il passaggio della Terra di Sapri ad altri feudatari è interessante una “rivela” del 1742. Questa “rivela” parla dello “smembramento” della Contea di Policastro. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a p. 92, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Notevole è pure il fascicolo che contiene la Rivela fatta da Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro, in qualità di fattore, ma è molto difficile la decifrazione della grafia. Comunque, è certo che all’inizio si parla dell’ubicazione geografica del Porto di Sapri e delle sue ultime vicende storiche, riferite allo smembramento della Contea di Policastro. Ne riportiamo qualche stralcio per intenderne l’importanza. “Antonio La Corte della Terra di Sapri, Erario dell’E.ma Casa del Sig.re Principe D. Girardo Caraffa, Conte di Policastro, Cavaliere Napolitano, et habitante in detta Città di Napoli, rivela come, quantunque il Feudo del med.mo dovesse andar compreso con la Città di Policastro, e nel Catasto si forma dalla med.ma, nò cadesse più proprio, il Rivelo delli suddetti beni sì esser fatto Sapri corpo compreso nella Contea di detta Città, e nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra, nulla però di meno, affinchè restino separatamente Rivelate, et adempita la mente di S. M. (ch’Iddio guardi) Rivela possedersi da detto Ecc.mo Sig.re li seguenti beni propri, e li infrascribe Redditi senza recare menomo pregiudizio alle rag.ni di detta città, e sono …” (Firma).”. Dunque, come scriveva il Tancredi presentandoci dei documenti “Rivele” che riguardavano alcuni parroci della Diocesi di Policastro ed in particolare quella di  “Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro”, preposto del conte di Policastro Gerardo Carafa nel 1742, nella “rivela” del La Corte, fattore del conte di Policastro Gerardo Carafa, il territorio di Sapri doveva appartenere ai Carafa conti di Policastro. Secondo questo manoscritto il detto territorio fu “dismembrato” (dalla Contea dei Conti di Policastro), nel 1605: nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, ecc..”. Infatti, il barone di Torraca, Decio Palamolla, pare che abbia acquistato solo dopo la Terra di Sapri dai Conti di Policastro i Carafa della Spina. Secondo il documento del 1742, la contea di Policastro dipendente dai conti Carafa della Spina, nel 1605 fu “dismembrato” dal territorio del porto di Sapri, ovvero tutta la porzione di territorio che si estendeva dalla torre del Buondormire alla Torre di Capobianco (il porto e la baia di Sapri) che dovettero passare ai Palamolla di Torraca. Infatti come ho già scritto la citazione del Celico (….) che scriveva appunto che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Riguardo i possedimenti dei Carafa, conti di Policastro è molto interessante ciò che si scrive nel prosieguo della “Rivela” del La Corte, fiduciario del conte Gerardo Carafa nel 1742. Si scrive che il territorio di Sapri nel 1742 venne “et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra ecc…”. Dunque, in sostanza, in questo documento si afferma che prima del 1605 e poi pure dopo il 1742, il territorio che apparteneva alla Contea di Policastro dipendente dai Carafa della Spina consisteva “…la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, ecc…”. Dunque, la marina o la fascia costiera che si estendeva dai confini di Camerota, volgarmente detta “Li Marcellini” fino al Canale di Mezzanotte, confine con la Basilicata.

Nel 20 marzo 1614, la Sentenza della Causa tra alcuni Sapresi contro Decio Palamolla, Barone di Torraca e di Sapri

In seguito all’acquisto della Terra di Sapri da parte del Barone di Torraca Decio Palamolla che l’acquistò nel 1605, secondo il Celico (….) dai Conti Carafa di Policastro sorsero dei litigi tra i sapresi che tenevano terreni nell’agro di Sapri e che coltivavano a vigne e frutteti, ed il Barone Decio Palamolla. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, a p. 11, parlando delle origini di Sapri cita un interessante documento. Il Gaetani in proposito scriveva che: “La piccola colonia agricola dei Torracchesi si crebbe di numero ed ebbe bisogno di baratti, di vendita, di compera di cose mangerecce e di altre cose mercanzie necessarie alla vita (1).”. Il barone (v. p. 12), vi esercitava una specie di monopolio coi campagnoli, marinai e passanti, possedendovi una ‘taverna’ e, volendo, pur non avendo il diritto di proibire, ‘jus prohibendi’, tutto per sè con l’altrui danno, vietò ogni commercio, l’apertura di altre osterie e perfino di edificarle. Ecc..”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39, riferendosi al Barone di Torraca e Signore del Porto di Sapri, Decio Palamolla, in proposito scriveva che: La colonia marittima torrachese, ecc….Il barone esercitava una specie di monopolio coi sapresi, possedendovi una ‘taverna’, e, volendo, tutto a suo vantaggio, pur non avendo il diritto di proibire (jus prohibendi) vietò ogni commercio e con esso la costruzione e l’apertura di altre osterie. Ecc..”. Scrive e aggiunge il Gaetani che: “I torracchesi, che non furono mai servi e vassalli, ma sempre liberi cittadini, si querelarono con la regia podestà dell’aggravio ed ebbero giustizia. “Si gravano che il barone proibisce essi supplicanti che non vendano robe commestibili al porto di Sapri, ma vuole che solo si venda nelle sue taverne e che possano esse supplicanti tenere le loro taverne aperte e vendere a voglia loro e a chi li piace.“. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (34) postillava che: “(34) Arch. di Stato di Napoli: Atti de li esami presso dell’Esaminatore del S. C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, P.O. fol. 217.”. Giovan Giacomo Palamolla, nel  frontespizio di una sua opera in latino si disse ex Baronibus terrae Turracae et Portus Saprorum “. Il Gaetani (…) a p. 11 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gravamina pro Unitate Terrae Tuccacae contra Detium Palamolla primum Baronem ex praesentibus in S. R.C. proposita et decisa ac aliae Provisiones in beneficium ipsaemet unitatis expeditae, in praesenti libello, diligenter exaratae, noviterque in hoc anno Millesimo, septigentesimo octogesimo exscriptae ad posterum memoriam. Regnante Ferdinando IV utriusque Siciliae Hyerusalem Rege etc. Turracae Anno Domini 1780. Superiorum permissu et facultate.”. Sempre il Gaetani a p. 12 nella sua nota (1) postillava che:  “(1) Gravamina etc 38, fol. 6. Si gravano, come alcuni cittadini tengono certe vigne nella Marina, delle quali ne pagano tomola uno e mezzo per ogni parte, che in tutto sono tomola ventuno: supplicano provvedersi, ‘quod abstineat’. – Risposta: “Sub die duedecimo Decembris millesimi sexcentesimi decimi quarti. Baro non impediatur exigere terraticum in Demanio et terris Baronalibus iuxta solitum”. Fol. 7.”. Scrive sempre il Gaetani (…) a p. 12 che “la risposta favorevole è del 20 marzo 1614. Alla proibizione: verum quoad terram Saprorum non liceat civibus Turracae erigere tabernas,sivetuguria pro vendendis rebus commestilibus in Littore Maris (1). “Si gravano, come alcunicittadini tengono certe vigne nella Marina, delle quali ne pagano tomola uno e mezzo per ogni parte, che in tutto sono tomola ventuno: supplicano provvedersi…”. Scrive il Tancredi che: “I torrachesi, che erano stati sempre liberi cittadini e non servi e vassalli, mossero querela al Re di Napoli, per l’aggravio ed ebbero giustizia; la sentenza favorevole è datata 20 marzo 1614 (35).”. Sempre il Tancredi (…), a p. 40, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Arch. di Stato di Napoli: “Gravamina pro Unitate huius Terrae Turracae contra Detium Palamolla primum Baronem ex ……….Cap. 38, f. 6: Si gravano, come alcuni cittadini tengono certe vigne nella Marina, ecc….Risposta: “Sub die duodecimo decembris millesimi sexcentesemi decimi quarti. Baro non impediatur exigere terraticum in Demanio et terris Baronalibus juxta solitum”, fol. 6 e 7. = Si gravano che il barone proibisce ecc…..”.

Dal 1632 al 1658, Carlo di Palamolla, 2° Barone di Torraca e della Terra di Sapri

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “2° Carlo di Palamolla, 2° Barone, sposò donna Francesca Zito, nobile di Rossano”. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: Il secondo barone fu Carlo Palamolla, sposato con Francesca Zito, nobile di Rossano, ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “A Decio successe, infatti, nel 1632, Carlo Palamolla, che sposò Francesca Zito, nobildonna di Rossano. Ecc…”. Dunque, secondo il Guzzo fu nel 1632 che Carlo Palamolla successe a Dezio o Decio Palamolla e diventò 2° barone di Torraca e di Sapri. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39 nella sua nota (32) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: ‘Quinternione feudale’, vol. 180, pag. 213, Memoriale dei Diritti demaniali e concessi dal Vice Re D. Enrico Guzma, regnante Filippo d’Aragona….’Il dottor Marc’Antonio Vulcano espone a Vostra Eccellenza come fosse espediente a Scipione e Costanza Gambacorta, pupilli, che si venda la terra della Torraca della Provincia di Principato Citra, etc..Item la taverna sita al Porto di Sapri, etc…”Questi gli stralci di parte del contratto presentato alla Regia Camera Sommaria in Napoli il 25 ottobre 1599. Da ‘Notamenti de Registri significato’, manoscritto in Biblioteca Provinciale di Salerno, n. 96, pag. 1084, risulta quanto segue: “Dominus Carolus Palamolla; filius quondam Detii Palamolla petit investituram terrae Torracae in Principato Citra annorum redditibus ducatorum 113 cum expressione corporum per obitum dicti eius patris et dicit quod feudam Sapri fuit venditum ad instantiam creditorum et emptum ab illustri duce Medinae (Guzman) et expressa (salt. ut “significatoria”) die 22 maii 1656.”. Dal contesto si comprende che poco prima del 1656 feudatario era questo Palamolla e che il feudo fu acquistato dal Guzman, che, probabilmente, è quel milite impegnato nella repressione di Masaniello: in verità, furono due, uno a Napoli e uno a Salerno. Occorrerebbe cercarne la genealogia.”. Sulla figura del Vicerè spagnolo nel Regno di Napoli don Enrique de Guzman leggiamo su wikipedia che quando a Filippo II succedette sul trono di Spagna il figlio Filippo III l’amministrazione del vicereame di Napoli era affidata a Enrique de Guzmán, conte di Olivares. Il regno di Spagna era al suo massimo splendore unendo la corona d’Aragona, i domini italiani, a quella di Castiglia e del Portogallo. A Napoli il governo spagnolo fu debolmente attivo nella sistemazione urbanistica della capitale: risalgono a de Guzman la costruzione della fontana del Nettuno, di un monumento a Carlo I d’Angiò e la sistemazione della viabilità. Enrique de Guzmán y Ribera (Madrid, 1540 – Madrid, 1607) fu il secondo conte di Olivares e viceré di Napoli dal 1595 al 1599, per due mandati. Il figlio, Gaspar de Guzmán y Pimentel, fu de facto primo ministro spagnolo dal 1621 al 1643.

Nel 1541 (secondo il Gaetani) o 1641 (secondo il Tancredi ?) fu compilato “l’apprezzo di Sapri” dal notaio Pietro Gaglierano (per il Gaetani) o Gallerano nella causa di limiti tra i Carafa, della contea di Policastro ed il subfeudo dei Palamolla di Torraca

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia storica che riportavo nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: Il Gaetani, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente (119).”. “Sono state sempre del barone di Torraca il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi baroni di Torraca e posseduti da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri” (120).”. Nel mio studio depositato presso il Comune di Sapri (1), riguardo la nota (119) postillavo che: (119) Gaetani R., op. cit., p. 9. Il documento citato dal Gaetani si trova in: ‘Archivio di Stato di Napoli’, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernalda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”. Nel mio studio depositato presso il Comune di Sapri (1), riguardo la nota (120) postillavo che: (120) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P. O. “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. Francesco Palamolla.”. Dunque, la notizia è interessantissima ed andrebbero ulteriormente indagati gli atti del Processo e della Causa vertente tra il barone di Torraca Francesco Palamolla, pronipote di Decio ed il conte di Policastro Carafa della Spina (quale ?). Il Di Luccia (…), ha citato questi processi ma non dice chi fossero i loro intestatari. La notizia, proveniva dal sacerdote Rocco Gaetani (…), che nel suo ‘Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio’, nel 1906, a pp. 9-10, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “Si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastronell’apprezzo di Sapri (1541fatto da Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente (1).”. Il Gaetani, a p. 10, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Processi della causa vertente tra la casa di Palamolla e il Conte di Policastro dipendente dagli atti del Patrimonio del duca di Bernanda in Banca attualmente di D. Luigi presso Vincenzo Quaranta. Fol. 161, vol. I. Grande Archivio di Stato, Napoli.”. Anche il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39, dopo aver parlato di Decio Palamolla, primo barone di Torraca in proposito scriveva che: “Non mancano riferimenti successivi all’agro saprese. In alcuni processi, circa i limiti tra la baronìa di Torraca e la contea di Policastro, per la causa vertente e dipendente dagli atti del Patrimonio del Duca di Bernalda in Banca (nel 1914 di D. Luigi presso Vincenzo Quaranta), il signor Pietro Gaglierano nel 1641 fece l’apprezzamento di Sapri, specificando i confini dei due feudi, precisò che “a Policastro toccava Vibonati e Torraca, che sino al verde era territorio di Torraca e sino al mare terminato dal vallone di S. Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo di Fenosa da oriente (33)”. Il documento citato dal Gaetani (…) si trova conservato nell’Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; e si tratta di alcuni documenti riguardanti i “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernanda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta. Fol. 161, vol. I. Grande Archivio di Stato, Napoli.”Dunque, il Gaetani citava alcuni documenti e atti di causa che oggi (a. 1914) si trovavano conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli e sono quelli di “D. Luigi presso V. Quaranta. Fol. 161, vol. I”. Il Tancredi (….), a p. 39, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Arch. di Stato di Napoli: ‘Processi di causa vertente fra Palamolla e Carafa, fol. 161, vol. 1.”. Dunque, si trattava degli Atti di Causa vertente fra la casa dei Palamolla ed i Carafa conti di Policastro. L’unica stranezza della notizia sta nel fatto che il Gaetani dice essere atti del 1541 mentre il Tancredi giustamente pone la data del 1641. Credo abbia torto il Gaetani di anno 1541 perchè a quel tempo il feudo di Torraca non apparteneva ai Palamolla che il Decio acquistò solo nel 1598. Inoltre, sempre a proposito delle cause vertenti a quell’epoca, il sacerdote Rocco Gaetani (….), prosegue il suo racconto e a p. 10 scriveva che:  “Sono state sempre del barone di Torraca il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi baroni di Torraca e posseduti da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri” (2).”. Il Gaetani (…), a p. 10, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Fol. 217, P.O. Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, pronipote di Decio. Copia tratta dall’originale. Grande Archivio di Stato di Napoli.”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sempre sulla scorta del Gaetani (….) continuando il suo racconto citava altri documenti ed in proposito scriveva che: “L’appartenenza di Sapri alla Baronia di Torraca si deduce da altri atti così indicati: “Sono stati sempre del Barone di Torraca il ‘seminatorio’ di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino la mare, il vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi Baroni di Torraca e posseduto da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri (34).”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (34) postillava che: “(34) Arch. di Stato di Napoli: Atti de li esami presso dell’Esaminatore del S. C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, P.O. fol. 217.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “4° Francesco Palamolla, quarto Barone, prese per moglie donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia.”. Dunque, il sacerdote Rocco Gaetani (….), a p. 10, nella sua nota (2) postillando che: “(2) Fol. 217, P.O.”, citava gli atti della Causa (“Esami presso dell’Esaminatore”) intentata da Francesco Palamolla, pronipote di Decio Palamolla e 4° Barone di Torraca. Oggi questi atti sono conservati nel “Fol. 217, P.O” all’Archivio di Stato di Napoli e riguardano gli “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del Sacro Collegio ad istanza di Don Francesco Palamolla”.  Francesco Palamolla intentato davanti alla Regia Camera della Sommaria di Napoli contro i conti di Policastro. Questi Atti sono conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Le cause pendenti e processi di limiti del territorio e dei possedimenti feudali intentate tra i Carafa e diversi feudatari dell’area oltre che quelle intentate contro la Curia vescovile furono diverse. Oltre alle liti che sorsero tra la Curia Vescovile, le Abbazie basiliane come quella di San Giovanni a Piro, i suoi ampi possedimenti, anche nel territorio Saprese, e i Carafa, conti di Policastro, sorsero delle liti anche fra gli stessi feudatari del posto, come ad esempio la lite riportata in un documento del 1541. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia secondo cui nell’Archivio di Stato di Napoli esistono gli atti di una vertenza giudiziaria sorta nel 1551: la Causa di possesso e di limiti del 1551, che fu intentata davanti alla Real Corte di Napoli da Carafa, Conte di Policastro ed i feudatari di Torraca, i Palamolla. Dopo il 1587, come scrive il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Ecc…”. Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. I Palamolla di Scalea detenevano la Baronia ed il Feudo di Torraca e dunque anche l’attuale territorio di Sapri. Nel 1541 (secondo il Gaetani ma 1641 secondo il Tancredi), il notaio Pietro Gaglierano, compilò “l’apprezzo di Sapri”, una dettagliata descrizione dei beni, dei terreni e delle proprietà, e dei confini dell’apprezzo di Sapri, posto nel feudo di Torraca che, in passato appartenevano e dipendevano dall’antica Abbazia di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Dunque, secondo l’antico documento notarile (…), nel 1541 (ma il Tancredi scrive anno 1641), il territorio di Sapri (il feudo i Sapri) era ‘un’apprezzo’, posseduto dal Barone di Torraca Decio Palamolla. Devo però precisare sulla data del 1541 che all’epoca i Palamolla ancora non detenevano Torraca e parte del territorio di Sapri essendo Decio Palamolla divenuto il primo barone di Torraca solo in seguito, ovvero nel 1599. Secondo l’antico documento notarile, il territorio del feudo di Sapri, confinava con Vibonati e con Tortorella “Sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente.. Il Gaetani (…), scrive pure che secondo il documento del notaio Pietro Gaglierano (…), sono appartenute al barone di Torraca “…il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino,…”. Dunque, nel territorio dell’appezzo di Sapri, erano compresi le contrade di S. Martino, della Fenosa e di S. Domenica. Nel 1541, il notaio Pietro Gaglierano, compilò “l’apprezzo di Sapri”, una dettagliata descrizione dei beni, dei terreni e delle proprietà, e dei confini dell’apprezzo di Sapri, posto nel feudo di Torraca che, in passato appartenevano e dipendevano dall’antica Abbazia di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Dunque, secondo l’antico documento notarile (…), nel 1541, il territorio di Sapri (il feudo i Sapri) era ‘un’apprezzo’, posseduto dal Barone di Torraca Decio Palamolla e, che il suo pronipote Don Francesco Palamolla, nel 1641 allorquando Francesco Palamolla, pronipote di Decio Palamola era il 4° Barone di Torraca. Francesco presentò istanza alla Real Corte di Napoli, ed intentò una causa di confini con il Conte di Policastro. Dunque, nel processo o causa intentata dai Palamolla di Torraca contro i feudatari di Policastro, i Carafa della Spina, per stabilire i limiti (confini) dei possedimenti appartenenti alle due casate, si deduce che il territorio di Vibonati doveva essere appannaggio dei Carafa e quello di Sapri doveva appartenere ai Palamolla di Torraca. Come ci fa sapere il Gaetani (….), che secondo “l’appezzo di Sapri” redatto nel 1541 dal notaio Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente. Secondo l’antico documento notarile, il territorio del feudo di Sapri, confinava con Vibonati e con Tortorella “Sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente.. Il Gaetani (…), scrive pure che secondo il documento del notaio Pietro Gaglierano (…), sono appartenute al barone di Torraca “…il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino,…”. Dunque, nel territorio dell’appezzo di Sapri, erano compresi le contrade di S. Martino, della Fenosa e di S. Domenica.

Il territorio di Sapri fu “dismembrato” dalla contea di Policastro dei Carafa

Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. E’ molto probabile che il territorio di Sapri, la porzione occidentale ovvero quella che dall’attuale località “Fortino” e fino al Cimitero dipendesse dai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca. Ad un certo punto della storia, e questo però non viene chiarito ne dal Tancredi che dal Mallamaci, il vecchio “Portus Saprorum” diventa “Marina di Torraca” perche tutto il suo territorio apparterrà ai Palamolla, Baroni di Torraca. Sui possedimenti dei Carafa della Spina, conti di Policastro ed il passaggio della Terra di Sapri ad altri feudatari è interessante una “rivela” del 1742. Questa “rivela” parla dello “smembramento” della Contea di Policastro. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a p. 92, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Notevole è pure il fascicolo che contiene la Rivela fatta da Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro, in qualità di fattore, ma è molto difficile la decifrazione della grafia. Comunque, è certo che all’inizio si parla dell’ubicazione geografica del Porto di Sapri e delle sue ultime vicende storiche, riferite allo smembramento della Contea di Policastro. Ne riportiamo qualche stralcio per intenderne l’importanza. “Antonio La Corte della Terra di Sapri, Erario dell’E.ma Casa del Sig.re Principe D. Girardo Caraffa, Conte di Policastro, Cavaliere Napolitano, et habitante in detta Città di Napoli, rivela come, quantunque il Feudo del med.mo dovesse andar compreso con la Città di Policastro, e nel Catasto si forma dalla med.ma, nò cadesse più proprio, il Rivelo delli suddetti beni sì esser fatto Sapri corpo compreso nella Contea di detta Città, e nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra, nulla però di meno, affinchè restino separatamente Rivelate, et adempita la mente di S. M. (ch’Iddio guardi) Rivela possedersi da detto Ecc.mo Sig.re li seguenti beni propri, e li infrascribe Redditi senza recare menomo pregiudizio alle rag.ni di detta città, e sono …” (Firma).”. Dunque, come scriveva il Tancredi presentandoci dei documenti “Rivele” che riguardavano alcuni parroci della Diocesi di Policastro ed in particolare quella di  “Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro”, preposto del conte di Policastro Gerardo Carafa nel 1742, nella “rivela” del La Corte, fattore del conte di Policastro Gerardo Carafa, il territorio di Sapri doveva appartenere ai Carafa conti di Policastro. Secondo questo manoscritto il detto territorio fu “dismembrato” (dalla Contea dei Conti di Policastro), nel 1605: nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, ecc..”. Infatti, il barone di Torraca, Decio Palamolla, pare che abbia acquistato solo dopo la Terra di Sapri dai Conti di Policastro i Carafa della Spina. Secondo il documento del 1742, la contea di Policastro dipendente dai conti Carafa della Spina, nel 1605 fu “dismembrato” dal territorio del porto di Sapri, ovvero tutta la porzione di territorio che si estendeva dalla torre del Buondormire alla Torre di Capobianco (il porto e la baia di Sapri) che dovettero passare ai Palamolla di Torraca. Infatti come ho già scritto la citazione del Celico (….) che scriveva appunto che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Riguardo i possedimenti dei Carafa, conti di Policastro è molto interessante ciò che si scrive nel prosieguo della “Rivela” del La Corte, fiduciario del conte Gerardo Carafa nel 1742. Si scrive che il territorio di Sapri nel 1742 venne “et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra ecc…”. Dunque, in sostanza, in questo documento si afferma che prima del 1605 e poi pure dopo il 1742, il territorio che apparteneva alla Contea di Policastro dipendente dai Carafa della Spina consisteva “…la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, ecc…”. Dunque, la marina o la fascia costiera che si estendeva dai confini di Camerota, volgarmente detta “Li Marcellini” fino al Canale di Mezzanotte, confine con la Basilicata.

Torraca per l’Antonini

Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XI, parte II, p. 436, così parlava di Torraca: “Dentro terra due miglia trovasi la Torraca dove le castagne, le querce, e le viti sono in abbondanza, e si fabbrica squisitissima polvere da schioppo.”. Queste le uniche parole dedicate dall’Antonini a Torraca. Più avanti, l’Antonini, parlava del Porto di Torraca, o Sapri.

I Carafa della Spina di Policastro e le loro indebite usurpazioni

Da Ferdinando Palazzo (…), che scrisse sulla scorta di Pietro Marcellino di Luccia (…) e del suo ‘Trattato Historico-Legale‘, che dopo il 1587, anno in cui il feudo di Policastro, passò nelle mani del Conte di Policastro: “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Poi esiste l’altro documento citato, il ‘Trattato historico legale’,  scritto dall’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia nel 1700 (3) che, nel 1669, fu incaricato dall’amministrazione della Cappella romana del SS. Presepe (Cappella Sistina) – a cui era passata nel 1587 per Commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (3) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che come scriveva il Palazzo (15):“…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei dueenti.”. Dunque, è dal 1599, il territorio saprese che, apparteneva alla baronia dei Palamolla di Torraca (signori di Scalea) e, la Curia vescovile e con il Conte di Policastro, vi furono sempre continui conflitti legali. Pietro Ebner (…), riferendosi al casale di San Giovanni a Piro, scriveva in proposito: L’ampia memoria storica legale del Di Luccia, dimostrò le indebite usurpazioni subite dalla badia dei poteri spirituali e temporali sul casale.”, che senza alcun dubbio spettavano alla Commenda basiliana per la sua stessa natura di Baronato. Infatti, proprio a causa di queste controversie legali e delle usurpazioni dei Conti Carafa della Spina – foraggiate dalla Curia Vescovile di Policastro – che il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’ ecc.., scritta poi nel 1831, ha scritto quasi nulla sul Cenobio basiliano, sulla sua lunga storia e sui suoi possedimenti nel territorio.”.

Nel 1648, Torraca contava 117 fuochi che moltiplicato per 6 = 702 abitanti

Nel 1805, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno di Napoli”, vol. IX, a p. 192 così scriveva di Torraca: “Nel 1532 la ritroviamo tassata per fuochi 69, nel 1545 per 76, nel 1561 per 86, nel 1595 per 100, nel 1648 per 117, e nel 1669 per 62.”.

Nel 1648 e 1669, Sapri non figura tra i centri censiti da Ottavio Beltrano

Sapri non rifigura tra quei centri censiti per i soli anni 1648 e 1669, riportati da Ottavio Beltrano (…) nel suo ‘Breve descrizione del Regno di Napoli’, che sappiamo essere stato pubblicato a Napoli nel 1644, la sua prima edizione. In questo testo il Beltrano riporta la popolazione di alcuni centri del basso Cilento appartenenti al Principatro Citra o Citeriore del Regno di Napoli le cui numerazioni sono tratte dai dati di alcuni censimenti effettuati nel secolo XVII come ad esempio quelli del 1648 e poi l’altro del 1669. In questi due censimenti pare non figurasse Sapri o Terra Saprorum in quanto questo territorio all’epoca apparteneva ai Palamolla di Torraca e dunque rientrava nell’esile popolazione dell’Università di Torraca. Il Beltrano enumera i fuochi, le famiglie presenti nel Principato Citra da p. 147 e seguenti.

(Fig….) Beltrano Ottavio, op. cit., p….., sul Principato Citra nel Regno di Napoli

Nel 22 maggio 1656, un documento di Carlo Palamolla

Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39 nella sua nota (32) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: ‘Quinternione feudale’, vol. 180, pag. 213, Memoriale dei Diritti demaniali e concessi dal Vice Re D. Enrico Guzma, regnante Filippo d’Aragona….’Il dottor Marc’Antonio Vulcano espone a Vostra Eccellenza come fosse espediente a Scipione e Costanza Gambacorta, pupilli, che si venda la terra della Torraca della Provincia di Principato Citra, etc..Item la taverna sita al Porto di Sapri, etc…”Questi gli stralci di parte del contratto presentato alla Regia Camera Sommaria in Napoli il 25 ottobre 1599. Da ‘Notamenti de Registri significato’, manoscritto in Biblioteca Provinciale di Salerno, n. 96, pag. 1084, risulta quanto segue: “Dominus Carolus Palamolla; filius quondam Detii Palamolla petit investituram terrae Torracae in Principato Citra annorum redditibus ducatorum 113 cum expressione corporum per obitum dicti eius patris et dicit quod feudam Sapri fuit venditum ad instantiam creditorum et emptum ab illustri duce Medinae (Guzman) et expressa (salt. ut “significatoria”) die 22 maii 1656.”. Dal contesto si comprende che poco prima del 1656 feudatario era questo Palamolla e che il feudo fu acquistato dal Guzman, che, probabilmente, è quel milite impegnato nella repressione di Masaniello: in verità, furono due, uno a Napoli e uno a Salerno. Occorrerebbe cercarne la genealogia.”. Sulla figura del Vicerè spagnolo nel Regno di Napoli don Enrique de Guzman leggiamo su wikipedia che quando a Filippo II succedette sul trono di Spagna il figlio Filippo III l’amministrazione del vicereame di Napoli era affidata a Enrique de Guzmán, conte di Olivares. Il regno di Spagna era al suo massimo splendore unendo la corona d’Aragona, i domini italiani, a quella di Castiglia e del Portogallo. A Napoli il governo spagnolo fu debolmente attivo nella sistemazione urbanistica della capitale: risalgono a de Guzman la costruzione della fontana del Nettuno, di un monumento a Carlo I d’Angiò e la sistemazione della viabilità. Enrique de Guzmán y Ribera (Madrid, 1540 – Madrid, 1607) fu il secondo conte di Olivares e viceré di Napoli dal 1595 al 1599, per due mandati. Il figlio, Gaspar de Guzmán y Pimentel, fu de facto primo ministro spagnolo dal 1621 al 1643.

Nel 1658, Vespasiano Palamolla, 3° Barone di Torraca e della Terra di Sapri

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “3° Vespasiano Palamolla, 3° Barone, ebbe a moglie donna Lucrezia Salone, figlia del Barone di Castrocucco “. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: …..a lui successe Vespasiano, sposato a Lucrezia Salone, figlia del barone di Castrocucco. Ecc..”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “Nel 1658, a due anni dalla terribile peste che, come tutti gli altri paesi del Cilento decimò anche qui la scarsa popolazione, subentrò nel dominio del feudo Vespasiano Palamolla, che ebbe per moglie donna Lucrezia Salone, figlia del barone di Castrocucco. Ecc…”. Dunque, secondo il Guzzo fu nel 1658 che Vespasiano Palamolla successe a Carlo Palamolla e diventò 3° barone di Torraca e di Sapri. Vespasiano Palamolla sposò donna Lucrezia Salone dei baroni di Castrocucco. Su donna Lucrezia Salone, baronessa di Castrocucco e figlia di del Barone di Castrocucco vi sono alcue notizie tratte dalla rete.  Lo storico, verso il 1890 Michele Lacava (….) chiese e ottenne da Bartolomeo Capasso, all’epoca direttore dell’archivio, un sunto di quei documenti per un suo libro; dai suoi appunti possiamo seguire, a grandi linee, la successiva storia del feudo. Lacava appuntò come «nel 1470 Re Ferrante investì Galiotto Pascale di Policastro del castello diruto e disabitato di Castrocucco in Provincia di Valle di Crati e Terra Giordana, cum eius arce juribus etc. Nel 1563 il detto castello fu venduto a Giulia De Rosa dall’incantatore del Sacro Regio Consiglio per esecuzione contro Antonio Varavalle. Nel 1573 lo stesso castello fu venduto a Giovan Cola de Giordano… Nel 1603 era possessore di Castrocucco, Fabio Giordano… Nel 1680 Domenica Giordano, Baronessa di Castrocucco, legittima moglie di D. Bonaventura Salone Caracciolo donò a D.a Francesca Greco sua figlia primogenita la Terra seu Castello di Castrocucco sito in Provincia di Basilicata» . Dunque, secondo i ‘Cedolaria’ e il Lacava, nel 1680 un Don Bonaventura Salone Caracciolo, Barone di Castrocucco, forse era il padre di donna Lucrezia Salone Caracciolo che era andata sposa a Vespasiano Palamolla. Intanto, nel 1664 la nobildonna Francesca Greco aveva sposato Antonio Labanchi, attraverso cui questa famiglia acquisì il titolo di barone di Castrocucco e che conserverà fino all’abolizione della feudalità.

Nel 1695-96, la ‘Platea dei beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro’ redatta dal notaio Domenico Magliano

Le notizie di alcuni possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro nel territorio Saprese e le sue origini, di cui parleremo – sono molto più antiche del documento (…) del Notaio Domenico Magliano. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo: ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, parlando di Torraca, a pp. 151-152 ecc.. fa luce (…) su un antico documento manoscritto conservato presso l’Archivio Diocesano di Policastro e citato pure dal Di Luccia (….). Si tratta di un documento del 1695 (….): “La Platea dei beni e delle rendite dell’Abbadia di S. Giovanni a Piro”, compilata nel 1695 dal notaio Domenico Magliano. Questo documento è di estrema importanza anche per Sapri in quanto in esso vengono elencati i beni e le rendite di tutti i possedimenti che dipendevano dall’antica Abbazia italo-greca prima e poi benedettina di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Il sacerdote Rocco Gaetani, a p. 152 parlando di S. Fantino morto a Tessalonica, in proposito così scriveva che: “Nè incuria degli uomini, nè l’audacia del tempo sono giunte a distrugere le robuste pareti della sua Chiesa fabbricata in mezzo a una vasta tenuta, la quale vi signoreggiava sontuosamente. La ricca Grancia di San Fantino a Torraca con le Grance di San Benedetto a Policastro, di San Gaudioso a Rivello, di San Nicola in Maratea, di San Costantino a Trecchina, di San Pietro in Maiera, di San Nicola in Grisolia appartennero alla doviziosa e antica Abbadia dè monaci Basiliani (43) di San Giovanni a Piro, che ebbe vicende or prospere or infauste, fino a che Sisto V nel 1587, con speciale bolla, l’unì ed incorporò alla insigne cappella del Santo Presepe eretta dentro la grande basilica di Santa Maria Maggiore (2). L’Abbadia Basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina, com’oggi si osserva involta di erbe e roveti. Tolgo da importante documento del 1695, la descrizione del tempietto e dei limiti delle sue larghe e molte possessioni. La Venerabile Cappella di S. Fantino dimostra magnificenza ecc…”. Dunque è proprio in questo passo che il Gaetani si richiama all’“importante documeno del 1695”. Il Gaetani a pp. 153-154 riporta il passo della descrizione della detta cappella e del territorio o possedimenti in Torraca (ma io dico in territorio Saprese) che appartenevano alla Grancia di S. Fantino.

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(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; Manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (…)

S. Fantino 1

(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (…) – Particolare tratto da pag. 163 che riporta i possedimenti a Torraca

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(Fig….) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (5) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.

Nel 1689, i confini del territorio della Grancia di S. Fantino in ‘Terra di Torraca’ (territorio di Sapri ?)

La Grancia di S. Fantino, nel 1689, dipendeva sempre dall’Abbadia di S. Giovanni a Piro, i cui beni erano stati però incamerati dalla Cappella del SS. Presepe eretta dentro la sacrosanta Basilica di S. Maria Maggiore – quindi gestiti dalla Chiesa – e non più dipendente dagli Abbati dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro come era in origine e, che secondo il Gaetani (4): “L’Abbadia basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina”. La ‘Grangia’, secondo il Visconti (…): “Era particolarmente nelle Abbazie benedettine, il magazzino destinato alla conservazione dei prodotti agricoli che i monaci ricavavano dai loro terreni. Faceva parte di solito, del complesso monastico, ma nei monasteri dei Cistercensi, a causa dello sviluppo delle abbazie, la grangia venne costruita anche in località non lontane dall’Abbazia stessa, ed ospitava i conversi che sotto la guida di un monaco anziano erano addetti ai lavori nei campi.”. Il Gaetani (4), che, in proposito alla ‘Grancia di San Fantino’, possedimento dell’antica Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, sita nel territorio Saprese (Torraca), pubblicò anche la trascrizione del contenuto del documento (5) illustrato nell’immagine di Fig. 9 (pag…..), dove si descrivono i confini del territorio della ‘Grancia di S. Fantino’ riferendosi al documento (…), da cui trae il passo, nel suo ‘La fede degli Avi nostri o Ricordi storici della chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, a pp. 152-153, in proposito pubblicava la trascrizione del testo estratto di una o due pagine tratte dal documento del 1695-96 redatto dal notaio Domenico Magliano “La Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, che riguardavano la chiesa di S. Fantino a Torraca e la grancia di S. Fantino posta in territorio saprese: “Tolgo da importante documento del 1695, la descrizione del tempietto e dei limiti delle sue larghe e molte possessioni.”. Dunque, il Gaetani (…), a pp. 152-153, scrive che sulla scorta del suo amico Canonico Domenico Menta, cita e si riferisce alla “Platea di Beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro, del 1695-96”, redatta dla notaio Domenico Magliano, trascrivendone il testo di alcune pagine: “La Venerabile Cappella di S. Fantino dimostra magnificenza di spesa nell’edificio per essere d’ampiezza et altezza con pietre d’intaglio tutti i fondamenti; li quattro cantoni, ed il frontespitio, et anco un arco sopra l’altare medesimente di pietre scarpellate, stimandosi che tal edificio sia stato costrutto in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi vien detta la marina, et porto di Sapri, perchè s’aprì il monte, et entrò il mare; la detta Cappella era diuta senza tetto, et per divozione del Santo fu l’anni passati sotto lì 16 d’agosto 1689 ricorso dal Rev. D. D. Michele Brandaleone alla f. m. di P. P. Innocenco XI et commesso al q.m. mons. Rosa Vesc.vo di Policastro, et incaricato dal suddetto D. Michele, il quale n’ebbe cura, et con l’entrate di detta Cappella rifece le mura, la ricoverse, fece l’astraco Porte et Altare et di più di suo proprio, e per sua divotione ci fece intempiata, valtaltare, carta di gloria et candelieri.”, poi continua la trascrizione del testo che riguarda i confini della Grancia di S. Fantino: “Incomincia il territorio di detta Grancia, sita et posta nel territorio di detta Terra di Torraca, da Ponente vi è il vallone che sparte la foresta de Cercole del Barone della Torraca detto lo Saracino, et và a basso per detto vallone insino allo vallone detto della Chiusa della Sorba, poi saglie per la via pubblica, per sopra il scariazzo di m.ro Francesco Brando, et circuisce detta via detto territorio, et poi circuisce la Chiusura, che fu del q.m D. Flaminio Barra renditia à detta Grancia et per sopra la vigna fu di Mario Campanella, che hoggi si possiede dal Abbate D. Francesco Magaldo, et p. sopra la Chiusura del D.co Tommaso Mercadante, per sopra la vigna di Francesco di Loise, per sopra la vigna di Gio Tommaso Brando, per sopra la vigna di D. Daniele mangia, per sopra le Castagne, et cerque di Luca Palamolla, et Domenico mercadante pe sopra le Cerque furno di q.m. Cesare Brando, per sopra la Chiusura della Coia, poseduta da Francesco Brando di Celio, per sopra le Cerque di D. Giacomo Antonio Brando, et per sopra la terra possedeva il q.m Gio. Antonio Alias Cisina, hoggi devoluta à dètta Grancia et scende al’ vallone sparte la foresta del Barone, da parte di Ponente chiamata la foresta dello Saraceno (1).”. Dalla descrizione delle terre annesse alla Grancia di S. Fantino, dei confini del suo territorio e dei proprietari confinanti che riporta il Gaetani, non siamo riusciti ad individuare l’esatta sua localizzazione che aveva nel 1695-96. Possiamo solo dire in proposito che la Grancia di S. Fantino si trovava nel territorio Saprese (Terra di Torraca) a ridosso del vallone di S. Martino o di Ischitello, un tempo chiamato “Piscitello” come ci dice lo stesso Gaetani (…) e, che detti terreni confinavano con i possedimenti del Barone Palamolla (“Barone della Torraca detto lo Saracino”), da cui dipendeva l’intero territorio Saprese.

Nel 1700, il Catasto Onciario ed i possidenti di Sapri, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli

Il Catasto onciario, precursore degli odierni catasti, rappresenta l’attuazione pratica delle norme dettate da re Carlo di Borbone nella prima metà del XVIII secolo per un riordino fiscale del regno di Napoli, progettato e diretto da Bernardo Tanucci. Nonostante fosse un catasto descrittivo, poiché non prevedeva la rappresentazione geometrica dei luoghi, fu uno strumento teso ad eliminare i privilegi goduti dalle classi più abbienti che facevano gravare i tributi fiscali sempre sulle classi più umili e di fatto rappresenta uno dei più brillanti esempi del tempo di ingegneria finanziaria e di ripartizione proporzionale del peso fiscale.  Il catasto era basato su un sistema di duplice tassazione, che prevedeva sia una imposizione di tipo reale cioè sui beni e sia personale cioè sulla capitazione o testatico e sulle attività dei contribuenti e dei loro nuclei familiari.  Dall’imposizione catastale per antico privilegio era esentata la città di Napoli. Si chiamò Onciario perché la valutazione dei patrimoni sia immobiliari che da bestiame o finanziari (per es. da censi attivi), veniva stimato in base all’unità monetaria teorica di riferimento, l’oncia, corrispondente a sei ducati. Era anche detta Oncia di carlini tre, in quanto ogni tre carlini di rendita, capitalizzati al tasso di interesse fissato al 5% (solo per il bestiame era fissato al 10%), equivalevano a 60 carlini, pari a sei ducati e quindi 1 Oncia di capitale o patrimonio. Veniva così introdotta anche una distinzione tra unità monetarie di riferimento per la valutazione delle rendite, adottando le valute correnti del grano, il carlino e il ducato, e per i patrimoni usando delle unità monetarie di conto come il tarì e l’oncia. È chiaro come un meccanismo volutamente semplice poteva assicurare nelle intenzioni, un prelievo fiscale generalizzato ed accertamenti molto rapidi. Per il calcolo delle imposte le persone erano distinti in diverse categorie. Una prima distinzione era effettuata fra cittadini e forestieri: i primi formavano i “fuochi” (ovvero le famiglie) dell’Università; i secondi erano solamente iscritti nell’Onciario o perché vi possedevano beni o perché vi esercitavano un’attività. La consultazione dell’Onciario, conservato in originale per tutte le università del Regno presso la Regia Camera della Sommaria (S.R.C.) poi nell’Archivio di Stato di Napoli, oltre che in copia in alcuni pochi archivi comunali, è ancora oggi, pur con tutti i suoi limiti e omissioni, una fonte preziosa di informazioni sul periodo. Sul Catasto Onciario ha scritto Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di storia dalle origini al settecento”, a p. 120, nella nota (222) postillava che: Il metodo delle Rivele restò in vigore sino al 1741, quando Carlo di Borbone dispose il Catasto Onciario); ivi, Catasti Onciari, Caselle in Pittari, vol. 4249. Il Catasto Onciario, detto ‘Liber unciarii’ e ‘Libro di tassa’, fu iniziato il 20 di settembre dai ‘Magnificis deputatis electis in publico colloquio pro confictione catasti’ e reso pubblico (pubblicatus in publica Plàtea) il 27 di ottobre del 1754. I Deputati furono due notai, Nicola Barbelli e Giuseppe Peluso, e due Reverendi, Don Carmine Greco e Don Paolo Orlando, coadiuvati da Giovanni Tancredi, Nicola Giudice e Nicola Torre. Quell’anno il ‘Sindaco’ era Antonio Fiscina, il Capoeletto Carlo Speranza, gli Eletti Pietro Torre, Gioacchino Stoduto e Giuseppe Croccia, in pratica gli amministratori (‘Magnifici de regime) del tempo.”

Nel 1710, Francesco Palamolla, 4° Barone di Torraca e della terra di Sapri

Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “A Vespasiano successe, nel 1710, Francesco Palamolla, che sposò donna Lucrezia Bruno, dei Baroni di Santa Lucia e, nel 1776, da questi il feudo passò nelle mani del figlio Vespasiano, che prese per moglie Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Nel 1805, morto Vespasiano diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla ecc…”. Dunque, stando a quanto scrive il Guzzo, Francesco Palamolla diventa 4° barone di Torraca e della Terra di Sapri nel 1710 alla successione della morte di Vespasiano. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: Francesco, il quarto barone di Torraca prese per moglie Lucrezia Bruno dei baroni di Santa Lucia ecc…”. Chi era Francesco Palamolla, IV barone di Torraca ?. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, non dice nulla di Francesco Palamolla. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “4° Francesco Palamolla, quarto Barone, prese per moglie donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia.”. Dunque, secondo il Gaetani (…), il IV° barone di Torraca, Francesco Palamolla nel 1641 era sposato con donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia. Nella storia di Torraca troviamo scritto che dopo Decio Palamolla troviamo “Decio Palamolla sposò Brianna Gaetani e nei successivi tre secoli si susseguirono ben 7 baroni della stessa dinastia: Carlo, Vespasiano, Francesco, Biagio etc.”. Duque, il IV barone, Francesco Palamolla successe al III° barone di Torraca, Vespasiano Palamolla che ebbe a moglie donna Lucrezia Salone dei Baroni di Castrocucco. Dunque, Francesco Palamolla era figlio di donna Lucrezia Salone e di Vespasiano Palamolla. I Palamolla di Scalea detenevano la Baronia ed il Feudo di Torraca e dunque anche l’attuale territorio di Sapri. Riguardo l’acquisto di Sapri, il Tancredi (…), sulla scorta del Gaetani a p. 39 precisava che: “L’appartenenza di Sapri alla Baronia di Torraca si deduce da altri atti così indicati: “Sono stati sempre del Barone di Torraca il ‘seminatorio’ di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino la mare, il vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi Baroni di Torraca e posseduto da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri (34). Ecc…“. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (34) postillava che: “(34) Arch. di Stato di Napoli: Atti de li esami presso dell’Esaminatore del S. C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, P.O. fol. 217.”.

Nel 1710 (?), Francesco Palamolla intentò una causa contro i Carafa di Policastro

Nel mio studio depositato presso il Comune di Sapri (1), riguardo la nota (120) postillavo che: (120) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P. O. “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. Francesco Palamolla.”. Andrebbero ulteriormente indagati gli atti del Processo e della Causa vertente tra il barone di Torraca Francesco Palamolla, pronipote di Decio ed il conte di Policastro Carafa della Spina (quale ?). Il Di Luccia (…), ha citato questi processi ma non dice chi fossero i loro intestatari. Dunque, il sacerdote Rocco Gaetani (….), a p. 10, nella sua nota (2) postillando che: “(2) Fol. 217, P.O.”, citava gli atti della Causa (“Esami presso dell’Esaminatore”) intentata da Francesco Palamolla, pronipote di Decio Palamolla e 4° Barone di Torraca. Francesco Palamolla intentato davanti alla Regia Camera della Sommaria di Napoli contro i conti di Policastro.

Nel 9-10 maggio 1714, la visita pastorale a Torraca del Vescovo di Policastro, Mons. A. De Robertis

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 594 parlando della ‘Chiesa’ di Sapri in proposito scriveva che: “Sapri fu eretta in parrocchia solo il 1° settembre 1719 da mons. Andrea de Robertis col titolo dell’Immacolata. Nella visita del 1735 non si è notizia di cappelle, nè del clero. Nell’800 vi erano a Sapri solo tre cappelle intra moenia S. Giovanni Battista, S. Antonio di Padova al Timpone e S. Rosario. Nel giugno del 1832 visitò la chiesa mons. Laudisio. Decreto. Ecc..”. Devo far notare in proposito che quando Ebner scriveva che nella visita a Sapri nel 1735 non vi è notizie di cappelle, forse è dovuto al fatto che le cappelle a Sapri esistevano ma appartenevano al clero di Torraca. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), parlando della Sapri sacra nel suo libro “Sapri giovane e antica”, parlando della chiesa dell’Immacolata concezione a Sapri, a p……, nella sua nota (41) postillava che: “A.D.P. (Archivio Diocesi di Policastro), SS. Visite Pastorali di A. De Robertis, anno 1714: nello Stato d’anime si rileva che Don Gennaro Eboli, chierico, era figlio di Scipione e di Giovanna Rosa ed aveva un solo fratello, Matteo.”. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi (….), il documento che contiene alcune interessanti notizie circa l’origine della Chiesa Madre di Sapri, la Chiesa dell’Immacolata concezione sono contenute in un verbale della visita pastorale del vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis, per l’anno 1714. Vediamo in dettaglio la notizia. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi (….), il verbale delle visite pastorali di Mons. De Robertis attesta che nel 1714, don Gennaro Eboli era chierico. Sul documento citato da Laudisio (….), fa luce il sacerdote Rocco Gaetani (…) ancor prima del Tancredi. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, a pp. 41-42 in proposito scriveva che: “Io so che Sapri nel 1714, nello stato di anime segnava 345 persone, oltre tre case di Vibonati, e che in Torraca, in questo stesso anno, si presentò alla sacra visita di Monsignor De Robertis, l’accolito Gennaro Eboli del porto di Sapri, e presentò le bolle di ordinazione e fu approvato pel Suddiaconato (1); ecc…”. Il Gaetani (…) a p. 41, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio de Robertis, 9 maggio 1714: Visitavit Acolythum Januarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras Testimoniales suorum ordinum et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”. Dunque, secondo il Gaetani (….), egli sapeva che nel 1714 Sapri segnava 345 persone. Inoltre il Gaetani (…), sulla base del documento conservato alla Curia Vescovile di Policastro dice che nel 1714 si presentò davanti al Vescovo Mons. Andrea De Robertis “l’accolito Gennaro Eboli del Porto di Sapri”.

La via San Paolo
cccc.PNG (Fig…) Via S. Paolo

Da secoli, esiste un collegamento stradale che, nell’antichità, univa alcuni centri della corolla collinosa a ridosso della fascia costiera. Si tratta di una strada interpoderale che corre lungo la dorsale costiera, chiamata via S. Paolo. Nel territorio saprese, un tempo facente parte del feudo dei Palamolla di Torraca, si imbocca all’altezza dell’attuale locale ‘Capannelle’, che si può ritrovare lungo la SS. che da Sapri corre verso Torraca. Come si può vedere dalla vista del satellite di google maps, la via S. Paolo, corre lungo la dorsale costiera e collega le campagne Sapresi, con Vibonati e da lì porta a S. Marina. L’attuale località vicino il locale ‘le Capannelle’, denominata ‘Torrette Tempe’, molto vicina alla contrada dei ‘Codici’, è limitrofa ad un’altra località che un tempo doveva essere abitata e, nelle cui prossimità dovevano preesistere diverse necropoli. Proprio nei pressi, negli anni ’70, furono scoperti diversi sacelli, tanto da farci ipotizzare la preesistenza di città scomparse. Le località di ‘S. Martino’ e del ‘Fortino’, ecc.., poste sulle alture di Sapri, a metà strada con la vicina Torraca, la località dei ‘Cordici’, scende dal crinale del versante saprese e in alto, verso le ‘Capannelle’, esiste una stradina, indicata sulle mappe come ‘via S. Paolo’, che corre lungo il crinale, oltrepassa l’attuale Cimitero di Sapri, arriva fino alle ‘Ginestre’ e si prolunga fino al cimitero di Vibonati. Doveva essere la strada che in origine collegava le campagne interne dei due centri.

la via s. paolo da vibonati cimitero alle capannelle

(Fig…) l’antichissima via S. Paolo che dal territorio saprese nei pressi del locale “le Capannelle” e, della Madonna dei Cordici, corre sul crinale collinare e arriva oltre Vibonati, fino a S. Marina

Nell’11 maggio 1774 (o 1776 come scrive il Guzzo ?), Vespasiano Palamolla, 5° barone di Torraca

Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). “. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “…..e, nel 1776, da questi il feudo passò nelle mani del figlio Vespasiano, che prese per moglie Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Nel 1805, morto Vespasiano diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla ecc…”. Dunque, riguardo il Barone di Torraca nel 1746, doveva essere il barone Vespasiano Palamolla che morì, secondo i Cedolaria ricordati dal Gaetani, l’11 maggio 1774. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; ecc….”. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Dopo la descrizione del complesso ritorniamo ai Moscati e precisamente a Teresa, figlia di Giuseppe ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 di gennaio 1771 che il 20 agosto del 1795 sposò Vespasiano Palamolla, barone di Torraca. Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846……..Francesco, il quarto barone di Torraca prese per moglie Lucrezia Bruno dei baroni di Santa Lucia ed arriviamo a Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer avi del medico Santo Giuseppe Moscati, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Dunque, come ha scritto Rocco Gaetani (….), Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca aveva sposato in seconde nozze donna Marianna Caputo dei marchesi di Cerreto. In rete in “Nobili-Napoletani” troviamo che: “Salvatore, marchese della Petrella come erede per la morte di suo padre Giuseppe, sposato ad Ippolita Mascaro, figlia di Luigi († 1812), marchese di Acerno, e di Vittoria Carafa di Montecalvo (1758 † 1792), generarono due figlie femmine: Vincenza, sposata al marchese Ferdinando Rohrlach, Gentiluomo di Camera di S.A.R. l’Infante di Lucca, e Marianna († 1861) sposata al marchese di Poppano Biagio Palamolla (1796 † 1867); con esse questo ramo si estinse.”. Dunque, secondo il sito dei Nobili Napoletani, Marianna Caputo, marchese di Cerreto, morì nel 1861 e fu sposa a Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca e marchese di Poppano, nato nel 1796 e morto nel 1867. Infatti, sul sito è scritto che Biagio Palamolla nasce il 1796, un anno dopo il matrimonio tra il padre Vespasiano Palamolla e la madre Teresa Moscati, marchesa di Poppano.

Melvetti Onofrio, I marchesi di Poppano

Nel 1786, Sapri e Torraca secondo Giuseppe Maria Galanti

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” vol. II, a p. 665 parlando di Torraca in proposito ai Palamolla di Torraca scriveva che:  “Il Galanti (12) scrive che “Torraca” contava ai suoi tempi 1296 abitanti.”. Ebner a p. 665, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Galanti, cit. IV, p. 234.”. Ebner si riferiva al testo di Giuseppe Maria Galanti (….), vol. IV del “Nuova descrizione storica e geografica delle Sicilie”, pubblicata dal 1796 in poi, egli riportava la popolazione dei centri del Cilento e a p. 234 scriveva “Toraca – d. di Policastro, 1296”, dove “d” stava per Diocesi, dunque “Toraca” in Diocesi di Policastro, abitanti 1296. Il Galanti riportava anche e distintamente la popolazione di Sapri che risultava a quei tempi superiore a quella di Torraca e scriveva che: “Sapri, d. di Policastro, 1423”.

Nel 20 agosto 1795, Vespasiano Palamolla, 5° barone di Torraca sposò in prime nozze Teresa Moscati, marchesa di Poppano

Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Dopo la descrizione del complesso ritorniamo ai Moscati e precisamente a Teresa, figlia di Giuseppe ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 di gennaio 1771 che il 20 agosto del 1795 sposò Vespasiano Palamolla, barone di Torraca. Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846……..Francesco, il quarto barone di Torraca prese per moglie Lucrezia Bruno dei baroni di Santa Lucia ed arriviamo a Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “A Vespasiano successe, nel 1710, Francesco Palamolla, che sposò donna Lucrezia Bruno, dei Baroni di Santa Lucia e, nel 1776, da questi il feudo passò nelle mani del figlio Vespasiano, che prese per moglie Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Nel 1805, morto Vespasiano diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; Ecc..”. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”.

Nel 22 giugno 1798, muore Bonaventura Palamolla, fratello del 5° barone di Torraca, Vespasiano Palamolla

Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). “. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; 6° Biagio Palamolla, sesto Barone, ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze Donna Mariana Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone don Francesco Marchese di Poppano, ecc… .

Nel XIX secolo, a Sapri e Torraca, ramai e calderai

Pietro Ebner, nel suo “Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Torraca, a pp. 665-666, in proposito scriveva che: “Il Bozza (16), etc..”. Ebner, a p. 665, nella nota (16) postillava: “(16) Bozza, cit., II, p. 221.”. Ebner citanto il Bozza si riferiva ad Angelo Bozza (….) ed al suo “La Lucania – Studi storico-archeologici”, del 1888, vol. II, che a p. 221 parlando di Torraca scriveva che: “Torraca, …..Caccia numerosi calderai, che vanno in tutti i paesi d’Europa ed in America, esercitandovi la loro arte.”. A parte il cognome noto e antico di Sapri della famiglia dei “Calderaro”, ho trovato nuovi elementi a suffragio della notizia del Primicerio Guida (….). Recentemente, Giovannipaolo Ferrari (….), nella sua “Relazione socio-economica e demografica”, redatta per il PUC del Comune di Sapri parlando dell’“5.6 – L’Ottocento” a p. 22 in proposito scriveva che: “Sapri alla fine del XVIII secolo, era un consistente agglomerato cittadino, fiorente di attività, con un porto sicuro ed efficiente che consentiva scambi con Sicilia e Calabria a Sud ed altre Regioni a Nord. Tale struttura concentrava i traffici anche dei paesi dell’entroterra campano-lucano che confluiva a Sapri sia per imbarcazioni sia per spedire e ricevere merce. Un vivace traffico con le isole toscane consentiva l’approvvigionamento di ferro e di rame necessari per le ferriere e le lamiere dell’entroterra rivellese. A proposito della situazione di Sapri a fine secolo uno scrittore contemporaneo scrive: “….””. Ferrari (….), nella sua relazione riguardo la notizia dei “calderai” fiorente attività a Sapri non forniva riferimenti bibliografici. Nel 1984, Amedeo La Greca, Antonio Di Rienzo, Emilio La Greca, pubblicarono “Viaggio nel Cilento”, dove a pp. 255-256 parlando di Sapri in proposito scrivevano che: “Un particolare artigianato sorse a Sapri in quest’epoca, i “Calderari” detti in dialetto “i conza-caurare”, che giravano di paese in paese per la riparazione delle caldaie di rame. Agli inizi dell’ottocento ben quattrocento di costoro giravano per tutto il Regno. I “conza-cauràre” sono artigiani ormai scomparsi. Ma fino a qualche anno fa, essi ancora girovagavano per tutti i paesi del Cilento ed erano tramite di notizie, nonchè di “cultura” a carattere popolare. Questa filastrocca che presentiamo è un inno alla vita libera senza alcun legame di matrimonio; una dissacrazione di un valore, quello della famiglia: ma solo a parole, quasi a giustificare la condizione dei “conza-cauràre”, il cui lavoro a volte non permetteva la formazione di un focolare.: ‘A RANCASCIA. Managgia a chi se nzùra e a chi re se nzurà! Ecc…”. Il mestiere di “accomodare caldare” era il calderaio ovvero un artigiano che oltre a lavorare le ‘caldare di rame’ le accomodava. Questi artigiani erano molto diffusi all’epoca in quanto all’epoca, molte stoviglie erano di rame e queste di diversa forma e funzione erano dette caldare. Secondo la notizia riportata nella relazione del Guida (…), redatta per il Governo Murattiano, circa 400 sapresi “vivevano e giravano dentro e fuori il regno col mestiere di accomodare caldare”. Le caldare erano e sono oggetti di metallo lavorato nelle diverse forme adatte a contenere alimenti o liquidi che dovevano essere cotti sul fuoco. Grandi recipienti di rame battuto e a volte stagnato. Il rame, oltre ad essere contenuto negli alimenti e nell’acqua potabile, trova un largo impiego anche in cucina. Come ben sanno i cuochi, questo metallo possiede una conduttività termica così alta da evitare i rischi di surriscaldamenti locali, che fanno “attaccare” i cibi. Oltretutto i fondi dei recipienti in rame non rischiano di rovinarsi o deformarsi. Quello del calderaio è uno dei tanti mestieri che con il tempo sono scomparsi. Di calderai non ce n’erano molti in paese. Tuttavia quei pochi artigiani che c’erano bastavano a soddisfare le esigenze e le richieste di chi ne aveva bisogno. Nel corso dei miei studi presso la Facoltà di Architettura di Napoli presentai uno studio sugli usi, i costumi e le produzioni locali nel basso Cilento ed a Sapri raccolsi una serie di testimonianze delle antiche produzioni locali. Già dai primi del ‘500, allorquando sorse il primo centro abitato alla marina del torrente Brizzi, oggi individuabile con la località detta le “Mocchie”, e poi sviluppatesi con la “Marinella”, era molto diffusa la produzione della calce viva che serviva a diversi usi nelle costruzioni di case e muri. Questo tipo di produzione locale era molto antica e abbastanza diffusa. Dalle informazioni che raccolsi nelle interveste a diversi anziani di Sapri appurai che al Timpone, oggi piccola frazione di Sapri, posta abbarbicata su una piccola altura prospiciente l’antica marina di Sapri, lungo il torrente Brizzi, vi era in passato una forte produzione di calce che avveniva con la costruzione delle cosiddette “carcare”. La “carcara” nel dialetto saprese era una piccola costruzione realizzata nel terreno e a forma di una piccola torretta di grosse pietre, una specie di fornace, cava all’interno che serviva alla cottura della pietra locale che una volta raggiunta una certa temperatura diventava calce viva. La calce viva così prodotta veniva in seguito posta all’intern di grosse vasche per farla spegnere e poterla cos’ utilizzare nelle costruzioni edilizie. Forse il Primicerio Gennaro Guida avrà fatto un pò di confusione. Inoltre, dal Pesce (…) sappiamo che già alla sua epoca era diffusa a Rivello la produzione di caldaie di rame. La collega Maria Carla Calderaro di Sapri mi faceva notare che molti sapresi emigrarono in America e svolgevano il mestiere di calderai e ramai e che ad un certo punto il re del Messico concesse ad alcuni sapresi ivi emigrati la facoltà di gestire la zecca di Stato. Una di queste famiglie di Sapri erano i Farano che si arricchirono molto nel Messico di Massimiliano d’Asburgo.

Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: Il Prete Peluso, vecchio ‘calderaro’, partiggiano anzi sicario di casa Borbone, etc…”.

Nel 1799, la Repubblica Partenopea

Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, nel 1796 Giuseppe prese parte con Napoleone alla prima campagna d’Italia, lasciando la Corsica che ormai veniva abbandonata anche dagli inglesi. Il 23 gennaio 1799 il Regno di Napoli cadde in seguito al fallimento della spedizione dell’esercito borbonico, al comando del generale austriaco Karl von Mack per liberare Roma dai francesi. La controffensiva dei transalpini costrinse alla ritirata le truppe di Ferdinando IV, il quale fuggì a Palermo imbarcandosi sul Vanguard dell’ammiraglio Horatio Nelson con tutta la famiglia (21 dicembre 1798). Nella città fu proclamata la Repubblica Napoletana (“sorella” di quella francese) e fu innalzato l’albero della libertà. Il nome divenne celebre nel 1799 per le gesta degli insorgenti nel Regno di Napoli e nello Stato Pontificio. L’anno seguente, durante la Prima Repubblica francese. Il Re Ferdinando IV Borbone di Napoli tornò precipitosamente a Napoli, e il 21 dicembre 1798 s’imbarcò di nascosto sulla HMS “Vanguard” dell’ammiraglio Horatio Nelson con tutta la Famiglia Reale e John Acton, in fuga verso Palermo (portandosi dietro, tra l’altro, il denaro dei Banchi). Venne affidato al Marchese di Laino Francesco Pignatelli l’incarico di Vicario Generale e da questi fu dato ordine di distruggere la Flotta, che venne incendiata. Seguirono alcuni giorni di confusione e di caos. Mentre gli Eletti del Popolo rivendicarono il diritto di rappresentare il Re Ferdinando IV Borbone di Napoli, l’11 gennaio 1799 il Marchese Pignatelli concluse, a Sparanise, un gravoso Armistizio col generale Championnet. La Repubblica Napoletana, anche detta Repubblica Napolitana e, impropriamente, Repubblica Partenopea, fu un’entità statuale proclamata a Napoli nel 1799, ed esistita per alcuni mesi sull’onda della prima campagna d’Italia (1796-1797) delle truppe francesi della Repubblica sorta dalla Rivoluzione. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle nel ‘700, a p. 106, nella nota (278) postillava che: “(278) Con l’entrata dei Francesi in Napoli del 1799 il generale Championnet occupò la capitale del regno borbonico costringendo il re Ferdinando IV a fuggire in Sicilia) tutto il Cilento ebbe un fremito di riscossa: gli spiriti più nobili della borghesia progressista, impevuti delle idee liberali propugnate dalla Rivluzione Francese, si batterono per creare Municipalità democratiche in ogni paese, dove piantarono l’albero della libertà.”.

Nel 1799, il passaggio delle truppe Francesi di Napoleone Bonaparte

Recentemente Nicola Femminella (….), nel suo “Tesori nelle terre dei Lucani nelle terre dei Sanseverino etc…”, a p….. parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “La Madonna è ritenuta protettrice del paese per un episodio ormai entrato nella tradizione popolare. Nel 1799 l’esercito francese era diretto a Torraca per conquistare l’abitato e infierire sulla popolazione. Uomini e donne, vecchi e bambini si rifugiarono nella Chiesa di Cordici a invocare la Madonna. Inspiegabilmente calò sull’abitato una nebbia fittissima che impedì alle truppe francesi di vedere il paese. Esse lo sorpassarono allontanandosi dalle sue case.. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Torraca, a pp. 665-666, in proposito scriveva che: “Il Bozza (16), nel’ubicare il villaggio su un colle, segnala che sulla cima vi è un castello. Torraca era notissima per i suoi calderai che giravano tutta l’Europa e che, emigrati, impresero a girare anche per le Americhe. Accorsatissimo è il suo santuario campestre (Madonna dei Cordici) in un ameno sito. Anche il Tancredi (17) scrive di Torraca bruciata dai francesi nel 1806, del santuario della Madonna dei Cordici e del castello baronale dei Palamolla che ospitò re Ferdinando il 15 settembre 1852 (lapide). In nota trascrivo i dati di censimento dal 1861 al 1971 (18).”. Ebner, a p. 665, nella nota (16) postillava: “(16) Bozza, cit., II, p. 221.”. Ebner citanto il Bozza si riferiva ad Angelo Bozza (….) ed al suo “La Lucania – Studi storico-archeologici”, del 1888, vol. II, che a p. 221 parlando di Torraca scriveva che: “Torraca, comune di 1298 ab., nel circ. di Sala, mand. di Vibonati, dal quale e dal mare dista 6 chm. Giace su di un colle alla cui cima sorge il castello con magnifico orizzonte. Caccia numerosi calderai, che vanno in tutti i paesi d’Europa ed in America, esercitandovi la loro arte. Vi è nelle sue vicinanze un accorsatissimo santuario campestre detto la Madonna dei Cortici, in un sito dilettevolissimo. Ha un piccolo territorio dal quale si ricava però in abbondanza ottimi vini, olio castagne e ghiande.”. Ebner, a p. 665, nella nota (17) postillava: “(17) Tancredi, Il golfo, cit., p. 69 sg.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, a p. 194 parlando di Torraca scriveva che: “Il 3 marzo 1799 si verificò a Torraca un fatto straordinario. I torracchesi, minacciati dai Francesi, che portavano terrore e sterminio in queste terre, si riunirono in chiesa e pregarono a lungo la Vergine dei Cordici. La preghiera fu ascoltata. Discese, all’improvviso, una nebbia fitta e oscura intorno al borgo, che fu sottratto, così, alla vista del nemico, mentre un sudore, mai visto, grondò dal volto della Madonna e dal braccio del Bambino.”. Queste le uniche parole del Guzzo su Torraca nel 1799. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “Repubblica Partenopea” (anno 1799) e del Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (…), a pp. 65- 66-67 e s. in proposito scriveva che: “Nel gennaio 1799 da Napoli giungono, portate dai soldati dell’esercito borbonico in fuga, notizie di sommosse avvenute nella città partenopea. La prima ad insorgere è la vicina Basilicata….All’armata dell’intrepido cardinale aderirono, spinti dalla sete di sangue e ricchezza, anche molti briganti. Tra questi vi era Panedigrano, al secolo Nicola Gualtieri, con il quale il cardinale Ruffo risalì il regno facendo proseliti ecc…Il movimento controrivoluzionario, ebbe in Novi il suo caposaldo e in Vallo della Lucania il suo più fiero avversario. Torraca, che si tenne fuori da vampate rivoluzionarie filo-repubblicane, venne minacciata dai francesi i quali dopo aver devastato e conquistato i paesi limitrofi si diressero verso il paese. La gente, disperata, il 3 marzo 1799, sotto il baronato di Vespasiano Palamolla e Terese Moscati, si riunì nella chiesa della Madonna dei Cordici per chiedere alla Vergine una sua intercessione. L’intensa preghiera della popolazione fu ascoltata, ed avvenne il miracolo. Discese all’improvviso una nebbia fitta e oscura che avvolse il borgo rendendolo invisibile alla vista del nemico che passò oltre.”. Ebner citando il Tancredi si riferiva a Luigi Tancredi (….), ed al suo “Il Golfo di Policastro etc…”, che purtroppo non posseggo. Il canonico Luigi Tancredi però scrisse di Sapri nel suo “Sapri – giovane e antica” e a p….., in proposito scriveva che: “…..

Nel 1799, la reazione dei Sanfedisti filo-borbonici del vescovo di Policastro, mons. Ludovico Ludovici ed i moti carbonari del basso Cilento

Già precedentemente e sin dal 1978 dedicai gran parte del mio tempo libero alla ricerca di testimonianze storiche sull’argomento, testimonianze e documenti che attestassero eventuali conferme o ripensamenti. Ho più volte pubblicato miei saggi di storia ed in seguito, nel 1998, su incarico dell’Amministrazione Comunale di Sapri avevo redatto uno studio di analisi storico-urbanistico per la redazione del Piano Regolatore Generale redatto dal Prof. Francesco Forte. Lo stusio si intitolava, l’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri”. Verso la fine del testo in proposito scrivevo che: “I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. Tuttavia, il decennio francese (1806-1815) fu una pausa troppo breve per l’opera di rinnovamento. Le aspirazioni costituzionali, sembrarono trionfare con i moti rivoluzionari del 1820, quando fra i deputati eletti del Cilento vi fu anche il canonico di Celle di Bulgheria Antonio Maria De Luca che, negli anni della reazione sanfedista organizzò in queste terre un movimento clandestino, legato a Carbonari e Filadelfi.”. I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, Monsignor Nicola Ludovico Ludovici, plenipotenziario ‘Sanfedista’ nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. In un manoscritto datato 1803 il nipote Cosmo Lodovici, canonico cantore della Collegiata della città di Eboli, tra gli arcadi sebezj “Salmoneo Meleagride” ed accademico sincero laureato, raccolse in un volume le gesta di suo zio per tramandarne ai posteri la memoria. Questo “diario-raccolta” venne in possesso del prof. Francesco Paolo Cestaro il quale da attento storico lo studiò e lo ritenne un importante e curioso saggio sanfedista perché era una sicura fonte di notizie storiche e biografiche, che citavano documenti singolari e mettevano in risalto lo spirito e la reazione popolare del nostro circondario contro i Francesi e la Repubblica Napoletana. Il volume, legato in carta pecora, è un manoscritto composto di 382 pagine, contiene oltre duecento componimenti di autori diversi ed è intitolato “Raccolta di varie composizioni italiane e latine in lode dell’Ill.mo e Rev.mo Mons, Lodovico Lodovici fatta dal Rev.mo Signore Cosmo Lodovici” -Eboli MDCCCIII-. In questa raccolta si trovavano inseriti parecchi componimenti poetici di ebolitani tra cui alcuni sonetti del signor D. Carlo d’Orsi (che fra gli Accademici Sinceri laureati aveva scelto il nome di Demarete Megalite, dai quali si apprende che egli nel 1797 aveva iniziato a scrivere la storia degli uomini illustri ebolitani), un’elegia latina di Donato Campagna ed una “cantata” per la caduta di Picerno di Salmoneo Meleagride ( Cosmo Lodovici). Il 23 gennaio 1799 il Regno di Napoli cadde in seguito al fallimento della spedizione dell’esercito borbonico, al comando del generale austriaco Karl von Mack per liberare Roma dai francesi. La controffensiva dei transalpini costrinse alla ritirata le truppe di Ferdinando IV, il quale fuggì a Palermo imbarcandosi sul Vanguard dell’ammiraglio Horatio Nelson con tutta la famiglia (21 dicembre 1798). Nella città fu proclamata la Repubblica Napoletana (“sorella” di quella francese) e fu innalzato l’albero della libertà. Il nome divenne celebre nel 1799 per le gesta degli insorgenti nel Regno di Napoli e nello Stato Pontificio. La parola “sanfedismo” deriva infatti da “Esercito della Santa Fede“, l’armata creata dal cardinale clabrese Fabrizio Ruffo che, tra il febbraio ed il giugno del 1799, prese parte attiva alla restaurazione del dominio borbonico a Napoli, ponendo fine alla Repubblica Napoletana. All’inizio della primavera, il cardinale Fabrizio Ruffo annunciò la costituzione di un’Armata Cristiana e Reale. Decine di migliaia di volontari accorsero da ogni parte del Regno. Il nucleo dell’Armata sanfedista fu composto da contadini, borghesi, ufficiali, finanche preti, pronti ad abbandonare famiglia, lavoro, case, chiese, per difendere la monarchia e la santa fede (da cui il nome sanfedisti), dalle truppe francesi rivoluzionarie. All’esercito si unirono anche banditi e recidivi nella speranza di vedere perdonati i propri reati, distinguendosi molto spesso in episodi di crudeltà gratuita. Guidata dal cardinale, l’armata contribuì a mettere fine all’esperienza della Repubblica Napoletana, con il conseguente ritorno sul trono di Napoli della dinastia Borbone (giugno 1799). Il cardinale Fabrizio Ruffo è sbarcato il 7 febbraio in Calabria con l’assenso regio e pochi compagni, riuscendo a costituire in poco tempo un’armata popolare (l’Esercito della Santa Fede) e a impadronirsi rapidamente della regione e quindi della Basilicata e delle Puglie. Nell’esercito di Ruffo militarono anche diversi briganti come Fra Diavolo, Panedigrano, Mammone e Sciarpa, che si distinguono con metodi feroci e sanguinari, tant’è che lo stesso Ruffo ne rimane amareggiato e non riesce a placare del tutto la loro efferatezza. Certamente gli episodi che riguardano quel momento storico ed in particolare le figure che parteciparono agli avvenimenti come ad esempio Mons. Ludovico Ludovici, Vescovo di Policastro dal …… e di Rocco Stoduti devono essere ulteriormente meglio indagati. Mons. Nicola Maria Laudisio (4), nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, non dice molto su questi episodi ma parla dei vescovi di Policastro e qualche notizia siamo riusciti a strapparla. Il 25 aprile viene approvata la legge di eversione della feudalità, sulla base di criteri relativamente radicali, ma anch’essa non potrà avere un principio di attuazione in conseguenza del repentino crollo della Repubblica. Nel frattempo, nel resto delle province, la situazione comincia a precipitare. Il cardinale Fabrizio Ruffo è sbarcato il 7 febbraio in Calabria con l’assenso regio e pochi compagni, riuscendo a costituire in poco tempo un’armata popolare (l’Esercito della Santa Fede) e a impadronirsi rapidamente della regione e quindi della Basilicata e delle Puglie. Nell’esercito di Ruffo militarono anche diversi briganti come Fra Diavolo, Panedigrano, Mammone e Sciarpa, che si distinguono con metodi feroci e sanguinari, tant’è che lo stesso Ruffo ne rimane amareggiato e non riesce a placare del tutto la loro efferatezza. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle nel ‘700, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: “Le ricerche del Cassese (279) della fine degli anni Quaranta hanno escluso infatti coinvolgimenti diretti di cittadini dell’Università casellese, mentre tutt’intorno nelle ‘Terre’ contigue divampava l’insurrezione, spesso affrettata e spietata. A Sanza infatti i galntuomini aizzarono il popolo contro i ‘democratizzatori’ padulesi Ettore Netti e Francesco Notaroberto; a Casaletto operò un nutrito gruppo di cospiratori contro il governo borbonico (la famiglia Petrosino: don Felice, Notar Vincenzo, Pascale; Notar Gianuario La Falce; Angelo Loviso; Saverio Scafuri; Don Pasquale Polito) e fu piantato ‘l’albero della Libertà’; a Morigerati furono attivi Don Bernardino Mega, Diego Cioffi e Don Gaetano Granato originario di Lentiscosa; a Vibonati Domenico Furiati e il fratello Notar Biagio (280). Neppure la quasi immediata reazione realista e sanfedista, che coinvolse in prima persona il vescovo di Policastro Monsignor Ludovico Ludovici (281) incaricato dal cardinale Fabrizio Ruffo di organizzare la controrivoluzione nella Valle del Bussento (282), pare avesse coinvolto la ‘Terra di Tortora.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (279) postillava che: (279) Leopoldo Cassese, Giacobini e realisti nel Vallo di Diano, in “Rassegna Storica Salernitana”, X (1949), pp. 134 ss., ora in ‘Scritti di Storia Meridionale, Salerno, Laveglia, 1970, pp. 63-149.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (280) postillava che: (280) Ivi, passim; ASN, Casa Reale, vol. 177, Libro nel quale son descritti…..tutti gli individui….che son notati per materie di Stato, passim.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (281) postillava che: (281)Frate ebolitano dei Minori Osservanti, fu trasferito dalla diocesi di Crotone a quella di Policastro nel 1797 (N.M. Laudisio, Sinossi etc., cit. p. 36).”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (282) postillava che: “(282) L. Cassese, Scritti di storia etc., cit., p. 106 ss.; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 268.”. Il Laudisio (…) ci parla del vescovo Ludovici a pp. 91-92-93, nell’edizione del Visconti. Laudisio a p. 91 in proposito scrive che: “XLVIII. Ludovico Ludovici, frate dell’Ordine dei Minori Osservanti, di Eboli, trasferito dalla diocesi di Crotone a quella di Policastro nel 1797….Fu insignito della carica di ministro plenipotenziario del defunto nostro augustissimo re Ferdinando, e ispezionò le provincie del regno e le contee del Molise, della Capitanata, di Principato Ultra e Terra di Bari; perciò, dopo l’occupazione del Regno fu con audacia sacrilega cacciato con la forza delle armi dal suo episcopo di Lauria. E come il pontefice Pio VII in quegli stessi anni fu deportato dal Quirinale a Savona e poi in Francia, così egli fu deportato dal suo episcopio a Roma e poi ad Assisi. A Roma dal pontefici Pio VII, allora regnante, fu nominato prelato domestico e suo assistente al soglio Pontificio. Passò per Rivello il comndante in capo delle truppe francesi, e gli fu consegnata dai cittadini una petizione; così, dopo parechi anni ecc…Perciò lo zelantissimo vescovo Ludovici, per liberare la sua diocesi dalla luce che serpeggiava, ecc…”. Mons. Lodovici ebbe una parte importantissima nella restaurazione del Regno Borbonico, egli ritenne utile e doveroso aiutare la Chiesa e contribuire a restaurare la monarchia, il suo impegno per la riuscita di questa missione durò oltre due anni e nel novembre del 1801 fece ritorno alla diocesi di Policastro. In un saggio on line leggiamo che: “Nel dramma di questa controrivoluzione emerge quale principale protagonista al fianco del Ruffo, il vescovo di Policastro mons. fra Lodovico Lodovici, dell’ordine dei Minori Osservanti, egli, come il cardinale Ruffo, si attivò girando in lungo e in largo il sud della provincia di Salerno, da Eboli agli Alburni, dal cuore del Cilento fino ai confini calabro-lucani infiammando gli animi con la predicazione e l’esempio, tanto da raccogliere ed armare sedicimila uomini, mettendovi a capo Don Rocco Stoduti, dando inizio all’insurrezione nel Principato Citeriore ed in tutti i comuni di fede realista. Il cardinale Vicario a questo punto credette giunto il momento di dare la responsabilità del comando degli insorti di tutto il territorio salernitano al vescovo di Policastro, gli affidò il governo politico ed economico nella provincia di Principato Citra, nominandolo “Generale dell’Armata cristiana, commissario regio, e, suo ministro plenipotenziario”. Alla caduta della Repubblica, venerdì 14 giugno 1799, Lodovico Lodovici, per la sua fedeltà verso il re, fu uno dei sei commissari regi nominati da Ferdinando IV ed inviato come “visitatore” con pieni poteri nelle terre di Lucera, Trani, Montefusco, della Capitanata (foggiano) e nel contado del Molise.”. Dopo la battaglia di Austerlitz, 2 dicembre 1805, i francesi occuparono il Regno di Napoli decretando la fine della dinastia; Lodovico Lodovici nel 1806 fu esiliato a Roma, dove divenne assistente al soglio pontificio, ritornò nel 1811 nella sua diocesi, dove morì e fu sepolto il 17 gennaio 1819: aveva 72 anni. Anche il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (….) ci dice alcune cose sull’arrivo dei francesi a Torraca. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “Repubblica Partenopea” (anno 1799) e del Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (…), a pp. 65- 66-67 e s. in proposito scriveva che: Per contrastare il dilagare della rivoluzione repubblicana, il clero della zona cilentana intervenne infiammando la folla che accorse ad arruolarsi sotto il comando del Durante capo dei sanfedisti. Il 12 aprile 1799 venivano destituiti tutti gli apparati repubblicani di questi paesi che insorsero. Il vescovo di Policastro mons. Ludovico Ludovici, dell’ordine dei frati Minori Osservanti, (resse la diocesi dal 1797 fino al 1818, anno della sua morte) entrò in azione in prima persona. Egli si attivò riuscendo a scuotere il sud della provincia di Salerno, fino al confine calabro, infiammando gli animi con la predicazione ed attirare a se un gran numero di accoliti. Il cardinale Ruffo, visto il suo impegno per la sana causa, gli affidò il governo politico ed economico nella Provincia del Principato Citra, nominandolo ‘Generale dell’armata cristiana, commissario regio e suo ministro plenipotenziario’. Il presule non deluse le aspettative del cardinale; riuscì in poco tempo ad imporre il controllo di tutto il Cilento meridionale fino al Vallo di Diano. Dal Golfo di Policastro assicurò un tranquillo sbarco delle truppe inglesi, mentre Padula divenne la roccaforte per il controllo della Regia strada delle Calabrie. Per ottenere in breve tempo ottimi risultati, l’intrepido vescovo si circondò di elementi validi ma principalmente fidatissimi, tra questi molto sanguinari e noti briganti, come Nicola Gualtieri detto Panedigrano e Michele Pezza alias Fra Diavolo.”. Certamente gli episodi che riguardano quel momento storico ed in particolare le figure che parteciparono agli avvenimenti come ad esempio Mons. Ludovico Ludovici, Vescovo di Policastro dal …… e di Rocco Stoduti devono essere ulteriormente meglio indagati.

Nel 1799, Rocco Stoduti e le sue probabili origini con gli Eboli di Ispani (o di Torraca)

Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “Repubblica Partenopea” (anno 1799) e del Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (…), a pp. 65- 66-67 e s. in proposito scriveva che: Tra gli uomini che accorsero al richiamo del Ludovici è doveroso citare il capomassa Rocco Stoduti, al quale lo stesso vescovo affidò un’armata di ben sedicimila uomini. Alcuni storici lo vogliono nativo di San Cristoforo, una frazione di Ispani, altri affermano invece che sia nato a Torraca. La seconda ipotesi sembrerebbe la più attendibile perchè suffragata dal fatto che in merito vengono forniti precisi dati, come la località e la data di nascita, i nomi dei suoi genitori ed anche l’esatta provenienza della mamma, della moglie ed il nome del figlio nato dal loro matrimonio. Se si accettano tali presupposti, dobbiamo ammettere quanto affermano i secondi storici, ossia che lo Stoduti è nato a Torraca nel 1756 da Carmine e Anna Eboli di Ispani, ha sposato una certa Antonia Eboli, anch’essa nativa di Ispani e dalla loro unione è nato Francesco, il quale ha seguito incondizionatamente le orme del padre. L’errore dovuto all’imprecisa collocazione del paese di nascita di Stoduti, potrebbe essere stato causato dalla provenienza della mamma e della moglie, entrambe native di Ispani. La conferma che costui sia torracchese, viene ancor più avvalorata dal fatto che in alcuni documenti del XVII e del XVIII sec. riportati dal Rev. Rocco Gaetani nel testo “La fede degli avi nostri”, questo cognome si legge di frequente. In una scrittura datata 1656, contenente il “Voto fatto dall’Università di Torraca a favore del clero di essa”, compaiono Carlo e Fabritio Stodut(o). In un altro del 1671, inerente ad un registro in cui venivano annotate le messe, spiccano i nomi di Guglielmo e Vittorio Stodut(i); ed ancora, in un elenco del 1733, ove vengono elencati i sacerdoti del paese, si fa menzione di Don Donato e Domenico Stoduti. Per finire, in un Regio Memoriale del 1778, in cui sono trascritte le regole inerenti la fondazione della Confraternita delle Anime del Purgatorio, si nominano appartenenti a tale organizzazione religiosa, Domenico e Rocco Stoduti. Da quanto accennato e dagli sparuti elementi, sarebbe azzardato affermare incondizionatamente che quest’ultimo, sia la stessa persona al quale il Vescovo di Policastro ha affidato il comando di un vero e proprio esercito, ma le coincidenze sono senz’altro numerose, specialmente le date. Come si è potuto constatare dal 1656 al 1778, degli otto Stoduti citati, nei tre documenti esiste uno solo con il nome Rocco, che in qualche modo potrebbe essere colui che nel 1799, anno della controrivoluzione monarchica intrapresa dal Cardinale Ruffo, sia stato uno degli artefici che ha portato al fallimento il sogno della Repubblica Partenopea. La fedeltà alla corona farà sì che nel primo decennio del XIX sec. lo ritroveremo ancora una volta in prima linea con suo figlio e vari torracchesi a combattere contro gli invasori francesi. La capitolazione lo costrinse a riparare con altri compaesani in Sicilia, presso la corte del re Ferdinando IV, ove sembra sia deceduto nel 1826. Dopo la sua fuga, cosa alquanto strana, non si ha traccia nel paese di qualcuno che porti tale cognome. Non è possibile neanche attingere ulteriori notizie dai registri parrocchiali, poichè sono andati distrutti dall’incendio provocato dai soldati napoleonici. Un’altra ipotesi che porta a pensare che lo Stoduti sia nato a Torraca, è rappresentata dal fatto che gli stessi francesi nutrivano per questo paese un particolare rancore, molto probabilmente dovuto al fatto che di aver dato i natali all’intrepido torracchese ed a suo figlio, ma anche per l’esistenza di un nutrito gruppo di compaesani che spalleggiava ambedue gli Stoduti e che seguiva gli incrollabili ideali monarchici da loro propugnati. Il vescovo di Policastro ebbe un’alta considerazione di costui, tanto da affidargli l’incarico di capeggiare i sanfedisti locali, i quali ebbero rapidamente ragione sui repubblicani, estirpando dai paesi vicini della ribelle Basilicata e successivamente in molti paesi del Cilento, il simbolo della repubblica “l’albero della libertà”. Il torracchese dopo aver placato la fievole rivolta cilentana, proseguì verso la Basilicata ed una volta sedata la ribellione lucana si diresse verso Salerno. Praticamente, in poco più di tre mesi, il versante tirrenico fino alle montagne campane sovrastanti Sapri, era ritornato nelle mani dei lealisti, grazie all’opera di Rocco Stoduti il quale riuscì ad innalzare il bianco vessillo borbonico nei centri liberati.. Dunque, nell’interessante passaggio, il Mallamaci (….), scrive che alcuni storici, senza citarli, ritenevano che il Rocco Stoduti, quello della reazione Sanfedista del Cardinale Ruffo fosse nato a Torraca nel 1756 da Carmine Stoduto e Anna Eboli di Ispani. Il Mallamaci scrive che: “Alcuni storici lo vogliono nativo di San Cristoforo, una frazione di Ispani, altri affermano invece che sia nato a Torraca. La seconda ipotesi sembrerebbe la più attendibile perchè suffragata dal fatto che in merito vengono forniti precisi dati, come la località e la data di nascita, i nomi dei suoi genitori ed anche l’esatta provenienza della mamma, della moglie ed il nome del figlio nato dal loro matrimonio. Se si accettano tali presupposti, dobbiamo ammettere quanto affermano i secondi storici, ossia che lo Stoduti è nato a Torraca nel 1756 da Carmine e Anna Eboli di Ispani, ha sposato una certa Antonia Eboli, anch’essa nativa di Ispani e dalla loro unione è nato Francesco, il quale ha seguito incondizionatamente le orme del padre. L’errore dovuto all’imprecisa collocazione del paese di nascita di Stoduti, potrebbe essere stato causato dalla provenienza della mamma e della moglie, entrambe native di Ispani.”.

Nel 5 novembre 1803, Vespasiano Palamolla, diventa il 5° barone di Torraca e Teresa Moscati, Marchesa di Poppano

Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). “. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “…..5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; 6° Biagio Palamolla, sesto Barone, ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze Donna Mariana Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc….”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; Ecc…”. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846……. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; ecc..”.

Nel 1805, muore Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca

Nel 1805, Biagio Palamolla, 6° barone di Torraca

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “…..6° Biagio Palamolla, sesto Barone, ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze Donna Mariana Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…” parlando di Torraca a p. 193 in proposito scriveva che: “Nel 1805, morto Vespasiano, diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto.”. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”Dunque, secondo il Gaetani (….) sulla cui scorta scriveva il Guzzo, Biagio Palamolla diventa il 6° Barone di Torraca alla morte di Vespasiano Palamolla che, il 5 novembre 1803 risulta dal ‘Cedolario’, 5° barone di Torraca. Dunque Vespasiano morirà due anni dopo essere diventato il 5° Barone di Torraca e nel 1805, alla sua morte sarà Biagio a diventare il titolare erede della nobile casata. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846……..Francesco, il quarto barone di Torraca prese per moglie Lucrezia Bruno dei baroni di Santa Lucia ed arriviamo a Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Dunque, come ha scritto Rocco Gaetani (….), Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca aveva sposato in seconde nozze donna Marianna Caputo dei marchesi di Cerreto. In rete in “Nobili-Napoletani” troviamo che: “Salvatore, marchese della Petrella come erede per la morte di suo padre Giuseppe, sposato ad Ippolita Mascaro, figlia di Luigi († 1812), marchese di Acerno, e di Vittoria Carafa di Montecalvo (1758 † 1792), generarono due figlie femmine: Vincenza, sposata al marchese Ferdinando Rohrlach, Gentiluomo di Camera di S.A.R. l’Infante di Lucca, e Marianna († 1861) sposata al marchese di Poppano Biagio Palamolla (1796 † 1867); con esse questo ramo si estinse.”. Dunque, secondo il sito dei ‘Nobili Napoletani’, Marianna Caputo, marchese di Cerreto, morì nel 1861 e fu sposa a Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca e marchese di Poppano, nato nel 1796 e morto nel 1867. Infatti, sul sito è scritto che Biagio Palamolla nasce il 1796, un anno dopo il matrimonio tra il padre Vespasiano Palamolla e la madre Teresa Moscati, marchesa di Poppano.

Nel 1806, Torraca e le truppe Francesi (Napoleoniche) di Giuseppe Bonaparte e del Generale Massena

Recentemente Nicola Femminella (….), nel suo “Tesori nelle terre dei Lucani nelle terre dei Sanseverino etc…”, a p….. parlando di Torraca, in proposito scriveva che: Cinque anni dopo, altre truppe francesi, guidate dal generale Massena, assalirono il castello, portando via ogni oggetto prezioso, dopo aver dato fuoco all’Archivio Parrocchiale. Gli abitanti del borgo ricordano i due episodi il 3 marzo e l’8 settembre con festeggiamenti e una solenne processione in onore della Madonna dei Cordici.”. Da Wikipedia leggiamo che nel nel 1796 Giuseppe prese parte con Napoleone alla prima campagna d’Italia, lasciando la Corsica che ormai veniva abbandonata anche dagli inglesi. L’anno seguente, durante la Prima Repubblica francese, venne nominato diplomatico, prima alla corte dei duchi di Parma e poi a Roma, lasciando la città solo dopo i disordini del 28 dicembre 1797 e l’assassinio del generale Duphot, suo aiutante. Dal 1806 al 1808 Giuseppe Bonaparte governò il Regno di Napoli in nome di suo fratello, che gli affiancò nel governo i napoletani Antonio Cristoforo Saliceti e Marzio Mastrilli, oltre ad altri valenti personaggi di governo francesi dell’epoca, quali Pierre-Louis Roederer, André-François Miot de Mélito, Louis Stanislas de Girardin e Mathieu Dumas.  Con Andrea Massena a capo della spedizione che aveva il compito di scacciare i Borboni da Napoli, Giuseppe intraprese il suo viaggio verso il regno del sud e nel gennaio 1806 si fermò per tre giorni a Roma, dove firmò un accordo per le forniture militari al nuovo regno che andava conquistando, passando poi il confine con 40.000 uomini. L’11 febbraio entrò nella piazzaforte di Capua e il 15 dello stesso mese fece il proprio ingresso solenne a Napoli, omaggiato dalle autorità cittadine e di governo, che apprezzarono particolarmente il suo gesto di omaggio a San Gennaro, patrono della città, cui fece dono di una preziosissima collana di diamanti. Ferdinando IV di Napoli, intanto, era fuggito in Sicilia e il suo esercito si era ritirato al suo seguito. Per conoscere e farsi conoscere, Giuseppe intraprese subito una visita nelle principali province del regno, giungendo in Calabria già nel marzo successivo.

Nel 4 agosto 1806, a Torraca l’attacco delle truppe Francesi e Leonilda Campanella che fu squartata

Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, a p. 195 parlando di Torraca scriveva che: Alcuni anni dopo, il 4 agosto 1806, festa di S. Domenico, i francesi del generale Massena, dopo aver messo a guasto e rovina il castello baronale, asportandone quadri, statue e oggetti preziosi, distrussero con l’incendio l’archivio della chiesa parrocchiale. Andarono perduti documenti, atti, registri e pergamene di grande importanza storica. Appiccarono poi il fuoco agli edifici pubblici e alle case, distruggendo mobili e suppellettili e sperperando frumento, olio, vino ed altri prodotti. I guasti furono quantizzati in circa 10.000 ducati. Il barone Palamolla espose i danni al re Ferdinando IV e chiese il risarcimento (5). Il triste episodio è ricordato ancor oggi dai vecchi del luogo con la pietosa, tragica storia di Leonilda Campanella, anziana donna di Torraca, la quale, malata e impedita fisicamente, non riuscì a sfuggire alla furia dei soldati francesi, i quali, sordi, ad ogni preghiera e privi di qualsiasi sentimento umano, la squartarono orribilmente e le troncarono il capo che, come trofeo di vittoria, appesero ad un ramo di ulivo. L’olivo del capo di Leonilde era additato, fino agli inizi di questo secolo, presso il pozzo della Porta alla Fontana, nella proprietà Perazzo.”. Guzzo, a p. 194, nella nota (5) postillava: “(5) R. Gaetani, cit., pag. 64”. Guzzo si riferiva all’opera del sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, che a p. 64, in proposito scriveva che: “….

Nel 29 settembre 1806, a Torraca l’attacco del colonnello Andrea Pignatelli Cerchiara

Francesco Barra (….), nel suo “Il brigantaggio del Decennio francese (1806-1815) Studi e Ricerche”, a p. 52 racconta un episodio accaduto a Sapri. Scrive il Barra che:  “Un altro e più consistente raggruppamento, costituito da circa 900 uomini, parte locali e parte sbarcati da un legno siciliano, si erano trincerati a Torraca, dove il 29 settembre furono attaccati dal I reggimento napoletano di linea del colonnello Pignatelli (43): “. Il Barra a p. 52 riporta quanto scrisse Pietro Calà Ulloa e, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il “Monitore Napolitano”, 3 ottobre 1806, n. 63.“.

Nel 1846, Biagio Palamolla, 6° barone di Torraca, dopo la morte di Teresa Moscati, sua madre e, diventa marchese di Poppano

Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846…..ecc….

Nel 28 settembre 1852, la visita di Ferdinando II di Borbone a Torraca

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, a p. 75 in proposito scriveva che: “Nell’autunno del 1852 il re Ferdinando II volle visitare la Basilicata e la Calabria. Sbarcato da Napoli il mattino del 28 settembre sul lido di Sapri, nel golfo di Policastro, col figlio quindicenne, Francesco, duca di Calabria, e col fratello, il Conte di Trapani, Aiutante Generale del grado di Brigatiere, visitò e confortò il vecchio D. Vincenzo Peluso nelle sua villa; indi proseguì per Torraca, Casaletto Spartano, Battaglia e Lagonegro. Il Peluso morì il 4 ottobre.”. Infatti, anche Mario Vasalluzzo (…), nel suo “Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana”, a p. 202 e sulla scorta del Mazziotti (….) parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Il 28 settembre del 1852, Sapri riceveva la visita del Re. Il sovrano accompagnato da un nutrito seguito e scortato da quattro navi, approdò al Fortino, a circa un chilometro dalla cittadina. Ferdinando, saputo della sua infermità, volle far visita al Peluso. Fu l’ultimo saluto col suo fedele collaboratore: Vincenzo Peluso infatti, a sei giorni da quello storico incontro, cessava di vivere la sua esistenza agitata e tormentata (5).”. Il Vassalluzzo a p. 204, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Mazziotti M., Costabile Carducci ed i Moti…., op. cit., vol. II, pp. 16, 17, 30, 110, 119. De Cesare R., La fine di un Regno, Città di Castello, 1900, vol. I, pag. 18.”. Dunque, il sacerdote Mario Vassalluzzo cita il Matteo Mazziotti (….) e cita anche Raffaele De Cesare (….) ed il suo “La fine di un Regno, Città di Castello, 1900, vol. I, pag. 18. E’ proprio sulla scorta del De Cesare (….), che lo storico coevo, Giorgio Mallamaci scrivendo la storia di Torraca ci parla dello storico evento distorcendone i fatti. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848”, dopo aver parlato di Costabile Carducci che dice essere stato ucciso “sul Monte Spina” (che non esiste), continuando a parlare di Torraca, a p. 88, riferendosi al re Ferdinando IV di Borbone, “divenuto Ferdinando II, re delle Due Sicilie”, in proposito scriveva che: “Il Peluso si ritirò in una casa di campagna a Torraca, dove trascorse in solitudine gli ultimi giorni della sua esistenza, e dove prima di morire ebbe l’onore di essere visitato dal suo amato sovrano. In quell’occasione, Re Ferdinando si imbarcò a Napoli, sulla nave ammiraglia il ‘Fulminante’, scortata dal ‘Guiscardo’, dal ‘Ruggiero’, dal ‘Sannita’ e dal ‘Carlo III’ e giunse nella rada di Sapri il 28 settembre. la stessa sera raggiunse a piedi Torraca, dove fu accolto dalla popolazione con festose manifestazioni: luminarie, spettacoli, giochi di fuoco e danze. Il re fu ospitato nel castello, dal vecchio marchese Biagio Palamolla. Quest’ultimo, a causa di una grave caduta da cavallo, si era ritirato venti anni prima dall’incarico di guardia del re con il grado di brigadiere e portastendardo. Il sovrano prima di lasciarlo, gli donò una carrozza in segno di gratitudine e poi conferì all’ospite il titolo di Duca di Torraca. Fu questa la sola volta, in cui Ferdinando di Borbone accettò ospitalità da privati. Re Ferdinando, durante la visita al marchese di Poppano, Biagio Palamolla, saputo che a poca distanza dal castello era in fin di vita il vecchio prete, assassino del Costabile Carducci, volle andare a visitarlo, con suo figlio, il principe ereditario Francesco, di quindici anni e con il seguito di corte. Si racconta, che il Peluso aveva 75 anni, provato dalla malattia, ed emozionato dall’inaspettata visita, baciò ripetutamente la mano del re, e poco dopo spirò. Era il 4 ottobre del 1852.”. Raffaele De Cesare (….) ed il suo “La fine di un Regno, ed. Longanesi, Milano, 1969, nel suo “capitolo II”, a p. 32 parlando del viaggio del Re Ferdinando II in Calabria, sulla scorta di Carlo Pesce (….), in proposito scriveva che: “Sulla fine di settembre del 1852, il re vole dare….., partisse alla volta delle Calabrie. Il movimento delle truppe ebbe luogo nei giorni 23, 24, 25 e 26 settembre, concentrandosi tutta la colonna nei dintorni di Lagonegro. Il re s’imbarcò la sera del 27 settembre a Napoli sul ‘Fulminante’, insieme col principe ereditario, che contava quindici anni, e col conte di Trapani. Il suo seguito era formato dal principe D’Aci, dai brigatieri Ferrari e Del Re, dai colonnelli Nunziante e De Steiger, dal tenente colonnello Letizia, dai maggiori Severino, Anziani e De Angelis, dai capitani Grenet, Schumacher e Salvatore Nunziante. Il colonnello Afan de Ribera, che era pure del seguito, comandava l’atiglieria; il brigatiere Garofalo era capo dello stato maggiore, e il maggiore La Tour seguiva, come aiutante in campo, il conte di Trapani. I direttori Scorza e Murena partirono per posta ed attesero il sovrano a Lagonegro. Il re aveva seco il suo cameriere particolare, Gaetano Galizia, mentre un cuoco e un sottocuoco, con servizio completo, di cucina in apposito furgone, procedevano il corteo di un giorno. Il ‘Fulminante’, seguito dal ‘Giuscardo’, dal ‘Ruggiero’, dal ‘Sannita’ e dal ‘Carlo III’, giunse la mattina del 28 nella rada di Sapri. La sera di quel giorno il re dormì a Torraca, facendo la prima tappa, da Sapri a Torraca, a piedi per mancanza di strade. Alloggiò nel castello del marchese di Poppano, Biagio Palamolla: castello medioevale, con le torri merlate. Lo ricevette il vecchio marchese che, per grave caduta da cavallo, si era ritirato venti anni prima, dalle guardie del Corpo, col grado di brigatiere e portastendardo. Il re, prima di allontanarsi, conferì all’ospite il titolo di duca di Torraca; e il marchese, a perpetuo ricordo, fece cingere con una catena di ferro l’ingresso del castello e murare sulla facciata una lunga lapide latina, della quale ecco la chiusa: ……..Fu quella la sola eccezione che Ferdinando fece al suo proposito di non accettare, a nessun patto, ospitalità da privati. Saputo che, a poca distanza di là, in una casa di campagna, era in fin di vita il vecchio prete Peluso, l’assassino di Costabile Carducci, volle andare a visitarlo, e vi andò a piedi, seguito dal figlio e dagli aiutanti, ed esortò quel tristo a sperare nella divina Provvidenza. Il Peluso, accasciato dagli anni e dal male, baciò ripetutamente la mano del re, e poco dopo morì (1). Alla Taverna del Fortino trovò una berlina di corte ecc….”. Il De Cesare, a p. 33, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Avv. Carlo Pesce, ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda’, Lagonegro, Tipografia Lucana, Matteo Tancredi, 1905. E’ un breve scritto, che si legge con viva commozione. Devo anche al signor Pesce un curioso diario sul passaggio del re da Lagonegro, pubblicato dal giornale ‘il foglietto’ di quella città. (Vedi Parte III, Documenti).”. Dunque, il De Cesare ci parla dell’episodio del passaggio del re a Sapri sulla scorta del libretto dello storico di Lagonegro Carlo Pesce (…), di cui una sola copia si trova nei miei archivi e alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Io posseggo anche copia del manoscritto olografo del Pesce (…) che ho pubblicato in un altro mio saggio. E’ molto probabile che il racconto del Pesce sia stato influenzato da notizie di prima mano di un parente dell’arciprete Timpanelli. Ma il Pesce (….), non scrive ciò che ha scritto il De Cesare e sulla cui scorta ha scritto il Mallamaci. Dunque, il racconto del Mallamaci, cambia anche la data di arrivo di re Ferdinando II a Sapri, ponendola non al 28 settembre 1852 ma al 4 ottobre 1852. Stessa divergenza di date e di notizie ritrovo anche in Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di policastro ecc..”, dove parlando di Torraca a p. 196 in proposito scriveva che: “Il 15 ottobre 1852 Torraca ebbe l’onore di ospitare il re Ferdinando II, il quale, diretto in Calabria, si fermò al castello Palamolla su invito dell’amico barone Biagio. Sul portale del salone principale del maniero dovrebbe ancora far mostra di sè la lapide che ricorda l’avvenimento.”. Il Pesce dunque riporta la data scolpita sulla lapide apposta sulla facciata del Castello di Torraca ed in particolare parlando dell’amico barone Biagio si riferiva al barone Biase Palamolla. Di Biagio Palamoll, Angelo Guzzo (…), ne parla a p. 193 ed in proposito scriveva che: “Nel 1805, morto Vespasiano, diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla, Marchese di Poppano, ecc….”. Ecco cosa scrive il Pesce (….), nell’altro suo libro “Storia della città di Lagonegro” parlando della visita del Re Ferdinando II (già Ferdinando IV): “Nell’autunno del 1852 il Re Ferdinando volle visitare un’altra volta questa parte della Basilicata e le Calabrie…Il Re, imbarcatosi la sera del 27 settembre a Napoli, sulla fregata a vapore Fulminante, col figlio allora quindicenne Francesco, Duca di Calabria, e col fratello il Conte di Trapani, sbarcò nel mattino del 28 Settembre nella rada di Sapri. Quivi, avendo appreso che il Prete Vincenzo Peluso, l’esecrando assassino del gran patriota Costabile Carducci, era infermo e presso a morte, volle visitarlo, e recatosi a piedi nella villa, dove il vecchio era accasciato da idropisia e dagli anni, lo confortò e lo esortò a bene sperare nella divina misericordia. Da Sapri, il Re, a cavallo, percorrendo una traccia di rotabile, costruita da un negoziante per lo scarico di legname al porto, passò a Torraca, dove alloggiò e pernottò nel castello medievale, dalle torri merlate, del Marchese di Poppano (Biagio Palamolla), il quale a perpetuo ricordo della visita reale, fece murare sulla facciata del Castello una lapide con lunga ed enfatica iscrizione latina….Su quella spiaggia, presso al casino bianco, levarono il grido – Italia degli Italiani”. In quella occasione e nel corso della visita il re Ferdinando II donò al Peluso morente l’anello di oro col sigillo di casa reale che portava seco, oggi custodito dalla famiglia Martorelli erede Peluso.

Nel 29 giugno 1857, lunedì, Pisacane con i suoi trecento, ed altri, si recò a Torraca

Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La mattina di quel lunedì del 29 giugno a Torraca ci si accingeva a festeggiare San Pietro, eletto protettore nel 26 aprile del 1776. Nulla faceva supporre, specialmente a coloro dediti al solito lavoro dei campi e lontani dalla politica, che in quella solenne giornata potessero arrivare più di trecento persone tra cui anche due donne. Erano al seguito di un individuo dall’aspetto signorile, il quale si esprimeva correttamente in italiano, ma che si rivolgeva ai torracchesi con inflessione prettamente campana. Nella salita che da Sapri si inerpica fino al piccolo borgo di Torraca, quell’uomo che capeggiava la comitiva, ebbe l’occasione di ammirare il panorama che spaziava sul golfo, reso ancor più bello dalle prime luci del giorno. La splendida vista gli aprì l’animo verso un fiero ottimismo sulla missione che aveva intrapreso. Etc…”. Proseguendo il suo racconto, a p. 90, il Mallamaci scriveva: “Aveva riunito la gente in Piazza dell’Olmo, alla quale lesse il seguente proclama: “Cittadini. E’ tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II. Avoi basta volerlo. L’odio contro di lui è universalmente inteso. L’esercito è con noi. La capitale aspetta dalle provincie il segnale della ribellione etc…ra impossibile pertanto non chiedersi come mai individui come ‘Luigi Lazzaro’ di Policastro, ‘Luigi Smimmero’ e ‘Gaetano Tropeano di Polla, nonché quel tale saprese ‘Samuele Lacorte’, tutti personaggi di pessima nomea, invece di essere rinchiusi nel carcere di Ponza, circolassero liberamente in compagnia di quelle persone. Sicuramente, come asseriva il loro parroco, anche coloro con cui si accompagnavano erano gente della loro stessa risma. Comunque a sostenerli vi era anche la presenza del vescobo Nicola Maria Laudisio, noto per la sua fedeltà borbonica, giunto a Torraca per l’occasione della festività di S. Pietro, il quale dovette nascondersi per motivi di sicurezza. Solo dopo la partenza dei trecento diretti verso il Fortino, poté mostrarsi e celebrare una messa per lo scampato pericolo. A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al indaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote. Un’altra versione storica riguardante il vescovo Laudisio, è che accolse i rivoltosi con la dovuta diplomazia, e per aggraziarsi la loro simpatia, fece distribuire del buon vino locale e delle belle ciliege. Quest’ultima ipotesi, sicuramente non è tra le più credibili, poiché era nota la sua fama di fedeltà al Re, etc….A mettere in guarda la popolazione, intervennero anche alcune delle famiglie più in vista del paese e di consolidata fede Borbonica. Tra queste vi fu quella dei ‘Perazzi’, che circa un mese prima, in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante. Il vescovo, insieme al sacerdote ed ai Perazzi, convinse la popolazione di Torraca che i nuovi arrivati erano un’organizzata banda di briganti. Ad avvalorare la sua tesi intervennero anche incresciosi eventi. Alcuni dei nuovi arrivati, con la scusa di cercare armi, si introdussero nelle abitazioni, al solo scopo di effettuare dei furti. Ad un certo Carmine Viggiano vennero sottratte sei piastre e fu proprio la figlia Angela ad indicare al loro capo (Pisacane) chi li aveva derubati. Poiché le monete non furono tutte ritrovate, il Pisacane diede loro la parte mancante. Un altro furto fu denunciato da Giovanni Tancredi, un fattore della ferriera dei Perazzi situata a Morigerati, in questo caso si trattava della sottrazzione di un fucile. Oltre al Viggiano e al Tancredi, denunciano furti anche: Paolo Filizzola, Antonio Flora, Carmine Gallotti, Luigi Mercadante e Francesco Rocco. Anche il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti, che era stato tra i primi a scorgere lo sbarco dei rivoltosi dal Cagliari, avvenuto presso la spiaggia dell’Oliveto, immediatamente aveva allertato i capourbani della zona. Successivamente si recò a Torraca, e qui spedì altri messaggeri a Tortorella e Casaletto per avvisare del pericolo imminente. La mattina del 29 giugno, da Capitello, inviò un accorato telegramma per avvisare il re di quanto stava accadendo in quella zona. Da questi episodi che coinvolsero il giudice Fischetti, si intuisce che il gruppo di Carlo Pisacane era atteso a Torraca il giorno precedente alla loro venuta, pertanto le autorità del paese ne erano al corrente.”.

Nel 29 giugno, 1857, la partenza dei trecento e di Pisacane da Torraca che arrivarono al Fortino

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II. Tra quest’ultimi che mostravano orgogliosamente la coccarda tricolore, si annoverano ‘Francesco Fiorito’, il quale guidò il gruppo di liberali incontro ai rivoltosi; ‘Carmine Barra’, un commerciante che aveva obbligato il sacrestano della chiesa di San Pietro a suonare a festa le campane; ‘Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino; ‘Vicenzo Cioffi’, gestore o proprietario della taverna del Fortino ed originario di Tortorella, il quale si prodrigò per fornire le cibarie ai rivoltosi. Il Cioffi, più volte fece sfornare il pane alla propria moglie per sfamare i liberatori. Ai predetti fecero seguito: ‘Michele Albano’, Pasquale e Nicola Bifano, Pasquale Brandi, Francesco Cesarino, Anna e Antonio Falce, Giuseppe Falce, Carmine Falco, Biagio Filizzola, Vincenzo Gallo, l’arciprete Pietro Gravina, Giovanni Lanza di Roccagloriosa, Nicola Mercadante, Vincenzo Mugno, Giuseppe Petrizzo originario di Padula, Raffaele Petrizzo, Carlo Viggiano, Domenico e Pasquale Zipparo. L’accoglienza da parte di costoro fu calorosa e spontanea, qualcuno ha anche gridato “Viva Murat e viva la Repubblica”, però nessuno di questi ebbe il coraggio di seguire i trecento nella loro impresa.”.

Nel 30 giugno 1857, la strada vicinale detta della “Verdesca” percorsa dal Fischetti per salire a Torraca e spiare Pisacane XXFO5843

(Fig….) Ponte d’epoca medievale posto lungo un sentiero che da località Mocchie di Sapri risale verso Torraca. L’immagine ci è stata inviata dal Gruppo di escursionisti di Sapri “Golfo Trek”.

