L’Abbazia di San Nicola a Bosco

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcuni monasteri italo-greci (basiliani), sorti nel ‘basso Cilento’, come ad esempio quello di S. Nicola a Bosco.

Monte Bulgheria

(Fig…) Il Monte Bulgheria visto da Bosco

Le origini di Bosco

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Andrebbero pure ulteriormente indagate le sparse e frammentarie notizie e documenti intorno ai Calogerati del ‘Basso Cilento’, come ad esempio quelli di S. Cono a Camerota e quello di S. Giovanni a Piro. Per l’origine di alcuni centri del ‘basso Cilento’ e di alcuni Monasteri, sorti, alcuni dei quali, quasi tutti ormai scomparsi, ci aiuta lo studio delle poche fonti storiche fino a noi giunte, in originali (pochissime) o trascritte nei primi del secolo XIX, che lavorarono negli Archivi Angioini prima della loro distruzione. Sebbene, le poche testimonianze, Atti e donazioni pervenuteci, soprattutto quelli sul patrimonio immobiliare e fondiario dei detti Monasteri, frutto delle passate donazioni e privilegi, sono ancora oggetto di studio e ci riservano a volte rare sorprese. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 555, parlando del casale di Bosco, scriveva che: “Di Bosco, il cui toponimo è senz’altro medievale (1). Ebner (…), nella sua nota (1), postillava che la notizia era tratta dal Carucci (…), ‘La Provincia di Salerno ecc..’, p. 155. Il Carucci (…), a p. 155, scrivendo a proposito dei ‘Nomi locali tratti da nomi di piante e di animali’, diceva che: “Tralasciando quei nomi di luogo derivanti da nomi di piante, che non pare siano dell’antichità romana, nè del medio evo, ma d’età più recente, come …Bosco (S. Giovanni a Piro) ecc..”, confermava ciò che scriveva l’Ebner sulla origine medievale del toponimo di Bosco. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. L’Ebner (…), nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli Studi in Italia”, V, 1882, p. 336.”. Infatti, Rocco Gaetani (…), ne parla nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, p……. Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram'”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Infatti, riguardo la notizia tratta dal ‘ms’ manoscritto del Marchese di S. Giovanni, il Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. vol. VII, p. 224, ci parlava del Manoscritto di Luca Mannelli (…), che riportava alcune interessantissime notizie sulla nostra zona. Per il Manoscritto del Mannelli, si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Wikipedia così scrive di Bosco: “Anticamente chiamato “Villa San Pietro” e successivamente conosciuto anche come “Borgo di San Giovanni a Piro” (soprattutto dopo l’annessione al confinante paese di San Giovanni) o “Bosco de’ casali”. Alcune notizie sulle origini ed i diversi toponimi assunti dal casale nel tempo, le traiamo dal Giustiniani (…), citato da Pietro Ebner (…) che, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 559, parlando del casale di Bosco, lo citava. Il Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, nel 1802, vol. II, pp. 328-329, così scriveva alla voce: Bosco dè Casali, o semplicemente ‘Bosco’, terra in Provincia di Principato Citra ecc…”. Gli abitanti del Comune, che, proprio grazie alla presenza dei monaci, divenne un grande centro culturale e spirituale, si dedicavano principalmente all’agricoltura e alla pastorizia. Le proprietà private venivano delimitate da elementi naturali quali sentieri, fiumiciattoli e piccole colline. L’abitato era inoltre delimitato da mura che permettevano l’accesso tramite delle vere e proprie porte, come “Porta della terra”, che ancora oggi è presente all’interno del paese. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990′ (…), a p. 110 e s., ci parla di Bosco e, scriveva in proposito che: “Bosco trae il nome dal fitto patrimonio boschivo che un tempo la circondava e vanta una storia antica e gloriosa.”.

Nell’anno 1065, in seguito alla distruzione di Policastro da parte del Guiscardo sorsero i villaggi di Bosco, S. Marina e Vibonati

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. La notizia che alcuni paesi, sono sorti in epoca Normanna, nel 1065, a seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto, tratta dal Laudisio (…). Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro’ (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), edita nel 1831, a p. 69 (vedi versione a cura del Visconti) scriveva che: Ed ecco un’altra iattura: sopraggiunti nel 1034 i Normanni, Policastro fu distrutta per la seconda volta da Roberto il Guiscardo nel 1065 e rimase, così, quasi totalmente diruta (30). Fu allora che la maggior parte degli abitanti fu costretta ad abbandonare il paese paterno, ed alcuni fondarono il villaggio di S. Marina, altri quello di Bosco, sempre però nella giurisdizione di Policastro, da cui tuttavia, dopo un certo periodo di tempo, il villaggio di Bosco si staccò.”. Dunque, il Laudisio, in questo breve passaggio scriveva che dopo la distruzione di Policastro da parte del normanno Roberto d’Hauteville detto il Guiscardo, avvenuta secondo l’Ughelli (….), sulla scorta di un passo del chronicon di Goffredo Malaterra (….), nell’anno 1065, il Laudisio credeva che dopo questa distruzione Policastro rimase, così, quasi totalmente diruta” e, sempre secondo il Laudisio, questo fatto fu la causa che Fu allora che la maggior parte degli abitanti fu costretta ad abbandonare il paese paterno, ed alcuni fondarono il villaggio di S. Marina, altri quello di Bosco”. Dunque, il Laudisio credeva che i villaggi di Bosco e S. Marina, sorsero dopo la distruzione di Policastro avvenuta nel 1065. Il Laudisio, a p. 12, nella sua nota (30)(vedi l’edizione a cura del Visconti) postillava che: “(30) Ughel. Ital. Sac., tom. 7, col. 758 (Ughelli, Italia Sacra sive de episcopis Italiae et insularum adiacentium, Venetiis, 1721, apud Sebastianum Coleti, p. 542: “Robertus, Normandus dux, ann. Christi eam destruxit).”. Dunque, il Laudisio postillava di Ferdinando Ughelli (….), ma l’Ughelli, sia nella prima sua edizione dell”Italia Sacra’ pubblicata da Mascardi e sia nella sue seconda edizione pubblicata da Coleti non dice nulla sull’origine di Bosco o di S. Marina. L’Ughelli, forse sulla scorta del passo di Goffredo Malaterra riporta la notizia della distruzione di Policastro nel 1065 da parte del Guiscardo. In precedenza abbiamo visto il passo dell’Ughelli, nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, colonna 758 e, sia quello dell’edizione Coleti, del 1721, vol. VII, col. 542, ma sebbene riporti la notizia della distruzione di Policastro nell’anno 1065 non dice nulla sull’origine dei villaggi di Bosco e di S. Marina. Mi pare. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, parlando di Bosco nel vol. I, a p. 555, in proposito scriveva che: “Notizie che mancavano anche sulla badia di cui era cenno solo nell’Ughelli (4) che la disse unita al Capitolo della basilica vaticana di S. Pietro.”. Infatti, l’Ughelli, nella sua Italia Sacra, vol. VII, a p. 760 ci dice questa notizia che riguarda solo l’Abbazia di S. Nicola di Bosco. Pietro Ebner (…), nelle sue note (13-14), postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.”. Il sacerdote Gaetano Porfirio (…), nel 1848, parlando della Diocesi di ‘Policastro’, a p. 538, sulla scorta del Laudisio (…), scriveva che: “Intanto che Policastro era per uscire da questa sua deplorevole condizione sopraggiunsero i Normanni (1034), e di bel nuovo venne manomessa da Roberto il Guiscardo, e poi del tutto ragguagliata al suolo, volgendo l’anno 1065. Ei fu in questa lagrimevole circostanza che què cittadini che poterono uscir salvi tra tanta rovina, raggranellandosi poscia sul territorio della loro inabissata città intesero a levarvi quel villaggio, che ora Bosco si addimanda (2).”.

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Il Porfirio, a p. 538, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ughelli F., Italia sacra, tomo VII, col. 758.”. Dunque, il Porfirio, e credo pure il Laudisio prendevano la notizia dal tomo VII dell’‘Italia Sacra’ di Ferdinando Ughelli. In precedenza abbiamo visto il passo dell’Ughelli, nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, colonna 758 e, sia quello dell’edizione Coleti, del 1721, vol. VII, col. 542, ma sebbene riporti la notizia della distruzione di Policastro nell’anno 1065 non dice nulla sull’origine dei villaggi di Bosco e di S. Marina. Mi pare. Stessa notizia diede il sacerdote Giuseppe Volpe, nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento’, (…), nel 1888, a p. 117, così scriveva: “Policastro venne manomessa da Roberto il Guiscardo, e poi affatto distrutta, volgendo lo anno 1065. Ei fu in questa lagrimevole circostanza che quei cittadini, i quali poterono uscire salvi tra tanta rovina, raggranellandosi poscia sul territorio della loro inabissata città,intesero a levarsi quel villaggio, che ora Bosco, si addimanda(22)”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Cons. Ughelli. Italia sacra, tomo VII, col. 758.”. Dunque, anche il Volpe postillava di Ferdinando Ughelli. Pietro Ebner (…), riferendosi proprio alla notizia tratta dal Volpe (…), scriveva su Bosco che “in questa triste circostanza, uno di questi nuovi borghi sorti a causa della paura, sarà Bosco. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a p. 123, parlando di Policastro e, del terribile Roberto il Guiscardo, scriveva che: “…assalì le città marittime e, nell’anno 1055, per vendicarsi del cognato Gisulfo II, ultimo dei Principi Longobardi di Salerno, che aveva donato al fratello Guido, Policastro ed altri castelli della valle dei Sanseverino, devastò e rase al suolo il fiorente centro bussentino (57). Fu in questa triste circostanza che i policastrensi superstiti, sbandati e senza tetto, lasciarono il suolo natio e si rifugiarono, lontano dal mare, sulle alture circonvicine, dove costruirono le loro case e si stabilirino la definitiva dimora.”. Il Guzzo (…), a p. 123, nella sua nota (57), postillava che: “(57) F. Palazzo, op. cit., p. 150.”. Probabilmente Angelo Guzzo si sbagliava quando scriveva che fu nel 1055, e non nel 1065 che Roberto il Guiscardo distrusse Policastro. Infatti, Angelo Guzzo citava Ferdinando Palazzo che si rifaceva al testo di Pietro Marcellino Di Luccia (….). Ferdinando Palazzo (…), però, a p…, sulla scorta del ‘Trattato historico-legale’ di Pietro Marcellino Di Luccia (…), scriveva che: “…,seguì nell’anno 1065 la funesta devastazione di Policastro di Roberto il Guiscardo, il quale, con la ferocia di Attila, distrusse ‘ab imis’ la ridente Metropoli, lasciando senza tetto e senza pane i suoi infelici abitanti i quali furono costretti in gran parte a cercare rifugio sui monti circostanti (10).”. Il Palazzo (…), a p. 37 (v. nuova edizione), nella sua nota (10), postillava che: “(10) Di Luccia, op. cit., pag. 8.”. Dunque, il Palazzo (…), e poi pure il Cataldo (…), sulla scorta del Di Luccia (…), scrivevano che il Guiscardo aveva assalito e distrutto Policastro non nell’anno 1055, bensì nell’anno 1065. Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), a p. 107, dedica un intero capitolo “Cenni storici sulla frazione di Bosco – L’Abbadia di “San Nicola” e le origini della frazione Bosco”, in cui sostiene che “,…e non vi è dubbio che il primo nucleo dei suoi abitatori fu costituito da coloni delle Università vicine chiamati per la coltivazione del vasto territori  appartenente alla comunità religiosa, ai quali, poi si unirono certamente parte dei profughi di Policastro, quando – come abbiamo già detto – Roberto il Guiscardo, nell’anno 1065, distrusse la Città di Bussentina, per costringere i suoi abitanti a trasferirsi nella Città di NICOTRO, che egli stesso aveva edificata in quell’anno. E’ risaputo, infatti, che parte di detti profughi che non avevano voluto obbedire all’imposizione del tiranno, si rifugiarono sui monti circostanti, costruendovi le loro nuove abitazioni, così come avvenne per San Giovanni a Piro, S. Marina, Vibonati, ecc…”. Dunque, come si è già visto Pietro Marcellino Di Luccia e poi il Palazzo ci parlano dei suoi abitanti che andarono ad abitare Nicotera in Calabria. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 28, scriveva in proposito che:  “Il più astuto di essi, Roberto il Guiscardo, figlio di Tancredi d’Altavilla, sbarcato nel Napoletano, assalì le città marittime e nel 1065 distrusse violentemente Policastro. Fu questa la prima distruzione. I cittadini che riuscirono a salvarsi dalle rovine lasciarono il suolo natio e si rifugiarono lontano dal mare, per non vedere più i nemici e per difendersi da loro. Fu proprio in questo periodo che si formarono i primi centri abitati di Bosco, di S. Marina, di S. Giovanni a Piro e dintorni. Fu proprio su queste alture che i Policastresi avevano il tempo di fuggire e di nascondersi entro le grotte del Monte Bulgheria, qualora sopraggiungesse dal mare una nuova ondata di nemici. Il Laudisio desume questa data dall’Ughelli (Italia Sacra, Tomo VII, col. 758), ma parla di una precedente distruzione, da parte del Guiscardo, nel 1034.”. Sempre il Cataldo (…), però a p. 48, parlando di Bosco, riferiva che il centro di Bosco, si fosse ripopolato dai fuggiaschi di Policastro non nel 1034 o nel 1065, a seguito della prima distruzione del Guiscardo ma nell’anno 1055. Il Cataldo (…), a p. 48, scriveva che: “Bosco, antica Badia di S. Nicola, esisteva fin dall’oscuro medioevo; ivi ripararono nel 1055 alcuni fuggiaschi policastrensi e vi costruirono le case, probabilmente su traccie di mura romane. ecc..”. Riguardo quel periodo e Roberto il Guiscardo, il barone Giuseppe Antonini, nella sua prima edizione della ‘Lucania’ del 1745, a p. 383, così scriveva dei Bulgari, nel 1080, ed in proposito scriveva che:

Antonini, vol. II, p. 383

Incipit

Quando nel 1700 l’Avvocato Giureconsulto Pietro Marcellino Di Luccia (…), prima di consegnare alle stampe la sua ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, in seguito all’incarico datogli dalla Curia Diocesana di Policastro di redigere un trattato storico sull’antica abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, uno degli ultimi documenti che consultò fu una ‘platea dei beni e delle rendite’ che l’ultimo Abbate dell’antica Abbazia, ………………….., nel 1565, fece redigere. Si tratta di un documento del 1565, non più esistente ma che è di grande importanza per la storia del nostro territorio in quanto la sua storia è antichissima ed i suoi beni e possedimenti arrivavano fino alla Calabria. Atraverso questi ed altri documenti, non di minore importanza, possiamo tentare la ricostruzione storiografica di altri centri come Torraca, Sapri in Campania, Majerà e Grisolia in Calabria, Trecchina e Rivello in Lucania ed altri ancora. Attraverso questa documentazione manoscritta, ci viene data conferma di alcune notizie storiche intorno ai centri che ho elencato. Si tratta della “Platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro”, redatta da Girolamo De Vio nel 1565. Riguardo la “Platea dei beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Nicola di Bosco”, redatta nel 1565 da Giacomo De Vio (…), Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Nicola di Bosco’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”.

Di Luccia

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Storico Attanasio)

Lo studioso locale Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicato nel 1991, a p. 50, in proposito scriveva che: “Il trattato del Di Luccia riguarda la controversia sorta tra il Cenobio e l’Università di S. Giovanni a Piro e il Vescovo e il Conte di Policastro, i quali avevano usurpato i poteri spirituali e temporali sui due enti, di competenza del Baronato e della Commenda Basiliana. L’autore dedica il libro al Card. Alfonso d’Aragona, che era intervenuto nella controversia giudiziaria e rendeva noto l’intento di volersi svincolare dalla indebita ingerenza del Vescovo e del Conte di Policastro, Carafa della Spina, con l’aiuto del Sindaco Oliviero di Lianza, 1° eletto del tempo, dell’eletto Francesco di Miele e dei cittadini.”. Infatti, il Di Luccia (…), nel suo trattato dedica la IV parte a dal 1587 al 1699 alla giudizio (Causa civile) intentata dai cittadini del Casale di S. Giovanni a Piro e dell’Abbate commendatario dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi e il conte di Policastro Carafa della Spina. Fu proprio a causa della controversia sorta soprattutto contro le indebite usurpazioni del Conte Carafa che il Di Luccia fu incaricato di scrivere il dotto trattato storico e legale. E’ proprio sulla scorta del Di Luccia che Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e Bosco.

Bosco, carta del Cilento

(Fig….) Particolare tratto dalla carta corografica: ‘Principato Citra – Regno di Napoli’, carta manoscritta e dipinta a colori, d’epoca Aragonese, di autore anonimo e non datata, inedita e da me rintracciata all’Archivio di Stato di Napoli il 16 maggio 1981 e pubblicata nel 1987, in un mio saggio a stampa (…) (Archivio Attanasio).

Le donazioni dei principi Longobardi,  confermate in seguito dai Duchi Normanni

Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), a p. 107, dedica un intero capitolo “Cenni storici sulla frazione di Bosco – L’Abbadia di “San Nicola” e le origini della frazione Bosco”, e a pp. 110-111, scriveva che “Sappiamo dal Di Luccia (6) che anche l’Abbazia di Bosco – come quella basiliana di San Giovanni a Piro – era dotata da un vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa dell’anno 571, ecc..”. Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”. Il Palazzo (…), nelle sue note (6) e (7), postillava che dette notizie erano tratte dal Di Luccia (…). Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, scrisse un trattato dal titolo: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Secondo Ferdinando Palazzo (…), le notizie intorno alle origini delle donazioni Longobarde ad alcuni monasteri del basso Cilento, come quello di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, sono tratte dal Di Luccia (…), che ne scrisse nel suo “Trattato Historico-Legale” a p. 26. Dunque, il Palazzo (…), citava questa interessantissima notizia riportata dal Di Luccia (…), circa i beni dell’Abbazia di San Nicola di Bosco, donati dai Longobardi nel 571, e da lui visti elencati in una platea di beni compilata per l’Abbazia di S. Giovanni a Piro nel 1565. Di detta ‘platea di beni’, il Di Luccia, scriveva che: come dal lib. 11. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.” e, il Palazzo (…), sulla ‘Platea dei beni’, sulla scorta del Di luccia (…), scriveva che: il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe. ecc…”. Delle antiche donazioni di beni alla Chiesa del basso Cilento, da parte dei principi Longobardi, abbiamo pubblicato ivi un altro nostro studio.

Dunque, l’episodio della donazione del Guiscardo e della sua seconda moglie la Principessa Longobarda Sichelgaita, al monastero di nuova fondazione benedetino di S. Maria della Mattina (…), si inserisce nel quadro storico in cui Roberto il Guiscardo: “che era stato investito del titolo di Duca di Calabria e Puglia nel 1059 da Papa Nicolò II, in un primo momento favorì la cacciata dei Greci (Bizantini), tranquillizzando la Sede Romana; poi, forte del riconoscimento del papa sulle terre conquistate,…”,  “…sbarcato nel Napoletano, assalì le città marittime e nel 1065 distrusse violentemente Policastro.”. Il Guiscardo, dopo l’anno 1055, per ingraziarsi la sede papale, mise a ferro e a fuoco alcune città, soprattutto marittime come Policastro e buona parte dei territori che risentivano dell’influenza del Patriarcato e degli Imperatori Bizantini che non erano visti di buon occhio dal papato cattolico (dopo il ‘Concordato di Melfi’) di papa Nicolò II, morto nel 1061 e l’ascesa del suo successore papa Alessandro II. L’episodio della distruzione di Policastro (a. 1065), ci è narrato dal Malaterra (…), nel suo libro II, e poi ripreso più tardi dall’Ughelli (…) e citato nel manoscritto del Mannelli (…), a cui abbiamo dedicato ivi un nostro saggio. L’opera del normanno Guiscardo, si inserisce anche in un contesto in cui parte dei nostri territori, soprattutto nella diffusione dei cenobi e dei Monasteri italo-greci o basiliani, risentivano dell’influenza della regola bizantina e della nascente regola monastica benedettina. Il Guiscardo, dunque, dopo aver distrutto, forse per la seconda volta la città di Policastro, pensò bene di tradurre molti dei superstiti e trasferirli in alcuni paesi della Calabria a lui già soggetti da tempo. Già nel gennaio del 1061 la stessa Melfi fu cinta d’assedio. L’imponenza della sua macchina bellica mise in fuga i bizantini e già nel maggio di quell’anno la regione fu sottomessa. La notizia secondo cui, alcuni paesi, nell’anno 1065, sono sorti in epoca Normanna, a seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto, tratta dal Laudisio (…), a sua volta tratta dal Barrio (…) o dall’Ughelli (…), secondo cui in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, giunsero nella nostra Diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci orientali che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità  fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati, una città sorta, come pensa qualche studioso, sulle rovine dell’antica Vibona, un volta sede vescovile, ecc…”. Biagio Cappelli (…), sulla scorta del Laudisio (…), che sulla scorta del Barrio (…), aggiunge: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, giunsero nella nostra Diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci orientali che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità  fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati, che sulla base dell’etimo deve essere identificata con Vibonati”La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI e, dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca.

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”.

Il Cenobio italo-greco di San Nicola di Bari a Bosco

Bosco

(Fig…) La Chiesa parrocchiale oggi di San Nicola a Bosco

Da Wikipedia, apprendiamo che il piccolo borgo di Bosco nacque a seguito dell’arrivo di alcuni monaci italo – greci, stabilitisi nell’Italia Meridionale dalla Grecia e dalla Macedonia a causa di persecuzioni e guerre. Essi fondarono il Cenobio di San Nicola, oggi semplice Chiesa parrocchiale. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 555, parlando del casale di Bosco, scriveva che: “Di Bosco, il cui toponimo è senz’altro medievale (1), ho detto altrove (2) e dirò a proposito di S. Giovanni a Piro (v.). Il villaggio era attiguo alla badia di S. Nicola, con quella di S. Pietro di Licusati, ‘nullius dioecesis’ fino al 1850. Notizie che mancano anche sulla badia di cui era cenno solo nell’Ughelli (4) che la disse unita al Capitolo della basilica vaticana di S. Pietro.”. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 559-560, apprendiamo che la Chiesa di Bosco Chiesa, sempre parrocchiale, dipendente un tempo dall’abbazia italo-greca di S. Pietro di “li Cusati. Nel sec. XV, papa Pio IV con bolla “Insuper eminenti” del 20 giugno 1564, assegnò la Badia di Bosco in Commenda al Capitolo di S. Pietro in Vaticano, insieme ad altre quattro abbazie minori: Licusati, Cuccaro, Centola ed Eremiti. Così la badia fu retta da un vicario apotolico con giurisdizione episcopale, coadiuvato da un agente residente a Napoli, con il compito di controllare l’opera del vicario locale (12). Il Parroco locale (13) assicura che di tutto ciò è conferma nella chiesa romanica a tre navate, nelle notizie dell’Ughelli (14) nello stemma lapideo (chiavi pontificie) sovrastanti la porta della chiesa, oltre i documenti esistenti nell’ADP (Archivio della Diocesi di Policastro). L’antica chiesa presenta attualmente fabbriche fatiscenti, malgrado i restauri del 1930. Localmente vi sono anche le cappelle di S. M. del Carmine, di S. Rosalia e di S. Rocco. Il 19 ottobre 1829 visitò la chiesa di San Nicola mons. Nicola Laudisio che esaminò 29 preti, 2 suddiaconi, 2 lettori e un novizio ricevendone l’ubbidienza. SS. Fonte. Olii. Cenni sugli altari. Sagrestia. Mons. Laudisio tornò a visitare la chiesa nel 1851.”. Ebner (…), nella sua nota (12), posillava che la notizia è tratta dal Di luccia (…), p. 127. Ebner (…), nelle sue note (13-14), postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.”. Ebner (…), nella sua nota (1), postillava che la notizia era tratta dal Carucci (…), ‘La Provincia di Salerno ecc..’, p. 155, e nella sua nota (4), di p. 555, postillava che la notizia era tratta da Ughelli, ‘Italia Sacra’, tomo VIII, p. 726. L’Ughelli (…), nel 1659, a p. 726 del suo Tomo VIII, non parla di Bosco ma ci parla di S. Sofia ecc…Crediamo che la citazione di Ebner (…), secondo cui l’Ughelli (…), nel suo tomo VIII, p. 726, parlasse di Licusati e di Bosco. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 560, apprendiamo che la Chiesa di Bosco “Chiesa, sempre parrocchiale, dipendente un tempo dall’abbazia italo-greca di S. Pietro di “li Cusati. Il Parroco locale (13) assicura che di tutto ciò è conferma nella chiesa romanica a tre navate, nelle notizie dell’Ughelli (14).”. Ebner (…), nelle sue note (13-14), postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.”. La colonna 542 dell’Ughelli è illustrata nell’immagine sotto ma non ci pare vi sia scritto quanto riporti l’Ebner (…).

ughelli, p. 759

(Fig….) Ughelli (…), tomo VII, p. 760

ughelli-vol-vii-ii-ed-p-543.png

(Fig….) Ughelli (…), vol. VII – II° edizione Coleti, pp. 542

Secondo alcuni, a seguito dell’arrivo di alcuni monaci italo – greci, stabilitisi nell’Italia Meridionale fu fondato il Cenobio basiliano di San Nicola a Bosco, di cui oggi è rimasta solo la chiesa parrocchiale. La chiesa di San Nicola, fu ristrutturata in seguito ai due terremoti del 1980 e del 1982 che la danneggiarono e la resero inagibile e cui stemma riporta la dicitura “Capitulum et Canonici Principis apostolorum de urbe” (Capitolo e canonici del Principe degli Apostoli dell’Urbe). L’Abbazia sorgeva in un punto strategico e inaccessibile in caso di invasioni. Per circa 500 anni visse con giurisdizione autonoma, come “Badia Nullius Dioecesis”. Il più antico ricordo del glorioso cenobio è un battistero del 1545 che porta inciso la seguente epigrafe: “Hoc opus fieri fecit Abbas Marzius Carllon anno domini 1545” (Fece fare quest’opera l’Abate Marzio Carllon all’anno del Signore 1545″). Pietro Ebner, nel suo vol. I, a p. 154, in cap. V: “Monasteri e Chiese ricettizie”, e scriveva che: Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (Km. 5) a quella italo-greca di S. Giovanni a Piro, abbazia tra le più fiorenti,…”. Dal punto di vista storiografico alcune notizie storiche sulle Abbazie del luogo ci arrivano dall’Ughelli (…), che nel 1654, nel suo tomo VII, della sua ‘Italia Sacra’, scrisse sulla Diocesi di Policastro. Delle notizie tratte dall’Ughelli (…), parleremo in seguito. Angelo Guzzo, nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia, a p. 53 e s. ci parla di Bosco, e anche sulla scorta di Palazzo (…), scriveva in proposito che: “L’origine dell’antico centro è legata alla chiesa parrocchiale di San Nicola, sottoposta, recentemente, ad un accurato quanto necessario intervento di consolidamento e di restauro da parte della Soprintendenza di Salerno. Essa faceva parte di un’importante Abbazia fondata dai monaci basiliani intorno all’anno Mille e dotata di un ingente patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa (1).”. Il Guzzo, nella sua nota (1) a p. 18, postillava che la notizia era tratta dal Palazzo (…). Infatti, il Palazzo (…), sulla scorta del Di Luccia (…), riferiva delle donazioni dei principi Longobardi ai cenobi basiliani o italo-greci dell’area tra cui quello di San Nicola a Bosco. Intorno alle notizie riferite dai cronisti coevi come il Guzzo (…) o il Tancredi (…) o il Cataldo (…), o il Palazzo (…), sulle donazioni Longobarde alle chiese ed ai Monasteri basiliani (italo-greci), sorti nell’area, in seguito  diventati benedettini, dobbiamo dire che queste furono tratte da alcuni accenni del Di Luccia (…). L’avvocato Pietro Marcellino Di Luccia, che nel 1700, scrisse un “Trattato Storico-Legale” sull’antica Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sul casale di Bosco: “L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale”. Il Di Luccia (…), citava l’Ughelli (…), dove vi erano i primi accenni ai Cenobi basiliani e benedettini dell’area e, scriveva correttamente che egli parlava del Monastero di San Nicola di Bosco, nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, a p. 759 e 760. L’Ughelli, parlando della ‘Policastrenses Episcopi’ (Diocesi di Policastro), scriveva del “Altera S. Nicolai de Bosco”:

Ughelli, vol. VII, p. 759

L’Ughelli (…), parlando della ‘Policastrenses Episcopi’, scriveva di Bosco:  Abbatiae in hac dioecesi duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vaticanae Basilicae, altera sancti Ioannis ad Pinam unita capellae Praesepis S. Mariae Maioris de Vrbe, beneficia simplicia quam plura, virorum coenobia quatuor, Sanctimonialium septum nullum, quod enim erat in oppido Rocca gloriosa, Turca sustulerunt, hospitalia quatuor, laicorum sodalitia in singulis oppidis singula. Huius civitatis Episcoporum seriem ex actis Concistorialibus, & aliis erutam, monumementis hic ex fide subiecimus, interruptam tamen, & clumbem, cum nullum, relictum sit huius Ecclesia monumentum ab immani Turcarum direptione, miserè enim cum ciuitate omnia in cinerem redacta fuerunt. Sis monasterii Ord. S. Benedicti abitum Monachictum induit in eodem, deinde Cluniacum pergens sub disciplina S. Vgonis Abbatis per aliquot vixit annos, Restitutus est exinde suo Ganensi cenobio, vbi cum virtutibus excellere cepisset; petentibus Clero, & populo una eum Gisulpho Salerni Principe in Episcopopum Policastrensis Ecclesia ordinatus est, qui cum breve tempus illic expendisset exterioris vitae strepitum non ferens, relicta insula, ad monasterium rediit …”, che tradotto significa: “Le due abbazie della Diocesi di Policastro (in questa diocesi), sono state completamente lasciate in questa diocesi e l’abbazia, e l’altro di San Nicola di Don Bosco uniti al Capitolo della Basilica del Principe degli Apostoli del Vaticano, e l’altra è stata unita alla Cappella del presepe di Santa Maria Maggiore e le azioni di San Giovanni al Piro della costruzione della città, i benefici sono semplici, piuttosto che molti, degli uomini di suore appartenenti alle quattro, delle Suore del setto dell’assenza della giustizia, che nel comune di Rocca Gloriosa, perché era il glorioso, turco raccolse, gli ospedali, e quattro, e ciascuno dei laici dai loro compagni che in ogni città. Consistorial una serie di vescovi della città, sulla base delle evidenze di questo, e per gli altri, cioè, monumementi. Questo è uno della fede, è di interrompe, però, e Clumber, con l’assenza di giustizia, che è stato lasciato è la Chiesa, il memoriale di questo dal sfrenato saccheggio i turchi, sono stati ridotti in cenere misere, mentre eravamo tutti nella città di. Si prega di monastero ORD. S. outlet Monachictum lo stesso vestito, per poi tornare sotto la disciplina di Cluny abate di S. Vgonis vissuto per diversi anni dopo che è stato riportato al suo convento Ganensi, dove eccellono e la sua gente; su richiesta del clero, e alle persone in quello del principe di Salerno, l’Episcopopum Policastrensis Gisulphus la Chiesa è stato nominato da lui, che, quando rifletteva la vita esteriore, o il rumore di essere in grado di sopportare un breve periodo di tempo lì, ha lasciato l’isola, è tornato al monastero,..”.

Ughelli, vol. VII, p. 760, sulle abbazie

(Figg….) Ughelli (…), vol. VII – I° ed., pp. 759-760

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), citato da Ebner (…), nella sua nota (13), nel suo dattiloscritto inedito (in nostro possesso) ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, del 1973, a p. 34, scriveva alcune interessanti notizie storiche sui monasteri dell’area, e diceva ad esempio che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”. Il Porfirio (…), nel 1848, parlando della Diocesi di ‘Policastro’, a pp. 537-538, forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Laudisio (…), scriveva che:

porfirio-p-538.png

Porfirio, p. 538,,,,

Ancora il Porfirio (…), a p. 539, scriveva che nel 1848, la Diocesi di Policastro

Porfirio, p. 539

Dunque, per il Porfirio (…), nel 1848, l’Abbazia di San Nicola a Bosco, non esisteva già più. Pietro Ebner,  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 117-121, parlando di Licusati, citava Il Lubin segnala tra le abbazie di fondazione di monaci greci anche la badia di S. Pietro di Cusati (li Cusati, Licusati).”. Agostino Lubin (…), nel 1693, nel suo Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, (dove ci parla delle Abbazie Benedettine). Come si può vedere nell’immagine sotto tratta da p. 117 del Lubin:

lubin-p-117.png

(Figg….) Lubin (…), p. 117

a p. 117 (vedi immagine), scriveva sull’Abbazia di S. Pietro di Licusati: “Abbatia tit. S. Petri de Cusato, Ord. Premonstratensis, Dioece. Policastrensis, ut refertur in Codice Taxarum Camerae Apost. apud Ughellum. 7. pag. 940 vocatur S. Petri de Licusati, & dari solita est in Commendam; vulgo ‘li Cosati’ Vicus Regni Neapolitani in Provincia Principatus Citerioris dicta, decem pass. mill. Polycastro distans, versus Occidentem, & miliario à Camerota, versus Boream; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota consundit Codex Taxar. D. Pasionariae, dicitque unitam mensae Capitulari, Basilacae Vaticanae.”. Il Lubin (…), sulla scorta del ‘Codice Taxar’ (…) e dell’Ughelli (…), la chiama ‘Abbatia dal titolo S. Petri de Cusato’. Leggendo l’Ughelli (…), nel vol. VII, a p. 940 (come scrive il Lubin nella sua nota), troviamo effettivamente citati i Monasteri di Licusati e di S. Nazario. Ughelli (…), nella sua ‘Italia Sacra‘, tomo VII, a p. 940, parlando dei ‘Bituntini Episcopi’ (vescovi di Bitonto),  sul “30 LUPUS”, scriveva che:

Ughelli, VII, p. 940.PNG

L’Ughelli (…), nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, a p. 940, parlando dei ‘Bituntini Episcopi’ (vescovi di Bitonto),  sul “30 LUPUS” (il 30° vescovo chiamato Lupo), scriveva che: “30 Lvpvs vel Lopez de Alarcon Hispanus electus Bituntinus Episcopus per cessionem Cardinalis Farnesij die 17 Maij 1532. Lupus verò cessit commenda monasterium sancti Petri de Licusati, & S. Nazarij Policastrensis & Caputaquensis diceceum, quorum orat Abbas commendatarius.”, che tradotto significa: Lvpvs o Lopez Alarcon di Spagna, vescovo di Bitonto, per mezzo di un intervento del cardinale Farnese il 17 maggio 1532, fu scelto Abbate Commendatario. Lupo ha ceduto impegnarsi Licusati il monastero di San Pietro e San Nazario nelle Diocesi di Policastro e di Capaccio. Nel passo dell’Ughelli (…), non troviamo citata l’Abbazia di S. Nicola a Bosco. Il Lubin (…), nel 1693, non cita la Badia di S. Nicola di Bosco. Il Di Luccia (…), ci segnala che il Lubin (…), ci parla dei monasteri di S. Giovanni a Piro e di S. Nicola a Bosco, a p. 295 (f. 295):

Lubin, p. 295, su S. Nicola di Bosco.PNG

Troviamo, invece citati i Monasteri di Licusati e di Bosco, nell’Ughelli (…), nel 1659 (prima del Lubin), nel suo tomo VII, a p. 663-664, dove si parla della Diocesi di Capaccio “Caputaquense Episcopi”, come si può leggere nell’immagine sotto:

Ughelli, p. 664.PNG

(Fig…) Ughelli (…), vol. VII, p. 663-664

Anche Giuseppe Cappelletti (….), nel 1866, nel suo ‘Le Chiese d’Italia’, parlando della Diocesi di Policastro, nel suo vol. XX, a p. 375, accennava alla chiesa di Bosco, e scriveva in proposito che (riferendosi alla Diocesi di Policastro): “Esistevano in Diocesi due antiche abazie: di san Nicola di Bosa, unita al capitolo Vaticano, e di san Giovanni a Piro dell’ordine di s. Basilio, unita alla cappella Sistina di santa Maria maggiore. ecc..“. Notiamo che il Cappelletti (…), chiamava erroneamente l’Abbazia di S. Nicola a Bosco, scrivendo “san Nicola di Bosa”. Anche l’abate Pacicchelli (…), nel suo ‘Il Regno di Napoli in prospettiva’, parte II, a p. 199, parlando di ‘Policastro’, scriveva in proposito che: “Vi hanno ancor luogo Badie Concistoriali, dipendenti dalle Basiliche, Vaticana, e di Liberto.”. Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), scriveva che a Camerota vi era l’Abbazia minore basiliana, l’Abbazia di S. Pietro che dipendeva dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, di cui ci siamo occupati nel nostro saggio ivi pubblicatosu “I possedimeni di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che nel 1804, il Giustiniani (…), segnalò che “E’ notizia però che tra le “minores Abbatiae Basilianae, una S. Petri (dipendesse) Archimandrite S. Mariae de Cryptae Ferrata in Tuscolano, apud Roman.”. Ebner (…), nella sua nota (4), postillava che: “(4) Giustiniani, V, Napoli, 1802, p. 269.”. E’ molto probabile che l’antica  Abbazia basiliana di S. Pietro a Licusati, sia stata posta alle dipendenze e sotto la giurisdizione dell’Archimandita dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo vicino Roma, fondata da S. Nilo da Rossano.  Licusati faceva parte del distretto amministrativo civile di Policastro, ma il vescovo di Policastro non aveva giurisdizione a Licusati, perché la baronia era di rito greco. Dipendeva attraverso un archimandrita direttamente da Roma per le cose ecclesiastiche e dal duca di Salerno e dal re per le cose civili.

La notizia riferitaci dal Laudisio (…), circa i beni delle due Abbazie minori basiliane, quella di S. Pietro a Licusati e quella di S. Giovanni a Piro, scriveva che:  I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa..

Non sappiamo se fra questi beni vi fosse anche il monastero scomparso di San Nicola di Bosco. La notizia potrebbe essere connessa con quanto asseriva il Cappelli (…) che a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, scriveva che: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Patirion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Dunque il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc.. (39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Il Cappelli (…), citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, e cioè….ecc…” :

Martire, p. 150.PNG

Nell’elenco che nel 1877, a p. 150, riporta Domenico Martire (…), dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma:……”, cita la n. 12 S. Benedetto a Policastro e la n. 13 S. Nicola a Sapri (?), forse è proprio l’Abbazia o la Badia di San Nicola a Bosco. Il Martire (…), a p. 151, aggiunge all’elenco 14 S. Fantino alla Torraca, 15 S. Gaudioso a Rivello, 16 S. Nicola a Marsico, 17 ‘S. Costantino alle Tracchine’, ecc…Dunque, il Martire (…), nel 1877, cita un abbazia a Sapri, quella di S. Nicola, che non c’è mai stata mentre è probabile che sia proprio quella di Bosco. Ad un certo punto, il Martire, nel suo elenco, cita “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3. fa menzione di altri Monasteri, chiamati Badie, unite dal Papa Clemente 8° alla detta Basilica, cioè: …..ecc….Egli si riferiva a Pietro Marcellino Di Luccia (…), che scrisse il ‘Trattato’ sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro, da cui Bosco fu staccato.  L’Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che nel 1804, il Giustiniani (…), segnalò che “…l’abate di S. Nazario, vicario locale pro-tempore del Capitolo romano di S. Pietro, esecitava la giurisdizione episcopale oltre che sulla chiesa di Eremiti, anche su quelle di S. Pietro di Licusati e di S. Nicola di Bosco (v. vol. I, cap. V, 4). E’ notizia però che tra le “minores Abbatiae Basilianae, una S. Petri (dipendesse) Archimandrite S. Mariae de Cryptae Ferrata in Tuscolano, apud Roman.”. Il Cappelli (…), sulla scorta del Di Luccia (…) e del Martire (…), scriveva che dal “Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie” come quella di ‘S. Gaudioso a Rivello’. Il Cappelli, nelle sue note (38-39), sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, postillava che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc..(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Il Cappelli (…), citava il Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè:  (e fa l’elenco). Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12. S. Benedetto a Policastro; 13. S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”, non viene fatta menzione della Badia di San Nicola a Bosco. Il Martire (…), cita anche Pietro Marcellino di Luccia e la suaHistoria del Monastero di S. Giovanni a Pero’. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”. Il Cataldo, a proposito di Bosco, a p. 48, scriveva pure che: “Bosco, antica Badia di S. Nicola, esisteva fin dall’oscuro medioevo; ivi ripararono nel 1055 alcuni fuggiaschi policastrensi e vi costruirono le case, probabilmente su traccie di mura romane. ecc..”. Ebner (…), nella sua nota (…), postillava che la notizia era tratta da Giustiniani (…), tomo V, Napoli, 1802, p. 269, nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, dove si salta completamente la lettera ‘L’ ma non abbiamo trovato nulla su Licusati. L’Ebner, scrive che il Giustiniani (…), dice di ‘Licosati’ o ‘Licusati’. Pietro Ebner (…), citava il  Giustiniani (…) che segnalava che l’abate di S. Nazario, vicario locale pro-tempore del romano Capitolo di S. Pietro, esercitava una certa giurisdizione episcopale oltre che sulla chiesa di Eremiti, anche su quelle di S. Pietro di Licusati e di S. Nicola di Bosco (v. vol. I, cap. V, 4, p. 269 (è errato la pagina è la 154)). Ebner (…), nella sua nota (…), postillava che la notizia era tratta da Giustiniani (…), tomo V, Napoli, 1802, p. 269, nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, dove si salta completamente la lettera ‘L’ ma non abbiamo trovato nulla su Licusati. L’Ebner, scrive che il Giustiniani (…), dice di ‘Licosati’ o ‘Licusati’ : “Vi esiste un monistero di ‘Basiliani’ con una chiesa badiale (…) di ‘S. Pietro di Cusati’ fondata circa la fine del IV secolo dagli discepoli di S. Basilio, che dall’oriente vennero a propagare nel Regno il loro istituto cenobitico..”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, che riferendosi alla Badia di S. Pietro di Licusati, scriveva che: “Mancavano notizie sicure sul villaggio, specialmente sulle chiese e cappelle locali dato che Licusati era esente dalla giurisdizione del Vescovo di Capaccio, appunto perchè soggette a quelle del Capitolo romano di S. Pietro.”. Però, Pietro Ebner, nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi’ (…), a p. 575, parlando del casale e del Monastero di S. Nazario ed Eremiti, scriveva che: “Comunque secondo il Volpi nel 1708 e secondo il Giustiniani (12)..” e alla sua nota (12) postillava diversamente la nota bibliografica per il Giustiniani e scriveva che: “(12) Giustinani, VIII, Napoli, 1802, p. 198.”. Infatti, il Giustiniani (…), nel suo vol. VIII, del suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, a pp. 198-199, parlando del Monastero di S. Nazario e, sulla scorta di Jean Mabillon (…), nei suoi ‘Annali Benedettini’ (‘lib. 57′), scriveva anche di Licusati: “Circa lo stesso tempo vi fu edificato quel picciol paese, ed in oggi la detta Abatia serve di parrocchia agli abitanti, e trovasi commendata al Capitolo di S. Pietro di Roma, colla giurisdizione quasi vescovile, che esercita il Vicario pro tempore non solo su di essa terra, che sulle altre ancora degli Eremiti, Bosco, Cusati, e Sannicola.”. L’Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che nel 1804, il Giustiniani (…), segnalò che “…l’abate di S. Nazario, vicario locale pro-tempore del Capitolo romano di S. Pietro, esecitava la giurisdizione episcopale oltre che sulla chiesa di Eremiti, anche su quelle di S. Pietro di Licusati e di S. Nicola di Bosco (v. vol. I, cap. V, 4). E’ notizia però che tra le “minores Abbatiae Basilianae, una S. Petri (dipendesse) Archimandrite S. Mariae de Cryptae Ferrata in Tuscolano, apud Roman.”. Il Giustiniani (…), nel suo tomo VIII, a p. 198-199, segnalava che:

giustiniani-p-199-vol-viii.png

(Fig…) Giustiniani (…), vol. VIII, pp. 198-199

giustiniani, p. 328, su bosco

giustiniani, bosco, p. 329

(Figg..) Giustiniani (…), su ‘Bosco dè Casali’, vol. II, pp. 328-329

Ebner (…), nella sua nota (4), postillava che: “(4) Giustiniani, V, Napoli, 1802, p. 269.”. Ebner (…), nella sua nota (…), postillava che la notizia era tratta da Giustiniani (…), tomo V, Napoli, 1802, p. 269, nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, dove si salta completamente la lettera ‘L’ ma non abbiamo trovato nulla su Licusati. L’Ebner, scrive che il Giustiniani (…), dice di ‘Licosati’ o ‘Licusati’. Ebner (…), cita la stessa notizia anche nel suo volume I, nel suo cap. V, 4, Ebner, nel suo vol. I, a p. 154, in cap. V: “Monasteri e Chiese ricettizie”, e scriveva che: “L’abate di S. Pietro vantava la giurisdizione spirituale su chiese e badie dipendenti (grance), quali l’abbazia di S. Nicola di Bosco, S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia di Eremiti e di S. Nazario. Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (Km. 5) a quella italo-greca di S. Giovanni a Piro, abbazia tra le più fiorenti, il cui abbate aveva la dignità di Archimandita per le diverse grancie soggette e barone di S. Giovanni a Piro (v.). Va ricordato ce durante la commenda dell’abate Andrea De Vio, nipote del Cardinale Tommaso, venne celebrato nella chiesa un Sinodo, di cui trascrivo in nota gli Atti (13).”. Ebner nella sua nota (13), postillava che: “Il Sinodo venne celebrato nella chiesa di S. Pietro il 16 maggio 1556 e gli Atti sono riportati in P.M. Di Luccia (…), p. 65, BNN, 133, F. 32, A, e trascritti da F. Palazzo (…), p. 217.”. L’Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 156-157, nel suo cap. V “Monasteri e Chiese ricettizie”, scriveva che: “Nel 1804 l’abate di S. Cecilia, vicario locale pro-tempore del Capitolo romano di S. Pietro, esecitava la giurisdizione spirituale, oltre che sulla chiesa di Eremiti, anche su quelle di S. Pietro di Licusati e di S. Nicola di Bosco. I canonici della basilica romana che a Bosco vantavano addirittura diritti baronali, ne conservarono le rendite fino al 1851, fino a quando Pio IX, nel trasferire la sede della Diocesi di Capaccio a Vallo (odierno Vallo della Lucania) assegnò all’istituendo seminario, le rendite dell’abbazia di S. Cecilia (24 ducati).”.

La cappella di ‘Sancta Maria Laurentana‘ a Palinuro dipendente dall’Abbazia di Bosco citata nel 1579, in un “Inventarium bonorum” conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana e anche nel 1666 in una Platea di beni

A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è stata la Cappella di S. Maria Laurentana, dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco.  Riguardo questo eremo o laura basiliana ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., che, sulla scorta di Biagio Cappelli (….) parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro scriveva che: “Il centro religioso sorgeva poco più in alto, ai margini dell’abitato, ed era costituito da un antica laura basiliana, che dipendeva dall’abbazia di S. Nicola di Bosco. In seguito all’interdizione e semi-cancellazione delle tracce del rito greco. la chiesa assunse nei primi anni del ‘600, in sostituzione dell’originaria intitolazione basiliana, il titolo di S. Maria di Loreto. Lì accanto il feudatario possedeva “un giardino sito accanto alla chiesa intitolata a Santa Maria, con varie specie di alberi per la maggior parte gelsi”, che in tempi remoti gli era stato censuato per il canone di due ducati annui dall’abbazia del Bosco.”. Franesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno” in proposito scriveva che: “Santo taumaturgo, S. Nicodemo esercitò il suo carisma anche a favore delle vittime delle scorrerie saracene, ecc…Cappelli sottolinea che la ‘Vita’ di S. Nicodemo, come pure quella di S. Saba, specifica che il luogo dove egli si era stabilito era una zona che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata al culto degli dei infernali. L’agiografo infatti narra dei fantasmi inviati in folla dagli spiriti infernali a torturare l’eremita con le forme più varie, mostruose e allettanti. Il riferimento sarebbe in questo caso al culto di Palinuro e alla grotta delle Ossa, perchè per le sue tremende tempeste il Capo “ben poteva essere creduto sacro agli dei infernali per le numerose vittime che esso faceva” (3). La localizzazione dell’eremitaggio di S. Nicodemo si rende a questo punto possibile e verosimile poco più a valle dell’antica area culturale dedicata a Palinuro sulla collina di S. Paolo, posta in posizione elevata, visibile dal mare, e della quale abbiamo già fatto cenno. Nel luogo – che è quello dell’attuale chiesa intitolata nell’età moderna, in clima controriformistico, a S. M. Laurentana (la cui intitolazione originaria è ignota, anche se ne conosciamo la ridotta superficie: appena venti metri quadrati circa) – è documentata l’esistenza di un cenobio basiliano (del quale a fine ‘700 avanzavano solo i “pedamenti di fabbrica”, cioè i muri perimetrali), che era alle dipendenze dell’abbazia di S. Nicola del Bosco e al quale apparteneva tutta l’area che scendeva a valle sino all’approdo della Ficocella. Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).” Per tutto ciò, lo studioso dichiarava di propendere a supporre che il toponimo di Kellerana “fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo e a non grande distanza dagli scogli di Palinuro”. Ecc…”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Riferimento bibliografico digitalizzato e raggiungibile sul link: http://www.mss.vatlib.it/guii/scan/link1.jsp?fond=Arch.Cap.S.Pietro. Riguardo il riferimento al Cappelli, il Barra si riferisce a Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193. Biagio Cappelli (…), a pp. 192-193-194 in proposito scriveva che: “Sono indotto a supporre che il nome Cellerano sia da ricercare nella parte inferiore e costiera del Cilento, perchè nella zona del Mercurion, come è stata da me delimitata, non rimane, a quanto sappia, alcuna località che porti od abbia avuto questa denominazione e per due particolari riferiti dalla Vita di S. Nicodemo (38): il primo si riferisce al fatto che, in una scorreria saracena, il santo fatto prigioniero fu condotto su una spiaggia del Tirreno prossima ad una città conquistata e nello stesso tempo al suo eremo; l’altro, e più importante, è che il luogo dove egli viveva viene specificato come una contrada che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata agli dei infernali e chtonii. Tenendo presenti le coste marittime verso le quali declinano i montuosi focolai di ascetismo bizantino del Mercurion e del Cilento, e precisamente il tratto che corre dalla foce del Mercure-Lao a sud, a quella del Solofrone a nord, ci imbattiamo in tre luoghi dove la leggenda classica ha lasciato i suoi ricordi: la foce del Lao, dove avrebbe approdato Draconte, compagno di Ulisse; il promontorio di Palinuro dove avrebbe naufragato l’omonimo compagno di Enea; la punta di Licosa, dove sarebbe stato portato dalle onde il corpo della sirena Leucosia vinta da Ulisse (39). Ricercando il monte Cellerano ecc…mi sembra che possa ricollegarsi al nome dell’abitato esistente di Celle, che in un ambiente longobardo potette avere nel vocabolo latino “cella” il significato di abituro anacoretico, posto sul versante settentrionale del massiccio montuoso di Bulgheria. Il quale continuando in una serie di groppi fino al capo di Plainuro, dove fu anche un abitato omonimo (40), chiude a nord il Golfo di Policastro, che spesse volte fu mèta di incursioni musumane (41); una delle quali vi sorprese Nicola di Rossano in viaggio verso il monastero di S. Nazario (42). Propenderei per tutto ciò a supporre che il toponimo conservatoci in parte dell’abitato di Celle si estendesse un tempo, nel significato di insieme di “cellae”, al sistema montuoso che lo domina ed in conseguenza a credere che il luogo scelto come dimora dall’eremita S. Nicodemo fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo a non grande distanza dagli scogli di Palinuro battuti dal mare. Questo capo, dove per i frequenti fortunali si è localizzato il leggendario naufragio del timoniere della nave di Enea e contro le cui rocce si infrangeva, per ricordare un caso, una una buona parte della flotta di Ottaviano che nel 36 a. C. navigava verso la Sicilia contro Sesto Pompeo (43), ben poteva essere creduto sacro agli dei infernali per le numerose vittime che esso faceva. Alle quali venivano riferite, come ancora oggi si ritiene dai naturali del luogo, le molte ossa umane e di animali ammucchiate in una prossima grotta che invece appartengono all’età della pietra. Quanto si è detto sembra influire anche in un altro senso sull’agiografo di S. Nicodemo: allorchè narra dei fantasmi inviati in folla dagli spiriti infernali a torturare l’eremita con forme le più varie, mostruose ed allettanti (44). Quasi che la fantasia medioevale del monaco Nilo oltre a prendere elementi comuni alle leggende agiografiche rielabori a suo modo, nel caso particolare, quanto dice il visionario ed allegorico scrittore dei secoli V-VI Fabio Planciade Filgenzio: e cioè che il personaggio di Plalinuro corrisponde alle allucinazioni (45). Reminescenza di lettura forse non improbabile, dato che, se in generale gli asceti  bizantini si interessavano anche, come ad esempio S. Nilo, Proclo abate di S. Adriano, S. Luca abate del SS. Salvatore di messina (46), ad opere letterarie di contenuto profano, parimenti un vivo interesse per questi studi traspare dalla Vita di S. Filarete, scritta, come si è visto, dallo stesso agiografo di S. Nicodemo (47). Ciò senza contare che il racconto potrebbe anche aver avuto come sfondo la stessa bassa valle del fiume Mingardo, detta oggi “valle dell’Inferno” per lo aspetto orrido che presenta nelle sue dolomie strapiombanti per centinaia di metri, in un paesaggio desolato su cui aleggiano solitudine e silenzio donati dalla completa assenza di vita che vi domina e che talora produce come un senso di angoscia. Ma, inoltre, a maggiormente avvalorare la mia ipotesi ed a renderla più probabile, sta l’elemento di fatto che la zona immediatamente intorno al capo di Palinuro era frequentata ed abitata da monaci bizantini più o meno nello stesso periodo di tempo in cui vi avrebbe vissuto S. Nicodemo. Così il biografo di S. Saba il giovane racconta che Pietro, cittadino di Amalfi, in una occasione dolorosa, si recò per via di mare presso il grande santo che allora dimorava in quella località marittima della Lucania (48). Nessun dubbio che questa corrisponde al suggestivo capo azzurro argentato di enormi olivi di Palinuro, se si considera che essa si trovava in un paese latino, ed infatti faceva parte del principato longobardo di Salerno, e se si tiene conto di un elemento di linguistico. E cioè che le due località della Calabria hanno un nome consimile al luogo ricordato dal biografo di S. Saba: il monte Planuda in territorio di Orsomarso e la contrada Palinuro nel comune di Colosimi. Ora, il nome ecc…Se queste mie congetture, circa l’ubicazione del monte Cellerano nei pressi di Palinuro sono, come ritengo, esatte, veniamo a conoscere con precisione anche i luoghi nei quali S. Fantino, abate di uno dei monasteri del mercurion, trascorse gli ultimi anni della sua esistenza. La Vita di S. Nilo, dopo averci detto che S. Fantino passò dalla regione superiore (51) non aggiunge altro. La Vita di S. Nicodemo narra anche che S. Fantino, come era solito fare con i suoi discepoli viventi in solitudine, andò a visitare l’eremita del monte Cellerano (52). Sì che, mentre da una parte la notizia della Vita di S. Nilo è un altro argomento a favore della mia ipotesi, dall’altra l’ubicazione del monte Cellerano, come è stata da me proposta, porta di conseguenza che anche S. Fantino viveva nella medesima regione.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (38) postillava che: “(38) A. Agresta, Op. cit., pp. 63 e 69; D. Martire, op. cit., I, pp. 273 e 274”. Riguardo il testo citato si tratta di Apollinare Agresta (…) e del suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. L’Agresta è citato spesso da P.M. Di Luccia. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”; l’altro testo è quello di Domenico Martire (…), e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Strabonis, VI, 253; Vergilii, ‘Aeneis’, V. 833-71, VI , 337-83; Lycophronis, Alexandra, 722. Sull’argomento vedi anche: G. Alessio, ‘La sirena Ligea e l’antica Terina’, in “Almanacco Calabrese 1958″, Roma, 1958, pp. 19 ss.”. Riguardo i testi citati dal Cappelli nella nota (39) si tratta di: Strabone (…) e la sua ‘Geographia’; Virgilio (…) e la sua ‘Eneide’; Licofrone (…); Alexandra (…) e la sua……………..e G. Alessio (…). Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (40) postillava che: “(40) P. Zancani-Montuoro, ‘Siri-Sirino-Pixunte’, in “Arch. Stor. per la Cala. e la Luc.”, XVIII, (1949), pp. 15 e s.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (41) postillava che: “(41) C. Pesce, ‘Storia della città di Lagonegro’, Napoli, 1914, p. 189.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Per questa localizzazione dell’incontro tra Nicola di Rossano ed i musulmani rimando al mio saggio: ‘S. Nilo ed il monastero di S. Nazario”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Velleii Paterculi, ‘Historiae’, II, 78.”. Riguardo il testo citato si tratta di Velleio Pacercolo (…) e il suo ‘Historiae’. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (44) postillava che: “(44) D. Martire, op. cit., I, p. 273.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Fulgentii, ‘De continentia Vergiliana: vedi il passo che ci interessa in D. Comparetti, ‘Virgilio nel Medio Evo’, (ed. Pasquali), Firenze, (s.d.), I, p. 136 n. 3.”. Riguardo il testo citato si tratta di Fabio Planciade Fulgenzio (Fulgentii), e del suo ‘De continentia Vergiliana’, ed il passo di D. Comparetti (…) ‘Virgilio nel Medio Evo’, (ed. Pasquali), Firenze. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Migne, P. G., cit., coll. 20 e 77, trad. Rocchi, cit., pp. 4 e 61; I. Cozza-Luzi, ‘Novae Patrum Bibliothecae’, X, 2, p. 125; G. Mercati, Op. cit., pp. 40 ss.”. Riguardo ai testi citati si tratta di Migne (…) ‘Patrologia…………, la traduzione di padre Agostino Rocchi (…), Roma, 1904; I. Cozza-Luzi (…) ed al suo ‘Novae Patrum Bibliothecae’; il testo di G. Mercati (…) ed al suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo’, Città del Vaticano, MCMXXXV. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (47) postillava che: “(47) O. Gaetani, Op. cit., II, pp. 112 ss.”. Riguardo il testo citato si tratta di Ottavio Gaetani (….) e del suo ‘Vitae Sanctorum Siculorum’, Panormi, 1657. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii etc.’, p. 50.”. Riguardo il testo citato si tratta di I. Cozza-Luzi (…) e del suo ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia etc’, edidit, Romae, MDCCCXCIII. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (49) postillava che: “(49) P. Zancani-Montuoro, op. cit., p. 16, n. 1”. Riguardo il testo citato si tratta di P. Zancani Montuoro (…) e del suo ‘Siri-Sirino-Pixunte’, in ‘Arch. Stor. per la Cala. e la Luc.’, XVIII, (1949). Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (50) postillava che: “(50) G. Rohlfs, ‘Dizionario dialettale delle tre Calabrie’, Halle- Milano, 1932, ss. I, introd., p. 34.”. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Migne, P. G., cit., col. 60, trad. Rocchi, cit., p. 42.”. Riguardo il testo citato si tratta di Migne (…), ‘Patrologie etc’, traduzione di padre Agostino Rocchi (….), Roma, 1904. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (52) postillava che: “(52) D. Martire, Op. cit., I, p. 274.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s..