Pare che questa strada vicinale o sentiero risalisse dalla località ‘Mocchie’ a Sapri, su per il monte Olivella, attraverso i territori nel Comune di Torraca e da lì proseguiva verso Torraca o verso il Fortino del Cervaro, si chiamasse “Verdesca”, forse la stessa strada carovaniera che attraversava la contrada della “Carnale”, dove furono trovati dai G.A.S., antichissimi insediamenti Enotri e Lucani, in gran parte distrutti dall’incuria delle autorità preposte  per il passaggio della condotta del gas metano. Andrebbe ulteriormente indagata la presenza di alcune strade mulattiere presenti sul nostro territorio in quanto esse sono state frequentate in epoche in cui si è persa la memoria del tempo. Infatti, questa strada vicinale ed alpestre, prima che arrivasse nei pressi di Torraca, a metà strada, si trova un sito oggi chiamato “Agriturismo S. Fantino”. Io credo che l’intera area fosse stata anticamente l’area dove sorgeva la grancia di S. Fantino, di cui ho già parlato ivi in un altro mio saggio. La probabile epoca di fondazione della grancia di S. Fantino, può riferirsi molto probabilmente all’anno 1097, allorquando, secondo una pergamena d’epoca normanna, veniva concesso a Sergio, monaco di Vibonati, di costruire una cappella a S. Fantino, che doveva essere una località posta tra Sapri e Torraca, come risulta dall’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna) illustrata nella Fig. 2, di cui ho parlato. La testimonianza della strada vicinale e di campagna detta la “Verdesca”, ci è data da uno dei principali protagonisti dello sbarco a Sapri dei ‘trecento’ di Carlo Pisacane, il giudice di Vibonati Gaetano Fischetti (…), che nel suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857’, scritto nel 1877 per ingraziarsi il Ministro degli Interni, da poco eletto, Giovanni Nicotera. Il Fischetti (…), a p. 35, parlando della notte in cui Pisacane sostava a Sapri, in proposito scriveva che: “…ed io con pochi amici mi avviai sopra Torraca per la via cosiddetta della ‘Verdesca’, impraticabile quasi, montuosa ed alpestre assai, per evitare la solita via pubblica, laddove quelli avessero voluto inseguirmi.”. Nella tradizione orale popolare, nel nostro dialetto, il termine di “Verdesca”, stà ad indicare un pesce di mare, una specie di pescecane simile allo squalo. Sempre nella tradizione popolare orale, vi è un termine simile “Ventresca”, la pancia o la pelle del ventre di un certo tipo di squalotto di mare. La strada “Verdesca”, verrà poi in seguito, nel 1907, citata anche dal Bilotti (…), il quale a p. 198, in proposito al giudice scriveva che: “Il Fischietti.. (e anche quì il Bilotti erra il cognome del giudice Vibonatese), effettivamente aveva fatto prodigi di attività: partito da Sapri poco prima della mezzanotte, percorse a piedi e con la paura nell’anima, la quasi impraticabile via detta ‘Verdesca’, la quale benchè fatta di alpestri e pericolosi sentieri, era da preferire alla strada ordinaria….”. Con l’indagine geo-storica, possiamo stabilire quale e dove fosse questa stradina o sentiero di campagna, assai disagevole per i tempi a cui si riferiscono i fatti di Pisacane. Si trattava di un percorso o un sentiero di campagna che risaliva le campagne in direzione di Torraca, che partendo dalla località a Sapri detta le “Mocchie”, risalisse verso Torraca. Dalla località detta le “Mocchie” a Sapri, posta subito dopo la contrada saprese della “Marinella”, si inerpicano due sentieri che risalgono alle pendici del Monte dell’Olivella, verso i territorio di Torraca. Io credo che le “Mocchie”, dove ancora oggi è rimasto un gruppo di antichissime case, molte di queste solo recentemente ristrutturate, sia una contrada di Sapri prossima ad un molo o un antico porticciolo. La contrada delle “Mocchie”, infatti, si trova quasi a ridosso della vecchia spiaggia o insenatura formatasi del torrente detto “Brizzi”, di cui ancora oggi non si conosce l’esatto significato dell’etimo. Il torrente “Brizzi” e il suo alveo, dopo un lungo percorso dalle montagne poste nel Comune di Tortorella a confine con quello di Torraca e di Sapri, scende a valle e sversa le sue acque a Sapri e, lungo il suo percorso attraversa la contrada delle “Mocchie” che è posta quasi posta di fronte alla collina dell’altra antica contrada del “Timpone”. Recentemente, alcuni membri del locale gruppo di trekking di Sapri “Golfo Trek” hanno percorso e smacchiato questo vecchio sentiero che risale dalle Mocchie e si inerpica tra balze e dirupi verso il territorio un tempo di Torraca. Io credo che il nome di questo sentiero fosse proprio quello di “Verdesca”, il nome che citava il Bilotti (…) e prima ancora il giudice vibonatese Fischetti (…). Lungo questo percorso vi sono alcuni ruderi di un ponte medievale che lasciano pensare ad un’antichissima frequentazione e forse, come io credo, questo sentiero doveva essere quello che collegava il piccolissimo approdo delle Mocchie con l’antichissima grangia di “S. Fantino”, dipendente dal cenobio basiliano di San Giovanni a Piro. Della grangia di S. Fantino (…), come vedremo, ci parlano gli antichissimi documenti ma i suoi ruderi non sono stati mai individuati. Infatti, risalendo l’immagine satellitale con l’amico Giamberto del locale gruppo di escursionisti, si può vedere che nel territorio prossimo più a Sapri che a Torraca, si scorgono dei duderi o degli edifici che lasciano pensare all’antica grancia di S. Fantino, di cui parla il Di Luccia (…) e il Martire (…), ma che non è stata mai del tutto localizzata. L’antica grancia o masseria o addirittura l’Abbadia di S. Fantino di cui si parla in antichi testi, non solo esisteva dall’epoca Normanna come attesta l’antica pergamena del 1097 pubblicata dal Trinchera (…) e poi dal Cappelli (…), ma era posta nel territorio di Sapri, divenuto solo nei primi del ‘500 appartenente al feudo di Torraca. Credo pure che questo percorso sia proprio quello che percorrevano i monaci abitanti dell’antica grangia di S. Fantino per scendere al porto di Sapri che forse era posto proprio nella contrada detta le “Mocchie”, per il trasporto via mare delle merci essendo questo piccolo ma nascosto e sicuro approdo collegato con i piccoli porti della costa velina. Non sono mai state del tutto individuate alcune cappelle e costruzioni religiose di cui ci parlano alcuni studiosi locali nei primi del ‘900 come il Gallotti (…) e il Gaetani (…). Molte costruzioni si pensa fossero nel territorio di Torraca ma solo perchè il territorio di Sapri, fu delineato nei suoi attuali confini solo dopo l’Unità d’Italia, ma in realtà alcune costruzioni o manufatti citati dal Cappelli (…), dal Martire (…), ecc.., si trovavano prossimi al territorio saprese, ovvero posti si nella campagne ma molto prossimi al vicino piccolo approdo della costa saprese. Infatti, nell’antichità per il trasporto delle merci e per i traffici si preferiva percorrere le vie marittime anzicchè quelle sulla terra ferma molto più frequentate ed insicure. I monaci lo sapevano bene. Nell’anticihità le località e le comunità rivierasche erano molto più fiorenti e popolate rispetto a quelle interne che si ripopolarono specialmente dopo la Guerra del Vespro e sopratutto in epoca Vicereale a discapito di quelle rivierasche che al contrario si spopolarono. I documenti ci parlano di una grangia o di un piccolo cenobio di monaci basiliani o benedettini, la grangia di S. Fantino, che doveva essere attiva e fiorente all’epoca medievale ovvero XII-XIII secolo.

Dal 1860, il mandamento ed il circondario di Vibonati appartenente al Distretto di Sala Consilina nel Regno d’Italia

Da Wikipedia leggiamo che Sapri dal 1811 al 1860 ha fatto parte del circondario di Vibonati, appartenente al Distretto di Sala del Regno delle Due Sicilie. Dal 1860 al 1924, durante il Regno d’Italia ha fatto parte del mandamento di Vibonati, nel 1924 il mandamento fu trasferito a Sapri fino al 1927 anno della sua soppressione appartenente al Circondario di Sala Consilina.

Nel 13 gennaio 1862, la divisione dei territori sapresi della “Verdesca” e della “Finosa”

Nel 1916, il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, a pp. 1-2-3 in proposito scriveva che: “Per noi qui sottoscritti e crocosegnati rispettivi Notar Nicola Mariniello della terra di Tortorella e Biase Falco della terra della Torraca, esperti deputati delle cinque Università, cioè esso Biase Falco eletto dall’Università della Torraca e detto Notar Nicola Mariniello dell’Università della Tortorella, Vibonati, Casaletto e Battaglia per dividere i territorii controvertiti nel Sacro Regio Consiglio, cioè Vinosa, Verdesca, Giuliani e Ciglio della Mortella in virtù dei processi attitati in detto Sacro Consiglio e come che in detta Causa s’è attirata da più secoli il signor Consigliere Commissario si fossero divisi, ed essendosi proceduto da noi qui sottoscritti e crocesegnati rispettivi alla divisione di detti territori controvertiti. In primo luogo si è destinato una via pubblica che discende da detta Torraca da dove al presente vi è la confinazione delli territori suddetti, principia dalla casa di Scarpitta ossia Fanuele lo Vallone in suso, sale detta confinazione sino sotto le vigne di detta Torraca, e detta via per comune commodo si è stabilita di palmi quaranta da sopra la croce scolpita alli duri sassi in dove si debbono fare li pilastri di fabbrica; quale via per comune commodo debba andare traverso traverso per sotto dette vigne di Torraca insino al Vallone della Strecara da sotto la chiusa del Signor Barone con il commodo dell’acqua ecc……e sopra le croci scolpite che sono nella Finosa e vanno al Rocca del Craparizzo, che sono da tomola quattro in cinque in circa resti a benefizio dell’Università della Torraca, e del Varco suddetto della Strecara passare la suddetta via mezza costa, ed uscire addirittura alla croce scolpita del Signor Consigliere Cappellaro e proprio quella detta li Craparizzo, e da sopra detta croce debba camminare traverso traverso vie meditate, che va a Sapri sino al Valco che va alli Giuliani e da ivi passare per sopra le grotticelle, a basso; sgarrone di palmi quaranta e da dette grotticelle, della quale via possono servirsene tutte e cinque le Università, e da ivi addirittura passare mezza costa mezza costa pigliando il primo ciglio seu Sgarrone, e rupe rupe alte a dirittura giungere per sopra li Giuliani ed arrivare alle Rocche alte, che dividono a dirittura per la confinazione di Barba Nicola. E per quando pende acqua da dette rocche verso l’Olivella, resta a beneficio delle quattro Università, ed il sedente è tutto verso ponente a beneficio di detta Torraca, salendo poi a dirittura rocche rocche ad acqua pendente sino alla fontana della spina per detti ciglioni, e da ivi secondo vanno le croci antiche sino al manicone dell’aria della Cerasia, con dichiarazione però che in detta Cerasia vi è un piccolo pozzino al presente di Torraca verso il territorio delle quattro Università sia lecito a dette quattro Università di rifare detto pozzo per pigliare l’acqua per bere unomini in detti territorii con potervi abbeverare due paia di bovi, e cavalcature con espressa con espressa proibizione che non si possono abbeverare morre di animali, perchè farebbero incommodo alla mandra di detto signor Barone, e uomini di Torraca, e che il territorio debba sempre camminare da detta Cerasia sino alla Lupinara, siccome vanno le antiche croci, ove non vi è stato mai controversione, cioè si è convenuto e stabilito che andando li cittadini così delle quattro Università, come di Torraca a beverare li loro rispettivi animali nel fiume della Lupinara ecc….(1).”. Il Gaetani a p. 9 nella sua nota (I) postillava che:  “(I) Limitazione e divisione fatta tra le Università di Tortorella, Vibonati, Casaletto e Battaglia del territorio alla Verdesca e Finosa con l’Università di Torraca – Vibonati, li 13 gennaio 1862.“.

Nel 1867 muore Biagio Palamolla e Francesco Palamolla diventa il 7° Barone di Torraca e marchese di Poppano

Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “….Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Come ha scritto Rocco Gaetani (….), Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca aveva sposato in seconde nozze donna Marianna Caputo dei marchesi di Cerreto. In rete in “Nobili-Napoletani” troviamo che: “Salvatore, marchese della Petrella come erede per la morte di suo padre Giuseppe, sposato ad Ippolita Mascaro, figlia di Luigi († 1812), marchese di Acerno, e di Vittoria Carafa di Montecalvo (1758 † 1792), generarono due figlie femmine: Vincenza, sposata al marchese Ferdinando Rohrlach, Gentiluomo di Camera di S.A.R. l’Infante di Lucca, e Marianna († 1861) sposata al marchese di Poppano Biagio Palamolla (1796 † 1867); con esse questo ramo si estinse.”. Dunque, secondo il sito dei ‘Nobili Napoletani’, Marianna Caputo, marchese di Cerreto, morì nel 1861 e fu sposa a Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca e marchese di Poppano, nato nel 1796 e morto nel 1867. Infatti, sul sito è scritto che Biagio Palamolla nasce il 1796, un anno dopo il matrimonio tra il padre Vespasiano Palamolla e la madre Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: L’ultimo barone don Francesco Marchese di Poppano, cavaliere di giustizia del Sovrano Ordine di Malta,  si addormentava nel bacio del Signore la sera del 19 febbraio 1910, nella città di Napoli. Il chiaro sangue delle tre volte secolare famiglia continua nei Parente di Castellabate, Pecorelli di Castel Ruggiero, nei Lombardi di Roccagloriosa e nei Marigliano di Napoli, i quali ultimi, il 6 settembre 1907, compiansero la dolora pedita della contessa Teresa Palamolla, che ebbe nella sua casa, fede operosa, glorie e ricchezze, il cui figlio, Filippo, Duca di Canzano, conte di Marigliano, ha ereditato i titoli di nobiltà della famiglia paterna. I baroni Palamolla ebbero poi uomini notevoli nelle armi ecc…”.

Nel 10 febbraio 1909 (o 1910 ?), muore Francesco Palamolla, il 7° barone di Torraca

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: L’ultimo barone don Francesco Marchese di Poppano, cavaliere di giustizia del Sovrano Ordine di Malta,  si addormentava nel bacio del Signore la sera del 19 febbraio 1910, nella città di Napoli.”. Il Gaetani dunque scriveva che il sangue della famiglia Palamolla di Torraca si estinse ma chiaramente continuava a scorrere nella famiglia Parente di Castellabate, Pecorelli di Castel Ruggiero, nei Lombardi di Roccagloriosa e nei Marigliano di Napoli. In rete, nel blog “Nobili-Napoletani” troviamo che: “Salvatore, marchese della Petrella come erede per la morte di suo padre Giuseppe, sposato ad Ippolita Mascaro, figlia di Luigi († 1812), marchese di Acerno, e di Vittoria Carafa di Montecalvo (1758 † 1792), generarono due figlie femmine: Vincenza, sposata al marchese Ferdinando Rohrlach, Gentiluomo di Camera di S.A.R. l’Infante di Lucca, e Marianna († 1861) sposata al marchese di Poppano Biagio Palamolla (1796 † 1867); con esse questo ramo si estinse.”. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”.

Nel 6 settembre 1907, muore Teresa Palamolla, contessa di Torraca

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: Il chiaro sangue delle tre volte secolare famiglia continua nei Parente di Castellabate, Pecorelli di Castel Ruggiero, nei Lombardi di Roccagloriosa e nei Marigliano di Napoli, i quali ultimi, il 6 settembre 1907, compiansero la dolora pedita della contessa Teresa Palamolla, che ebbe nella sua casa, fede operosa, glorie e ricchezze, il cui figlio, Filippo, Duca di Canzano, conte di Marigliano, ha ereditato i titoli di nobiltà della famiglia paterna. I baroni Palamolla ebbero poi uomini notevoli nelle armi ecc…”. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”.

Dal 1861, Torraca e la sua poloazione nei Censimenti del Regno d’Italia

Pietro Ebner, nel suo “Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Torraca, a pp. 665-666, in proposito scriveva che: In nota trascrivo i dati di censimento dal 1861 al 1971 (18).”. Ebner, a p. 666, nella nota (18) postillava: “(18) 1861 (ab. 1563), 1871 (1721), 1881 (1526), 1901 (1593), 1911 (1626), 1921 (1545), 1931 (1238), 1951 (1357), 1971 (1233).”.

Note bibliografiche:

(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “ i Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998

(…) (Fig…..) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1981 e da me pubblicata per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio).

(…) Archivio della Badia di Cava dei Tirreni, anno Aprile 1481, XV, LXXXV, 98

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(…) (Figg…..) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il documento fu citato dal Gaetani R., op. cit. (…) e dal Cataldo (…). In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (…) che cita. Il Gaetani, cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96“ (…), a p. 154, alla nota (4) (nota 1), e dice di aver tratto lo stralcio del documento in questione dal suo amico Canonico Giuseppe Menta (…), che troviamo citato su un’antico testo scaricabile da Google libri gratis. Il Gaetani, op. cit., p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. ‘Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano’. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (…). Il Cataldo (…), nelle sue note (p. 19, nota n. 71), a proposito della “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a…”, scrive che essa è un manoscritto (Ms.), conservato all’A.D.P. (Archivio della Diocesi di Policastro). Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte da un documento: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (di Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. Si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 73 e s., si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”. Il Tancredi, alla nota (1), scrive: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. ecc..”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (…), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (…). Il Gaetani (…), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta (…). Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano (…). Le immagini che noi quì pubblichiamo (Figg. da n. 1 in poi), sono tratte dal manoscritto originale conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (Fig….), da cui abbiamo tratto le pagine finali che riguardano i possedimenti a Torraca e del territorio Saprese.

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(…) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 (Archivio Storico Attanasio) o si veda pure la ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il documento citato dal Gaetani si trova in: Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”.

(…) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P.O. “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. F. Palamolla.”. Il documento e la notizia furono citati dal Gaetani, in Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Tip. del Senato, Roma, 1914, p. 9 (Archivio Storico Atanasio)  

(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

(…) Guzzo A., Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia, ed. dell’Autore, Battipaglia, 1997, pp. 53 e s.

(…) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(…) Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio).

Di Luccia

(…) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Ebner Pietro, Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 117-121. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi, Roma, ed. di Storia e Letteratura, 1973 (Archivio Storico Attanasio).

Mazzoleni

(…) Mazzoleni Jole, Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770), RSS, Salerno 1951; segue il Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630) acquistate anni fa dall’ASN, stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, vol .12, 1951, pp. 126-140 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Montesano N., Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, ed. Lightning Source UK Ltd, 2018 (Archivio Storico Attanasio), v. p. 27

Tancredi Luigi

(…) Tancredi L., Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978, e pure in ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 280. Il Tancredi, parlando dell’antica città di Avenia, cita il documento notarile (…) (vedi nota 4 di p. 23), al posto di “Velia“, riporta “Avenia“, p. 23; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, si veda “Esame della Platea del 1695″ (1), p. 73 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), ecc…A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447), ecc..”. Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Ad ogni centro corrisponde di solito una numerazione di fuochi ed una imposizione fiscale, ma talvolta sono riportati anche dati demografici e fiscali riferibili a una rilevazione precedente. La fonte, che non reca alcuna indicazione di tempo, si limita a suggerire con un est e un erat i dati coevi alla redazione del documento e quelli relativi a un periodo antecedente. Sposando la cronologia proposta da Fausto Cozzetto, uno studioso che alcuni decenni fa si è occupato dell’edizione della fonte, collochiamo la stesura del documento tra il 1449 e il 1456 e sosteniamo che la più antica tassazione risale al 1447 e la più recente al 1449 calcolata, però, sui dati demografici del 1443. Cozzetto, infatti, spiega che nel 1449, “in cambio dell’aumento delle funzioni fiscali, l’amministrazione aragonese concesse il ritorno ad una base d’esazione più bassa, quella appunto del 1443” (Cozzetto, p. 22). Dall’analisi del documento si ricavano anche altre informazioni: una croce anteposta al nome dell’università indica le sedi vescovili, mentre le lettere T.M. che seguono il toponimo, designano le Terre Mamalia ossia, come spiega la fonte stessa, le Terre Materne o “loca dicata aut propria matribus hoc est Reginis” (c. 92r). All’elenco delle università seguono, inoltre, due appendici, una relativa alla geografia ecclesiastica del Regno (in cui sono elencate le arcidiocesi con le diocesi ad esse suffraganee); l’altra costituita da un elenco di terre che il documento definisce sconosciute, disabitate o poco abitate, con i relativi dati fiscali (ma non quelli demografici), organizzati per province ma non per circoscrizioni feudali o demaniali. Si rimanda ad un successivo aggiornamento il caricamento delle elaborazioni cartografiche.

Liber Focorum ... (Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (…) Cozzetto Fausto, Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, 1993

(…) Silvestri A., ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, a cura di Alfonso Silvestri, della Società Salernitana di Storia Patria – Fonti II – Salerno, 1956 e, l’edizione del 1965 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Silvestri A., Aspetti di vita economica nel Cilento alla fine del Medioevo, Società Salernitana di Storia Patria, ed. Pietro Laveglia, Nocera Inferiore, 1989 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Vassalluzzo M., ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, Cap. V, p. 207 e s., stà in ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975

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(Fig….) Attanasio F., “I villaggi deserti del Cilento”, studio pubblicato sulla rivista “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16.

(….) “…Cedola de focolaribus queinveniuntur diminuta per collationem factam: “, datato 1 Dicembre 1271, era conservato al Grande Archivio di Napoli, oggi Archivio di Stato di Napoli. E’ un documento d’epoca Angioina, “….in cui si enumerano i fuochi dei feudila cui popolazione era diminuita”. Il documento Angioino è stato citato da Del Mercato P.F., Infante A. (…), Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (25).  Il Del Mercato, dice a p. 39, nota (25) che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Il documento è stato pubblicato anche dal Carucci C., Codice diplomatico salernitano del secolo XIII,  (…), vol. I, ovvero ” 1201-1281- Salerno durante la dominazione sveva e quella del primo angioino – a cura di Carlo Carucci”, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, p. 400 e 401, che postillava a p. 400 che era stato tratto da Minieri-Riccio  che a sua volta l’aveva tratto da “Napoli. Archivio di Stato. Reg. Ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, in Minieri Riccio, p. 41”.  Minieri-Riccio (…), op. cit. p. 41 e s., pubblica il documento a p. 41 sotto “Anno 1271, indizione 15°, dal 1 Settembre 1271 al 31 Agosto 1272”, e che nella sua nota (172), a p. 118, postillava che il documento era così collocato: “Reg. 1272 A. n. 13 fol. 186-187 t.”. Purtroppo, questo documento angioino non esiste in originale. Gli autori come il Minieri Riccio o il Filangieri, hanno pubblicato, solo la loro trascrizione integrale che è quella che ci resta.  Purtroppo, la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”. Riguardo i Registri Angioini all’Archivio di Stato di Napoli, i Registri di Carlo I d’Angiò, si veda Filangieri R., I registri della Cancelleria angioina ricostruiti, vol. I, a cura di R. Filangieri, Napoli 1950, reg. VI, 427 p. 299; si veda pure: Dierreu Paul, Les Archives Angevines de Naples, etude sur les Registres du Roi Charles I (1265-1285), par Paul Durrieu, Tomo I, Paris, ed. E. Thorin, 1886.

(…) Bianchini L., Storia delle finanze del Regno di Napoli, Napoli, 1859, pp. 139-40; si veda pure Cassandro G.I., Lineamenti del diritto pubblico del regno di Sicilia citra farum sotto gli Aragonesi, Bari, 1934; Le fonti si trovano tutte nell’Arcivio di Stato di Napoli.

(…) Il ‘Liber censuum’ nel Medioevo, titolo di vari registri di censi, e per antonomasia del registro dei censi dovuti alla Chiesa di Roma da chiese e monasteri dipendenti dalla Curia romana, composto secondo un piano organico dal cardinale Cencio Savelli (o Cencio Camerario, poi Onorio III) nel 1192, valendosi di precedenti raccolte (Polypticus di Gelasio I, De privilegiis romanae Ecclesiae di Deusdedit), e con l’aggiunta di cartulari monastici e registri pontifici inerenti alla materia; fu aggiornato fino al tempo di Bonifacio VIII (1294-1303). Fondamentale per la conoscenza dell’organizzazione economica e finanziaria della Santa Sede di quel tempo. La parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. Il ‘Liber Censuum Romanae Ecclesiae’ (per antonomasia, Liber Censuum’) è un documento medievale contenente l’annotazione delle entrate finanziarie dalle rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, nel periodo dal 492 al 1192. Il libro, in diciotto volumi, è noto anche, come Codice di Cencio, dal nome dell’autore, il cardinale Cencio Savelli (Cencio camerario), all’epoca camerarius dei papi Clemente III e Celestino III ed egli stesso destinato a diventare papa con il nome di Onorio III. Il ‘catalogo di Cencio Camerario’ è un elenco delle chiese di Roma, redatto da Cencio Savelli, camerarius dei papi Clemente III e Celestino III, a sua volta futuro pontefice eletto al soglio pontificio col nome di papa Onorio III (1216–1227). Esso costituisce uno dei più antichi e completi elenchi di chiese romane, risalente alla fine del XII secolo. Si veda in proposito Ferdinand Gregorovius, 1896, p. 645 (…).

(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211.

(…) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, v. pag. 479 (Archivio Attanasio)

(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc…Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, a p….., possiamo leggere che: “……

(…) Mazzella Napolitano Scipione, ‘Descrittione del Regno di Napoli’, Napoli, 1568, p. 87

(….) Scarfone A., “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in ‘Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA (Archivio Attanasio).

(…) Valente Angela, Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino, ed. Einaudi 76, 1965, ristampa del 1976, pp…… (Archivio Attanasio)

Il documento Normanno del 1079, pubblicato dal Trinchera (…)

(…) (Fig….) Settembre 1097 (XII secolo) – “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.”. Il documento è stato pubblicato dal Trinchera F., op. cit. (…), pp. 80-81-82. Dovrà essere ulteriormente indagata l’origine dell’antica pergamena (…) membranacea, manoscritta, d’epoca Normanna, pubblicato dal Trinchera (Figg. 1-2-3) nel 1865 (…). Il Trinchera, pubblicava l’antico documento (…), nel suo ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’ (Fig….)(…), dove si riportano gli antichi documenti membranacei dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo – come quello di cui parliamo (…) – che, trae da: “ex membrana Archivi Neapolitani – n.° 8”, conservati all’Archivio di Stato di Napoli. Il documento (7) membranaceo pubblicato dal Trinchera (Figg…..) è un’antica pergamena manoscritta medievale (membranaceo), che il Trinchera (…), nella sua nota (3), afferma, provenisse dall'”Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco, Documenti pag. XVIII.”, contenuta nell’ “ex membrana Archivi Neapolitani – n.° 8″. Il Trinchera, ritrovò, ordinò e, pubblicò le antiche carte greche contenute in un armadio della ‘Sezione Diplomatica’, conservate presso l’Archivio di Stato (ex Grande Archivio Regio) di Napoli – di cui egli era Direttore Generale (3). L’antico documento membranaceo, manoscritto in greco e, pubblicato e tradotto in latino dal Trinchera (…),  a p. 80, è il n. LXIV, intitolato: “Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (…) (Figg….), è la membrana n. 64 o pagina XVIII, contenuta in un fondo di carte greche, proveniente dalle Carte e diplomi del Monastero di S. Stefano al Bosco”, contenuta nel volume n. 8 e, conservato negli ‘Archivi Napoletani’. Dell’antica pergamena, oggi rimane la sua trascrizione pubblicata dal Trinchera (3), in quanto l’antichissimo fondo di carte greche, secondo Salemme – attuale Direttore dell’Archivio – il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andato distrutto, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera..”. Sull’origine dell’antica pergamena (…), il Trinchera (…) a p. XXV, a proposito dell’antico documento (…) membranaceo n. 64 (Membrana 64 o LXIV, postillava che:

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“Membrana LXIV. Quoniam Odonis Marchisii mentio habetur in membrana anni 1126 a nobis edita sub num. XCVIII, in qua Sichelgaita vidua dicitur eiusdem Odonis, atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucca edito (3) inter testes ipse Odo se subscribit, ideo nos anco membranam anno 1097, in cuius mense Septembri indictio VI decurrebat, et Odonem in vivis egisse ex memorata subscriptione regii diplomatis constat, signandam coniecimus.“, che tradotto significa: “Membrana LXIV. Per Odones Marchisii (Odone Marchisio) si fa menzione della membrana dell’anno 1126 che abbiamo pubblicato sotto il numero “XCVIII – anno 1126 – mese di Luglio – Indizione IV” (Fig. 4, pubblicato a p. 128), in cui Sighelgaita marchisia e la vedova di Odonis Marchisii conferma che il Leone di S. Maria della Torre (a Leone il Priore degli Eremiti) è stato quello di concedere alcune aziende agricole agli Eremiti e, la lettera del conte Ruggero dell’anno 1098 un Vargas-Macciucea è contenuto tra i testimoni se stesso, Odo stesso a firmare, è quindi abbiamo membrana per l’anno 1097, nel mese di Settembre, dell’Indizione VI e Odo fatto in un avallo di vita del brevetto citato costante confinamento firma.”. Dunque, il Trinchera (…), nell’Introduzione al suo testo ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae’, che pubblicò nel 1831, commentava il documento n. 64 (LXIV) del 1097 (…) e, citava anche il personaggio di Odo Marchisio, dicendo che esso era menzionato anche nell’altro documento pubblicato a pp. 128-129, il XCVIII, del Luglio 1126, di cui parleremo in seguito. Il Trinchera (…), data il nostro documento LXIV nella VI Indizione del mese di Settembre dell’anno 1097. Il Trinchera (…), nella sua Introduzione, ci dice pure che questo documento del 1097, assomiglia al documento pubblicato a pagina XVIII del testo di Vargas-Macciucca. L’antico documento membranaceo d’epoca Normanna (…), ci parla di un ‘Odo Marchisius’ (Figg…..) o ‘Odone Marchisio’. Quì il Trinchera (…), sempre a p. XXV, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Vargas-Macciucca, ‘Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco’, Documenti pag. XVIII.”. Dunque, il Trinchera (…), cita il testo di Francesco Vargas-Macciucca, ‘Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco’. Il Trinchera (…), nella sua nota (3), cita il Documento pubblicato a pagina XVIII, del testo di Vargas-Macciucca (…) ‘Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco’, Napoli, stamperia Simoniana, 1765, dove in Appendice, a p. XVIII, riportava questo documento:

Vargas-Macciucca, p. XVIII.PNG (Fig….) Vargas-Macciucca F. (…), documento a p. XVIII IMG_7206

(…) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, Deputazione di storia patria per la Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, Cap. IX, pp. 323. Il Cappelli poi nelle sue note a p. 345, dice: nota (20): Di Luccia P.M., op. cit., pp. 8; 3. Poi la nota (21): Trinchera F. (…), p. 80; poi la nota (22): Laudisio N.M. (…), pp. 34 e s. Si veda pure Cappelli, B., “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci”, ‘Bollettino Badia di Grottaferrata’, n. 8, vol. XI, 1957, p…. e,  stà in Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, …

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(…) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli eccc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..

(…) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (4), a p. 154, alla nota 4 (nota 1), scrive in proposito al documento: “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (…) (Figg…..) che, trae le dette notizie e questo documento dal Canonico Giuseppe Menta. Il Gaetani, op. cit. (4), p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (…), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta, che redasse la “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani (…), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il canonico Giuseppe Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (…), ma il Laudisio (…), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare  gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (…), scrive in proposito a p. 93 (…): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”. Per cercare di capire a quali documenti si riferisse il Gaetani e prima ancora il Menta, rileggendo ciò che scrive l’Ebner (…), a p. 435, su Policastro, a proposito delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, egli, sulla scorta del Ronsini (…), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29). Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. L’Ebner, alla nota (27), scrive: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo di Rofrano, con il fisco per pagamenti contestati, con il Principe di Bisignano per i confini di Sanza e, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino (31).”. Alla nota (28), dice che: “ne scrive il Ronsini (…)  a p. 29.”. Alla nota (29), scrive: “Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso, basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura.”. L’Ebner alla nota (30), scrive: “La cronostassi del Laudisio parla del 1110 al 1211 (Gerardo Arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (vedi Sinossi, cit. p. 131, sg.), elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto: “Ego Guido Policastrensis episcopus, ecc…”. Pertanto, rileggendo il Ronsini (…), a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Quindi, l’Ebner, traendo notizie dal Ronsini che citava il Libro di memorie di Placido Tosone, avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino. L’Ebner (…), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. Tuttavia il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (30), a p. 113.

(…) Cozza – Luzi Giuseppe, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano (Archivio Storico Attanasio).

(…) Gaetani R., op.cit. (4), p. 9, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano.”. Il documento citato dal Gaetani si trova in: Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”.

(…) De Crescenzo Alfredo, La prima udienza del processo di Sapri, stà in ‘Archivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno III, della nuova serie, Fasc. IV ottobre-Dicembre 1935 XIV, Napoli, Tipografia Lorenzo Barca, 1936 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Cassese Leopoldo, La Spedizione di Sapri, ed. La Terza, Bari, 1969, vedi nota al testo n. 14, p. 55 e vedi pure Cassese Leopoldo, Contadini e operai nel Salernitano nei moti del Quarantotto, stà in ‘Rassegna storica salernitana’, IX, 1948, pp. I-IV; Cassese Leopoldo, op.cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B. 77; dello stesso autore vedi pure: ‘Il Cilento al principio del secolo XIX’, a cura di, Salerno, ed. di ‘Collana Stocico Economica del Salernitano, Fonti III, 1959; dello stesso autore si veda pure: ‘Il Processo per la Spedizione di Sapri – inventario a cura di Leopoldo Cassese’, ed. Pubblicazioni dell’Archivio di Stato di Salerno, Salerno, 1957 (Archivio Storico Attanasio); sempre del Cassese, si veda pure: La «statistica» del Regno di Napoli del 1811. Relazioni sulla Provincia di Salerno, Salerno, Tip. Ispirato e Cuomo, 1955 (Archivio Attanasio)

(…) La Greca Amedeo, Temi per una storia di Torraca, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2010 (Archivio Attanasio)

(…) Mallamaci Giorgio, Torraca – Storia di un borgo del Cilento, ed. e-book (Archivio Attanasio)

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)

(…) Sinno Andrea, Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo”, Salerno, 1954, si veda parte II, 1955 (Archivio Attanasio)

(…) Demarco Domenico, La Statistica del Regno di Napoli nel 1811, a cura di Domenico Demarco, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, Voll. 4, 1988

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(….) Cassese Leopoldo, La Spedizione di Sapri, ed. La Terza, Bari, 1969, vedi nota al testo n. 14, p. 55 e vedi pure Cassese L., Contadini e operai nel Salernitano nei moti del Quarantotto, stà in “Rassegna storica salernitana”, IX, 1948, pp. I-IV; Cassese Leopoldo, op.cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B. 77; si veda pure dello stesso autore: “La “Statistica” del Regno di Napoli del 1810 – Relazioni sulla Provincia di Salerno”, Salerno, 1955 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: “Il Cilento al principio del secolo XIX”, a cura di Leopoldo Cassese, Salerno, 1956, Collana Storico Economica del Salernitano, Fonti III (Archivio Attanasio)

I ruderi a Brizzi, che vedeva il Gallotti

Gli Studi

Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcune notizie tratte da un libro del 1899 del dott. Nicola Gallotti (…), che ci parlava dell’anica Scidro.

I ruderi a Brizzi che vedeva il Gallotti

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(Fig…) Il Dott. Nicola Gallotti (4), Sindaco di Sapri (Foto Attanasio)(Archivio Storico Attanasio)

Josè Magaldi (…), nel 1928, nel suo libretto inedito ‘Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni’, che scrisse su incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, a p. 7, dissertava sugli avanzi di fabbrica o ruderi antichi preesistenti a Brizzi, descritti e citati ancor prima dal Gallotti (…). Il Gallotti (…) e poi il Magaldi (…), parlando di questi ruderi, credono appartenessero ad un edificio religioso. Il Magaldi (…), scriveva in proposito:  “Ruderi preesistenti in contrada Brizzi – Il Gallotti descrive in quei pressi un rudere importante che la deviazione ed allargamento del torrente ha totalmente travolto e distrutto per cui non se ne riscontrano più le tracce ma che si può individuare preesistente ai piedi della collina Timpone – Difesa, nella proprietà Calderaro”. Il Magaldi (…), nel suo libretto inedito, si riferisce a ciò che scrisse nel 1899, il Dott. Gallotti, nel suo ‘Sapri nella storia e nella tradizione popolare’ di grande interesse per la mole di notizie storiche che ivi sono riportate (…). Nel 1899, Sindaco di Sapri, il Dott. Nicola Gallotti, scrisse alcuni libretti pubblicati a stampa di cui, possediamo alcuni. Nel 1899, il Dott. Nicola Gallotti, scrisse ‘Sapri nella storia e nella tradizione popolare’ (…), pubblicato a stampa, riferisce di alcuni ruderi molto antichi visti a Sapri, in contrade lontane dai ruderi di S. Croce ed in particolare ci parla di alcuni edifici di cui abbiamo testimonianza essere stati costruiti a Sapri e soprattutto visti ma che ancora oggi non si ha traccia della loro presenza. Il Gallotti (…) è l’unico erudito del passato che riporta due notizie interessanti a riguardo. Il Gallotti, riferisce di alcuni ruderi antichi posti nel Torrente Brizzi, oggi scomparsi e di cui non abbiamo traccia. Il Gallotti, nel suo libretto (…), credendo di parlare degli ‘Scidrani’ (così credeva fossero chiamati gli abitanti di Sapri nell’antichità), riferisce: “Verso la base di una delle colline che circondano Sapri, e propriamente là dove oggi spazia il letto del Torrente Brizzi, esistono dei ruderi, a quanto pare, di un piccolo edificio, il quale simboleggia qualcosa delle ordinarie cappelle ecclesiastiche. Detti ruderi distano due chilometri da quelli già descritti di Scidro.”.  Poi, prosegue il racconto riferendosi ai ruderi a Brizzi: “Occorre notare che questo edifizio ed i ruderi esistenti nel letto del torrente Brizzi sono simili a quelli di S. Croce. E’ vero che la tradizione locale accenna vagamente ad una cappella nei ruderi siti nel torrente Brizzi ecc..ecc..”. In seguito, nel 1928, sarà il Magaldi (…) che ritornerà sull’argomento, come abbiamo già detto. Bisognerà indagare ed approfondire ulteriormente ciò che segnalava il Gallotti, sullo edificio visto a Brizzi. Sarà poi il Magaldi che preciserà poi in seguito, dove essi si trovavano. In particolare quì ci riferiamo all’edificio che il Gallotti aveva visto nel letto del torrente Brizzi e che il Magaldi dirà essere posto: “…ma che si può individuare preesistente ai piedi della collina Timpone – Difesa, nella proprietà Calderaro”. L’amico ed archeologo Domenico Smaldone mi segnalava alcuni ruderi apparsi nel letto del torrente Brizzi all’altezza dello scasso di Vincenzo detto ‘u Pizzar’. Io credo che la Cappella dal titolo di Santa Maria di Porto Salvo, segnalata in un documento citato dal Gaetani (…), ovvero quelle strutture di cui la tradizione popolare orale saprese credeva fosse nel letto del torrente Brizzi, fosse proprio l’edificio segnalato dal Gallotti (…) prima e poi anche dal Magaldi (…). Il Gallotti (…), nel 1899, nel suo ‘Sapri nella storia e nella tradizione popolare’, a p. 39, scriveva che: “Ed ora vogliamo accennare ad alcuni ruderi isolati, i quali, probabilmente, ricordano qualcosa dei costumi dei nostri cari ‘Scidrani’. Verso la base di una delle colline che circondano Sapri, e propriamente là dove oggi spazia il letto del torrente Brizzi, esistono dei ruderi, a quanto pare di un piccolo edifizio, il quale simboleggia qualcosa delle ordinarie cappelle ecclesiastiche. Detti ruderi distano circa due chilometri da quelli già descritti di ‘Scidro’.”. Il Gallotti (…), nel 1899, sempre a p. 40, scriveva pure che: “E qui cade pure notare che ad oriente di Scidro, nella contrada denominata ‘Bagno’, lungi circa quattro chilometri dai ruderi ‘Scidrani’, trovasi un altro edifizio, a forma di torre, dell’altezza di poco men di tre: esso è diviso in due ‘angustissimi’ scompartimenti, per mezzo di una volta di fabbrica; la parte superiore però è interamente diruta, e gli accennati scompartimenti presentano due piccolissimi vani nel lato settentrionale. Oggi tutto l’edifizio offre un fenomeno bellissimo! Sembra cioè che ricordi, come dicesi, in miniatura la famosa torre pendente, perchè esso è alquanto inclinato da un lato, per la qual cosa le fondamenta dalla parte opposta trovasi sollevate dalla roccia su cui poggiavano; e non pertanto l’edificio da secoli non cade. Occorre notare che questo edifizio ed i ruderi esistenti nel letto del torrente Brizzi sono simili a quelli di S. Croce. E’ vero che la tradizione locale accenna vagamente ad una cappella nei ruderi siti nel torrente Brizzi ecc..ecc..”. Il Gallotti (…), poi a p. 40, dopo aver descritto separatamente sia i ruderi che si vedevano a Brizzi che quelli rinvenuti in località Bagno (credo si tratti della Carnale, dopo il Timpone, dove in un altro nostro saggio sui busti marmorei di Lucio Sempronio Prisco, credo di aver individuato il sacello del giovane diumviro), aggiunge che: “Ma checchè sia della forma e della solidità di questo piccolo edifizio, occorre notare, invece, che esso ed i ruderi esistenti nel letto del torrente Brizzi ripetono l’identica costruzione artistica di quelli che si riscontrano nella vicina Scidro; per la qual cosa riteniamo che i suddetti edifizii appartennero entrambi agli Scidrani. E’ vero che la tradizione locale accenna vagamente all’esistenza di ruderi siti nel torrente Brizzi, ma per quanto è nostra conoscenza, niuna notizia storica afferma che colà abbia, in qualche tempo, funzionato un culto cattolico. E’ probabile perciò che la fondazione di quel piccolo edifizio rimonti ad un epoca molto anteriore a quella del Cattolicismo. Sicchè tanto la speciale torretta della contrada Bagno, che i ruderi nel ‘Brizzi’ pare che siano stati dei piccoli edifizi costruiti dagli Scidrani, i quali azzardiamo l’ipotesi che abbiano adibito per qualche speciale cerimonia religiosa del tempo, come rituali sacrificii, invoacazioni, vaticinii ecc.., cose forse ordinarie nell’epoca in cui vissire gli ‘Scidrani’.”.

Il Magaldi sui ruderi di Brizzi

Josè Magaldi (…), nel 1928, nel suo libretto inedito ‘Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni’, che scrisse su incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, a p. VII, anche sulla scorta del Gallotti (…), scriveva in proposito che:

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(Fig….) Magaldi J., op. cit. (…), copia del suo rilievo dei rinvenimenti in occasione degli scavi del 1928, in località S. Croce a Sapri

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Gallotti N., Sapri nella storia e nella tradizione popolare, Napoli, Tip. G. Golia, 1899, pp. 39-40.  Si veda pure: Gallotti N., Condizioni igienico sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lagonegrese, 1891, pp. da 23 a 27 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Gallotti Nicola, “Condizioni igienico-sanitarie di Sapri”, Ed. Tipografia Lagonegrese, 1891; “L’aqua potabile di Sapri – (Ricordi) per il Dott. Nicola Gallotti”, Tipolitografia Francesco Graniti, Napoli, 1901 (di mia proprietà); “L’aqua potabile in Sapri – osservazioni e proposte del Dott. Nicola Gallotti”, Napoli, Ed. Tipografia dell’Accademia Reale delle Scenze, 1902; “Sull’influenza ricomparsa in Sapri-  dal Febraio all’Aprile del 1894”, Napoli, Ed. Tipografia di Michele Gambella, 1894; “Per l’inaugurazione del nuovo cimitero in Sa- pri – discorso del Sindaco Dott. Nicola Gallotti, pronunziato il 31 luglio 1904”, Lagonegro, Tipografia lucana, 1904 (erano i tempi dei noti meridionalisti lucani come Giustino Fortunato) (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Magaldi Josè, Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni, Incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, Sapri, Marzo 1928, Anno VI; questo scritto di cui noi possediamo una copia donataci dall’autore, è inedita ma depositata a Salerno. Il Magaldi scrisse detta relazione a seguito dei lavori di scavo per conto della Regia Soprintentenza che si tennero a S. Croce nel 1928. Nello scritto, il Magaldi racconta che i rinvenimenti maggiori si ebbero nel 1884, in occasione delle opere e lavori che portavano a  compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, con Sindaco il dott. Nicola Gallotti che nel 1899, scrisse diversi libretti (…) (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Schmiedt Giulio, Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Parte II- I Porti delle Colonie Greche, stà nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975 (che noi possediamo in originale), pp. 78-79 (Archivio Storico Attanasio)

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(….) Schmiedt Giulio, ‘Il livello antico del Mar Tirreno – testimonianze dei resti archeologici, Firenze, Leo S. Olschki editore, 1972; le immagini sono tratte dal Cap. 5 – “Da Anzio alla foce del F. Garigliano” e, sono: l’immagine illustrata nella Fig. 1, è la Fig. 152, pubblicata da Schmiedt a p. 138 ed illustra i criptoportici della villa romana di “Regione Sarinola”, stà in: “f – il porto, le mura e la peschiera di Formia” (Archivio Storico Attanasio)

(…) Antonini Giuseppe, La Lucania, I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427,428.

(…) Curzio N., Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli, estratto dal Pensiero Cattolico, Manduria, 1910, cap. XIV, p. 29.

(…) Greco G., Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32 (Archivio Storico Attanasio)

(…)  Johannowsky W., Atti XXII Congresso sulla Magna Grecia, Taranto, 1982, p. 422; si veda pure 1983b;  si veda pure dello stesso autore: ‘Le Ville romane dell’età imperiale‘, stà  in: ‘Itinerari turistico culturali in Campania’, n. 3, Società Editrice Napoletana, pp. 116, Napoli.

(…) Scarfone A., “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in “Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia”, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA; da questo studio, nessun contributo e citazione a Cicerone, se non la frase: “Gli Autori del passato hanno avuto un forte interesse verso la storia di Sapri, definita da Cicerone come parva gemma maris inferi, tracciandone magistralmente gli eventi che si sono succeduti con il trascorrere del tempo. Nel rileggere i loro contributi informativi si è però avuto modo di individuare alcune frettolose affermazioni ecc..”.

(….) La Greca F., L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana, Agropoli, 2010, pp. 19-25.

(…) Corcia N., Storia delle due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789, Tomo III, 1874, p….

Tancredi Luigi

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978, p. 25; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore:  Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.

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(…) Tancredi Luigi, Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, pp. 53-54  (Archivio Storico Attanasio)

Petralua, Petralia e la torre ‘Petrosa’ a Villammare

Gli Studi

Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcune notizie intorno all’origine della Torre marittima detta “della Petrosa” nell’omonima località detta “Petrosa” a Villammare. Già l’Holstenio nel 1666 (…) e poi l’Alfano (…), nel 1795, ci davano notizie di queste torri marittime e costiere costruite lungo il litorale fino a Salerno.  Le notizie storiche sulle torri costiere, erano state confermate nel 1745 e poi nel 1795 dall’Antonini (…), e poi anche da altri studiosi come il Pasanisi (…), il Vassalluzzo (…) ed il Guzzo (…), che dedicarono diverse pubblicazioni a questo argomento. In particolare, il Vassalluzzo (…) prima e poi in seguito il Guzzo (…), si sono occupati delle Torri costiere fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli, ma non è stata mai fatta una disamina approfondita sulle Torri marittime costruite in epoche anteriori.

Carta del Cilento tratto della costa

(Fig. 1) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9).

Molte delle cause che produssero i ‘villaggi deserti‘ del Cilento, vanno ricercate nel rapporto mare-terra-incursioni barbaresche, nelle guerre, le cui operazioni militari si svolsero, in quei secoli, principalmente sulle nostre plaghe e, per le conseguenze dovute alle pestilenze, alle carestie, al banditismo ed alla ripresa feudale. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del Cilento si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un piccolo porto. Nel XIII secolo la guerra del ‘Vespro’ cioè la guerra tra Carlo II d’Angiò e Pietro d’Aragona che, si sviluppò a lungo sotto le mura di Castellabate e nel Cilento in generale, incise sulle condizioni già precarie delle popolazioni. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle Calabrie tentavano di risalire verso Napoli, capitale del Regno Angioino. Il piccolo porticciolo di Sapri, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare. Infatti, nel XVII secolo, erano frequenti le scorrerie saracene (arabi o Almugaveri) su tutta la costa del Regno di Napoli, prima con la guerra del ‘Vespro’, cioè la guerra sorta nel Regno di Napoli tra i dominatori francesi di Carlo II d’Angiò che combattevano contro gli spagnoli di Pietro d’Aragona e poi nel ‘500 sotto la dominazione della Corona Spagnola che disponeva del Regno di Napoli attraverso la reggenza di Vicerè (tutti spagnoli). Durante l’alto medioevo gli abitanti furono spinti verso l’interno della regione sia dalle pestilenze che dalle incursioni piratesche, una vera minaccia per gli insediamenti costieri, continuata fino alla fine del XVIII secolo. Numerose furono infatti le fortificazioni collinari e montuose nell’entroterra calabrese, costituita da villaggi arroccati in posizione sufficientemente arretrata e inaccessibile da poter avvistare in tempo le navi nemiche e sbarrare prontamente le vie d’accesso ai centri abitati. Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i bizantini e gli arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (San Nilo da Rossano, san Gregorio da Cerchiara ecc). La notevole influenza araba per le popolazioni locali dell’epoca, si può desumere dalla presenza di alcuni usi e termini dialettali. Infatti, ancora oggi si possono notare negli usi e nei costumi, come pure nel dialetto di queste popolazioni, l’esistenza di residui di civiltà araba. Per esempio l’uso che hanno i pescatori per la lavorazione delle reti da pesca, che si poteva vedere ancora a Sapri fino a pochi anni fa. La tipica posizione, poggiando tutto il peso del corpo sui talloni dei piedi. Vi sono poi pure, alcuni termini dialettali di origine araba ancora in uso a Sapri: ‘Tumminu’ (tomolo), ‘zerreiare’ (chiudere), ‘cammisa’ (camicia), ‘sceddecare’ (il battere le ali della gallina), ‘catu’ (secchio), ‘alliffato’ ( attillato), ‘scimmuzzo’ ( tuffo nell’acqua del mare), ecc…(…).

Le marine o porti del litorale fino alla costa di Villammare dipendevano dall’abbazia di S. Giovanni a Piro

Vorrei citare quanto ho letto scritto da Matteo Camera (….), che nel 1876, nel suo capitolo I: “Origine e fondazione di Amalfi ecc.”, del suo “Memorie Storico-Diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi”, scritta sulla scorta di antichissimi manoscritti raccolti dall’autore, a pp. 4-5 parlando dell’antichissima città di Melphi o Molpa, in proposito scriveva che: “Malgrado il lungo andare dè secoli rimangono, rimangono colà tuttavia dei ruderi dove giaceva l’antica Melfe o Amalfi lucana. Il suo fabbricato stava alquanto discosto dal lido ed in mezzo ad una piccola valle. Abbiamo sott’occhio una vecchia ‘memoria’ forense di contenzioso possedimento territoriale, tra l’Abate di S. Giovanni ‘a Piro’, utile signore di essa terra, contro il conte e la contessa di Policastro, nell’anno 1513; in cui a pagina 113, negli articoli XVII, XVIII, XIX troviamo scritto: “come da tempo immemorabile dal vallone nominato Amalphi la vecchia, verso ponente insino alli scogli di Pretralua verso levante, il mare sempre ha battuto ed al presente batte il territorio della terra detta di san Giovanni, senza che tra il mare et territorio predetto se interponga alcun territorio in mezzo ecc…Item” :

Camera, su S. Giovanni , p. 5

In sostanza, lo storico Amalfitano Matteo Camera, scrivendo delle origini della città di Amalfi citava il testo di Pietro Marcellino Di Luccia (….), il suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700 a Roma. Il Di Luccia (….), nei suoi capitoli XVII-XVIII, XIX scriveva del territorio che apparteneva all’antichissima Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro e diceva che questo territorio, che dipendeva da essa, si estendeva dall’antichissima città scomparsa di “Amalphi vecchia” fino al Canale di Mezzanotte, attuale confine con la Basilicata. Dunque, i possedimenti dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, secondo il Di Luccia (…), nell’antichità comprendevano anche la fascia costiera ed il territorio di Sapri. L’antica città di “Petralua” doveva essere l’antica città sepolta di Vibone lucana, attuale Vibonati. Infatti, a Villammare esiste la Torre Petrasia che sorge sull’omonima area. Interessante è ciò che scriveva il Di Luccia (…), a p…..: “come dal sopradetto vallone di Amalphi la vecchia, seu Marcellino, calando verso levante si viene alla marina della grotta del porco, e de là alle marine delle Massete, del Molaro, di Garigliano, dell’Ogliastro, dello Scario et insino alli scogli di Petralua, quale marine sono state, e sono marine della terra di S. Giovanni, e così sono nominate, e sono e si tieneno, trattano, e reputano comunemente e generalmente” ecc..(1).”. Il Di Luccia (….), riportato dal Camera (….), scriveva che l’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva tutte le marine sulla fascia costiera compresa fra la vecchia Molpa, ossia una città scomparsa che ho individuato nella “Carta del Cilento”, una carta d’epoca aragonese fino agli scogli di “Petralua” (Villammare). Il Di Luccia (….), nel suo Trattato si basò sugli atti del processo del 1513 tra il Casale di San Giovanni a Piro ed i Carafa della Spina, Conti di Policastro:

di luccia, p. 113

Tortorella e Battaglia

Atrabis’ o ‘Petrosa’ o Sapri, nel 1154, nel “Libro di Re Ruggero”

Abbiamo ritenuto di indagare ulteriormente su questa vicenda in quanto crediamo che vadano ulteriormente approfondite alcune fonti e notizie in merito, come ad esempio la citazione di un toponimo arabo che dovrebbe indicare il luogo di Sapri, o un luogo vicino ad esso. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci da Amari e Schiapparelli (8), dove nella traduzione dall’arabo del testo scritto del ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, del geografo al-Idrisi (8), scrivono che nel suo libro, il geografo Idrisi, cita anche il porto di Sapri. La notizia, fu data per la prima volta dagli studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto nel loro “Pyxous-Policastro” (24), che parlando del Volpe (25) e delle mura di Policastro Bussentino al tempo dei Normanni del Roberto il Guiscardo, confermavano la notizia di solide mura e fortificazioni a Policastro, nel testo scritto in arabo del Libro del Re Ruggero del 1154, che descriveva gli scali marittimi più noti della Sicilia e del Regno Normanno dei primi del secolo XI. Il testo arabo del 1154, del geografo al-Idrisi, cita anche lo scalo marittimo di Sapri. Secondo la traduzione del testo in arabo di al-Idrisi, del 1154, i due studiosi Michele Amari e Schiapparelli (8), nel loro ‘L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi’

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(Fig. 1) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi

Michele Amari e Schiapparelli (8), nel loro ‘L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi’, nel 1876-77, a p. 97, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo, a p. 97, parlando del 3° Compartimento del V clima”, scrivevano la presente traduzione di pag. 81 del testo arabo di al-Idrisi:

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“Da Policastro ad ‘.tr.b.s (2) (Petrosa), conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.”. Poi aggiunge: ” Da questo Capo a qast.r.k.lì (Castrocucco) tredici miglia” .

Amari-chiapparelli, p. 97, note.PNG

Nella nota (2), Amari e Schiapparelli (…), postillavano che: “Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.”Dunque, secondo i due studiosi e tradutori del Libro di Re Ruggero del 1154, al-Idrisi, la parola araba b.t.r.s., corrisponde al toponimo del porto di Sapri, mentre il ‘Capo di Policastro’, corrisponde al ‘Capo Bianco’. Amari e Schiapparelli, scrivevano “Da Policastro ad ‘.tr.b.s (2) (Petrosa), conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.”. Dunque, quale dei due termini indica il toponimo di Petrosa? Il toponimo Petrosa, è indicato con il termine o la parola araba di ‘.tr.b.s. , oppure è indicato con il termine e le due parole di marsà ràs b.li qas’t.rù ? La citazione del toponimo ‘Petrasia’ e, di una Torre della ‘Petrosa’, toponimi che indicano due località vicinissime, in epoca Aragonese, ci fa pensare – secondo la traduzione del testo in arabo dei due studiosi Amari e Schiapparelli, del Libro di Re Ruggero del 1154 – non indichi un toponimo o nome di luogo di un porto o di uno scalo marittimo – in questo caso Sapri – ma, il toponimo  ‘.tr.b.s (‘Petrosa’) – noi crediamo – stia ad indicare il toponimo della  Torre costiera di difesa dell’omonima località nei pressi di Villammare, conosciuta dal geografo arabo di Re Normanno Ruggero d’Altavilla, nel XII secolo e, che la distanza indicata dal geofrafo al-Idrisi (Edrisi) – Da Policastro a Petrosa (2) (Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri)… conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.” – si riferisse alla distanza tra due Torri di avvistamento, di cui gli Arabi dovevano ben guardarsi nel caso di attacco. La citazione del toponimo di Capo Bianco’, quando più avanti – nella nota (2), Amari e Schiapparelli scrivono: “(2) Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.”, sebbene i due studiosi abbiano bene individuato la costa, quella Saprese appunto, io credo che, il testo in arabo scritto dal geografo di Re Ruggero, al-Idrisi che, nel 1154, descriveva i luoghi sulla nostra costa, sia da riferire alla località “Petrosa”, nei pressi della località costiera di Villammare, dove oggi si può vedere l’omonima Torre marittima di avvistamento e di difesa, detta della Petrosa.  La presenza del toponimo di  ‘Petrasia’ e, di una Torre della ‘Petrosa’, vicinissime, in epoca aragonese, ci fa pensare che il toponimo ‘Petrosa’ – secondo la traduzione del testo in arabo dei due studiosi Amari e Schiapparelli, del Libro di Re Ruggero del 1154 – non indichi un toponimo o nome di luogo di un Porto o di uno scalo marittimo – in questo caso Sapri – ma, il toponimo  ‘.tr.b.s (Petrosa) – noi crediamo – stia ad indicare i toponimi di alcune Torri costiere di difesa conosciute dagli Arabi al tempo del Re Normanno Ruggero e, che la distanza indicata dal geofrafo al-Idrisi (Edrisi) – Da Policastro a Petrosa (2) ( Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri)… conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.” – si riferisse alla distanza tra due Torri di avvistamento, di cui gli Arabi dovevano ben guardarsi nel caso di attacco. Infatti, la citazione del geografo del toponimo di Capo Bianco’, quando più avanti – nella nota (2), Amari e Schiapparelli scrivono: “(2) Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.” credo, si riferiscano alla località ad oriente di Sapri, dove alla fine del 1500, fu costruita la ‘Torre di Capobianco‘, altra Torre cavallara di avvistamento, costruita per la difesa delle coste in epoca Vicereale. Alcuni autori coevi come la traduzione del Rizzitano (…), del testo di Edrisi – scritto in arabo – che hanno integrato vecchie traduzioni del Joubert (…) del 1840, affermano che il toponimo arabo ‘.tr.b.s, sia Atrabis”. Amari (2), credeva che il toponimo arabo ‘.tr.b.s , fosse Petrosa’. (Atrabis o Petrosa)? Bisognerà indagare ulteriormente sull’antico manoscritto e sulla pagina in questione che cita il toponimo arabo ‘.tr.b.s . Sapri era citato con il toponimo in arabo ‘.tr.b.s  (prima) e poi, invece, nella nota (2), scrivono b.tr.s (??). Amari e Schiapparelli, a pagina XV, spiegano il sistema adottato nella traduzione del testo in arabo, nella trascrizione dei toponimi “si è tenuto il sistema di far corrispondere ad ogni lettera araba una sola del nostro alfabeto, modificando con punti o con altri segni quelle lettere che devono rappresentare lettere diverse dalle nostre nella pronuncia.”. Dunque, stando a quanto scrivevano i due studiosi italiani (…), per Sapri, dovrebbe corrispondere una parola in arabo composta da otto lettere ‘. tr . b . s e secondo loro dovrebbe corrispondere alla parola arabo اخرلص che però non conosciamo perchè non abbiamo letto il testo originale di al-Idrisi. Dove sono i punti, non sappiamo quali lettere in arabo sono state scritte da al-Idrisi. Possiamo solo dire che siano otto lettere. I punti nella traduzione dei due studiosi sono 4, quindi quattro lettere che non conosciamo. Nella sua nota (2) Amari non parla di ‘.tr.b.s  ma parla di: b.tr.s. Amari, prima scrive ‘.tr.b.s (Petrosa) e poi scrive b.tr.s. Bisognerà meglio studiare la pagina tratta dal manoscritto originale del “Libro di Re Ruggero”, trascritto in alcuni codici antichi come quello conservato alla Biblioteca Nazionale di Francia e verificare i punti sostituiti da Amari a quali lettere arabe corrispondono, così da avere la trascrizione integrale del toponimo di Sapri citato in arabo. Tuttavia, studiando la traduzione che ne fece il Joubert (…), nel 1840, si può leggere il toponimo arabo ‘.tr.b.sAtrabis”. Tuttavia, qualunque sia il toponimo citato dal geografo al-Idrisi nel suo Libro di Re Ruggero, certo è che se la notizia fosse confermata da ulteriori indagini, il toponimo di Sapri o il porto di Sapri, o il porto di Capo Policastro, era conosciuto nel 1154 e forse ancora prima della stesura del libro scritto in arabo.

La costruzione delle ‘Torri Normanne’ e quelle fatte costruire da Federico II di Svevia

Amedeo La Greca (36), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, sulla scorta degli studi del  Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata ricostruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II ed in seguito dai Vicerè Spagnoli. La Greca, scriveva che: “Nel 1233 Fedrico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”.

La “Turris Petrasiae” di cui parlava l’Ughelli

Il Giustiniani (…), nel tomo XI, a p. 206, del suo ‘………………’, parlando di Torre Orsaja, scriveva in proposito che: “Forse sarà la ‘Turris Petrasiae’ nominata dall”Ughelli’ parlando dei vescovi di ‘Policastro’, avvisando che un tempo era feudo di quella Mensa (vescovile), insieme con Torre Orsaja.”. Questa notizia, è interessante ed andrebbe perciò ulteriormente indagata, per le origini di Vibonati e di una eventuale antica sede vescovile. Ne parlava l’Ughelli (…), nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, a p……Secondo il Giustiniani, l’Ughelli, diceva che la ‘Turris Petrasiae’ era mensa vescovile della Baronia della Diocesi di Policastro. Questa notizia, che a nostro avviso riguarderebbe Vibonati ed il suo territorio, potrebbe riguardare anche le origini del territorio di Sapri, limitrofo con quello di Torraca al territorio di Vibonati. Ma la “Turris Petrasiae”, potrebbe essere anche un’antica costruzione a Capitello, visibile dalla statale e, molto più vicina a Policastro, dove si vede una costruzione d’epoca Normanna, di cui ci parlava anche il Malaterra (…). Rileggendo Ebner, che a p. 668, parlava di Torre Orsaia, aprendiamo che “Nel 1524 Giovanni Carrafa, conte di Policastro, convenne innanzi la Real Camera della Sommaria il vescovo di Policastro assumendo di essere il legittimo feudatario di Torre Orsaia. I Carrafa….esibirono infatti, i capitoli originali concessi da Antonello de Petruciis…., le cui firme del re,…furono riconosciute autentiche da tre persone qualificate nel 1544. O. Pasanisi (9), che pubblicò gli statuti locali di Torre Orsaia, ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 481, parlando del casale e degli Statuti di Torre Orsaia, sulla scorta di Onofrio Pasanisi (…), in proposito scriveva che: Detta prima Torre Inferiore mentre la Torre superiore era il “castrum Rogerii” (odierno Castel Ruggiero), forse la “Turris Petrusiae” di cui parla l’Ughelli nell’affermare che i due casali erano feudi della mensa vescovile di Policastro. I vescovi bussentini, per sfuggire al succedersi delle incursioni saraceniche su Policastro, cercarono rifugio all’interno, e cioè a Torre Orsaia. Il casale finì per essere riconosciuto (XIII secolo) come loro franco allodio (1) con l’affermarsi della loro signoria nel luogo. Infatti, convenuti davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli nel 1524 da Giovanni Carrafa, conte di Policastro, i presuli non poterono esibire l’originale privilegio di concessione, diversamente dal conte attore che, nell’esibire il diploma di concessione della Contea (v. p. sgg.), dimostrò che gli abitanti di Torre Orsaia l’avevano sempre riconosciuto come loro signore in occasione del pagamento dell’adoa, dei meritaggi e del riscatto del figlio Pietro Antonio, fatto prigioniero dai francesi. Chiarì pure che Castel Ruggiero, su cui i vescovi vantavano il dominio, era stato fondato e fortificato da Antonello de Petrutiis e che proprio dal primo ministro di re Ferrante aveva preso il nome di “la Petruccia” (2). A loro volta i vescovi sostennero che, come confermava lo stesso diploma di concessione della contea, i Carrafa vantavano su Torre Orsaia, la sola giurisdizione criminale, esibendo i capitoli originali concessi dal de Petruttis (“regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac iurisdictionis casalis Turris”). I capitoli vennero impugnati di falso dai procuratori del conte, ma l’esame calligrafico delle firme di Antonello e del figliuolo Giovanni Antonio (confermava “que genitor hoborandus concessit”) vennero riconosciute autentiche nel 1544 dal vescovo di Muro Severo de Petruttis, superstite figliuolo di Antonello, dall’abbate Berardinetto di Franco (era stato ufficiale della cancelleria  di re Ferrante e intimo del primo ministro) e pure dal pronipote Francesco M. de Petrittis Orsini che aveva ereditato, e conservava, l’archivio del ministro  nella sua abitazione di Chieti (3). La vertenza fu conclusa da una sentenza della Real Camera (22 maggio 1563) che confermò al conte di Policastro  la solo giurisdizione criminale di Torre Orsaia (f 1364). Il Pasanisi (4), che pubblicò gli statuti, afferma che i vescovi finirono per diventare i signori del luogo, tanto è vero che il censo della “pregata. Ecc…”. Pietro Ebner (…), vol. II, a p. 481, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Processi della Cmmissione feudale, n. 2599, vol. 441, f 365.”. Ebner (…), a p. 481, nella sua nota (2) postillava che: “(2) R. Camera della Sommaria, processi, n. 6255, vol. 574, ff 38, 39, 50 e 199 v.”. Ebner (…), vol. II, a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(3) R. Camera della Sommaria, processi, n. 1419, n. 153, p. a. ff 908 e 909 v.”. Ebner (…), a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(4) O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concesi dal vescovo di Policastro, Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 37 sgg.”.

La località “Petrasia” e la Torre della “Petrasia” a Villammare, in una carta d’epoca Aragonese (XV secolo)

Pietro Ebner (…), parlando di Capitello, vol. I, p. 625, segnala che il Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, del 1978 (credo che l’Ebner, si riferisca a questo lavoro) “assicura che sulla collina Castellaro vi sono ancora i ruderi di un antico castello e afferma di aver consultato nell’ASN una pianta (3) del 1746 dove sono indicati Policastro, il Castellaro, Capitello e Petrasia. Sopra Capitello, dov’è l’odierno villaggio di Ispani, era Agata e sopra Petrasia, Bibone Nove, a 3 km. da quest’ultimo toponimo “Bibo ad Siccam” odie ruinat”. Nel territorio vi è pure una torre di difesa (“alla Punta” di Capitello) ora restaurata (4).”. Ebner (…), a p. 625, del suo vol. I, nella sua nota (3), postillava che: “(3) ASN, ‘Sezione piante topografiche’, cart. 32, n. 2.” e, nella sua nota (4), postillava “(4) A. Guzzo, cit., p. 245 e s. Cfr. pure M. Vassalluzzo, cit. la torre pare fosse costruita dopo il 1563. Certo è che che nel 1569 ne risulta custode Bernardo Rey.”. Ebbene, la carta che segnalava Tancredi (…) ed il Guzzo (…), citata pure da Pietro Ebner (…), è una carta inedita di probabile epoca Aragonese, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (…), nella Sezione “Manoscritti”:  “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Questi sono i riferimenti bibliografici della sua collocazione presso l’ASN, non quelli citati da Ebner, sulla scorta di Tancredi e di Guzzo, i quali, riportarono la notizia senza mai citarmi. La carta in questione, era inedita e fu da me pubblicata in un mio scritto a stampa, apparso nel lontano 1987 (1), dieci anni prima che ne parlassero il Tancredi (…), ed il Guzzo (…). Infatti, la carta in questione, dalla postilla impressa sul retro, non è del 1746, ma è del 1756. Ma la sua datazione deve farsi risalire a molti secoli indietro. La carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.. Dobbiamo pure precisare che l’opera di Luigi Tancredi (…) ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, che, secondo cui Ebner (…), a p. 625, vol. I, segnalava che aveva citato la notizia di questa carta, lo stesso Ebner, sempre nel vol. I, a p. 688, nella sua nota (10), lo segnala come “Il Golfo ecc..”). Infatti, la cosa ci appare strana, in quanto, l’opera di Luigi Tancredi (…), è del 1978, mentre l’opera di Pietro Ebner (…), è del 1982, cioè dell’anno dopo che avevo richiesto ed ottenuto la fotoriproduzione b/n della carta in questione (v. Fig…, che illustra la ricevuta, rilasciatami dall’ASN). A quei tempi, mi sentivo spesso con Luigi Tancredi, al quale feci vedere la carta, e ritengo che Ebner, non avesse visto l’opera del Tancredi, ma che fosse venuto a conoscenza a mezzo del Tancredi stesso di questo importantissimo rinvenimento.

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(Fig…) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig. 1 (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981.

Il toponimo ‘Petrasia’, citato nella carta d’epoca Aragonese (…), figura proprio dove oggi, sulle mappe catastali a Villammare è segnata la località “Petrosa”. La località Petrosa, è quella contrada a Villammare che si affaccia sul tratto di costa appena si entra nel paese e va all’interno fino a raggiungere la collina delle “Ginestre”. Questa località, in passato era collegata a Vibonati e a Sapri, con la via S. Paolo. Petrosa è una località antichissima. Nella carta d’epoca Aragonese del XV secolo (Fig….), notiamo che sul litorale è segnata una Torre costiera, la Torre marittima detta della “Petrosa”, oggi ancora visibile a Villammare. Vi è un’evidente analogia con la descrizione geografica che l’arabo al soldo del Normanno Ruggero, faceva delle nostre coste nel 1154 (XII secolo), con i toponimi locali citati nella carta d’epoca Aragonese di Fig…. Nella carta in questione, di cui quì pubblichiamo un particolare della zona limitrofa all’abitato di Villammare e del suo litorale, si vede segnato in nero un toponimo ‘Petrasia’, e poi – un pò più spostato di una Torre – che pure figura – lungo la costa – all’altezza di Villammare – attuale frazione del Comune di Vibonati. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, la prima citazione del toponimo “Petrasia”, è contenuta nella carta illustrata nell’immagine di Fig. 1, che illustra un particolare della nostra costa, tratto dalla carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, d’epoca Aragonese (secolo XV), da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9), nel tratto di costa limitrofo a Sapri, troviamo quattro torri. Come possiamo ben vedere nell’immagine della Fig. 2, che illustra il particolare del litorale Saprese e della baia di Sapri, dopo una Torre costiera segnata vicino il toponimo “Petrasia”, segnato in prossimità del vicino Villammare e, procedendo lungo il litorale, si notano due Torri, disegnate di colore rosso carminio – a forma di torrini –  che sono poste alle due estremità della baia naturale di Sapri. Il fatto che queste Torri, come la Torre del Buondormire, segnalata con il toponimo di “Bondormire”, denota che la carta è molto più antica del ‘500, epoca di costruzioni delle Torri marittime Vicereali, costruite nel secolo XVI. Io credo che la Torre del Bondormire, fosse una torre costruita dagli Angioini al tempo della guerra del Vespro. La località ‘Petrosa’, è citata in una carta d’epoca aragonese da noi scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, di cui abbiamo parlato in un altro nostro scritto, ivi (Fig. 6). In questa carta corografica (Fig. 1), vengono indicati i toponimi principali dei luoghi, l’orografia del territorio, fiumi e montagne, alture e poi si vedono indicate anche le Torri marittime che a quel tempo si vedevano. Nella carta in questione, di cui quì pubblichiamo uno stralcio della zona limitrofa all’abitato di Sapri e della sua costa, si vede segnato in nero un toponimo ‘Petrasia’, e poi – un pò più spostato di una Torre – che pure figura – lungo la costa – all’altezza di Villammare – attuale frazione del Comune di Vibonati. La ‘Petrasia’, citata, figura proprio dove oggi è segnata la località ‘Petrosa‘, dove oggi – per intenderci – è segnata la contrada del ‘Parco Le Ginestre’.

Piante e Disegni, cartella XXXII, 2, convert. 2

(Fig. 1) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…).

Le Torri costiere sul litorale saprese all’epoca Angioina-Aragonese nel XV e XVI sec.

Dalla documentazione della Camera della Sommaria Vicereale del Regno di Napoli, pubblicata dal Pasanisi (…), si evince che la costruzione delle Torri cavallare fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli per la difesa delle coste e delle umili popolazioni dell’epoca, non interessavano alcune Torri costiere che già dovevano essere preesistenti, se non per il solo loro rafforzamento. Forse una di queste Torri marittime è quella detta della “Petrosa”, a Villammare. La Torre della Petrosa, preesisteva lungo il litorale saprese già da molto tempo prima del ‘500, in cui vennero costruite altre Torri costiere. Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle  povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (…), vi erano alcune Torri preesistenti. Sebbene non avessimo trovato testimonianza diretta nella scarna documentazione Angioina ed Aragonese, oggi possiamo dire che alcune torri già esistevano lungo la costa del Golfo di Policastro, come attestano alcune carte corografiche inedite da me scoperte. L’unico studioso che si sia occupato delle Torri costiere costruite anteriormente a quelle fatte costruire dai Vicerè Spagnoli, verso la fine del ‘500, è stato il Pasanisi (…) che però non fa luce su alcune Torri costiere – di cui abbiamo testimonianza – preesistenti lungo il litorale costiero del Golfo di Policastro. Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle  povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (14), vi erano alcune Torri preesistenti. Sebbene non avessimo trovato testimonianza diretta nella scarna documentazione Angioina ed Aragonese, oggi possiamo dire che alcune torri già esistevano lungo la costa del Golfo di Policastro, come attestano alcune carte corografiche inedite da me scoperte. Come si può vedere dall’immagine della Fig. 1, che illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, d’epoca Aragonese, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9), nel tratto di costa limitrofo a Sapri, troviamo quattro torri. La carta citata è di probabile epoca Aragonese e quindi d’epoca anteriore a quella Vicereale in cui furono realizzate o fortificate alcune Torri marittime Vicereali e di cui parleremo. La carta da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli, di cui ho ivi pubblicato lo studio: “Sapri in una carta manoscritta e inedita d’epoca Aragonese”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti, è di estremo interesse per la toponomastica ivi citati. Come possiamo ben vedere nell’immagine della Fig. 1, che illustra il particolare della baia di Sapri in una carta d’epoca Aragonese – si notano due Torri, disegnate di colore rosso carminio che sono poste alle due estremità della baia naturale di Sapri. Anzi a me pare vi fosse una terza fortificazione o torre posta sopra le colline. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, la prima citazione del toponimo “Petrasia”, non è contenuta solo nell’Italia (Fig. 1) contenuta nel Libro del Re Ruggero del XII secolo (…), ma la ritroviamo anche in un’altra carta inedita, da noi rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli (…)(Fig….). Come si può vedere dall’immagine della Fig…., che illustra un particolare della nostra costa, tratto dalla carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, d’epoca Aragonese (secolo XV), da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…), nel tratto di costa limitrofo a Sapri, troviamo quattro torri. La carta da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig….), di cui ho ivi pubblicato il saggio: “Sapri in una carta manoscritta e inedita d’epoca Aragonese”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti, è di estremo interesse per la toponomastica riportata. Dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, la prima notizia certa su questa ed altre Torri costiere costruite lungo il litorale saprese, è contenuta in questa carta di probabile epoca Aragonese (Fig. 1)(…). La carta in questione (Fig….)(…) è di probabile epoca Aragonese e quindi d’epoca anteriore a quella Vicereale (epoca in cui furono realizzate o fortificate alcune Torri marittime Vicereali che furono costruite lungo il litorale Saprese, verso la fine del ‘500, su ordine dei Vicerè spagnoli). Da un’analisi più accurata sul file digitale della sua fotoriproduzione tratta dall’originale ottenuto dall’Archivio di Stato di Napoli (…), dove essa è conservata (Fig….), si possono notare particolari inediti e notizie interessantissime sulla storia locale. In questa carta corografica (Fig….), vengono indicati i toponimi principali dei luoghi, l’orografia del territorio, fiumi e montagne, alture e poi si vedono indicate anche le Torri marittime che a quel tempo si vedevano.

 Piante e Disegni, cartella XXXII numero 2, copia,,,,

(Fig….) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…).

La Torre della Petrosa a Villammare

torre della petrosa

(Fig. 1) Torre detta della “Petrosa” a Villammare

Il Vassalluzzo (14), nel suo  ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, nel 1975, sulla scorta dell’Alfano (16), scriveva in proposito: Eccoci a Villammare. La Torre (Tav. VI, fig. 5), incorporata nell’abitato, almeno esternamente si conserva bene ed è adibita a civile abitazione. Anch’essa compare nel piano della costruzione delle torri del 1563 (1- Archivio di Stato di Napoli e Pasanisi, p. 440), All’anno 1598 si trovano come torriere Pugliese Carlo (1). Villammare fa parte come frazione, del Comune di Vibonati. Quest’ultimo Comune fu Feudo dei Caracciolo, di Francesco Pertinet, di Fabio di Bologna, di Francesco Galluppo, di Giovanni Camillo Greco. Nel 1797 si trovava infeudato alla Principessa D. Teresa Carafa di Policastro. Intorno a questo centro, detto anche Bonati o Libonati, sono state fatte numerose polemiche.”. Il Vassalluzzo (…), a p. 197, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Archivio di Stato di Napoli, op. cit., Pasanisi, op. cit., p. 440.”. Nel 1978, e nel 1991, Angelo Guzzo (…), pubblicò due libri di estremo interesse per la ricostruzione storiografica delle nostre zone. Nei suoi, ‘Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia‘ e pure nel postumo ‘Sulla rotta dei Saraceni –  La difesa anticorsara sulla costa del Cilento’, il Guzzo, sulla scorta del Pasanisi (…) e del Vassalluzzo (…), fa una disamina della costruzione delle Torri marittime Vicereali costruite sul finire del XVI secolo, lungo le noste coste, da tempo oppresse dalle incursioni barbaresche. Secondo il Guzzo (…), a pp. 244-247, la costruzione della Torre detta della “Petrosa”, a Villammare, rientrò nel programma di edificazione di queste torri nel Regno di Napoli che ordinarono alcuni Vicerè Spagnoli. Secondo la ricostruzione che il Guzzo (…) fa, anche sulla scorta dei documenti di Archivio raccolti e citati dal Pasanisi (…) “Solo nel 1566 venne l’ordine della costruzione delle torri nelle rimanenti parti del Principato Citra, nel tratto cioè, che da Agropoli si estende fino a Sapri e non comprese nel precedente bando. Le torri da edificarsi o da accomodarsi ed indicate dall’Ingegnere Tortelli, che era stato inviato in quella provincia dal Duca d’Alcalà, furono le seguenti: 32) Una nella località detta della Petrosa a Villammare”. Dunque, secondo quanto scrisse il Guzzo (…), non risulta ben chiaro se la Torre detta della “Petrosa”, presso Villammare, che pure faceva parte del programma di costruzione del bando del 1566, fosse già preesistente e se di questa Torre, fosse stata prevista dall’Ingere Tortelli, solo la sua ristrutturazione o rinforzo o invece, come non ritengo verosimile, si trattasse di una vera e propria costruzione ex-novo. Il Guzzo (…), a p. 246, nella sua nota (15), cita Don Sancio Martinez, di cui ne ha scritto il Pasanisi (…), nell’altro suo saggio dedicato alla costruzione delle Torri marittime della nostra costa. Il Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, racconta della richiesta che Don Sancio Martinez, nel 1554, fece alle Università del luogo per la costruzione di due nuove Torri a Molpa e Palinuro. Il Guzzo, racconta che, sebbene la richiesta di tasse per la costruzione delle due nuove torri fosse stata negata dalle Università del posto, queste due nuove torri erano operanti nel 1557. Il Guzzo (…), a p. 248, scriveva in proposito che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località: al Buondormire presso Sapri.”. Anzi il Guzzo (…), a p. 252, scriveva che: “Alla fine del 1570 sulla costa cilentana, di tutte le torri progettate e comprese nel bando del 1566, solo le seguenti erano effettivamente compiute, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati:” ma non risulta nell’elenco quella di Villammare, dunque è molto probabile che essa fosse una delle Torri completate, a seguito del programma del 1566. Il Guzzo (…) ed il Vassalluzzo (14), non dicono altro sulla Torre di Villammare.  Il Guzzo (…), riguardo la documentazione attestante la notizia che alla fine del 1570, la costruzione della Torre del Buondormire, presso Sapri, era effettivamente compiuta, ricavata dal Pasanisi (…), postillava che: “(22) Perc. Prov. Fascio 119, fol. 138- citato da Pasanisi O., op. cit., pag. 433.”. Dobbiamo pure aggiungere che, la Torre della Petrosa a Villammare, non figura nell’elenco del 1570, citato dal Guzzo (…), a p….., cioè quelle torri di cui “solo le seguenti erano effettivamente compiute, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati:”. Dunque, sulla scorta di ciò che scriveva il Guzzo (…), possiamo affermare che, se non risultano pagamenti ai caporali nel 1570, per la Torre della Petrosa e, che essa figurava nell’elenco del 1566, delle Torri da completare o da costruire ex-novo, non avvalora affatto l’ipotesi che essa, fosse da costruire ex-novo, ma dimostra che essa, nel 1570, non fosse operativa e pienamente funzionante. Sebbene le Torri cavallare a Villammare e a Capitello ( Figg….), sono molto simili che nella forma e struttura assomigliano a tutte le altre fatte costruire dai Vicerè Spagnoli lungo la costa del Golfo di Policastro fino ad Ascea, a difesa delle popolazioni locali, non è facile stabilire l’epoca di costruzione di queste Torri, ma ritengo che moltissime di esse, già esistessero e che fossero da molto tempo funzionanti. Le nostre zone, e soprattutto le nostre coste, costituirono il primo vero baluardo nella Guerra del Vespro tra Angioini ed Aragonesi e già prima Federico II, aveva fatto costruire sulle nostre coste diferse fortificazioni. Non a caso le nostre Torri, nella tradizione orale vengono chiamate “Torri Normanne”. Non è facile stabilire l’origine di questa o di queste Torri, ma di certo possiamo dire che questa Torre, figura nella carta di probabile epoca Aragonese da noi scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig. 2), di cui parleremo. La costruzione delle Torri marittime, cavallare o di avvistamento, si rese necessaria verso la fine del ‘500, a causa delle frequenti scorrerie dei saraceni (almugaveri, arabi), che infestavano queste coste saccheggiando i paesi rivieraschi. In quegli anni, gli Arabi o Almugaveri o Saraceni, occupavano parte della Sicilia ed avevano un avamposto ad Agropoli. Forse fu proprio la presenza dei Normanni e degli Arabi in Sicilia che ha determinato il fatto che la tradizione orale locale indicasse queste Torri cavallare  come ‘Torri ‘Normanne’, anche se, le Torri ‘cavallare‘, costiere, a cui ci riferiamo in questo studio, sono state costruite con le decime (tasse) imposte alle popolazioni locali dai Vicerè ( Governatori del Regno di Napoli) spagnoli, per la difesa delle coste dalle frequenti scorrerie degli Arabi. Purtroppo come vedremo, la costruzione delle Torri nel ‘basso Cilento’ ed in particolare proprio quelle del Golfo di Policastro, avvenne con totevole ritardo e quando le popolazioni locali erano già state vessate sia dalle tasse per la loro costruzione che dalle scorrerie saracene, tanto da determinare un fenomeno tipico dei luoghi, ovvero la costituzione di centri abitati posti in collina quasi sempre corrispondenti ai centri rivieraschi preesistenti. Infatti, Sapri, Torraca; Villammare, Vibonati; Capitello, Ispani; Policastro, Santa Marina ecc..ecc…Accadde che le popolazioni locali, che abitavano in origine solo i centri rivieraschi come Sapri che era un piccolo borgo marinaro, si spostarono nei vicini luoghi posti più in alto da cui si poteva scorgere il mare e tenere sotto controllo eventuali arrivi indesiderati e quindi prepararsi alla difesa o nascondersi. Il 1552, segna l’avvio di un radicale mutamento nella geografia feudale della regione con inevitabili riflessi sulla vita sociale, economica e civile di quelle popolazioni. I terremoti (quello fortissimo del 1647), le carestie, le pestilenze (quelle che colpirono tutto il Regno di Napoli nel 1656 e 1664). Le incursioni saracene e turche, come quella del 1543, ad opera del turco Khair-Ed Din e la seconda del 1552 ad opera di Dragut Pascià, e quelle che si susseguirono lungo le nostre coste fino al XVIII secolo, depredando e devastando questi umili borghi, furono tanto funeste da indurre nel 1532, il Vicerè spagnolo Don Pedro da Toledo a costruire lungo tutta la costa del Regno, una serie ininterrotta di torri vedette. Secondo il Granzotto, a Sapri vennero reclutati molti uomini tra la popolazione del luogo stremata dalle frequenti incursioni di saraceni, tra cui certamente quella terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (5) ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore. Purtroppo, la costruzione di queste torri, non solo fu deleteria per le umili finanze di queste popolazioni, ma si rivelarono inutili poichè  furono realizzate troppo tardi, quando ormai le popolazioni della costa si erano spostate all’interno. In particolare queste torri sono tutte annoverate nella carta geografica regionale del ‘Principato Citra’, del 1613, delineata intorno al 1590-1594, dal cartografo Mario Cartaro (Fig. 3) (4). Impropriamente chiamate “Torri Normanne” nella tradizione orale locale, la costruzione delle torri continuò anche sotto la reggenza del Vicerè spagnolo Don Parafan de Ribera. Purtroppo solo nel 1566 arrivò l’ordine della costruzione delle rimanenti torri da costruire nel tratto di costa del Principato Citra che va da Agropoli a Sapri. Della costruzione delle Torri marittime Vicereali lungo il litorale del Golfo di Policastro fino a Maratea, ne hanno parlato alcuni studiosi come il Romanelli (7), il Pasanisi (2), il Vassalluzzo (14) ed infine il Guzzo (16). Delle torri progettate e da realizzare, sul finire del 1570 solo quattro erano quelle completate ed operanti, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati (…).

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(Fig….) Torre della Petrosa a Villammare, in località ‘Petrosa’. sdc10458

(Fig. 8) Torre della Petrosa a Villammare, in località ‘Petrosa’.

Dunque, abbiamo visto come nella traduzione del testo in arabo del Libro di Re Ruggero, il toponimo di Sapri, dovrebbe identificarsi con il toponimo di ‘Petrosa’. In effetti, questo toponimo, ci fa ricordare che a Villammare – una frazione di Vibonati – vi è una Torre vi-cereale, costruita verso la fine del ‘500, detta appunto Torre della Petrosa. Essa prende il nome dalla medesima località dove essa è posta. La Torre della Petrosa è una delle numerose Torri cavallare e di avvistamento, marittime e costiere, costruite durante il Viceregno spagnolo nel Regno di Napoli, per difendere le popolazioni locali dalle frequenti incursioni saracene. La Torre della Petrosa, figura tra quelle segnate nella carta geografi-ca “Principato Citra” di Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594) di Fig. 3.

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(Fig….) Carta geografica: “Principato Citra” di Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590- 1594), cm. 36 x 51, riprodotta e tratta dal Mazzetti (…).

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(Fig….) Particolare tratto dalla carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Napoli (10), inedita e da me scoperta.

Lo studioso  Giulio Schmiedt (….), nel 1975, pubblicò un’interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Nel suo studio, sugli ‘Antichi porti d’Italia’ (…),, lo Schmiedt (…), riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicam e che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino” (riferendosi al punto ove si trova il Faro Pisacane) (…), a cui abbiamo dedicato lo studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti e che vediamo illustrato nella foto del satellite. Lo studioso Giulio Schmiedt, nel suo interessantissimo studio di Fig…. (…), citato, parlando del ‘Portolano del Mediterraneo’, a pag. 79, nella nota (176), si riferisce al ‘Compasso de navigare’ (Fig….)(…), e poi aggiunge e cita il testo di P. Luigi Cavalcanti (…) ‘Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie’, del 1846, che parla degli scali dell’area a p. 46. (…). Schmiedt (…), a p. 78, parlando dello scalo di Policastro, sembra si riferisca ad un ‘Portolano del Mediterraneo’, moderno. Certo risulta strana la citazione di un Sinus Laus’ e di un Vibo ad Sicam’. Non sappiamo se il geografo e studioso Giulio Schmiedt, si riferiva al Compasso de navigare.  Schmiedt (…), a p. 63, parlando di Punta Campanella e Punta Licosa, cita il Compasso (132) e poi a p. 79, lo cita nuovamente nella sua nota (176), citando anche il testo che ne parla: di P. Luigi Cavalcanti (…) ‘Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie’, del 1846 (…). Pier Luigi Cavalcanti (…), nella sua ‘Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie’, nel 1846, a p. 45, nel suo portolano, così descriveva la costa ed i porti del basso Cilento:

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La spiaggia di ‘S. Maria Li Piani’ in contrada ‘Carbone’ a Villammare

Guardando una coeva carta geografica, vediamo che verso l’attuale frazione di Villammare vi è una via, la via di ‘S. Marco’ e, una spiaggia chiamata di ‘S. Maria Li Piani’, in contrada ‘Carbone’. Vibonati oggi offre un borgo medioevale del tutto intatto, attraversato da stradine pavimenate in pietra. Nel punto alto del paese troviamo il santuario di Sant’Antonio Abate edificato su una collina donata alla comunità dalla principessa Carafa di San Severo. La chiesa, originariamente in stile romanico, fu sempre di rito greco. Nel corso degli anni ha subito numerosi interventi di restauro. Il più antico di cui si ha memoria fu fatto nel 1580 sotto la guida del Mons. Ludovico Bentivoglio. La chiesa fu ancora ristrutturata nel 1653 e fu riconsacrata nel 1728 dal Vescovo Mons. De Robertis. Altri restauri seguirono poi nel XIX secolo e nella metà del secolo scorso, quando il campanile, in stile romanico, fu sostituito con quello attuale. La Chiesa è costituita da 3 navate: una centrale ampia e due laterali di larghezza minore. Entrando sulla destra si ammira il fonte battesimale, scavato in un antico capitello corinzio, mentre in alto si trova un soppalco di legno dov’è collocato l’organo a canne risalente a ‘700. Sotto la volta della navata centrale si trova una pittura raffigurante il Santo a cui la chiesa è dedicata, opera di un artista vibonatese, A. Giannini, che lo eseguì nel 1832. Collocata al di sopra dell’altare, la statua lignea a mezzo busto del Santo patrono, eseguita nella seconda metà del ‘700, viene portata in processione il 17 gennaio per le strade del paese. Un’ attenzione particolare meritano anche il Convento di San Francesco, che è posto nella parte bassa di Vibonati , la chiesa della Santissima Annunziata, la chiesa di Santa Lucia e la chiesa di San Lazzaro. Gran parte del centro storico può essere visitato solo a piedi; tra scorci e vedute che provocano intense suggestioni. Di particolare valore storico-artistico sono i portali che decorano le stradine principali della piccola cittadina. Al paese di Vibonati appartengono, inoltre, circa 4000 metri di costa. Il capo roccioso su cui sorge la torre Petrosa divide, infatti, la costa in due parti: ad ovest troviamo la spiaggia di Villammare e la spiaggia di Santa Maria Li Piani, ad est la spiaggia del Parco Marinella e quella dell’Oliveto. Non manca anche una vasta zona completamente boschiva: è una macchia di bosco di circa 40 ettari, composto da resinose e da una parte di latifoglie della specie sughera. Questa località si trova ad un’altitudine di circa 200 metri, vi si arriva dalla strada provinciale Vibonati-Morigerati e prende il nome di Località Santa Lucia. Nel 1982, Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 188, parlando di Bonifati, cita Vibonati e scriveva che: “Toponimi, documentazione e resti suffragano quanto andiamo asserendo…soprattutto “Valle Carbone”, emblema di quella rinascita basiliana di mediazione carbonense, che, in tarda epoca normanna, si diffuse nel vasto territorio dell’ex Principato Longobardo di Salerno (280). S. Maria del Piano trova riscontro in culti omonimi presso comunità coeve della costa: Majerà, Verbicaro, Vibonati. L’assistenza medico-ospedaliera e di ricovero, attività propria dei Basiliani, veniva praticata nello “Spedale”, posto nel cuore della cittadella monastica (281). Il Campagna, nella sua nota (280), postillava che: “(280) A Bonifati i Carbonesi furono estromessi dai Domenicani. Sul monastero dei SS. Elia e Anastasio di Carbone, G. Robinson ecc…”, mentre nella sua nota (281), postillava che: “(281) Vengono ricordati “spedali” a Scalea, a Majerà (F.A. Vanni, ms. cit.), a Mottafollone (D. Cerbelli, Monografia, etc., cit.). Sempre il Campagna (…), a p. 253, parlando dei nostri paesi, scriveva che: “Il culto di S. Vito Martire (46) e, presso il Bussento, quello di S. Lorenzo, il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca, lasciano presupporre presenze basiliane sulla costa, prima e dopo la latinizzazione del rito greco (47).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati“, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”Oreste Campagna (…), a p. 256, scriveva in proposito che: “I Carbonensi, che avevano ridato impulso al monachesimo al monachesimo greco sulla costa, esercitando una certa egemonia da Belvedere a S. Giovanni a Piro, fino a quando non furono estromessi dalle organizzazioni religiose della Cappella del Presepio, presso S. Maria Maggiore, in Roma (60.”. Il Campagna, nella sua nota (60), postillava che: (60) L’Archimandritato di Carbone fu a capo di un feudo vastissimo, da Salerno raggiungeva Metaponto, Trebisacce e, sul Tirreno, Belvedere, in B. Cappelli, Il Monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano’, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970), e ‘Chronicon Carbonense. Insieme al monastero di S. Giovanni a Piro erano unite alla Cappella del Presepio, presso S. Maria Maggiore in Roma, molte grangie della costa. Tra noti monasteri e grangie vengono ricordati S. Pietro a Carbonara di Majerà, S. Nicola di Grisolia, il monastero dei Siracusani di Scalea, S. Maria Maggiore di Tortora e di Maratea, S. Costantino della Trecchina, S. Nicola di Sapri (?), S. Fantino di Torraca, S. Benedetto a Policastro, un non identificato monastero di S. Maria delli Piani, i monasteri di S. Pietro e di S. Croce di Camerota e numerose altre istituzioni monastiche, in D. Martire, op. cit.; F. A. Vanni, ms. cit.; G. Mercati, op. cit.; P.M. Di Luccia, op. cit.; A. Fulco, op. cit.; D. Damiano, op. cit.”.

Note bibliografiche:

(1) (Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, Sapri, pp. 9-10

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘I Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ”Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sapri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Re-golatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

(2) Rohlfs G., ‘Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria’, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996.

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(3) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio);  dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concesi dal vescovo di Policastro, stà in “Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 32 e  sgg.. (Archivio Storico Attanasio)

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(3 bis) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio).

(3) Santoro L., Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI; vedi pure Vassalluzzo M., Castelli, Torri e borghi della costa cilentana, ed. Edicon, Castel S. Giorgio, 1975, p. 39; vedi pure Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativava, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.
(4) ibidem, Parc. Prov. Fascio 119, fol. 138.

(5) (Fig. 4) Carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm.36 x 51, riprodotta da Mazzetti E., op. cit., (19), vol. II, tav. XVII.

(6) Granzotto G., La Battaglia di Lepanto, ed. Mondadori, Milano, pp. 128, 129.

(7) Romanelli D., Antica topografia Istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815, Stamperia Reale, ristampa de: Il Cilento, Paestum e il Picentino, a cura di La Greca F., ed. Galzerano, 1990, p. 101. 

(8) (Fig….) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi, stà in Brancaccio G., Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda: 1- Il libro del Re Ruggero di al-Idrisi, cap. 4, p. 79; Per il Libro di Re Ruggero di al- Idrisi si veda: Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ com- pilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Ro- ma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition; si veda anche: Edrisi, Il Libro di Ruggero, nella traduzione di U. Rizzitano, ed. Flaccovio, Palermo, 1994, pp. 91-92; si veda pure il testo del francese Jaubert nel 1840, che si basò su diversi manoscritti del Libro di Re Ruggero, ha fatto una mirabile traduzione del testo scritto in arabo; si veda pure: Santagati L., La Sicilia di al-Idrisi ne il Libro di Re Ruggero, ed. Salvatore Sciascia, Caltanisetta, 2010.

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(8) Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Del Salvucci (Archivio Storico Attanasio)

(9) (Fig….) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig. 4 che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che volentieri pubblichiamo (Fig. 1); la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Recentemente abbiamo chiesto all’ASN, sulla segnatura e collocazione di questa carta da noi rintracciata nel 1981 e dall’ASN, ci è pervenuta la seguente risposta dal funzionario Dr. Palmieri: “Gent.le Prof. Attanasio, in risposta alla sua email datata 30 gennaio u.s., pervenuta allo scrivente in data 5 febbraio 2018, si comunica che la scheda riporta: ” Campo all’isola di S. Giovanni: pianta topografica fatta riprodurre dall’Abate Galiano dall’ originale francese. (sec. XVIII, 1756 ?) – Biblioteca Nazionale di Parigi.“. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (7). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (7) scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’. 

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(9)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig. 1 (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

(10) (Fig…..) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita, fu da me pubblicata nellAnalisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“,per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1998 (1).

(14) Vassalluzzo M., Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s.

(15) Valente A., Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino (1965), 1976.

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(16) Guzzo A., Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia, ed. Palumbo & Esposito, Cava de Tirreni, 1978. Si veda pure dello stesso autore: Sulla rotta dei Saraceni –  La difesa anticorsara sulla costa del Cilento, ed. Palladio, Aprile 1991.

(17) Alfano G.M., Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1795, fol. 135, pp. 43.

(18) Caffaro A., Le prime fortificazioni della costa cilentana, ed. Palladio, 1989. Vedi anche: Caffaro A., Le fortificazioni primo-ottocentesche della costa Cilentana attraverso alcuni di- segni inediti, ed. Palladio, Salerno, 1989. Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro A., op. cit. Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro.

(19) Mazzetti E., Cartografia generale del Mezzogiorno e della Sicilia, a cura di E. Mazzetti, scritti di Roberto Almagià, Ernesto Pontieri, Rosario La Duca, ESI, Napoli, 1972.

Antonini, La Lucania

(20) Antonini G., La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, Discorso XI

(21) Ramage C.T., Viaggio nel Regno delle due Sicilie – a cura di E. Clay, ed. De Luca, Roma, 1966, ristampa, p. 113 e s.; si veda pure dello stesso autore, la ristampa del libretto: Il viaggio di C.T. Ramage da Paestum a Policastro nel 1828′, a cura di Raffaele Riccio, Roma, ed. dell’Ippogrifo, 2014, p. 137.

(22) Scarfone A., “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in ‘Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA.

(23) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, p. 176.

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(…) Schmiedt Giulio, Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Parte II- I Porti delle Colonie Greche, stà nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975 (che noi possediamo in originale), pp. 78-79.

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(…) Schmiedt Giulio, ‘Il livello antico del Mar Tirreno – testimonianze dei resti archeologici, Firenze, Leo S. Olschki editore, 1972 (Archivio Storico Attanasio).

(…) (Fig. ..) Trattasi del più antico portolano conosciuto, di autore anonimo e chiamato: ‘Lo Compasso de navegare’, o Codice Hamilton 396, datato a metà del secolo XIII (incipit porta la data del 1296 ma è molto più antico, forse delineato venti anni prima e su documenti molto più antichi). Pubblicato da B. R. MOTZO sotto il titolo: “Il Compasso da Navigare, opera italiana detta metà del secolo XIII”, stà in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, Cagliari, voI. VIII, 1947. Recentemente è stato tradotto da Debanne A., Lo Compasso de navegare, Edizione del Codice Hamilton 396, Editore Peter Lang Gmbh, Internationaler Verlag Der W, 2011. Oggi, il codice Hamilton 396 è conservato alla Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino. Si veda quì pubblicato lo studio ad esso dedicato. Schmiedt G., op. cit. (2), pp. 78-79, a pag. 78, quando parla di Sapri, alla voce ‘il Portolano del mediterraneo’, l’autore alla nota (172): “Cfr. op. cit., supra, p. 166”, che rimanda alla nota (171) – “Nel Portolano del Mediterraneo (Basso Tirreno e Ionio occidentale) a p. 166 viene esplicitamente ricordato che le isobate dei m 5 passano a m 600 da Policastro.”. Il ‘Portolano del Mediterraneo’, a cui si riferisce lo Schmiedt, forse è quello citato alla nota (166) di p. 77. Lo cita nelle pagine precedenti in alcune note,  e fa esplicito riferimento al ‘Compasso de navegare’, per es. alla nota (132). Si veda pure: P. Luigi Cavalcanti, Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie, 1846, Napoli, Reale Tipografia Militare. Inoltre, si veda pure: il ‘Portolano del Mediterraneo’ del Lamberti, del 1865; il Portolano attribuito ad Alvise ca de Mosto, bollettino. Società Geografica italiana, 1893 e O. Marinelli, Atlante dei tipi geografici, I.G.M., Firenze, 1815.

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(…) P. Luigi Cavalcanti, Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1846 (Archivio Storico Attanasio), p. 46.

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(…) Pesce C., Storia della città di Lagonegro, Lagonegro, ristampa anastatica a cura delle Tip. Dino Ricca, Lagonegro (PZ), (prefazione del 1913), p. 398 e s; si veda pure dello stesso autore Pesce C., Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Conferenza su un episodio della Rivoluzione Napolitana del 1848, Stabilimento Tipografico, Palazzo della Cassazione, Napoli, 1895.

(….) Natella P. Peduto P., Pyxous – Policastro, estratto da ‘L’Universo’, rivista di I.G.M., ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 513.

(…) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, p. 117. Si veda pure p. 132 e p. 137, dove il Volpe parla del Porto di Sapri. Si veda pure: De Giorgi, Guida dell’Italia.

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(…) (Figg…..) Filippo Cluverio, Italia antiqua, 1624, Lugduni Batavorum, Elsevier, 1624, II, p. 1263, parla di Porto de Sapri e di Blanda. Pubblicata postuma per la prima volta a Leiden nel 1624, se ne conoscono non meno di 25 edizioni almeno fino al 1729, pubblicate ad Amsterdam, Venezia, Londra, Parigi, Oxford, ecc. dai più prestigiosi editori dell’epoca.

(…) Holstenius (Olstenio) Lucas, (‘Note  all’Italia antiqua di Cluverio’ (26)), Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc.., Roma, typis Iacobi Dragondelli, 1666 e altra edizione del 1624, pp. 22 e 288. Luca Olstenio, in questo libro, a p. 22  e a p. 288, parla e commenta le pagine 1262 e 1263 del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse l’Italia antiqua, che a p. 1263 parla di ‘Blanda oppidum’. Si veda pure: Almagià R., L’opera geografica di Luca Holsteno, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942.

(…) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio), “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527)

(…) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, p. 176.

(…) Greco G., Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32.

(…)  Johannowsky W., Atti XXII Congresso sulla Magna Grecia, Taranto, 1982, p. 422; si veda pure 1983b;  si veda pure dello stesso autore: ‘Le Ville romane dell’età imperiale‘, stà  in: Itinerari turistico culturali in Campania, n. 3, Società Editrice Napoletana, pp. 116, Napoli.

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(…) Beguinot C., Il Cilento – Problemi urbanistici, ed. del Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, collana diretta da Ruggero Moscati, VIII, Napoli, 1960 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Re Ruggero II, era noto per la sua grande curiosità intellettuale unita ad un profondo rispetto per l’erudizione, fenomeno piuttosto raro tra i principi suoi contemporanei. Intorno al 1140 egli chiamò a Palermo i più stimati studiosi sia dall’Europa che dall’Oriente e soleva trascorrere la maggior parte del suo tempo con i migliori scienziati, dottori, filosofi, geografi, matematici, intrattenendosi con loro in cordialità ed amicizia. In campo geografico gli Arabi furono soprattutto continuatori dei Greci e il loro grande merito fu aver mantenuto in vita la scienza classica: grazie a loro parte del sapere classico ritornò all’Occidente, preparando la rinascita della geografia nel Basso Medioevo. Nel Medioevo, mentre in Europa si assisteva ad un regresso degli studi e quindi delle conoscenze scientifiche rispetto al mondo classico, nel mondo islamico fiorivano tutta una serie di scuole divenute veri e propri centri di ricerca che spaziavano dall’astronomia alla matematica, alla fisica, alla geometria, alla medicina, alla chimica. La conoscenza di scritti e trattati scientifici dell’antichità classica, come l’Almagesto e la Geografia del grande matematico alessandrino Claudio Tolomeo (100-178 d. C.), andati persi in Occidente in seguito alle distruzioni delle invasioni barbariche, avevano infatti permesso agli Arabi di compiere progressi in ogni campo dello scibile umano e soprattutto nelle scienze mediche, astronomiche e geografiche. In campo geografico gli Arabi furono soprattutto continuatori dei Greci e il loro grande merito fu aver mantenuto in vita la scienza classica: grazie a loro parte del sapere classico ritornò all’Occidente, preparando la rinascita della geografia nel Basso Medioevo. Il più famoso dei geografi arabi, Abū ‘Abd Allāh Muhammad ibn Muhammad ibn ‘Abd Allah ibn Idrīs al-Siqillī (il Siciliano), detto anche Idrīsī o Al-Šarīf, visse e lavorò in Sicilia. Lo studioso arabo musulmano al-Sharif al-Idrisi, nel 1154, per conto del Re normanno di Sicilia Ruggero II d’Altavilla, realizzò il libro “La delizia di chi desidera attraversare la terra” (in arabo: نزهة المشتاق في اختراق الآفاق‎, o Nuzhat al-mushtāq fi’khtirāq al-āfāq che tradotto è ‘trattenimento per chi si diletta a girare il mondo‘), generalmente detto Libro di re Ruggero (in arabo: كتاب روجر, Kitab Rugar), è una descrizione del mondo scritta dal geografo arabo al-Idrisi (Edrisi), nel 1154, cui è allegato il mappamondo in 70 fogli noto come Tabula Rogeriana. Al-Idrisi lavorò sul testo e sulla carta geografica per quindici anni alla corte del re normanno Ruggero II d’Altavilla di Sicilia che gli aveva commissionato l’opera intorno al 1138 (…). L’opera idrisiana rappresenta il massimo delle conoscenze geografiche possedute dagli Arabi ed è considerata come uno dei monumenti della geografia medievale. Nato a Ceuta in Marocco nel 1099, dopo aver compiuto gli studi a Cordova, che sotto la dominazione araba della Spagna (al-Andalus) era divenuto uno dei principali centri di cultura della penisola iberica, Idrisi raggiunse Palermo nel 1139, e divenne amico intimo del re normanno Ruggero II, entusiasta mecenate di ogni scienza e promotore, in particolare, delle conoscenze geografiche. Proprio Ruggero II incaricò il cartografo di riunire in un’unica descrizione geografica del mondo tutte le notizie riportate dai numerosi ambasciatori inviati nelle regioni allora conosciute allo scopo di raccogliere informazioni più corrette possibili, soprattutto sulle distanze. Dopo quindici anni di lavoro, nel 1154, Idrisi compendiò tutto il materiale nel cosiddetto Libro di Ruggero (Kitāb Ruğārī), ovvero Sollazzo per chi si diletta di girare il mondo (Kitāb nuzhat al-mushtāq fī ikhtirāq al-āfāq) e nella redazione di una carta generale, incisa su un disco d’argento, che andò distrutta pochi anni dopo. Nel manoscritto, in arabo e in latino, era inclusa anche una parte cartografica, composta da un mappamondo circolare e da settanta carte parziali. Secondo fonti arabe, Idrisi avrebbe compilato un libro anche per Guglielmo II (1154-1166), figlio di Ruggero, intitolato Il giardino del diletto e sollievo dell’anima (Rūḍ al-Uns wa nuzhat al-nafs), anch’esso perduto. Di questa seconda opera possediamo, però, la redazione abbreviata del 1192, intitolata Il giardino della gioia, composta di 73 carte in forma di atlante. L’esemplare destinato a Ruggero era inciso su di un disco d’argento pesante circa trecento libbre. Esso è andato perduto perché fuso dopo esser stato predato in occasione d’una sommossa contro il sovrano normanno Guglielmo I di Sicilia nel marzo 1161. L’originale del mappamondo era inciso su di una lastra d’argento larga 3,32 metri ed alta 1,48, anch’esso perduto. Secondo fonti arabe, Idrisi avrebbe compilato un libro anche per Guglielmo II (1154-1166), figlio di Ruggero, intitolato Il giardino del diletto e sollievo dell’anima (Rūḍ al-Uns wa nuzhat al-nafs), anch’esso perduto. Di questa seconda opera possediamo, però, la redazione abbreviata del 1192, intitolataIl giardino della gioia’, composta di 73 carte in forma di atlante. Oggi sopravvivono dieci manoscritti della ‘Tabula Rogeriana’, di cui cinque hanno il testo completo e otto hanno le carte. Due di essi si trovano alla Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, la più antica delle quali è datata circa 1325 (MS Arabe 2221). Un’altra copia, fatta al Cairo nel 1553, si trova alla Bodleian Library di Oxford (Mss. Pococke 375). Il manoscritto più completo, che contiene la totalità del testo, il mappamondo, nonché tutte le settanta carte delle sezioni, è conservato ad Istanbul. Altre copie si trovano al Cairo ed a San Pietroburgo. I lavori geografici di Edrisi hanno goduto d’una fama meritata presso i geografi arabi posteriori che a quelli attinsero largamente, come ‘ibn sa’ìd, Abulfeda ed altri. In Europa il nuzhat non fu conosciuto che verso la fine del secolo XVI, nel compendio, o meglio estratto spoglio della parte descrittiva, stampato a Roma l’anno 1592 della tipografia medicea e pubblicato in latino a Parigi nel 1619 dai maroniti Gabriele Sionita e Giovanni Hesronita, i quali per strano equivoco lo chiamarono ‘Geographia Nubiensis’. Una versione italiana di questo compendio fu fatta  nel 1600 dall’illustre matematico urbinate Bernardino Baldi, versione inedita il cui mnoscritto si conserva nella Biblioteca di Montpellier. Sull’edizione medicea lavorarono in seguito altri studiosi. Amedeo Joubert è stato il primo a far conoscere all’Europa l’intero trattato di Edrisi colla sua traduzione francese pubblicata nel Recuil de voyages et de memories” stampato a Parigi dalla Società geografica di Parigi (Tom. V, VI, 1836-1840). Fino all’edizione di Amari e Schiapparelli (…) che per la stesura del loro testo si servirono soprattutto del Codice conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi (BNN, Mn. 893).

Tancredi Luigi

(…) Tancredi L., Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978, e pure in ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 280. Il Tancredi, parlando dell’antica città di Avenia, cita il documento notarile (…) (vedi nota 4 di p. 23), al posto di “Velia“, riporta “Avenia“, p. 23; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, si veda “Esame della Platea del 1695″ (1), p. 73 e s. (Archivio Storico Attanasio).

Dal 1065 al 1085, Roberto il Guiscardo, il Cilento e la Contea di Policastro

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa uno studio (1) sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcune notizie intorno al Golfo di Policastro e le nostre terre, all’epoca dei primi Normanni.