A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è la Cappella di S. Maria Laurentana, un tempo dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco.  Riguardo questo eremo o laura basiliana ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., che, sulla scorta di Biagio Cappelli (….) parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro scriveva che: “Il centro religioso sorgeva poco più in alto, ai margini dell’abitato, ed era costituito da un antica laura basiliana, che dipendeva dall’abbazia di S. Nicola di Bosco. In seguito all’interdizione e semi-cancellazione delle tracce del rito greco. la chiesa assunse nei primi anni del ‘600, in sostituzione dell’originaria intitolazione basiliana, il titolo di S. Maria di Loreto. Lì accanto il feudatario possedeva “un giardino sito accanto alla chiesa intitolata a Santa Maria, con varie specie di alberi per la maggior parte gelsi”, che in tempi remoti gli era stato censuato per il canone di due ducati annui dall’abbazia del Bosco.”. Infatti, Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno”, cita il testo di Biagio Cappelli ed in proposito scriveva che: “La localizzazione dell’eremitaggio di S. Nicodemo si rende a questo punto possibile e verosimile poco più a valle dell’antica area culturale dedicata a Palinuro sulla collina di S. Paolo, posta in posizione elevata, visibile dal mare, e della quale abbiamo già fatto cenno. Nel luogo – che è quello dell’attuale chiesa intitolata nell’età moderna, in clima controriformistico, a S. M. Laurentana (la cui intitolazione originaria è ignota, anche se ne conosciamo la ridotta superficie: appena venti metri quadrati circa) – è documentata l’esistenza di un cenobio basiliano (del quale a fine ‘700 avanzavano solo i “pedamenti di fabbrica”, cioè i muri perimetrali), che era alle dipendenze dell’abbazia di S. Nicola del Bosco e al quale apparteneva tutta l’area che scendeva a valle sino all’approdo della Ficocella. Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).” Per tutto ciò, lo studioso dichiarava di propendere a supporre che il toponimo di Kellerana “fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo e a non grande distanza dagli scogli di Palinuro”. Ecc…”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Il riferimento bibliografico è digitalizzato e raggiungibile sul link: http://www.mss.vatlib.it/guii/scan/link1.jsp?fond=Arch.Cap.S.Pietro. Leggendo la traduzione di Dionigi che faceva Mastrofini (…), nel suo “Le antichità romane di Dionigi d’Alicarnasso volgarizzate dall’Ab. Marco Mastrofini’, ed. Sonzogno, Milano, 1823, non è il cap. LIII come scrive l’Ebner ma è il cap. LIV del Libro I di Dionigi che ci parla della stirpe di Enea ed in proposito a p. 86 scriveva che: “Nell’anno seguente e prima dopo l’espugnazione, i Trojani salpando da quella terra circa l’ecquinozio autunnale passarono l’Ellespondo: e portati nella Tracia ivi dimorarono quell’inverno, raccogliendo gli altri che giungevano ancora dalla fuga, e preparando la navigazione. Levandosi dalla Tracia in sul fare della primavera tragittarono fino alla Sicilia dove riparatosi spirò intanto quell’anno: ivi spesero il secondo inverno fabbricando città con gli Elimi. Ma divenuto il Palago navigabile fecero vela dall’isola, e valicando il mare Tirreno vennero finalmente sul mezzo dell’estate a Laurento, spiaggia marittima degli Aborigeni, e presavi terra, vi fabbricarono Lavinia mentre compievano l’anno secondo dopo l’invasione di Troia.”. In questo passo tratto dalla traduzione del Mastrofini non trovo nulla sul porto di Palinuro. Tuttavia questo è il passo di Dionigi ci parla delle origini Troiane di Enea. Mastrofini (…), nel tradurre il passo LIV del Libro I di “Antichità romane” di Dionigi di Alicarnasso cita e scriveva che Ma divenuto il Pelago navigabile fecero vela dall’isola, e valicando il mare Tirreno vennero finalmente sul mezzo dell’estate a Laurento, spiaggia marittima degli Aborigeni.. Il Mastrofini traduce che Enea con i suoi compagni, lasciata la Sicilia e “valicando il mar Tirreno”, vennero finalmente sul mezzo dell’estate a “Laurento”. E’ forse per questo motivo che la cappella posta sulla collina di S. Paolo che traguarda il promontorio di Palinuro fu dedicata a “S. Maria Laurentana”. Certo è singolare che da un passo di Dionigi di Alicarnasso, scritto in greco, il porto di Palinuro dove approdarono, provenienti dalla Siccilia, gli Argonauti di Enea, si possa chiamare (secondo la traduzione di Mastrofini) “Laurento”. Su questo toponimo e su questa località che dovrebbe corrispondere alla collina di S. Paolo a Palinuro si dovrà ulteriormente indagare.

Errico Aniello, pp. 54

Nel 1666, la cappella di S. M. Laurentana in un Platea di Beni

Il Barra, a p. 178 scriveva che a Palinuro vi era un’antica laura basiliana dal titolo originario “S. Maria di Loreto”, poi secoli dopo, nel 1600 cambiato in “S. Maria Laurentana”, come si evince da una platea dei beni del 1666. Pare che questa interessantissima notizia il Barra l’avesse tratta dalla “Platea del feudo della Molpa del 1666”, pubblicata dal Prof. Massimino Iannone. infatti sempre il Barra (…) riguardo a questa Platea dei beni del 1666, scriveva che:  “Non ci dice molto sul paesaggio agrario di Palinuro, perchè da essa risulta che la difesa di Palinuro era stata presa nel 1636 a censo perpetuo – come si è detto – “da molti particolari cittadini di Centola”, che versavano annualmente a titolo di canone 250 ducati al feudatario.”. Dunque, secondo la Platea del 1666 dei beni di Centola e Pisciotta, a Palinuro vi era un piccolo eremo, in origine basiliano, “un’antica laura” (come scrive il Barra) che dipendeva dall’Abbazia di S. Nicola a Bosco. Il Barra (…), a pp. 181-182, in proposito scriveva che: “L’Avvocato fiscale della R. Udienza di Salerno. Questi così riferì il 28 agosto 1792: …” e quindi, il Barra, a p. 182 pubblica la risposta della R. Camera di S. Chiara trasmessa al sovrano: “Che vi esiste una Cappella sotto il titolo di S. M. Lauretana eretta in un fondo della Badia del Bosco soggetta al Capitolo di S. Pietro di Roma, con due altari, senza che però vi fosse custodita per conservarsi il SS. Sacramento dell’Eucarestia, e senza che vi fosse luogo destinato per la conservazione dell’Oglio Santo, nè fonte battesimale. Che in tal Cappella nè giorni festivi si celegra una Messa, quando però la stagione e il buon tempo lo permettono, dal Cappuccino residente nel Convento di Centola, con licenza e permesso del Vicario del Bosco, dal quale niente se li corrisponde per detta celegrazione di Messa, ma quei poveri abitatori, per quanto le loro debolezze le comportano, l’uniscono ecc…” Riguardo a questa ‘Platea di Beni’ del 1666 pubblicata dal Prof. Massimino Iannone di Pisciotta, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., nella sua nota (13) a p. 67 parlando del piccolo casale di S. Nicola di Centola postillava che: “(13) La platea del feudo della Molpa del 1666 ricorda la “Chiesa di Santo Nicola nuovo” reddente alla camera feudale per la concessione enfiteutica di una terra alla “Tempa del Curcio”, da sopra via pubblica, da sotto fiume corrente”.”. Dunque, il Barra (…) a  p. 67 cita una ‘Platea di beni’ del 1666, senza dare ulteriori indicazioni, dice solo che si tratta della “Platea del feudo della Molpa”. Si tratta di una documentazione conservata all’Archivio di Stato di Salerno – Notaio Tommaso del Gaudio di Cuccaro del 1666, 25 febbraio – “Platea o rinnovo degli affitti del feudo della Molpa ed a Centola da parte di Domenico Pappacoda, marchese di Pisciotta e del detto feudo e signore della terra di Centola”. Riguardo questa Platea dei beni del 1666 ha scritto Massimino Iannone (…), nel suo ‘Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX’ – Elementi documentati di storia’, pubblicato nel 2016. Proprio Massimino Iannone (…) a p. 215 parlando della Cappella di S. Antonio di Palinuro, in proposito a questa “Platea dei beni del 1666” scriveva che: “La cappella, situata in prossimità del porto di Palinuro, era stata costruita, sicuramente prima del 1666, per comodità dei naviganti e per devozione da d. Francesco Buglios, Segretario di Guerra presso la Corte del Regno di Napoli, “al tempo che capitò qui una galera, con la quale corse tempesta di mare e si ricoverò nel porto…” (197).”. Iannone a p. 215, nella sua nota (197) postillava che: “(197) ASS, Atto del notaio Tommaso del Gaudio del 25 febbraio 1666.”.

Nel 1579, l’“Inventarium bonorum” e la“Tabula generalis omnium rendentium” conservata alla Biblioteca Apostolica Vaticana

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Sappiamo, comunque, che i territori di S. Nicola erano stati in parte censuati, alla fine del medioevo, proprio ad abitanti di Centola, come documenta la “Tabula generalis omnium rendentium” di S. Nicola del 1579, che ricorda i nomi di Annibale di Rinaldo, Andrea Stanzione, Agrimonte Clarello, Annibale di Florio, Belardo Stanzione, Beneduce Grippo, Berardino Ciccariello, Colella Serpe, Cesare Paciello e Antonio Grasso (quest’ultimo di Camerota)(13). Ecc..”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è stata la Cappella di S. Maria Laurentana, dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco.  Riguardo questo eremo o laura basiliana ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno” in proposito scriveva che: Nel luogo – che è quello dell’attuale chiesa intitolata nell’età moderna, in clima controriformistico, a S. M. Laurentana (la cui intitolazione originaria è ignota, anche se ne conosciamo la ridotta superficie: appena venti metri quadrati circa) – è documentata l’esistenza di un cenobio basiliano (del quale a fine ‘700 avanzavano solo i “pedamenti di fabbrica”, cioè i muri perimetrali), che era alle dipendenze dell’abbazia di S. Nicola del Bosco e al quale apparteneva tutta l’area che scendeva a valle sino all’approdo della Ficocella. Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).” Per tutto ciò, lo studioso dichiarava di propendere a supporre che il toponimo di Kellerana “fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo e a non grande distanza dagli scogli di Palinuro”. Ecc…”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Riferimento bibliografico digitalizzato e raggiungibile sul link: http://www.mss.vatlib.it/guii/scan/link1.jsp?fond=Arch.Cap.S.Pietro. Riguardo il riferimento al Cappelli, il Barra si riferisce a Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro scriveva che: “Il centro religioso sorgeva poco più in alto, ai margini dell’abitato, ed era costituito da un antica laura basiliana, che dipendeva dall’abbazia di S. Nicola di Bosco. In seguito all’interdizione e semi-cancellazione delle tracce del rito greco. la chiesa assunse nei primi anni del ‘600, in sostituzione dell’originaria intitolazione basiliana, il titolo di S. Maria di Loreto. Lì accanto il feudatario possedeva “un giardino sito accanto alla chiesa intitolata a Santa Maria, con varie specie di alberi per la maggior parte gelsi”, che in tempi remoti gli era stato censuato per il canone di due ducati annui dall’abbazia del Bosco.”. Dunque, il Barra (…), nella sua nota (13) cita la ‘Tabula generalis omnium rendentium’ di S. Nicola di Centola del 1579, che si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati- possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta. Il Barra (…), a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “Ha sempre fatto parte del territorio della baronia di Sanseverino prima e del Comune di Centola poi, il piccolo casale di S. Nicola, dotato però di parrocchia propria. Questa era peraltro ecclesiasticamente del tutto indipendente sia da Centola che dalla diocesi di Capaccio, poichè era in origine una dipendenza dell’abbazia di S. Nazario, che vi aveva la giusdizione “quasi vescovile” (12).”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (12) postillava che: “(12) F. Sacco, ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del regno di Napoli’, V. Flauto, v. III, 1796, p. 301.”. Infatti, nel 1800, Francesco Sacco (…), nel suo ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, vol. I a p. 290 parlando di Centola, in proposito scriveva che: “che si appartiene alla famiglia Pappacoda con titolo di Principato. In essa sono da notarsi una chiesa parrocchiale col titolo di S. Nicola di Bari; una Badia sotto l’invocazione di S. Maria degli Angioli, con giurisdizione spirituale sopra il clero; ecc…”.

Nel 1310, Torraca, Tortorella e Policastro nel ‘Rationes Decimarum Italiae’  (da rivedere)

Intorno al secolo XIV e su quel periodo (anni 1308-1310), Francesco Barra (…) nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, parlando di Centola, a pp. 70 e s., scriveva che: Assai scarse sono altresì le notizie dei secoli successivi. Dalle ‘Rationes Decimarum’ del 1308-10 risulta che le rendite dell’abbazia ecc…(18) ecc..”. Il Barra (…) a p. 70, nella sua nota (18) postillava che: “(18) ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’, Città del Vaticano 1942, n. 5536, p. 385.”. Infatti riguardo questo punto il Barra (…), sulla scorta dei due studiosi Laurent e Guillou (…) cita il testo del  ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’La ‘Ratio Decimarum’ era il registro delle decime che venivano riscosse dagli enti ecclesiastici. Questo registro quindi permette di avere numerose informazioni sia sulle parrocchie, sia sui singoli paesi, contenendo indirettamente dati storici sull’esistenza degli stessi. La fonte ben nota della lista di chiese e di monasteri compilata per la riscossione della decima sessannale su “tutti i redditi e i proventi ecclesiastici” istituita da papa Gregorio X nel 1274, e delle successive decime triennali volute da papa Bonifacio VIII, le cosidette: “Rationes Decimarum”. Nel caso della Camapania ed in particolare della nostra zona, troviamo il registro delle decime tra il 1308 e il 1310, ovvero il secondo volume a cura di Mauro Inguanez ed altri. Anche Nicola Montesano (…), parlando di Torraca e Tortorella così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Del ‘casti Turticelle’ viene fatto menzione anche nel Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”. Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. Per il testo di Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Campania’ – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1949 (Studi e testi). I documentI contenuti nel testo a cura di Mauro Inguanez ed altri sono i nn° 6688, 6689, 6690, 6691, che riguardano “XXVII – POLICASTRO”. Infatti, a p. 479 vi è trascritto l’unico foglio rimasto superstite del registro, il foglio n° 250 “In Episcopatu Policastrensi” che si trova custodito nella Biblioteca Apostolica Vaticana con la segnatura di: “Arch. Vat. Collect. 161, f. 250-250v”.

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Foglio 250 IN EPISCUPATU POLICASTRENSI (38)

  • Mensa episcopalis policastrensis valet unc. XXV solvit unc. II.
  • Capitolum policastrensie, clerus castri Rocce gloriose, clerus casalis ipsius, clerus Gamarote, clerus castri Turticelle, clerus castri Rivelli, clerus castri Lacinigri, clerus Baccaglione, clerus casalis Bonati abbates omnes subiecti policastrensi episcopo, solverunt unc. III tar. XXV

Foglio 250 (v)

  • Presbiteri et clerus policastrensis ecclesie tar. XII
  • Archidiaconus policastrensis pro bonis, que habet in Rocca gloriosa, que valent unc. II tar. VII, tar. III gr. XV

La visita Apostolica di Attanasio Calkeopilo ai Monasteri italo-greci del basso Cilento

Ebner (…), sulla scorta del Laudisio (…), segnalava che, nel 1458 in occasione della Visita apostolica dell’Archimandrita Atanasio Calcheopulos, il monastero di S. Maria di Centola era uno dei pochi monasteri italo-greci ancora esistenti sul nostro territorio. Stessa cosa si può dire per il Monastero di San Nicola di Bosco che insieme a quello di San Giovanni Battista a San Giovanni a piro, fu commendato nel 1462, infatti Pietro Ebner (…), parlando dei monasteri di Rofrano, nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, a p. 496, scriveva che: Forse perchè direttamente dipendente dall’abbazia di Grottaferrata il cenobio non venne visitato nel 1458 dal visitatore apostolico dei monasteri basiliani, archimandrita, Atanasio Calceopilo, che visitò gli altri cenobi (S. Giovanni a Piro, S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano).”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuitanei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”.

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(Fig…) Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Calkeopoulos (Ms. Lat. 149) (frontespizio),  conservato alla (BSMN) Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata.

Il Breccia (…), sulla scorta del “resoconto” della visita apostolica del 1457-58 di Atanasio Calceopoulos, scrive che si può dedurre la condizione di abbandono di tantissimi monasteri basiliani dell’Italia meridionale. La visita della Commissione Apostolica ai Monasteri dell’Ordine di S. Basilio, ancora esistenti nel Mezzogiorno d’Italia, riveste un carattere di particolare rilievo ed importanza anche perchè grazie ad essa, subito dopo, molti monasteri furono Commendati, come ad esempio quello di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, dove,  nel 1462, fu istituita la Commenda affidata al Cardinale Bessarione che a sua volta lo affidò in Commenda al grande umanista Teodoro Gaza, che la tenne fino alla morte, sopraggiunta nel 1475.

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(Fig…) Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149) (…), indice dei ‘Verbali‘ delle visite apostoliche di Atanasio Calkeopilo ai Monasteri italo-greci della ‘Lucania’ della Diocesi di ‘Anglona’ (nn. 73-74-75) e, della Diocesi di Policastro (nn. 76-77).

Nel 1473, la bolla di papa Sisto IV, Bosco passa nella Diocesi di Capaccio-Vallo

L’Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 156-157, nel suo cap. V “Monasteri e Chiese ricettizie”, scriveva che: “Nel 1804 l’abate di S. Cecilia, vicario locale pro-tempore del Capitolo romano di S. Pietro, esecitava la giurisdizione spirituale, oltre che sulla chiesa di Eremiti, anche su quelle di S. Pietro di Licusati e di S. Nicola di Bosco. I canonici della basilica romana che a Bosco vantavano addirittura diritti baronali, ne conservarono le rendite fino al 1851, fino a quando Pio IX, nel trasferire la sede della Diocesi di Capaccio a Vallo (odierno Vallo della Lucania) assegnò all’istituendo seminario, le rendite dell’abbazia di S. Cecilia (24 ducati).”. Del 5 novembre 1473 è una pergamena di papa Sisto IV (della Rovere, 1471 -1484) conservata, ancora nel ‘600, nell’Archivio « Collegii S. Basili  Magni » di Roma, documento interessante, oltre che per la notizia dell’abate protempore (Francesco), e per i motivi che portarono alla sostituzione del rito latino al greco, soprattutto per l’assenso al nuovo ordinamento da dare al monastero proposto dall’abate 23. Nel suddetto processo vi è pure notizia della donazione, con regio assenso, di Antonello de Petruciis, conte di Policastro, al suo terzogenito del feudo. In essa è una dettagliata descrizione dei confini del feudo di Policastro e di quelli del monastero di S. Giovanni. L’Ebner, nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi’ (…), a p. 575, parlando del casale e del Monastero di S. Nazario ed Eremiti, scriveva che: “Comunque secondo il Volpi nel 1708 e secondo il Giustiniani (12) ancora nel 1804, i due casali erano sempre sotto la giurisdizione spirituale del Capitolo di S. Pietro, se l’abate di S. Nazario, vicario pro-tempore di quel Capitolo esercitava una specie di giurisdizione vescovile, oltre che sulla chiesa degli Eremiti, anche su quella di Bosco, Cusati, (Licusati) e Sannicola: notizie evidentemente tratte dal Volpi (13). D’avviso contrario è il Mazzarella Farao (14) il quale ricorda che nel 1772, per la mancata nomina del vicario, l’abbazia e le chiese dipendenti erano passate per delega al vescovo di Capaccio.”. Ebner, nelle sue note (12-13), postillava che: “(12) Giustinani, VIII, Napoli, 1802, p. 198 e (13) Volpi, pp. 211 e 287 (ne scriveva nel 1752)”. Sull’abbazia e sul casale di Licusati, non vi sono molte notizie, sia perché l’Antonini (…), che pur aveva scritto del territorio nel ‘700, che il Volpi (…), che scrisse della diocesi di Capaccio e dei suoi vescovi, nulla avevano detto della badia e del villaggio che le era sorto a poche centinaia di metri. Nel 1752, Giuseppe Volpi, nel capitolo dedicato “Degli Abbati mitrati che hanno le loro chiese nella Diocesi di Capaccio”, del suo ‘Cronologia dei Vescovi Pestani ora detti di Capaccio’, a p. 211, scriveva che:

Volpi, p. 211

Il Volpi (…), nel suo capitolo dedicato ai “Baroni della Diocesi di Capaccio”, a p. 311, non cita Camerota e Licusati ma mette solo Centola. Infatti al tempo che il Volpi (…), scrive, la Chiesa di Licusati, nel 1752 doveva dipendere dalla Diocesi e dal Vescovo di Policastro.

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(Fig…) Cappelletti (…), p….

L’Ebner, nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi’ (…), a p. 575, parlando del casale e del Monastero di S. Nazario ed Eremiti, scriveva che:

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 Nel 1480, la ‘Platea dei beni’ del monastero di S. Pietro di Licusati

Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, che le Abbazie, un tempo, tutte di rito greco e poi passate al rito latino. Ebner, nel suo vol. I, a p. 154, in cap. V: “Monasteri e Chiese ricettizie”, parlando del Monastero di S. Nazario, scriveva che: “La dimensione fondiaria si desume da una platea del 1613 che a sua voltasi richiama ad un’altra del 1480. Un ms. interessante in quanto ci informa della consistenza patrimoniale di altre abbazie e chiese del territorio, ecc..”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, che riferendosi alla Badia di S. Pietro di Licusati, scriveva che: “Questa, già nel 1480 (6) aveva fatto compilare un altro polittico, di cui era copia nell’Archivio del capitolo di S. Pietro di Roma.”. Si tratta di una ‘Platea dei beni’ del 1480, a cui si rifà un’altra ‘Platea dei beni’, scoperta da Pietro Ebner (…), che nel 1979, pubblicava sulla rivista ‘Ricerche di storia sociale e religiosa’ (…), un suo saggio: ‘Dimensione fondiaria di un’Abbazia meridionale nel XVII secolo’, dove citava e pubblicava per la prima volta una ‘Platea di beni’ del 1613, inedita, conservata nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania. Il documento del 1613, è interessantissimo, perchè si rifà ad una precedente ‘Platea di beni’ del 1480. Ebner (…), a p. 118, vol. II, nella sua nota (6), postillava a riguardo che: “(6) Lo si rileva dai ff 183 e 183 t (“confecta in anno 1480″), ecc..”. Mentre, nel suo saggio ‘Dimensione fondiaria di ecc..’, del 1979, pubblicato da Amedeo La Greca (…), a p. 217, nota (3), Ebner (…), scriveva: “Sull’esistenza sicura del polittico del 1480, v. ad esempio, a f. 183 e a f. 183 t: ‘confecto in anno 1480’ e che non doveva superare di molto i 249 ff. Il numero più alto che, del vecchio inventario, si legge in quello del 1613.”. L’Ebner (…), a proposito del Monastero di Licusati, scriveva che già nel 1480 aveva fatto compilare un altro polittico, di cui era copia nell’Archivio del capitolo di S. Pietro di Roma. Del documento del 1613, scoperto da Ebner (…), parleremo innanzi. Tuttavia Ebner (…), non ha mai pubblicato i fogli originali della ‘Platea’ del 1613, ne quelli della precdente ‘Platea’ del 1480. Il saggio di Ebner (…), è stato ripubblicato recentemente da Amedeo La Greca (…). Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 556, parlando del casale di Bosco e dall’esame di un manoscritto, una ‘Platea di beni’, del 1613, da lui scoperta all’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania, di cui parleremo innanzi, scriveva in proposito che: “Si rileva dalla platea che la badia di S. Pietro di Licusati aveva disposto di alcuni suoi beni, già menzionati nell’inventario del 1480 ecc…:

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(Figg…) Ebner (…), ‘Chiesa, Baroni e Popoli nel Cilento’, vol. I, pp. 555-556-557

Nel 1496, Bosco e la Contea di Policastro dei Carafa della Spina di Napoli

Compreso nella grande Contea di Policastro, appartenente al primo ministro di Re Ferrante D’Aragona, Antonello Petrucci, il 4 febbraio 1496, il feudo di Bosco, insieme a Roccagloriosa, Caselle in Pittari, San Giovanni a Piro, Torre Orsaia e Alfano, fu dato in concessione ai Conti Carafa della Spina di Napoli, che vi esercitarono per circa un secolo un dominio pressocchè assoluto, caratterizzato da vessazioni e soprusi d’ogni genere.  Nel 1496 venne investito della contea di Policastro il benemerito patrizio napoletano Giovanni Carafa della Spina, il quale, oltre Policastro, ebbe territoria Rocche gloriose ac casellae …. sancti Joanne ad pirum et Boschi, Turris et Alphani”. Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a pp. 113-114, sulla scorta del Di luccia, dedica un intero capitolo “Usurpazione dei poteri spirituali e temporali da parte del Vescovo e del Conte di Policastro”, e a pp. 110-111, scriveva che “Come per la Commenda Basiliana e per l’Università di San Giovanni a Piro, anche per il Convento e l’Università di BOSCO i poteri sprituali e temporali erano stati usurpati, rispettivamente, dal Vescovo e dal Conte di Policastro, Signor Carafa. Detto Conte – come abbiamo già detto – discendeva da cospicua famiglia napoletana, la quale, fra l’altro, aveva dato alla Chiesa un Papa (Pietro Carafa, 1555-1559), dodici Cardinali, due Patriarchi e ventidue Vescovi. La città di Policastro, …..fino a che non pervenne al “celebre guerriero Don Giovanni Carafa (2). Il Conte di Policastro, adunque, che in quel tempo era – per diritto di successione- D. Ettore Carafa, marito di Donna Teresa Farau, dei Principi di S. Agata, detenendo l’esercizio del potere criminale, sul Convento e sulle Università di Bosco, ecc..”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a pp. 42 e 44, scriveva sui Carafa: ………………..Il Cataldo (…), a p. 45, così scriveva dell’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia (…), che nel 1700, scrisse un Trattato Storico-Legale sull’antica Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata  da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo.  – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Le terre concesse dai Longobardi alla Chiesa, legittimate poi dai re di Napoli, furono materia di esoso sfruttamento a danno delle comunità religiose e dei cittadini del casale(si riferisce al casale di S. Giovanni a Piro), ecc…L’ingerenza dei Vescovi e dei Conti di Policastro nella predetta ‘Badia nullis Dioceseos’ fu per salvare il salvabile, poichè sarebbe lo stesso finita in mano altrui ecc…Dopo il 1587 le cose peggiorarono anche nel campo della giustizia penale, che veniva usurpata dal Conte di Policastro, che a sua volta amministrava la Giustizia mediante luogotenenti capaci di di ogni sorta di vessazioni….”:

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(Fig…) Cataldo G. (…), p. 45 (dattiloscritto – Archivio Storico Attanasio)

Il Di Luccia (…), a p. 76, scrivendo del “Terzo Stato di S. Giovanni a Piro”, così diceva di Bosco:

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Di Luccia, p. 77

(Figg…) Di Luccia (…), pp. 75-76-77 e s.

Il 12 dicembre 1793 Teresa Carafa, contessa di Policastro, ebbe  l’intestazione nel Cedolario, per reintegra in danno del precedente possessore la badia di S. Giovanni a Piro che ne aveva ottenuta l’intestazione 1’11 luglio 1778.

Le donazioni Longobarde confermate in seguito dai Duchi Normanni e dai re di Napoli Angioini

Il Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato’, a pp. 11-12-13, riferendosi ai beni, ed alle precedenti donazioni Longobarde al “Territorio di S. Giovanni a Piro”, scriveva pure che: “Che detto Territorio di S. Gio: fosse stato dato alla Chiesa dalli Rè di Napoli non se ne può dubitare, mentre oltre il dominio dal Monastero de PP. Basiliani in quello eretto, e dal suo Abbate pro tempore esercitato il tutto risulta dalle risposte, che facevano gli habitatori di d. loco, li quali in recognizione di dominio pagavano le risposte al Monastero, e dalla narrativa di una commissione data dal Re Carlo II dell’anno 1320 a favore dell’Abbate di detto Monastero, e la lettera scritta dal Rè Ludovico dell’anno 1340 al Signor Conte di Policastro per l’assistenza, che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture,….

di luccia, p. 13

Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca Angioina ai tempi della Regina Giovanna I di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”. Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”. Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna, istituì una Commissione: “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”.

Nel 1503, la commenda del monastero di S. Nicola di Bosco

Ebner (…), che nel suo vol. II, a p. 493, parlando di S. Giovanni a Piro, scriveva che: “Nello stesso anno 1503, venne nominato abate commendatario il napoletano Antonio Terracina, abate anche delle badie di S. Pietro di Licusati e di San Nicola di Bosco, il quale delegò all’amministrazione delle badie un locale, Gerolamo Surfaia (26), il quale assunse così poteri quasi vicariali. Seguì sempre come abate commendatario, Antonio del Baucio (1520) che amministrò la badia a mezzo il vicario G. Surfaya. Il Di Luccia (p. 47) trascrive la “Instruccione et ordinatione date a vui Donno Ieronimo Surfaya per nui Antonio Terracina Apostolico Protonotario et Commendatore de l’Abbatia de S. Ioanne a Piro e S. Pietro de Lycusate” per cui il predetto doveva tenere corte in la Iustitia tanto clericale come laicale; vendere “loglie che sono al presente in Abbatia de S. Io:…volimo” che eseguiate le volontà testamentarie di certo Francesco di cui manca il cognome; ecc..”. Ebner, nella sua nota (26), postillava che: “(26) Di Luccia, p. 25.”.

Nel 1552, l’incursione barbaresca del turco Dragut

Domenica 10 luglio 1552 il corsaro turco Dragut sbarcò pure alla Marina dell’oliva con 123 galee “ac ferro, et igni dederunt Policastrum” assalendo nello stesso tempo Vibonati, S. Giovanni a Piro, Bosco, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa. A seguito della prima  incursione villaggio e monastero si cinsero di mura con il contributo del cardinale Tommaso de Vio, generale dei domenicani, appena nominato abate commendatario, il quale morì nel novembre dello stesso anno. Il Porfirio (…), nel 1848, parlando della Diocesi di ‘Policastro’, a pp. 537-538, forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Laudisio (…), raccontava dell’incursione barbaresca, che nel 1552, procurò non poche sciagure ai già vessati casali della nostra terra, compreso quello di Bosco. Nel 1552 Bosco fu saccheggiato e arso dal corsare turco Dragut Rais Bassà e la stessa sorte toccò a moltissimi paesi cilentani.

Porfirio, p. 559

(Fig….)

Nel 1561, la bolla di papa Pio V elesse Girolamo de Vio, Abate Commendatore dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 495, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Nel 1561 nella badia vi era un solo monaco. Se ne legge nella bolla di Pio V di concessione in commenda a Gerolamo de Vio (“in quo unus Monachus dicti Ordinis de presenti reperitur”).”. Dunque, Pietro Ebner, sulla scorta di una bolla di papa Pio V del 1561, riteneva che la concessione a commenda (elezione ad Abate Commendatario) dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro fu di papa Pio V e non di papa Pio IV come scrisse il Di Luccia. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Sette furono gli Abati-Commendatori: – …..D. Girolamo De Vio (1561-87).”. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicata nel 1991, parlando degli Abati Commendatori del Cenobio basiliano e Abbazia dopo, a p. 62-63, dopo aver detto di Teodoro Gaza, ci informa che: 7) D. Girolamo De Vio, nipote di Andrea, ultimo Commendatore, fu investito nel 1561 da Papa Pio IV (35), dopo la rinunzia dello zio, come dimostrerebbe una lapide già esistente nella Chiesa Parrocchiale e non più ritrovata. Non si hanno documenti dell’attività di quest’ultimo Commendatore: tanto erano differenti le condizioni del Cenobio, che un solo frate risiedeva nel Convento, come attesta la stessa Bolla di Pio IV: “…in quo (convento) unicus Monacus dicti Ordinis (Basiliani) de praesente reperitur…” (36).”. Il Tancredi (…), a p. 64, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Milanese, Giovan Angelo dei Medici: 25.XII.1559, 6.I.1560 – 9.XII.1565.”. Il Tancredi, a p. 65, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Di Luccia P. M., op. cit., p. 29: “nel quale (Convento) si trova al presente un solo Monaco del detto Ordine.””.

Nel 20 giugno 1564, la bolla “Insuper eminenti” di papa Pio IV (o papa Pio V ?)

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 559-560, apprendiamo che la Chiesa di Bosco “Chiesa, sempre parrocchiale, dipendente un tempo dall’abbazia italo-greca di S. Pietro di “li Cusati. Nel sec. XV, papa Pio IV con bolla “Insuper eminenti” del 20 giugno 1564, assegnò la Badia di Bosco in Commenda al Capitolo di S. Pietro in Vaticano, insieme ad altre quattro abbazie minori: Licusati, Cuccaro, Centola ed Eremiti. Così la badia fu retta da un vicario apostolico con giurisdizione episcopale, ecc..”Pietro Ebner (…), nelle sue note (13-14), postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che “Nel 1564, Pio V (1559-1566) aggregò le Abbazie di S. Pietro di Licusati, di S. Nicola di Bosco e di S. Cecilia alla cappella vaticana del SS. Presepe.”. L’Ebner (…), in proposito scriveva che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Ebner (…), scrivendo dell’aggregazione della Badia di S. Pietro di Licusati, ci dice che a Camerota, vi era anche “S. Giovanni di Camerota”, grangia della Badia di S. Pietro di Licusati, che, con la bolla papale di Pio V, nel 1564, veniva annesso alla Cappella del Presepe. Su “S. Giovanni di Camerota”, grangia del monastero di S. Pietro di Licusati. Dunque, secondo Ebner (…), dalla bolla del 1564, di papa Pio V, si rileva che il monastero basiliano di S. Pietro di Licusati, possedeva alcune grangie, tra cui quella di “S. Giovanni” a Camerota. Dalla bolla del 1564 di papa Pio V si rileva che il monastero di S. Pietro di Lucusati possedeva anche le seguenti grangie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Cecilia e S. Nazario con tutte le sue notevoli dipendenze. Le notizie ricavate dal Laudisio (…), sono state in seguito confermate dall’’Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”Nel secolo XVI, Papa Pio IV, con la bolla “Insuper eminenti” (datata 20 giugno 1564), assegnò l’Abbazia di San Nicola al capitolo San Pietro in Vaticano. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che “Nel 1564, Pio V (1559-1566) aggregò le Abbazie di S. Pietro di Licusati, di S. Nicola di Bosco e di S. Cecilia alla cappella vaticana del SS. Presepe.”. L’Ebner (…), scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Le notizie ricavate dal Laudisio (…), sono state in seguito confermate dall’’Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Nel 17…, il Giustiniani (…), scriveva su Bosco e diceva che:

Giustiniani, vol. II, p. 328

(Fig…) Giustiniani (…), vol. II, p. 328

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 559, parlando del casale di ‘Bosco’, citava “Il Giustiniani (10), ricorda poi che dopo la soppressione dei cenobi italo-greci, il monastero (di S. Nicola di Bosco), fu dato in commenda da Pio IV al Capitolo Vaticano, che Benedetto XIII, con la bolla 26 aprile 1726, concesse altre facoltà  che Benedetto XIV con bolla “ad honorem” dichiarò la badia di S. Pietro di Licusati (il Giustiniani dice “S. Pietro del Bosco”) di giurisdizione quasi episcopale.”. Ebner (…), nella sua nota (9) postillava che: “(9) Giustiniani, II, 1791, p. 328.”. L’Ebner (…), scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”.

Nel 20 giugno 1564, la bolla “Insuper eminenti” di papa Pio IV (o papa Pio V ?) che aggregava le Commende delle Abbazie di Bosco, Licusati, Camerota, Cuccaro, Centola ed Eremiti alla Cappella del Presepe del Capitolo di S. Pietro in Vaticano

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 559-560, apprendiamo che la Chiesa di Bosco “Chiesa, sempre parrocchiale, dipendente un tempo dall’abbazia italo-greca di S. Pietro di “li Cusati. Nel sec. XV, papa Pio IV con bolla “Insuper eminenti” del 20 giugno 1564, assegnò la Badia di Bosco in Commenda al Capitolo di S. Pietro in Vaticano, insieme ad altre quattro abbazie minori: Licusati, Cuccaro, Centola ed Eremiti. Così la badia fu retta da un vicario apostolico con giurisdizione episcopale, ecc..”Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che “Nel 1564, Pio V (1559-1566) aggregò le Abbazie di S. Pietro di Licusati, di S. Nicola di Bosco e di S. Cecilia alla cappella vaticana del SS. Presepe.”. L’Ebner (…), in proposito scriveva che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Ebner (…), scrivendo dell’aggregazione della Badia di S. Pietro di Licusati, ci dice che a Camerota, vi era anche “S. Giovanni di Camerota”, grangia della Badia di S. Pietro di Licusati, che, con la bolla papale di Pio V, nel 1564, veniva annesso alla Cappella del Presepe. Su “S. Giovanni di Camerota”, grangia del monastero di S. Pietro di Licusati. Dunque, secondo Ebner (…), dalla bolla del 1564, di papa Pio V, si rileva che il monastero basiliano di S. Pietro di Licusati, possedeva alcune grangie, tra cui quella di “S. Giovanni” a Camerota. Dalla bolla del 1564 di papa Pio V si rileva che il monastero di S. Pietro di Lucusati possedeva anche le seguenti grangie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Cecilia e S. Nazario con tutte le sue notevoli dipendenze. Le notizie ricavate dal Laudisio (…), sono state in seguito confermate dall’’Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”Nel secolo XVI, Papa Pio IV, con la bolla “Insuper eminenti” (datata 20 giugno 1564), assegnò l’Abbazia di San Nicola al capitolo San Pietro in Vaticano. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che “Nel 1564, Pio V (1559-1566) aggregò le Abbazie di S. Pietro di Licusati, di S. Nicola di Bosco e di S. Cecilia alla cappella vaticana del SS. Presepe.”. L’Ebner (…), scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Le notizie ricavate dal Laudisio (…), sono state in seguito confermate dall’’Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Nel 17…, il Giustiniani (…), scriveva su Bosco e diceva che:

Giustiniani, vol. II, p. 328

(Fig…) Giustiniani (…), vol. II, p. 328

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 559, parlando del casale di ‘Bosco’, citava “Il Giustiniani (10), ricorda poi che dopo la soppressione dei cenobi italo-greci, il monastero (di S. Nicola di Bosco), fu dato in commenda da Pio IV al Capitolo Vaticano, che Benedetto XIII, con la bolla 26 aprile 1726, concesse altre facoltà  che Benedetto XIV con bolla “ad honorem” dichiarò la badia di S. Pietro di Licusati (il Giustiniani dice “S. Pietro del Bosco”) di giurisdizione quasi episcopale.. Ebner (…), nella sua nota (9) postillava che: “(9) Giustiniani, II, 1791, p. 328.”. L’Ebner (…), scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Riguardo il passaggio di alcuni monasteri grangie e Abbazie della nostra area al Capitolo di S. Pietro in Vaticano è interessante quanto ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Ecc….

Nel 20 giugno 1564, la bolla “Insuper eminenti” di papa Pio IV (o papa Pio V ?) che aggregava le Commende delle Abbazie di Bosco, Licusati, Camerota, Cuccaro, Centola ed Eremiti alla Cappella del Presepe del Capitolo di S. Pietro in Vaticano

Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 559-560, apprendiamo che la Chiesa di Bosco “Chiesa, sempre parrocchiale, dipendente un tempo dall’abbazia italo-greca di S. Pietro di “li Cusati. Nel sec. XV, papa Pio IV con bolla “Insuper eminenti” del 20 giugno 1564, assegnò la Badia di Bosco in Commenda al Capitolo di S. Pietro in Vaticano, insieme ad altre quattro abbazie minori: Licusati, Cuccaro, Centola ed Eremiti. Così la badia fu retta da un vicario apostolico con giurisdizione episcopale, ecc..”Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che “Nel 1564, Pio V (1559-1566) aggregò le Abbazie di S. Pietro di Licusati, di S. Nicola di Bosco e di S. Cecilia alla cappella vaticana del SS. Presepe.”. L’Ebner (…), in proposito scriveva che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Ebner (…), scrivendo dell’aggregazione della Badia di S. Pietro di Licusati, ci dice che a Camerota, vi era anche “S. Giovanni di Camerota”, grangia della Badia di S. Pietro di Licusati, che, con la bolla papale di Pio V, nel 1564, veniva annesso alla Cappella del Presepe. Su “S. Giovanni di Camerota”, grangia del monastero di S. Pietro di Licusati. Dunque, secondo Ebner (…), dalla bolla del 1564, di papa Pio V, si rileva che il monastero basiliano di S. Pietro di Licusati, possedeva alcune grangie, tra cui quella di “S. Giovanni” a Camerota. Dalla bolla del 1564 di papa Pio V si rileva che il monastero di S. Pietro di Lucusati possedeva anche le seguenti grangie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Cecilia e S. Nazario con tutte le sue notevoli dipendenze. Le notizie ricavate dal Laudisio (…), sono state in seguito confermate dall’’Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”Nel secolo XVI, Papa Pio IV, con la bolla “Insuper eminenti” (datata 20 giugno 1564), assegnò l’Abbazia di San Nicola al capitolo San Pietro in Vaticano. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che “Nel 1564, Pio V (1559-1566) aggregò le Abbazie di S. Pietro di Licusati, di S. Nicola di Bosco e di S. Cecilia alla cappella vaticana del SS. Presepe.”. L’Ebner (…), scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Le notizie ricavate dal Laudisio (…), sono state in seguito confermate dall’’Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Nel 17…, il Giustiniani (…), scriveva su Bosco e diceva che:

Il 20 giugno 1564, con la bolla di Papa Pio IV, l’Abbazia di S. Nicola di Bosco, passò in Commenda al Capitolo di S. Pietro in Vaticano

Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel 1991, nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990′ (…), a p. 110 e s., ci parla di Bosco e, scriveva in proposito che: “Bosco trae il nome dal fitto patrimonio boschivo che un tempo la circondava e vanta una storia antica e gloriosa. Ebbe, intorno all’anno Mille, un’importante Abbazia fondata dai benedettini sotto il titolo di S. Nicola, dotata di un ingente patrimonio terriero donato dai longobardi alla chiesa.”. Sempre il Tancredi (…), segnala che: “Nel secolo XVI, Papa Pio IV (Giovanni Angelo Medici), con la Bolla “Insuper eminenti” del 20 giugno 1564, assegnò l’Abbazia di S. Nicola di Bosco, in Commenda, al Capitolo di S. Pietro in Vaticano, insieme ad altre quattro Badie viciniori: Licusati, S. Nazario, Centola ed Eremiti. La chiesa di Roma ne esercitò la giurisdizione spirituale a mezzo di un vicario apostolico, coadiuvato da un controllore residente in Napoli. Compreso nella grande Contea di Policastro, appartenente al primo ministro del re Ferrante, nel 1596 il feudo di Bosco, insieme con i territori di Roccagloriosa, Caselle in Pittari, San Giovanni a Piro, a Torre Orsaia e Alfano, fu dato in concessione alla famiglia Carafa della Spina di Napoli, che vi esercitarono per circa un secolo, un dominio piuttosto assoluto, caratterizzato da vessazioni e soprusi.”.

Nel 20 giugno 1564, la bolla “Insuper eminenti” di papa Pio IV (o papa Pio V ?) che aggregava le Commende delle Abbazie di Bosco, Licusati, Camerota, Cuccaro, Centola ed Eremiti alla Cappella del Presepe del Capitolo di S. Pietro in Vaticano

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 559-560, apprendiamo che la Chiesa di Bosco “Chiesa, sempre parrocchiale, dipendente un tempo dall’abbazia italo-greca di S. Pietro di “li Cusati. Nel sec. XV, papa Pio IV con bolla “Insuper eminenti” del 20 giugno 1564, assegnò la Badia di Bosco in Commenda al Capitolo di S. Pietro in Vaticano, insieme ad altre quattro abbazie minori: Licusati, Cuccaro, Centola ed Eremiti. Così la badia fu retta da un vicario apostolico con giurisdizione episcopale, ecc..”Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che “Nel 1564, Pio V (1559-1566) aggregò le Abbazie di S. Pietro di Licusati, di S. Nicola di Bosco e di S. Cecilia alla cappella vaticana del SS. Presepe.”. L’Ebner (…), in proposito scriveva che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Ebner (…), scrivendo dell’aggregazione della Badia di S. Pietro di Licusati, ci dice che a Camerota, vi era anche “S. Giovanni di Camerota”, grangia della Badia di S. Pietro di Licusati, che, con la bolla papale di Pio V, nel 1564, veniva annesso alla Cappella del Presepe. Su “S. Giovanni di Camerota”, grangia del monastero di S. Pietro di Licusati. Dunque, secondo Ebner (…), dalla bolla del 1564, di papa Pio V, si rileva che il monastero basiliano di S. Pietro di Licusati, possedeva alcune grangie, tra cui quella di “S. Giovanni” a Camerota. Dalla bolla del 1564 di papa Pio V si rileva che il monastero di S. Pietro di Lucusati possedeva anche le seguenti grangie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Cecilia e S. Nazario con tutte le sue notevoli dipendenze. Le notizie ricavate dal Laudisio (…), sono state in seguito confermate dall’’Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”Nel secolo XVI, Papa Pio IV, con la bolla “Insuper eminenti” (datata 20 giugno 1564), assegnò l’Abbazia di San Nicola al capitolo San Pietro in Vaticano. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che “Nel 1564, Pio V (1559-1566) aggregò le Abbazie di S. Pietro di Licusati, di S. Nicola di Bosco e di S. Cecilia alla cappella vaticana del SS. Presepe.”. L’Ebner (…), scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Le notizie ricavate dal Laudisio (…), sono state in seguito confermate dall’’Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Nel 17…, il Giustiniani (…), scriveva su Bosco e diceva che:

Giustiniani, vol. II, p. 328

(Fig…) Giustiniani (…), vol. II, p. 328

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 559, parlando del casale di ‘Bosco’, citava “Il Giustiniani (10), ricorda poi che dopo la soppressione dei cenobi italo-greci, il monastero (di S. Nicola di Bosco), fu dato in commenda da Pio IV al Capitolo Vaticano, che Benedetto XIII, con la bolla 26 aprile 1726, concesse altre facoltà  che Benedetto XIV con bolla “ad honorem” dichiarò la badia di S. Pietro di Licusati (il Giustiniani dice “S. Pietro del Bosco”) di giurisdizione quasi episcopale.”. Ebner (…), nella sua nota (9) postillava che: “(9) Giustiniani, II, 1791, p. 328.”. L’Ebner (…), scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 555, parlando del casale di Bosco, scriveva che: “Di Bosco, il cui toponimo è senz’altro medievale (1), ho detto altrove (2) e dirò a proposito di S. Giovanni a Piro (v.). Il villaggio era attiguo alla badia di S. Nicola, con quella di S. Pietro di Licusati, ‘nullius dioecesis’ fino al 1850. Notizie che mancano anche sulla badia di cui era cenno solo nell’Ughelli (4) che la disse unita al Capitolo della basilica vaticana di S. Pietro.”. Ebner (…), nella sua nota (1), postillava che la notizia era tratta dal Carucci (…), ‘La Provincia di Salerno ecc..’, a p. 155. A proposito del toponimo di “Bosco” ne ho parlato in un altro mio saggio ivi sul casale di Bosco.  Ebner, a p. 555, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ebner, op. cit., pp. 121 e 305.”. Dunque, Pietro Ebner parlando del casale di Bosco diceva che il villaggio o il casale era molto vicino all’Abbazia di San Nicola di Bosco che, insieme all’altra abbazia di San Pietro di Licusati, queste erano entrambe abbazie dichiarate “nullius dioecesis” e che tali rimasero fino al 1850. Certo la notizia è plausibile perchè confermerebbe il passaggio dell’Abbazia di San Nicola di Bosco (grangia o dipendente dall’antichissima Abbazia di San Giovanni a Piro che come abbiamo visto passò integralmente alla Santa Sede e dunque sua diretta dipendenza e dunque “nullius dioecesis”, ovvero non dipendente da una sede Vescovile o dal Vescovo che nel nostro caso come vedremo sarà solo Amministratore nominato dal papa stesso. Pietro Ebner (…), nelle sue note (13-14), postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.”. Ebner (…), nella sua nota (4), a p. 555, vol. I postillava che la notizia era tratta da Ughelli (…), ‘Italia Sacra’, tomo VIII, p. 726. L’Ughelli (…), nel 1659, a p. 726 del suo Tomo VIII, non parla di Bosco ma ci parla di S. Sofia ecc……Ebner (….), nel vol. I, a p. 555, parlando sempre di Bosco scriveva che: “Notizie che mancavano anche sulla badia di cui era cenno solo nell’Ughelli (4) che la disse unita al Capitolo della Basilica vaticana di S. Pietro. Due anni or sono (1979) l’esame di una platea del 1613, ms. rinvenuto nell’ADV, mi consentì di fornire più ampi particolari anche sulla badia predetta e sul villaggio che contava 318 abitanti (5).”. Pietro Ebne a p. 555, vol. I, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ebner, ‘Dimensione fondiaria, cit. p. 178 sgg.”. In questo caso Ebner postillava di un suo saggio dal titolo: ………………………………………..Ebner a p. 556 continuava a scrivere dell’Abbazia di Bosco e diceva che: “Ai primi del ‘600 l’abbazia di S. Nicola di Bosco era sempre soggetta al Capitolo e ai canonici della Basilica di S. Pietro di Roma. Oltre all’amministrazione del capitolo romano ne esercitava la giurisdizione a mezzo di un vicario dipendente da un controllore residente a Napoli. Tra i vicari Lorenso Baldi di Roccagloriosa, di cui si apprende dal di Luccia (6).”. Pietro Ebner nella sua nota (6) postillava che: “(6) Di luccia, cit., p. 76”. Dal punto di vista storiografico alcune notizie storiche sulle Abbazie del luogo ci arrivano dall’Ughelli (…), che nel 1654, nel suo tomo VII, della sua ‘Italia Sacra’, scrisse sulla Diocesi di Policastro. L’avvocato Pietro Marcellino Di Luccia, che nel 1700, scrisse un “Trattato Storico-Legale” sull’antica Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sul casale di Bosco: “L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale”. Il Di Luccia (…), citava l’Ughelli (…), dove vi erano i primi accenni ai Cenobi basiliani e benedettini dell’area e, scriveva correttamente che egli parlava del Monastero di San Nicola di Bosco, nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, a p. 759 e 760. L’Ughelli (…), parlando della ‘Policastrenses Episcopi’ (Diocesi di Policastro), scriveva del “Altera S. Nicolai de Bosco” :

Ughelli, vol. VII, p. 759

(Fig…) Ughelli (…), Italia Sacra, vol. VII, p. 759-760

Ughelli, vol. VII, p. 760, sulle abbazie

(Figg….) Ughelli (…), vol. VII – I° ed., pp. 759-760

L’abate Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, col. 762 parlando della ‘Policastrenses Episcopi’, scriveva di Bosco:  Abbatiae in hac dioecesi duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vaticanae Basilicae, altera sancti Ioannis ad Pinam unita capellae Praesepis S. Mariae Maioris de Vrbe, beneficia simplicia quam plura, virorum coenobia quatuor, Sanctimonialium septum nullum, quod enim erat in oppido Rocca gloriosa, Turca sustulerunt, hospitalia quatuor, laicorum sodalitia in singulis oppidis singula. Huius civitatis Episcoporum seriem ex actis Concistorialibus, & aliis erutam, monumementis hic ex fide subiecimus, interruptam tamen, & clumbem, cum nullum, relictum sit huius Ecclesia monumentum ab immani Turcarum direptione, miserè enim cum ciuitate omnia in cinerem redacta fuerunt. Sis monasterii Ord. S. Benedicti abitum Monachictum induit in eodem, deinde Cluniacum pergens sub disciplina S. Vgonis Abbatis per aliquot vixit annos, Restitutus est exinde suo Ganensi cenobio, vbi cum virtutibus excellere cepisset; petentibus Clero, & populo una eum Gisulpho Salerni Principe in Episcopopum Policastrensis Ecclesia ordinatus est, qui cum breve tempus illic expendisset exterioris vitae strepitum non ferens, relicta insula, ad monasterium rediit …”, che tradotto significa: “Le due abbazie della Diocesi di Policastro (in questa diocesi), sono state completamente lasciate in questa diocesi e l’abbazia, e l’altro di San Nicola di Bosco uniti al Capitolo della Basilica del Principe degli Apostoli del Vaticano, e l’altra è stata unita alla Cappella del presepe di Santa Maria Maggiore e le azioni di San Giovanni al Piro della costruzione della città, i benefici sono semplici, piuttosto che molti, degli uomini di suore appartenenti alle quattro, delle Suore del setto dell’assenza della giustizia, che nel comune di Rocca Gloriosa, perché era il glorioso, turco raccolse, gli ospedali, e quattro, e ciascuno dei laici dai loro compagni che in ogni città. Concistorio una serie di vescovi della città, sulla base delle evidenze di questo, e per gli altri, cioè, monumenti. Questo è uno della fede, è di interrompe, però, e Clumber, con l’assenza di giustizia, che è stato lasciato è la Chiesa, il memoriale di questo dal sfrenato saccheggio i turchi, sono stati ridotti in cenere misere, mentre eravamo tutti nella città di. Si prega di monastero ORD. S. outlet Monachictum lo stesso vestito, per poi tornare sotto la disciplina di Cluny abate di S. Vgonis vissuto per diversi anni dopo che è stato riportato al suo convento Ganensi, dove eccellono e la sua gente; su richiesta del clero, e alle persone in quello del principe di Salerno, l’Episcopopum Policastrensis Gisulphus la Chiesa è stato nominato da lui, che, quando rifletteva la vita esteriore, o il rumore di essere in grado di sopportare un breve periodo di tempo lì, ha lasciato l’isola, è tornato al monastero,..” :

ughelli, p. 759

(Fig….) Ughelli (…), tomo VII, p. 760

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(Fig….) Ughelli (…), vol. VII – II° ed., pp. 542

L’Abbazia di S. Nicola di Bosco per circa 500 anni visse con giurisdizione autonoma, come “Badia Nullius Dioecesis”. Si tratta di un documento del 1565, non più esistente ma di grande importanza per la storia del nostro territorio in quanto la sua storia è antichissima ed i suoi beni e possedimenti arrivavano fino alla Calabria. Attraverso questi ed altri documenti, non di minore importanza, possiamo tentare la ricostruzione storiografica di altri centri come Torraca, Sapri in Campania, Majerà e Grisolia in Calabria, Trecchina e Rivello in Lucania ed altri ancora. Attraverso questa documentazione manoscritta, ci viene data conferma di alcune notizie storiche intorno ai centri che ho elencato. Si tratta della “Platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro”, redatta da Girolamo De Vio nel 1565. Riguardo la “Platea dei beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Nicola di Bosco”, redatta nel 1565 da Giacomo De Vio (…), Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”.