Il racconto di Amato di Montecassino

Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 278, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Le guerre tra Gisolfo e i Normanni e quindi quelle tra Gisolfo e il conte di Principato ci son narrate da Amato, il quale in generale esalta i Normanni. Questi però non sempre dovettero essere vittoriosi, perchè in qualche poesia di Alfano son ricordate le vittorie riportate da Gisolfo contro di loro. Anche Malaterra riferisce queste lotte: “Gifulsu etc….(III, 2).”. Da Wikipedia leggiamo che Amato di Montecassino, in latino Amatus Casinensis’ (Salerno, 1010 circa – Abbazia di Montecassino, 1º marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della ‘Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Secondo il suo volgarizzatore francese, Amato sarebbe nato a Salerno. Concordemente si ritiene che sia stato anche vescovo, probabilmente nella sede di Pesto-Capaccio dal 1047 al 1058. Probabilmente rinunciò all’episcopato per dedicarsi all’attività letteraria nella quiete del monastero di Montecassino. Dal Chronicon Casinense sappiamo che fu l’autore del De Gestis apostolorum Petri et Pauli in quattro libri, in versi esametri, e della Historia Normannorum in otto libri, entrambi composti verso il 1080; Pietro Diacono ci informa che fu autore anche di altri due scritti: De laude eiusdem pontificis e De duodecim lapidibus et civitate caelesti Hierusalem. La Historia Normannorum’, comprendente eventi dal 1016 al 1078, è dedicata all’abate Desiderio; pur perduta nella versione originale, è sopravvissuta attraverso una traduzione francese del XIV secolo (L’Ystoire de li Normant), conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. È presumibile che sia stato testimone degli avvenimenti narrati nella sua cronaca, che è la fonte primaria per conoscere la storia della presenza normanna nel Mediterraneo, letta secondo il punto di vista della grande abbazia di Montecassino, uno dei centri culturali e religiosi del Cristianesimo dell’XI secolo. Amato descrive l’assedio normanno di Bari e quello di Salerno, la conquista della Sicilia e la presa del potere da parte di Roberto il Guiscardo come pure la Riforma gregoriana dal punto di vista del papato, il tutto inframmezzato da narrazioni di profezie e miracoli. Molti dettagli della storia dell’XI secolo, come la freccia che avrebbe ucciso Aroldo II d’Inghilterra nella battaglia di Hastings colpendolo a un occhio, provengono dal cronista di Montecassino. È piuttosto preciso nel riportare i fatti nonostante l’intento celebrativo per Roberto il Guiscardo e Riccardo di Capua. Secondo il necrologio del cod. Vat. Borgiano 211, Amato morì il 1º marzo di un anno imprecisato, probabilmente allo scadere del secolo nel monastero di Montecassino. Edizioni del suo Chronicon sono: (FR) L’ystoire de li Normant, et la chronique de Robert Viscart par Aime, moine du Mont-Cassin, publiées pour la première fois, d’apres un manuscrit francois inedit du 13. siecle pour la societe de l’histoire de France, par M. Champollion Figeac, Paris 1835; Ystoire de li Normant par Aimé, publiée avec une introduction et des notes par l’abbe O. Delarc, Rouen 1892; Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto storico italiano; 76), Roma 1935; ecc…..Parlando del “Castellaro” di Capitello d’Ispani, i due studiosi Natella e Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, a p. 486, nella loro nota (11), postillavano che: “(11) Malgrado il toponimo, nulla ha a chè vedere con il castelliere nordico pre o protostorico. E’ un castello, in parte diruto,  risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII. E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo (Cfr. Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, ed. V. De Bartholomalis, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1935, pag. 371).”. Dunque, i due storici, credevano identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino (…) e, dunque li rapportavano ai castelli controllati da Guido, fratello di Gisulfo II, ultimo principe longobardo di Salerno. Amato di Montecassino, in latino Amatus Casinensis (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1º marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Secondo il suo volgarizzatore francese, Amato sarebbe nato a Salerno. Concordemente si ritiene che sia stato anche vescovo, probabilmente nella sede di Pesto-Capaccio dal 1047 al 1058. Probabilmente rinunciò all’episcopato per dedicarsi all’attività letteraria nella quiete del monastero di Montecassino. Dal ‘Chronicon Casinense’ sappiamo che fu l’autore del ‘De Gestis apostolorum Petri et Pauli’ in quattro libri, in versi esametri, e della ‘Historia Normannorum’ in otto libri, entrambi composti verso il 1080; Pietro Diacono ci informa che fu autore anche di altri due scritti: De laude eiusdem pontificis e De duodecim lapidibus et civitate caelesti Hierusalem. La Historia Normannorum’, comprendente eventi dal 1016 al 1078, è dedicata all’abate Desiderio; pur perduta nella versione originale, è sopravvissuta attraverso una traduzione francese del XIV secolo (L’Ystoire de li Normant), conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. È presumibile che sia stato testimone degli avvenimenti narrati nella sua cronaca, che è la fonte primaria per conoscere la storia della presenza normanna nel Mediterraneo, letta secondo il punto di vista della grande abbazia di Montecassino, uno dei centri culturali e religiosi del Cristianesimo dell’XI secolo. Amato descrive l’assedio normanno di Bari e quello di Salerno, la conquista della Sicilia e la presa del potere da parte di Roberto il Guiscardo.  Edizioni del suo Chronicon sono: (FR) L’ystoire de li Normant, et la chronique de Robert Viscart par Aime, moine du Mont-Cassin, publiées pour la première fois, d’apres un manuscrit francois inedit du 13. siecle pour la societe de l’histoire de France, par M. Champollion Figeac, Paris 1835; Ystoire de li Normant par Aimé, publiée avec une introduction et des notes par l’abbe O. Delarc, Rouen 1892; Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto storico italiano; 76), Roma 1935; ecc…Dunque, i due studiosi Natella e Peduto, citando Amato di Montecassino e la sua ‘Historia Normannorum’, che si compone di n. 8 libri, parlando dei due castelli a Policastro, si riferiscono all’anno 1077. A quale libro del racconto di Amato, si parla di Policastro ?. I due studiosi, si rifanno all’edizione curata da Vincenzo De Bartholomaeis (…), e dicono a p. 371. Ho una nuova traduzione di Amato di Montecassino (…), per i tipi di Francesco Ciolfi, dove a p. 19, si riporta l’ampia introduzione del De Bartholomaeis. In essa si parla degli otto libri del ‘Chronicon’ di Amato. A p. 20, è scritto: “Il periodo di tempo di cui Amato prese a narrare le vicende, comprende sessantuno o sessantadue anni: dalla prima apparsa di quaranta pellegrini normanni a Salerno, nel 1016, sino alla morte di Riccardo di Capua, avvenuta il 5 aprile del 1078.”. Dunque, è probabibile che il Libro a cui si riferiscano i due studiosi sia il Libro VIII, cioè l’ultimo capitolo del Chronicon di Amato. Nella recente edizione edita per i tipi di Ciolfi (…), a p. 377, nel Libro VIII, cap. XXX, è scritto: “Landolfo restituì la Valle di Santa Severina e Policastro, e Guaimario restituì il Cilento. In tal modo finì ogni contrasto.Gisulfo giurò ecc..ecc…”. Il passo della narrazione di Amato, riguarda la fine dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, che dopo l’assedio di Salerno da parte del cognato Roberto il Guiscardo, dovette desistere ed arrendersi a suo cognato Roberto il Guiscardo, con cui iniziava la dominazione Normanna sull’ex Principato Longobardo di Salerno. Nel racconto di Amato, si parla di due valli, quella di Santa Severina (la valle di S. Severino di Centola) e quella di Policastro (attuale Bussentino), e non si parla di castelli, come dicono i due studiosi. La narrazione di Amato, si riferisce al momento della resa di Gisulfo II che chiama il figlio Landolfo che dovette restituire al Guiscardo, le valli di “Santa Severina” (S.Severino di Centola) e di Policastro. Dei fatti e dei territori all’epoca del Guiscardo, verso la fine del secolo XI, ho scritto nel mio saggio ‘Nel 1055, la Contea Longobarda del Conte Guido di Policastro’, che verso l’anno 1077, fu restituita (era stata promessa da Gisulfo II, ma mai data al cognato Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo Normanno, che dopo l’assedio di Salerno se ne impossessò insieme a tutto l’ex Principato Longobardo di Salerno.

I NORMANNI ARRIVANO NEI REGNI LONGOBARDI DELL’ITALIA MERIDIONALE

La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI, prima e dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. I Normanni, al comando dello stesso suo cognato Roberto, Umfredo e Guglielmo suo fratelli del Guiscardo, tra l’anno 1053 e il 1054, occuparono moltissimi territori del Principato di Salerno. Caddero nelle loro mani le fortezze di Laurino e Novi, nonchè quasi per intero la Bricia. Resistettero per il momento Policastro, il castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola, forse detto all’epoca ‘Castel de’ Mandelmo’, sul fiume Mingardo. Pare che il territorio fu organizzato in una nuova circoscrizione detta contea di Principato’, che fu concessa da Umfredo d’Auteville, conte di Puglia, al fratello Guglielmo, col titolo di comes che tenne la sua sede amministrativa (Curia), ad Eboli e, concesse il suffeudo al miles Guglielmo de’ Mannia. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: “All’inizio del sec. XI la situazione dell’Italia meridionale si presentava, come è comunemente noto, quanto mai complessa e frastagliata: gli Arabi dominavano la Sicilia, i Bizantini (i greci) la Calabria (e quindi parte del basso Cilento) e la maggior parte della Puglia; esistevano poi i principati Longobardi di Benevento, Salerno e Capua nonchè le città (formalmente bizantine ma di fatto indipendenti) di Amalfi, Napoli e Gaeta con diversi possedimenti circostanti.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 111 e ssg., in proposito ai Normanni scriveva che: “I. Mentre la fortuna dei principi longobardi di Salerno volgeva lentamente al tramonto sorgeva luminoso l’astro dei Normanni. Verso l’anno 1016 (1), essendo principe Guaimario III, approdarono in Salerno quaranta normanni reduci da un pellegrinaggio a Gerusalemme. Venivano, come allora era in uso, al ritorno da questi pellegrinaggi, a visitare in carovana i principali santuari d’italia tra cui quelli del Monte Gargano e di Montecassino. Accolti lietamente dal principe gli furono ben presto di grande aiuto poichè, essendo sbarcata nella città per saccheggiarla una banda di saraceni, i pellegrini, prese le armi, la assaltarono con grande impeto e ne fecero strage. Nel prendere qualche tempo dopo commiato dal principe, che loro dimostrò molto grato, promisero di inviare a Salerno altri della loro gente. Tennero difatti la parola ed a varie riprese molti normanni vennero in Italia.”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: Intorno all’anno Mille i primi Normanni – secondo il cronista Leone Ostiense (32), approdarono a Salerno. Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”.

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “1. La Calabria prima della introduzione del feudalesimo. Bizantini e Longobardi nella Regione”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 91 e sgg., in proposito scriveva che: “Intendendo illustrare i primi tempi feudali in Calabria, è necessario prendere le mosse dall’epoca immediatamente anteriore all’insediarsi dei Normanni nell’Italia meridionale. Se è vero che i Normanni vi introdussero dalla Francia, terra di provenienza di essi e di origine del feudalesimo, le istituzioni a questo correlati vi era la Calabria, con la sua particolare configurazione civile e politica, predisposta ad accogliere e a svilupparle ?. Il vasto Ducato longobardo di Benevento racchiudeva ni suoi confini a mezzogiorno la Lucania e il Bruzio settentrionale, ossia la valle del Crati, che corrisponde a quasi tutta l’attuale provincia di Cosenza; una linea che all’interno correva da Rossano a Bisignano, e sulla costa tirrenica andava un pò più a nord di Amantea (1), separava il territorio longobardo da quello bizantino. Allorquando il Ducato beneventano si frazionò nel principato di Salerno e nel principato di Benevento, nell’atto di divisione dell’847 (2), toccarono al primo i possedimenti longobardi di Calabria, delimitati sempre dalla vecchia linea Rossano-Bisignano- Amantea (3); in una parla, il principato di Siconolfo e dei suoi successori, conprese sedici ‘gastaldi’, dei quali quattro in Calabria: Canna, Cassano, Cosenza, Laino. Questa diversità di dominazione ebbe conseuenze molteplici e diverse nelle due parti della Calabria. Nella parte più meridionale di essa e in aree e località sparse della rimanente, l’ellenismo bizantino si venne infiltrando in tutte le manifestazioni di vita: nei costumi, nel rito, nel diritto degli abitanti, lasciando tracce ancora oggi non del tutto cancellate. L’eresia e la persecuzione iconoclastica sottrassero alla dipendenza ed all’autorità della Chiesa di Roma i vescovati di Calabria, come in Puglia e di Sicilia, e li sottomisero al patriarcato di Costantinopoli, che li organizzò in una ‘metropolia’, alla cui testa pose l’arcivescovo di Reggio (4). Riesce oggi malagevole dare un’esatta enumerazione delle diocesi calabresi per le età anteriori al secolo X, malgrado la presenza di cataloghi imperiali patriarcali, le cosiddette ‘diatiposi’: ad ogni modo, è noto che alcune di esse non sfuggirono al vandalismo distruttore delle invasioni musulmane (5). E se l’editto di Leone Isaurico scacciava dai territori dell’impero i monaci basiliani, difensori intrepidi dell’ortodossia, furono le campagne ed i vergini monti della Calabria ad accoglierne non pochi, così come le aree litoranee della Sicilia da Siracusa a Messina etc….Senonchè nel corso del IX secolo, la Sicilia cadde sotto il dominio degli Arabi, e allora i Greci di Sicilia, perseguitati dai nuovi dominatori o non disposti a sottostare al loro intollerante dominio, trovarono asilo, oltre che nel Peloponneso, in Calabria, che divenne “le refuge naturel des chretiens chassés de Sicile”, come scrisse il Batiffol (7). Dopo la caduta di Taormina (nel 902), che segnò per l’Impero bizantino la perdita totale e definitiva dell’isola, troviamo infatti che numerose famiglie di Greci cercano sede e riparo nelle vicine città di Calabria: a Reggio (…………), a Gerace (………………..), a Cosenzia (…………..) etc…Ne sono da dimenticare le colonie, che, a più riprese, gl’imperatori di Costantinopoli dedussero onde ripopolare le terre della Calabria, desolate dalle invasioni dei Saraceni. Basilio I il Macedone, ad esempio, vi trasferì in una sola volta 3000 schiavi affrancati con il danaro tratto dalla pingue eredità della vedova Danielis (9).”.

Nel 1018, Melo di Bari, Osmondo Drengot ed i primi Normanni arrivati nell’Italia Meridionale

Le principali fonti storiche sulla vita e le imprese di Osmondo sono le opere degli storici Amato di Montecassino e Guglielmo di Apulia, suoi contemporanei. Osmondo era appartenente alla famiglia Drengot Quarrell, originaria di Villaines-la-Carelle, una località vicino Alençon, nella Bassa Normandia. Aveva quattro fratelli: Rainulfo, Asclettino, Gilberto e Rodolfo. Osmondo aveva ucciso una persona vicina al duca Riccardo II di Normandia, Guglielmo Repostel, che s’era pubblicamente vantato d’aver stuprato una giovane parente di Osmondo; con l’accusa di tale assassinio, Osmondo fu bandito dal regno. Così lui e tutti i suoi fratelli si accompagnarono a una masnada di 250 guerrieri (composta da altri esiliati, militari senza terra e avventurieri simili) in un pellegrinaggio a Monte Sant’Angelo sul Gargano, al santuario dell’arcangelo-soldato Michele (1017). Alcune fonti affermano che i guerrieri normanni fecero una tappa anche a Roma per incontrare papa Benedetto VIII. Le fonti divergono sul capo della compagnia di ventura: Orderico Vitale e Guglielmo di Jumièges dicono che fosse proprio Osmondo. Per Rodolfo il Glabro era Rodolfo. Leone Ostiense, Amato di Montecassino e Ademaro di Chabannes nominano invece Gilberto Buatère: infatti la maggior parte delle cronache dell’Italia meridionale indicano in Gilberto il capo normanno nella battaglia di Canne (1º ottobre 1018). In Puglia i normanni guidati dai Drengot cominciarono ad offrire la loro protezione, dietro pagamento di un compenso, ai pellegrini diretti al santuario, in modo da metterli al riparo dalle scorrerie degli altri predoni, facendosi presto conoscere per la loro valentia nelle armi. Fu così che si unirono alle forze di Melo di Bari, il quale, dopo la fallita rivolta antibizantina del 1009-1011, cercava quel sostegno militare che scarseggiava tra i longobardi e che l’imperatore Enrico II gli aveva negato. Ma la battaglia combattuta a Canne (1º ottobre 1018) fu per gli insorti un vero disastro: le truppe furono decimate dai bizantini di Basilio Boioannes e lo stesso Osmondo, con Gilberto, caddero in battaglia . I superstiti della banda trovarono comunque rifugio ad Ariano, sull’Appennino campano, sede di un’importante contea longobarda; qui, nel giro di qualche anno, riuscirono a usurpare il potere, tanto che la contea normanna di Ariano venne formalmente riconosciuta dall’imperatore Enrico II di Franconia già nel 1022.[1] Successivamente Rainulfo Drengot sarebbe emerso come capo indiscusso delle rimanenti milizie normanne che, a loro volta, dalla Puglia dovettero ritirarsi in Campania. Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Le saghe dei Normanni, parlano di Osmondo Drengot, che offeso pubblicamente da Guglielmo Respotel e avendolo ucciso in presenza del principe Roberto, per evitarne l’ira evase dal regno coi fratelli, nipoti e nipotini e trecento amici e partigiani. Tra questi vi era UGONE TUDEXTEFEN, il suo occhio destro, che nessuno superava nel maneggio della lancia, nel pugilato, nel sedurre le fanciulle. Si racconta che che, con un colpo di lancia, abbatté dieci saraceni, con un pugno un focoso destriero. Irequieti, amanti d’avventure e valorosi come tutti gli altri Normanni, essi furono tra i primi ad emigrare nell’Italia meridionale e si lasciarono lusingare per combattere saraceni e bizantini dai principi longobardi, servendo i quali, UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.. Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 22-23 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “…..la saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: “Segue il Malaterra nel cap. 9 che essendo Guglielmo coi suoi fortificato in Melfi il Capitano dei Greci con uno esercito di 60 mila combattenti andò verso loro per discacciarli ecc…ecc…(20)”. I due studiosi a p. 22, nella nota (20) postillavano che: “(20) G.A. Summonte, op. cit., tomo I, pp. 456-457,”. I due studiosi, a p. 23 aggiungevano che: “Inutile precauzione perchè il giorno successivo, pur combattendo valorosamente, i greci furono posti in fuga e i territori di Melfi, Venosa e Lavello rimasero in mano normanna.. Infatti, con la benedizione di papa Benedetto VIII, Melo nel 1015 si recò in Germania dall’imperatore Enrico II per chiedere aiuto. L’imperatore lo accolse tra i suoi vassalli e lo nominò Duca di Puglia, tuttavia non gli fornì alcun aiuto militare. Melo allora ritornò in Italia, si procurò il rinnovato appoggio dei principi longobardi e delle città dissidenti e assoldò alcuni cavalieri mercenari normanni, guidati da Gilbert Buatère, che fecero così la loro comparsa sulla scena politica italiana.

Nel 1017, HUGONE TUDEXTIFEN e ALTRUDA, genitori di Ruggero dell’Oria

Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 22-23 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “La storia della famiglia di Ruggiero si riallaccia alla saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: “Segue il Malaterra nel cap. 9 che essendo Guglielmo coi suoi fortificato in Melfi il Capitano dei Greci con uno esercito di 60 mila combattenti andò verso loro per discacciarli ecc…ecc…(20)”. I due studiosi a p. 22, nella nota (20) postillavano che: “(20) G.A. Summonte, op. cit., tomo I, pp. 456-457,”. I due studiosi, a p. 23 aggiungevano su Ugone Tudextifen che: “Inutile precauzione perchè il giorno successivo, pur combattendo valorosamente, i greci furono posti in fuga e i territori di Melfi, Venosa e Lavello rimasero in mano normanna. Questo dunque era il carattere di Ugone, antenato del nostro ammiraglio. Buon sangue non mente! Ugone, signore e poi conte di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa e di Apice, sposò una fanciulla longobarda di nome Altruda ed ebbe come figlio il valoroso Ruggiero conte dell’Oria.. Dunque, Ugone Tudextefen venne in Italia insieme alla stirpe dei Drengot e si unì ai Bizantini di Melo di Bari per la conquista del Ducato di Puglia. Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Le saghe dei Normanni, parlano di Osmondo Drengot, che offeso pubblicamente da Guglielmo Respotel e avendolo ucciso in presenza del principe Roberto, per evitarne l’ira evase dal regno coi fratelli, nipoti e nipotini e trecento amici e partigiani. Tra questi vi era UGONE TUDEXTEFEN, il suo occhio destro, che nessuno superava nel maneggio della lancia, nel pugilato, nel sedurre le fanciulle. Si racconta che che, con un colpo di lancia, abbatté dieci saraceni, con un pugno un focoso destriero. Irrequieti, amanti d’avventure e valorosi come tutti gli altri Normanni, essi furono tra i primi ad emigrare nell’Italia meridionale e si lasciarono lusingare per combattere saraceni e bizantini dai principi longobardi, servendo i quali, UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 33-34, in proposito scriveva che: Più dettagliatamente, secondo una prassi consolidata che dal Seicento faceva risalire la genealogia familiare ai più antichi ceppi della stirpe normanna, anche l’autore (64) delle ‘Memorie’ individuava per il lignaggio dei Lauria un’origine normanna in Ugone Tudextefen (65).”. La Lamboglia a p. 33, nella sua nota (65) postillava che: (65) In proposito, si vedano invece L.-R. MÉNAGER, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italie méridionale et en Sicile (XIe-XIIe siècles), in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle prime giornate normanno- sveve, Bari, 28-29 maggio 1973, Bari, Edizioni Dedalo 1991, pp. 279-410 [ovvero ristampa della prima edizione, Roma, Il centro di ricerca, 1975 (Fonti e Studi del “Corpus membranarum italicarum”, XI), pp. 260-390, saggio, questo, ristampato anche in L.-R. MÉNAGER, Hommes et institutions de l’Italie normande, London, Variorum reprints, 1981, pp. 260-390] e successiva integrazione, ID., Additions à l’inventaire des familles normandes et franques émigrées en Italie méridionale et en Sicile, ancora in ID., Hommes et institutions, pp. 1- 17; L. MUSSET, L’aristocratie normande au XIe siècle, in La noblesse au moyen age. XIe-XVe siècles. Essais à la memoire de Robert Boutruche, réunis par Ph. CONTAMINE, Presses Universitaires de France 1976, pp. 71-96.”. La Lamboglia, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: “Costui, a sua volta, innestava il proprio sangue a quello della stirpe longobarda, i cui principi quindi lo rendevano “signor d’Oria, di Paduli, di Montefuschi, di Terrarossa e di Apice, feudi che trasmise dietro il suo decesso a Ruggiero, che in prosieguo possedè Oria col titolo di conte (66). Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), ecc….”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177.”. Dunque, da alcuni studi risulta che Ugone di Tudextefen si sposò con la longobarda principessa Altrude e, secondo Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “….divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.. I due ebbero per figlio Ruggiero (dell’Oria) che visse al tempo al tempo di Ruggero II d’Altavilla. Ruggero dell’Oria era figlio di UGONE e di sua moglie “ALTRUDA” di sangue Longobardo. Dall’unione con la bella Altruda e Ugone nacque Ruggero dell’Oria, il quale si sposò con BULFANARIA. Nel …….., la longobarda BULFANARIA DE ORIA, seconda moglie di Ruggero dell’Oria e madre di Gibel de Loria … Dunque, Ruggiero (dell’Oria), per poi arrivare al celebre ammiraglio Ruggero di Lauria.

Nel 1035, TANCREDI D’ALTAVILLA (d’HAUTEVILLE)

Da Wikipedia leggiamo che Tancredi di Hauteville (Coutances, 980-990 circa – Hauteville-la-Guichard, 1041 circa) è il primo membro del Casato degli Altavilla del quale ci sono fonti documentali che ne attestino l’esistenza. La sua famiglia, gli Altavilla, secondo una tradizione tardiva, era originaria di Hialtus Villa (forse l’odierna Hauteville-la-Guichard) fondata da Hiallt, un signore norreno attivo attorno al 920. Tancredi risiedeva alla corte del suo signore, il duca Riccardo I di Normandia, come era abitudine di quei tempi. La sua importanza storica è legata ai discendenti avuti dalle due mogli (entrambe figlie non riconosciute di Riccardo I di Normandia, secondo un mito non documentato del XVI secolo), Muriella e Fresenda. Ebbe almeno dodici figli maschi, molti dei quali divennero determinanti nelle vicende politiche del Mezzogiorno d’Italia. Nel 1010 circa sposò Muriella, da cui ebbe cinque maschi e una femmina. In particolare furono i tre figli: Guglielmo, detto “braccio di ferro” divenne conte di Puglia, morto nel 1046; Drogone, conte di Puglia morto nel 1051; Umfredo, conte di Puglia morto nel 1057. Nel 1025 Muriella morì e Tancredi sposò in seconde nozze Fresenda (sorella di Muriella), che gli diede sette maschi (forse otto) e quattro femmine. In particolare ebbero i tre figli Roberto il Guiscardo, conte, poi duca di Puglia, di Calabria e di Sicilia, morto nel 1085; Guglielmo, conte di varie terre nel Principato di Salerno, morto nel 1080; Ruggero, detto il Gran Conte, conte di Sicilia e Calabria, morto nel 1101; Fredesenda; sposò dopo il 1045, Riccardo Drengot, conte normanno d’Aversa (1049) e principe di Capua (1058), di cui in seguito vedremo le gesta. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 111 e ssg., in proposito ai Normanni scriveva che: Tennero difatti la parola ed a varie riprese molti normanni vennero in Italia. Nel 1035 una forte schiera di essi, guidata da Tancredi d’Altavilla, giunse a Salerno e si pose al servizio del principe Guaimario IV, che era succeduto a suo padre, e lo aiutarono a conquistare i Ducati di Sorrento e di Amalfi. Avendo di poi essi preso parte ad una spedizione intrapresa dall’imperatore d’Oriente nel 1038 per liberare la Sicilia dai Saraceni, contribuirono grandemente alla presa di Messina e ad una vittoria contro gli infedeli presso Siracusa. Però venuti in dissenso coi Greci, da cui si vedevano mal ricompensati dai grandi servigi loro resi, risolsero di combattere a proprio profitto. Sotto sembiante di voler fare un pellegrinaggio in Terra Santa, molti di essi, attraversato di notte lo stretto di Messina sbarcarono in Calabria muovendo quindi contro la puglia. Chiamati altri loro compagni dal paese nativo e dal contado di Aversa nel 1040 presero, profittando che erano sguarnite dai Greci, Melfi, Venosa e Lavello ed estesero il loro dominio su tutta la Puglia. Da là cominciò per quei valorosi un cammino trionfale all’acquisto di altri importanti dominii. Roberto Guiscardo figlio di Tancredi d’Altavilla si proclamò duca di Puglia e di Calabria nell’anno 1059 e ad accrescere la sua influenza chiese ed ottenne in moglie Sichelgaita figlia di Guaimario principe di Salerno.”. Nell’Italia meridionale i suoi fratelli (Guglielmo, Drogone e Umfredo) si erano distinti come abili mercenari dei signori longobardi in contrasto con l’impero di Bisanzio, ottenendo la Contea di Puglia. Umfredo aveva appena ricevuto in feudo la contea di Venosa. Da Wikipedia leggiamo che fu Guglielmo detto “braccio di ferro” il primo a partire nell’anno 1030 verso la conquista dell’Italia meridionale approfittando di alcune situazioni particolari. Infatti alcuni baroni normanni di ritorno da un pellegrinaggio in Terra santa diedero man forte a dei salernitani per difendersi dai musulmani. I normanni si fecero così notare per la loro forza e il loro valore nelle armi, tanto che i salernitani li implorarono di restare. Tornati in Normandia tali signori raccontarono che in Italia vi erano territori da conquistare e Guglielmo fu così il primo dei fratelli a partire. Si trattò di una migrazione economica, dato che Tancredi non aveva a disposizione terre e possedimenti da dividere ai figli, oltre al fatto che esisteva la legge per la quale solo il primogenito aveva diritto all’eredità. Sia Guglielmo braccio di ferro sia il fratello Drogone combatterono al servizio dei Bizantini, che tentavano invano di affermarsi nel sud Italia, lottando contro i musulmani. Nel 1042 Guglielmo s’impose come capo dei baroni normanni di Puglia. Drogone da Dreu e Umfredo (oppure Onofrio) da Onfroi, succederanno al fratello Guglielmo come Conte di Puglia rispettivamente dal 1046 al 1051 e dallo stesso anno fino al 1057. Goffredo è conosciuto per essere diventato Conte di Capitanata, un’antica provincia del nord della Puglia. Ebner, a p. 80, nella nota (9) postillava che: “(9) Guglielmo braccio di ferro, e Drogone pure giunsero in Italia tra la fine del 1037-primi del 1038; Umfredo ai primi del 1043, dopo Guglielmo; nel 1047/7 Roberto che Ottone Di Frisinga (‘de gestis Fridr., p. 353) ricorda di “humilis conditionis viro et stremissimi” e che Anna Commeno (Alex., I 50) descrive “bello dal capo ai piedi”. La medesima Anna Commeno (I 51) narra che fosse giunto in Italia con appena cinque cavalli e trenta predoni.”.

Nel 1035, il normanno UMFREDO D’AUTEVILLE, conte di Puglia successe al fratello DROGONE

Da Wikipedia leggiamo che Tancredi d’Altavilla ebbe alcuni figli dalla prima moglie Muriella, tra cui UMFREDO D’ALTAVILLA. Alcune fonti ritengono che Umfredo sia giunto in Italia meridionale insieme ai suoi fratelli intorno al 1035; ma, poiché il suo nome manca tra i cavalieri normanni che, a Melfi, nel 1042, si spartirono i primi territori conquistati, è ragionevole supporre che il suo arrivo risalga a qualche anno più tardi, probabilmente nel 1044, durante il regno del fratello maggiore Guglielmo. A quel tempo, prese possesso di Lavello e poi succedette, nel 1051, al fratello Drogone, come conte di Puglia e Calabria. Di sicuro l’evento più rilevante che lo vide protagonista fu la battaglia di Civitate (18 giugno 1053): Umfredo guidò le armate degli Altavilla (insieme al giovane fratellastro Roberto il Guiscardo) e dei Drengot (insieme a Riccardo, conte di Aversa) contro le forze unite del papato e dell’impero. L’esercito pontificio fu annientato e papa Leone IX fu catturato e imprigionato a Benevento. Alla morte del fratello Drogone, ne sposò la vedova Gaitelgrima, figlia di Guaimario III di Salerno, da cui nacque Umfreda, che andò sposa a Basileo Spadafora. Umfredo sposò Matilda, figlia di Asclettino I Drengot da cui ebbe due figli: Abelardo, nato dopo il 1044 e morto in Illiria nel 1081 ed Ermanno, nato dopo il 1045 e morto a Bisanzio nel 1097. Umfredo morì a Venosa nel 1057 e la sua eredità passò al fratellastro ed eroe di Civitate, Roberto il Guiscardo, al quale attribuì anche la tutela dei suoi figli minorenni, Abelardo ed Ermanno. Il Guiscardo, però, ne confiscò l’eredità: nel giro di due anni, avrebbe elevato il suo rango comitale allo status ducale. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 80, in proposito scriveva che: “…è evidente che il possesso di quel castello costituiva per Umfredo solo il primo atto  di un nuovo e più vasto disegno politico. L’improvvisa scomparsa di Guaimario V, ecc…., sprezzando il mirabile equilibrio politico raggiunto e mantenuto dal principe anche per la forte sua personalità, aveva creato per i capi normanni problemi nuovi che richiedevano decisioni ferme e tempestive (6)……Dopo l’assassinio di Montellaro ….di quel che fu Drogone”, (9), secondo conte di Puglia, Guaimario V, alto signore di Puglia e Calabria, si recò (a. 1051) a Melfi (10) per il riconoscimento ecc…”. Ebner, a p. 80, nella nota (6) postillava che: “(6) L’offerta normanna di far legittimare da un principe i domini conquistati in Puglia, venne accolta da Guaimario V, il quale, con l’alta sovranità sulla nuova contea di Puglia, ingrandì (a. 1043) ancor più i propri domini (Salerno, Capua, Gaeta). La morte di Guaimario annullò quei diritti per cui i Normanni non ebbero altra alternativa che diventare sovrani assoluti della Puglia dopo essersi uniti per resistere agli immancabili avversari. E’ noto che solo dopo la vittoria di Civitate (18 giugno 1053) cominciassero decisamente a imporsi. V. Alfano, ‘ad Guidonem: “Huius in imperio….”; Amato cit., XLVI sgg. e p. 54, no I; v. pure Schipa, Storia, p. 215.”. Ebner, a p. 80, nella nota (9) postillava che: “(9) Guglielmo braccio di ferro, e Drogone pure giunsero in Italia tra la fine del 1037-primi del 1038; Umfredo ai primi del 1043, dopo Guglielmo; nel 1047/7 Roberto che Ottone Di Frisinga (‘de gestis Fridr., p. 353) ricorda di “humilis conditionis viro et stremissimi” e che Anna Commeno (Alex., I 50) descrive “bello dal capo ai piedi”. La medesima Anna Commeno (I 51) narra che fosse giunto in Italia con appena cinque cavalli e trenta predoni.”. Ebner, a p. 80, nella nota (10) postillava che: “(10) “Melpe, pour ce que estoit la principale cité fu commune à touz”, scrive Amato (II, 31) nel dire della divisione delle terre di Puglia da parte dei dodici pari normanni.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 80 riferendosi proprio ad Umfredo, in proposito scriveva che: ma realizzabile per guerrieri nati come i Normanni (7), e con un capo così accorto e deciso come Umfredo, le cui singolari attitudini si erano egregiamente manifestate durante l’anarchia creatasi in Puglia dopo la morte di Drogone.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: “Nell’impossibilità d’impadronirsi rapidamente con la forza dell’anzidetto territorio, per al valida resistenza capeggiata da Guido, i Normanni cercarono di toccare le mete prefisse mediante parentele e clientele, utilizzando i legami che univano il conte di Puglia alla Casa principesca salernitana. Infatti, Umfredo avendo sposato la figliuola di Guaimario era diventato affine di Gisulfo e dei figliuoli del conte di Capaccio. Fu facile pertanto ottenere da costoro il consenso alle nozze di una loro sorella con il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus” e cioè Guglielmo de Magnia che sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola di quel console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptoferrata”. Si spiega meglio così la presenza di Roberto, figliuolo di Gregorio di Capaccio e nipote di Berta, a Trentinara, il cui castello domina parte della pianura pestana e specialmente la vitale via che per Magliano e Monteforte porta da Novi a Eboli.”. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 29-30 e ssg. riferendosi alla successione di Drogone dopo il suo assassinio, in proposito scriveva che: A lui, dopo un periodo di torbidi e di anarchia, succede Umfredo il quale, per vendicare la morte del fratello, prende l’improvvida decisione di punire tutti coloro che avevano congiurato contro i normanni, mutilando alcuni, passandone altri per le armi, impiccandone molti (54)…”. Il Credidio, a p. 30, nelle note (54) postillava che: “(54) Sembra che la crudeltà non sia stata una prerogativa dei normanni. L’imperatore d’Oriente, Diogene, per volere dei figliastri, viene fatto prigioniero ed accecato ed in seguito a ciò si fa monaco, come afferma Guglielmo di Puglia nel libro III delle Gesta.”. Piero Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (6) potillava che: “(6) Non si confonda questo Guglielmo con l’omonimo fratello, Guglielmo braccio di Ferro, 1° conte di Puglia (1043-1046), Umfredo (1051-1057) e Roberto il Guiscardo. Costui divenne poi, nel 1059, il 1° duca normanno di Puglia.”.

Nel 1046, DROGONE succede al fratello Guglielmo detto braccio di Ferro

Da Wikipedia leggiamo che durante il suo regno, Guglielmo e Guaimario diedero inizio insieme alla conquista della Calabria ed eressero il castello di Scribla, non di Squillace come riportato in vari testi sulla storia dei Normanni nel sud Italia. I suoi titoli tuttavia non vennero mai confermati dall’Imperatore del Sacro Romano Impero. Guglielmo morì nel 1046, e fu successivamente sepolto nell’Abbazia della Santissima Trinità di Venosa insieme agli altri fratelli, in un’unica arca sepolcrale. Il suo successore, il fratello Drogone, sarebbe stato giuridicamente riconosciuto come Conte dei Normanni di Puglia e Calabria (la formula fu Comes Normannorum totius Apuliae e Calabriae), titolo che si attribuisce spesso anche a Guglielmo. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a p. 29 e ssg., in proposito scriveva che: “Il Mezzogiorno in questo periodo è caratterizzato da una grande instabilità politica: Drogone, succeduto a Guglielmo Braccio di Ferro, che fino ad allora aveva governato con saggezza e senso di giustizia, viene assassinato a seguito di una congiura che avrebbe dovuto estromettere i normanni dalle Signorie occupate con la violenza.”.

Nel 1047, Riccardo I d’Aversa o Riccardo Drengot, figlio di Asclettino I ed il cavaliere Sarulo di Genzano

Francois Lenormant (….), nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie” (si veda edizione e traduzione a cura di Giovanni Battista Bronzini, “Francois Lenormant – Tra le genti di Lucania – appunti di Viaggio”, nel cap. VI, a pp. 91-92 parlando di Genzano, in proposito scriveva che: “Nel 1047 era tenuto da un cavaliere di nome Sarulo, compagno d’armi ed amico di Asclettino, conte di Aversa. Quando seppe che il fratello di costui, il giovane Riccardo, venuto dalla Normandia, era stato cacciato da Aversa da suo cugino Raoul Trincanotte (che si era impadronito della contea alla morte di Ascletino) e che aveva dovuto per questo cercare ospitalità a Melfi presso il conte Umfredo, Sarulo andò a trovarlo, gli chiese amicizia e lo pregò di andare a stabilirsi con lui a Genzano. Qui radunò i suoi compagni d’armi, li presentò a Riccardo e li invitò ad obbedire a questo giovane signore come al vero padrone e legittimo erede della contea di Aversa. I soldati gli giurarono fedeltà mentre Sarulo, per discrezione, voleva lasciare Genzano, perchè fosse meglio riconosciuta l’autorità di Riccardo, il quale, tuttavia, lo pregò di rimanere, e i due vissero in buona armonia. L’unione delle loro forze fece di Genzano un paese potente per qualche tempo. Sedevano a tavola fino a cento uomini d’armi e Riccardo utilizzò queste forze per far guerra a diversi signori, e soprattutto al cugino Raoul Trincanotte, al quale non perdonava d’averlo privato del bel feudo di suo fratello. Raoul, per vincere la sua ostilità, gli restituì quanto Asclettino aveva lasciato alla sua morte e inoltre gli fece sposare sua sorella Fredesinde. Grazie a queste concessioni, Riccardo se ne stette tranquillo, finchè alla morte di Raoul diventò signore di Aversa.”. Il Lenormant si riferisce a Riccardo I d’Aversa. Da Wikipedia leggiamo che Riccardo Drengot (1024 circa – Capua, 5 aprile 1078) è stato un cavaliere medievale normanno. Fu quinto Conte di Aversa (1049-1078), primo principe normanno di Capua (1058-1078) e Duca di Gaeta (1063). Era figlio di Asclettino I, conte di Acerenza, ma era cresciuto in Normandia; giunse in Italia verso il 1045 con quaranta cavalieri normanni. Sposò Fredesenda d’Altavilla (1), figlia di Tancredi d’Altavilla e sorella di Roberto il Guiscardo, dalla quale ebbe cinque figli. Il fratello maggiore di Riccardo, Asclettino II Drengot, conte di Aversa, morì senza figli nel 1045. La Contea venne assegnata da Guaimario IV, principe di Salerno, a Rodolfo Cappello, scatenando così una contesa con gli altri membri della famiglia: Riccardo combatté a fianco di Rainulfo II Trincanotte contro Rodolfo Cappello, ma fu sconfitto e imprigionato (1046); in seguito venne liberato e riuscì a divenire il tutore del conte Ermanno (1049), figlio del Trincanotte e suo nipote, che però scomparve presto di scena; Riccardo gli poté così succedere. Da Wikipedia leggiamo che Aversa fu fondata ufficialmente nel 1029 da Rainulfo Drengot, che ne divenne primo conte, su investitura prima di Sergio IV, duca di Napoli e poi dell’imperatore Corrado II. Dodici furono i conti normanni che ressero le sorti della città di Aversa, che da piccolo borgo, grazie alla politica di asilo iniziata da Rainulfo, divenne una piccola capitale, da dove partirono le conquiste normanne dell’Italia Meridionale. Il più importante dei conti fu senza dubbio Riccardo Drengot, l’unico che seppe tener testa a Roberto il Guiscardo. E fu proprio il conte aversano a condurre, nella battaglia contro le truppe pontificie a Civitella del Fortore i normanni alla vittoria, imprigionando lo stesso papa Leone IX. L’astuto Riccardo I però non trattò il pontefice da prigioniero, ma lo scortò a Roma con tutti gli onori. Questo gesto gli valse la conciliazione con la Chiesa, la cancellazione della scomunica, e l’investitura di Aversa a Diocesi. Nel 1058 Riccardo conquistò il Principato di Capua e quindi, da quel momento il titolo di Conte d’Aversa fu ricompreso tra quelli spettanti ai Principi di Capua. 1049-1078: Riccardo I di Aversa fu anche Principe di Capua (1058-1078) e Duca di Gaeta (1063). 1045-1045: Asclettino d’Aversa, detto il Conte giovane. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 22 e ssg., in proposito scriveva che: “Drogone, alla morte del fratello Guglielmo Braccio di Ferro, assume il dominio della Puglia ecc…”. Da Wikipedia leggiamo che Asclettino II Drengot o Asclettino d’Aversa (… – 1046) è stato un cavaliere medievale normanno, figlio di Asclettino I conte di Acerenza e nipote di Rainulfo Drengot, a cui succedette nel titolo di conte d’Aversa e duca di Gaeta. Asclettino II succedette nel 1045 allo zio Rainulfo nel titolo di conte d’Aversa e duca di Gaeta, investito della contea dal suo signore, Guaimario IV principe di Salerno. Ma i nobili di Gaeta elessero loro duca il longobardo Atenolfo, conte d’Aquino. Guaimario, signore sia di Gaeta che di Aversa e di cui Rainulfo era stato vassallo, intervenne per conto di Asclettino II, attaccando Atenolfo che sconfisse e prese prigioniero: successivamente Guaimario liberò Atenolfo e lo confermò duca di Gaeta in cambio della liberazione di Richerio, abate di Montecassino, catturato da Landone che nel frattempo, insieme a Pandolfo il lupo degli Abruzzi, aveva attaccato le terre dell’Abbazia di Montecassino. Asclettino II governò dunque solo pochi mesi e morì prematuramente durante questi eventi del 1046. Gli successe il cugino Rainulfo Trincanotte. Successivamente suo fratello minore, Riccardo ereditò il titolo e portò alla famiglia anche il Principato di Capua. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a pp. 83-84, in proposito scriveva che: “Con l’accrescersi della potenza normanna e mentre giungevano in Francia notizie di ripetuti trionfi, il flusso dell’immigrazione era in continuo aumento; in un certo periodo, nell’anno 1046, poco più di tre anni dopo gli accordi di Melfi, apparvero nell’Italia meridionale, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, due giovani. Tutti e due, in modo diverso, avrebbero raggiunto una posizione eminente; ciascuno doveva fondare una dinastia; e uno era destinato a scuotere le fondamenta stesse della cristianità, a tenere in pugno uno dei papi più potenti della storia e a far tremare il trono dell’Impero d’Occidente come quello d’Oriente, al suono del suo nome. Questi erano Riccardo figlio di Asclettino, che in seguito divenne principe di Capua e Roberto di Altavilla che di lì a poco veniva soprannominato il Guiscardo, ossia l’Astuto (2). Ambedue questi giovani partirono avvantaggiati rispetto agli altri immigrati. Riccardo era nipote di Rainulfo di Aversa. Suo padre Asclettino, fratello minore di Rainulfo, era stato uno dei più brillanti luogotenenti di Rainulfo e alla morte di questi, avvenuta nel 1045, aveva regnato per un brevissimo periodo ad Aversa quando dopo pochi mesi morì anche lui. Riccardo era cresciuto in Normandia, ma quando giunse nella penisola con l’imponente seguito di quaranta cavalieri era fiducioso che il futuro gli avrebbe riservato fama e gloria. Le sue speranze non andarono deluse. Amato, forse non del tutto dimentico delle generose donazioni fatte in seguito da Riccardo al suo monastero, ce ne ha lasciata una garbata descrizione: “A quest’epoca giunse Riccardo figlio di Aslettino, bello di forme e di nobile statura, giovane, dal volto fresco e di bellezza radiosa, cosicché quanti lo volevano lo amavano; aveva a suo seguito molti cavalieri e popolo….(3)”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a p. 94, in proposito scriveva che: “Mentre Roberto era obbligato a far affidamento sul suo coraggio e sul suo impegno per vivere, Riccardo stava rapidamente realizzando le sue mire più ambiziose. La sua accoglienza iniziale ad Aversa era stata ancora più fredda, se possibile, di quella riservata a Roberto a Melfi; Rainulfo II nell’arrivo del fratello del suo predecessore vide una minaccia e pensava solo a liberarsene al più presto. Riccardo, intuendo la situazione, se ne partì cavalcando verso est su per le montagne e, dopo un breve periodo trascorso al servizio di Umfredo di Altavilla, si unì ad un altro barone randagio, Sarulo di Genzano. Con l’aiuto di Sarulo e adottando metodi che erano in pari tempo predatorii e privi di scrupolo, presto divenne tanto potente da poter sfidare Rainufo, il quale fu costretto a liberarsene concedendogli le terre appartenute a suo fratello Asclettino. Poi venne alle prese con Drogone, ma questa volta fu meno fortunato, perchè Drogone, catturatolo, lo gettò in prigione. La carriera di Riccardo fu così alla mercé di di Drogone; si salvò solo dopo la morte di Rainulfo, avvenuta nel 1048, il cui figlio Ermanno, un bimbo di pochi mesi, aveva bisogno di un reggente che governasse in suo nome. Il primo ad essere scelto per questo incarico fu un certo barone dal nome alquanto imbarazzante di Bellebouche, che però si dimostrò inadatto al compito e la scelta cadde allora su Riccardo. Riccardo stava ancora languendo nella prigione di Drogone, ma l’intervento di Guaimaro gli ottenne la libertà. Secondo Amato, Guaimaro allora lo rivestì di seta e lo condusse ad Aversa dove, per festosa volontà di popolo, fu acclamato conte. All’inizio sembra che Riccardo abbia governato a nome di Ermanno, ma dopo un anno o due, del bimbo non si sentì più parlare. Si direbbe che, per tacito accordo, tutti i cronisti abbiano tirato un velo discreto su quanto accadde al fanciullo.”. Su Riccardo di Aversa, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 34 parlando di Gisulfo II dopo la sua liberazione e salita al trono del Principato longobardo di Salerno, in proposito scriveva che: “e così instabile che non gli riuscì di conservare quel ducato di Amalfi (un solo anno, il 1088) che gli intrighi della sorella Sighelgaita, dopo la morte del marito Roberto, erano riusciti ad assicurargli. Non meraviglia, perciò, che tracheggiasse sia nel consegnare l’oro promesso a Riccardo di Aversa che la dote della virile sorella, specialmente i beni promessi a Umfredo e Guglielmo (93).”.

Nel 1047, ROBERTO D’AUTEVILLE detto il GUISCARDO arrivò nell’Italia Meridionale

Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo (in latino: Robertus Guiscardus o Viscardus; Hauteville-la-Guichard, 1015 circa – Cefalonia, 17 luglio 1085), è stato un condottiero normanno. Sesto figlio di Tancredi (conte di Hauteville-la-Guichard) e primo della sua seconda moglie Fresenda (o Fressenda, figlia di Riccardo I di Normandia, detto Riccardo Senza Paura), divenne Conte di Puglia e Calabria alla morte del fratello Umfredo (1057). In seguito, nel 1059, fu investito da papa Niccolò II del titolo di Duca di Puglia e Calabria e Signore di Sicilia. Roberto il Guiscardo giunse nel 1047 nell’Italia meridionale, dove già i suoi fratellastri (Guglielmo, Drogone e Umfredo) si erano distinti come abili mercenari dei signori longobardi in contrasto con l’impero di Bisanzio, ottenendo la Contea di Puglia. Secondo la storica bizantina Anna Comnena, egli aveva lasciato la Normandia con un seguito di appena cinque cavalieri e trenta fanti avventurieri e, all’arrivo nell’antica Langobardia, si mise a capo di una compagnia errante di predoni. All’arrivo di Roberto le terre in Puglia scarseggiavano ed egli non poté aspettarsi grandi concessioni da parte di Drogone, il fratellastro allora regnante. D’altra parte lo stesso Umfredo aveva appena ricevuto in feudo la contea di Venosa. E così nel 1048 decise di unirsi al principe longobardo Pandolfo IV di Capua nelle sue incessanti guerre contro il principe Guaimario di Salerno, ma l’alleanza durò appena un anno: stando alle cronache di Amato di Montecassino, Pandolfo venne meno alla promessa di concedere a Roberto un castello e una figlia in sposa, al che il Normanno rispose rompendo gli accordi e abbandonando il sodalizio. Roberto fece nuovamente richiesta di un feudo al fratellastro Drogone, il quale stavolta gli concesse il comando della fortezza longobarda di Scribla (eretta nel 1044 dal Principe longobardo Guimario V), al centro della Piana di Sibari e punto strategico delle vie di transito tra Calabria, Campania e Puglia, a nord est di Cosenza. Roberto su questo avamposto fece costruire il primo castello in Calabria, durante le prime campagne militari progettate proprio da Scribla conquista quella zona e qualche tempo dopo Cariati. Da Scribla poteva controllare il tracciato dell’antica via Popilia, quindi era un punto strategico importante anche se la zona era paludosa e malsana. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a p. 83, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Il soprannome sembra sia stato dato per primo dal nipote della moglie, Gherardo di Buonalbergo. La parola, in latino spesso ‘Viscardus’, ed in francese arcaico ‘Viscart’, proviene dalla stessa radice del vocabolo tedesco ‘Wissen’ e dei vocaboli inglesi ‘Wise’ e ‘Wisdom’; Gibbon lo ricollega più strettamente con il vocabolo ‘Wiseacre’.”.

Nel 1048, Roberto il Guiscardo a S. Marco Argentano

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 192-200, scriveva in proposito che: “Guiscardo, già stabile a S. Marco Argentano (287). A Roberto, i cui feroci assalti avvenivano da S. Marco Argentano, si aggiunse, dopo il 1057, Ruggero, dal castello di Scalea, e la costa divenne normanna. Nel 1058, come scrivono Amato e Malaterra (288), il Guiscardo sposò Sichelgaita, così che Cetraro divenne appannaggio, per morgengab, dell’ex principessa salernitana. Morto il Guiscardo, il 17 luglio 1085, Sichelgaita fece donazione, pro anima, di Cetraro alla badia di Montecassino (289).”. Il Campagna, a p. 192, nella nota (287) postillava che: “(287) Roberto il Guiscardo restò a S. Marco Argentano dal 1048 al 1057, J.J. Norwich, I Normanni nel Sud (1016-1130), Torino, 1974, pag. 92 e sgg.”. Il Campagna, a p. 192, nella nota (288) postillava che: “(289) E. Gattola, Accessiones ad Historiam Abbatiae Cassinensis, Venetia, 1734; E. Conti, S. Marco Argentano, Cosenza, 1976, pag. 42; L. Jozzi, Cetraro – notizie storiche, Cosenza, 1973.”. Da Wikipedia leggiamo che verso l’anno 1048, Roberto conquistò alcune delle roccaforti strategicamente più rilevanti per il controllo della Calabria Citeriore, tra queste vi era Malvito, già città fortificata di cui non sono ben chiare le origini, il Guiscardo la conquista intorno al 1049 o al 1050 (vi è la legenda del finto morto a tal proposito, ma questa diceria non è confermata da nessuna fonte), da qui poteva controllare tutta l’alta valle del Crati, successivamente prende accordi, dopo averlo rapito e aver chiesto un congruo riscatto, con Pietro di Tiro, si accaparra quindi un’alleanza con la vicina Bisignano, conquista Tarsia, sempre vicino all’antico tracciato della via Popilia e in fine, per assicurarsi delle piazzeforti conquista San Marco Argentano (in omaggio al quale, più tardi, battezzò la fortezza di San Marco d’Alunzio, il primo castello normanno in Sicilia, sito presso l’antica Aluntium) e vi edifica una fortificazione. L’opera del normanno Guiscardo, si inserisce anche in un contesto in cui parte dei nostri territori, soprattutto nella diffusione dei cenobi e dei Monasteri italo-greci o basiliani, risentivano dell’influenza della regola bizantina e della nascente regola monastica benedettina. In Calabria, l’invasione dei Longobardi ne spezzò l’unità, strappandole il Cosentino, annesso al ducato di Benevento e poi al principato di Salerno (847). La riunificazione sotto i Bizantini (con l’erezione a tema: inizio X sec.) aprì una fase di radicale ellenizzazione, appoggiata dalla diffusione del monachesimo basiliano; ma per l’inerzia e il fiscalismo del governo decadde l’agricoltura, rinacque il latifondo, sparì quasi ogni energia locale. Il Guiscardo, dunque, dopo aver distrutto, forse per la seconda volta la città di Policastro, pensò bene di tradurre molti dei superstiti e trasferirli in alcuni paesi della Calabria a lui già soggetti da tempo. Già nel gennaio del 1061 la stessa Melfi fu cinta d’assedio. L’imponenza della sua macchina bellica mise in fuga i bizantini e già nel maggio di quell’anno la regione fu sottomessa. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 22 e ssg., in proposito scriveva che: “Drogone, alla morte del fratello Guglielmo Braccio di Ferro, assume il dominio della Puglia ed è consapevole che, se si vuole occupare la Calabria, fisicamente divisa in due parti dalla catena degli Appennini che l’attraversano da nord a sud, è necessario presidiare i luoghi di passaggio obbligati, posti lungo le vie di transito ed in prossimità delle vie istmiche. Poiché questa regione era poco fertile e abbastanza insalubre, si dovettero attribuire le nuove conquiste ai cavalieri normanni più poveri e più bisognosi (34). Per questo motivo Drogone concede al fratellastro Roberto un castello in val di Crati di nome Scribla (35) per domare i Cosentini e tutti coloro che in Calabria erano ancora ribelli (36). I normanni, in numero esiguo, hanno ben poco di cui cibarsi e vivono come i figli di Israele nel deserto, costretti a bere solo acqua (37). Il saccheggio delle campagne è il solo modo che hanno di procurarsi di che nutrirsi. Pertanto Roberto deve recarsi dal fratello per chiedergli aiuto. A seguito del suo diniego (38), fa ritorno in Calabria dove è costretto nuovamente a perpetrare scorrerie e razzie. Per l’insalubrità del posto e l’incostanza del clima su cui sorge il castello di Scribla, però, la guarnigione comincia ad ammalarsi, probabilmente di malaria, ed il Guiscardo decide allora di trasferirsi in un posto non molto distante, San Marco Argentano (40), dove intorno al 1040 Drogone aveva già presumibilmente rinforzato una torre di guardia (pyrgos), di origine romana o bizantina (41), che egli provvede a fortificare ulteriormente. Recatosi in Puglia dal fratello, gli chiede il permesso di sposare Alberada, la zia di Gherardo di Buonalbergo, che gli porterebbe in dote duecento cavalieri, ma Drogone, geloso dei successi del fratello e temendo che possa diventare troppo potente e difficile da controllare, oppone un netto rifiuto. Soltanto a seguito dell’intervento di numerosi cavalieri normanni finalmente acconsente ed il Guiscardo sposa Alberada, che a quell’epoca doveva essere una bambina. 42 L’alleanza con Gherardo segna l’inizio della sua fortuna: accresciuta la potenza delle sue truppe, ritorna in Calabria dove occupa ville, castelli e territori (43) Al loro arrivo, i normanni trovano a San Marco un insediamento rurale raggruppatosi intorno alla torre. Scarse, per non dire inesistenti, le notizie degli insediamenti abitativi nella città di San Marco nell’Alto Medio Evo (46). Quando il Guiscardo occupa la torre, perciò, dell’antica e gloriosa città di San Marco non restano che poche case, sparse su tutto il territorio ed alcune arroccate, come detto, intorno ad essa. Egli trova un’altura pronunciata (48), probabilmente il nucleo dell’attuale torre, e provvede a fortificarla con una recinzione di legname, secondo l’usanza dei normanni. San Marco diventa un vero asilo di briganti (49). Dopo ogni impresa con i suoi sclavi (50) Roberto si rifugia nella torre per mettersi al sicuro dalle azioni di ritorsione degli abitanti dei borghi e dei paesi vicini saccheggiati. Un paese vicino, Bisignano, è governato da un ricchissimo cittadino, Pietro di Tira, che spesso si incontra con lui per dirimere le tante controversie che insorgono tra i loro uomini. Il Guiscardo, che cerca il modo di ottenere il dominio su Bisignano e progetta sottilmente di impadronirsi delle ricchezze del governatore, organizza furbescamente con lui un incontro in aperta campagna, al cospetto dei rispettivi schieramenti di armati. Improvvisamente, afferra Pietro e lo trascina verso i suoi soldati facendolo prigioniero. Dopo lunghe trattative, gli restituisce la libertà dietro l’esborso di una cospicua somma di denaro. Pietro di Tira è costretto a sborsare ventimila soldi d’oro che saranno utilizzati per costruire il palazzo-fortezza, oggi episcopio, di San Marco. Il Mezzogiorno in questo periodo è caratterizzato da una grande instabilità politica: Drogone, succeduto a Guglielmo Braccio di Ferro, che fino ad allora aveva governato con saggezza e senso di giustizia, viene assassinato a seguito di una congiura che avrebbe dovuto estromettere i normanni dalle Signorie occupate con la violenza. A lui, dopo un periodo di torbidi e di anarchia, succede Umfredo il quale, per vendicare la morte del fratello, prende l’improvvida decisione di punire tutti coloro che avevano congiurato contro i suoi soldati facendolo prigioniero. Dopo lunghe trattative, gli restituisce la libertà dietro l’esborso di una cospicua somma di denaro. Pietro di Tira è costretto a sborsare ventimila soldi d’oro che saranno utilizzati per costruire il palazzo-fortezza, oggi episcopio, di San Marco. Il Mezzogiorno in questo periodo è caratterizzato da una grande instabilità politica: Drogone, succeduto a Guglielmo Braccio di Ferro, che fino ad allora aveva governato con saggezza e senso di giustizia, viene assassinato a seguito di una congiura che avrebbe dovuto estromettere i normanni dalle Signorie occupate con la violenza. A lui, dopo un periodo di torbidi e di anarchia, succede Umfredo il quale, per vendicare la morte del fratello, prende l’improvvida decisione di punire tutti coloro che avevano congiurato contro i normanni, mutilando alcuni, passandone altri per le armi, impiccandone molti (54)…”. Il Credidio, a p. 27, nelle note (50) postillava che: “(50) Gli sclavi erano immigrati slavi, prevalentemente della Dalmazia, che comparvero in qualità di mercenari dell’esercito bizantino; di alcuni gruppi sono attestati insediamenti in Sicilia, in Calabria e specialmente sulla costa settentrionale del Gargano.”.

Nel 1051, Roberto il Guiscardo sposò ALBERADA DI BUONALBERGO

John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a p. 83, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Il soprannome sembra sia stato dato per primo dal nipote della moglie, Gherardo di Buonalbergo. La parola, in latino spesso ‘Viscardus’, ed in francese arcaico ‘Viscart’, proviene dalla stessa radice del vocabolo tedesco ‘Wissen’ e dei vocaboli inglesi ‘Wise’ e ‘Wisdom’; Gibbon lo ricollega più strettamente con il vocabolo ‘Wiseacre’.”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a p. 94 riferendosi al periodo in cui Roberto il Guiscardo si installò a San Marco Argentano, in proposito scriveva che: “…..è certo che Roberto contrasse le prime nozze proprio in questo periodo. La sposa era una certa Alberada, che sembra sia stata la zia di un potente barone della Puglia, Gherardo di Buonalbergo – a quell’epoca Alberada doveva essere poco più che una bambina, perchè la ritroviamo ancora viva settant’anni più tardi, dopo essersi risposata per ben due volte; infatti, nel 1122 fece, una grossa donazione al monastero benedettino di La Cava, vicino a Salerno. Non si sa con esattezza quanti anni avesse quando morì; ma nella chiesa, molto restaurata, dell’Abbazia della SS. Trinità a Venosa si può ancora vedere la sua tomba.”. Dunque, secondo il Norwich, Alberada di Buonalbergo, sposata in prime nozze con Roberto il Guiscardo, era la zia di Gherardo di Buonalbergo, un “potente Barone della Puglia”. Dunque, il personaggio citato nella pergamena del 1097 potrebbe essere un parente di Roberto il Guiscardo e di suo figlio Ruggero Borsa. Gherardo di Buonalbergo era un potente barone di Puglia ed era nipote della prima moglie di Roberto il Guiscardo, Alberada di Buonalbergo. Sempre il Norwich, sulla scorta del chronicon (del racconto) di Guglielmo di Puglia cita Gherardo di Buonalbergo come uno dei maggiori luogotenenti di Roberto il Guiscardo. Egli pare si distinse nelle file del Guiscardo nella battaglia di Civitate. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a pp. 111-112, in proposito scriveva che: “E qui lasciamo di nuovo la parola a Guglielmo di Puglia, cercando di cogliere la limpidezza ed il vigore racchiusi nei suoi sciolti versi latini: “Allora Roberto, vedendo il fratello preso nella morsa di una lotta furiosa, Assalito da un nemico che mai si sarebbe piegato alla resa, Fece avanzare le truppe dell’alleato, Gherardo, signore di Buonalbergo, ecc…”Da Wikipedia leggiamo che Alberada di Buonalbergo (Buonalbergo, 1033 circa – luglio 1122) fu la prima moglie di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e Calabria dal 1059 al 1085. Anch’ella di stirpe normanna, sposò il Guiscardo tra il 1051 e il 1052, quando questi era ancora un piccolo nobile dedito a ruberie e atti di brigantaggio. Era la zia, la sorella del padre, di Gerardo di Buonalbergo, che all’epoca offrì il proprio sostegno all’ascesa di Roberto facendogli dono di duecento cavalieri, che Alberada gli portò in dote al momento del matrimonio. Dall’unione nacquero due figli:

  • Emma, madre di Tancredi principe di Galilea, sposa di Oddone Bonmarchis (della famiglia dei signori del Monferrato)
  • Boemondo, primo principe di Taranto e di Antiochia

Intorno al 1058, quando papa Niccolò II riformò in senso ancora più rigido e restrittivo le esistenti leggi canoniche sui matrimoni fra consanguinei, il Guiscardo ne approfittò per chiedere l’annullamento delle nozze con Alberada. Ottenuto lo scioglimento del vincolo matrimoniale, Roberto poté sposare la principessa longobarda Sichelgaita di Salerno, sorella del principe Gisulfo II, ricavandone maggiori profitti. Ma la separazione fu tutto sommato amichevole. Secondo alcune fonti, ella contrasse presto un nuovo matrimonio, e forse un terzo in età più avanzata. Alberada visse molto a lungo, costretta a sopportare anche la morte del figlio Boemondo nel marzo del 1111. Morì probabilmente nel luglio del 1122 all’età di circa 90 anni e fu sepolta nell’Abbazia della Santissima Trinità a Venosa, accanto al mausoleo della Casa d’Altavilla. La sua tomba è l’unica ad essere giunta intatta fino ai giorni nostri, e reca una scritta latina in cui si indica la sepoltura del figlio Boemondo: Quest’arca contiene Alberada, moglie del Guiscardo./ Se chiedi del figlio, quello (lo) tiene il Canosino.

Nel 18 giugno 1053, i Normanni e la battaglia di Civitate

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Un complesso intrigo di avvenimenti contribuiva, così, a sfaldare il dominio longobardo in Campania: l’assassinio di Guaimario e di Pandolfo, conte di Capaccio, il 2 giugno 1052; la vittoria normanna di Civitate, 18 giugno dell’anno successivo; il matrimonio di Umfredo con la figlia di Guaimario; il matrimonio di Guglielmo de Magnia con Beta, secondogenita di Pandolfo di Capaccio; Ecc..”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a pp. 111-112, in proposito scriveva che: “E qui lasciamo di nuovo la parola a Guglielmo di Puglia, cercando di cogliere la limpidezza ed il vigore racchiusi nei suoi sciolti versi latini: “Allora Roberto, vedendo il fratello preso nella morsa di una lotta furiosa, Assalito da un nemico che mai si sarebbe piegato alla resa, Fece avanzare le truppe dell’alleato, Gherardo, signore di Buonalbergo, ecc…”. Forte del successo ottenuto sul campo di battaglia di Civitate, Roberto reclamò per sé la successione.  Dopo i primi anni di opaca presenza nel sud Italia, Roberto il Guiscardo mise di colpo in luce il proprio carattere, così diverso da quello dei suoi familiari e degli altri potenti della regione. I Longobardi, in un primo tempo vicini ai Normanni, si rivoltarono contro i loro vecchi alleati e si attirarono il favore del papa Leone IX, deciso ad espellere dalla penisola questo popolo di predoni. Lo scontro fra le armate longobardo-pontificie e le truppe normanne si consumò il 18 giugno 1053 a nord della Capitanata, dove l’esercito papalino fu duramente sconfitto nella Battaglia di Civitate. Vi presero parte Umfredo d’Altavilla e il conte Riccardo I di Aversa dei Drengot, che mise subito in fuga i soldati longobardi. A Roberto fu assegnato il comando delle truppe di riserva, che restarono ai margini della battaglia fino a che non fu evidente l’inefficacia degli attacchi sferrati dalle schiere di Umfredo: il Guiscardo si lanciò, allora, nella mischia insieme ad altri rinforzi guidati dal suocero e si distinse per il particolare valore della propria offensiva. Secondo lo storico del tempo Guglielmo di Puglia, il Normanno imperversò nella battaglia senza mai perdersi d’animo, anche se disarcionato, e poi rimontato in sella, per ben tre volte. L’esito dello scontro fu per lui un vero successo.

Nel 1053, TORGISIO NORMANNO o di ROTA, in seguito di SANSEVERINO, conte di Rota e signore di S. Severino di Camerota (oggi di Centola)

Da Wikipedia leggiamo che la casata dei Sanseverino ebbe origine dal cavaliere normanno Turgisio, discendente dai duchi di Normandia. Turgisio di Sanseverino, conosciuto anche come Trogisio o Troisio (Normandia, … – Italia, 1081), è stato un cavaliere medievale normanno, discendente dalla stirpe reale dei duchi di Normandia. Le prime notizie su Turgisio risalgono al 1045 circa, quando giunse in Italia come cavaliere con il fratello Angerio, capostipite dei Filangieri. Per il suo valore in battaglia, nel 1061 fu investito da Roberto il Guiscardo della contea di Rota, un centro popoloso già appartenuto alla famiglia dei Principi longobardi di Salerno. Turgisio usurpò altre terre e casali al principe longobardo Gisulfo ed a chiese ed abbazie. Nel settembre 1067, al Concilio di Melfi, per intervento del vescovo di Salerno, Alfano, venne scomunicato dal Papa Alessandro II, col quale poi si riconciliò dopo un incontro a Capua. Turgisio nel 1077 fu confermato conte di Rota e investito dei nuovi possedimenti nella valle di Mercato San Severino, dove stabilì la sua dimora per cui tutti i suoi successori, dal nome del castello, assunsero il cognome dinastico de Sancto Severino. Nel 1081 Turgisio morì e gli succedette nel feudo di Sanseverino il primogenito Ruggero, che sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno. Degli altri figli di Troisio, Silvano divenne signore di Apudmontem (Roccapiemonte), Troisio II del Cilento, di Montemiletto e di Bracigliano, mentre Diletta andò sposa al milite Eremberto. Dalla Treccani on-line alla voce ‘Cilento’ leggiamo che  Accanto alla Badia, troviamo più tardi parecchi nobili cavalieri normanni, che sostituiscono gli antichi signori feudali, ecclesiastici o secolari: tra essi, emersero Troizo o Torgisio di Rota, che in seguito si disse di San Severino, dal nome di uno dei borghi del contado di Rota, e Guglielmo detto del Principato, fratello di Roberto Guiscardo, che senza scrupoli s’industriava a formarsi una signoria fra la valle del Tanagro e il golfo di Policastro. Da Wikipedia leggiamo che Turgisio di Sanseverino per il suo valore in battaglia, nel 1061 fu investito da Roberto il Guiscardo della contea di Rota, un centro popoloso già appartenuto alla famiglia dei Principi longobardi di Salerno. Turgisio usurpò altre terre e casali al principe longobardo Gisulfo ed a chiese ed abbazie. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche – storiche della Provincia della Lucania”, pubblicate postume dal nipote, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “TURGISIO, ….e avendo favorito Roberto il Guiscardo a conquistare il Principato di Salerno, posseduto allora da Gisulfo Principe Longobardo, e dopo lungo assedio ottenuta dal Guiscardo nobile Vittoria, coll’acquisto di tale Signoria, diè ricombenza a detto Valoroso Cavaliero la menzionata Terra, da cui piucchè dal Cavallo Troiano sursero mille Eroi ad illustrare sì felicissima Casa; imperocchè da Turgisio Primo Conte di Sanseverino, nacque Ruggiero, che impalmando Sirca figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario già Principe di Salerno del Sangue Longobardo, procreò Errigo. E ritirandosi il menzionato Rugiero in Montecassino a menare vita Monastica, ove visse e morì santamente, ereditò da Errigo non meno il sangue che gli Stati paterni, Guglielmo che tolse per moglie Isabella, figlia di Silvestro Conte di Marsico. Ecc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 113, in proposito ai Normanni scriveva che: III. Tra coloro, che grandemente avevano preso parte a così avventurose conquiste, fu un guerriero di molto valore a nome Torgisio, da cui venne l’illustre famiglia dei Sanseverino. Avido di gloria e di dominio, al pari dei suoi compagni d’armi, egli avea violentemente occupate nel 1067 alcune proprietà di Alfano arcivescovo di Salerno che se ne dolse con il pontefice Alessandro II giunto nella città per tenervi un concilio. Il papa, a punirlo dell’usurpazione, inflisse la scomunica a Torgisio, che consentì a restituire i beni all’arcivescovo. In una bolla del pontefice relativa a questo fatto Torgisio vien chiamato De Rota, nome della città principale del contado di Sanseverino (1) da lui occupata sotto il dominio di Gisulfo e che poi gli venne conceduta dal Guiscardo dopo l’anno 1053, in cui Maione conte di Sanseverino e di Montoro fu ucciso dal proprio germano Paldone (2).”. Il Mazziotti, a p. 113, nella nota (1) postillava che: “(1) De Meo, Ann., vol. 8°, pag. 70 e 71”. Il Mazziotti, a p. 113, nella nota (2) postillava che: “(2) Id., Annali, anno 1053”. Carlo Carucci (….), e del suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”. Infatti, il Carucci, a pp. 382-383, in proposito scriveva che: “I feudi maggiori nella Provincia di Salerno – Nelle terre dell’ex principato longobardo di Salerno, aveva, come abbiamo visto, origini antiche il regime feudale, anzi ivi, da tempo, s’erano andati formando dei feudi molto estesi, tra’ quali i più notevoli erano quelli appartenenti alla mensa arcivescovile di Salerno e dell’abbazia della SS. Trinità di Cava. Col trionfo di Roberto il Guiscardo però, s’erano formate anche grosse signorie feudali non ecclesiastiche. Tra queste la più importante fu quella di Troizo o Torgisio di Rota, che in seguito si disse di S. Severino, dal nome di uno dei borghi del contado di Rota, e che, nel periodo angioino e aragonese, divenne potentissima più di ogni altra famiglia baronale dell’Italia meridionale. Troizo fu un valoroso compagno d’armi di Roberto il Guiscardo: egli usurpando terre e casali al principe Gisolfo e a chiese e abbazie, varie volte scomunicato dai papi, pur restituendo le terre usurpate (1), restò padrone di alcune di esse e specialmente di Rota. In una bolla del Papa Alessandro II, questo Troizo è detto appunto ‘De Rota’ (2), e Roberto Guiscardo lo investì di quella contea, quando fu ucciso Maione, conte di Sanseverino e Montoro (3).”. Il Carucci, a p. 382, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di Meo, Annali, t. VIII, pagg. 70-71”. Il Carucci, a p. 382, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Paesano, op. cit., I, pag. 122”. Il Carucci, a p. 382, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Di Meo, ivi, ad an. 1053”. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 277, in proposito scriveva che: “Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto Guiscardo per le terre usurpate a chiese e ad abbazie nel principato di Salerno e altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli etc…., perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la ‘contea di Principato’ (1), occupando poi i castelli longobardi di Montoro fino a Rota e vi costituirono una contea con a capo un tal Torgisio o Troiso, che fu il capostipite della nobile famiglia Sanseverino (2), restringendo il dominio di Gisolfo soltanto alle terre site tra Nocera e Cetara dalla parte di ponente e a quelle di Capaccio dal lato di levante (3) etc….”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Alfano, I, ap. Ughelli, Italia Sacra, tomo X. “Quid quid habere prius fuerat haec vit i decoris Momento periit, fumus et umbra fuit. Non relut una lues pecorum solet omnibus agnen Aere corrupto debilitare modis, Sic gens Gallorum, numerosa clade Salerni, Principe defuncto, percotit omne solum. De Blasiis, op. cit. II, 213.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amato, IV, 37: Gisolfe, prist lo baston et lascripe come pèrègrin et ala a Costantinople. Ebbe compagni il cardinale Bernardo e l’arcivescovo Alfano. Quello morì a Costantinopoli. Gisolfo ebbe danari e ricchi doni dall’imperatore e promise di combattere contro Roberto. Et quant etc….A Costantinopoli Gisolfo fu ospite del ricco amalfitano Pantaleone, quello che donò le porte di bronzo a S. Paolo in Roma e al duomo di Amalfi.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 117-118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “I Normanni si incunearono nel principato salernitano da Est, tra il 1053 ed il 1054, probabilmente seguendo la strada che da Melfi risaliva il corso del fiume Ofanto, e, dopo essere pervenuti nei dintorni di Conza, parte delle loro schiere proseguirono verso Ovest guidate da Torgisio, uno dei capitani del Guiscardo, riuscendo a raggiungere la valle del Montoro, ed ad impossessarsi di Rota, centro fra i più notevoli del territorio a cui era preposto il il longobardo Maione, conte di S. Severino e Montoro, perito nel trambusto di quegli avvenimenti (1)……..Le contrade occupate dai Normanni furono immediatamente organizzate, tolte quelle della valle di Montoro e S. Severino Rota, in una circoscrizione che fu detta CONTEA DI PRINCIPATO (3), concessa da Umfredo in qualità di Conte di Puglia (4) al fratello Guglielmo, che portava allora il titolo di Conte di S. Nicandro (5).”. Il Cantalupo, a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) A. 1053; vedi C. Carucci, op. cit., p. 382”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 122, in proposito scriveva che: “Gregorio contro il Normanno potè solo rinnovare la scomunica nel febbraio del 1075…….Guimondo dei Mulsi, Guido, fratello di Gisulfo, ecc….Guimondo, già usurpatore dei beni dell’arcivescovo Alfano insieme a Guglielmo d’Altavilla ed a Torgisio di Rota, era sceso a contesa con il fratello del principe di Salerno per il possesso della Valle di S. Severino sul Mingardo; “. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno- etc…”, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “Intanto Guglielmo del Principato e il suo milite Guimondo (Gismondo) dei Mulsi, come Troisio, il quale continuava ad ampliare la sua contea di Rota, tentavano di usurpare sempre più vaste terre alla Chiesa salernitana (29), tantochè il primo agosto 1067, nel sinodo di Melfi, Alfano I chiese l’intervento di Alessandro II che scomunicò gli usurpatori costringendoli, poi, a Salerno, e nella riunione plenaria dei Vescovi, abati e popolo del 9 settembre 1068, a restituire (venne emessa la nota bolla “Notum sit omnibus”) i beni usurpati. Troisio, spaventato dalle terribili censure ecclesiastiche, fece onorevole ammenda nel successivo Concilio di Capua, pure del 1067, per cui la nota bolla papale del 12 ottobre (30).”. Ebner, a p. 89, nella nota (29) postillava che: “(29) La notizia è del ‘De regno Italiae’ di C. SIGONIO (ad ann. 1067 et 1069: Concilio di Melfi): “Guilielmum Tancredi filium, quod bona ecclesiae Salernitanae per vim teneret comunione removit”; Concilio di Salerno: “Guilielmus Tancredi filius bona quae possidebat Ecclesiae reddidit”.”. Ebner a p. 89, nella nota (29) postillava pure che: “(29)…..Nella bolla “Notum sit ominibus” di Alessandro II è l’elenco dei beni usurpati da Guglielmo Normanno: ecc……Per i Concili, v. G. CRISCI e A. CAMPAGNA, Salerno Sacra, Salerno, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg.”. Ebner, a p. 90, nella nota (20) postillava che: “(30) Alessandro II conferma ad Alfano gli antichi privilegi concessi alla Chiesa di Salerno dai precedenti pontefici. V. L. E. PENNACCHINI, Pergamene salernitane, Salerno 1941, p. 33.”. Recentemente Angelo Corolla (….), nel suo “La terra dei Sanseverino: i castelli e l’organizzazione militare, insediativa ed economica del territorio”, a p. 41, in proposito scriveva che: In provincia di Salerno, non esistono altri nomi di luogo legati al santo in questione, a parte Mercato San Severino e San Severino di Centola, nel Cilento. Il Cilento è uno dei nuclei più antichi tra i feudi assegnati a Troisio ed è rimasto nelle mani dei Sanseverino di Marsico fino all’estinzione della famiglia. Nella sua cronaca Amato di Montecassino ricorda una battaglia, avvenuta verso la metà dell’XI secolo, tra le milizie di Gisulfo II e Roberto il Guiscardo presso la valle di San Severino nel Cilento (50). In base alla notizia, alcuni ritengono che il toponimo San Severino sia stato importato nella zona di Rota dal Cilento dove sarebbe esistito prima della occupazione normanna; quest’area della Campania meridionale sarebbe giunta in mano di Troisio qualche tempo prima della definitiva acquisizione del territorio di Mercato San Severino, costituendo perciò per il Normanno la prima dotazione territoriale e la prima fonte d’identità (51). Tuttavia, va tenuto presente che nei primi documenti (anno 1067) Troisio viene definito de loco Rota.”. Il Corolla, a p. 41, nella nota (50) postillava che: “(50) Storia dei Normanni, III, 45, VIII 12 e VIII 30.”. Il Corolla, a p. 41, nella nota (51) postillava: “(51) LORÉ 2001, pp. 99-100.”. Il Corolla si riferiva al testo di Vito Lorè (….), al suo “Monasteri, principi etc…”.

Dal 1053 al 1057, i Normanni di Umfredo e Roberto d’Altavilla, la conquista di gran parte dei territori di Gisulfo II (Principato Longobardo di Salerno) e la valida e strenua difesa del Conte Guido di Policastro

Vi fu un momento in cui il Principe Gisulfo II, dovette chiamare in aiuto i Normanni di Roberto il Guiscardo che sposò la sorella Sighelgaita e gli salvò il trono che ben presto dovette cedere proprio a loro come ci racconta la cronaca del Malaterra. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, a p. 125, ci parla della “Contea di Principato” ed in proposito scriveva che: “Occupata buona parte dei domini di Gisulfo II, Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (1051-1057) concesse al fratello Guglielmo, conte di S. Nicandro, le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato” perchè coprivano una vasta area del principato longobardo di Salerno. Esse, dopo il 1077, si estendevano tra il fiume Tusciano ed il golfo di Policastro e confinavano con le contee di Rota, di Conza e di Marsico, ma escludevano le contrade comprese fra il Sele, Magliano e l’Alento, che erano state le ultime a venire in potere ai nuovi dominatori. Un feudo dunque, di vastissima estensione, il cui centro politico fu Eboli, e che Guglielmo d’Altavilla trasmise al figlio Roberto, il primo ad assumerne il titolo comitale: ‘Robertus….Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi (1). Da Roberto la Contea passò al figlio Guglielmo (II) e poi ai figli di costui: prima Nicola e poi Guglielmo (III)(2). La sua estensione però andò mano a mano riducendosi tra il finire dell’XI secolo e la prima metà del XII secolo, in quanto dal nucleo originale si staccarono, oltre a una serie di feudi minori, le terre di Policastro, quelle della signoria di Novi e quelle del Vallo di Diano, le quali ultime, eccetto alcune che restarono in possesso di rami collaterali dei d’Altavilla, furono in massima parte aggregate, con quelle di Novi, alla contea di Marsico (3), sicchè già nel 1131 il feudo posseduto da Nicola di Principato si era ristretto fra il Tusciano, il Sele, Eboli ed il mare (4). Da Guglielmo (III) la contea andò al figlio di suo fratello Nicola, Enrico, e poi al figlio di questi, Guglielmo (IV), che ne era in possesso nel 1195 (5).”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti, l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille era retta da Guido, fratello di Gisulfo II di Salerno. Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli nicendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ (un dattiloscritto inedito del 1973), a p. 28, che: “L’invasione dei Normanni nel Cilento divenne generale, quando nel Principato di Salerno, governato da Gisulfo II, il fratello Guido, baldanzoso cavaliere, aveva ottenuto Policastro e certi castelli della valle di Sanseverino.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Guido, possedeva, invece, la Contea di Policastro – che si estendeva dal fiume Mingardo al lontano e antico gastaldato di Laino – su assegnazione del fratello Gisulfo II”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Ma, Michelangelo Schipa (…), nel suo ‘Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia – ducato di Napoli e Principato di Salerno’, edito nel 1923, non scrive molto sull’episodio citato dall’Ebner (…). Sebbene Schipa, riporti l’episodio dell’assedio logorante di Salerno e la caduta di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo, non ci pare che dica molto sul fratello Guido, nominato Conte di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo la contea di Policastro, scriveva ancora che: “...ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Scrive ancora l’Ebner (…), a p. 542, che: “Originariamente sulla cima del colle, dove sono i ruderi dell’imprendibile castello, doveva essere una torre sorta nell’età dell’incastellamento e perciò longobarda. L’ipotesi è suffragata dal fatto che ancora nel ‘600 il castello e l’omonimo villaggio vivevano ‘iure longobardorum’, malgrado il posteriore insediamento normanno e angioino viventi ‘iure francorum’. E’ da supporre, pertanto, che la lite tra Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi sia sorta appunto per l’occupazione da parte di quest’ultimo della torre dominante l’intera valle del Mingardo e che Guido giustamente considerava, insieme alla torre della Molpa, parti integranti e capisaldi della sua contea.”. A parlare dell’episodio citato dall’Ebner (…), Michelangelo Schipa, ne parla nel suo ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento il Principato di Salerno’, una ristampa a cura di Nicola Acocella, del 1968 (…) (vedi Cap. 12, pp. 210 e s.). Schipa, racconta dell’episodio citato da Ebner, dell’uccisione del principe Guaimario e della salita al trono di Gisulfo II, del principato Longobardo di Salerno, prima che salisse al potere Roberto il Guiscardo. Schipa, ci parla del fratello di Gisulfo II, che, alla morte del padre, rinunciò al trono a favore del fratello Gisulfo II. Come abbiamo già detto, sarà la cronaca di Amato di Montecassino che raccontò la storia dei Normanni. Schipa (…), a p. 211, scriveva che: “…; del dominio di Guaimario V, Gisulfo II raccolse solamente il Principato Salernitano. E dentro quei confini il vecchio Guido tenne la Contea di Conza; e dè fratelli del Principe, Guido, prode e bellissimo cavaliere, ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino; e a Guaimario “detrattore e divoratore” ebbe terre e il castello (del Cilento); degli altri ignorandosi la sorte.”. Un’altro autore a cui fa spesso riferimento lo Schipa è l’Aimè (…) ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin, ed. Champollion-Figeac, Paris, 1835, che in sostenza traduceva il manoscritto della cronaca di Amato di Montecassino. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 33-34, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario V e, riferendosi ai Normanni, in proposito scriveva che: Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita.”. Sempre Ebner, a p. 34, in proposito scriveva che: Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Guido cominciò ad ammirare il valore del cognato di cui finì per diventare amico, seguendolo nella conquista della Sicilia (a. 1071). Sia Guido di Policastro, che l’omonimo zio conte di Conza, avevano disapprovato la politica di Gisulfo avversa ai Normanni che pur l’avevano rimesso sul trono. Che il clima di contrasti e continue lotte avessero potuto influire sul giovanissimo sovrano sembra possibile, ma solo per esasperarne il carattere. Malgrado le interessate lodi di Alfano (92), è parere di Amato di Montecassino che fosse blasfemo, violento e insolente, spietato fino alla ferocia contro i prigionieri, pirata protervo, fedifrago e empio, caparbio fino all’autodistruzione (preferì la lotta suprema col Guiscardo per poi uscire, vinto, dalla rocca salernitana), e così instabile che non gli riuscì di conservare quel ducato di Amalfi (un solo anno, il 1088) che gli intrighi della sorella Sighelgaita, dopo la morte del marito Roberto, erano riusciti ad assicurargli. Non meraviglia, perciò, che tratteggiasse già nel consegnare l’oro promesso a Riccardo d’Aversa che la dote della virile sorella, specialmente i beni promessi a Umfredo e Guglielmo (93). Questi nell’allontanarsi da Salerno, ne devastarono il territorio impadronendosi dei castelli di S. Nicandro e Castelvecchio e di una terra detta Facosa la Nova. Ma non si fermarono alla sola pianura pestana crede anche lo Schipa (94). Si spinsero oltre occupando i porti velini dell’amena Valle Bricia, l’antica ‘chora’ di Velia che confinava con il Bruzio. Con questi territori si creò una “contea alla quale Umfredo prepose il fratello Guglielmo, col titolo ignoto sino allora di Conte di Principato” (95). E poichè pare che nel 1116 il castello di Agropoli fosse stato concesso da un altro Guglielmo a Giovanni di S. Paolo (96), è da presumere che anche quel territorio fosse stato poi incluso nell’anzidetta contea. La prima signoria fondiaria-territoriale del Principato, una signoria troppo vasta e difficile da controllare anche per la crudeltà che ne avevano accompagnata la conquista.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno, cit.,  p. 168.”. Ebner, a p. 34, nella nota (92) postillava che: “(92) I fratelli di Alfano vennero imprigionati da Gisulfo, e mai liberati, per aver preso parte alla congiura contro il padre Guaimario V.”. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (93), postillava che: “(93) Terzo e sesto degli Altavilla: Guglielmo “Braccio di ferro”, Drogone, Umfredo, Goffredo, Roberto il Guiscardo, Guglielmo del Principato, Ruggiero I.”. Ebner, a p. 34, nella nota (94) postillava che: “(94) Nel ricordare la partenza (a. 981/2) di Ottone II da Salerno per Taranto, dopo la conferma a pprincipi di Salerno di Mansone di Amalfi e del figlio Giovanni I, M. Schipa (Storia del principato di Salerno, Roma, 1968, p. 172) afferma che l’imperatore “si avviò quindi alla famosa impresa al finire del verno, per Bricia, presso Capaccio, e per la Lucania”. La notizia fu tratta dal Chron. di Romualdo di Salerno ad an. 981 (“De-hinc per Brixiam – al. Briciam – et Lucaniam in Calabriam perrexit”). Ma v. Alfano (‘Ad Guidonem fratem’, in Schipa, ‘Storia’, p. 277, vv. 27-30 e 53-56: “Sunt in Lucania portus regione velini // Quo Brittiorum vallis amoena iacet”, v. pure dello stesso Schipa, ‘Il Mezzogiorno’, cit., p. 169, dove è cenno dell’occupazione di Velia.”. Ebner, a p. 35, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Schipa cit., vedi pure il Mandelli cit., f. 254, il quale rileva da G. Malaterra (I, I, 15) che “Guglielmo era comes totius Principatus (….) di questo Guglielmo figlio di Tancredi, quale, come si è detto, fu fatto da Umfredo Conte del Principato.”. Ebner a p. 35, nella sua nota (96) postillava che: “(96) M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma 1904, p. 31. Il Mazziotti dà la sola notizia senza riferimenti. In ogni caso si tratterebbe del secondo Guglielmo, uno dei due figliuoli (l’altro era Roberto) del primo conte del Principato per cui è da supporre che la contea di Adalberto e Rodelgrimo di Magliano (v.) fosse stata privata dei soli territori verso l’Alento.”. Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, dove il Carucci cita un passo di Goffredo Malaterra (….), da cui molto probabilmente aveva attinto l’Ughelli, a p. 277, in proposito scriveva che: “I Normanni invasero da ogni parte con infinito danno il territorio di Salerno (1)” (eslamava il poeta Amato). Inutilmente il papa Leone IX venne nel 1053 a Salerno, s’accordò con Gisolfo per muovere contro i Normanni: che anzi Gisolfo non potè nemmeno prender parte alla lotta, che scoppiò proprio quell’anno tra il papa e i Normanni e che finì colla sconfitta del papa a Civitate. Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto il Guiscardo per le terre usurpate a chiese e abbazie nel principato di Salerno ed altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli per sollecitare aiuti contro i Normanni dall’Imperatore bizantino (3), perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la Contea di Principato (1), occuparono poi i castelli longobardi esistenti nella valle del Montoro fino a Rota e vi costituirono una contea con a capo un tal Torgisio o Troiso, che fu il capostipite della nobile famiglia Sanseverino (2), restringendo il dominio di Gisolfo soltanto alle terre site tra Nocera e Cetara dalla parte di ponente e a quelle di Capaccio dal lato di levante (3).”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Alfano, I, ap. Ughelli, Italia Sacra, tomo X. “Quid quid habere prius fuerat haec vit i decoris Momento periit, fumus et umbra fuit. Non relut una lues pecorum solet omnibus agnen Aere corrupto debilitare modis, Sic gens Gallorum, numerosa clade Salerni, Principe defuncto, percotit omne solum. De Blasiis, op. cit. II, 213.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amato, IV, 37: Gisolfe, prist lo baston et lascripe come pèrègrin et ala a Costantinople. Ebbe compagni il cardinale Bernardo e l’arcivescovo Alfano. Quello morì a Costantinopoli. Gisolfo ebbe danari e ricchi doni dall’imperatore e promise di combattere contro Roberto. Et quant etc….A Costantinopoli Gisolfo fu ospite del ricco amalfitano Pantaleone, quello che donò le porte di bronzo a S. Paolo in Roma e al duomo di Amalfi.”. Il Carucci, a p. 278, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Le terre che costituirono la contea di Principato furono per la prima volta occupate da Umfredo e date al fratello Guglielmo: ‘Guilelmo terram illam quae principatus dicitur distribuit. Malaterra, I, 15.”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 79, nel suo cap. III, riferendosi alla  Signoria di Novi, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “E’ quasi certo, anzi, che il sorgere di quella signoria cada dopo la restaurazione  di quel principe (a. 1052), e cioè quando il terzo conte di Puglia, Umfredo (a. 1051-1057), con il fratello Guglielmo, stanchi delle tergiversazioni di Gisulfo s’impadronirono con la forza di alcune terre, dopo di aver atterrito con distruzioni e saccheggi le inermi popolazioni che abitavano tra il Tusciano e gli estremi confini salernitano-lucani e calabri dell’odierna provincia di Salerno. Da qui imprendevano poi la preordinata conquista di quei territori di cui Amato di Montecassino e Alfano da Salerno ci hanno tramandato nomi e limiti (3)……Lo conferma l’orgoglioso nome dato alla nuova giurisdizione territoriale, “contea di Principato” (8), corrispondente all’ecclesiastica conservata nel riordinamento normanno della diocesi.”. Ebner, a p. 79, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Alfano, cit., Amato, cit., III, 45 e p. 161 no 30.”. Ebner a p. 80, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Schipa, Storia, e Mezzogiorno, p. 169.”. Ebner si riferiva ai due testi di Michelangelo Schipa (….), Storia del Principato longobardo di Salerno, e Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, 1923. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascurò di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle tere conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del citato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salrnitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Ecc…”. Ebner, a p. 84, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Amato, IV, 33 sgg: le malefatte del principe, enumerate in questo paragrafo, vengono documentate una per una nei successivi (v. oltre).”. Ebner, a p. 84, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatasi dal fratello Guido.”. Ebner, a p. 85, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Alfano, cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residenz alta Policastri victor in aula”. Secondo Amato, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “Roberto ruppe gli indugi partendo con Sighelgaita per la Calabria dove la sposò (a 1058 assegnandole, come si è visto, quale “dono del mattino” un quarto delle terre conquistate in Calabria. Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo, il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Di ciò è un documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), scriveva che: “Ma quando Umfredo e Guglielmo tornarono a Salerno per ricevere ciò che era stato loro promesso, il principe cominciò a tergiversare, al punto che i normanni “molto corrocienz” (6), indignati, si allontanarono da Salerno iniziando l’occupazione di tutto quel territorio, di cui poi Umfredo investì il fratello Guglielmo con il prestigioso titolo del Principato (7) Con il suo solito tergiversare, Gisulfo aveva spazientito anche Roberto il Guiscardo, rinviando cioè, ‘sine die’ la consegna della dote della bella e virile sorella Sighelgaita, per cui Roberto, rompendo gli indugi, partì con la principessa per Melfi, dove la sposò (8). Gisulfo che già aveva tentato di recuperare la contea del Principato, sfruttando momentanei dissapori (9) sorti tra Roberto e Guglielmo, tentò ancora una volta di conseguire i suoi fini nominando arbitro della questione appunto Roberto. Il Guiscardo, però, ancora indignato per il comportamento del principe, si vendicò del cognato, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da Eboli e Sicignano al Calore e all’Alento e, per Magliano, ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (6), a p. 541, postillava che: “(6) Amato, cit., III, 45.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (7), a p. 541, postillava che:“(7) G. Malaterra, cit., p. 26: Willelmum vero in Principato “. Pietro Ebner (…), nella sua nota (8), a p. 541, postillava che: “(8) Ebner, Storia, cit. p. 88. Per altre notizie, pp. 37, 42 e 121.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (9), a p. 541, postillava che: “(9) Guglielmo rifiutava di riconoscersi vassallo di Roberto il Guiscardo”. A parlare di Guido, è Michelangelo Schipa, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 218, parlando dei dissapori sorti tra il Guiscardo ed il fratello Guglielmo e, riferendosi all’invidia di Guido per il matrimonio tra il Guiscardo e la sorella Sighelgaita, scriveva che: “Quindi, subito, Roberto riprese la guerra contro al fratello, mentre il vecchio Guido sfogava il dispetto provato per quelle nozze, unendosi a Guglielmo, e sposandogli la sua figliuola.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policasto del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, ‘Storia, cit., ed. Economia e società, cit.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , a p. 376, riguardo il Conte Guido, scriveva che: “Non è da escludere che il Conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel trritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostruzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: 4. Stanchi di attendere, e indignati (“molt corrocienz”, scrive Amato) per l’inqualificabile comportamento del principe, i normanni si ribellarono. Lasciata Salerno, impresero a saccheggiare e a incendiare villaggi esasperando così la popolazione (“a furore normannorum libera nos Domine”) che insorse. Sotto la direzione di un guerriero, esperto e valoroso, qual era Guido, il fratello del principe Gisulfo, le popolazioni cominciarono a guarnire le “lor terres et lor chasteaux de murs et de palis”. Contro queste posizioni fortificate s’infranse più che il coraggio dei normanni l’impeto delle loro agguerrite cavallerie.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: Ciò provocò l’insorgere di non pochi complessi nel principe (43), che cercò quasi di esorcizzarli rinviando ‘sine die’ gli impegni assunti, persino sulla consegna della dote della sorella Sighelgaita. Fu a questo punto che Roberto il Guiscardo, indignato, sposò malgrado tutto Sighelgaita (Melfi, a. 1059) assegnandole, secondo il costume longobardo, la quarta parte delle conquiste in Calabria (44), di cui alcune estorte con la frode. Margingab costituito certamente anche di parte di quelle fatte in Basilicata, se è vera l’esistenza di distretti bizantini (‘eparchie, tumarchie’) dispersi in quel territorio un tempo dominato dai longobardi (gastaldato di Laino) e che in quei tempi pare dividessero i confini estremi del Principato di Salerno dal ‘thema tes Kalabrias’ (45). Ecc…”.

Ebner, p. 225

Ebner, a p. 225, nella nota (43) postillava che: “(43) Ebner, ‘Storia’, cit., pp. 34 e 84.”. Ebner, a p. 225, nella sua nota (44) postillava che: “(44) Id., ibidem, p. 87 sg. Roberto il Guiscardo aveva ripudiata Alverada di Buonalbergo dalla quale aveva avuto anche il noto Boemondo.”. Pietro Ebner, in questo passaggio, riferendosi al “Marcingab”, la dote Normanna che il Guiscardo donò alla sua seconda moglie Sighelgaita, si riferiva agli avvenimenti che precedettero l’anno 1059, in cui Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo sposò la principessa longobarda Sighelgaita, sorella del principe Gisulfo II e, a cui donò, secondo il costume Normanno la quarta parte delle conquiste dei territori della Calabria, che appunto aveva conquistato precedentemente. Ebner lo chiama “Margingab” (la dote Normanna) era costituita, secondo lui costituito certamente anche di parte di quelle fatte in Basilicata, se è vera l’esistenza di distretti bizantini (‘eparchie, tumarchie’) dispersi in quel territorio un tempo dominato dai longobardi (gastaldato di Laino) e che in quei tempi pare dividessero i confini estremi del Principato di Salerno dal ‘thema tes Kalabrias’ (45).”. Ebner, a p. 225, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Il Racioppi (cit. p. 86 sg.) nel riportare un brano del cronista Giordano (visse intorno al 1314, termine della sua cronaca) si meraviglia che il Guiscardo si fosse impadronito della Puglia e della Calabria nel recarsi in Sicilia e non “della Lucania che era in mezzo tra le due”. Cosa che avrebbe poi fatto, secondo Giordano (‘qui veniens versus Lucaniam eam subiecit. Inde ivit Salerno’), al ritorno. Ma v., per la questione, anche i brani riportati di Alfano e di Romualdo salernitano.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: “Dopo di aver assalito e conquistato “lo chastel de Saint Nicharde”, di cui rinvengo notizia dai Registri Angioini (46), i normanni, scrive Amato, “von devorant lo Principat tout” impadronendosi pure di “Castel Viel et Facose le Nove” e spingendosi fin nella Bricia dell’arcivescovo Alfano. Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido all’usurpazione della “gens Gallorum”, Alfano informa che i normanni, penetrati in Lucania, raggiunsero anche i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre fin verso la Calabria. Le terre occupate che dovevano comprendere anche parte della pianura ebolitana, come si evince da alcune pergamene cavensi (47), ricadevano nella giurisdizione della diocesi pestana. Un territorio enorme cui Umfredo d’Altavilla prepose il fratello Guglielmo (48) con il titolo fino a quel momento “ignoto di conte del Principato”, come dice M. Schipa, ma che il territorio pare avesse già prima dell’arrivo dei normanni (49). Ecc…”. Ebner, a p. 226, nella nota (46) postillavano che: “(46)………………

Ebner, vol. I, p. 226.PNG

E qui l’Ebner continua il suo racconto, dissertando sui territori annessi da Umfredo della Contea di Principato. Ebner (…), a p. 84, nella sua nota (19), postillava in proposito che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatisi dal fratello Guido.”. Ebner (…), a p. 85, nella sua nota (20), postillava in proposito che: “(20) Alfano cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastri victor in aula”. Secondo AMATO, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando di Gido di Policastro, fratello della principessa Longobarda Sichelgaita, nella sua nota (28), postillava che: “(28) Guido aveva seguito il cognato Roberto il Guiscardo nella conquista della Sicilia. Amato (IV, 19) lo ricorda tra coloro che presenziarono alla riconsacrazione della cattedrale di Palermo, ecc…”. Dunque, Ebner ci ricorda che Amato di Montecassino scriveva di Guido, il cognato di Roberto il Guiscardo e fratello di Sichelgaita, sorella dell’ultimo principe Longobaro Gisulfo II di Salerno, che era un prode cavaliere, che combattè in Sicilia a fianco di Roberto il Guiscardo e Ruggero I d’Altavilla, fratello del Guiscardo.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito a p. 88, ci parla dei beni di Guido di Policastro, prima della sua barbara uccisione: “Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. Sul documento citato da Ebner, riguardo i beni assegnati a Guglielmo e tolti a Guido, nessun accenno bibliografico. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, a p. 125, ci parla della “Contea di Principato” ed in proposito scriveva che: “Occupata buona parte dei domini di Gisulfo II, Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (1051-1057) concesse al fratello Guglielmo, conte di S. Nicandro, le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato” perchè coprivano una vasta area del principato longobardo di Salerno. Ecc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 117-118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “I Normanni si incunearono nel principato salernitano da Est, tra il 1053 ed il 1054, probabilmente seguendo la strada che da Melfi risaliva il corso del fiume Ofanto, e, dopo essere pervenuti nei dintorni di Conza, parte delle loro schiere proseguirono verso Ovest guidate da Torgisio, uno dei capitani del Guiscardo, riuscendo a raggiungere la valle del Montoro, ed ad impossessarsi di Rota, centro fra i più notevoli del territorio a cui era preposto il il longobardo Maione, conte di S. Severino e Montoro, perito nel trambusto di quegli avvenimenti (1). Le altre schiere, a seguito dei due fratelli d’Altavilla, discesero verso Sud e occuparono il bacino del medio corso del Sele e le limitrofe località poste tra Contursi, Eboli, Persano e la futura Altavilla, dopo essersi attestate, pare, nel castello di S. Licandro, presso l’attuale stazione di Sicignano (2). Più delle acque stagnanti della pianura pestana valsero certamente le fortificazioni di Capaccio e di Agropoli ad impedire che i Normanni si riversassero allora lungo le zone costiere a sud del Sele. Essi più agevolmente avanzarono, seguendo la direttiva di marcia tenuta da tutte le precedenti invasioni della regione, verso il vallo di Diano e, dopo aver soggiogato i versanti centro orientali dei monti Alburni, proseguirono per la via di Sanza e di Rofrano, raggiunsero i dintorni di Policastro e si affacciarono sul Tirreno. Distruggendo e saccheggiando, la travolgente avanzata normanna andava “divorando tutto il Principato”, come esprime Amato di Montecassino, e rendeva vana ogni resistenza organizzata, per cui le popolazioni si rinchiudevano e fortificavano nei castelli e nei borgi: “…..quant les gens des chasteaux surent ceste desstruction, il garnirent lor terres et lor chasteaux de murs et de palis (3). Anche Guido, il fratello di Gisulfo II, fu costretto a chiudersi in Policastro, lasciando che gli invasori, dopo aver occupato le terre di Laurino, di Novi e di Laurito, dilagassero in quelle della Bricia e si impadronissero di “Castello di Velia” (4). Fortezza isolata restava il castello di S. Severino sul Mingardo, tenuto allora probabilmente da Landolfo, uno degli altri fratelli del Principe, mentre dall’alto del Castellum Cilenti Guaimario, che i contemporanei chiamarono, per motivi a noi ignoti, “detrattore e divoratore”, impediva che da Sud i Normanni penetrassero nella Lucania e nel Cilento. Quando questi però si fermarono, a Gisulfo II era rimasto ben poco del suo Principato: controllava ancora direttamente solo le terre comprese fra Salerno, Cetara, Nocera, qualche sparsa località nei dintorni della sua capitale ed i territori posti fra il Sele, Capaccio, Magliano e l’Alento; restavano comunque legati al suo trono i vasti possedimenti della Mensa arcivescovile di Salerno, concentrati soprattutto entro i confini costituiti dal torrente Asa, Giffoni, Olevano, il corso medio e basso del fiume Tusciano e quello inferiore del Sele, inoltre la contea di Magliano, retta dai conti longobardi Saliperto ed Erimanno Guiselgardo (1), e, nella Bricia, S. Severino e Policastro (2). Le contrade occupate dai Normanni furono immediatamente organizzate, tolte quelle della valle di Montoro e S. Severino Rota, in una circoscrizione che fu detta CONTEA DI PRINCIPATO (3), concessa da Umfredo in qualità di Conte di Puglia (4) al fratello Guglielmo, che portava allora il titolo di Conte di S. Nicandro (5). Non bastando ciò, il principe di Salerno era molestato da Riccardo d’Aversa, che chiedeva compensi per l’aiuto fornitogli nel 1052, e dagli Amalfitani, coi quali era in guerra sia per vendicare l’uccisione del padre sia per punire la loro ribellione al dominio salernitano e che, intanto, gli devastavano le coste fra Cetara e Policastro, impedendo la navigazione ai suoi sudditi (6).”. Cantalupo, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) C. Carucci (op. cit., p. 277) afferma erroneamente che i Normanni distrussero Policastro. La notizia, probabilmente mal desunta da un passo del MALATERRA, come già l’Antonini (op. cit., p. 416, dove è riportato il testo) è invece da riferirsi alla distruzione avvenuta nel 1065, di Policastro in provincia di Catanzaro; cfr. P. Natella/P. Peduto, Pixous-Policastro, cit., p. 512.”. Cantalupo, a p. 118, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Bisogna distinguere il territorio del Principato di Salerno, ancora in mano a Gisulfo II, da quello della Contea di Principato, che era solo una parte del primo e fu organizzato dai normanni in Contea prima del 1057. Sull’estensione di quest’ultimo vedi il paragrafo: ‘La Contea di Principato’.”. Sulla citazione del Cantalupo dei due studiosi Natella e Peduto, sulla “non” distruzione di Policastro da parte dei Normanni si rimanda al prossimo saggio sui Normanni di Roberto il Guiscardo.

Nel 1055, GUGLIELMO d’Altavilla, fratellastro di Umfredo e la contea di Principato

Da Wikipedia leggiamo che Guglielmo d’Altavilla, anche detto Guglielmo del Principato (1027 – 1080), è stato un condottiero e cavaliere medievale normanno; divenne Conte di molte terre all’interno del Principato di Salerno dal 1056 e in seguito governò anche la Capitanata.  Nelle cronache latine è chiamato indifferentemente Willermus o Wilelmus (dal francese Guillaume). Era il fratellastro omonimo di Guglielmo d’Altavilla, detto Braccio di Ferro. Guglielmo era uno dei figli cadetti di Tancredi d’Altavilla e della sua seconda moglie Fredesenda; lasciò la Normandia attorno al 1053 insieme al fratellastro più anziano Goffredo ed al fratello Malgerio. Nell’anno della sua venuta in Italia partecipò alla Battaglia di Civitate e fu accolto cordialmente da suo fratellastro Umfredo, conte di Puglia e Calabria in carica. Nel 1055, si distinse nella presa del castello di San Nicandro e di altre piazzeforti. Con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Nel 1058 o 1059, Guglielmo sposò Maria, principessa longobarda, figlia di Guido (duca di Sorrento e fratello di Guaimario IV principe di Salerno); Guglielmo ereditò tutti i possedimenti di Guido nel Principato di Salerno e combatté contro il successore di Guaimario, Gisulfo II, le cui terre occupò fino a lasciare ben pochi possedimenti all’effettivo Principe di Salerno. Entrò quindi in conflitto anche contro il fratello Roberto, quando questi venne in aiuto di Gisulfo che gli aveva promesso in moglie sua sorella Sichelgaita di Salerno. Le relazioni tra i fratelli si appianarono poi in seguito. Ereditò inoltre la Capitanata da Malgerio, che morì tra il 1054 ed il 1060. Nel 1067 fu scomunicato al Concilio di Melfi insieme a Turgisio di Sanseverino e Guimondo de Moulins, per aver rubato le proprietà della Chiesa di Alfano I, arcivescovo di Salerno. Quello stesso anno si recò a Salerno per riconciliarsi con il Papa Alessandro II. Secondo alcune fonti morì nel 1080. Alla morte lasciò i possedimenti nel Principato di Salerno al suo figlio maggiore, di nome Roberto, mentre lasciò la Capitanata al fratellastro Goffredo (secondo Malaterra in segno di amore fraterno). Fu sepolto nella chiesa della Santissima Trinità di Venosa. Il terzogenito, Riccardo, partecipò alla prima crociata e fu, dal 1104 al 1108, reggente della contea di Edessa in terrasanta. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, a p. 125, ci parla della “Contea di Principato” ed in proposito scriveva che: “Occupata buona parte dei domini di Gisulfo II, Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (1051-1057) concesse al fratello Guglielmo, conte di S. Nicandro, le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato” perchè coprivano una vasta area del principato longobardo di Salerno. Ecc…”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “I Normanni continuarono a rosicchiare terre del Principato. Si può parlare addirittura di smembramento di questo nel 1062 (25) se, ad esempio, l’autorità del principe era riconosciuta, come indicano i documenti cavensi, solo da Tresino a Laurana, in un territorio che va da Capaccio ai confini meridionali. Assume, quindi, attendibilità la notizia del Mazziotti, p. 31, sulla cessione fatta dal conte del Principato a Giovanni di S. Paolo del castello di Agropoli, parte delle terre toccate al fratello di Gisulfo. Senza dire che in molte terre del Principato (Capaccio, Trentinara, ecc…) il riconoscimento era solo nominale perchè i cugini di Capaccio del principe mantenevano relazioni più che ottime con i locali signori normanni, come si rileva dalle dalle anzidette pergamene. Se il principe avesse posseduto anche i territori oltre l’Alento avrebbe aggiunto al profluvio di donazioni fatte all’abbazia di Cava, dietro consiglio dell’arcidiacono e amministratore della Chiesa Ildebrando di Soana, anche non pochi monasteri e loro dipendenze che erano “in finibus salernitanis”, e cioè nell’odierno basso Cilento.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito scriveva che: “Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo (si riferisce al fratello del Guiscardo), il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e i Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Di ciò è documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido. Ecc..”. Angelo Gentile (….), nel suo “Morigerati”, pubblicato nel……per i tipi di Palladio, parlando dei “Normanni”, in proposito a p. 45 scriveva che: “Le terre dove sorge Morigerati vennero, per la prima volta, occupate da Umfredo e date da questi al fratello Guglielmo (20) e lo stesso Guiscardo distrusse la città fortificata di Policastro nel 1065 (gli abitanti si rifugiarono nei centri vicini) per dimostrare che il padrone era sempre lui, dato che il principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, suo cognato avendone sposato il normanno la sorella Sichelgaita, aveva destinato questa città al fratello Guido, uomo valoroso e compagno d’armi di Guiscardo.”. Il Gentile, a p……, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Carucci C., cit. pag. 278 sub nota 1.”. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 277, in proposito scriveva che: “Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto Guiscardo per le terre usurpate a chiese e ad abbazie nel principato di Salerno e altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli etcc…., perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la ‘contea di Principato’ (1), occupando poi i castelli longobardi di Montoro fino a Rota e vi costituirono una contea con a capo un tal Torgisio o Troiso, che fu il capostipite della nobile famiglia Sanseverino (2), restringendo il dominio di Gisolfo soltanto alle terre site tra Nocera e Cetara dalla parte di ponente e a quelle di Capaccio dal lato di levante (3) etc….”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX”. Dunque, riepilogando riguarda alle affermazioni del Gentile che, in parte, si rifaceva al Carucci. Credo che Gentile errasse quando vuole che: “Le terre dove sorge Morigerati vennero, per la prima volta, occupate da Umfredo e date da questi al fratello Guglielmo (20), etc…”. Queste nostre terre non furono mai del tutto soggette a Umfredo d’Hauteville, fratello del Guiscardo ma esse furono assegnate dal principe longobardo Gisulfo II al fratello Guido che controllava i castelli longobardi della valle del Mingardo e la contea di Policastro. E’ molto probabile che il piccolo borgo di Morigerati, come pure tante altri della zona, fossero stati soggetti alla mensa vescovile di Salerno che in parte era sotto la diretta dipendenza dell’ultimo principe longobardo Gisulfo II. La questione relativa ai confini della “Contea di Principato”, non riguarda l’entroterra del Golfo di Policastro, la Valle del Mingardo, e l’area che risale verso il Vallo di Diano, e ancora tutta l’area che va verso la Lucania interna, ma riguardava la zona di Agropoli e di Capaccio. Umfredo quì non ha mai messo piede. Voleva farlo con Guidemondo de Mulsi che in effetti uccise Guido nel 1077. Carlo Carucci (….), e del suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 383 dopo aver detto della baronia formatosi sotto Troizo o Torgisio di Rota, in proposito scriveva che: Nell’istesso tempo un’altra forte signoria baronale si costituiva nel Cilento, per opera dell’ultimo fratello di Roberto il Guiscardo, chiamato Guglielmo (4). Questi cercò formarsi un principato cogli stessi mezzi usati da Troizo di Rota, in quella parte della Lucania, che allora si chiamava più spesso Cilento, a danno del principe Gisolfo e dell’abbazia di Cava. Pur scomunicato e liberato varie volte dai fulmini papali, riuscì a formare tra le valli del Tanagro e il golfo di Policastro un principato comprendente vaste estensioni di terreno e molti castelli, che tenne sotto la sovranità del fratello Roberto, che potè rendere di suo possesso definitivo alla caduta di Gisolfo, prendendo il titolo di conte di Principato. Gli successe il figlio Roberto, di cui si conservano vari diplomi di concessioni fatte a chiese, nei quali si fa sempre salva l’autorità sovrana del Guiscardo e, dopo la morte di costui, quella di Ruggero Borsa (1). A Roberto nella contea di Principato successe Nicola (2) e dopo di lui non si fa più parola nelle carte del tempo della sua famiglia, per cui bisogna pensare che sia morto senza eredi.”. Il Carucci, a p. 382, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Rom Guar., ad an. 1075: “Tancredus autem bissenos habuit filios. Quorum…., decimus Willelmus comes de Sancto Nicandro, pater Roberti, comitis de principatu: fuit ipse Willelmus acer incenio et costans animo, serenusque natura.”. Il Carucci, a p. 383, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Paesano, op. cit., I, 18, riporta un documento dell’archivio della mensa arcivescovile di Salernoin cui Robertus divina clementia annuente Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi conferma all’arcivescovo di Salerno Alfano ‘de consensu et voluntate domini Roerii ducis incliti’ parecchie antiche concessioni di terre tra Eboli e il Sele.”. Il Carucci, a p. 383, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi un diploma di questo Conte in Paesano II, 113.”.