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 555, parlando del casale di Bosco, scriveva che: Due anni or sono (1979) l’esame di una platea del 1613, ms. rinvenuto nell’ADV, mi consentì di fornire più ampi particolari anche sulla badia predetta e sul villaggio che contava 318 abitanti (5).”. Pietro Ebne a p. 555, vol. I, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ebner, ‘Dimensione fondiaria, cit. p. 178 sgg.” e poi sempre l’Ebner a p. 556 aggiungeva che: “Si rileva dalla Platea che la badia di S. Pietro di licusati aveva disposto di alcuni suoi beni, già menzionati nell’inventario del 1480, concedendoli ai preti della locale abbazia di S. Nicola, i quali erano “immediati subbietti alla detta Abbatia et esempti dalla Giurisditione del episcopato di Policastro”. Questi sacerdoti erano tenuti a pagare all’abazia di S. Pietro Pietro l’annua “subventione” di un tarì nella festività di S. Pietro, giorno prestabilito per il pagamento dei censi e per il versamento di otto tomoli ecc…

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(Figg…) Ebner (…), ‘Chiesa, Baroni e Popoli nel Cilento’, vol. I, pp. 555-556-557

Nel 2 ottobre 1565, la ‘Platea delli Beni e Rendite spettanti all’Abbadia posti nel Bosco’, compilata da Giacomo De Vio, Procuratore incaricato da Tommaso De Thomasijs, Vicario di Andrea de Vio, Abate Commendatario di S. Giovanni a Piro

Riguardo la “Platea dei beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Nicola di Bosco”, redatta nel 1565 da Giacomo De Vio (…), Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “Sappiamo dal Di Luccia (6) che anche l’Abbadia di Bosco – come quella Basiliana di San Giovanni a Piro – era dotata di un vistoso patrimonio terriero donato dai Longobardi alla Chiesa nell’anno 571, il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tomasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato, in apposita “PLATEA”, dal suo Procuratore GIACOMO DE VIO, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe. Noi, nel corso dei nostri studi intensi a accertare la storia del nostro glorioso passato, abbiamo avuto modo di vedere, in casa dei Signori Carboni-Viviani della frazione di Bosco, antica famiglia del luogo, copia di detta “platea”, che abbiamo potuto esaminare attentamente, rendendoci perfettamente conto dell’importanza patrimoniale dell’Abbadia Benedettina. Con nostro vivo rincrescimento, però, abbiamo dovuto constatare come tale documento – che avrebbe potuto essere l’unico atto probatorio per poter dimostrare i diritti territoriali di questo Comune, di fronte ai Comuni contermini – non può avere alcuna efficacia giuridica perchè manca della firma del compilatore o, comunque, di autentica di pubblico ufficiale, per cui non ha alcun valore probatorio per poter accertare i veri confini territoriali del nostro Comune, l’incertezza dei quali fa sorgere continue e dispendiose controversie, specialmente con Camerota.”. Il Palazzo (…), nelle sue note (6) e (7), postillava che dette notizie erano tratte dal Di Luccia (…). Il Palazzo (…), a p. 110, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Di Luccia: pag. 26, op. cit. “. Il Palazzo (…), a p. 110, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Di Luccia: pag. 26, op. cit.”. Ferdinando Palazzo (…), sempre a pp. 110-111, riferendosi sempre alla “Platea dei Beni e delle Rendite della Badia di S. Giovanni di Bosco”, compilata nel 1565 da Giacomo De Vio, nominato Procuratore della Badia, scriveva pure che l’avesse vista e consultata in casa della famiglia Carboni-Viviani di Bosco. Il Palazzo (…), citava la interessantissima notizia riportata dal Di Luccia (…), circa i beni dell’Abbazia di San Nicola di Bosco, donati dai Longobardi nel 571, e da lui visti elencati in una platea di beni compilata per l’Abbazia di S. Giovanni a Piro nel 1565. Il Di Luccia (…), riferendosi al monastero di S. Giovanni a Piro, detta “Badia” (Abbazia), in proposito scriveva che: “Giacomo de Vio suo Procuratore alli 2 Ottobre 1565. fece la Platea delli beni spettanti all’Abbadia posti nel Bosco come dal lib. 11. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”. Di detta ‘platea di beni’, il Di Luccia, scriveva che: come dal lib. 11. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”. Il Palazzo (…), sulla ‘Platea dei beni’, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe. ecc…”. Delle antiche donazioni di beni alla Chiesa del basso Cilento, da parte dei principi Longobardi, abbiamo pubblicato ivi un altro nostro studio. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicata nel 1991, parlando degli Abati Commendatori del Cenobio basiliano e Abbazia dopo, a p. 64, ci informa che: 4) D. Antonio De Bacio, amministratore dell’Ente mediante il Vicario Tommaso De Tommasijs, pare che abbia avuto per Procuratore D. Girolamo Sursaja, perchè era nel luogo e conosceva gli usi della vasta zona terriera del patrimonio basiliano………6) A. Andrea De Vio, di Gaeta, ottenne la Commenda per cessione o per traslazione, fattagli dallo zio, ed ebbe per Vicario l’Abate Tommaso De Thomasijs.  Questi nel 1555 indisse il “Sinodo di S. Giovanni a Piro”. Il Sinodo consta di 19 disposizioni.”. Pietro Ebner, nel vol. I del suo “Chiesa baroni e popoli nel Cilento”, a p. 154, nel capitolo V “Monasteri e Chiese ricettizie”, in proposito scriveva che: Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (Km. 5) a quella italo-greca di S. Giovanni a Piro, abbazia tra le più fiorenti,…”. Il Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato historico legale etc…’, a p. 26, parlando di Andrea de Vio, VI Commendatore dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Il sesto fù Andrea de Vio di Gaeta forsi nepote di detto Cardinale, quale hauerà hauuto l’Abbadia, o per cessione, o traslatione fattali dal medesimo, stante che nell’anno 1539. il medesimo Abbate di Tomaso esercitava il Vicariato per lui come giustificationi, che si addurranno appresso, e questo mediante Giacomo de Vio suo Procuratore alli 2. Ottobre 1565. fece la Platea delli beni spettanti  all’Abbadia posti nel Bosco come dal lib. II. fol. 233. oue risiede la detta Platea esistente nel nostro Archiuio.”.

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(Fig….) P.M. Di Luccia (…), op. cit., p. 26

Dunque, secondo il Di Luccia (…), che a p. 26, ci parla di Giacomo De Vio (nipote del Cardinale De Vio), nominato Procuratore di Tommaso de Tommasjis Vicario di D. Andrea de Vio, sesto Abate Commendatario dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Giacomo de Vio, il 2 ottobre 1565, compilò una “Platea di Beni e di Rendite” che appartenevano alle due Abbazie di S. Giovanni a Piro e S. Nicola di Bosco. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro’, a p. 50-51, sulla scorta del Palazzo (…), e soprattutto di ciò che nel suo trattato, nel 1700, aveva già scritto il Di Luccia (…), parlando dei padri basiliani che fondarono il celebre cenobio, scriveva che: “I Padri Basiliani furono Baroni delle terre del Cesareto e di quelle donate dai Longobardi alla Chiesa nel 571, con giurisdizione autonoma spirituale e temporale. Di questa autonomia riferiscono non solo gli atti di ordinaria amministrazione dei Padri, ma soprattutto Mons. Angelo Oliverio, Vescovo di Acerra, quando, ordinando Diacono Antonio Ferrari della terra di S. Giovanni a Piro, con la dicitura ‘nullius dioeceseos’ (14), afferma che il territorio Basiliano, cui il Ferrari apparteneva, era fuori di ogni giurisdizione diocesana.”. La notizia era stata tratta dal Di Luccia (…). Il Vescovo di Acerra, Mons. Oliviero, ordinò Antonio Ferrari, diacono della terra di S. Giovanni a Piro, nel…….e, la notizia del documento venne poi riportata dal Di Luccia (…), nel 1700, all’epoca del suo trattato istorico-legale. Dovrebbe trattarsi dell’Istrumento col quale si confermava la “Platea dei beni e delle rendite della Badia di S. Giovanni a Piro” del 1565 redatta da Giacono De Vio, ad oggi non ancora reperita.

Nel 1579, l’Abbazia di S. Nicola di Bosco negli Archivi Vaticani

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Sappiamo, comunque, che i territori di S. Nicola erano stati in parte censuati, alla fine del medioevo, proprio ad abitanti di Centola, come documenta la “Tabula generalis omnium rendentium” di S. Nicola del 1579, che ricorda i nomi di Annibale di Rinaldo, Andrea Stanzione, Agrimonte Clarello, Annibale di Florio, Belardo Stanzione, Beneduce Grippo, Berardino Ciccariello, Colella Serpe, Cesare Paciello e Antonio Grasso (quest’ultimo di Camerota)(13). Ecc..”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è stata la Cappella di S. Maria Laurentana, dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco.  Riguardo questo eremo o laura basiliana ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno” in proposito scriveva che: Nel luogo – che è quello dell’attuale chiesa intitolata nell’età moderna, in clima controriformistico, a S. M. Laurentana (la cui intitolazione originaria è ignota, anche se ne conosciamo la ridotta superficie: appena venti metri quadrati circa) – è documentata l’esistenza di un cenobio basiliano (del quale a fine ‘700 avanzavano solo i “pedamenti di fabbrica”, cioè i muri perimetrali), che era alle dipendenze dell’abbazia di S. Nicola del Bosco e al quale apparteneva tutta l’area che scendeva a valle sino all’approdo della Ficocella. Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).” Per tutto ciò, lo studioso dichiarava di propendere a supporre che il toponimo di Kellerana “fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo e a non grande distanza dagli scogli di Palinuro”. Ecc…”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro scriveva che: “Il centro religioso sorgeva poco più in alto, ai margini dell’abitato, ed era costituito da un antica laura basiliana, che dipendeva dall’abbazia di S. Nicola di Bosco. In seguito all’interdizione e semi-cancellazione delle tracce del rito greco. la chiesa assunse nei primi anni del ‘600, in sostituzione dell’originaria intitolazione basiliana, il titolo di S. Maria di Loreto. Lì accanto il feudatario possedeva “un giardino sito accanto alla chiesa intitolata a Santa Maria, con varie specie di alberi per la maggior parte gelsi”, che in tempi remoti gli era stato censuato per il canone di due ducati annui dall’abbazia del Bosco.”. Il Barra (…), a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “Ha sempre fatto parte del territorio della baronia di Sanseverino prima e del Comune di Centola poi, il piccolo casale di S. Nicola, dotato però di parrocchia propria. Questa era peraltro ecclesiasticamente del tutto indipendente sia da Centola che dalla diocesi di Capaccio, poichè era in origine una dipendenza dell’abbazia di S. Nazario, che vi aveva la giusdizione “quasi vescovile” (12).”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (12) postillava che: “(12) F. Sacco, ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del regno di Napoli’, V. Flauto, v. III, 1796, p. 301.”. Infatti, nel 1800, Francesco Sacco (…), nel suo ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, vol. I a p. 290 parlando di Centola, in proposito scriveva che: “che si appartiene alla famiglia Pappacoda con titolo di Principato. In essa sono da notarsi una chiesa parrocchiale col titolo di S. Nicola di Bari; una Badia sotto l’invocazione di S. Maria degli Angioli, con giurisdizione spirituale sopra il clero; ecc…”. Il Barra (….), riguardo l’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Ecc..”. Dunque, il Barra scriveva che l’Abbazia di S. Maria di Centola non era stata aggregata al Capitolo di S. Pietro in Vaticano (della ex Basilica detta “Liberiana” dopo dventata Basilica di Santa Maria Maggiore in Roma. Il Barra scriveva che la bolla di papa Pio V aggregava solo S. Nazario con altri monasteri basiliani di Bosco, S. Pietro di licusati ed Eremiti. Dunque, per il Barra Centola non veniva aggregata al Capitolo Vaticano. Eppure Pietro Ebner nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 559-560, apprendiamo che la Chiesa di Bosco “Chiesa, sempre parrocchiale, dipendente un tempo dall’abbazia italo-greca di S. Pietro di “li Cusati. Nel sec. XV, papa Pio IV con bolla “Insuper eminenti” del 20 giugno 1564, assegnò la Badia di Bosco in Commenda al Capitolo di S. Pietro in Vaticano, insieme ad altre quattro abbazie minori: Licusati, Cuccaro, Centola ed Eremiti. Così la badia fu retta da un vicario apostolico con giurisdizione episcopale, ecc..”Pietro Ebner (…), nelle sue note (13-14), postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.”. Dunque, invece per Ebner l’Abbazia di S. Maria di Centola veniva aggregata al Capitolo Vaticano dalla bolla di papa Pio IV che è la stessa a cui si riferiva il Barra.

Nel 1579, l’Abbazia di S. Nicola di Bosco nell’“Inventarium bonorum” conservato negli Archivi del Capitolo di S. Pietro oggi alla Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV)

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Ecc…(13)….. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. Dunque, secondo Francesco Barra, negli Archivi del Capitolo Vaticano di San Pietro in Vaticano si trova la documentazione che riguarda anche l’Abbazia o il monastero di S. Nicola di Bosco. A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è stata la Cappella di S. Maria Laurentana, dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco.  Riguardo questo eremo o laura basiliana ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno” in proposito scriveva che: Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Riferimento bibliografico digitalizzato e raggiungibile sul link: http://www.mss.vatlib.it/guii/scan/link1.jsp?fond=Arch.Cap.S.Pietro. Riguardo il riferimento al Cappelli, il Barra si riferisce a Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro e, riferendosi ad un possedimento dell’Abbazia di Bosco nella sua nota (13) cita il “Inventarium bonorum” di S. Nicola di Centola del 1579, che si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati- possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta. Dunque, il Barra (…), nella sua nota (13) cita l’“Inventarium bonorum” di S. Nicola di Centola del 1579, che si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati- possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta.

Nel 1579, la “Tabula generalis omnium rendentium” conservata negli Archivi del Capitolo di S. Pietro oggi alla Biblioteca Apostolica Vaticana

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Sappiamo, comunque, che i territori di S. Nicola erano stati in parte censuati, alla fine del medioevo, proprio ad abitanti di Centola, come documenta la “Tabula generalis omnium rendentium” di S. Nicola del 1579, che ricorda i nomi di Annibale di Rinaldo, Andrea Stanzione, Agrimonte Clarello, Annibale di Florio, Belardo Stanzione, Beneduce Grippo, Berardino Ciccariello, Colella Serpe, Cesare Paciello e Antonio Grasso (quest’ultimo di Camerota)(13). Ecc..”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è stata la Cappella di S. Maria Laurentana, dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco.  Riguardo questo eremo o laura basiliana ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno” in proposito scriveva che: Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Riferimento bibliografico digitalizzato e raggiungibile sul link: http://www.mss.vatlib.it/guii/scan/link1.jsp?fond=Arch.Cap.S.Pietro. Riguardo il riferimento al Cappelli, il Barra si riferisce a Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro e, riferendosi ad un possedimento dell’Abbazia di Bosco nella sua nota (13) cita la ‘Tabula generalis omnium rendentium’ di S. Nicola di Centola del 1579, che si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati- possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta. Dunque, il Barra (…), nella sua nota (13) cita la ‘Tabula generalis omnium rendentium’ di S. Nicola di Centola del 1579, che si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati- possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta.

Nel 1583, la visita apostolica di Silvio Galassi

E’ molto probabile che, dopo il 1583, anno della visita del Commissario Apostolico Silvio Galassi, inviato di Papa Gregorio XIII, che aggregò pure la chiesa di Rofrano, l’antico Monastero di S. Maria di Centola, fosse stato aggregato alla Diocesi di Capaccio (ora di Vallo della Lucania) (di cui ci parla pure l’Ughelli).

Nel 1666, la “Platea o rinnovo degli affitti del feudo della Molpa ed a Centola da parte di Domenico Pappacoda, marchese di Pisciotta e del detto feudo e signore della terra di Centola”

Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 178 scriveva che a Palinuro vi era un’antica laura basiliana dal titolo originario “S. Maria di Loreto”, poi secoli dopo, nel 1600 cambiato in “S. Maria Laurentana”, come si evince da una platea dei beni del 1666. Pare che questa interessantissima notizia il Barra l’avesse tratta dalla “Platea del feudo della Molpa del 1666”, pubblicata dal Prof. Massimino Iannone. infatti sempre il Barra (…) riguardo a questa Platea dei beni del 1666, scriveva che:  “Non ci dice molto sul paesaggio agrario di Palinuro, perchè da essa risulta che la difesa di Palinuro era stata presa nel 1636 a censo perpetuo – come si è detto – “da molti particolari cittadini di Centola”, che versavano annualmente a titolo di canone 250 ducati al feudatario.”. Dunque, secondo la Platea del 1666 dei beni di Centola e Pisciotta, a Palinuro vi era un piccolo eremo, in origine basiliano, “un’antica laura” (come scrive il Barra) che dipendeva dall’Abbazia di S. Nicola a Bosco. Il Barra (…), a pp. 181-182, in proposito scriveva che: “L’Avvocato fiscale della R. Udienza di Salerno. Questi così riferì il 28 agosto 1792: …” e quindi, il Barra, a p. 182 pubblica la risposta della R. Camera di S. Chiara trasmessa al sovrano: “Che vi esiste una Cappella sotto il titolo di S. M. Lauretana eretta in un fondo della Badia del Bosco soggetta al Capitolo di S. Pietro di Roma, con due altari, senza che però vi fosse custodita per conservarsi il SS. Sacramento dell’Eucarestia, e senza che vi fosse luogo destinato per la conservazione dell’Oglio Santo, nè fonte battesimale. Che in tal Cappella nè giorni festivi si celegra una Messa, quando però la stagione e il buon tempo lo permettono, dal Cappuccino residente nel Convento di Centola, con licenza e permesso del Vicario del Bosco, dal quale niente se li corrisponde per detta celegrazione di Messa, ma quei poveri abitatori, per quanto le loro debolezze le comportano, l’uniscono ecc…” Riguardo a questa ‘Platea di Beni’ del 1666 pubblicata dal Prof. Massimino Iannone di Pisciotta, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., nella sua nota (13) a p. 67 parlando del piccolo casale di S. Nicola di Centola postillava che: “(13) La platea del feudo della Molpa del 1666 ricorda la “Chiesa di Santo Nicola nuovo” reddente alla camera feudale per la concessione enfiteutica di una terra alla “Tempa del Curcio”, da sopra via pubblica, da sotto fiume corrente”.”. Dunque, il Barra (…) a  p. 67 cita una ‘Platea di beni’ del 1666, senza dare ulteriori indicazioni, dice solo che si tratta della “Platea del feudo della Molpa”. Si tratta di una documentazione conservata all’Archivio di Stato di Salerno – Notaio Tommaso del Gaudio di Cuccaro del 1666, 25 febbraio – “Platea o rinnovo degli affitti del feudo della Molpa ed a Centola da parte di Domenico Pappacoda, marchese di Pisciotta e del detto feudo e signore della terra di Centola”. Riguardo questa Platea dei beni del 1666 ha scritto Massimino Iannone (…), nel suo ‘Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX’ – Elementi documentati di storia’, pubblicato nel 2016. Proprio Massimino Iannone (…) a p. 215 parlando della Cappella di S. Antonio di Palinuro, in proposito a questa “Platea dei beni del 1666” scriveva che: “La cappella, situata in prossimità del porto di Palinuro, era stata costruita, sicuramente prima del 1666, per comodità dei naviganti e per devozione da d. Francesco Buglios, Segretario di Guerra presso la Corte del Regno di Napoli, “al tempo che capitò qui una galera, con la quale corse tempesta di mare e si ricoverò nel porto…” (197).”. Iannone a p. 215, nella sua nota (197) postillava che: “(197) ASS, Atto del notaio Tommaso del Gaudio del 25 febbraio 1666.”.

Nel 1804, secondo il Giustiniani

Nel 1806 i francesi si accanirono contro il santuario di Pietrasanta ritenuta fortezza. Nel 1808 la giurisdizione spirituale passò al clero locale. Nel 1764 e nel 1817 il villaggio fu colpito dalla carestia. L’Alfano  ricorda che il villaggio era baronia della “Badia de’ PP Basiliani”, che la giurisdizione civile era della cappella Sistina, ai suoi tempi, in controversia con il fisco e con i conti Carafa, ai quali apparteneva la giurisdizione criminale e che contava 1593 abitanti. Lo storico Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 559, parlando del casale di Bosco, citava il Giustiniani (…v. nota n. (10), p. 328), e scriveva in proposito che:

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(Figg…) Ebner (…), ‘Chiesa, Baroni e Popoli nel Cilento’, vol. I, p. 559

Infatti, il Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, nel 1802, vol. II, pp. 328-329, così scriveva alla voce: Bosco dè Casali, o semplicemente ‘Bosco’, terra in Provincia di Principato Citra ecc…”.

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Giustiniani su Bosco, vol. II, p. 329

(Figg….) Giustiniani (…), vol. II, pp. 328-329, sul casale di Bosco

Nel 1613, la ‘Platea dei beni mobili ed immobili’ del Monastero di S. Pietro di Licusati

Carlo Carucci (…), nel suo ‘La Provincia di Salerno ecc..’, nel suo Cap. IX, sulla scorta del Paesano (…), che a p. 176, scrivendo a proposito dei ‘Le Chiese e i Monasteri della Provincia di Salerno. Prime loro dotazioni – Formazione del patrimonio immobiliare delle principali chiese e Abbazie della Provincia. Formazione del patrimonio ecclesiastico nelle terre del Cilento ecc..‘, confermerà alcune cose scritte dal Di Luccia (…). Il Carucci, sulla scorta di Giuseppe Paesano (…), ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, e di Erasmo Gattola (…), a p. 176, nella sua nota (2), postillava: “Paesano, op. cit., I, pp. 33-34.”, nel capitolo “Le chiese e i monasteri nella provincia di Salerno. Prime loro donazioni.”, dedicato a p. 178, scriveva che: “Documenti particolari di dotazioni a chiese della Provincia anteriori al VII secolo non ne restano, ma ciò non dice che prima di quel tempo anche qui come altrove il patrimonio ecclesiastico  non esistesse ancora”. Continua scrivendo che: “Tutte queste chiese ed abbazie, già provvedute di beni dai fondatori, furono da principi protetti e ricolmi di privilegi, e si costituirono in breve un immenso patrimonio immobiliare, preparandosi per tempi assai lontani vere e proprie immunità giurisdizionali. Ed assistiamo ad una vera gara di concessioni e di donazioni, fatte in generale colla formula ‘pro remedium et salbationem animae nostrae’ (1), o coll’altra ‘hanc offeronnipotentis misericordiam pervenire (2). Le donazioni venivan dai principi, da piccoli proprietari, da artigiani, da gente di ogni classe (3). E assieme colle donazioni aumentavano il patrimonio gli acquisti fatti col danaro. E di tali acquisti e donazioni è bene ricordare alcuni per avere un’esatta conoscenza della formazione dell’immenso patrimonio immobiliare delle chiese e dei monasteri.”. Pietro Ebner, nel suo vol. I, a p. 154, in cap. V: “Monasteri e Chiese ricettizie”, parlando del Monastero di S. Nazario, scriveva che: “La dimensione fondiaria si desume da una platea del 1613 che a sua volta si richiama ad un’altra del 1480. Un ms. interessante in quanto ci informa della consistenza patrimoniale di altre abbazie e chiese del territorio, di cui alcune finora ignote, forse perchè non soggette agli Ordinari di Capaccio o di Policastro, e quindi prive dei riferimenti offerti dai verbali delle visite pastorali. L’Abate di S. Pietro vantava la giurisdizione spirituale su chiese e badie dipendenti (grance), quali l’abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia di Eremiti e di S. Nazario. Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (Km. 5) a quella italo-greca di S. Giovanni a Piro, abbazia tra le più fiorenti….Le ubicazioni dei predetti cenobi confermano la tipologia delle fondazioni religiose italo-greche, spesso confederate anche se autonome e ubicate a distanze ravvicinate per ragioni di sicurezza e di mutua assistenza. Abbazie poi tutte passate al rito latino, eccetto quelle visitate dall’archimandita Atanasio Calkeopilo, e concesse in commenda, esiziale per i patrimoni dei cenobi, in quanto gli abati commendatari gestivano la proprietà a mezzo loro incaricati, la cui unica preoccupazione era quella di accrescere le entrate e di soddisfare i propri interessi personali.” Ebner, nel suo vol. I, del suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, a p. 154, in cap. V: “Monasteri e Chiese ricettizie”, scriveva che: Non meno importanti, anche sotto il profilo economico, come emerge dai documenti recentemente editi (12), i monasteri di S. Pietro de “li Cusati” (odierno Licusati) e di S. Nicola di Bosco.”. Ebner (…), nella sua nota (12) a p. 154 del suo vol. I, cap. V, postillava che: “(12) P. Ebner, ‘Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, RSSR, 1980.”. ‘RSSR’ stà per ‘Ricerche di Storia sociale e Religiosa’. L’Ebner nell’altra sua nota (5) del vol. II, a p. 118, sulla ‘platea dei beni’, postillava che: Ebner, ‘Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, RSSR, 1980 (Ricerche di Storia Sociale e Religiosa), Napoli, 1979, p. 163 e ss.”. L’Ebner (…), scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”

Mancavano notizie sicure sul villaggio, specialmente sulle chiese e cappelle locali dato che Licusati era esente dalla giurisdizione del vescovo di Capaccio, appunto perché soggette a quella del Capitolo romano di S. Pietro e ciò fino al 1979, quando, Pietro Ebner, ebbe l’insperata possibilità di pubblicare laplatea dei beni mobili e immobili’, compilata nel 1613, della badia di S. Pietro esistente nell’Archivio della Diocesi di Vallo della Lucania, saggio al quale rinvio per tutte le particolarità, specie fondiarie, inerenti alla badia medesima. Pietro Ebner (…), nel 1979, pubblicava sulla rivista ‘Ricerche di storia sociale e religiosa’ (…), un suo saggio: ‘Dimensione fondiaria di un’Abbazia meridionale nel XVII secolo’, dove citava e pubblicava per la prima volta una ‘Platea di beni’ del 1613, inedita, conservata nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania. Il documento del 1613, è interessantissimo, perchè si rifà ad una precedente ‘Platea di beni’ del 1480. Ebner (…), a p. 118, vol. II, nella sua nota (6), postillava a riguardo che: “(6) Lo si rileva dai ff 183 e 183 t (“confecta in anno 1480″), ecc..”. L’Ebner (…), a proposito del Monastero di Licusati, scriveva che già nel 1480 aveva fatto compilare un altro polittico, di cui era copia nell’Archivio del capitolo di S. Pietro di Roma. Tuttavia Ebner (…), non ha mai pubblicato i fogli originali della ‘Platea’ del 1613, ne quelli della precedente ‘Platea’ del 1480. Nel suo saggio del 1979, Ebner (…), ha trascritto i testi contenuti in detta ‘Platea’. Il saggio di Ebner (…), è stato ripubblicato recentemente da Amedeo La Greca (…). Sempre dall’Ebner (…), si rileva dal polittico del 1613 che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati era distribuita nei tenimenti di sedici villaggi tra il Bussento e l’Alento. Dai verbali della Commissione nominata dal Capitolo romano di S. Pietro per la ricognizione dei beni dell’abbazia (mesi di maggio, giugno, agosto e novembre 1613), si rileva, innanzitutto, che il villaggio, in quel tempo, contava 684 abitanti e che nella chiesa erano le cappelle di S. Maria deIla Catena, “jus patronato di Francisco de Novi, come si dice, e del SS. Sacramento. Ebner (…),  nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, pp. 118 e s., scriveva che “Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Ebner, nel suo saggio: ‘Dimensione fondiaria di un’Abbazia meridionale nel XVII secolo’, leggiamo che: “La proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati nel 1613, era distribuita, come si apprende anche dalle Tavole, nei territori di sedici casali tra il Bussento e l’Alento. Oltre la gran parte dei beni che era proprio del territorio sede dell’Abbazia, la maggiore estensione dei terreni era in quello di Eremiti e del vicino S. Nazario, sede della nota abbazia di S. Cecilia. Molta era pure la proprietà dipendente dall’abbazia di s. Nicola di Bosco e non pochi tereni erano a Lentiscosa, Celle di Bulgheria, Centola, Camerota, Molpa, Cuccaro, Castinatelli, S. Mauro la Bruca, Roccagloriosa e Pisciotta. E oltre i lontani di Novi, notevoli erano pure i terreni del territorio di Castelnuovo Cilento.”.

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(Figg..) le due Tavole pubblicate da Ebner (…). Le immagini sono tratte da La Greca (…).

Ebner, nel suo vol. I, a p. 154, in cap. V: “Monasteri e Chiese ricettizie”, parlando del Monastero di S. Nazario, scriveva che: “…………..”

Ma, ciò che è più interessante, vi è una descrizione della chiesa e delle altre cappelle di Licusati e cioè i “bona stabilia et demanialia dictae Abbatiae”, da cui si apprende anche la distanza dal casale: “L’Abbatia predetta di S. Pietro delli Cosati sta vicino al Casale da circa un quarto di miglio e tene la Porta verso Ponente, et appresso la Chiesa ci sono molte stantie da circa membri sedici con Cortile dentro, dove sono alcuni arbori di Citrangoli et Cedri con un puzzo di acqua nel rnezzo sorgente, et un altro cortiglio con due altre Cappelle contigue a detta Chiesa sub nomine santo Ciriaco et S. Nicola con la sacristia e Cimitero appresso”. L’abbazia possedeva, inoltre, un frantoio di olive, “cappelle, Altaria et sepolture et bona mobilia”. Poiché il villaggio era esente dalla giurisdizione vescovile di Policastro, solo dal polittico possiamo rilevare notizie su chiese e cappelle locali. Nella chiesa erano “in primis una Cappella con altare e sepoltura in latere dextero dum ingreditur nuncupata S. Croce quale è di Luca Antonio et eredi di Angelo Lansalone. / Item, sul medesimo lato ci è un altro Altare, e sepolture, sub invocatione Salvatoris quale è di lo Scipio Quintilliano, e Nicola Tancredi. / ltem, nel medesimo lato ci è una Cappella con altare e sepoltura, noncupata S. Maria de la Gratia, quale è di Marco e Tommaso di Ruggiero. / Item, nell’altra parte, et alla d. Chiesa vi è una Cappella senza Altare e sepoltura, e senza pittura, et è di Giovanni Martino, et altri de la famiglia de Mauro. / Sta nel medesimo lato ci è una Cappella e sopoltura noncupata S. Sebastiano quale è di Marco et altri de famiglia Grimaldi. / Item nel medesimo lato ci è una sepoltura, e loco senza figure, quale e di Ambrosiano, et Ascanio de Mauro fratelli. / Dentro la chiesa di S. Nicola ci è una Cappella con l’imagine di S. Maria delo Greto con la sepoltura quale è di Antonio e Nicolao parlato (8)”. Ebner (…), a p. 120, vol. II, postillava che: “(8) Nella chiesa vi erano vari arredi (f. 108): “dodici tovaglie, Due Altaretti. Due Calici l’uno è vecchio l’altro buono, Due para di Corporali, una Croce d’argento, Due Candelieri grandi, un reliquiario servato con una cassa di Noce, un Palio d’armesino rosso, un Ante Altare, figurato di verde, e giallo di raso. Due camici, sette Pianete, l’una e di Damasco bianco, et una violata, l’altra verde e rosse. Dua campane grandi al Campanile, un campanello vecchio et un altro novo.”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 556, parlando del casale di Bosco, prosegue il suo racconto e, sulla scorta del Di Luccia (…,v. nota (6), dice che ne parla a p. 76), scriveva che: “Due anni or sono (1979) l’esame della Platea del 1613, ms rinvenuto nell’ADV, mi consentì di fornire più ampi particolari anche sulla badia predetta e sul villaggio che contava 318 abitanti (5). Ai primi del ‘600 l’abbazia di S. Nicola di Bosco era sempre soggetta al Capitolo e ai canonici della basilica di S. Pietro di Roma. Oltre che l’amministrazione il Capitolo romano ne esercitava la giurisdizione spirituale a mezzo di un vicario dipendente da un controllore residente a Napoli. Tra i vicari Lorenzo Baldi di Roccagloriosa, di cui si apprende dal Di Luccia (6). Si rileva dalla platea che la badia di S. Pietro di Licusati aveva disposto di alcuni suoi beni, già menzionati nell’inventario del 1480 ecc…”

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(Figg…) Ebner (…), ‘Chiesa, Baroni e Popoli nel Cilento’, vol. I, pp. 556 e s. fino a p. 560

Nel 1695-96, la Platea di Beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro’ redatta dal Notaio Domenico Magliano

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(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; Manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (…).

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(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 – Cappelletto storico

Lo scorso anno, su questo blog, pubblicai un interessantissimo documento inedito – le cui immagini originali – sebbene fosse stato più volte citato dagli studiosi – non sono mai state pubblicate. Questo studio, ha il duplice scopo di restituire agli studiosi un documento originale conservato all’Archivio della Diocesi di Policastro ma mai pubblicato e, nel contempo – attraverso questo antico documento testimonianza del nostro passato – vorrebbe restituire un breve tratto della nostra storia. Si tratta, come vedremo di un documento notarile del 1695-96, redatto dal Notaio Domenico Magliano (…) (Fig….), un documento citato più volte da alcuni studiosi di storia locale come il Gaetani (…) che, pubblicò uno stralcio trascritto del testo. Il documento (…) in questione “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96 (Fig….), redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96. L’antico documento notarile manoscritto su carta vergata, del 1695-96 – di cui quì pubblichiamo alcune pagine originali che riguardano i possedimenti e le rendite dell’Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro a Bosco –  è conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (A.D.P.)(…) (Figg. da… a….). Dal punto di vista bibliografico e storiografico, l’antico documento (…), è stato più volte citato per la prima volta dal Gaetani (…). Il Gaetani, op. cit., p. 154, nota (4) (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. ‘Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano’.In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.(…). Il Tancredi (…), alla nota (1), scrive: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. ecc..”. Pubblichiamo per la prima volta alcune pagine tratte dal manoscritto originale conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, avuto per gentile concessione dal Bibliotecario Don Pietro. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (…), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio dal documento del Canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (…), ma il Laudisio (…), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750. Il Laudisio (…), scrive in proposito a p. 93 (…): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”. Per cercare di capire a quali documenti si riferisse il Gaetani e prima ancora il Menta, rileggendo ciò che scrive l’Ebner (…), a p. 435, su Policastro, a proposito delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, egli, sulla scorta del Ronsini (…), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29). Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. Ebner, alla nota (27), scrive: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo di Rofrano, con il fisco per pagamenti contestati, con il Principe di Bisignano per i confini di Sanza e, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino (31).”. Alla nota (28), dice che: “ne scrive il Ronsini (…)  a p. 29.”. Alla nota (29), scrive: “Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso, basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura.”. L’Ebner alla nota (30), scrive: “La cronostassi del Laudisio parla del 1110 al 1211 (Gerardo Arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (vedi Sinossi, cit. p. 131, sg.), elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto: “Ego Guido Policastrensis episcopus, ecc…”. Pertanto, rileggendo il Ronsini (…), a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Dunque, l’Ebner, traendo notizie dal Ronsini che citava il ‘Libro di memorie’ di Placido Tosone, avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino. L’Ebner (…), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. Tuttavia il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (…), a p. 113. Dopo il Palazzo (…) ed il Cataldo (…), che la citarono, il Tancredi (…), in un suo pregevole studio “Esame della Platea del 1695 (1)” (…), la esaminò, scrivendo nelle sue note: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. PARVULUS DATUS EST NOBIS CUI NOMEN ‘J.H.S.’. Die primo mensis 8bris anni currentis millesimi sexcentesimi nonagesimi quinti in Terra Sancti Joanni ad Pyrum. Constitutis in nostra praesentia praesentibus pro pro testibus RR. D. Francisco Zito, D. Joseph de Lianza Sacerdotibus dictae Terrae, U.J.D. Joanne Antonio Ursaja, et Doctore Physico Joanne Baptista de Alesio, Ill.mus ac Rev.mus D.nus Egidius Surrentino ejusdem Terrae Sancti Joannis ad Pyrum Procurator Generalis, ac ad hoc specialiter deputatus ab Ill.mo et Rev.mo Domino D. Vincenzo Petra Signaturae Justitia SS.mi Domini nostri Papae votans Insignis Cappellae SS.mi Praesepis in Sacrosancta Basilica S. Mariae Majors de Urbe Praepositus, et ab aliis Dominis Cappellanis dictae Venerabilis Cappellae pubblico Procutatoris mandato fierique rogamus manu nostri Simonis de Comitus sub die decima quarta Maij praesentis anni 1695 Romae, cujus tenor talis est, ut videtur.”. Nel suo “Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (…), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (…) del 1695, scriveva in proposito: “L’entità dei beni consiste in terreni coltivati da vassalli o custodi. Nel comprensorio di San Giovanni a Piro sono 1444, mentre in altre località sono 261. Sono compresi pure alcuni casalini  o case ed introiti vari (censi in grano, mosto, olio, ecc..). I vassalli sono 482, compreso i membri del Clero, a sè stante, con 13 sacerdoti singolarmente, una Congrega, un Monastero, 14 Cappelle. Le località extra sono 10: Bosco, Majera, Grisolia, Maratea, Trecchina, Rivello, Lentiscosa, Torraca, Roccagloriosa e Policastro.”. Nel suo “Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (…), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (…) del 1695, scriveva in proposito: “La Platea manoscritta, comprende n. 170 fogli (= 340 pagine, recto (r.) et verso (v.), complete quasi tutte, formato protocollo. Fu redatta dal Sig. Domenico Magliano Notaio di S. Giovanni a Piro negli anni 1695-96. E’ un libro o Registro di Amministrazione. Inizia con un indice alfabetico dei nomi dei titolari dei beni affittati, procede un cappelletto storico legale di 5 pagine, e segue l’esposizione dei fondi rustici, indicati col termine di generico di beni (bona) e relative rendite (in ducati, carlini, grana e tarì). Alla fine di ogni pagina c’è il risultato complessivo (totale parziale). I beni (bona) sono generalmente indicati secondo il tipo di coltivazione o produzione (vigne, castagneti, oliveti, orti, ecc..); manca l’esatta ubicazione e la misura estensiva in ettari. Semplicemente è indicata la contrada (in loco dicto…) ed i confini con altri beni o poderi (juxta bona…, fine…).”.

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(Fig….) I Beni dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro secondo il Tancredi (…).

Gli antichi possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro nelle ‘Località Extra

Da questi tre documenti citati (…), quasi contemporanei tra loro e, scritti a causa delle controversie sorte e, le usurpazioni subite – si possono trarre le notizie storiche sull’Abbazia e sulla storia del nostro territorio di cui l’Abbazia è stata testimone da lunghi secoli. Il documento del notaio Magliano (…) è, quasi contemporaneo di altri due importantissimi documenti che riguardano la storia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e dei suoi possedimenti. Si tratta di due importantissimi ed unici documenti da cui è possibile trarre alcune uniche notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni Battista a  S. Giovanni a Piro ed i suoi possedimenti sul nostro territorio ed in particolare in quello Saprese. Il documento (…), di cui il Gaetani (…), riporta alcuni passi, verrà citato poi in seguito studiato anche dal Cataldo (…). Il documento (…), di cui quì pubblichiamo alcune pagine originali, descrive i limiti ed i confini di alcuni possedimenti appartenuti all’anticihissima abbazia basiliana S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, in alcuni paesi della nostra zona – tra cui anche quello di Bosco – all’epoca della stesura dell’antico documento. I beni e possedimenti dell’antica Abbazia basiliana, arrivavano fino in Calabria. Questi beni e possedimenti erano il frutto di donazioni Longobarde e Normanne e quindi erano molto ma molto più antiche dell’epoca di stesura del documento (…) stesso. Il documento notarile della fine del ‘600, conferma alcune notizie sui possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro, citate dal Di Luccia (…), circa la presenza in altri luoghi di alcuni beni come ad esempio le due Grangie di S. Nicola e di S. Fantino (S. Phantini), nel territorio Saprese e di Torraca (…) – di cui peraltro, abbiamo pubblicato ivi uno studio a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. Questi possedimenti – tra cui le grangie di S. Nicola e di S. Fantino, esistevano dall’anno 1000, ma purtroppo se ne riparlerà solo in occasione di alcune cause pendenti tra i conti Carafa della Spina di Policastro e la Curia. Il documento notarile manoscritto (…) del 1695-96, “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro”, redatta dal Notaio Domenico Magliano, oggi conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, è particolarmente interessante per la storia di molti centri della zona. Il Di Luccia scriveva: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, ecc..”. Infatti, dall’“Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (…), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (…) del 1695, scriveva in proposito: “Le località extra sono 10: Bosco, Majera, Grisolia, Maratea, Trecchina, Rivello, Lentiscosa, Torraca, Roccagloriosa e Policastro.”. Il Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, ecc..”

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(Fig….) Pag. 158 della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta i possedimenti a Bosco.

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(Fig….) Pag….. della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta i possedimenti a Bosco.

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(Fig…) Pag. 159 della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta i possedimenti a Bosco.

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(Fig….) Pag….. della ‘Platea dei beni ecc..’ – Foglio che riporta i possedimenti a Bosco

Nel 1666, “Platea o rinnovo degli affitti del feudo della Molpa ed a Centola da parte di Domenico Pappacoda, marchese di Pisciotta e del detto feudo e signore della terra di Centola”

Il Barra, a p. 178 scriveva che a Palinuro vi era un’antica laura basiliana dal titolo originario “S. Maria di Loreto”, poi secoli dopo, nel 1600 cambiato in “S. Maria Laurentana”, come si evince da una platea dei beni del 1666. Pare che questa interessantissima notizia il Barra l’avesse tratta dalla “Platea del feudo della Molpa del 1666”, pubblicata dal Prof. Massimino Iannone. infatti sempre il Barra (…) riguardo a questa Platea dei beni del 1666, scriveva che:  “Non ci dice molto sul paesaggio agrario di Palinuro, perchè da essa risulta che la difesa di Palinuro era stata presa nel 1636 a censo perpetuo – come si è detto – “da molti particolari cittadini di Centola”, che versavano annualmente a titolo di canone 250 ducati al feudatario.”. Dunque, secondo la Platea del 1666 dei beni di Centola e Pisciotta, a Palinuro vi era un piccolo eremo, in origine basiliano, “un’antica laura” (come scrive il Barra) che dipendeva dall’Abbazia di S. Nicola a Bosco. Il Barra (…), a pp. 181-182, in proposito scriveva che: “L’Avvocato fiscale della R. Udienza di Salerno. Questi così riferì il 28 agosto 1792: …” e quindi, il Barra, a p. 182 pubblica la risposta della R. Camera di S. Chiara trasmessa al sovrano: “Che vi esiste una Cappella sotto il titolo di S. M. Lauretana eretta in un fondo della Badia del Bosco soggetta al Capitolo di S. Pietro di Roma, con due altari, senza che però vi fosse custodita per conservarsi il SS. Sacramento dell’Eucarestia, e senza che vi fosse luogo destinato per la conservazione dell’Oglio Santo, nè fonte battesimale. Che in tal Cappella nè giorni festivi si celegra una Messa, quando però la stagione e il buon tempo lo permettono, dal Cappuccino residente nel Convento di Centola, con licenza e permesso del Vicario del Bosco, dal quale niente se li corrisponde per detta celegrazione di Messa, ma quei poveri abitatori, per quanto le loro debolezze le comportano, l’uniscono ecc…” Riguardo a questa ‘Platea di Beni’ del 1666 pubblicata dal Prof. Massimino Iannone di Pisciotta, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., nella sua nota (13) a p. 67 parlando del piccolo casale di S. Nicola di Centola postillava che: “(13) La platea del feudo della Molpa del 1666 ricorda la “Chiesa di Santo Nicola nuovo” reddente alla camera feudale per la concessione enfiteutica di una terra alla “Tempa del Curcio”, da sopra via pubblica, da sotto fiume corrente”.”. Dunque, il Barra (…) a  p. 67 cita una ‘Platea di beni’ del 1666, senza dare ulteriori indicazioni, dice solo che si tratta della “Platea del feudo della Molpa”. Si tratta di una documentazione conservata all’Archivio di Stato di Salerno – Notaio Tommaso del Gaudio di Cuccaro del 1666, 25 febbraio – “Platea o rinnovo degli affitti del feudo della Molpa ed a Centola da parte di Domenico Pappacoda, marchese di Pisciotta e del detto feudo e signore della terra di Centola”. Riguardo questa Platea dei beni del 1666 ha scritto Massimino Iannone (…), nel suo ‘Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX’ – Elementi documentati di storia’, pubblicato nel 2016. Proprio Massimino Iannone (…) a p. 215 parlando della Cappella di S. Antonio di Palinuro, in proposito a questa “Platea dei beni del 1666” scriveva che: “La cappella, situata in prossimità del porto di Palinuro, era stata costruita, sicuramente prima del 1666, per comodità dei naviganti e per devozione da d. Francesco Buglios, Segretario di Guerra presso la Corte del Regno di Napoli, “al tempo che capitò qui una galera, con la quale corse tempesta di mare e si ricoverò nel porto…” (197).”. Iannone a p. 215, nella sua nota (197) postillava che: “(197) ASS, Atto del notaio Tommaso del Gaudio del 25 febbraio 1666.”.

Nel 1851, la bolla di papa Pio IX per alcune abbazie tra cui l’Abbazia di S. Nicola di Bari a Bosco che aggregava alla Diocesi di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi’, pubblicato nel 1973, a p. 305, parlando delle Diocesi Caputaquensi, in proposito all’Abbazia di Bosco, nella sua nota (68) postillava che: “Già con l”Ex quo imprescrutabili’, Pio IX aveva soppresso l’abbazia ‘nullius dioecesis’ (vulgo Del Bosco”, alla cui giurisdizione, avevano rinunciato il Capitolo e i canonici di S. Pietro di Roma (a compenso ebbero l’abbazia concistoriale di S. Domenico di Sora), incorporandola a Capaccio con alcuni paesi (Eremiti, S. Nicola e S. Nazario) e altri (Bosco e S. Giovanni a Piro e Cusati e Licusati) alla diocesi di Policastro ecc..”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ”Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sapri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Attanasio)

Di Luccia

(3) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Fariello Aniello, L’Abbadia di San Giovanni a Piro del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, riveduta e tradotta da Aniello Fariello (Archivio Storico Attanasio).

(…) Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna, p. 155 (citato da Ebner), (Archivio Storico Attanasio).

Gay Jules, L'Italie_méridionale_et_l'empire_byzantin,

(…) Gay Julius, L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, ed. Albert Fontemoing, 1904 e, successivamente tradotta in Italia, Firenze, 1917, ed. Libreria della Voce, p. 491; riguardo la diocesi di Bussento, si veda dello stesso autore Gay J., Les Diocèses de Calabre à l’epoque byzantine, in «Revue d’Histoire et Littérature Religieuse», V (1900), p. 254.

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(…) Gay Giulio, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, ristampa e presentazione a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, Lecce, 2011, p. 253  (Archivio Storico Attanasio).

(…) Paesano Giuseppe, Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana, ed. Torchi, Napoli, 1846, pp………. (Archivio Storico Attanasio); citato dal Carucci, il testo ci parla delle donazioni dei Longobardi nel Salernitano.

(…) Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure: Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Racioppi G., Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania, Roma, Hoesche, pp. 102 e 134.

(…) Venditti A., Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, E.S.I., Napoli, 1972.

(…) Caffi A., Santi guerrieri di Bisanzio nell’Italia meridionale, app. a P. Orsi, le chiese basiliane nella Calabria, Firenze, 1929, p. 295.

(…) Volpe G., Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento, ed. Ripostes, Roma, 1888, p. 117.

(…) Fiore Giovanni, Della Calbria illustrata, Napoli, ed. Parrino-Mutii, 1691

(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

(…) Guzzo A., Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia, ed. dell’Autore, Battipaglia, 1997, pp. 53 e s.

(…) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (…), p. 136 nota (c).

(…) ‘Liber Donationum Caroli Primi’, si veda pure Camillo Minieri-Riccio (…), I Notamenti di Matteo Spinelli da Giovenazzodifesi ed illustrati da.., Napoli, ed. Metitiero, 1870

(…) ‘Rationes Decimarum Italiae’, raccolta delle decime versate alle mense vescovili dagli anni 1308-1310, si veda: Inguanez Mauro – Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella, ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, p. 479

(…) Troyli Placido Abate, Istoria Generale del Reame di Napoli, Napoli, 1747, tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135-136

(…) Porfirio Gaetano, Policastro, stà in ‘D’Avino, Cenni storici sulle chiese arcivescovili, vescovili e prelatizie del Regno delle due Sicilie’, Napoli, ed. Ranucci, 1848, p. 538 e s.

(…) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s.

(…) Platina Bartolomeo, ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platino, ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, del 1593, p. 170 (Archivio Storico Attanasio).

(…) ‘Platea dei beni mobili ed immobili’ del Monastero di S. Pietro di Licusati, compilata nel 1613 e conservata presso l’Archivio della Diocesi di Vallo della Lucania, ritrovata da Pietro Ebner (…), nel 1979. I verbali della Commissione nominata dal Capitolo romano di S. Pietro per la ricognizione dei beni dell’abbazia (mesi di maggio, giugno, agosto e novembre 1613)(vedi Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118), e pubblicata in “(12) P. Ebner, ‘Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, RSSR, 1980.”. ‘RSSR’ stà per ‘Ricerche di Storia sociale e Religiosa’ ( vedi Ebner (…), nella sua nota (12) a p. 154 del suo vol. I, cap. V). L’Ebner nell’altra sua nota (5) del vol. II, a p. 118, sulla ‘platea dei beni’, postillava che: Ebner, ‘Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, RSSR, 1980 (Ricerche di Storia Sociale e Religiosa), Napoli, 1979, p. 163 e ss.”.

(…) Mabillon Jean, Annales Ordinis S. Benedicti, Parigi, 1703, p. 57

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(…) Volpi G., Cronologia dei Vescovi Pestani ora detti di Capaccio, ed. Riccio, Napoli, 1752, pp. 211 e 287.

(…) Alfano G.M., Istorica descrizione del Regno di Napoli, 1795, pp. 43.

(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211.

(…) Giustiniani , Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1802, vol. II,  pp. 328-329, sul casale di Bosco (Archivio Storico Attanasio).

(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. L’Agresta è citato spesso da P.M. Di Luccia. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”.

(…) Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.

(…) Menniti Pietro, Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. La storica Vera von Falkenhausen (….) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), anche in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti e li riproduce. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…); ha anche usato il libro di Santoro; in sette casi, infine, dice di aver usato documenti dagli archivi di ‘S. Basilio de Urbe’ (che non esistono più). Dichiara addirittura che i monaci di Carbone godono di un franchising per la macinatura del grano “come constat da molte scritture, che si conservano nell’Archivio Basiliano di Roma” (…). “Summa bullarum e constitutionum apostolicarum pro ordine S. Basilii Magni, aliorumque Collectaneorum eumdem ordinem spectantium a P. Petro Menniti eiusdem Ordinis Abbatis Generalis digesta, e conscripta, anno MDCCVII”; la cronaca è intitolata: ‘Cronica del Monastero Archimandritale di S. Elia di Carbone dell’ordine di S. Basilio Magno’.

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(…) Minisci T., Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n. s. V (1951), P. 147 (vedi per la visita apostolica di Atanasio Calceopilo).

(…) Martire D., La Calabria Sacra e Profana, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s.

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(…) Cariello Franco, San Giovanni a Piro, Chiese, Cappelle e Confraternite, ed. Tipografia MDD, Sapri, 2010

(…) Gerardo Chirichiello, Ottantesimo anniversario della scuola dell’Infanzia San Giovanni Bosco delle Suore Vocazioniste, Ed. Centro di Promozione per il Cilento, Acciaroli, 2018.

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(…) AA.VV., ‘Temi per una Storia di Licusati’ ( a cura di A. La Greca, A. Capano, D. Chieffallo, G. Chirichiello), ed. Cento di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 2013, p. 42 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Ebner P., Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 117-121. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi, Roma, ed. di Storia e Letteratura, 1973 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) AA.VV. , Pietro Ebner  – Studi sul Cilento – ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988, vol. II, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Centro Studi ‘Pietro Ebner’, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 1999 (Archivio Storico Attanasio). In questo volume, Amedeo La Greca, pubblicava nel 1999 alcuni saggi pubblicati da Pietro Ebner tra il 1949 ed il 1988, in particolare, lo citiamo in quanto in esso vi è pubblicato il saggio di Pietro Ebner: ‘Dimensione fondiaria di un’Abbazia meridionale nel XVII secolo’, si veda da pp. 217 e s.; stà in ‘Ricerche di storia sociale e religiosa’, n. 15-16, gennaio-dicembre 1979, pp. 163-194. In questo saggio Pietro Ebner, cita e pubblica per la prima volta una Platea di beni del 1613, inedita. La Platea dei beni dei Monasteri, conservata nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania. Questo documento del 1613, è interessantissimo, perchè oltre al fatto che si rifà ad una precedente ‘Platea di beni’ del 1480, ci parla dei monasteri italo-greci di Licusati e di Bosco.

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Natella P. Peduto P., Pyxous – Policastro, estratto da ‘Universo’, rivista di I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Pratilli M., Chronicon Salernitanum,

(…) Lizier A., L’Economia rurale nell’età prenormanna nell’Italia meridionale, Palermo, 1917 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Per quanto riguarda i documenti greci, provenienti da alcuni monasteri italo-greci come quello di Carbone, oggi sono sparpagliati tra l’Archivio Doria Pamphili, la collezione “Basiliani” dell’Archivio Segreto Vaticano e vecchie edizioni di documenti scomparsi oggi. Recentemente, Adele Di Lorenzo, Jean-Marie Martin et Annick Peters-Custot (…), hanno scritto sul Monastero di Carbone (PZ), un saggio il cui estratto si trova on-line. Essi scrivono che: “…molti documenti, greci e latini, dall’XI secolo all’inizio dei tempi moderni; questi documenti (originali, copie, traduzioni) sono ora sparsi tra l’Archivio Doria Pamphili (Roma), ecc..”. Il ventesimo secolo è rappresentato per la prima volta da Gertrude Robinson (7). Questo grecista britannico ha dato in ‘Orientalia Christiana Analecta’, in tre consegne nel 1928, 1929 e 1930, la sua storia e cartulario del monastero greco di Sant’Elia e S. Anastasio di Carbone (…) (introduzione storica I, II e II atti -2, un quarto volume doveva seguire). In primo luogo, ripercorre la storia dell’abbazia e dei suoi archivi prima di dare un’edizione di 56 atti greci (tutti), 14 atti latini (o traduzioni latine di atti greci) e due atti bilingue: uno William II archimandritato creazione (n XLVI), l’altra Costanza (n LXVI), per un totale di 72 atti (…), tutte prese dall’Archivio Doria Pamphili e prima del 1200, mentre Holtzmann (…) stima che, combinando le varie fonti preservate, si raggiungerebbero cento atti per lo stesso periodo. L’Archivio Doria Pamphili, nos 53, 59, 61, 72, 76, 77, 84, 88, 89, 93, 95, 97, 99, 102, ed. Robinson 1928-1930, nos IV, X, XII, XXV, XXVII, XXVIII, XXXVI, IX, XL a, XLIV, XLIX, LII, LIV, LXIV. Alcuni documenti che riguardano il monastero di Carbone si trovano all’Archivio Doria Pamphili: fonfo ‘Basiliani 1, f° 86v.’ ed altri si trovano conservati nell’Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani, t. I. Robinson 1928-1930. La parola “cartulario” è usata impropriamente per descrivere il chartrier conservato presso l’Archivio Doria Pamphili. Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou. Si veda Holtzmann W. (65) nel 1956, Holtzmann Walther, ‘Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia’, V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone. Il Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti riprodotti. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…). La Robinson (…), nelle sue pubblicazioni del 1930, aggiunge tre atti riguardanti Carbone trovati altrove: c. 79-80: Tancredi (riportato a Rocco Pirro). C. 86-90: atto del maggio 1320 dagli archivi del vescovato di Anglona. Una sigillatura di Boemia II è ancora riprodotta in t. IX (diocesi di Taranto), c. 128-129: è conservato presso l’Archivio Doria Pamphlili (…) ed è stato pubblicato nel raro testo di Santoro (…). Gastone Breccia, in un suo pregevole studio (…), scriveva a pp. 30-31: “Ma senza dubbio la parte più importante della documentazione sfuggita al Menniti è costituita dalle raccolte delle grandi famiglie romane. In primo luogo il fondo del monastero del S. Elia di Carbone, tuttora nell’archivio Doria Pamphili: come scrive Gertrude Robinson, a cui si deve l’edizione della maggior parte delle pergamene greche, Giovan Battista Pamphili, dal 1630 abate commendatario del monastero e protettore dell’ordine basiliano (nonché futuro papa Innocenzo X), “seems to have taken possession of whatever archives were left, and placed them for safe keeping in his own archives. For this the students of Greek monasteries owe him a great debt, for in 1645 there was a riot in Carbone in which the townspeople seem to have attacked the Monastery, and burnt whatever documents it stili contained.” (54) Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56).”. Dunque sempre il Breccia, nelle sue note 54-55-56, postillava: “G. R o b i n s o n , History and cartulary of the greek monastery of S. Elias and S. Anastasius of Carbone, Orientalia Christiana vol. 11, 5 (1928) pp. 269-348; voi. 15, 2 (1929) pp. 117-276; voi. 19, 1 (1930) pp. 1-200); la citazione è tratta dal vol. 11, 5, p. 318. Cfr. W. H o l t z m a n n , Die ältesten Urkunden des Klosters S. Maria del Patir, Byzantinische Zs. 26 (1926) pp. 328-351, che pubblica alcuni documenti dalle cartelle Chigi E VI 182-188. Sui documenti greci del fondo Aldobrandini (oggi Vat. lat. 131+89) cfr. A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; su quelli latini cfr. P r a t e s i , Carte latine (cit. n. 11) pp. X L – X L I . Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89).”.