Nel……., Guglielmo I d’Altavilla e la Contea di Principato, il Vallo di Diano e la Contea di Marsico

Felice Fusco (…), nel suo, ‘Quando la Storia tace: ‘Dalla ‘Sontia’ Lucana alla ‘Santia’, pubblicato nel 1992, a p. 205 parlando di Sanza, in proposito scriveva di Padula e diceva che: Eliminati i bizantini, Langobardi e Saraceni, l’Italia meridionale con la Sicilia divenne uno stato forte e unitario la cui amministrazione fu basata su ordinamenti feudali meticolosi e severi (164). Il Cilento con Guglielmo I d’Altavilla divenne la ‘Contea del Principato’, dalla quale nei primi decenni del XII secolo si staccarono le terre del Vallo di Diano che vennero aggregate alla ‘Contea di Marsico’. Nel Vallo i Normanni adottarono la politica della creazione di ‘clientele vassallatiche longobarde’, come dimostrano ampiamente i documenti della Badia di Cava: signori langobardi figurano a Padula (165), Sala (166), Diano (167), Atena (168).”. Il Fusco (…) a p. 205 nella sua nota (165) postillava che: “(165) C(odice) D(iplomatico) V(erginiano), a cura di P. Tropeano, I-IV, Montevergine, 1977-80, III, 341.”. Dunque, Felice Fusco ci parla della politica che adottarono i Normanni nelle nostre terre con Guglielmo I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo. Il Fusco dunque, per la storia del Vallo di Diano citava il Codice Verginiano dove sono pubblicati oltre 6000 documenti conservati all’Abbazia di Montevergine che come sappiamo aveva acquistato buona parte dei possedimenti e dei beni della chiesa del Vallo di Diano. Fra questi documenti, la gran parte riguardano documenti dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni che in queste terre ebbe un ruolo fondamentale e possedeva tantissimi monasteri e grangie.

Nel 1056, il fenomeno migratorio di genti calabre che arrivarono nelle nostre terre

Vito Lo Curto (…), nel suo “……………………………………..”, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: “All’inizio del sec. XI……Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”. La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI e, prima della caduta dell’ ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. La notizia tratta dal Laudisio che alcuni paesi, sono sorti all’epoca del primo Roberto il Guiscardo che, nel 1059-60 ordinò che le famiglie scampate alla sua furia distruttrice di alcuni centri della Calabria inferiore. Da Wikipidia leggiamo che il normanno Roberto il Guiscardo, nel 1056, compì una spedizione contro il longobardo Gisulfo II di Salerno, poi conquistò Cosenza e una parte della Calabria. Raggiunse, quindi, a Melfi il fratellastro Umfredo, che era in fin di vita. Nella nostra bibliografia antiquaria però è riferita la notizia di una distruzione di Policastro da parte del Guiscardo intorno all’anno 1065 e non del 1056. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, in proposito scriveva che: Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc…”. Guglielmo Colombaro (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che:  Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Con tutta probabilità è questo il motivo per cui, intorno al 1065, S. Nicola di Donnoso venne concesso dai principi normanni all’abbazia benedettina di Santa Maria della Matina». Impressionante, a questo proposito, la testimonianza del cronista normanno Goffredo Malaterra relativa proprio alla carestia del 1058, che Russo riporta in nota a pagina 23: «Un triplice flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile, maggio: il primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno; il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divora i corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno fuggire indenne, quasi infuriare d’incendio in un campo di steli disseccati». In questo passaggio il Colombaro ci parla della grande carestia che colpì la Calabria Bizantina in quegli anni e del racconto stesso del Malaterra. Il Gay (…), sempre nel suo ultimo capitolo V, avendo egli scritto nel 1917, pur non conoscendo le antiche pergamene greche dell’Archivio Aldobrandini (…), scoperte e pubblicate da Pratesi (…), nel 1958, scriveva che intorno all’anno 1058, nella Calabria conquistata dal Guiscardo “E’ per la Calabria, un’epoca di miseria e d’anarchia, che ricorda i tempi delle invasioni saracene. Nel 1058 una terribile carestia, causata da eccezionale siccità, dalle devastazioni dei Normanni e dall’abbandono delle terre, desola il paese.”. Al fenomeno migratorio di molte famiglie del golfo scampate alla furia del Guiscardo fa riferimento anche Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro dopo lo scisma del 14 luglio 1054, in proposito scriveva che: …..nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Ecc…. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Dunque, secondo Pietro Ebner e “come ricorda Goffredo Malaterra”, dopo l’anno 1054, in alcuni piccoli paesi dell’entroterra e alle pendici del Monte Bulgheria, vi erano delle “tribù slave” che, sempre secondo l’Ebner, furono assoldate “come milizie” da Roberto il Guiscardo. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Tribù slave assoldate da Roberto il Guiscardo per far cosa, non è dato sapere. Sappiamo che Roberto il Guiscardo in quegli anni conquistò gran parte dei possedimenti bizantini in Calabria ed è probabile che si servì dei Bulgari che vivevano alle pendici del monte Bulgheria. Pietro Ebner, dunque, ci parla di un fenomeno migratorio al contrario, ovvero ci parla di monaci provenienti dalle cittadelle monastiche della Calabria bizantina e sotto l’egida del Guiscardo che si recarono alle falde del “Mercurion”.

Nel 1056, RUGGERO I D’ALTAVILLA, ultimo figlio di Tencredi e di Fresenda arriva nel mezzogiorno d’Italia

Da Wikipedia leggiamo che con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo d’Altavilla (figlio di Fresenda e conte del Principato) perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Ruggero I di Sicilia, conosciuto anche come il Gran Conte Ruggero o Pater di Ruggereo o Jarl Rogeirr (Hauteville-la-Guichard, 1031 circa – Mileto, 22 giugno 1101), figlio di Tancredi d’Altavilla e fratello di Roberto il Guiscardo della dinastia degli Altavilla, Conte di Calabria, fu il conquistatore e il primo Conte di Sicilia (1062). Da Wikipedia leggiamo che Ruggero I di Sicilia, conosciuto anche come il Gran Conte Ruggero o Pater di Ruggereo o Jarl Rogeirr (Hauteville-la-Guichard, 1031 circa – Mileto, 22 giugno 1101), figlio di Tancredi d’Altavilla e fratello di Roberto il Guiscardo della dinastia degli Altavilla, Conte di Calabria, fu il conquistatore e il primo Conte di Sicilia (1062). Ruggero giunse in Italia nel 1057 attraverso la “Via Francigena” per unirsi al fratello Roberto per il quale, alla morte del loro fratellastro Umfredo d’Altavilla, si erano aperti spiragli di predominio. I due furono insieme nella conquista dei territori di Puglia e Calabria non ancora sottomessi. Ruggero fu inizialmente vassallo del fratello Roberto, duca di Puglia e di Calabria, come conte di Calabria, e stabilì la propria corte a Mileto, in Calabria. Proprio a Mileto, nel Natale del 1061, sposò la normanna Giuditta d’Evreux, figlia del conte Guglielmo d’Évreux e di Hadvise Géré. Ancora in Calabria i fratelli Roberto e Ruggero si lanciarono alla conquista di Reggio, caduta dopo un lungo e difficoltoso assedio, al quale seguì la presa di Scilla, una cittadella fortificata in cui avevano trovato rifugio le guarnigioni reggine. A questo punto la strada verso la Sicilia era ormai spianata. Dalle roccaforti della Calabria, infatti i due pianificarono la conquista della Sicilia, allora in mano ai musulmani. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 189-191, scriveva in proposito che: “….si aggiunse, dopo il 1057, Ruggero, dal castello di Scalea, e la costa divenne normanna.”. Il Campagna, a p. 200, in proposito scriveva che: “Nel 1057, dopo un breve soggiorno a Melfi, giunse sulle nostre coste il più giovane degli Altavilla, Ruggero. La costa tirrenica, cosi’ a lungo vessata da assalti e razzie, presentava ai suoi occhi uno spettacolo insolito: fortezze e casali su dirupi inaccessibili, castelli diruti, già sedi di antiche aristocrazie longobarde, monasteri, chiese, celle, costruiti in modo che le pratiche di culto venissero alternate con l’immediata difesa. Delle antiche città restava solo il ricordo negli storici; spesso cancellato finanche il toponimo.”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: “All’inizio del sec. XI……Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo ecc…”. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: “Nella primavera del 1048 i Normanni, questa volta autonomamente, sferrarono una nuova offensiva contro i Bizantini in Calabria e in Puglia, ma ormai anche i territori di Guaimario V di Salerno cominciavano ad essere oggetto delle mire espansionistiche dei suoi antichi vassalli. Negli anni successivi, infatti, un altro fratello della casa d’Altavilla, Guglielmo, aveva cominciato ad occupare terre del Vallo di Diano e ad insignirsi dello strano titolo di “conte del principato”.”.

Nel 1057, la morte di Umfredo d’Altavilla e Roberto il Guiscardo capo di tutti i Normanni

Ad agosto dello stesso anno i cavalieri normanni si riunirono a Melfi e Roberto il Guiscardo assunse la tutela del giovane Abelardo, ma presto diseredò entrambi i nipoti e pretese il riconoscimento del titolo di (quarto) Conte di Puglia e Calabria. Per non insidiare i diritti acquisiti alla propria discendenza, confiscò i possedimenti del defunto fratellastro e privò i nipoti della loro legittima eredità. In alleanza col fratello minore Ruggero si lanciò alla conquista dei territori non ancora sottomessi di Puglia e Calabria, mentre Riccardo Drengot Quarrel, già Signore di Aversa, suo cognato in quanto marito della sorella Fresenda, s’impadronì del Principato di Capua. In alleanza col fratello minore Ruggero si lanciò alla conquista dei territori non ancora sottomessi di Puglia e Calabria, mentre Riccardo Drengot Quarrel, già Signore di Aversa, suo cognato in quanto marito della sorella Fresenda, s’impadronì del Principato di Capua. Per non insidiare i diritti acquisiti alla propria discendenza, confiscò i possedimenti del defunto fratellastro e privò i nipoti della loro legittima eredità. Nel 1057, morto Umfredo, Guglielmo rifiutò di prestare obbedienza al fratello Roberto il Guiscardo che aveva ereditato il titolo di Conte di Puglia che, alleatosi con Gisulfo II, debellò suo fratello Guglielmo. Morto nel 1057, il conte Umfredo lasciò i due figli minorenni, Abelardo ed Ermanno, sotto la tutela della moglie longobarda Gaitelgrima di Salerno. Forte del successo ottenuto sul campo di battaglia di Civitate, Roberto reclamò per sé la successione. Ad agosto dello stesso anno i cavalieri normanni si riunirono a Melfi e Roberto il Guiscardo assunse la tutela del giovane Abelardo, ma presto diseredò entrambi i nipoti e pretese il riconoscimento del titolo di (quarto) Conte di Puglia e Calabria. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “E’ innegabile, la morte di Umfredo (a. 1057) segnò una svolta storica decisiva e non soltanto per il Principato di Salerno. Roberto, insensibile alle pretese di Abelardo, figliuolo del defunto fratello, validamente sostenute dalla madre, si fece acclamare “conte dei Normanni” facendo poi della contea di Puglia un ducato nel 1059: “germe di discordia che minacciava mutarsi in guerra civile”, commenta M. Schipa. Senza dire della pretesa di Roberto perchè il fratello Guglielmo, come conte del Principato, rinnovasse a lui l’obbedienza prestata a Umfredo: pretesa che Guglielmo, insofferente dell’autoritarismo di Roberto, rifiutava. Del dissidio tra i due fratelli cercò di approfittare il principe Gisulfo, chiedendo a Roberto di aiutarlo a riconquistare i beni usurpati da Umfredo e Guglielmo. La richiesta venne fatta in un momento più che favorevole: Roberto aveva chiesto in sposa la bella, saggia e animosa sorella del principe, Sighelgaita, che la tradizione ricorda seguisse Roberto anche sul campo di battaglia. Ma le schiere del principe e del fratello Guido, con la cavalleria del Guiscardo, se ottenero successi in pianura furono poi arrestate dal suaccennato baluardo difensivo e dai larvati aiuti dei cugini di Capaccio del principe. Più apertamente Guglielmo del Principato e i suoi erano assistiti da Guido di Conza, il quale, indignato per l’assenso dato dal principe alle nozze di Sighelgaita senza il suo parere, cercò di controbilanciare l’evento dando in moglie una sua figliuola al conte del Principato. Il persistere da parte di quest’ultimo nel rifiuto d’obbedienza, riaccese gli scontri tra i due Altavilla. Certamente Guglielmo avrebbe perduto l’altro territorio se Gisulfo, ritenendolo più profiquo politicamente ed economicamente, non si fosse riappacificato con il conte del Principato (26) prima di cominciare a tergiversare sull’epoca delle nozze e sulla consegna della dote della sorella.”. Ebner, a p. 87, nella sua nota (26) postillava che: “(26) Amato, IV 25: “Et Guillerme fu fait chevalier de Gisolfe; et lo prince Gisolfe lo fist son frere”.”. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 30-31 e ssg., in proposito scriveva che: “Egli concede al fratellastro Roberto di conquistare la Calabria (55). I rapporti tra i due, però, non sempre sono idilliaci tanto che Umfredo fa arrestare il Guiscardo mentre è suo ospite a pranzo e soltanto l’intervento di un cavaliere normanno presente, Gocelino, impedisce a quest’ultimo, che intanto aveva sguainato la spada, di reagire violentemente. Roberto venne quindi consegnato alle guardie, ma dopo una breve detenzione il fratello lo liberò e gli concesse le città e i castelli della regione calabra, offrendogli anche un rinforzo di cavalieri (56). Umfredo poco tempo dopo si ammala e, sentendo approssimarsi la fine, manda a chiamate il fratello, che accorre al suo capezzale, e gli chiede di essere il tutore dei suoi figli Abelardo ed Ermanno.  Ma questi, senza preoccuparsi delle promesse fatte, si appropriò dell’eredità a danno dei suoi nipoti, e nell’agosto del 1057 si fece eleggere capo dei normanni (57).”. Il Credidio, a p. 30-31, nelle sue note postillava che: “55 – Guglielmo, II, v. 287 e segg. 56 – Guglielmo, II, v.317 e segg. 57 – Chalandon, op.cit. 58 – Ibidem.”.

Nel 1057, Ruggero I d’Altavilla e SCALEA donatagli dal fratello Guglielmo, figlio di Fresenda e conte del Principato

Da Wikipedia leggiamo che con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo d’Altavilla (figlio di Fresenda e conte del Principato) perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a p. 69, in proposito scriveva che: “Cap. XXIV. Ruggero viene accolto affettuosamente dal fratello Guglielmo, che gli concede il castello di Scalea. Sentendo ciò suo fratello Guglielmo, che era conte di tutto il Principato, gli mandò dei messaggeri invitandolo a venire da lui: gli fece sapere che avrebbe potuto condividere con lui quello che egli aveva e gli assicurò che, eccetto la moglie e ifigli, niente egli voleva possedere che Ruggero non considerasse anche suo. Al suo arrivo costui venne accolto con il dovuto onore. Dopo essere rimasto alquanto con il fratello, infine ricevette da lui un castello in località chiamata Scalea; e quindi, facendo molte incursioni in direzione del Guiscardo, non diede tregua per tutto il territorio. Venutolo a sapere, il Guiscardo mosse l’esercito e si diresse all’assedio del castello di Scalea; devastò anche gli oliveti e vigneti, che si trovavano nei pressi della città. Guglielmo dal canto suo, …..per evitare di subire danni più gravi, e previo anche il parere dei suoi consiglieri, si allontanò da quel posto.”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: All’inizio del sec. XI……Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni, riferendosi agli anni 1048-1049-1050 scriveva che: “Fu proprio durante questi anni di guerre e di confusione che Scalea venne occupata dai Normanni, ma non possiamo escludere che precedentemente, forse per breve tempo, fosse stata possesso del principe di Salerno. Comunque stiano le cose, nel 1057, alla morte di Umfredo, quando Roberto il Guiscardo, calpestando i diritti dei figli del defunto, assunse il titolo di conte di Puglia e di Calabria, Scalea non apparteneva direttamente a lui, ma proprio il fratello Guglielmo, conte del Principato. Ciò si desume dal fatto che, forse con l’intenzione di stringere con lui un’alleanza matrimoniale dandogli in moglie una figlia, Guglielmo cedette il castello di Scalea a Ruggiero, uno degli ultimi degli Altavilla a giungere in Italia, ma anche uno dei più capaci e valorosi, tanto che suo fratello Roberto lo aveva voluto al suo fianco nella conquista della Calabria: ma proprio nella spartizione del frutto dei saccheggi Ruggiero, sentendosi trascurato e defraudato della sua parte di bottino e di conquiste, ruppe con il fratello e si rifugiò a Scalea, cedutagli da Guglielmo. Da questa base cominciò ad insediare i possedimenti del Guiscardo, ecc..”. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo – cenni storici”, a p. 22, in proposito scriveva che: “I nuovi conquistatori arrivarono nella seconda metà dell’XI secolo: erano i Normanni capeggiati dai fratelli Altavilla. Roberto il Guiscardo e Ruggero, con le loro truppe normanne, avevano da tempo iniziato l’invasione della Calabria. Mentre continuava sistematica e progressiva la conquista della regione, improvvisamente i due fratelli litigarono e si divisero. Roberto andò verso il sud della Calabria, Ruggero si rifugiò a Scalea, già conquistata e donatagli, da suo fratello Guglielmo ‘braccio di Ferro’. Come primo atto di governo a Scalea Ruggero fece abbattere, in cima al paese, la rocca longobarda e nello stesso tempo fece costruire un castello. Fece inoltre rinforzare le mura di difesa e le porte di entrata al paese: a nord la porta Marina e a sud quella ponte. Il castello, costruito rapidamente secondo la tecnica e le esigenze del tempo , comprendeva due torrioni a pianta rettangolare e tre torri d’angolo a pianta cilindrica, oltre al palazzo. Per tutta l’epoca Normanna rappresentò la più importante fortezza militare del golfo di Policastro ed una delle più importanti della Calabria. Ruggero fece di Scalea una fortezza inespugnabile, a cui faceva capo anche la sua flotta, e la base di partenza delle sue azioni per la conquista della Sicilia.”. Da Wikipedia leggiamo che Guglielmo d’Altavilla, detto ‘braccio di Ferro’, nel 1055, si distinse nella presa del castello di San Nicandro e di altre piazzeforti. Con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Interessante è la notizia riportata da Orazio Campagna (….), nel suo “La “Regione Mercuriense” etc…”, a p. 115 parlando di Grisolia scriveva che: “E’ lecito presupporre che il ………………, per sfuggire le incursioni normanne, sappiamo che Ruggero d’Altavilla usò come base operativa il castello di Scalea per la conquista dei casali della costa, abbia abbandonato la grancia di S. Nicola e S. Angelo (11), in posizione vulnerabile, e si sia rifugiato alla “Cupa”, ecc…”. Il Campagna, a p. 115, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Successivamente la grancia dipese dal monastero basiliano di S. Giovanni a piro, in P.M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Sempre il Campagna, a p. 130 riferendosi alle istituzioni monastiche sorte nell’area del “Mercurion” e sulla costa calabra, riferendosi a Majerà scriveva che: “La gente vi trovò protezione e sicurezza, soprattutto dopo la battaglia di Civitate (giugno 1053), e dopo lo scisma della Chiesa d’Oriente (16 luglio 1054), avvenimenti che diedero la sostituzione violenta del potere bizantino col normanno, mentre il rito latino veniva imposto alle abbazie ortodosse. Le più riottose, sottoposte ad azioni belliche del Guiscardo, da S. Marco, e di Ruggero, da Scalea, scomparvero.”. Orazio Campagna, a p. 169 scriveva pure che: “ora territorio di Diamante, ove i Basiliani, nonostante reiterate incursioni saracene, sarebbero rimasti fino al 1059, quando, dopo il concilio di Melfi, fu impresa vana resistere alle razzie del Guiscardo da S. Marco Argentano, alla sanguinosa guerriglia di Ruggero I da Scalea (210).”. Il Campagna, a p. 169, nella nota (210) postillava che: “(210) J.J. Norwich, I Normanni nel Sud (1016-1130), Ed. Mursia, 1974, pag. 92 e sgg. Scalea pag. 135 e sgg.”. Guglielmo Colombaro (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che:  “……gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Ecc…”. Dunque, il Colombaro scriveva che ad un certo punto la situazione economica in Calabria era diventata insostenibile che la povera popolazione si ribellò a Ruggero I d’Altavilla.  Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e Basilicata”, vol. II, a pp. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando i due primi fratelli di Altavilla signoreggiavano e distendevano da Melfi i dominii per le terre di Apulia e Basilicata, Roberto e Ruggiero ultimi venuti erano a far bottino per le Calabrie, sequestrando uomini ed armenti, rubacchiando mercanti in viaggio, sorprendendo terre e castella. Roberto signoreggiava o taglieggiava per la Calabria che diremo cosentina; Ruggiero su quel di Reggio. Gara di ambizione o divisione non ecqua di bottino metteva mal animo tra i due fratelli, che erano in lotte frequenti. Quando Roberto ne venne a Melfi, quarto Conte di Puglia, Ruggiero mal disposto contro di lui, entra nel paese di Calabria che il fratello diceva suo, e prende Scalea sul Tirreno: anzi avanza tanto per la regione basilicatese che viene a mettere a saccomanno ed incendii le campagne stesse di Melfi.”. Su Scalea al tempo di Ruggero I d’Altavilla, il conte Ruggero, ha scritto pure Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia meridionale”, a p. 270, dove in proposito scriveva che: “Ad ogni modo, se l’ambizione del conte Ruggero non eguaglia la cupidigia smisurata di Roberto il Guiscardo, che spesso suol essere “in omnibus praesumptuosissimus et magnarum rerum audacissimus attentator”, talvolta essa lo costringe – e specialmente nei tempi della grama giovinezza – ad azioni, che gli fanno poco onore. Eppure il Malaterra ne racconta qualcuna. Per esempio, ci parla della vita brigantesca, che il conte condusse a Scalea, in Calabria; dei cavalli, che quivi rubò in una vicina scuderia; dei mercanti amalfitani spogliati a tradimento di tutte le mercanzie e dei denari che portavano con loro (140).”. Il Pontieri, a p. 270, nella nota (140) postillava: “(140) Idem, I, 25-26, p. 20-21: nella stessa Scalea Ruggero “plurimum penuriarum passus est, sed latrocinio armigerum suorum in multis sustentabatur”.”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Ad ogni modo, agli inizi del 1058, incollerito, Ruggero abbandonò il fratello Roberto. Uno dei vantaggi che gli derivava dall’essere giunto così in ritardo in Italia era che si trovavano ora saldamente stabiliti molti suoi fratelli, ed egli poteva rivolgersi ora all’uno ora all’altro; accettò pertanto l’invito di Guglielmo conte del Principato che, a soli quattro anni dal suo giungere in Italia, si era reso padrone di quasi tutto il territorio di Salerno a sud della città e che offriva a Ruggero di condividere con lui tutto ciò che possedeva in misura uguale “ad eccezione” come Malaterra ha cura di precisare “della moglie e dei figli”. Fu così che di li a poco Ruggero si trovò installato in un castello sul mare a Scalea, posizione strategica di prim’ordine della quale effettuare lucrose incursioni, specie per razziare cavalli e fare scorrerie nei territori appartenenti al Guiscardo. Ma questo giovane era destinato a ben altro che una vita di brigantaggio e ripercorrendo all’indietro la storia ci accorgiamo che il momento decisivo per lui, dopo il suo arrivo in Italia, fu l’anno 1058, quando una terribile carestia colpì tutta la Calabria. I normanni stessi furono causa di tanto disastro; la terribile tattica, da loro impiegata, della terra bruciata fece sì che per sterminare zone non vi fosse più né un albero d’ulivo né un campo da coltivare.”. Norwich, a p. 134, nella nota (5) postillava che: “(5) Ruggero viene alle volte soprannominato Bosso; ma questo nome non viene usato di frequente, non è necessario né melodico, quindi può essere ignorato. Tende pure a confonderlo con il nipote: Ruggero Borsa, di cui faremo conoscenza più in là”Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 38 e ssg., in proposito scriveva che: “Ruggero porta a termine l’incarico ricevuto e rientra con un bottino abbondante, con il quale tutto l’esercito può trovare ristoro e recuperare le forze. Quando, però, chiede al fratello il denaro con cui pagare i soldati, costui, forse per gelosia per i suoi successi, gli oppone un rifiuto; allora ritorna in Puglia, dove riceve aiuto da un altro fratello, Guglielmo, che lo pone a capo della città di Scalea, da dove inizia a saccheggiare i possedimenti del Guiscardo. Nello stesso periodo continua, però, a comportarsi anche da predone: assalta dei ricchi mercanti amalfitani e con il bottino ricavato arma nuovi soldati e continua le incursioni contro le terre del fratello.”. Qui però il Credidio commette un grave errore scrivendo che Ruggero “ritorna in Puglia, dove riceve aiuto da un altro fratello, Guglielmo”. Guglielmo, conte del Principato, suo fratello perchè figlio di Fresenda non era in Puglia ma si trovava nei suoi possedimenti del Salernitano.

A Scalea una stanza dove studiava Lucano

Donald Matthew (….), nel suo “I Normanni in Italia”, a p. 134, riferisce un’interessante notizia su Scalea al tempo dei Normanni. Mattehew scrive che: “La miscellanea varietà di cose ritenute degne di osservazione è notevole: pesci volanti in mare; una bella stanza sotterranea a Scalea, dove Lucano era solito studiare, e più a sud, a Mileto, presso l’abbazia, una torre di legno conquistata d’assalto dal Guiscardo.”. Dunque, la notizia di una stanza sotterranea a Scalea dove pare che Lucano era solito studiare. Da Wikipedia leggiamo che Marco Anneo Lucano (Cordova, 3 novembre 39 – Roma, 30 aprile 65) è stato un poeta latino.  Su Lucano ci sono giunte tre biografie antiche: quella di Svetonio nel De poetis, quella attribuita a Vacca e quella più breve, anonima, nel codice Vossianus; altre fonti sono Persio, il quindicesimo libro degli Annales di Tacito in riferimento alla congiura di Pisone e le Silvae di Stazio.

Nel 1057, Roberto il Guiscardo e la Molpa

Giuseppe Antonini (…), nel Discorso VII, a p. 367, della sua ‘La Lucania- Discorsi’, dove, parlando dell’antica città scomparsa della Molpa, scriveva che: “‘Goffredo Malaterra’, scrittore delle cose Normanniche, la chiama Melfa; e ci fa vedere, che a tempo di lui ci erano anche dè mercadanti, poichè scrive di essere stati presi alcuni da Roberto Guiscardo nel MLVII. Ecco le di lui parole: ‘At dum illos, qui praedatum miserat apud Scaleam, prestolatur, Bever quidam a Melfa veniens nuntiavit Melfitanos negotiatores a Melfa, haud procul a castro transire. Quo nudito non minimum gravisus, equum infiliens, captosque Scaleam deduxit, omniaque, quae secum habebant diripiens, ipso etiam redimere fecit’. Nè uom dica, che ‘Malaterra’ abbia inteso parlare di Melfi (2), perchè oltre essere questa Città lontana da Scalea ben quattro giornate di cammino, era poi Melfi dello stesso Guiscardo.”. L’Antonini, a p. 367, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Un poco più diffusamente di questa edificazione scrive ‘Mambrin Roseo’, nel lib. 7 della Storia del Regno; ma in nulla contraddice al Malaterra, ne diversamente avealo detto il Collenuccio sul principio de lib. 3.”. Dunque, in questa sua nota l’Antonini postillava di Mambrin Roseo, postillava del Malaterra e postillava del Collenuccio. Vediamo il primo: Mambrin Roseo. Da Wikipedia leggiamo che Mambrino Roseo (Fabriano, ca. 1500 – tra 1573 e 1580) è stato un notaio, letterato e traduttore italiano. Roseo fu notaio nella sua città e a Perugia e partecipò all’assedio di Firenze al servizio di Malatesta Baglioni. Riguardo il testo citato dall’Antonini, io credo che egli, nel 1745, si riferisca al testo “Del Compendio dell’Istoria del Regno di Napoli aggiunto da Mambrino Roseo da Fabriano libro settimo”, che troviamo a p. 402 e ssg. nel testo di Pandolfo Collenuccio (….), nel suo “Raccolta de piu rinomati scrittori dell’istoria generale del Regno di Napoli etc…”, pubblicato a Napoli, stamperia Gravier, nel 1770, tomo 17°, pag. 402.  L’Antonini, scrivendo di Molpa, diceva che al tempo di Goffredo Malaterra, vi erano a Molpa parecchi mercanti (mercadanti), che furono presi da Roberto il Guiscardo e portati a Scalea. Su Scalea al tempo di Ruggero I d’Altavilla, il conte Ruggero, ha scritto pure Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia meridionale”, a p. 270, dove riferendosi al Malaterra, in proposito scriveva che: Eppure il Malaterra ne racconta qualcuna. Per esempio, ci parla della vita brigantesca, che il conte condusse a Scalea, in Calabria; dei cavalli, che quivi rubò in una vicina scuderia; dei mercanti amalfitani spogliati a tradimento di tutte le mercanzie e dei denari che portavano con loro (140).”. Il Pontieri, a p. 270, nella nota (140) postillava: “(140) Idem, I, 25-26, p. 20-21: nella stessa Scalea Ruggero “plurimum penuriarum passus est, sed latrocinio armigerum suorum in multis sustentabatur”.”. Antonini (…), riporta la frase del cronista dell’epoca Normanna Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, che, secondo il Lo Curto (…), racconta l’episodio in cui si cita Molpa Scalea. Si tratta del Libro I, del Cap. XXVI, il Malaterra scriveva (v. Lo Curto, p. 71) che: Mentre egli aspettava a Scalea i soldati che aveva mandato al saccheggio, un tale Bervenis, giunto da Melfi, gli fece sapere che mercanti della zona, carichi di beni di valore, stavano passando non lontano dal castello per ritornare a Melfi da cui erano partiti. Saputo ciò, Ruggero con grande gioia balzò a cavallo e, affiancato da Gesualdo e Carbonaria (30), con soli tredici soldati andò incontro ai mercanti. Catturatili, li trascinò a Scalea; dopo averli depredati di tutto quello che avevano, pretese anche il loro riscatto. Migliorata la sua posizione con questo denaro, ecc…”. Vito Lo Curto (….), a p. 71, nella nota (30) postillava che: “(30) Presumibilmente due soldati di fiducia di Ruggero”. Secondo l’Antonini, il Malaterra scriveva che: “At dum illos, qui praedatum miserat apud Scaleam, prestolatur, Bever quidam a Melfa veniens nuntiavit Melfitanos negotiatores a Melfa, haud procul a castro transire. Quo nudito non minimum gravisus, equum infiliens, captosque Scaleam deduxit, omniaque, quae secum habebant diripiens, ipso etiam redimere fecit” che tradotto significa che:  “Ma mentre aspettava coloro che avevano inviato le spoglie a Scalea, un tale Bever, proveniente da Melfa, disse ai Melfi che i mercanti di Melfa passavano non lontano dal castello. Quando è stato smascherato, non era il meno serio.”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a p. 135, in proposito scriveva che: Questo periodo deve aver fruttato bene a Ruggero. Malaterra narra come una volta, con un sol colpo – era in agguato di un gruppo di mercanti che tornavano ad Amalfi – si assicurò un così ricco bottino sia in beni che in denaro di riscatto, che poté assoldare altri cento uomini per ingrossare le file del suo esercito.”.

Nel 1058, Guimondo de Mulsi, Guglielmo (I) d’Altavilla e la CONTEA DEL PRINCIPATO e l’usurpazione di beni della Chiesa Salernitana

Da Wikipedia leggiamo che Turgisio di Sanseverino per il suo valore in battaglia, nel 1061 fu investito da Roberto il Guiscardo della contea di Rota, un centro popoloso già appartenuto alla famiglia dei Principi longobardi di Salerno. Turgisio usurpò altre terre e casali al principe longobardo Gisulfo ed a chiese ed abbazie. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a pp. 83-84, continuando il suo racconto scriveva che: Guimondo de Mulsi. Quest’ultimo era stato certamente milite di Guglielmo del Principato dal quale aveva ottenuto quel feudo nella Valle di S. Severino confinante con una contea liminare della Calabria, quella di Policastro residenza del prode Guido, fratello del principe Gisulfo. E appunto per una lite di confini, come vedremo, il conte di Policastro venne assassinato.”. Ebner, a p. 84, nella nota (17) postillava che:  “(17) Rainolfo Trincarote, nipote di Rainulfo I di Aversa (Amato, II, 34) e Ugo Fallacia capeggiarono, dopo il 1046, il partito normanno dissidente da Guaimario, v. in Amato cit., p. 99.”. Su Guimondo de Mulsi, Ebner, nella nota (16) postillava che:  “(16)…..Del Riccardo, figlio di Guglielmo I, da cui Ruggero principe di Antiochia, di cui nel ‘Dizionario Enciclopedico (I, Roma, 1955, p. 318) non sono notizie nei documenti esaminati. Il B 31 (ABC) e il B 30, ottobre dello stesso anno (v. pure C 20) erano ignoti allo Schipa (anche i diplomi anzidetti) se supponeva soltanto che il Guimondo di Amato (XIII, 12) potesse essere il Girmondo usurpatore pentito, con Guglielmo di Principato, dei beni della chiesa di Salerno. Anche il De Bartolomeis (in Amato cit., p. 352, no. 3) era certo dell’esistenza di altre notizie su Guimondo (Gismondo) dei Mulsi. Ecc…”. Michelangelo Schipa (….), nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 232, riferendosi all’episodio dell’uccisione di Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, nell’anno 1075: “Era insorta lite tra il Guido e un Guimondo, che possedeva, in comune con lui, la valle di S. Severino, e ch’era, forse, quello stesso Guimondo dei Mulsi, usurpatore pentito dè beni dell’Arcivescovo Salernitano; ecc…(38).”. Schipa (…), a p. 236, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino scriveva pure di Guimondo de Mulsi. Dunque, Guimondo de Mulsi, era usurpatore pentito dei beni della Chiesa Salernitana. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Per il possesso della strategica fortezza e per ragioni di gelosie e di confini, si accese una lite sanguinosa tra il conte Guido di Policastro, cavaliere senza macchia e senza paura, figlio del principe longobardo di Salerno Guaimario IV, e l’irruento Guimondo dè Mulsi, principe normanno. Guimondo era proprietario del feudo di San Severino, avendone ricevuto in dono dal principe normanno Guglielmo d’Altavilla, quale premio per la sua fedeltà e servigi.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 122, in proposito scriveva che: “Gregorio contro il Normanno potè solo rinnovare la scomunica nel febbraio del 1075…….Guimondo dei Mulsi, Guido, fratello di Gisulfo, ecc….Guimondo, già usurpatore dei beni dell’arcivescovo Alfano insieme a Guglielmo d’Altavilla ed a Torgisio di Rota, era sceso a contesa con il fratello del principe di Salerno per il possesso della Valle di S. Severino sul Mingardo; “. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno- etc…”, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “Intanto Guglielmo del Principato e il suo milite Guimondo (Gismondo) dei Mulsi, come Troisio, il quale continuava ad ampliare la sua contea di Rota, tentavano di usurpare sempre più vaste terre alla Chiesa salernitana (29), ecc…”. Ebner, a p. 89, nella nota (29) postillava che: “(29) La notizia è del ‘De regno Italiae’ di C. SIGONIO (ad ann. 1067 et 1069: Concilio di Melfi): “Guilielmum Tancredi filium, quod bona ecclesiae Salernitanae per vim teneret comunione removit”; Concilio di Salerno: “Guilielmus Tancredi filius bona quae possidebat Ecclesiae reddidit”.”. Ebner, a p. 90, nella nota (20) postillava che: “(30) Alessandro II conferma ad Alfano gli antichi privilegi concessi alla Chiesa di Salerno dai precedenti pontefici. V. L. E. PENNACCHINI, Pergamene salernitane, Salerno 1941, p. 33.”. Ebner a p. 89, nella nota (29) postillava pure che: “(29) Per le terre occupate, Schipa, Storia, p. 223. Non è da escludere che Guimondo dei Mulsi, tra le altre terre dei locali cenobi italo-greci, si fosse impadronito anche di quelle della Chiesa di Salerno esistenti a Laurito e non elencate forse per la relativa loro entità in rapporto alle altre. Delle terre di Laurito è notizia dal CDC, I, 173, anno 947 (Laurito è detto “in finibus salernitanis”, e I 445 anno 992 (Guglielmo, figlio del fu Ragiberto vende la quarta parte dei suoi beni “in loco Laurito” alla chiesa di S. Maria di Salerno di cui è abate il sacerdote Donnello per 24 tarì di oro) e I 450 anno 992 (donazione alla stessa chiesa di S. Maria di Salerno ecc…ecc…Nella bolla “Notum sit ominibus” di Alessandro II è l’elenco dei beni usurpati da Guglielmo Normanno: S. Pietro de Toro, S. Vito al Sele, chiesa di S. Michele Arcangelo, “quae sita est in cripta Montis qui dicitur aureus”, Olevano, il Lago maggiore e le cose del Tusciano, di Lama, Rivo Alto, Asa, Picentino, Giffoni, Salsanico, Forino, Anguillaro e Prato. La vastità di queste usurpazioni lascia immaginare l’estensione delle terre di chiese e cenobi locali occupate da Guglielmo de Màgnia. Va precisato che le anzidette terre di Laurito non devono essere confuse con le selve a Laurito (zona Eboli) concesse da Roberto nel 1080 alla Chiesa salernitana, di cui v. il diploma di Balducci cit., I, p. 10. Per i Concili, v. G. CRISCI e A. CAMPAGNA, Salerno Sacra, Salerno, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg.”.

Nel 1058, Gisulfo II e Guido, con l’aiuto di Roberto il Guiscardo riconquistano  alcuni territori che Guglielmo (I) d’Altavilla aveva usurpato

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 118-119, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “Dal contrasto che nacque tra i due fratelli approfittò Gisulfo, che, versando grosse somme al Guiscardo, riuscì a farselo alleato, tirando dalla sua anche Riccardo d’Aversa, che allora portava il titolo di Principe di Capua (7). Il Principe di Salerno così, assicurato dell’appoggio dei due normanni, nel 1058 mosse contro Guglielmo di Principato, riuscendo, per merito delle nuove truppe e del personale intervento di Roberto il Guiscardo, ad avere successo sull’usurpatore, che fu costretto a restituirgli molte terre.”. Il Cantalupo, a p. 119, nella nota (1) postillava che: “(1) V. n. 1, p. 75”. Il Cantalupo, a p. 75, nella nota (1) postillava che: “(1) Il termine BRITIA venne così ad indicare, nell’ambito del gastaldato di Laino, tutti i territori costieri compresi fra Blanda ed i fiumi Alento e Palistro (v. p. 66 e, ivi, n. 4); i territori, invece, a nord del Palistro e ad est dell’Alento furono aggregati al gastaldato di Salerno (v. p. 98).”. Interessante ciò che scrive il Cantalupo su Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, che scrive che: “Si distinse in questa impresa, per particolare valore, Guido signore di Policastro, che battendosi come un leone potè riconquistare gran parte della regione Bricia, specie le aree costiere fino all’Alento (1) come ricorda nei suoi versi l’arcivescovo Alfano I “Sunt in Lucania portus regione Velini, etc… (2)”. Il Cantalupo, a p. 119, nella nota (2) postillava che: “(2) Alfano I, ‘Ad Guidonem….., cit. L’ode probabilmente del 1074 (v. M. Schipa, ibidem, p. 299 etc…”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia etc…’, in proposito a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascurò di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle terre conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del itato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salrnitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido alle usurpazioni della “gens Gallorum”, Alfano informa che i Normanni, penetrati in Lucania, avessero raggiunto i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le Valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre nella Valle Bricia confinante con la terra Bruttia, la Calabria.”. Ebner, a p. 85, nella nota (20) postillava che: “(20) Alfano, cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastrivictor in aula”. Secondo Amato, VII, 12 Guido morì nel 1075.”. Da Wikipedia leggiamo che nel 1058 o 1059, Guglielmo sposò Maria, principessa longobarda, figlia di Guido (duca di Sorrento e fratello di Guaimario IV principe di Salerno); Guglielmo ereditò tutti i possedimenti di Guido nel Principato di Salerno e combatté contro il successore di Guaimario, Gisulfo II, le cui terre occupò fino a lasciare ben pochi possedimenti all’effettivo Principe di Salerno. Devo precisare però che alcune cose scritte in Wikipedia sono errate perche dopo l’assassinio di Guido, fratello di Gisulfo II, da parte di Guimondo dei Mulsi, suo fidato, Guglielmo (I) non riuscì ad ottenere la vasta contea di Policastro, che fu assegnata a Landolfo, fratello di Guido e di Gisulfo II. Entrò quindi in conflitto anche contro il fratello Roberto, quando questi venne in aiuto di Gisulfo che gli aveva promesso in moglie sua sorella Sichelgaita di Salerno. Le relazioni tra i fratelli si appianarono poi in seguito. Ereditò inoltre la Capitanata da Malgerio, che morì tra il 1054 ed il 1060. Nel 1067 fu scomunicato al Concilio di Melfi insieme a Turgisio di Sanseverino e Guimondo de Moulins, per aver rubato le proprietà della Chiesa di Alfano I, arcivescovo di Salerno. Quello stesso anno si recò a Salerno per riconciliarsi con il Papa Alessandro II. Secondo alcune fonti morì nel 1080. Alla morte lasciò i possedimenti nel Principato di Salerno al suo figlio maggiore, di nome Roberto, mentre lasciò la Capitanata al fratellastro Goffredo (secondo Malaterra in segno di amore fraterno). Fu sepolto nella chiesa della Santissima Trinità di Venosa. Il terzogenito, Riccardo, partecipò alla prima crociata e fu, dal 1104 al 1108, reggente della contea di Edessa in terrasanta. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, riferendosi a dopo la morte di Umfredo, in proposito scriveva che: Più apertamente Guglielmo del Principato e i suoi erano assistiti da Guido di Conza, il quale, indignato per l’assenso dato dal principe alle nozze di Sighelgaita senza il suo parere, cercò di controbilanciare l’evento dando in moglie una sua figliuola al conte del Principato. Il persistere da parte di quest’ultimo nel rifiuto d’obbedienza, riaccese gli scontri tra i due Altavilla. Certamente Guglielmo avrebbe perduto l’altro territorio se Gisulfo, ritenendolo più profiquo politicamente ed economicamente, non si fosse riappacificato con il conte del Principato (26) prima di cominciare a tergiversare sull’epoca delle nozze e sulla consegna della dote della sorella.”. Ebner, a p. 87, nella sua nota (26) postillava che: “(26) Amato, IV 25: “Et Guillerme fu fait chevalier de Gisolfe; et lo prince Gisolfe lo fist son frere”.”. Piero Cantalupo (….), a p. 125 scriveva che questi possedimenti conquistati dai normanni ed erosi ai Longobardi di Gisulfo II “Esse, dopo il 1077, si estendevano tra il fiume Tusciano ed il golfo di Policastro e confinavano con le contee di Rota, di Conza e di Marsico, ma escludevano le contrade comprese fra il Sele, Magliano e l’Alento, che erano state le ultime a venire in potere ai nuovi dominatori. Un feudo dunque, di vastissima estensione, il cui centro politico fu Eboli, e che Guglielmo d’Altavilla trasmise al figlio Roberto, il primo ad assumerne il titolo comitale: ‘Robertus….Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi (1). Da Roberto la Contea passò al figlio Guglielmo (II) e poi ai figli di costui: prima Nicola e poi Guglielmo (III)(2). La sua estensione però andò mano a mano riducendosi tra il finire dell’XI secolo e la prima metà del XII secolo, in quanto dal nucleo originale si staccarono, oltre a una serie di feudi minori, le terre di Policastro, quelle della signoria di Novi e quelle del Vallo di Diano, le quali ultime, eccetto alcune che restarono in possesso di rami collaterali dei d’Altavilla, furono in massima parte aggregate, con quelle di Novi, alla contea di Marsico (3), sicchè già nel 1131 il feudo posseduto da Nicola di Principato si era ristretto fra il Tusciano, il Sele, Eboli ed il mare (4). Da Guglielmo (III) la contea andò al figlio di suo fratello Nicola, Enrico, e poi al figlio di questi, Guglielmo (IV), che ne era in possesso nel 1195 (5).”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (1) postillava che: “(1) G. Paesano, Memorie per servire alla storia della chiesa salernitana, II, 18 (a. 1090). Guglielmo d’Altavilla che sposò la figlia di Guido di Conza, portò unicamente il titolo di conte di S. Nicandro (S. Nicandro di Bari) e, sebbene ricevesse in feudo dal fratello Umfredo la contea di Principato (‘Duos itaque fratres suos comites fecit: Malgerium Capitanatae, Willelmum vero Principatu; GAUFREDI MALATERRAE, op. cit., I, 16, p. 16), non ne portò il titolo comitale, come risulta da R. GUARNA (Chronicon, cit., ad an. 1075):…..Willelmus, comes de Sancto Nicandro, pater Roberti, comitis de principatu.”. Il Cantalupo, proseguendo nelle sue note ci parla degli anni seguenti che ora non si trattano. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 200, in proposito scriveva che: Ruggero inizialmente segui’ il Guiscardo nelle conquiste, fino a quando i loro rapporti non furono incrinati da interessi e gelosie. Per questo nel 1058 prestò la sua opera al fratello Guglielmo, il famigerato “Braccio di Ferro”, già padrone di vasti territori a sud di Salerno (14).”. Qui però il Campagna confonde Guglielmo detto braccio di Ferro con il Guglielmo conte del Principato fratello di Ruggero perchè figli della stessa madre Fresenda. Il Campagna, a p. 200, nella nota (14) postillava che: “(14) Guglielmo d’Altavilla, che aveva sposato la nipote di Guaimario di Salerno, la figlia di Guido, il duca di Sorrento, avrebbe dovuto dividere i territori occupati e da occupare in tante baronie, secondo il volere del potente signore salernitano.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a pp. 83-84, continuando il suo racconto scriveva che: Informano documenti sicuri, e cioè le pergamene di Cava, che anche la pianura ebolitana doveva essere compresa nella contea di Principato. Gli eredi di Guglielmo appunto dal castello di Eboli datarono alcuni diplomi che si enumerano in nota (16), dove è chiara notizia dell’estensione dei domini direttamente dipendenti da essi verso la metà del XII secolo: dal Tusciano all’oltre Sele, da Eboli al mare; senza enumerare quelli dipendenti direttamente dal castello di Sicignano, dove Guglielmo aveva posto la Curia.”. Ebner, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ABC, E 5 (a. 1107), E 47 (a. 1116), F 44 (a. 1128), G. 6 (a. 1131), G 7 (a. 1131), G 10 (a. 1134), G 16 (a. 1135), G 25 (a. 1137), G 26 (a. 1137) e L 38 (a. 1195). Da questi la seguente genealogia: Guglielmo, primo conte del Principato, sposa (Amato, III, 22) la figiuola di Guido, conte di Conza e fratello di Guaimario V. Dal primo Guglielmo, Roberto e poi Guglielmo (conte del Principato: diplomi 1107-1128 anche per il padre e il nonno) e perciò il II.”.

Nel 1058, la terribile carestia che arrivò in Calabria

John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a p. 135, in proposito scriveva che: Ma questo giovane era destinato a ben altro che una vita di brigantaggio e ripercorrendo all’indietro la storia ci accorgiamo che il momento decisivo per lui, dopo il suo arrivo in Italia, fu l’anno 1058, quando una terribile carestia colpì tutta la Calabria. I normanni stessi furono causa di tanto disastro; la terribile tattica, da loro impiegata, della terra bruciata fece sì che per sterminare zone non vi fosse più né un albero d’ulivo né un campo da coltivare.”. Julius Gay (…), nel suo ultimo capitolo V, avendo egli scritto nel 1917, pur non conoscendo le antiche pergamene greche dell’Archivio Aldobrandini (…), scoperte e pubblicate da Pratesi (…), nel 1958, scriveva che intorno all’anno 1058, nella Calabria conquistata dal Guiscardo “E’ per la Calabria, un’epoca di miseria e d’anarchia, che ricorda i tempi delle invasioni saracene. Nel 1058 una terribile carestia, causata da eccezionale siccità, dalle devastazioni dei Normanni e dall’abbandono delle terre, desola il paese.”. La notizia viene dal cronista Goffredo Malaterra. Infatti, Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a p. 73 (Libro I), in proposito scriveva che: “Cap. XXVII. In Calabria scoppia una terribile carestia. Nell’anno 1058 una grandissima rovina, e più precisamente, come si deve credere, il flagello dell’ira di Dio scagliato dal cielo a punizione dei peccati, devastò tutto il territorio della Calabria nello spazio di tre mesi, e cioè marzo, aprile e maggio…..Da una parte infatti infieriva la spada dei Normanni, a cui pochi riuscivano a sfuggire; dall’altra la fame, esauritesi le forze degli individui, infuriava prostandone i corpi; e infine un terzo disastro, ecc…”. Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), e scrive: “Il monastero di San Nicola di Donnoso, annota Russo, «registrò un progressivo incremento dei propri beni fondiari, al punto da non risentire degli effetti delle depredazioni normanne, né della grande carestia del 1058. È questo un aspetto di non secondaria importanza che rafforza maggiormente la convinzione della potenza, anche economica, del monastero di San Nicola di Donnoso e della brama di venirne in possesso da parte dei Normanni e delle organizzazioni religiose latine. Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Con tutta probabilità è questo il motivo per cui, intorno al 1065, S. Nicola di Donnoso venne concesso dai principi normanni all’abbazia benedettina di Santa Maria della Matina». Impressionante, a questo proposito, la testimonianza del cronista normanno Goffredo Malaterra relativa proprio alla carestia del 1058, che Russo riporta in nota a pagina 23: «Un triplice flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile, maggio: il primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno; il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divora i corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno fuggire indenne, quasi infuriare d’incendio in un campo di steli disseccati». Dunque, il Colombaro ci parla della grande carestia che colpì la Calabria Bizantina in quegli anni e del racconto stesso del Malaterra.

Nel 1059, il matrimonio di Roberto il Guiscardo e Sighelgaita sorella di Gisulfo II

Da Wikipidia leggiamo che poco dopo la sua ascesa al comando supremo dei Normanni, quasi certamente nel 1058, Roberto ripudiò la prima unione con Alberada di Buonalbergo, madre di Boemondo e di Emma. Egli fece annullare le nozze perché avvenute tra consanguinei; fu la prima volta che si ricorse a tale motivazione allo scopo di sciogliere un matrimonio. Alberada si fece in disparte, confinata nella rocca di Melfi (ma poi si risposerà con Riccardo, figlio di Drogone). Per rinforzare l’alleanza politica con i Longobardi, a Melfi si celebrarono le nozze tra il guerriero normanno e la potente principessa Sichelgaita di Salerno, figlia ventiduenne del defunto Guaimario IV e sorella del nuovo principe Gisulfo II. In cambio della mano della sorella, Gisulfo chiese a Roberto di distruggere due castelli appartenenti a Guglielmo del Principato, fratello minore del Guiscardo, che da tempo imperversava nei domini di Salerno. Il Normanno Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo, aveva sposato in seconde nozze la principessa Sighelgaita, sorella di Gisulfo II. Dall’unione con Sighelgaita il Guiscardo ebbe un figlio, Ruggero Borsa (Ruggero I). Alla morte del Guiscardo, nel 1085, sua moglie Sighelgaita, fece di tutto per dare il potere al suo figlio Ruggero Borsa, a danno dell’altro figlio del Guiscardo, Boemondo, nato dalle prime nozze del Guiscardo con Alberada di Buonalbergo. Poco dopo la sua ascesa al comando supremo dei Normanni, quasi certamente nel 1058, Roberto ripudiò la prima unione con Alberada di Buonalbergo, madre di Boemondo e di Emma. Egli fece annullare le nozze perché avvenute tra consanguinei; fu la prima volta che si ricorse a tale motivazione allo scopo di sciogliere un matrimonio. Alberada si fece in disparte, confinata nella rocca di Melfi (ma poi si risposerà con Riccardo, figlio di Drogone). Nel 1058, Roberto il Guiscardo ripudierà la prima moglie, la madre di Boemondo (Boemondo I d’Altavilla, futuro re d’Antochia), Alberada di Buonalbergo, per sposare la principessa Longobarda Sighelgaita, dalla quale avrà Ruggero Borsa e Guido (nato nel 1061). Abbiamo già visto in altri nostri saggi, ivi pubblicati, come Ruggero Borsa, avrà una notevole influenza sui nostri territori, ma solo dal momento che lui sarà l’effettivo successore di suo padre Roberto. Fino a che il Guiscardo, però, sarà in vita, i suoi primi figli Emma e Boemondo, avranno un ruolo, sia pur secondario ma restavano sempre i suoi primi figli.  Il Normanno Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo, aveva sposato in seconde nozze la principessa Sighelgaita, sorella di Gisulfo II. Dalle prime nozze il Guiscardo aveva avuto una figlia,  Emma sposata poi con Odone Marchisio di cui come vedremo in avanti, sarà un personaggio che ricorre spesso in alcuni documenti dell’epoca che riguardano le nostre terre. Roberto il Guiscardo, per sposare la prinicipessa Longobarda Sighelgaita, sorella del principe di Salerno Longobardo Gisulfo II e madre di Ruggero Borsa, dovette ripudiare la prima moglie Alberada di Buonalbergo, normanna come lui e che aveva sposato durante la sua permanenza in Calabria, con la scusa della consanguineità e, da cui aveva avuto due figli: Emma e Boemondo d’Altavilla. Invero il matrimonio fu sciolto per permettere al Guiscardo di sposare una principessa longobarda, rafforzando così la sua posizione di potere presso i Longobardi. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “Roberto ruppe gli indugi partendo con Sighelgaita per la Calabria dove la sposò (a 1058 assegnandole, come si è visto, quale “dono del mattino” un quarto delle terre conquistate in Calabria. Ecc..”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “E’ innegabile, la morte di Umfredo (a. 1057) segnò una svolta storica decisiva e non soltanto per il Principato di Salerno. Roberto, insensibile alle pretese di Abelardo, figliuolo del defunto fratello, validamente sostenute dalla madre, si fece acclamare “conte dei Normanni” facendo poi della contea di Puglia un ducato nel 1059: “germe di discordia che minacciava mutarsi in guerra civile”, commenta M. Schipa. Senza dire della pretesa di Roberto perchè il fratello Guglielmo, come conte del Principato, rinnovasse a lui l’obbedienza prestata a Umfredo: pretesa che Guglielmo, insofferente dell’autoritarismo di Roberto, rifiutava. Del dissidio tra i due fratelli cercò di approfittare il principe Gisulfo, chiedendo a Roberto di aiutarlo a riconquistare i beni usurpati da Umfredo e Guglielmo. La richiesta venne fatta in un momento più che favorevole: Roberto aveva chiesto in sposa la bella, saggia e animosa sorella del principe, Sighelgaita, che la tradizione ricorda seguisse Roberto anche sul campo di battaglia. Ma le schiere del principe e del fratello Guido, con la cavalleria del Guiscardo, se ottenero successi in pianura furono poi arrestate dal suaccennato baluardo difensivo e dai larvati aiuti dei cugini di Capaccio del principe. Ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Un complesso intrigo di avvenimenti contribuiva, così, a sfaldare il dominio longobardo ecc…..il matrimonio di Umfredo con la figlia di Guaimario; il matrimonio di Guglielmo de Magnia con Beta, secondogenita di Pandolfo di Capaccio; il matrimonio in Calabria, 1058, tra Roberto il Guiscardo e Sichelgaita, sorella di Gisulfo, mentre una figlia di Guido di Conza andava sposa a Guglielmo, conte del Principato. Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: Ciò provocò l’insorgere di non pochi complessi nel principe (43), che cercò quasi di esorcizzarli rinviando ‘sine die’ gli impegni assunti, persino sulla consegna della dote della sorella Sighelgaita. Fu a questo punto che Roberto il Guiscardo, indignato, sposò malgrado tutto Sighelgaita (Melfi, a. 1059) assegnandole secondo il costume longobardo, ecc…”. Ebner, a p. 225, nella nota (43) postillava che: “(43) Ebner, ‘Storia’, cit., pp. 34 e 84.”. Ebner, a p. 225, nella sua nota (44) postillava che: “(44) Id., ibidem, p. 87 sg. Roberto il Guiscardo aveva ripudiata Alverada di Buonalbergo dalla quale aveva avuto anche il noto Boemondo.”. Il De Blasiis (…), forse sulla scorta del Trinchera (…), nella sua nota (1) di p. 54, postillava che: “Egli ebbe oltre Emma un’altra moglie chiamata Sighelgaita, la quale nel 1126 si dice: Marchisia et uxor defuncti Odonis Marchisii, come rilevasi da un diploma Greco, ivi p. 128.“, riferendosi ad un altro privilegio illustrato nell’altra immagine.

Nel 1059, Roberto il Guiscardo fondò l’ABBAZIA della SS. TRINITA’ di VENOSA e la sua influenza nella Lucania occidentale

Da Wikipedia leggiamo che il complesso della Santissima Trinità di Venosa è un’incompiuta opera religiosa costituita da una “chiesa antica” (o chiesa vecchia), a cui dà accesso l’entrata principale, e da una “chiesa incompiuta” (o chiesa nuova), la cui costruzione non fu mai portata a termine. L’abbazia contiene la stratificazione di tracce ereditate principalmente da Romani, Longobardi e Normanni. Venne riconosciuto come monumento nazionale con regio decreto dal 20 novembre 1897. Vi è controversia sulla data di fondazione, ma gli studi più recenti riprendono le teorie di Daniel Bertaux secondo il quale l’abbazia (che inizialmente comprendeva solo la Chiesa antica) venne innalzata dai Benedettini prima della venuta dei Normanni. Il nucleo originario è costituito da una basilica paleocristiana sorta tra il V e il VI secolo, ove in precedenza vi era un tempio pagano dedicato a Imene. Nel 1059 venne consacrata da papa Niccolò II. Nello stesso anno Roberto il Guiscardo volle rendere la chiesa il sacrario degli Altavilla e fece portare all’interno le salme dei suoi fratelli Guglielmo “Braccio di Ferro”, Umfredo e Drogone (verrà poi anche lui sepolto qui). L’edificio venne iniziato con l’impiego di materiali provenienti da monumenti più antichi. Il suo progetto risale al XII secolo, in architettura normanna, quando la Chiesa antica venne giudicata un luogo inadatto a contenere un certo numero di fedeli, quindi si optò di architettare un vasto abside a cappelle radiali, con il fine di creare un’unica grande basilica. Si ipotizza che i lavori, sovvenzionati dai Benedettini, iniziarono verso la metà del 1100 ma il ritmo andò scemando a causa dell’altalenante patrimonio dei Benedettini e anche perché questi furono costretti ad abbandonare Venosa, causa la soppressione del loro monastero da papa Bonifacio VIII nel 1297. L’Ordine non prestò attenzione all’impianto monastico della nuova chiesa e stanziò il proprio quartier generale all’interno di Venosa, nel “Palazzo del Balì”. Da quel momento la struttura non venne più completata ma vennero attuati altri interventi come il portale nel XIV secolo e il campanile a vela nel XVI secolo, ma a livello architettonico la Chiesa incompiuta rimase tale. Oggi il monumento è affidato all’antico ordine dei Padri Trinitari. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta della Alaggio, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: Ricordiamo per inciso che tale abbazia era stata fondata da Roberto il Guiscardo in segno di ringraziamento dopo la vittoria sui Bizantini, che gli aveva consentito di completare il possesso del Sud, peraltro sancito da papa Niccolò II nel Concilio di Melfi, appositamente indetto nel 1059. Con tali presupposti l’abbazia venusina raggiunse in breve tempo il culmine del suo prestigio, assurgendo anche a mausoleo dei normanni e gestendo spiritualmente ed economicamente un vastissimo territorio. Questa, dopo il periodo di splendore legato alla monarchia normanna, perse la sua autonomia e, nel 1194, etc…”. Medici, a p. 73 scriveva pure che: “Le nuove acquisizioni offerte da Rosanna Alaggio, pertanto, permettono di delineare con maggiore evidenza rispetto al passato il ruolo ricoperto nel Vallo dai benedettini, i quali, in pratica, si dividevano tra i centri di Cava e Venosa, vale a dire i due poli meridionali nei quali si era irradiato il monachesimo di Montecassino. Il Vallo, infatti, nella sua parte settentrionale, con i monasteri di S. Pietro di Polla, di Sant’Arsenio, Caggiano gravitava nell’orbita dell’abbazia di Cava, mentre a Sud, con le dipendenze di Sala, fra cui S. Giovanni in Fonte e S. Nicola di Goffredo (90), e con il convento di Cadossa a Montesano, era legato all’abbazia di Venosa.”. Medici, a p. 74, nella nota (90) postillava che “S. Nicola di Goffredo: “(90) Era uno di quei casali posti alle pendici dell’abitato di Sala. Perla storia di Sala vedi Rossi F. , La cronaca della Città di Sala Consilina, Tipografia De Marsico, 1900.”. Si tratta del testo di ROSSI F. A., Cronaca della città di Sala Consilina derivata dalle distrutte e incenerite citta di Consilino, Consilina Lucana e Marcelliana, Sala Consilina (SA) 1900.

Nel 1059, il Ducato di Puglia e di Calabria di Roberto il Guiscardo

Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III riferendosi a Roberto il Guiscardo dopo la morte del fratellastro Umfredo, duca di Puglia, nel 1057, in proposito scriveva che: …..si fece acclamare “conte dei Normanni” facendo poi della contea di Puglia un ducato nel 1059: “germe di discordia che minacciava mutarsi in guerra civile”, commenta M. Schipa. Ecc…”. Il Ducato di Puglia è una signoria normanna affidata per la prima volta al cavaliere Roberto il Guiscardo della famiglia Altavilla e costituita come entità territoriale come conte di Puglia, nella quale i normanni amministrano giustizia e battono moneta per privilegio pontificio nel 1059 nei territori corrispondenti alle attuali regioni Puglia, Basilicata e parte orientale e meridionale della Campania (dunque il basso Cilento). Il titolo di Duca di Puglia fu spesso unito a quello di Duca di Calabria e come tale rimase fino a quando i due ducati furono uniti alla Contea di Sicilia con Ruggero II per formare il Regno di Sicilia. Nell’estate dell’anno 1059 la Contea di Puglia si trasforma in Ducato come entità territoriale ben definita. Durante il primo concilio di Melfi, infatti, il pontefice Niccolò II, fermo restando la capitale a Melfi, nomina Roberto il Guiscardo Duca di Puglia e Calabria mediante accordi presi con il Trattato di Melfi e perfezionati con il Concordato di Melfi.

Tra il 1059 ed il 1061, Roberto il Guiscardo conquistò la Calabria bizantina

Da Wikipidia leggiamo che nei vent’anni successivi fu impegnato in una formidabile serie di conquiste e annessioni nel Sud Italia e in particolare in Calabria, per poi passare a guadagnarsi il dominio sulle terre siciliane, assieme al fratello Ruggero I. La prima campagna d’espansione di Roberto il Guiscardo era cominciata poco prima, nel giugno del 1059, in coincidenza con l’apertura dei lavori del Concilio di Melfi. Roberto si pose a capo di un esercito e marciò sulla Calabria, compiendo così il primo tentativo di sottomissione di quella provincia, ancora saldamente in mano bizantina, dai tempi della campagna di Guglielmo Braccio di Ferro e Guaimario IV di Salerno. Recatosi a Melfi per ricevere l’investitura ducale del Mezzogiorno, fece rapidamente ritorno in Calabria, dove le sue armate tenevano sotto assedio Cariati. Al suo arrivo la città si arrese e prima dell’inverno anche Rossano e Gerace caddero nelle sue mani. Quando ormai ai Bizantini non restava che la sola Reggio, Roberto tornò in Puglia, dove cercò di rimuovere le guarnigioni greche dai castelli di Taranto e Brindisi (1060). Roberto il Guiscardo e Ruggero I di Sicilia. Tornato di nuovo in Calabria, si riunì al fratello Ruggero e si lanciò alla conquista di Reggio, caduta dopo un lungo e difficoltoso assedio al quale seguì la presa di Scilla, una cittadella fortificata in cui avevano trovato rifugio le guarnigioni reggine. A questo punto la strada verso la Sicilia era ormai spianata. Il primo attacco all’isola fu sferrato a Messina, contro la quale il Guiscardo inviò inizialmente un piccolo contingente, subito respinto dalle difese saracene. Non disponendo ancora di un esercito d’invasione adatto all’impresa, Roberto decise di prepararsi al rientro in Puglia, messa sotto attacco da un nuovo contingente bizantino inviato dall’imperatore Costantino X. Nel gennaio del 1061 la stessa Melfi fu cinta d’assedio e Roberto in persona fu richiamato in patria. L’imponenza della sua macchina bellica mise in fuga i bizantini e già nel maggio di quell’anno la regione fu sottomessa. L’invasione della Sicilia ebbe inizio nel 1061 con la presa di Messina, espugnata con relativa facilità dalle forze congiunte di Roberto e Ruggero. Gli uomini del Guiscardo si appostarono nottetempo nei pressi delle guarnigioni e sorpresero le guardie saracene allo spuntare del mattino: quando le sue truppe raggiunsero la città, la trovarono già abbandonata. Roberto pose lì il suo quartier generale e provvide ad innalzare nuove fortificazioni, mentre stringeva un’inedita alleanza con l’emiro musulmano di Siracusa Ibn al-Thumna, rivale dell’emiro di Castrogiovanni, Ibn al-Hawwās. La notizia secondo cui, alcuni paesi, nell’anno 1065, sono sorti in epoca Normanna, a seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, in proposito scriveva che: Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc…”. Orazio Campagna (….), nel suo “La “Regione mercuriense” etc….”, a p. 91, in proposito scriveva che: “Nel 1060 l’intera Calabria non era più sotto il dominio bizantino. Con l’avvenuta occupazione di Ruggero e di Roberto il Guiscardo, continuò, lenta, ma inesorabile, anche la latinizzazione di gran parte dei monasteri basiliani.”.

Nel 1061, Ruggero I d’Altavilla sposò Giuditta d’Evreux

Da Wikipedia leggiamo che Ruggero fu inizialmente vassallo del fratello Roberto, duca di Puglia e di Calabria, come conte di Calabria, e stabilì la propria corte a Mileto, in Calabria. Proprio a Mileto, nel Natale del 1061, sposò la normanna Giuditta d’Evreux, figlia del conte Guglielmo d’Évreux e di Hadvise Géré. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a pp. 169-170 e ssg., in proposito scriveva che: “Qui trascorse il Natale; e qui gli giunse notizia che la fanciulla che aveva amato in Normandia, fin dalla prima giovinezza, si trovava ora in Calabria dove lo aspettava sperando, come aveva sperato sempre, di diventare sua moglia: la sua gioia fu grande. Giuditta di Evreux era figlia di uncugino germano di Guglielmo il Conquistatore. Quando i due giovani si erano conosciuti l’idea di un possibile matrimonio tra la fanciulla così altolocata e il più giovane e il più povero degli Altavilla, famiglia relativamente oscura, era impensabile; ma da allora molte cose erano cambiate. Una violenta lite era scoppiata tra il duca Guglielmo e Roberto di Grantmesnil, fratellastro e tutore di Giuditta e abate del grande monastero normanno di St. Evroul-sur-Ouche. In seguito a tale lite Roberto era fuggito insieme a Giuditta, al fratello e alla sorella di lei e ad undici monaci rimastigli fedeli; si diresse prima a Roma dove Roberto tentò di ottenere soddisfazione dal papa, proseguendo poi per raggiungere i suoi compatrioti nel Sud. Roberto il Guiscardo aveva fatto loro buona accoglienza. Bramoso di minare l’influenza dei monasteri greci in Calabria, incoraggiava l’insediamento di monaci latini ovunque possibile e aveva immediatamente fondato, dotandola riccamente, l’abbazia di Sant’Eufemia in Calabria, dove sarebbe stato possibile perpetuare le celebri tradizioni liturgiche e musicali di St. Evreul (6). Ma anche Ruggero aveva i suoi piani.”.

Nel 1062, Roberto il Guiscardo assediò Scalea ed il fratello Ruggero I d’Altavilla

Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni riferendosi a dopo la conquista della Calabria e riferendosi a Scalea, divenuta base operativa e sede di Ruggero I d’Altavilla scriveva che: Da questa base cominciò ad insediare i possedimenti del Guiscardo, che mosse contro Scalea con un grosso esercito. Assediò il fratello e, per recargli maggiori danni, cominciò a devastare gli oliveti e le vigne vicine. Proprio questo particolare ci dà un’idea della floridezza di Scalea nel primo periodo normanno. In primo luogo era già un castello fortificato in grado di offrire valida resistenza addirittura al più grande genio militare dell’epoca, Roberto il Guiscardo. Doveva, quindi, essere dotato di mura, torri e porte che in così breve tempo non potevano aver costruito i Normanni, ecc….Dalle parole di Goffredo Malaterra, quindi, possiamo desumere che Scalea già da tempo godeva di una fiorente condizione economica….Ecc..”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e Basilicata”, vol. II, a pp. 149 e ssg., in proposito scriveva che: Quando Roberto ne venne a Melfi, quarto Conte di Puglia, Ruggiero mal disposto contro di lui, entra nel paese di Calabria che il fratello diceva suo, e prende Scalea sul Tirreno: anzi avanza tanto per la regione basilicatese che viene a mettere a saccomanno ed incendii le campagne stesse di Melfi.”.

Nel 1062, Ruggero I d’Altavilla e Roberto il Guiscardo a DISKALIA (Scalea) la firma del patto per la spartizione dei territori

Carmine Manco (…), nel suo “Scalea prima e dopo -Cenni storici”, a p. 24 scriveva che: “Nel contempo Ruggero e Roberto si riappacificarono e, nel castello di Scalea, firmarono il patto di spartizione della Calabria. In questo periodo la vita di Scalea era condizionata dagli umori e alle imprese di Ruggero e dei suoi successori”. Dunque, da Carmine Manco leggiamo che nel castello di Scalea, fatto ricostruire da Ruggero I d’Altavilla, si stipulò il nuovo patto dai due fratelli rivali ma uniti spesso nella conquista dei territori. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: Riprendiamo ora il filo della narrazione e ritorniamo a Ruggiero assediato a Scalea. Dal momento che l’assedio si rivelava lungo ed estenuante, Roberto, da fine politico qual era oltre che esperto militare, comprese che se un avversario non poteva essere vinto con la forza, bisognava scendere a patti con lui. Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, che, con il titolo di conte di Scalea e Malvito, firmò alcuni documenti di cui il più antico è dell’anno 1083, ossia due anni prima della morte del Guiscardo. Comunque stiano le cose, la vecchia ‘Diskalia’, divenuta contea e ora pomposamente ribattezzata Scalea (ma si osservi che nella parlata locale ha conservato la forma ‘a Skalia’), continuò a prosperare per tutto il periodo Normanno e si trasformò nella più importante fortezza militare del Golfo di Policastro, base della flotta che controllava le rotte che collegavano il golfo di Napoli, la penisola Amalfitana e Salerno con la Calabria meridionale e soprattutto con la Sicilia. La nuova contea, dotata di territori ben più vasti di quelli dell’attuale Comune, confinava a nord-ovest con le terre degli Skulland, signori di Aieta, a sud-est con quelle dei conti di Avena, da cui in un secondo tempo si staccarono Papasidero, Orsomarso, Mercurio e Abatemarco, che più tardi si svilupparono come feudi indipendenti.”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e Basilicata”, vol. II, a pp. 149 e ssg., in proposito scriveva che: Roberto che già volgeva in mente più vasti disegni, volle cedere in parte alle pretese del fratello; gli riconosce le conquiste che aveva fatte nell’estrema Calabria, e in ispecie la città di mileto, che divenne capo del Comitato di Calabria; e così la pace è fatta tra loro. Quindi entra in nuovi accordi col principe di Salerno, che era necessario ecc…”. Sul sito del FAI leggiamo che il castello di Scalea, noto anche come ruderi del castello normanno, è un rudere di un castello costruito su uno sperone roccioso sul paese di Scalea, risalente al XI o al XII secolo. Rimangono visibili solo i muri perimetrali e una torre. Venne costruito nell’XI secolo come fortezza militare dai Normanni sui resti di una rocca longobarda e restaurato successivamente dagli Svevi, dagli Angioini e poi dagli Aragonesi. Durante la dominazione normanna, al suo interno si incontrarono i fratelli Ruggero e Roberto d’Altavilla per dividersi i territori calabresi. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a pp. 170-171, in proposito scriveva che: “L’anno 1062 incominciò bene, ecc…Il duca di Puglia ricominciava a farne delle sue. Sin dal 1058 si era impegnato a dividere in parti uguali le sue conquiste in Calabria con il fratello; da allora in poi però, indispettito per l’influenza sempre maggiore che andava acquistando Ruggero e temendo per la sua stessa posizione, si era rifiutato di mantenere fede alle promesse. Ruggero, per tutto il tempo che era stato impegnato in Sicilia aveva accettato, pur di mala voglia, il denaro che Roberto gli aveva offerto in cambio dei territori che gli sarebbero dovuti spettare, ma ora che si era sposato la situazione era diversa.”. Sempre il Norwich continuando il suo racconto, a p. p. 174, in proposito scriveva che: “Non è ancora ben chiarito come venne spartita la Calabria fra Roberto e Ruggero dopo l’indecoroso alterco tra i fratelli. Sembra che la spartizione sia stata fatta in base ad un accordo per cui ogni città e castello veniva diviso in due zone d’influenza separate, impedendo così alle popolazioni di parteggiare per l’uno o per l’altro, qualora fossero sorte controversie. Tale sistema lascia pensare che la mutua fiducia non poggiava su basi troppo solide; ecc….Una cosa è certa: l’accordo permise a Ruggero di donare a Giuditta il ‘Morgengab’ che le spettava, e e a quelli della sua famiglia i beni terieri che si confacevano alla dignità della loro nuova posizione.”. Dunque, come scriveva il Norwich, con questo accordo  “Non è ancora ben chiarito come venne spartita la Calabria fra Roberto e Ruggero”. Secondo Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, ecc…”. E’ molto probabile che dopo la presa di Salerno da parte del fratello Roberto detto il Guiscardo, subentrarono nuovi accordi tra i due e Scalea passasse definitivamente al figlio di Roberto il Guiscardo, detto “Roberto detto Scalone o Scalione”. Infatti, le notizie che seguiranno ci fanno dubitare del possesso da parte di Roberto anche della non lontano Policastro che, pare, sia stata assegnata dal Duca Ruggero I d’Altavilla, futuro re di Sicilia al figlio Simone. Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che: “Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo.”. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 39 e ssg., in proposito scriveva che: “Intanto, una grande carestia affligge la Calabria: per le gravi difficoltà in cui versano, i calabresi cominciano a non pagare il tributo e a rifiutare il servizio militare mentre a Nicastro giungono a massacrare la guarnigione normanna. Il Guiscardo comprende che il diffondersi della rivolta rischia di vanificare quanto finora conquistato e si riappacifica con il fratello. La Calabria viene divisa in due zone di influenza e la linea di demarcazione è la via istmica che unisce i golfi di Sant’Eufemia e di Squillace: a nord della stessa è riconosciuto il dominio del Guiscardo ed a sud quello di Ruggero, che pone la sua base operativa a Mileto.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 468-469, in proposito scriveva che: “E’ vero che, sotto il profilo giuridico, metà di Palermo, come del resto Messina e della Calabria, continuava ad essere sottomessa alla sovranità feudale del duca di Puglia, essendo rimasta immutata, sotto la reggenza, la convenzione intervenuta, nel corso della conquista, tra Roberto il Guiscardo, capo supremo dei Normanni, e suo fratello Ruggero, convenzione che stabiliva appunto tale divisione (113).”. Pontieri, a p. 468, nella nota (113) postilava che: “(113) Le informazioni date dalle fonti non sono concordi circa queste divisioni in due parti dei territori conquistati in Calabria e in Sicilia tra i due fratelli d’Hauteville. Ad ogni modo, per quanto concerne la Sicilia, Amato di Montecassino, è molto preciso quando riferisce che, dopo la caduta di Palermo, “le Duc donna à son frere, lo cont Roger, toute la Sycille, se non que pour lui reserva la meité de Palerme et la meité de Messine, et la moité de Demede (Val Demone). Et li conferma la parte de Calabre laquelle avoit avant de Sycille”: cfr. Amato, ed. De Bartolomeis, VI, 21, 283, e la testimonianza è confermata da Falcone Beneventano nel brano che riportiamo nella nota seguente. Il Gregorio, Considerazioni, etc.., cit. in Opere scelte, p. 107, credette che Ruggero I di Puglia nel 1091 avesse ceduto a suo zio Ruggero I di Sicilia la metà di Palermo di sua pertinenza, onde ricompensarlo dell’aiuto portatogli nella guerra che aveva avuto dovuto muovere contro suo fratello Boemondo, ribelle in Calabria. L’affermazione del Gregorio si basava su una errata lezione del vecchio testo del Malaterra etc…”. Il Pontieri, a pp. 468-469, in proposito scriveva pure che: “Senonchè questo curioso condominio, di cui Ruggero II otterrà nel 1122 l’annullamento da parte del debole cugino Guglielmo I in rivalsa degli aiuti allora da lui prestatigli (114), era stato inteso nel senso che al duca di Puglia fosse devoluta la metà dei tributi riscossi nei nuemerevoli territori, senza che ciò giustificasse una limitazione della giurisdizione del conte di Sicilia e di Calabria su di essi: nulla, pertanto, impediva che questi elevasse alla funzione permanente di capitale del suo stato Palermo etc…”.

La Molpa in Goffredo Malaterra, cronista d’epoca Normanna

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – I Discorsi”, a p. 368, in proposito a ciò che scriveva il cronista Normanno Goffredo Malaterra, diceva che: “Ed oltre a questo (locchè più importa) e che Melfi è Città edificata dopo dà Normanni. Giustifica questa verità il citato ‘Malaterra’ nel principio del ‘lib. I.’ col mostrarcene la fondazione sul cominciar del secolo XI. (Eccone le parole: ‘Sed cum fine Castro, quo se tuerentur (Normanni) essent, Castrum, quod Melfa dicitur, construxerunt. Quando all’incontro nell’Epist. 23. di S. Gregorio lib. 6, indict. 14.”. Scrive sempre l’Antonini a pp. 368-369: “Quanto all’incontro nell’Epis. 23 di S. Gregorio, lib. 6, indict. 14., trovasi nell’anno 596, fatta menzione di Pimenio Vescovo d’Amalfi. Sicchè far venire col ‘Capaccio’ da Melfi, ch’era ‘in mente Dei’, la gente all’edificazione d’Amalfi già edificata, è pretendere una cosa affatto ridicola.”. L’Antonini (…), nella sua nota (1) a p. 369 postillava che: “(I) Eccone diverse autorità. La ‘Cronaca manoscritta Cavense’, nell’anno MXCVI parlando dell’assedio di Amalfi (di cui anche ragiona il ‘Malaterra’) dice: “Rogerius ecc…”. Poi nel manoscritto scrive “Rogerius Dux obsedit Amalphiam, & coepit eam: e nell’anno MCXXX vi si legge: “Et …………….”.

Antonini, p. 367

L’Antonini cita di nuovo il cronista d’epoca normanna Goffredo Malaterra, a p. 369, scrivendo che: “E quindi è venuto che Amalfi, siccome anche la Molpa, è stato chiamato indifferentemente ‘Melfa’ (2), Malfa, Melpa, come chiaramente si legge in Malaterra lib. 4., c. 24 nel viaggio Gerosolimitano di Pietro Tudebodo, ed in cento autori di quei secoli.”. L’Antonini, credeva che la ‘Melfi’, citata dal Malaterra, fosse la Molpa di Camerota e Palinuro. Il racconto del Malaterra, riferisce un episodio del 1057. Erano proprio gli anni in cui il normanno Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo, insieme ai suoi fratelli, iniziava ad impossessarsi di diversi territori della Calabria. Nell’anno 1058, il Guiscardo, sposerà la sorella di Gisulfo II, principe longobardo di Salerno e, nel 1065, distruggerà per la seconda volta Policastro. L’Antonini (…), a p. 367, continuando il suo racconto su Molpa, scriveva che: “‘Goffredo Malaterra’, scrittore delle cose nostre Normanniche, la chiama Melfa; e ci fa vedere, che a tempo di lui ci erano anche dè mercanti, poichè scrive di essere stati presi alcuni da Roberto il Guiscardo nel MLVII. Ecco le di lui parole: ‘At dum illos, qui praedatum miserat apud Scaleam, prestolatur, Bever quidam a Melfa veniens nuntiavit Melfitanos negotiatores a Melfa, haud procul a castro transire. Quo nudito non minimum gravisus, equum infiliens, captosque Scaleam deduxit, omniaque, quae secum habebant diripiens, ipso etiam redimere fecit’. Nè uom dica, che ‘Malaterra’ abbia inteso parlare di Melfi (I), perchè oltre essere questa Città lontana da Scalea ben quattro giornate di cammino, era poi Melfi Città dello stesso Guiscardo, ed il più forte luogo, ad asilo dè Normanni, dà medesimi frescam ente edificato. (2).”. A questo punto del racconto sulla città di Melfi, o della Molpa, l’Antonini (…), nella sua nota (I), postillava che: (I) Agostino Inveges in quanti luoghi occorre ragionar di Melfi, sempre col nome di Amalfi lo chiama, onde gran confusione nasce.”. La notizia dell’origine di alcuni nostri paesi che, come sosteneva il Porfirio, furono: costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani”, dovrebbe connettersi, attestandosi al periodo del primo Guiscardo, alla restaurazione della sede episcopale bussentina, con la nomina a Pietro Pappacarbone, primo vescovo della restaurata sede episcopale suffraganea di Policastro. Il Porfirio (…), faceva riferimento al periodo in cui venne restaurata la sede episcopale Bussentina, diventata da quel momento Paleocastrense, con la nomina di Pietro Pappacarbone a primo vescovo della restaurata sede. I fatti narrati dal Laudisio (…) e poi dal Porfirio (…), ricorrono al tempo di Roberto il Guiscardo prima o dopo il Concilio di Melfi. L’Antonini, scrivendo di Molpa diceva che al tempo di Goffredo Malaterra, vi erano a Molpa parecchi mercanti (“mercadanti”), che furono presi da Roberto il Guiscardo e portati a Scalea. Antonini (…), riporta la frase del cronista dell’epoca Normanna Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, che, secondo il Lo Curto (…), racconta l’episodio in cui si cita Molpa a Scalea. Si tratta del Libro I, del Cap. XXVI, il Malaterra scriveva (v. Lo Curto, p. 71) che: Mentre egli aspettava a Scalea i soldati che aveva mandato al saccheggio, un tale Bervenis, giunto da Melfi, gli fece sapere che mercanti della zona, carichi di beni di valore, stavano passando non lontano dal castello per ritornare a Melfi da cui erano partiti. Saputo ciò, Ruggero con grande gioia balzò a cavallo e, affiancato da Gesualdo e Carbonaria (30), con soli tredici soldati andò incontro ai mercanti. Catturatili, li trascinò a Scalea; dopo averli depredati di tutto quello che avevano, pretese anche il loro riscatto.”. Inoltre l’Antonini, a p. 368, in proposito a ciò che scriveva il cronista Normanno Goffredo Malaterra, diceva che: “Ed oltre a questo (locchè più importa) e che Melfi è Città edificata dopo dà Normanni. Giustifica questa verità il citato ‘Malaterra’ nel principio del ‘lib. I.’ col mostrarcene la fondazione sul cominciar del secolo XI. (Eccone le parole: ‘Sed cum fine Castro, quo se tuerentur (Normanni) essent, Castrum, quod Melfa dicitur, construxerunt. Quando all’incontro nell’Epist. 23. di S. Gregorio lib. 6, indict.14.”. Scrive sempre l’Antonini a pp. 368-369: “Quanto all’incontro nell’Epis. 23 di S. Gregorio, lib. 6, indict. 14., trovasi nell’anno 596, fatta menzione di Pimenio Vescovo d’Amalfi. Sicchè far venire col ‘Capaccio’ da Melfi, ch’era ‘in mente Dei’, la gente all’edificazione d’Amalfi già edificata, è pretendere una cosa affatto ridicola. Alquanto però diversamente narra l’edificazione d’Amalfi, ‘Marino Frezza’ (I) suo Cittadino nel ‘tratt. de subfeud. lib.I. fol. 37. poichè non fa venire i Romani da Ragusa alla Molpa, e da quì a fondare Amalfi, ma dal Cilento citeriore intorno al Silaro, che vuol dire più di cinquanta miglia ad occidente ecc…”. L’Antonini, cita di nuovo il cronista Normanno Goffredo Malaterra, a p. 369, scrivendo che: “E quindi è venuto che Amalfi, siccome anche la Molpa, è stato chiamato indifferentemente ‘Melfa’ (2), Malfa, Melpa, come chiaramente si legge in Malaterra lib. 4., c. 24 nel viaggio Gerosolimitano di Pietro Tudebodo, ed in cento autori di quei secoli.”. Anche Luca Mannellici parla della Molpa e di ciò che scrisse il cronista del tempo Goffredo Malaterra che ci parlò delle gesta dei primi Normanni. Ecco la pagina 45r originale ed inedita, per la prima volta da me pubblicata, del manoscritto di Luca Mannelli (…), ‘La Lucania sconosciuta’, cap. X, che ci parla del Malaterra e, di quanto scrisse nel suo manoscritto sulla Molpa: “Palinuro Promontorio, Melfe fiume, terra distrutta, ed altri luoghi convicini Cap. X.”.

Mannelli, p. 45r, su Malaterra, Melfi e i normanni

Nel 1065, Roberto il Giuscardo distrusse Policastro e portò i prigionieri a ripopolare Nicotera in Calabria

La prima notizia della distruzione di Policastro da parte del Guiscardo e del trasporto dei suoi abitanti a Nicotera, in Calabria, ci viene dal barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, che, a p. 416, parlando di Policastro scriveva che: “Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV, allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi Cittadini trasportando. Goffredo Malaterra, senza dircene il motivo, così lo scrive nel lib. 2: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV (2) Policastrum destruens, incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, bospitari fecit.”. L’Antonini, a pp. 416-417 riportava il passo di Goffredo Malaterra (….). Antonini scriveva che Roberto il Guiscardo distrusse Policastro nel 1065 e trasportò i suoi abitanti a “Nicotrum”. Antonini trae la notizia dal libro 2° di Goffredo Malaterra (….), che scriveva che: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV (2) Policastrum destruens, incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, bospitari fecit.”. L’Antonini, a pp. 416-417, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Appunto cinquant’anni prima, cioè nel 915 era stata saccheggiata la città da Saraceni d’Acropoli e da que’ di Camerota, come si ha dal citato ‘Manoscritto del Marchese di S. Gio: ove parlandosi della distruzione di Pesto nel fol. 121 si leggono le seguenti parole: ……”. Dunque, l’Antonini, riguardo la notizia del saccheggio di Policastro nel 915 dei Saraceni di Agropoli e di Camerota traeva la notizia dal manoscritto del marchese di San Giovanni (….), di cui ho già parlato in precedenza. Antonini aggiunge la notizia che le famiglie scampate alla distruzione di Policastro, dice nell’anno 1065, fosse tratta da un passo del Malaterra. Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 345, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (82) ripete dall’Antonini che Policastro, nel Medioevo nota come ‘Paleocastrum, Policastrum, Pollicastrum, è sita su una collina bagnata dal mare, e che è città vescovile suffraganea di Salerno, dalla quale dista 76 miglia. Respinge l’opinione dell’Ughelli e del di Luccia che “la vogliono figlia dell’antica Velia”, che ubica a Castellammare della Bruca; riporta il brano di Goffredo Malaterra (83) sulla distruzione da parte di Guglielmo il Guiscardo e dice che il vescovo e i canonici se ne vanno a maggio a Torre Orsaia, tornandovi a dicembre. Ecc…”. Ebner, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Ebner, a p. 545, nella sua nota (83) postillava che: “(83) G. Malaterra ct., II, ‘Anno vero Dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, hospitae fecit’. “. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Policastro, a p. 332, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, il Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. vol. VII, pp. 226-227 parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ‘Roberto il Normanno’ la distrusse nel 1065. Scrive ‘Goffredo Malaterra (5): Anno vero Dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, hospitari fecit Ruggieri la riedificò poi, ma non saprei se egli ancora l’avesse tutta murata con un forte castello dalla parte superiore.”. Dunque, anche Lorenzo Giustiniani ricorda il passo del Malaterra e scrive che i cittadini di Policastro, nell’anno 1065 (mette anno 1065 perchè l’Ughelli aveva parlato della sua distruzione in quell’anno), furono trasportati a Nicotera in Calabria. Dunque, l’Antonini riportava il passo del libro II della chronicon di Goffredo Malaterra, che era gia stato citato dal Mannelli: ‘Anno vero Dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, hospitae fecit’, che tradotto dovrebbe significare che: “Nell’anno dell’Incarnazione di nostro Signore 1065, distrusse Policastrum e lo fece ospite di tutti gli abitanti di Nicotrus, che fondò nello stesso anno”. Dunque, il Malaterra scriveva che nell’anno 1065, Roberto il Guiscardo distrusse Policastro e portò i suoi abitanti a ripopolare la città di Nicotera in Calabria che aveva fondato. Dunque la notizia della distruzione di Policastro nell’anno 1065 e della traduzione a Nicotera degli abitanti superstiti di Policastro, fatti prigionieri dal Guicardo è tratta da un passo della cronaca del Malaterra. La notizia secondo cui, alcuni paesi, nell’anno 1065, sono sorti in epoca Normanna, a seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto, proveniva dal cronista dell’epoca Goffredo Malaterra (….). Pietro Ebner citava il passo del Malaterra anche nella sua nota (9), vol. II a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Infatti, il cronista dell’epoca Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, scriveva che: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.” che tradotto significa: “Nell’anno dell’Incarnazione di Nostro Signore 1065, distrusse Policastro e fece alloggiare tutti gli abitanti a Nicotera, che fondò nello stesso anno prima del….”. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. Il cronista dell’epoca Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, nel suo Libro II, parla e ci racconta di Policastro , Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un castello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Il monaco benedettino, Goffredo Malaterra, nel XI secolo, scrisse il suo regesto ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’ e, secondo la traduzione curata da Vito Lo Curto (…), nel suo capitolo dedicato a “Roberto il Guiscardo assedia Aiello”, scriveva: Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit”, che tradotto significa: “Nell’anno dell’incarnazione del Signore 1065 il Guiscardo, distrutto il castello di Policastro, ne condusse tutti gli abitanti a Nicotera, che aveva fondato quell’anno, e quì li fece risiedere. Prima di dirigersi a Palermo, ecc…”. Il Lo Curto (…), a p. 157, nella sua traduzione del Malaterra (…), scriveva in proposito che: “Nell’anno dell’incarnazione del Signore 1065 il Guiscardo, distrutto il castello di Policastro, ne condusse tutti gli abitanti a Nicotera, che aveva fondato quell’anno, e qui li fece risiedere.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli ecc…’, nel suo vol. II, a p. 332 parlando di Policastro e riferendosi e citando il “manoscritto del marchese di S. Giovanni” (….), in proposito scriveva che: “…,ricorda quella della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera) scrive il Gay (19).. Ebner, nella sua nota (19) postillando fornisce due notizie. La prima è tratta dal manoscritto del marchese di San Giovanni (…), forse il marchese di Calatrava Marcello Bonito, che riguarda la distruzione di Policastro nell’anno 915. L’altra notizia è quella che ricorda quella della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060″ , notizia tratta da Julius Gay (….), nel suo “L’ Italia meridionale e l’impero bizantino. Dall’avvento di Basilio I alla resa di Bari ai Normanni (867-1071)”, sosteneva che Roberto il Guiscardo, attaccando e distruggendo Policastro nel 1059-1060 trasportò gli abitanti a Nicotera”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (19) postillava che: “(19) I. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin depuis l’evenement de Basile I iusq’à la prise de Bari, par le Normands (867-1071), Firenze, 1917, p. 491..”. Si tratta dello storico francese Guilio Gay, che nel suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, Paris, 1904, scriveva a p. 491:

Gay, p. 524

(Fig…) Gay J., edizione francese, Paris, 1904, p. 524

Il Gay, a p. 524, in proposito scriveva che: “La ville de Policastro – sur la còte de Lucanie – est detruite, et les habitants sont transportés à Nicotera. Des prisonniers siciliens viennent former la garnison de la fortesse de Scribla, l’une des premières que les Normands aient fondées dans la vallée du Crati (3).”, che tradotto significa che: “Il paese di Policastro – sulla costa lucana – viene distrutto e gli abitanti vengono trasportati a Nicotera. I prigionieri siciliani vengono a formare il presidio della fortezza di Scribla, una delle prime che i Normanni fondarono nella valle del Crati (3).”. Il Gay, a p. 524, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Gaufred. Malaterr., II, 36, 37.”. Giulio o Jules Gay (…), nel 1917, nel cap. V, a p. 386 ‘L’Italia meridionale e l’Impero Bizantino’, presentazione a cura di Antonio Ventura, sulla scorta del cronista del tempo Goffredo Malaterra (…), parlando della conquista della Calabria da parte dei due fratelli normanni Ruggero e Roberto il Guiscardo, leggiamo che: “Per affermare il suo dominio, il duca di Calabria costituisce qua e là delle colonie militari; usando gli stessi procedimenti dei generali bizantini nelle loro campagne in Asia, trasferisce da un punto all’altro centinaia di prigionieri, e qualche volta la popolazione intera di una città ridotta in cenere. La città di Policastro sulla costa lucana è distrutta, e gli abitanti sono trasportati a Nicotera. Dei prigionieri siciliani vengono a formare la guarnigione di Scribla, una delle prime che i Normanni abbiano fondato nella Valle del Crati (16).”. Julius Gay (…), nella sua nota (16), postillava che la notizia era tratta da: “(3) Goffredo Malaterra, II, 36, 37.”. Dunque, il Gay, per questa notizia su Policastro, la sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo e la notizia che gli abitanti vennero trasportati a Nicotera in Calabria, fa riferimento alla cronaca medioevale di Goffredo Malaterra. Come vedremo innanzi, anche il monaco agostiniano Luca Mannelli trae le sue notizie su Policastro dalla cronaca di Goffredo Malaterra (….). Dunque, il Malaterra (…), parlava di una distruzione di Policasto nell’anno ‘MLXV’ (a. 1065), come pure l’Ughelli (…), mentre il Gay (…), riferisce ad una prima distruzione di Policastro, nell’anno 1059-60 (almeno così scriveva l’Ebner): La città di Policastro sulla costa lucana è distrutta, e gli abitanti sono trasportati a Nicotera.”. La notizia di una prima devastazione di Policastro ci viene anche da Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel 1700, nel suo “Trattato historico-legale etc….”, che però ci parla dell’anno 1065, e non dell’anno 1055. Infatti, il Di Luccia (….), a p. 8, in proposito scriveva che: “Hebbe questa Città diverse sciagure, mentre dell’anno 1065. fù distrutta da Roberto il Giuscardo acciò li suoi habitatori fossero andati ad habitare nella Terra di Nicotro fondata da esso nel medesimo anno, ecc…”.

Di Luccia, p. 8

Dunque, anche Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel 1700, riportava la notizia della distruzione di Policastro da parte del Guiscardo e, sebbene volesse che ciò fosse accaduto nell’anno 1065, egli scriveva anche l’altra notizia che “acciò li suoi habitatori fossero andati ad habitare nella Terra di Nicotro fondata da esso nel medesimo anno”. Il Di Luccia voleva che gli abitanti di Policastro, dopo la distruzione di Policastro da parte del Guiscardo andarono a ripopolare il centro calabrese fondato dal Guiscardo. Il Di Luccia lo chiama “Nicotro”. Dunque, il Di Luccia confermava il fenomeno del movimento migratorio che dai piccoli centri della Lucania molte famiglie venivano tradotte con la forza nei piccoli paesi della Calabria, come quello di Nicotera che, secondo il Di Luccia era stato fondato dallo stesso Roberto il Guiscardo. Proprio l’esatto contrario del racconto che fece il Laudisio (…) e, prima di lui il Barrio (…). Il racconto del Malaterra (…), è affidabile in quanto egli fu diretto testimone di alcuni fatti narrati. La notizia, verrà poi citata dal Di Luccia (…), forse sulla scorta della ‘Sicilia Sacra’ del Pirro (…) affermava che ” Policastro, nell’anno 1065, fu distrutta da Roberto il Guiscardo acciò li suoi abitanti fossero andati ad abitare nella Terra di Nicotro, fondata da esso nel medesimo anno e riedificata poi in tempo di Re Ruggero ecc…”. Forse si trattava del paese di Nicastro in Calabria che, il Malaterra chiama ‘Nicotrum’, e che il Roberto il Guiscardo, nel 1065 aveva punito i suoi abitanti, ma la notizia riportata dal Laudisio (…) è esattamente opposta a quella del coevo monaco benedettino Malaterra. L’episodio della distruzione di Policastro (a. 1065), ci è narrato dal Malaterra (…), nel suo libro II, e poi ripreso più tardi dall’Ughelli (…) e citato nel manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli (…), ovvero la sua “Lucania sconosciuta”. Per il Manoscritto del Mannelli, si veda pure: Rocco Gaetani (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (…), nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra. Rocco Gaetani (…), nel suo: ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli ecc..’, sulla scorta del Mannelli (…), riguardo la notizia della distruzione di Policastro da parte dei Normanni (tratta dal Malaterra (…) “Libro II, cap. 37″), la confuta e dice che non doveva riferirsi a Policastro il Malaterra quando riportava la notizia che il Guiscardo faceva ripopolare ‘Nicotrum’Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, a pp. 23-24 riportando il testo del Mannelli, in proposito scriveva che: “Scrive Goffredo malaterra, celebre scrittore de’ prime imprese de’ Normanni in questi paesi, che Ruberto Guiscardo nel 1065, dishabitasse Policastro, trasportandone i cittadini a popolare Nicotera, da lui edificata. Anno Dom. Incarnat. MLXV. Policastrum castrum dustruens incolas omnes Nicoteram, quod ipso anno fundavit, adducens, ibi hospitari fecit (1)“. Il Gaetani, a p. 24, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Malat. Libro 2, n. 37.”

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(Fig….) Luca Mannelli o Mandelli (….), la ‘Lucania sconosciuta’, ms.,

Il Mannelli, però, confutava la tesi secondo cui il “Policastro” ed il “Nicotera” del Malaterra si potesse riferire al nostro Policastro oggi Bussentino. Addirittura il Mannelli e pure il Gaetani, confuta la tesi della distruzione di Policastro nell’anno 1065 da parte del Guiscardo. Il Malaterra, nel suo manoscritto, ci parla di un ‘Policastri’. Il Gaetani, sempre riportando il testo del Mannelli, a p. 24 aggiungeva che: “Ma questo non parmi si possa intendere del nostro Policastro, ma d’un altro di simil nome, il quale hoggigiorno così vien detto nella Provincia di Calabria inferiore, dove ancora Nicotera è situata. – Poichè per primo non è verosimile, che se Policastro di Lucania fusse stato da Guiscardo distrutto, appresso nello spatio di dodici anni tanto si potesse riempire d’habitatori, che paresse all’Arcivescovo di Salerno vi fusse bisogno di proprio Pastore. Nè si può credere che al partir de’ cittadini v’accrresse moltitudine di Forestieri; leggendosi che altre volte i medesimi vi furono l’abbandonarono. Nè meno ha del verosimile che i Cittadini primieri di Nicotera vi rifuggissero, non avendo ciò ardito contro la volontà di Guiscardo. Aggiungo che Nicotera l’anno 1074 fu presa e predata da Saraceni, e gli habitatori parte furono uccisi, parte fatti schiavi colle loro donne e fanciulli; laonde scrisse il medesimo: “Africani Saraceni e familia Regis Punicis ex eius edicto navibus per naves Piratarum more vela ventis committentes maritima litora versus Siciliam, et Calabriam insidiatum vadunt; sicque Iunio mense in vigilia B. Petri apud Nicotrum de nocte appulsi, cives incautos, et prae gaudio instantis solennitatis vino ex more somno que gravatos opprimunt semisomnes, alios perimunt, alios capiunt, ipsos etiam pueros cum mulieribus, omnique suppellectili vehibiti praedam navibus inducunt (1). Da quel tragico avvenimento ben si raccoglie, che gli habitatori menativi da Guiscardo non se n’erano partiti, e che ne fu fatta strage ecc…”. Il Gaetani a p. 25 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Idem lib. 3 n. 7”.  

gaetani, p. 24

(Fig….) Gaetani Rocco, op. cit., pp. 24

Infatti, Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento” parlando di Agropoli e del Cilento, la “bricia” longobarda in quel periodo, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) C. Carucci (op. cit., p. 277) afferma erroneamente che i Normanni distrussero Policastro. La notizia, probabilmente mal desunta da un passo del MALATERRA, come già l’Antonini (op. cit., p. 416, dove è riportato il testo) è invece da riferirsi alla distruzione avvenuta nel 1065, di Policastro in provincia di Catanzaro; cfr. P. Natella/P. Peduto, Pixous-Policastro, cit., p. 512.”. Dunque, il Cantalupo, citava Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, p. 277. Dunque, il Cantalupo cita Carlo Carucci (….) e postillava che: “(2) C. Carucci (op. cit., p. 277) afferma erroneamente che i Normanni distrussero Policastro”. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 277, in proposito scriveva che: “Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto Guiscardo per le terre usurpate a chiese e ad abbazie nel principato di Salerno ed altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli per sollecitare aiuti contro i Normanni dall’imperatore bizantino (3), perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la Contea di Principato (1) ecc…”. Dunque, Carlo Carucci riportava la notizia della distruzione di Policastro ma non scriveva nulla sulla traduzione dei suoi abitanti. Il Cantalupo scriveva pure che la notizia della distruzione di Policastro, data dal Carucci era errata perchè, scrive il Cantalupo, La notizia, probabilmente mal desunta da un passo del MALATERRA, come già l’Antonini (op. cit., p. 416, dove è riportato il testo) è invece da riferirsi alla distruzione avvenuta nel 1065, di Policastro in provincia di Catanzaro; cfr. P. Natella/P. Peduto, Pixous-Policastro, cit., p. 512.”. Dunque, il Cantalupo, citando la notizia dell’Antonini e del Malaterra, si riferisce a ciò che avevano scritto i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”. Dunque, i due studiosi Natella e Peduto ed il Cantalupo, in seguito, opinavano sulla notizia tratta dal Malaterra e riferita in seguito dall’Antonini e sul passo del Malaterra riportato pure dal monaco Agostiniano Luca Mannelli. Infatti, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a pp. 511-512-513, in proposito ai Normanni scrivevano che: Secondo il Mannelli, nel 1065, Roberto il Guiscardo distrusse – è la terza notizia in merito – Policastro e portò i suoi abitanti superstiti ad popolare Nicotera: la notizia però non è accettata dallo stesso Mannelli (69), giacchè le cronache si riferiscono non alla nostra città ma ad una Policastro sita nel Comune di S. Donato di Ninea in Prov. di Catanzaro.”. I due studiosi, però si riferivano all’anno 1065 e non all’anno 1059 come scriveva Ebner. Inoltre, i due studiosi ricordavano il manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli (….), scrivendo che la notizia secondo cui gli abitanti di Policastro furono portati prigionieri a Nicotera, paese della Calabria, era stata tratta dal manoscritto di Luca Mannelli. Infatti, i due studiosi, a p. 512, nella loro nota (69) postillavano che: “(69) L. Mannelli, Lucania sconosciuta, ms. cit.”.

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (19) postillava che: “(19) I. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin depuis l’evenement de Basile I iusq’à la prise de Bari, par le Normands (867-1071), Firenze, 1917, p. 491..”. Infatti Jlius Gay, a p. 491, in proposito scriveva che: “(19) ………..

Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a p. 123, parlando di Policastro e, del terribile Roberto il Guiscardo, scriveva che: “…assalì le città marittime e, nell’anno 1055, per vendicarsi del cognato Gisulfo II, ultimo dei Principi Longobardi di Salerno, che aveva donato al fratello Guido, Policastro ed altri castelli della valle dei Sanseverino, devastò e rase al suolo il fiorente centro bussentino (57). Fu in questa triste circostanza che i policastrensi superstiti, sbandati e senza tetto, lasciarono il suolo natio e si rifugiarono, lontano dal mare, sulle alture circonvicine, dove costruirono le loro case e si stabilirino la definitiva dimora.”. Il Guzzo (…), a p. 123, nella sua nota (57), postillava che: “(57) F. Palazzo, op. cit., p. 150.”. Probabilmente Angelo Guzzo si sbagliava quando scriveva che fu nel 1055, e non nel 1065 che Roberto il Guiscardo distrusse Policastro. Infatti, Angelo Guzzo citava Ferdinando Palazzo che si rifaceva al testo di Pietro Marcellino Di Luccia (….). Ferdinando Palazzo (…), però, a p…, sulla scorta del ‘Trattato historico-legale’ di Pietro Marcellino Di Luccia (…), scriveva che: “…,seguì nell’anno 1065 la funesta devastazione di Policastro di Roberto il Guiscardo, il quale, con la ferocia di Attila, distrusse ‘ab imis’ la ridente Metropoli, lasciando senza tetto e senza pane i suoi infelici abitanti i quali furono costretti in gran parte a cercare rifugio sui monti circostanti (10).”. Il Palazzo (…), a p. 37 (v. nuova edizione), nella sua nota (10), postillava che: “(10) Di Luccia, op. cit., pag. 8.”. Dunque, il Palazzo (…), e poi pure il Cataldo (…), sulla scorta del Di Luccia (…), scrivevano che il Guiscardo aveva assalito e distrutto Policastro non nell’anno 1055, bensì nell’anno 1065.

Il Laudisio (…), parlando delle invasioni longobarde, scriveva: “Fu allora che la città di Bussento cambiò nome e fu chiamata con un termine greco-latino Polycastrum, cioè insieme di molti castelli a causa dei numerosi castelli che le erano sorti attorno; oppure fu chiamata Polycastrum per l’imponente castello che la sovrasta, così che Paleocastrum, cioè antico castello, usando un termine che ha una certa analogia col termine Neocastrum (Nicastro), che significa nuovo castello.(…, p. 69). Forse esiste un’analogia con i due toponimi di ‘Paleocastrum’ e di ‘Nicastro’ o il ‘Nicotrum’ di cui parlava il Malaterra (…).

Policastro, castrum bizantino e caposaldo Longobardo e Normanno

Da Clara Bencivenga Trillmich (…), e dal suo ‘Pyxous-Buxentum’, in «Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité» Année 1988, sappiamo che il centro storico della medievale ‘Policastrum’, insiste infatti, in maniera visibile, su più antiche emergenze in opera pseudo-poligonale, oggi conservate per un’altezza variabile da circa 3 a circa 6 m., e in epoca Bizantina,  in base a notizie fornite da Stefano di Bisanzio (…), si sa che il centro rimase attivo anche in epoca bizantina: alla dominazione di Bisanzio si deve il nome di ‘Palaiokastron’, e la fortificazione sommitale che residuano tutt’oggi nel castello medievale. Entrata a far parte nell’839 del Principato Longobardo di Salerno, nel 915 la cittadina subì il saccheggio portato dai pirati saraceni alle comunità costiere del Golfo di Policastro. Conquistato nel 1055 dal normanno Roberto il Guiscardo, il borgo fu ulteriormente fortificato con l’innalzamento del vicino ‘Castellaro’ di Capitello. Al Guiscardo si deve, inoltre, la costruzione della navata centrale della Cattedrale, poi più volte ampliata nel corso dei secoli. Il Campanile, in particolare, fu edificato nel 1167. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a pp. 511-512-513, in proposito ai Normanni scrivevano che: “Il Gaetani ricorda come esistessero nella Diocesi di Policastro, a Poderia, a Roccagloriosa e a Torraca chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia (65). Il titolo di Odeghitria, scorta del cammino (66), fu dato anche alla chiesa madre di Policastro (67), e tale rimase fino al 1848. Questa dedicazione ci avverte che almeno fino al X sec. il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre Policastrense, sebbene il Porfirio sia convinto che “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al greco rito si tenne mai sempre ferma nella sua fede alla sede di Roma (68), ove la preoccupazione di riferirsi continuamente, come non solo il Porfirio ma il Laudisio e altri fecero, alla sede romana, era il segno della grave persistenza del rito greco, mantenuto non solo in celle, laure, o badie isolate, ma in un territorio vastissimo di penetrazione bizantina; fatto che poteva, se non fu nella realtà, dar adito a lotte continue. Il certo è che, in quel momento, il vescovado bussentino era un”enclave’ cattolico romana in una zona bizantina. In questo lungo lasso di tempo, la città ricostruita più volte, secondo affermazioni di storici tardi non sempre esatte e sicure, non dovette cambiare il suo antico impianto: la trichora e il castello furono le uniche aggiunte bizantine ex-novo. Alla conquista normanna vanno riferite la riforma ecclesiastica bussentina e un rinforzamento totale, se non ripristino genuino, delle mura urbiche. Secondo il Mannelli, nel 1065, Roberto il Guiscardo distrusse – è la terza notizia in merito – Policastro e portò i suoi abitanti superstiti ad popolare Nicotera: la notizia però non è accettata dallo stesso Mannelli (69), giacchè le cronache si riferiscono non alla nostra città ma ad una Policastro sita nel Comune di S. Donato di Ninea in Prov. di Catanzaro. Sicuro è che l’episcopato bussentino risorse nel sec. XI dopo che l’arcivescovo salernitano, dietro la nota protezione longobarda, ricevè da Stefano IX la licenza di ordinare un vescovo ‘in oppido bussentino’ (70): ecc….La ripresa cattolica-romana in Policastro è da mettersi in rapporto con la riconosciuta politica dei Normanni di isolamento della religione e dei culti orientali, comunque si manifestassero. Già tale procedimento era usato dai Longobardi, in maniera rigorosa, nella loro tarda presenza in terra salernitana: con i Normanni la prassi antibinzantina divenne regola. Il culto basiliano, bizantino, viene permesso in ambiti isolati, e persisterà fino a tutto il 1600. Il carattere monastico di codesta continuità religiosa non faceva paura, ma là dove interi tratti vitali per il Regno potevano rappresentare possibili teste di ponte per recuperi bizantini (e quei secoli ci hanno documentato in quel senso), non doveva essere concessa autonomia neanche in campo religioso. Si spiegano così i grandi interventi a Policastro del grande poeta Alfano, una personalità famosa già ai suoi tempi, permeata di cultura Cassinese e del cluniacense Pietro, rigido osservante di regole e di ortodossia. Va anche riconfermata la nessuna attendibilità della ditruzione di Policastro da parte dei Normanni, se questi poi dovranno di lì a poco rifare il tutto, e dare degna sede non solo ad autorità religiose del rango di Pietro e Alfano, ma alle civili, indispensabili in un territorio ai confini com’era in quel momento Policastro. Unico riferimento preciso nella breve storia di Policastro del Volpe è da considerarsi la sua dichiarazione circa le mura della città, che vennero formate sotto Ruggiero I (72): rifatte, per meglio dire nella struttura che attualmente è visibile. ecc…I Normanni aspiravano ad avere libere le coste tirreniche inferiori, e miglior mezzo era quello di posseder porti e campi trincerati in caso di imbarchi massicci e per le Crociate e per le preannunciate ambizioni africano-orientali della dinastia francese. Ai Normanni, si ripete, deve farsi risalire l’ampliamento più propriamente fortificatorio di Policastro. Tra la parte al di sopra di q. 45 ecc…   

Natella-Peduto, p. 513

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(Fig…) Il Kastrum bizantino di Paleocastrum

Il Racioppi (…), a p. 524, si riferiva al ‘castrum’ medievale e bizantino ?. Il Racioppi (…), ne scrive nel suo vol. II e non nel vol. I, come postillava Natella. Il Racioppi, a p. 523, in proposito scriveva che: L’aere pestifero del suo fiume che impadula al versarsi del mare, costrinse senza dubbio gli abitanti della città a mutare di posto; e si trasferirono al luogo ov’era un’antica arce (‘paleo-castrum’) forse della stessa città; onde dall’antico castello ebbe origine il moderno nome di Policastro (1). Ma è probabile che un gruppo del popolo stesso ebbe a trasferirsi al di là del promontorio di Palinuro, dove diedero origine alle prime sedi del ‘piccolo Pixo, o ‘Pixoctum’ che è il paese odierno di Pisciotta.”. Il Racioppi (…), vol. II, p. 524, nella sua nota (1), postillava che:  (1) Corcia, op. cit., III, 64.”. Dunque il Racioppi, sulla scorta di Nicola Corcia, riteneva che l’impaludamento del fiume Bussento e la malaria, fossero la causa principale della nascita del nuovo centro Bizantino di ‘Paleo-castrum’, che sorse spostata di posto, rispetto all’antica città di Pixo. Il Racioppi, scrive pure che il nuovo e attuale nome di “Policastro”, abbia avuto origine dal suo antico Castello”. Infatti, Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” e, nelle pp. 62-63-64 e s., parla di ” 20 – Pissunto, o Bussento (Buxentum)”. Nicola Corcia, dunque, a p. 64, del suo vol. III, in proposito scriveva che:

Corcia, p. 64

(Figg….) Corcia Nicola (…), p. 64

Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: Il campanile a torre, nel XI secolo (80), contribuiva alla difesa del centro (81)..

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(Fig…) Policastro Bussentino – Torri e mura

Nel XI secolo, la basilica romanica di Policastro Bussentino, forse fatta costruire da Roberto il Guiscardo

Trichora abside

(Fig….) Abside trilobata (trichora) della Cattedrale di Policastro Bussentino

A Policastro (da Polis-Castrum) Bussentino ( ex colonia marittima greca detta Pyxous e poi colonia marittima romana detta Buxentum o Bussento), toponimo di derivazione bizantina, vi è una ‘Triphora’, chiesa di architettura bizantina, individuata nella parte absidale del Duomo di Policastro, forse risalente al VI sec. d.C… Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973, a p. 520, in proposito aggiungevano pure che: “Nel secolo XI il duomo ricevette altra struttura: alla piccola aula risultante dallo spazio interno della ‘trichora’ fu aggiunta, secondo la prassi romanica del tempo, una lunga navata unica centrale, affiancata da altre due navatelle, che tuttavia a nulla servirono se non ad accentuare, dietro una parvenza di voluta romanicità di gusto corrente, la preminenza ancora in fondo bizantina dell’aula allungata e della terminazione trichorense tardo antica…..etc…e, la cripta del Duomo, dell’XI secolo, le cui 14 colonne con capitelli di spoglio sono nella tradizione campana del romanico maggiore (cattedrale di Calvi).”. Da Wikipedia, alla voce “La cattedrale di Santa Maria Assunta (Policastro Bussentino)” leggiamo che “Incerte sono le origini della chiesa. La sua parte più antica è la cripta, edificata nel VI secolo su preesistenze di epoca romana. L’attuale chiesa invece è dell’XI secolo, edificata per volere del re normanno Roberto il Guiscardo e consacrata dal vescovo di Salerno Alfano I nel 1079. La facciata presenta un tetto a capanna con tre spioventi. In essa sono inseriti quattro elementi: un rosone romanico; un solo portale rinascimentale d’età aragonese nella cui architrave sono scolpiti la data di costruzione dell’edificio e lo stemma del vescovo consacrante; un’edicola marmorea con un basso-rilievo raffigurante la Vergine Maria in trono con Bambino e angeli; due leoni in pietra ai lati del portale. La chiesa è affiancata da un campanile a tre ordini, costruito nella seconda metà del XII secolo: la parte più antica è l’ordine inferiore, dove sono murate due lapidi d’epoca romana (I secolo d.C.). Il campanile che, prima del recente restauro, dimostrava nella fabbrica l’inconfondibile gusto bizantino (Fig…..). L’interno della cattedrale era a tre navate fino ai rifacimenti settecenteschi. Oggi si presenta con un’unica navata con altari laterali e la cappella del Santissimo Sacramento (1627); il presbiterio è rialzato per la cripta sottostante. Il soffitto ligneo della navata è composto da tele del 1655; al centro la raffigurazione dell’Assunzione di Maria. Il soffitto a cupola del presbiterio è affrescato con una scena del Paradiso (XVIII secolo) e, nei pennacchi, le rappresentazioni dei quattro evangelisti. Di notevole interesse storico-artistico è la Tomba di Giulio Gallotti (XV secolo). Da ricordare, infine, le lapidi sepolcrali dei tre vescovi Giacomo Lancellotto di Tropea, Nicola e del nobile Giacinto Camillo Maradei di Laino. La cripta, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. All’entrata un affresco raffigurante la Pietà (del Trecento). Il duomo di Policastro, aggiunto all’antica Trichorae, fu consacrato nell’anno 1070 dal Vescovo di Salerno Alfano I.. Il titolo di ‘Odeghitria’, dato alla Chiesa madre di Policastro, doveva la sua denominazione ai monaci iconoduli fuggiaschi da Costantinopoli, che ne diffusero il culto nell’Italia meridionale (22) e tale rimase il titolo dell’abside della Cattedrale del Bussento fino al 1848. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense”, sebbene il Porfirio (18) sia convinto che il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco“. Natella e Peduto, a p. 512, riferendosi al lasso di tempo che interorre dalla conquista bizantina, breve parentesi, di Niceforo Foca e la conquista Normanna, in proposito scrivevano che: “In questo lungo lasso di tempo la città, ricostruita più volte secondo affermazioni di storici tardi non sempre esatte e sicure, non dovette cambiare il suo antico impianto: la ‘trichora’ e il castello furono le sole aggiunte bizantine ex-novo. Alla conquista normanna vanno riferiti la riforma ecclesiastica bussentina e un rinforzamento totale, se non ripristino genuino, delle mura urbiche. Etc…..Il Duomo aggiunto all’antica ‘trichora’ fu consacrato nel 1079 da Alfano, e la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi vescovi effettivi: Arnaldo nel 1111 etc…La ripresa cattolica-romana in Policastro è da mettersi in rapporto con la riconosciuta politica dei Normanni di isolamento della religione e dei culti orientali, comunque si manifestassero.”. In Wikipidia leggiamo che la cattedrale “L’attuale chiesa invece è dell’XI secolo, edificata per volere del re normanno Roberto il Guiscardo e consacrata dal vescovo di Salerno Alfano I nel 1079. La costruzione romanica subì importanti interventi di restauro in senso barocco nel Settecento (tra il 1709 ed il 1716), interventi che riguardarono soprattutto gli interni.”. Sempre in Wikipidia leggiamo che “La cripta, come si presenta oggi, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. All’entrata un affresco raffigurante la Pietà (del Trecento).”. Entrambe queste notizie, sia sulla cripta che sulla cattedrale (impianto originario) rimandano a Roberto il Guiscardo. Dunque, Wikipidia scrive che l’attuale chiesa o cattedrale risale all’XI secolo, quando fu edificata per volere del re Normanno Roberto il Guiscardo e consacrata al vescovo di Salerno Alfano I, nel 1079. Sulla consacrazione della sede episcopale e della relativa chiesa o basilica o cattedrale preesistente all’Arcivescovo metropolita di Salerno, Alfano I. La notizia che la cattedrale  “fu edificata per volere del re Normanno Roberto il Guiscardo”, non è certa e non so wikipedia dove l’abbia presa e comunque essa non è documentata. E’ vero che la notizia della ricostruzione della cattedrale per volere di Roberto il Guiscardo rimanda e corrisponde agli anni in cui Alfano I nominò Pietro Pappacarbone nuovo vescovo della rinata Diocesi di Policastro ma ciò non è suffregato da alcun documento. Non mi sembra che la ‘bolla di Alfano I’ citi Roberto il Guiscardo. Sull’epoca di fondazione della cattedrale di Policastro Bussentino, il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, parlando di “Ruggiero II, figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo, ecc..”, e riferendosi a dopo la morte del Guiscardo, in proposito scriveva che: Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, etc…”. Dunque, il Cataldo, sulla scorta del De Giorgi (….) e del Volpe (….) e, riferendosi a Ruggero I gran Conte di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo scriveva che egli, e non il Guiscardo,  “prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre”. In questo passaggio, non documentato , il Cataldo riferiva che Ruggero I d’Altavilla, e non Roberto il Guiscardo, come vuole Wikipidia, dal 1085 e fino all’elezione del vescovo Arnaldo, II Vescovo della rinata Diocesi di Policastro, la cattedrale e Policastro stessa fu ricostruita. Il Cataldo attribuì a Ruggero Borsa la rinascita di Policastro. Infatti, stessa notizia aveva dato il Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri etc…”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1066, impegnato il Guiscardo nella guerra contro Bisanzio, il fratello di lui Ruggero I, prendendo profondamente a cuore le sorti di Policastro, iniziò una fattiva opera di ricostruzione del glorioso centro e gettò le basi, con la munizione di nuove e più massicce fortificazioni, per ricondurre Policastro al primitivo splendore.”. Sempre il Guzzo, a p. 175, in proposito scriveva pure che: “Intanto, morto Roberto il Guiscardo, nell’anno 1085, era diventato re di Sicilia suo nipote Ruggero II figlio di Ruggero I. Questi continuò e portò a perfetto compimento l’opera di ricostruzione della città intrapresa dal padre e, nell’anno 1152, consegnò la rinata Policastro, insignita del titolo di contea, a suo figlio bastardo Simone, che ne divenne così primo Conte (59).”. Il Guzzo, a p. 175, nella nota (59) postillava: “(59) G. Volpe – Op. cit., pag. 117”. Dunque, il Guzzo riportava alcune notizie tratte da Giuseppe Volpe (….), ed il suo “Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento etc..”, pubblicato nel 1888 che, a p. 117, in proposito scriveva che: “…; mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso, per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli estremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21). Intanto che Policastro era per uscire da questa sua deplorevole condizione sopraggiunsero i normanni (1034), e di bel nuovo venne manomessa da Roberto Guiscardo, e poi affatto distrutta, volgendo l’anno 1065. Ei fu in questa lagrimevole circostanza che quei cittadini, i quali poterono uscire salvi da quella rovina, raggranellandosi poscia sul territorio della loro inabissata città, intesero a levarvi quel villaggio, che ora ‘Bosco’ si addimanda (22). Ma re Ruggiero I, restaurando in prosieguo e munendo di forti mura Policastro, donavala a Simone, suo figlio naturale, con il titolo di ‘Conte’, titolo, come giustamente notò il Mannelli (23), che raramente concedevasi, nè s’imponeva se non sopra città ragguardevoli”. Dunque, notizie contrastanti e contraddittorie ma degne di un meritevole approfondimento. La letteratura ottocentesca non rimanda al Guiscardo ma rimanda a suo fratello il Gran conte di Sicilia, Ruggero I che la diede a suo figlio illegittimo Simone del Vasto, col titolo di conte. Ma ciò accadde nel 1152. Ma prima cosa accadde ?. La cattedrale risale a Roberto il Guiscardo, ovvero alla conquista di Salerno nel 1077 ? Oppure era una costruzione iniziata già in epoca Bizantina da Niceforo Foca, di cui abbiamo evidenze nella costruzione del campanile a tre ordini che è di chiara costruzione d’epoca Bizantina. Una buona disamina della “vessata questio” si trova nel testo di autori vari della Soprintendenza Per i Beni Ambientali Architettonici, Artistici e Storici di Salerno e Avellino (….), “Chiesa cattedrale di Policastro – La Storia e i restauri”, che, nel saggio di Angelina Montefusco (….), “La Cattedrale nella storia e nell’arte”, a p. 25 e ssg., in proposito scriveva che: “Nel secolo XI, in piena età romanica, in conseguenza della restaurazione della diocesi e dell’attrazione poplare verso il luogo di culto, la tricora fu adattata a presbiterio ed allungata in cattedrale, secondo un modulo abbastanza diffuso all’epoca, come dimostrano gli esempi di Cimitile, Copanello e Padula. E’ l’epoca della conquista normanna di Policastro, avvenuta ad opera di Roberto il Guiscardo, che, secondo alcune notizie storiche poco sicure, avrebbe prima distrutto e poi ricostruito la città, innalzando la cattedrale (2) che il Vescovo Alfano avrebbe consacrato nel 1079 (3). In realtà quest’ultima è soltanto la data sicura della ripresa dell’episcopato bussentino con la nomina del vescovo Pietro Pappacarbone. La pianta di tipo basilicale, con transetto sopraelevato per la presenza di una cripta, rimanda indiscutibilmente al prototipo della chiesa di Montecassino, voluta dall’Abate Desiderio nel 1071 e alla cattedrale di Salerno voluta da Alfano I e Roberto il Guiscardo, ma l’anno preciso della sua consacrazione rimane oscuro.”, e quindi aggiungo io non si conosce chi avesse voluto e fece costruire la nuova  cattedrale, allungata dal transetto in poi con una navata unica come si presenta oggi. La Montefusco, a p. 26, in proposito aggiungeva pure che: “Incerto ne è anche il committente: potrebbe essere il Guiscardo, ma potrebbe essere anche Ruggero Borsa, suo figlio, che dal 1085 al 1111 ne fu il successore. E se superiamo l’XI secolo, si potrebbe pensare anche pensare a Ruggero II, che completò la ricostruzione di Policastro per consegnarla in contea al figlio bastardo Simone (4).”. La Montefusco, a p. 38, nella nota (1) postillava che: “(1) A. Venditti “Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, Campania, Lucania, Calabria”, Napoli, 1967, II, pp. 541-542; della stessa convinzione P. Natella e P. Peduto in “Pixous Policastro” estratto da “l’Universo” anno LIII  n. 3 – 1973.”. La Montefusco, a p. 38, nella nota (2) postillava che: “(2) L. Tancredi, “Policastro Bussentino”, Napoli, 1978, p. 18″. La Montefusco, a p. 38, nella nota (3) postillava che: “(3) A.D.P., Bolla di Alfano I, anno 1079, de mense octobri (intestazione).” La Montefusco, a p. 38, nella nota (4) postillava che: “(4) P. Ebner, “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, Roma, 1982, vol. II, p. 345″. Infatti, Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 345 parlando di Policastro cita il Galanti e scrive che: “Il Galanti (80) ricorda che il villaggio contava 388 abitanti, ma che “di questa città se ne ignora assolutamente l’origine (….). Era in molta considerazione nel 1055, quando fu spianata da Roberto il Guiscardo. Il conte Ruggiero la riedificò nel 1065 e la diede a Simone suo figlio naturale. Nel 1099 fu eretta in vescovado” etc…”. Ebner a p. 345, nella nota (80) postillava che: “(80) Galanti cit., IV, pp. 233 e 244.”. Ebner scriveva “Galanti (80), ma nell’indice generale rimanda al vol. II e a p. 298 dove non viene indicato nessun Galanti. Nel testo di Rocco Gaetani (….), “L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino etc…”, nelle “Note”, a p. 27, nella nota (1) postillava su S. Pietro Pappacarbone e: “(1)……Galante, Sulla traslazione di alcune reliquie di s. Pietro Pappacarbone dall’Abbadia di Cava a Policastro-Bussentino. (Nel periodico ‘La Scienza e Fede’, anno 1879). “. Ebner si riferiva sicuramente a Francesco Maria Galanti (…..) e del suo “Della descrizione geografica e politica delle Sicilie”, tomo IV, p. 229 e ssg. Infatti, il Galanti, nel tomo IV, a p. 229 capitolo VI parla del Cilento e a p. 233 scrive che ai suoi tempi (anno 1790), vi erano 388 abitanti a Policastro. Il Galanti, a p. 244, su Policastro scriveva che: “Di questa città se ne ignora assolutamente l’origine. Le iscrizioni che si trovano nei suoi contorni, gli avanzi di un edificio Romano, che probabilmente era un luogo detto ‘Castellara’, ci fanno supporre che sia stata una città antica. Era in molta considerazione nel 1055, quando fu spianata da Roberto il Guiscardo. Il conte Ruggiero la riedificò nel 1065 e la diede a Simone suo figlio naturale. Nel 1099 fu eretto un Vescovado. Etc…”. Tutte le notizie che riporta il Galanti sono tratte dall’Antonini (….) che le traeva dall’Ughelli. Ho già detto in precedenza ciò che scrisse sulla chiesa di Policastro Ferdinando Ughelli (….) nella sua “Italia Sacra etc..”, vol. VII. Ritornando a ciò che affermava la Montefusco: “Incerto ne è anche il committente: potrebbe essere il Guiscardo, ma potrebbe essere anche Ruggero Borsa, suo figlio, che dal 1085 al 1111 ne fu il successore. Etc…”. Sulle notizie che ci conducono a Roberto il Guiscardo, alcune sono tratte dall’Ughelli ma altre sono indotte da alcune notizie storiche che lo riguardano. Sappiamo che il territorio di Policastro, la sua Contea longobarda era retta da Guido, fratello del principe di Salerno Gisulfo II. Dopo l’uccisione di Guido (“Guidonem” di Alfano I), nel 1052, la contea di Policastro, per volere del Guiscardo d’accordo con il cognato Gisulfo II, non andò a Guimondo de Mulsi, fidato di Guglielmo di Principato ma fu assegnata ad un altro fratello di Guido e di Gisulfo II, Landone che la resse fino al 1077, anno in cui il Guiscardo, conquistato definitivamente Salerno ed allontanato il cognato Gisulfo II si fece restituire tutti possedimenti dell’ex ed ultimo principe longobardo. Dal 1077, dunque, Policastro divenne un possedimento di Roberto il Guiscardo che la tenne fino al 1085, anno della sua morte. Il Guiscardo, però, non amministro direttamente i possedimenti e la contea di Policastro a causa delle sue frequenti assenze in battaglia. Policastro dal 1077 al 1085 fu amministrata dalla moglie Sichelgaita, principessa longobarda, sorella di Gisulfo II. Sichelgaita amministro i beni del Guiscardo anche per conto del figlio Ruggero Borsa che divenne titolare effettivo del principato solo nel 1085, alla morte del padre. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ”19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” e, nelle pp. 62-63-64 e s., parla di ” 20 – Pissunto, o Bussento (Buxentum)”. Nicola Corcia, dunque, a p. 64, del suo vol. III, in proposito scriveva che: “Che in processo di tempo fosse sabbandonato affatto pare accennarlo il nome di ‘Paleocastrum’, o di ‘antico castello’, con che trovasi ricordata nel medioevo, e che diede origine al nome odierno di ‘Policastro’, nella quale dopo le distruzioni de’ Saraceni nel 915 e di Roberto Guiscardo nel 1065 risorse l’antica ‘Bussento’, a circa due miglia dalla foce del fiume omonimo e ad un miglio dalle sue rovine.”. In questo passaggio il Corcia accenna a Roberto il Guiscardo e riporta la notizia del Malaterra, poi in seguito ripresa dall’Ughelli e dal Volpe, della sua distruzione nel 1065.  Il Corcia però scrive che dopo la sua distruzione nel 1065 ad opera di Roberto il Guiscardo, Policastro “risorse l’antica ‘Bussento’, a circa due miglia dalla foce”. Fu Rocco Gaetani (….) che sulla scorta del manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli (….) dubitava fortemente della distruzione e poi rinascita ad opera del Guiscardo. Rocco Gaetani (….), nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli pubblicate la prima volta dal manoscritto pel Sacerdote Rocco Gaetani etc…” e, riferendosi ai Saraceni, a pp. 22-23-24, in proposito scriveva: “Discacciati finalmente quei Cani dall’Italia, dove in qualche parte eransi annidati; et affrenati dallo sforzo de’ Cristiani, si che non potessero come prima a lor voglia venire a danneggiar queste riviere, particolarmente havendone i fratelli Normani tolta la Sicilia; cominciò a riabitarsi il già rovinato Bussento sotto nuovo nome di Policastro; et intorno all’anno di nostra salute del 1079, era così popolato di gente che potea sostenere la Vescovile dignità. Per lo che Alfano Arcivescovo di Salerno, per la facoltà che dal Papa ne havea, vi ripose l’honor della Cathedra, non più sotto nome di Bussento ma di Policastro, concedendo alle preghiere di quel Popolo, per primo Vescovo Pietro Pappacarbone, nobil Salernitano, huomo di gran santità e dottrina, e Monaco di S. Benedetto, come nella sua bolla, che dianzi accennai si legge.”. Dunque, il monaco Agostiniano Luca Mannelli (….), probabile autore di questo manoscritto tradotto dal Gaetani, riteneva che Policastro iniziò a riprendersi e ad aumentare la sua popolazione in seguito alle ultime sconfitte inferte dai Normanni ai Saraceni. In particlare egli scrive e ricorda come doveva essere molto popolato se nel 1079, Alfano I, Arcivescovo di Salerno la riedificò a Diocesi, nominando Pietro Pappacarbone suo vescovo, primo Vescovo della rinata Diocesi di Policastro. Il Mannelli si riferiva al periodo in cui Roberto il Guiscardo aveva già ripudiato la prima moglie, Alberada, e aveva sposato la sorella del principe di Salerno Gisulfo II, Sichelgaita, rapita e sposata contro il volere del sovrano longobardo. Il Guiscardo, sposò Sichelgaita nel ……… e gli donò in dote…………..Il Mannelli, infatti, a questo punto del suo racconto, a pp. 23-24-25 su Policastro aggiunge che: “Scrive Goffredo Malaterra celebre scrittore delle prime imprese de’ Normanni in questi paesi, che Ruberto Guiscardo nel 1065, dishabitasse Policastro, trasportando i cittadini a popolare Nicotera da lui edificata. Anno Dom. Incarnat. MLXC. ‘Policastrum castrum destruens incolas omnes Nicoteram, quod ipso anno fundavit, adducens, ibi hospitari fecit’ (1).”. Il Gaetani (….), a p. 23 traduce il testo del manoscritto di Luca Mannelli che riportava un frase di Goffredo Malaterra, cronista normanno e, tratta dal testo del Malaterra. Goffredo Malaterra, anche noto come Geoffroi Malaterra (… – XI secolo), è stato un monaco benedettino di origine normanna, autore del De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti Guiscardi ducis fratris eius, una cronaca sull’origine dei Normanni in Italia. Scrisse il “De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti Guiscardi ducis fratris eius“, una delle tre principali cronache che narrano delle imprese normanne nel Mar Mediterraneo, con particolare attenzione per le spedizioni siciliane del Gran Conte Ruggero, che conobbe personalmente. Il Gaetani (….), a p. 23, nella nota (1) postillava che: “(1) Malaterra, lib. 2 n. 37”. Il Malaterra, riferendosi al Guiscardo, nel suo lib. 2 al n. 27 scriveva che: “Nell’anno 1065 Dom. Si incarna. Policastro, distrutto il castello, condusse tutti gli abitanti di Nicotera, che aveva fondato nello stesso anno, e li fece alloggiare.”. Dunque, la notizia della distruzione di Policastro nel 1065 da parte del Guiscardo non è dell’Ughelli ma è del Malaterra. Il Mannelli (vedi traduzione del Gaetani), a p. 25, continuando il suo racconto dubitava della notizia del Malaterra riguardo il ripopolamento della città di Nicotera da parte del Guiscardo ed in proposito scriveva che: “Ma questo non parmi si possa intendere del nostro Policastro ma d’un altro di simil nome, il quale hoggigiorno così vien detto nella Provincia di Calabria inferiore, dove ancora Nicotera è situata. – Poichè per primo non è verisimile che, se Policastro di Lucania fusse stato da Guiscardo distrutto, appresso nello spatio di dodici anni si potesse riempire d’habitatori che paresse all’Arcivescovo di Salerno vi fusse bisogno di proprio Pastore. Nè si può credere che al patir de’ cittadini v’accerresse moltitudine di Foresteri; leggendosi che altre volte i medesimi coloni che da Romani trasportati vi furono l’abbandonarono. Nè meno ha del verosimile che i Cittadini primieri di Nicotera, vi rifuggissero, non avendo ciò ardito contro la volontà di Guiscardo. Aggiungo che Nicotera l’anno 1074 fn presa e predata da Saraceni e gli habitatori parte furono uccisi, parte fatti schiavi colle loro donne e fanciulli, lando scrisse il medesimo: ‘Africani etc…’ (1). Da quel tragico avvenimento ben si raccoglie che gli habitatori menatovi da Guiscardo, non se n’erano partiti, e che fu fatta strage, e preda si grande, mentre invece di celebrar con astinenze e digiuni la Vigilia del Principe degli Apostoli con tanta dissolutezza l’havevano profanata.”. Dunque, il Mannelli scriveva nel suo manscritto che nutriva dei dubbi che la “Policastro” di cui parlava il Malaterra fosse la “Policastro di Lucania”, cioè la nostra Policastro Bussentino e nutriva dubbi sulla traduzione del Malaterra che pure riportava notizie molto interessanti.  Silvia Pellecchi (….), nel suo “Pixus-Buxentum – Policastro Bussentino, dalle prime frequentazioni al XVI secolo”, a p.  15, in proposito scriveva che: Secondo alcuni autori – ma la notizia è fortemente sospetta – Policastro fu distrutta nel 1069 ad opera di Roberto il Guiscardo, allora duca di Puglia, Calabria e Sicilia, e fu ricostruita solo alcuni anni più tardi, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ad opera di Ruggero II, che la donò al figlio, eleggendola a contea (32). Più sicure appaiono le notizie secondo le quali, dopo un periodo di vacanza, nel 1079 a Policastro fu ripristinato l’episcopio e venne consacrato il duomo che, nel frattempo, era stato annesso alla vecchia trichora (33).”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Punto della questione in Ibid., p. 512, con bibliografia precedente.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Ibid., p. 512 con bibliografia.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Ibid., p. 505, fig. 21″. Nel 1988, Clara Bencivenga Trillmich (….), nel suo Pyxous-Buxentum, a p. 704, in proposito scriveva che: “….inglobata nell’attuale duomo trecentesco, che ha peraltro conservato fino al 1848 il bel nome greco di S. Maria di Hodeghitria.”.

Nel 1065, “Boemundo”, giudice della Calabria nel periodo Normanno e nativo di Padula

Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 22, in proposito scriveva che: “Ma i rapporti con la Clabria rimangono vivi nella fondazione di Santa Maria della Mattina, omonima di quella guiscardiana presso San Marco Argentano in Val di Crati, e sono favoriti dal gran giudice di Calabria Boemundo, nativo di Padula.”. Il Tortorella, a p. 46, in proposito scriveva ancora che: “Un ultimo impianto religioso, cronologicamente ben definibile, è da individuare in Santa Maria della Mattina (165), che nel titolo conserva evidente la derivazione, o almeno una filiazione culturale (166), dalla fondazione ominima che Roberto il Guiscardo nel 1066 stabilì presso San Marco Argentano in Calabria (167): pure in età normanna si pongono in evidenza i rapporti puntuali del nostro paese con la Calabria superiore, in particolare la valle del Crati, così come abbiamo visto col ‘Mercurion’ per l’età precedente.”. Dunque, il Tortorella oltre a dirci che a Padula esiste una chiesa intitolata “Santa Maria della Mattina”, intitolazione simile a quella della nota in Calabria fondata da Roberto il Guiscardo e da sua moglie, ci dice pure che ll’intitolazione della chiesa a Padula “conserva evidente la derivazione, o almeno una filiazione culturale (166)”. La derivazione culturale, dice il Tortorella è il giudice di Calabria, “Boemundo”, di origine della città del Vallo. Boemundo era presente alla donazione del Guiscardo. Infatti, il Tortorella, a p……, nella nota (166) postillava: “(166) Ritengo che non vi possano essere dubbi su tale accostamento, anche se tra le carte dell’abbazia cistercense calabrese non compaiono atti che attestino la dipendenza della Santa Maria padulese da questa (cfr. A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini (“Studi e Testi”, 197), Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1958): un solo documento di quelli pubblicati dal Pratesi (numero 64, pp. 162-164), concessione e conferma di precedenti donazioni a Luca, abate di Santa Maria della Sambucina, da parte di Federico II re di Sicilia, del 1201, nomina un ‘Boemundus de Padula’, signore “nella zona di Altomonte”, ‘cum haberet predictam terram Braale’. Costui, se è davvero d’origine padulese – come segna nell’indice Pratesi – potrebbe essere colui che fece conoscere nel paese di provenienza il titolo della dedicazione guiscardiana. Senza dubbio è la medesima persona il κυρος βαιμουνδος της παδουλης (kjiros Vaimundhos tis Padhuljis: ‘il signor Boemundo di Padula’), prima del 1194 της καλαβριας μεγας κριτης: ‘gran giudice di Calabria’), che aveva giudicato il contrasto fra il monastero di Santo Stefano ‘de Nemore’ e alcuni uomini ‘de regione Agriotherum’, qustione ripresa, dietro istanza degli stessi monaci, da Lamberto μεγας κριτης καλαβριας, σιγνου και λαινης και χωρας ιορδανου (mnhjeghas kritis paris Kalavrias, Sighnu kjè Lainhjis kjè khoras Iodhanu: ‘gran giudice di tutta la Calabria, di Sinni, di Laino e della regione del Giordano’) e residente nella città di Gerace (cfr. Trinchera, op. cit., documento CCXXXIX, pp. 322-324″.”.

Nel 1065, le migrazioni di famiglie provenienti dalla Calabria Bizantina nelle nostre terre che ripopolarono Morigerati, Battaglia, Vibonati e Sicilì

Bartolomeo Platina (…), nel 1540, nella sua opera ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, a p. 170, scriveva che durante il pontificato di papa Stefano IX:  “Hoc ferè tempore & Henricus tertius in locum Henrici patris demortui sufficitur: & Alexius Nicheforo imperatori Costantinopolitanum succedit. Et Robertus Guiscardi Graecos magno praelio superatos, è Calabria omnino expulit, relictis tantum modo Graecis sacerdotibus, qui usque ad nostram aetatem linguam seruant cum moribus.”, che tradotto è (più o meno), che durante il pontificato di Stefano IX: Quasi in questo momento Enrico III viene sostituito al posto del defunto padre Enrico, e Alessio succede a Nicheforo, imperatore di Costantinopoli. E Roberto il Guiscardo, sconfitto in una grande battaglia, espulse completamente i Greci dalla Calabria, lasciando solo sacerdoti greci, che fino ai nostri tempi conservano la lingua e i costumi”. Dunque, il Platina (….), scriveva che ai tempi dell’Imperatore Niceforo Foca e della cacciata dei Bizantini dalla Calabria da parte di Roberto il Guiscardo “espulse completamente i Greci dalla Calabria, lasciando solo sacerdoti greci, che fino ai nostri tempi conservano la lingua e i costumi”. Dunque, il Platina, nel 1540 scriveva che dopo la grande battaglia in cui Roberto il Guiscardo sconfisse i Bizantini e riconquistò la Calabria e la Puglia, molte famiglie greche furono espulse dalla Calabria e dalla Puglia. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti, traduzione di p. 16) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno (XI secolo) scriveva che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…. Dunque, il Laudisio scriveva che in seguito alla caduta della Calabria Bizantina, vinta dal normanno Roberto il Guiscardo, molti monaci italo-greci che vennero a rifugiarsi nei nostri monasteri, si distinguevano: “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati”. Il Laudisio scriveva che quei monaci italo-greci si distinguevano fra quelle famiglie di origine bizantina probabilmente provenienti dalla Calabria bizantina che vennero nelle nostre terre e ivi fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati. Dunque, il Laudisio sosteneva che i villaggi di Battaglia e Morigerati furono fondati secoli prima da comunità greche. Secondo il Laudisio, i due villaggi di Battaglia e di Morigerati furono fondati da comunità greche. Dunque, il Laudisio ci dice due notizie. La prima riguarda la cacciata di monaci dalla Calabria e dalla Puglia da parte di Roberto il Guiscardo, dunque epoca Normanna dunque si tratta dell’XI secolo. L’altra notizia riguarda le comunità greche, incluso i monaci delle due Abbazie di S. Giovanni a Piro e di S. Cono. Il Laudisio scrive che queste comunità greche (famiglie e monaci provenienti dall’Oriente che fondarono i villaggi di Morigerati, Battaglia e Sicilì. Dunque, il punto che mi preme sottilineare è quello dell’origine di questa migrazione di comunità greche o Orientali nel basso Cilento. Quando arrivarono ?. Sull’origine greca di alcune comunità e villaggi del basso Cilento, Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani’, nel 1963, a p. 23, parlando dell’afflusso ascetico nel Mezzogiorno d’Italia, scriveva in proposito che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale. Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ricevono una conferma preziosa e precisa dalla documentata notizia secondo la quale, nel 1008, Giovanni igumeno del monastero di S. Arcangelo de Cilento chiamava Kallino, greco di Calabria e, naturalmente, altri per adibirli alla coltura delle terre del monastero; mentre da un altro documento del 1017 transuntato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria di Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli, poi a p. 33, nella sua nota (40), postillava che: “(40) Paleocastren Dioceseos etc., op. cit., pp. 34 s.” e, nella sua nota (41), postillava che: “(41) Codex Diplomat. Cavensis., IV, p. 122; VI, p. 18. Per S. Maria di Pattano, vedi il saggio: ‘I basiliani ai confini calabro-lucani-campani nel sec. XV, in questo volume.”. Dunque, il Cappelli scriveva chiaramente che: “Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, etc…”, ovvero che, nei borghi di Morigerati, Battaglia, Vibonati e Sicilì, furono costituiti da popolazioni e famiglie calabresi chiamate ed accolte dai monaci italo-greci o basiliani che si erano stabiliti già da tempo nei piccoli monasteri sorti in questi luoghi. Dunque, l’origine di alcuni piccoli centri del basso Cilento fu dovuta in parte ad interi nuclei familiari Calabresi che da lì emigrarono nelle nostre terre chiamati ed accolti da igumeni e monaci dei monasteri italo-greci o basiliani che già da tempo ivi esistevano. Questi villaggi furono ripopolati da comunità di famiglie Calabresi chiamate dai monaci italo-greci o basiliani ovvero monaci aderenti alla regola di S. Basilio. I monaci o egumeni dei piccoli e tanti monasteri basilani o italo-greci erano arrivati nelle nostre terre (il Cappelli chiama questa regione “Lucania occidentale”) desolate da carestie e pestilenze facendo una vera e propria “opera di colonizzazione”. Dunque, furono i monaci basiliani che, arrivati e stanziatisi nelle nostre terre, nei secoli VIII (epoca Longobarda) fondarono ed incrementarono le già esistenti piccoli comunità di alcuni piccoli centri della Lucania occidentale. Anche il sacerdote Gaetano Porfirio (…) che, nella sua ‘Diocesi di Policastro’ (…), a p. 538, io credo, riferendosi al periodo storico che precedette la nomina di Pietro Pappacarbone primo vescovo della restaurata sede Paleocastrense, affermava che: “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, cacciate dal duca Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, immigrarono nella nostra diocesi, un asilo cercando nella badia di S. Giovanni a Piro, ed in quella di S. Cono di Camerota. Da qui l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie. Non è per tanto da passare sotto silenzio come quivi a questi tempi esstessero due badie, dette minori, dell’ordine basiliano, una di S. Pietro e l’altra di Sangiovanbattista, etc…”.

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(…) Gaetano Porfirio (…), p. 538, col. sn e dx

Dunque, il Porfirio, forse sulla scorta del Laudisio scriveva che in quel periodo storico molte famiglie greche e calabre e pugliesi cacciate da Roberto il Guiscardo emigrarono nelle nostre terre originando alcuni piccoli borghi come Morigerati, Battaglia e Vibonati. Sempre il Porfirio scriveva, forse sulla scorta del Laudisio che queste famiglie Calabresi emigrarono anche a Camerota e a Rivello. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ecc…”. Su quel periodo storico e gli avvenimenti succedutisi ha scritto pure Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che:  “…..la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Con tutta probabilità è questo il motivo per cui, intorno al 1065, S. Nicola di Donnoso venne concesso dai principi normanni all’abbazia benedettina di Santa Maria della Matina». Impressionante, a questo proposito, la testimonianza del cronista normanno Goffredo Malaterra relativa proprio alla carestia del 1058, che Russo riporta in nota a pagina 23: «Un triplice flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile, maggio: il primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno; il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divora i corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno fuggire indenne, quasi infuriare d’incendio in un campo di steli disseccati». Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 cita le frequenti incursioni dei Saraceni  ed in proposito scriveva che: Quei monaci provenivano via mare dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria, Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta (a. 726) e all’invasione araba o risalendo la Penisola verso la Calabria per sfuggire alla occupazione araba della Sicilia (IX secolo) con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari. Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Ebner (…), dunque citava il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92, ci parlava dei monasteri del basso Cilento e del Mercurion. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Sicilia o in Calabria furono costretti a spostarsi di nuovo nell’IX secolo a causa dell’invasione Araba della Sicilia. Ebner scriveva che i monaci vennero qui “con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a pp. 17-18, in proposito scriveva che: “Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate…………..Sulla immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’ (odierna frazione di Vallo della Lucania), ‘Massicelle (………) ecc…”. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che alcune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102, ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102 ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…”. Il Racioppi cita il testo di Giuseppe Volpi (….), (Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132). Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpi (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove scriveva che: “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”Il Volpi (…), a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Come abbiamo visto ‘Casalecti’ nel medioevo era, insieme alla vicina ‘Bactalearum’ (23) (quest’ultima fondata, secondo il vescovo Laudisio, da “venerabili monaci orientali” che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche (24) che, come abbiamo visto, si insediarono nel territorio del sud Italia a partire dal VI secolo d.c. a seguito dell’occupazione bizantina) un casale della Terra di Tortorella.”. Nicola Montesano scriveva che nel medioevo “Casalecti” (Casaletto Spartano) e,  “Bactalearum” (Battaglia) erano due casali di Tortorella. Siccome nel medioevo il casale di Battaglia era un casale come Casaletto che dipendeva da Tortorella (scrive il Montesano), egli lega la notizia a quella dell’origine di ‘Battaglia’ citata al Laudisio (….), ovvero un’origine remota dovuta alle persecuzioni di monaci provenienti dall’Oriente sin dal VI sec. d. C. e che, nel X-XI secolo, con i Normanni si ingrandirono grazie alle popolazioni calabresi chiamate dai monaci dei monasteri italo-greci ivi esistenti già da secoli. Su Morigerati ha scritto Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 41 in proposito scriveva che: “Secondo il Laudisio (11) saranno proprio i monaci  greci a permettere la nascita di Morigerati e Battaglia. Certamente ai basiliani si deve la fondazione del paese stretto intorno alla chiesa di S. Demetrio, in magnifica posizione dominante, circondata com’è per tre lati da pareti a picco sui fiumi Bussentino e Bussento e con un solo lato, quello Nord, di più agevole ingresso, ma protetto dalla disposizione ad ali delle abitazioni, con al centro il nucleo del castello e la porta principale. Esiste giusto di fronte a Morigerati, sull’altra sponda del Bussentino e affacciantesi sull’intera vallata che porta al monte Bulgheria, il luogo chiamato ‘Romanù’, oggi ‘Romanuro’, che potrebbe indicare un primo agglomerato stretto intorno ad una cappella dei monaci basiliani (vedi capitolo “Introduzione”). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei Greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede vescovile era vaccante e lo sarà fino al 1067……………..Le terre dove sorge Morigerati vennero, per la prima volta, occupate da Umfredo e date da questi al fratello Guglielmo (20) e lo stesso Guiscardo distrusse la città fortificata di Policastro nel 1065 (gli abitanti si rifugiarono nei centri vicini) per dimostrare che il padrone era sempre lui, dato che il principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, suo cognato ecc…”. Il Gentile a p. 49, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Carucci, op. cit., pag. 278 sub nota 1.”. Sul territorio, diciamo così, dell’attuale Diocesi di Policastro, all’epoca degli ultimi Longobardi e dei primi Normanni, Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”.

‘Bonati’, Vibonati, per il Laudisio vi si trasferirono molte famiglie cacciate da Roberto il Guiscardo

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 parlando dei monaci e delle famiglie calabresi trasferitisi in alcuni paesi nostri ai tempi del Guiscardo, in proposito scriveva pure che: “…..che si distinguevano fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), una volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati.”. Soffermiamoci sulla sua frase “…..che si distinguevano fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati (Bonatos), etc…”. Il Laudisio scriveva che nel periodo Normanno, ai tempi di Roberto il Guiscardo, alcune famiglie si trasferirono a “Bonati” (“Bonatos”), l’odierno paese di Vibonati, nel Golfo di Policastro. Forse il Laudisio traeva queste notizie da “(50) Ughel.,  cit., loc., tomo 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: “Dioecesis Polycastrensis etc…”.

Nel 1065, a Camerota e a Rivello si trasferirono diverse famiglie greche

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 parlando dei monaci e delle famiglie calabresi trasferitisi in alcuni paesi nostri ai tempi del Guiscardo, in proposito scriveva pure che: Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio, a p. 17 (vedi versione a cura del Visconti), nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ughel.,  cit., loc., tomo 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: “Dioecesis Polycastrensis (….) quatuor et viginti oppidis continetur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archiepresbyter Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra sive etc…”, vol. VII, ed. Coleti, a p. 542 parlando della “Dioecesis Polycastrensis”, in proposito scriveva che: “Dioecesis Polycastrensis (….) quatuor et viginti oppidis continetur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archiepresbyter Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat….”, che tradotto significa che: “La Diocesi di Policastro (…) è composta da ventiquattro comuni, di cui due primari, Lauria con collegiata (…), l’altro è Rivellus con due parrocchie. amministrare i riti con il clero, secondo l’usanza della loro nazione etc…”.

Nel 1065, le migrazioni nella nostra terra di monaci italo-greci provenienti dalla Calabria Bizantina

Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 (v. Visconti, p. 16 (…)), leggiamo che: “Turba graecorum plurima advenit ea tempestate in dioecesim, expulsa a duce Guiscardo ex Calabria et Apulia (47), ad abbatiam S. Johannis ab Epyro et ad alteram S. Coni Camerotae se confugiens, opera Calogerorum ecc…” che tradotto è secondo il Visconti: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra Diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci orientali che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità  fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati. Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio (…), nella versione del Visconti, a pp. 16-17, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Platin., In vita Steph. papae IX.”, nella sua nota (48), postillava che: “(48) Bar., Ant. Luc., part. 1, pag. 139.”, nella nota (49), postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”. Il Laudisio (…), a differenza di quanto scrive il Cappelli (…), non parla di famiglie calabresi ma parla di “moltissimi monaci orientali”, cacciati da Roberto il Guiscardo. Il Visconti (…), nella versione del Laudisio (…), a pp. 16-17, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Platin., In vita Steph. papae IX.”, ovvero postillava che la notizia della cacciata di molti monaci italo-greci dalla Calabria e dalla Puglia da parte del normanno Roberto il Guiscardo, era stata tratta da: “(47) Platin., In vita Steph. papae IX.”. Bartolomeo Platina (…), nel suo capitolo: ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, del 1593, a p. 170 parla della vita di papa Stefano IX e, sciveva che:

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(Fig…) Bartolomeo Platina (…) ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, 1593, p. 170

Bartolomeo Platina (…), nel 1540, nella sua opera ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, a p. 170, scriveva che durante il pontificato di papa Stefano IX:  “Hoc ferè tempore & Henricus tertius in locum Henrici patris demortui sufficitur: & Alexius Nicheforo imperatori Costantinopolitanum succedit. Et Robertus Guiscardi Graecos magno praelio superatos, è Calabria omnino expulit, relictis tantum modo Graecis sacerdotibus, qui usque ad nostram aetatem linguam seruant cum moribus.”, che tradotto è (più o meno), che durante il pontificato di Stefano IX: Quasi in questo momento Enrico III viene sostituito al posto del defunto padre Enrico, e Alessio succede a Nicheforo, imperatore di Costantinopoli. E Roberto il Guiscardo, sconfitto in una grande battaglia, espulse completamente i Greci dalla Calabria, lasciando solo sacerdoti greci, che fino ai nostri tempi conservano la lingua e i costumi”. Dunque, il Platina (….), scriveva che ai tempi dell’Imperatore Niceforo Foca e della cacciata dei Bizantini dalla Calabria da parte di Roberto il Guiscardo che lasciò in Calabria solo i monaci dei monasteri italo-greci. Il Platina ci parla dell’epoca di papa Stefano IX  o X secondo una diversa numerazione, nato Frederico Gozzelon de Lorraine (in tedesco Friedrich von Lothringen) o Federico Gozzelon dei duchi di Lorena ed è stato il 154º papa dal 3 agosto 1057 alla sua morte avvenuta nel 1058. Il Platina (…), ci parla della conquista delle Calabrie da parte di Roberto il Guiscardo che sconfisse i greci (i bizantini) in una violenta battaglia contro l’Imperatore Niceforo Foca e, scrive pure che il Guiscardo lasciò: “….solo i sacerdoti greci, che erano in fondo alla nostra lingua preservano il suo carattere. accettare di essere diminuita.”. Nelle note del Visconti (…), vediamo che il Laudisio (…), traeva la notizia dal Platina (…), dove però si legge solo che Roberto il Guiscardo, aveva conquistato la Calabria ai greci (i bizantini) e che aveva lasciato di bizantino in Calabria solo i monaci ed i monasteri italo-greci che avrebbero preservato la lingua e le scritture greche. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 parlando dei monaci e delle famiglie calabresi trasferitisi in alcuni paesi nostri ai tempi del Guiscardo, in proposito scriveva pure che: Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio, a p. 17 (vedi versione a cura del Visconti), nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ughel.,  cit., loc., tomo 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: “Dioecesis Polycastrensis (….) quatuor et viginti oppidis continetur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archiepresbyter Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”, la cui traduzione dovrebbe essere: “La Diocesi di Polycastr (…) è composta da ventiquattro comuni, di cui due primari, Lauria sc. uno che ha collegiale ecc…”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 17 in proposito scriveva che: “Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero di nuovi con nomi presida santi introdotti appunto da quei religiosi. 4. Le fonti sono concordemente mute sull’esistenza di un patrimonio locale della Santa Sede. Le terre possedute dalla Chiesa in Lucania non uguagliavano di certo il grande complesso noto come “Patrimonium Bruttium Sancti Petri”, per il cui potenziamento non si escludeva, a dire di Gregorio Magno (35), la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. L’Ebner, a p. 17, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Ernesto Pontieri, Tra i Normanni nell’Italia Meridionale, Napoli, 1948, p. 34. etc…”. Nell’interessante passaggio l’Ebner ci parla di papa S. Gregorio Magno (…) che non “escludeva…..la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. Le “massae” di Calabria. Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), ed in proposito scriveva che: “Al seguito dei Normanni era giunta nel Sud dell’Italia una moltitudine di monaci e abati che soppiantarono le istituzioni greche, lasciando che queste intraprendessero un irrimediabile processo di decadimento e precipitassero nel più completo abbandono. I monasteri mercuriensi finirono sotto la giurisdizione delle neo-istituzioni benedettine, le quali fecero subito man bassa dei loro possedimenti terrieri e si spartirono i codici miniati che sino ad allora avevano rappresentato il tratto distintivo e il motivo di vanto delle biblioteche monasteriali greche..

Nel X secolo, Rivello e la sua chiesa di rito greco

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 parlando dei monaci e delle famiglie calabresi trasferitisi in alcuni paesi nostri ai tempi del Guiscardo, in proposito scriveva pure che: Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio, a p. 17 (vedi versione a cura del Visconti), nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ughel.,  cit., loc., tomo 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: “Dioecesis Polycastrensis (….) quatuor et viginti oppidis continetur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archiepresbyter Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra sive etc…”, vol. VII, ed. Coleti, a p. 542 parlando della “Dioecesis Polycastrensis”, in proposito scriveva che: “Dioecesis Polycastrensis (….) quatuor et viginti oppidis continetur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archiepresbyter Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat….”, che tradotto significa che: “La Diocesi di Policastro (…) è composta da ventiquattro comuni, di cui due primari, Lauria con collegiata (…), l’altro è Rivellus con due parrocchie. amministrare i riti con il clero, secondo l’usanza della loro nazione etc…”. Gaetano Porfirio (…), che nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 538, sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del coevo Laudisio (…),  nel 1848, parlando della ‘Diocesi di ‘Policastro’, scriveva che: “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, cacciate dal duca Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (1), immigrarono nella nostra diocesi, un asilo cercando nella badia di S. Giovanni a Piro, ed in quella di S. Cono di Camerota. Da quì l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”. Dunque, anche il sacerdote Gaetano Porfirio, sulla scorta del Laudisio scriveva che: “Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”.

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(…) Gaetano Porfirio (…), p. 538, col. sn e dx

Gaetano Porfirio (…), nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 539, in proposito scriveva che: “…pure la Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini di Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello e Battaglia, non chè le già mentovate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima di poi divenne di patronato e collazione regia….Nè men degna di ricordanza è quella benedetina di S. Pietro di Licosato, da papa Pio VI unita alla basilica vaticana; con giurisdizione ordinaria, quasi episcopale, e con proprio territorio (2). Ed abbenchè, per ragion di unione avvenuta dopo il concilio di Trento, il vescovo di Policastro non possa accedere alla visita delle parrocchie, pure il vicario dell’abbazia non può istituire concorso di parrocchie senza l’intervento di quegli esaminatori che sono stati adoperati nel concilio sinodale di Policastro (3), e di riceversi dal vescovo suddettosì gli oli santi come gli esemplari della bolla della crociata (3), per apostolico indulto di papa Pio VI agli abitanti di questo regno per la prima volta concessa. Dopo il detto fin quì (il tutto che si è venuto fatto di raccogliere sulla Chiesa policastrense) chiuderemo questo articolo notando i luoghi su i quali si estende la giurisdizione episcopale. Essi sono: ‘Acqua della Vena’, Bosco, Battaglia, Camerota, Capitello, Celle, Casaletto, Lentiscosa, Lauria, Latronico, Lagonegro, Morigerati, Poderia, Policastro, Roccagloriosa, Rocchetta, Rivello, Spani Sicilì, Sapri, S. Costantino, S. Cristoforo, Santa Marina, S. Giovanni a Piro, Torre Orsaia, Trecchiena, Torraca, Tortorella, Vibonati'”. Il Porfirio (…) a p. 539, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Concilio Tridentino, Sessione 24, Capitolo 18, ‘de Reformat’.”. Il Porfirio (…) a p. 539, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ex Bull., 21 novem. anno 1777.”.

Porfirio, p. 539 (in D'Avino)

(Fig…) Porfirio G., op. cit., p. 539

Giovanni Cappelletti (…), nel suo ‘Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 367-377, dove ci parla della Diocesi di Policastro. Il Cappelletti, a p. 375, continuando il suo racconto sulla Diocesi di Policastro, ci parla della chiesa greca di Rivello e scriveva che: “Noterò da ultimo, che circa il IX secolo fu introdotto in Rivello, città di questa diocesi, il rito greco. Ivi anzi sorsero due insigni collegiate: una di santa Maria del Poggio, numerosa di clero greco e presieduta da un arciprete, e l’altra di san Nicolò uffiziata da clero latino. Nei primi tempi i parrochi dei due riti vivevano in buona armonia tra loro. I greci, non avendo vescovo del loro rito, ricevevano le sacre ordinazioni dal diocesano. Ma nei primi anni del secolo XVI il rito greco andò in decadenza per le molestie, che gli ecclesiastici ne soffrivano dai latini; cosicchè andando in lungo di troppo questo disordine, i greci nel 1572 domandarono di passare al rito latino. Ecc... I due studiosi Natella e Peduto (…), in un loro pregevole studio “Pixous-Policastro”, a p. 508, in proposito, scrivevano che: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (61), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (62).. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (61), postillavano che: (61) G. Cappelletti, Le Chiese d’Italia, ecc.., op. cit., pp. 367-377.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (62), postillavano che: “(62) S. Borsari, Monasteri Bizantini nell’Italia Meridionale Longobarda, p. 2.”.

Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i Bizantini e gli Arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (San Nilo da Rossano, San Gregorio da Cerchiara ecc). E’ al periodo iconoclasta che si deve fare attribuire le cittadelle ascetiche, appartate e silenziose del ‘Mercurion’ e del Monte Bulgheria (…). In questo territorio la bizantinizzazione si manifesta chiaramente, ancora oggi a distanza di molti secoli, nel dialetto o nei grecismi presenti nei toponimi di origine greca; nei titoli di molte chiese (…), nel rito bizantino seguito fino ad epoca tarda (…), sulle forme architettoniche di alcune delle chiese, nelle grotte e nei cenobi (…). Le carte riportano chiese di rito greco a Policastro, Roccagloriosa, Cuccaro, Morigerati (…), mentre il Racioppi (…), annovera Maratea e Sapri. Culturalmente i monaci guardavano alle tradizioni greco-siriane-palestinesi e di Alessandria della patristica orientale come San Giovanni Crisostomo, San Basilio Magno, e San Gregorio Nazienzeno. Se disponevano di un’équipe di amanuensi, come nella vicina San Giovanni a Piro, disponevano anche di loro libri scritti nella lingua greca (koinè) del medioevo. Il codice monumentale da San Giovanni a Piro dal 1020 è adesso nella Biblioteca Laurenziana di Firenze; le ‘scriptoria’ monastici del Cilento erano di alto livello artistico e in sintonia con l’arte contemporanea tanto bizantina quanto beneventana e araba. La moderna storiografia professionale ha archiviato l’opinione diffusa 50 anni fa che c’era una politica aggressiva di latinizzazione dei monasteri italo-greci nel Mezzogiorno nell’XI e XII secolo. L’importante era solo che le chiese secolari episcopali riconoscevano la giurisdizione canonica di Roma invece di Costantinopoli. Il vescovo di Policastro poteva ordinare preti latini sia greci. I candidati potevano essere sposati, come previsto dalla disciplina bizantina, ma essenziale era che il candidato sapesse leggere e scrivere. (vedi la Bolla dell’arcivescovo Alfano datato 1079 che ricostituiva la diocesi). Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia) e, pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota.

…………………….(da rivedere)

Infatti, a riprova di questa ipotesi, il Cappelli a p. 323, scriveva pure che: “In base a quanto ho esposto potrei concludere che questo S. Fantino era probabilmente nativo della Calabria superiore Jonica dalla quale, nulla vieta supporre, fosse passato nei territori intorno al monte Mula prima di arrivare nella finitima regione del Mercurion e quindi nel prossimo Cilento meridionale.”. Infatti, S. Fantino, insieme ad altri monaci Calabresi si trasferirono dalla loro Calabria nei monasteri dei nostri piccoli centri. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Dunque, in questo passaggio, il Campagna scriveva che  I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria.”. Il Campagna scriveva che i monaci del basso Cilento mantennero sempre contatti con le altre Eparchie della Calabria del Nord, quella che confinava con la Lucania Occidentale. Sul fenomeno migratorio di famiglie e di monaci dalla Calabria al basso Cilento, il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Russo (…), a p. 264, scriveva che vi era da molto tempo una continua relazione e scambi tra i monaci dei monasteri del basso Cilento e quelli della Calabria, scrivendo che da alcuni documenti vaticani si evince che Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota.”, e parlando di Camerota Orazio Campagna (…) a p. 264, scriveva che: “Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Infatti, lo storico calabrese Francesco Russo (….), nel suo ‘Regesto Vaticano per la Calabria’, pubblicato a Roma nel 1974-75, vol. I-II, ha citato alcuni documenti conservati nell’Archivio segreto della Biblioteca Vaticana, che citavano l’antico monastero basiliano di S. Pietro di Camerota (dice il Russo), ma sarebbe di Licusati, da cui dipendeva il casale di Camerota. I documenti citati dal Russo (…), sono: il n. 7272, 7299, 7431 nel vol. I e, nel vol. II, troviamo il n. 12562. Ho cercato questi documenti e il testo di Francesco Russo (…) e, li ho avuti in concessione dalla sig.ra Anna Stabile, presso la Biblioteca della Fondazione Adele Caterini di Laino Borgo (CS), una ricca Biblioteca che possiede circa ventimila volumi. Dunque, Orazio Campagna (…), sulla scorta del Regesto Vaticano di Francesco Russo (…) citava alcuni documenti vaticani dove si citava il monastero di S. Pietro di Licusati e scriveva che monaci (igumeni basiliani) del monastero di Camerota (S. Cono di Camerota e monaci di S. Pietro di Licusati), venivano trasferiti in alcuni monasteri della Calabria e viceversa. In particolare, in alcuni documenti del Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI del 1300, si scrive che questi monaci, per diversi motivi, venivano trasferiti nel monastero di S. Adriano in Calabria, nella Diocesi di Rossano Calabro. Nei documenti citati dal Campagna (…), a p. 264, e citati dal Russo (…), troviamo citati i monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati. Nel Regesto Vaticano etc di Francesco Russo (…), nel vol. I, nel regesto di Innocenzo VI (1352-1362) troviamo il documento n. 7272 del 9 gennaio 1353 a p. 463 e, il documento n. 7299, del 3 aprile 1353 lo troviamo a p. 465; il documento n. 7431, a p. 478; nel vol. II, troviamo il documento n. 12562 a p. 463, nel regesto di Sisto IV (1471-1484). Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” (‘I monaci greci in Calabria ecc..’, v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), citava Francois Lenormant (…) che, nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, ha scritto sui monasteri italo-greci sorti sulle nostre terre. Il Lenormant (…), anche sulla scorta del Racioppi (…), a p. 346, vol. I, scriveva che: “……………………”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Si tratta dell’opera agiografica del biografo di S. Nilo che racconta la ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata da vari autori tra cui Germano Giovannelli (…), nel………., nel suo ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955). Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata. Julius Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”.

Nell’anno 1065, Roberto il Guiscardo distrusse Policastro (3° volta)

ll cap. XXXVIII del libro II del cronista Goffredo Malaterra (….), ci parla dell’assedio di Rogerto il Guiscardo che, nell’anno 1065 assediò Policastro e subito dopo la località detta Aiello. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a pp. 169-170 (Libro II), in proposito scriveva che: “Cap. XXXVIII. Roberto il Guiscardo assedia Aiello. Nell’anno dell’incarnazione del Signore 1065 il Guiscardo, distrutto il castello di Policastro, ne condusse tutti gli abitanti a Nicotera, che aveva fondato quell’anno, e qui li fece risiedere. Prima di dirigersi a Palermo, e di fissare gli accampamenti lì vicino sul “monte delle tarantole”, Roberto assieme a Ruggero aveva espugnato e costretto sotto il suo dominio il castello di Rogel (69) nel territorio di Cosenza. Nello stesso anno, sempre in quella zona, il Guiscardo decise di attaccare un castello nella località detta Aiello e per quattro mesi vi pose l’assedio. Gli abitanti peraltro, ecc……Ruggero figlio di SCOLCANDO, trafitto da un dardo, venne sbalzato da Cavallo; anche GILBERTO suo nipote, nel tentativo di aiutarlo ….e così entrambi furono uccisi. Egli dispose quindi che i loro corpi venissero seppelliti a Sant’Eufemia (70), dove da poco era stata eretta un’abbazia in onore di Maria santa madre di Dio.: alla stessa chiesa fece anche pervenire, a suffragio delle loro anime, i cavalli ecc…Il Guiscardo….ricevette inoltre il castello, da loro sgombrato, e ne dispose a suo piacimento.”.

Ferdinando Ughelli (….), nel 1659, nella sua “Italia Sacra”, vol. II, p. 758, parlando della Diocesi di Policastro, in “de Episcopi Polycastrensi”, alla sua nota (f), scriveva a p. 758 (vedi Fig…): “In ora Lucaniae quam Principatum Citra appellant, Civitas Littoralis tota fere diruta Policastrum vocatur….Satis admodum ejus origo antiqua, nomen retinens a Graeco vocabulo, quasi Magnum Castrum. Amplam fuisse, indicant ejus vestigia, et ruinae. Diversis enim ex varia fortuna Bellis cessit in praedam. Robertus Normandus Dux, ann. Christi 1065 eam destrux, it quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit,….”, che tradotto significa:Sulla costa lucana, che chiamano principato di Citra, la città dei Littorali, quasi interamente distrutta, si chiama Policastrum… La sua origine è piuttosto antica, conservando il nome dal nome, per così dire, greco Castello grande era esteso e le sue impronte ne indicano la caduta. Perché cadde preda di varie guerre, a causa delle diverse circostanze. Duca Roberto Normanno, che nell’anno di Cristo 1065 lo distrusse, che re Ruggero più magnificamente lo restaurò, e lo diede al figlio bastardo Simeone, ornato del titolo di accompagnamento.”.

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(Fig…..) Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra etc..”, tomo VII, nella colonna 758

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. La notizia che alcuni paesi, sono sorti in epoca Normanna, nel 1065, a seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto, tratta dal Laudisio (…) e, che secondo cui “in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, giunsero nella nostra Diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci orientali che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità  fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati, una città sorta, come pensa qualche studioso, sulle rovine dell’antica Vibona, un volta sede vescovile, ecc…”. Dunque, la citazione di una distruzione di Policastro nel 1065 da parte di Roberto il Guiscardo proviene dall’Ughelli. Mons Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro’ (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), edita nel 1831, sulla scorta dell’Ughelli (…), scrive in proposito: Ed ecco un’altra iattura: sopraggiunti nel 1034 i Normanni, Policastro fu distrutta per la seconda volta da Roberto il Guiscardo nel 1065 e rimase, così, quasi totalmente diruta. Fu allora che la maggior parte degli abitanti fu costretta ad abbandonare il paese paterno, ed alcuni fondarono il villaggio di S. Marina, altri quello di Bosco, sempre però nella giurisdizione di Policastro, da cui tuttavia, dopo un certo periodo di tempo, il villaggio di Bosco si staccò.. Il Visconti (…), nella sua nota (48) al testo del Laudisio (…), dice che la notizia è tratta dal Barrio (…). Dunque, il Laudisio trasse la notizia dal Barrio (….). Anche il sacerdote Gaetano Porfirio (…), nel 1848, parlando della Diocesi di ‘Policastro’, a p. 538, forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Laudisio (…), scriveva che: “Intanto che Policastro era per uscire da questa sua deplorevole condizione sopraggiunsero i Normanni (1034), e di bel nuovo venne manomessa da Roberto il Guiscardo, e poi del tutto ragguagliata al suolo, volgendo l’anno 1065. Ei fu in questa lagrimevole circostanza che què cittadini che poterono uscir salvi tra tanta rovina, raggranellandosi poscia sul territorio della loro inabissata città intesero a levarvi quel villaggio, che ora Bosco si addimanda (2).”. Il Porfirio, a p. 538, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ughelli F., Italia sacra, tomo VII, col. 758.”. Dunque, il Porfirio, e credo pure il Laudisio prendevano la notizia dal tomo VII dell’Italia Sacra di Ferdinando Ughelli.

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Sappiamo della notizia che, nell’anno 1065, dopo la distruzione di Policastro, da parte di Roberto il Guiscardo, i suoi abitanti furono puniti e mandati a ‘Nicotro’ (Nicotera in Calabria). Per la notizia della distruzione di Policastro, che è riferita all’anno 1065 e, non come scriveva l’Ebner, all’anno 1059-60,  Ebner, nella sua nota (19), postillava che la notizia era tratta dal Jules Gay: “I Gay (è J. non è I) Gay, L’Italie Meridionale ecc.., ed. italiana, Firenze, 1917, op. cit., p. 491.”. Si tratta dello storico francese Guilio Gay, che nel suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, Paris, 1904, scriveva a p. 491:

Gay, p. 524

(Fig…) Gay J., edizione francese, Paris, 1904, p. 524

Ebner (…), nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Infatti, Giulio o Jules Gay (…), nel 1917, nel cap. V, a p. 386 ‘L’Italia meridionale e l’Impero Bizantino’, presentazione a cura di Antonio Ventura, sulla scorta del cronista del tempo Goffredo Malaterra (…), parlando della conquista della Calabria da parte dei due fratelli normanni Ruggero e Roberto il Guiscardo, leggiamo che: “Per affermare il suo dominio, il duca di Calabria costituisce qua e là delle colonie militari; usando gli stessi procedimenti dei generali bizantini nelle loro campagne in Asia, trasferisce da un punto all’altro centinaia di prigionieri, e qualche volta la popolazione intera di una città ridotta in cenere. La città di Policastro sulla costa lucana è distrutta, e gli abitanti sono trasportati a Nicotera. Dei prigionieri siciliani vengono a formare la guarnigione di Scribla, una delle prime che i Normanni abbiano fondato nella Valle del Crati (16).”. Julius Gay (…), nella sua nota (16), postillava che la notizia era tratta da: “(16) Goffredo Malaterra, II, 36, 37.”. Infatti, il cronista dell’epoca, Goffredo Malaterra (…), nel Libro II, nel Cap. XXXVII, del suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Il cronista dell’epoca Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, nel suo Libro II, parla e ci racconta di Policastro , Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un castello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”La notizia della distruzione di Policastro, nell’anno 1065, sarà tratta dall’Ughelli (…), che a sua volta la traeva proprio dal cronista dell’epoca Goffredo Malaterra (…), che nel suo lib. II, scriveva proprio: “Anno vero Dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, hospitari fecit Ruggieri ecc..”. Il Lo Curto (…), a p. 157, nella sua traduzione del Malaterra (…), scriveva in proposito che: “Nell’anno dell’incarnazione del Signore 1065 il Guiscardo, distrutto il castello di Policastro, ne condusse tutti gli abitanti a Nicotera, che aveva fondato quell’anno, e qui li fece risiedere.”. Dunque, il Malaterra (…), parlava di una distruzione di Policasto nell’anno ‘MLXV’ (a. 1065), come pure l’Ughelli (…), mentre il Gay (…), riferisce ad una prima distruzione di Policastro, nell’anno 1059-60 (almeno così scriveva l’Ebner): La città di Policastro sulla costa lucana è distrutta, e gli abitanti sono trasportati a Nicotera.”. Ma il Gay (…), ad onor del vero, non scrive ciò che scrive l’Ebner (…) che scriveva: “…della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19)e, non cita l’anno in cui, secondo il Malaterra, Policastro, fu distrutto, ovvero nell’anno 1065, ma riporta solo la notizia della sua distruzione e che gli abitanti furono portati a Nicotera. La notizia di una prima distruzione di Policastro è da far risalire alla frase di Ebner che scriveva: “…della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Non sappiamo, per quale motivo l’Ebner, anticipasse la data della distruzione di Policastro all’anno 1059-60, di sicuro però possiamo dire che l’Ebner, in un altro suo saggio, anticipava anche la data di elezione di Pietro Pappacarbone a vescovo di Policastro. Non possiamo dire con certezza se l’ipotesi di Ebner di un’altra, prima distruzione di Policastro, fosse esatta, possiamo solo riferirci a quella dell’anno 1065, riferitaci dal cronista dell’epoca Goffredo Malaterra (…). Ebner (…), però, in un altro suo scritto, diceva pure che “Policastro, distrutta da Roberto il Guiscardo, nel 1065 (9). L’Ebner (…), nella sua nota (9), trae la notizia dal manoscritto del monaco benedettino normanno Goffredo Malaterra (…). Infatti, dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, l’opera del monaco benedettino Goffredo Malaterra (…) che, in anno imprecisato della seconda metà del XI secolo, venne insieme ad altri suoi conterranei d’origine Normanna, in Italia, fermandosi dapprima in Puglia, poi in Calabria, sarà la prima che citerà le interessanti notizie di cui abbiamo parlato.  Il monaco benedettino, Goffredo Malaterra, nel XI secolo, scrisse il suo regesto ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’ e, secondo la traduzione curata da Vito Lo Curto (…), nel suo capitolo dedicato a “Roberto il Guiscardo assedia Aiello”, scriveva: Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit”, che tradotto significa: “Nell’anno dell’incarnazione del Signore 1065 il Guiscardo, distrutto il castello di Policastro, ne condusse tutti gli abitanti a Nicotera, che aveva fondato quell’anno, e quì li fece risiedere. Prima di dirigersi a Palermo, ecc…”. Proprio l’esatto contrario del racconto che fece il Laudisio (…) e, prima di lui il Barrio (…). Il racconto del Malaterra (…), è affidabile in quanto egli fu diretto testimone di alcuni fatti narrati. La notizia, verrà poi citata dal Di Luccia (…), forse sulla scorta della ‘Sicilia Sacra’ del Pirro (…) affermava che ” Policastro, nell’anno 1065, fu distrutta da Roberto il Guiscardo acciò li suoi abitanti fossero andati ad abitare nella Terra di Nicotro, fondata da esso nel medesimo anno e riedificata poi in tempo di Re Ruggero ecc…”. Forse si trattava del paese di Nicastro in Calabria che, il Malaterra chiama ‘Nicotrum’, e che il Roberto il Guiscardo, nel 1065 aveva punito i suoi abitanti, ma la notizia riportata dal Laudisio (…) è esattamente opposta a quella del coevo monaco benedettino Malaterra. Scrive l’Ebner (…) che “in questa triste circostanza, uno di questi nuovi borghi sorti a causa della paura, sarà Bosco. Il Volpe (…), nella sua nota (22), traendo la notizia dal Gatta (…) – che trae la notizia dall’Ughelli (…), Italia sacra, Tomo VII, col. 758scrive in proposito:  in “Policastro venne manomessa da Roberto il Guiscardo, e poi affatto distrutta, volgendo lo anno 1065. Ei fu in questa lagrimevole circostanza che quei cittadini, i quali poterono uscire salvi tra tanta rovina, raggranellandosi poscia sul territorio della loro inabissata città, intesero a levarsi quel villaggio, che ora Bosco, si addimanda (22)”. Il Giustiniani, riporta la notizia ricopiando il passo dell’Ughelli (…), nel suo tomo VII (I° edizione), p. 758:

Infatti, Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro’ (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), edita nel 1831, sulla scorta dell’Ughelli (…), scrive in proposito: Ed ecco un’altra iattura: sopraggiunti nel 1034 i Normanni, Policastro fu distrutta per la seconda volta da Roberto il Guiscardo nel 1065 e rimase, così, quasi totalmente diruta. Fu allora che la maggior parte degli abitanti fu costretta ad abbandonare il paese paterno, ed alcuni fondarono il villaggio di S. Marina, altri quello di Bosco, sempre però nella giurisdizione di Policastro, da cui tuttavia, dopo un certo periodo di tempo, il villaggio di Bosco si staccò.”. Il Visconti (…), nella sua nota (48) al testo del Laudisio (…), dice che la notizia è tratta dal Barrio (…). Gaetano Porfirio (…), nel 1848, parlando della Diocesi di ‘Policastro’, a pp. 537-538, forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Laudisio (…), scriveva che:

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Il Porfirio (…) anche sulla scorta dell’Ughelli e del Laudisio (…), scriveva che: “Intanto che Policastro era per uscire da questa sua deplorevole condizione sopraggiunsero i Normanni (1034), e di bel nuovo venne manomessa da Roberto il Guiscardo, e poi del tutto agguagliata al suolo, volgendo l’anno 1065. Ei fu in questa lagrimevole circostanza che què cittadini che poterono uscire salvi tra tanta rovina, raggranellandosi poscia sul territorio della loro inabissata città intesero a levarvi quel villaggio, che ora Bosco si addimanda (2).”. Il Porfirio (…), nella sua nota (2), che riguardava la nascita del casale di Bosco, postillava che: “……………….”.

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88 riferendosi a Roberto il Guiscardo, nel frattempo divenuto cognato dell’ultimo principe longobardo Gisulfo II,  a p. 88 scriveva che: “Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo, il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e i Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Ecc..”. Dunque, Pietro Ebner, parlandoci di Roberto il Guiscardo dopo il matrimonio con Sighelgaita, sorella di Gisulfo II, nel suo racconto fa intendere che ad un certo punto i rapporti con il cognato Gisulfo II si rompono e senza indugiare oltre, intorno agli anni 1065, il Guiscardo inizia ad attaccare diversi centri del basso Cilento, i quali erano controllati dal conte longobardo Guido, fratello di Gisulfo II.

Infatti, è a questo periodo che si riferisce Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro’ (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), edita nel 1831, sulla scorta dell’Ughelli (…) che, in proposito scriveva che: Ed ecco un’altra iattura: sopraggiunti nel 1034 i Normanni, Policastro fu distrutta per la seconda volta da Roberto il Guiscardo nel 1065 e rimase, così, quasi totalmente diruta. Fu allora che la maggior parte degli abitanti fu costretta ad abbandonare il paese paterno, ed alcuni fondarono il villaggio di S. Marina, altri quello di Bosco, sempre però nella giurisdizione di Policastro, da cui tuttavia, dopo un certo periodo di tempo, il villaggio di Bosco si staccò.. Il Visconti (…), nella sua nota (48) al testo del Laudisio (…), dice che la notizia è tratta dal Barrio (…). Dunque, il Laudisio trasse la notizia dal Barrio (….). Anche il sacerdote Gaetano Porfirio (…), nel 1848, parlando della Diocesi di ‘Policastro’, a p. 538, forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Laudisio (…), scriveva che: “Intanto che Policastro era per uscire da questa sua deplorevole condizione sopraggiunsero i Normanni (1034), e di bel nuovo venne manomessa da Roberto il Guiscardo, e poi del tutto ragguagliata al suolo, volgendo l’anno 1065. Ei fu in questa lagrimevole circostanza che què cittadini che poterono uscir salvi tra tanta rovina, raggranellandosi poscia sul territorio della loro inabissata città intesero a levarvi quel villaggio, che ora Bosco si addimanda (2).”. Il Porfirio, a p. 538, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ughelli F., Italia sacra, tomo VII, col. 758.”. Dunque, il Porfirio, e credo pure il Laudisio prendevano la notizia dal tomo VII dell’Italia Sacra di Ferdinando Ughelli.

Sempre a proposito di questa triste notizia, che avviene dopo l’incursione dei Saraceni nell’anno 915, ne parla anche il Porfirio (…), sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del coevo Laudisio (…), affermava: “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, cacciate dal Duca Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, immigrarono nella nostra Diocesi, un’asilo cercando nella badia di S. Giovanni a Piro, ed in quella di S. Cono di Camerota. Da quì l’origine di quei paesi addimandati, oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati…Camerota e Rivello anco esse si ebbero alcune di queste ancorate famiglie.”. Gaetano Porfirio (…), nel 1848, parlando della Diocesi di ‘Policastro’, a pp. 537-538, forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Laudisio (…), scriveva che:

Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 344, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Pacichelli (76) riferisce della sua origine e che “in ogni conto fà d’huopo affermare, che fosse una Città (….) disfatta da Roberto il Duca di Normandia nel 1065, ma comparve più magnifica per opera del Re Rogerio, che ne investì con il titolo di Contado, il suo Naturale Simeono.”. Ebner, a p. 344, nella sua nota (76) postillava che: “(76) Pacichelli cit., I, p. 199 e a p. 337 per la popolazione del 1648 (16 fuochi = ab. 80) e del 1669 (10 = 50)”. Infatti, il sacerdote Pacichelli (….), nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che:

pacichelli-policastro-p.-199

Nell’anno 1065, in seguito alla distruzione di Policastro da parte del Guiscardo sorsero i villaggi di Bosco, S. Marina e Vibonati

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riferita dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. La notizia che alcuni paesi sorti in epoca Normanna, nel 1065, in seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto, tratta dal Laudisio (…). Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro’ (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), edita nel 1831, a p. 69 (vedi versione a cura del Visconti) scriveva che: Ed ecco un’altra iattura: sopraggiunti nel 1034 i Normanni, Policastro fu distrutta per la seconda volta da Roberto il Guiscardo nel 1065 e rimase, così, quasi totalmente diruta (30). Fu allora che la maggior parte degli abitanti fu costretta ad abbandonare il paese paterno, ed alcuni fondarono il villaggio di S. Marina, altri quello di Bosco, sempre però nella giurisdizione di Policastro, da cui tuttavia, dopo un certo periodo di tempo, il villaggio di Bosco si staccò.”. Dunque, il Laudisio, in questo breve passaggio scriveva che dopo la distruzione di Policastro da parte del normanno Roberto d’Hauteville detto il Guiscardo, avvenuta secondo l’Ughelli (….), sulla scorta di un passo del chronicon di Goffredo Malaterra (….), nell’anno 1065, il Laudisio credeva che dopo questa distruzione Policastro rimase, così, quasi totalmente diruta” e, sempre secondo il Laudisio, questo fatto Fu allora che la maggior parte degli abitanti fu costretta ad abbandonare il paese paterno, ed alcuni fondarono il villaggio di S. Marina, altri quello di Bosco”. Dunque, il Laudisio credeva che i villaggi di Bosco e S. Marina, sorsero dopo la distruzione di Policastro avvenuta nel 1065. Il Laudisio, a p. 12, nella sua nota (30)(vedi l’edizione a cura del Visconti) postillava che: “(30) Ughel. Ital. Sac., tom. 7, col. 758 (Ughelli, Italia Sacra sive de episcopis Italiae et insularum adiacentium, Venetiis, 1721, apud Sebastianum Coleti, p. 542: “Robertus, Normandus dux, ann. Christi eam destruxit).”. Dunque, il Laudisio postillava di Ferdinando Ughelli (….), ma l’Ughelli, sia nella prima sua edizione dell”Italia Sacra’ pubblicata da Mascardi e sia nella sue seconda edizione pubblicata da Coleti non dice nulla sull’origine di Bosco o di S. Marina. L’Ughelli, forse sulla scorta del passo di Goffredo Malaterra riporta la notizia della distruzione di Policastro nel 1065 da parte del Guiscardo. In precedenza abbiamo visto il passo dell’Ughelli, nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, colonna 758 e, sia quello dell’edizione Coleti, del 1721, vol. VII, col. 542, ma sebbene riporti la notizia della distruzione di Policastro nell’anno 1065 non dice nulla sull’origine dei villaggi di Bosco e di S. Marina. Mi pare. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, parlando di Bosco nel vol. I, a p. 555, in proposito scriveva che: “Notizie che mancavano anche sulla badia di cui era cenno solo nell’Ughelli (4) che la disse unita al Capitolo della basilica vaticana di S. Pietro.”. Infatti, l’Ughelli, nella sua Italia Sacra, vol. VII, a p. 760 ci dice questa notizia che riguarda solo l’Abbazia di S. Nicola di Bosco. Pietro Ebner (…), nelle sue note (13-14), postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.”. Dunque, la notizia delle origini di Bosco e di S. Marina è una illazione del Laudisio. Il sacerdote Gaetano Porfirio (…), nel 1848, parlando della Diocesi di ‘Policastro’, a p. 538, sulla scorta del Laudisio (…), riferendosi a Policastro ed ai Normanni, in proposito scriveva che: “e di bel nuovo venne manomessa da Roberto il Guiscardo, e poi del tutto ragguagliata al suolo, volgendo l’anno 1065. Ei fu in questa lagrimevole circostanza che què cittadini che poterono uscir salvi tra tanta rovina, raggranellandosi poscia sul territorio della loro inabissata città intesero a levarvi quel villaggio, che ora Bosco si addimanda (2).”.

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Il Porfirio, a p. 538, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ughelli F., Italia sacra, tomo VII, col. 758.”. Dunque, il Porfirio, e credo pure il Laudisio prendevano la notizia dal tomo VII dell’‘Italia Sacra’ di Ferdinando Ughelli. In precedenza abbiamo visto il passo dell’Ughelli, nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, colonna 758 e, sia quello dell’edizione Coleti, del 1721, vol. VII, col. 542, ma sebbene riporti la notizia della distruzione di Policastro nell’anno 1065 non dice nulla sull’origine dei villaggi di Bosco e di S. Marina. Mi pare. Stessa notizia diede il sacerdote Giuseppe Volpe, nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento’, (…), nel 1888, a p. 117, così scriveva: “Policastro venne manomessa da Roberto il Guiscardo, e poi affatto distrutta, volgendo lo anno 1065. Ei fu in questa lagrimevole circostanza che quei cittadini, i quali poterono uscire salvi tra tanta rovina, raggranellandosi poscia sul territorio della loro inabissata città,intesero a levarsi quel villaggio, che ora Bosco, si addimanda(22)”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Cons. Ughelli. Italia sacra, tomo VII, col. 758.”. Dunque, anche il Volpe postillava di Ferdinando Ughelli. Pietro Ebner (…), riferendosi proprio alla notizia tratta dal Volpe (…), scriveva su Bosco che “in questa triste circostanza, uno di questi nuovi borghi sorti a causa della paura, sarà Bosco. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a p. 123, parlando di Policastro e, del terribile Roberto il Guiscardo, scriveva che: “…assalì le città marittime e, nell’anno 1055, per vendicarsi del cognato Gisulfo II, ultimo dei Principi Longobardi di Salerno, che aveva donato al fratello Guido, Policastro ed altri castelli della valle dei Sanseverino, devastò e rase al suolo il fiorente centro bussentino (57). Fu in questa triste circostanza che i policastrensi superstiti, sbandati e senza tetto, lasciarono il suolo natio e si rifugiarono, lontano dal mare, sulle alture circonvicine, dove costruirono le loro case e si stabilirino la definitiva dimora.”. Il Guzzo (…), a p. 123, nella sua nota (57), postillava che: “(57) F. Palazzo, op. cit., p. 150.”. Probabilmente Angelo Guzzo si sbagliava quando scriveva che fu nel 1055, e non nel 1065 che Roberto il Guiscardo distrusse Policastro. Infatti, Angelo Guzzo citava Ferdinando Palazzo che si rifaceva al testo di Pietro Marcellino Di Luccia (….). Ferdinando Palazzo (…), però, a p…, sulla scorta del ‘Trattato historico-legale’ di Pietro Marcellino Di Luccia (…), scriveva che: “…,seguì nell’anno 1065 la funesta devastazione di Policastro di Roberto il Guiscardo, il quale, con la ferocia di Attila, distrusse ‘ab imis’ la ridente Metropoli, lasciando senza tetto e senza pane i suoi infelici abitanti i quali furono costretti in gran parte a cercare rifugio sui monti circostanti (10).”. Il Palazzo (…), a p. 37 (v. nuova edizione), nella sua nota (10), postillava che: “(10) Di Luccia, op. cit., pag. 8.”. Dunque, il Palazzo (…), e poi pure il Cataldo (…), sulla scorta del Di Luccia (…), scrivevano che il Guiscardo aveva assalito e distrutto Policastro non nell’anno 1055, bensì nell’anno 1065. Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), a p. 107, dedica un intero capitolo “Cenni storici sulla frazione di Bosco – L’Abbadia di “San Nicola” e le origini della frazione Bosco”, in cui sostiene che “,…e non vi è dubbio che il primo nucleo dei suoi abitatori fu costituito da coloni delle Università vicine chiamati per la coltivazione del vasto territori  appartenente alla comunità religiosa, ai quali, poi si unirono certamente parte dei profughi di Policastro, quando – come abbiamo già detto – Roberto il Guiscardo, nell’anno 1065, distrusse la Città di Bussentina, per costringere i suoi abitanti a trasferirsi nella Città di NICOTRO, che egli stesso aveva edificata in quell’anno. E’ risaputo, infatti, che parte di detti profughi che non avevano voluto obbedire all’imposizione del tiranno, si rifugiarono sui monti circostanti, costruendovi le loro nuove abitazioni, così come avvenne per San Giovanni a Piro, S. Marina, Vibonati, ecc…”. Dunque, come si è già visto Pietro Marcellino Di Luccia e poi il Palazzo ci parlano dei suoi abitanti che andarono ad abitare Nicotera in Calabria. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 28, scriveva in proposito che:  “Il più astuto di essi, Roberto il Guiscardo, figlio di Tancredi d’Altavilla, sbarcato nel Napoletano, assalì le città marittime e nel 1065 distrusse violentemente Policastro. Fu questa la prima distruzione. I cittadini che riuscirono a salvarsi dalle rovine lasciarono il suolo natio e si rifugiarono lontano dal mare, per non vedere più i nemici e per difendersi da loro. Fu proprio in questo periodo che si formarono i primi centri abitati di Bosco, di S. Marina, di S. Giovanni a Piro e dintorni. Fu proprio su queste alture che i Policastresi avevano il tempo di fuggire e di nascondersi entro le grotte del Monte Bulgheria, qualora sopraggiungesse dal mare una nuova ondata di nemici. Il Laudisio desume questa data dall’Ughelli (Italia Sacra, Tomo VII, col. 758), ma parla di una precedente distruzione, da parte del Guiscardo, nel 1034.”. Sempre il Cataldo (…), però a p. 48, parlando di Bosco, riferiva che il centro di Bosco, si fosse ripopolato dai fuggiaschi di Policastro non nel 1034 o nel 1065, a seguito della prima distruzione del Guiscardo ma nell’anno 1055. Il Cataldo (…), a p. 48, scriveva che: “Bosco, antica Badia di S. Nicola, esisteva fin dall’oscuro medioevo; ivi ripararono nel 1055 alcuni fuggiaschi policastrensi e vi costruirono le case, probabilmente su traccie di mura romane. ecc..”. Riguardo quel periodo e Roberto il Guiscardo, il barone Giuseppe Antonini, nella sua prima edizione della ‘Lucania’ del 1745, a p. 383, così scriveva dei Bulgari nel 1080, ed in proposito scriveva che:

Antonini, vol. II, p. 383

Nel 1067, papa Alessandro IX scomunicò Guglielmo e Roberto il Guiscardo

Nel 1062, è documentata la sua presenza a Costantinopoli, ospite del facoltoso mercante amalfitano Pantaleone, per chiedere al basileus Costantino sostegno e aiuto militare proprio contro il cognato Roberto e i suoi normanni. Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 277, in proposito scriveva che: Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto il Guiscardo per le terre usurpate a chiese e abbazie nel principato di Salerno ed altrove (2), ecc….”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX.”.

Nel 1071, Roberto il Guiscardo e la conquista della Sicilia

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, in proposito scriveva che: Guido cominciò ad ammirare il valore del cognato di cui finì per diventare amico, seguendolo nella conquista della Sicilia (a. 1071). Ecc…”.

Nel 1 agosto 1067, nel sinodo di Melfi, Guglielmo (I) d’Altavilla, Torgisio e Guimondo dei Mulsi furono scomunicati da papa Alessandro II

Da Wikipedia leggiamo che nel 1067, Guglielmo (I) d’Altavilla, conte del Principato fu scomunicato al Concilio di Melfi insieme a Turgisio di Sanseverino e Guimondo de Moulins, per aver rubato le proprietà della Chiesa di Alfano I, arcivescovo di Salerno. Quello stesso anno si recò a Salerno per riconciliarsi con il Papa Alessandro II. In Wikipedia Guimondo dei Mulsi viene detto “Guimondo de Moulins”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 122, in proposito scriveva che: “Gregorio contro il Normanno potè solo rinnovare la scomunica nel febbraio del 1075.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 89-90 parlando del periodo della riorganizzazione episcopale Salernitana al tempo dei primi Normanni e delle loro prime conquiste del Principato Longobardo di Salerno, in proposito scriveva che: “Intanto Guglielmo del Principato e il suo milite Guimondo (Gismondo) dei Mulsi, come Troisio, il quale continuava ad ampliare la sua contea di Rota, tentavano di usurpare  sempre più vaste terre alla chiesa salernitana (29) tantochè il primo agosto del 1067, nel sinodo di Melfi, Alfano chiese l’intervento di Alessandro II che scomunicò gli usurpatori costringendoli poi, a Salerno, e nella riunione plenaria di vescovi, abati e popolo del 9 settembre 1068, a restituire (venne emessa la nota bolla “Notum sit omnibus”) i beni usurpati. Troisio, spaventato dalle terribili censure ecclesiastiche, fece onorevole ammenda nel successivo Concilio di Capua, pure nel 1067, per cui la nota bolla papale del 12 ottobre (30).”. Pietro Ebner (…), a p. 89, nella sua nota (29), postillava che: “(29) La notizia è nel ‘De regno Italiae’ di C. Sigonio (ad ann. 1067 et 1069: Concilio di Melfi): “Guilielmun Tancredi ilium, quod bona ecclesiae Salernitanae per vim teneret comunione removit”; Concilio di Salerno: “Guilielmus Tancredi filius bona quae possidebat Ecclesiae redditit”. “Per le terre occupate, Schipa, ‘Storia’, p. 223. Non è da escludere che Guimondo dei Mulsi, tra le altre terre dei locali cenobi italo-greci, si fosse impadronito anche di quelle della Chiesa di Salerno esistenti a Laurito e non elencate forse per la loro entità in rapporto alle altre. Delle terre a Laurito è notizia dal CDC, I, 173, anno 947 (Laurito è detto “in finibus salernitanus”, e I 445 992 (Guglielmo, figlio del fu Ragiberto vende la quarta parte dei suoi beni “in loco Laurito” alla chiesa di S. Maria di Salerno di cui è abate il sacerdote Donnello per 24 tarì di oro) e I 450 anno 992 ecc…ecc..”. Ebner a p. 89, nella nota (29) postillava pure che: “(29)…..Nella bolla “Notum sit ominibus” di Alessandro II è l’elenco dei beni usurpati da Guglielmo Normanno: ecc……Per i Concili, v. G. CRISCI e A. CAMPAGNA, Salerno Sacra, Salerno, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg.”. Ebner, a p. 90, nella nota (30) postillava che: “(30) Alessandro II conferma ad Alfano gli antichi privilegi concessi alla Chiesa di Salerno dai precedenti pontefici. V. L. E. PENNACCHINI, Pergamene salernitane, Salerno 1941, p. 33.”.

Nel 1073, i benedettini di Cava e Pietro Pappacarbone

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 89-90 e 93, parlando del periodo della riorganizzazione episcopale Salernitana al tempo dei primi Normanni e delle loro prime conquiste del Principato Longobardo di Salerno, in proposito scriveva che: Tutto ciò era stato determinato dalla nuova politica del “sacro salernitano Palatio”, la politica di concessioni e privilegi alla chiesa di Salerno (arcivescovo Alfano) e all’Abbazia di Cava (S. Leone), oltre l’importante di Castellabate di Pietro da Salerno. Politica suggerita a Gisulfo dal monaco Ildebrando di Soana, salito poi al soglio pontificio nel 1073 (Gregorio VII). Oltre ad assottigliare sempre più il numero delle terre occupabili dai Normanni, i quali reagivano come si è visto, si sarebbe posto un valido freno all’ulteriore espansione del monachesimo italo-greco, specialmente nel Cilento. I monaci infatti costretti a subire incursioni e vessazioni, nonchè il passaggio delle loro terre ai Normanni, finirono per lasciare le antiche sedi, aiutati in questo anche dalla loro naturale tendenza irrequieta, o a chiedere protezione all’abate Pietro di Cava, assai venerato da Ruggero Borsa……L’arrivo colà del benedettino cavense Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16) non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). La latinizzazione del rito greco era stata sollecitata dal gravissimo scisma del 14 luglio 1054, per cui anche il tramonto degli ideali religiosi connessi con i modelli bizantini (31). A queste seguivano altre donazioni, quando Pietro, lasciato Perdifumo (a. 1073), assunse la direzione dell’Abbazia cavense (32); ancor più dopo il 1079, dopo la morte di S. Leone. La grande figura dell’abate Pietro induceva anche privati a donare beni all’abbazia: sull’esempio degli antichi principi e dei nuovi dominatori, le cui corti baronali, come quella dei de Màgnia di Novi, erano frequentate dai più intelligenti e accorti monaci cavensi. Dopo aver potenziato l’antico monastero di Perdifumo (diversi gli atti ivi stilati), l’abate Pietro potè iniziare la sua lungimirante azione tesa allo sgretolamento dell’eparchia monastica italo-greca del Cilento, ridimensionando il prestigio del noto  e fiorente cenobio di S. Maria di Pattano. Il grande abate si proponeva a lungo termine di restituire l’intera regione a Roma e al rito latino.”. Pietro Ebner (…), a p. 91, nella sua nota (31), postillava che: “(31) L’ostilità dei monaci bizantini per il clero latino continuava (vedi, ante 1050, il violento attacco del metropolita di Reggio contro la Chiesa e papato: Gianelli, “Atti VIII Congr. intern. Studi Bizantini, Roma, 1953, pp. 93 sgg.) ancora agli inizi del XIV secolo. Pur riconoscendo formalmente l’autorità di Roma molti monaci si sentivano ancora legati a Costantinopoli.”. Pietro Ebner (…), a p. 91, nella sua nota (32), postillava che: “(32) Nell’Archivio di Cava sono ben 179 donazioni del periodo 1079-1122 e 400 tra il 1124 e il 1141, che naturalmente non riguardano solo terre del Cilento.”.

Nel 1067, la ricostruita Diocesi di Policastro da parte dell’Arcivescovo Primate di Salerno Alfano I

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “…..Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti, l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille era retta da Guido, fratello di Gisulfo II di Salerno.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo captolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “La ricostruzione di quest’ultima diocesi, perchè la sua fondazione, come la velina e la vibonese, era attribuita dalla tradizione addirittura all’apostolo Paolo (ma legati itineranti) era stata determinata dal diffondersi in quel territorio dell’influenza delle locali abbazie italo-greche. Già nel 968, infatti, a seguito delle sollecitazioni di Niceforo Foca, tese ad ampliare la pratica del rito greco nelle regioni contermini a quelle riconquistate, il patriarca Anastasio aveva costituito i calogerati di Camerota e di S. Giovanni a Piro e le badie di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Eventi che avevano preoccupato Roma perchè dalla zona confinata di Policastro era facile l’ingresso di religiosi e famiglie di Calabria nel Principato, ritenuto dai pontefici romani baluardo e porta dell’Urbe. Infatti, fin dal 1052 quel territorio elevato a contea, era stato affidato a un gueriero intelligente, esperto e valoroso. E cioè a Guido fratello del principe e, diversamente da costui, benvoluto da tutti e dallo stesso arcivescovo Alfano che gli dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem’, fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica. Da alcuni decenni la Chiesa seguiva con vigile attenzione il diffondersi del rito orientale nel Mezzogiorno e nel Principato. Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica. Nè lattenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054. Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quelladi S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A Policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, asoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel teritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostituzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea. Certo è che a Roma il problema era stato affrontato e discusso dopo le cerimonie della consacrazione di Alfano, se il nuovo pontefice incluse Policastro nella bolla emanata appaena nove giorni dopo. E’ difficile, però, stabilire i fattori che concorsero al rinvio della nomina a presule bussentino, anche perchè non era facile la scelta dell’uomo da proporre per questa diocesi.”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , a p. 376, riguardo il Conte Guido, scriveva che: “Non è da escludere che il Conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostruzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 378-379, in proposito scriveva che: Ma la situazione politica dell’intero Principato nel 1066, soprattutto quella di Policastro, non era più quella del 1058, quando Guido, come abbiamo accennato, aveva contribuito a far designare la sua Policastro a sede di diocesi.”.

Nel 1067, la Contea di Policastro, il conte longobardo Guido, fratello di Gisulfo II

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli incendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 378-379, in proposito scriveva che: Ma la situazione politica dell’intero Principato nel 1066, soprattutto quella di Policastro, non era più quella del 1058, quando Guido, come abbiamo accennato, aveva contribuito a far designare la sua Policastro a sede di diocesi. Già da qualche anno (a. 1062) l’autorità del principe, nel territorio dell’odierno Cilento, era riconosciuta fino a Laurana (6). Nè i rapporti del conte di Policastro con il fratello Gisulfo erano quelli di otto anni prima. Di fronte all’aggressiva reazione dei normanni, non accontentati dal principe nelle loro giuste richieste, Guido aveva fatto sue le rimostranze del fratello stroncando le brutali e rapide loro conquiste. Ma poi aveva capito e, sulla scia dell’omonimo zio Conte di Conza, aveva mutato atteggiamento. Si era reso conto, cioè, che il fratello Gisulfo avrebbe potuto conservare il trono solo se, adattandosi alla nuova situazione, fosse tornato alla politica paterna: Guaimario V (IV) con le indispensabili investiture ai conti normanni era riuscito, oltre che a salvaguardare la propria autorità, ad accrescerne il prestigio. Il principe, però, forse per insofferenza dei continui consigli di moderazione dello zio, certamente geloso del prestigio militare goduto dal fratello Guido, forse anche perchè era giunto il tempo di una ulteriore conferma del noto vecchio adagio latino (7), persisteva nell’insano suo comportamento verso i normanni. Un modo d’agire intollerabile per Guido, specialmente per l’inconsulto tergiversare di Gisulfo circa la consegna della dote alla coraggiosa sorella Sighelgaita, la quale, seguito a Melfi Roberto il Guiscardo, lo sposava ricevendone quale “dono del mattino”, l’antico longobardo ‘morgincap’ (8), il quarto dei beni conquistati dal marito, tra cui, forse, anche castelli confinanti con la contea di Guido. E’ evidente che tutto ciò rendeva più che precaria la salvaguardia dei confini, dei settentrionali più che dei lucano-calabri. Qui era Roberto al quale, oltre che da vincoli di parentela, Guido era ormai legato da ammirata amicizia per quel suo leggendario valore che doveva suscitare la considerazione persino dell’ostile Anna Commeno. L’attenzione del conte era tesa alla frontiera settentrionale, dove vegliava attento e sempre pronto a varcare i confini, il normanno Guimondo dei Mulsi nelle terre affidategli dal conte del Principato e cioè quelle di S. Severino di Camerota, l’odierno abbandonato villaggio poi detto di Centola. Sia il conte Guglielmo che Guimondo non dimenticavano che appunto Guido aveva troncate le loro conquiste anche nella Valle del Mingardo. E’ vero che le relazioni tra il conte di Policastro e il cognato Roberto, nonchè le alterne vicende dei rapporti dello stesso Guiscardo con il fratello Guglielmo del Principato, consigliavano quest’ultimo ad essere più cauto, ma l’invasione della contea, nel caso di torbidi popolari, sarebbe apparsa più che giustificata, specialmente se fossero sorti nel corso di una delle assenze di Guido, frequenti per i suoi impegni militari. E poi, vi era sempre la possibilità di mentirle come un colpo di testa dell’irruente Guimondo dei Mulsi. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, nel cap. III, a p. 88 parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito scriveva che: “Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo (si riferisce al fratello del Guiscardo), il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e i Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Di ciò è documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido. Sullo sconfinamento, casuale o voluto a Guimondo, si era intanto accesa una controversia di cui venne nominato arbitro (Guido aveva rifiutato il fratello) il principe di Capua verso cui Guido s’incamminò. Sorpreso lungo il viaggio dagli sgherri di Guimondo, Guido venne ucciso dopo strenua resistenza (a. 1075). Poco prima Alfano aveva inviato al valoroso guerriero quel suo carme che si chiudeva con l’augurio di vederlo vincitore dei Parti (Turchi) e sovrano di Costantinopoli.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”.

NEL 1073, IL DUCATO DI PUGLIA E CALABRIA DI RUGGERO BORSA

Il Ducato di Puglia è una signoria normanna affidata per la prima volta al cavaliere Roberto il Guiscardo della famiglia Altavilla e costituita come entità territoriale come conte di Puglia, nella quale i normanni amministrano giustizia e battono moneta per privilegio pontificio nel 1059 nei territori corrispondenti alle attuali regioni Puglia, Basilicata e parte orientale e meridionale della Campania (dunque il basso Cilento). Il titolo di Duca di Puglia fu spesso unito a quello di Duca di Calabria e come tale rimase fino a quando i due ducati furono uniti alla Contea di Sicilia con Ruggero II per formare il Regno di Sicilia. Nell’estate dell’anno 1059 la Contea di Puglia si trasforma in Ducato come entità territoriale ben definita. Durante il primo concilio di Melfi, infatti, il pontefice Niccolò II, fermo restando la capitale a Melfi, nomina Roberto il Guiscardo Duca di Puglia e Calabria mediante accordi presi con il Trattato di Melfi e perfezionati con il Concordato di Melfi.  Nel 1077 la capitale del Ducato, unito al Ducato di Calabria, divenne Salerno. Questo ducato detto di Puglia e Calabria, che comprendeva gran parte del Mezzogiorno continentale, fu annesso nel 1130 al Regno di Sicilia da Ruggero II. Da Wikipidia leggiamo che nel 1073, dunque, Ruggero fu proclamato erede, mentre il Guiscardo veniva colpito da malattia durante un soggiorno a Trani. Vera von Falkenhausen (…), nel suo  ‘I Longobardi Meridionali’, a p. 285, in proposito scriveva che: “Roberto il Giscardo non si tratenne molto a Salerno, ma per il figlio che gli succedette, il duca Ruggero Borsa, da parte materna nipote di Guaimario IV, l’eredità longobarda ebbe grande significato. Salerno fu la residenza principale sua e di suo figlio, il duca Guglielmo. Si sentivano a casa propria nella città, che anche nei decenni successivi non perdette il suo caratere longobardo. Il loro legame con l’antica capitale longobarda, che 300 anni prima Arechi II aveva reso residenza dei principi, si rivela anche nella morte; infatti, mentre Roberto il Guiscardo è sepolto nel monastero di famiglia dei Hauteville, la SS. Trinità di Venosa, i duchi Ruggero Borsa e Guglielmo si fecero inumare in S. Matteo, il duomo di Salerno (3).”. La Falkenhausen (…), a p. 285, nella sua nota (3), postillava in proposito che: “(3) ‘Romualdi Salernitani Chronicon’, a cura di C.A. Garufi, RIS, VII, Bologna, 1935, pp. 205-214.”. La Falkenhausen citava il chronicon di Romualdo Guarna (….) o Romualdo Salernitano che fu pubblicato da Carlo Alberto Garufi (….), nella rivista diretta da Giosuè Carducci: “Rerum Italicarum Scriptores”, (II edizione) VII, Bologna, 1935, pp. 205-214.

Dal 1075 al 1077-78, LANDOLFO e la Contea di Policastro

Dopo l’efferato delitto del Conte Guido, fratello di Gisulfo II e, conte della vasta contea di Policastro, il Guiscardo concesse tutti i beni del prode conte Guido (che non aveva eredi) e la Contea di Policastro a Landolfo, fratello minore del Principe Longobardo Gisulfo II. Dopo questo fatto di sangue, l’uccisione di Guido, conte di Policastro, Guimondo occupò il piccolo borgo, ma per ordine regio fu costretto a consegnarlo al fratello di Guido, Landolfo, che ne conservò il dominio fine alla fine del regno Longobardo avvenuta nel 1077-78, con l’avvento dei Normanni. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno Gisulfo II. Dei fatti e dei territori all’epoca del Guiscardo, verso la fine del secolo XI, ho scritto nel mio saggio ‘Nel 1055, la Contea Longobarda del Conte Guido di Policastro’, che verso l’anno 1077, fu restituita (era stata promessa da Gisulfo II, ma mai data al cognato Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo Normanno, che dopo l’assedio di Salerno se ne impossessò insieme a tutto l’ex Principato Longobardo di Salerno. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di Roberto il Guiscardo, dopo l’uccisione di un: “Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita), il quale, in mancanza di eredi, diede i beni della contesa, più la contea di Policastro, al fratello minore di Guido, Landolfo, che li conservò fino all’anno 1077, cioè sin dopo la caduta di Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “Guimondo (11), però, non trasse i frutti sperati dall’assassinio di Guido, per l’avverso fermo avviso dello stesso Roberto che aveva avuto sempre assai caro il valoroso cognato. Pertanto i beni contestati, con la stessa contea di Policastro, vennero assegnati (Guido non aveva avuo prole) al fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. Ebner (…), nella sua nota (11), a p. 542, postillava che: “(11) Troviamo poi Guimondo dei Mulsi, marito di Emma di Hale di Eboli, vedova di Rodolfo Trincarote, altro fedele di Guglielmo. Ebner, Storia, op. cit., p. 84. “. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: Fortezza isolata restava il castello di S. Severino sul Mingardo, tenuto allora probabilmente da Landolfo, uno degli altri fratelli del Principe, ecc…”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: La morte di Guido di Policastro addolorò sinceramente il Guiscardo, che del cognato ammirava generosità d’uomo e valore guerriero. La Contea, essendo Guido morto senza eredi, passò al fratello, Landolfo.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di Roberto il Guiscardo, dopo l’uccisione di un: “Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita), il quale, in mancanza di eredi, diede i beni della contesa, più la contea di Policastro, al fratello minore di Guido, Landolfo, che li conservò fino all’anno 1077, cioè sin dopo la caduta di Salerno.”. I due studiosi Natella e Peduto, citando Amato di Montecassino e la sua ‘Historia Normannorum‘, che si compone di n. 8 libri, parlando dei due castelli a Policastro, si riferiscono all’anno 1077. A quale libro del racconto di Amato, si parla di Policastro ?. I due studiosi, si rifanno all’edizione curata da Vincenzo De Bartholomaeis (…), e dicono a p. 371. Nella nuova traduzione di Amato di Montecassino (…), per i tipi di Francesco Ciolfi, dove a p. 19, si riporta l’ampia introduzione del De Bartholomaeis. In essa si parla degli otto libri del ‘chronicon’ di Amato. A p. 20, è scritto: “Il periodo di tempo di cui Amato prese a narrare le vicende, comprende sessantuno o sessantadue anni: dalla prima apparsa di quaranta pellegrini normanni a Salerno, nel 1016, sino alla morte di Riccardo di Capua, avvenuta il 5 aprile del 1078.”. Dunque, è probabibile che il Libro a cui si riferiscano i due studiosi sia il Libro VIII, cioè l’ultimo capitolo del Chronicon di Amato. Nella recente edizione edita per i tipi di Ciolfi (…), a p. 377, nel Libro VIII, cap. XXX, è scritto: “Landolfo restituì la Valle di Santa Severina e Policastro, e Guaimario restituì il Cilento. In tal modo finì ogni contrasto. Gisulfo giurò ecc..ecc…”. Il passo della narrazione di Amato, riguarda la fine dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, che dopo l’assedio di Salerno da parte del cognato Roberto il Guiscardo, dovette desistere ed arrendersi a suo cognato Roberto il Guiscardo, con cui iniziava la dominazione Normanna sull’ex Principato Longobardo di Salerno.

Dal 1075 al 1114, Roberto d’Altavilla, figlio di Guglielmo (I) d’Altavilla, nuovo Conte del Principato

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 125, parlando della “Discendenza dei d’Altavilla nella contea di Principato” scriveva che questi possedimenti conquistati dai normanni ed erosi ai Longobardi di Gisulfo II “Esse, dopo il 1077, si estendevano tra il fiume Tusciano ed il golfo di Policastro e confinavano con le contee di Rota, di Conza e di Marsico, ma escludevano le contrade comprese fra il Sele, Magliano e l’Alento, che erano state le ultime a venire in potere ai nuovi dominatori. Un feudo dunque, di vastissima estensione, il cui centro politico fu Eboli, e che Guglielmo d’Altavilla trasmise al figlio Roberto, il primo ad assumerne il titolo comitale: ‘Robertus….Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi (1).”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (1) postillava che: “(1) G. Paesano, Memorie per servire alla storia della chiesa salernitana, II, 18 (a. 1090). Guglielmo d’Altavilla che sposò la figlia di Guido di Conza, portò unicamente il titolo di conte di S. Nicandro (S. Nicandro di Bari) e, sebbene ricevesse in feudo dal fratello Umfredo la contea di Principato (‘Duos itaque fratres suos comites fecit: Malgerium Capitanatae, Willelmum vero Principatu; GAUFREDI MALATERRAE, op. cit., I, 16, p. 16), non ne portò il titolo comitale, come risulta da R. GUARNA (Chronicon, cit., ad an. 1075):…..Willelmus, comes de Sancto Nicandro, pater Roberti, comitis de principatu.”. Di Guglielmo detto “conte del Principato” ho parlato in altro mio saggio sui primi Normanni. In questo scritto mi occupo degli eredi del conte di Principato, gli eredi di Guglielmo (I) d’Altavilla. Dunque, il Cantalupo scrive che “Guglielmo d’Altavilla trasmise al figlio Roberto, il primo ad assumerne il titolo comitale: ‘Robertus….Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi (1).”. Infatti il Cantalupo, a p. 126, parlando della “Discendenza dei d’Altavilla nella contea di Principato”, in proposito scriveva che: Guglielmo (I) d’Altavilla, conte di S. Nicandro (1054-1075), da cui Roberto conte di Principato (1075-1114); Riccardo, crociato (1096-1100); Rainulfo, crociato (a. 1096). Da Roberto conte del Principato discende Guglielmo (II) conte di Principato (1107-1128), ecc…”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 378-379, in proposito scriveva che: Ma la situazione politica dell’intero Principato nel 1066, soprattutto quella di Policastro, non era più quella del 1058, quando Guido, come abbiamo accennato, aveva contribuito a far designare la sua Policastro a sede di diocesi. Già da qualche anno (a. 1062) l’autorità del principe, nel territorio dell’odierno Cilento, era riconosciuta fino a Laurana (6).”. Ebner, a p. 378, nella nota (6) postillava che: “(6) Ebner, Storia, cit., p. 87.”. Infatti, Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “I Normanni continuarono a rosicchiare terre del Principato. Si può parlare addirittura di smembramento di questo nel 1062 (25) se, ad esempio, l’autorità del principe era riconosciuta, come indicano i documenti cavensi, solo da Tresino a Laurana, in un territorio che va da Capaccio ai confini meridionali. Assume, quindi, attendibilità la notizia del Mazziotti, p. 31, sulla cessione fatta dal conte del Principato a Giovanni di S. Paolo del castello di Agropoli, parte delle terre toccate al fratello di Gisulfo. Senza dire che in molte terre del Principato (Capaccio, Trentinara, ecc…) il riconoscimento era solo nominale perchè i cugini di Capaccio del principe mantenevano relazioni più che ottime con i locali signori normanni, come si rileva dalle dalle anzidette pergamene. Se il principe avesse posseduto anche i territori oltre l’Alento avrebbe aggiunto al profluvio di donazioni fatte all’abbazia di Cava, dietro consiglio dell’arcidiacono e amministratore della Chiesa Ildebrando di Soana, anche non pochi monasteri e loro dipendenze che erano “in finibus salernitanis”, e cioè nell’odierno basso Cilento.”. Pietro Ebner, a p. 87, nella nota (25) postillava che: “(25) Per i territori del Cilento nel periodo dipendenti da Gisulfo, v. Schipa, Storia, p. 220, no. 14.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: Informano documenti sicuri, e cioè le pergamene di Cava, che anche la pianura ebolitana doveva essere compresa nella contea di Principato. Gli eredi di Guglielmo appunto dal castello di Eboli datarono alcuni diplomi che si enumerano in nota (16), dove è chiara notizia dell’estensione dei domini direttamente dipendenti da essi verso la metà del XII secolo: ecc…”. Ebner, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ABC, E 5 (a. 1107), E 47 (a. 1116), F 44 (a. 1128), G. 6 (a. 1131), G 7 (a. 1131), G 10 (a. 1134), G 16 (a. 1135), G 25 (a. 1137), G 26 (a. 1137) e L 38 (a. 1195). Da questi la seguente genealogia: Guglielmo, primo conte del Principato, sposa (Amato, III, 22) la figiuola di Guido, conte di Conza e fratello di Guaimario V. Dal primo Guglielmo, Roberto e poi Guglielmo (conte del Principato: diplomi 1107-1128 anche per il padre e il nonno) e perciò il II.. Carlo Carucci (….), e del suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”. Infatti, il Carucci, a p. 383, in proposito scriveva che: Gli successe il figlio Roberto, di cui si conservano vari diplomi di concessioni fatte a chiese, nei quali si fa sempre salva l’autorità sovrana del Guiscardo e, dopo la morte di costui, quella di Ruggero Borsa (1). A Roberto nella contea di Principato successe Nicola (2) ecc…”. Il Carucci, a p. 383, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Paesano, op. cit., I, 18, riporta un documento dell’archivio della mensa arcivescovile di Salerno in cui Robertus divina clementia annuente Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi conferma all’arcivescovo di Salerno Alfano ‘de consensu et voluntate domini Rogerii ducis incliti’ parecchie antiche concessioni di terre tra Eboli e il Sele.”. Il Carucci, a p. 383, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi un diploma di questo Conte in Paesano II, 113.”