(…) Robinson Gertrude, History and Cartulary of the Greeck Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone, in ‘Orientalia Christiana’, Roma, 1928-30, vol. XI-5; XV-2; XIX-1; pp. 30 ss., riguardo il documento del 1144, citato dal Cappelli (…), mentre per le carte greche dell’Archivio Aldobrandini, si veda il testo citato dal Breccia nelle sue note 54-55-56 che, postillava: “G. R o b i n s o n , History and cartulary of the greek monastery of S. Elias and S. Anastasius of Carbone, Orientalia Christiana vol. 11, 5 (1928) pp. 269-348; voi. 15, 2 (1929) pp. 117-276; voi. 19, 1 (1930) pp. 1-200).”. La rivista ‘Orientalia Christiana’ è pubblicata dal Centro Francescano di Studi Orientali al Cairo in Egitto. La ricerca costituisce ora l’attività principale del centro. I lavori degli addetti al centro e dei loro collaboratori vengono pubblicati o nel periodico Studia Orientalia Christiana Collectanea (SOC), più brevemente SOC Collectanea, che ora si trova al suo trentasettesimo volume, o nella serie Monografie. Collectanea viene pubblicata dal 1956 e contiene contributi in italiano, francese, arabo, copto ed è distribuita da Brepols International (i numeri precedenti il 2007 sono disponibili presso la Libreria Terra Santa di Milano, tel. 02 34 91 566- libreria@edizioniterrasanta.it o contattando il distributore: www.brepols.net).

(…) Il ‘Liber censuum’ Nel Medioevo, titolo di vari registri di censi, e per antonomasia del registro dei censi dovuti alla Chiesa di Roma da chiese e monasteri dipendenti dalla Curia romana, composto secondo un piano organico dal cardinale Cencio Savelli (o Cencio Camerario, poi Onorio III) nel 1192, valendosi di precedenti raccolte (Polypticus di Gelasio I, De privilegiis romanae Ecclesiae di Deusdedit), e con l’aggiunta di cartulari monastici e registri pontifici inerenti alla materia; fu aggiornato fino al tempo di Bonifacio VIII (1294-1303). Fondamentale per la conoscenza dell’organizzazione economica e finanziaria della Santa Sede di quel tempo. La parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. Il ‘Liber Censuum Romanae Ecclesiae’ (per antonomasia, Liber Censuum’) è un documento medievale contenente l’annotazione delle entrate finanziarie dalle rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, nel periodo dal 492 al 1192. Il libro, in diciotto volumi, è noto anche, come Codice di Cencio, dal nome dell’autore, il cardinale Cencio Savelli (Cencio camerario), all’epoca camerarius dei papi Clemente III e Celestino III ed egli stesso destinato a diventare papa con il nome di Onorio III. Il ‘catalogo di Cencio Camerario’ è un elenco delle chiese di Roma, redatto da Cencio Savelli, camerarius dei papi Clemente III e Celestino III, a sua volta futuro pontefice eletto al soglio pontificio col nome di papa Onorio III (12161227). Esso costituisce uno dei più antichi e completi elenchi di chiese romane, risalente alla fine del XII secolo. Si veda in proposito Ferdinand Gregorovius, 1896, p. 645 (…).

(….) Sul Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ), ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “nel mandamento di Latronico dal quale è lontano 12 chm. nel circondario di Lagonegro. Vera in origine solo il Monastero di S. Elia dell’ordine di S. Basilio, edificato nella seconda metà del VI secolo come si ha dal Santoro che ne descrive la storia,……, poichè (la sua terra) il detto monastero l’ebbe in feudo dai principi Normanni, e sono annoverati nel registro del 1178 due baroni, Giovanni e Riccardo di Carbone. L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. Come vediamo dal Rodotà (…), tra i benefattori del Monastero di S. Anastasi e S. Elia del Carbone in Provincia di Potenza, vi era anche ‘Hugo Marchesius’, che il Santoro (…), cita a p. 8. Noi crediamo che l’origine del nostro documento fosse diversa. Secondo la nota (21) al testo del Cappelli (…), si trattava dell’antichissimo Monastero basiliano di S. Elia e Anastasio a Carbone (PZ). Riguardo questo antichissimo monastero, ha scritto il Rodotà P. P. (40), Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma, ed. Salomoni, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, e poi anche 1763, ci parla nel suo capitolo dedicato al Monastero di S. Maria di Grottaferrata e ‘Dei Monasteri nel Reame di Napoli’, ci parla di S. Nilo e del Monastero di S. Elia. Secondo il Cappelli (…), che lo cita, nella sua nota (21) a p. 345, trae notizie dal Robinson (…), riguardo il Monastero di S. Elia, che cita il testo di Rodotà. Rodotà, scrive: S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”Moltissimi dei documenti d’epoca Normanna, molti dei quali erano pergamene membranacee e redatte con scrittura in greco, erano documenti provenienti da monasteri basiliani o di antica fondazione. Molti di questi documenti, come alcuni di quelli che abbiamo citato in quanto riguardano il personaggio Normanno ‘Odo Marchisio’, erano privilegi compilati per concessioni fatte al Monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (…), che dopo varie vicissitudini ed anche a seguito alla soppressione dei Monasteri del 1809, confluirono nell’Abazia di S. Maria di Grottaferrata presso Tuscolo, nel Lazio, che nel 1600, fu commendata dal Cardinale Bessarione, il quale incaricò alcuni suoi collaboratori di redigere quello che oggi viene comunemente chiamato “Regestum Bessariones”, che cita moltissimi di questi antichissimi documenti. Agli inizi del XVIII secolo, Pietro Menniti (…), su incarico del Bessarione, redisse il ‘Chronicon Carbonense’ e il ‘Bullarium Cryptense’, dove vennero trascritti moltissimi dei documenti posseduti dall’Abazia di Grottaferrata, provenienti dal monastero di Carbone (…). La storica Vera von Falkenhausen (49) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Gastone Breccia (…), in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch (…), scriveva che all’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (…), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. Scrive sempre il Breccia che il Menniti (…), utilizzò alcuni antichissimi manoscritti greci, provenienti dalla Badia di Grottaferrata a Tuscolo, per la redazione del ‘Bullarium Basilium’ all’inizio del XVIII secolo (2), come pure per le copie sciolte oggi all’Archivio di Stato di Roma (3)”. Il Breccia nelle sue singole note dalla (2) alla nota (6), dice: la nota (2): Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, vol. 32. Che il Menniti si sia servito sia dello Z. D. XII che del ms. 523 è provato dalle note apposte in margine al suo ‘Bullarium Cryptense’”. Riguardo l’opera del Bessarione e del Menniti (…), si veda il testo di  Pera (…) ‘Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae’. Per gli antichi documenti del monastero di Carbone (PZ), si vedano pre gli studi  di Enrica Follieri (…). Recentemente, Adele Di Lorenzo, Jean-Marie Martin et Annick Peters-Custot, hanno scritto sul Monastero di Carbone (PZ), che: “Il monastero greco di Sant’Elia e Sant’Anastasio di Carbonio fu fondato alla fine del X secolo quando i monaci greci calabresi si insediarono in Basilicata. Il re Guglielmo II fece nel 1168 del suo abate l’archimandrita dei monasteri greci della Basilicata. L’abbazia declina nel tredicesimo e nel quattordicesimo secolo, perde gradualmente il suo carattere greco, passa nel 1474 sotto il regime della commenda. Gli abati commendatari Giulio Antonio Santoro, Paolo Emilio Santoro e Giovanni Battista Pamphili, che seguono 1570-1644, poi l’Abate Generale dell’Ordine Basiliano Pietro Menniti alla fine del XVII secolo, ha contribuito a mantenere molti documenti, greci e latini, dall’XI secolo all’inizio dei tempi moderni; questi documenti (originali, copie, traduzioni) sono ora sparsi tra l’Archivio Doria Pamphili (Roma), il Basiliani finanziare l’Archivio Segreto Vaticano, un paio di altri fondi, o conservati in antiche edizioni, in particolare nel libro di PE Santoro. La vecchia parte dei fondi fu pubblicata nel 1928-1930 da Gertrude Robinson, insoddisfacente; Walther Holtzmann, poi Gastone Breccia, ha anche curato gli elementi. Si propone di dare un’edizione scientifica degli atti greci e latini di questo fondo bilingue, il più importante per la storia della Basilicata medievale e il monachesimo greco in Italia.”. I materiali per la storia medievale del Monastero del Carbone (PZ), sono ricchi e complessi. Questo grande monastero, che non fu rimosso fino al 1809-61, suscitò l’interesse degli studiosi durante l’era moderna, dalla metà del XVI secolo agli inizi del XVIII secolo, quando fu in pieno declino. Gli abati commendatari e gli abati generali dell’ordine di San Basilio sapevano poi come conservare, tradurre o copiare molti documenti di archivi, ma li trasmettemmo in un certo disordine. Fino a quel momento l’Abazia aveva conservato (nonostante gli incendi che lo avevano colpito nel 1177) un buon numero di documenti e anche di libri, alcuni dei quali sono ancora conservati nella Biblioteca Vaticana e nella biblioteca dell’Abazia di Grottaferrata. Per quanto riguarda i documenti, oggi sono sparpagliati tra l’Archivio Doria Pamphili, la collezione “Basiliani” dell’Archivio Segreto Vaticano e vecchie edizioni di documenti scomparsi oggi. Fu nel diciassettesimo e nel diciottesimo secolo che questa dispersione avvenne in tempi diversi, il che almeno permise di salvaguardare buona parte degli archivi. (63) Vedi Laurent-Guillou 1960 p. 154-156. Batiffol 1891, p. 120-122, Petta 1972, p. 156: nella seconda metà del XVII secolo, la biblioteca (trasferita a S. Basilio di Roma) aveva ancora 88 libri (102 nel quindicesimo dopo Athanase Chalkéopoulos). Mercati 1935. Batiffol 1889 a. Vaccari 1925, p. 308-309: scribi di Carbone. Un elenco dei manoscritti Vaticani e Grottaferrati provenienti dal monastero di Carbone si trova in Marco Petta 1994 (…), p. 98. La Biblioteca Vaticana conserva, tra le altre cose, una euchologia di Carbone (codice Vat Gr., 2005), realizzata dopo la morte del re Tancredi: vedi Falkenhausen (…) 1994 b, p. 80 e 87; Jacob (…) 1995.

(…) Santoro Paolo Emilio, Historia Monasteri Carbonensis, Ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601, che racconta la storia del Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ). L’esemplare del Santoro (…), è molto raro. Del Monastero di S. Elia a Carbone (PZ), ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. E’ molto raro. Infatti, per la sua traduzione al latino all’italiano, Marcello Spena (64), scrive che: “Così rara che si conviene solamente nella Biblioteca Brancacciana di S. Angelo a Nilo a Napoli, d’onde ne abbiamo ritratto una copia manoscritta.”. Interessantissima la ricostruzione storica che fa il Santoro, che possiamo leggere nella traduzione di Marcello Spena (42), parlando della storia del Monastero del Carbone, ci narra di S. Nilo da Rossano e di S. Luca e di S. Bartolomeo da Rossano, poi ci parla dei Normanni, del Guiscardo ecc..

(…) Spena Marcello, Paolo Emilio Santoro, Storia del Monastero di Carbone dell’Ordine di S. Basilio, Napoli, 1831, ma questa II edizione, ed. Pellizzone, 1859 (Archivio Storico Attanasio da Google libri), che parla del Monastero del Carbone. Del Monastero di S. Elia in Carbone, ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’, a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. L’esemplare del Santoro (…), è molto raro. Infatti, per la sua traduzione al latino all’italiano, Marcello Spena, scrive che: “Così rara che si conviene solamente nella Biblioteca Brancacciana di S. Angelo a Nilo a Napoli, d’onde ne abbiamo ritratto una copia manoscritta.”.

Rocchi

(…) Rocchi A., Vita di S. Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata scritta da S. Bartolomeo suo discepolo, Roma, ed. Desclee-Lefebre, 1904, p….; Rocchi A., De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, che contiene il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio). Nella sua nota (2), la Follieri (…), ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (…), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (…), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514.”.

(…) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 339-365. Si parla della Chiesa di Capaccio e della sua Diocesi: Capaccio-Vallo, per Centola.

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743.

(…) Lubin Agostino, Abbatiarum Italiae Brevis notitia, Roma, 1693, sul Monastero di S. Pietro a Licusati, si veda p……

(…) Tancredi L., Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978, e pure in ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 280. Il Tancredi, parlando dell’antica città di Avenia, cita il documento notarile (…) (vedi nota 4 di p. 23), al posto di “Velia“, riporta “Avenia“, p. 23; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, si veda “Esame della Platea del 1695″ (1), p. 73 e s.

(…) De Giorgi C., Da Salerno al Cilento, Firenze, 1882, ristampa ed. Galzerano, p. 94.

(…) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s.

(…) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988, pp. 49 e s.; si veda pure: Follieri E., Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G.,  L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004.

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(…) Fittipaldi Wilma, La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, Arte, Storia e Religiosità, ed. Zaccara, Lagonegro (PZ), 2016 (Archivio Storico Attanasio).

(42) D’Amico V., I Bulgari trasmigranti in Italia nei secoli VI e VII dell’era Volgare, Campobasso, 1933, p. 44.

(…) Carlone Carmine, I Regesti dei documenti della Certosa di Padula (1070-1400), a cura di Carmine Carlone, ed. Carlone, Salerno, 1996 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Lilla Salvatore, I manoscritti vaticani greci, lineamenti di storia del fondo, Città del Vaticano, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), 2004 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Gattola Erasmo, Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I,

(…) Santoro P.E., Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii,

(…) Guillaume P., l’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (…), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (…), venne pubblicato dal Guillaume (…).

(…) Ugone Abate di Venosa, Vitae quatur priorum abbatun Cavensium: Alferium, Leonis, Petris et Constabilis, manoscritto sulla vita di Pietro, verso il 1140, scritto in latino e tradotto in italiano dal Ridolfi sul finire del ‘500 (…). Si veda pure Guillame P., Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa.

(…) Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (…), venne pubblicato dal Guillaume (…).

(…) Loré V., Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151

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(…) Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Pera L., Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T. (…), si veda p. 147 e s. e si veda p. 379 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Ciotta G., Basiliani, ed. Enciclopedia dell’Arte Medievale (1992) in Treccani.it, L’Enciclopedia italiana.

(…) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: ‘Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata’, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli ecc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..

(…) (Figg. da n……………) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il documento fu citato dal Gaetani R., op. cit. (…) e dal Cataldo (…). In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (…) che cita. Il Gaetani, cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, a p. 154, alla nota (4) (nota 1), e dice di aver tratto lo stralcio del documento in questione dal suo amico Canonico Giuseppe Menta (…), che troviamo citato su un’antico testo scaricabile da Google libri. Il Gaetani, op. cit., p. 154, nota (4) (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. ‘Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano’. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (17). Il Cataldo (…), nelle sue note (p. 19, nota n. 71), a proposito della “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a…”, scrive che essa è un manoscritto (Ms.), conservato all’A.D.P. (Archivio della Diocesi di Policastro). Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte da un documento: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (di Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. Si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 73 e s., si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”. Il Tancredi, alla nota (1), scrive: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. ecc..”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (…), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (17). Il Gaetani (4), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta (…). Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano (17). Le immagini che noi quì pubblichiamo, che riguardano solo il casale di Bosco, sono tratte dal manoscritto originale conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, da cui abbiamo tratto le pagine finali che riguardano i possedimenti a Torraca e del territorio Saprese.

(…) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (…) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (…). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato al- la Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

(…) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (…), a p. 154, alla nota (4) (nota 1), scrive in proposito al documento: “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (…) che, trae le dette notizie e questo documento dal Canonico Giuseppe Menta. Il Gaetani, op. cit. (..), p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (…), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta, che redasse la “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani (…), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il canonico Giuseppe Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (…), ma il Laudisio (…), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750. Il Laudisio (…), scrive in proposito a p. 93 (…): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”. Per cercare di capire a quali documenti si riferisse il Gaetani e prima ancora il Menta, rileggendo ciò che scrive l’Ebner (…), a p. 435, su Policastro, a proposito delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, egli, sulla scorta del Ronsini (…), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29). Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. L’Ebner, alla nota (27), scrive: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo di Rofrano, con il fisco per pagamenti contestati, con il Principe di Bisignano per i confini di Sanza e, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino (31).”. Alla nota (28), dice che: “ne scrive il Ronsini (…)  a p. 29.”. Alla nota (29), postilla: “Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso, basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura.”. L’Ebner alla nota (…), scrive: “La cronostassi del Laudisio parla del 1110 al 1211 (Gerardo Arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (vedi Sinossi, cit. p. 131, sg.), elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto: “Ego Guido Policastrensis episcopus, ecc…”. Pertanto, rileggendo il Ronsini (…), a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Quindi, l’Ebner, traendo notizie dal Ronsini che citava il Libro di memorie di Placido Tosone, avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino. L’Ebner (32), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (…) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. Tuttavia il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (…), a p. 113.

(…) Cervellino L., Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per la sua retta Amministrazione, Napoli, 1776, p. 113, si veda per l’Università di Rofrano.

(…) Malaterra G., De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in ‘Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori‘, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte II. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002, p. 156 e s. Il Malaterra parla di Policastro nel Libro II, Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un ca-stello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo Vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (9). Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Getani, nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra. 

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(…) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Roc-co, ed. L. De Bonis, 1880 (4), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Getani, nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro‘ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra (12).

(…) Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Notizia che confermiamo avendo scaricato il testo scritto in latino del 1600.

(…) Cammarosano P., Storia dell’Italia medievale, dal VI all’XI secolo, ed. Laterza, Bari, 2001, p. 98.

(…) Gregorio Magno papa, Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982.

(…) Tromby Benedetto, Storia critica cronologica diplomatica del Patriarca di S. Brunone e del suo Ordine Cartusiano, Napoli, presso Vincenzo Orsino, 1877, Tomo VII.  

(…) De Blasiis G., L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI, Napoli,  ed. A. Dekten, 1873, vol. III, cap. II, p. 54.

(…) Troya C., Storia dell’Italia nel medio-evo, ed. Stamperia Reale, Napoli, 1841, vol. I, pp. 141 e 142.

(…) Diacono Paolo, Historia Longobardorum, Libro V, cap. 29.

(…) Hirsch F., Ducato di Benevento sino alla caduta del Regno Longobardo, traduzione di M. Schipa, ed. L. Roux e C., Torino, 1890, p. 56.

(…) Volpicella Luigi, Notamento delle Opere relative alla Storia ed alla Topografia della Provincia di Basilicata tratto da un lavoro inedito intitolato: La Biblioteca Storica e Topografica del Regno di Napoli, raccolta e pubblicata nel 1795 da Lorenzo Giustiniani, ed ora corretta, accresciuta ed in miglior ordine disposta ecc..estratto dal Giornale Economico-letterario della Basilicata, nuova serie, anno 1852, fascicolo terzo.

(…) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio), “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527)

(32) Pirro Rocco, Sicilia Sacra, Palermo, 1733 (citato dal La Lumia), pp. 390 e 391, e si veda pure dello stesso autore: R. Pirro, Sicilia Sacra, (a cura di A. Mongitore), Palermo 1733, notitia IV, p. 771, col. 2.

(…), Montesano Nicola, Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – Appunti di Storia casalettana, 

(…) Abbate Paolo, Cenobi italo-greci e paesi del Basso Cilento, ed. ……., ……………, 1999; si veda un estratto sul Cenobio di S. Giovanni a Piro, pubblicato da Fariello (…).

(…) Schiavone Clara – Buonomo Emilio, Sulle Tracce dei Monaci Italo-Greci nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, 1999.

(…) Alaggio Rosanna,  La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, ed. Laveglia, Salerno, 2004 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), R. Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Cotroneo R., Pergamene greche del secolo XIII, in ‘Rivista storica Calabrese’ X (1902), pp. 35-43.

Jamison, Cataloggo dei baroni

(…) Jamison Evelyn M., Additional Work on the Catalogus baronum, Bollettino dell’Istituto Storico Italiano, LXXXIII, 1971, pp. 1–63, oppure (a cura di ), Catalogus Baronum (Fonti per la Storia d’Italia, 101), Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma, 1972,  n. 492 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure:  Jamison Evelyn M. – Ady C.M. – Vernon K.D. – Sanford C., Italy medieval and modern a histori, ed. Clarendon, Oxford, 1019, p…..(Archivio Storico Attanasio).

(…) Cuozzo E., Catalogus Baronum- Commentario (F.S.I. n. 1, t.II, Istituto di Storia Italiano per il Mezzogiorno E.), Roma, 1984, p. 138, par. 469.

(…) Lacava Ziparo F., Dominazione bizantina e civiltà basiliana nella Calabria prenormanna, Reggio Calabria

(…) Troccoli C., Montesacro antichissimo santuario basiliano, ed. Laurenziana, Napoli, 1986 (Archivio Storico Attanasio).

(…) von Falkenhausen Vera, Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina, stà in “Il Monastero di S. Elia di Carbone e il suo territorio dal Medioevo all’età Moderna Nel millenario della morte di S. Luca Abate“, a cura di Cosimo Damiano Fonseca e Antonio Lerra, Atti e Memorie del Convegno Internazionale di Studio promosso dall’Università di Basilicata, Potenza-Carbone, 26-27 giugno 1992, Potenza, 16,  ed. Congedo, Lavello (PZ), 1996, p. 61 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: von Falkenhausen Vera, La Diocesi di Tursi-Anglona terra di incontro tra greci e latini, Atti del Convegno Internazionale di Studi promosso dall’Università di Basilicata sulla Diocesi di Tursi-Anglona, 1978, p. 31.

(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della memoria, ed. ‘Centro di promozione culturale per il Cilento’, Acciaroli, 2007 (Archivio Attanasio)

(…) Iannone Massimino, ‘Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX – Elementi documentati di storia’, diritti riservati dell’Autore, 2016 (Archivio Attanasio)

(…) Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente , dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile15. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; Marchionibus 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Importante ma non unico luogo di rifugio per il patrimonio bizantino nell’Italia meridionale, il monachesimo italo-greco resistette alla separazione politica alla fine dell’XI secolo dall’impero bizantino e durò fino il Concilio di Trento come oggetto di attenzione dal sovrano come il papauté punto di beneficiare di scrivere una regola fatta a metà del XV secolo, dalla mano di Bessarione, basato sugli scritti asceti di San Basilio il Grande, nella prospettiva della creazione di un “Ordine di San Basilio”. Questi monaci e questi stabilimenti, la cui esistenza tende a minare i fondamenti di una rigida dicotomia tra Oriente e Occidente, troppo spesso avanzati per il Medioevo, divennero scrittori e curatori di archivi, i cui qualitative. Così, è in gran parte grazie alla presenza monastica greca nell’Italia medievale che la documentazione notarile italo-greca costituisce, dopo gli archivi di Athos, il secondo fondo medievale più grande in lingua greca – e anche la prima per il Medioevo centrale. Dopo André Guillou (…), che ha pubblicato una parte significativa di questa corpus, Cristina Rognoni continua l’attività editoriale con la pubblicazione di atti privati ​​greci di Messina convento archimandrital di Saint-Sauveur che sono legati alla Calabre. I fondi non pubblicati sono ormai rari, ma resta il fatto che alcuni archivi sono accessibili solo nelle vecchie edizioni, che meritano di essere ripresi. Si tratta di opere greche dell’Abbazia della Santissima Trinità di Cava de ‘Tirreni, provincia di Salerno, pubblicato nel 1865 da Francesco Trinchera (…), che sono stati oggetto di recente attenzione. Un altro fondo è stato particolarmente abusato da edizione incompleta e ha notevolmente invecchiato – ha già superato il punto di vista dell’editoria criteri scientifici, al momento della sua uscita: gli atti del monastero greco bizantina di S. Elia di Carbone, pubblicato da una sconosciuta inglese, Gertrude Robinson (30). Questa situazione dannosa per la conoscenza di un monastero e una popolazione greca immersi in un ambiente latino (il sud della Basilicata e Taranto zona) può essere riparato da una riedizione impresa ambiziosa dei documenti greci, l’XI e prodotti nel XII secolo, associato alla pubblicazione degli atti latini del fondo, un numero quasi equivalente. Tutte le offerte infatti una panoramica preziosa delle relazioni tra popolazioni greche e latine in Basilicata medievale.

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(….) Avv. Pesce Carlo, Storia della Città di Lagonegro, Reale Stabilimento Tipografico Pansini, Napoli, 1913, pp. 88-89-90 e sgg. (Archivio Attanasio)

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)

(…) Palladius (Helenopolytanus), Historia lausiaca, ed. Chaudiere, Paris, 1570,

(…) Lunardi G., Monasticon Italiae: repertorio topo-bibbliografico dei monasteri italiani
III, Puglia e Basilicata.
Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186″. Riferimento bibliografico digitalizzato e raggiungibile sul link: http://www.mss.vatlib.it/guii/scan/link1.jsp?fond=Arch.Cap.S.Pietro

Nel 1458 Attanasio Calkeopoulos e, la sua visita apostolica nei monasteri italo-greci

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medievale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcuni monasteri italo-greci, sorti nel basso Cilento, come ad esempio quello di S. Pietro a Licusati o di S. Nicola di Bosco. In particolare, si vuole parlare della visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo, che nel 1458 effettuò nei monasteri del basso Cilento.

I Monasteri italo-greci del ‘basso Cilento’

Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente , dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; ‘Marchionibus’ 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Importante ma non unico luogo di rifugio per il patrimonio bizantino nell’Italia meridionale, il monachesimo italo-greco resistette alla separazione politica alla fine dell’XI secolo dall’impero bizantino e durò fino il Concilio di Trento come oggetto di attenzione dal sovrano come il papauté punto di beneficiare di scrivere una regola fatta a metà del XV secolo, dalla mano di Bessarione, basato sugli scritti asceti di San Basilio il Grande, nella prospettiva della creazione di un “Ordine di San Basilio”. Questi monaci e questi stabilimenti, la cui esistenza tende a minare i fondamenti di una rigida dicotomia tra Oriente e Occidente, troppo spesso avanzati per il Medioevo, divennero scrittori e curatori di archivi, i cui qualitative. Così, è in gran parte grazie alla presenza monastica greca nell’Italia medievale che la documentazione notarile italo-greca costituisce, dopo gli archivi di Athos, il secondo fondo medievale più grande in lingua greca – e anche la prima per il Medioevo centrale. Dopo André Guillou (…), che ha pubblicato una parte significativa di questa ‘corpus’, Cristina Rognoni continua l’attività editoriale con la pubblicazione di atti privati ​​greci di Messina convento archimandrital di Saint-Sauveur che sono legati alla Calabrie. I fondi non pubblicati sono ormai rari, ma resta il fatto che alcuni archivi sono accessibili solo nelle vecchie edizioni, che meritano di essere ripresi. Si tratta di opere greche dell’Abbazia della Santissima Trinità di Cava de ‘Tirreni, provincia di Salerno, pubblicato nel 1865 da Francesco Trinchera (…), che sono stati oggetto di recente attenzione. Un altro fondo è stato particolarmente abusato da edizione incompleta e ha notevolmente invecchiato – ha già superato il punto di vista dell’editoria criteri scientifici, al momento della sua uscita: gli atti del monastero greco bizantina di S. Elia di Carbone, pubblicato da una sconosciuta inglese, Gertrude Robinson (…). Questa situazione dannosa per la conoscenza di un monastero e una popolazione greca immersi in un ambiente latino (il sud della Basilicata e la zona di Taranto) può essere riparato da una riedizione impresa ambiziosa dei documenti greci, l’XI e prodotti nel XII secolo, associato alla pubblicazione degli atti latini del fondo, un numero quasi equivalente. Una panoramica preziosa delle relazioni tra popolazioni greche e latine in Basilicata medievale. Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i Bizantini e gli Arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (San Nilo da Rossano, San Gregorio da Cerchiara ecc). Nel 968, L’Imperatore bizantino Niceforo Foca, servendosi del Patriarca greco Anastasio, si sforzò di sostituire in tutto il ‘basso Cilento’ al rito latino quello greco (…), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono e di Camerota e di S. Giovanni a Piro e, le sue Badie Basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Già nel X sec. d.C., a S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente facendone risalire la fondazione al ‘990 dai monaci di San Basilio Magno. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, ”il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense” (…). Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco” (…). I due studiosi Natella e Peduto, in un loro pregevole studio (…), scrivevano in proposito: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (…), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (…).”.  Il Laudisio (…), sulla scorta del Malaterra (…) e del Mannelli (…), scriveva che nel XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati.…Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello. Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Giovanni a Piro….I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa.”. Si veda note nn. 47-48-49-50-51 del Laudisio (…). Notizie poi in seguito, confermate dall’’Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano.

La visita apostolica del 1457-58 di Atanasio Calceopulo (Chalkeopulos)

Padre Marco Petta, dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), a p. 97, scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri.”. Silvano Borsari, nel suo ‘Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI) (…), a p. 85-86, riferendosi alle biblioteche possedute dai tanti monasteri italo-greci del Mezzogiorno d’Italia, scriveva che:  “Gli inventari delle biblioteche cominciano a diventare numerosi con il XV secolo. Un gruppo compatto è contenuto nel ‘Liber visitationis’ dell’arcimandita Atanasio Calceopilo, dell’anno 1457 (36), in cui sono riportati gli inventari di tutte le biblioteche monastiche basiliane della Calabria, della Basilicata meridionale e del Cilento meridionale, esclusa quella di S. Maria del Patir, e delle quali quindi noi possiamo conoscere la consistenza in un’epoca anteriore alle grandi spoliazioni avvenute nel XVI secolo (37).”. E quì il Borsari (…), nelle sue note (36) e (37), postillava che: “(36) Le ‘Liber visitationes’ d’Athanase Chalkeopoulos (1457-1458), ed. M.H. Laurent – Guillou A. (Città del Vaticano, 1960: Studi e Testi, 206)” e la nota (37) dice che solo pochi monateri italo-greci avevano una ricca biblioteca. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 162 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,….”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuitanei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Recentemente, ho fatto richiesta della fotoriproduzione digitale del  Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos, conservato alla Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata e mi è stato inviato l’intero diario di viaggio scansito in pdf (file digitale), in bianco e nero:  “Egregio Prof. Francesco Attanasio, Le invio, come da accordi telefonici, la copia in pdf del manoscritto Lat. 149 (Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos). Mi dispiace che le immagini siano in bianco e nero ma è l’unica forma di digitalizzazione in possesso della Biblioteca. Spero di essere stata utile alla sua ricerca e la saluto distintamente. Lorella Masciangioli Assistente Amministrativo Gestionale Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Grottaferrata”. Dunque, come si può leggere dalla cortese mail inviatami dalla dott.ssa Masciangioli, il diario di Atanasio Calkeopoulos è il manoscritto latino 149:

Liber visitationis.PNG

(Fig…) Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Calkeopoulos (Ms. Lat. 149) (frontespizio),  conservato alla (BSMN) Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata

Lat. 149

Liber Visitationis

Liber visitationis , Indice dei monasteri

Lat. 149, indice dei monasteri visitati

Liber

Il Liber visitationis del Calkeopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca. Silvano Borsari, nel suo ‘Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI) (…), a p. 85-86, riferendosi alle biblioteche possedute dai tanti monasteri italo-greci del Mezzogiorno d’Italia, scriveva che:  “Gli inventari delle biblioteche cominciano a diventare numerosi con il XV secolo. Un gruppo compatto è contenuto nel ‘Liber visitationis’ dell’arcimandita Atanasio Calceopilo, dell’anno 1457 (36), in cui sono riportati gli inventari di tutte le biblioteche monastiche basiliane della Calabria, della Basilicata meridionale e del Cilento meridionale, esclusa quella di S. Maria del Patir, e delle quali quindi noi possiamo conoscere la consistenza in un’epoca anteriore alle grandi spoliazioni avvenute nel XVI secolo (37).”. Il Borsari (…), nelle sue note (36) e (37), postillava che: “(36) Le ‘Liber visitationes’ d’Athanase Chalkeopoulos (1457-1458), ed. M.H. Laurent – Guillou A. (Città del Vaticano, 1960: Studi e Testi, 206)” e la nota (37) dice che solo pochi monateri italo-greci avevano una ricca biblioteca. Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Calkeopilo (Ms. Lat. 149) (…), indice dei ‘Verbali‘ delle visite ai Monasteri italo-greci visitati (Archivio Storico Attanasio). Il codice manoscritto originale (Ms. Lat. 149), si trova conservato presso la Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (la Biblioteca dell’Abbazia di S. Nilo a Grottaferrata). Si trattava di una missione rilevante, che il Calkeopulo compì con grande zelo ed efficacia. Nel settembre 1457 egli si trovava a Messina per passare a Reggio Calabria e il 10 ottobre cominciava la sua missione dal monastero di S. Giovanni Battista di Cataneto. La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou. Della visita Apostolica del 1457, di Atanasio Calceopulo si sono occupati i due studiosi Laurent – Guillou (…), in ‘Liber Visitationis’, che ad esempio il Breccia (…), cita per un documento proveniente dall’Abazia di San Giovanni a Piro, oggi nel: “(68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” e, nelle sue note (68) e (69), postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.”. Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’. Il Cappelli (…), nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395, scriveva in proposito che: “Quasi una conclusione a quanto ho esposto nelle pagine precedenti può essere suggerita dallo studio di un importante testo apparso di recente. Si tratta del Codice I D. III. 12 della Badia greca di Grottaferrata esemplarmente pubblicato a cura del Padre M. H. Laurent e di A. Guillou (1). Il grande interesse del documento da poco pubblicato il quale contiene il testo completo della Visita compiuta ai monasteri basiliani di Calabria, Basilicata e Campania dall’autunno 1457 alla primavera dell’anno successivo. Atanasio Calceopoulos, allorchè ricevette da Papa Callisto III la commissione per tale Visita, era archimandata del monastero del Patirion e per assolvere all’incarico si associò l’archimandrita Macario del monastero di S. Bartolomeo di Trigonia, presso Sinopoli, ed il notaio Carlo Feadacio. I tre viaggiatori, conclusero il loro viaggio il 5 aprile 1458 nel cenobio di S. Maria di Pattano nelle vicinanze di Vallo della lucania.”. Gastone Breccia (…), scriveva che nel corso della visita apostolica di Atanasio, si potè rilevare che: “accanto a due soli archivi ancora ben forniti (S. Giovanni di Stilo, con più di 800 pergamene greche e latine; S. Nicolò di Calamizzi, 774) e vari altri con depositi oscillanti tra i 50 ed i 150 documenti circa, ci mostra ben 36 dei 55 monasteri visitati senza più traccia di fondi archivistici (6).”. Dunque, come ci narra il Breccia (…), nel 1457, Atanasio Calceopulo, eseguì una visita apostolica in tutti i monateri Basiliani ancora esistenti. Il Breccia (…), sulla scorta di Laurent – Guillou (…), scriveva in proposito che: “…il quale, accanto a due soli archivi ancora ben forniti (S. Giovanni di Stilo, con più di 800 pergamene greche e latine; S. Nicolò di Calamizzi, 774) e vari altri con depositi oscillanti tra i 50 ed i 150 documenti circa, ci mostra ben 36 dei 55 monasteri visitati senza più traccia di fondi archivistici (6).”. Il Breccia, alla sua nota (6), postillava che: “Anche tenendo conto dell’incompletezza del resoconto citato, nel quale viene a volte omesso l’inventario dei beni di alcuni monasteri, nonché della possibilità che qualcosa sia sfuggito al suo redattore, l’impressione di un generale e drastico depauperamento è inequivocabile.”. Riguardo il ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (…), Gastone Breccia (…), a pp. 23-24, di un suo pregevole studio, scriveva che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Maria di Carrà (4 bolle del 1219: habetur in bullario nostri archivii […] signata littera A e littera B); (29) S. Maria del Patir (bolla del 1198: habetur transcripta infasciculo bullarum nostri archivii romani C); S. Maria di Centula.”. Riguardo le visite ai Monasteri dell’Ordine di S. Basilio, effettuate dalla Commissione Apostolica presieduta da Atanasio Calkeopilo, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, a p. 157, citava la visita apostolica e scriveva in proposito che: “Nel ‘Liber’…edito da Laurent e Guillou, sono interessanti notizie su toponimi, usi e costumi locali, sulla vita di quei cenobi e sulla natura della partecipazione di quei religiosi alla vita del popolo, nonchè su alcune deviazioni quali quelle imputate all’egumeno Elia di Pattano, descritte con cruda vivezza.”. Il Breccia (…), a proposito del lavoro svolto dal Menniti (…): “Il primo problema che si pone affrontando lo studio della raccolta mennitiana è quello di identificare i fondi d’archivio effettivamente raggiungibili dalla raccolta stessa; in altre parole, determinare quali monasteri basiliani sopravvivessero alla fine del XVII secolo in Italia meridionale. A questo proposito esiste una testimonianza apparentemente piuttosto precisa, anche se di circa vent’anni più antica: Apollinare Agresta, generale dell’ordine basiliano prima del Menniti, fornisce infatti nella sua Vita del protopatriarca S. Basilio Magno (pubblicata a Roma nel 1681) un elenco dettagliato dei monasteri ancora esistenti in Italia meridionale.”. Sull’opera di Apollinaire Agresta (…), il Breccia (…), nella sua nota (15), postillava che: “Cfr. A. Agresta , Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà , Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg. Non si può certo escludere che nei settantanove anni che corrono tra l’edizione dell’Agresta e quella del Rodotà il numero dei monasteri fosse rimasto invariato. I documenti da lui trascritti provengono comunque soltanto da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni di Piro (dioc. Policastro, documento latino del 1473); ecc..”. Per il documento di San Giovanni a Piro, il Breccia (…), a p. 35, scriveva: “S. Giovanni di Piro (68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” e, nelle sue note (68) e (69), postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.”.

La visita Apostolica di Attanasio Calkeopilo ai Monasteri italo-greci del basso Cilento

Pietro Ebner (…), scriveva in proposito che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano.”. Ebner (…), sulla scorta del Laudisio (…), segnalava che, nel 1458 in occasione della Visita apostolica dell’Archimandrita Atanasio Calcheopulos, il monastero di S. Maria di Centola era uno dei pochi monasteri italo-greci ancora esistenti sul nostro territorio. L’Ebner (…), nella sua Economia e società nel Cilento medievale, a p. 496, su alcune notizie su Rofrano ed il suo Cenobio: Forse perchè direttamente dipendente dall’abbazia di Grottaferrata il cenobio non venne visitato nel 1458 dal visitatore apostolico dei monasteri basiliani, archimandrita, Atanasio Calceopilo, che visitò gli altri cenobi (S. Giovanni a Piro, S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: “Come si è detto, promossa dal Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, il pontefiche Callisto III (1455-1464) ordinò la visita ai monasteri italo-greci dell’Italia Meridionale (16) Il visitatore, archimandata Atanasio Calkeopoli, accompagnato dall’archimandata Macario e dal notaio Carlo Feadaci, iniziò le sante ‘Visitationes’ da Reggio (1 otobre 1457) concludendole piuttosto drammaticamente a Pattano il 5 aprile 1458. Proveniente dal monastero di S. Elia di Carbone (13 marzo 1458), la commissione apostolica giunse a Centola il 18 marzo. Ecc..”. Il Breccia (…), sulla scorta del “resoconto” della visita apostolica del 1457 di Atanasio Calceopoulos, scrive che si può dedurre la condizione di abbandono di tantissimi monasteri basiliani dell’Italia meridionale. La visita della Commissione Apostolica ai Monasteri dell’Ordine di S. Basilio, ancora esistenti nel Mezzogiorno d’Italia, riveste un carattere di particolare rilievo ed importanza anche perchè grazie ad essa, subito dopo,molti monasteri furono Commendati, come ad esempio quello di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, dove,  nel 1462, fu istituita la Commenda affidata al Cardinale Bessarione che a sua volta lo affidò in Commenda al grande umanista Teodoro Gaza, che la tenne fino alla morte, sopraggiunta nel 1475.

indice, fine

(Fig…) Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149) (…), indice dei ‘Verbali‘ delle visite apostoliche di Atanasio Calkeopilo ai Monasteri italo-greci della ‘Lucania’ della Diocesi di ‘Anglona’ (nn. 73-74-75) e, della Diocesi di Policastro (nn. 76-77)

LE VISITE APOSTOLICHE NEI MONASTERI DELLA DIOCESI DI ANGLONA E POLICASTRO IN LUCANIA:

73 – VISITA APOSTOLICA AL MOMASTERO DI S. MARIA DE CARBONARO

f. 129 v.

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “73 S. Maria de Carbonaro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 129 r. , conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

f. 130 r.

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “73 S. Maria de Carbonaro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 129 v., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

f. 130 v.

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “73 S. Maria de Carbonaro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 130 v., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

f. 131 r.

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “73 S. Maria de Carbonaro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 130 r., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

f. 131 v.

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “73 S. Maria de Carbonaro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 131 v., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

76 – LA VISITA APOSTOLICA AL MONASTERO DI S. GIOVANNI BATTISTA A S. GIOVANNI A PIRO

La notizia dataci dal Laudisio (…), ovvero che i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati, insieme a quelli dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, furono assegnate alla chiesa madre di Rivello (come risulta da un Atto pergamenaceo del 1341), vengono confermate dunque dal Minisci (…), che nel suo ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’, ci parla della visita apostolica di Atanasio Calkeopilo ad alcune Abbazie del nostro territorio. Gli Atti delle visite apostoliche di Atanasio, sono state pubblicate nel 1960 dai due studiosi Laurent e Guillou (…). Per il documento di San Giovanni a Piro, il Breccia (…), a p. 35, scriveva: “S. Giovanni di Piro (68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” e, nelle sue note (68) e (69), postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…), a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, scriveva che: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc..(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. La visita della Commissione Apostolica ai Monasteri dell’Ordine di S. Basilio, ancora esistenti nel Mezzogiorno d’Italia, riveste un carattere di particolare rilievo ed importanza anche perchè grazie ad essa, subito dopo,molti monasteri furono Commendati, come ad esempio quello di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, dove,  nel 1462, fu istituita la Commenda affidata al Cardinale Bessarione che a sua volta lo affidò in Commenda al grande umanista Teodoro Gaza, che la tenne fino alla morte, sopraggiunta nel 1475.

f. 132 r.

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “76 S. Giovanni a Piro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 131 r., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

f. 132 v.

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “76 S. Giovanni a Piro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 132 v., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

. 133 r.

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “76 S. Giovanni a Piro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 132 r., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

f. 133 v.

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “76 S. Giovanni a Piro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 133 v., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

f. 134 v.

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “76 S. Giovanni a Piro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 133 r., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

f. 134 v.

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “76 S. Giovanni a Piro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 134 r., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

74 – LA VISITA APOSTOLICA AL MONASTERO DI S. MARIA DI CENTOLA

Pietro Ebner (…), sulla scorta del Laudisio (…), segnalava che, nel 1458 in occasione della Visita apostolica dell’Archimandrita Atanasio Calcheopulos, il monastero di S. Maria di Centola era uno dei pochi monasteri italo-greci ancora esistenti sul nostro territorio. Padre Marco Petta, dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), a p. 97, scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum’ in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che 9 furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Battifol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”. Il Petta (…), alle note (4-5-6-7-8), postillava che: “(4) M.H. Laurent – Guillou A., p. 155; (5) – Batiffol, L’Abbaye de Rossano ecc.., pp. 120-121; traduzione di G. Crocenti. Soveria Mannelli, 1986, pp. 146-148; Marco Petta, ‘L’originale dell’inventario dei libri del monastero di S. Elia di Carbone, in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n.s. 25 (1971), pp. 62-64.; (6) Per una più dettagliata descrizione del contenuto cfr. M. Petta, ‘Codici del monastero’, cit., sul contenuto del Codice Vat. gr. 2005 cf. la comunicazione di A. Jacob tenuta in occasione di questo convegno; (7) P. Batiffol, L’Abbaye.., pp. 42-43; (8) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, varie badie basiliane d’Italia e di Patmo (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p. 216.”. Riguardo il ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (…), Gastone Breccia (…), a pp. 23-24, di un suo pregevole studio, scriveva che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Maria di Carrà (4 bolle del 1219: habetur in bullario nostri archivii […] signata littera A e littera B); (29) S. Maria del Patir (bolla del 1198: habetur transcripta infasciculo bullarum nostri archivii romani C); S. Maria di Centula.”. L’Ebner, nelle sue note (17) e (18), postillava a riguardo che: “(17) Ebner, Storia…, p. 447 sg. I verbali delle visite sono contenuti nel Codice Z D XII dell’Archivio dell’Abbazia greca di Grottaferrata. Della visita a Centola, v. nelle Tavole la riproduzione del f. 135, la cui foto mi è stata cortesemente rimessa dall’archivista pr. Petta. Il Codice venne pubblicato da M.H. Laurent e A Guillou, in ‘Studi e Testi’ della Biblioteca apostolica vaticana n. 206. Per la visita al cenobio di S. Maria v. p. 158 sg del testo citato.”. Noi che possediamo il testo di Ebner, precisiamo che per la visita al Cenobio di S. Maria di Centola se ne parla nel Cap. V, 5 e a pp. 161-162 e non a p. 158. Riguardo a ciò che scriveva l’Ebner nella sua nota (17), delle ‘Tavole’ del suo libro ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – la Baronia di Novi (…), non viene pubblicato il f. 135 (che riguarda la visita di Atanasio al Monastero di S. Maria di Centola) del Codice Cryptense Z D 12 ma, viene pubblicata la pagina f. 138 che riguarda Pattano. Riguardo questo antichissimo codice abbiamo dedicato ed ivi pubblicato il nostro studio e saggio “Il Bullarium Cryptense ed i nonnula iura et monimenta”, dove ho pubblicato alcune immagini di alcuni documenti originali tratti da questo antico codice latino, riprodotti in digitale. Ebner (…), nella sua nota (18), a p. 720, postillava che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, sulla scorta di (vei nota (17)) M.H. Laurent – Guillou A. (…), accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Proveniente da S. Elia di Carbone (13 marzo 1458) la commissione giunse al monastero di S. Maria di Centola il 18 successivo. In quel tempo, e fino al 1620, Centola era un casale di Camerota. Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone. L’Archimandita trovò nel monastero solo un abate di rito latino ed un presbitero senza più monaci. L’abbazia aveva solo venti once d’oro di rendita e godeva di una buona fama. Trascrivo il verbale della visita (f. 135) (17).”:  L’Ebner pubblicò il foglio n. 138 (vedi immagine sopra) che riguardava la visita la Monastero di S. Maria a Pattano (SA), una località vicino Vallo Scalo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: Proveniente dal monastero di S. Elia di Carbone (13 marzo 1458), la commissione apostolica giunse a Centola il 18 marzo. Il visitatore trovò nel monastero di S. Maria solo un abate latino coadiuvato da un presbitero latino, ma senza monaci. L’abbazia che aveva solo venti once d’entrata godeva di buona fama. La commissione dopo aver elencato gli arredi e gli oggetti esistenti nel cenobio (17) e dopo le solite prescrizioni lasciò il monastero dirigendosi a Camerota. L’Antonini trascrive un brano da un inventario del monastero di S. Maria di Centola, mostratogli dall’abate commendatario Gascone e che assicura fosse nell’XI secolo, che dicono delle grotte di Palinuro (v.)(18). Nel ‘700 è notizia di un altro abate commendatario mitrato della badia, D. Ferdinando Galiani di Napoli, figlio del regio consigliere marchese Matteo e nipote del noto cappellano maggiore del re, Celestino già arcivescovo di Taranto e poi di Tessalonica e presidente del supremo tribunale misto.”. L’Ebner, nelle sue note (17) e (18), postillava a riguardo che: “(17) Ebner, Storia…, p. 447 sg. I verbali delle visite sono contenuti nel Codice Z D XII dell’Archivio dell’Abbazia greca di Grottaferrata. Della visita a Centola, v. nelle Tavole la riproduzione del f. 135, la cui foto mi è stata cortesemente rimessa dall’archivista pr. Petta. Il Codice venne pubblicato da M.H. Laurent e A Guillou, in ‘Studi e Testi’ della Biblioteca apostolica vaticana n. 206. Per la visita al cenobio di S. Maria v. p. 158 sg del testo citato.”. Poi alla sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. Pubblichiamo l’immagine inedita del foglio n. 135 v. che illustra il diario o il verbale della visita del 18 marzo 1458, del vicario apostolico Atanasio Calkeopoulos al Monastero di S. Maria di Centola a Centola. Il Verbale del 18 marzo 1458, il Calkeopoulos, che l’Ebner (…), sulla scorta di M.H. Laurent- Guillou A. (…), riportava integralmente a p. 162 del suo vol. I di ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno ecc…’, era scritto: “Monasterium Sanctae Marie de Centola. Die XVIII° marcii visitatimus monasterium Sanctae Marie de Centula, in quo invenimus quendem abbatem latinum. Que abbacia valet uncias XX; de quò accepimus laudabilem famam et invenimus in ea bona introscripta: casubla I de belluto russo, casubla I de seta, tonicelle due, pluviale unu, mitria unu, groche I, cammisu unu, stole III, amictu I, casubla I blanca, calice unu de argento, coperta I de altaro, cruce una de argento, candileri dui de stayinu, rigleri dui, missale uno, libru I de cantu, breviarum unu, bancale I, tobagla I, tobagle VI, bucte XVIII; et in casali bucte IIII, tine II, lectu I, casa I, para due de lenzuoli, capitale I, curtina I, matarazu I, zappe II, achecte II, assime unu, cugnata I, plactelli VI de piltro, servienti IIII, caldare III, camastra I, tobagle II de tabula, carpita I / Deinde facimus moniciorem et dedimus ei capitula intrascripta, videlicet: / Vacat.”:

Calkeopoulos, Lat. 149, fol. 135, S. Maria di Centola.PNG

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “74 S. Maria di Centola”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 135 v., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

75 – LA VISITA APOSTOLICA AL MONASTERO DI S. CONO A CAMEROTA

Il Cappelli (…), sulla scorta del Minisci (….), dice che “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie,…Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco (40)”. Dunque, secondo il Cappelli (…) e il Minisci (…), la visita apostolica di Atanasio Calkeopilo, del 1458, interessò anche l’antico monastero basiliano di ‘S. Cono de Camero’ (v. Minisci).

Liber visitationis, ff...., S. Cono di Camerota

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “75 S. Coni de Cameroto” (di Camerota), tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 135 r. e f. 136 v., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

S. Coni de Cameroto, f. 135 r.

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “75 S. Coni de Cameroto” (di Camerota), tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 135 r., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

S. Cono, f. 136 v..PNG

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “75 S. Coni de Cameroto” (di Camerota), tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 136 v., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

VISITE APOSTOLICHE NEI MONASTERI DELLA DIOCESI DI POLICASTRO IN LUCANIA:

77 – LA VISITA APOSTOLICA AL MONASTERO DI POLICASTRO

Policastro, f. 136 v.

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “77 S. Maria di Policastro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 137 v., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

Policastro, f. 137 r.

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “77 S. Maria di Policastro”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 137 r., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

78 – LA VISITA APOSTOLICA AL MONASTERO DI S. MARIA DI PATTANO

Il Cappelli (…), nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395, riferendosi alla Visita Apotolica di Atanasio Calkeopilo e dei suoi due accompagnatori, concludeva: I tre viaggiatori, conclusero il loro viaggio il 5 aprile 1458 nel cenobio di S. Maria di Pattano nelle vicinanze di Vallo della lucania.”. Riguardo la visita all’ultimo dei Monasteri dell’Ordine di S. Basilio, al Monastero di S. Maria di Pattano a Pattano, effettuata dalla Commissione Apostolica presieduta da Atanasio Calkeopilo, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, a p. 157, citava la visita apostolica e scriveva in proposito che: “Nel ‘Liber’…edito da Laurent e Guillou, sono interessanti notizie su toponimi, usi e costumi locali, sulla vita di quei cenobi e sulla natura della partecipazione di quei religiosi alla vita del popolo, nonchè su alcune deviazioni quali quelle imputate all’egumeno Elia di Pattano, descritte con cruda vivezza. L’egumeno, cioè oltre a trarre personali profitti dall’amministrazione dei beni della badia, concedendo terreni a parenti o a persone a lui particolarmente legate senza corrispettivi (61), era giunto a preordinare persino delitti per conenere le denunzie sulla sua immorale condotta di vita (62). Comportamento scandaloso, denunziato (63) persino al re che ne avvertì la S. Sede con l’invito a provvedere. Benchè la commissione non fosse giunta ancora a Pattano, qualcosa doveva essere trapelato anche sulle denunzie e i visitatori, stupiti, trovarono la badia trasformata in fortezza e non soltanto a proteggere l’abate dai suoi numerosi nemici. Nell’accertare le inconcepibili carenze nel culto, il dispotismo e la simonia dell’egùmeno, l’incredibile suo modo di vita e la rovinosa sua amministrazione dei beni patrimoniali dell’abbazia, i visitatori subirono minacce e tentativi di corruzione, episodi drammatici che, insieme ai gravi rilievi emersi nel corso della visita, certamente influirono sulla soppressione dell’abbazia, data poi in commenda da Paolo II a Giovanni d’Aragona, il giovane e retto figliuolo di re Ferrante. Questa nera cronaca non meriterebbe particolare menzione se gli  eventi non presentassero aspetti significativi anche di costume. Come la transazione per cui l’abate Elia, dietro pagamento di “uncias centum aut ducatos CCCC” (f. 138 v.) alla Curia feudale di Novi, sanava ogni suo debito verso quel ‘Banco di giustizia’ terrena.”. Ebner (…), nelle sua sua nota (62), a p. 157, scriveva che: “(62) Avvelenò il monaco Pietro ritenuto autore di una denunzia alla Corte ducale di Novi (“domini ducis Suesso”: il Barone di Marzano, duca di Sessa).”.

img_7231.jpg

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica al Monastero di Pattano, fol. 138 v., tratto da Ebner, ‘Storia dei…’, tav. 25 (…). Unico e solo pubblicato da Ebner (…).

S.Maria de Pattano, f. 138 v.

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “78  S. Maria de Pattano”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 138 v., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

Il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc..(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Il Cappelli (…), citava il Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè: 

martire-d-p-150.png

Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, al n. 31, tra i monasteri della Basilicata è citato un monastero basiliano, che lui chiama “Monastero di S. Pietro di Camerata. Monastero di S. Croce di detta Terra di Camerata”. Ora posto che in Basilicata esistesse un casale detto ‘Camerata’, io credo che il Martire (…) abbia confuso un monastero a Camerata Picena con il monastero di S. Cono a Camerota. Il Martire (…), cita anche Pietro di Lucca e la suaHistoria del Monastero di S. Giovanni a Pero’. Tuttavia queste notizie andranno ulteriormente indagate. Dunque il Cappelli (…), sulla scorta del Di Luccia e del Martire (…), scriveva che dal “Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie” come quella di ‘S. Gaudioso a Rivello’. La notizia dataci dal Laudisio (…), ovvero che i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati, insieme a quelli dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, furono assegnate alla chiesa madre di Rivello (come risulta da un Atto pergamenaceo del 1341), vengono confermate dunque dal Minisci (…), che nel suo ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’, ci parla della visita apostolica di Atanasio Calkeopilo ad alcune Abbazie del nostro territorio. Gli Atti delle visite apostoliche di Atanasio, sono state pubblicate nel 1960 dai due studiosi Laurent e Guillou (…).