Nel 1077, i conti di Marsico e le donazioni alla SS. Trinità di Venosa

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 4.3 ‘Le origini’, a p. 135 così si esprimeva: Particolarmente utili al nostro caso si rivelano alcuni regesti relativi a donazioni fatte tra l’XI e il XII secolo dai conti normanni di Marsico, riguardanti proprio quelle stesse fondazioni ecclesiastiche del Vallo di Diano che risultavano, ancora nel XVIII sec., dipendenti dal Priorato gerosolimitano di Venosa. Nel 1075 Rainaldus Malaconvenientia, insieme alla moglie Adelaide, donò alla SS. Trinità di Venosa “Sanctum Nicolaum dictum de Sala” (67). Due anni più tardi lo stesso personaggio attribuendosi il titolo di “comes Marsici” donò alllo stesso monastero “ecclesiam Sanctae Mariae et Sancti Iohannis de Fontibus, nec non ecclesias Sancti Nicolai de Sala et ecclesiam Sanctae Mariae de Oliva”(68). Nel 1091 le donazioni di queste stesse ecclesie e quelle di altre fondazioni, poste nello stesso territorio, sarebbero state confermate al monastero venosino dal vescovo di Capaccio Maraldus il quale avrebbe riconosciuto la piena autorità dell’abate Berengario sulle chiese “Sanctae Mariae, Sancti Iohannis, Sancti Petri Fontium, Sancti Nicolai, Sancte Agathe, Sancti Marie de Olea”, tutte “positas in castro Sale”, insieme alla chiesa di San Felice, posta invece presso l’abitato di Montesano (69). Quasi un secolo più tardi, quando la contea di Marsico sarà stata assegnata da Ruggeo Ii a Silvestro di Ragusa, il figlio di questi, Guglielmo, avrebbe ulteriormente confermato le donazioni di ‘Rainaldus Malaconvenientia alla Trinità di Venosa (70). La presenza dunque prima dei benedettini cassinesi poi dei Cavalieri di San Giovanni in Fonte, a Cadossa come a Santa Maria dell’Oliva, o a San Giovanni in Fonte e nel Casale di San Nicola di Goffredo, presso Sala, si deve interpretare come diretta conseguenza dello stretto legame esistente tra queste fondazioni del Vallo e la SS. Trinità di Venosa, legame che risale alla fine dell’XI sec., quando il primo conte normanno di Marsico sottomise all’abate di Venosa queste ecclesie, insieme alle loro dipendenze, i loro patrimoni e, almeno nel caso di S. Nicola di Goffredo, presso Sala, i loro casali.”. La Alaggio, a p. 135, nella nota (67) postillava: “(67) Cfr. H. Houben, Die Abtei Venosa und das Monchtum im normannisch-staufischen Suditalien, Tubigen, 1995, Ibidem, pp. 256-257, reg. 22.”. La Alaggio, a p. 135, nella nota (68) postillava: “(68) Ibidem, pp. 259-260, reg. 25”. La Alaggio, a p. 136, nella nota (69) postillava: “(69) Ibidem, pp. 294-295, reg. 61”. La Alaggio, a p. 136, nella nota (70) postillava: “(70) Ibidem, pp. 377-378, reg. 147: “Fu il suddetto conte imitatore della paterna pietà e divozione verso il luoghi abitati dai padri di San Benedetto. Laonde nell’anno 1177 donò ad Egidio, abate del monistero della Trinità di Venosa etc…”.

Nel 1077, Gisulfo II deposto e sconfitto da Roberto il Guiscardo che assedia e conquista Salerno, capitale del Principato Longobardo di Salerno

Da Wikipidia leggiamo che prima di espugnare Palermo e insignorirsi della Sicilia, Roberto il Guiscardo dovette combattere contro le ultime guarnigioni bizantine che ancora occupavano parte della Puglia, cuore del suo dominio. Il 16 aprile 1071, con la caduta di Bari, i Greci furono definitivamente estromessi dal sud Italia e il Guiscardo poté così rivolgere la propria attenzione ai grandi principati indipendenti di origine longobarda che ancora tenevano in mano propria vaste aree del meridione. Il primo obiettivo fu il Principato di Salerno: la città fu messa sotto assedio e cadde nel dicembre del 1076, ma il principe Gisulfo II, cognato del Guiscardo in quanto fratello di Sichelgaita, abbandonò il castello con la propria corte solo nel maggio del 1077. Al dominio totale del Guiscardo nel Mezzogiorno mancavano a questo punto il Principato di Capua, sotto i Normanni dei Drengot, il Ducato di Napoli e Benevento, antico e potente principato longobardo ormai in decadenza: l’attacco alla città, sferrato nel 1078, mise in allarme papa Gregorio VII, poiché Benevento era considerato feudo della Santa Sede. Ma il pontefice non era in condizioni di inimicarsi i Normanni, impegnato com’era contro l’imperatore Enrico IV nella questione delle investiture. Decise allora di farseli alleati e, convocato Roberto a Ceprano nel giugno del 1080, lo investì nuovamente dei suoi titoli e diritti, assicurandogli anche la signoria sugli Abruzzi meridionali e – seppure con una formula sospensiva – sulla Marca Fermana, Salerno e Amalfi. Anche Benevento, da cinquecento anni indipendente, cadde sotto i colpi del Guiscardo, che ne assunse il titolo principesco.

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 377, nella sua nota (5) postillava che: “(5)…..Gisulfo II era stato deposto da due (a. 1077), Pietro da Salerno era già da tre mesi abate del cenobio della sS. Trinità di Cava (S. Leone morì il 22 luglio 1079).. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scrive che Gisulfo II fu deposto nell’anno 1077. Da Wikipedia leggiamo che Landolfo, conservò il dominio della Contea di Policastro fine alla fine del regno Longobardo avvenuta nel 1077-78, con l’avvento dei Normanni, quando Landolfo conservò i propri domini, ma dovette consegnare i castelli più importanti tra cui San Severino. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno nelle mani dei Normanni di Roberto il Guiscardo nell’anno 1078 che, come narra il cronista dell’epoca Amato di Montecassino (…), Landolfo dovette consegnare a Roberto dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo Gisulfo II. Landolfo, dovette consegnare a Roberto il Guiscardo la contea di Policastro e di S. Severino e Guaimario dovette consegnare la città fortificata del Cilento. Nel 1077 la capitale del Ducato, unito al Ducato di Calabria, divenne Salerno. Questo ducato detto di Puglia e Calabria, che comprendeva gran parte del Mezzogiorno continentale, fu annesso nel 1130 al Regno di Sicilia da Ruggero II. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 122, in proposito scriveva che: Si apriva nel frattempo tra Gregorio VII e l’imperatore di Germania Enrico IV la “lotta per le investiture”, ed il Papa, costretto a cambiar politica verso i Normanni, dovette suo malgrado abbandonare Gisulfo al suo destino, potendolo solo consigliare di venire a patti con il cognato. Ma troppi motivi di contrasto, vecchi e nuovi, rendevano ormai inconciliabile il dissidio fra i due, e tra i nuovi vi era l’intervento normanno ad Amalfi, fatto che aveva particolarmente indispettito il Principe, spingendolo ad aumentare le rappresaglie contro questa città. Il Giuscardo aveva invitato il cognato a non molestare gli Amalfitani, ma Gisulfo aveva ignorato l’invito. Il Normanno allora ruppe ogni rapporto col Principe e, tirando dalla sua anche Riccardo di Capua, lo isolò. Gisulfo si diede ad apprestare dovunque opere di difesa, avvertendo ormai prossima l’aggressione del Guiscardo al suo regno. Roberto, infatti, non indugiò e l’8 maggio 1076 cinse d’assedio Salerno con uno sterminato esercito di Normanni, Greci e Saraceni; bloccò anche il porto con la flotta e chiese, per questo aiuti navali agli Amalfitani. Ne approfittò però per inviare nel frattempo un contingente di truppe nel Ducato, sicchè il protettorato del 1073 divenne una vera e propria signoria normanna ed Amalfi perdè, dopo oltre 250 anni, la sua indipendenza: “….hoc aevo – dice una cronaca del tempo – ‘Res Amalphitanorum pubblica jacuit, amissis uno tempore opibus, liberate ac propriis Ducibus’ (1). L’assedio di Salerno fu lungo e difficoltoso, nonostante il vasto impiego di forze ed il valido aiuto fornito dalle milizie di Riccardo di Capua. La città stremata, potè esser presa per il tradimento di alcuni cittadini solo il 13 dicembre 1076; Gisulfo riuscì a chiudersi nella rocca con i familiari e gli uomini più fidati e continuò ancora a difendere il suo Stato, finchè, stretti gli assediati dalla fame, nell’estate del 1077 si arrese. Con lui terminava così, dopo più di cinque secoli di storia, il dominio dei Longobardi a Salerno (2). Ecc…”. Il Cantalupo, a p. 122, nella sua nota (1) postillava che: “(1) M. Camera, Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, Salerno, 1876-81, I, p. 267.”. Il Cantalupo, a p. 122, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lo sconfitto Gisulfo II andò prima a Capua, poi a Roma, accolto amorevolmente da Gregorio VII, che lo inviò come legato apostolico in Francia nel 1081 ed a Salerno nel 1094, poi nuovamente in Francia. Alla morte del Pontefice prese parte con la Curia papale alle vicende che portarono all’elezione di Vittore III, morto il quale, l’esule principe fu acclamato Duca degli Amalfitani nel 1088. Dopo tale anno non si hanno di lui più notizie (cfr. Amato, Storia, …cit., pp. 241-245).”.  

Nel 1080, Roberto il Guiscardo e le sue concessioni fatte ai Bulgari stanziatisi a Roccagloriosa

Pietro Ebner (…), nel suo vol. I del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento‘, a pp. 704, vol. I parlando del casale di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: Anzi l’Antonini (5) scrive di aver letto di alcune concessioni fatte da Roberto nel 1080 ai bulgari o schiavoni del luogo per servizi resigli “in finibus Apuliae et Salerni” (6), etc…”. Ebner, a p. 704, vol. I, nella nota (5) postillava che: “(5) Antonini, cit., I, p. 383 dice di averne letto in documenti esistenti nell’Archivio della Diocesi di Policastro, di cui non è traccia. Cfr. pure a p. 348: nel dire di S. Severino di Camerota scrive: “Sicuramente il paese fu quivi edificato perchè il suo sito lo rendea forte, e messo agli insulti de’ vicini Bulgari esposto, quando i medesimi non l’avessero ancora fondato, come io vorrei fermamente a credere”. Etc…”. Ebner, a p. 704, vol. I, nella nota (6) postillava che:  “(6) Utiliter de illorum in finibus Apuliae, et Salerni usi sumus. Antonini, p. 383.”. Questo argomento lo tratto nei miei saggi dedicati a Mansone ed a Roccagloriosa. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 91 , riferendosi a Pietro da Salerno, Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva che: “Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16) non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (Paolo Diacono, V, 29). La latinizzazione del rito era stata sollecitata dal gravissimo scisma del 14 luglio 1054, per cui anche il tramonto degli ideali religiosi connessi con i modelli bizantini (31).”. La notizia di profughi e Slavi assoldati da Roberto il Guiscardo per la conquista delle Calabrie va ulteriormente approfondita ed indagata. Su Castrocucco ha scritto pure Biagio Cappelli (…), nel suo Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 212-213, dove parlava anche di Aita, riferendosi a certe chiese o monasteri basiliani sorti in quell’area. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, parlando dei Bulgari del Principe “Alczeco”, a p. 383, in proposito scriveva che: “o quelli d’Alboino, vennero ad occupare la montagna, di cui ragioniamo, dandole dalloro nome quello di Bulgaria, edificandovi ancora molti paesi ad oriente, ed occidente di essa, siccome si vede di alcune concessioni del MLXXX. da Roberto Guiscardo fatte, che nell’Archivio Vescovile di Policastro si conservano; ed in esse si dice: “Utiliter de illorum samulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi sumus; parole che dimostrano, che ancora a quel tempo non eran pochi.”.

Antonini, p. 383

Dunque, secondo l’Antonini, nell’Archivio della Diocesi di Policastro egli avesse visto alcune concessioni del 1080, fatte da Roberto il Guiscardo alle popolazioni di Bulgari che abitavano in queste nostre zone. Antonini scriveva che in una di queste concessioni fosse scritto “Utiliter de illorum samulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi sumus ” che tradotto significa Abbiamo beneficiato del loro servizio nei territori della Puglia e del Salerni”. Dunque, secondo l’Antonini, in una di queste concessioni del Guiscardo ai bulgari del posto vi è scritto che il normanno Roberto il Guiscardo, nel 1080 concede dei benefici e scriveva perchè egli aveva beneficiato del loro servizio nei territori della Puglia e del Salerni. Sul documento del 1080, citato dall’Antonini che dice aver visto nell’Archivio della Diocesi di Policastro ha scritto Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: L’Antonini li crede di quell’epoca remota: resta egli dindeciso solamente se riferirli ai Bulgari che seguirono Alboino, o a quei di Grimoaldo. E in questo suo dubbio, non omette di riportarsi altresì ad un documento del 1080, che dice esista nell’archivio episcopale di Policastro, in cui Roberto Giuscardo accennerebbe agli utili servizi che a lui resero i Bulgari ‘in finibus Apuliae et Salerni’. Benchè la fede letteraria dell’Antonini non sia intatta, e il documento che per tutti è ignoto meriti conferma, è vero però che i documenti medievali indubitati gli accenni a Bulgari per l’Italia meridionale non mancano. Ecc….”. Dunque, il Racioppi (….), cita l’antico documento dell’anno 1080 citato dall’Antonini e come al solito ne dubita l’esistenza, ma aggiunge che: “è vero però che i documenti medievali indubitati gli accenni a Bulgari per l’Italia meridionale non mancano”. L’Antonini, proseguendo il suo racconto cita un passo del Pellegrino (….) che parla di Grimoaldo. Antonini, sempre a p. 383, continuando a parlare dei Bulgari nelle nostre contrade, in proposito scriveva pure che: “E chi sa se questi fossero gli stessi, che sotto nome di Contratti furono in Puglia cacciati da Dulciano nel 1040 ‘Anno MXL. (dice Lupo Protospata) praedictus Dulchianus excussit Contractos de Apulia’. Questo nell’anno 1039. dallo stesso Protospata etc…”. L’Antonini, citando ‘Protospada’, si riferisce a Niceforo, patriarca di Costantinopoli che scrisse una cronaca dell’epoca. Di quel periodo storico, oltre alla cronaca di Teofane, ritroviamo quella di Niceforo, patriarca di Costantinopoli ‘Ioannis Antiocheni Fragmenta ex historia chronica’. Sulle popolazioni di origine Bulgara, nelle nostre zone ha scritto pure Pietro Ebner (…..), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 376, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro dopo lo scisma del 14 luglio 1054, in proposito scriveva che: …..nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Ecc…. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Dunque, secondo Pietro Ebner e “come ricorda Goffredo Malaterra”, dopo l’anno 1054, in alcuni piccoli paesi dell’entroterra e alle pendici del Monte Bulgheria, vi erano delle “tribù slave” che, sempre secondo l’Ebner, furono assoldate “come milizie” da Roberto il Guiscardo. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Tribù slave assoldate da Roberto il Guiscardo per far cosa, non è dato sapere. Sappiamo che Roberto il Guiscardo in quegli anni conquistò gran parte dei possedimenti bizantini in Calabria ed è probabile che si servì dei Bulgari che vivevano alle pendici del monte Bulgheria. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 91 parlando della restaurazione della sede Paleocastrense Bussentina del monaco benedettino Pietro Pappacarbone, riferisce: “Nella Regione, non si spiegherebbe l’arrivo colà del benedettino cavense Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16), non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). Ecc…”. Infatti, Vito Lo Curto (…..), nella sua traduzione del Cap. XVI del Libro I del Malaterra (….), in proposito scriveva che: “Assieme a soldati Schiavoni compie razzie nel territorio circostante. Il Guiscardo che aveva con se una sessantina di uomini detti Schiavoni (24), che conoscevano tutta la Calabria. Roberto il Guiscardo, mentre si tratteneva a Scribla e valorosamente contrastava i Calabresi ecc..”. Lo Curto, spiega poi chi erano i soldati ‘Schiavoni’ di cui si era servito il Guiscardo: “Appartenenti a popolazioni slave insediatesi lungo le coste adriatiche, nell’area di influenza bizantina.”. Il Racioppi, sempre riferendosi a questi Bulgari nelle nostre terre prosegue il suo racconto e scriveva che: “Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”.

Nel 1077-78, Roberto il Guiscardo e la Contea di Policastro dopo la caduta di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo

Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Nel racconto di Amato, si parla di due valli, quella di Santa Severina (la valle di S. Severino di Centola) e quella di Policastro (attuale Bussentino). La narrazione di Amato, si riferisce al momento della resa di Gisulfo II che chiama il figlio Landolfo che dovette restituire al Guiscardo, le valli di “Santa Severina” (S. Severino di Centola) e di Policastro. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 377, nella sua nota (5) postillava che: “(5)…..Gisulfo II era stato deposto da due (a. 1077), Pietro da Salerno era già da tre mesi abate del cenobio della sS. Trinità di Cava (S. Leone morì il 22 luglio 1079). La data effettiva deve perciò risalire al 22 ottobre 1067, tanto più che U. da Venosa (“il Venusino”), ‘Vitae sanctorum abbatum cavensium’, ABC, cod. n. 24, ff. 15v – 15r) colloca l’evento subito dopo il ritorno di Pietro da Cluny. Ecc..”. Dunque, l’Ebner in questo passaggio indica come data della nomina ad Abate dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni del monaco Pietro Pappacarbone all’anno 1074, tre anni prima dell’anno, 1077, in cui era stato deposto, dice lui, il principe longobardo Gisulfo II, da Roberto il Guiscardo che in quell’anno assediò Salerno. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno nelle mani dei Normanni di Roberto il Guiscardo nell’anno 1078 che, come narra il cronista dell’epoca Amato di Montecassino (…), Landolfo dovette consegnare a Roberto dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo Gisulfo II. Landolfo, dovette consegnare a Roberto il Guiscardo la contea di Policastro e di S. Severino e Guaimario dovette consegnare la città fortificata del Cilento. Riguardo la Contea di Policastro, subito dopo l’assassinio del principe Guido, fratello del Principe Gisulfo II e Conte della Contea di Policastro ha scritto Pietro Ebner (…..), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a pp. 226-227, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio” che, in proposito scriveva che: Contea che si cercò di estendere anche dopo l’assassinio del fratello del principe, ………….Si tentò cioè di aggregare la contea del Principato quella di Policastro, tenuta da Guido, accrescendo il feudo di S. Severino di Camerota (oggi l’abbandonato villaggio di S. Severino di Centola) (51) affidato da Guglielmo d’Altavilla a Guimondo dei Mulsi (52). Ho mostrato altrove (53) come la vastità del territorio avesse già indotto Guglielmo d’Altavilla a scidere in feudi la contea. Oltre quello di Novi, concesso al fedele Guglielmo de Mannia, gli Altavilla diedero poi il feudo di Sicignano, già sede del loro comitato, ad Asclettino, mentre quello di Cilento fu dato, con altri, a Ruggiero di S. Severino, legati a Guglielmo da vincoli di parentela. Più tardi il feudo di Agropoli fu concesso dai discendenti di Guglielmo a Giovanni di S. Paolo, poi passato alla diocesi di Capaccio. La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo-barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della sS. Trinità di Cava (54), si aggiunse anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”: ‘Catalogus baronum, n. 492) con le sue undici pertinenze.”. Devo però precisare che in questo passaggio l’Ebner molto probabilmente si riferisce ai prossimi anni in cui dominerà nel Principato di Salerno Ruggero Borsa. Ebner, a p. 227, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Il suggestivo villaggio abbandonato è stato oggetto di ripresa tlevisiva nel 1975 in uno dei filmati (“Villano”), tratto da episodi narrati nella mia ‘Storia cit.’, della serie “La parola, il fatto” ideata e diretta dalla nota regista Giuliana Berlinguer.”. Ebner a p. 227, nella nota (52) postillava che: “(52) Ebner, ‘Storia, cit., pp. 84 e 88 sg.”. Ebner, a p. 227, nella nota (53) postillava che: “(53) Id., Ibid., p. 85 sgg.”. Ebner, a p. 227, nella nota (54) postillava che: “(54) Nel ‘Breve chronicon monasterii cavensi’ la notizia ad. a. 1092 della concessione della Badia del dominio feudale nel Cilento: ‘Serenissimo Dux Rogerius (…) Cavensem omnem ditionem imperium in universos Lucanos (e cioè nel territorio dell’odierno Cilento) a vestigalibus immunitatem maris dimidium donavit, notarios publices ac iudices, vassallosque facultatem indulsit, mors destitutos eripiendi, duellorum rationem costituendi tribuit potestatem.”. Ebner, a p. 227, nella sa nota (55) postillava che: “(55) Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a pp. 122-123, in proposito scriveva che: Il Guiscardo lasciò che i familiari del deposto principe conservassero i loro possedimenti, solo pretese che gli venissero consegnate le fortezze più importanti; così Landolfo dovette cedere Policastro ed il castello di S. Severino, Guiamario il Castellum Cilenti: “….Et il frere de Gisolfe vindrent; et comment lor fu comandé, Landulfe rendi lo Val de Saint Severin et Pollicastre, et Guaymere rendi Cyliente (1).”. Il Cantalupo, a p. 123, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Amato, op. cit., p. 37.”. Dunque, il Cantalupo citava Amato di Montecassino (….). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226 del suo vol. I, nella sua nota (49) postillava che: “(49) Dopo la caduta della rocca salernitana, tra le condizioni di resa la consegna di tutte le contee. E cioè di Policastro che, dopo l’assassinio di Guido, il principe aveva dato all’altro fratello Landolfo, e Cilento tenuto da Guaimario, fratello non figlio e di cui è pure notizia per l’episodio del dente di S. Matteo (il principe l’aveva dato in consegna appunto a Guaimario), narrato dallo Schipa, p. 240. Di fronte alle tergiversioni di Gisulfo, Roberto il Guiscardo minacciò lo spodestato principe d’inviarlo in catene a Palermo, ecc..”. Ebner (…), cita Michelangelo Schipa (….) che, infatti, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, nel 1934, ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’, a p. 232, dopo aver detto dell’uccisione di Guido, scriveva di Landolfo, suo fratello minore, scriveva che: Nè v’è dubbio che di lui non restassero figliuoli, perchè il fratello minore, Landolfo, ne recò i domini di Policastro e quelli contrastati della Valle di S. Severino (38).”. Schipa (…), a p. 232, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal principe di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Scrivono i due studiosi Natella e Peduto (2) che, “la ripresa cattolica-romana in policastro e la restaurazione della sede episcopale, è da mettersi in rapporto con la riconosciuta politica Normanna.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “la contea di Policastro, …..fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226 del suo vol. I, nella sua nota (49) postillava che: Dopo la caduta della rocca salernitana, tra le condizioni di resa la consegna di tutte le contee. E cioè di Policastro ……..è pure notizia per l’episodio del dente di S. Matteo (il principe l’aveva dato in consegna appunto a Guaimario), narrato dallo Schipa, p. 240. Di fronte alle tergiversioni di Gisulfo, Roberto il Guiscardo minacciò lo spodestato principe d’inviarlo in catene a Palermo, ecc..”. Schipa (…), a p. 232, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: La morte di Guido di Policastro addolorò sinceramente il Guiscardo, che del cognato ammirava generosità d’uomo e valore guerriero. La Contea, essendo Guido morto senza eredi, passò al fratello, Landolfo.”. Michelangelo Schipa (…), nel cap. 12, del suo  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, nel 1934, ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’, a p. 240, parlando dell’episodio citato da Ebner (…), sul dente di S. Matteo e, riferendosi a Roberto il Guiscardo e, della conquista di Salerno, dopo il suo assedio, scriveva che: “E maggiore contesa sorse dopo. Pretendeva Roberto che dovessero porsi in sua mano i castelli della valle di S. Severino, di Policastro e del Cilento, tenuti da Landolfo e da Guaimario, fratelli di Gisulfo, poichè diceva spettargli intera la signoria del Principato. E Gisulfo schermivasi, negando che dei castelli si fosse fatta parola allorchè egli si era arreso.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino e dell’Alfano (…), a p. 256, scriveva in proposito che:

(Fig…..), Aimè (…), op. cit., p. 256

Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a pp. 511-512-513, in proposito ai Normanni scrivevano che: Alla conquista normanna vanno riferite la riforma ecclesiastica bussentina e un rinforzamento totale, se non ripristino genuino, delle mura urbiche. Secondo il Mannelli, nel 1065, Roberto il Guiscardo distrusse – è la terza notizia in merito – Policastro e portò i suoi abitanti superstiti ad popolare Nicotera: la notizia però non è accettata dallo stesso Mannelli (69), giacchè le cronache si riferiscono non alla nostra città ma ad una Policastro sita nel Comune di S. Donato di Ninea in Prov. di Catanzaro. Sicuro è che l’episcopato bussentino risorse nel sec. XI dopo che l’arcivescovo salernitano, dietro la nota protezione longobarda, ricevè da Stefano IX la licenza di ordinare un vescovo ‘in oppido bussentino’ (70): ecc….La ripresa cattolica-romana in Policastro è da mettersi in rapporto con la riconosciuta politica dei Normanni di isolamento della religione e dei culti orientali, comunque si manifestassero. Già tale procedimento era usato dai Longobardi, in maniera rigorosa, nella loro tarda presenza in terra salernitana: con i Normanni la prassi antibinzantina divenne regola. Il culto basiliano, bizantino, viene permesso in ambiti isolati, e persisterà fino a tutto il 1600. Il carattere monastico di codesta continuità religiosa non faceva paura, ma là dove interi tratti vitali per il Regno potevano rappresentare possibili teste di ponte per recuperi bizantini (e quei secoli ci hanno documentato in quel senso), non doveva essere concessa autonomia neanche in campo religioso. Si spiegano così i grandi interventi a Policastro del grande poeta Alfano, una personalità famosa già ai suoi tempi, permeata di cultura Cassinese e del cluniacense Pietro, rigido osservante di regole e di ortodossia. Va anche riconfermata la nessuna attendibilità della ditruzione di Policastro da parte dei Normanni, se questi poi dovranno di lì a poco rifare il tutto, e dare degna sede non solo ad autorità religiose del rango di Pietro e Alfano, ma alle civili, indispensabili in un territorio ai confini com’era in quel momento Policastro. Unico riferimento preciso nella breve storia di Policastro del Volpe è da considerarsi la sua dichiarazione circa le mura della città, che vennero formate sotto Ruggiero I (72): rifatte, per meglio dire nella struttura che attualmente è visibile. ecc…I Normanni aspiravano ad avere libere le coste tirreniche inferiori, e miglior mezzo era quello di posseder porti e campi trincerati in caso di imbarchi massicci e per le Crociate e per le preannunciate ambizioni africano-orientali della dinastia francese. Ai Normanni, si ripete, deve farsi risalire l’ampliamento più propriamente fortificatorio di Policastro. Tra la parte al di sopra di q. 45 ecc… 

Natella-Peduto, p. 513  

Con l’arrivo dei Normanni e la graduale fine della dominazione bizantina, i papi procedettero alla riorganizzazione ecclesiastica di questi territori. Noi, non concordiamo del tutto con questa tesi, in quanto crediamo che i Normanni non odiassero del tutto il rito greco di cui questa zona era intrisa anche a causa dei numerosi Cenobi basiliani sorti in epoca precedente. La nostra tesi è inoltre suffragata dall’antica pergamena greca, d’epoca Normanna e datata anno 1097, pubblicata dal Trinchera (….) e, di cui abbiamo parlato in un altro nostro studio ivi pubblicato (….). L’antico documento membranaceo (….), è dello stesso periodo storico della nota Lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I, di cui parliamo quì ma per noi è un ulteriore conferma e testimonianza storica del passato in quanto in esso si riporta un privilegio concesso da un nobile Normanno ad un monaco di Vibonati che voleva costruire un monastero a ‘Scido’ che noi crediamo fosse l’originario toponimo di Sapri.

Houbert Houben ed i fondi scoperti a Venosa ed il Libro dei Privilegi

Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 71, in proposito scriveva che: “Un recente lavoro di Rosanna Alaggio (81) apre un ulteriore spiraglio sugli avvenimenti. Nel delineare la storia della SS. Trinità di Venosa, si serve di una singolare pubblicazione di Houbert Houben (82): nell’intento di ricostruire l’archivio dell’abbazia, purtroppo perduto, l’autore ha raccolto le varie trascrizioni degli antichi documenti che alcuni eruditi del Seicento interessati, peraltro, a ricostruire la storia delle antiche famiglie nobili del Regno di Napoli, avevano effettuato da una fonte intermedia, il ‘Libro dei Privilegi’, un registro che raccoglieva donazioni, concessioni e privilegi goduti dall’ente monastico. Dopo accurate verifiche e confronti incrociati con tutti i regesti tramandati, Houben è risalito all’archetipo da cui gli eruditi avevano attinto per la compilazione dei rispettivi manoscritti fornendo, così, una ricostruzione molto attendibile di una parte del prezioso archivio. Particolarmente utili al nostro caso si rivelano alcuni regesti relativi a donazioni fatte tra l’XI e il XII secolo dai conti normanni di Marsico.”. Medici, a p. 71, nella nota (81) postillava: “(81) Cfr. Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, Quaderni dell’Associazione “L. Pica”, Laveglia Editore, 2004, pag. 134.”.  Medici, a p. 71, nella nota (82) postillava: “(82) Houben H., Die Abtei Venosa und das Monchtum im Normannisch-staufischen Suditalien, Tubingen, 1995.”. Medici, a p. 71, nella nota (82) postillava: “(82) Houben H., Die Abtei Venosa und das Monchtum im Normannisch-staufischen Suditalien, Tubingen, 1995.”. Infatti, Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. ‘4.1 Le origini’, a p. 135 così si esprimeva: “Nel 1985 Houbet Houben, dopo aver individuato l’archetipo da cui questi eruditi hanno attinto per la compilazione dei rispettivi manoscritti, ha fornito un edizione, con confronti incrociati, di tutti i registri tramandati consentendo, in questo modo, di risalire ai contenuti degli atti originali (66). Proprio quest’edizione permette di seguire il processo costitutivo del patrimonio della S.ma Trinità di Venosa, fornendo indicazioni puntuali sulle dipendenze e sulla cronologia della loro annessione al monastero.”. La Alaggio, a p. 135, nella nota (66) postillava: “(66) H. Houben, Die Abtei Venosa und das Monchtum im Normannisch-staufischen Suditalien, Tubingen, 1995.”.

Dal 1077, l’opera di  latinizzazione nel basso Cilento e nel Vallo di Diano e le Abbazie di Cava e di Venosa

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assetto territoriale nella prima età normanna’, a p. 83 così si esprimeva: “Il primo assetto della penetrazione normanna nel Vallo di Diano è strettamente legato alla rilevante diffusione nel territorio di insediamenti benedettini, divisi tra le dipendenze della S.ma Trinità di Venosa, che controllano con la loro gestione una parte rilevante di tutto il versante orientale della vallata, e i priorati della Trinità di Cava dei Tirreni, con San Pietro di Polla, Sant’Arsenio, San Marzano, San Nicola e Santa Maria di Diano, San Pietro e San Pancrazio di Atena, sottomesse a Cava rispettivamente nel 1100 da Rao, signore di Atena, e nel 1091 da ‘Abiusus’ e ‘Trotta’, abitanti dello stesso centro (21). La promozione dell’espansione benedettina non sembra sia stata motivata dall’intento di latinizzare una regione che pure dovette essere particolarmente interessata, come è già stato sottolineato, da una consistente presenza di elementi ellenofoni. Risulta ormai opinione diffusa che la politica religiosa dei primi signori normanni fosse orientata ad “assegnare monasteri poveri e piccoli a monasteri ricchi e potenti” sia greci che latini (22). Risulterebbe altrimenti inspiegabile la crescita di importanti enti monastici italo-greci in Basilicata, Calabria e Salento, come il monastero di Sant’Elia di Carbone, beneficiario delle donazioni della famiglia Chiaromonte, o di San Giovanni di Stilo, Santa Maria del Patir di Rossano e San Nicola di Casole (23). Tale politica di promozione nei confronti delle istituzioni monastiche più prestigiose è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI secolo, di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di Padula (24).”. La Alaggio, a p. 84, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN, ‘Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “Gli abati basiliani di Grottaferrata governarono il castello i Rofrano e le annesse grange per oltre quattro secoli, in un periodo durante il quale le comunità greche del Cilento sarebbero venute a trovarsi in forte disagio in un ambiente ormai avviato a “latinizzarsi” completamente. Non sembra un caso, inoltre, il fatto che il feudo si trovasse nel salernitano, sede nel continente proprio in quegli anni, della corte di Ruggero II. Durante questo lungo periodo i sovrani meridionali dovettero ripetutamente intervenire a difesa del feudo in questione.”. Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 38 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, in proposito scriveva che: “Attraverso il porto di Palinuro entrarono nella valle del Mingardo (10) S. Saba di Collesano, che vi si ci fermò, S. Fantino e S. Nicodemo del Ciro che proseguirono per le falde del monte Bulgheria. Altri porti d’ingresso erano gl’Infreschi (via terra si proseguiva per Lentiscosa, Camerota e Licusati ove esistevano Badie conosciute), l’Olivo presso Scario (per accedere e a Bosco e a S. Giovanni anch’esse Badie italo greche) e Sapri (per accedere nelle zone interne di Torraca, Battaglia, Casaletto, Caselle dove venivano altri confratelli, o come punto dalle zone interne della valle del Lao, sede di altri monasteri italo greci). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede era vacante e lo sarà fino al 1067…..Guaimario V e Gisulfo II, in seguito all’esplosione demografica del X secolo, concessero vaste estensioni di terre demaniali e private a gruppi di famiglie, in questo imitati anche dai monasteri, con richieste di affitto molto modeste. L’incremento produttivo derivato migliorò la vita e di conseguenza anche le entrate della chiesa. Rimasero però fuori da questa situazione favorevole proprio i monasteri italo-greci, molto prosperi nel Golfo, perchè esclusi poi dal disposto di Urbano II – Clermont 1095 – che stabiliva che le chiese dei conventi dovevano essere rette da cappellani nominati dal vescovo. A ciò si aggiungevano sia le pressione fiscale dei normanni nei confronti dei monasteri di rito greco nel tentativo di instaurare il culto latino (11)(p. 39) – e, infatti, alcuni monasteri furono abbandonati e rilevati dai benedettini  -, sia lo scisma del 1054: si interruppero i rapporti con i monasteri i rapporti con i monasteri greci della Valle del Lao. Questi, divenuti benedettini dipendenti dalla Badia di Cava dei Tirreni, organizzarono i contratti ventinovennali che davano più sicurezza alle famiglie, inoltre la politica agraria della Badia prevedeva il rinnovo di questi contratti e le “locationes rerum”: concessione in temporaneo godimento di complessi fondiari, già coltivati, contro versamenti modici in natura.”. Il Gentile (…), a p. 39, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Rassegna Storica Salernitana, anno 1966, pag. 96”, ma si sbagliava perche si tratta della stessa rivista del 1967 (Anno XXVIII – 1-4) dove è pubblicato il saggio di Pietro Ebner (…) dal titolo: “Monasteri Bizantini nel Cilento – I I monasteri di S. Barbara, S. Mauro e di S. Marina”, p. 77. Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 165-167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che: “Mentre Cilento, perduto ormai il suo ruolo di fortezza primaria, a partire dal 1166 era divenuto sede di un governatore dipendente dall’abate di Cava, il quale a sua volta dopo alcuni anni anch’egli spostò la sua residenza a Rocca. A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di altre baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano: quella del ‘vescovo barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’egùmeno del ‘cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 70, in proposito scriveva che: “Per meglio orientarci in questa vicenda, è utile ricostruire il contesto nel quale l’evento riferito all’Eterni si dispone e far rriferimento alla situazione politica in cui si trovava il Vallo di Diano nel XII secolo. Nel Principato di Salerno si era appena concluso il travagliato processo che aveva visto i Normanni sostituirsi ai Bizantini e Longobardi, ricorrendo di volta in volta alle armi, alla diplomazia ed ad una accorta politica di matrimoni e di alleanze. In tale ottica un ruolo rilevante fu affidato proprio ai benedettini, i cui insediamenti furono appoggiati e promossi dai principi normanni, secondo una prassi già felicemente avviata dai principi longobardi: era un espediente che, estromettendo gradualmente le comunità monastiche italo-greche, in pratica gettava un colpo di spugna sulla precedente sovranità bizantina e legittimava il nuovo potere. Vanno ricordati, in proposito, gli ottimi rapporti che i principi salernitani Roberto il Guiscardo e la moglie Sighelgaita avevano con le abbazie di Montecassino, Cava e Venosa (80). Le direttive politiche della capitale venivano seguite anche in periferia e, quindi, nel Vallo di Diano, dove si affermavano le nuove dominazioni di feudatari normanni.”. Medici, a p. 71, nella nota (80) postillava: “(80) Sighelgaita era legata all’abbazia di Cava per motivi di spiritualità e di parentela con l’abate fondatore Alferio; era altresì partecipe del clima religioso di Montecassino, per via dell’abate Desiderio suo cugino e padre spirituale, tanto che proprio a Montecassino volle essere sepolta. Il marito Roberto, invece, fu autorevole fondatore dell’abbazia di Venosa, dove riposa con tutti i componenti della sua famiglia d’origine.”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta di Rosanna Alaggio, a p. 71, in proposito scriveva che: Particolarmente utili al nostro caso si rivelano alcuni regesti relativi a donazioni fatte tra l’XI e il XII secolo dai conti normanni di Marsico. Apre, infatti, nuovi scenari la notizia che il primo conte di Marsico, Rainaldo Malcovenienza, allineandosi anche lui alla politica dei principi salernitani, nel 1077 dona all’abbate di Venosa alcune fondazioni monastiche nel territorio di Sala, comprensive dei loro casali, e tra di esse figurano anche le chiese di S. Maria e S. Giovanni “fontium”.”. Medici, a p. 71, nella nota (83) postillava: “(83) Cfr. Houben H., op. cit., pag. 259, reg. 25 (Io Rainaldo Malconvenienza, conte di Marsico per grazia di Dio, dono la chiesa di Santa Maria e S. Giovanni delle fonti alla Santa Trinità di Venosa e ad Azzone, priore di detto monastero. Testimone Osmundo di Missanello).”. Alfonsina Medici (….), recentemente, nel suo “Le acque sacre di S. Giovani in Fonte nel Vallo di Diano”, sulla scorta della Alaggio, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: “Le nuove acquisizioni offerte da Rosanna Alaggio, pertanto, permettono di delineare con maggiore evidenza rispetto al passato il ruolo ricoperto nel Vallo dai benedettini, i quali, in pratica, si dividevano tra i centri di Cava e Venosa, vale a dire i due poli meridionali nei quali si era irradiato il monachesimo di Montecassino. Il Vallo, infatti, nella sua parte settentrionale, con i monasteri di S. Pietro di Polla, di Sant’Arsenio, Caggiano gravitava nell’orbita dell’abbazia di Cava, mentre a Sud, con le dipendenze di Sala, fra cui S. Giovanni in Fonte e S. Nicola di Goffredo (90), e con il convento di Cadossa a Montesano, era legato all’abbazia di Venosa. Ricordiamo per inciso che tale abbazia era stata fondata da Roberto il Guiscardo in segno di ringraziamento dopo la vittoria sui Bizantini, che gli aveva consentito di completare il possesso del Sud, peraltro sancito da papa Niccolò II nel Concilio di Melfi, appositamente indetto nel 1059. Con tali presupposti l’abbazia venusina raggiunse in breve tempo il culmine del suo prestigio, assurgendo anche a mausoleo dei normanni e gestendo spiritualmente ed economicamente un vastissimo territorio. Questa, dopo il periodo di splendore legato alla monarchia normanna, perse etcc..”.

Nel 1083, Emma di Hale, in seconde nozze sposò Guimondo de Mulsi

Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a pp. 83-84, continuando il suo racconto scriveva che: Da Eboli, però, verso la fine di quel secolo (a. 1083) datò alcuni diplomi anche Emma, figliuola di Goffredo di Hale, sposa dapprima di Rao Trincarote (17), parente di Rainolfo I, conte di Aversa, e poi di Guimondo de Mulsi.”. Ebner, a p. 84, nella nota (17) postillava che:  “(17) Rainolfo Trincarote, nipote di Rainulfo I di Aversa (Amato, II, 34) e Ugo Fallacia capeggiarono, dopo il 1046, il partito normanno dissidente da Guaimario, v. in Amato cit., p. 99.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a pp. 83-84, continuando il suo racconto scriveva che: Informano documenti sicuri, e cioè le pergamene di Cava……Gli eredi di Guglielmo appunto dal castello di Eboli datarono alcuni diplomi che si enumerano in nota (16), ecc…”. Riguardo questi personaggi ed i diplomi e privilegi di cui accennava l’Ebner, egli a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ABC, E 5 (a. 1107), E 47 (a. 1116), F 44 (a. 1128), G. 6 (a. 1131), G 7 (a. 1131), G 10 (a. 1134), G 16 (a. 1135), G 25 (a. 1137), G 26 (a. 1137) e L 38 (a. 1195)...”. Dunque, Ebner nella nota (16) postillava che il documento cavense (conservato presso l’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni) n. B 31 è assai chiaro a riguardo perche è scritto: “Emma de Evuli, filia Joffrit, que pria fuerat uxor Radolfi qui dictus est Trincarote et postmodum uxor fuit Guimundi qui dictus est de Mulsi”.”, ovvero che: “Emma di Eboli, figlia di Joffrit (Goffredo)(sarebbe Goffredo di Hale), che era stata prima moglie di Radolfi detto Trincarote e poi moglie di Guimundi detto de Mulsi”. Riguardo questo documento (il B 31), Pietro Ebner, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16)…..Il B 31 (ABC) e il B 30, ottobre dello stesso anno (v. pure C 20) erano ignoti allo Schipa (anche i diplomi anzidetti) se supponeva soltanto che il Guimondo di Amato (XIII, 12) potesse essere il Girmondo usurpatore pentito, con Guglielmo di Principato, dei beni della chiesa di Salerno.”. Dunque, il documento B 31 ci informa secondo l’Ebner che questa Emma di Eboli, figlia di “Goffredo di Hale” era stata sposata in prime nozze con Rainolfo Trincarote, nipote di Rainulfo I di Aversa’ per poi risposarsi con Guimondo de Mulsi, di cui si parla per l’assassinio di Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro. Su Guimondo de Mulsi, marito di Emma di Hale o di Eboli, Ebner, nella nota (16) postillava che:  “(16)…..Del Riccardo, figlio di Guglielmo I, da cui Ruggero principe di Antiochia, di cui nel ‘Dizionario Enciclopedico (I, Roma, 1955, p. 318) non sono notizie nei documenti esaminati. Il B 31 (ABC) e il B 30, ottobre dello stesso anno (v. pure C 20) erano ignoti allo Schipa (anche i diplomi anzidetti) se supponeva soltanto che il Guimondo di Amato (XIII, 12) potesse essere il Girmondo usurpatore pentito, con Guglielmo di Principato, dei beni della chiesa di Salerno. Anche il De Bartolomeis (in Amato cit., p. 352, no. 3) era certo dell’esistenza di altre notizie su Guimondo (Gismondo) dei Mulsi. Ma il B 31 è assai chiaro: “Emma de Evuli, filia Joffrit, que pria fuerat uxor Radolfi qui dictus est Trincarote et postmodum uxor fuit Guimundi qui dictus est de Mulsi”.”.

Rocco Gaetani e Mannelli su Policastro

Rocco Gaetani (…), nel suo: ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli ecc..’, parlando dell’assalto dei Saraceni che Bussento aveva subito, così scriveva in proposito a p. 23, sulla scorta del Mannelli (…), riguardo la notizia della distruzione di Policastro da parte dei Normanni (tratta dal Malaterra (…) “Libro II, cap. 37″), la confuta e dice che non doveva riferirsi a Policastro il Malaterra quando riportava la notizia che il Guiscardo faceva ripopolare ‘Nicotrum’. Le due Abbazie del ‘Mercurion’ , di cui parleremo, erano già esistenti all’epoca del Guiscardo che nell’anno 1065, assalirà e distruggerà Policastro, come abbiamo già visto in un altro nostro scritto. L’antica pergamena della donazione dell’anno 1065, si inserisce nel quadro storico dell’epoca delineato dal Cataldo (…), che in proposito così scriveva a p. 28, del suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’: “L’invasione dei Normanni nel Cilento divenne generale, quando nel Principato di Salerno, governato da Gisulfo II, il fratello Guido, baldanzoso cavaliere, aveva ottenuto Policastro e certi castelli nella valle di Sanseverino.”. Dunque, l’episodio della donazione del Guiscardo e della sua seconda moglie la Principessa Longobarda Sichelgaita, al monastero di nuova fondazione benedetino di S. Maria della Mattina (…), si inserisce nel quadro storico in cui Roberto il Guiscardo: “che era stato investito del titolo di Duca di Calabria e Puglia nel 1059 da Papa Nicolò II, in un primo momento favorì la cacciata dei Greci (Bizantini), tranquillizzando la Sede Romana; poi, forte del riconoscimento del papa sulle terre conquistate,…”,  “…sbarcato nel Napoletano, assalì le città marittime e nel 1065 distrusse violentemente Policastro.”. Il Guiscardo, dopo l’anno 1055, per ingraziarsi la sede papale, mise a ferro e a fuoco alcune città, soprattutto marittime come Policastro e buona parte dei territori che risentivano dell’influenza del Patriarcato e degli Imperatori Bizantini che non erano visti di buon occhio dal papato cattolico (dopo il ‘Concordato di Melfi’) di papa Nicolò II, morto nel 1061 e l’ascesa del suo successore papa Alessandro II. L’episodio della distruzione di Policastro (a. 1065), ci è narrato dal Malaterra (…), nel suo libro II, e poi ripreso più tardi dall’Ughelli (…) e citato nel manoscritto del Mannelli (…), a cui abbiamo dedicato ivi un nostro saggio. Il Cataldo (…), a p. 28, scriveva in proposito che:  “Il più astuto di essi, Roberto il Guiscardo, figlio di Tancredi d’Altavilla, sbarcato nel Napoletano, assalì le città marittime e nel 1065 distrusse violentemente Policastro. Fu questa la prima distruzione. I cittadini che riuscirono a salvarsi dalle rovine lasciarono il suolo natio e si rifugiarono lontano dal mare, per non vedere più i nemici e per difendersi da loro. Fu proprio in questo periodo che si formarono i primi centri abitati di Bosco, di S. Marina, di S. Giovanni a Piro e dintorni. Fu proprio su queste alture che i Policastresi avevano il tempo di fuggire e di nascondersi entro le grotte del Monte Bulgheria, qualora sopraggiungesse dal mare una nuova ondata di nemici. Il Laudisio desume questa data dall’Ughelli (Italia Sacra, Tomo VII, col. 758), ma parla di una precedente distruzione, da parte del Guiscardo, nel 1034.”. Ma come abbiamo visto, il Laudisio (…), non dice che nel 1034, il Guiscardo distrusse Policastro, ma disse che nel 1034 arrivarono i Normanni e che Policastro fu distrutto per la seconda volta dal Guiscardo nell’anno 1065, come riferiva il Malaterra (…).  Il Cataldo (…), a p. 48, scriveva che: “Bosco, antica Badia di S. Nicola, esisteva fin dall’oscuro medioevo; ivi ripararono nel 1055 alcuni fuggiaschi policastrensi e vi costruirono le case, probabilmente su traccie di mura romane. ecc..”. Giuseppe Antonini, nella sua prima edizione della ‘Lucania’ del 1745, a p. 383, così scriveva dei Bulgari:

Antonini, vol. II, p. 383

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Infatti, riguardo la notizia tratta dal ‘ms’ manoscritto del Marchese di S. Giovanni, il Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. vol. VII, p. 224, ci parlava del Manoscritto di Luca Mannelli (…), che riportava alcune interessantissime notizie sulla nostra zona. Per il Manoscritto del Mannelli, si veda pure: Rocco Gaetani (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (…), nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ‘Roberto il Normanno’ la distrusse nel 1065. Scrive ‘Goffredo Malaterra (5): Anno vero Dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, hospitari fecit Ruggieri la riedificò poi, ma non saprei se egli ancora l’avesse tutta murata con un forte castello dalla parte superiore.”. Il Giustiniani (…), riporta la notizia ricopiando il passo dell’Ughelli (…), nel suo tomo VII (I° edizione), p. 758:

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Paolo Peduto e Pasquale Natella (…), a p. 512, scrivono che: “Secondo il Mannelli, nel 1065, Roberto il Guiscardo distrusse – è la terza notizia in merito – Policastro e portò i suoi abitanti superstiti a popolare Nicotera: la notizia, però, non è accettata dallo stesso Mannelli (69), giacchè le cronache si riferiscono non alla nostra città ma ad una Policastro sita nel comune di S. Donato di Ninea in provincia di Catanzaro.”. Il Mannelli (…), di cui parla il Natella-Peduto (…) è un manoscritto dei primi del ‘600, inedito ma citato da diversi studiosi della bibliografia antiquaria. Io credo che il Mannelli abbia attinto dal Barrio (…) che è un vecchio testo del 1571, di molto antecedente al manoscritto del Mannelli. Credo pure che il Barrio (…), abbia tratto la notizia dal manoscritto del monaco benedettino Malaterra (…) ed infatti, pure il Barrio ci parla di un Policastro e di un ‘Nicastro’ (o ‘Nicotro’). Pietro Ebner (…), nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli Studi in Italia”, V, 1882, p. 336.”. Rocco Gaetani (…), nel suo: ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli ecc..’, sulla scorta del Mannelli (…), riguardo la notizia della distruzione di Policastro da parte dei Normanni (tratta dal Malaterra (…) “Libro II, cap. 37″), la confuta e dice che non doveva riferirsi a Policastro il Malaterra quando riportava la notizia che il Guiscardo faceva ripopolare ‘Nicotrum’. Il Gaetani, sulla scorta del Mannelli, a p. 22 e s., inizia col riferire della ‘Bolla’ del vescovo di Salerno Alfano I, dell’anno 1079 e che, nel 1058, aveva elevato a Diocesi la vacante sede di Policastri’, nominando vescovo Pietro Pappacarbone. Il Gaetani, sempre sulla scorta del Mannelli (…), confuta e disserta su ciò che molti secoli aveva scritto il normanno Goffredo Malaterra: “Scrive Goffredo malaterra, celebre scrittore de’ prime imprese de’ Normanni in questi paesi, che Ruberto Guiscardo nel 1065, dishabitasse Policastro, trasportandone i cittadini a popolare Nicotera, da lui edificata. Anno Dom. Incarnat. MLXV. Policastrum castrum dustruens incolas omnes Nicoteram, quod ipso anno fundavit, adducens, ibi hospitari fecit (1) (1) Malat. Libro 2, n. 37.”. Il Gaetani, continua a dissertare e a confutare questa notizia, adducendo alcune motivazioni che a noi sembrano non del tutto plausibili. In primo luogo, il Malaterra, secondo la traduzione dal greco del Pontieri e del Lo Curto (…) scriveva: apud Nicotrum” e, nonNicoteram’. Gli studiosi Peduto e Natella (…), notavano che la notizia, però, non è accettata dallo stesso Mannelli (69), giacchè le cronache si riferiscono non alla nostra città ma ad una Policastro sita nel comune di S. Donato di Ninea in provincia di Catanzaro.”. Il Malaterra, nel suo manoscritto, ci parla di un ‘Policastri’. Il Gaetani, scrive: “Ma questo non parmi si possa intendere del nostro Policastro, ma d’un altro di simil nome, il quale hoggigiorno così vien detto nella Provincia di Calabria inferiore, dove ancora Nicotera è situata.”.

Il Laudisio (…), parlando delle invasioni longobarde, scriveva: “Fu allora che la città di Bussento cambiò nome e fu chiamata con un termine greco-latino Polycastrum, cioè insieme di molti castelli a causa dei numerosi castelli che le erano sorti attorno; oppure fu chiamata Polycastrum per l’imponente castello che la sovrasta, così che Paleocastrum, cioè antico castello, usando un termine che ha una certa analogia col termine Neocastrum (Nicastro), che significa nuovo castello.” (…, p. 69). Forse esiste un’analogia con i due toponimi di ‘Paleocastrum’ e di ‘Nicastro’ o il ‘Nicotrum’ di cui parlava il Malaterra (…). Tuttavia, al di là della data di distruzione, a noi sembra che la notizia di una distruzione di Policasto, nell’anno 1034 (come dice il Cataldo), del 1059-60, come scriveva l’Ebner e, del 1065, come scriveva il Malaterra (…), l’Ughelli e il Laudisio, siano corrette, come pure ci pare vera la notizia del Malaterra che dice che gli abitanti di Policastro, e forse pure dei centri vicini, come quello di ‘Bosco’ (come sosteneva il Laudisio e Ebner o il Giustiniani), e che furono mandati a ripopolare il centro calabro di Nicotera, fosse anche questa attendibile. Il Gay (…), sempre nel suo ultimo capitolo V, avendo egli scritto nel 1917, pur non conoscendo le antiche pergamene greche dell’Archivio Aldobrandini (…), scoperte e pubblicate da Pratesi (…), nel 1958, scriveva che intorno all’anno 1058, nella Calabria conquistata dal Guiscardo “E’ per la Calabria, un’epoca di miseria e d’anarchia, che ricorda i tempi delle invasioni saracene. Nel 1058 una terribile carestia, causata da eccezionale siccità, dalle devastazioni dei Normanni e dall’abbandono delle terre, desola il paese.”. Gerhard Rohlfs (…), nel suo ‘Mundarten und Griechentum des Cilento’ (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), segnalava ciò che scriveva il Racioppi (…), nel 1888, un paio di anni dopo la pubblicazione della ‘Synopsis’ del Laudisio (…). Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, vol. II, a pp. 99-100, parlando dei grecismi nella nostra terra, nella sua nota (2) di p. 99 (e poi continua a p. 100), postillava che: “Qui non voglio omettere, che nella ‘Paleocastren Dioceseos Historico-Chronologica Synopsis, etc., Napoli, 1833 (a p. 111) si legge che “una turba di Greci pervenne nella diocesi di Policastro, espulsa che fu dal Duca Guiscardo (?), dalla Calabria e dall’Apulia….Erano di quelle greche famiglie, che fondarono i villaggi di Battaglia,  “e Morigerati: altre emigrarono a Li-Bonati: altre a Cammarota e a Rivello.” L”espulsione del Guiscardo e l’epoca è per me dubbia: ma la testimonianza in genere è pregevole. Il rito greco durò a lungo tempo nella chiesa di questi luoghi, e “nell’Archivio della cattedrale di Policastro si conservano diversi Registri di dimissione rilasciate dal vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco, e specialmente due del 1592 ed una del 1608″ (Volpe, Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132).”. L’astuto Normanno Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo, nel  1055, volle vendicarsi del cognato Gisulfo II, Principe Longobardo di Salerno, con il quale era in lotta, mettendo a ferro e a fuoco le rocche che erano sotto il dominio del pricipato longobardo e, nel 1065, assalì le città marittime del napoletano, distruggendo Bussento, radendola al suolo. Dopo questa terza distruzione di Bussento (l’odierna Policastro), sorsero i centri abitati di Bosco, S. Marina, S. Giovanni a Piro e Vibonati che erano distanti dal mare e quindi più sicuri. Rocco Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, libretto che posseggo, ha scritto sull’antica Buxentum o Bussento ma, vi è alcun accenno alla citazione di Ebner (…). Il saggio di Gaetani, in questione ci parlava dell’antico Bussento e non di Policastro. Invece, ritroviamo le citazioni di Ebner, in un altro lavoro storico di Rocco Gaetani (…). Sempre a caccia di nuovi ed interessanti documenti, recentemente il mio Archivio ha acquisito un libretto ormai introvabile che oggi pubblico. Si tratta del primo saggio che il sacerdote Rocco Gaetani (…), pubblicò nel lontano 1880: ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia’, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Come vedremo, il Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal Volpicella (…) e, di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio –  in questo suo saggio, fa un primo tentativo di ricostruzione storica dell’antica Bussento, poi Policastro Bussentino, citando interessanti notizie storiche e fonti bibliografiche di pagine 27-28-29. La ricca documentazione bibliografica e le interessanti citazioni e notizie storiche trattate, sono state rivedute e citate nei miei saggi ivi pubblicati, come ad esempio “Il Portum (Sapri?), nella Bolla di Alfano I, dell’anno 1067-1068”, o nel saggio “Sapri negli anni 592 e 649 (VI e VII secolo)”.

gaetani, p. 23

gaetani, p. 24

gaetani, p. 25

(Fig….) Gaetani R., op. cit., pp. 24-25

Il Capitolo IX del Libro II del manoscritto di Luca Mannelli (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli

Si tratta di frammenti del manoscritto inedito ‘Lucania sconosciuta’, scritto dal P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conservava in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine. Oggi il manoscritto è conservato Napoli, alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, nella Sezione Manoscritti, con la seguente collocazione: XVIII, 24 – cc. 47-51. Il Bracco (12), op. cit., dice nella sua nota (59) a proposito del Mandelli. Il Bracco (12), op. cit., dice nella sua nota (59) a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Il manoscritto del Mannelli, è rimasto inedito ed introvabile per molto tempo. Si tratta di un’esemplare proveniente dalla Biblioteca del Museo di San Martino, ms. S. Mart. 371. Il manoscritto del Mannelli viene citato anche dal Natella e Peduto (10) che dice: “Lucania sconosciuta, (ms in Biblioteca Nazionale di Napoli, XVIII, 24 – cc. 47-51).”. Arturo Didier (11), scriveva in proposito: ”la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un dianese ecc..ecc..”. Ecco la pagina 50r originale del manoscritto di Luca Mannelli (…), che riguarda Policastro e che abbiamo pubblicato ivi in un altro nostro saggio:

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(Fig….) Pagina n. 50r, tratta dal Libro II, Cap, IX del manoscritto del Mannelli (…)

Il 31 marzo 1065, Roberto il Guiscardo dona le due abbazie, S. Pietro “quae dicitur Marcanito”, e S. Nicola “de abbate Clemente” al monastero di Santa Maria della Matina in Calabria

Andrebbe uleriormente indagata la notizia di un “Monastero di San Pietro di Marcaneto”, donato nell’anno 1065 da Roberto il Guiscardo e la moglie Sichelgaita, al monastero benedettino di Santa Maria della Matina in Calabria. La notizia, che è una mia personale scoperta, il monastero di San Pietro di Marcaneto, citato nell’antica pergamena d’epoca Normanna, non si conosce l’esatta ubicazione, l’esistenza e non si hanno notizie in merito, tranne che la citazione nell’antico documento del 1065. Io credo che si tratti di un antico monastero sorto in epoca Longobarda alle falde del monte Bulgheria ed esattamente nell’omonima contrada di “Marcaneto” a Scario, ma di cui oggi si ignora l’esistenza. La citazione del Borsari (…), circa l’antichissimo documento dell’anno 1065, che, come scrive egli stesso “…che senza il minimo dubbio, rimontano ad epoca anteriore alla conquista normanna”, è di notevole importanza per le nostre terre, sia per il periodo storico a cui esso si riferisce, forse il più antico documento mai rinvenuto, e sia perchè in esso vengono citati alcuni monasteri, sorti precedentemente nella nostra zona ma sconosciuti e di cui ora non resta nulla. Mi riferisco in particolare al Monastero di Santo Pietro di Marcaneto, probabilmente sorto a Scario, presso la località Marcaneto. La notizia ci giunge dalla dedicazione della fondazione del monastero in Calabria da parte dei due illustri coniugi, proprio negli anni in cui (a. 1065), il cronista dell’epoca, Goffredo Malaterra (…), attribuisce al Guiscardo la distruzione di Policastro. Si tratta di un documento del 1065, in cui si cita il monastero di ‘San Pietro di Marcaneto’. Si tratta di un documento d’epoca Normanna proveniente da un monastero Calabrese, l’atto di fondazione del 1065, in cui Roberto il Guiscardo, donava il monastero di San Pietro di Marcaneto ad un monastero in Calabria. Si tratta di una pergamena manoscritta in latino, datata al 31 marzo 1065 (di cui parleremo), scoperta nel 1954 da Bartoloni e pubblicata da Alessadro Pratesi (…) nel 1958. Nell’antichissimo documento, figurano e sono citati due monasteri di monaci basiliani, i monasteri di ‘Santo Pietro de Marcanito’ e quello di ‘San Nicola dell’abate Clemente’. Nell’anno 1065 (?) o 1066, Roberto il Guiscardo e la sua seconda moglie, la principessa Longobarda Sichelgaita, donavano “et in Valle que Mercuri nuncupatur, abbatiam Sancti Petri que dicitur Marcanito, ecc…”, al monastero benedettino di nuova fondazione Santa Maria della Matina in Calabria.

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Recentemente, Nicola Lorenzo Barile, in un suo saggio su “La figlia del re di Francia e il principe normanno”, nel “Con animo virile” Donne e potere nel Mezzogiorno medievale (secoli XI-XII) a cura di Patriazia Mainoni” (…), a pp. 95-96-97, parla di Ruggero Borsa (…), ed in proposito scriveva che: Un’analisi più attenta di altri diplomi firmati da Sichelgaita, tuttavia, ci permette di trarre interessanti deduzioni ai fini del nostro discorso. Infatti, le ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini’ conservano due documenti che attestano la presenza di Roberto il Guiscardo e sua moglie alla dedicazione dell’abbazia di Santa Maria della Matina in Calabria (69). Il Guiscardo è ricordato come il duca di Puglia e di Calabria, Sichelgaita come sua moglie e figlia di Guaimario principe di Salerno (70).. Barile (…), a p. 97, nella sua nota (69), postillava che: “(69) Notizie su questo monastero si possono leggere in A. Pratesi, ‘Introduzione’ alle ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’archivio Aldobrandini’, a cura di A. Pratesi, Città del Vaticano, 1958, pp. VII-LV, particol. pp. VII-X. Fondata da Adelardo abate cistercense nella seconda metà del XI secolo, venne costantemente protetta dai duchi normanni.”. Sul monastero di Santa Maria della Matina in Calabria, ho dedicato ivi un mio saggio dal titolo: “Nel 1065, il monastero di ‘San Pietro di Marcaneto’ nei pressi di Scario”. Barile (…), a p. 97, nella sua nota (70), postillava che: “(70) ‘Carte latine di abbazie calabresi’, pp. 3-5 e 6-13, particol. pp. 4 e 7-8 (docc. nn. 1 e 2).”. Una semiconferma delle ipotesi di Pietro Ebner (…), circa l’origine di alcuni monasteri nel basso Cilento, è suffragata anche dallo studioso Silvano Borsari che nel cap. II ‘La diffusione del monachesimo bizantino’, nel suo ‘Il Monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale prenormanne’, del 1963, prima che avesse scritto l’Ebner (…), a pp. 69-70, scriveva in proposito: “Non vi è nessuna fonte diplomatica anteriore alla metà dell’XI secolo che ricordi i monasteri greci della zona del Mercurion; ma, derogando ai limiti cronologici precedentemente stabiliti, si deve citare un documento del 1065, con cui Roberto il Guiscardo dona al monastero benedettino di nuova fondazione di S. Maria de Matina, tra l’altro “in valle que Mercuri nuncupatur”, due abbazie, S. Pietro “quae dicitur Marcanito”, e S. Nicola “de abbate Clemente”, che senza il minimo dubbio, rimontano ad epoca anteriore alla conquista normanna (183).”. Silvano Borsari (…), nella sua nota (183) di p. 70, postillava che: “(183) A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’archivio Aldobrandini (Città del Vaticano, 1958: Studi e Testi, 197), n. 1, p. 5. Il Pratesi, pp. IX-X, ritiene che questo documento sia una falsificazione, ma la sua autenticità è stata dimostrata, in modo abbastanza convincente, da L. R. Menager, ‘Les documents calabrais du fond Aldobrandini et l’histoire religieuse de la Calabre aux XI-XII siecle, in Rivista di storia della chiesa in Italia, XIII (1959), pp. 59-61.”. Il Pratesi (…), a p. IX, ci spiega della carta latina, documento n. 1, la donazione del 1065, che si compone come vediamo di due parti: la Notizia (1) della dedicazione della chiesa abbaziale e del Diploma di Roberto il Guiscardo e della moglie Sichelgaita rilasciato in quella occasione:

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(Figg….) Pratesi Alessandro (…), pp. 3-4-5, pergamena (Documento n. 1 – Praeceptum) del 31 marzo 1065 (?), Atto di dedicazione al Monastero di Santa Maria della Matina in Calabria.

Il “Castellaro” di Capitello d’Ispani

Conquistato nel 1055 o 1065 dal normanno Roberto il Guiscardo, il borgo di Policastro fu ulteriormente fortificato con l’innalzamento del vicino ‘Castellaro’ di Capitello (…). Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘La Lucania – discorsi’, parlando di Policastro e delle sue mura merlate, scriveva in proposito che: “Un miglio fuori le mura, verso levante, si trova un avanzo di edifizio Romano, che mostra essere stato un tempio: Oggi il luogo chiamasi Castellaro. Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV, allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi cittadini trasportando.”. Il Guzzo (….), nel suo ‘Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia’, a pp. 143-144, parlando di Capitello, accenna a questo edificio che si può intravvedere percorrendo la statale che porta a Policastro. Il Guzzo, scriveva che: “Alla sommità di una delle colline che fanno da corona al ridente centro balneare, sono i ruderi del cosiddetto “Castellaro”, un antico castello, costruito intorno al 1060, da Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo, con il concorso di Ruggero d’Apulia, figlio dello stesso Roberto (2).”. Il Guzzo, a p. 144, nella sua nota (2), postillava che: “P. Natella – P. Peduto, ‘Pixous-Policastro’, ecc.., op. cit., p. 483 e sgg.”. I due storici Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, parlando di Policastro in epoca medievale, a p. 483, ma ne parlano a p. 486, dove, parlando della posizione di Policastro, in proposito scrivono che: “In essa, presa dall’alto del castellaro di Capitello, paese poco distante (11) ci si avvede della situazione topografica del paese ecc…”. I due storici nella loro nota (11), postillavano che: “(11) Malgrado il toponimo, nulla ha a chè vedere con il castelliere nordico pre o protostorico. E’ un castello, in parte diruto,  risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del secolo XII. E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo (Cfr. Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, ed. V. De Bartholomalis, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1935, pag. 371). Pura invenzione è quella di G. Antonini (…), pp. 415-418, che indicò il Castellaro di Capitello come una costruzione romana! Il termine ‘castellaro’, raro in Italia meridionale, è indicato in una carta topografica della fine del 1600, esistente nell’Archivio di Stato di Napoli (Sez. Piante Topogr., carte XXXII, n. 2), carta oltremodo interessante giacchè dà con esattezza i termini del Golfo di Policastro, nomi ora perduti (vedi ad esempio il ‘Promontorio S. Maurizio’, le località ‘Romani’, Bibo ad Siccam odie ruin.’.).”. I due studiosi, Natella e Peduto (…), ritenevano che sia stato ragionevole identificare il ‘castellaro’ di Capitello con uno dei castelli di Policastro citati da Amato di Montecassino nel suo ‘Chronicon’ Storia dei Normanni, quando riferiva dei castelli di Policastro che nell’anno 1077 passarono a Roberto il Guiscardo. I due storici Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, parlando di Policastro in epoca medievale, citando il Mannelli (…), ed il Malaterra (…), volevano che le mura di Policastro (non del ‘Castellaro’), fossero state rinforzate da Ruggero I d’Altavilla, il Gran Conte di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo che, fece in modo che dopo la morte di Roberto, il suo dominio andasse al figlio Ruggero Borsa (Guzzo lo chiama Ruggero d’Apulia). Sia il Mannelli, che il Volpe (…), ritenevano la stessa notizia degna di ogni fondamento in quanto l’Ughelli (…), nel 1659, nella sua ‘Italia Sacra’, in “de Episcopi Polycastrensi”, alla sua nota (f), riguardo la Diocesi Paleocastrense, scriveva a p. 758, che: Robertus Normandus Dux, ann. Christi 1065 eam destrux, it quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit,….”, che tradotto significa: “il duca Roberto il Normanno, che nell’anno di Cristo 1065 distrusse Policastro, che ha accompagnato il titolo di Re Rogerio magnificamente restaurato e decorato Simeone diede a suo figlio un bastardo.”.

Il ‘Castellaro’ di Capitello, nel ‘Chronicon’ di Amato da Montecassino

Riguardo l’epoca di costruzione del “Castellaro” di Capitello d’Ispani, i due studiosi Natella e Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, a p. 486, nella loro nota (11), postillavano che: “(11) Malgrado il toponimo, nulla ha a chè vedere con il castelliere nordico pre o protostorico. E’ un castello, in parte diruto,  risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII. E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo (Cfr. Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, ed. V. De Bartholomalis, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1935, pag. 371).”. Dunque, i due storici, credevano identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino (…).

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”.

Mansone I di Amalfi

Dunque, l’Acocella credeva che questo Mansone fosse un “Gastaldo” e pure nipote di Mansone Duca di Amalfi. Sulla definizione di Gastaldo vorrei citare ciò che scrisse il Cantalupo (….), nel suo “Acropolis etc…”, a p. 75, dove nella sua nota (3) postillava che: “(3) I distretti amministrativi longobardi, detti ‘actus’, Judicariae’ oppure ‘gastaldati, erano retti da uggiciali del Duca, detti ‘Gastaldi’, che esercitavano i poteri amministrativi, militari e giudiziari nell’ambito della loro ‘subactione’ (circoscrizione o competenza territoriale)….F.. Hirsch, op. cit., pp. 57-60.”. Riguardo il Mansone di Amalfi, Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 3, nella sua nota (1) postillava che: “Va ricordato che nell’antico ducato era compreso pure Amalfi che se ne sottrasse dopo la morte di Sicardo, poi inclusa nel principato di Salerno da Guaimario V (‘Chronicon. salern., 36, 511), che nel 1041 restituì all’esule e cieco Mansone come suo vassallo e tributario (cfr. Schipa, cit., p. 194, no. 22, per gli amalfitani imprigionati dal principe nella rocca salernitana). Per gratitudine, poi, il duca di Amalfi battezzò il figliuolo con l’insolito nome per Amalfi di Guaimario.”. Da Wikipidia leggiamo che Mansone I di Amalfi Mansone I (… – 1004) è stato un principe longobardo, duca di Amalfi (966 – 1004) e principe di Salerno (981 – 983). Figlio del duca Sergio, fu il più grande sovrano indipendente del ducato di Amalfi, che resse per quasi mezzo secolo. Le cronache lo indicano spesso come Mansone III. Nel 981, approfittando della giovane età di Pandolfo II di Salerno, invase il principato e rovesciò il sovrano dal trono. L’imperatore Ottone II, che già si trovava in Italia impegnato nella lotta contro bizantini e saraceni ed era in cerca di alleati, concesse a Mansone il riconoscimento imperiale quale nuovo principe di Salerno. Mansone associò al trono suo figlio Giovanni, ma il governo degli Amalfitani sul principato salernitano fu tirannico e impopolare. Nel 983 padre e figlio furono spodestati dal popolo, che elesse principe Giovanni Lamberto, conte di palazzo relegato in esilio. Mansone conservò il possesso di Amalfi, su cui regnò fino alla morte. A lui si deve l’edificazione della cattedrale di Sant’Andrea Apostolo e l’istituzione della sede episcopale di Amalfi (987) da parte di papa Giovanni XV.

Nel 1083, ROBERTO DI SCALEA, Roberto detto Scalone o Scalione (“SCALIO”), primo conte di Scalea e di Malvito 

Da Wikipedia alla voce “Malvito”, leggiamo che il periodo di massimo splendore di Malvito fu quello della dominazione longobarda: istituito sede di gastaldato e di diocesi, in questo periodo si iniziò la costruzione del castello, completata successivamente in epoca normanna. Sotto la dominazione dei Normanni il feudo fu istituito in contea (il primo conte attestato è Roberto di Scalea nel 1083), ma perse gran parte della propria importanza strategica ed anche la sede vescovile alla fine del XII secolo, in favore della troppo vicina San Marco Argentano. Da Wikipedia si legge che Roberto il Guiscardo ebbe l’ultimo figlio con Sichelgaita, Roberto (1068 – 1110), detto Scalio. Dunque, qui lo si chiama ROBERTO DI SCALEA. Da Wikipedia leggiamo che Roberto il Guiscardo, dal matrimonio contratto nel 1058 circa con la principessa Longobarda Sighelgaita di Salerno nacque l’ultimo figlio : Roberto (nato 1070 circa – ?), detto Scalio (morto 1110) capostipite degli Scaglione. Dunque, Roberto detto “Scalio”. Sempre da Wikipedia leggiamo che Roberto d’Altavilla, detto Scalio (1068 – aprile 1110), fu terzo e il minore dei figli maschi di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e Calabria, e della sua seconda moglie Sichelgaita di Salerno. Si hanno poche testimonianze certe della vita di Roberto. Pare abbia servito a fianco del fratellastro Beomondo nella sua campagna nei Balcani del 1084-1085. Fu fedele al fratello maggiore Ruggero Borsa quando questi fu nominato successore del Guiscardo alla guida del ducato di Puglia e Calabria (1). Il nome di Roberto Scalio compare in alcuni documenti di Ruggero sottoscritti da lui. Morì ad aprile del 1110. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: Riprendiamo ora il filo della narrazione e ritorniamo a Ruggiero assediato a Scalea. Dal momento che l’assedio si rivelava lungo ed estenuante, Roberto, da fine politico qual era oltre che esperto militare, comprese che se un avversario non poteva essere vinto con la forza, bisognava scendere a patti con lui. Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, che, con il titolo di conte di Scalea e Malvito, firmò alcuni documenti di cui il più antico è dell’anno 1083, ossia due anni prima della morte del Guiscardo. Comunque stiano le cose, la vecchia ‘Diskalia’, divenuta contea e ora pomposamente ribattezzata Scalea (ma si osservi che nella parlata locale ha conservato la forma ‘a Skalia’), continuò a prosperare per tutto il periodo Normanno e si trasformò nella più importante fortezza militare del Golfo di Policastro, base della flotta che controllava le rotte che collegavano il golfo di Napoli, la penisola Amalfitana e Salerno con la Calabria meridionale e soprattutto con la Sicilia. La nuova contea, dotata di territori ben più vasti di quelli dell’attuale Comune, confinava a nord-ovest con le terre degli Skulland, signori di Aieta, a sud-est con quelle dei conti di Avena, da cui in un secondo tempo si staccarono Papasidero, Orsomarso, Mercurio e Abatemarco, che più tardi si svilupparono come feudi indipendenti.”. Secondo Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, ecc…”. Dunque, secondo il Vacchiano, all’anno 1083, ossia “due anni prima della morte di Roberto il Guiscardo” risale il più antico documento in cui figura Roberto detto Scalone o Scalione, che si fregiava del titolo di “conte di Scalea e di Malvito”. Roberto detto Scalone o Scalione era un figlio forse illegittimo di Roberto il Guiscardo. Si hanno poche testimonianze certe della vita di Roberto. Pare abbia servito a fianco del fratellastro Beomondo nella sua campagna nei Balcani del 1084-1085. Fu fedele al fratello maggiore Ruggero Borsa quando questi fu nominato successore del Guiscardo alla guida del ducato di Puglia e Calabria (1). Il nome di Roberto Scalio compare in alcuni documenti di Ruggero sottoscritti da lui. Morì ad aprile del 1110. In Wikipedia alla nota (1) postilla: “(1) Franco Pastore, Roberto d’Hauteville: Dramma storico in tre tempi, A.I.T.W. Edizioni, p. 12.. E’ molto probabile che dopo la presa di Salerno da parte del fratello Roberto detto il Guiscardo, subentrarono nuovi accordi tra i due e Scalea passasse definitivamente al figlio di Roberto il Guiscardo, detto “Roberto detto Scalone o Scalione”. Infatti, le notizie che seguiranno ci fanno dubitare del possesso da parte di Roberto anche della non lontano Policastro che, pare, sia stata assegnata dal Duca Ruggero I d’Altavilla, futuro re di Sicilia al figlio Simone. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 200, in proposito scriveva che: Alla morte del Guiscardo, Cefalonia 17 luglio 1085, le contee di Malvito e di Scalea passarono al figlio, che dalla cittadina tirrenica aveva tratto il predicato di “Scalione” (15).”. Il Campagna, a p. 200, nella nota (15) postillava che: “(15) In A. Pratesi, Carte latine, etc., op. cit. “Roberti comitis diploma”, pag. 17; Idem, “Ruggero re di Sicilia….conferma alla chiesa di Malvito….due diplomi concessi rispettivamente a Gualtiero vescovo di Malvito da Ruggero duca e da Roberto (….)ione, figli di Roberto il Guiscardo”, Diploma n. 13, pag. 38. In E. Conti, Giurisdizione della Diocesi, etc., cit.; Idem, Due vie istimiche da Sibari al Tirreno, etc., estr. da “SM”, a. III, (1970), fasc. I-II.”. Dunque, il Campagna, sulla scorta di alcuni documenti scoperti da Alessandro Pratesi (….) scriveva che questo Roberto Scalione era figlio di Roberto il Guiscardo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 79-80 parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Nell’archivio cavense, tra gli altri riguardanti Laurino, vi sono i seguenti documenti: “de castello laurine”,……da una donazione del luglio 1093 (8) si apprende di Roberto, figliuolo di Roberto il Guiscardo, e di terreni nei pressi di Laurino, propriamente nella località detta Acqua dei cavalli (9).”. Ebner, a p. 79, nella nota (9) postillava: “(9) Anche il figlio di Roberto il Guiscardo possedeva beni a Laurino, certamente pervenuti al duca per avocazione dei beni dei principi di Salerno e loro congiunti. L’inedito ABC, C 42, anzidetto, chiarisce che la donazione venne fatta per intercessione ‘domno natali preposito sancti symeonis, que constructum et edificatum est intus pertinensium laurenensium’.”.

Nel 1083, il ‘vice-conte’ (visconte) BOSO, funzionario della Curia ducale del Guiscardo

Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a Pp. 114-115 riferendosi al periodo successivo alla presa di Salerno e la caduta di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “V. Il Guiscardo, impadronitosi poi del principato e spodestato il feroce Guaimario ebbe sottomesso tutto il Cilento tenendolo direttamente nel suo dominio meno Castellabate ed Agropoli, che egli aveva confermati rispettivamente alla Badia di Cava ed al vescovo di Capaccio. A suo rappresentante nel Cilento e per il governo di esso vi mandava un viceconte, che era nel 1083 un tale Boso. Difatti nel placito tenuto nell’ottobre di quell’anno nel palazzo arcivescovile di Salerno si narra che, nata tra l’abate di Cava ed il principe di Salerno una vertenza circa i loro vassalli nel Cilento, si erano radunati a derimerla, come appunto accadde, l’abate, alcuni alti personaggi del tempo quali rappresentanti del duca e Boso viceconte di esso nel Cilento (3). Ogni contesa venne risoluta designandosi dall’abate con giuramento sul Vangelo i nomi dei suoi vassalli nei varii paesi del Cilento. VI. Due anni dopo, nel 1085, moriva Roberto il Guiscardo, succedendogli il suo figliuolo primogenito a nome Ruggiero natogli da Sichelgaita sorella dello sventurato Gisulfo ultimo principe longobardo di Salerno e sotto il nuovo duca passava anche il Cilento.”. Il Mazziotti, a p. 114, nella nota (3) postillava che: “(3) Pubblicato dal Ventimiglia, Notizie storiche, Doc. IX, dal Senatore, Op. cit., Doc. IX.”. Antonio Infante (….), nel suo “Cilento – uomini e vicende”, scritto insieme a Pierfrancesco del Mercato, ed. Reggiani, 1980, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel 1083, il Guiscardo rinnovò alcuni privilegi donati da Gisulfo alla Badia di Cava, mentre tutto il resto del Cilento era governato dal visconte Boso. Nel 1085, muore il Guiscardo e diviene capo della gente Normanna il figlio Ruggero I d’Altavilla. Ecc…”. Nicola Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria, perchè durò fino all’epoca normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto sul Cilento (120). Il Garufi (121) rileva che le attribuzioni dei vice-conti, che pure dovettero essere notevoli, non sono chiare, perchè poco studiate. Anche alla illustrazione di questo problema ci lusinghiamo di portare un qualche contributo con queste pagine. La naturale successione cronologica dei documenti ci porta adesso a vedere praticamente in funzione – secondo il criterio finora seguito – gastaldi – ‘ministeriales’ e vice-conti ecc…”. L’Acocella, a p. 376, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Appendice de’ monumenti, p. IX sgg: “boso….vicecomes suprascripti domini nostri de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro cice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Acocella a p. 376, nella nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. Qualche cenno sui vice-conti, o visconti, del Regnum Italiae in C. G. Mor, op. cit., II, pp. 70-74.”. Dunque, Acocella postillava di Mor (….), riferendosi a C. G. Mor (….), ed il suo “Regnum Italiae”, vol. II, pp. 70-74. Sulla figura del “vice-conte” e di Boso, Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 122 riferendosi proprio alla spinosa vertenza tra l’abate Pietro e la Curia ducale, in proposito scriveva che: “Sono trascorsi più di sei anni dalla effettiva presa di possesso di Salerno da parte dei Normanni, e una spinosa vertenza giuridico-politica sta rendendo difficili da tempo i rapporti tra la Curia ducale e la Badia di Cava. Il viceconte del Duca nel Cilento Bosone, “Boso vicecomes domini nostri ducis de loco cilento “(187), aveva in precedenza, al cospetto della duchessa Sichelgaita e del conte Sicone (188) addebitato a Pietro Abate di Cava etc…”. Acocella, a p. 122, nella sua nota (187) postillava che: “(187) Non era finora noto tra i viceconti del venticinquennio 1065-90, che è il periodo studiato dal Garufi: l’esplicita attestazione che egli ha giurisdizione sul Cilento, coordinata con quanto s’è detto nel corso del nostro saggio, è utilissima a determinare l’effettiva attribuzione dei viceconti che non è chiarita da altri documenti. Cfr. C. A. Garufi, op. cit., 43 n…. Acocella postillava di Garufi e si riferiva al testo di C.A. Garufi, “Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI”, stà in “Archivio Storico Italiano”, a. XLVI, 1910. Riguardo il Garufi (….), l’Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: Il Garufi (121) rileva che….”, come vedremo innanzi e, nella sua nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. ecc..”. Acocella, a p. 364, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Cfr. C. A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del sec. XI. Studi storico-diplomatici’, in A.S.I., XLVI (1910), pp. 52-80, 290-343; p. 10 sg. dell’estr.; l’autore fa cenno della giurisdizione notarile del Cilento a p. 29. Vedi pure R. Poupardin, op. cit., p. 59.”. Nel “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), pubblicato da Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), a pp. 140-141, presenta e parla del documento n. 51 ed in proposito si scrivevano che: “51. 1083, ottobre, Salerno. Boso viceconte per il Cilento del Duca Roberto e Pietro priore del monastero della SS. Trinità…..dell’Arcivescovo Alfano I e di Mansone viceconte ducale, giungono ad un accordo davanti al giudice Sicone, ecc…”. Dunque, “Manso vicecom (e)s s(upra)s”, nel CDC è citato Manso vicecomes ducale del duca Roberto il Guiscardo. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 632, parlando del casale di “Casamastra” ad un certo punto cita Castelruggiero. Ebner riferendosi ai beni donati al cenobio italo-greco di S. Fabiano (o Flaiano), in proposito scriveva che: “Più interessante, anche per la procedura, il verbale di un placito (5) tenuto nell’arcivescovado di Salerno, nell’ottobre del 1083 (6). In esso è notizia di un processo, alla presenza di Sighelgaita, la bella e coraggiosa moglie di Rogerto il Guiscardo, in cui i contendenti erano l’abate cavense Pietro da Salerno da una parte e dall’altra Boso, viceconte del Cilento, in rappresentanza dello Stato. Quest’ultimo invitò il grande abate a chiarire dove “retineret et donimaret homines pertinentes reipublice de ipso loco cilento. Ecc..”. Il documento di cui parleremo in seguito. Ebner, a p. 632, nella nota (5) postillava che: “(5) ‘Placium, assemblea minore (il grande placito era la grande assemblea del popolo libero, insieme tribunale ed esercito) tenuta dal conte, all’uopo designato dal principe, o da chi godeva di quella determinata giurisdizione, innanzi alla quale si rendeva giustizia per gli abitanti del distretto. I capi di questi erano tenuti a intervenire pagando gli ‘albergaria’ le spese di soggiorno del conte e del suo seguito, spesso rivalendosi sui locali.”. Ebner, a p. 632, nella nota (6) postillava che: “(6) Ventimiglia, cit., Append., III, p. IX, sgg. = ABC, B 39, ottobre a. 1083, VII, Salerno”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…”, a p. 98 parlando di un documento che riguardava Guglielmo (III) de Mànnia, in proposito scriveva che: “(vi è notizia di uegli agenti demaniali (‘viceconti’) le cui attribuzioni non sono state ancora del tutto chiarite, ma che non avevano nulla a che vedere con il “dominus”. Il viceconte presente a Novi ecc…erano funzionari longobardi di grado intermedio tra i “gastaldi” (poteri militari, di polizia e giudiziari) e il “conte”, titolo onorifico non ereditario, e perciò revocabile, attribuito ai più eminenti gastaldi. I conti erano alti ufficiali della corte principesca che in età longobarda, come abbiamo già visto, erano inviati ovunque nel principato per derimere speciali vertenze. I ‘vice-comes invece, erano come i ‘ministeriales’, funzionari residenti, la cui carica continuò ad essere conferita anche in età normanna, come si rileva da un documento pubblicato dal Ventimiglia cit., III, ottobre 1083. Il vice-comes citato in questo documento (“Boso….vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis de loco Cilento”) pare tuttavia che avesse giurisdizione sull’intero territorio dipendende da Cilento (42). Nel ecc….”. Ebner, a p. 98, nella nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui una probabile sua giurisdizione malfitana.”. Barbara Visentin (….), “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale  secoli XI-XV”, parlando di “1. Santa Maria ‘de Gulia’. Sancta Maria de Gulia”, a pp. 160 e ssg. nessun accenno all’antico documento dell’ottobre 1083 ed al gastaldo o vice-vonte Manone ma, a pp. 163-164, in proposito scriveva che: “Tre anni più tardi, però, ‘Boso, vececomes de loco Cilento’, compare ‘in sacro salernitano archiepiscopio’ alla presenza del giudice Sicone, del ‘dominus Petrus’, monachus et prior monasterii Sancte et individue Trinitas, e di ‘plures alii homines’ per definire nuovamente i vassalli che spettano al monastero cavense e quelli che, invece, appartengono a Roberto, ‘gloriosissimo duci’ (742). In realtà Bosone, ‘pro parte reipublice’, lamenta dinanzi a Sichelgaita e allo stesso ‘dominus Petrus venerabilis abbas’ della Trinità, che il monastero ecc…”. In questo passaggio la Visentin cita Boso ma non cita Mansone che pure è presente nel documento. La Visentin, a p. 164, nella sua nota (742) postillava che: “(742) AC, B 33: ottobre 1083 pubblicato da D. Ventimiglia, Notizie storiche, cit. Appendice, pp. IX-XI e da Ménager, Recueil, n. 43, pp. 136-141.”

Placito del 1083, Ventimglia, p. 106, IX

(Fig…..) Documento dell’ottobre 1083 tratto da Ventimiglia Domenico, “Notizie storiche del castello dell’Abbate etc.”, Napoli, 1827, Appendice, III, p. IX

Riguardo la figura del “vice-comes” o “vice-conte”, poi in seguito diventato visconte, Pietro Ebner (….), ha parlato anche nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a pp. 82-83, nel capitolo “Amministrazione dell’Actus”, in proposito scriveva che: “Altri documenti attestano la presenza di quattro ‘vice-comites’ precedentemente alla formazione della grande contea del Principato, conquistata da Guglielmo d’Altavilla, il cui fratello ascese poi sul trono di Salerno. Con i normanni, il sistema feudale, sovrapponendosi alle istituzioni longobarde, alterò il carattere e la figura giuridica della podestà comitale, che poi divenne un semplice accessorio del ‘beneficium’ territoriale. Con la perdita dei poteri politici d’iniziò (XII secolo) la decadenza dell’istituto, che assunse soltanto il carattere di titolo nobiliare trasmissibile. I ‘vice-comites (39), come si è accennato, erano funzionari alle dirette dipendenze dei conti di cui, nell’assenza, ne esercitavano i poteri. Poi i vice-conti assunsero il ruolo di semplici ufficiali delle baronie, con attribuzioni non tutte ben definite, ma con obbligo della residenza, come si desume da alcuni documenti (40) che li mostrano alle dipendenze dirette dei baroni locali con poteri giurisdizionali forse sull’intera baronia nel caso di assenza del ‘dominus’. Su questi rappresentanti del feudatario abbiamo chiari riferimenti persino negli statuti.”. Ebner (….) nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che:  (39) nei documenti locali è notizia di vice-comites a partire dal 1049….. Alla stipula di atti riguardanti il territorio intervennero: il vicecomes Boso similiter vice comes suprascripti domini nostri ducis de loco Cilento (edito dal Ventimiglia, Append. III). Vi è notizia anche di Manso vicecomes suprascripti domni nostri Ducis Roberto il Guiscardo (ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940?); ecc…”. Ebner, a p. 82, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Cfr. l’anzidetto documento del 1141 su Pietro di Copersito a Rocca nel 1141, di cui è conferma in un altro che ricorda ‘Rebellione vicecomes de suprascripto castello Nove’.”.

Nell’ottobre 1083, in un processo appare il “vice-comes” o visconte Manso o Mansone, forse, lo stesso Manso, visconte di Roccagloriosa e Padula che, nel 1130, sul letto di morte fa testamento e donerà a sua sorella Altrude il monastero di S. Mercurio

Uno dei primi documenti in cui appare il vice-conte (“vicecomes”) Manso o Mansone è un documento dell’ottobre 1083. Come vedremo la figura di questo personaggio Normanno appare per la prima volta in un antico documento che era conservato negli Archivi dell’Abbazia di Cava de Tirreni. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 632, parlando del casale di “Casamastra” ad un certo punto cita Castelruggiero. Ebner riferendosi ai beni donati al cenobio italo-greco di S. Fabiano (o Flaiano), in proposito scriveva che: “Più interessante, anche per la procedura, il verbale di un placito (5) tenuto nell’arcivescovado di Salerno, nell’ottobre del 1083 (6). In esso è notizia di un processo, alla presenza di Sighelgaita, la bella e coraggiosa moglie di Rogerto il Guiscardo, in cui i contendenti erano l’abate cavense Pietro da Salerno da una parte e dall’altra Boso, viceconte del Cilento, in rappresentanza dello Stato. Quest’ultimo invitò il grande abate a chiarire dove “retineret et donimaret homines pertinentes reipublice de ipso loco cilento”. L’abate segnalò sei monasteri, dipendenti dal cenobio cavense, che avevano famiglie soggette, affermando con giuramento (venne prestato da “unum liberum hominem”) che tali famiglie erano vassalle della Badia prima dell’assedio di Salerno, anzi prima che Roberto “ad castram quod retunda dicitur advenisset”. Ciò è molto importante perchè anticipa di molto tempo del costituirsi dei beni della Badia del Cilento, dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero. Dal verbale si apprende inoltre che il viceconte invitò il priore del cenobio cavense Pietro a leggere singolarmente i nomi degli “homines” soggetti a ogni monastero. Esibito lo scritto contenente detti nomi, il viceconte fece giurare al priore (anche stavolta il giuramento è prestato da un “unum liberum hominem”) che effettivamente tutte quelle famiglie erano vassalle della Badia già prima che “supradictus dominus dux prephatam civitatem obsidendam venit cum ad ipsam Rotunda advenisset”. Ebner, a p. 632, nella nota (5) postillava che: “(5) ‘Placium, assemblea minore (il grande placito era la grande assemblea del popolo libero, insieme tribunale ed esercito) tenuta dal conte, all’uopo designato dal principe, o da chi godeva di quella determinata giurisdizione, innanzi alla quale si rendeva giustizia per gli abitanti del distretto. I capi di questi erano tenuti a intervenire pagando gli ‘albergaria’ le spese di soggiorno del conte e del suo seguito, spesso rivalendosi sui locali.”. Ebner, a p. 632, nella nota (6) postillava che: “(6) Ventimiglia, cit., Append., III, p. IX, sgg. = ABC, B 39, ottobre a. 1083, VII, Salerno”. Dunque, l’Ebner citava la notizia di un antico documento “placido”, dell’ottobre 1083, in cui si ha notizia di un processo tra l’abate dell’Abbazia di SS. Trinità di Cava de Tirreni, Pietro Pappacarbone ed il viceconte del Cilento Boso. Processo tenutosi davanti alla principessa longobarda Sichelgaita, moglie di Roberto il Guiscardo. Ebner, dunque parlava di un documento (placido) dell’ottobre 1083 e nella sua nota (4) postillava che: “(4) I, ABC, XIII, 110, maggio a. 1082, Vedi Nocella.” e, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Ventimiglia, cit. Append., III, p. IX, sgg. = ABC, B 39, ottobre a. 1083, VII, Salerno.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 405, in proposito scriveva che: Nel processo celebrato nell’arcivescovado di Salerno, presenti, oltre la duchessa, l’arcivescovo Alfano, il vestatario del duca, Granato, “et plures alii homines”, il giudice Sico, assistito dal vice-conte del duca Manso, ordinò al priore del monastero cavense Pietro (l’abate era assente) di esibire gli elenchi delle famiglie soggette. Ecc…”. L’antico documento dell’ottobre 1083 riguarda un processo per il possedimento di  “Santa Maria de Gulia”, di cui ha parlato Amedeo la Greca (….), nel suo “Santa Maria de Gulia – Il monastero, le chiese etc…”, di recente ha chiarito alcuni aspetti dell’antico documento del 1083 e del monastero. Egli chiarisce pure che si trattava di un antico casale forse annesso al casale di S. Maria di Castellabate che divenne un possedimento dell’Abbazia di Cava de Tirreni. Tuttavia, a noi interessa l’antico documento del 1083, in cui si citano i due vicecomes Manso e Boso. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia etc…” parlando di un altro documento del 1086, in cui si confermavano le cose dette in questo del 1083, a p. 101, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Nel documento del 1083 (Ventimiglia, cit. Appen. p. IX) sono specificati i monasteri a cui le famiglie erano soggette: “videlicet monasteri sancti Arcangeli (49) et monasteri sancti Angeli (14) et monasteri sancti Zacharie (3) et monasteri sancte Marie, qui dicitur de Gulia (8), et monasteri sancti Magni (92) et monasteri sancti Fabiani (11)”. Barbara Visentin (….), “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale  secoli XI-XV”, parlando di “1. Santa Maria ‘de Gulia’. Sancta Maria de Gulia”, a pp. 160 e ssg. nessun accenno all’antico documento dell’ottobre 1083 ed al gastaldo o vice-vonte Manone ma, a pp. 163-164, in proposito scriveva che: “Nell’agosto del 1080 Roberto il Guiscardo, ‘per interventum domne Sikelgaite ducisse’, concede che tutti i vassalli del monastero di Cava, ovunque essi risiedano, specialmente quelli dei monasteri di Sant’Arcangelo, San Magno e Santa Maria ‘de gulia’, siano soggetti in tutto all’abbazia cavense (741). Tre anni più tardi, però, ‘Boso, vececomes de loco Cilento’, compare ‘in sacro salernitano archiepiscopio’ alla presenza del giudice Sicone, del ‘dominus Petrus’, monachus et prior monasterii Sancte et individue Trinitas, e di ‘plures alii homines’ per definire nuovamente i vassalli che spettano al monastero cavense e quelli che, invece, appartengono a Roberto, ‘gloriosissimo duci’ (742). In realtà Bosone, ‘pro parte reipublice’, lamenta dinanzi a Sichelgaita e allo stesso ‘dominus Petrus venerabilis abbas’ della Trinità, che il monastero ecc….Pietro ribadisce, di contro, la facoltà di esercitare il ‘dominium’ ecc….Il processo conferma ancora una volta all’abbazia cavense i vassalli dei monasteri di Sant’Arcangelo di Perdifumo, Sant’Angelo di Montecorice, San Zaccaria de lauris, e San Giovanni de Terresino.”. In questo passaggio la Visentin cita Boso ma non cita Mansone che pure è presente nel documento. La Visentin, a p. 163, nella sua nota (741) postillava che: “(741) AC, B 13 edito da Guillaume, Essai, Appendice, pp. VIII-IX e da Ménager, Recueil, pp. 105-108”. La Visentin, a p. 164, nella sua nota (742) postillava che: “(742) AC, B 33: ottobre 1083 pubblicato da D. Ventimiglia, Notizie storiche, cit. Appendice, pp. IX-XI e da Ménager, Recueil, n. 43, pp. 136-141.”

Placito del 1083, Ventimglia, p. 106, IX

(Fig…..) Documento dell’ottobre 1083 tratto da Ventimiglia Domenico, “Notizie storiche del castello dell’Abbate etc.”, Napoli, 1827, Appendice, III, p. IX

Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania”, Napoli, 1827, Appendice, III, p. IX e ssg. e questo documento dell’ottobre 1083, si trova anche nell’Archivio dell’Abbazia di Cava de Tirreni, con la collocazione: “B, 39”. Il Ventimiglia, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “Gisolfo principe di Salerno aveva donato coll’intero territorio al Monastero di Cava la Chiesa di S. Maria de Gulia, altrimenti detta de Giulia, dov’era il Casale dello stesso nome (f), i di cui abitanti uniti agli uomini di altri casali del Cilento il Duca Roberto Guiscardo nel  1080 al suddetto Monastero Cavense sottomise (g); anzi i nomi stessi degli abitanti del Casale nel Placito tenuto nell’Arcivescovado di Salerno coll’intervento di Sighelgaita moglie del divisato Duca nel 1083 furono descritti e riconosciuti di dominio del suddetto Monastero (a), verso del quale non volle mostrarsi non meno generoso il Duca Ruggiero Principe di Salerno colla conferma, che gli fece del Monastero di S. Maria de Giulia nel 1086 (b), ecc…”. Il Ventimiglia, a p. 7, nella sua nota (a) postillava che: “(a) Appendice de’ Monumenti, num. III, pag. IX.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia etc…” parlando di un altro documento del 1086, in cui si confermavano le cose dette in questo del 1083, a p. 101, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Nel documento del 1083 (Ventimiglia, cit. Appen. p. IX) sono specificati i monasteri a cui le famiglie erano soggette: “videlicet monasteri sancti Arcangeli (49) et monasteri sancti Angeli (14) et monasteri sancti Zacharie (3) et monasteri sancte Marie, qui dicitur de Gulia (8), et monasteri sancti Magni (92) et monasteri sancti Fabiani (11)”. Di questo documento hanno parlato pure i tre autori Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), nel loro  “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), che pubblicarono come doc. n. 51, a pp. 140-141 e ssg. Del documento del 1083 hanno parlato pure i tre autori Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), nel loro  “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), a pp. 141, postillavano che: “Sui monasteri cavensi nel Cilento di cui si parla nel documento v. CDC, X, p. XXI – Ed.: Ventimiglia, Notizie storiche, pp. IX-XI; Senatore, La cappella, pp. XII-XV. – Cfr.: Di Meo, Annali, VIII, p. 227; Portanova, I Sanseverino, p. 64 n. 78; Martini, Il diritto feudale, p. 210 n. 3, p. 216 n. 1, p. 224 n. 1; Acocella, La figura e l’opera di Alfano I, p. 55 n. 1; Id., Il Cilento dai Longobardi, p. 121 n. 186; Cuozzo, Riflessioni, p. 708; Ebner, Economia e Società, I, p. 60 n. 123, p. 62 n. 219, p. 82 n. 39, p. 99 n. 88, p. 103 n. 90, p. 108 n. 110, p. 125 n. 176, p. 130 n. 179, p. 130, p. 135 n. 194, p. 141 n. 206; Id. Storia di un feudo, p. 101; Id. Chiesa, p. 404 n. 86, p. 634 n. 17; Taviani-Carozzi, La principauté, II, p. 985 n. 63 e 64; Carlone, L’età medievale, p. 16 n. 6; Loré, Monasteri, p. 38 n. 107, p. 165 n. 41, p. 178 n. 87, p. 198 n. 152”. Riguardo il testo citato di Portanova si tratta di Gregorio Portanova (….), Il Castello di S. Severino nel secolo XIII e S.Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924 e, Gregorio Portanova, I Sanseverino e l’Abbazia cavense (1061 – 1324), Badia di Cava, 1977. Ebner postillava che: Il documento, edito dal Ventimiglia cit., Append., III, p. IX sgg., fu oggetto di studio da parte del SENATORE cit., Append., p. XII sgg.”. Ebner si riferiva all’opera di G. Senatore (…) ed al suo “La Cappella della chiesa di S. Maria sul Monte della Stella nel Cilento – Relazione storica con documenti”, Salerno, 1895. Oltre al processo dell’ottobre 1083, il “vice-comes” Manso o Mansone appare anche nell’altro processo che seguì nel 1084. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 404, in proposito scriveva che: “Al processo del 1083 (86) ne seguì un altro nel 1084 (87) che, pur rimettendo in discussione i beni che l’Abbazia possedeva nell’odierno Castellabate, mostra, più che il motivo addotto dalla sovrana, toni meno rigorosi per la procedura più spedita. Guidizi tenuti ambedue alla presenza dell’accorta, bella e coraggiosa sovrana di Salerno (88) e ambedue illuminanti sull’effettiva consistenza patrimoniale della Bada di Cava ecc…”. Ebner, a p. 404, nella sua nota (86) postillava che: “(86) ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Il documento, edito dal Ventimiglia cit., Append., III, p. IX sgg., fu oggetto di studio da parte del SENATORE cit., Append., p. XII sgg., del Racioppi cit., II, p. 98, dal Mattei Cerasoli (Una bolla di S. Gregorio VII, p. 183 sgg.) e dell’Acocella cit., RSS 1962, p. 77 sgg. estr.”. Pietro Ebner, vol. I, a p. 404, nella sua nota (87) postillava che: “(87) ABC, B, 34, aprile a. 1084, VII, Salerno”. Sempre Ebner postillava di Leone Mattei Cerasoli (….) e del suo “Una bolla di S. Gregorio VII“, p. 183. Dunque, Ebner, a p. 404, nella sua nota (86) postillava di Giacomo Racioppi (…..) e del suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, p. 98, dove però a p. 98, l’autore parla delle origini dei luoghi e fa riferimento alle antiche pergamene. Acocella, a p. 55 della parte I, nella sua nota (57) postillava di Racioppi: “(57) Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1889, vol. II, pp. 9 e sgg. Anche M. Mazziotti (op. cit., p. 103) aderisce alle tesi del Racioppi: ecc..”. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 121 e ssg., in proposito scriveva che: “c) Una vertenza giurisdizionale tra la curia ducale e la Badia. La genesi, le fasi, la conclusione di tale vicenda giurisdizionale sono contenute nell’importante ‘charta indicati’ dell’ottobre 1083 (186), di cui si è fatto talora cenno nelle pagine precedenti, e che adesso opportunamente conviene illustrare per l’importanza primaria che riveste, sia in riferimento alla storia del diritto e dell’economia, sia in rapporto alla storia della conquista normanna di Salerno. Ecco il contenuto del documento.”. Acocella, a p. 122, scriveva che: “Sono trascorsi più di sei anni dalla effettiva presa di possesso di Salerno da parte dei Normanni, e una spinosa vertenza giuridico-politica sta rendendo difficili da tempo i rapporti tra la Curia ducale e la Badia di Cava. Il viceconte del Duca nel Cilento Bosone, “Boso vicecomes domini nostri ducis de loco cilento “(187), aveva in precedenza, al cospetto della duchessa Sichelgaita e del conte Sicone (188) addebitato a Pietro Abate di Cava etc…”. Acocella, continuando il suo racconto a p. 124 scriveva che: “A conferire maggiore solennità all’atto e quasi a sottolineare l’importanza storica della decisione stanno nel palazzo arcivescovile (192) e la presenza a tutta la procedura della duchessa Sichelgaita, dell’Arcivescovo Alfano I e del ‘vestararius’ del duca, Granato (193)……L’attività politica e amministrativa, svolta da Sichelgaita in assenza del marito tenuto lontano da Salerno da importanti cure di guerra o di stato (194), ecc…”. Acocella, a p. 124, nella sua nota (194) postillava che: “(194) Cfr. C. De Blasiis, L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna, II, Napoli, 1864, pp. 292 sgg.”. Acocella, a p. 122, nella sua nota (187) postillava che: “(187) Non era finora noto tra i viceconti del venticinquennio 1065-90, che è il periodo studiato dal Garufi: l’esplicita attestazione che egli ha giurisdizione sul Cilento, coordinata con quanto s’è detto nel corso del nostro saggio, è utilissima a determinare l’effettiva attribuzione dei viceconti che non è chiarita da altri documenti. Cfr. C. A. Garufi, op. cit., 43 n…. Acocella postillava di Garufi e si riferiva al testo di C.A. Garufi, “Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI”, stà in “Archivio Storico Italiano”, a. XLVI, 1910. Riguardo il Garufi (….), l’Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: Il Garufi (121) rileva che….”, come vedremo innanzi e, nella sua nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. ecc..”. Acocella, a p. 364, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Cfr. C. A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del sec. XI. Studi storico-diplomatici’, in A.S.I., XLVI (1910), pp. 52-80, 290-343; p. 10 sg. dell’estr.; l’autore fa cenno della giurisdizione notarile del Cilento a p. 29. Vedi pure R. Poupardin, op. cit., p. 59.”. Dunque, il saggio del Garufi è stato pubblicato nella rivista dell’Archivio Storico Italiano, a. 1910, da pp. 52 a 80. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 124 e ssg., in proposito scriveva che: “Finalmente nell’ottobre 1083 si riunisce nel “in sacro Salernitano Archiepiscopio” una solenne assemblea – come si usava – per emettere la sentenza finale del faticoso ed importante processo. La presiede il conte e giudice Sicone, che ha l’assistenza del viceconte ducale Mansone (191).”. Acocella, a p. 124, nella sua nota (191) postillava che: “(191) Già noto per altri documenti: G. A. Garufi, art. cit., p. 43.”. Riguardo alla principessa Sichelgaita e la sua presenza al processo, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 404, nella sua nota (88) postillava che: “(88) La duchessa Sighelgaita sostituiva il marito, Roberto, impegnato in Oriente. Come è noto Roberto, preoccupato della potenza bizantina, salpò (a. 1081) verso Valona, conquistando Corfù. Sconfitto Alessio Commeno, conquistò Durazzo (a. 1082), ma richiesto d’aiuto da Gregorio VII, assediato da Errico IV, corse a Roma liberò il papa e, devastata la città, lo condusse con grandi onori a Salerno. Tornato in Oriente e riconquistata Corfù, morì nel corso dell’assedio di Cefalonia (a. 1085).”.