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘I Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ”Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sapri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Attanasio).

Liber visitationis

(Fig…) Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Calkeopilo (Ms. Lat. 149) (…), indice dei ‘Verbali‘ delle visite ai Monasteri italo-greci visitati (Archivio Storico Attanasio). Il codice manoscritto originale (Ms. Lat. 149), si trova conservato presso la Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (la Biblioteca dell’Abbazia di S. Nilo a Grottaferrata).

Lat. 149

(…) (Fig…) Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Calkeopilo (Ms. Lat. 149) (…), indice dei ‘Verbali‘ delle visite ai Monasteri italo-greci visitati (Archivio Storico Attanasio). Il codice manoscritto originale (Ms. Lat. 149), si trova conservato presso la Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (la Biblioteca dell’Abbazia di S. Nilo a Grottaferrata). Recentemente, ho fatto richiesta della fotoriproduzione digitale del  Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos, conservato alla Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata e mi è stato inviato l’intero diario di viaggio scansito in pdf (file digitale), in bianco e nero:  “Egregio Prof. Francesco Attanasio, Le invio, come da accordi telefonici, la copia in pdf del manoscritto Lat. 149 (Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos). Mi dispiace che le immagini siano in bianco e nero ma è l’unica forma di digitalizzazione in possesso della Biblioteca. Spero di essere stata utile alla sua ricerca e la saluto distintamente. Lorella Masciangioli Assistente Amministrativo Gestionale Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Grottaferrata”Nel 1457, Atanasio Chalkéopoulos, studioso di monaco greco vissuto in Italia sotto la protezione del cardinale Bessarione, che è stato nominato abate di Sainte-Marie-du-Patir (nei pressi di Rossano), è stato commissionato da Callisto III ispezionare sessanta diciotto monasteri basiliani in Calabria e Campania, che in qualche modo sono sopravvissuti l’antico rito greco, vestigia della presenza bizantina sostituito nel XI secolo dal dominio normanno. Così, quattro anni dopo la caduta di Costantinopoli – ■ da dove la sua famiglia ha avuto origine – Chalkéopoulos avrebbe dovuto fare il punto del monachesimo greco in Italia meridionale, la valutazione di un altro declino, che non poteva contenere qui, il assalto dei turchi, ma principalmente per la lontananza di Bisanzio e mento grignote- esercitata dal mezzo “latino” – ■ perché c’era molto sinistra del greco calabrese in queste dure e spesso analfabeti che ha composto la del numero di monasteri basiliani. Il nostro “visitatore” noi non comunicare i sentimenti che riusciva a liberarsi durante la sua missione, ma si stabilisce con coscienza obiettività 1 “stato” di quello che trova: beni mobili ed immobili, il reddito di ogni casa, caratteristiche morali e spirituali di hegumen e monaci (quando presenti); in ogni caso, prescrive le misure da adottare per correggere la situazione, o (più raramente) esorta i religiosi esaminati a perseverare nel modo giusto. Gli “atti” della visita sono conservati oggi nel manoscritto 816 del-Italiano Greco Abbazia di Grottaferrata, vicino a Roma, e questo volume fornisce un’edizione annotata davvero esemplare. Jean Bayet ci dice, in una prefazione suggestiva, il testo è stato segnalato per André Guillou, ora segretario della Scuola Francese di Roma, da padre Rev. M. -H. Laurent, Scriptor in Vaticano. Il signor Guillou ha assunto l’arduo compito di trascrivere il documento, ed è sufficiente dare un’occhiata alle tavole III e IV per avere un’idea delle difficoltà che ha spettacoli sublimi di umanità. Antigone non lo supera. Si potranno apprezzare al Signor Pierre Tisset così come Miss Lanhers per avere l’accesso facilitato a questo famoso processo e speriamo che la pubblicazione del processo di riabilitazione e di quelli dei volumi annunciati, che contiene l’annotazione di storia e traduzione, non aspettare troppo a lungo. Nel 1448, il Cardinale Bessarione propose alla S. Sede di nominarlo archimandrita di S. Maria del Patire (diocesi di Rossano) al posto del titolare che si era dimesso. Così Atanasio Chalceopulos divenne il 3 apr. 1448 superiore di uno dei più importanti monasteri basiliani di Calabria. Nel 1457 fu costretto ad abbandonare Roma e a recarsi in Calabria per un importante missione. Bessarione era stato designato, da lettere successive dei papi Niccolò V e Callisto III, cardinale protettore dei monaci basiliani ed incaricato di far visitare e ispezionare i monasteri dell’Ordine nell’Italia meridionale. Con l’occasione progettò una riforma radicale. A tale scopo aveva bisogno di esaminare sui posto la condizione di questi monasteri un tempo fiorenti ed allora decaduti. Probabilmente su sua raccomandazione Callisto III incaricò di questa missione il Calkeopilo con l’aiuto di Macario, archimandrita di S. Bartolomeo di Trigona: Essi dovevano visitare settantotto fra i più importanti monasteri della Calabria e della Campania. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…). La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il ‘Liber visitationis’ del Calceopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca. Riguardo la visita apostolica  ‘Liber visitationis’ di Athanase Chalkéopoulos, il cui resoconto contenuto in un codice latino, fu pubblicato nel 1960 da M.-H. L a u r e n t – A. Guillou (…). Pietro Ebner, nelle sue note (17) e (18), di p….., postillava a riguardo che: “(17) Ebner, Storia…, p. 447 sg. I verbali delle visite sono contenuti nel Codice Z D XII dell’Archivio dell’Abbazia greca di Grottaferrata.”. Biagio Cappelli (…), parlando della visita apostolica di Athanasio Calkeopilo, un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395, scriveva in proposito che: “Quasi una conclusione a quanto ho esposto nelle pagine precedenti può essere suggerita dallo studio di un importante testo apparso di recente. Si tratta del Codice I D. III. 12 della Badia greca di Grottaferrata esemplarmente pubblicato a cura del Padre M. H. Laurent e di A. Guillou (1). Dunque il Cappelli (…), scrive che le ‘Liber visitationis’ di Atanasio non si trova contenuto nel codice ‘Z D XII’ come scrive l’Ebner ma vuole che il codice fosse “I D. III. 12” conservato all’Abbazia italo-greca di Grottaferrata (vicino Tuscolo). La Treccani, riguardo la visita apostolica ai monasteri del Calkeopilo, scriveva che il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…).

(…) M.H. Laurent – A. Guillou, Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano 1960; si veda pure degli stessi autori: M.H. Laurent – G. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310. Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89).

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(…) Minisci T., Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n. s. V (1951), p. 147 e s. (vedi per la visita apostolica di Atanasio Calceopilo) (Archivio Storico Attanasio).

(…) Menniti Pietro, Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. La storica Vera von Falkenhausen (….) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), anche in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti e li riproduce. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…); ha anche usato il libro di Santoro; in sette casi, infine, dice di aver usato documenti dagli archivi di S. Basilio de Urbe (che non esistono più). Dichiara addirittura che i monaci di Carbone godono di un franchising per la macinatura del grano “come constat da molte scritture, che si conservano nell’Archivio Basiliano di Roma” (…). “Summa bullarum e constitutionum apostolicarum pro ordine S. Basilii Magni, aliorumque Collectaneorum eumdem ordinem spectantium a P. Petro Menniti eiusdem Ordinis Abbatis Generalis digesta, e conscripta, anno MDCCVII”; la cronaca è intitolata: ‘Cronica del Monastero Archimandritale di S. Elia di Carbone dell’ordine di S. Basilio Magno’. Non abbiamo ancora esaminato il volume 23.

(…) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure: Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228 (Archivio Storico Attanasio).

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(5) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323 (Archivio Storico Attanasio).  Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’. Il Cappelli (…), nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395.

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio).

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743

(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. 

(…) Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, ci parla dei ‘Monasteri del Principato Citra’. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.

(…) Montfaucon Bernard, Paleographia Graeca sive de ortu et progressu ecc.., Paris, ed. Privilegio Regis, 1708, pp. 431-432.

(…) Gattola Erasmo, Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassines, Venezia, 1733, Tomo I,

(…) Mabillon Jean, Annales Ordinis S. Benedicti, Parigi, 1703

Batiffol,

(…) Batiffol Pierre, L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane, Paris 1891, pp. 40-41; stà anche in in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1951 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Lubin Agostino, Abbatiarum Italiae Brevis notitia, Roma, 1693, p. 97 sull’Abazia di S. Maria di Centula a Centola

(…) Per quanto riguarda i documenti greci, provenienti da alcuni monasteri italo-greci come quello di Carbone, oggi sono sparpagliati tra l’Archivio Doria Pamphili, la collezione “Basiliani” dell’Archivio Segreto Vaticano e vecchie edizioni di documenti scomparsi oggi. Recentemente, Adele Di Lorenzo, Jean-Marie Martin et Annick Peters-Custot (…), hanno scritto sul Monastero di Carbone (PZ), un saggio il cui estratto si trova on-line. Essi scrivono che: “…molti documenti, greci e latini, dall’XI secolo all’inizio dei tempi moderni; questi documenti (originali, copie, traduzioni) sono ora sparsi tra l’Archivio Doria Pamphili (Roma), ecc..”. Il ventesimo secolo è rappresentato per la prima volta da Gertrude Robinson (7). Questo grecista britannico ha dato in ‘Orientalia Christiana Analecta’, in tre consegne nel 1928, 1929 e 1930, la sua storia e cartulario del monastero greco di Sant’Elia e S. Anastasio di Carbone (…) (introduzione storica I, II e II atti -2, un quarto volume doveva seguire). In primo luogo, ripercorre la storia dell’abbazia e dei suoi archivi prima di dare un’edizione di 56 atti greci (tutti), 14 atti latini (o traduzioni latine di atti greci) e due atti bilingue: uno William II archimandritat creazione (n XLVI), l’altra Costanza (n LXVI), per un totale di 72 atti (…), tutte prese dall’Archivio Doria Pamphili e prima del 1200, mentre Holtzmann (…) stima che, combinando le varie fonti preservate, si raggiungerebbero cento atti per lo stesso periodo. L’Archivio Doria Pamphili, nos 53, 59, 61, 72, 76, 77, 84, 88, 89, 93, 95, 97, 99, 102, ed. Robinson 1928-1930, nos IV, X, XII, XXV, XXVII, XXVIII, XXXVI, IX, XL a, XLIV, XLIX, LII, LIV, LXIV. Alcuni documenti che riguardano il monastero di Carbone si trovano all’Archivio Doria Pamphili: fonfo ‘Basiliani 1, f° 86v.’ ed altri si trovano conservati nell’Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani, t. I. Robinson 1928-1930. La parola “cartulario” è usata impropriamente per descrivere il chartrier conservato presso l’Archivio Doria Pamphili. Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou. Si veda Holtzmann W. (65) nel 1956, Holtzmann Walther, Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone. Il Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti riprodotti. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…). La Robinson (…), nelle sue pubblicazioni del 1930, aggiunge tre atti riguardanti Carbone trovati altrove: c. 79-80: Tancredi (riportato a Rocco Pirro). C. 86-90: atto del maggio 1320 dagli archivi del vescovato di Anglona. Una sigillatura di Boemia II è ancora riprodotta in t. IX (diocesi di Taranto), c. 128-129: è conservato presso l’Archivio Doria Pamphlili (…) ed è stato pubblicato nel raro testo di Santoro (…). Gastone Breccia, in un suo pregevole studio (…), scriveva a pp. 30-31: “Ma senza dubbio la parte più importante della documentazione sfuggita al Menniti è costituita dalle raccolte delle grandi famiglie romane. In primo luogo il fondo del monastero del S. Elia di Carbone, tuttora nell’archivio Doria Pamphili: come scrive Gertrude Robinson, a cui si deve l’edizione della maggior parte delle pergamene greche, Giovan Battista Pamphili, dal 1630 abate commendatario del monastero e protettore dell’ordine basiliano (nonché futuro papa Innocenzo X), “seems to have taken possession of whatever archives were left, and placed them for safe keeping in his own archives. For this the students of Greek monasteries owe him a great debt, for in 1645 there was a riot in Carbone in which the townspeople seem to have attacked the Monastery, and burnt whatever documents it stili contained.” (54) Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56).”. Dunque sempre il Breccia, nelle sue note 54, 55,56, postillava: “G. R o b i n s o n , History and cartulary of the greek monastery of S. Elias and S. Anastasius of Carbone, Orientalia Christiana voi. 11, 5 (1928) pp. 269-348; voi. 15, 2 (1929) pp. 117-276; voi. 19, 1 (1930) pp. 1-200); la citazione è tratta dal vol. 11, 5, p. 318. Cfr. W. H o l t z m a n n , Die ältesten Urkunden des Klosters S. Maria del Patir, Byzantinische Zs. 26 (1926) pp. 328-351, che pubblica alcuni documenti dalle cartelle Chigi E VI 182-188. Sui documenti greci del fondo Aldobrandini (oggi Vat. lat. 131+89) cfr. A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; su quelli latini cfr. P r a t e s i , Carte latine (cit. n. 11) pp. X L – X L I . Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89).”.

(…) Pratesi Alessandro, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, Città del Vaticano, 1958, pp. X L – X L I, si veda per il fondo Aldobrandini delle carte latine.

(…) Carlone Carmine, I Regesti dei documenti della Certosa di Padula (1070-1400), a cura di Carmine Carlone, ed. Carlone, Salerno, 1996 (Archivio Storico Attanasio).

Di Luccia

(…) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (…) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

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(…) Borsari S., Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, Napoli, ed. Istituto Italiano per gli Studi Storici,

(…) Fariello A., L’Abbadia di San Giovanni a Piro del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, riveduta e tradotta da Aniello Fariello

(…) Antonini G., La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Fittipaldi W., La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016 (Archivio Storico Attanasio).

(….) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 339-365. Si parla della Chiesa di Capaccio e della sua Diocesi: Capaccio-Vallo, per Centola.

(…) Infante e Del Mercato,

(…) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988, pp. 49 e s.; si veda pure: Follieri E., Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Lilla Salvatore, I manoscritti vaticani greci, lineamenti di storia del fondo, Città del Vaticano, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), 2004 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Santoro P.E., Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii,

(…) Rocchi A., Vita di S. Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata scritta da S. Bartolomeo suo discepolo, Roma, ed. Desclee-Lefebre, 1904, p….

Guillaume P.,

(…) Guillame P., L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371

(…) Loré V., Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151.

(…) raccolta criptense e su quanto è stato possibile rinvenire nell’Archivio Segreto Vaticano grazie soprattutto allo ‘Schedario ‘Garampi’, ecc..ecc..”. Per la consultazione dei documenti all’Archivio Segreto Vaticano, si veda: ‘Sussidi per la consultazione dell’Archivio vaticano: lo schedario Garampi, i Registri vaticani, i Registri lateranensi, le “Rationes camerae”, l’Archivio concistoriale’, Nuova ed. riveduta e ampliata / a cura di Germano Gualdo Città del Vaticano : Archivio vaticano, 1989.

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(…) Pera L., Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, si veda p. 147 e s. e si veda p. 379 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Falcone G., Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476, stà in Aromando G. e Falcone G., op. cit. (13), p. 147 e s. (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G.,  L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004.

(…) Mercati Silvano Giuseppe, ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p. 216.

(…) S. G. Mercati – C . Giannelli – A . Guillou, Saint-Jean-Théristès (1054-1264), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile, 5, Città del  Vaticano 1980, pp. 15-16. L’inventario del 1607 è stato pubblicato da V. Capialbi (…).

(…) Capalbi Vito, Appendice sopra alcune biblioteche di Calabria, Arch. storico per la Calabria e la Lucania, 10 (1940) pp. 128-136 e 250-256, p. 136: i documenti allora presenti nell’archivio del S. Giovanni erano così divisi: 83 pergamene greche (di cui 3 “piombate”); 41 pergamene latine (di cui 25 “piombate”); 4 pergamene “quali non si ponno discernere”; 9 bolle pontificie.

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)

L’Abbazia di S. Pietro di Licusati, antico cenobio basiliano, in seguito benedettino

Licusati

(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (2), inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Storico Attanasio).

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio vuole approfondire e meglio indagare su alcuni monasteri italo-greci sorti nel basso Cilento, come ad esempio quello di San Pietro a Licusati.

Urb.gr.82,

(Fig…..) Particolare delle coste meridionali dell’Italia nel Codice Urbinate greco 82, il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (…).

Licusati (‘li Cusati’)

Frazione del comune di Camerota situata ai piedi del monte Calvario, immersa in una vallata di uliveti da cui si estrae il prodotto tipico del paese rappresentato dal pregiato olio di oliva. Il centro abitato è dominato dalla chiesa di San Marco risalente al 1746, di stile barocco che custodisce importanti opere d’arte tra cui un busto ligneo di San Marco ed una tela posta alle spalle dell’altare, dedicata ad Orazio Parlati del 1750. Le strade del centro storico alternate da stretti vicoli e arcatelle, presentano edifici magnifici come Palazzo Crocco datato al 1550, preceduto da un arioso piazzale e Palazzo Sofia. Le sue origini storiche risalgono al decimo secolo nel medioevo quando il Cilento era un territorio di confine fra la provincia (tema) greco-bizantino della Calabria dell’impero romano di Costantinopoli al sud e il Principato longobardo di Salerno al nord. Il territorio era di importanza strategica e rimaneva così per secoli, come si vede al tempo della Guerra dei Vespri Siciliani (1282-1302) quando il Cilento era la fronte di battaglia per l’esercito di cavalieri e fanteria fra la Calabria e il Salernitano. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., ci parla anche dei due monasteri esistenti a Camerota. Il Pasanisi (…), in proposito scriveva che: Sul suo territorio sorse quell’aggregato di case, detto Licusati, (nei documenti però è disegnato col nome di Cosati, Cusato o Cussato, ed anche nella particella ‘de’ premessa), non perchè ecc..”. Licusati è un paese che da sempre faceva parte dell’Università o Comune di Camerota a poi in seguito diventò Comune autonomo. Infatti, nel territorio di Camerota, esisteva anche la Badia di S. Giovanni, grangia dell’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati.

Vittorio Bracco (…), nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Rivello di Ravaschieri, Lauria del Duca di Cerasano, Lago negro del Regio Fisco (21); Policastro città Marittima di Francesco Carafa col titolo di Conte, che fu distrutta da Barbarossa gran corsaro di Turchi, nella quale non si vede altro che la Cathedrale ristorata (22). Casella de’ Stefani, Rofrano di Farni, che ha prodotti huomini di eleganti ingegno, come fu in particolare quel famoso Padoano Goglielmino, nominato da Gaimo Greco nel libro de medendis Febribus, da Donato Antonio Altomare, che fu medico di Monteforte (23). Rocca Gloriosa d’Affitti. Pisciotta distrutta detta da Strabone Pixunctum dalle cui reliquie fu edificata la nuova Pisciotta hora di Pappacodi, col titulo di Marchese. Cuccaro, Novi e Gioj, di Pignatelli Duca di Monte Leone. Molpa Città Eccellintissimo di Gregorio XIV e suo figlio Vicelegato di Ferrara; Laurito distrutta da Belisario inventore delle Moline Teberine sopra le Barche, quando scacciò da Roma i Goti, delle cui Reliquie fu edificata Cammerota di Marchesi (24), e li Cusati dell’antedetto Marchese, dove fu edificata dal nominato Rogiero la Chiesa di Santo pietro a divozione del Vaticano, e fu poi dalla Famiglia Gesualdo dotata di molti poderi con il titulo di Commenda, soggette a se alcune Parrocchie nelli Vescovati di Capaccio e Policastro, hora dominata dall’antichissimo, e nobilissimo Capitolo detto Vaticano.”. Bracco, a p. 38, nella nota (22) postillava: “(22) Veramente le aggressioni turche della città – oggi Policastro Bussentino – furono due, e la seconda, capeggiata da Dragut Pascià nel 1552, gettò l’abitato ‘in ingentem rogum’ (cfr. P. Natella – P. Peduto, Pixous-Policastro, in “L’Universo”, LIII, 1973, p. 515 seg.).”. Bracco, a p. 38, nella nota (22) postillava: “(22) Sulla cattedral di Policastro, “un’antica tricora, denunciata chiaramente sia all’esterno…sia all’interno, del tutto rimaneggiato in età barocca ed anche più tardi”, cfr. A. Venditti, Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, Napoli, ESI, 1967, p. 541 seg.; e inoltre P. Natella – P. Peduto, op. cit., pp. 516-520″. Bracco, a p. 39, nella nota (23) postillava: “(23) “Padovano Guglielmini fu da Rofrano, e per la perizia nella medicina è celebrato da Raimondo Greco, e da altri Autori di questa professione”, scriverà il Volpi (Cronologia, p. 294). E’ il Volpi medesimo che dà qualche notizia su Domenicantonio Altomare, citato dall’Eterni per aver ricordato il Guglielmini. Dalla disposizione cronologica che il Volpi assegna al suo elenco si desume che il medico di Rofrano visse nel Cinquecento.”. Bracco, a p. 39, nella nota (24) postillava: “(24) Molpa, come la vicina Palinuro, fu centro indigeno, su cui si stese il controllo greco. Nel sesto secolo a.C. goderono uniti di una propria zecca operante come emanazione di Sibari. La moneta nota, di cui si conoscono alcuni esemplari, è uno statere d’argento incuso, che mostra un cinghiale in corsa, al di sotto del quale è sul dritto la scritta PAL e sul rovescio la leggenda MOL, con evidente riferimento ai due abitati (cfr. P. C. Sestieri, in Greci e Italici in Magna Grecia (Atti del I Convegno di Taranto), Napoli, 1962, pp. 276 seg. e N. F. Parise, in ‘Economia e società della Magna Grecia (Atti del XII Convegno di Taranto), Napoli, 1972, p. 106 e p. 111.). Non dovrebbe avere nessun peso il riferimento alla zona di Molpa della villa posseduta da Massimiliano Erculio, il collega di Diocleziano, che vi si ritirò dopo avere abdicato. L’attribuzione, “contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale, non ha il sostegno di alcuna citazione classica” (E. Magaldi, Lucania romana, I, Roma, Istituto di Studi Romani, 1947, p. 64 e p. 281); anzi le fonti antiche, che parlano di “agri amoenissimi” (Eutropio, X, 2, 3) e che per giunta son tra loro discordi nell’attribuire la villa alla Campania o alla Lucania, fanno propendere per l’agro salernitano, che risponde in gran parte a quella disposizione naturale e partecipa per vicende storiche ed amministrative dell’una e dell’altra regione (cfr. V. Bracco, Salerno romana, Salerno, Palladio, 1979, p. 121). “Dei due centri quello meglio esplorato è Palinuro….(il cui) abitato sembra che si estendesse sull’altura di Tempa della Guardia…(dove) sono stati messi in luce i resti di alcune abitazioni…ed un tratto delle mura” (cfr. L. Santoro, Fortificazioni della Campania antica, Salerno, Palladio, 1979, p. 76); il luogo di Molpa, lungo il profilo della costa accidentata, è da riconoscere nei pressi di Capo Palinuro verso Camerota, e scomparso. Similmente il fiume Melpa pare che sia da identificare nel Lambro (cfr. E. Magaldi, op. cit., p. 31 e p. 36). Compresa probabilmente in età romana con Palinuro nel territorio di Velia, Molpa sarebbe stata distrutta nel Medioevo: già nel sesto secolo, come qui vuole l’Eterni o più tardi dai Saraceni, come ripetono altri. Ma un villaggio dello stesso nome dové risorgere e durare per un certo tempo in unione col paese di Camerota: neabbiamo testimonianze precise per gli anni immediatamente successivi alla battaglia di Benevento (del 1266): cfr. Ebner, Economia e società, I, p. 272 e II, p. 102. Leggo poi che nel 1484 “i 6 fuochi di San Serio, già abitanti in Molpa distrutta dai mori e dimoranti in ‘pagliare’, per la loro estrema povertà venivano proposti al re…. per l’esenzione da ogni pagamento” (A. Silvestri, La popolazione del Cilento nel 1489, a cura della Camera di Commercio, Salerno, 1956, p. XII). Quanto alla famiglia Marchese, insignorita su Camerota, su di essa si diffonderà nel Settecento il Gatta (cfr. Gatta, Memorie, pp. 292-294).”.  

L’antico cenobio italo-greco di San Pietro di Licusati e ‘Abbatia dal titolo S. Petri de Cusato’ (Licusati)

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(Fig…) Cenobio di S. Pietro a Licusati

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(Fig…) L’Abbazia di S. Pietro a Licusati. Immagine tratta da La Greca (…)

La studiosa Wilma Fittipaldi (…), nel suo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, nel suo capitolo 8, “La Regione monastica del Monte Bulgheria”, sebbene accenni ad un monastero di “Santa Maria dei Martiri a Lentiscosa”, non dice nulla sull’antico Monastero di S. Cono di Camerota, ma a p. 278, ci parla di “Caritone (Iconio, III secolo; Betlemme, 350”A lui si attribuisce la prima codificazione delle leggi monastiche che passarono nel ‘Typicon’, ossia nel formulario di San Sabae del monastero costantinopolitano di Stoudion, anche ad opera di Sant’Eutimio il Grande, di San Teodosio il Cenobriarca. Da giovane, sotto l’Imperatore Aureliano, ecc..ecc..”.

Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nel suo ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, ristampato a cura del Visconti (…), riferendosi al periodo che seguì la conquista normanna delle nostre terre e delle distruzioni di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo, a p. 73 (vedi versione del Visconti) scriveva in proposito: “Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50). Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ecc... Dunque, il Laudisio scriveva che “Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro”. Il Laudisio scriveva che a Camerota e a Rivello vi erano due abbazie minori di basiliani. Il Laudisio scriveva che a ‘Camerota’ vi era l’Abbazia minore di basiliani quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ecc..”. Dunque, l’Abbazia minore di basiliani di San Pietro che io dico essere quella di Licusati, secondo il Laudisio doveva essere stata posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata “nella zona di Tuscolo presso Roma”. La notizia è interessantissima. Ma cosa significa questa notizia ?. Il Laudisio, alla sua nota (50) a p. 17 postillava che: “(50) Ughel., cit. loc., tom. 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: Diocesesis Polycastrensis (…(quatuor et viginti oppidis continentur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archipresbyer Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).” e, il Visconti, nella sua nota (50), aggiungeva pure che: (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”. Dunque, il Visconti, nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (50) postillava e citava l’‘Italia Sacra’ di Ferdinando Ughelli, II° ed., ed. Coleti, tomo VII, p. 542. Il Laudisio (…), nella sua nota (50), a p. si riferiva alla seconda edizione, edizione Coleti, 1721,  vol. VII, dell’‘Italia Sacra’ di Ughelli (…), che a p. 542, ci parla dei Vescovi della Diocesi di Policastro “Episcopi Polycastrensi”. Ma di queste citazioni e autori parlerò in seguito. Cercherò di chiarire la prima questione che è quella che il Laudisio errava dicendo che il monastero di San Pietro fosse a Camerota perchè in realtà egli si riferiva al monastero poi Abbazia di San Pietro di “Cusati”, ovvero Licusati che, ad un certo punto della storia passò insieme a Rofrano ed altre Abbazie di pertinenza della Diocesi di Capaccio e non della Diocesi di Policastro. E’ per questo motivo che il Laudisio lo pone a Camerota perchè solo dopo passò di nuovo alla Diocesi di Policastro. Il Laudisio scriveva di ‘Camerota’ anche sulla scorta dell’Ughelli (….) e del Lubin (…). Infatti, Pietro Ebner,  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 117-121, scriveva in proposito a Licusati che: Il Lubin segnala tra le abbazie di fondazione di monaci greci anche la badia di S. Pietro di Cusati (li Cusati, Licusati).”, come si può vedere nell’immagine sotto tratta da p. 117 del Lubin (…):

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(Figg….) Lubin Agostino (…), p. 117

Agostino Lubin (…), nel 1693, nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, sulla scorta dell’Ughelli (…), a p. 117 (vedi immagine), scriveva sull’Abbazia di S. Pietro di Licusati: “Abbatia tit. S. Petri de Cusato, Ord. Premonstratensis, Dioece. Policastrensis, ut refertur in Codice Taxarum Camerae Apost. apud Ughellum. to. (tomo) 7. pag. 940 vocatur S. Petri de Licusati, & dari solita est in Commendam; vulgo ‘li Cosati’ Vicus Regni Neapolitani in Provincia Principatus Citerioris dicta, decem pass. mill. Polycastro distans, versus Occidentem, & miliario à Camerota, versus Boream; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota consundit Codex Taxar. D. Pasionariae, dicitque unitam mensae Capitulari, Basilacae Vaticanae.”. Il Lubin (…), nel 1693 scriveva che: “Abbatia tit. S. Petri de Cusato, Ord. Premonstratensis, Dioece. Policastrensis“. Dunque, il Lubin (….), la chiamava Abbazia di S. Pietro di “de Cusato” appartenente all’Ordine dei Premonstratensi. I canonici regolari premostratensi (in latino Candidus et Canonicus Ordo Praemonstratensis) sono un ordine canonicale di diritto pontificio: i religiosi, detti anche norbertini, pospongono al loro nome la sigla Ordine Praemostratensis. Infatti, nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento cita i: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”Domenico Martire (…), dopo aver parlato dei Monasteri soggetti al monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (…), citava ben due monasteri a Rivello: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano, donata dal Re Ruggero al Monastero di Grotta Ferrata, con le seguenti Grangie, come dirassi nella Vita di S. Nilo di Rossano: 7. S. Pietro di Rivello”. Dunque, secondo Domenico Martire, la grangia dipendente dall’Abbazia di S. Maria di Rofrano, a Rofrano, era il monatero di S. Pietro di Rivello e non di Camerota o di Licusati.

martire, p. 150

Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, al n. 31, tra i monasteri della Basilicata è citato un monastero basiliano, che lui chiama “Monastero di S. Pietro di Camerata. Monastero di S. Croce di detta Terra di Camerata”. Ora posto che in Basilicata esistesse un casale detto ‘Camerata’, io credo che il Martire (…), sebbene abbia scritto impropriamente “di detta Terra di Camerata”, riferendosi al casale di Camerota, si riferiva al nostro monastero in origine italo-greco e poi in seguito divenuto benedettino detto di S. Pietro di Licusati. Il Martire (…), cita anche Pietro di Lucca e la suaHistoria del Monastero di S. Giovanni a Pero’. Il Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero fol. 3. fa menzione di altri Monasteri, chiamati Badie, unite dal Papa Clemento 8° alla basilica, cioè: ecc..”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 560, apprendiamo che la Chiesa di Bosco “Chiesa, sempre parrocchiale, dipendente un tempo dall’abbazia italo-greca di S. Pietro di “li Cusati. Il Parroco locale (13) assicura che di tutto ciò è conferma nella chiesa romanica a tre navate, nelle notizie dell’Ughelli (14).”. Ebner (…), nelle sue note (13-14), postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.”. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”. Sempre il Cataldo, parlando di S. Marina dice a p. 32, scriveva che: “Un altro convento, fondato pure ai tempi di S. Francesco, fu quello di S. Marina, con annessa chiesa dedicata a S. Maria della Croce, che ancora esiste. Questo paese, sede del comune di cui fa parte Policastro, sorse verso il secolo VIII ed ebbe origine da alcune famiglie scampate dalla persecuzione iconoclasta durante la dominazione dei Greci, sotto gli imperatori Leone Isaurico e Costantino Capronimo (726-843).”. Il Cataldo, a p. 34, parlando dei Conventi francescani, diceva che: “Da Policastro uscì un monaco benedettino nel ‘824, di nome ALEPRANDO DE BUXENTIO, che fu Abate nel Convento di Salerno.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che nel 1804, il Giustiniani (…), segnalò che “E’ notizia però che tra le “minores Abbatiae Basilianae, una S. Petri (dipendesse) Archimandrite S. Mariae de Cryptae Ferrata in Tuscolano, apud Roman.”. Ebner (…), nella sua nota (4), postillava che: “(4) Giustiniani, V, Napoli, 1802, p. 269.”. Ebner (…), nella sua nota (…), postillava che la notizia era tratta da Giustiniani (…), tomo V, Napoli, 1802, p. 269, nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, dove si salta completamente la lettera ‘L’ ma non abbiamo trovato nulla su Licusati. L’Ebner, scrive che il Giustiniani (…), dice di ‘Licosati’ o ‘Licusati’. Pietro Ebner (..), citava il  Giustiniani (…) che segnalava che l’abate di S. Nazario, vicario locale pro-tempore del romano Capitolo di S. Pietro, esercitava una certa giurisdizione episcopale oltre che sulla chiesa di Eremiti, anche su quelle di S. Pietro di Licusati e di S. Nicola di Bosco (v. vol. I, cap. V, 4, p. 269 (è errato la pagina è la 154)). Ebner (…), nella sua nota (…), postillava che la notizia era tratta da Giustiniani (…), tomo V, Napoli, 1802, p. 269, nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, dove si salta completamente la lettera ‘L’ ma non abbiamo trovato nulla su Licusati. L’Ebner, scrive che il Giustiniani (…), dice di ‘Licosati’ o ‘Licusati’ : “Vi esiste un monistero di ‘Basiliani’ con una chiesa badiale (…) di ‘S. Pietro di Cusati’ fondata circa la fine del IV secolo dagli discepoli di S. Basilio, che dall’oriente vennero a propagare nel Regno il loro istituto cenobitico..”. Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 103 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, parlando di Lentiscosa, in proposito scriveva che: “Il territorio di Lentiscosa è stato colonizzato a partire dal IX secolo dai monaci basiliani che possedevano vasti territori e una chiesa intitolata a San Martino e un’altra fabbrica, più vetusta, sotto il titolo di S. Maria de li Piani, oltre a un’ottantina di terreni per un totale di oltre 323 tomoli. Essendo questi monaci della badia di S. Pietro (vedi Licusati) di rito greco e proprietario di gran parte del territorio, il paese non è citato nella famosa bolla di Alfano del 1067. Più che l’attuale paese, era conosciuto e frequentato il suo porto alla cui guardia, in epoca angioina, fu eretta una torre, detta Anforisca, alla cui cura erano tenuti sia gli abitanti della baronia di Camerota che di S. Giovanni a Piro (1279). Nelle carte Vaticane e in documenti notarili della stessa epoca il nome era ‘Lanfrasca’ e a Fisco, da cui poi in epoca successiva Rinfreschi, Linfreschi e oggi Infreschi. Ecc…”Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 555, parlando del casale di Bosco, scriveva che: “Di Bosco, il cui toponimo è senz’altro medievale (1), ho detto altrove (2) e dirò a proposito di S. Giovanni a Piro (v.). Il villaggio era attiguo alla badia di S. Nicola, con quella di S. Pietro di Licusati, ‘nullius dioecesis’ fino al 1850. Notizie che mancano anche sulla badia di cui era cenno solo nell’Ughelli (4) che la disse unita al Capitolo della basilica vaticana di S. Pietro.”. Ebner (…), nella sua nota (4) di p….., postillava di Ughelli, ‘Italia Sacra’, tomo VIII, p. 726. A Licusati oltre al Castello di Montelmo (vedi Fig…), troviamo i ruderi del Cenobio italo-greco di S. Pietro, nell’attuale cimitero dove si conservano ancora le sue mura, che fu per un periodo anche monastero augustiniano dei Premostratensi. Culturalmente i monaci guardavano alle tradizioni greco-siriane-palestinesi e di Alessandria della patristica orientale come San Giovanni Crisostomo, San Basilio Magno, e San Gregorio Nazienzeno. Se disponevano di un’équipe di amanuensi, come nella vicina San Giovanni a Piro, disponevano anche di loro libri scritti nella lingua greca (koinè) del medioevo. Il codice monumentale da San Giovanni a Piro dal 1020 è adesso nella Biblioteca Laurenziana di Firenze; le ‘scriptoria’ monastici del Cilento erano di alto livello artistico e in sintonia con l’arte contemporanea tanto bizantina quanto beneventana e araba. La moderna storiografia professionale ha archiviato l’opinione diffusa 50 anni fa che c’era una politica aggressiva di latinizzazione dei monasteri italo-greci nel Mezzogiorno nell’XI e XII secolo. L’importante era solo che le chiese secolari episcopali riconoscevano la giurisdizione canonica di Roma invece di Costantinopoli. Il vescovo di Policastro poteva ordinare preti latini sia greci. I candidati potevano essere sposati, come previsto dalla disciplina bizantina, ma essenziale era che il candidato sapesse leggere e scrivere. (vedi la Bolla dell’arcivescovo Alfano datato 1079 che ricostituiva la diocesi). Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, a p. 232, così in proposito scriveva che: “Abbadia di S. Iconio o Abatie Sancti Conj o San Cono o San Conore, a Camerota, (3 b), 346 slm, cenobio basiliano sul pendio S. Iconio, sito a sud della collina Malaspina, e a ovest del monte Sant’Antonio. I ruderi si incontrano sull’antica strada per Palinuro che parte a Sud del Ponte Sant’Angelo a Camerota e va verso occidente discendendo il Mingardo. La località è detta anche Difesa. L’Ebner parla di monastero italo-greco e di numerosi insediamenti rupestri di anacoreti basiliani, da ricondurre alla prima fase o degli asceteri (Ebner IV 581). Secondo alcuni sorge intorno all’896 insieme a San Pietro di Licusati, secondo altri la fondazione risale agli anni 750-775 ad opera di basiliani dall’Epiro (D’Angelo 12). Il vescovo di Policastro, Laudisio scrive che nel 1065 oberto il Guiscardo espulse dalla Calabria e dalla Puglia una ‘Turba Graecorum plurima’ e si rifugiò all’abbazia di San Giovanni a Piro e ‘….ad alteram S. Coni Camerotae (Laudisio 34) dove è probabile ci fosse già un’antica laura. I Normanni donarono poi la zona denominata Difesa ai basiliani. Alla Santa Visita del 1457/58 risulta in possesso di quattro codici miniati e di un ‘evangelario mirabile’; insieme alla chiesa di San Pietro a Licusati e alla più antica chiesa di San Giovanni a Piro compone il triangolo della Trinità, venerata nel rito greco, (Cappelli 399, Ciociano III 29, Cirelli 138, . Volpe 183). Ecc..”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., ci parla anche dei due monasteri esistenti a Camerota. Il Pasanisi (…), in proposito scriveva che: “Scomparse anche, e da tempo, due antiche badie, detta, l’una di S. Iconio, l’altra S. Pietro, eretta, la prima, in agro di Camerota, la seconda, nei pressi di Licusati, di origine basiliana entrambe. Di esse non esistono che ruderi. Quella di Licusati, di cui conviene parlare, ebbe un periodo di particolare splendore. Ricca di beni, (fu oggetto perciò di cupidigia, come già detto, da parte del vicino feudatario del secolo XIV), aveva rendite a Licusati, Camerota, Bosco ed altre parti. Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi. Ecc..”. Pietro Ebner, nel suo vol. I, a p. 154, in cap. V: “Monasteri e Chiese ricettizie”, parlando del Monastero di S. Nazario, scriveva che: “La dimensione fondiaria si desume da una platea del 1613 che a sua volta si richiama ad un’altra del 1480. Un ms. interessante in quanto ci informa della consistenza patrimoniale di altre abbazie e chiese del territorio, di cui alcune finora ignote, forse perchè non soggette agli Ordinari di Capaccio o di Policastro, e quindi prive dei riferimenti offerti dai verbali delle visite pastorali. L’Abate di S. Pietro vantava la giurisdizione spirituale su chiese e badie dipendenti (grance), quali l’abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia di Eremiti e di S. Nazario. Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (Km. 5) a quella italo-greca di S. Giovanni a Piro, abbazia tra le più fiorenti….Le ubicazioni dei predetti cenobi confermano la tipologia delle fondazioni religiose italo-greche, spesso confederate anche se autonome e ubicate a distanze ravvicinate per ragioni di sicurezza e di mutua assistenza. Abbazie poi tutte passate al rito latino, eccetto quelle visitate dall’archimandita Atanasio Calkeopilo, e concesse in commenda, esiziale per i patrimoni dei cenobi, in quanto gli abati commendatari gestivano la proprietà a mezzo loro incaricati, la cui unica preoccupazione era quella di accrescere le entrate e di soddisfare i propri interessi personali.”. Ebner (…), nella sua nota (12) a p. 154 del suo vol. I, cap. V, postillava che: “(12) P. Ebner, ‘Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, RSSR, 1980.”. ‘RSSR’ stà per ‘Ricerche di Storia sociale e Religiosa’.  L’Ebner nell’altra sua nota (5) del vol. II, a p. 118, sulla ‘platea dei beni’, postillava che: Ebner, ‘Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, RSSR, 1980 (Ricerche di Storia Sociale e Religiosa), Napoli, 1979, p. 163 e ss.”. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, sull’Abbazia di San Pietro di Licusati, a p. 234, non dice delle donazioni ma parla delle chiese a lui soggette e dice: “Affermatosi economicamente e culturalmente, il monastero era esarchico pechè sottratto alla giurisdizione vescovile. Alla badia erano soggette le chiese di San Pietro e San Nicola a Licusati, le cappelle di S. Maria Maddalena, di S. Biagio, di S. Vito con annesso ospedale in Camerota, di San Giuliano e Sant’Antonio a Lentiscosa, di Santa Maria nel porto di Palinuro, di San Nicola a Bosco.. Giovanni Ciociano (….), che nel suo “Storie Camerotane”, a p. 20, in proposito scriveva che: La seconda posta a nord, nord-ovest del monte Cuppa, alla estremità della vallata ubertosa, è consacrata a S. Pietro. Badia ricca di beni e di rendite, esercita la sua giurisdizione sopra un vasto territorio, e da essa dipendono le chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, le cappelle di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino, S. Vito con annesso ospedale in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio a Lentiscosa, S. Maria a Palinuro, la parrocchia di S. Nicola in Bosco, edificate dagli stessi monaci. Come la chiesa di S. Daniele Profeta, ad una sola navata con dieci cappelle, di rito greco fino al XVIII secolo. Quasi completamente crollata, si riedifica, nel 1797, con rilevanti modificazioni, per la somma di ducati 1.200, ricavati dalla vendita, per decisione popolare, degli ‘ex voto’ e dal contributo, in ragione di ducati 500, del vescovo di Policastro, mons. Ludovico Ludovici. Ecc..”.

Nel 1022, l’Abbazia di “S. Cecilia ad Eremiti” di Castinatelli ed il monastero o cenobio di S. Nazario

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 154, in proposito scriveva che: “Nella vicina Eremiti vi era la nota abbazia di S. Cecilia del 1022. L’Antonini (I, p. 336) afferma di averne consultata l’originale pergamena di fondazione scritta in greco. Ai piedi della semidiruta facciata sono ancora visibili i grossi occhi di bue, attraverso i quali penetravano nella chiesa coloro che vi cercavano asilo. A S. Nazario vi era l’omonimo monastero, culla della Congregazione niliana, dove appunto Nicola da Rossano, il futuro S. Nilo, aveva vestito l’abito monastico. A Laurito vi è tuttora la chiesa di S. Filippo d’Agira con pregevoli affreschi. Nel territorio di Laurino vi era la chiesa S. Maria di Vita, grancia del monastero di S. Pietro al Tomusso di Montesano, il quale possedeva a Sanza la chiesa di S. Maria di Siripi. A Roccagloriosa vi era la chiesa di S. Maria greca e quella di S. Maria dei martiri, mentre a Policastro vi era certamente anche quella di S. Matteo. Etc..”. Sempre l’Ebner (…), a p. 154, vol. I, in proposito scriveva di una Platea dei beni riferendosi all’Abbazia di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva pure: Non meno importanti, anche sotto il profilo economico, come emerge da documenti recentemente editi (12), i monasteri di S. Pietro de “li Cusati” (odierno Licusati) e di S. Nicola di Bosco. La dimensione fondiaria del primo si desume da una platea del 1613 che a sua volta si richiama a un’altra del 1480. Un ms. interessante in quanto ci informa della consistenza patrimoniale di altre abbazie e chiese del territorio, di cui alcune finora ignote, forse perché non soggette agli Ordinari di Capaccio o di Policastro, e quindi prive dei riferimenti offerti nei verbali delle visite pastorali. L’abate di S. Pietro vantava la giurisdizione spirituale su chiese e badie dipendenti (grance), quali l’abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia di Eremiti e di S. Nazario. Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (km. 5) etc…”. Pietro Ebner, a p. 154, nella nota (12) postillava che: “(12) P. Ebner, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo’, “RSSR” 1980″. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 699 parlando del casale di “Castinatelli”, in proposito scriveva che: “Va segnalato che nella platea (1613) della propretà dell”Abbazia di S. Pietro di “li Cusati” (Licusati), i beni dell’abbazia di S. Cecilia di Castinatelli (1) sono elencati alla voce S. Nazario: “bona stabilia et demanialia predictae Abbatiae sancti Nazarii (2) (….) venerabile Abbatia predetta è distante dal Casale S. Nazario circa un tratto di balestra” (3).”. Ebner, vol. II, a p. 699, nella nota (1) postillava che: “(1) Cfr. nella mia Storia cit., p. 547 sgg. (S. Cecilia degli Eremiti).”. Ebner, a p. 699, nella nota (2) postillava: “(2) P. Ebner, Dimensione fondiaria di un’abbazia’, cit., p. 181 sgg.”. Ebner, a p. 699, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. quanto ho detto alla voce S. Nazario sui beni dell’abbazia”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 533 parlando del casale di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “A quanto ho scritto nella mia Storia cit., pp. 138 e 573-577 sul villaggio e sul monastero, culla della Congregazione niliana, va aggiunto quanto ne ho detto nel mio ‘Economia e Società’, cit., I, pp. 66, 68 e 288 sg. Inoltre va segnalato che i “bona et stabilia et demanialia” dell’abbazia di “S. Cecilia degli Eremiti” di Castinatelli sono elencati in una platea (1613) dell’abbazia di S. Pietro di “li Cusati” (Licusati) proprio nel comprensorio di S. Nazario (“predictae Abbatiae Sancti Nazarii”), la quale, per la Commissione designata per la compilazione della platea, era descritta “distante dal Casale di S. Nazario circa un tratto di Balestra”. Beni costituiti da tomola 178.7 di seminativi; 417.7 di arborati; 104 di improduttivi; 35.2 di vigneti; 18.6 di orti; 283.4 di boschi; n. 4 difese e altri terreni improduttivi. Alle notizie sulla chiesa del villaggio va aggiunto quanto scrisse di essa mons. Siciliani nella sua relazione ad limina nel 1867. Etc…”. Ebner, a p. 533, nella nota (1) postillava che: “(1) Cfr. il saggio di pd G. Giovannelli, Il monastero di S. Nazario, “Bollettino della Badia di Grottaferrata”, Roma, 1949.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Il feudo fu poi venduto nel 1496 da Ferdinando II a Giovanna d’Afflitto. S. Biase, con altri casali tra cui S. Nazario, fu concesso (N Q f 169) da re Ferrante nel 1463 al genero Antonio Piccolomini di Aragona, duca di Amalfi. Cuccaro posseduto nel 1445 da Francesco Sanseverino era poi pasato a Barnaba Sanseverino etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 573-574 parlando del casale di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “Il monastero di S. Nazario culla della Congregazione niliana, è, senza dubbio, il più importante tra tutti i monasteri italo-greci sorti nel territorio dell’odierno Cilento. Nella ‘Vita di S. Nilo Juniore’, capolavoro dell’agiografia calabrese (1), si apprende che poprio in quel cenobio si recò intorno al 940 Nicola da Rossano (2) per vestirvi l’abito monastico. L’origine di questo cenobio, fu erroneamente attribuita dall’Antonini (3) e da qualche autore più recente a monaci del cenobio di S. Mercurio di Roccagloriosa, mentre è provato che essa risale ad asceti provenienti dal Mercurion dei confini calabro-lucani, sede, nel X secolo, di una fiorente eparchia monastica italo-greca. Si spiega così la presenza a S. Nazario (4) del giovane patrizio di Rossano che, per essersi rifugiato in un monastero dell’eparchia, aveva provocato le rimostranze della moglie (Bios, 11-13) e dei parenti nonché l’intervento dello stratega bizantino. Costui minacciò che “sarebbe stata tagliata la mano” (Bios, 16) a chiunque avesse osato tonsurarlo. Per evitare complicazioni il futuro S. Nilo partì verso “un altro dominio nella regione dei Principi”(5) longobardi di Salerno.”. Ebner, a p. 573, nella nota (I) postillava che: “(1) G. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin, Paris, 1904, p. 269. Il ‘Bios’ di S. Nilo fu scritto da S. Bartolomeo il giovane. Fu appunto il Gay a ricostruire l’itinerario di S. Nilo dal Mercurion calabro a S. Nazario (p. 270), v. pure Cappelli, cit., p. 35 sgg. e Giovannelli cit., S. Nilo ecc…, nota 17 a p. 129 sgg. Su S. Nilo il Sinaista, v. Giovannelli cit., S. Nilo ecc.., p. 125 sgg.”. Ebner, a p. 573, nella nota (3) postillava che: “(3) Antonini, cit., p. 333”. Ebner, a p. 573, nella nota (4) postillava che: “(4) Bios, 30: “Per tutti i quaranta giorni che (Nilo) ebbe a dimorare nel monastero del grande Martire S. Nazario, dove aveva rivestito l’abito monastico”, v. pure ‘Bios’, 25: “Qui (S. Nazario) reso l’ossequio devoto all’egùmeno ed a tutti i fratelli (i monaci), e scongiuratili di pregare per lui il Signore, fu da essi accolto come figlio e fratello diletto”.”. Ebner, a p. 573, nella nota (5) postillava che:  “(5) “En tois meresi ton prinkipion” Cod. Cript. cit.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi” parlando del casale di “S. Nazario”, a p. 574, in proposito scriveva che: “Più lontano il monastero di Rofrano (Km. 12), ove la tradizione vuole che S. Nilo vi avesse fondato una chiesa dedicata alla Vergine, detta poi di Grottaferrata (7).”. Ebner, a p. 574, nella nota (7) postillava che: “(7) Sull’abate Leonzio del documento di Ruggiero II, v. Giovannelli cit., p. 134 sg.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi” parlando del casale di “S. Nazario”, a p. 574, in proposito scriveva che: “Sia sull’abbazia che del casale sappiamo ben poco fino ai primi del XVI secolo, fino a quando cioè documenti sicuri affermano che il luogo era nella giurisdizione spirituale del vescovo di Capaccio (8). Le notizie in nostro possesso non ci forniscono elementi sicuri circa il rito praticato nella chiesa di quel cenobio, sappiamo di certo che la decadenza dei monasteri italo-greci continuò sotto la dominazione angioina e aragonese, specialmente con il diffondersi dell’istituto della commenda. Nel ‘400, però, sacerdoti di rito greco officiavano a Ceraso e a Cuccaro. Nel 1463 re Ferrante (N Q, f 169) donò S. Nazario al genero Antonio Piccolomini, duca di Amalfi, pi escluso dalla donazione che costui fece a G. Battista Saracino (N Q, f 98). Etc….che il duca aveva fatto di S. Nazario ed Eremiti un suffeudo, poi venduto a Giovan Alessandro Loffredo (10). Etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 575, in proposito scriveva che: “Poiché Pio IV con la bolla del 1564 trasferì S. Nazario ed Eremiti sotto la giurisdizioe del Capitolo di S. Pietro di Roma, è da presumere che la badia, culla della Congregazione niliana, sia stato probabilmente riconosciuto un ruolo diverso.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 575, in proposito scriveva che: “Scrive l’Antonini (p. 333) che calando da S. Mauro la Bruca “verso Tramontana in basso luogo su di un fiumicello, viene il casale di S. Nazario. Etc….Lo stesso autore, dopo essersi soffermato sulla fondazione del casale, da lui attribuito all’abbate Richerio di Montecassino e aver accennato a un certo monaco (Nantaro) che avrebbe poi donato la cella da lui elevata all’abate anzidetto, indugia (p. 334) sull’arrivo colà di Nilo da Rossano. Conclude affermando l’infondatezza delle ipotesi che attribuiscono la fondazione del casale ad epoca successiva all’arrivo di S. Nilo nel luogo, mentre ritiene valida l’opinione di p. Lubin che ne attribuisce invece la fondazione ai seguaci di S. Basilio.”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 334, secondo il Di Stefano, nella nota (1) postillava che: l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; etc…”. L’Antonini scriveva che l’Anonimo Cassinese (….), nel suo chronicon pubblicato dal Pellegrino (….) riportava la seguente notizia: “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV.“, che tradotto significa che: “nell’anno 1040. Richerio l’Abate cacciò i Normanni dalla Terra di S. Benedetto. Richerio l’Abate fu deposto nell’anno 1044.”. L’Antonini, nel Discorso VI, a pp. 333-334 scriveva che: “Il Casale di S. Nazario…..Siccome vidi alcune carte fattemi leggere dall’Abbate Varese Canonico di S. Pietro di Roma, riconosce questo luogo sua fondazione da Richerio (I) Abate di Montecasino, il quale cominciò il suo governo nel MXLIV e morì nel MLIV. Egli fondò questo casale col titolo di S. Nazario dall’altra parte del fiumicello, all’incontro, dove era fondata la Badia ch’oggi serve di Parrocchia agli abitanti, e che trovasi commendata dal Capitolo di S. Pietro in Roma, colla giurisdizione spirituale anche del vicino casale degli Eremiti per bolla di Pio IV del MDLXIV. Il Mabillon nel libro degli Annali Benedettini scrive, che prima era una cella fondata già dal monaco Nantaro, il quale la donò all’Abbate Richerio. Ma verrebbe la Badia esser molto più antica sentendo ciò che scrive ‘Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29. poichè vuole che S. Nilo, verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Rocca gloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario. Or essendo S. Nilo nato nel CMVI in Rossano e morto nel MII. in Paterno di Campagna, ne viene in conseguenza, che la Badia era già fondata; nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori. L’Autore Greco nella Vita di questo Santo nel fol. 8 vi aggiunge, che fu dal Superiore del Monistero di S. Mercurio mandato a quel di S. Nazario, ed ivi (fol. 15), prese l’abito: “Ea lege (secondo la traduzione, che ci va accanto) ut ne plus quadraginta dies in illo Monasterio moretur; sed cum bona ejus venia, & benedictione liceat sibi reverti ad Patres, quibus initio addictus esset”. Questa autorità mi fa credere che, o che essendo qui prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche ‘Cella’ chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abbate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, ne dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Etc…”. L’Antonini, a p. 334, nella nota (I) postillava che: “(I) Ecco cosa dice l”Anonimo Cassinese’ “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV. Camillo Pellegrino però nella ‘Serie degli Abbati di Montecasino’ vuol che Richerio fusse Abate a Kal. Junii MXXXVIII. add. III. etc…etc…”. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro II, a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara, in proposito scriveva che: “Da antiche scritture si ha, per testimonianza dello stesso P. Peduto, che Richerio fu Abate di questo Monastero nell’anno 1038 scrive il Baron Antonini par. 2 Disc. 6, aver ricavato da alcune carte fattegli leggere dall’Abate Vereso Canonico di S. Pietro di Roma, che detto Richerio, essendo Abate in Monte Casine, in dove incominciò il suo governo nel 1044, e morì nel 1054 fondò il casale di S. Nazario nella valle di Novi, Casale di Cuccaro. Porta poi nella nota 1 pag. 334, che l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; onde congettura l’Antonini, che la fondazione di S. Nazario poté seguire tra gl’anni 1038, e 1055 in quanto, Richerio fusse stato Abbate di S. Pietro nel 1038, non contraddicono le Carte dell’Abbate Varese, ne l’Anonimo Cassinese, perché dopo dett’anno poté esser eletto Abbate di Monte Casino, ma ostarebbe l’epoca del Pellegrino, che lo vuole in Monte Casino dal primo di giugno 1038, onde io credo più esatta l’epoca dell’Anonimo, e delle Carte suddette, e tanto più, che trovandosi Abbate di S. Pietro, gli fu più facile fondare detto Casale di S. Nazario, perché S. Pietro l’è in distanza di circa miglie venti, e Monte Casino di circa cento trentadue; Ma se vogliasi per vera piuttosto quella di Pellegrino, credere si deve, che fu eletto Richerio Abbate di Monte Casino al primo di giugno 1038 in tempo era Abbate di S. Pietro, nel qual tempo poté detto Casale fondare, e poi andò a presedere in Monte Casino.”. Il Di Stefano scriveva che: “Da antiche scritture si ha, per testimonianza dello stesso P. Peduto, che Richerio fu Abate di questo Monastero nell’anno 1038 scrive il Baron Antonini par. 2 Disc. 6, aver ricavato da alcune carte fattegli leggere dall’Abate Vereso Canonico di S. Pietro di Roma, che detto Richerio, essendo Abate in Monte Casine, in dove incominciò il suo governo nel 1044, e morì nel 1054 fondò il casale di S. Nazario nella valle di Novi, Casale di Cuccaro.”. Il Di Stefano cita ancora l’Antonini. Altre notizie dell’Abbate Richerio provengono da altri autori e riguardano la fondazione dell’Abbazia di Montecassino. Sulla Treccani on-line leggiamo che Richerio era un monaco bavarese (m. 1055); reggeva l’abbazia di Leno (Brescia) qundo fu eletto (1038) abate di Montecassino per la protezione dell’imperatore Corrado II. Combatté contro Pandolfo di Capua, il conte d’Aquino e altri signori per ricuperare i patrimonî abbaziali da quelli usurpati.