Nell’ottobre 1083, Manso o Mansone, vice-conte (“vicecomes”) o visconte ducale del conte e giudice Sico o Sicone e, visconte di Roccagloriosa e Padula (sussesso al padre Leone) che, nel 1130, prossimo alla morte fa testamento

Pietro Ebner (….) che, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, ne parla a p. 16 e a p. 98. Egli, parlando dell’epoca Normanna e dell’organizzazione politica del Principato di Salerno, a p. 98 in proposito scriveva che: “I ‘vece-comes’ invece, erano come i ‘ministeriales’, funzionari residenti, la cui carica continuò ad essere conferita anche in età normanna, come si rileva da un documento pubblicato dal Ventimiglia cit., III, ottobre 1083. Il vice-comes citato in questo documento (“Boso….vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis de loco Cilento”) pare tuttavia che avesse giurisdizione sull’intero territorio dipendende da Cilento (42). Nel ecc….”. Ebner, a p. 98, nella nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui una probabile sua giurisdizione malfitana.”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner postillava del vice-conte (“vice-comes”) Manso o Mansone, che troveremo nel 1130 a Roccagloriosa quando, sul letto di morte esprime le sue ultime volontà testamentarie, di cui parlerò innanzi. Il vice-conte ducale Maso o Mansone, era molto probabilmente di origini amalfitane e probabilmente un nipote o parente di un “gastaldo” chiamato Manso o Mansone che troveremo in alcuni documenti del 1014 e anche precedenti. Questo parente, chiamato anch’esso Manso o Mansone, appare nel documento (che il Ventimiglia chiama “placito”) dell’ottobre 1083 (pubblicato da Domenico Ventimiglia (….)). Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 405, in proposito scriveva che: “…..il giudice Sico, assistito dal vice-conte del duca Manso, ecc…”. Dunque, Manso era vice-conte del duca Roberto il Guiscardo ed assistiva il duca e giudice Sico o Sicone. Manso o Mansone appare al seguito della principessa longobarda Sichelgaita, seconda moglie di Roberto il Guiscardo. Manso o Mansone, è parte dei presenti all’Arcivescovado di Salerno e figura come il “vice-comes” ducale al seguito del Duca e giudice Sico o Sicone. Questo personaggio, funzionario (“vice-comes”) dello Stato ai tempi e dopo la conquista di Salerno ai tempi di Roberto il Guiscardo, potrebbe essere lo stesso di cui ci parla l’Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, quando ci dice che, nel 1110 fu autorizzato da Arnaldo, Vescovo della Diocesi di Policastro (?) ad unire i due monasteri di S. Leo e S. Veneranda in un unico Monastero, quello di S. Mercurio a Roccagloriosa. Manso o Mansone potrebbe essere lo stesso personaggio che, nel 1130, sul letto di morte fa testamento, di cui pure ho parlato in un altro mio saggio. Il “vice-comes” Manso o Mansone, oltre al processo dell’ottobre 1083, appare anche all’altro processo che seguì nel 1084. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 404, in proposito scriveva che: “Al processo del 1083 (86) ne seguì un altro nel 1084 (87) ecc…”. Pietro Ebner, a p. 98, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Pietro Ebner (….) nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che:  “(39) Alla stipula di atti riguardanti il territorio intervennero: il vicecomes Boso similiter vice comes suprascripti domini nostri ducis de loco Cilento (edito dal Ventimiglia, Append. III). Vi è notizia anche di Manso vicecomes suprascripti domni nostri Ducis Roberto il Guiscardo (ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940?); ecc…”. Ebner si riferiva allo studioso Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, stà nella rivista in Rassegna Storica Salernitana (RSS), 1966, p. 66, di cui in seguito vedremo. Il La Greca, invece scrive che il testo di Acocella è in RSS, 1961, a. XXII, n. 1-4, pp. 35-82; a. XXIII, 1962, n. 1-4, pp. 45-132. Ebner postillava che nell’antico documento dell’ottobre 1083, oltre al vice-conte del Cilento Boso, figurava anche un altro “vicecomes” chiamato Manso, “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis”. Ebner postillava che di questo Manso, lo studioso Nicola Acocella “cit., p. 46, no. 120”, credeva “accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Infatti, l’Acocella (….), nella parte I (RSS, anno XXII), a p. 78, parlando dei gastaldi longobardi e dei viceconti normanni, in proposito a Mansone scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria perchè durò fino all’epoca Normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto, sul Cilento (120).”. Acocella, a p. 78, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Append., p. IX, sgg.: “Boso….suprascripti domini nostri ducis de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, il passo dell’Acocella è interessantissimo perchè ci parla di Manso, che egli credere sia nipote del gastaldo longobardo e Amalfitano Mansone. L’Acocella, parlando dei “vice-conti”, postillava che: “Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, per l’Acocella, il vice-conte Mansone citato nel documento del 1083 potrebbe essere nipote dell’altro Mansone gastaldo di Amalfi di cui ho accennato. Il Mansone del 1083 è il nipote del Mansone del 1014 ? Acocella dicedi si. Nicola Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria, perchè durò fino all’epoca normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto sul Cilento (120). Il Garufi (121) rileva che le attribuzioni dei vice-conti, che pure dovettero essere notevoli, non sono chiare, perchè poco studiate. Anche alla illustrazione di questo problema ci lusinghiamo di portare un qualche contributo con queste pagine. La naturale successione cronologica dei documenti ci porta adesso a vedere praticamente in funzione – secondo il criterio finora seguito – gastaldi – ‘ministeriales’ e vice-conti ecc…”. L’Acocella, a p. 376, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Appendice de’ monumenti, p. IX sgg: “boso….vicecomes suprascripti domini nostri de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro cice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Acocella a p. 376, nella nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. Qualche cenno sui vice-conti, o visconti, del Regnum Italiae in C. G. Mor, op. cit., II, pp. 70-74.”. Dunque, Acocella postillava di Mor (….), riferendosi a C. G. Mor (….), ed il suo “Regnum Italiae”, vol. II, pp. 70-74. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 124 e ssg., in proposito scriveva che: “Finalmente nell’ottobre 1083 si riunisce nel “in sacro Salernitano Archiepiscopio” una solenne assemblea – come si usava – per emettere la sentenza finale del faticoso ed importante processo. La presiede il conte e giudice Sicone, che ha l’assistenza del viceconte ducale Mansone (191).”. Acocella, a p. 124, nella sua nota (191) postillava che: “(191) Già noto per altri documenti: G. A. Garufi, art. cit., p. 43.”. Acocella, riferendosi “al viceconte ducale Mansone” cita il Garufi. Acocella postillava di Garufi e si riferiva al testo di C. A. Garufi (….), “Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI”, stà in “Archivio Storico Italiano”, a. XLVI, 1910. Dunque, Mansone era gia da tempo conosciuto a corte come viceconte che assistiva alle sue funzioni, il conte Sicone. Riguardo il Garufi (….), l’Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: Il Garufi (121) rileva che….”, come vedremo innanzi e, nella sua nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. ecc..”. Acocella, a p. 364, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Cfr. C. A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del sec. XI. Studi storico-diplomatici’, in A.S.I., XLVI (1910), pp. 52-80, 290-343; p. 10 sg. dell’estr.; l’autore fa cenno della giurisdizione notarile del Cilento a p. 29. Vedi pure R. Poupardin, op. cit., p. 59.”. Dunque, il saggio del Garufi è stato pubblicato nella rivista dell’Archivio Storico Italiano (A.S.I.), a. 1910, da pp. 52 a 80. Nel “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), pubblicato da Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), a pp. 140-141, presenta e parla del documento n. 51 ed in proposito si scrivevano che: “51. 1083, ottobre, Salerno. Boso viceconte per il Cilento del Duca Roberto e Pietro priore del monastero della SS. Trinità…..dell’Arcivescovo Alfano I e di Mansone viceconte ducale, giungono ad un accordo davanti al giudice Sicone, ecc…”. Dunque, “Manso vicecom (e)s s(upra)s”, nel CDC è citato Manso vicecomes ducale del duca Roberto il Guiscardo. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 632, in proposito scriveva che: “…..che effettivamente tutte quelle famiglie erano vassalle della Badia già prima che “supradictus dominus dux prephatam civitatem obsidendam venit cum ad ipsam Rotunda advenisset”. Ebner scriveva che il documento del 1083 è importante perchè in esso vi è notizia delle famiglie affittuarie (“vassalle”) dell’Abbazia già da tempo prima l’assedio di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo era molto importante perchè “anticipa di molto tempo del costituirsi dei beni della Badia del Cilento, dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 405, in proposito scriveva che: “Un uomo libero avrebbe dovuto giurare, nome dietro nome (92), essere notorio e a sua conoscenza diretta che le famiglie elencate erano appunto quelle dipendenti dai sei anzidetti cenobi, tutti soggetti al monastero cavense non nel momento che Roberto pose l’assedio alla città, ma, si badi, nel momento che decise di farlo muovendo dal castello “quod rotonda dicitur”, villaggio sito in diocesi di Policastro. Una più restrittiva limitazione, dunque, ad evitare la presentazione di qualche diploma concesso dal principe durante l’assedio. Nel processo celebrato nell’arcivescovado di Salerno, presenti, oltre la duchessa, l’arcivescovo Alfano, il vestatario del duca, Granato, “et plures alii homines”, il giudice Sico, assistito dal vice-conte del duca Manso, ordinò al priore del monastero cavense Pietro (l’abate era assente) di esibire gli elenchi delle famiglie soggette. Ecc…”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner credeva che il “castello castello “quod rotonda dicitur”, villaggio sito in diocesi di Policastro.”. Pietro Ebner scriveva che il “castello della Retonda o Rotonda, pare fosse nella Valle del Mingardo”, lo studioso Nicola Acocella credeva fosse l’odierno paese di Castelruggero. Pietro Ebner, parlando dell’antico documento scriveva che esso è importante perchè: “…..dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero”. Dunque, per noi questo documento dell’ottobre 1083, è interessante perchè in esso si cita il “castello di Retonda o di Rotonda” che pare, secondo lo storico Nicola Acocella si trattasse di un “castello” nella Valle del Mingardo ed in particolare corrispondesse all’odierno Castelruggero. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 123 e ssg., in proposito scriveva che: “La procedura, scelta dal conte Sicone prevedeva inoltre……che, allorchè il Duca era giunto al ‘castrum’ di Retonda (al ‘Rotunda’) nel procedere all’occupazione di Salerno, ecc……(Questa notizia dell’occupazione di Rotonda, che il Guiscardo investe nella rapida marcia su Salerno, sovverte tutte le induzioni che sul suo itinerario han fatto sin qui gli storici. Sulla base di questa indicazione ricostruiremo le linee della strategia attuata da Roberto nel 1076).”. Dunque, come segnala Ebner, Nicola Acocella (….), credeva che alcuni toponimi citati nell’antico documento, come ad esempio “il castello della Retonda o Rotonda” oltre a trovarsi nella Valle del Mingardo, corrispondessero, secondo l’Acocella, all’odierno casale di Castelruggero. Da notare che Castelruggero è un casale unito poi a Torre Orsaia, non molto distante dal casale di Roccagloriosa. Nel “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), pubblicato da Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), a p. 145, nella sua nota (1), riferendosi al toponimo “Rotunda (1)”, in proposito si scrive che: “(1) Castello oggi nel territorio di Olevano sul Tusciano”. Se fosse vera la corrispondenza con il casale di Castelruggero, come vuole l’Acocella, potrebbero essere attendibili le notizie storiche del conte Mansone di cui si è parlato in altri miei saggi. Dunque, è possibile che il casale o castello dell’attuale Castelruggero, ai tempi dei primi Normanni (a. 1083) sia stato la sede di un piccolo monastero benedettino legato o dipendente dall’Abbazia benedettina di SS. Trinità di Cava de Tirreni e, da qui, il legame con l’antico documento dell’ottobre 1083, il processo in cui figura un viceconte o visconte “Manso” che l’Acocella credeva fosse legato per parentela a Mansone, “gastaldo” (longobardo). Inoltre, come vedremo, questo Manso o Mansone, visconte normanno di Roccagloriosa e di Padula, che nel 1110 viene autorizzato da Arnaldo, vescovo di Policastro e che, nel 1130 fa testamento, da alcune notizie risulta che egli fosse figlio del conte normanno Leone, parente del Duca Roberto il Guiscardo.

Ebner, nel suo “Chiesa, etc…”, a p. 594, parlando di Sassano, non fa nessuno accenno a Mansone o all’antico documento del 1083 ed in proposito scriveva che: “Il Rocchi (2) segnalava la chiesa di “S. Zacheriae de Sassano in territori Diani” dei monaci italo-greci. Dalla Platea del monastero di S. Pietro del Tumusso di Montesano, già grangia del cenobio di S. Maria di Rofrano, a sua volta grangia della tuscolana abbazia di S. Maria di Grottaferrata, vi è una descrizione dei confini del feudo di S. Zaccaria di Sassano (3).”. Questo monastero, nel 1131, sarà citato nel cosiddetto “Crisobollo” di re Ruggero II e dunque esso sarà una delle dipendenze dell’antica abbazia di S. Maria di Rofrano e poi di Tuscolo. Infatti, Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assettoterritoriale nella prima età normanna’, a p. 83 così si esprimeva: Tale politica di promozione nei confronti delle istituzioni monastiche più prestigiose è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI secolo, di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di Padula (24).”. La Alaggio, a p. 84, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN, ‘Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”.

Nel 1085, Sichelgaita, principessa Longobarda e la reggenza del Ducato di Puglia e di Calabria, alla successione del Guiscardo

Da Wikipidia leggiamo che nel 1073, dunque, Ruggero fu proclamato erede, mentre il Guiscardo veniva colpito da malattia durante un soggiorno a Trani. Unico ad opporsi al riconoscimento del futuro duca fu Abelardo d’Altavilla, cugino di Ruggero in quanto figlio di Umfredo, fratello di Roberto. Questi rivendicò per sé il diritto alla successione, poiché il Guiscardo, nominato suo tutore alla morte di Umfredo, ne aveva arbitrariamente confiscato i possedimenti, tagliando fuori lui e suo fratello Ermanno dalla linea ereditaria. Nel 1084 Ruggero partecipò a una campagna militare in Grecia al fianco del padre, che il 17 luglio 1085 morì di malattia durante l’assedio di Cefalonia. Singolare coincidenza fu il fatto che Ruggero, erede dei possedimenti italiani, si trovasse in Grecia al momento della morte del Guiscardo, mentre Boemondo, erede di Durazzo e di altri feudi bizantini, si trovasse in Italia, precisamente a Salerno. Ruggero si ricongiunse con la madre a Cefalonia e insieme a lei fece ritorno in patria, dove in settembre, grazie anche al supporto dello zio Ruggero I di Sicilia, fu riconosciuto duca di Puglia e Calabria. Un avvento che non mancò di suscitare reazioni: Boemondo, il fratellastro scartato dalla successione, rispose con le armi all’ascesa di Ruggero e con l’appoggio del principe Giordano I di Capua occupò i castelli di Oria, Otranto e Taranto, prima di giungere ad un accordo di pace nel marzo del 1086. Boemondo diventò di fatto co-reggente insieme al fratello, ma già nell’estate del 1087 diede vita ad una nuova rivolta e col sostegno di buona parte dei vassalli di Ruggero riuscì a sconfiggere quest’ultimo a Fragneto, riprendendo possesso anche di Taranto. Pur descritto come un guerriero forte e temibile, in grado di espugnare con abili assedi le città di Benevento, Canosa, Capua e Lucera, Ruggero Borsa non fu mai in grado di eguagliare la potenza di Boemondo, né di portare quest’ultimo sotto il proprio controllo. Lo scontro fra i due fratelli si concluse solo con la mediazione di papa Urbano II, il quale riconobbe a Boemondo il possesso del Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, mentre Ruggero gli garantì anche il feudo di Cosenza e la titolarità di fatto di altri domini. Nel 1089 Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia. Pierre Aubè (…), nel suo ‘Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo’, a p. 55, parlando di Roberto il Guiscardo, scriveva che: “Dopo aver lasciato in affidamento l’Italia meridionale a Ruggero Borsa, primogenito della seconda moglie, Roberto il Guiscardo fa rotta verso Aulona. Inizia così un’altra avventura per quest’uomo ormai sessantasettenne, che si spinge verso le Isole Ionie, conquista Corfù, ecc…”. Sempre l’Aubè, a p. 58, in proposito scriveva che: “Nell’autunno 1084 Roberto, accompagnato da Ruggero Borsa, si allontana da un’Italia sotto scacco per dirigere verso le coste albanesi la flotta ricostruita ecc..”, e ancora a p. 59, parlando della morte del Guiscardo a Cefalonia, scriveva che: “Suo figlio, Ruggero Borsa, viene subito riconosciuto erede di tutti i suoi titoli e “ognuno promette di servirlo con cuore fedele” e, ancora a p. 70, in proposito scriveva che: “Il duca, Ruggero Borsa, ancora giovane, ha ereditato dal padre il coraggio, ma anche il senso politico e la scaltrezza. Romualdo, nato da antica famiglia longobarda di Salerno e che sarà Arcivescovo della sua città, ci ha lasciato degli ‘Annali’ di grandissima importanza, in cui esegue un ritratto alambiccato del figlio di Roberto il Guiscardo….Forse non è proprio ciò che ci si può aspettare da un capo di stato. All’inizio deve affrontare alcuni vassalli irrequieti. Poi soprattutto le manovre di Boemondo, il fratellastro, di un’intelligenza fuori dal comune, ecc….”. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il normanno duca di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085, ecc…”. Ma, nel 1085,  dopo la morte di suo padre, Boemondo, il fratellastro scartato dalla successione, rispose con le armi all’ascesa di Ruggero e con l’appoggio del principe Giordano I di Capua, prima di giungere ad un accordo di pace nel marzo del 1086. Boemondo diventò di fatto coreggente insieme al fratello, ma già nell’estate del 1087 diede vita ad una nuova ribellione contro il fratellastro. Insomma in quegli anni, il dominio di Ruggero Borsa, non era assoluto e quindi, l’Odo Buonmarquis (cognato di Boemondo), aveva un certo peso.  Unico ad opporsi al riconoscimento del futuro duca fu Abelardo d’Altavilla, cugino di Ruggero in quanto figlio di Umfredo d’Altavilla, fratello di Roberto. Questi rivendicò per sé il diritto alla successione, poiché il Guiscardo, nominato suo tutore alla morte di Umfredo, ne aveva arbitrariamente confiscato i possedimenti, tagliando fuori lui e suo fratello Ermanno dalla linea ereditaria. Ruggero si ricongiunse con la madre a Cefalonia e insieme a lei fece ritorno in patria, dove in settembre, grazie anche al supporto dello zio Ruggero I di Sicilia, fu riconosciuto duca di Puglia e Calabria. Un avvento che non mancò di suscitare reazioni: Boemondo, il fratellastro scartato dalla successione, rispose con le armi all’ascesa di Ruggero e con l’appoggio del principe Giordano I di Capua occupò i castelli di Oria, Otranto e Taranto, prima di giungere ad un accordo di pace nel marzo del 1086. Boemondo diventò di fatto co-reggente insieme al fratellastro, ma già nell’estate del 1087 diede vita ad una nuova rivolta e col sostegno di buona parte dei vassalli di Ruggero Borsa riuscì a sconfiggere quest’ultimo a Fragneto, riprendendo possesso anche di Taranto. Recentemente, Nicola Lorenzo Barile, in un suo saggio su “La figlia del re di Francia e il principe normanno”, nel “Con animo virile” Donne e potere nel Mezzogiorno medievale (secoli XI-XII) a cura di Patriazia Mainoni (…), a pp. 95-96-97, parla di Ruggero Borsa (…) e della madre, la principessa Longobarda Sichelgaita, ed in proposito scriveva che: “Ai fini del nostro discorso, vorremmo attirare l’attenzione su un gruppo di documenti che già Ménager si rammaricava essere poco studiati (58). Si tratta di tre diplomi ducali datati marzo e maggio 1086 (59). Essi si aprono in modo assai simile: “idcirgo ego, Sychelegayta dux, cum Ruggerio duce filio meo”; (60) “Ego Sikelgaita DUX divina favente clementia, una cum Roggerio duce, filio meo”; (61) “EGO SIKELGAITA // Divina favente clementia DUX” (62). Iorio, che li ha recentemente considerati, conclude che alla testa del ducato non governa Ruggero , bensì sua madre (63). Nel maggio del  1086 abbiamo un altro diploma che si apre invece con la sola indicazione di Ruggero Borsa: “Ego Rog (erius), divina favente clementia dux, ducis Robberti filius” (64). La singolare intitolazione dei tre diplomi ha fatto scrivere ecc…”, e quì il Barile cita ciò che scrisse il Ménager e poi aggiunge: “Non a caso Ménager apre questa sezione del suo libro mettendo tra virgolette l’espressione “reggenza“: “La Régence de Sikelgaite et les contestations de la succession ducale” (66). Infatti non si trattò certamente della tutela di un minorenne, dato che Ruggero aveva venticinque anni all’epoca (67). La medesima espressione, ‘dux’ riferita a Sichelgaita, compariva in verità già in alcune ‘chartae’ dell’abbazia di Cava dei Tirreni. Nel settembre del 1079 Roberto il Guiscardo dona al suo ‘fidelis vesterarius’ Graziano una terra così vicino a Salerno ecc…Un’analisi più attenta di altri diplomi firmati da Sichelgaita, tuttavia, ci permette di trarre interessanti deduzioni ai fini del nostro discorso. Infatti, le ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini’ conservano due documenti che attestano la presenza di Roberto il Guiscardo e sua moglie alla dedicazione dell’abbazia di Santa Maria della Matina in Calabria (69). Il Guiscardo è ricordato come il duca di Puglia e di Calabria, Sichelgaita come sua moglie e figlia di Guaimario principe di Salerno (70). Come ha notato la Skinner, Sichelgaita viene indicata come la figlia di un grande principe come quello di Salerno invece che come moglie del Guiscardo, ecc..(71)…..la presenza in questo come nei diplomi su citati da Ménager, sembrano comunicare che Sichelgaita fu in quel momento in una posizione di incontestata autorità (73).”. Barile (…), a p. 95, nella sua nota (58), postillava che: “(58) Ménager, Recueil des actes, I, p. 165.”. Barile (…), a p. 95, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Ibidem, pp. 169-171 (docc. n. 46-48).”. Barile (…), a p. 95, nella sua nota (60), postillava che: “(60) Ibidem, pp. 169-170 (doc. n. 46), particol. p. 170.”. Barile (…), a p. 95, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Ibidem, pp. 171-172 (doc. n. 47), particol. p. 171.”. Barile (…), a p. 96, nella sua nota (62), postillava che: “(62) E’ il celebre documento con cui Sichelgaita dona all’arcivescovo Ursone la giudecca di Bari: ibidem, pp. 173-175 (doc. n. 48), particol. p. 173; edito anche ne ‘Le pergamene del Duomo di Bari (952-1264), a cura di G.B. Nitto de Rossi e F. Nitti di Vito, Bari, 1897 (Codice diplomatico Barese, I), pp. 56-58, particol. p. 57 (doc. n. 30, rr 1-2)”. Barile (…), a p. 96, nella sua nota (63), postillava che: “(63) Iorio, ‘La duchessa Sikelgaita’, pp. 78 e 86-87.”. Barile (…), a p. 96, nella sua nota (64), postillava che: “(64) Ménager, Recueil des actes, I, pp. 175-176 (doc. n. 49), particol. p. 175.”. Barile (…), a p. 96, nella sua nota (65), postillava che: “(65) Ibidem, p. 166. A proposito della reggenza di Sichelgaita, vedi C. Urso, “Buone madri” e madri “crudeli” nel medioevo, Acireale-Roma, 2008, p. 210, parla di “diarchia, o meglio di poliarchia”. Barile (…), a p. 96, nella sua nota (66), postillava che: “(66) Ménager, I, pp. 163-221.”. Barile (…), a p. 96, nella sua nota (67), postillava che: “(67) Ibidem, p. 166. Sul delicato tema della maggiore età nel medioevo, cfr. sempre in questo ambito, Vera von Falkenhausen, ecc…”. Barile (…), a p. 97, nella sua nota (68), postillava che: “(68) Ménager, Recueil des actes, I, pp. 97-98 (doc. n. 28), particol. p. 97. Cfr. pure ‘Codex diplomaticus Cavensis (CDC), a cura di S. Leone e G. Vitolo, X, 1073-1080, Badia di Cava, 1990, pp. 297-298, particol. p. 297 (coc. n. 124). Un documento dell’agosto 1080, sempre tratto dl ‘Codex Cavensis’, riporta il termine più consueto ‘ducissa’, come si può leggere nella conferma di una serie di diritti dell’abbazia di Cava su un certo numero di monasteri “per interventum d(o)m(n)e S(ichelgaite) ducisse, dilecte coniugis nostre”: CDC, X, pp. 332-333, particol. p. 332 (doc. n. 138). La famiglia dei principi di Salerno, cui Sichelgaita apparteneva, era legatissima al monastero di Cava fin dalla sua fondazione; questo spiega l’intervento di Sichelgaita presso il marito: S. Leone, G. Vitolo, ‘Introduzione’, in CDC, X, pp. XV-XXV, particol., p. XXIII.”. Barile (…), a p. 97, nella sua nota (69), postillava che: “(69) Notizie su questo monastero si possono leggere in A. Pratesi, ‘Introduzione’ alle ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’archivio Aldobrandini’, a cura di A. Pratesi, Città del Vaticano, 1958, pp. VII-LV, particol. pp. VII-X. Fondata da Adelardo abate cistercense nella seconda metà del XI secolo, venne costantemente protetta dai duchi normanni.”. Sul monastero di Santa Maria della Matina in Calabria, ho dedicato ivi un mio saggio dal titolo: “Nel 1065, il monastero di ‘San Pietro di Marcaneto’ nei pressi di Scario”. Vera von Falkenhausen (…), nel suo  ‘I Longobardi Meridionali’, a p. 285, in proposito scriveva che: “Roberto il Giscardo non si tratenne molto a Salerno, ma per il figlio che gli succedette, il duca Ruggero Borsa, da parte materna nipote di Guaimario IV, l’eredità longobarda ebbe grande significato. Salerno fu la residenza principale sua e di suo figlio, il duca Guglielmo. Si sentivano a casa propria nella città, che anche nei decenni successivi non perdette il suo caratere longobardo. Il loro legame con l’antica capitale longobarda, che 300 anni prima Arechi II aveva reso residenza dei principi, si rivela anche nella morte; infatti, mentre Roberto il Guiscardo è sepolto nel monastero di famiglia dei Hauteville, la SS. Trinità di Venosa, i duchi Ruggero Borsa e Guglielmo si fecero inumare in S. Matteo, il duomo di Salerno (3).”. La Falkenhausen (…), a p. 285, nella sua nota (3), postillava in proposito che: “(3) ‘Romualdi Salernitani Chronicon’, a cura di C.A. Garufi, RIS, VII, Bologna, 1935, pp. 205-214.”. Solo, nel 1089, Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia.

I RACCONTI DI GIOVANNANTONIO SUMMONTE, di ANDREOTTO LORIA e di SAMBIASE

In primo luogo bisogna dire che le notizie e le ricerche genealogiche sulle origini di alcuni personaggi, ed in particolare dei Oria e dei Loria, per tutte le notizie e gli autori che si citeranno dipesero da alcuni scritti del ‘600. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 19-20 scriveva che: Molte però erano, a proposito del Lauria, le imprecisioni che veicolava questa storiografia e per la quale deponevano a favore le attenuanti che il napoletano Giovan Antonio Summonte (17) evidenziò proprio sul nostro personaggio, ovvero la penuria di notizie che concernevano Ruggero e l’impegno che egli vi aveva nondimeno profuso per rintracciarle (18). A voler infatti prestar fede al Summonte, Ruggero di Lauria – nominato dell’Oria secondo un ricamo ortografico che può ragionevolmente ritenersi una libera, quanto originale iniziativa summontiana (19) – si sarebbe precocemente ribellato a Carlo I d’Angiò, in seguito all’uccisione del padre. Questa ribellione sarebbe altresì da presupporre insieme ad una residenzialità del Lauria nel Regno, poiché successivamente ad essa il Nostro si costituirebbe, per il tramite di Giovanni da Procida, tra gli affiliati di re Pietro, già III d’Aragona, il quale lo investe del ruolo di ammiraglio e lo pone a capo della sua armata (20).”. La Lamboglia, a p. 20, nella nota (18) postillava: “(18) L’opera di revisione e di pesante manipolazione a cui fu indotto il Summonte già pubblicati i primi due tomi, e che non gli valsero né a tutelarlo dalla condanna penale, né a scampare nuove messe all’indice dell’Historia, resero particolarmente complessa la vicenda editoriale di una storia suddivisa in parti – le cui prime due videro la luce a Napoli nel 1601-1602, presso la stamperia di Giovanni Giacomo Carlino e facevano giungere la narrazione fino al 1442; la terza fu stampata postuma, nel 1640, ancora a Napoli, per Domenico Montanaro, e continuava le vicende fino al 1500; quindi, la quarta ed ultima parte fu edita nuovamente per il Montanaro tre anni dopo, e si arrestava al 1582. Qui, come nei luoghi a seguire, si cita tuttavia dall’edizione Dell’Historia della città, e Regno di Napoli di Gio. Antonio Summonte napolitano (…), Seconda editione, In Napoli, a spese di Antonio Bulifon Libraro all’insegna della Sirena, 1675, 4 tomi, t. II, l. III, pp. 294-295.”. Sulle notizie e le ricerche genealogiche dei Loria, Augurio e Musella, a p. 24 scrivevano pure: “Siamo così giunti al padre dell’Ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23)”. I due studiosi, a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Per ulteriori approfondimenti cfr. ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878. Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Augurio e Musella citano “‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878”. Su questo testo “Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?”, i due studiosi citano per D.A.L., Napoli 1878″. Su questo autore “D.A.L.”, citato da Augurio e Musella, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 33-34 riferendosi a Ruggero dell’Oria scriveva che: In proposito, ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggero e Andreotto Loria’ (63) offrivano sia un albero genealogico, sia una geografia dei possedimenti bell’e definiti.”. La Lamboglia, a p. 33, nella sua nota (63) postillava su questo testo: “(63) Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: La famiglia di Ruggiero Loira è Catalana, Siciliana, o Calabrese? Per D. A. L. [sic], Napoli, Stabilimento Tipografico di S. Marchese, 1878. (64) Sotto l’acronimo “per D. A. L.”, si cela infatti il redattore, ovvero quel Davide Andreotti Loria, già autore di una Memoria del Comune di Cosenza a sua eccellenza il Ministro dell’Interno e di una Storia dei Cosentini, rispettivamente, degli anni 1863 e 1869-74 [cfr. D. ANDREOTTI, Memoria del Comune di Cosenza a sua eccellenza il Ministro dell’Interno, Cosenza, dalla tip. Bruzia, 1863 (poi anche come Cosenza, Tip. Municipale, 1869) e ID., Storia del Cosentini, Napoli, Stabilimento Tip. di S. Marchese, 1869-74, 3 voll., poi in varie riproduzioni fotomeccaniche, tra cui ID., Storia del Cosentini, Cosenza, Editrice Casa del Libro, 1958-1959, 3 voll., e con prefazione di S. DI BELLA, è D. ANDREOTTI, Storia del Cosentini, Cosenza, Pellegrini, 1978, parimenti in 3 voll.] Ulteriore conferma della coincidenza d’identità viene anche da uno stesso stile di scrittura ed una stessa modalità di argomentazione tra alcuni passi del vol. I della Storia ed il testo delle Memorie [cfr. ANDREOTTI, Storia dei Cosentini, vol. 2, p. 3 (qui, citata nell’edizione e ristampa anastatica, Cosenza, Brenner, 1987, 3 voll.).”. Dunque, D.A.L. è un acronimo con cui la Lamboglia ha chiarito essere un testo manoscritto di Andreotto Loria. Ritornando ai ‘ORIA’, Giuseppe Del Re (….), nel suo “Scrittori sincroni napoletani etc…Normanni, vol. nico”, pubblicò il “Catalogus Baronum”, dove a p. 577 troviamo i “De Oria”, e si cita il nome di Bulfanaria, madre di Roberto e di Gibel e seconda moglie di Ruggero de Oria. La Lamboglia a pp. 33-34, in proposito scriveva che: Se complicato risulta il quadro dei possedimenti, non è da meno quello delle relazioni parentali riferibili a Ruggero (62).”. La Lamboglia, a p. 33, nella nota (62) postillava: “(62) Gli studi relativi ai processi di formazione delle genealogie solo da qualche decennio a questa parte hanno cominciato ad interessare alcuni settori della storiografia italiana, per la quale si segnala soprattutto R. BIZZOCCHI, Genealogie impossibili. Scritti di Storia nell’Europa Moderna, Bologna, il Mulino, 1995 (Monografia, 22).”. Sul racconto di Girolamo Sambiasi e le origini dei Loria, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 21, nella nota (21) postillava che: “(21) Una Terranuova di Aita, insieme a Lauria (PZ), Tortora (CS), Lagonegro (PZ) ed altre terre, riferisce anche G. SAMBIASI, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie, Sala Bolognese, Forni Editore, 1969 (ristampa anastatica della 1a ed. Ragguaglio di Cosenza, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie. Scritto dal molto rev. P. maestro fra Girolamo Sambiasi cosentino (…) Coll’aiuto delle scritture del signor Pier Vincenzo Sambiasi cavalier cosentino, In Napoli, per la vedova di Lazaro [tip.], 1639), p. 94, con possibile confusione tra le due diverse località cosentine, Terranova (feudo) e Aieta.”. Dunque, molte notizie storiche a cui si rifece il Sambiasi nel parlare dei Loria erano riferibili alla Platea dei beni che fece comilare il vescovo di Cosenza Luca Campano, una Platea del 1223, epoca sveva.

Nel …….., UGONE e ALTRUDA, genitori di RUGGERO CONTE DELL’ORIA

Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Le saghe dei Normanni, parlano di Osmondo Drengot, che offeso pubblicamente da Guglielmo Respotel e avendolo ucciso in presenza del principe Roberto, per evitarne l’ira evase da regno coi fratelli, nipoti e nipotini e trecento amici e partigiani. Tra questi vi era UGONE TUDEXTEFEN, il suo occhio destro, che nessuno superava nel maneggio della lancia, nel pugilato, nel sedurre le fanciulle. Si racconta che che, con un colpo di lancia, abbatté dieci saraceni, con un pugno un focoso destriero. Irequieti, amanti d’avventure e valorosi come tutti gli altri Normanni, essi furono tra i primi ad emigrare nell’Italia meridionale e si lasciarono lusingare per combattere saraceni e bizantini dai principi longobardi, servendo i quali, UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.. Dunque, Ruggiero (dell’Oria), al tempo di Ruggero II d’Altavilla era figlio di UGONE e di sua moglia “ALTRUDA” di sangue Longobardo. Dall’unione con la bella Altruda e Ugone nacque RUGGERO DELL’ORIA, il quale si sposò con BULFANARIA. Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 22-23-24 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “La storia della famiglia di Ruggiero si riallaccia alla saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: ………Ugone, signore e poi conte di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa e di Apice, sposò una fanciulla longobarda di nome Altruda ed ebbe come figlio il valoroso Ruggiero conte dell’Oria.. Dunque, i due studiosi scrivono che Ugone, conte dell’Oria, Padula, Montefusco ecc.., si unì in matrimonio con Altruda da cui ebbe un figlio chiamato Ruggero che diventerà conte dell’Oria. Riguardo UGONE, padre di Ruggero dell’Oria, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 241 parlando di Padula scriveva che: “Il più antico documento che riguarda Padula. esistente nell’Archivio della Badia cavense, è del 1086: Ugo di Aveva dona (3) al monastero di cavense, insieme ai monasteri di S. Giovanni di Layta, presso il castello di Mercurio, e di S. Simeone di Montesano, anche il monastero di S. Nicola di Padula, con tutte le sue dipendenze.”. Forse che questo “Ugo” citato dai due studiosi si riferisse ad “Ugone di Avena” citato nel documento cavense del 1086 ?. I due studiosi, a p. 23 scrivono pure che: “Alessandro di Telese (21), contemporaneo del re Ruggero il Normanno, nella sua ‘Cronaca’ riporta importanti notizie sulle vicende occorse a Ruggiero, conte dell’Oria, negli anni compresi tra il 1127 e il 1135.”. I due studiosi, a p. 23, nella nota (21) postillavano: “(21) Alessandro di Telese, De’ fatti di Ruggiero Re di Sicilia. Libri quattro’, in G. Del Re, ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani’, Napoli, 1845-1868, vol. I, pp. 81-156.”. Infatti, ad esempio, a pp. 100-101 (vedi il Del Re, vol. I), nel cap. XXIII, il Telesino scriveva che: “Ruggiero conte di Oria per mitigare l’animo del Duca verso di sè esarcerbato, gli cede Padulo ed ancora Montefusco. E menato così a termine queste cose, non molto dopo con lo stesso esercito movendo si avvia alla terra di Ruggiero Conte di Oria, accampatosi lungo il castello che si chiama Apice……e perciò fa senno di cedergli spontaneamente Paduli e Montefusco.”. I due studiosi scrivono che secondo la cronaca del Telesino si evince che:  “Quando il duca Ruggero il Normanno – diventerà re nel 1180 chiese al cognato Rainulfo, conte di Alife, marito della sorella Matilde, l’atto di omaggio e sottomissione, quest’ultimo gli rispose che non avrebbe concesso nulla senza avere in cambio dei vantaggi. Alla successiva richiesta del normanno di cosa desiderasse in cambio, Rainulfo rispose di volere la contea di Oria. In un primo momento il duca Ruggero si alterò per tale richiesta, ma poi, considerando la possibilità di avere dalla propria parte un guerriero valoroso, accondiscese alla richiesta.”. Dunque, i due studiosi si riferivano a Ruggero II d’Altavilla, conosciuto come “Ruggero il Normanno”, la cui sorella, Matilde era andata in sposa a Rainulfo di Alfe. Da Wikipedia leggiamo chea Capua, nel dicembre 1127, partì una spedizione contro Ruggero, mettendo Roberto II di Capua e Rainulfo di Alife (cognato di Ruggero) contro di lui. Tuttavia questa coalizione fallì miseramente e nell’agosto 1128 il Papa Onorio II fu costretto dalla superiorità militare a nominare nella città di Benevento Ruggero II duca di Puglia. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 242 parlando di Padula, in proposito scriveva che: “Nell’archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula nell’età longobarda, normanna e sveva.”. Del 1213 è un solo documento: Gisulfo di Sanseverino dona al monastero di Montevergine (5) il piccolo monastero di S. Lorenzo sotto Padula.”. Dunque, Ebner, non cita affatto Ruggero dell’Oria ma ci parla di un documento del 1213 che ci parla di un Gisulfo di Sanseverino. Ritornando alla genealogia dei ORIA e dei Loria, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 33-34, in proposito scriveva che: Più dettagliatamente, secondo una prassi consolidata che dal Seicento faceva risalire la genealogia familiare ai più antichi ceppi della stirpe normanna, anche l’autore (64) delle ‘Memorie’ individuava per il lignaggio dei Lauria un’origine normanna in Ugone Tudextefen (65).”. La Lamboglia a p. 33, nella sua nota (65) postillava che: (65) In proposito, si vedano invece L.-R. MÉNAGER, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italie méridionale et en Sicile (XIe-XIIe siècles), in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle prime giornate normanno- sveve, Bari, 28-29 maggio 1973, Bari, Edizioni Dedalo 1991, pp. 279-410 [ovvero ristampa della prima edizione, Roma, Il centro di ricerca, 1975 (Fonti e Studi del “Corpus membranarum italicarum”, XI), pp. 260-390, saggio, questo, ristampato anche in L.-R. MÉNAGER, Hommes et institutions de l’Italie normande, London, Variorum reprints, 1981, pp. 260-390] e successiva integrazione, ID., Additions à l’inventaire des familles normandes et franques émigrées en Italie méridionale et en Sicile, ancora in ID., Hommes et institutions, pp. 1- 17; L. MUSSET, L’aristocratie normande au XIe siècle, in La noblesse au moyen age. XIe-XVe siècles. Essais à la memoire de Robert Boutruche, réunis par Ph. CONTAMINE, Presses Universitaires de France 1976, pp. 71-96.”. La Lamboglia, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: “Costui, a sua volta, innestava il proprio sangue a quello della stirpe longobarda, i cui principi quindi lo rendevano “signor d’Oria, di Paduli, di Montefuschi, di Terrarossa e di Apice, feudi che trasmise dietro il suo decesso a Ruggiero, che in prosieguo possedè Oria col titolo di conte (66). Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), ecc….”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177.”.

Nel 1089, la Contea di Policastro, Enrico del Vasto, conte di Policastro, fratello di Adelasia del Vasto sposò Flandina, figlia di Ruggero I. Da Flandina ebbe Simone del Vasto che ereditò la contea di Policastro

Indagando sulle origini di “Simone”, conte di Policastro, ci accorgiamo che vi furono diversi “Simone”, conti di Policastro. In questo saggio parlerò del Simone detto Simone del Vasto. Da Wikipedia leggiamo che la Contea di Policastro fu un antico feudo esistito nei territori circostanti il golfo di Policastro tra la Basilicata, la Calabria settentrionale e la Campania meridionale, tra la fine dell’XI secolo e la fine del XIX secolo. Sempre in Wikipedia leggendo la “cronostassi dei conti di Policastro” ci accorgiamo che vi fu Enrico del Vasto (10??-1137), conte di Paternò e conte di Butera. Dunque, non si conosce l’anno in cui Enrico del Vasto divenne conte di Policastro ma si sa che nell’anno 1137 non fu più conte di Policastro. Sempre da Wikipedia leggiamo che Enrico del Vasto, detto anche Enrico di Lombardia, Enrico di Savona, Enrico Aleramico, Enrico di Paternò, Enrico di Butera, Enrico di Policastro (Piemonte, ante 1079 – Sicilia, 1137), fratello minore di Adelaide del Vasto, fu capo degli Aleramici di Sicilia[2] e conte dei lombardi di Sicilia[3].  Membro dei Del Vasto di discendenza aleramica, Enrico era fratello minore di Adelaide del Vasto, figlio di Manfredi, e nipote di Bonifacio del Vasto, marchese di Savona, della Liguria Occidentale e di ampi territori del Piemonte meridionale. Scese in Sicilia, dove risulta già personaggio di primo piano della corte normanna nel 1094,[5] dai grandi possedimenti familiari tra Piemonte e Liguria, con molti suoi conterranei della Marca Aleramica, per aiutare il condottiero normanno Ruggero nelle ultime fasi della guerra contro gli arabi per la conquista dell’isola. Questa gente aleramica al seguito di Enrico costituì la prima ondata migratoria di lombardi (in realtà, piemontesi e liguri, e in minor parte lombardi ed emiliani)[6] che ripopolarono alcuni centri della Sicilia occidentale e orientale tra l’XI e il XIII secolo. I normanni incoraggiarono infatti una decisa politica d’immigrazione della loro gentes, francese e dell’Italia settentrionale, anche con la concessione di privilegi. L’obiettivo era quello di rafforzare il “ceppo franco-latino” che in Sicilia e in Calabria era minoranza rispetto ai più numerosi greco-bizantini e arabo-saraceni.[7]In Sicilia scesero anche tre sorelle di Enrico. Adelaide, la più celebre, che sposò il gran conte Ruggero nel 1087 (o nel 1089) e divenne contessa di Sicilia; mentre le altre due sorelle sposarono i figli illegittimi di Ruggero, Giordano e Goffredo. Enrico sposò Flandina, anche lei figlia di Ruggero ma nata dal matrimonio con Giuditta d’Evreux. Flandina era vedova del cavaliere normanno Ugo di Jersey, primo conte di Paternò, e così Enrico ricevette in feudo la contea di Paternò, alla quale si aggiunsero quella di Butera, sempre in Sicilia, e quella di Policastro tra Basilicata, Calabria e Campania meridionale. Proprio Paternò divenne il centro dei possedimenti degli Aleramici di Sicilia, un territorio discontinuo che si estendeva a sud in direzione di Catania, a sud ovest comprendeva Piazza Armerina, Aidone, Butera, Mazzarino, a nord ovest si estendeva fino a Nicosia, e a nord si allargava fino a Cerami, Capizzi e Randazzo.[8] Enrico e Flandina ebbero due figli, Simone e Matilde. Simone del Vasto (o Simone d’Altavilla, o Simone di Butera) fu conte di Policastro e conte di Paternò. Alla morte del padre, Simone prese il suo posto come capo degli aleramici siciliani e dei lombardi di Sicilia. Flandina d’Altavilla (in francese Flandina de Hauteville) (… – …; fl. XII secolo) è stata una nobildonna normanna del XII secolo. Figlia secondogenita del Gran Conte Ruggero e della di lui prima moglie Giuditta d’Evreux, ricevette in dote dal padre le contee di Paternò e Butera[1]. Fu sposata in prime nozze al cavaliere normanno Ugo di Jersey del quale rimase vedova nel 1075 e dalla cui unione nacquero una figlia di nome Maria[2] e tre figli maschi: Manfredo, Giordano e Simone. Nel 1089 si unì in seconde nozze all’aleramico Enrico del Vasto, a seguito dell’aiuto militare offerto da quest’ultimo al padre di lei. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 428, in proposito scriveva che: “Sappiamo che, oltre alla contessa Adelasia e a suo fratello Enrico, anche due altre sorelle, figli tutti e quattro del marchese Manfredo Incisa del Vasto, si trasferirono in Sicilia. Orbene, questo espatrio collettivo d’un intero gruppo della progenie dei marchesi del Vasto induce a supporre ch’esso fosse in connessione con una crisi, etc…”. Il Pontieri, a p. 429, in proposito scriveva pure che: “D’altra parte Enrico del Vasto, inseritosi nella famiglia di Ruggero d’Hauteville attraverso tali legami di parentela, non tardava a rinvigorirli, sposandone la figlia Flandina (37), che non sappiamo da quale dei due precedenti matrimoni del conte fosse nata. Neanche ci è dato di poter dire in quale anno fosse stato celebrato questo connubio aleramico-d’Hauteville; ci risulta solamente dalla carta già ricordata del 1094 che in questo anno Enrico era in Sicilia e che nel 1097 il nome di lui, insieme etc..”. Il Pontieri, a p. 430 scriveva: “La sua posizione verrà più tardi consolidata dalla vasta signoria di Butera e di Paternò, che Enrico ricevette – o gli fu convalidata – da sua sorella Adelasia, dopo che questa, alla morte del conte, assunse la reggenza dello Stato (39).”. Pontieri, a p. 430, nella nota (39) postillava: “(39) Il Garufi, Le donazioni del conte Enrico di Paternò ecc.., cit., in “Revue de l’Orient latin”, cit., IX (1902), doc. I, ha notato,, in base a questo documento, l’infondatezza della tradizione secondo cui la contea di Butera e Paternò sarebbe stata data dal conte Ruggero a sua figlia Flandina in dote: vedi anche Garufi, Gli Aleramici, p. 50; Idem, Il Tabulario di S. Maria della Valle Giosafat nel tempo normanno ecc.., in “Archivio Storico per la Sicilia orientale”, V (1908), pp. 178 ss., e cfr. Townsend White, Latin monasticism in Norman Sicily, cit., pp. 208-9.”. Tuttavia il Pontieri non chiarisce come sia arrivata la contea di Policastro a Flandina o a Enrico del Vasto, che come abbiamo visto oltre ad essere conte di Paternò-Butera era anche conte di Policastro, contea che in seguito Simone del Vasto erediterà alla sua morte. Sappiamo da Wikipedia che con il matrimonio con Flandina, figlia di Ruggero I d’Hauteville, Enrico ricevette in feudo la contea di Paternò, alla quale si aggiunsero quella di Butera, sempre in Sicilia, e quella di Policastro tra Basilicata, Calabria e Campania meridionale. Il Pontieri parla solo dei possedimenti di Butera e di Paternò ma non dice nulla della contea di Policastro. Il Pontieri, a p. 430 scriveva solo in proposito che: “La sua posizione verrà più tardi consolidata dalla vasta signoria di Butera e di Paternò, che Enrico ricevette – o gli fu convalidata – da sua sorella Adelasia, dopo che questa, alla morte del conte, assunse la reggenza dello Stato (39).”. Il Pontieri ipotizzava che le donazioni deli vasti possedimenti Siciliani fossero stati in seguito convalidate dalla sorella Adelasia che, alla morte del marito Ruggero I assunse la reggenza dello Stato che era stato ereditato da Simone primogenito. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 450, in proposito scriveva che: “Naturalmente suo fratello Enrico prese una posizione preminente, non solo perchè era ovvio che così fosse, ma anche perchè egli si presentava come l’esponente più autorevole degli oltremontani che la conquista normanna aveva attirato in Sicilia: certo fu Adelasia, come è stato ricordato, che gli conferì l’investitura feudale delle due importantissime contee di Butera e di Paternò, i cui territori, in tutto o in parte, è probabile costituissero la dote che il conte Ruggero aveva assegnato a sua figlia Flandina allorchè era andata sposa allo stesso Enrico (78).”. Pontieri, a p. 450, nella nota (78) postillava: “(78) Garufi, Gli Aleramici ecc.., p. 50; come marito di Flandina Enrico era l’amministratore dei suoi beni dotali: cfr. Caen, Le régime féodal etc..’, cit., p. 87.”.

Dal 1092-92 al 1105, Simone di Sicilia, futuro conte di Policastro, figlio di Ruggero I d’Altavilla, gran conte di Sicilia e di “Adelasia” o Adelaide del Vasto

Il primogenito di Ruggero I d’Altavilla fu un figlio naturale di nome Giordano (1055c.-1092), che non sopravvisse al padre. Simone d’Altavilla, noto anche come Simone di Sicilia (Palermo, 1093 – Mileto, 28 settembre 1105) fu il primogenito e successore designato di Ruggero I, Gran Conte di Sicilia, e di Adelaide del Vasto, la quale tenne la reggenza durante il suo breve regno. Simone ereditò la contea di Sicilia nel 1101, ancora molto giovane, e morì appena quattro anni dopo, nel 1105 a Mileto, dove fu sepolto nell’abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni. Gli successe il fratello, il grande Ruggero II, (dopo la reggenza della madre Adelasia fino al 1112) che sarebbe poi diventato Re di Sicilia. Dunque, la Contea di Sicilia, fu retta fino al 1112 dalla madre Adelaide del Vasto, in accordo con Ruggero Borsa, nipote di Ruggero I d’Altavilla, padre di Simone.  Da Wikipidia leggiamo che Adelaide del Vasto, anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato; i loro figli furono: 1. Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia. Simone, figlio di re Ruggero I morì nel 1105, e poi, fino al 1112 vi fu la reggenza della madre Adelasia del Vasto. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Su Simone, la madre Adelaide del Vasto e la sua reggenza ha scritto Ernesto Pontieri. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 440-441, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Lungi dall’avventurarci nell’aggrovigliata questione sul numero e sull’individuazione dei figli, legittimi e naturali, del conte Ruggero, ci limitiamo a notare che egli ebbe due figli aventi lo stesso nome di Goffredo: costume non insolito nelle famiglie normanne, anzi nella stessa famiglia di Tancredi di Hauteville, il padre di Ruggero….Ora il Malaterra, dopo aver ricordato la morte di Giordano, avvenuta nel 1092, testualmente aggiunge…..Ma ecco che, alcuni mesi dopo, Adelasia dava alla luce Simone, salutato dall’esultanza di tutta la corte. Anche il Malaterra mostra di commuoversi davanti al fausto evento e lo celebra inserendo nel ‘De rebus’ un carme, etc…”. Pontieri, a p. 442, in proposito alla nascita di Simone, scriveva che: “La casa del gran conte di Sicilia era dunque pervasa di letizia, perchè Adelasia aveva dato al consorte non solo un figlio maschio, ma anche l’atteso erede. Certo, in un atto della cancelleria del conte Ruggero, consacrante una donazione da lui fatta nel 1094 al monastero di S. Maria “de Rokella apud paleapolim”, in Calabria, il nome di Simone vi è rappresentato come “filius Rogerii comitis et heres”(65).”. Pontieri cita il documento a p. 442, nella nota (65) postillando: “(65) Regii Neapolitani Archivi Monumenta, vol. VI, doc. VIII, pp. 159-160.”. Pontieri cita il documento a p. 442, nella nota (65) postillando: “(65) Regii Neapolitani Archivi Monumenta, vol. VI, doc. VIII, pp. 159-160.”. Pontieri, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”. Il Pontieri parlando di Ruggero I d’Altavilla, scriveva che Simone, conte di Policastro successe al padre nel 1101 dopo la sua morte. Dunque scriveva che Simone, conte di Policastro era figlio naturale di Ruggero I e di Adelaide del Vasto. Anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 439, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Il 22 giugno 1101 Ruggero moriva a Mileto, in Calabria, sua dimora domestica preferita, e quivi i suoi resti vennero sepolti (59). Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Pontieri, a p. 439, nella nota (59) postillava: “(59) Vedi ‘Necrologium Casinense’, in Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, t. V., p. 76; Lupo Protospatario, Chronicon, ed. Pertz, in MGH., SS., ad an. 1101; Annales Siculi, ed. E. Pontieri, In Muratori, RR. II. SS.(2), t. V, p. 115; Romualdo Salernitano, p. 202, n. 6; il sarcofago, tuttora conservato, in cui fu deposta la salma del conte, è stato illustrato da L. De La Ville sur Yllon, La tomba di Ruggero conte di Calabria e di Sicilia, in “Napoli nobilissima”, 1892.”. Dunque, in questo passaggio, il Pontieri, parlando della reggenza di “Adelasia”, l’ultima moglie di Ruggero I d’Altavilla che morì nel 1101, ci parla di Simone, figlio di Ruggero I d’Altavilla, perchè scrive che: Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Sulle origini di Simone, figlio di “Adelasia” e di Ruggero I d’Altavilla, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 437, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito racconta che: “Nel 1098 Ruggero era stato chiamato in suo aiuto dal principe di Capua, il normanno Riccardo II Drengot, contro cui, due anni prima, era insorta la popolazione longobarda della capitale, costringendolo ad allontanarsene. Il conte di Sicilia, al quale Riccardo, in cambio dei soccorsi richiesti, aveva ceduto i diritti che Capua vantava su Napoli, accorse in testa a compatte schiere di armati, in mezzo ai quali spiccavano intrepidi manipoli di musulmani di Sicilia. Capua, vigorosamente assediata dal conte Ruggero e da suo nipote Ruggero I di Puglia che lo fiancheggiava, capitolò. Durante questa vicenda, ….Adelasia seguì il marito, sostando con lui e con le soldatesche che li seguivano dappima in Calabria e da ultimo nelle terre attigue a Benevento, donde, dopo essersi incontrati col pontefice Urbano II, che invano si era fatto mediatore tra i belligeranti, i due coniugi mossero verso Capua (56).”. Pontieri, a p. 438, nella nota (56) postillava: “(56) Sull’assedio di Capua vedi Malaterra, I. IV, 27, p. 125, e cfr. Schipa, Storia del Ducato napoletano, cit., p. 349; Idem, Il Mezzogiorno anteriormente alla Monarchia. Ducato di Napoli e Principato di Salerno, pp. 196-97.”.  Pontieri, a p. 438, scriveva pure che: “Già Adelasia aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); alcuni anni dopo lo rese padre una seconda volta, dandogli Ruggero, il futuro unificatore delle conquiste fatte dai suoi antenati in Italia (58).”. Infatti, il Pontieri postillava che “Adelasia” “….aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); etc…”., aggiungendo che il futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla era l’altro fratello di Simone, conte di Policastro.  Pontieri, a p. 438, nella nota (57) postillava: “(57) Il Malaterra. I. IV, 19, p. 98, pone la nascita di Simone dopo la morte di Giordano, suo fratello, ossia nel 1092. Il 26 aprile di questo anno, Giordano, come risulta da un atto di donazione fatta dal conte Ruggero al monastero di S. Agata di Catania, era ancora vivo: cfr, Kehr, Die Urkunden der normannischen-sicilischen Konige, cit., p. 14. Tale data è da preferirsi all’altra segnata nel ‘Necrologium Panormitanum’, ed. Winkelmann, in “Forshungen zur deutschen Gesch.”, XVIII, (1878), p. 474, secondo cui ‘critiques sur quelches diplomes normands de l’Archivio Capitolare di Catania, estr. dal “Bullettino dell’Archivio Paleografico italiano”, N.S., I-III (1956-1957), p. 149.”. In questo passaggio, Pontieri spiega che Simone dovrebbe essere nato da “Adelasia” subito dopo la morte di “Giordano”, altro figlio di Ruggero I d’Altavilla. Sempre il Pontieri, su Simone, a pp. 438-439, nella nota (58) postillava: “(58) Terminata la narrazione dell’assedio di Capua, il Malaterra, I. IV, 26, p. 105, aggiunge, in un’annotazione cronologica curiosa quanto generica: “ibi se impregnavit comitissa Adelasia de comite Rogerio”; in breve, il futuro re Ruggero II sarebbe stato concepito nel 1098 (primavera). Senonchè Romualdo Salernitano, ed. Garufi, p. 236, informatissimo della biografia di Ruggero II, dà elementi cronologici inconciliabili col contenuto della annotazione del Malaterra; infatti, registrata al 1152 (ma al 1154), la morte di Ruggero, egli aggiunge: “mortuus est…anno vite sue quinquagesimo octavo, mensibus duobus, diebus quinque, vicesimo septimo die mensis Februari, anno regni sui vicesimo IIII, anno Dominice incarnationis MCLII, Indic., I.”; di modo che, fondando i calcoli su questi elementi anagrafici, che collimano con quelli delle fonti, Ruggero II sarebbe nato il 22 dicembre 1095, e cioè poco più di due anni dopo suo fratello Simone. Questa data viene accettata sia dall’Amari, Musulmani, cit., vol. III, p. 199, che dallo Chalandon, op. cit., vol. I, p. 352-53. e dal Caspar, Roger II, cit., pp. 21-22. Rimane però inspiegabile la bizzarra nota del Malaterra etc…”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, parlando del Gran Conte di Sicilia, Ruggero I d’Altavilla, sposo di Adelaide del Vasto, a p. 227, in proposito scriveva che: Pure qualche atroce dolore non risparmia il suo cuore paterno: la moglie del figlio prediletto, sia pur ribelle una volta (L. III, cap. 36), dell’erede Giordano (L. IV, cap. 18). Ma Dio consola di lì a poco il Conte, perchè Adelasia gli dà il piccolo Simone, sul cui capo egli può riporre le sue speranze e conservargli il ricordo di un passato di lavoro e di stenti, dal quale è germinata la potenza presente (capitolo 19). Ecc..”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a pp. 417-418, parlando e riferendosi a Policastro, sulla scorta dell’Ughelli e del Telesino (…), scriveva: “Ma il Conte Ruggieri avendolo ampiamente ristorato, e rifatto, a Simone suo figlio bastardo lo diede. Il citato Ughellio ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta. Ed è acciò distintamente veggasi, che questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; e dell”Abbate Telesino, nel principio del libro I’ ce ne fu lasciata memoria con le seguenti parole:  “Huic quippe (cioè Ruggiero Juniore) unicus erat frater primogenitus nomine Simon, qui Patri obituro successurus erat.”. E poco dopo aggiungeva che: “Factum est autem dum Simon Genitorque Rogerius vi numinis ad extrema pervenissent, Rogerius minimus ad potiendum Comitatum haeres succedit.”. Anche la ‘Cronaca di F. Corrado’ ce ‘l disse così: “Post hunc Simon ejus primogenitus filiorum Regnum eccepit, qui per paucos vixit annos”. Del Simone Signore di Policastro, che fu il Bastardo, spessissima menzione si trova fatta in ‘Falcando nella storia Sicola’ nè tempi di Re Guglielmo; e di lui, come di giusto, potente nimico aveva Majone tutto il possibil timore. Ecc…”. Ecco ciò che scrive l’Antonini su Simone figlio di Ruggero I d’Altavilla.

Antonini, p. 417

(Fig….) Pagine n. 416-417, tratte dalla ‘Lucania’ dell’Antonini (…), Discorso X, parte II

Dal 1101 al 1112, Adelaide del Vasto, la sua reggenza dopo la morte di Ruggero I d’Altavilla e la contea di Policastro

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 439, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Il 22 giugno 1101 Ruggero moriva a Mileto, in Calabria, sua dimora domestica preferita, e quivi i suoi resti vennero sepolti (59). Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Pontieri, a p. 439, nella nota (59) postillava: “(59) Vedi ‘Necrologium Casinense’, in Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, t. V., p. 76; Lupo Protospatario, Chronicon, ed. Pertz, in MGH., SS., ad an. 1101; Annales Siculi, ed. E. Pontieri, In Muratori, RR. II. SS.(2), t. V, p. 115; Romualdo Salernitano, p. 202, n. 6; il sarcofago, tuttora conservato, in cui fu deposta la salma del conte, è stato illustrato da L. De La Ville sur Yllon, La tomba di Ruggero conte di Calabria e di Sicilia, in “Napoli nobilissima”, 1892.”. Pontieri, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”. Dunque, come ha scritto il Pontieri, la corona della contea di Sicilia e di Calabria, dopo la morte di Simone, nel 1105 passò al fratello minore Ruggero che sarà il futuro Ruggero II d’Altavilla. Il Pontieri scrive pure che nel 1105, Ruggero II, sebbene avesse ereditato per successione la corona di Sicilia e Calabria, essendo ancora minorenne non poteva governare. Lo fece la madre Adelasia, ultima moglie di Ruggero I. Adelasia prese la reggenza della contea di Sicilia e di Calabria e la tenne fino all’anno 1112.  Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei, tra cui il fratello Enrico del Vasto (che aveva sposato Flandina, figlia del marito), e di altra origine, fra cui soprattutto Cristobulo. Fu durante il periodo di reggenza che redasse ciò che oggi è conosciuto come il documento cartaceo più antico d’Europa. È il cosiddetto “Mandato di Adelasia“, scritto nel 1109. Si tratta di un documento bilingue, in greco nella sezione superiore e in arabo in quella inferiore, con cui si ordinava ai vicecomitali della terra di Castrogiovanni di proteggere il monastero di San Filippo di Demenna, sito nella valle di San Marco. Adelasia adottò la carta perché non si trattava di un diploma o di un privilegio ufficiale, per i quali veniva adoperata la più solenne pergamena, ma piuttosto di un atto di natura transitoria. L’uso della carta era già stato mediato dal mondo arabo. Il documento, prima conservato presso l’abbazia di San Filippo di Fragalà, venne poi acquistato dall’Archivio di Stato di Palermo, dove si trova tuttora. Adelasia del Vasto sposò nel 1087 Ruggero I di Sicilia, del quale fu la terza e ultima moglie e al quale diede quattro figli tra cui Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia ed il futuro re di Sicilia, il fratello minore Ruggero II d’Altavilla. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 168, in proposito scriveva che: “Alle origini, però, ossia all’epoca del conte Ruggero e della reggenza della contessa Adelasia durante la minorità di Ruggero II (1062-1112), le signorie feudali d’una certa importanza furono nelle Calabrie poche, assai poche, e, per di più, con la testa personaggi legati da parentela ai conquistatori.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 302, in proposito scriveva che: “La prima violenta manifestazione della gelosia e del cozzo d’interessi fra le due comunità si ebbe nel 1110, a Messina, davanti ad un tribunale presieduto dalla contessa Adelasia, che reggeva la contea di Sicilia e Calabria per il minorenne Ruggero, il futuro Ruggero II………L’Abbate di S. Eufemia aveva denunciato il priore di Bagnara, Costanzo, e i suoi canonici, perchè, ……La reggente Adelasia, chiamati a sè ecc…”. Dunque, Pontieri la chiamava “Adelasia”, ultima moglie del “Gran Conte” di Sicilia (il conte Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo) e madre di Simone e di Ruggero II. Il Pontieri, nell’indice scriveva: “Adelaide (contessa) vedi Adelasia, pp. 168, ecc…”. Dunque, secondo il Pontieri la madre di Simone e di Ruggero, futuro re Ruggero II, la chimava “Adelaide” oppure “Adelasia”.

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 468-469, in proposito scriveva che: “E’ vero che, sotto il profilo giuridico, metà di Palermo, come del resto Messina e della Calabria, continuava ad essere sottomessa alla sovranità feudale del duca di Puglia, essendo rimasta immutata, sotto la reggenza, la convenzione intervenuta, nel corso della conquista, tra Roberto il Guiscardo, capo supremo dei Normanni, e suo fratello Ruggero, convenzione che stabiliva appunto tale divisione (113).”. Pontieri continuava a p. 469 a scrivere che: “E’ probabile che l’insediamento, per lo meno ufficiale, avvenisse nel 1112…..E’ questo l’ultimo atto pubblico in cui interviene Adelasia nella sua qualità di reggente. Ruggero II aveva ormai raggiunto il suo sedicesimo anni di età. Anche se non possiamo con esattezza stabilire quanto legalmente ebbe termine la reggenza, piace alla fantasia raffigurarsi, sulla scorta del surriferito documento, il giovinetto Ruggero, uscito di minorità, a lato di sua madre nell’atto in cui questa, nello sfondo regale etc…”. Pontieri, a p. 468, nella nota (113) postilava che: “(113) Le informazioni date dalle fonti non sono concordi circa queste divisioni in due parti dei territori conquistati in Calabria e in Sicilia tra i due fratelli d’Hauteville. Ad ogni modo, per quanto concerne la Sicilia, Amato di Montecassino, è molto preciso quando riferisce che, dopo la caduta di Palermo, “le Duc donna à son frere, lo cont Roger, toute la Sycille, se non que pour lui reserva la meité de Palerme et la meité de Messine, et la moité de Demede (Val Demone). Et li conferma la parte de Calabre laquelle avoit avant de Sycille”: cfr. Amato, ed. De Bartolomeis, VI, 21, 283, e la testimonianza è confermata da Falcone Beneventano nel brano che riportiamo nella nota seguente. Il Gregorio, Considerazioni, etc.., cit. in Opere scelte, p. 107, credette che Ruggero I di Puglia nel 1091 avesse ceduto a suo zio Ruggero I di Sicilia la metà di Palermo di sua pertinenza, onde ricompensarlo dell’aiuto portatogli nella guerra che aveva avuto dovuto muovere contro suo fratello Boemondo, ribelle in Calabria. L’affermazione del Gregorio si basava su una errata lezione del vecchio testo del Malaterra etc…”.

Dal 1105 al 1112, Adelaide del Vasto, la sua reggenza dopo la morte di suo figlio Simone fino alla maggiore età di Ruggero II d’Altavilla

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”. Dunque, Pontieri scriveva che Simone, erede e successore della corona della Contea di Sicilia e di Calabria morì nel 1105 e da allora la corona passò all’altro figlio, Ruggero che, però, essendo minorenne non poteva governare. Fu la madre Adelasia che governò fino alla sua maggiore età. Da Wikipedia leggiamo che   Ruggero II di Sicilia (Mileto, 22 dicembre 1095 – Palermo, 26 febbraio 1154), conosciuto anche come Ruggero (o Ruggiero) il normanno[2], figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla, fu gran conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del Regnum Siciliæ indipendente. Dopo la nascita del regno, in virtù delle conquiste sulla costa africana, acquisì anche il titolo di re d’Africa. Alla morte del padre, avvenuta a Mileto nel 1101, sua madre riuscì a governare la Sicilia con l’aiuto di valenti consiglieri, mentre lui ed il fratello erano ancora in tenera età. Nel 1105 morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne conte di Sicilia. Divenuto maggiorenne nel 1112, cessò la reggenza della madre Adelaide del Vasto, e si dimostrò subito in grado di governare con autorità e saggezza, continuando la linea di espansionismo del padre.

Dal 1111 al 1114, Adele di Fiandra (Adelaide o Adala), moglie di Ruggero Borsa e madre di Guglielmo II di Puglia, la sua reggenza e la contea di Policastro

Ruggero Borsa morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale Cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Alla sua morte il ducato fu ereditato dal figlio Guglielmo, il quale si rivelò un governante debole quanto e più di suo padre. Il dominio fu poi definitivamente ereditato da Ruggero II. Dopo la morte di Ruggero Borsa (Ruggero I di Puglia, figlio di Roberto il Guiscardo), si aprì la successione al Ducato di Puglia con il figlio Guglielmo II di Puglia che però era ancora minorenne e quindi prese la reggenza la madre Adala o Adelaide figlia di Frisone. Da Wikipidia leggiamo che Adelaide di Fiandra (1064 (circa) – aprile 1115) fu regina consorte di Danimarca. Adelaide restò alla corte del fratello Roberto II di Fiandra fino al 1092 quando andò in moglie a Ruggero Borsa, Duca di Puglia. Con lui ebbe: Guglielmo detto Guglielmo II di Puglia che ereditò il Ducato di Puglia e Calabria dopo la morte del padre Ruggero Borsa nel 1111. Da Wikipidia leggiamo che nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia, da non confondere con Guglielmo II di Sicilia detto il “Buono”, figlio di Guglielmo I il Malo. Il duca Ruggero Borsa sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Adele (Ala, Alaina, Athela). Nella prima metà del 1092 sposò Ruggero Borsa, duca di Puglia e Calabria, e già nel maggio 1092 sottoscriveva una donazione del marito al monastero di S. Lorenzo d’Aversa. Dei tre figli avuti da questo matrimonio sopravvisse il solo Guglielmo: Luigi morì poco dopo la nascita, nel 1094, e Guiscardo verso il 1108. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) detto pure Guglielmo II di Puglia, figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1114 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postillava che: “(36)……e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ecc..”.Dunque, in questo breve passaggio l’Ebner ci parla della reggenza di “Adala”, così chima la madre di Guglielmo II di Puglia, moglie di Ruggero Borsa e figlia di Roberto di Fiandra detto il Frisone. “Adala” o “Adelasia”. In un documento pubblicato dall’Ughelli (…), del 1100, che vedremo innanzi, la moglie di Ruggero Borsa, e madre di Guglielmo II di Puglia, viene detta: Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”, in cui compare il Vescovo Arnaldo (a. 1110).  Rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni; le ricche donazioni fatte all’abate Pietro di Cava, sostegno degli Altavilla nel Mezzogiorno, fanno però supporre che ne abbia cercato il potente appoggio. Aveva da poco lasciato la reggenza, quando morì nell’aprile 1114. Fonti e Bibl.: Regii Neapolitani Archivi Monumenta, V, Napoli 1857, n. 445 a pp. 137-139, n. 454 app. 140-143, n. 456a pp. 144-146, n. 460 a p. 155, n. 477 a p. 203; Romualdi Salernitani, Chronicon, in Rer. Italic. Script., 2 ediz., VII, 1, a cura di C. A. Garufi, pp. 200, 207; P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava,Cava dei Tirreni 1877, pp. XVI, XVIII; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, I, Paris 1907, pp. 298 s., 311, 313, 317. Su questa “Adala” ha scritto Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a p. 416 parlando di “Adelasia”, l’ultima moglie di Ruggero I, nella nota (8) postillava che: “(8)…..Ancora più banale è l’annotatore (Naldi) del ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae regis Libri quattuor’ di Alessandro di Telese, nell’edizione fattane dal De Re (‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi e inediti’, vol. I, cit., l. I, c. 3, p. 90, e p. 149, n. 2), là dove, per lumeggiare la persona di “Adelasia”, appena accennata dal cronista, scrisse che fu “figliola di Roberto Marchese delle Fiandre, detto il Frisio, e nipote di Filippo re di Francia e nipote di Bonifacio marchese di Monferrato”. Si dirà, per incidenza, che lo strano abbaglio è avvenuto per la confusione di Adelasia, moglie di Ruggero di Sicilia, con un’altra “Adala” (ricordata dal Malaterra, l. IV, 20, pp. 98-99, e 26, p. 104, con questo nome), la quale, figlia di Roberto il Frisone, fu invece moglie di Ruggero I, duca di Puglia, figlio e successore del Guiscardo.”. Dunque, proprio in questa nota, Pontieri postillava che “Adala” fu la moglie di Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e suo successore.

Dal 1114 al 1127, re Guglielmo II di Puglia e la contea di Policastro

Da Wikipedia leggiamo che Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) detto pure Guglielmo II di Puglia, figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1111 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 92-93, parlando dei Normanni nel Principato Salernitano, in proposito scriveva che: Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia a cui aspirava il cugino Ruggero, già terzo conte di Sicilia per la morte del fratello Simone (a. 1113), ambedue figliuoli di Ruggero, il “Gran Conte” signore della Sicilia (a. 1101) e della Calabria (a. 1120).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner ci parla di tre ‘Ruggero’ ma cita anche “Simone”, fratello del futuro re Ruggero II, ed entrambi figli di Ruggero I di Sicilia, quello che chiama il “Gran Conte”. Dunque, Ebner scrive che Simone, erede primogenito e fratello del futuro Ruggero II d’Altavilla, morì nell’anno 1113. Dunque, se dopo la morte di Roberto il Guiscardo (a. 1085) si aprì la successione fra Ruggero Borsa ed il fratellastro Boemondo, entrambi figli di Roberto il Guiscardo. Dall’altra, dopo la morte, nel 1113 senza eredi di “Guglielmo II di Puglia” (cosiddetto dagli storici moderni), erede e successore di Ruggero Borsa, suo padre e, si aprì la successione con i due fratelli del Regno di Sicilia, i figli di Ruggero I d’Altavilla: Simone ed il futuro Ruggero II d’Altavilla. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1114 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Dunque, sia da Ebner che da Wikipidia apprendiamo che Guglielmo II di Puglia, visse dal 1095 al 1127. Infatti, l’Ebner, a p. 92, nella sua nota (36) riferendosi alla morte di Ruggero Borsa postillava che: “(36)…..e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, dopo la morte di Ruggero Borsa, il figlio minorenne Guglielmo detto “II di Puglia”, diventò “terzo duca” del Ducato di Puglia e di Calabria, con la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ebner, a p. 93, nella sua nota (37) postillava che: “(37) Telsino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis’, III, 2.”. Dunque, riguardo le notizie su “Simone di Sicilia” ed il cugino Guglielmo II di Puglia, Ebner cita il manoscritto o il chronicon di Alessandro Telesino. Dunque, sia da Ebner che da Wikipidia apprendiamo che Guglielmo II di Puglia, visse dal 1095 al 1127. L’Ebner, a p. 92, nella sua nota (36) riferendosi alla morte di Ruggero Borsa postillava che: “(36) …..e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone.”. Oltre al titolo ducale di Puglia e Calabria, Guglielmo ereditò dal padre anche lo stesso carattere debole e inetto: durante il suo regno, egli, infatti, dimostrò tutta la sua inabilità al governo, che mise in pericolo la stabilità dei domini peninsulari degli Altavilla. Ben presto venne in conflitto con il cugino Ruggero II di Sicilia, uno scontro risolto solo con l’intervento di papa Callisto II, che, nel 1121, riuscì a pacificare i due rivali. Guglielmo e Ruggero giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta di Giordano conte di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Nel 1125, ricevette dal papa Onorio II l’investitura del Ducato di Puglia e Calabria. Nel 1114, aveva sposato Guaidalgrima, una figlia del conte Roberto di Alife, ma i due non ebbero figli. Alla sua morte, nel 1127, Guglielmo non aveva eredi legittimi e l’intero Mezzogiorno normanno fu ereditato dal cugino, il Gran Conte Ruggero, futuro Re di Sicilia. Generalmente considerato una figura insignificante dagli storici moderni, Guglielmo fu molto rispettato dai propri contemporanei, fu popolare fra i suoi feudatari e lodato per la sua abilità militare. Nel 1125, appena trentenne si preoccupò di erigere il proprio mausoleo funebre nella cattedrale di Salerno: era un triste presagio, morì due anni dopo. Ebner, a p. 93, nella sua nota (37) postillava che: “(37) Telsino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis’, III, 2.”. Dunque, riguardo le notizie su “Simone di Sicilia” ed il cugino Guglielmo II di Puglia, Ebner cita il manoscritto o il chronicon di Alessandro Telesino. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi etc…”, a p. 74 (vedi versione a cura del Visconti) parlando della Diocesi e riferendosi a Castelruggero, in proposito scriveva che: “Il re Ruggero, fondatore di questo nostro Regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò al rango di Contea e la donò (52) al suo figlio illegittimo Simone; ecc..”. Dunque, il Laudisio si riferiva al Simone che successe al padre re Ruggero II e non a Ruggero Borsa. Nell’anno 1152, entra in scena Ruggero I d’Altavilla, gran Conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo. Infatti, Ruggero Borsa, non aveva figli di nome Simone. Il “figlio bastardo”, Simone, a cui fanno riferimento le cronache, era figlio di Ruggero I d’Altavilla (e fratello di Ruggero poi detto Ruggero II) e, figlio di Adelasia del Vasto che resse il regno di Sicilia ed altri possedimenti normanni fino al 1122. Il Cataldo (…), a p. 29, scriveva: “Il Duca Roberto Normanno la distrusse nel 1065; il Re Ruggiero poi la ricostruì splendidamente e, insignita del titolo di Contea, la donò al suo figlio bastardo”. Quì il Cataldo, scrive correttamente il “Re Ruggero”, riferendosi a Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo. Si tratta del conte Simone, primogenito di Ruggero I (fratello del Guiscardo e non di Ruggero II). Il Conte Simone, figlio bastardo di Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo e gran-conte di Sicilia. Il Cataldo scrive pure che in quell’anno (a. 1152), Ruggero Borsa offrì al Vescovo il “Castello” “De Rogerio” (il borgo fortificato di Castelruggero). Infatti, in quegli anni, sotto Ruggero Borsa si costituì la baronia ecclesiastica di Torre Orsaia e Castelruggero. Il Cataldo, scriveva ancora su “Simone” (figlio bastardo di re Ruggero I d’Altavilla), che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”.”. La notizia del “Simone” che finì in carcere è veritiera ma ciò non accadde nel 1155. Questo “Simone” era figlio illegittimo di Ruggero I d’Altavilla ed era fratello di Ruggero II d’Altavilla che salirà al trono di Sicilia nel 1130. Il Cataldo, proseguendo ancora il suo racconto scriveva pure che: “L’anno di consegna a Simone fu il 1152, anno in cui Policastro divenne Contea e Ruggiero II offrì al vescovo con perpetua investitura baronale, il Castello, detto da lui “De Rogerio” ecc…” e poi pure che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, ecc…”. Dunque, il passaggio è molto contraddittorio. Le notizie del Cataldo su Policastro sono tratte dal Laudisio e dall’Ughelli. Il Cataldo (….) subito dopo aggiunge che: “Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, ecc..”.

Ruggero II d’Altavilla re di Sicilia

Da Wikipidia leggiamo che Ruggero II di Sicilia, conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla. Era figlio secondogenito del gran Conte di Sicilia, il normanno Ruggero I d’Altavilla e di Adelasia di Monferrato (Adelaide o Adelasia del Vasto). Fu conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del ‘Regnum Siciliae’ indipendente. Appena ereditato il trono del padre Ruggero I, re Ruggero II confermò con il ‘Crisobollo’ (un privilegio di cui parleremo), dell’aprile 1131, le precedenti donazioni fatte dai suoi predecessori alla chiesa di Rofrano. Alla morte del padre, avvenuta a Mileto nel 1101, sua madre Adelaide del Vasto, riuscì a governare la Sicilia con l’aiuto di valenti consiglieri, mentre lui ed il fratello erano ancora in tenera età. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1122). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei. Nel 1105, morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne conte di Sicilia. Divenuto maggiorenne nel 1112, cessò la reggenza della madre Adelaide del Vasto, e si dimostrò subito in grado di governare con autorità e saggezza, continuando la linea di espansionismo del padre. Nel 1121 sorsero le ostilità fra Ruggero II e suo cugino Guglielmo II, duca di Puglia (figlio e successore di Ruggero Borsa e Adela di Fiandra e nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria e da non confondere con il nipote di Ruggero II, Guglielmo II detto il Buono). Quando nel luglio del 1127, suo cugino Guglielmo II, morì senza figli ed eredi, Ruggero II reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e la Signoria di Capua. Ma Ruggero, in seguito ottenne la corona: il 27 settembre 1130 una Bolla di Anacleto II, consegnata al duca di Puglia presso la città di Avellino, fece Ruggero Re di Sicilia. Ruggero II era così divenuto uno dei più potenti sovrani d’Europa. Nell’estate del 1140 ad Ariano Irpino promulgò le ‘Assise di Ariano’, il corpus giuridico che formava la nuova costituzione del Regno di Sicilia. A lui si deve anche l’istituzione del ‘Catalogus baronum’, l’elenco di tutti i feudatari del regno, stilato per stabilire un più attento controllo del territorio, dei rapporti vassallatici e quindi delle potenzialità del proprio esercito.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘I Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

d'avino-porfirio

(…) Porfirio Gaetano, “Diocesi di ‘Policastro”, stà in D’Avino Vincenzo, ‘Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie’, Napoli, Stamperia Ranucci, 1948,  a p. 538

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio).

Di Luccia

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (9) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

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(…) Palazzo Ferdinando, Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006.

(…) Malaterra G., De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in ‘Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori‘, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte II. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002, p. 156 e s. Il Malaterra parla di Policastro nel Libro II, Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un ca-stello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo Vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (9). Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra. 

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 593. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo le famiglie di Camerota, si veda p. 239, tomo I. Riguardo la famiglia Marchese di Camerota, si veda: vol. I, p. 120. Riguardo la notizia del Malaterra, su Policastro in epoca Normanna si veda p. 537. Si veda pure: Hirsh – Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002.

Guillaume P.,

(…) Guillaume P., l’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (…), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (…), venne pubblicato dal Guillaume (…).

Gaetani - frontespizio-001

(…) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(…) (Fig….) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (16) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (…), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit., dice nella sua nota 59 a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Pare che il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (…). Si veda pure Padiglione C. (…), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata “La Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine” (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”. Sempre il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (…), op. cit., oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, op. cit. (4), trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (23), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (4), scriveva in proposito: Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.  Sul manoscritto di Mannelli, abbiamo pubblicato ivi lo studio: “Il manoscritto inedito di Luca Mannelli”, dove abbiamo pubblicato tutte le pagine del manoscritto originale conservato alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, recentemente acquisiti nel nostro Archivio. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, conservato e richiesto alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, su nostra richiesta e che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r e 51v. 

(…) Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna, p. 155 (Archivio Storico Attanasio).

Gay Jules, L'Italie_méridionale_et_l'empire_byzantin,

(…) Gay Jules, L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, ed. Albert Fontemoing, 1904, vedi p. 524 sulla distruzione di Policastro e la traduzione a Nicotera. Successivamente tradotta in Italia, Firenze, 1917, ed. Libreria della Voce, p. 491 (citato da Ebner).

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(…) Gay Giulio, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, ristampa e presentazione a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, Lecce, 2011, p. 253  (Archivio Storico Attanasio); riguardo la diocesi di …………….., si veda dello stesso autore Gay I., Les Diocèses de Calabre à l’epoque byzantine, in «Revue d’Histoire et Littérature Religieuse», V (1900), p. 254.

(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988.

(…) Volpe G., Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento, ed. Ripostes, Roma, 1888, p. 117.

(…) Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (…), p. 136 nota (c).

(…) Natella P. Peduto P., Pyxous – Policastro, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, rivista di I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.

(…) Guzzo A., Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia, ed. dell’Autore, Battipaglia, 1997, pp. 53 e s.

(…) Cappelletti G., Le chiese d’Italia dalle loro origini fino ai nostri giorni, Venezia, Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 328-329 e 367-377. Lettera del pontefice (Quoniam Velina) riportata da Cappelletti. Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» Paul Kehr (Italia Pontificia, VIII, p. 370)

(…) Platina Bartolomeo, ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platino, ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, del 1593, p. 170

(…) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

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(…) Schipa Michelangelo, Il Mezzogiorno d’Italia, anteriormente alla Monarchia, ed. La Terza & figli, Bari, 1923 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Troyli P.P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53. Vedi pure: Paolo Diacono, Historia, miscellanea, Lib. XIII; oppure Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Roma, edizioni di Storia e letteratura, 1976, egli sostiene che il Bussento detto Basentium dal Diacono Paolo, sia il nostro Bussento. Si veda pure: Attanasio F., Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà in ” I Corsivi”, n. 12, 1978. Si veda pure: Troyli Placido Abate, op. cit. tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135.

(…) Volpicella Luigi, Notamento delle Opere relative alla Storia ed alla Topografia della Provincia di Basilicata tratto da un lavoro inedito intitolato: La Biblioteca Storica e Topografica del Regno di Napoli, raccolta e pubblicata nel 1795 da Lorenzo Giustiniani, ed ora corretta, accresciuta ed in miglior ordine disposta ecc..estratto dal Giornale Economico-letterario della Basilicata, nuova serie, anno 1852, fascicolo terzo.

(…) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio), “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione MAFFEI, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527)

(…) Amato di Montecassino, in latino Amatus Casinensis’ (Salerno, 1010 circa – Abbazia di Montecassino, 1º marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della ‘Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Secondo il suo volgarizzatore francese, Amato sarebbe nato a Salerno. Concordemente si ritiene che sia stato anche vescovo, probabilmente nella sede di Pesto-Capaccio dal 1047 al 1058. Probabilmente rinunciò all’episcopato per dedicarsi all’attività letteraria nella quiete del monastero di Montecassino. Dal Chronicon Casinense sappiamo che fu l’autore del De Gestis apostolorum Petri et Pauli in quattro libri, in versi esametri, e della Historia Normannorum in otto libri, entrambi composti verso il 1080; Pietro Diacono ci informa che fu autore anche di altri due scritti: De laude eiusdem pontificis e De duodecim lapidibus et civitate caelesti Hierusalem. La Historia Normannorum’, comprendente eventi dal 1016 al 1078, è dedicata all’abate Desiderio; pur perduta nella versione originale, è sopravvissuta attraverso una traduzione francese del XIV secolo (L’Ystoire de li Normant), conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. È presumibile che sia stato testimone degli avvenimenti narrati nella sua cronaca, che è la fonte primaria per conoscere la storia della presenza normanna nel Mediterraneo, letta secondo il punto di vista della grande abbazia di Montecassino, uno dei centri culturali e religiosi del Cristianesimo dell’XI secolo. Amato descrive l’assedio normanno di Bari e quello di Salerno, la conquista della Sicilia e la presa del potere da parte di Roberto il Guiscardo come pure la Riforma gregoriana dal punto di vista del papato, il tutto inframmezzato da narrazioni di profezie e miracoli. Molti dettagli della storia dell’XI secolo, come la freccia che avrebbe ucciso Aroldo II d’Inghilterra nella battaglia di Hastings colpendolo a un occhio, provengono dal cronista di Montecassino. È piuttosto preciso nel riportare i fatti nonostante l’intento celebrativo per Roberto il Guiscardo e Riccardo di Capua. Secondo il necrologio del cod. Vat. Borgiano 211, Amato morì il 1º marzo di un anno imprecisato, probabilmente allo scadere del secolo nel monastero di Montecassino. Edizioni del suo Chronicon sono: (FR) L’ystoire de li Normant, et la chronique de Robert Viscart par Aime, moine du Mont-Cassin, publiées pour la première fois, d’apres un manuscrit francois inedit du 13. siecle pour la societe de l’histoire de France, par M. Champollion Figeac, Paris 1835; Ystoire de li Normant par Aimé, publiée avec une introduction et des notes par l’abbe O. Delarc, Rouen 1892; Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto storico italiano; 76), Roma 1935; ecc…

(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), mentre il Vol. II ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I, è intitolato: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; poi vi è il vol. III, ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946;  si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994; si veda pure: Carlo Carucci, Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano, in ‘ASCL’, a. II.

(…) Carucci Arturo, S. Gregorio VII e Salerno, Salerno, ed. Arti Grafiche, 1954 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carucci Giacinto, S. Gregorio 7. a Salerno : ricerche storiche / pel prof. G. Carucci, Salerno, 1885, 65, parlando del monastero di S. Benedetto di Salerno, la dice fondata nel 725 dal Longobardo Guibaldo Salernitano divenuto più tardi primo abate e preposto

(…) AA.VV., “Con animo virile” Donne e potere nel Mezzogiorno medievale (secoli XI-XII) a cura di Patriazia Mainoni, ed. Viella, Roma, 2010 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Iorio R., La duchessa Sikelgaita, una longobarda romanizzata, stà in “Quaderni medievali”, n. 41 (1996)

(…) Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente , dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile15. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; Marchionibus 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Importante ma non unico luogo di rifugio per il patrimonio bizantino nell’Italia meridionale, il monachesimo italo-greco resistette alla separazione politica alla fine dell’XI secolo dall’impero bizantino e durò fino il Concilio di Trento come oggetto di attenzione dal sovrano come il papauté punto di beneficiare di scrivere una regola fatta a metà del XV secolo, dalla mano di Bessarione, basato sugli scritti asceti di San Basilio il Grande, nella prospettiva della creazione di un “Ordine di San Basilio”. Questi monaci e questi stabilimenti, la cui esistenza tende a minare i fondamenti di una rigida dicotomia tra Oriente e Occidente, troppo spesso avanzati per il Medioevo, divennero scrittori e curatori di archivi, i cui qualitative. Così, è in gran parte grazie alla presenza monastica greca nell’Italia medievale che la documentazione notarile italo-greca costituisce, dopo gli archivi di Athos, il secondo fondo medievale più grande in lingua greca – e anche la prima per il Medioevo centrale. Dopo André Guillou (…), che ha pubblicato una parte significativa di questa corpus, Cristina Rognoni continua l’attività editoriale con la pubblicazione di atti privati ​​greci di Messina convento archimandrital di Saint-Sauveur che sono legati alla Calabre. I fondi non pubblicati sono ormai rari, ma resta il fatto che alcuni archivi sono accessibili solo nelle vecchie edizioni, che meritano di essere ripresi. Si tratta di opere greche dell’Abbazia della Santissima Trinità di Cava de ‘Tirreni, provincia di Salerno, pubblicato nel 1865 da Francesco Trinchera (…), che sono stati oggetto di recente attenzione. Un altro fondo è stato particolarmente abusato da edizione incompleta e ha notevolmente invecchiato – ha già superato il punto di vista dell’editoria criteri scientifici, al momento della sua uscita: gli atti del monastero greco bizantina di S. Elia di Carbone, pubblicato da una sconosciuta inglese, Gertrude Robinson (30). Questa situazione dannosa per la conoscenza di un monastero e una popolazione greca immersi in un ambiente latino (il sud della Basilicata e Taranto zona) può essere riparato da una riedizione impresa ambiziosa dei documenti greci, l’XI e prodotti nel XII secolo, associato alla pubblicazione degli atti latini del fondo, un numero quasi equivalente. Tutte le offerte infatti una panoramica preziosa delle relazioni tra popolazioni greche e latine in Basilicata medievale.

(…) Holtzmann W., nel 1956, Holtzmann Walther, Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone; ha dovuto occuparsene con André Guillou (scuola francese di Roma) che si sarebbe occupato degli atti greci (…). Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou. Scrive il Breccia in una sua nota: “W. H o l t z m a n n , Die ältesten Urkunden des Klosters S. Maria del Patir, Byzantinische Zs. 26 (1926) pp. 328-351, che pubblica alcuni documenti dalle cartelle Chigi E VI 182-188.”.

(…) L’abbazia fu fondata da Roberto il Guiscardo e dalla moglie Sichelgaita di Salerno su richiesta di papa Niccolò II intorno al 1065, quale monastero benedettino. Il 31 marzo, la chiesa fu, per ordine di papa Alessandro II, dedicata a Santa Maria; la relativa cerimonia fu officiata da Arnolfo arcivescovo di Cosenza e dai vescovi Oddone di Rapolla e da Lorenzo di Malvito alla presenza di Roberto e Sichelgaita e dell’abate del monastero Abelardo. All’abbazia fu donato dal Guiscardo parte del territorio prima facente parte della diocesi di Malvito, il cui vescovo fu ricompensato con la somma di trenta schifani d’oro; oltre a ciò fu riccamente dotata dai normanni ed ebbe vari privilegi sia da papi che da re, che la resero ricca e potente. Il 18 novembre 1092 papa Urbano II, promotore della prima crociata, visitò l’abbazia. Già Alessandro II aveva posto l’abbazia sotto la diretta autorità papale, cosicché Matina compare nella parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. La fondazione imperiale conobbe una decadenza che la fine del XII secolo non interruppe. Gioacchino da Fiore rifiutò con decisione la proposta del re Tancredi di Sicilia di trasferire a Matina, da Fiore, il proprio monastero, essendo l’antica abbazia «allora in stato di grave declino». Le speculazioni della letteratura cistercense più antica, ossia che Matina fosse cistercense dal 1180, vengono ripetute acriticamente dal Bedini. L’ipotesi più accreditata è che l’abbazia venne fondata intorno al 1087 da una comunità di benedettini con a capo Sigismondo (primo abate del convento) e intorno al 1141 venne concessa ai cistercensi divenendo così una figlia di Clairvaux, a sua volta fondata nel 1115 da Bernardo di Chiaravalle. La Sambucina venne poi autorizzata dal Papa a fondare ovunque nel territorio case filiali, divenendo così “madre” di altre abbazie. Intorno al 1173, vi soggiornò Gioacchino da Fiore, teologo e fondatore dell’ordine Florense. Ma, queste ipotesi, sono contraddette da documenti di archivio della famiglia Aldobrandini. Da qualche parte leggiamo che, secondo il Fiore G., “Sant’Angelo di Frigillo in Mesuraca fu chiesa semplice fondata l’anno 500, come appare da una sua antichissima iscrizione” (1). Sulla scorta delle carte dell’Archivio Aldobrandini (…), apprendiamo che il Monastero greco fu poi latinizzato dai cistercensi della Sambucina (2). Era situato in diocesi di Santa Severina a due miglia da Mesoraca “sulla cima del monte in amena valle”, nelle vicinanze dell’incrocio di due vie pubbliche. Durante l’occupazione aragonese fu dato dal papa in commenda assieme a due altri monasteri dello stesso ordine cistercense: uno detto di S. Maria della Matina, che era situato in diocesi di Bisignano, e l’altro detto di S. Maria della Sambucina, in diocesi di S. Marco. Il capo della commenda era il monastero della Matina e gli altri due erano dette grange. Dunque, S. Maria della Matina e S. Maria di Sambucina erano due diversi monasteri. Nell’ottobre del 1221, su richiesta dell’abate di Sambucina e con il permesso di papa Onorio III ed dei vescovi locali competenti (Andrea di San Marco Argentano e Luca di Cosenza), la Matina diventa ufficialmente un monastero cistercense dipendente da Sambucina. L’atto diventa effettivo nel febbraio del 1222 con il consenso dell’imperatore Federico II e, dopo il completamento nel giugno 1222, viene confermato dal papa. Il nome comunemente usato rimase Matina, talvolta con delle aggiunte quali de Matina Sambucina o dictum sambucina Matina’. Consacrata nel 1065 alla presenza del duca normanno Roberto il Guiscardo, l’Abbazia dedicata a Santa Maria della Matina racchiude peculiarità del monastero benedettino cui più tardi nel tempo si sono aggiunti elementi architettonici dell’era cistercense. Fu diretta per un periodo dall’abate Ursus, che ricorre nella storia della nascita del Priorato di Sion che fortemente volle l’istituzione dei Cavalieri Templari. Secondo la leggenda, dall’Abbazia della Matina partirono verso Gerusalemme gli stessi monaci che concorsero a fondare l’antico Ordine di Sion con a capo Goffredo di Buglione, protetti da sua madre Matilde di Toscana. Papa Urbano II, che ben conosceva la signora, inviò Arnolfo di San Lucido a predicare nell’antica San Marco la prima crociata. Sembra che anche questi fosse tra i fondatori dell’Ordine di Sion. È il 31 marzo 1065. Alla presenza del Duca Roberto, della sua seconda moglie — Sikelgaita di Salerno — e di alcuni alti esponenti religiosi, si officia la dedicazione della chiesa abbaziale di S. Maria de La Matina: una solenne consacrazione che sta per segnare un posto nella storia. Voluta e realizzata dal Guiscardo, favorita dai papi e dai signori normanni, dotata di enormi ricchezze e privilegi (tra questi, il beneficio di sottostare unicamente alla giurisdizione del Santo Padre), accresce rapidamente in prestigio e potere. Nel 1092 ospita papa Urbano II, promotore della Prima Crociata: al suo appello risponderà anche Boemondo, primogenito del Duca, che partirà per la Terra Santa e la conquista di Antiochia. L’abbazia è benedettina dalla fondazione al 1222, anno in cui subentrano i Cistercensi: fatto salvo che per alcune esigue tracce del primo insediamento (ad esempio, la monofora a tutto sesto del Parlatorio), è proprio a questo periodo che risalgono le attuali testimonianze monumentali — tra cui la magnifica Aula Capitolare — considerate tra le più raffinate architetture cistercensi in Italia.

(…) Il fondo delle carte greche del Fondo della Famiglia Aldobrandini. Riguardo l’Archivio della nobile Famiglia Aldobrandini, una delle maggiori famiglie della nobiltà romana. L’archivio, dichiarato di notevole interesse storico il 10 luglio 1967, nella sua attuale connotazione risente della vicende familiari e dei relativi spostamenti delle carte. Nella seconda metà del sec. XIX fu redatto da Francesco Antonio Vannarelli un inventario con indice, che descrive analiticamente il contenuto di unità denominate “Tomi”. Non esistendo un ordinamento, la famiglia incaricò, all’inizio del sec. XX, Francesco Comparetti di schedare e riordinare l’archivio. Il Comparetti effettuò una schedatura analitica di quasi tutti i documenti descritti dal Vannarelli, ricostituendo artificiosamente delle serie per materia e riordinando cronologicamente la documentazione all’interno delle serie. Nel 1997 Paola Giannini della Soprintendenza archivistica per il Lazio ha proceduto ad un riscontro dello schedario con la documentazione esistente redigendo un inventario. Si veda: Vignodelli Rubrichi R., Il fondo Aldobrandini dell’Archivio Doria Landi Pamphilj, in “Archivio della Società romana di storia patria“, 1969 (92), ser. 3, vol. 23, pp. 15-40; Menager L.R., ‘Les documents calabrais du fonds Aldobrandini et l’histoire religieuse de la Calabre aux Xie – XIIe siècles’, in “Rivista di Storia della Chiesa in Italia”, 1959 (13), pp. 55-70; Vignodelli Rubrichi R., Il fondo detto “L’Archiviolo” dell’archivio Doria Landi Pamphilj in Roma, Roma, Società Romana di Storia Patria, 1972 (Miscellanea della Società Romana di Storia Patria, XXII). Gastone Breccia (…), a p. 31, scriveva che: “Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56) relative le prime al Patir, le seconde provenienti dall’abbazia di S. Maria della Matina e dai monasteri ad essa sottoposti. In quest’ultimo caso non si può parlare di fondi „sottratti” alla raccolta mennitiana perché i monasteri italo-greci in questione (S. Nicola presso Verbicaro, in Lucania, e S. Elia nella valle del Crati) dipendevano fin dal XII secolo da abbazie di ordini latini (57).”. Il Breccia, nella sua nota (56), postillava: “Sui documenti greci del fondo Aldobrandini (oggi Vat. lat. 13489) cfr. A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; su quelli latini cfr. P r a t e s i , Carte latine (cit. n. 11) pp. X L – X L I . Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 13489).”.

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(…) Pratesi Alessandro, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, Città del Vaticano, 1958, (Studi e Testi, 197), pp. X L – X L I, si veda per il fondo Aldobrandini delle carte latine. Il Borsari (…), nella sua nota (183) a p. 70, postillava che: “(183) A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’archivio Aldobrandini (Città del Vaticano, 1958: Studi e Testi, 197), n. 1, p. 5. Il Pratesi, pp. IX-X, ritiene che questo documento sia una falsificazione, ma la sua autenticità è stata dimostrata, in modo abbastanza convincente, da L. R. Menager, ‘Les documents calabrais du fond Aldobrandini et l’histoire religieuse de la Calabre aux XI-XII siecle, in ‘Rivista di storia della chiesa in Italia’, XIII (1959), pp. 59-61.“; si veda pure l’ddizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 13489).

(…) Il documento del 1065 sulla donazione del Guiscardo all’Abbazia di S. Maria della Matina. Silvano Borsari (…), si veda cap. II, pp. 69-70, nota (183), parla di un documento del 1065. Il Borsari (…), nella sua nota (183) a p. 70, postillava che: “(183) A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’archivio Aldobrandini (Città del Vaticano, 1958: Studi e Testi, 197), n. 1, p. 5. Il Pratesi, pp. IX-X, ritiene che questo documento sia una falsificazione, ma la sua autenticità è stata dimostrata, in modo abbastanza convincente, da L. R. Menager, ‘Les documents calabrais du fond Aldobrandini et l’histoire religieuse de la Calabre aux XI-XII siecle, in Rivista di storia della chiesa in Italia, XIII (1959), pp. 59-61.”. Si veda: Pratesi Alessandro, ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini’, Città del Vaticano, 1958, pp. X L – X L I, si veda per il fondo Aldobrandini delle carte latine; si veda pure l’edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 13489). Biagio Cappelli (…), nella sua nota (56), a p. 313, parlando dell’origine della carta di fondazione dell’anno 1065 (…), in cui vengono citati i due nostri Monasteri, postillava che: “(56) A. Pratesi, ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini’, Studi e Testi, 197, Città del Vaticano, 1958, pp. 5; 9. E’ per lo meno strano come nel ricchissimo indice di questo volume (p. 528), il Pratesi, dopo tanti studi al riguardo, (v. in questo studio ‘Il Mercurion’), erroneamente situi il Mercurion nella valle del Crati; tanto più strano perchè il documento del 1065 da lui edito specifica che il monastero di S. Pietro, ricordato, ed altri erano situati “in valle que Mercuri nuncupatur”.”. Il Cappelli, a p. 215, nella sua nota (32), a proposito dell’antico documento di donazione del 1065, postillava che: “(32) C. Caruso, ‘L’Arte e la fede nel sec. XII, Cosenza, 1929, pp. 74 ss.; P. Orsi, ‘S. Marco Argentano, in ‘Brutium’, a. VI (1926), (n. 10-11-12), estratto pp. 9 ss.; A. Pratesi, ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini’, Studi e Testi, 197, Città del Vaticano, 1958, pp. 5; 9; 25; 32.”. Riguardo l’antico documento del 1065, pubblicato per la prima volta dal Pratesi (…), che pubblicava le carte provenienti dall’Archivio della nobile famiglia Aldobrandini, una delle maggiori famiglie della nobiltà romana, Gastone Breccia (…), a p. 31, parlando dell’“Archivum Basiliarum”, redatto dal Menniti (…), ai primi del ‘700, per ricostruire e raccogliere tutti i documenti esistenti all’epoca, salvati, provenienti dai maggiori monasteri bizantini e benedettini, scriveva in proposito: “Ma senza dubbio la parte più importante della documentazione sfuggita al Menniti è costituita dalle raccolte delle grandi famiglie romane. In primo luogo il fondo del monastero del S. Elia di Carbone, tuttora nell’archivio Doria Pamphili: come scrive Gertrude Robinson, a cui si deve l’edizione della maggior parte delle pergamene greche, Giovan Battista Pamphili, dal 1630 abate commendatario del monastero e protettore dell’ordine basiliano (nonché futuro papa Innocenzo X), „seems to have taken possession of whatever archives were left, and placed them for safe keeping in hisown archives. For this the students of Greek monasteries owe him a great debt, for in 1645 there was a riot in Carbone in which the townspeople seem to have attacked the Monastery, and burnt whatever documents it stili contained.” (54). Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56), relative le prime al Patir, le seconde provenienti dall’abbazia di S. Maria della Matina e dai monasteri ad essa sottoposti. In quest’ultimo caso non si può parlare di fondi „sottratti” alla raccolta mennitiana perché i monasteri italo-greci in questione (S. Nicola presso Verbicaro, in Lucania, e S. Elia nella valle del Crati) dipendevano fin dal XII secolo da abbazie di ordini latini (57).. Il Breccia, nella sua nota (56), postillava: “Sui documenti greci del fondo Aldobrandini (oggi Vat. lat. 13489) cfr. A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; su quelli latini cfr. P r a t e s i , Carte latine (cit. n. 11) pp. X L – X L I . Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 13489).”. Raul Manselli (…), nel suo saggio recensivo alle ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini di Alessandro Pratesi, a p. 269, scriveva in proposito: “La luce più viva viene però dai tre monasteri , donde provengono i tre gruppi di carte qui riunite, Santa Maria della Matina, Santa Maria della Sambucina e Sant’Angelo ‘de Frigillo’. Non esito a dire che oggi è possibile fare di questi tre monasteri la storia che finora mancava (1).”. Il Manselli, nella sua nota (1) a p. 269, postillava che: “(1) Non vorrei sembrare ingiusto dimenticando l’opera di Giuseppe Marchese, La Badia di Sambucina, (Saggio storico sul movimento cistercense nel mezzogiorno d’Italia, Lecce, 1932), che ha avuto il merito di voler dare un primo profilo storico della celebre abbazia.“, dove però Manselli, avvertiva il lettore di alcuni evidenti errori paleografici. Sempre il Manselli (…), a p. 270, parlando del Monastero di S. Maria della Mattina e delle carte pubblicate dal Pratesi (…), scriveva in proposito che: “Il Pratesi, nella sua introduzione, non si sottrae, ovviamente, all’esigenza di dare una prima impostazione alla storia dei tre monasteri. Specialmente ardua la questione dell’origine di Santa Maria della Matina, di questo celebre monastero, i cui documenti più antichi sono stati sottoposti ad una critica assai severa ed attenta da W. Holtzmann e poi, appunto, dal Pratesi. Il risultato di questo esame è che i documenti più antichi difficilmente possono essere autentici, anzi lo stesso R. L. Menager, che si sforza (nell’art. cit.) di difendere l’autenticità del documento di fondazione e di quelli immediatamente successivi, finisce poi con l’inficiare l’autenticità di altri, tra cui quello rilasciato dal Principe Boemondo d’Antiochia e da sua madre Costanza, che pure è, nei suoi caratteri esterni, assolutamente ineccepibile.”.

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(…) Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, (Archivio Storico Attanasio);  si veda pure: Cappelli B., I Basiliani nel Cilento superiore, in «Bollettino della Badia greca di Grottaferrata» ed. Scuola Tipografica Italo-Orientale “S. Nilo”, XVI, 1962 pp. 9-21, oppure dello stesso autore e saggio: in «Bollettino della Badia greca di Grottaferrata» ed. Scuola Tipografica Italo-Orientale “S. Nilo”, vol. XXIV, 1970. pp…….

Nel XII sec. d.C.

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcune notizie………..

Le munifiche donazioni dei Normanni alla chiesa di Rofrano e del basso Cilento

Purtroppo, le notizie storiche e gli “Istrumenti”, atti di donazione o diplomi, a dimostrazione della fondatezza di tali notizie in tal senso, sono poche e frammentarie e, tale argomento, non solo è stato sottovalutato o solo accennato ma non è stato sufficientemente indagato. Come ho avuto modo di dire, queste donazioni vi furono e risalgono ai principi del Ducato Longobardo di Benevento e del Principato Longobardo di Salerno. Già in precedenza Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato’ e, a pp. 10-11, parlando delle origini dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, scriveva che: “…..per cui poi si verifica che per la varietà delli Reami si siano perse le notizie, e li strumenti dai quali si potrebbe cavare la verità del fatto,…ecc…”. Il barone Giuseppe L’Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, di un antichissimo documento Normanno. L’Antonini, scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovini ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (I), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monastero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo. Il Diploma che ho presso di me tradotto dal greco, porta la data dell’anno del Mondo 6639., che secondo il computo ordinario corrisponde all’anno di Cristo 1130., o 1131. (2)”.

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L’Antonini (…), a p. 388, della sua ‘Lucania’ (si veda la prima edizione del 1745), in proposito scriveva che: “confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini (…), nella sua nota (I), postillava che: (I) A tempo di Guglielmo il Buono l’Abate di Rofrano era anche il padrone di Casella, vedendosi dal Registro pubblicato dal P. Borrelli, che per essa, e per Rofrano offrì nella seconda spedizione di Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. L’Antonini, si riferiva a re Ruggero II d’Altavilla, che, con il documento dell’aprile 1131, confermava all’Abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, i precedenti privilegi e concessioni fatte alla terra di Rofrano (o alla sua Abazia di Grottaferrata a Rofrano) da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e cugino di re Ruggero II di Sicilia e, concesse precedentemente anche da Guglielmo (detto Guglielmo II di Puglia), figlio di Ruggero Borsa. Con il documento o il Diploma del 1131, detto ‘Crisobollo’, si confermavano alcuni privilegi e donazioni fatte alla chiesa di Rofrano dal cugino Ruggero d’Altavilla detto Ruggero Borsa e da suo figlio, il duca Guglielmo d’Altavilla (duca di Puglia, morto nel 1127). Pietro Ebner (…), a proposito del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, dell’aprile 1131, scriveva in proposito: Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Pietro Ebner (….), scriveva che con questo diploma, il re di Sicilia, Ruggero II: “confermava all’abate quanto era stato concesso al Cenobio di Rofrano e all’Abbazia Tuscolana dal suo antecessore Guglielmo e, prima ancora, dal cugino Ruggero.. Anche Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. La Falcone, prosegue il suo racconto e scriveva: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, ecc..ecc…(197).”. Enrica Follieri (….), scrive che il contenuto del ‘crisobollo’ è il seguente: “Re Ruggero, stando nel suo palazzo di Palermo, concede a Leonzio, abate di S. Maria di Grottaferrata, che si è presentato da lui per supplicarlo, la chiesa di S. Maria di Rofrano, sita presso Policastro, con tutti i suoi diritti, grange e pertinenze, confermando le donazioni largite alla suddetta chiesa dal cugino Ruggero e dal di lui figlio duca Guglielmo. Dunque, Pietro Ebner, sulla scorta dell’Antonini e Giovanna Falcone, sulla scorta della Follieri (…), riferendosi al diploma del 1131, di re Ruggero II d’Altavilla, detto ‘Crisobollo’, scrivevano che il diploma del 1131, confermava le precedenti donazioni fatte da Ruggero Borsa alla chiesa di Rofrano, anzi la Follieri (…), delle donazioni fatte da Ruggero Borsa, scrive che: “vi è conferma”, ma senza dare riferimenti bibliografici. Forse la Follieri, intendeva che vi fosse conferma delle donazioni precedenti di Ruggero Borsa, riferendosi alla conferma nel ‘Crisobollo’ del cugino Ruggero II d’Altavilla. Il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II, confermava le concessioni fatte precedentemente alla chiesa di S. Maria di Rofrano, dal cugino Ruggero I d’Altavilla (Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111) e dal di lui figlio duca Guglielmo (duca di Puglia, morto nel 1127). La Follieri (…), sulla scorta dell’Antonini (…), si riferiva alle precedenti donazioni concesse da Ruggero Borsa, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111 e dal di lui figlio duca Guglielmo (duca di Puglia, morto nel 1127). Credo che la grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con il  famoso atto di donazione detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. E’ proprio attraverso alcuni documenti simili a quello di cui parlerò, proprio perchè in essi si parla di possedimenti e di confini di proprietà, che possiamo trarre interessanti notizie storiche sulle nostre terre. In un altro mio scritto ivi publicato, dicevo che la grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con l’atto di donazione o diploma detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. In seguito, le donazioni di Ruggero Borsa, secondo il documento ‘Crisobollo’ del 1131, vennero pure confermate dal figlio di Ruggero Borsa, Guglielmo d’Altavilla, che ereditò i possedimenti del padre, dopo la sua morte nel 1111. Guglielmo governò fino alla sua morte nel 1127. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”.

Nel 1086, Ruggero Sanseverino dona un privilegio all’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola

Vorrei cercare di fare il punto su alcune notizie tratte dall’Antonini e, questa volta, sulla notizia di una donazione fatta nell’anno 1086, di cui ancora, bnchè abbia indagato e approfondito le mie ricerche nulla ho potuto altro scoprire e di queste donazioni non vi è traccia. L’Antonini, nella sua “Lucania”, oltre a parlarci di un’antica donazione e privilegio concesso ad un monastero vicino il luogo detto le “Celle” dall’Imperatore Lotario III, parlando a p…… del casale di Celle di Bulgheria cita invece un altro privilegio o donazione fatta nell’anno 1086 da Ruggero Sanseverino. Due distinte e diverse donazioni di cui l’Antonini non fornisce alcun riferimento bibliografico se non per la prima fa riferimento all’Abate Erasmo Gattola. L’Antonini (…), come ho già detto, parlando dei casali di S. Severino di Camerota prima e di Celle di Bulgheria dopo, parlava di una donazione di “Ruggiero da Sanseverino” fatta ad un altro “Monastero di Benedettini”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – I Discorsi”, parlando di Celle di Bulgheria, a p…….., cita un’altra donazione che riguardava Centola ed in particolare il Monastero di S. Maria di Centola. L’Antonini dice che questa donazione era dell’anno MLXXXVI (anno 1086). L’Antonini, riferisce di un’altra simile donazione fatta questa volta sempre da Ruggero Sanseverino al Monastero di S. Maria di Centola. Questa volta, l’Antonini cita addirittura l’intitolazione dell’antico privilegio dell’anno 1086. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella parte III, nel Discorso VIII, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, e, parlando di Celle di Bulgheria, in proposito a p. 387 accennava all’antico privilegio di Ruggiero Sanseverino dell’anno 1086 da cui egli trae l’origine dell’antica e nobile famiglia e, scriveva che:

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Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella parte III, nel ‘Discorso VIII’, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, scriveva a p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, scrive: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa)”, e cita una donazione del 1086, parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino avrebbe fatto al monastero di S. Maria di Centola nell’anno 1086: “Sull’occidental falda della montagna detta di Bulgheria sono due piccioli, ma ben abitati paesi la Poderia, e le Celle, il primo fu casale del vicino S. Severino, el secondo è della descritta Rocca. Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”:

Antonini, p. 387, su S.Severino di Centola e il monastero

(Fig….) Antonini (…), p. 387 su Celle di Bulgheria e su Poderia

Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio ecc………….V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Ecc..”. Anche Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, ci informavache: “i monaci italo-greci che costruirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria.…”. Sempre l’Ebner, riferendosi sempre alla Badia di S. Maria di Centola aggiungeva che: L’Antonini, ……., parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3)…”. Dunque, l’Ebner (…), a p. 712 parlando di Centola, ci informa che l’Antonini, scriveva che “a nord della via per S. Severino, la nota Abbazia di S. Maria…”,  secondo l’Antonini (…): “….assicura….e parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3).”. L’Ebner a p. 713, vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “Antonini, cit. Vol. I, p. 387. “Curtem unane prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiserum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. La notizia della donazione era tratta dall’Antonini (…). Il baronne Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, Parte II, a p. 387, parlando di Celle di Bulgheria e di Poderia, accenna di nuovo alla “trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa”, dunque la donazione di Ruggiero Sanseverino e non di Lotario III, donazione anche questa dell’anno 1086 ma, questa volta non al monastero di S. Severino ma al monastero di: “Monistero di S. Maria di Centola”, indicando pure l’intitolazione: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Dunque, l’Antonini scrive che: “Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, ecc…”. Dunque, l’Antonini, a p. 387 parla del casale di Celle di Bulgheria ma dicendo della donazione scrive che Celle è citata in detta donazione ma quando scrive “oltre di quello che che ne abbiamo accennato sopra”, si riferisce al casale di Roccagloriosa. Dunque, secondo l’Antonini, nella donazione del 1086 di Ruggiero Sanseverino che fa al Monastero italo-greco di S. Maria di Centola vengono citati anche i casali di Celle di Bulgheria e di Roccagloriosa. Del monastero di S. Maria di Centola ho parlato in un altro mio saggio. L’Antonini dice che nel luogo chiamato “le Celle”, si vedevano ancora (nel 1745) le vestigie dirute del Monastero di Benedettini. La traduzione del testo in latino riportato dall’Antonini è il seguente: “Sono andato alla corte uname vicino al fiume, nel luogo e nel guado dell’aereo. Inoltre, il possesso del glandiserum, il nome dello afferma che il Murex (Murici), che ha il suo inizio dal fiume, ai piedi della Bulgaria; percorre la sua strada attraverso la Serra Serra.. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Forse il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Riguardo la donazione dell’anno 1086 citata dall’Antonini a p. 387, quando scriveva che: Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola, quando scrive “di quest’ultimo” si riferisce al casale di Celle di Bulgheria e quando scrive “oltre di quello che abbiamo scritto sopra” si riferisce al casale di Roccagloriosa. Dunque, l’Antonini, a p. 387 voleva che i due casali di Celle di Bulgheria e di Roccagloriosa erano citati nel privilegio del 1086 concesso da Ruggiero Sanseverino al Monastero di S. Maria di Centola. Sui privilegi rilasciati da alcuni duchi Normanni intorno all’anno 1086, interessante è ciò che scriveva il nipote di Costantino Gatta (…), Saverio Gatta che ripubblicò le ‘Memorie sulla Lucania’ del padre Costantino (…), a p. 149, sui Sanseverino. Egli a p. 149, parlando dei Sanseverino in proposito scriveva che: “: tutto ciò costa dalle Vite dè Beati Abati del Monistero della Santissima Trinità della Cava, dalla ‘Cronica di lione Ostiense’, e da sei Privilegj, che nell’Archivio del menzionato Monistero si conservano, in uno dei quali stipulato nel 1114 nel regnare del Principe Roberto leggesi: “Ego Rogerius qui dicitur de S. Severino, ac filius quondam Turgisii Normanni, &”, ecc…”. Forse era proprio a questi 6 privilegi a cui si riferiva l’Antonini. Essi sono conservati nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni. Non sono riuscito a trovare queste due simili o una donazione anche perchè nel primo caso l’Antonini cita solo Erasmo Gattola (…), che la citava. Forse l’Antonini aveva letto di questi due privilegi, sia del privilegio dell’Imperatore Lotario III e sia di quella di Ruggiero Sanseverino all’Abbazia di S. Maria di Centola (in entrambi i casi lasciati nell’anno 1086) leggendola dalla “Cronaca di S. Mercurio”, una cronaca medioevale apocrafa di cui ho scritto ivi in un altro mio saggio. Certo è che queste notizie come pure di altre andrebbero ulteriormente indagate. Ruggero Sanseverino fu vicino politicamente alla stirpe dei principi longobardi, sposò in data imprecisata Sica (o Sicarda), figlia del conte Landolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV, dalla quale ebbe almeno quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo. Ebbe inoltre un figlio naturale, Tancredi, e un figliastro, Roberto. La storia dei Sanseverino di queste prime generazioni è, del resto, soprattutto legata alle vicende del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni e queste relazioni sono meglio documentate. Ruggero fece al cenobio numerose elargizioni (anche se la documentazione è talvolta di dubbia autenticità). Il Cappelli, a p. 23, in proposito scriveva che: “…, mentre da un documento del 1017 transuntato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria de Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli (…), a p…., nella sua nota (41) postillava che: “(41) ‘Codex Diplomaticus Cavensis, IV, p. 122; VI, p. 18. Ecc..”. E’ proprio in questo Codice scritto dagli Abati della SS. Trinità della Cava dè Tirreni che si trovano trascritti i sei privilegi a cui si riferiva il Gatta (…), e forse troviamo pure quello del 1086 citato dal barone Antonini. Sempre su questi privilegi e donazioni fatte da Duchi Normanni ha scritto Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio “Organizzazione dello spazio e vicende di popolamento” a p. 51 nel vol. II in “Storia del Vallo di Diano”. Vitolo in proposito cita la “donazione di Asclettino del 1086, alla quale intervenne come testimone suo cognato Guaimario, figlio di Pandolfo e nipote del principe Guaimario IV (V) (46)”. Vitolo a p. 51 nella sua nota (46) postillava che: “(46) V. Bracco, Polla, cit., p. 761”. Vitolo cita la stessa donazione dell’anno 1086 in un altro suo passo. Vitolo a p. 146, dove scriveva che: “La serie delle donazioni iniziò nel maggio del 1086, quando Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e la moglie Sikelgaita, figlia di Pandolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV (V), donarono il monastero di S. Pietro e la chiesa di S. Caterina di Polla (93)……Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di montesano, donati da Ugo ‘de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Ecc…”. Se vogliamo meglio indagare sulla donazione di Ruggero Sanseverino all’Abbazia benedettina (?) di S. Maria di Centola dobbiamo riferirci alle munifiche donazioni degli ultimi principi Longobardi di Salerno e i primi duchi Normanni dell’area donazioni fatte all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dè Tirreni. Si tratta dell’eventuale connessione che questo antico privilegio donato da Ruggero Sanseverino nell’anno 1086 al Monastero di S. Maria di Centola sia da collegarsi direttamente o indirettamente con l’altro Monastero nel luogo detto “le Celle”, citato sempre dall’Antonini e dove secondo lui accadde il miracolo di S. Pietro Pappacarbone del figlio di Ruggero. La notizia del miracolo, di Ruggero Sanseverino e del monastero benedettino nel luogo detto le Celle è riportata dall’Antonini in due altri passi, ovvero a p. 347 e p. 279, dove l’Antonini ci parla di un altro privilegio, anch’esso dell’anno 1086. L’Antonini dice che nel privilegio di Ruggero all’abazia di S. Maria di Centola sono citati i due casali: Celle di Bulgheria e Roccagloriosa. L’Antonini, riguarda quest’ultimo privilegio che dice essere dell’anno 1086, non fornisce alcun riferimento bibliografico ne io sono riuscito a capire da dove abbia tratto questa notizia. Riguardo le numerose donazioni dei principi Longobardi e Normanni elargite ai Monasteri delle “Congregazione Cavense” ed all’Abbazia stessa di Cava dè Tirreni, è interessante ciò che scriveva Paul Guillaume (…), nella sua opera sull’Abazia di Cava dè Tirreni perchè cita il De Blasi.

Paul Guillaume (…), nella sua opera ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava‘, Cava dei Tirreni 1877, ristampato con traduzione dalla Ruocco (…), a pp. 91, nella sua nota (1) postillava dei documenti e donazioni conservati nell’Abbazia di Cava dè Tirreni: “(1) Nov. 1081 (‘Arc. Mag.’ B. 18), Juin 1121 (ib. F. 18). Rodul. Op. cit., p. 62. “1122…circa hunc annum Rogerius de S. Severino Castri S. Severini, aliarumque terrarum Dnus, qui ex Normannorum Ducum prosapia Sanseverinae familiae stipes fuit in Sacrosanto Cavensi Monasterio Sanctae Religionis habitum suscepit.” ‘Chron. ad. an. 1122, in fine.”. Inoltre sempre il Guillaume (…) a p. 91 nella sua nota (4) postillava di De Blasi: “(4) De Blasi, ‘Chron. ad. an. 1122, 1123, 1124; Rodul. Op. cit., p. 76, etc.”. Dunque, il Guillaume cita un passo (dell’anno 1122) di un opera del monaco Di Blasi (…). Si tratta del testo di Saverio Maria De Blasi (…) Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum che il Guillaume si riferiva più volte nelle sue note. Perchè il Guillaume cita il testo “Chronicon‘ del De Blasi ?. Il 15 settembre 1778, domenicano Salvatore Di Biasi, fu chiamato a Cava, presso Salerno, da dom Tiberio Ortiz Abate dell’Abbazia della Santissima Trinità della Cava che gli affidò il riordino dell’importante archivio del monastero. Lo studio del prezioso materiale documentario consentì al Di Blasi di produrre molti pregevoli saggi, tuttora rimasti in gran parte inediti. Nel ‘Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum‘ ricostruì la storia del monastero di San Benedetto di Salerno dalla fondazione (793) fino al 1628. L’opera che gli valse la maggior fama fu la Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt… a vulgari anno 840 ad annum 1077. Dalla Treccani on-line leggiamo che: Gli Opuscoli uscirono regolarmente fino al 1778, anno in cui il De Blasi venne chiamato dall’abate R. Pasca a lavorare al riordino dell’importante archivio del monastero benedettino-cassinense della Ss. Trinità di Cava dei Tirreni, presso Salerno. Egli condusse a termine tale incarico nel periodo di otto anni, riordinando un archivio ricco di circa sessantamila scritture avendo come solo supporto un indice alfabetico di sei volumi compilato nel 1630 da Agostino Veneno. Il De Blasi utilizzò i dati raccolti direttamente dalle pergamene, per chiarire e puntualizzare diversi aspetti della storia del territorio salernitano al tempo della dominazione longobarda. Il suo lavoro, reso noto attraverso relazioni alle accademie napoletane e articoli pubblicati su vari periodici, sollevò alcune critiche, talora aspre (in particolare si segnalarono in questo Giuseppe Cestari, A. Di Meo e F. A. Ventimiglia), cui egli replicò dimostrando la correttezza metodologica delle sue ricerche. Riordinò l’archivio cavense ricco di circa sessantamila scritture avendo come principale supporto l’importante Dictionarium Cavense compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo). Dunque, il Guillaume cita il testo di De Blasi (…), ‘Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum‘ e, cita le notizie per gli anni 1122, 1123, 1124 nello stesso testo e molto probabilmente riguardano proprio l’ultima donazione di Ruggero Sanseverino all’Abbazia di Cava dè Tirreni, fatto nel 1121.

Sulle donazioni di Ruggero Sanseverino ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi agli anni intorno al 1113, racconta che: “….Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117).. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Infatti, su queste cose, anche sulla scorte del De Blasi (…), ha scritto il Di Meo (…), nei suoi “Annali etc…”. Matteo Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio ecc…”.

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(Fig….) Di Meo (…), ‘Annali etc…’, op. cit., tomo IX, p. 295

Un altro autore che ha scritto sulle antiche donazioni e privilegi conservati negli Archivi dell’Abbazia di Cava dè Tirreni è stato Carlo Alberto Garufi (…) nel suo saggio ‘Sullo strumento notarile nel salernitano nello scorcio del secolo XI’, stà in Archivio Storico Italiano, serie V, 1910, vedi da p. 291 e s. Il Garufi esamina alcuni atti e privilegi conservati all’Abbazia di Cava, otto documenti risalenti a non prima dell’anno 1076. Riguardo il Ruggiero Sanseverino (che come abbiamo visto l’Antonini gli attribuisce una donazione all’Abbazia di S. Maria di Centola), ha scritto Enrico Cuozzo (…), nel suo “Normanni nobiltà e cavalleria”, ed. Gentile, dove a p. 129, in proposito scriveva che: “Giovanni ha sei figli: Giovanni, suddiacono di S. Matteo, che muore nel giugno 1189 (107); Itta sposa di un importante esponente della feudalità salernitana del Regno di Sicilia, cioè Ruggiero figlio di Torgisio di S. Severino (108); ecc…”. Il Cuozzo a p. 129 nella sua nota (108) postillava che: “(108) M. De’ Santis, Memorie delle Famiglie nocerine, II, Napoli 1893, p. 408.”. Riguardo le antiche donazioni di Ruggero Sanseverino, Matteo Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19;…..”. Infatti, il testo dell’antico manoscritto redatto nel XII secolo dall’Abate Ugo da Venosa (o Hugone abbate Venusino),Vitae quatuor priorum abbatum cavensium Alferii, Leonis, Petri et Costabilis, pubblicato nel 1941 da Leone Mattei Cerasoli (…), troviamo nella “Vita di S. Petri” (la vita di S. Pietro), a pp….. parla del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino:

(Fig….) Mattei-Cerasoli Leone, op. cit., pp. 21-22 (corrisponde al f. 19 del Ms.)

Dunque, Leone Mattei Cerasoli (…), nella traduzione e pubblicazione del testo medioevale dell’antico manoscritto del ‘Venusino’ (Ugo da Venosa) che racconta della vita di S. Pietro Pappacarbone Abate dell’Abazia di Cava dè Tirreni, postillava di Ruggiero I Sanseverino figlio di Turgisio il Normanno, compagno di Roberto il Guiscardo, scrivendo pure che egli fece diverse donazioni all’Abate di Cava dè Tirreni Pietro Pappacarbone, di cui una ne parla l’Antonini dicendo essere stata fatta da Ruggero nell’anno 1086 al monastero di S. Maria di Centola. Leone Mattei Cerasoli, per queste donazioni dice essere state otto e cita due testi, ovvero quelli di “Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”. Dunque, il testo di Erasmo Ricca (…), ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, p. 13 e 19 e il testo di Portanova G., ‘Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924. Riguardo le donazioni di Ruggero Sanseverino, Leone Mattei Cerasoli a p. 21, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ruggiero di S. Severino, figlio del Normanno Turgisio, compagno di Roberto Guiscardo, come si vede da questa narrazione, fu prima ostile ai monaci di Cava, che avevano possedimenti a confine coi suoi a Roccapiemonte e nel Cilento, forse perchè donati loro dal padre suo, divenne poi col fratello Turgisio uno dei grandi benefattori dei cavensi ben otto diplomi essi concedettero a S. Pietro dall’anno 1081 all’anno 1121 per chiese di S. Maria in Roccapiemonte e S. Lucia in Montoro, vassalli e terre nel Cilento, parte del casale di Selofone e S. Marco Cilento (A.C.B., n. 17, 22, 28, D. 38, E. 23, 26, 33, F. 18).”. Dunque, Leone Mattei Cerasoli citava 7 donazioni conservate nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dè Tirreni. Leone Mattei Cerasoli, sulla scorta del Ricca (…) scriveva pure che: “Nel 1111 Ruggero fu presente, nel luogo detto Cammerelle, al confine tra Cava e Nocera, a una riunione voluta dal Duca Ruggiero, in cui alla presenza pure di Sergio, Principe di Sorrento, Riccardo Conte di Sarno, Guglielmo di Angerio, venivano riconosciuti da Giordano II, principe di Capua, a S. Pietro, che era accompagnato dal priore Gaidelato e monaci, i possessi del castello di S. Adiutore di Cava, e le terre avute in feudo a Roccapiemonte, con garanzie di rispetto (v. l’elenco di questi documenti e il testo di alcuni in Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”. Riguardo le antiche donazioni di Ruggero Sanseverino all’Abate di Cava Pietro Pappacarbone, troviamo scritto su Wikipedia alla voce Ruggero I Sanseverino che:  “Codex diplomaticus Cavensis (1081-1085), a cura di C. Carlone, L. Morinelli, G. Vitolo, XI, Battipaglia 2015, pp. 55-58, 69-72, 120 s.”. Infatti, nel testo del Codex diplomaticus Cavensis (1081-1085), a cura di C. Carlone, L. Morinelli, G. Vitolo, vol. XI, troviamo il privilegio dell’anno 1081 e il privilegio dell’anno 1082 a pp. 69-72, e a p. 120 troviamo il privilegio del 1083. Molti di questi privilegi sono stati pubblicati dallo stesso Mattei Cerasoli (…), nl suo “La Badia di Cava e i monasteri della Calabria superiore”.

Riguardo i cenobi ed i monasteri nel Vallo di Diano ha scritto Hubert Houben (…), nel suo saggio sull’’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), anche se si riferisse ai soli monasteri aggregati alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, ai monasteri cioè detti Cavensi, a p. 119, in proposito citava Montesano e scriveva che: “Rinunciamo a dare un elenco dei numerosi insediamenti cavensi nel Cilento, per le quali rimandiamo allo studio di Ebner. Per il Vallo di Diano ci limitiamo a riassumere l’elenco elaborato da Vitolo: nel maggio 1086 Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e sua moglie Sikelgaita donarono a Cava il monastero di S. Pietro di Polla e la chiesa di S. Caterina (49). Nel novembre 1086 Ugo di Avena e sua moglie Emma donarono i monasteri di S. Nicola di Padula e di S. Simeone di Montesano, ma per un motivo ignoto la donazione fu presto annullata (50). Nel 1110 Rao, castellano di Atena, e sua moglie Gaitelgrima donarono il monastero di S. Pietro di Atena, ubicato fuori il castello (51). Furono poi donati il monastero di S. Marzano presso Diano (tra il 1100 e il 1113); il monastero di S. Arsenio presso l’omonimo comune (nel 1136); le chiese di S. Nicola di Scaulano presso Diano (tra il 1116 e il 1136), di S. Pancrazio di Atena (tra il 1141 e il 1168) e di S. Maria di Matuniano presso Diano (prima del 1149) (52). Ecc..”. L’Houben nella nota (50) si riferiva alla nota (49) dove postillava che: “(49) Vitolo, Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, pp. 127-173, qui p. 147.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio citato da Houben, elencava tutte le donazioni dei monasteri del Vallo di Diano alla Badia di Cava dei Tirreni, alcuni dei quali interessarono proprio il casale di Montesano. Oltre alla questione fin qui trattata vi è anche un’altra questione, questa non meno secondaria.

Le munifiche donazioni di Ruggero Borsa alla chiesa Salernitana

Secondo il ‘Crisobollo’ del 1131, erano state fatte donazioni alle chiese del basso Cilento dal normanno Ruggero Borsa, confermate pure da suo figlio Guglielmo.  Chi era Ruggero Borsa, a cui faceva riferimento il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II d’Altavilla ?. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il normanno duca di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085, ecc…”. Alla morte del padre, Roberto il Guiscardo, dopo varie vicende, nel 1085, Ruggero Borsa, ereditò parte del Principato Longobardo di Gisulfo II. Figlio e il successore di Roberto il Guiscardo, il cavaliere normanno che fu duca di Puglia e Calabria e conquistatore della Sicilia. Alla morte del Guiscardo, a succedergli come Duca di Puglia e Calabria, Principe di Salerno fu il secondogenito Ruggero Borsa, primo dei figli avuti da Sichelgaita. Ruggero Borsa era il cugino di Ruggero II d’Altavilla. Ruggero, era figlio di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e Calabria, e di Sichelgaita, principessa longobarda di Salerno, nacque nell’anno 1059, essendo i genitori sposatisi nel 1058. Non si conosce il luogo di nascita di Ruggero Borsa. Ruggero, era il figlio primogenito della coppia, che ebbe altri due figli maschi, Roberto e Guido, e sette figlie femmine. Roberto il Guiscardo, per sposare la prinicipessa Longobarda Sighelgaita, sorella del principe di Salerno Longobardo Gisulfo II e madre di Ruggero Borsa, dovette ripudiare la prima moglie Alberada di Buonalbergo, normanna come lui e che aveva sposato durante la sua permanenza in Calabria, con la scusa della consanguineità e, da cui aveva avuto due figli: Emma e Boemondo d’Altavilla. Invero il matrimonio fu sciolto per permettere al Guiscardo di sposare una principessa longobarda, rafforzando così la sua posizione di potere presso i Longobardi. Dunque, Ruggero d’Altavilla, detto ‘Borsa’, era fratello di Roberto e Guido ed era fratellastro di Emma e di Boemondo. Ruggero Borsa, era anche nipote di Ruggero I d’Altavilla (detto il Gran Conte di Sicilia), fratello di Roberto il Guiscardo. Ruggero Borsa (1060/1061 – Salerno, 22 febbraio 1111) fu duca di Puglia e Calabria dal 1085 al 1111. Proprio alla madre, la principessa longobarda Sichelgaita, si deve l’estromissione del primogenito Boemondo dalla successione: nel 1073, infatti, insediata la propria corte a Bari, Sichelgaita indusse i nobili pugliesi a riconoscere suo figlio Ruggero come legittimo successore del Guiscardo in luogo di Boemondo, nato dal primo matrimonio di Roberto con Alberada. A garantirgli la successione al Guiscardo furono le abili manovre della madre, la principessa longobarda Sichelgaita, che nel 1073 riuscì a convincere i baroni pugliesi a riconoscerlo erede in luogo di Boemondo, primogenito di Roberto nato dal primo matrimonio di questi con Alberada di Buonalbergo. Di lui lo storico inglese John Julius Norwich scrive: …Ruggero – detto Borsa a causa della sua inveterata mania nel contare e ricontare il proprio danaro – era un ragazzino tredicenne debole ed esitante che diede l’impressione che un’infanzia trascorsa con Roberto e Sichelgaita fosse stata già troppo per lui.. Nel 1073, dunque, Ruggero fu proclamato erede, mentre il Guiscardo veniva colpito da malattia durante un soggiorno a Trani. Il dominio sulla Contea di Sicilia, col titolo di Gran Conte, rimase appannaggio del fratello di Roberto, Ruggero, che aveva combattuto costantemente al suo fianco. Lo scontro fra i due fratelli si concluse solo con la mediazione di papa Urbano II, il quale riconobbe a Boemondo il possesso del Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, mentre Ruggero gli garantì anche il feudo di Cosenza e la titolarità di fatto di altri domini. Nel 1089 Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia. Dal punto di vista storiografico, una delle principali fonti sul regno di Ruggero Borsa è l’opera del cronista Guglielmo di Puglia (…), che dedicò le sue cronache a Roberto il Guiscardo e suo figlio. Dal punto di vista storiografico, una delle principali fonti sul regno di Ruggero Borsa è l’opera del cronista Guglielmo di Puglia, che dedicò le sue cronache a Roberto il Guiscardo e suo figlio. Dopo la sua morte, il dominio fu definitivamente ereditato da Ruggero II d’Altavilla che diventerà Re di Sicilia. L’Aubè scrive che di Ruggero Borsa ci ha raccontato il cronista Falcone Beneventano (…). Nell’ aprile del 1090 il duca Ruggero perse sua madre Sichelgaita, sua principale alleata e sostenitrice, e nel novembre successivo morì il principe Giordano. Con la sua morte iniziò la decadenza del suo principato. Dunque, il basso Cilento e la contea di Policastro, furono sotto la dominazione del normanno Ruggero Borsa dal 1073 al 1111 e dal 1111 al 1187, sotto la dominazione del figlio Guglielmo I d’Altavilla. Carlo Carucci (…), nel suo La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna’, nel suo cap. XV ‘Salerno capitale del ducato di Puglia’, a p. 298, riguardo l’epoca della dominazione Normanna di Ruggero Borsa, le sue concessioni e privilegi, in proposito scriveva solo che: “Del Duca Ruggiero si conservano non pochi diplomi che in generale furono firmati da lui in Salerno (3), nel palazzo di Terracena, dove egli normalmente risiedeva. Il Carucci (…), a p. 298, nella sua nota (3), postillando, citava alcuni diplomi ma in particolare scriveva che: “(3) Trascurando i diplomi che riguardano donazioni fatte nelle varie parti dell’Italia meridionale, noto quelli riguardanti donazioni fatte alle chiese di Salerno e di Amalfi e alla Badia di Cava: ecc..ecc… e poi cita “E’ del 1099 un suo diploma in favore di Mansone Mansone figlio di Pietro di Atrani (Archivio della Cava, E, 40); e infine nel 1111 donò al monastero di Cava – e questo fu l’ultimo atto di Ruggero che noi conosciamo – il castello di S. Adiutore e le sue pertinenze (Ivi, E. 18).”. Dunque, sia dal Carucci che dal Paesano, nessun atto o diploma che citi la chiesa di Rofrano o di Caselle in Pittari. La Falcone (…), pur ammettendo le precedenti donazioni alla chiesa fatte da Ruggero Borsa, notizia riferitaci dall’Antonini e poi in seguito riportata anche da Ebner, pone dei seri dubbi sulle donazioni fatte da lui, scrivendo che: “Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200). Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro ecc… (si veda nota 200). Il primo documento successivo al privilegio in cui risulti il rapporto di dipendenza di Rofrano dall’abbazia di Grottaferrata è un atto giudiziario del 1140, un ricorso presentato dai monaci al papa Innocenzo II contro il conte di Tuscolo Tolomeo II (204). Il documento, detto ‘libello querulo’, presenta una solennità speciale poichè registra la presenza di tutti monaci, non solo i residenti a Grottaferrata ma anche i preposti assegnati ai complessi patrimoniali più cospicui, compreso il preposto di Rofrano, Innocenzo. Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim'” (205). E’ pervenuta anche “una lettera di papa Alesandro IV datata 23 gennaio 1255 nella quale si conferma all’abate di Rofrano e ai suoi vassalli l’esenzione dei dazi riscossi nella città di Policastro (206).”. Per la nota (200), della Falcone (…), si veda nota (43). Nella sua nota (200), la Falcone, scrive:Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e da Caciorgna (…).

diploma di Ruggero Borsa

(Fig…) Diploma di Ruggero Borsa, tratto dal Pratesi (…)

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”.

Nel 1111, Guglielmo d’Altavilla, figlio di Ruggero Borsa

Il duca Ruggero sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Dalla consorte ebbe tre figli maschi: Ludovico, nato nel 1092, Guiscardo, nato nel 1093, e Guglielmo, nato nel 1097. Ebbe un figlio illegittimo da una donna chiamata Maria, anch’egli chiamato Guglielmo. Solo i due Guglielmi sopravvissero alla morte del padre. Ruggero Borsa, morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale Cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Alla sua morte il ducato fu ereditato dal figlio Guglielmo I d’Altavilla, il quale si rivelò un governante debole quanto e più di suo padre. Il dominio fu poi definitivamente ereditato da Ruggero II d’Altavilla. Durante il suo regno, egli, infatti, dimostrò tutta la sua inabilità al governo, che mise in pericolo la stabilità dei domini peninsulari degli Altavilla. Ben presto venne in conflitto con il cugino Ruggero II di Sicilia, uno scontro risolto solo con l’intervento di papa Callisto II che, nel 1121, riuscì a pacificare i due rivali. Guglielmo e Ruggero giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta del barone Giordano di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Nel 1125, ricevette dal papa Onorio II, l’investitura del Ducato di Puglia e Calabria. Quando nel luglio del 1127 Guglielmo, duca di Puglia, morì senza figli, Ruggero II, cugino di Ruggero Borsa, reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e conquistò senza difficoltà Amalfi e Salerno, dove venne incoronato. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “…..e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. Il basso Cilento e la contea di Policastro, furono sotto la dominazione del figlio di Ruggero Borsa, Guglielmo I d’Altavilla, dal 1111 al 1127. Secondo il documento ‘Crisobollo’ del 1131, in seguito alle donazioni munifiche di Ruggero Borsa, vennero pure confermate dal figlio, Guglielmo d’Altavilla che,  dopo la morte del padre nel 1111, ereditò i suoi possedimenti. Guglielmo governò fino alla sua morte nel 1127. Riguardo le donazioni fatte da Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa, Carlo Carucci (…), nel suo La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna’, nel suo cap. XV ‘Salerno capitale del ducato di Puglia’, a p. 299, in proposito scriveva che: “Continuò così a rovinare l’opera compiuta dal Guiscardo, nè migliorò le cose, quando Guglielmo, divenuto maggiorenne, prese esso le redini del governo, perchè dovè continuamente lottare contro i baroni ribelli ecc…” e poi aggiungeva che “Nel suo governo Guglielmo ebbe valido sostegno nell’abate di Cava, che per la vastità dei possessi, era potente non meno di quello di Montecassino e quindi le donazioni di Guglielmo a quel Cenobio e ad altri monasteri e chiese son continue. Appena prese il governo, confermò all’abazia di Cava le donazioni del duca Ruggiero (2), e a pochi mesi dopo donò all’abate Pietro i villani che possedeva a Vietri (2) e confermò i privilegi precedenti (3). Nel dicembre del 1114 donò ad alcuni suoi fedeli il ‘pleteatico’ di Busanola presso Salerno (4); nel 1115 accordò al monastero di Cava una parte del monastero di S. Giorgio nel Cilento (5), ecc…”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ivi E, 19”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Ivi E, 29”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (4), postillava che:  “(4) Ivi, E, 44”. Il Carucci, a p. 300, nella sua nota (2), postillava che: “(5) Ivi, E, 50”. Guglielmo non visse a lungo anzi morì giovanissimo nel 1127 senza lasciare figli.

Le munifiche donazioni Normanne all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, sulla scorta di Ebner (…), in proposito scriveva che: “A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere politico acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano. ……e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…Interessante a questo proposito è ciò che scriveva Gustavo Breccia (…) che, sulla scorta del Borrelli (…), riteneva che:Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. Hubert Houben (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), anche se si riferisse ai soli monasteri aggregati alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, ai monasteri cioè detti Cavensi, a p. 119, in proposito citava Montesano e scriveva pure che: “Nel 1110 Rao, castellano di Atena, e sua moglie Gaitelgrima donarono il monastero di S. Pietro di Atena, ubicato fuori il castello (51). Furono poi donati il monastero di S. Marzano presso Diano (tra il 1100 e il 1113); il monastero di S. Arsenio presso l’omonimo comune (nel 1136); le chiese di S. Nicola di Scaulano presso Diano (tra il 1116 e il 1136), di S. Pancrazio di Atena (tra il 1141 e il 1168) e di S. Maria di Matuniano presso Diano (prima del 1149) (52). Ecc..”. L’Houben, a p. 119 nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ibidem”. Riguardo i cenobi ed i monasteri nel Vallo di Diano ha scritto Hubert Houben (…), nel suo saggio sull’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), anche se si riferisse ai soli monasteri aggregati alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, ai monasteri cioè detti Cavensi, a p. 119, in proposito citava Montesano e scriveva che: “Rinunciamo a dare un elenco dei numerosi insediamenti cavensi nel Cilento, per le quali rimandiamo allo studio di Ebner. Per il Vallo di Diano ci limitiamo a riassumere l’elenco elaborato da Vitolo: nel maggio 1086 Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e sua moglie Sikelgaita donarono a Cava il monastero di S. Pietro di Polla e la chiesa di S. Caterina (49). Nel novembre 1086 Ugo di Avena e sua moglie Emma donarono i monasteri di S. Nicola di Padula e di S. Simeone di Montesano, ma per un motivo ignoto la donazione fu presto annullata (50).”. Credo che l’Houben si riferisse al documento di cui stò per parlare. Il Cappelli (…), sempre a p. 224, nella sua nota (2), postillava che: “(2) F. Trinchera, Syllabus Graecorum Membranarum, Neapoli, 1865, p. 250.”. Ambedue i documenti sono membranacei e scritti in greco che il Trinchera riporta e traduce il testo in latino sulla parte destra. L’Houben nella nota (50) si riferiva alla nota (49) dove postillava che: “(49) Vitolo, Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, pp. 127-173, qui p. 147.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio citato da Houben, elencava tutte le donazioni dei monasteri del Vallo di Diano alla Badia di Cava dei Tirreni, alcuni dei quali interessarono proprio il casale di Montesano. Tuttavia, riguardo il monastero di Montesano: S. Simeone citato da Vitolo egli, riferendosi all’anno 1089, in proposito aggiungeva a p. 146 che: “Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di Montesano, donati da ‘Ugo de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Questa donazione tuttavia non fu mai attuata o ben presto fu annullata, perchè i due monasteri non compaiono più nella documentazione cavense ed è sicuro che già nel settembre del 1089 non dipendevano da Cava, dato che non risultano menzionati nella bolla di conferma di papa Urbano II (95). Il primo è da identificare con il monastero di S. Nicola al Turone, che nell’aprile del 1538 divenne una dipendenza della certosa di Padula (96); il secondo in un’epoca imprecisata cambiò il suo titolo in quello di S. Maria di Cadossa ed ebbe vita autonoma, finchè nell’ottobre 1514 non fu ugualmente sottomesso alla certosa (97).”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (94) postillava che: “(94) A. Sacco, La Certosa di Padula, vol. II, p. 125”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (95) postillava che: “P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’apres des documents inédits, Cava dè Tirreni, 1877, pp. XX s.”. Il Vitolo, nella sua nota (96) a p. 146 postillava che: “(96) A Sacco, op.cit., vol. II, pp. 153 s.”. Il Vitolo a p. 146 nella sua nota (97) postillava che: “A. Sacco, La certosa di Padula, cit., vol. II, p. 133.”. La donazione di Asclettino è riportata anche in ‘Documenti’ a p. 761 nel testo di Vittorio Bracco, Polla – Linee di una storia, Salerno, ed. Cantelmi, 1976.  Vittorio Bracco, nel suo ‘Polla – Linee di una storia’, a p. 77, parlando delle chiese di Polla ed in particolare della Chiesa di S. Nicola dei Greci, in proposito scriveva che: “si apprende che nell’archivio si conservano ancora alcune schede risalenti al secolo tredicesimo, dalle quali risultava che la chiesa era la prima parrocchia di Polla, intitolata in origine a San Nicola e a San Matteo (152). Tra le due fu innalzata la terza chiesa, Santa Maria dei Greci (153), adiacente alla Piazza della parte di Santa Caterina. L’identità dell’appellativo ‘dei Greci’, inducono a ritenere…….all’azione del monachesimo basiliano sull’elemento locale: si consideri che dei cinque edifici religiosi nominati (tre chiese e due cappelle), quattro di essi appaiono attraverso la chiara impronta o dei santi titolari o del citato appellativo legati all’influenza dei monaci orientali. I quali possedevano una grancia a Montesano (154) e un’altra col titolo di S. Zaccaria presso Sassano (155), nè dovevano essere estranei alla fondazione di Sant’Arsenio e all’affermazione stessa del culto di questo santo d’Oriente (156).”. In particolare il Bracco, a p. 548 nella sua nota (154) postillava del Gatta (…) ed in prposito scriveva che “(154) Cfr. Gatta, p. 131: “Giovavasi etcc..”. Costantino Gatta (…), nel suo Cap. X, a p. 131 del suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, in proposito, riferendosi alla terra di Diano ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula sul monastero di S. Pietro al Tamusso scriveva che: “Gloriavasi pure tale Terra di avere nel dilei Tenitorio una opulente Grancia dè Padri Basiliani sotto il dominio del loro Monistero di Grottaferrata, che pur situata era in luogo ameno e delizioso, innaffiato da perenni Rivoli di cristalline acque: ma non è guari è stata Ella venduta da què Padri al descritto Monistero di S. Lorenzo, che quivi con tal compra ha fondato un’altra propria Grancia.”. Il Bracco (…) a p. 547 nella sua nota (153) parla anche dell’Archivio parrocchiale della chiesa di S. Nicola dei Greci a Polla e scrive che in esso si conservavano almeno 60 pergamene che poi in seguito mi sembra siano state pubblicate dal Macchiaroli (…) e poi dal Vitolo (…). Interessante è ciò che scriveva Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studi storici-Archeologici”, vol. II, a p. 170 parlando di Montesano scriveva che: “Si tiene edificato in occasione della terribile peste del 1348, ed il poco lontano monastero dei cappuccini nel 1590 ha verso oriente a circa 2 chm. le rovine del cenobio di Cadossa col forno ove si nascose S. Cono; e nella sua montagna il laghetto di Maurno, famoso per la grotta fatidica descritta da Massimo Tirio nelle sue varie dissertazioni.”. Il Gatta, a p. 130 scriveva che: “Quattro miglia più oltre della Padula verso Ostro ritrovasi su di uno scosceso e straripevole Monte la Terra di ‘Montesano’, il di cui Territorio per lo grandissimo numero di cristallini Fonti, ecc..Vantasi questa terra di aver allogato uno antico Monistero dè Padri Benedettini detto la ‘Cadossa‘, ed ora è doviziosa Grancia del descritto Monistero di S. Lorenzo.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”.

Il privilegio di Lotario III

L’Abate Erasmo Gattola (…), suo vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”. Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86 cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e, non Monastero di S. Arcangelo come è scritto negli ultimi studi. L’Abate Gattola (…), suo vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”.

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(Fig…) Gattola Erasmo (…), op. cit., fol. (pag.) 86

Dunque, l’Abate Gattola (…), scriveva che: “Monasteri S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III.”. Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86, cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e non Monastero di S. Arcangelo. Erasmo Gattola (…), come noi stessi possiamo vedere cita l’antico privilegio dell’Imperatore Lotario III ma dell’antico documento non vi è traccia. Il Gattola e l’Antonini, citano anche il Lubin (…), ma per quest’ultimo, il Gattola si riferisce al monastero di S. Pancrazio. Dunque, l’Abate Gattola (…), scriveva che: “Monasteri S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III.”. Non vi sono altre notizie su questo prilegio dell’Imperatore Lotario III, nè sulla Badia benedettina citata dall’Antonini e dal Gattola. Dunque, il documento (il privilegio o donazione) dell’Imperatore Lotario III fatta al Monastero di S. Maria di Centola, riportato dall’Abate Gattola (…)(Erasmo Gattola), parte I, p. 86 (vedi Fig…), di cui, l’Antonini dice che vi figurava anche il monastero benedettino posto nel luogo detto le “Celle”, se risale all’anno indicato dall’Abate Gattola e dall’Antonini all’anno 1086, questo privilegio di Lotario III (II), dovrebbe essere di circa 46 anni antecedente lo scontro con Ruggero II d’Altavilla. Su questi avvenimenti si veda John Julius Norwich, The Normans in Sicily, Penguin Books, 1992 (raccoglie The Normans in the South, 1967, e The Kingdom in the Sun, 1970, dello stesso autore). Sempre intorno a quegli anni (1137), si veda pure il mio saggio sul ‘Crisobollo’ di Ruggero II d’Altavilla. Forse si tratta di un antico Monastero ad Acquavena che è un altro borgo vicino piccolo casale. Forse l’Antonini voleva riferirsi ad un’antica Abbazia (“Badia”) bendettina esistente a Bosco, di cui ho ivi parlato in un altro mio saggio. Il piccolo borgo medioevale di Bosco è anch’esso posto sulle pendici del Monte Bulgheria e non è di molto distante dai due centri nominati dall’Antonini, da Celle di Bulgheria e da Poderia, dove egli dice sorgesse “Monistero di Benedettini (siccome sopra si è detto) e che in un’altra pagina scrive pure “Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, ecc…”. Della cosa ha scritto pure Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio di 768 ab. nel circ. di Vallo, mand. di Torre Orsaia da cui dista 12 chm. V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Celle situata alla bassa falda del monte, ha fertilissimo territorio sativo.”. Sempre il Bozza (…), parlando di San Severino, in proposito scriveva, nella parte II a p. 209 che: “Patria di parecchi uomini distinti, è la culla della nobilissima famiglia dei principi Sanseverini, delle geste dei quali riboccano le nostre croniche.”. Dunque, il Bozza, diceva molto di più di quanto affermasse l’Antonini, ovvero scriveva che a Celle di Bulgheria: “V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto”. Il Bozza affermava che già nel VI secolo il Monastero di S. Arcangelo fosse a Celle di Bulgheria. Non saprei dire da dove avesse preso questa notizia il Bozza ma di certo essa è interessantissima. Forse si riferiva all’invasione o trasmigrazione di gruppi di Bulgari nell’area. Ma vediamo cosa dice Scipione Ammirato sul miracolo di S. Pietro Pappacarbone, Abate del Monastero di S. Arcangelo “quod in territori Cilenti situm est”. Da wikipedia leggiamo che: In effetti, il capostipite della Famiglia Sanseverino è Turgisio che morì nel 1081. A lui succedette Ruggero che sposò Sica, una nipote del principe Guaimario IV di Salerno che, rimasto vedovo, finì i suoi giorni nel 1125 come monaco benedettino della Badia di Cava, alla quale fece importanti donazioni. Ruggero ebbe due figli: Roberto, signore di Lauro; Enrico, signore di Sanseverino e del Cilento. Il cavaliere, che ebbe in dono da Roberto il Guiscardo la contea di Rota (l’odierna Mercato San Severino), posta in una posizione strategica che poneva in comunicazione il Principato di Salerno con il Ducato di Napoli e di Benevento. Avendo questi stabilito la sua dimora nel Castello di Sanseverino che si trovava nei suoi nuovi possedimenti, ne assunse anche il nome.

Il culto di S. Sofia a Torraca ed altri centri del basso Cilento

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli ecc…’, nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, op. cit., pp. 24-25.”. Infatti, il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica Bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 (v. Fig….), che posseggo,

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parlando di Policastro e della sua antica sede episcopale, a pp. 24-25, scriveva che: “La seconda cosa degna di molto studio per gli agiografi è il culto di S. Sofia, sempre diffuso nei luoghi che ricordano immigrazioni di cattolici dalla Grecia; ma chi sia la S. Sofia, che ha un culto così esteso nelle chiese occidentali d’Italia, ed in modo particolare…….Checchè sia delle varie opinioni sulla santa Sofia, nella Diocesi di Policastro, precipuamente in Poderia, in Roccagloriosa ed in Torraca è celebre il culto di una santa Sofia. Fattisi i nostri ad indagare chi Ella fosse, a niuno meglio potevano rivolgersi che al dottissimo ellenista ed agiografo, il chiarissimo abate di Grottaferrata D. Giuseppe Cozza Luzi, il quale soddisfece ampiamente alla richiesta dell’illustre arciprete canonico Giovanni De Sanctis, facendo conoscere la memoria di una insigne s. Sofia greca, della quale benchè gli atti non esistano, pure il nome è celebratissimo, ed attesa la moltitudine dei prodigi nel restituire la sanità gl’infermi fu distinta col nome di ‘Sofia’ ………(curatrice), il perchè si disse dai greci ‘Thaumaturga’. (24).”. Il Gaetani, nella sua nota (24), a p. 29, postillava che: “(24) Cf. l’Officia recitanda in civit. et dioec. Polycastrensi. Die XV Maij. In festo s. Sofiae. Monitum ad futuram rei memoriam. – E’ tuttora in Torraca un luogo che chiamasi s. Sofia, ove la Santa in un tempietto a lei innalzato veniva onorata con speciale culto. Mi piace ricordare, come ho attinto delle scarsissime carte del nostro Archivio, che ai 30 luglio 1656 in occasione di un morbo contagioso che crudelmente mieteva vittime, i pii Torracchesi fecero pubblico voto alla Beata Vergine dè Cortici, a s. Rocco ed a s. Sofia di pagare annualmente sei ducati col peso di trenta Messe piane.”. Il Gaetani, prosegue il suo racconto, scrivendo che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….”. Il Gaetani (…), cita il Cozza Luzi Giuseppe (…), che, nel 1880, scrisse ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, ovvero scrisse la storia delle vite dei due santi Macario e Saba, che passarono nel Cilento e da cui si possono trarre interessanti notizie sui monaci basiliani come S. Fantino e S. Nilo, qui nel basso Cilento.

Nel 1131, il Monastero di S. Maria a Rofrano ed i suoi possedimenti nel “Crisobollo” di re Ruggero II divenne dipendente dall’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a pp. 160-161 e s., parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: “Gli abati di Rofrano, signori di Rofrano e di Caselle e rappresentanti nel basso Cilento dell’Abbazia tuscolana, godevano di grande prestigio perchè titolari anche della giurisdizione spirituale sui suddetti casali. Per esaltare ancora di più la loro posizione tennero a mettere in rilievo la dipendenza della loro chiesa da quella di Grottaferrata aggiungendo appunto al titolo del monastero e della chiesa quello della predetta abbazia, la quale conservò tutti i suddetti beni fino al 1476 fino a quando, cioè, con l’assenso pontificio, non vendette il feudo di Rofrano.. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo “Cap. V. Monasteri e chiese ricettizie”,  vol. I, a p. 160 e s., parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: “Un altro antico e fiorente cenobio italo-greco era quello di S. Maria di Rofrano, grancia del tuscolano monastero di Grottaferrata. Già nel 1131 il monastero di Rofrano aveva notevoli dipendenze, come si evince dall’elenco dei beni enumerati nel diploma di re Ruggiero di Sicilia, rilasciato a Palermo. Il re confermò all’abate Leonzio di Grottaferrata “ad nos profectos ac supplicanti”, oltre la grancia di S. Nicola di Benevento con le sue grancie, le case di Salerno, la grancia di S. Nicola di Siracusa a Scalea, anche quella di S. Nicola di Benevento con le sue grancie, le case di Salerno, la grancia di Sant’Arcangelo di Campora e di S. Maria di Rofrano con annesse le numerose dipendenze, quali S. Maria di Vita di Fogna (odierno Villa Littorio), S. Zaccaria di Sassano, S. Pietro al Tomusso di Montesano e di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”.

Il monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, cenobio basiliano o italo-greco poi in seguito “Obbedientiae” benedettina che, secondo l’Antonini diede origine al monastero di S. Nazario

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 573-574 parlando del casale e del monastero di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “Il monastero di S. Nazario…..etc……L’origine di questo cenobio, fu erroneamente attribuita dall’Antonini (3) e da qualche autore più recente a monaci del cenobio di S. Mercurio di Roccagloriosa, mentre è provato che essa risale ad asceti provenienti dal Mercurion dei confini calabro-lucani, sede, nel X secolo, di una fiorente eparchia monastica italo-greca. Etc….Per evitare complicazioni il futuro S. Nilo partì verso “un altro dominio nella regione dei Principi”(5) longobardi di Salerno.”. Ebner, a p. 573, nella nota (I) postillava che: “(1) G. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin, Paris, 1904, p. 269. Il ‘Bios’ di S. Nilo fu scritto da S. Bartolomeo il giovane. Fu appunto il Gay a ricostruire l’itinerario di S. Nilo dal Mercurion calabro a S. Nazario (p. 270), v. pure Cappelli, cit., p. 35 sgg. e Giovannelli cit., S. Nilo ecc…, nota 17 a p. 129 sgg. Su S. Nilo il Sinaista, v. Giovannelli cit., S. Nilo ecc.., p. 125 sgg.”. Ebner, a p. 573, nella nota (3) postillava che: “(3) Antonini, cit., p. 333”. Ebner, a p. 573, nella nota (4) postillava che: “(4) Bios, 30: “Per tutti i quaranta giorni che (Nilo) ebbe a dimorare nel monastero del grande Martire S. Nazario, dove aveva rivestito l’abito monastico”, v. pure ‘Bios’, 25: “Qui (S. Nazario) reso l’ossequio devoto all’egùmeno ed a tutti i fratelli (i monaci), e scongiuratili di pregare per lui il Signore, fu da essi accolto come figlio e fratello diletto”.”. Ebner, a p. 573, nella nota (5) postillava che:  “(5) “En tois meresi ton prinkipion” Cod. Cript. cit.”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, Discorso VI, a pp. 333-334 riferendosi al casale ed al monastero di S. Nazario scriveva che: “….Ma verrebbe la Badia esser molto più antica sentendo ciò che scrive ‘Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29. poichè vuole che S. Nilo, verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Rocca gloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario. Or essendo S. Nilo nato nel CMVI in Rossano e morto nel MII. in Paterno di Campagna, ne viene in conseguenza, che la Badia era già fondata; nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori. L’Autore Greco nella Vita di questo Santo nel fol. 8 vi aggiunge, che fu dal Superiore del Monistero di S. Mercurio mandato a quel di S. Nazario, ed ivi (fol. 15), prese l’abito: “Ea lege (secondo la traduzione, che ci va accanto) ut ne plus quadraginta dies in illo Monasterio moretur; sed cum bona ejus venia, & benedictione liceat sibi reverti ad Patres, quibus initio addictus esset”. Questa autorità mi fa credere che, o che essendo qui prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche ‘Cella’ chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abbate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, ne dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Etc…”.

Antonini, p. 334

L’Antonini (…) poi, sulla scorta del Santorio (…), in ‘Historia Carbone Monasterii’, fol. 29,  riporta nelle sue note (1): “(I) ‘Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) et ibi cellulam in rupe praecelsa delegit’, dice Santonio in hist. Carbon. Monast. fol. 29. Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione dè PP. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Gio: a Piro; il di cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto.”. Dunque, Antonini, nella sua nota (I) postillava che queste notizie sono tratte da “dice Santonio in hist. Carbon. Monast. fol. 29″. Dunque, l’Antonini postillando nella sua nota (I), si riferiva alle notizie storiche ricavate dal testo di Paolo Emilio Santorio (….), ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601. Dunque, l’Antonini, sulla scorta di Paolo Emilio Santoro credeva che l’abbazia di S. Nazario fosse già esistente al tempo di S. Nilo e fosse stata fondata molto tempo prima che arrivasse S. Nilo. Antonini, sulla scorta del Santoro scriveva che S. Nilo si era recato  verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Rocca gloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario”. Dunque, secondo il Santoro, S. Nilo, nel ‘950 fuggì dal Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa per recarsi o rifugiarsi in quello di S. Nazario. Dunque, l’Antonini conclude che non sarebbe vera la notizia secondo cui l’Abbazia di S. Nazario fosse stata fondata da Nantaro e poi Richerio: nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori.”. Dunque, l’Antonini citava Paolo Emilio Santorio (….), ovvero il suo “Historia Monasterii Carbonensis Ordinis Sancti Basilii”, edito a Roma, nel 1601. Antonini cita la p. 29 Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29″. Ecco cosa scriveva P. E. Santoro a pp. 29-30: “distribuis in inopum necessitates fortunis, ad Sancti Mercurij coenobium confugit, fed urgentibus provinciae praesidis minacibus nuntijs, ne monachorum albo adscriberetur, illico recurrit ad monasterium Sancti Nazarij, ibique deposito cingulo, Christo militare incoepit, vigilatissimus & cibi, femper in procinctu, semper in castris, religionis, pietatis, charitatis, ac demissionis armis tectus cum hoste humani generis dimicare, non mislilibus, eminussue, fed cominus, pede collato, & mucrone fidei terribilis lacessere vel quiescentem, tunditur ab hoste, verbetatur, affligitur, vel illato terrore minatum, nec animo ipse strato succumbit, pedibus nudis, capite intecto, ferox, magnaq; alacritate martem poscens, fruiturque consuetudine multorum Sanctorum Monachorum, & non procul monasterio Sancto Mercurij, cellam in rupe praecelta delegit , dicataque Michaeli Archangelo ara, vitan longe asperrimam, ac laboriosissimam duxit celestium contemplatione conditam: ….”.

Santorio P.E., p. 29Santorio, p. 30

Il Sartorio (…), riferendosi a S. Nilo, in proposito scriveva che: “distribuendo la sua fortuna alle necessità dei poveri, si rifugiò nel monastero di S. Mercurio, ma, sollecitato dal governatore della provincia, con messaggi minacciosi, perché non fosse aggiunto all’elenco dei monaci, corse subito di nuovo al monastero di San Nazaret; coperto delle armi della religione, della pietà, della carità e dello sconforto, per combattere il nemico del genere umano, non con i proiettili, a distanza, o di mano in mano, con il piede, lui stesso cade sotto il suo letto nella sua mente, piedi scalzi, capo nudo, feroce e grande; chiedendo con entusiasmo Marte e godendo dell’usanza di molti santi; etc…”In seguito, nel 1659, la notizia fu ripresa nell”Italia Sacra’ dall’Ughelli (11) e poi in seguito ripreso dall’Antonini (5) e dal Laudisio (9). Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’. Paolo Emilio Santorio Casertano (13), che, nel 1601,  nella sua ‘Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii’, parlando dei Monasteri Basiliani, accennava ai luoghi frequentati da S. Nilo da Rossano, ha citato l’antica donazione Normanna ancora prima che ne parlasse l’Ughelli (11). Il Santorio (13) citava l’antico privilegio concesso al Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa dal conte Leone Manso o Mausone o Mansone, signore del luogo e poi ratificato da suo nipote il conte Guidone.

Antonini, p. 386 su Roccagloriosa

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 386 riferendosi al casale ed al monastero di Roccagloriosa scriveva che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Il Monastero (se malamente non penso) era di Benedettini; e di questo la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse. L’avervi S. Nilo, ch’era Basiliano, abitato, e poi fabbricatovi da stesso un romitorio (1), ha fatto ad alcuni credere, che il Monastero fosse stato di Basiliani. Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; e volle che fosse data a Donne moniche; riserbando ai suoi eredi il diritto di presentarvi la Badessa dopo la morte di Altrude sua sorella, che allor egli nominò per la prima. Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso; e quindi dopo tre secoli e più, cioè nel MCDLXXV il Pontefice Sisto IV confermando al Signor del luogo il dritto di presentar la Badessa, trasferì il Monastero dentro le mura; ed in quello che le monache lasciavano, fece passare ad abitarvi i PP. Zoccolanti. Il citato ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’ (si tratta del manoscritto sulla “vita di S. Nilo” a cui si rifà il testo di Paolo Emilio Santorio (13)), al fol. 7., fa menzione di tre Santi Uomini, che furono di questo Monistero a tempo di S. Nilo, e così li nomina: ‘Magnum Joannem, percelebrem Fantinum (1), & Angelica puritae Zachariam, ond’ entra il dubbio che il Monistero non fosse stato de’ Basiliani, altrimenti l’autor di questa vita parea, che non avesse a pigliarsi la pena di ragionar di Santi d’altro istituto. L’Abate Ughellio Italia Sacra tomo 6, fol. 143, scrive, che questo Monastero di monache fosse stato da Turchi ruinato: ‘Quod enim erat in Oppido Roccae gloriosae Turcae fuflulerunt’; ciò che non è vero, non essendosi mai Turchi tanto entro terra inoltrati; anzi sappiamo, che le moniche vi erano fin al MDLXV poichè in tal anno vi morì Suor Maria Sanseverino, e ne fu come Abate provveduto Fabio Lanario con Breve di Sisto V. che il secolarizzò. Ma verso il MDCI il Baron della Rocca (non avendo avuto ragione di ciò che Sisto aveva fatto) presentò in Badessa Suor Beatrice Pinella monaca Benedettina il Monistero.“. L’Antonini (5), sulla scorta del Santorio (13), nella sua nota (1), riguardo la notizia di un  “Romitorio”, fabbricato a Roccagloriosa da S. Nilo da Rossano, scriveva: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. La notizia tratta dal Santorio (13), in “hist. Carbon. Monast. fol. 29”, che è il testo rappresentato alla nostra nota (13), intitolato: ‘Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii’. L’Antonini, nella sua nota (1), prosegue scrivendo: “Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione de’ P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Giovanni a Piro; il di cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto.”.

Domenico Antonio Ronsini (…), parlando di Rofrano e, del suo antichissimo Monastero, in proposito scriveva che: “Dunque bisogna indietreggiare la fondazione del Cenobio almeno nell’antecedente secolo X. E ce ne porge un altro plausibile documento. S. Nilo (Vita di S. Nili, interprete Sirleto penes Marten Vet. Script. Coll. I. VI c. 715. Salmon. t. XXIII), nato in Russano nel 906 ecc…Fu tra noi in questa contrada, ed ebbe stanza in Rocca Gloriosa dove aveva un romitorio nel Cenobio dei Benedettini detto di S. Mercurio e vi fabbricò un Romitaggio, ‘et ibi cellulam in rupe praecelsa delegit’ (Santorio in Hist: Carbon. Monast. f. 29) Abitò pure nell’altro romitorio di benedettini in S. Nazario. Indi fu accolto trionfalmente in Montecassino, dove riformò i monaci di quel celebre Monasterio, trattenne 15 anni tra i Benedettini di Casaluce. Era in Roma ecc…”. Il Ronsini (…), si chiedeva se il Cenobio di Rofrano fosse stato fondato da S. Nilo, o lo trovò già fondato?. La Badia di Rofrano ebbe il titolo di Grotta Ferrata da quella di Tuscolo (Frascati), o viceversa? Scrive il Ronsini: “A me pare che lo trovò già fondato: primo perchè il greco biografo di S. Nilo, che narra le altre fondazioni, tace di questa, secondo perchè altrimenti la nostra Badia nel breve spazio di tempo di una ottantina di anni (quanti ne corron da S. Nilo al Duca Ruggiero) non poteva giungere al grado di grandezza, che descriversi nel Diploma. Quindi parmi ancora che essendo posteriore la fondazione di Frascati potè solo ricevere non già dare il titolo di Grottaferrata.”. Poi il Ronsini, parla dei ruderi di un Monastero che esisteva a Rofrano Vetere (il vecchio Rofrano), ricordato nella Vita di S. Elena o Eliena di Laurino.

Cattura

Cattura 7

(Fig….) Pagine di storia tratte dal Ronsini (…)

Le donazioni Longobarde confermate in seguito dai Duchi Normanni e dai re di Napoli Angioini

Il Di Luccia (…),nel suo ‘Trattato’, a pp. 11-12-13, riferendosi ai beni, ed alle precedenti donazioni Longobarde al “Territorio di S. Giovanni a Piro”, scriveva pure che: “Che detto Territorio di S. Gio: fosse stato dato alla Chiesa dalli Rè di Napoli non se ne può dubitare, mentre oltre il dominio dal Monastero de PP. Basiliani in quello eretto, e dal suo Abbate pro tempore esercitato il tutto risulta dalle risposte, che facevano gli habitatori di d. loco, li quali in recognizione di dominio pagavano le risposte al Monastero, e dalla narrativa di una commissione data dal Re Carlo II dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero, e la lettera scritta dal Rè Ludovico dell’anno 1340 al Signor Conte di Policastro per l’assistenza, che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture,….

di luccia, p. 13

Il Di Luccia, traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca Angioina ai tempi della Regina Giovanna I di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna, istituì una Commissione: “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”.

Nel 2 ottobre 1565, la ‘Platea dei Beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Nicola di Bosco’, compilata da Giacomo De Vio, Procuratore incaricato da Tommaso De Thomasijs, Vicario dell’Abate Commendatario di S. Giovanni a Piro Andrea de Vio e, l’elenco del vasto patrimonio terriero donato nel 501 dai Longobardi alla Chiesa

Riguardo la “Platea dei beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Nicola di Bosco”, redatta nel 1565 da Giacomo De Vio (…), Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “Sappiamo dal Di Luccia (6) che anche l’Abbadia di Bosco – come quella Basiliana di San Giovanni a Piro – era dotata di un vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa nell’anno 571, il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tomasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato, in apposita “PLATEA”, dal suo Procuratore GIACOMO DE VIO, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe. Noi, nel corso dei nostri studi intensi a accertare la storia del nostro glorioso passato, abbiamo avuto modo di vedere, in casa dei Signori Carboni-Viviani della frazione di Bosco, antica famiglia del luogo, copia di detta “platea”, che abbiamo potuto esaminare attentamente, rendendoci perfettamente conto dell’importanza patrimoniale dell’Abbadia Benedettina. Con nostro vivo rincrescimento, però, abbiamo dovuto constatare come tale documento – che avrebbe potuto essere l’unico atto probatorio per poter dimostrare i diritti territoriali di questo Comune, di fronte ai Comuni contermini – non può avere alcuna efficacia giuridica perchè manca della firma del compilatore o, comunque, di autentica di pubblico ufficiale, per cui non ha alcun valore probatorio per poter accertare i veri confini territoriali del nostro Comune, l’incertezza dei quali fa sorgere continue e dispendiose controversie, specialmente con Camerota.”. Il Palazzo (…), nelle sue note (6) e (7), postillava che dette notizie erano tratte dal Di Luccia (…). Il Palazzo (…), a p. 110, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Di Luccia: pag. 26, op. cit. “. Il Palazzo (…), a p. 110, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Di Luccia: pag. 26, op. cit.”. Ferdinando Palazzo (…), sempre a pp. 110-111, riferendosi sempre alla “Platea dei Beni e delle Rendite della Badia di S. Giovanni di Bosco”, compilata nel 1565 da Giacomo De Vio, nominato Procuratore della Badia, scriveva pure che l’avesse vista e consultata in casa della famiglia Carboni-Viviani di Bosco. Il Palazzo (…), citava la interessantissima notizia riportata dal Di Luccia (…), circa i beni dell’Abbazia di San Nicola di Bosco, donati dai Longobardi nel 571, e da lui visti elencati in una platea di beni compilata per l’Abbazia di S. Giovanni a Piro nel 1565. Il Di Luccia (…), riferendosi al monastero di S. Giovanni a Piro, detta “Badia” (Abbazia), in proposito scriveva che: “Giacomo de Vio suo Procuratore alli 2 Ottobre 1565. fece la Platea delli beni spettanti all’Abbadia posti nel Bosco come dal lib. 11. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”. Di detta ‘platea di beni’, il Di Luccia, scriveva che: come dal lib. 11. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”. Il Palazzo (…), sulla ‘Platea dei beni’, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe. ecc…”. Delle antiche donazioni di beni alla Chiesa del basso Cilento, da parte dei principi Longobardi, abbiamo pubblicato ivi un altro nostro studio. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicata nel 1991, parlando degli Abati Commendatori del Cenobio basiliano e Abbazia dopo, a p. 64, ci informa che: 4) D. Antonio De Bacio, amministratore dell’Ente mediante il Vicario Tommaso De Tommasijs, pare che abbia avuto per Procuratore D. Girolamo Sursaja, perchè era nel luogo e conosceva gli usi della vasta zona terriera del patrimonio basiliano………6) A. Andrea De Vio, di Gaeta, ottenne la Commenda per cessione o per traslazione, fattagli dallo zio, ed ebbe per Vicario l’Abate Tommaso De Thomasijs.  Questi nel 1555 indisse il “Sinodo di S. Giovanni a Piro”. Il Sinodo consta di 19 disposizioni.”. Pietro Ebner, nel vol. I del suo “Chiesa baroni e popoli nel Cilento”, a p. 154, nel capitolo V “Monasteri e Chiese ricettizie”, in proposito scriveva che: Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (Km. 5) a quella italo-greca di S. Giovanni a Piro, abbazia tra le più fiorenti,…”. Il Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato historico legale etc…’, a p. 26, parlando di Andrea de Vio, VI Commendatore dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Il sesto fù Andrea de Vio di Gaeta forsi nepote di detto Cardinale, quale hauerà hauuto l’Abbadia, o per cessione, o traslatione fattali dal medesimo, stante che nell’anno 1539. il medesimo Abbate di Tomaso esercitava il Vicariato per lui come giustificationi, che si addurranno appresso, e questo mediante Giacomo de Vio suo Procuratore alli 2. Ottobre 1565. fece la Platea delli beni spettanti  all’Abbadia posti nel Bosco come dal lib. II. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”.

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(Fig….) P.M. Di Luccia (…), op. cit., p. 26

Dunque, secondo il Di Luccia (…), che a p. 26, ci parla di Giacomo De Vio (nipote del Cardinale De Vio), nominato Procuratore di Tommaso de Tommasjis Vicario di D. Andrea de Vio, sesto Abate Commendatario dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Giacomo de Vio, il 2 ottobre 1565, compilò una “Platea di Beni e di Rendite” che appartenevano alle due Abbazie di S. Giovanni a Piro e S. Nicola di Bosco.

Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro’, a p. 50-51, sulla scorta del Palazzo (…), e soprattutto di ciò che nel suo trattato, nel 1700, aveva già scritto il Di Luccia (…), parlando dei padri basiliani che fondarono il celebre cenobio, scriveva che: “I Padri Basiliani furono Baroni delle terre del Cesareto e di quelle donate dai Longobardi alla Chiesa nel 571, con giurisdizione autonoma spirituale e temporale. Di questa autonomia riferiscono non solo gli atti di ordinaria amministrazione dei Padri, ma soprattutto Mons. Angelo Oliverio, Vescovo di Acerra, quando, ordinando Diacono Antonio Ferrari della terra di S. Giovanni a Piro, con la dicitura ‘nullius dioeceseos’ (14), afferma che il territorio Basiliano, cui il Ferrari apparteneva, era fuori di ogni giurisdizione diocesana.”. La notizia era stata tratta dal Di Luccia (…). Il Vescovo di Acerra, Mons. Oliviero, ordinò Antonio Ferrari, diacono della terra di S. Giovanni a Piro, nel…….e, la notizia del documento venne poi riportata dal Di Luccia (…), nel 1700, all’epoca del suo trattato istorico-legale.

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram Dioecesis Polycastren cujus curam, ecc... Infatti, il Di Luccia (…), sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, riportava il passo del documento scritto al tempo del Petrucci e scritto dalla Commssione della Regina Giovanna, il 26 agosto 1442, che diceva: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”, che tradotto è:  “Oltre all’Abbazia di San Giovanni Piras (Pyrus) Diocesi Polycastren cura che, a causa della debolezza degli abati, vescovi hanno ricevuto dall’Abbazia di merci non si perdono, ma piuttosto aumentare, insieme con il cottage, l’Abbazia di San Giovanni, mentre appartiene alla pera portato gli attacchi Internet, e impegnato detiene il frutto, e poi tornò a proprio uso raggiunto girando …”. Giuseppe Cataldo (…), a p. 44, sulla scorta di ciò che sosteneva il Di Luccia (…), aggiungeva: “Le terre concesse dai Longobardi alla Chiesa, legittimate poi dai re di Napoli, furono materia di esoso sfruttamento a danno della comunità religiosa e dei cittadini del casale di S. Giovanni a Piro, poichè esse, medianti appositi fittatari, erano date ad enfiteusi temporanea, quasi fitto, con diritto di preferenza ai naturali del luogo, che dovevano pagare, invece delle decime, cospicui canoni annuali. Da ciò le cause, dell’impoverimento economico. L’ingerenza dei vescovi e dei conti di Policastro nella predetta Badia “nullius dioceseos” fu per salvare il salvabile, poichè sarebbe lo stesso finita in malora.”.

Nel 1695-96, la “Platea di Beni e di Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro” redatta dal Notaio Domenico Magliano

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(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; Manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (…).

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(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 – Cappelletto storico

                                                              MAYERA’ (CALABRIA)

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(Fig….) Pag. 139 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Mayerà (Calabria)(…)

La Platea di Beni e di Rendite del monastero di S. Pietro di Carbonaro a Majerà, compilata nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112 v. p. 263) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dal Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112, v. p. 263), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Infatti, Biagio Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, sulla scorta del Di Luccia (…) e del Palazzo (…), ne parla a pp. 43-44. Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dal Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 150, parlando della “Regione mercuriense” e di Majerà e del Monastero e dell’Abbazia di S. Giovanni a piro, scriveva in proposito che: Il monastero disponeva di un vasto territorio, delimitato dai confini delle Terre di Majerà, di Cirella, di Belvedere, e di Buonvicino, riportati nella platea del 1545-1546 da Sebastiano della Valle (135). Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”. Il Campagna, nella sua nota (131), postillava che: “(131) Cozza-Luzi”, nella nota (132), cita il Pratesi (…), nella nota (133), cita il Cappelli (…). Appare interessante la sua nota (134), dove postillava che: “Sul versante meridionale di S. Pietro a’ Carbonara, non lontano dalla grotta di S. Angelo, si possono notare i resti con affreschi d’un altra chiesetta, che mi è stato detto essere di “S. Pietro Alcam” (Alcamo?), forse parte d’un complesso abbaziale, ora abitazione del Sig. Giuseppe Russo.”. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Giovanni Mercati (…), ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Il Campagna (…), a p. 151, scriveva in proposito che: “E’ vero che l’abbazia di S. Pietro sopravvisse alla latinizzazione, ma fu sopravvivenza asfittica (138).”. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, Domenico Martire (…), nel suo ‘La Calabria sacra e profana’, nel 1876, citava i monasteri di S. Fantino a Torraca ed il Monastero di S. Nicola a Sapri (?), e le poneva come grangie dell’antico monastero di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Infatti, il Martire (…), scriveva che “11- Monastero di San Giovanni a Pero, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma.”. Il Martire (…), traeva dette notizie dal Di Luccia (…), e infatti scriveva che: “17 S. Costantino alle Tracchine. Pietro di Lucca nella sua Moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3 fa menzione di altri monastei chiamati Badie ecc..”, e va avanti con un altro elenco di altri monasteri. Il Pietro di Lucca citato dal Martire è Pietro Marcellino Di Luccia (…), che scrisse il suo ‘Trattato Istorico-legale ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 150, parlando della “Regione mercuriense” e di Majerà (paese in Provincia di Cosenza), scriveva in proposito che: Il monastero disponeva di un vasto territorio, delimitato dai confini delle Terre di Majerà, di Cirella, di Belvedere, e di Buonvicino, riportati nella platea del 1545-1546 da Sebastiano della Valle (135). Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”. Il Campagna, nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni e poi una platea dei beni, redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…).

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

Di Luccia

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (9) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(…) Mattei-Cerasoli D. Leone, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’ (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-78

d'avino-porfirio

(…) Porfirio Gaetano, “Diocesi di ‘Policastro”, stà in D’Avino Vincenzo, ‘Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie’, Napoli, Stamperia Ranucci, 1948,  a p. 538

(…) Gregorio Magno papa, Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982.

(…) Gregorio Magno papa, Epistola 2, 42 o 43 (?), datata Luglio 592, stà in ‘Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum;  oppure si veda pure: Ebner P., op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. L’Ebner, op. cit. (15), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 (26).

(…) Mercati Giovanni, ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68), Città del Vaticano, 1935, p. 209 (?) (Archivio Storico Attanasio).

(…) Barni G., I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, stà in Barni G.,  I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383;

(…) Ravegnani G., I bizantini in Italia, Ed. il Mulino, 2004, pp. 146

(…) Ostrogorsky G., Storia dell’Impero bizantino, Einaudi, 1968 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952

(…) Lanzoni F., Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323.

(…) Duchesne L., Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (…), da pagg. 361 a 390 (a noi interessa p. 383)

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 593. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo le famiglie di Camerota, si veda p. 239, tomo I. Riguardo la famiglia Marchese di Camerota, si veda: vol. I, p. 120. Riguardo la notizia del Malaterra, su Policastro in epoca Normanna si veda p. 537. Si veda pure: Hirsh – Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002.

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(…) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

(…) Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna, p. 155 (citato da Ebner), (Archivio Storico Attanasio).

Gay Jules, L'Italie_méridionale_et_l'empire_byzantin,

(…) Gay Jules, L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, ed. Albert Fontemoing, 1904, vedi p. 524 sulla distruzione di Policastro e la traduzione a Nicotera. Successivamente tradotta in Italia, Firenze, 1917, ed. Libreria della Voce, p. 491 (citato da Ebner).

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(…) Gay Giulio, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, ristampa e presentazione a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, Lecce, 2011, p. 253  (Archivio Storico Attanasio); riguardo la diocesi di …………….., si veda dello stesso autore Gay I., Les Diocèses de Calabre à l’epoque byzantine, in «Revue d’Histoire et Littérature Religieuse», V (1900), p. 254.

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(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

(…) Guzzo Angelo, Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia, ed. dell’Autore, Battipaglia, 1997, pp. 53 e s.

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(…) Borsari S., Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane’, Napoli, 1950-1951, p. 2, 1 e 16; si veda pure: Borsari S., Il Monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale prenormanne, Napoli, Sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, 1963 (Archivio Storico Attanasio), si veda cap. II, pp. 69-70, nota (183), parla di un documento del 1065.

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(…) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, (Archivio Storico Attanasio);  si veda pure: Cappelli B., I Basiliani nel Cilento superiore, in «Bollettino della Badia greca di Grottaferrata» ed. Scuola Tipografica Italo-Orientale “S. Nilo”, XVI, 1962 pp. 9-21, oppure dello stesso autore e saggio: in «Bollettino della Badia greca di Grottaferrata» ed. Scuola Tipografica Italo-Orientale “S. Nilo”, vol. XXIV, 1970. pp..

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Martire Domenico

(…) Martire D., La Calabria Sacra e Profana, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s.

Guillaume P.,

(…) Guillaume P., l’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (…), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (…), venne pubblicato dal Guillaume (…).

(…) Cappelletti G., Le chiese d’Italia dalle loro origini fino ai nostri giorni, Venezia, Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 328-329 e 367-377. Lettera del pontefice (Quoniam Velina) riportata da Cappelletti. Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» Paul Kehr (Italia Pontificia, VIII, p. 370).

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(…) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: ‘Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata’, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli ecc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..

(…) Platina Bartolomeo, ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platino, ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, del 1593, p. 170

(…) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s.

(…) Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Notizia che confermiamo avendo scaricato il testo scritto in latino del 1600.

(…) Cammarosano Paolo, Storia dell’Italia medievale, dal VI all’XI secolo, ed. Laterza, Bari, 2001, p. 98.

(….) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(…) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio), “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione MAFFEI, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527)

(…) Abbate Paolo, Cenobi italo-greci e paesi del Basso Cilento, ed. (?), 1999; si veda un estratto sul Cenobio di S. Giovanni a Piro, pubblicato da Fariello (…).

(…) Schiavone Clara – Buonomo Emilio, Sulle Tracce dei Monaci Italo-Greci nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, 1999.

(…) Alaggio Rosanna,  La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, ed. Laveglia, Salerno, 2004 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e borghi della costa cilentana, ed. Edicon, Castel S. Giorgio, 1975, p…..

(…) Malaterra G., De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in ‘Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori‘, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte II. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002, p. 156 e s. Il Malaterra parla di Policastro nel Libro II, Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un ca-stello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo Vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (9). Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Getani, nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra. 

(…) Volpe G., Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento, ed. Ripostes, Roma, 1888, p. 117.

(…) Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (…), p. 136 nota (c).

(…) Natella P. Peduto P., Pixous – Policastro, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, rivista di I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc.…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie……, op. cit., p. 292-293.

(…) Cozza – Luzi Giuseppe, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano (Archivio Storico Attanasio).

(…) Troccoli C., Montesacro antichissimo santuario basiliano, ed. Laurenziana, Napoli, 1986 (Archivio Storico Attanasio).

(…) von Falkenhausen Vera, Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina, stà in “Il Monastero di S. Elia di Carbone e il suo territorio dal Medioevo all’età Moderna Nel millenario della morte di S. Luca Abate“, a cura di Cosimo Damiano Fonseca e Antonio Lerra, Atti e Memorie del Convegno Internazionale di Studio promosso dall’Università di Basilicata, Potenza-Carbone, 26-27 giugno 1992, Potenza, 16,  ed. Congedo, Lavello (PZ), 1996, p. 61 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: von Falkenhausen Vera, La Diocesi di Tursi-Anglona terra di incontro tra greci e latini, Atti del Convegno Internazionale di Studi promosso dall’Università di Basilicata sulla Diocesi di Tursi-Anglona, 1978, p. 31.

(…) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (4), a p. 154, alla nota 4 (nota 1), scrive in proposito al documento: “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (3) (Figg. 1-2-3-4-5-6-7-8-9-10-11 ecc..) che, trae le dette notizie e questo documento dal Canonico Giuseppe Menta. Il Gaetani, op. cit. (4), p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (4), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta, che redasse la “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani (4), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il canonico Giuseppe Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (4), ma il Laudisio (7-8), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare  gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (7-8), scrive in proposito a p. 93 (8): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”. Per cercare di capire a quali documenti si riferisse il Gaetani e prima ancora il Menta, rileggendo ciò che scrive l’Ebner (…), a p. 435, su Policastro, a proposito delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, egli, sulla scorta del Ronsini (…), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29). Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. L’Ebner, alla nota (27), scrive: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo di Rofrano, con il fisco per pagamenti contestati, con il Principe di Bisignano per i confini di Sanza e, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino (31).”. Alla nota (28), dice che: “ne scrive il Ronsini (…)  a p. 29.”. Alla nota (29), scrive: “Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso, basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura.”. L’Ebner alla nota (30), scrive: “La cronostassi del Laudisio parla del 1110 al 1211 (Gerardo Arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (vedi Sinossi, cit. p. 131, sg.), elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto: “Ego Guido Policastrensis episcopus, ecc…”. Pertanto, rileggendo il Ronsini (…), a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Quindi, l’Ebner, traendo notizie dal Ronsini che citava il Libro di memorie di Placido Tosone, avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino. L’Ebner (32), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. Tuttavia il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (30), a p. 113.

(…) (Figg…..) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il documento fu citato dal Gaetani R., op. cit. (…) e dal Cataldo (…). In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (…) che cita. Il Gaetani, cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (3), a p. 154, alla nota (4) (nota 1), e dice di aver tratto lo stralcio del documento in questione dal suo amico Canonico Giuseppe Menta (…), che troviamo citato su un’antico testo scaricabile da Google libri gratis. Il Gaetani, op. cit., p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. ‘Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano’. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (…). Il Cataldo (…), nelle sue note (p. 19, nota n. 71), a proposito della “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a…”, scrive che essa è un manoscritto (Ms.), conservato all’A.D.P. (Archivio della Diocesi di Policastro). Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte da un documento: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (di Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. Si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 73 e s., si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”. Il Tancredi, alla nota (1), scrive: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. ecc..”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (…), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (…). Il Gaetani (…), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta (…). Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano (…). Le immagini che noi quì pubblichiamo (Figg…..), sono tratte dal manoscritto originale conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (Fig….), da cui abbiamo tratto le pagine finali che riguardano i possedimenti a Torraca e del territorio Saprese.

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(…) Schmiedt Giulio, Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Parte II- I Porti delle Colonie Greche, stà nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975 (che noi possediamo in originale), pp. 78-79.

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(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. L’Agresta è citato spesso da P.M. Di Luccia. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”.

(…) Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.

(…) Cervellino L., Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per la sua retta Amministrazione, Napoli, 1776, p. 113, si veda per l’Università di Rofrano.

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(…) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988, pp. 49 e s.; si veda pure: Follieri E., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in Follieri E., ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461 (Archivio Storico Attanasio).

Rocchi A., vita di S. Nilo

(…) Rocchi A., De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, che contiene il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio). Rocchi, scriveva: “Tre versioni latine sono fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal Metius ep. Thermul. di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc. Tom. VI, Paris, 1729) la terza del Caryophilus archiep. Iconien. da luì stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il eh. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo ecc..”.

(….) S. Bartolomeo di Grottaferrata. Gli inni sono sparsi nei codici e libri liturgici della badia. La Vita di S. Nilo, edita per la prima volta, con la versione latina, da Matteo Cariofilo, Roma 1624, è ripetuta in Acta Sanctorum septembris, vII, 259-320 e in Migne, Patrol gr., CXX, 15-166. Traduzioni italiane di G. Minasi, S. Nilo di Calabria, Napoli 1892, pp. 129-257 e di A. Rocchi, Vita di S. Nilo Abate, Roma 1904. La biografia di S. Bartolomeo scritta da Luca di Grottaferrata presso Possinus, Thesaurus asceticus, Parigi 1684, pp. 425-455; Mai, Nova Patrum bibliotheca, VI, 2 (Roma 1853), pp. 514-530; Migne, Patrol gr., CXXVII, 476-497. Non riguarda S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina (morto il 19 agosto 1030), l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533; Migne, l. c., 500-512. Sulla vita di quest’ultimo in Acta Sanctorum septembris, VIII, pp. 810-826, v. A. Mancini, Per la critica del Biosdi Bartolomeo di Rossano, in Rend. dell’Accad. di Archeologia, Lettere e Belle Arti, n. s., XXI (Napoli 1907), pp. 489-504.

(…) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria. In onore di Arnold Esch‘ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A.; si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228, oppure Nuova Serie, vol. XLV, 1991, Luglio-Dicembre (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Giovanelli Germano (Ieromano), Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol. III (1949), pp. 67-75, che si trova anche nella ristampa del Ronsini (…), op. cit. ed. Forni, p. 94 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Vita di S. Nilo, e pure: Grottaferrata, stà in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955); si veda pure dello stesso autore: Giovanelli G. – Altimari S., San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco, Grottaferrata, 1942, pp. 28-32; Padre Germano Giovanelli G., Vita di S. Bartolomeo juniore, IV egumeno e cofondatore di Grottaferrata, ed. Badia Greca di Grottaferrata, Scuola Tip. Italo-Orientale ‘S. Nilo’, Grottaferrata, 1962, no. 25 (Archivio Storico Attanasio), pp. 55 e 75.

(…) Mai Angelo, Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis, stà in ‘Nova Patrum bibliotheca’, VI, 2, Roma, 1853, pp. 514-530; che secondo la Treccani, non si tratta di S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma di un S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina (morto il 19 agosto 1030), l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533.

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(…) Schipa Michelangelo, Il Mezzogiorno d’Italia, anteriormente alla Monarchia, ed. La Terza & figli, Bari, 1923 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Bernino Domenico, Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino, Roma, 1709

(…) John Julius Norwich, I Normanni nel Sud: 1016-1130. Mursia, Milano 1971 (ed. orig. The Normans in the South 1016-1130. Longmans: London, 1967).

(…) d’Engenio Cesare, Nuova e perfettissima descrizione del Regno di Napoli, Napoli, ed. Scoriggio, 1629

(…) Troyli P.P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53. Vedi pure: Paolo Diacono, Historia, miscellanea, Lib. XIII; oppure Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Roma, edizioni di Storia e letteratura, 1976, egli sostiene che il Bussento detto Basentium dal Diacono Paolo, sia il nostro Bussento. Si veda pure: Attanasio F., Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà in ” I Corsivi”, n. 12, 1978. Si veda pure: Troyli Placido Abate, op. cit. tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135.

(…) Su Pietro Pappacarbone (Pietro da Salerno) e la figura di Alfano I, si veda: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s.; Archivio dell’Abbazia della Ss. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.; Annales cavenses, a cura di F. delle Donne, Roma 2011, pp. 36-45, sub ann. 1097, 1106, 1110, 1118, 1123. P. Guillame, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371; P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in Scritti in memoria di Leopoldo Cassese, Napoli 1971, pp. 3-32; Id., Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma 1979, pp. 243 s.; G. Vitolo, Cava e Cluny, in L’Italia nel quadro della espansione europea del monachesimo cluniacense. Atti del Convegno internazionale di storia medioevale (Pescia… 1981), Cesena 1985, pp. 199-220, stampato anche in G. Vitolo – S. Leone, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del Codex diplomaticus Cavensis, Salerno 1983, pp. 35-44; H. Houben, L’autore delle Vitae quatuorum priorum abbatum cavensium, in Studi medievali, s. 3, XXVI (1985), pp. 871-879 poi ristampato in Medioevo monastico meridionale, Napoli 1987, pp. 167-175; G. Vitolo, La badia di Cava e gli arcivescovi di Salerno tra XI e XII secolo, in Rassegna storica salernitana, VIII (1987), dicembre, pp. 9-16; M. Galante, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; J.M. Sansterre, Figures abbatiales et distribution des rôles dans les Vitae quatuorum priorum abbatum Cavensium (milieu du XII siècle), in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age, CXI (1999), 1, pp. 61-104; V. Loré, Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151; B. Moliterni, Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXIX (2013), pp. 5-36.

(…) Ruggero, era figlio di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e Calabria, e di Sichelgaita, principessa longobarda di Salerno, nacque nell’anno 1059, essendo i genitori sposatisi nel 1058. Non si conosce il luogo di nascita di Ruggero Borsa. Ruggero, era il figlio primogenito della coppia, che ebbe altri due figli maschi, Roberto e Guido, e sette figlie femmine. Roberto il Guiscardo, per sposare la prinicipessa Longobarda Sighelgaita, sorella del principe di Salerno Longobardo Gisulfo II e madre di Ruggero Borsa, dovette ripudiare la prima moglie Alberada di Buonalbergo, normanna come lui e che aveva sposato durante la sua permanenza in Calabria, con la scusa della consanguineità e, da cui aveva avuto due figli: Emma e Boemondo d’Altavilla. Invero il matrimonio fu sciolto per permettere al Guiscardo di sposare una principessa longobarda, rafforzando così la sua posizione di potere presso i Longobardi. Dunque, Ruggero d’Altavilla, detto ‘Borsa’, era fratello di Roberto e Guido ed era fratellastro di Emma e di Boemondo. Ruggero Borsa, era anche nipote di Ruggero I d’Altavilla (detto il Gran Conte di Sicilia), fratello di Roberto il Guiscardo. Ruggero Borsa (1060/1061 – Salerno, 22 febbraio 1111) è stato un cavaliere normanno. Fu duca di Puglia e Calabria dal 1085 al 1111. Ruggero visse la prima parte della sua vita all’ombra del padre, aiutandolo nella repressione dei conti normanni ribelli e della città restie a tollerare la dominazione normanna: per questo motivo le prime notizie che abbiamo su di lui sono le sue imprese militari. Il primo incarico militare fu l’assedio a Castrovillari, nel 1073, dove si era rifugiato Guglielmo Arenga, ribellatosi con Abelardo, nipote del Guiscardo e cugino di Ruggero, all’autorità ducale. Nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il normanno duca di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085, ecc…”. Alla morte del padre, dopo varie vicende, nel 1085, Ruggero Borsa, ereditò dal padre Roberto il Guiscardo parte del Principato Longobardo di Gisulfo II. Figlio e il successore di Roberto il Guiscardo, il cavaliere normanno che fu duca di Puglia e Calabria e conquistatore della Sicilia. Alla morte del Guiscardo, a succedergli come Duca di Puglia e Calabria, Principe di Salerno fu il secondogenito Ruggero Borsa, primo dei figli avuti da Sichelgaita. Proprio a lei si deve l’estromissione del primogenito Boemondo dalla successione: nel 1073, infatti, insediata la propria corte a Bari, Sichelgaita indusse i nobili pugliesi a riconoscere suo figlio Ruggero come legittimo successore del Guiscardo in luogo di Boemondo, nato dal primo matrimonio di Roberto con Alberada. A Boemondo furono comunque destinati i possedimenti al di là dell’Adriatico, prima fra tutte la roccaforte di Durazzo. A garantirgli la successione al Guiscardo furono le abili manovre della madre, la principessa longobarda Sichelgaita, che nel 1073 riuscì a convincere i baroni pugliesi a riconoscerlo erede in luogo di Boemondo, primogenito di Roberto nato dal primo matrimonio di questi con Alberada di Buonalbergo. Di lui lo storico inglese John Julius Norwich scrive: …Ruggero – detto Borsa a causa della sua inveterata mania nel contare e ricontare il proprio danaro – era un ragazzino tredicenne debole ed esitante che diede l’impressione che un’infanzia trascorsa con Roberto e Sichelgaita fosse stata già troppo per lui.. Nel 1073, dunque, Ruggero fu proclamato erede, mentre il Guiscardo veniva colpito da malattia durante un soggiorno a Trani. Il dominio sulla Contea di Sicilia, col titolo di Gran Conte, rimase appannaggio del fratello di Roberto, Ruggero, che aveva combattuto costantemente al suo fianco. Unico ad opporsi al riconoscimento del futuro duca fu Abelardo d’Altavilla, cugino di Ruggero in quanto figlio di Umfredo, fratello di Roberto. Questi rivendicò per sé il diritto alla successione, poiché il Guiscardo, nominato suo tutore alla morte di Umfredo, ne aveva arbitrariamente confiscato i possedimenti, tagliando fuori lui e suo fratello Ermanno dalla linea ereditaria. Ruggero si ricongiunse con la madre a Cefalonia e insieme a lei fece ritorno in patria, dove in settembre, grazie anche al supporto dello zio Ruggero I di Sicilia, fu riconosciuto duca di Puglia e Calabria. Un avvento che non mancò di suscitare reazioni: Boemondo, il fratellastro scartato dalla successione, rispose con le armi all’ascesa di Ruggero e con l’appoggio del principe Giordano I di Capua occupò i castelli di Oria, Otranto e Taranto, prima di giungere ad un accordo di pace nel marzo del 1086. Boemondo diventò di fatto co-reggente insieme al fratellastro, ma già nell’estate del 1087 diede vita ad una nuova rivolta e col sostegno di buona parte dei vassalli di Ruggero riuscì a sconfiggere quest’ultimo a Fragneto, riprendendo possesso anche di Taranto. Pur descritto come un guerriero forte e temibile, in grado di espugnare con abili assedi le città di Benevento, Canosa, Capua e Lucera, Ruggero Borsa non fu mai in grado di eguagliare la potenza di Boemondo, né di portare quest’ultimo sotto il proprio controllo. Lo scontro fra i due fratelli si concluse solo con la mediazione di papa Urbano II, il quale riconobbe a Boemondo il possesso del Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, mentre Ruggero gli garantì anche il feudo di Cosenza e la titolarità di fatto di altri domini. Nel 1089 Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia. Dal punto di vista storiografico, una delle principali fonti sul regno di Ruggero Borsa è l’opera del cronista Guglielmo di Puglia (…), che dedicò le sue cronache a Roberto il Guiscardo e suo figlio. Lo storico Pierre Aubè (…), parlando di Ruggero Borsa (…), nipote di re Ruggero I e, parlando pure di suo figlio naturale Simone, in proposito scriveva che: “Ruggero non è ancora vecchio, ha raggiunto l’apogeo del suo potere, ma è vedovo. La sua seconda moglie Eremburga, era morta due anni prima, poco dopo la presa di Butera. Lo stesso anno si verifica un sorprendente incrocio matrimoniale. Il Conte di Calabria e Sicilia sposa Adelaide, figlia di Enrico del Vasto, appartenente alla famiglia piemontese degli Aleramici. Di lignaggio originario del vecchio regno longobardo, il marchese viene investito di una delle signorie più notevoli della contea siciliana, situata in posizione strategica fra Paternò, Butera, Cerami e Nicosia. Anche lui vedovo, Enrico convola a nozze con una delle numerose figlie di Ruggero.”. Poi parlando del nipote del Gran Conte Ruggero, Ruggero Borsa, l’Aubè scriveva: “Più o meno in quel periodo Ruggero Borsa, contrae un matrimonio con Alaina, figlia di Roberto il Frisone, terribile conte di Fiandra.”. Poi parlando di Ruggero I d’Altavilla, lo zio di Ruggero Borsa, l’Aubè scriveva: “Il matrimonio con Adelaide è alienato da parecchi figli. Innanzitutto Simone, nato verso il 1093, chiamato per natura a succedere al padre. Un altro nato certamente nel 1095, a cui viene imposto il nome paterno di Ruggero.”. Sempre l’Aubè (…), parlando del dopo la morte di re Ruggero I d’Altavilla, scriveva che: “In Sicilia e in Calabria la contessa Adelaide deve assumere i poteri durante la minorità dell’erede naturale, Simone, che resta debitore dell’omaggio a suo cugino, Ruggero Borsa. Il duca, che risiede spesso nella città di Salerno, ereditata dagli avi paterni, non è affatto all’altezza degli eventi ed esercita un potere esile sui beni che detiene in proprio. Il ducato prospera ancora, ma le conquiste hanno divorato somme notevoli. Nel 1101, Ruggero Borsa, offre ancora trecento libbre di incenso e balsamo ecc….Ruggero Borsa, muore il 22 febbraio 1111, più o meno all’età di cinquant’anni. Aveva incontrato l’ultima volta il papa a Benevento l’anno prima. Qualche settimana dopo il novembre dell’anno 1111, scompare in Puglia un eroe di ben altra statura, Boemondo di Taranto.”. L’Aubè scrive che di Ruggero Borsa ci ha raccontato il cronista Falcone Beneventano (…). Dal punto di vista storiografico, una delle principali fonti sul regno di Ruggero Borsa è l’opera del cronista Guglielmo di Puglia, che dedicò le sue cronache a Roberto il Guiscardo e suo figlio. Dopo la sua morte, il dominio fu definitivamente ereditato da Ruggero II d’Altavilla che diventerà Re di Sicilia.

(…) Secondo l’antica pergamena detta ‘Crisobollo’, del 1131, in seguito alle donazioni munifiche di Ruggero Borsa, vennero pure confermate dal figlio, Guglielmo d’Altavilla che,  dopo la morte del padre nel 1111, ereditò i suoi possedimenti. Guglielmo governò fino alla sua morte nel 1127. Il duca Ruggero sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Dalla consorte ebbe tre figli maschi: Ludovico, nato nel 1092, Guiscardo, nato nel 1093, e Guglielmo, nato nel 1097. Ebbe un figlio illegittimo da una donna chiamata Maria, anch’egli chiamato Guglielmo. Solo i due Guglielmi sopravvissero alla morte del padre. Ruggero Borsa, morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale Cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Alla sua morte il ducato fu ereditato dal figlio Guglielmo I d’Altavilla, il quale si rivelò un governante debole quanto e più di suo padre. Il dominio fu poi definitivamente ereditato da Ruggero II d’Altavilla. Oltre al titolo ducale di Puglia e Calabria, Guglielmo ereditò dal padre Ruggero Borsa, anche lo stesso carattere debole e inetto. Durante il suo regno, egli, infatti, dimostrò tutta la sua inabilità al governo, che mise in pericolo la stabilità dei domini peninsulari degli Altavilla. Ben presto venne in conflitto con il cugino Ruggero II di Sicilia, uno scontro risolto solo con l’intervento di papa Callisto II che, nel 1121, riuscì a pacificare i due rivali. Guglielmo e Ruggero giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta del barone Giordano di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Nel 1125, ricevette dal papa Onorio II, l’investitura del Ducato di Puglia e Calabria. Quando nel luglio del 1127 Guglielmo, duca di Puglia, morì senza figli, Ruggero II, cugino di Ruggero Borsa, reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e conquistò senza difficoltà Amalfi e Salerno, dove venne incoronato. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “…..e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. Il basso Cilento e la contea di Policastro, furono sotto la dominazione del figlio di Ruggero Borsa, Guglielmo I d’Altavilla, dal 1111 al 1127.

(…) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore D. Leone Mattei Cerasoli, Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava, Vol. IV,  a cura di Mattei-Cerasoli, Roma, ed. Libreria dello Stato, 1937, anno XV (Archivio Storico Attanasio).

(…) Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974, si veda I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.

(…) Pochettino Giuseppe, I Longobardi nell’Italia Meridionale, 570-1080, ed. Guida, Napoli,

(…) Visentin Barbara, Fondazioni cavensi nell’Italia meidionale (secoli XI-XV), ed. Laveglia & Carlone,   Battipaglia, 2012 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006.

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(…) Gassisi Sofronio Jeromonaco, Contributo alla storia del rito greco in Italia, ed. Tipografia Italo-Orientale “S. Nilo”, Grottaferrata, 1917 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore:  Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1947 (Archivio storico Attanasio).

(…) Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna, p. 155 (citato da Ebner), (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mazziotti M., La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972 (Archivio Storico Attanasio)

Guillaume P.,

(…) Guillaume P., l’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (…), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (…), venne pubblicato dal Guillaume (…).

(…) D. Leone Mattei Cerasoli, Guida storica e bibliografica degli archivi e delle biblioteche d’Italia – Badia della SS. Trinità di Cava, Vol. IV,  a cura di Mattei-Cerasoli, Roma, ed. Libreria dello Stato, 1937, anno XV (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: ‘La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore’, in “ASCL”, VIII, 1938 (Archivio Storico Attanasio); si veda Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.

(…) Visentin Barbara, Fondazioni cavensi nell’Italia meidionale (secoli XI-XV), ed. Laveglia & Carlone,   Battipaglia, 2012 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Alaggio Rosanna,  La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, ed. Laveglia, Salerno, 2004 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Lasco Giuseppina, I Santi monaci basiliani in Lucania, ed. et cetera Libri, Brienza (PZ), 2016 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Troisi C., I monasteri di rito greco-bizantino del Cilento nell’alto medioevo, da ‘Racconti di vita Cilentana’, stà in Vassalluzzo M., Cilento a occhio nudo’, a cura di, ed. Massimo Villone, Roccapiemonte, 1987, p. 179 e s.

(…) Crisci G. e Campagna A., ‘Salerno sacra – Ricerche storiche’, Salerno, ed. della Curia Arcivescovile, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg. (Archivio Storico Attanasio); si veda citazione di Pietro Ebner e la ‘Presentazione’ di Nicola Acocella.

(…) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), R. Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Balducci A., L’Archivio Diocesano di Salerno – Cenni sull’Archivio del Capitolo Metropolitano, Collana Storico Economica del Salernitano – Fonti IV, ed. a cura della Società Salernitana di Storia Patria, Parte I, Salerno, 1959, pp….. (Archivio Attanasio).

(….) Gentile Angelo, Storie e tradizioni popolari del santuario di Santa Rosalia di Lentiscosa, ed. Poligraf, 1983; si veda pure dello stesso autore: Gentile Angelo, Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati, ed. Palladio 1988 (Archivio Storico Attanasio); si veda dello stesso autore: Gentile Angelo, Morigerati, ed. Palladio, Salerno, 2001 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Tra Capo Infreschi e Capo Palinuro’, ed. Palladio, Salerno, 1984 (Archivio Attanasio)

Ruggiero di Sanseverino

Dalla Treccani leggiamo che: Sanseverino, Ruggero I. – Nacque tra il 1064 e il 1065 da Troisio (o Turgisio) di Rota, di discendenza normanna. Primo di cinque figli (suoi fratelli erano Silvano, Troisio jr, Roberto e Deletta), ereditò i possedimenti paterni che, oltre al castello di San Severino dal quale egli trasse il nomen familiae, comprendevano la pianura dell’attuale Mercato San Severino, Montoro, Lauro e Apudmontem (Roccapiemonte). Il suo nome personale si ricollega con molta probabilità a quello del conte di Sicilia Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo, a cui la famiglia era legata da rapporti di amicizia. Vicino politicamente alla stirpe dei principi longobardi, sposò in data imprecisata Sica (o Sicarda), figlia del conte Landolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV, dalla quale ebbe almeno quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo. Ebbe inoltre un figlio naturale, Tancredi, e un figliastro, Roberto. La storia dei Sanseverino di queste prime generazioni è, del resto, soprattutto legata alle vicende del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni e queste relazioni sono meglio documentate. Ruggero fece al cenobio numerose elargizioni (anche se la documentazione è talvolta di dubbia autenticità). Nel settembre del 1111, partecipò, invece, a un’assemblea indetta dal duca Ruggero Borsa per difendere il monastero di Cava dalle pretese di Giordano II, conte di Nocera, che in presenza dell’abate Pietro e dei nobili campani riconobbe tutte le concessioni fatte dalla sua famiglia ai monaci cavensi. Il problematico rapporto con Cava restava però sempre al centro degli interessi di Sanseverino. Nel marzo del 1114, alcuni suoi uomini iniziarono a vessare i dipendenti dell’abbazia, ma egli,dichiaratosi estraneo ai fatti, intervenne in sua difesa, ottenendo in cambio la custodia del castello di Sant’Auditore di Cava. Nello stesso mese, confermò anche un provvedimento preso dal fratello Troisio in favore dello stesso monastero e, come se non bastasse, concesse egli stesso il casale di Selefone del Cilento, di cui delimitò i confini. Poco dopo però insorsero contrasti con i monaci a seguito delle molestie da lui arrecate ai loro coloni, ma ancora una volta l’abate Pietro intervenne per cercare una mediazione, e nel novembre del 1116 Ruggero gli confermò il possesso della quarta parte del monastero cilentano di S. Giorgio con i beni annessi. Non è sicuro invece che nel 1118 abbia forzato il cognato Erberto il Normanno, detto Caputasini, a restituire a Cava alcune terre da lui usurpate. Nel giugno del 1121, donò all’abate Pietro alcuni terreni siti a Ogliarola(località oggi non più esistente), appartenuti in precedenza al suocero Landolfo. La Treccani non parla del borgo di S. Severino. Da Wikipedia leggiamo che: Ruggero I Sanseverino, conosciuto come Ruggero di Sanseverino o di San Severino (1065 circa – Cava dè Tirreni, 1125), è stato un nobile e religioso italiano. Primogenito di Turgisio di Sanseverino, ereditò i possedimenti e titoli dal padre, e il castello di San Severino da cui prese il ‘nomen familiae’. Era il primo di cinque figli (Silvano, Troisio junoiores, Roberto e Deletta), fu il capostipite (insieme a suo padre) che diede il nome alla illustre e potente famiglia dei Sanseverino, che governò per diversi secoli nelle terre dell’Italia meridionale, stringendo rapporti con le maggiori famiglie reali, e rimanendo al centro dei maggiori eventi storici del sud Italia. La casata ebbe origine dal cavaliere normanno Turgisio, discendente dai duchi di Normandia, che ebbe in dono da Roberto il Guiscardo la contea di Rota (l’odierna Mercato San Severino), posta in una posizione strategica che poneva in comunicazione il Principato di Salerno con il Ducato di Napoli e di Benevento. Avendo questi stabilito la sua dimora nel Castello di Sanseverino che si trovava nei suoi nuovi possedimenti, ne assunse anche il nome. Ruggero deve il suo nome al fratello di Roberto il Guiscardo, anch’egli Ruggero. Sanseverino sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV principe longobardo di Salerno, e figlia del conte Landolfo. Secondo le fonti ebbero non meno di quattro figli: Enrico (“Arrigo”), Troisio, Ruggero e Riccardo. Inoltre vi fu un figlio naturale, Tancredi e uno illegittimo, Roberto. Ereditò dal padre, il titolo di conte di Rota e Signore di San Severino e di altri feudi. Poche notizie riguardanti il suo governo, sono affiliate al castello di Montoro, da lui posseduto almeno dal 1097. Partecipò ad un’assemblea di investitura, del 1109, durante la quale il signore di Monteforte, Guglielmo Carbone, giurò fedeltà a Roberto, figliastro di Ruggero. Guglielmo fu investito delle terre situate nei pressi di Sanseverino, Lauro e Forino. Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Con l’arrivo dei Normanni e la graduale fine della dominazione bizantina, i papi procedettero alla riorganizzazione ecclesiastica di questi territori. L’Antonini (…), in proposito scriveva che: “Devesi inoltre sapere, che questo Sanseverino (diciamo pure di Cilento), era capo di molti paesi d’intorno, a segno che anche oggi il Baron della Terra esigge da Centola, dalla Foria, e dalla Poderia un’annua contribuzione a titolo di ‘Bagliva’, indubitato segno dell’antica soggezione (I), e dipendenza. Quell’ormai ruinato Castello fa ancor vedere, che non poteva esser fatto, che per Uomini di sommo conto. In questo luogo, e non in Perdifumo, come malamente scrive il Toppi, nacque Vincenzo di Vita, Barone della steessa Terra, e patrizio di Ravello, vicino Amalfi, ecc…”. Nicola Acocella (…), in proposito scriveva che: “Dopo l’anno 1097, nuove forze politiche ed egemoniche si affermarono nella zona…Tra i capi normanni, che miravano al dominio di essa si distinsero Troisio o Torgisio di Rota (che in seguito si disse S. Severino) e Guglielmo del Principato, che mirava a formarsi una signoria tra il Tanagro e il Golfo di Policastro. Spentasi la discendenza di Guglielmo, i discendenti di Torgisio rimasero padroni di gran parte del Cilento inferiore (41).”. Sulle origini di Ruggiero Sanseverino ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), Su queste cose ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi a quando Ruggiero Sanseverino aveva già incontrato S. Pietro Pappacarbone e si era già in parte convertito, racconta che: “Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117). Il suo zelo religioso lo indusse nei tardi anni a rinunziare al mondo facendosi monaco nello stesso monastero di Cava (3). A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Il “De Meo” di Ebner (…), è Di Meo (…). infatti, il Di Meo, scriveva in proposito:

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(Figg…) Di Meo (…), vol. IX, p. 295

Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio ecc…”.

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Il Di Meo (…), sulla scorta di Ugo da Venosa (…), un cronista dell’epoca che ci ha raccontato la vita di S. Pietro Pappacarbone (Abate di Cava) e di S. Costabile Gentilcore (Abate di Cava), parlando del miracolo di Pietro sul figlio di Ruggero Sanseverino, scrive che Pietro Pappacarbone: “Essendo nella Chiesa di S. Michel’ Arcangelo nel Cilento, seppe che Ruggieri Signor ‘Castri Severini’, spesso..”. Dunque il Di Meo, come pure il Gattola, ci parlano di ‘Castro Severini’, che dovrebbe corrispondere all’attuale borgo medievale di San Severino di Centola (vedi immagine). L’Antonini (…), nella Parte II, ‘Discorso III’ (e non IV), a p. 279, ci parla del Monastero di Benedettini, vicino al Castello di Sanseverino di Centola’, e citava un episodio accaduto ai tempi in cui Pietro Pappacarbone (…), si era ritirato nel Monastero di S. Arcangelo: “quod in territori Cilenti situm est”. L’Antonini (…), accenna ad un episodio narrato negli “Atti manoscritti di S. Pietro Pappacarbone”, pubblicati dall’Ughelli (…): “..con qualche piccola variazione nè Vescovadi d’Italia”.

Ughelli, p. 774

(Fig…) Ughelli (…), Tomo VII, sulla Diocesi ‘Palicastrense (Policastro), p. 768

Secondo l’Antonini (…), Pietro Pappacarbone, dopo che egli concluse la sua esperienza di Abate al Monastero di Cava dè Tirreni e si ritirò nell’antico monastero di S. Arcangelo: “quod in territori Cilenti situm est”, ovvero nel Monastero di S. Arcangelo, che l’Antonini (…), vuole essere “..nel luogo chiamato le Celle” e, per avvalorare tale sua ipotesi, cita gli ‘Atti su S. Pietro Pappacarbone’ (pubblicati dall’Ughelli) e, sulla scorta di Scipione Ammirato (…), a p. 278-279, Parte II, Discorso III (e non nel ‘Discorso IV’), in cui si cita l’episodio (di cui parla anche a p. 347, quando parla di ‘Celle’). L’Antonini (…), parlando della legenda del miracolo di Pietro Pappacarbone che: “se ne stava ritirato nel Monistero di S. Arcangelo: ‘quod in territorio Cilenti situm est’”, scrive pure che il nobile Ruggero Sanseverino: “che nell’XI secolo, tenendosi il Castello di S. Severino….molestava i Coloni del vicino Monistero.”. Dunque l’Antonini, dice che il miracolo accadde nel Monastero vicino al Castello di S. Severino. L’Antonini (…), parlando di Pietro Pappacarbone, cita il miracolo dell’Abate Benedettino, ritiratosi in quel monastero, sul figlio di Ruggiero Sanseverino e scrive: “Prima di questo tempo (1079), essendo egli Monaco, ed Abate Benedettino, se ne stava ritirato nel Monistero di S. Arcangelo: ‘quod in territorio Cilenti situm est’. Ma queste parole niente proverebbero, se avessimo una particolar dimostrazione del luogo nella leggenda medesima. Vi si legge adunque (e qui l’Antonini si riferisce agli ‘Atti manoscritti di San Pietro Pappacarbone’ (…)), che nell’XI secolo, tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri, questi, secondo la detestabile usanza di quei tempi, abusandosi di sua potenza, continuamente molestava i Coloni del vicino Monistero, e con tale occasione si narra di un miracolo accaduto in persona del tenero del tenero figliuolo di Ruggieri, per opra dello stesso Abate, onde finalmente quello a Dio convertito, nello stesso Monistero Religioso si fece. Or S. Severino, e ‘l suo Castello, ch’ancor oggi è in piedi, si sa esser dove va a finire il lungo piano, che comincia dalla Roccagloriosa, e dove il fiume Menicardo, o Mengardo entrando fra strettissime balze, non si può che con orrore, da sopra il Castello riguardare, ed è dall’Oriente di là dall’Alento quasi venti miglia.”Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” che a pp. 116-117, racconta che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Dunque, Matteo Mazziotti, parlando di Ruggiero Sanseverino, scriveva che egli dopo la sua morte, gli successe il figlio Arrigo. Mazziotti dice pure che Ruggiero Sanseverino era sposato con Sica, figlia di Pandolfo, secondogenito del principe Longobardo di Salerno Guaimario. Da Sica, Ruggiero Sanseverino ebbe Arrigo che gli successe dopo la sua morte. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua opera scrivendo del piccolo borgo medioevale di San Severino e del suo munito e fortissimo castello, voleva che ivi fossero i natali di uno dei primi rampolli di uno dei rami della nobilissima famiglia dei Sanseverino: Ruggero Sanseverino e forse pure del padre Torgisio o Troisio. Ruggero legò la storia della propria famiglia ai monaci della Santissima Trinità di Cava dè Tirreni, a cui cedette più volte appezzamenti di feudi e terre, senza esimersi da concedere favori signorili. Prima donazione è stata la chiesa di Santa Maria di Roccapiemonte, avvenuta nel 1081, e di sette terreni annessi, nel 1083. Nel 1111, difese il monastero di Cava dalle pretese di Giordano II, conte di Nocera, che ne rivendicava le donazioni fatte in precedenza: entrambi si confrontarono in un’assemblea organizzata dal duca Ruggero Borsa. Il rapporto con i monaci cavesi fu tuttavia contraddittorio. Infatti lo accusarono più volte di maltrattamenti e molestie anche morali ai propri coloni. L’intervento di mediazione dell’abate Pietro calmò le acque e nel 1114, a Ruggero fu affidata la custodia del castello di Sant’Auditore. Nel 1116, dopo aver donato al monastero il casale di Selefone del Cilento, gli concesse una parte del monastero di San Giorgio, dopo ulteriori proteste. Secondo la tradizione, poco dopo il giugno del 1121, Sanseverino decise, dopo quarant’anni di rapporti religiosi, di spogliarsi dei suoi beni, prendendo l’abito monastico proprio a Cava, dove morì nel 1125. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che secondo l’Antonini (…): “L’Antonini scrisse perciò che Centola, Foria e Poderia, erano tenuti a versare ai Sanseverino di Sanseverino di Camerota, un tributo annuo di per la bagliva (9)”. Dunque l’Ebner, nella sua nota (9), postillava che:  “(9) Negli Atti dei creditori di Antonio Caracciolo, signore di Pisciotta, e di Molpa, si leggeva in una relazione che il feudatario era tenuto a offrire il 15 agosto di ogni anno un pranzo ai sacerdoti di Pisciotta, al quale doveva essere invitato anche il governatore del Castello di S. Severino, il quale doveva “sedere nel primo luogo, tenendo il suo cane a piedi, a il quale quale dovesse anche darsi tutto a mangiare”.”. La Greca e Di Rienzo (…), sulla scorta di Pietro Ebner (…, vedi ‘Storia di un feudo…’, p. 121), a p. 216, scrivevano in proposito che: “La prima notizia del borgo è del 1227 quando Tommaso Sanseverino lo cede alla Regia Curia in scambio della Contea di Marsico (2). E’ probabile che la sua nascita risalga al XII secolo, quando i Normanni conquistarono l’Italia meridionale scacciandone definitivamente i Bizantini. Quivi, infatti, venne fondato un castello della nobile famiglia dei Sanseverino circondato da mura turrite che lo resero inespugnabile. Il feudo comprendeva Centola, Foria e, al di là del Mingardo, Poderia.”. Il Gatta (…), sulla scorta della Chronaca di Leone Ostiense Marsicano (…), “Vite dei Beati Abati del Monistero della Santissima Trinità della Cava” (…), scrive che: “Da Turgisio Primo Conte Sanseverino nacque Rugiero, che sposò Sirca, figlia di Pandolfo, secondogenito di Guaimario, già Principe di Salerno del sangue Longobardo, procreò Errigo. E ritiratosi il menzionato Rugiero in Montecassino a menare vita Monastica, ove visse e morì santamente…”. L’Antonini (…), distingue i Sanseverino di Cilento, che avrebbero preso il nome dal villaggio di S. Severino di Camerota, ora di Centola, dai Sanseverino di S. Severino Rota. Saverio Gatta, figlio di Costantino (…), nel 17….., pubblicando le ‘Memorie Istoriche ecc..’, opera postuma del padre, che sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), forniva alcune interessanti notizie in merito. Ecco cosa scrive in proposito, Saverio Gatta che ripubblicò le ‘Memorie sulla Lucania’ del padre Costantino (…), a p. 149, sui Sanseverino:

Gatta, p. 149

(Figg….) Gatta (…), pp. 149 e 150, in cui si parla delle origini dei Sanseverino

Il nipote dell’Antonini, Mazzarella Farao (…), nella seconda edizione (postuma) della ‘Lucania’ di Antonini, edizione Tomberli del 1795, in proposito al Monastero benedettino che l’Antonini poneva nel luogo detto “le Celle”, a p. 378 nella sua nota (*) postillava che: “(*)……….Non bisogna confondere S. Angelo con S. Arcangelo, ne questi con le ‘Celle’, com’è chiaro da quel che ne dice Scipione Ammirato, scrivendo di Rainaldo Conte dè Marsi, uno dè famosi benefattori dei Monaci suddetti., ed al dir del Cioccarelli, il quale mette il ‘S. Arcangelo’ vicino Perdifumo ‘de Cilento Caputaquensis Dioccesis’ ecc…”. Dunque, anche il nipote dell’Antonini, Mazzarella Farao cita Scipione Ammirato (…) e si riferisce al suo ‘Delle famiglie nobili napoletane‘, pubblicato nel 1580. Scipione Ammirato (…), parlando dei Sanseverino, ed in particolare del Conte di Marsico Rainaldo Sanseverino, a p….., in proposito scriveva che: ………………………………..

Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19;…..”. Infatti, il testo dell’antico manoscritto redatto nel XII secolo dall’Abate Ugo da Venosa (o Hugone abbate Venusino),Vitae quatuor priorum abbatum cavensium Alferii, Leonis, Petri et Costabilis, pubblicato nel 1941 da Leone Mattei Cerasoli (…), troviamo nella “Vita di S. Petri” (la vita di S. Pietro), a pp….. parla del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino. Leone Mattei Cerasoli (…), a p. 21, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ruggiero di S. Severino, figlio del Normanno Turgisio, compagno di Roberto Guiscardo, come si vede da questa narrazione, fu prima ostile ai monaci di Cava, che avevano possedimenti a confine coi suoi a Roccapiemonte e nel Cilento, forse perchè donati loro dal padre suo, divenne poi col fratello Turgisio uno dei grandi benefattori dei cavensi. ben otto diplomi essi concedettero a S. Pietro dall’anno 1081 all’anno 1121 per chiese di S. Maria in Roccapiemonte e S. Lucia in Montoro, vassalli e terre nel Cilento, parte del casale di Selofone e S. Marco Cilento (A.C.B., n. 17, 22, 28, D. 38, E. 23, 26, 33, F. 18). Nel 1111 Ruggero fu presente, nel luogo detto Cammerelle, al confine tra Cava e Nocera, a una riunione voluta dal Duca Ruggiero, in cui alla presenza pure di Sergio, Principe di Sorrento, Riccardo Conte di Sarno, Guglielmo di Angerio, venivano riconosciuti da Giordano II, principe di Capua, a S. Pietro, che era accompagnato dal priore Gaidelato e monaci, i possessi del castello di S. Adiutore di Cava, e le terre avute in feudo a Roccapiemonte, con garanzie di rispetto (v. l’elenco di questi documenti e il testo di alcuni in Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”.