Nel 1033, il monastero benedettino e la chiesa dal titolo “Obedientia Sanctae Catarinae'”, tra Molpa e Pisciotta (località “Pantana”), vicino Caprioli

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 scriveva che: “Nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio, e mezzo dal mar lontano, era un picciol Monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. L’Antonini scriveva che in una carta del 1033 veniva menzionato un piccolo monastero di Benedettini “colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. Dunque, il barone Giuseppe Antonini parlando di Pisciotta cita un documento dell’anno 1033. Da dove provenisse la notizia citata dall’Antonini non ci è dato sapere. Antonini cita due notizie. La prima è quella di un documento dell’anno 1033 e l’altra è quella di una chiesa “Obedientia” di S. Caterina che viene citata nel documento del 1033. L’Antonini introduce la notizia del documento del 1033 e della chiesa di S. Caterina citando l’autore di una Relazione redatta dal notaio Giovanni Antonio Ferrigno, originario di Pisciotta. Infatti, sempre a p. 330, l’Antonini scriveva che: “Era allora Pisciotta un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno suo Cittadino (2), avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. . Dunque, l’Antonini scriveva che l’area di Caprioli e di Pisciotta, un tempo apparteneva alla città di Molpa che, secondo una cronaca del tempo pare sia scomparsa definitivamente a causa dell’incursione barbaresca dell’11 giugno 1464. Di questa incursione e dei territori interessati ne parla la Relazione del notaio Ferrigno. L’Antonini, a pp. 330-331, nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”. Su questa relazione e le notizie storiche in essa contenuta ho parlato in un altro mio scritto. Sull’antico documento del 1033, ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Mancano documenti del tempo. Solo nell’Antonini (13) ne è cenno di uno del 1033, nel quale sarebbe stata notizia di un piccolo monastero di benedettini nei pressi della Molpa (località “la Panta”) noto come “obbedientiae sancte Caterianae” (14). Ecc..”. Ebner, a p. 172, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Antonini, cit., p. 331. Mancano più chiare indicazioni. Si tenga presente che tutti gli antichi scrittori ignoravano l’esistenza nel luogo di monasteri di altri Ordini. Ecc..”. Pietro Ebner (…), ne accenna anche nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 322 parlando di Pisciotta in proposito scriveva che: “Allora Pisciotta era, secondo il Ferrigno, casale della Molpa e contava pochi abitanti. In località “La Pantana” (un miglio e mezzo dal mare) vi era un tempo (a. 1033) un piccolo monastero con la chiesa di S. Caterina (S. Caterina santa greca) nota come “obedientia Sanctae Caterinae”. Riguardo la relazione del Ferrigno o Ferrino citata dall’Ebner a p. 322, vol. II, sempre parlando di Pisciotta egli a p. 318 nella sua nota (7) postillava che: “(7) In un ms conservato nella Cancelleria del SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7) G. A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ms della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Dunque, secondo la Relazione del notaio Giovanni Antonio Ferrigno (….), originario di Pisciotta, citato dall’Antonini, un documento dell’anno 1033 menzionava la “Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”, che si trovava alla Molpa “in località “La Pantana” (un miglio e mezzo dal mare)”, che Ebner chiama “La Panta”. La chiesa ed il piccolo Monastero di Benedettini si trovava non molto distante e nel territorio della Molpa che, fino all’anno della sua completa distruzione, 1464, esisteva come piccolo casale e possedeva anche la terra di Pisciotta. Sul titolo alla chiesa dedicata a Santa Caterina, Ebner, a p. 172, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Manca qualsiasi altra notizia del documento, come del monastero e della chiesa, nel caso dedicata alla Vergine di Alessandria (Caterina della ruota) torturata e decapitata per ordine dell’Imperatore Massimino Dala, la popolare santa anche padrona dell’Università di Parigi.”. Ebner, riguardo questo documento del 1033 citato dall’Antonini, in proposito nella sua nota (14) postillava che: “(14) Manca qualsiasi altra notizia del documento, come del monastero e della chiesa, ecc…”. Ebner parlando dell’antico Monastero di Benedettini e della sua chiesa dedicata a S. Caterina, in proposito scriveva che: “dedicata alla Vergine di Alessandria (Caterina della ruota) torturata e decapitata per ordine dell’Imperatore Massimino Dala, la popolare santa anche padrona dell’Università di Parigi.”. La chiesa che, secondo l’Antonini veniva citata in un documento del 1033 è una “Ecclesiam Obedientiae”.  Sulla località detta “La Pantana”, presso la Molpa dirò in seguito. Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola”, a p. 48, dove riferendosi alla carta d’epoca Aragonese da me scoperta e conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, in proposito scriveva che: “….approssimativamente, che la riva interna dell’antica laguna. Di questa restano oggi solo le tracce toponomastiche nei nomi delle contrade Pantano, Lacci e Lago, evidenti derivazioni dal latino ‘lacus’ (70), nonchè nel toponimo, ancor più esplicito, di “Mare Morto”. Dopo il “Promontorio Pissunto”, la carta evidenzia “Pissunta” ecc…”. Il Barra, a p. 48, nella sua nota (70) postillava che: “(70) L’Antonini (La Lucania, vol. I, p. 331) ricorda che “nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio e mezzo dal mar lontano, era un picciol monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del 1033 ‘Obedientia Sanctae Caterina’”, forse alle dipendenze della vicina abbazia di S. Mauro, all’epoca ancora benedettina, prima di divenire basiliana.”. Dunque, secondo il Barra, la chiesa di S. Caterina (che in una donazione del 1033 era chiamata “Obedientia Sancti Caterina”) ed il “picciol monistero di Benedettini” (come lo chiama l’Antonini), secondo Francesco Barra (…..) doveva essere “forse alle dipendenze della vicina abbazia di S. Mauro, all’epoca ancora benedettina, prima di divenire basiliana.”, ovvero doveva essere dipendente della vicina Abbazia Benedettina di S. Mauro (oggi un casale detto San Mauro La Bruca). Sull’Abbazia di San Mauro ho fatto un doveroso approfondimento. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi” parlando di S. Mauro La Bruca, a pp. 566-567, in proposito scriveva che: “Nessun documento, finora, però, mostra la sicura esistenza di un cenobio in quel luogo e in quei tempi, specialmente se si esclude che il toponimo in parola possa identificarsi nell’omonimo complesso monastico di cui si legge nella donazione all’abbazia cavense del signore di Novi nel 1104, confermata da un successore nel 1186. Nel qual caso cadrebbe anche l’altra interessante ipotesi tendente a vedere appunto in questo di S. Mauro il “vicino” cenobio che l’egùmeno di S. Nazario avrebbe voluto affidare (Bios, 26) a S. Nilo “subito dopo averlo consacrato a Dio con la confessione”……Arminia Carrafa, figlia di Giacomo. Quest’ultimo, in occasione del matrimonio della figliuola le promise come dote i casali di S. Severino di Camerota, S. Mauro e S. Martino (10). Feudi e giurisdizioni di cui fu investito alla morte del padre Ferrante il figliuolo Arminio (a. 1533). Nei repertori (11) è notizia della permuta intervenuta nel 1570 tra il duca di Monteleone e il suo segretario G. Battista Farao di S. Mauro con Abatemarco (v.)(12). Non meno interessanti le notizie dei Cedolari (13) ecc… La Platea dei Celestini di Novi (n. 41) ci informa della vendita avvenuta nel 1353 da parte di Notare Lotterio e di notare Nicola di S. Mauro di ua chiusa di quel casale “ubi dicitur Maurogentilio”, mentre il polittico di S. Barbara di un tel “magister Franciscus de Santo Mauro”. L’Antonini (p. 333) nel confermare l’appartenenza di S. Mauro la Bruca all’Ordine di Malta, così affermava: “Lontano dal corso di questo fiume (Melpi e Rubicante) sulla dritta due miglia, e quattro da Pisciotta, su di un’ennesima collina, trovasi S. Mauro della Bruca, chiamato così a differenza d’altri, che vi sono di questo stesso nome. Appartiene la Terra con Rodio alla Religion di Malta ecc…”. Sempre Ebner a p. 569 scriveva che: “L’11 giugno del 1679 Domenico Tomeo di Castinatelli estinse un debito contratto con il parroco Giacomo Rocca della chiesa di S. Eufemia di S. Mauro “cappelle Sancti Nicolai sitae in territorium feudi Molpae in loco non cupato S. Nicola”. Ebner, a p. 567 cita il Volpi (….) a p. 211. Ebner scriveva  “Le prime notizie sicure del casale risalgono al XIII secolo, quando cioè troviamo S. Mauro già unito con Rodio come feudi di Commenda dell’Ordine di Malta dipendenti dal baliaggio di S. Eufemia, come conferma anche il Volpi, p. 211.”. Ebner si riferiva a Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia dei Vescovi de Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”, del 1770, che forniva la notizia a p. 211 dell’appartenenza di S. Mauro e di Rodio al Sovrano Ordine di Malta, già Ordine dei Giovanniti. Ma forse S. Mauro non ha attinenza, come invece sostiene il Barra (…), in quanto recentemente la studiosa Germana Ottati ci parla della vicina Caprioli. Su Wikipedia leggiamo che Caprioli si trova sulla costa tirrenica, lungo la SS 447. Caprioli è una frazione del comune di Pisciotta, in provincia di Salerno. Dista circa 5 km da Pisciotta e da Palinuro. Il paese è composto dalle contrade di “Valle di Marco” (dov’è la stazione e il celebre Cenotafio di Palinuro, Caprioli “C”, “Fornace” (sempre sul litorale), “Santa Caterina” (in collina, sulla provinciale per San Mauro la Bruca e Futani), “Villa Verde” (dove si può ammirare il golfo di Palinuro) e “Pedali”, dove si trova una sorgente d’acqua. Su questa chiesa “Obedientia”, ossia “dipendenza” di S. Caterina ha scritto Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”. Ella, a pp. 25-26, parlando della chiesa “Obedientia” di S. Caterina a S. Mauro la Bruca e a Caprioli, in proposito scriveva che: “Interessante, invece, è la laconica annotazione che lo stesso Antonini riporta nel suddetto brano, vale a dire che il supposto monastero era una ‘obedientia’, cioè una dipendenza. Il che fa porre l’altra domanda, da quale struttura religiosa dipendesse. Ecc... Riguardo, invece, alle origini Benedettine, ipotesi dell’Antonini, Germana Ottati (….), a p. 25 opinava che: “La suggestiva annotazione dell’Antonini (16) circa la presenza, fin dal 1033, di un “picciol Monisterio di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina”, ha da tempi non recenti aperto il dibattito sulla possibile ‘colonizzazione’ monastica del luogo: ma non certo benedettina, relativamente a quell’epoca e a quei luoghi. A parte il fatto che l’Autore, per lo più preciso in altre occasioni, ora non indica la fonte, né ci è stato possibile reperire il documento nel pur ricchissimo Archivio della badia di Cava, va precisato che in realtà tale data non può collegarsi con la presenza dei Benedettini in quanto costoro all’epoca non erano ancora presenti nella zona, e comunque, come vedremo qui appresso, il luogo risulta orbitare sempre in ambito greco-bizantino, a differenza della vicina San Mauro (17). Se monastero o culto di S. Caterina vi era allora, è da ricondurre il tutto ai monaci bizantini.”. La Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, ci parla di questo documento citato dall’Antonini e a p. 18 parlando di Caprioli, in proposito scriveva che: “Una terza teoria, infine, è quella che ipotizza la presenza in loco di un antico cenobio basiliano, di cui tuttavia, non sono state rinvenute tracce materiali.”. La Ottati, a p. 23, in proposito scriveva che: “L’attuale chiesa parrocchiale di Caprioli è dedicata a S. Caterina di Alessandria (d’Egitto). Il culto è presente in zona almeno dal VII-VIII secolo, se è vera, come crediamo, l’ipotesi che sia stato portato qui dai monaci bizantini. Ma la prima attestazione la troviamo in un non ben chiaro documento del 1033 e, dopo secoli, in un vicino centro abitato – San Mauro la Bruca – compare per la prima volta una sua immagine, dipinta nel succorpo della chiesa di Sant’Eufemia, che era stata eretta verso la fine del XV secolo dai Cavalieri di Malta (titolari del feudo fin dalla seconda metà del XIII secolo (10) e consacrata nel 1511. La santa è raffigurante nell’affresco (11) del presbiterio ai piedi della croce, in posizione preminente rispetto a quelli laterali che ritraggono momenti del martirio di S. Eufemia.”. La Ottati, a p. 23, nella sua nota (10) postillava che: “(10) A. Pellettieri, Le città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio, Ed. Altrimedia, Roma, 2007”. Dunque, la Ottati, a p. 24, in proposito aggiungeva che: “Si potrebbe dunque arguire che il culto della santa sia giunto a Caprioli per merito dei Cavalieri di Malta, titolari del limitrofo feudo di San Mauro la Bruca e Rodio. In realtà queste contingenze vanno considerate in confluenza di altri elementi più antichi che ci rimandano ai monaci basiliani.”. Sull’antico documento del 1033, citato dall’Antonini, la Ottati, a p. 26 e sgg., aggiunge che: “Interessante, invece, è la laconica annotazione che lo stesso Antonini riporta nel suddetto brano, vale a dire che il supposto monastero era una ‘obedientia’, cioè una dipendenza. Il che fa porre l’altra domanda, da quale struttura religiosa dipendesse. Il vuoto documentario di alcuni secoli non ci consente di seguirne la storia: ma da una platea del 1613, che richiama ad un’altra precedente del 1480, apprendiamo una notizia, sebbene indiretta, che certamente risulta di estremo interesse e che ci permette di assegnare la chiesa di Santa Caterina di Caprioli come ‘obedientia’ della badia greca di S. Pietro di Licusati. Più precisamente, non un monastero ma una struttura religiosa che ricadeva nell’ambito di quella, quindi propriamente una ‘grancia’, con le sue pertinenze, che l’Antonini, per coerenza, avendo parlato di un monastero benedettino, riporta con il termine di ‘obedientia’.”. La Ottati a p. 26 scriveva pure che: “Se prendiamo in considerazione la data del 1033 unitamente agli elementi connessi riportati dall’Antonini, e li interpretiamo alla luce di quanto accennato sopra, allora possiamo arguire che la grancia fu legata alla badia di San Pietro di Licusati fin dal primo costituirsi di questa come struttura monastica preminente, indubbiamente grazie alla generosa quanto interessata politica condotta dai principi longobardi di Salerno.”. Sempre la Ottati, a p. 29, riferendosi all’Abbazia di San Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “….Cilento e alla Molpa. Nell’ambito di quest’ultimo territorio rientrava la chiesa di Santa Caterina con le sue pertinenze, che indirettamente troviamo documentata per la prima volta nella citata platea del 1480 (23) e che seguì le sorti dell’antico cenobio.”. La Ottati, a p. 29, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Ebner Pietro, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, in Studi sul Cilento, op. cit., Vol. II, pp. 217-33.”. Infatti, Pietro Ebner scoprì nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania una platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati, di cui ho parlato in un altro mio saggio. La Ottati, a p. 29 scriveva che: “Che cosa era accaduto per cui questo si preoccupò di redigere un inventario di tutti i suoi beni? L’avvenimento più prossimo degli anni precedenti, era stata la distruzione di Molpa, l’antica città che sorgeva sull’omonima collina attigua al Capo Palinuro, tra le foci del Lambro e del Mingardo, che cadde l’11 giugno 1464.”. La Ottati, a p. 30 scriveva pure che: “La badia allora, anche in considerazione delle facili usurpzioni che i signorotti locali usavano fare ai danni dei beni eccllesiastici in simili contingenze, nel 1480 fece redigere l’inventario, una platea (“confecta in anno 1480”)(26) dei beni i quali sono per lo più gli stessi che saranno riportati nella successiva del 1613, nella quale la prima è richiamata più volte. E, nello specifico, apprendiamo dell’esistenza di una chiesa di S. Caterina, ‘grancia’ (dipendenza) della badia di San Pietro di licusati, che nel 1480 possedeva gli stessi beni che avrà ancora nel 1613: in questa platea, infatti, è chiaramente riportato: “Beni che possiede la venerabile abbazia di San Pietro di Licusati nella Terra della Molpa, lì dove è denominato Santa Caterina (come risulta dal vecchio inventario) al foglio 148, e sono nello specifico: anzitutto una Cappella chiamata S. Caterina quale è grancia di detta Abbazia, quale tiene un territorio che confina con li sottoscritti fini, videlicet, confina con il fiume detto di S. Caterina, con la cima di Monti detti la Pietra del Corvo con il Territorio della Molpa detto lo tenimento della Fustella, con il loco detto la Battaglia, confina con l’Ayra di Spirito con la via pubblica et va al casale olim detto Buragano e si congiunge con detto fiume di S. Caterina, fra li quali confini stanno situati li detti beni redditizi a detta Abbazia dagli homini di Pisciotta et altri (27).”. La Ottati, a p. 30, nella sua nota (26) postillava che: “(26) P. Ebner, Dimensione fondiaria, op. cit., p. 217.”.  La Ottati, a p. 30 prosegue il suo racconto analizzando i toponimi citati nella Platea del 1613 pubblicata da Ebner e cita anche la mappa Aragonese da me scoperta presso l’Archivio di Stato di Napoli. Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, a pp. 39-40 in proposito scriveva che: “Dopo appena un ventennio dai disastrosi saccheggi dei pirati turchi, la chiesa di Santa Caterina, con le sue pertinenze (le stesse del 1480), continuerà e seguirà le sorti della badia di San Pietro Licusati, la quale nel 1564 era stata aggregata alla cappella del Presepe della basilica di S. Pietro a Roma con la bolla del papa Pio VI………Tra queste, per quanto ci riguarda, abbiamo già osservato, vi erano alcune terre nel territorio della Molpa che costituivano la ‘grancia di Santa Caterina’, che facevano capo alla chiesa omonima e che vengono elencate nella nuova platea del 1613. Qui, però, la chiesa ci appare riportata non attigua al fiume, come invece indicato nella cartina del Quattrocento, di cui abbiamo detto sopra: tanto, perchè sembra di poter leggere in quel “tiene un territorio che confina…..con il fiume detto di S. Caterina” che fosse il territorio, e non la chiesa a confinare col detto fiume. In realtà, la descrizione dei confini ci dice indirettamente che non vi era più l’abitato de ‘la Pantana’, avvalorando l’ipotesi del suo definitivo abbandono nel 1552, ma al contempo corrisponde con estrema precisione alla topografia odierna.”. La Ottati, a p. 41 scriveva pure che: “La cappella rimase sempre di piccole dimensioni, marginale, per la quale non abbiamo le visite pastorali né altri documenti, in quanto fece sempre parte della badia di San Pietro di Licusati, quindi esente dai vescovi di Capaccio per i quali si conservano gli atti nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania. Apprendiamo da una nota del Giustiniani che, ancora a fine Settecento, era soggetta all’abate di San Nazario il quale esercitava la giurisdizione episcopale su un ampio territorio nella qualità di vicario pro tempore del Capitolo della basilica romana di San Pietro (47) (sarebbe una fortuna se in questo archivio fossero conservati documenti, sfuggiti all’usura del tempo e all’incuria degli uomini, che fanno riferimento alla nostra chiesa!). E questo fino all’eversione della feudalità e alla soppressione dei monasteri avvenute nel periodo francese. Risulta invece nel catasto provvisorio del 1815, detta ancora semplicemente “cappella di S. Caterina”, rientrante già nell’ambito del territorio del Comune di Pisciotta, ubicata nella località allora detta ‘Catiello’ (48).”. La Ottati, a p. 41, nella sua nota (47) postillava che: “(47) L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, vol. VIII, p. 199; cfr. anche Ebner, Dimensione fondiaria di ….., op. cit., p. 218”.

Nel 1045, il principe longobardo Guaimario IV (V) concede l’annessione di Rofrano all’Abbazia basiliana di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano

La studiosa Giovanna Falcone (…), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi Aromaudo), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’, scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe  (197).”. La Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. Dunque, la Falcone scriveva che: “….alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe  (197).”. La Falcone (…) nella sua nota (197) citava il testo di Filippo Bulgarella (…). Il Bulgarella (…) scrisse pure il saggio ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, da p. 13 a p. 43 che è stato pubblicato nel del testo a cura di Nicola Cilento (…) AA.VV., ‘Storia del Vallo di Diano’, vol. II, 1982. Il Bulgarella (…) cita anche Venturino Panebianco (…), e il suo saggio: ‘Osservazioni sull’eparchia monastica del Mercurion e il thema bizantino di Lucania’ che, scriveva il Bulgarella “avanza la poco convincente ipotesi che capitale del tema lucano fosse Rossano”. Esaminiamo ciò che scrive la Falcone. Giovanna Falcone (…), cita un episodio, precedentemente citato da Giovanelli (….) e poi da Pietro Ebner (….). La Falcone (…), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Gastone Breccia (….), ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in sostanza, i due studiosi, citano un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre. Pietro Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Infatti, l’episodio fu raccontato da Pietro Ebner (….) nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973 che, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 33 parlando della visita di S. Bartolomeo al principe Longobardo Guaimario IV, in proposito scriveva che: “E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e della moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregoro I “Romanorum ducis etconsul”) di papa Giovanni XI all’Abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastro italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze.”. Ebner scrive in sostanza che la visita di S. Bartolomeo (il monaco Bernardo coofondatore di S. Maria di Grottaferrata insieme a S. Nilo) al principe Longobardo Guaimario V nel 1145 fa risalire l’annessione di Rofrano all’Abbazia Tuscolana di S. Maria di Grottaferrata. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Gustavo Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.”, e poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Lo studioso locale Giuseppe Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (…), a p. 33, cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (3), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, p. 33, che cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Il Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Gustavo Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del Crisobollo di re Ruggero II, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria. Il motivo principale per cui ritengo che non vada del tutto accantonata è di nuovo nel Crisobollo di Ruggero: il re normanno dice infatti di essere stato visitato a Palermo da Leonzio, ‘praepositus’ di Grottaferrata, e di avere accolto le sue preghiere. Leonzio ha dunque intrapreso un lungo viaggio per chiedere qualcosa di preciso al nuovo sovrano: è un particolare che rende più probabile pensare a diritti già esistenti, da confermare ed eventualmente ampliare, piuttosto che la richiesta di una donazione completamente nuova.”. La Falcone (10) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. La Falcone (…), cita un episodio, precedentemente citato da Giovanelli e poi da Ebner. La Falcone (10), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in sostanza, i due studiosi, citano un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre. Anche secondo Gustavo Breccia non esiste alcun documento degli anni intorno al 1045, in cui il principe longobardo di Salerno, Guaimario IV, comunemente detto Guaimario V, facesse delle concessioni a S. Benedetto ed alla chiesa delle nostre terre. Dal punto di vista strettamente bibliografico, le notizie citate da Ebner, provengono dallo Ieromonaco Giovanelli (…), il quale scrisse su Rofrano e sui privilegi concessi a quella chiesa. Giovanelli (…), cita l’episodio di S. Bartolomeo a Salerno in visita al principe longobardo Guaimario V, e trae questa notizia da un antichissimo codice greco che racconta la vita o la biografia di S. Bartolomeo che fu discepolo e biografo di S. Nilo. La notizia della donazione di Guaimario V, dunque, proviene proprio dal ‘bios’ di S. Bernardo. Anche se al momento non conosciamo il documento con cui il prinicipe longobardo di Salerno Guaimario V, concede alla chiesa alcuni privilegi e proprietà, possiamo dire che detta donazione è citata nell’antico codice manoscitto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata. La Falcone (…), cita un episodio, precedentemente citato da Giovanelli e poi da Ebner. La Falcone (…), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in sostanza, si cita un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre. L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò a Salerno a fare visita a Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. Sull’episodio del 1045 che Bartolomeo andava in visita a Salerno a pregare Guaimario V non mi soffermerò ma cercherò di porre l’attenzione alla notizia “ipotesi” di alcuni studiosi come suggeriva la Falcone. La studiosa Giovanna Falcone (….), sulla scorta della Follieri (….), cita un episodio raccontato nel ‘bios’, o biografia di Bartolomeo, discepolo e a sua volta biografo di S. Nilo, che fondò insieme al Santo, l’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, da cui dipese quella di Rofrano, e parte delle nostre terre nel secolo XII. La biografia di Bartolomeo Criptaferrarese, è scritta nel manoscritto greco ‘Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis’, tratto dal Codice Vaticano 1989, f. 156 b. e s. Probabilmente, questo codice greco, fu scritto proprio dall’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo:

cod.vat.gr.1989, f. 156 b.

(Fig. 5) F. 156 b., tratta dal codice greco ‘Vat.gr.1989’, il ‘bios’ (la vita) di S. Bartolomeo di Grottaferrata (?, discepolo di S. Nilo), manoscritto dal suo biografo, il monaco Lucà, trascritto e pubblicato nel 1853 dal Mai (…) di cui, quì di seguito pubblichiamo le pagine da 530 e s. sulla lode a S. Bartolomeo.

Mai A., p. 530

(Fig….) Encomio a S. Bartolomeo, pubblicato dal Mai (…), pp. 530-531-532-533

L’Ebner (3), a p. 33, sulla scorta (vedi nota (87)) di padre Germano Giovanelli (…), parlando della del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui “S. Bartolomeo” (di Grottaferrata, discepolo e biografo di S. Nilo), che, nell’anno 1045, si recò a Salerno a far visita a Guaimario V. Lo Ieromonaco di Grottaferrata, Germano Giovanelli (…), nel 1949, scrisse alcuni saggi sull’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e le sue dipendenze da quella di Tuscolo (attuale Frascati) a cui lui stesso dipendeva. Padre Germano Giovanelli, Ieromonaco basiliano (…), in un suo pregevole studio del 1962 “Vita di S. Bartolomeo juniore, IV Egumeno e cofondatore di Grottaferrata” (…), a pp. 55 e 75, riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo nel XII secolo. Giovanelli (…), nel suo saggio ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, che troviamo anche nella ristampa del libro del Ronsini (…), per i tipi di Forni, oppure nell’altro suo saggio ‘San Bartolomeo abbate di Grottaferrata’, che scrisse nel 1942, sulla scorta del Padre Antonio Rocchi (…)( si vedano le due note (23-24, dove si indica da p. 17-19 e da p. 121-122, della ‘Vita di S. Nilo’), riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo nel XII secolo. Padre Giovanelli (…), scrisse su Rofrano e sui privilegi concessi a quella chiesa e, cita l’episodio di San Bartolomeo che si reca a Salerno in visita al principe longobardo Guaimario V e,  traeva questa notizia da un antichissimo codice greco che racconta la vita o la biografia di S. Bartolomeo che fu discepolo e biografo di S. Nilo. Il Giovanelli (…), però, pur citando l’interessante notizia storica sui fatti di Bartolomeo, recatosi a Salerno dal principe longobardo Guaimario V (episodio peraltro riportato da Schipa ed altri studiosi), cita solo le connessioni con la famiglia dei Duchi di Gaeta e S. Nilo, episodio risalente all’anno 995, ma non dava nessun riferimento bibliografico relativo all’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. L’episodio di Bartolomeo, che si reca a Salerno, di cui parla lo stesso Giovanelli (…), è tratto dalla vita o ‘bios’ di S. Bartolomeo, scritta dal suo biografo, l’egumeno Luca o Lucà. La notizia della donazione di Guaimario V, dunque, proviene proprio dal ‘bios’ di S. Bernardo. Anche se al momento non conosciamo il documento con cui il principe longobardo di Salerno Guaimario V, concede alla chiesa alcuni privilegi e proprietà, possiamo dire che detta donazione è citata nell’antico codice manoscritto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata. La Treccani, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano”, si scrive che nel 1045 Bartolomeo, si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. Bartolomeo morì verso la metà del secolo, probabilmente nel 1055. Secondo la Treccani, Bartolomeo di Grottaferrata, Santo, nacque a Rossano Calabro e come S. Nilo, da una nobile famiglia calabrese, che seguì, ritirandosi nella solitudine del Monastero di Serperi presso Gaeta, mutando il nome di Basilio in quello monastico di Bartolomeo. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo, insieme fondò la badia greca di Grottaferrata, ed alla morte di S. Nilo nell’anno 1004, si rifiutò di assumerne la successione. Ma, morto il terzo abate (igumeno) Cirillo, accettò la direzione del monastero, che sotto di lui si mantenne un centro importante di cultura. Egli viene anzi considerato come co-fondatore del monastero, per il quale dettò il tipico (v.). Per suo consiglio il pontefice Benedetto IX avrebbe rinunciato alla tiara e si sarebbe ritirato a Grottaferrata, conducendovi vita penitente. Morì circa l’anno 1065. Abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la “Vita di S. Nilo” (bios), che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Il Rocchi (…), tradusse e pubblicò un’antichissimo codice greco scritto da un monaco greco Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo (che fondò la celebre Badia di Grottaferrata), dove si citano gli episodi riferiti dall’Antonini (…). Il testo di Rocchi è una fedele versione in italiano fatta sul testo greco in originale. Rocchi, scriveva: “Tre versioni latine sono fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal Metius ep. Thermul. di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc. Tom. VI, Paris, 1729) la terza del Caryophilus archiep. Iconien. da luì stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il eh. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo ecc..”. Nel 1864 venne edita la terza biografia di Bartolomeo, a cura del cardinale Angelo Mai (…), nella quale è posta in evidenza l’opera benefica di Bartolomeo per la riforma della Chiesa, insieme ad altre future “colonne ecclesiastiche” dell’epoca tra cui: Lorenzo di Amalfi, Ugo di Farfa, Pietro di Silvacandida e Ildebrando di Soana, poi pontefice con il nome di Gregorio VII. Nella biografia di S. Bartolomeo, scritta dal monaco (egomeno) Lucà, si narra che Bartolomeo, dopo la morte di S. Nilo, intervenne anche ai Sinodi romani del 1036 e 1044; diede prova anche di ottime capacità diplomatiche, riuscendo a placare i dissidi nati tra il duca Adenolfo e il principe di Salerno. Fu molto amico dei pontifici Benedetto VIII e Benedetto IX, riuscendo a convincere ad abdicare quest’ultimo, che si ritirò poi nel monastero di Grottaferrata. Bartolomeo morì forse nel 1055, venne sepolto accanto a san Nilo nella cappella a loro intitolata nel monastero laziale. I fatti riportati dal Giovanelli (…), sono tratti dalla ‘Vita di S. Bartolomeo’, ovvero dal ‘bios’ di S. Bartolomeo (discepolo e biografo di S. Nilo, che scrisse il manoscritto ‘Vita di S. Nilo’,  pubblicato nel 1904 da Antonio Rocchi).

Nell’XI secolo, Roberto il Guiscardo ed i monasteri del tempo Normanno

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, sulla scorta di Bartolomeo Platina (…), ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platina (…), ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, del 1573 (vedi sua nota (47)), a p. 16 (vedi p. 73, versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che intorno al XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati…”. Il Laudisio (…), nella versione curata dal Visconti (…), a p. 16, nella sua nota (47), postillava in proposito che: “(47) Platin. In vita Steph. papae IX.”. Il Laudisio (…), alla sua nota (47), postillava che la notizia era stata tratta da Bartolomeo Platina (…), ‘In vitae Stephano papa IX’ che,  stà in Bartolomeo Platina (…), Historia Platinae de vitis Pontificum, del 1573, dove a p. 150 parla della vita di papa Stefano IX:

Platine, p. 150.PNG

(Fig…) Bertolomeo Platina (…) ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, 1573, p. 150

Bartolomeo Platina (…), nel 1540, nella sua opera ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, a p. 170, scriveva che durante il pontificato di papa Stefano IX:  “Hoc ferè tempore & Henricus tertius in locum Henrici patris demortui sufficitur: & Alexius Nicheforo imperatori Costantinopolitanum succedit. Et Robertus Guiscardi Graecos magno praelio superatos, è Calabria omnino expulit, relictis tantum modo Graecis sacerdotibus, qui usque ad nostram aetatem linguam seruant cum moribus.”, che tradotto è (più o meno), che durante il pontificato di Stefano IX: In questo periodo di Enrico III posto il padre di Enrico era morto sostituito, e Alessio Niceforo Foca succedette a Imperatore di Costantinopoli. E Roberto il Guiscardo aveva conquistato i greci, una grande battaglia, e Calabria a tutti di guidare, lasciando solo il modo di Greci, ai sacerdoti, che sono venuti anche ai giorni nostri, la lingua della penna veloce a casa con il loro carattere.Il Platina (…), ci parla della conquista delle Calabrie da parte di Roberto il Guiscardo che sconfisse i greci (i bizantini) in una violenta battaglia contro l’Imperatore Niceforo Foca e, scrive pure che il Guiscardo lasciò: “….solo i sacerdoti greci, che erano in fondo alla nostra lingua preservano il suo carattere. accettare di essere diminuita.”.

Nel 1097, Boemondo, Ruggero Borsa e la I Crociata in Terra Santa

Da Wikipedia leggiamo che al Terzo concilio di Melfi, dal 10 al 17 settembre 1089, il Papa Urbano II propose la prima Crociata. Il Pontefice, insieme ai fratellastri normanni Ruggero Borsa e Boemondo I, gettò le basi per costituire una lega allo scopo di liberare dai musulmani la Terra Santa. Iniziò, così, la predicazione per la crociata, che fu formalmente indetta, in seguito, a Clermont. Nel 1096 Boemondo, insieme a suo zio Ruggero I il Gran Conte di Sicilia, stava assediando Amalfi che s’era rivoltata contro il duca Ruggero, allorché bande di Crociati cominciarono ad attraversare l’Italia per dirigersi in Terra Santa. Lo zelo crociato conquistò Boemondo: è possibile che egli abbia visto nella Prima Crociata l’opportunità di realizzare la politica paterna di una espansione verso oriente e avesse sperato, in una prima fase, di ritagliare per se stesso un principato orientale. Goffredo Malaterra con schiettezza afferma che Boemondo prese la Croce con l’intenzione di razziare e conquistare terre greche. Boemondo radunò un contingente normanno, forse la miglior compagine dello stuolo crociato, nonostante i numeri modoesti (il suo contingente assommava all’incirca a 500 uomini su un totale di circa 35.000 crociati). Alla testa del suo esercito egli traversò, partendo da Trani, il Mare Adriatico e, dopo essere sbarcato a Durazzo, si diresse per la Via Egnatia alla volta di Costantinopoli percorrendo, sotto la prudente scorta di Peceneghi inviatagli incontro dall’Imperatore di Costantinopoli, la via che egli aveva tentato di seguire nel 1084. Fece grande attenzione a osservare un atteggiamento “corretto” nei confronti di Alessio e quando arrivò a Costantinopoli nell’aprile 1097 rese omaggio feudale all’Imperatore. Si recò a Gerusalemme nel Natale del 1099, quando Dagoberto da Pisa fu eletto patriarca, forse al fine di impedire la crescita di un forte potere lotaringio nella città. Tutto faceva sembrare che Boemondo fosse destinato a gettare le fondamenta di un grande principato ad Antiochia che avrebbe potuto contenere Gerusalemme. Aveva un buon territorio, una buona posizione strategica e un esercito forte. Doveva però fronteggiare due grandi forze: l’Impero bizantino, che reclamava tutti i suoi territori appoggiato nella sua pretesa da Raimondo di Tolosa, e le forti municipalità musulmane del nord-est della Siria. Contro queste forze egli fallì. Nel 1100, nella battaglia di Melitene fu catturato dai Danishmendidi di Sivas e languì in prigione fino al 1103. Il cugino Tancredi prese il suo posto ma nel frattempo Raimondo s’installava con l’aiuto di Alessio a Tripoli e riusciva così a contenere l’espansione verso sud di Antiochia. Tancredi era figlio di Oddone Bonmarchis, detto Marchisius “il Buon Marchese”, della famiglia dei signori del Monferrato, e di Emma di Altavilla sorella di Roberto il Guiscardo. – Emma era anche il nome di una sorella di Boemondo I d’Altavilla, la cui omonimia ha spesso creato confusione in alcuni autori, i quali, confondendo il grado di parentela tra i due rampolli della casa normanna, hanno erroneamente indicato Tancredi quale nipote di Boemondo principe di Antiochia, anziché suo cugino – Da: Tancredus di Rodolfo di Caen.

Nel 1104, l’Ordine degli Hospitalieri o Cavalieri dell’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme

I Cavalieri Ospitalieri (formalmente Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, detti anche Cavalieri di Cipro, Cavalieri di Rodi e come Cavalieri di Malta), è un ordine religioso cavalleresco nato intorno alla prima metà dell’XI secolo a Geusalemme. In seguito alla I Crociata divenne un ordine religioso cavalleresco cristiano dotato di un proprio statuto, secondo il costume del tempo. Quindi, nel 1113 papa Pasquale II lo rese autonomo e sovrano con il protettorato della Santa Sede. Se fino ad allora l’Ordine seguiva la Regola benedettina, piano piano iniziò ad osservare quella agostiniana. Infine, col maestro Raymond du Puy de Provence, l’Ordine si diede una regola propria, ispirata sempre a quella agostiniana. Ciò che appare inconfutabile è che l’Ordine Ospitaliero fu fondato dal Beato Gerardo de Saxo in seguito alla I Crociata e il cui ruolo di fondatore fu confermato dalla bolla papale “Pie Postulatio Voluntatis” di papa Pasquale II del 15 febbraio 1113. Oltre questo esistono una decina di documenti coevi in cui è nominato Gerardo che acquisì terre e rendite per il suo Ordine per tutto il Regno di Gerusalemme e anche in Europa. La forza crescente dell’Islam alla fine costrinse i Cavalieri ad abbandonare i loro possedimenti storici in Gerusalemme. Dopo la caduta del regno di Gerusalemme (Gerusalemme stessa cadde nel 1187) i Cavalieri si trovarono confinati nella Contea di Tripoli (di Libano) e quando anche San Giovanni d’Acri venne catturata, nel 1291, l’Ordine cercò rifugio presso il Regno di Cipro. Assieme ai Cavalieri Templari, formatisi poco dopo nel 1119, gli Ospitalieri divennero uno dei più potenti gruppi cristiani nell’area. L’Ordine cominciò a distinguersi in battaglia contro i musulmani e i suoi soldati indossavano una sopravveste nera con una croce bianca. Dalla metà del XII secolo l’ordine era nettamente diviso tra membri militari e coloro che prestavano assistenza ai malati. Era ancora un ordine religioso e godeva di privilegi funzionali concessi dal papato, tra i quali l’indipendenza da ogni autorità che non fosse quella del papa stesso, l’esenzione dai tributi e la concessione di edifici religiosi. Paul Guillaume (…), sulla scorta di alcune fonti come Guglielmo di Tiro (…), e Ugo da Venosa (…), ed altri, sosteneva l’origine dell’Ordine Gerosolimitano di Malta, dalla fondazione del monastero di S. Maria della Latina a Gerusalemme e dell’Ospedale annesso fondati da alcuni frati neri che dipesero dall’Abazia di Cava dei Tirreni, e dal loro abate, Pietro Pappacarbone. Paul Guillaume (….), nel suo “Essai Historique sur l’Abbaye de Cava etc…”, a p. 77 (si veda p. 84 edizione a cura di Ruocco), in proposito ai porti del Cilento, che dipendevano a quei tempi dall’Abbazia benedettina, parlando dell’Abbate S. Pietro Pappacarbone, scriveva che: “Gli ‘Ospidalieri di S. Giovanni di Gerusalemme’ erano appena nati in Palestina (1104). Dei pii mercanti di Amalfi avevano d’apprima fondato, nel 1084, (96) col consenso del Califfo d’Egitto, nei pressi del Santo Sepolcro, un monastero, conosciuto sotto il nome di ‘S. Maria della Latina’, come un ospizio o asilo per accogliere i poveri pellegrini. Al fine di attendere ad entrambi gli scopi, come attesta ‘Guglielmo da Tyr’, essi fecero trasferire dal loro paese a Gerusalemme dei monaci con il loro abbate. (97). Questi monaci, secondo ‘Giovanni da Vietri’, portavano l’abito nero (98). Essi seguivano, inoltre, la Regola di S. Benedetto secondo la Costituzione di Cluny; fatto che gli valse, da parte dell’abbate di Cluny, ‘Pietro il Venerabile’ (1123-56) delle lettere di felicitazione. (99) “Ora, chi non distinguerebbe, da tutti questi segni, i religiosi di Cava? Gli arditi navigatori Amalfitani, che a quell’epoca percorrevano il Mediterraneo facendo con l’Oriente un commercio così attivo, sapevano molto bene quali erano i meriti dei discepoli di Sant’Alferio Pappacarbone, la cui dimora principale non era che a qualche ora dal loro paese natale, e che, sulle stesse coste di Amalfi, avevano già molte chiese e priorati. (100)”. Così quando ebbero finito di costruire il monastero e lo spizio di ‘S. Maria della Latina’, essi si diressero, come è tradizione a Cava, dall’abate Pietro, pregandolo di voler prendere la direzione della loro istituzione…..il santo Abate il giorno in cui spedì in Palestina, accanto al sepolcro di Gesù Cristo, una colonia benedetina di Cava. (101). E non è tutto. Sempre secondo ‘Guglielmo di Tyr’, quando i Crociati si impadronirono di Gerusalemme (1099), trovarono nell’ospizio annesso al monastero di ‘Santa Maria della Latina’, un santo uomo, chiamato Gerardo, il quale, durante il tempo delle ostilità, ‘per ordine dell’abate e dei monaci’, serviva umilmente i poveri, (102) cosa che continuò a fare fino alla morte (1021). Il successore di Gerardo, ‘Raimondo du Puy’, cambiò un pò l’ordine nascente, e allo scopo di venire più efficacemente in aiuto ai pellegrini, ‘armò i frati dell’ospizio’. Da quì l’origine, insieme religiosa e militare, degli ‘Ospedalieri di S. Giovanni’ di Gerusalemme, meglio conosciuti tuttavia, a causa dei luoghi che in seguito abitarono, sotto il nome dei ‘Cavalieri di Rodi’ o ‘Cavalieri di malta’. Senza volerci occupare qui della questione, molto dibattuta, di saper se Gerardo, soprannominato Tom, fosse originario del villaggio di Scala, al di sopra di Amalfi, oppure di Marigues, in Provenza, notiamo che universalmente viene riconosciuto come il fondatore e il primo Gran Maestro dei ‘Fratelli Ospedalieri di S. Giovanni’. Ora, siccome fu ‘per ordine dell’abate e dei monaci’ di un monastero dipendente da Cava, che Gerardo cominciò la sua nobile e santa missione, non è giusto concludere, con uno dei più dotti figli di Cava, l’abate ‘Don Vittorino Manso’ (1541-1611), (103) con lo storico ‘Rodulfo’ (104) e con tanti altri ancora, (105) che è verso gli stessi religiosi di Cava che la Cristianità è debitrice dell’istituzione dei Cavalieri di Malta? Da allora partivano continuamente dal porto di Vietri, per Gerusalemme dei religiosi benedettini di Cava, che si andavano a prendere cura di Santa Maria della Latina e dell’ospizio dei pellegrini che ne dipendeva.”.

Guillaume, p. 77

(Fig…) Guillaume Paul (…), op. cit., p…..

Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (96) postillava che: “(96) Sicard. Cremon., ‘Chron., p. 586.”. Qui il Guillaume cita il ‘Chronicon’ di Sicardo di Cremona (…). Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (97) postillava che: “(97) quì il Guillaume cita il passo in latino tratto dal ‘Monasterium de Latina’. Bell. Sacr. Hist. lib. XVIII, c. IV ecc..p. 427, Bolla, 1549…”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (98) postillava che: “(98) In Ecclesiis seu Monasteriis de Latina ecc…Hist. Occid., c. 28.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (99) postillava che: “(99) Epist. lib. III 44,; cfr. Mabill., Ann. O. B., t. V. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (100) postillava che: “(100) L’Abbazia di Cava possedeva, sia ad Amalfi, sia nei dintorni, oltre diciassette chiese o monasteri. Parecchi in questo numero, furono donati all’abate Pietro (1079-1122). Vd in ‘Appendice’, la Lista dei Monasteri.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (101) postillava che: “(101) Gattola, nella sua ‘Storia dell’Abbazia di Monte Cassino’ (t. I, p. 491) assicura che furono i religiosi Cassinesi ad essere incaricati della cura di S. Maria della Latina’. Ma egli non ne fornisce alcuna prova, proprio lui che d’ordinario prova tanto bene tutto il resto…..”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (102) postillava che: “(102) “…Et in xenodochia similiter (postquam Civitas fuit capta’) repertus ecc…”, Guglielmo di Tyr, op. cit., p. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (103) postillava che: “(103) “Alterum quo probatur Monachos Cavenses fuisse ecc..”, Anno Wion, Lig. Vit., p. 468. Ed. del 1595.”. Sempre riguardo alla presenza degli Ospetalieri nelle nostre zone, in proposito risulta molto interessante ciò che scrive il Guillaume su “‘Margarito’, conte di Brindisi, di Malta e di Victoria, ammiraglio della flotta reale (1192), ecc..(24).”. Il Guillaume (…), a p. 145, nella sua nota (24), postillava che: “(24) I diplomi e le pergamene originali si trovano: ‘Arca Magna, Lett., I, L, ecc…; ‘Arca’ n. XXIV-XXXIV. Essi ammontano almeno a 1300; Cfr. del resto RODUL., Ms. 61., p. 112…; De Blasi, ‘Chron’., 1271-94, passim; Trinchera, Syllab., ecc…”. Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta.”, di cui il Di Mauro (…), non cita i riferimenti bibbliografici. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 474, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, in proposito scriveva che: “Vasto possedimento, detto anche ‘Fonti’ o ‘la Commenda’, che apparteneva all’ordine dei Templari costituito a Gerusalemme nel 1118 (primo gran maestro fu Ugo dei Pagani) per difendere il S. Sepolcro (65).”. Ebner, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) Le loro case erano diffuse ovunque in Europa, erano dette Tempio. La degenerazione dell’Ordine indusse Filippo il Bello ad espellerli dalla Francia (1307). Cfr. Camera Matteo, cit., I, p. 44 e II, pp. 151, 156 e 206. Nel Regno l’Ordine venne abolito da Roberto, duca di Calabria, nel 1308, per ordine del padre Carlo II che l’aveva soppresso in Provenza. I loro beni vennero avocati al demanio. Ecc..”. Dunque, Ebner citava a più riprese alcuni saggi di Vittorio Bracco (….). Il sacerdote Romaniello Agatangelo (….) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, nel capitolo “Le Commende”, in proposito scriveva che: “Intanto i principi normanni, Boemondo, fratello di Ruggiero, e suo nipote Tancredi, partendo per la Terra Santa, offrirono molto danaro e possessioni ai feudatari per compiere opere di beneficenza e propiziarsi la benevolenza di Dio.”. Ebner, nel vol. II, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) …..Cfr. Camera Matteo, cit., I, p. 44 e II, pp. 151, 156 e 206.”. Io credo che l’Ebner si riferisca al testo di Matteo Camera (….), “Storia del Ducato di Amalfi”. Matteo Camera (….), nel suo “Istoria della città e costiera di Amalfi“, del 1836, a p. 134, nel cap. VII “Principi del militare Ordine dei Gerosolimitani”, in proposito scriveva che: “……..

La baronia dell’Abbazia di S. Pietro a Licusati

Pietro Ebner, sulla scorta di Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”Nel Cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…),  parlando di Licusati, vi è una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. La Greca ed altri (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, v. A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. L’autore, a p. 48, del cap. III, poi ci parla invece di Florio e scrive che: “Indubbiamente, i primi duchi longobardi di Camerota rivolsero le loro attenzioni al nascente cenobio di S. Pietro a Licusati che anche sotto i Normanni non cessò di essere al centro di interessi, se andiamo ad interpretare un’ennesima leggenda che narra di come quì sostarono i crociati in partenza per la Terra santa nel 1188 (terza crociata).“. Gli autori del saggio, sulla scorta di Ebner (…), riportano le notizie sulla ‘leggenda’, ovvero sulla partecipazione di Florio alla terza crociata e di ciò che raccontava Ebner (…), sull’argomento. A p. 42, gli autori ci parlano di un Barone di Camerota nel 1136 e, poi citano Florio che figura nel ‘Catalogus Baronum’ (…), compilato nel 1185, epoca della terza Crociata di re Guglielmo II. Secondo, il cronista Rodolfo Cadomense (Roul Caen)(…), il feudatario di Camerota e Licusati doveva chiamarsi ‘Marchisio’, da Bon Marchisii o ‘Bonmarchis’, già esisteva nel 1185, anno della compilazione del nuovo ‘Catalogus baronum’, compilato per la III Crociata di re Guglielmo, ove figurava un Florio di Cameroto‘. Quindi nel 1185 ma secondo la citazione dei due autori (…), nel 1136 (circa 50 anni prima), esisteva un feudatario di Camerota chiamato ‘Marchisio’. Pietro Ebner P., nel suoEconomia e società nel Cilento medievale’ (…), vol. I, p. 268, scriveva su Licusati che: “Casale aggregato a Camerota. Dei principi di Sanseverino di Salerno (N Q, f. 86) poi devoluto al fisco per fellonia (ribellione).”. L’Ebner si riferiva al ‘Catalogus Baronum’ ed ai Registri della Cancelleria Angioina. Il piccolo casale di ‘Cusati’ o ‘Li Cusati’, era una baronia del monastero italo-greco di San Pietro, simile ad altri monasteri italo-greci vicini nel Cilento che funzionavano come signorie territoriali. Nell’epoca longobarda , prima di 1077, apparteneva al Principato di Salerno. Il paese Licusati era cresciuto come una dipendenza dei monaci. Nel 1077 i normanni sotto Roberto il Guiscardo conquistarono il principato insieme con Licusati e lo inglobarono nel Ducato di Puglia. La Capitale del Ducato era Salerno. Il Ducato di Puglia come prima il Principato longobardo di Salerno, era uno stato sovrano che non si riteneva una parte della rinata impero latino-tedesco dell’occidente ne della mai decaduta Impero Romano orientale con la sua capitale a Costantinopoli. Le origini di Licusati, le traiamo dal Gatta (…) che, nelle sue ‘Memorie ecc..’, parte III, cap. IV, a p. 292, sulla scorta del manoscritto inedito del Mannelli (…), parlando di ‘Camerota’, così scriveva: “Questa Terra con titolo di Marchesato, si possiede dalla Famiglia Marchese, non men Nobile, ed Illustre, che antica, come quella che trae l’origine da’ Principi Normanni, (a), dalla qual generosa prosapia, ne son sorti uomini, non sol nella condotta delle armi, che per letteratura: fra’ militari fu celebre Tancredi, figlio di Giovanni Marchese, per le prodezze praticate nella Guerra Sacra, (b) ecc..”. Il Gatta ci parla di un monastero di Cappuccini a Camerota e cita Monsignor Maradei. Di Monsignor Maradei, vescovo di Capaccio, si veda il Di Luccia (…) a p. 91. Il Gatta (…), nella sua nota (a) al testo, scrive che le notizie sono state tratte da: “Nel Registro della Regia Zecca di Napoli” i Registri conservati in seguito nell’Archivio Regio di Stato di Napoli e, pubblicati dal Trinchera (…). L’Ebner (…), a proposito di Camerota, traendo notizie dal ‘Catalogus Baronum’, non riporta la notizia riferitaci dal Gatta (…) ma, parlando di Licusati nel vol. I a p. 120, scrive: “Vanno ricordati pure gli atti di violenza contro il feudatario Marchese verificatisi a Camerota (v.), il 23 Luglio 1647 e il 24, quando peggiorarono per il “romore, tumulto, risse, homicidi et precipue, la morte successe in persona di Giovanni Battista di Rutolo del casale di Licusati.”. L’Alfano (…), parlando di Licusati, scriveva: “feudo dei marchesi dei Marchese di Camerota.“. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda: Gatta Costantino (…), nel suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, p. 292-293. Si veda pure: Camillo Minieri-Riccio (…), Studi storici sui fascicoli Angioini dell’Archivio della Regia Zecca di Napoli, Napoli, ed. Detken, 1863; si veda pure: Guglielmo Arcivescovo di Tiro, Historia della Guerra Sacra di Gerusalemme, Venezia, ed. Valgrisi, 1592.

Nel 1131, con il “Crisobollo” (Atto di donazione o privilegio), re Ruggero II d’Altavilla concede a Leonzio Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo alcuni monasteri tra cui quello di S. Maria di Rofrano da cui dipendevano anche S. Pietro di Licusati e S. Iconio di Camerota e la Terra di Rivello

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), scriveva che a Camerota vi era l’Abbazia minore basiliana, l’Abbazia di S. Pietro che dipendeva dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, di cui ci siamo occupati nel nostro saggio ivi pubblicato su “I possedimeni di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo”. La notizia andrebbe certamente ed ulteriormente indagata ed approfondita. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nel suo ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, ristampato a cura del Visconti (…), riferendosi al periodo che seguì la conquista normanna delle nostre terre e delle distruzioni di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo, a p. 73 (vedi versione del Visconti) scriveva in proposito: “Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50). Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ecc... Dunque, il Laudisio scriveva che “Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro”. Il Laudisio scriveva che a Camerota e a Rivello vi erano due abbazie minori di basiliani. Il Laudisio scriveva che a ‘Camerota’ vi era l’Abbazia minore di basiliani quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ecc..”. Dunque, l’Abbazia minore di basiliani di San Pietro che io dico essere quella di Licusati, secondo il Laudisio doveva essere stata posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata “nella zona di Tuscolo presso Roma”. La notizia è interessantissima. Ma cosa significa questa notizia ?. Cerchiamo di capire la seconda questione che è quella secondo cui il Laudisio scriveva che il Monastero o Abbazia minore di basiliani di S. Pietro di Camerota (così lo chiama il Laudisio) fosse passato alla giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata. La notizia è quella secondo cui, agli albori della dominazione Normanna e la costituzione del Regno di Sicilia con Ruggero II d’Altavilla, molti monasteri dell’area, già in precedenza grangie o controllati direttamente o erano alle dipendenze della più vasta baronia dell’abbazia di S. Maria di Rofrano. L’antichissimo monastero italo-greco di San Pietro a Licusati ed il suo vasto territorio doveva appartenere alla Baronia di Rofrano che era costituita dall’antichissima Abbazia di S. Maria a Rofrano. Secondo alcuni studiosi, come abbiamo già in precedenza visto, nel 1045, il monaco Benedetto, coofondatore assieme a S. Nilo dell’Abbazai di S. Maria di Grottaferrata nl Tuscolano si recò in visita dal Principe Longobardo Guaimario V il quale concesse l’annessione di tutti i beni dell’Abbazia di S. Maria di Rofrano a quella Tuscolana. Non esistono donazioni o documenti che attestino queste donazioni però l’ipotesi è suffragata da ciò che è scritto in un’altra donazione, quella del 1131 di re Ruggero II d’Altavilla chiamato “Crisobollo”. La studiosa Giovanna Falcone (…), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi Aromaudo), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’, scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe  (197).”. La Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. Dunque, la Falcone scriveva che: “….alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe  (197).”. Dunque, su queste donazioni ho già scritto per l’anno 1045 ecc…Sull’antico documento del 1131, il cosidetto “Crisobollo” di re Ruggero II non vi è espressamente citato il territorio o la grangia del monastero di S. Pietro di Licusati perchè come vedremo vengono elencati i possedimenti principali dipendenti dall’Abbazia italo-greca di S. Maria di Rofrano. Si deve però precisare che l’antichissima abbazia di S. Maria di Rofrano ebbe territori vastissimi donati già precedentemente dai principi Longobardi del Ducato di Benevento. La studiosa Giovanna Falcone (14), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127. Nel settembre del 1130 papa Anacleto II, concedendo al conte di Sicilia Ruggero II la dignità regia, fondava il nuovo Regno di Sicilia che includeva, oltre la Sicilia, la Calabria, il ducato di Puglia e le regioni fino a quel momento sottoposte all’autorità dei duchi normanni del Mezzogiorno peninsulare. Molto tempestivamente, quindi l’abate di Grottaferrata si premurò a richiedere al nuovo signore, il re Ruggero, la conferma dei possedimenti di Rofrano che fu concessa nell’aprile del 1131. Il documento è detto crisobollo perchè munito di sigillo d’oro.”. L’antichissima Abbazia di S. Maria di Rofrano che insieme a quella di S. Nazario a Cuccaro Vetere e di S. Giovanni a Piro costituirono nel basso Cilento delle vere e proprie Baronie indipendenti dal potere Regio ed Ecclesiastico, nell’anno 1131, con Ruggero II d’Altavilla, passarono alle dirette dipendenze della più giovane e vasta Baronia dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo vicino Roma che fu fondata proprio da S. Nilo che aveva soggiornato nelle nostre abbazie. Con la creazione del Regno normanno di Sicilia nel 1130 tutti i diritti e privilegi della baronia italo-greca di Licusati erano sotto la protezione reale del re a Palermo. E’ proprio attraverso alcuni documenti simili a quello di cui parleremo oggi, proprio perchè in essi si parla di possedimenti e di confini di proprietà che possiamo trarre interessanti notizie storiche sulle nostre terre. Si tratta di un crisobolla’ o un privilegio concesso dal Re di Sicilia, il Normanno Ruggero II d’Altavilla, figlio di Ruggero I o Ruggero Borsa. Ruggero II di Sicilia, conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla, fu conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del ‘Regnum Siciliae’ indipendente. Il Crisobollo o bulla aurea o “nonnula iura monimenta” è un privilegio o concessione fatta da un re.  La ‘Crisobolla’, o ‘Bolla d’Oro’ (in latino: Bulla Aurea, in greco: Κρυσοβυλλὸς, leggi crysobyllòs), cioè “sigillo aureo”, era un particolare tipo di documento ufficiale in uso presso la Cancelleria Imperiale presso la corte Bizantina di Costantinopoli e adottato poi nel Medioevo anche presso le corti occidentali. Il termine deriva dal greco antico χρυσός (chrysos), cioè “oro”, e dal latino bulla, cioè “oggetto rotondo”, con riferimento al sigillo impresso in calce ai documenti ufficiali: dal sigillo stesso il termine passò ad indicare per estensione l’intero documento. Caratteristica della bolla aurea era l’impressione del sigillo in oro, ad indicare la particolare importanza dell’editto. Dalla tradizione bizantina l’uso della bolla si estese nel Medioevo in Europa occidentale con le Bolle pontificie, le Bolle imperiali e quelle emanate dagli altri sovrani occidentali. La maggior rarità con cui si ricorse all’uso dell’oro nell’emanazione delle Bolle in Occidente, fece sì che le Bolle d’Oro finissero per risultare collegate a documenti di particolare importanza. Questo privilegio, con cui re Ruggero II ratificava i possedimenti già concessi dai predecessori venne poi in seguito rinnovato anche dai successivi re come come Guglielmo I e Guglielmo II. Al tempo dei Florio di Camerota, non sappiamo se l’abate del monastero era obbligato a fornire cavalleria e fanteria alla corona in tempi di invasione come l’abate del monastero italo-greco di Rofrano, come invece risulta dal ‘Catalogus Baronum’. La carta di Re Ruggero II d’Altavilla, del 1131, a cui ho dedicato il saggio: “Il Crisobollo di Re Ruggero II del 1131”, ivi pubblicato nel mese di Aprile 2018. In questa antichissima pergamena datata anno 1131, ………………….Secondo l’antico documento Normanno del 1131, re Ruggero II, confermò alla terra di Rofrano ed alla sua Abbazia (o a quella di Tuscolo), i precedenti privilegi dei suoi parenti Normanni, gli Altavilla. L’Antonini (….), parlando di Rofrano, citava l’antichissimo documento Normanno che la Follieri (…), chiamerà “Crisobollo” di Re Ruggero II. L’Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, dell’antichissimo documento Normanno e, in proposito scriveva che: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovini ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (I), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monistero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.. L’Antonini (…), a p. 388, della sua ‘Lucania’ (si veda la prima edizione del 1745), in proposito scriveva che: “confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini (…), nella sua nota (I), postillava che: (I) A tempo di Guglielmo il Buono l’Abate di Rofrano era anche il padrone di Casella, vedendosi dal Registro pubblicato dal P. Borrelli, che per essa, e per Rofrano offrì nella seconda spedizione di Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Poi nell’altra nota, l’Antonini, disserta sulla datazione dell’antico documento. Pietro Ebner (…), a proposito del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, dell’aprile 1131, scriveva in proposito: Prime notizie sicure al diploma di Re Ruggero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè del 1131, IX indizione (5) – che fu pubblicato dal Ronsini (5), “Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata (Ebner si riferisce al codice Cryptense Z δ XII), il re confermava all’abate Leonzio di quel cenobio (“tibi onorando religioso domino Leonzio, abbati sanctae Dei genitricis Criptae Ferrate ad nos profecto, ac supplicante (…) ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri, cum omnibus granciis, villis et pertinentiis suis”), le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc..dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (…). Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. In questo antichissimo documento, vengono elencate i beni e le proprietà confermare da Re Ruggiero II d’Altavilla, all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. I beni che vengono confermati all’Abbate Leonzio sono quelli che il monastero o Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, già possedeva. Fra i beni posseduti dal monastero di Rofrano, vi era anche la grangia di S. Pietro a Licusati. Germano Giovanelli (…), nel suo  ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, del 1955, a p. 133 (vedi ristampa), ci parlava del ‘Crisobollo di Re Ruggero’, a cui ho dedicato ivi un mio saggio. L’elenco o inventario dei beni, è di estremo interesse per le nostre terre e per i possedimenti che in esso vengono elencati, per la toponomastica dei luoghi. Dal privilegio del Re Ruggero II, e dalla Platea dei beni, il ‘Regestum Bessarionis’,  apprendiamo che l’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, aveva possedimenti e tenute e grange disseminate sul nostro territorio. Risultano monasteri, Abbazie e grange a Salerno e Benevento, a Policastro, a Rofrano, a Laurito, a Diano, a Sassano, a Montesano, nel tenimento di Campora, nel tenimento di Rivello, a Scalea e a Sanza. Il Giovannelli (…), fa notare che nell’antico documento dell’anno 1131, è citato “…………………………………………”.

Enrica Follieri (…), scrive che nell’antico documento illustrato in Figg…..: Aggiunge, per precisare l’estensione del feudo, un dettagliato περιορισμδς (restrizione) dei terreni appartenenti alla chiesa di Rofrano, nonchè l’elenco delle nove grange (…) e delle abitazioni civili (…) di sua proprietà, per lo più collocate nel Cilento. Concede inoltre alla chiesa e al monastero il diritto di asilo e di giurisdizione criminale. La ‘sanctio’ minaccia ‘l’indignatio’ del sovrano, e fissa la pena pecuniaria in mille once d’oro, da versare per metà al monastero, per metà all’erario regio. Segue l’indicazione della data (aprile, ind. IX, a.m. 6639) e la ‘subscriptio grossioribus litteris’ (come nota il transunto del 1465), la cui versione è ‘Rogerius Pius et Potens in Christo Deo Rex et Christianorum adiutor’.”. Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Maria Teresa Caciorgna, ‘Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda’, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, continuando il suo racconto sulla Platea del Bessarione in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda le grange dell’Italia meridionale, non è inutile ricordare che esse entrarono presto a far parte del patrimonio della Badia  e furono incrementate nel 1131 quando la Badia ottenne da Ruggero II il baronato di Rofrano (110). Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111). Queste grange fanno capo quasi tutte a monasteri basiliani: quello di….ecc….quello di Santa Maria ‘de Vitis’ nel territorio di Laurino che nell’ottobre del 1443 venne concesso in enfiteusi a tal ‘Jacobo Rivellense’ di Montesano (c. 58r9); quello di San Pietro di Thimusso in Montesano, che pure nell’ottobre del 1443 venne locato ad un tal ‘Petro Revellense’ (c. 60r). Ecc..”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (111) postillava che: “(111) Nel mese di ottobre del 1426, come viene ricordato nella ‘Platea’, c. 56r, ‘ivit personaliter'”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “(25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, risulta costituito da un insieme di beni dotato di una notevole continuità, la cui origine si può ricostruire attraverso la documentazione del regno di Sicilia a partire almeno dal XII secolo. Situati nel Cilento sono i territori di Laurino con il ‘monasterium sive grangia’ di Santa Maria de Vita, di Diano con la chiesa di San Zaccaria (Sassano), di Montesano con la chiesa di San Pietro al Tamusso, di Campora con la chiesa di Sant’Angelo, di Policastro con la chiesa di San Matteo e infine di Sanza con la chiesa di Santa Maria di Siripi (tutti in provincia di Salerno). Tra il Cilento e la Lucania si localizza invece la grangia di San Pietro in territorio di Rivello (oggi in provincia di Potenza), mentre nella Calabria settentrionale è Scalea con la chiesa di San Nicola di Siracusa (oggi in provincia di Cosenza). La grancia di San Nicola si trova invece a Benevento (1). Del feudo facevano parte anche alcune case di Salerno, ubicate presso la Porta Nova e presso la Giudaica, poste quindi sotto la giurisdizione dell’abate di Rofrano. Queste ultime sono documentate sin dal X secolo, in quanto localizzate nella “Judaica, tra il muro e il muricino” (2). Il feudo, confermato nel 1131 dal re Ruggero II all’abbazia di Grottaferrata, andava ad arricchire un complesso patrimoniale già attestato nel 1116. L’accrescimento dei beni in Italia meridionale, in seguito alla donazione di Ruggero II, seguirà un andamento a macchia di leopardo fino a Salerno (3). Rofrano. Anche la storia civile ed ecclesiatica di Rofrano si identifica con la storia della badia, della quale i normanni furono investiti per circa quattrocento anni. Quando, nell’aprile del 1131, il re Ruggero II di Sicilia concedeva a Leonzio, l’abate basiliano che si era appositamente recato a Palermo, la badia e il feudo di Rofrano, tale possesso doveva già figurare fra i beni di Grottaferrata.”. Susanna Passigli a p. 379 nella sua nota (1) postillava che: “(1) La chiesa di S. Nicola di Benevento è ricordata nel privilegio di Innocenzo III (‘Documenta’, 2 c. 41v).”. Susanna Passigli a p. 379 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Marongiu, 1937.”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Follieri 1988, in particolare le pp. 71-81. Il crisobollo elenca puntualmente tutti i beni che poi figureranno nella Platea, con il seguente ordine: “Sancta Maria de Rofrano in partibus Policastri (con elenco di confini), grangia Sancta maria de Vite in tenimento seu territorio Laurini, grangia Sanctae Zaccariae in territori Diani, grangia Sancti Petri de Tomusso in territorio Montis Sani, grangia Sancti Arcangeli in territorio Campore, grangia Sancti Mathei in territorio Policastri, grangia Sancti Petri de Ribelli, grangia Sancta Mariae de Scripti in territorio Sanse”; concludono l’elenco le case presso Porta Nuova e Judaica in Salerno. La studiosa analizza il documento per provarne l’autenticità, anche se con qualche riserva sull’efettivo ruolo di abate ricoperto dal citato Leonzio. Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato. Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo ‘in Calabria’, esentati dalla giurisdizione vescovile, con le loro dipendenze site ‘bisianensis et roscianensis parrochia’, cioè nei territori di Bisignano e Rossano Calabro nella Sila Greca, verso il mare Ionio: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni nella ‘Villa S. Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (ASV, Reg. Lat. 498, c. 196r.).”.

La studiosa Wilma Fittipaldi (…), nel suo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, nel suo capitolo 8, “La Regione monastica del Monte Bulgheria”, sebbene accenni ad un monastero di …………………

Crisobollo 1

(Fig….)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 89v del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata.

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(Figg…..) ‘Crisobollo di Ruggero II’, dell’Aprile 1131 (…), pubblicato dal Ronsini (…), nell’appendice al suo testo: ‘Documento A’, p. 69 e s.

Castel Mandelmo (Castelluccio di Licusati)

(Fig….) Ruderi del Castello di Montelmo, Anno 1079, (detto Castelluccio)

Nel 1136, Goffredo di Camerota, “domnum de Camarota” acquistò un fondaco al porto di Oliarola

Antonio Caputo (….), nel cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), cita una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. Antonio Caputo (…), nella sua nota (23), postillava che: “(23) Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi pure A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Dunque, il Caputo scriveva che il “primo duca di Camerota”, Goffredo di Camerota, nell’anno 1136 acquistò un fondaco a “Oliarola” (Ogliastro Marina (come da documenti Cavensi – ABC, XXIII, 106, a. 1136), per l’attività che svolgeva, quella di commerciante trasportatore di carne secca in salamoia che veniva trasportata per conto dell’Abbazia di Cava dei Tirreni al porto di “Ogliarola” (Ogliastro Marina). Riguardo il villaggio di “Olearola”, Ebner, nel vol. II, a p. 214, in proposito scriveva che: “Villaggio sorto nei pressi dell’omonimo approdo, uno dei cinque “porti” del distretto di Cilento.”. Ma di questo documento Ebner non ne parla. Riguardo il dominus del Casale di Olearola, nel 1130, ha scritto Pietro Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando del casale di “Olearola” (Oliarola ecc..), a p. 214, in proposito scriveva che: “Di Oliarola è notizia ancora in due diplomi, il primo del 1121, il secondo del 1130…..etc…Il secondo etc….Con il diploma (4) del 1130, Nicola, figlio di Guglielmo, conte del Principato, concesse ai nipoti Costabile e Maddalena “totum feudum” che era stato di Milo, figlio del fu Magenolfo, sito “in pertinentiis de cilento”. Tra le terre concesse “un pezzum de terra, in loco ubi dicitur Ollarola” confinante con l’omonimo fiume, “qui dicitur de Ollarola”. Nel novembre del 1131, innanzi ai giudici Alferio e milite Giovanni, Leone “qui dicitur barbi cepulla”, figlio del fu Giovanni, Martino, figlio del fu Pietro detto Vasamonaca, e il sacerdote monaco Giovanni, detto amalfitano, attestarono (5) che quando Sergio, figlio del fu Dauferio, etc…”. Dunque, nel 1130, anno in cui ci risulta il documento cavense del 1136, in cui il primo duca di Camerota, un certo “Goffredo” acquistò un fondaco ad Oliarola, in quegli anni, il dominus del Cilento era “Nicola di Principato”, figlio di “Guglielmo di Principato, conte del Principato”.  Dunque, il Caputo (…), anche sulla scorta di Pietro Ebner (…), che citava molto il ‘Catalogus Baronum’, ci parlava di un mercante chiamato “Goffredo di Camerota” che in una pergamena conservata all’Abbazia benedettina di Cava de Tirreni, del 1136 ( XXIII, 106, a. 1136), “mercante” e “domnum da Cammarota”, che per conto dell’Abbazia benedettina di Cava, nel 1136, commerciava la carne secca o in salamoia e doveva consegnare la merce nel porto dell’Ogliarola (Ogliastro Marina) e che a tale scopo acquistò un fondaco a Camerota. Sulle origini questo personaggio, forse normanna, scriveva pure Amedeo La Greca. Infatti, Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 81 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni.”. Però poi, proseguendo il La Greca fornisce notizie più dettagliate su questo personaggio e scriveva che: “Il primo lo troviamo documentato indirettamente nel ‘Catalogus Baronum’ (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di S. Pietro ‘a li Cusati’? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Sempre il La Greca (….), nello stesso testo, a p. 81, in proposito a Goffredo scriveva che: “Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di San Pietro ‘a li Cusati’ ? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, il La Greca, come “ipotesi di lavoro” propendeva nel credere che che il primo “duca di Camerota” sia stato “Goffredo di Camarota”, “mercante” e “domnum di Camerota”, padre di Ruggiero di Camerota che figura nel “Catalogus Baronum” (nel 1144) Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136)”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Compilato tra il 1144 e il 1148; è stato edito da E. JAMISON, Roma, 1972”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (73) postillava che: “(73) Dipendevano da costui anche Edolo di Magliano, Roberto di Salvatico, Niel di Pisciotta, Ruggiero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota: in P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, voll. 2, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 737. Dal momento che Florio a sua volta dipendeva da Lampo di Fasanella etc….”. In queste note il La Greca chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Dunque, secondo il La Greca, il “primo duca di Camerota” era il figlio di Goffredo (Ruggiero). Goffredo, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, in questo breve passaggio il La Greca scriveva che “Ruggiero di Camerota”, che compare nel “Catalogus Baronum” era “figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’, nel 1136″. Dunque, il “domnum di Camerota”, Goffredo, era padre di Ruggiero di Camerota. Antonio Caputo scriveva che Goffredo di Camerota “primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola che sorgeva su una breve altura a nord-ovest della depressione orografica de ‘li Cusati’ le quali, con le loro pertinenze, rappresentarono il primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espansione fondiaria della futura badia. Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Dunque, secondo il La Greca, il “primo duca di Camerota”, Goffredo dotò l’antica Abbazia di San Pietro di Licusati dei suoi beni (La Greca scriveva “primi possedimenti”) dell’Abbazia. Il La Greca scriveva pure che il duca di Camerota, che Ebner e Caputo individuavano come il mercante “Goffredo di Camerota”, possedeva i vasti territori che dal feudo di Camerota si estendevano fino ai casali di Lentiscosa e Licusati. Infatti, il La Greca individua tra queste assegnazioni all’antica abbazia benedettina di S. Pietro, la chiesa di S. Biagio a Camerota, la chiesa di S. Martino, la chiesa di S. Nicola, verso Licusati, la chiesa di S. Giovanni de lo Colazone nei pressi del torrente omonimo, la chiesa di S. Giuliano e la chiesa di S. Maria de li Piani a Lentiscosa, la chiesa di S. Maria Maddalena e la chiesa di S. Vito a Camerota, l’ospedale ad essa annessa, la chiesa di S. Antonio a Lentiscosa e la chiesa di S. Maria del porto a Palinuro. Tutti questi beni furono tutti donati e assegnati all’abbazia di S. Pietro di Licusati. Di dette assegnazioni il La Greca non fa menzione dell’antico monastero di S. Cono a Camerota. In queste note il La Greca (….), sulla scorta di Ebner chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: ecc…”. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti.  Sulla figura di questo feudatario vi sono notizie certe dateci da Pietro Ebner (….), che, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 736-737 parlando di “Corbella” in proposito scriveva che: “Prima notizia nel ‘Catalogus baronum’ (1), la cui redazione è da porsi tra il 1144 e il 1148 (2). In esso si parla di Florio di Camerota che, in quanto signore di Corbella, dipendeva dalla ‘contestabulia de principatuo’ di Lampo di Fasanella. Dallo stesso Florio, però, che vedremo giustiziere nel 1178 (3) e che “tenet corbellam” (4), dipendevano Ruggiero, pure di Camerota, forse fratello di Florio presente ad Agropoli nel gennaio 1144 nella restituzione della parte di Cosma, etc….Da Florio di Camerota dipendevano pure Ebolo di Magliano, Roberto Selvatico, Niel di Pisciotta, Ruggero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Nel 1150 ad Acuafredda, Orso, figlio di Martin, abitante ivi, acquistò (7) un terreno dal milite Pietro, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota. Nel 1169, Goffredo di Corbella, figlio del fu Ruggiero di Camerota, insieme alla madre Emma, vendettero (8) alla Badia per quattro once d’oro, un uomo etc…”. Ebner, a p. 737, nella nota (6) postillava che: “(6) Catal. baronum, nn. 434, 437, 460, 461.”. Ebner, a p. 737, nella nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, XXVI 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Ebner, a p. 737, nella nota (8) postillava che: “(8) I, ABC, XXXIV, 16, 16 marzo a. 1169.”. Su “Goffredo di Corbella” ha scritto Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 737, parlando del casale di ‘Corbella’, in proposito scriveva che:  “Nel 1150 ad Acquafredda, Orso, figlio di Martino, abitante ivi, acquistò (7) un terreno dal milite Pietro, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota.”. Dunque, in questo passaggio Ebner parlando di una vendita a Corbella chiarisce l’origine di Goffredo di Camerota. Ebner (….), nel vol. I, a p. 737, nella sua nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, XXVI, 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 737, in proposito scriveva pure che da Florio di Camerota dipendevano pure: “Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Ecc…”. Dunque, Ebner, a p. 737 scriveva che da Florio di Camerota dipendeva anche: “Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Ecc…”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Catalogus Baronum, nn. 434, 457, 460, 461.”. Riguardo questa notizia Pietro Ebner (….), a p. 437 del vol. I, in proposito al 5° documento recuperato negli archivi Cavensi (presumo che si riferisca al documento citato nella sua nota (…), di p. 737  “I, ABC, XXXIII, 16, 16 marzo a. 1169.”) parlando del casale di Acquafredda a p. 437, scriveva che: “Del villaggio è notizia più antica del 1150, a proposito dell’acquisto (1) di un terreno “in casali Acquafrigida”. Il contratto fu stipulato tra Orso, figlio di Landolo, di Acquafredda, e il milite Pietro, figlio di Martino, di Corbella, previo assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. La compra-vendita ci informa così che feudatario del luogo era Goffredo di Camerota, signore di Corbella, di cui è notizia anche nel ‘Catalogus Baronum’, e nel 1150 il figlio Ruggiero.”. L’Ebner (…), a p. 437, nella sua nota (1), postillava che: “(1) I, ABC, XXVII 71, febbraio a. 1150, XXII, Acquafredda.”. Dunque, Ebner cita un atto stipulato da Orso, figlio di Landolo di Acquafredda con il milite Pietro, figlio di Martino. Il contratto fu stipulato previo assenso del feudatario di Corbella che doveva essere il feudatario che diede l’assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. Dunque, Ebner scrive che da questo atto di compravendita si evince che il signore di Corbella era “Goffredo di Camerota”. Ebner ci dice pure che di “Goffredo di Camerota”, si ha notizia nel “Catalogus Baronum”. Dunque, Ebner segnalava che questo personaggio “Goffredo di Ruggiero di Camerota” figurava nel “Catalogus Baronum”, iniziatosi a compilare intorno all’anno 1144.

L’ospedale annesso alla chiesa e cappella di S. Vito a Camerota

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi alle donazioni del “duca di Camerota”, forse un certo “Goffredo di Cammarota”, all’antica abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che tra queste vi erano le: le chiese di…..e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc…”.. Dunque, il La Greca scriveva che il “duca di Camerota”, che ipotizza essere “Goffredo di Camerota”, intorno all’anno 1136 dotò l’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati di alcuni beni nel territorio di Camerota. Il La Greca scriveva pure che tra queste assegnazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati vi fu anche “assegnazione” della “chiesa” di “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’)”. Dunque, il La Greca, sulla scorta del Di Mauro e del Gentile scriveva che fu il duca di Camerota a donare la chiesa di S. Vito di Camerota, che in origine era una chiesa rupestre e, che in seguito sarà dotata di ospedale, sarà donata all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Onofrio Pasanisi fu di diverso avviso. Egli scriveva che la “chiesa di S. Vito a Camerota e l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa, Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“. Dunque, il Pasanisi ci scriveva che la “chiesa di S. Vito in Camerota….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, da tempo scomparsi” dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, tra le sue numerose dipendenze dell’antica Abbazia benedettina di S. Pietro di Licasati vi era anche “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“, ovvero l’ospedale annesso alla chiesa di S. Vito di Camerota. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, che scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate…….la chiesa di S. Vito in Camerota…….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”Il Pasanisi testimonia la presenza a Camerota dell’Ospedale che dipendeva dall’antico monastero di S. Pietro di Licusati. La presenza a Camerota di una istituzione Ospedaliera dipendente dal monastero (di S. Pietro di Licusati) attesta la presenza nell’area degli Ospedalieri Gerolosomitani. Rileggendo il testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79 apprendiamo che “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc..”. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca scriveva che la “chiesa” o la “cappella” di S. Vito a Camerota”, di cui ho parlato in un altro mio saggio, in origine era una chiesa rupestre, forse un eremo lauritico, ma in seguito questa cappella “sarà poi fornita anche di un ‘hospitale'”. La cappella di S. Vito a Camerota sarà dotata di un Ospedale. Infatti, il Pasanisi sebbene abbia scritto che sia l’Ospedale che la chiesa di S. Vito siano scomparse scrive pure che a Camerota esistevano “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima)”. Cosa significa tutto questo? Della chiesa o meglio ancora, della “cappella” di S. Vito di Camerota che, in origine era chiesa rupestre, ho parlato in un altro mio saggio perche si tratta di una grotta scavata nel banco tufaceo. Secondo Angelo Gentile, come vedremo innanzi scriveva che, la “cappella di S. Vito”, ai tempi del monastero dei cappuccini e poi convento di monache, doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. La notizia dell’Ospedale della chiesa di S. Vito di Camerota, notizia riportata dal La Greca (….) e prima ancora dal Cirelli e dal Pasanisi, riguardava l’assegnazione o la dipendenza di questo luogo dall’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. L’ospedale era posto nell’omonima Piazza del Monastero dei Cappuccini. La piazza omonima era ed è posta in un terrazzamento posto al di sopra della cappella di S. Vito a Camerota. L’ospedale annesso a questa antica cappella era probabilmente posto nel vicino monastero dei Cappuccini. Dunque, sul terrazzamento posto al di sopra della “Cappella di S. Vito” a Camerota sorse un monastero o “convento” di padri Cappuccini. La “cappella” è un vano di forma quadrata ricavato nel banco tufaceo posto al di sotto un terrazzamento, poco discosto dal monastero dei Cappuccini. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, ecc…”. La notizia dell’Ospedale della chiesa di S. Vito di Camerota, notizia riportata dal La Greca (….) e prima ancora dal Cirelli e dal Pasanisi, riguardava l’assegnazione o la dipendenza di questo luogo dall’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. L’ospedale era posto nell’omonima Piazza del Monastero dei Cappuccini. La piazza omonima era ed è posta in un terrazzamento posto al di sopra della cappella di S. Vito a Camerota. L’ospedale annesso a questa antica cappella era probabilmente posto nel vicino monastero dei Cappuccini. Dunque, sul terrazzamento posto al di sopra della “Cappella di S. Vito” a Camerota sorse un monastero o “convento” di padri Cappuccini. Sappiamo che in passato questo Ospedale e la cappella di S. Vito dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Vito, o Cappella ossia Ospitale extra moenia, sita all’ingresso di Camerota, …..istituita dai basiliani di San Pietro, fu anche lazzaretto, ora è inesistente; al suo posto è stato fatto spazio all’omonima piazza, (4d), 285 slm; et agiotop.”. Sempre il Di Mauro, a p. 379, in proposito scriveva che: “San Vito o Santo Vito o SANTU VITU, ‘dommula’ (piccola casa) – Chiesa di – ‘O-Spitale Sandu Vitillu o Ospedale della Chiesa di -; in un deposito c’erano botti in cui si raccoglieva l’incenso della Pineta di Sant’Iconio (vedi);”. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 362, in proposito scriveva che: “‘A PINETA RE SANT’ANTONIO o PINETA SANT’ICONIO o PINETA ‘NCENZO, a Camerota,……. gli asini trasportavano le cassette di 25 kg di incenso al deposito di San Vito; ecc..”.

Nel 1136, la “chiesa” o “cappella di S. Vito” fu donata dal “duca di Camerota”, forse Goffredo di Camerota all’Abbazia di S. Pietro di Licusati

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Ma non risulta grancia di Grottaferrata che aveva nell’omonimo monastero di Rofrano il suo alter ego nelle terre dei principi longobardi: infatti, non è inserito tra le dipendenze assegnate a Santa Maria di Rofrano nel diploma di re Ruggero II all’abate Leonzio nel 1131 (70). Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola che sorgeva su una breve altura a nord-ovest della depressione orografica de ‘li Cusati’ le quali, con le loro pertinenze, rappresentarono il primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espansione fondiaria della futura badia. Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Sempre il La Greca (….), a p. 81, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni. Il primo lo troviamo documentato direttamente nel ‘Catalogus Baronum (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di San Pietro ‘a li Cusati’ ? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, il La Greca crede che il “duca di Camerota” “Goffredo di Cammarota”, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Compilato tra il 1144 e il 1148; è stato edito da E. JAMISON, Roma, 1972”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (73) postillava che: “(73) Dipendevano da costui anche Edolo di Magliano, Roberto di Salvatico, Niel di Pisciotta, Ruggiero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota: in P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, voll. 2, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 737. Dal momento che Florio a sua volta dipendeva da Lampo di Fasanella etc….”. In queste note il La Greca chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursu storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Questi monaci possedevano di fatto l’intero territorio, quasi del tutto disabitato, tanto che con lo scorrere del tempo e con l’attacco e le ruberie dei normanni ai possedimenti basiliani, dopo gli Angioini e gli aragonesi pur si trovano nelle loro mani estesi territori in tutto il Cilento come Bosco, S. Nazario, S. Mauro, Molpa, Palinuro, Centola, Celle, Roccagloriosa, Castelnuovo Cilento, Novi, oltre naturalmente Camerota e Lentiscosa. Complessivamente nel 1613 si potevano contare circa 1600 ettari di soli terreni con esclusione delle chiese, delle case, dei mulini, delle stalle, ecc…Comunque Licusati fu aggregata al feudo di Camerota, benchè fosse alle dipendenze dirette della Badia. Ecc..”. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Dunque, il La Greca ci parla di assegnazioni fatte al cenobio e poi Abbazia di S. Pietro di Licusati. Tra queste assegnazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati vi fu anche quella di “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’)”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale ecc…“. Dunque, il Pasanisi ci scriveva che la “chiesa di S. Vito in Camerota….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, da tempo scomparsi” dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, tra le sue numerose dipendenze dell’antica Abbazia benedettina di S. Pietro di Licasati vi era anche “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“, ovvero l’ospedale annesso alla chiesa di S. Vito di Camerota. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, che scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate…….la chiesa di S. Vito in Camerota…….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”Angelo Gentile, in proposito scriveva che: “Da quanto sopra detto desumo che la cappella di san Vito non sia altro che uno scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso, tanto da evitare i fastidi degli effluvi cadaverici, ma vicino per visite e necessarie preghiere dei confratelli. L’unico dubbio potrebbe essere se la stessa cappella-sepoltura era utilizzata da altri, alludo alle famiglie notabili di Camerota.”. Dunque, secondo Angelo Gentile, la “cappella di S. Vito” doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. La “cappella” è un vano di forma quadrata ricavato nel banco tufaceo posto al di sotto un terrazzamento, poco discosto dal monastero dei Cappuccini. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, ecc…”. Come scrive Angello Gentile su un blog in rete, la “cappella” risultava scavata nel tufo e vi si accedeva, dopo breve salita, attraverso un’apertura senza alcuna porta, all’interno si notavano sei nicchie, due a dx, due a sx e due sulla parete di fondo.”. Come ho già scritto in un altro mio saggio sulle cappelle rupestri, S. Vito di Camerota era una grotta scavata nel banco tufaceo e probabilmente un’antica cappella funeraria dove venivano seppelliti i defunti già in epoca paleocristiana. Un sacello. Infatti, Angelo Gentile, in un blog da egli curato scriveva che “alla domanda di cosa poteva essere risposi immediatamente, memore di due esperienze pregresse, una da divulgatore storico e l’altra da storico. Ricordavo, infatti, di aver visto simile struttura a nicchie in occasione di un mio intervento quale guida, richiesta, pro amici di Modena in visita ad Ischia: li accompagnai tra l’altro al Castello aragonese e poi al Convento delle Clarisse ed alla sua chiesa dell’Immacolata, fondato nel 1575 dalla vedova d’Avalos per ospitare le figlie delle famiglie napoletane nobili, destinate a non sposarsi per non disperdere il patrimonio fondiario. Sotto la struttura cristiana potei far visitare agli amici (qualche signora rimase sconvolta) il famoso locale del “putridarium” ovvero scolatoio cioè un luogo appositamente previsto dove i cadaveri delle monache venivano posti, seduti, in nicchie. Al centro della seduta un foro che serviva per il deflusso dei liquidi, raccolti in appositi vasi di argilla, in napoletano “cantarelle”, dal greco “cantharus”. Successivamente le ossa erano raccolte, pulite, esposte al sole per renderle bianche e, finalmente, sepolte negli ossari. Quindi doppia sepoltura a salma ormai essiccata. Il luogo veniva quotidianamente visitato dalle monache per riflettere sulla caducità della vita secondo il detto della Genesi (3,19) “Polvere sei e in polvere tornerai”.

Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Vito, o Cappella ossia Ospitale extra moenia, sita all’ingresso di Camerota, nel 1754 in C.O. Camerota fs 4410 pag. 418 possiede 41 territori, più quattro capitali in prestito; istituita dai basiliani di San Pietro, fu anche lazzaretto, ora è inesistente; al suo posto è stato fatto spazio all’omonima piazza, (4d), 285 slm; et agiotop. dal santo siciliano decapitato il 15 giugno del 304/5 sul fiume Sele (Ebner III, 19); altre leggende narrano dei miracoli ed esorcismi operati dal giovane santo (M. Mello, 19/24).”.

La chiesa di San Juliano (S. Giuliano) a Lentiscosa

Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Giuliano a Lentiscosa, cappella nel C.O. del 1754, in Gentile II 91-109, (mc 19 A); etimologia agiotopografica, vedi S. Giuliano.”. Sempre il Di Mauro (….), a p. 377, in proposito scriveva che: “San Giuliano o Santo Juliano o Joliano, a Lentiscosa, nel 1529 in ASS notar Trencia, fs 26, lib. II pag. 127, lib. IV pag. 172, e locale con olivi in C.O. 14-36-67, detto anche La Fontana nel 1766 in Santangelo 208-287; etimo estinto.”. Il Di Mauro citava il “Santangelo”. Si tratta di Rosanna Santangelo (….), e del suo “La società di Lentiscosa nella seconda metà del ‘700 attraverso gli atti del notaio Nicola Granato 1766-1770”– tesi di Laurea anno 1987/88, presso il Museo Vico Palazzo Vargas di Vatolla (Santangelo). Su questa chiesa hanno scritto anche altri autori. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti:…..Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Ecc….. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Dunque, il La Greca crede che il “duca di Camerota” “Goffredo di Cammarota”, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. In queste note il La Greca chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursu storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Ecc…”. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale ecc…“.

La chiesa di “S. Giovanni  de lo Colazone” di Camerota, grangia del monastero di S. Pietro di Licusati

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti:…….Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursus storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Ecc…. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Dunque, il La Greca ci parla di assegnazioni fatte al cenobio e poi Abbazia di S. Pietro di Licusati. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di S. Giovanni, citata nel 1271 in ‘Regis. Perg. Montv.’, vol. III n. 2131; forse si tratta del rudere in (4e) dell’IGM, all’inizio del Collazzone, detto Cappella re San Giuvanniello, v. sopra.”. Proseguendo a p. 282, il Di Mauro scriveva: “Chiesa di San Giovanni de lo Colazone, a Camerota (4e – mc 4A), 179 slm. (Gentile II, 109), il Culazzone o Cullazzone si trova presso il Canale o Vallone delle Fornaci, sul lato opposto alla rupe sulla quale è arroccata Camerota; questa chiesa corrisponde oggi alla Cappella re San Giuvannello, (v.); et. agiot.”. In questo passaggio il Di Mauro cita Angelo. Gentile (….) ed il suo “Exursus storico etc…”, p. 109. Sempre il Di Mauro, a p. 377, in proposito scriveva che: “San Giovanni o San Janne, a Camerota, nel 1528 in ASS notar Trencia, fs 26, lib. I pag. 121,  o San Giovanni di Camerota, come terra incolta e seminatoria nel 1754 paga rendita a San Pietro di Rom in C.O. Campania, pag. 27, sem. in C.P. Camp. 1811 D, 32, e in Romano sul Collazzone; etimo cs., vedi anche Vassalli.”. Di Mauro cita il Vassalli. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 294, in proposito scriveva che: “‘O CULLAZZONE, a Camerota, o Colazone o Culazzone o Lo Collazione, nel 1527 in ASS notar Trencia, fs. 26, lib. I pag. 58, e Collazone nel 1577 in ASS notar F. Greco fs 39 pag. 117,, nel 1754 in C.O. Campania fs 4408 e 4410 pag. 562, e uliveto, macchia seminativo, vigna in C.P Campania 1811 D, 31, e in CPC 1819, 399; è indicato come luogo abitato (Sabatini, 204); (4 e – mc 4A), 211 slm, si trova dopo il Canale sulla costa del monte Grande, di fronte alla rupe sulla quale è arroccata Camerota (Gentile, II, 109); l’etimologia popolare indica la culla o incavo tra le due colline, come per Cullata; ricordo anche il toponimo del Catasto Provvisorio del 1811 ‘Massa col la zone’ (v.), che potrebbe essere un ipercorrettivo amministrativo.”.

Nel 1188, i Crociati, per la III Crociata in Terra Santa sostavano al monastero di S. Pietro di Licusati e poi si imbarcavano al porto degli Infreschi per Malta

Recentemente alcuni studiosi locali, hanno riferito alcune interessantissime notizie che riguardano i due cenobi e monasteri italo-greci di S. Iconio a Camerota e di S. Pietro di Lucasati, dove secondo la notizia, avrebbero sostato i crociati in partenza per la Terra Santa, per la conquista di Gerusalemme.  Oltre alla notizia della partecipazione di Florio di Camerota, con i suoi sottoposti, avesse partecipato alla III Crociata, ai tempi di re Guglielmo II re di Sicilia, detto “il Buono”, fornendo militi, i  cronisti e gli storici locali riportano anche un’altra notizia o una leggenda (?), secondo cui i Crociati facessero sosta nel cenobio di S. Cono a Camerota e in quello di S. Pietro a Licusati e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, a p. 234, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Forse l’itinerario era quello naturale dei cusitani e fu quello dei 63 militi e 30 inservienti offerti dal signore di Camerota nel 1188 a Riccardo Cuor di Leone, ma certo non era la via che seguivano i crociati in partenza per l’Oriente da Brindisi.”, di cui il Di Mauro (…), non cita i riferimenti bibbliografici. Dunque, il Di Mauro (…) scrive che uno studioso locale (senza dire chi fosse) parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Il Di Mauro dice che secondo questo studioso locale e certi documenti conservati nell’Archivio Vaticano, i crociati facevano sosta nel cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati per ripartire da li e risalire dalla vicina Lentiscosa “su per il Collazzone” e giungere a porto Infreschi dove si sarebbero imbarcati per Malta e da li raggiungere la Terra Santa. Secondo Amedeo La Greca (…), autore del saggio sul “Il Cenobio, poi badia di S. Pietro di Licusati (vedi Parte II di ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79-80, si apprende che al “Collazzone” vi era la chiesa di “S. Giovanni de lo Colazone” di Camerota, grangia del monatero di S. Pietro di Licusati. Nel Cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), Antonio Caputo (uno degli autori del testo), vi è una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. La Greca ed altri (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Antonio Caputo (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi pure A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Antonio Capano (…), in un suo saggio su Licusati, nel ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), a p. 48, del Cap. III, poi ci parla di Florio e scrive che: “Indubbiamente, i primi duci longobardi di Camerota rivolsero le loro attenzioni al nascente cenobio di S. Pietro a Licusati che anche sotto i Normanni non cessò di essere al centro di interessi, se andiamo ad interpretare un’ennesima leggenda che narra di come quì sostarono i crociati in partenza per la Terra santa nel 1188 (terza crociata).”. Amedeo La Greca (…), fa notare che si rileva da un documento del 1136 (XXIII 106) conservato negli Archivi dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, che la chiesa di “S. Giovanni de lo Colazone” di Camerota, poi diventata grangia del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati, fu un possedimento donato al cenobio basiliano nel 1136 da Goffredo di Camerota, forse il primo feudatario di Camerota. Il documento Cavense, fu citato anche da Pietro Ebner e soprattutto ancor prima dalla Evelyn Jamison (…) che pubblicò il Catalogus Baronum (Catalogo dei Baroni), dove figuravano i feudatari che inviarono soldati a seguito della II crociata al tempo di re Guglielmo II il Buono. Dal commento al ‘Catalogo’ del Cuozzo (…), poi si apprende meglio la figura di Guglielmo di Camerota, Signore di Corbella. Da ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), Amedeo La Greca (…), a pp. 78-79, scriveva che in un non precisato periodo (in seguito del racconto si fa riferimento al tempo di Guglielmo il Buono), e riferendosi al cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati,  “il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di S. Biagio ecc…”. Poi il La Greca (…), proseguendo il suo racconto a p. 78 scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di S. Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino e quella di San Nicola, con le loro pertinenze, rappresentarono il loro primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espressione fondiaria della futura badia. Dopo le prime suddette assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria deli Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena anche di un ‘hospitale); Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71), postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op, cit., p. 109.”. Il Di Mauro (…), come scrivo in seguito, sull’Abbazia di San Pietro di Licusati, a p. 234, non dice delle donazioni ma parla delle chiese a lui soggette e dice: “Affermatosi economicamente e culturalmente, il monastero era esarchico pechè sottratto alla giurisdizione vescovile. Alla badia erano soggette le chiese di San Pietro e San Nicola a Licusati, le cappelle di S. Maria Maddalena, di S. Biagio, di S. Vito con annesso ospedale in Camerota, di San Giuliano e Sant’Antonio a Lentiscosa, di Santa Maria nel porto di Palinuro, di San Nicola a Bosco.”. Pietro Ebner (…), a p. 118, vol. II, del suo “Chiesa, baroni e popolo del etc..”, in proposito al cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati scriveva che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Ebner (…), scrivendo dell’aggregazione della Badia di S. Pietro di Licusati, ci dice che a Camerota, vi era anche “S. Giovanni di Camerota”, grangia della Badia di S. Pietro di Licusati, che, con la bolla papale di Pio V, nel 1564, veniva annesso alla Cappella del Presepe. Su “S. Giovanni di Camerota”, grangia del monastero di S. Pietro di Licusati. Dunque, secondo Ebner (…), dalla bolla del 1564, di papa Pio V, si rileva che il monastero basiliano di S. Pietro di Licusati, possedeva alcune grangie, tra cui quella di “S. Giovanni” a Camerota. Sempre nello stesso testo ‘Temi per una Storia di Licusati’, a p. 42, il La Greca (…), cita il primo (secondo lui e l’Ebner) barone di Licusati. Il La Greca, a p. 42, in proposito scriveva che: “Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23)”. Il La Greca, a p. 42, nella sua nota (23) postillava che:  “(23) Archivio della Badia di Cava, XXIII 106, a. 1136 ecc..”. Dunque, secondo il documento del 1131, conservato alla Badia di Cava, il “Goffredo” di cui il La Greca dice essere stato il primo duca di Camerota, avrebbe acquistato un fondaco alla marina di Camerota. Goffredo di Camerota sempre secondo il La Greca (…), sarebbe “il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di S. Biagio ecc…”. Amedeo La Greca (…), in un suo saggio sull’Abbazia di S. Pietro di Licusati, nel ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), a p. 81, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni. Il primo lo troviamo documentato indirettamente nel ‘Catalogus Baronum’ (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di S. Pietro ‘a li Cusati’? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, Amedeo La Greca (…), sulla scorta di Pietro Ebner (…), che citava spesso il ‘Catalogus Baronum’, ci parlava di un mercante chiamato “Goffredo di Camerota” che in una pergamena conservata all’Abbazia benedettina di Cava de Tirreni, del 1136 ( XXIII, 106, a. 1136), “mercante” e “domnum da Cammarota”, che per conto dell’Abbazia benedettina di Cava, nel 1136, commerciava la carne secca o in salamoia e doveva consegnare la merce nel porto dell’Ogliarola (Ogliastro Marina) e che a tale scopo acquistò un fondaco a Camerota. Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i personaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella, Amedeo La Greca (…), nel suo saggio sul monastero di S. Pietro di Licusati, parte II: “Il Cenobio, poi badia di San Pietro di Licusati”, cap. II, parlando di Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo ( che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (…), nella sua nota (73), postillava che:  “(73) Dal momento che Florio dipendeva a sua volta da Lampo di Fasanella, contestabile (barone) di Principato, è individuabile in questa ragnatela di dipendenze la primitiva struttura verticistica pre-feudale. Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Dunque, Amedeo La Greca (…), parlando del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati e del ‘Catalogus Baronum’, a p. 81, nella sua nota (73), postillava che Florio di Camerota che figura nel ‘Catalogus Baronum’, è lo stesso che nel 1188 fornì militi a Riccardo I d’Inghilterra detto “Cuor di Leone”, allorquando si accinse a recarsi in Terra Santa in occasione della III Crociata. Secondo Amedeo La Greca (…), risulta che Florio di Camerota, fornì a Riccardo cuor di Leone 63 cavalieri e 50 fanti, in occasione della III Crociata. Il La Greca (…), nella sua postilla, fa riferimento a Ebner (…), vol. I, p. 737, ma non fornisce alcuna spiegazione circa la notizia bibliografica, la fonte, secondo cui i 63 cavalieri forniti da Florio in occasione della III Crociata a Riccardo Cuor di Leone. Ma come si è visto, Pietro Ebner, a p. 737, ci parla del casale o Baronia di Corbella e dei suoi feudatari secondo il ‘Catalogus Baronum’. Devo però precisare che la notizia dataci dal La Greca (…), che parla di III Crociata e di fanti forniti da Florio a re Riccardo I cuor di Leone, è diversa da ciò che scriveva l’Antonini. L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a p. 412, a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II il Buono, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176), scriveva in proposito che: Fu questo Florio ricco di molti feudi, poichè nella famosa seconda spedizione in Terra Santa sotto Gulielmo il Buono offri per essi sessantatre soldati e cinquanta serventi, come dal ‘Registro’ del P. Borrelli.”. Amedeo La Greca (…), a p. 81, nella sua nota (72), postillava che il testo del ‘Catalogus Baronum’ era stato pubblicato dalla Evelin Jamison (…) e nella sua nota (73), postillava in proposito che: “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Anche il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania‘, a p. 412, parlando di Camerota, in proposito scriveva che:

(Fig….) Antonini (…), parte II, la ‘Lucania’, p. 412

Come però possiamo leggere, l’Antonini (…), a p. 412, della sua ‘Lucania’, parlando di Camerota e dei Florio di Camerota, in proposito scriveva che: “la seconda spedizione in Terra Santa sotto Guglielmo il Buono offrì per essi sessantatre soldati, e cinquanta servienti, come dal ‘registro’ del Borrelli.”. Dunque, l’Antonini sulla scorta del ‘Catalogus Baronum’ (il ‘registro’) del Borrelli, il Catalogo dei Baroni pubblicato da Carlo Borrelli (…), nel 1600, parlava di una Crociata in Terra Santa al tempo di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, ma parlava della seconda spedizione e non della terza spedizione ordinata da re Guglielmo II al tempo della spedizione di re Riccardo I d’Inghilterra deto cuor di Leone come invece scriveva Amedeo La Greca (…), nel testo ‘Temi per una Storia di Licusati’. L’Antonini , a p. 412, nelle sue note (I) e (I), citerà la ‘Cronaca’ di Ceccano e non Ruggero d’Hoveden di cui parlerò in seguito. Dunque, l’Antonini (…), ci parla della II Crociata e non della III Crociata a cui partecipò Riccardo I cuor di Leone. Che si sia trattato della II Crociata e non della III Crociata, dove partecipò anche Riccardo I cuor di Leone, riferendosi al catalogo dei Baroni, pubblicato dalla Jamison, lo si rileva anche dalla Relazione redatta dal Consigliere De Micco (…), in una causa di confini, apprendiamo da p. 71 che: E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. L’Antonini, cita anche la ‘chronica’ del Falcando (…), Ugo Falcando, di cui parlerò in seguito e cita pure Agostino Inveges (…). Agostino Inveges (…), nel suo  ‘Annali di D. Agostino Inveges’, 1651, a p. 457, per l’anno 1188, racconta che: “Adunque il Re entrò in questa S. lega, e si segnò colla croce; e si daim fede alla Cronica di Sicilia, e al Collenucio appo Bardi (I),  egli fu il primo Prencipe, che comparve in difesa di Terra S. poichè scrivono. Guglielmo fatta una grossa armata tenne netto il mare di Giudea di corsari, che lo travagliavano essendo di gran timore à Greci.”. Dunque Agostino Inveges (…), parlando dell’anno 1188, citava il Collenuccio (…) e il Bardi (…), nella sua nota (I) e postillando scriveva che: “(I) Tomo 3, Chronol. f. 346 234 locis cis. 5 6 7 8 in ‘Chron. apud tomo 3 Italia Sacra, col. 953 apud Sigon. loc. cit. apud Cami. Pellegrin. in hist. Longobar. in Ste… in tomo I, Italia Sacra, col. 471 in ‘Annal Anglor.’ apud Baron. to 12. Anno 1189 n. 14 apud Camil. loc. cit. 12 13 14 hist. Sicardi 3 loc. cit. ecc..”. Lo storico Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrivendo sui Florio, in proposito diceva che: “Florio (Riccardo) di Camerota……Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Dunque anche il Bozza, sosteneva che Florio di Camerota secondo il ‘Catalogo dei Baroni’, fornì 63 militi per la crociata del 1188, la III Crociata in cui re Guglielmo II il buono intervenne in aiuto di re Riccardo I cuor di Leone per la riconquista di Gerusalemme usurpata da Saladino e non come invece scriveva l’Antonini che si trattava della II Crociata, dove re Riccardo cuor di Leone non centrava nulla. E’ interessante ciò che scrive Orazio Campagna (….), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 264, parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Camerota fu baronia; della stessa trasse il predicato “Florius de Camarota”, barone e regio magistrato (128).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “Difatti, i Basiliani si erano insediati  fra componenti greche, in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità di sviluppo artigianale, soprattutto per l’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo.”. Giuseppe Volpe (…) che, a p. 122, in proposito scriveva che: “Ben chiara e famosa rese questa terra, al tempo dei normanni, la famiglia ‘Camerota’, detta così per antonomasia, essendo la più nobile che vi fiorisse, cui appartenne quel Florio, Gran Giustiziero di Guglielmo il Buono, ed uno dei giudici, secondo il Falcando ed altri, nella celebre causa del conte Riccardo d’Alcandra, imputato di congiura contro del gran Cancelliere e di altri delitti (5).”. Il Volpe, a p. 123, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Cons. Mannelli, Lucania sconosciuta, M.S., vol. II, pag. 144,145 – Antonini, La Lucania, part. 11, discorso X, pag. 411-412.”. Dunque il Volpe (…) citava il manoscritto (apocrifo) di Luca Mannelli o Mandelli che ivi ho pubblicato le pagine inedite che riguardano Camerota. Lo storico Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrive sui Florio: “Florio (Riccardo) di Camerota,….Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Alessandro Di Meo (…), nel suo ‘Annali etc’, da pp. 168-169, vol. X, ci parla di Florio di Camerota e Lampo di Fasanella:

Di Meo, su Florio, p. 168.PNG

Di Meo, X, p. 169, a. 1150 sui Florio.PNG

(Fig….) Di Meo Alessandro (…), op. cit., pp. 168-169, vol. X, su Florio di Camerota e Lampo di Fasanella

Forse la notizia intorno i crociati che partivano da porto Infreschi per la I o la II o addirittura per la III Crociata, riguarda le notizie su uno dei primi feudatari di Camerota e Lentiscosa, la famiglia Marchese o Marchisio, feudatari di Camerota citati anche nel ‘Catalogus Baronum’ pubblicato da Evelyn Jamison e di cui ho scritto in un mio saggio ivi: “I Marchisio e i Florio”. Infatti,  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo etc’, nel vol. II, a p. 112, parlando di Lentiscosa, in proposito scriveva che: “Il Galanti (2)….mentre l’Alfano (3), oltre a dire degli abitanti (829) ricorda anche i feudatari Marchese. Il Giustiniani (4) ubica il villaggio su un colle “non molto lontano dal mare”, attribuendo il casale quale feudo della famiglia Marchese.”. Ebner, a p. 112, vol. II, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Alfano F.M., op. cit., p. 50”, mentre nella sua nota (4), postillava che: “(4) Giustiniani, op. cit., V, Napoli, 1802, p. 254.”. Pietro Ebner alla sua nota (12) postillava diversamente la nota bibliografica per il Giustiniani e scriveva che: “(12) Giustinani, VIII, Napoli, 1802, p. 198.”. Infatti, il Giustiniani (…), nel suo vol. VIII, del suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, a pp. 198-199, parlando del Monastero di S. Nazario e, sulla scorta di Jean Mabillon (…), nei suoi ‘Annali Benedettini’ (‘lib. 57′), scriveva anche di Licusati: “Circa lo stesso tempo vi fu edificato quel picciol paese, ed in oggi la detta Abatia serve di parrocchia agli abitanti, e trovasi commendata al Capitolo di S. Pietro di Roma, colla giurisdizione quasi vescovile, che esercita il Vicario pro tempore non solo su di essa terra, che sulle altre ancora degli Eremiti, Bosco, Cusati, e Sannicola.”.

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(Fig…) Giustiniani (…), vol. VIII, pp. 198-199

Francesco Maria Alfano (…), a p. 121, in proposito a Lentiscosa e a Licusati scriveva che: “‘Lentiscosa’ terra sopra una collina d’aria buona, diocesi di Policastro, un miglio distante dal Mar Tirreno, feudo di Marchese.”.

La III Crociata in Terra Santa

La Terza Crociata (1189-1192), conosciuta anche come “Crociata dei Re”, fu un tentativo, da parte di vari sovrani europei, di riconquistare Gerusalemme e quanto perduto della Terrasanta al Saladino (Ṣalāḥ al-Dīn Yūsuf ibn Ayyūb). La campagna militare portò i crociati a riprendere il controllo di importanti città come Acri e Giaffa e a fermare l’espansione dei musulmani, tuttavia non riuscirono nell’intento di conquistare la città santa di Gerusalemme che era l’obiettivo emotivo e spirituale della spedizione. Dopo il fallimento della II Crociata, la dinastia musulmana Zengide, che controllava una Siria unificata, era impegnata in un conflitto con i sovrani fatimidi dell’Egitto. Il condottiero curdo Saladino riuscì ad unificare le due fazioni, siriana ed egiziana, sotto il suo comando e forte di questa unione si scagliò contro gli stati crociati riuscendo a catturare Gerusalemme nel 1187. Spronati dallo zelo religioso, il re Enrico II d’Inghilterrae il re Filippo II di Francia (noto come Filippo Augusto) misero fine al conflitto che li vedeva opposti per impegnarsi a condurre una nuova crociata. Prima che l’impresa avesse avuto inizio, la morte di Enrico II avvenuta nel 1189, portò il passaggio del comando del contingente inglese al suo successore, re Riccardo I d’Inghilterra (noto come “Riccardo Cuor di Leone”, in francese ‘Cœur de Lion’). Enrico II d’Inghilterra morì il 6 luglio 1189, sconfitto da suo figlio Riccardo I, detto “Cuor di Leone” e da Filippo III. Riccardo ereditò la corona e subito cominciò a raccogliere fondi per finanziare la crociata. Nel luglio del 1190 riuscì a salpare da Marsiglia alla volta della Sicilia. A governare in Sicilia era re Tancredi, conte di Lecce che era succeduto al defunto Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono“, morto l’anno precedente (a. 1188). Tancredi fece prigioniera Giovanna d’Inghilterra, moglie di Guglielmo II e sorella di Riccardo. Tuttavia, Riccardo prese la città di Messina il 4 ottobre 1190, ottenendo la liberazione di Giovanna. Poco dopo aver lasciato la Sicilia, la flotta di Riccardo fu messa a dura prova da una violenta tempesta: molte navi andarono perdute, mentre quella che trasportava Giovanna, sorella di Riccardo e vedova di Guglielmo II, e Berengaria di Navarra, promessa sposa di re Riccardo e che trasportava gran parte del tesoro accumulato per finanziare la crociata, fu costretta a trovare un approdo di fortuna nei pressi di Limassol, sull’isola di Cipro. Gli eventi della Terza Crociata furono narrati da Giraldus Cambresis e dal poeta Ambrogio. La spedizione di Federico I Barbarossa è narrata nella ‘Historia de expeditione Federici’, redatta da un certo Ansbert. Sul versante bizantino è disponibile la Narrazione cronologica di Niceta Coniate, grande logoteta bizantino, che riporta gli eventi tra il 1118 ed il 1206.

Riccardo I d’Inghilterra detto ‘Cuor di Leone’ e la III Crociata al tempo di re Guglielmo II di Sicilia

Riccardo prese la croce già quando era conte di Poitou nel 1187. Suo padre e Filippo II di Francia lo fecero a Gisors il 21 gennaio 1188 dopo aver ricevuto la notizia della caduta di Gerusalemme per mano di Saladino. Dopo che Riccardo divenne re, lui e Filippo decisero di partire insieme per la III Crociata poiché ognuno di loro temeva che durante la sua assenza l’altro avrebbe potuto usurpare i suoi territori. Nel settembre 1190, sulla via per la Terra Santa, Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone giunsero in Sicilia, dove la sorella di quest’ultimo Giovanna, vedova da circa un anno del re di Sicilia Guglielmo II il Buono, era rinchiusa nel castello della Ziza, senza che le fosse restituita la dote. Riccardo chiese al nuovo re, Tancredi, la liberazione della sorella e la restituzione di tutta la dote. Tancredi liberò Giovanna e restituì solo una parte della dote, per cui Riccardo, adirato, occupò Messina e fece costruire una torre di legno che fu detta Mata Grifone (Ammazza greci). Tancredi si presentò con le sue truppe, ma preferì l’accordo: consegnò a Giovanna altre 20.000 once d’oro e, in cambio dell’alleanza di Riccardo, lo indennizzò con altrettante 20.000 once d’oro. L’alleanza stipulata era contro l’imperatore Enrico VI di Svevia, marito di Costanza d’Altavilla, zia ed erede di Guglielmo II il Buono. Inoltre, nei termini dell’accordo, era previsto il matrimonio tra una delle figlie di Tancredi di Sicilia e il nipote di Riccardo, Arturo I di Bretagna, in quell’occasione nominato suo erede. Nel marzo 1191 giunsero in Sicilia anche Eleonora d’Aquitania, che rientrò in Inghilterra quasi subito, e Berengaria di Navarra (promessa sposa di Riccardo), che si prese cura di Giovanna. Riccardo e Filippo rimasero in Sicilia ancora per un po’, ma ciò portò ad un inasprimento delle tensioni tra loro e i loro uomini, con il re francese che tramava con Tancredi contro Riccardo. Finalmente i due re decisero a partire una volta che raggiunsero alcuni accordi, tra cui la fine del fidanzamento tra la sorella di Filippo, Alice, e Riccardo. Riccardo I d’Inghilterra detto ‘Cuor di Leone’ e il suo seguito si imbarcarono il 5 giugno, raggiungendo la terraferma nei pressi del castello di Margat, dei cavalieri ospitalieri, in Siria. Già il 7 giugno arrivarono nei pressi di Acri, in quel momento assediata dalle truppe di Guido di Lusignano che, a loro volta, dovevano difendersi dall’assedio degli uomini di Saladino. La situazione era in una fase di stallo, poiché la guarnigione di Acri poteva contare sugli approvvigionamenti che arrivavano dal mare. Giunto nel teatro delle operazioni, non prima di essere riuscito a distruggere una nave piena di rifornimenti per la città [110], Riccardo diede ordine di realizzare diverse petriere in grado di utilizzare le pietre che aveva imbarcato a Messina. Così iniziò un meticoloso sanguinoso assedio a cui i due re, Riccardo e Filippo Augusto, parteciparono personalmente nonostante fossero entrambi malati. La spedizione di Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone raggiunse la Palestina via mare soltanto nella primavera del 1191. Due mesi dopo i crociati conquistarono Acri, dopo un lungo assedio nel corso del quale i cavalieri templari si erano distinti per il grande coraggio. Le forze cristiane guidate da Riccardo batterono a più riprese gli eserciti di Saladino avanzando verso Gerusalemme. Lo schieramento cristiano era, tuttavia, attraversato da grandi divisioni e Riccardo non aveva soldati sufficienti per conquistare Gerusalemme e difenderla. Così fu costretto a temporeggiare. Lo storico Angelo Bozza (50), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrive sui Florio: “Florio (Riccardo) di Camerota, nobilissimo barone, fu gran giustiziere del re Guglielmo II e suo intimo confidente; poichè questo re gli affidò il delicato incarico nel 1176, di chiedere al re d’Inghilterra Errico II la figlia Giovanna in isposa. Fu anche uno dei nobili giudici che nel 1169 condannarono Riccardo di Mandra conte di Molise. Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”.

Nel 1194, l’Imperatore Enrico IV ordinò il passaggio dell’Abbazia della SS. Trinità di Venosa alle dipendenze dell’Abbazia di Montecassino

Riguardo questo argomento, Rosanna Alaggio (….), nel suo “Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano” parlando dell’Abbazia di S. Maria di Cadossa, a pp. 129 e ssg., in proposito scriveva che: “…il testo di un diploma di Carlo d’Angiò, emesso nel 1305 in risposta ad una supplica presentata al sovrano dagli Ospedalieri di San Giovanni di Gerusalemme, dimostrerebbe la sottomissione dell’Abbazia cadossiana a ques’Ordine religioso, almeno per il breve arco di tempo compreso tra la fine del XIII sec. e gli inizi del XIV se. (50). Il documento, interamente trascritto dal Sacco, richiama le ragioni dell’istanza mossa al sovrano “pro parte religiosorum virorum preceptoris et fratrum sacre domus hospitalis sancte Trinitatis de Venusio”, ragioni ecc…., quanto invece, tanto il casale che l”ecclesia’ di Cadossa appartenevano all’Ospedale della SS. Trinità di Venosa ecc…”. La Alaggio continuando il suo racconto a p. 130 in proposito scriveva che: “Quali furono le circostanze che determinarono la dipendenza di Cadossa dal Priorato gerosolomitano di Venosa, il Sacco non ha saputo spiegare, nè risulta soddisfacente la sua riflessione su quest’episodio: “Il passaggio nel tempo antico del monastero cadossiano dai Benedettini cassinesi ai cavalieri di Malta, non reca alcuna meraviglia, qualora si pensi che quest’ordine miltare-cavalleresco è di origine di gran parte benedettina, in parte salernitana, e più propriamente amalfitano-cavese” (52). Altrettanto inspegabile appare l’uso dell’appellativo “cassinesi” ecc…”. La Alaggio, a p. 130, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Ibidem. p. 91”, riferendosi alla nota (49) dove postillava di: “(49) Sacco A., La Certosa di Padula, etc..”. La Alaggio sempre sull’Ordine religioso militare dei Girosolomitani a p. 131 dice che: “i dati forniti dalla documentazione superstite, nonostante la loro sporadicità, sono sufficienti a delineare, in primo luogo, una presenza, costante nel tempo, dei monaci benedettini, e, almeno per un breve arco cronologico compreso tra XIII e XIV sec., la dipendenza dello stesso monastero dal priorato gerosolomitano della S.ma Trinità di Venosa (55).”. Sempre parlando di Cadossa la Alaggio cita il Gatta e scrive che: “Santa Maria dell’Oliva veniva ricordata da Costantino Gatta come monastero appartenuto ai “Benedetteni cassinesi” e in seguito ceduto all’amministrazione dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme (58). Ecc…”. La Alaggio a p. 133 scriveva di Venosa che: “L’istituzione del Priorato di Venosa risale al 1297 quando Bonifacio VIII decide di sottomettere la S. ma Trinità all’autorità del Gran Maestro e dei frati dell’ordine Ospedaliero di San Giovanni (59). Ma già nel 1194 la S.ma Trinità di Venosa aveva subito la perdita della sua indipendenza con l’ingresso forzato nella congregazione cassinese. Per aver sostenuto l’ascesa politica di Tancredi di Lecce, l’Imperatore Enrico IV ritenne opportuno sottomettere il cenobio venosino all’autorità del decano di Montecassino Atenulfo, il quale, invece era stato un fervido sostenitore della causa imperiale; da quel momento la S.ma Trinità di Venosa fu direttamente sottomessa all’autorità dell’Abbazia cassinese (61). Risulta chiaro, a questo punto, come l’identità dei “benedettini cassinesi” ricordati sia da Costantino Gatta che dallo stesso Antonio Sacco, rimandi ad un legame con i monaci di Venosa, entrati a far parte della congregazione cassinese alla fine del XII secolo. La preesistenza, nelle fondazioni monastiche del Vallo menzionate, di “Benedettini cassinesi” risulterebbe giustificata, allora, da una dipendenza delle stesse dalla S.ma Trinità di Venosa, dipendenza risalente, evidentemente, ad un’epoca anteriore all’istituzione del Priorato gerosolomitano.”. La Alaggio a p. 133, nella sua nota (61) postillava che: “(61) P.F. Kehr, ‘Italia Pontificia’, cit., p. 491; ed anche L.R. Ménager, ‘Les fondations monastiques de Rogert Guiscard, duc de Pouille et de Calabre’, in ‘Quellen und Foshungen’, n. 39 (1959), pp. 1-116.”.

Nel 21 febbraio 1291, Carlo Martello fece liberare l’Abbate del monastero

Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 109 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, parlando del monastero basiliano di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: Nell’anno 1291, 21 febbraio, l’abate del monastero fu liberato per ordine di Carlo Martello, il prelato era stato fatto prigioniero da Bartolomeo Canusio di Napoli, nel periodo in cui gli Almugaveri per conto degli aragonesi avevano conquistato la zona (1287-1290). Sin dal secolo XIII i feudatari nominati dagli angioini cercarono di appropriarsene a spese dei religiosi: Carlo I interviene presso Giovanni di Chaurone o Caurano, capitano a guerra del Principato, che operava nella zona, affinchè smettesse di disturbare il monastero con atti da vero feudatario.”.

Nel 1295, la tassa pagata dal Monastero

Forse non si riferiva al monastero di S. Cono di Camerota, ma a quello di S. Pietro di Licusati, quando Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, parlando del Monastero di S. Cono di Camerota, nella sua nota (51), postillava che: “(51) Del Monastero è pure notizia della tassa di Hoberg (Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207. Cfr. P. Batiffol, L’Abbaye de Rossano, Paris, 1891, p. 108, e B. De Montfaucon, Paleografia graeca, Paris, 1708, p. 431, sgg.”. La notizia dovrebbe essere ulteriormente indagata. Ebner (…), scriveva che del Monastero di S. Cono a Camerota, si aveva notizia sulla “Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis”. Si tratta del ‘Codice Taxarum’ o ‘Taxam’, o ‘Liber Taxam’, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo xvii – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211. Ebner (…), a p. 587, nella sua nota (51), per questa tassa, citava tre testi: citava un testo pubblicato da “Studi e Testi” n. 144, Città del Vaticano, 1949, p. 297; poi citava pure il testo di Pierre Batiffol (…) ‘L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane’. Pierre Batiffol (…), nel suo L’Abbaye de Rossano’, nel 1891, pubblicava molti documenti, e nel ‘Cap. III, a p. 108’, scriveva che: “Policastren: Johannes de piro: fl. XL.”. Ebner (…), sulla lettera papale, cita anche il B. De Montfaucon (…), che, nel suo ‘Paleographia graeca’, edito nel 1708, a Parigi, a pp. 431-432, riporta un diploma che riguarda S. Giovanni a Piro. Agostino Lubin (…), nel 1693, nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, sulla scorta dell’Ughelli (…), a p. 117 (vedi immagine), scriveva sull’Abbazia di S. Cono di Camerota: “versùs Occidentem, & miliario a Camerotta, versùs Boream; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota confundit Codex Taxar. D. Passionari, dicitque unitam mensae Capitolari Basilica Vaticanae.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Nel 1424, e gli elementi di giudizio su fattori economici dovrebbero essere quanto mai aleatori per le istituzioni religiose, la situazione del monastero sembra più solida fra la stessa comunità civile (126). Il versamento della “decima” in sette tarì, per gli anni 1308-1310, venne effettuato dalla Chiesa di S. Severino di “Camarota” in castro “Cucculi”, mentre, per gli stessi anni, l’intero clero di “Gamarote” effettuò il versamento “in Episcopatu Policastrensi” (127).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (126), postillava che: “(126) Taxae pro communibus servitiis, etc, pag. 183.”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (127), postillava che: “(127) Rationes Decimarum, etc., Campania, cit., nn. 5538 e 6689.”.

Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 109 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, parlando del monastero basiliano di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: ” i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Questi monaci possedevano di fatto l’intero territorio, quasi del tutto disabitato, tanto che con lo scorrere del tempo e con l’attacco e le ruberie dei normanni ai possedimenti basiliani, dopo gli Angioini e gli aragonesi pur si trovano nelle loro mani estesi territori in tutto il Cilento come Bosco, S. Nazario, S. Mauro, Molpa, Palinuro, Centola, Celle, Roccagloriosa, Castelnuovo Cilento, Novi, oltre naturalmente Camerota e Lentiscosa. Complessivamente nel 1613 si potevano contare circa 1600 ettari di soli terreni con esclusione delle chiese, delle case, dei mulini, delle stalle, ecc..Comunque Licusati fu aggregata al feudo di Camerota, benchè fosse alle dipendenze dirette della Badia. Nell’anno 1291, 21 febbraio, l’abate del monastero fu liberato per ordine di Carlo Martello, il prelato era stato fatto prigioniero da Bartolomeo Canusio di Napoli, nel periodo in cui gli Almugaveri per conto degli aragonesi avevano conquistato la zona (1287-1290). Sin dal secolo XIII i feudatari nominati dagli angioini cercarono di appropriarsene a spese dei religiosi: Carlo I interviene presso Giovanni di Chaurone o Caurano, capitano a guerra del Principato, che operava nella zona, affinchè smettesse di disturbare il monastero con atti da vero feudatario.”. Sempre il Gentile a p. 38, in proposito scriveva che: “Attraverso il porto di Palinuro entrarono nella valle del Mingardo (10) S. Saba di Collesano, che vi si ci fermò, S. Fantino e S. Nicodemo del Ciro che proseguirono per le falde del monte Bulgheria. Altri porti d’ingresso erano gl’Infreschi (via terra si proseguiva per Lentiscosa, Camerota e Licusati ove esistevano Badie conosciute), l’Olivo presso Scario (per accedere e a Bosco e a S. Giovanni anch’esse Badie italo greche) e Sapri (per accedere nelle zone interne di Torraca, Battaglia, Casaletto, Caselle dove venivano altri confratelli, o come punto dalle zone interne della valle del Lao, sede di altri monasteri italo greci). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede era vacante e lo sarà fino al 1067…..Guaimario V e Gisulfo II, in seguito all’esplosione demografica del X secolo, concessero vaste estensioni di terre demaniali e private a gruppi di famiglie, in questo imitati anche dai monasteri, con richieste di affitto molto modeste. L’incremento produttivo derivato migliorò la vita e di conseguenza anche le entrate della chiesa. Rimasero però fuori da questa situazione favorevole proprio i monasteri italo-greci, molto prosperi nel Golfo, perchè esclusi poi dal disposto di Urbano II – Clermont 1095 – che stabiliva che le chiese dei conventi dovevano essere rette da cappellani nominati dal vescovo. A ciò si aggiungevano sia le pressione fiscale dei normanni nei confronti dei monasteri di rito greco nel tentativo di instaurare il culto latino (11)(p. 39) – e, infatti, alcuni monasteri furono abbandonati e rilevati dai benedettini  -, sia lo scisma del 1054: si interruppero i rapporti con i monasteri i rapporti con i monasteri greci della Valle del Lao. Questi, divenuti benedettini dipendenti dalla Badia di Cava dei Tirreni, organizzarono i contratti ventinovennali che davano più sicurezza alle famiglie, inoltre la politica agraria della Badia prevedeva il rinnovo di questi contratti e le “locationes rerum”: concessione in temporaneo godimento di complessi fondiari, già coltivati, contro versamenti modici in natura.”. Il Gentile (…), a p. 39, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Rassegna Storica Salernitana, anno 1966, pag. 96”, ma si sbagliava perche si tratta della stessa rivista del 1967 (Anno XXVIII – 1-4) dove è pubblicato il saggio di Pietro Ebner (…) dal titolo: “Monasteri Bizantini nel Cilento – I° I monasteri di S. Barbara, S. Mauro e di S. Marina”, p. 77.

Nel 1308-1310, nel ‘Rationes Decimarum Italiae’

Intorno al secolo XIV e su quel periodo (anni 1308-1310), Francesco Barra (…) nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, parlando di Centola, a pp. 70 e s., scriveva che: Assai scarse sono altresì le notizie dei secoli successivi. Dalle ‘Rationes Decimarum’ del 1308-10 risulta che le rendite dell’abbazia ecc…(18) ecc..”. Il Barra (…) a p. 70, nella sua nota (18) postillava che: “(18) ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’, Città del Vaticano 1942, n. 5536, p. 385.”. Infatti riguardo questo punto il Barra (…), sulla scorta dei due studiosi Laurent e Guillou (…) cita il testo del  ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’La ‘Ratio Decimarum’ era il registro delle decime che venivano riscosse dagli enti ecclesiastici. Questo registro quindi permette di avere numerose informazioni sia sulle parrocchie, sia sui singoli paesi, contenendo indirettamente dati storici sull’esistenza degli stessi. La fonte ben nota della lista di chiese e di monasteri compilata per la riscossione della decima sessannale su “tutti i redditi e i proventi ecclesiastici” istituita da papa Gregorio X nel 1274, e delle successive decime triennali volute da papa Bonifacio VIII, le cosidette: “Rationes Decimarum”. Nel caso della Camapania ed in particolare della nostra zona, troviamo il registro delle decime tra il 1308 e il 1310, ovvero il secondo volume a cura di Mauro Inguanez ed altri. Anche Nicola Montesano (…), parlando di Torraca e Tortorella così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Del ‘casti Turticelle’ viene fatto menzione anche nel Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”. Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. Per il testo di Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Campania’ – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1949 (Studi e testi). I documentI contenuti nel testo a cura di Mauro Inguanez ed altri sono i nn° 6688, 6689, 6690, 6691, che riguardano “XXVII – POLICASTRO”. Infatti, a p. 479 vi è trascritto l’unico foglio rimasto superstite del registro, il foglio n° 250 “In Episcopatu Policastrensi” che si trova custodito nella Biblioteca Apostolica Vaticana con la segnatura di: “Arch. Vat. Collect. 161, f. 250-250v”.

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Nel 1341 o 1345 (?), la pergamena o istrumento in cui i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati (il Laudisio scrive “di Camerota”) e di S. Giovanni a Piro passano alla chiesa madre di  Rivello

Ferdinando Ughelli parlando della Diocesi di Policastro e delle chiese di rito greco parlava di una pergamena del 1341 conservata presso la chiesa di Rivello. Forse un istrumento o un atto con cui i beni di due importanti abbazie in origine monasteri italo-greci passarono alla Chiesa Madre di Rivello. Si tratta dei monasteri italo-greci di S. Pietro di Licusati e quello di S. Giovanni a Piro. La notizia fu riferita anche dal Laudisio. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nel 1831, nel suo ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, ristampato a cura del Visconti (…), riferendosi al periodo che seguì la conquista normanna delle nostre terre e delle distruzioni di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo, a p. 73 (vedi versione del Visconti) scriveva in proposito: “Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50). Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ne rimanevano sino a poco tempo fa solo i pubblici oratori aperti a tutti, e che oggi sono ridotti quasi a un mucchio di rovine, invece i beni di queste due abbazie furono assegnate alla Chiesa Madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa. (51)”. Dunque, il Laudisio scriveva che “Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro”. Il Laudisio scriveva che vi erano due abbazie minori di basiliani: quella di “S. Pietro a Camerota” e quella di Rivello. Dunque, secondo il Laudisio, a Camerota vi era l’abbazia minore dei padri Basiliani detta di “S. Pietro” di Camerota. Mi chiedo se il Laudisio si riferiva ad un’altra abbazia o monastero di S. Pietro “a Camerota”, un ulteriore monastero o abbazia italo-greca a Camerota (oltre a quello di S. Iconio o S. Cono) oppure, il Laudisio si riferiva al monastero italo-greco di S. Pietro di Licusati ponendolo impropriamente a Camerota ?. A questa domanda ha scritto Onofrio Pasanisi (….). Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., ci parla anche dei due monasteri esistenti a Camerota. Il Pasanisi (…), in proposito scriveva che: “Scomparse anche, e da tempo, due antiche badie, detta, l’una di S. Iconio, l’altra S. Pietro, eretta, la prima, in agro di Camerota, la seconda, nei pressi di Licusati, di origine basiliana entrambe. Di esse non esistono che ruderi.”. Proseguendo il suo racconto il Laudisio riporta anche un altra interessante notizia. L’antica abbazia basiliana o italo-greca detta dal Laudisio di “S. Pietro di Camerota”, in epoca Nomanna era stata posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma ecc..” e poi in seguito  I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa.”. Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), scriveva che a Camerota vi era l’Abbazia minore basiliana, l’Abbazia di S. Pietro che dipendeva dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, di cui ci siamo occupati nel nostro saggio ivi pubblicato su “I possedimeni di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo”. Il Laudisio, alla sua nota (50) a p. 17 postillava che: “(50) Ughel., cit. loc., tom. 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: Diocesesis Polycastrensis (…(quatuor et viginti oppidis continentur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archipresbyer Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).” e, il Visconti, nella sua nota (50), aggiungeva pure che: (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”. Dunque, il Visconti, nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (50) postillava e citava l’‘Italia Sacra’ di Ferdinando Ughelli, II° ed., ed. Coleti, tomo VII, p. 542. Il Laudisio (…), nella sua nota (50), a p. si riferiva alla seconda edizione, edizione Coleti, 1721,  vol. VII, dell’‘Italia Sacra’ di Ughelli (…), che a p. 542, ci parla dei Vescovi della Diocesi di Policastro “Episcopi Polycastrensi”:

Ughelli, vol. VII, p. 541-542.PNG

(Fig….) Ferdinando Ughelli (…), ‘Italia Sacra’, I ed., vol. VII, p. 542

Il Visconti (….), nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (50) a p. 17 postillava e scriveva che l’Ughelli scriveva che: “…..(quatuor et viginti oppidis continentur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archipresbyer Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat….” e, il Visconti, nella sua nota (50), aggiungeva pure che: (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”Dunque, l’abate Ferdinando Ughelli (….), nella sua ‘Italia Sacra‘ parlando dei monasteri e delle chiese della Diocesi di Policastro con rito greco ed amministrate da sacerdoti che seguivano il rito greco scriveva che: “sono contenute nelle ventiquattro città, la principale delle quali due, Lauria On. una Collegiata (…), e le altre due avevano Parrocchia Rivellia, in quella latina della Bibbia archipresbyer, la lingua greca ad altre persone con clericale amministra i loro riti di Nazione ….”. Il Visconti (….), a p. 17, nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (51) (vedi versione del Visconti) postillava che: “(51) Apud card. Sirleti in Bibl. Vat., num. 2101, pag. 177.”. Dunque, il Laudisio per queste notizie intorno alla chiesa madre di Rivello ed i suoi monasteri associati citava il card. Sirleti ovvero il codice Vaticano Latino n. 2101, pag. 177 conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana. Lo storico locale, Biagio Ferrari (…), nel suo ‘Ipotesi etimologiche su Rivello, e sugli altri paesi della Valle del Noce’, edito da Rizieri di Lauria, a p. 15, scriveva che: Dai documenti esistenti nelle due chiese parrocchiali, il più antico è una pergamena del 1345, che trovasi presso la chiesa di S. Nicola, risulta sempre ‘Rivellum’; in un resto di volume indice (mancano gli altri undici volumi), che trovasi presso la Diocesi di Policastro, si legge: “Indic. dei monasteri, e delle chiese, e delle Celle….che si contengono negli undici precedenti volumi – Rivello in Diocesi di Policastro, in Principato citro Pandolfo di Revello è in Palermo, 1089.”. Il Porfirio (…), a p. 539, in proposito scriveva pure che: “La Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini in Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello ecc..”. Il Porfirio (…), parlando della Diocesi di Policastro a p. 538, col. dx, parlando della Diocesi di Policastro, scriveva che: “Non è tanto da passare sotto silenzio, come quivi a questi tempi, esistessero due badie, dette minori, dell’ordine basiliano, uno di S. Pietro e l’altra di S. Giovanbattista; con soggezione la prima all’archimandrita dell’Abbadia di Grotta-Ferrata nel Tuscolano, e la seconda a quello di S. Giovanni a Piro. Poscia, non ne avanzarono che gli oratori, de quali al presente non si veggono che poche vestigia: quanto a’ beni, essi furono devoluti a beneficio della chiesa madre di Rivello, giusta un istrumento in pergamena a gotici caratteri dell’anno 1341, ed un altro del 1685, che nell’archivio della suddetta chiesa tuttora si conservano.  Un così fatto rimescolamento facendo nascere il giusto timore del greco scisma, fu dalla santa sede opporunamente giudicato di permettere che i chierici greci potessero essere agli ordini sacri promossi dal vescovo di Policastro, quantunque di rito latino (3). Così fu preclusa ogni sorta di comunione coll’eresia venuta di Costantinopoli….”. Il Porfirio (…), sulla scorta dell’Ughelli parlando della Diocesi di Policastro a p. 538, col. dx, parlando della Diocesi di Policastro, scriveva che: “….quanto a’ beni, essi furono devoluti a beneficio della chiesa madre di Rivello, giusta un istrumento in pergamena a gotici caratteri dell’anno 1341, ed un altro del 1685, che nell’archivio della suddetta chiesa tuttora si conservano. Ecc..“. Dunque, il Porfirio, sulla scorta dell’Ughelli e del Laudisio scriveva che i beni delle due abbazie minori basiliane di S. Pietro di Licusati e di S. Giovanni a Piro secondo l’istrumento del 1341 (scritto a caratteri gotici) furono assegnate alla chiesa madre di Rivello. Il Porfirio (…), nella sua nota (3), postillava che:  “(3) Apud. Card. Sirleti, in biblioteca Vat. n. 2101, pag. 177.”. Il Porfirio, citava la stessa notizia del Laudisio sul Cardinale Sirleti. Il Laudisio (…), a p. 17 (vedi versione curata dal Visconti), nella sua nota (51), postillava che: “(51) Apud card. Sirleti in Biblioteca Vaticana, num. 2101, pag. 177.”. Secondo il Laudisio, sulla scorta del Cardinale Sirleto o Sirleto (…) e, sulla scorta di due Atti notarili, del 1341 e, l’altro del 1685, che dice conservati nella Chiesa di Rivello, i beni delle due Abbazie di S. Pietro di Licusati (che dice dipendesse dall’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo) ed i beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, “furono assegnati alla chiesa madre di Rivello”. Il Laudisio (…), nella sua nota (51), ed il Porfirio (…), postillavano che la notizia proveniva dal testo del Cardinale Sirleti (…), che pubblicò il codice Vaticano 2101, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma. Da Wikipedia leggiamo che il Cardinale Guglielmo i chiamava Sirleto. Guglielmo Sirleto (Guardavalle, 1514 – Roma, 6 ottobre 1585) è stato un cardinale italiano. Il Cardinale Guglielmo Sirleto, il 16 settembre 1566 fu nominato vescovo di S. Marco nella Calabria Citeriore. Trasferito a Squillace il 27 febbraio 1568, governò quel vescovato per mezzo del nipote Marcello sino al 15 aprile 1573, quando vi rinunciò in favore di lui. Nel 1569 fu chiamato a far parte della commissione preposta da Pio V all’edizione della ‘Vulgata’, e cooperò all’edizione della Bibbia greca dei Settanta e alla Poliglotta di Anversa. Il Cervini, divenuto papa, lo nominò custode della ‘Biblioteca Apostolica Vaticana’ e gli affidò l’educazione dei nipoti. Da custode della biblioteca apostolica, Sirleto (…) compilò uno dei primi cataloghi descrittivi, con un indice descrittivo completo dei manoscritti in lingua greca e portò a termine una nuova edizione della ‘Vulgata’. Presso la Biblioteca Apostolica Vaticana dopo un’iniziale dispersione, è conservata la sua ricca raccolta di manoscritti, e la corrispondenza che il cardinale tenne con i più illustri personaggi del suo tempo. Nelle more della nomina di Cervini a cardinale bibliotecario (28 ottobre 1548), Paolo III affidò la cura della Biblioteca Vaticana al cardinale Bernardino Maffei, il quale incaricò Sirleto del riordino del patrimonio librario, impoverito da furti e prestiti non restituiti, del restauro e dell’inventariazione, mai terminata, dei codici della Biblioteca. Nel contempo egli si prodigò nell’acquisto di manoscritti per Cervini e per la Biblioteca e nell’aiuto a studiosi, quali Pietro Vettori, Gentian Hervet, Nicola Maiorano e altri che a lui ricorrevano in vista della stampa di opere patristiche e bibliche. Inoltre, in assenza di Cervini da Roma curava la formazione dei nipoti Riccardo ed Erennio. Il Cardinale Guglielmo Sirleto (…), sulla scorta del Codice Vat. Lat. 2101, a p. 177, scriveva che: “…………”. Il Codice vat. Lat. n. 2101 ha per titolo:Aristotelis Ethicorum ad Nicomachum libri X atque Politicorum libri VIII nec non pseudo-Aristotelis Oeconomicorum libri I, III in Latinum sermonem per Leonardum Brunum Aretinum translati. Eiusdem Leonardi commentum in praedictos libros Oeconomicorum. sec. XV”

Cod. Vat. Lat. 2101

La notizia dataci dal Laudisio (…), ovvero che i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Camerota, insieme a quelli dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, furono assegnate alla chiesa madre di Rivello (come risulta da un Atto pergamenaceo del 1341), potrebbe essere confermata da ciò che scriveva Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…), a p. 305, parlando del ‘Mercurion’ e riferendosi al cenobio italo-greco di S. Giovanni a Piro scriveva che: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Anche Biagio Cappelli (…), sulla scorta del Di Luccia e del Martire (…), scriveva che dal “Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie” come quella di ‘S. Gaudioso a Rivello’. Dunque il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc..(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Dunque, il Cappelli (…), citava Pietro Marcellino Di Luccia (….), citava Teodoro Minisci (….) e citava  il Martire (…) che, a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè:…”. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”.

Martire D., p. 150

(Figg…) Martire D. (…), pp. 150-151

Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, al n. 31, tra i monasteri della Basilicata è citato un monastero basiliano, che lui chiama “Monastero di S. Pietro di Camerata. Monastero di S. Croce di detta Terra di Camerata”. Ora posto che in Basilicata esistesse un casale detto ‘Camerata’, io credo che il Martire (…), sebbene abbia scritto impropriamente “di detta Terra di Camerata”, riferendosi al casale di Camerota, si riferiva al nostro monastero in origine italo-greco e poi in seguito divenuto benedettino detto di S. Pietro di Licusati. Il Martire (…), cita anche Pietro di Lucca e la suaHistoria del Monastero di S. Giovanni a Pero’. Tuttavia queste notizie andranno ulteriormente indagate. Dunque il Cappelli (…), sulla scorta del Di Luccia (…) e del Martire (…), scriveva che dal “Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie” come quella di ‘S. Gaudioso a Rivello’. La notizia dataci dal Laudisio (…), ovvero che i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Camerota, insieme a quelli dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, furono assegnate alla chiesa madre di Rivello (come risulta da un Atto pergamenaceo del 1341), vengono confermate dunque da Teodoro Minisci (…), che nel suo ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’, ci parla della visita apostolica di Atanasio Calkeopilo ad alcune Abbazie del nostro territorio. Gli Atti delle visite apostoliche di Attanasio, sono state pubblicate nel 1960 dai due studiosi Laurent e Guillou (…). Il Cappelli (…), sulla scorta del Minisci (….), dice che “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie,…Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco (40)”. Dunque, secondo il Cappelli (…) e il Minisci (…), la visita apostolica di Atanasio Calkeopilo, del 1458, interessò anche l’antico monastero basiliano di ‘S. Cono de Camero’ (v. Minisci). Silvano Borsari (…), nel suo ‘Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI) (…), a p. 85-86, riferendosi alle biblioteche possedute dai tanti monasteri italo-greci del Mezzogiorno d’Italia, scriveva che:  “Gli inventari delle biblioteche cominciano a diventare numerosi con il XV secolo. Un gruppo compatto è contenuto nel ‘Liber visitationis’ dell’archimandita Atanasio Calceopilo, dell’anno 1457 (36), in cui sono riportati gli inventari di tutte le biblioteche monastiche basiliane della Calabria, della Basilicata meridionale e del Cilento meridionale, esclusa quella di S. Maria del Patir, e delle quali quindi noi possiamo conoscere la consistenza in un’epoca anteriore alle grandi spoliazioni avvenute nel XVI secolo (37).”. Il Borsari (…), nelle sue note (36) e (37), postillava che: “(36) Le ‘Liber visitationes’ d’Athanase Chalkeopoulos (1457-1458), ed. M.H. Laurent – Guillou A. (Città del Vaticano, 1960: Studi e Testi, 206)” e la nota (37) dice che solo pochi monateri italo-greci avevano una ricca biblioteca.

Nel 1353, la bolla del 9 gennaio di papa Innocenzo VI da Avignone a ‘S. Coni de Camerota’

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Russo (…), a p. 264, scriveva che vi era da molto tempo una continua relazione e scambi tra i monaci dei monasteri del basso Cilento e quelli della Calabria, scrivendo che da alcuni documenti vaticani si evince che Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota.”, e parlando di Camerota Orazio Campagna (…) a p. 264, scriveva che: “Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Infatti, lo storico calabrese Francesco Russo (….), nel suo ‘Regesto Vaticano per la Calabria’, pubblicato a Roma nel 1974-75, vol. I-II, ha citato alcuni documenti conservati nell’Archivio segreto della Biblioteca Vaticana, che citavano l’antico monastero basiliano di S. Pietro di Camerota (dice il Russo), ma sarebbe di Licusati, da cui dipendeva il casale di Camerota. I documenti citati dal Russo (…), sono: il n. 7272, 7299, 7431 nel vol. I e, nel vol. II, troviamo il n. 12562. Ho cercato questi documenti e il testo di Francesco Russo (…) e, li ho avuti in concessione dalla sig.ra Anna Stabile, presso la Biblioteca della Fondazione Adele Caterini di Laino Borgo (CS), una ricca Biblioteca che possiede circa ventimila volumi. Dunque, Orazio Campagna (…), sulla scorta del Regesto Vaticano di Francesco Russo (…) citava alcuni documenti vaticani dove si citava il monastero di S. Pietro di Licusati e scriveva che monaci (igumeni basiliani) del monastero di Camerota (S. Cono di Camerota e monaci di S. Pietro di Licusati), venivano trasferiti in alcuni monasteri della Calabria e viceversa. In particolare, in alcuni documenti del Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI del 1300, si scrive che questi monaci, per diversi motivi, venivano trasferiti nel monastero di S. Adriano in Calabria, nella Diocesi di Rossano Calabro. Nei documenti citati dal Campagna (…), a p. 264, e citati dal Russo (…), troviamo citati i monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati. Nel Regesto Vaticano etc di Francesco Russo (…), nel vol. I, nel regesto di Innocenzo VI (1352-1362) troviamo il documento n. 7272 del 9 gennaio 1353 a p. 463 e, il documento n. 7299, del 3 aprile 1353 lo troviamo a p. 465; il documento n. 7431, a p. 478; nel vol. II, troviamo il documento n. 12562 a p. 463, nel regesto di Sisto IV (1471-1484):

Russo F., p. 463, n. 7272

Nel documento n. 7272 del 9 gennaio 1353, nel Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI (1352-1362), scritto ad Avignone (sede papale) è scritto che: “Nicolaum de Camerota confirmat in abbatem monasterii S. Coni de Camerota, O.S.Bas., Polycastren. dioc., vac. per translationem Nicolai, olim abbatis eiusd. monasterii S. Coni, ad Archimandritam monasterii S. Adriani, eiusdem Ord., Rossanem. dioc. “Dat. Avignone, quarto idus januarii anno primo”.”, che tradotto è: “Nicola di Camerota abbate del monastero di S. Cono di Camerota conferma anche questo del monastero di San Nicola, O.S.Bas., Polycastren. Diocesi., Vacante con il trasferimento di Nicola, abate di quel tempo. del monastero di S. del cono, al archimandrita del monastero di S. Adriano, dello stesso Ord., Rossano. Diocesi Datato Avignone, il primo giorno di gennaio dell’anno.. Il Russo postillava che il documento in questione si trova in: “Reg. Vat. 219, f. 57, ep. 17; Reg. Vat. 244, f. 215, ep. 14; ‘Fontes Iuris Orient.’, S. III, vol. X, p. 1.”. Riguardo la bolla papale di papa Innocenzo IV, emanata ad Avignone è stata citata anche da Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), a p. 99 (v. versione a cura di Visconti) in proposito scriveva che. “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro unita alla basilica di S. Maria del Presepe di Roma; ma in seguito questa abbazia divenne di patronato regio e di collazione straordinaria *.“.

Nel 1353, la bolla del 3 aprile di papa Innocenzo VI da Avignone a S. Coni de Camerota

Russo F., p. 465, n. 7299

Nel documento n. 7299 del 3 aprile 1353, nel Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI (1352-1362), scritto ad Avignone (sede Papale) è scritto che: “Policastren. et Bisinianem episcopis ac Abbati monasterii Laurent., Policastren. dioc. Pro-visionem monasterii S. Coni de Camerota, O.S. Bas., Policastren. dioc., vivente adhuc abbate eiusdem, Clemens papa VI Sedi Apostolice reservavit. Mortuo ultimo eiusdem monasterii abbate, Pontifix Nicolaum eidem monasterio praefecit. Sed conventus monachorum eum recipere recusat; quapropter eis mandat ut eum recipere recusat; quapropter eis mandat ut eum inducant in corporalem possessionem dicti monasterii et inductum defendant.” “Dat. Avignone, tertio nonas aprilis Pont. n.ri anno primo”. “Dutum fel. rec. Clemens”, che tradotto è: “Policastren. vescovi, e l’abate del monastero e Bisignano Laurent., Policastren. Diocesi. Per il monastero di Saint-Cono circa il Camerota, Ordine di S. Basilio, Policastren. Diocesi, durante la vita di abate di papa Clemente VI  Sede Apostolica magazzino. Dopo la morte del abate del monastero, l’ultimo capitolo della stessa, pontifice Nicolas, un monastero del governo allo stesso. Tuttavia, l’assemblea dei monaci per ricevere rifiuta Per questo motivo a loro, li istruì di riportarlo nega; Per questo motivo a loro, li incaricato di condurre, in possesso del corpo del detto monastero, e sono stati approvati da lui per difendere la fede “” Egli dà. Avignone, celebrato aprile Pont. n.ri primo anno. veleno Dutùr. Rec. Clemente VI”. Il Russo (…) a p. 468 postillava che il documento in questione si trova in: “…………………..

Nel 1355, la bolla del 15 ottobre di papa Innocenzo VI da Avignone per S. Coni de Camerota

Russo F., p. 478, n. 7431

Nel documento n. 7431 del 15 ottobre 1355, nel Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI (1352-1362) è scritto che: “Supplicat….frater Nicolaus, archimandrita monateri S. Adriani, O.S.Bas., Rossanen. Rogerii de Camerota, presbytero Polycastren. dioc., de archipresbyteratu de Camerota aucoritate ordinaria factas, dignemini autoritate apostolica confirmare. – Fiat”.”. Questo documento del 15 ottobre 1355, contenuto nel regesto Vaticano di papa Innocenzo VI, si parla di un Rogerii de Camerota. Il Russo postillava che il documento in questione si trova in: “Reg. Suppl. 28, f. 232v; ‘Fontes Iuris Orient., S. III, vol. X, 123.”.

Nel 1418, il monastero Agostiniano di S. Pietro di Licusati dell’Ordine dei Premostratensi

Nel periodo di crisi della dinastia normanna dopo il 1194, l’ordine Premostratense acquistava il monastero e la sua proprietà e diritti per alcuni secoli. Dopo la Riforma Protestante e la Controriforma Cattolica molti vescovi della chiesa romana insistevano sull’uniformità totale di rito e disciplina tanto da arrivare al punto che alcuni vescovi bruciavano pubblicamente i libri liturgici del rito greco come ad esempio a Cuccaro Vetere. L’aristocrazia locale riuscì a smembrare la proprietà dei monaci italo-greci. Sull’abbazia e sul casale di Licusati, non vi sono molte notizie, sia perché l’Antonini (…), che pur aveva scritto del territorio nel ‘700, che il Volpi (…), che scrisse della diocesi di Capaccio e dei suoi vescovi, nulla avevano detto della badia e del villaggio che le era sorto a poche centinaia di metri. Pietro Ebner,  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 117-121, scriveva in proposito a Licusati che: Il Lubin segnala tra le abbazie di fondazione di monaci greci anche la badia di S. Pietro di Cusati (li Cusati, Licusati).”, come si può vedere nell’immagine sotto tratta da p. 117 del Lubin (…):

lubin-p-117.png

(Figg….) Lubin Agostino (…), p. 117

Agostino Lubin (…), nel 1693, nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, sulla scorta dell’Ughelli (…), a p. 117 (vedi immagine), scriveva sull’Abbazia di S. Pietro di Licusati: “Abbatia tit. S. Petri de Cusato, Ord. Premonstratensis, Dioece. Policastrensis, ut refertur in Codice Taxarum Camerae Apost. apud Ughellum. to. (tomo) 7. pag. 940 vocatur S. Petri de Licusati, & dari solita est in Commendam; vulgo ‘li Cosati’ Vicus Regni Neapolitani in Provincia Principatus Citerioris dicta, decem pass. mill. Polycastro distans, versus Occidentem, & miliario à Camerota, versus Boream; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota consundit Codex Taxar. D. Pasionariae, dicitque unitam mensae Capitulari, Basilacae Vaticanae.”. Il Lubin (…), nel 1693 scriveva che: “Abbatia tit. S. Petri de Cusato, Ord. Premonstratensis, Dioece. Policastrensis“. Dunque, il Lubin (….), la chiamava Abbazia di S. Pietro di “de Cusato” appartenente all’Ordine dei Premonstratensi. I canonici regolari premostratensi (in latino Candidus et Canonicus Ordo Praemonstratensis) sono un ordine canonicale di diritto pontificio: i religiosi, detti anche norbertini, pospongono al loro nome la sigla Ordine Praemostratensis. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, a p. 232, così in proposito scriveva che: Nel 1418 è attestata come appartenente all’Ordine dei Premostratensi, nel 1424 passa all’Ordine di San Basilio nella diocesi di Policastro, al cui vescovo paga la tassa generale (H. Hoberg, 183), nel 1548 risulta proprietaria di un frantoio e un ‘cammarellus’ a Camerota (in ASS ‘notar G. Greco, fs 28, lib. II, pag. 50); il frantoio nel 1693 è sito presso la chiesa di S. Maria delle Grazie a Camerota come risulta dal ‘Libro delle entrate ed esiti della cappella del SS. Rosario’ (ASC SS. Rosario, 3); è attestata anche nel 1709; nel 1753 è affidata dalla Santa Sede al reverendo di Licusati Marco Crocco per la qual cosa pende giudizio innanzi alla Curia romana; ecc…I beni della Badia nel 1857 risultano intestati per metà al Seminario diocesano di Policastro e per metà al Comune per usi civici (Cirelli, 38). Ecc…”. Sui “Premonstratensi” ha scritto il Cappelli. Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il Cenobio di S. Nazario”, a pp. 44-45 e ss., in proposito scriveva che: Ivi in prossimità di altri asceteri, Nicola trova il desiderato cenobio di S. Nazario dove, spossato dal viaggio, è amorosamente accolto dall’abate e dagli altri fratelli (37). Situo così il monastero negli immediati pressi o sullo stesso luogo dell’odierno villaggio di S. Nazario che evidentemente deve le sue origini al cenobio bizantino del quale ora, solo, conserva la memoria, ma assai alterata, nella chiesa costruita di recente, dopo essere stato il cenobio unito all’abbazia di S. Pietro di Camerota (38). E come nell’autunno del medioevo il villaggio è uno dei casali del castello di Cuccaro, feudo di uno dei rami della potente famiglia Sanseverino (39), così anche al tempo di Nicola è fondato su terre dipendenti dallo stesso castello, al quale quasi sicuramente appartiene come governatore quel “piccolo despota detto in quei luoghi c o n t e” (40) umiliato dall’asceta.”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (37) postillava che: “(37) Vita di S. Nilo, cit., pp. 12 e s.”Il Cappelli, a p. 52, nella nota (38) postillava che: “(38) V. per l’ultima affermazione, P. N. Baumund, Monasticon Praemonstratense, I, 1960, p. 385. L’autore però erra nel dire che il cenobio di S. Nazario è una probabile fondazione benedettina.”. L’autore non è Baumund ma è Backmund Norbert (….), autore del testo “Monasticon Praemonstratense: id est historia circariarum atque canoniarum candidi et canonici ordinis Praemonstratensis”, I-III, Straubing 1952-1960 (I, Berlin 19832). Infatti, Norbert Backmund (….) ci parla del monastero e Abbazia di S. Pietro di Licusati, scrivendo la voce “Camerota”.

Nel 31 luglio 1423, la donazione di Giacomo Morra al vassallo Brancato Pistinello di Licusati

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 80 e s., riferendosi a dopo Carlo II d’Angiò, in proposito scriveva che: “Come c’informa un inedito atto in pergamena, redatto “apud terram Sancti Sanseverini de Camerota”, che pubblichiamo integralmente in appendice, il 31 luglio 1423 Giacomo Morra donò in proprietà e possesso irrevocabili (“in perpetuum donationis titulo et non revocabilis inter vivos”) al suo vassallo Brancato Pistinello di Licusati (“de Cusatis”) abitante in Sanseverino, in ricompensa dei suoi servigi, presumibilmente di natura militare (“vassalli affectione motus (….) accepto benefici gratus”), diversi beni stabili siti nelle pertinenze di Sanseverino: una casa in località San Cristofaro, confinante con via pubblica e via vicinale, soggetta ad annuo censo di un’oncia e mezzo alla corte feudale; una vigna in località “Campanella”, confinante con i beni di Biagio de Rosa, di Giovanni de Ielardi e di Giovanni de Petrillo, soggetta ad un annuo reddito di un’oncia e mezzo; un terreno in località “Lisca”, confinante con la via pubblica, via vicinale e vallone, ugualmente soggetto ad un annuo reddito di un’oncia e mezzo. Il documento fu redatto dal notaio Ciferio Britto (“Ciferius Brictum”) di Policastro (“de civitate Policastri”) e dal giudice annuale di Sanseverino Napolillo Bonavita (“Napulellus de Bonavita”)(3). E’ significativo che la solenne donazione, sottoscritta da molti autorevoli testimoni e giurata sul Vangelo dal Morra, s’inserisse nel contesto del diritto feudale e del rapporto vassallatico. La donazione era infatti a tutti gli effetti irrevocabile, alla sola condizione che il Brancati e i suoi successori avessero continuato a prestare l'”homagium” al feudatario e non riconoscessero altri signori (“accessisset ad aliquem domunum”). Non si trattava, quindi, di una pura e semplice censuazione, ma di una vera e propria investitura di beni feudali, effettuata, peraltro, senza nessuna autorizzazione legale da parte del sovrano, il che si spiega con la confusione politica attraversata in quel periodo dal regno di Giovanna II. Il fatto, poi, che la stipula dell’atto, rogato da un notaio “esterno” fatto venire da Policastro, non sia avvenuta, come ci si attenderebbe, nel castello di Sansverino, ma in una località indeterminata, e comunque in aperta campagna (“apud terram Sancti Severini de Camerota”) ecc…”. Il Barra (….), a p. 80, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Archivio di Stato di Benevento, Fondo Pedicini, Pergamena n. 1, che riportiamo in appendice al doc. 1”. Il Barra riporta integralmente la trascrizione scritta del documento a pp. 96-97-98.

 Nel 1480, la ‘Platea dei beni’ dell’Abbazia di San Pietro di Licusati

Recentemente Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità” ha riesumato una Platea scoperta da Pietro Ebner. La Ottati (….), a p. 26 riferendosi ad una chiesa “Obedientia” di S. Caterina a Caprioli, in proposito scriveva che: Il vuoto documentario di alcuni secoli non ci consente di seguirne la storia: ma da una platea del 1613, che richiama ad un’altra precedente del 1480, apprendiamo una notizia, sebbene indiretta, che certamente risulta di estremo interesse e che ci permette di assegnare la chiesa di Santa Caterina di Caprioli come ‘obedientia’ della badia greca di S. Pietro di Licusati.”. Sempre la Ottati, a p. 29, riferendosi all’Abbazia di San Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “….Cilento e alla Molpa. Nell’ambito di quest’ultimo territorio rientrava la chiesa di Santa Caterina con le sue pertinenze, che indirettamente troviamo documentata per la prima volta nella citata platea del 1480 (23) e che seguì le sorti dell’antico cenobio.”. La Ottati, a p. 29, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Ebner Pietro, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, in Studi sul Cilento, op. cit., Vol. II, pp. 217-33.”. Infatti, Pietro Ebner scoprì nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania una platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati, di cui ho parlato in un altro mio saggio. La Ottati, a p. 29 scriveva che: “Che cosa era accaduto per cui questo si preoccupò di redigere un inventario di tutti i suoi beni? L’avvenimento più prossimo degli anni precedenti, era stata la distruzione di Molpa, l’antica città che sorgeva sull’omonima collina attigua al Capo Palinuro, tra le foci del Lambro e del Mingardo, che cadde l’11 giugno 1464.”. La Ottati, a p. 30 scriveva pure che: “La badia allora, anche in considerazione delle facili usurpazioni che i signorotti locali usavano fare ai danni dei beni eccllesiastici in simili contingenze, nel 1480 fece redigere l’inventario, una platea (“confecta in anno 1480″)(26) dei beni i quali sono per lo più gli stessi che saranno riportati nella successiva del 1613, nella quale la prima è richiamata più volte. E, nello specifico, apprendiamo dell’esistenza di una chiesa di S. Caterina, ‘grancia’ (dipendenza) della badia di San Pietro di licusati, che nel 1480 possedeva gli stessi beni che avrà ancora nel 1613 ecc…”. La Ottati, a p. 30, nella sua nota (26) postillava che: “(26) P. Ebner, Dimensione fondiaria, op. cit., p. 217.”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 118 parlando di Licusati, in proposito a questa platea scriveva che: “Mancavano notizie sicure sul villaggio, specialmente sulle chiese e cappelle locali ecc….Ciò fino al 1979, quando ebbi l’insperata possibilità di pubblicare (5) la platea dei beni mobili e immobili, compilata nel 1613, della badia di S. Pietro esistente nell’ADV, saggio al quale rinvio per tutte le particolarità, specie fondiarie, inerenti la badia medesima. Questa, già nel 1480 (6) aveva fatto compilare un altro polittico, di cui era copia nell’Archivio del capitolo di S. Pietro di Roma.”. Ebner, a p. 118, nella sua nota (5) postillava che: “(5) P. Ebner, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, “RSSR”, Napoli, 1979, p. 163.”. Ebner (…), a p. 118, vol. II, nella sua nota (6), postillava a riguardo che: “(6) Lo si rileva dai ff 183 e 183 t (“confecta in anno 1480″), ecc..”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, che riferendosi alla Badia di S. Pietro di Licusati, scriveva che: “Questa, già nel 1480 (6) aveva fatto compilare un altro polittico, di cui era copia nell’Archivio del capitolo di S. Pietro di Roma.”. Si tratta di una ‘Platea dei beni’ del 1480, a cui si rifaceva un’altra ‘Platea dei beni’, scoperta da Pietro Ebner (…), che nel 1979, pubblicava sulla rivista ‘Ricerche di storia sociale e religiosa’ (…), un suo saggio: ‘Dimensione fondiaria di un’Abbazia meridionale nel XVII secolo’, dove citava e pubblicava per la prima volta una ‘Platea di beni’ del 1613, inedita, conservata nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania. Il documento del 1613, è interessantissimo, perchè si rifà ad una precedente ‘Platea di beni’ del 1480. Ebner (…), a p. 118, vol. II, nella sua nota (6), postillava a riguardo che: “(6) Lo si rileva dai ff 183 e 183 t (“confecta in anno 1480″), ecc..”. Mentre, nel suo saggio ‘Dimensione fondiaria di ecc..’, del 1979 e pubblicato da Amedeo La Greca (…), a p. 217, nota (3), Ebner (…), scriveva: “Sull’esistenza sicura del polittico del 1480, v. ad esempio, a f. 183 e a f. 183 t: ‘confecto in anno 1480’ e che non doveva superare di molto i 249 ff. Il numero più alto che, del vecchio inventario, si legge in quello del 1613.”. L’Ebner (…), a proposito del Monastero di Licusati, scriveva che già nel 1480 aveva fatto compilare un altro polittico, di cui era copia nell’Archivio del capitolo di S. Pietro di Roma. Del documento del 1613, scoperto da Ebner (…), parleremo innanzi. Tuttavia Ebner (…), non ha mai pubblicato i fogli originali della ‘Platea’ del 1613, ne quelli della precdente ‘Platea’ del 1480. Il saggio di Ebner (…), è stato ripubblicato recentemente da Amedeo La Greca (…). Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 555 e s., parlando del casale di ‘Bosco’, scriveva che: “Ma ben più importante è l’elenco dei diritti feudali all’abbazia di S. Pietro di Licusati, trascritti dall’inventario del 1480 e distinti in capitoli.”:

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(Figg…) Ebner (…), ‘Chiesa, Baroni e Popoli nel Cilento’, vol. I, pp. 557-558

Nel 1480, la bolla del 20 giugno di papa Sisto IV per S. Pietro di Licusati

Orazio Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “Difatti, i Basiliani si erano insediati  fra componenti greche, in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità di sviluppo artigianale, soprattutto per l’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monasterio si vestì dell’abito dell’Ordine di S. Basilio, dal Bios cit. Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Russo (…), a p. 264, scriveva che vi era da molto tempo una continua relazione e scambi tra i monaci dei monasteri del basso Cilento e quelli della Calabria, scrivendo che da alcuni documenti vaticani si evince che Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota.”, e parlando di Camerota Orazio Campagna (…) a p. 264, scriveva che: “Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Infatti, lo storico calabrese Francesco Russo (….), nel suo ‘Regesto Vaticano per la Calabria’, pubblicato a Roma nel 1974-75, vol. I-II, ha citato alcuni documenti conservati nell’Archivio segreto della Biblioteca Vaticana, che citavano l’antico monastero basiliano di S. Pietro di Camerota (dice il Russo), ma sarebbe di Licusati, da cui dipendeva il casale di Camerota. I documenti citati dal Russo (…), sono: il n. 7272, 7299, 7431 nel vol. I e, nel vol. II, troviamo il n. 12562. Ho cercato questi documenti e il testo di Francesco Russo (…) e, li ho avuti in concessione dalla sig.ra Anna Stabile, presso la Biblioteca della Fondazione Adele Caterini di Laino Borgo (CS), una ricca Biblioteca che possiede circa ventimila volumi. Dunque, Orazio Campagna (…), sulla scorta del Regesto Vaticano di Francesco Russo (…) citava alcuni documenti vaticani dove si citava il monastero di S. Pietro di Licusati e scriveva che monaci (igumeni basiliani) del monastero di Camerota (S. Cono di Camerota, e monaci di S. Pietro di Licusati), venivano trasferiti in alcuni monasteri della Calabria e viceversa. In particolare, in alcuni documenti del Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI del 1300, si scrive che questi monaci, per diversi motivi, venivano trasferiti nel monastero di S. Adriano in Calabria, nella Diocesi di Rossano Calabro. Nei documenti citati dal Campagna (…), a p. 264, e citati dal Russo (…), troviamo citato il monastero di S. Cono di Camerota. Nel Regesto Vaticano etc di Francesco Russo (…), nel vol. I, nel regesto di Innocenzo VI (1352-1362) troviamo il documento n. 7272 del 9 gennaio 1353 a p. 463 e, il documento n. 7299, del 3 aprile 1353 lo troviamo a p. 465; il documento n. 7431, a p. 478; nel vol. II, troviamo il documento n. 12562 a p. 463, nel regesto di Sisto IV (1471-1484):

Russo F., vol. II, p. 463, n. 12562.PNG

Nel documento n. 12562 del 20 giugno 1480, nel Regesto Vaticano di papa Sisto IV (1471-1484)(vol. II, p. 463  è scritto che: “Archiepiscopo Acherontin. et Aversan. ac Tropien Episcopis mandat, ut monasterium S. Petri de Camerota, O.S.Bas., Policastren. dioce., vac. per ob. Bernardi, Episcopi Cotronen., qui ex concessione apostolica habebat in commendam, commendetur Thomacello de Petrutiis, clerico Neapolitan., Notario Papae. “Dat. Rome, apud Sanc-tumpetrum, Anno etc. MCCCCLXXX, duodecimo KL. Iulii, pont. n.ri Anno Nono”.”. Il Russo postillava che il documento in questione si trova in: “Reg. Vat. 605, f. 95-96 (ol. 94-95)”.

Nel 1503, la commenda dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati

Ebner (…), che nel suo vol. II, a p. 493, parlando di S. Giovanni a Piro, scriveva che: “Nello stesso anno 1503, venne nominato abate commendatario il napoletano Antonio Terracina, abate anche delle badie di S. Pietro di Licusati e di San Nicola di Bosco, il quale delegò all’amministrazione delle badie un locale, Gerolamo Surfaia (26), il quale assunse così poteri quasi vicariali. Seguì sempre come abate commendatario, Antonio del Baucio (1520) che amministrò la badia a mezzo il vicario G. Surfaya. Il Di Luccia (p. 47) trascrive la “Instruccione et ordinatione date a vui Donno Ieronimo Surfaya per nui Antonio Terracina Apostolico Protonotario et Commendatore de l’Abbatia de S. Ioanne a Piro e S. Pietro de Lycusate” per cui il predetto doveva tenere corte in la Iustitia tanto clericale come laicale; vendere “loglie che sono al presente in Abbatia de S. Io:…volimo” che eseguiate le volontà testamentarie di certo Francesco di cui manca il cognome; ecc..”. Ebner, nella sua nota (26), postillava che: “(26) Di Luccia, p. 25.”.

Nel 1561, la bolla di papa Pio V elesse Girolamo de Vio, Abate Commendatore dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 495, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Nel 1561 nella badia vi era un solo monaco. Se ne legge nella bolla di Pio V di concessione in commenda a Gerolamo de Vio (“in quo unus Monachus dicti Ordinis de presenti reperitur”).”. Dunque, Pietro Ebner, sulla scorta di una bolla di papa Pio V del 1561, riteneva che la concessione a commenda (elezione ad Abate Commendatario) dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro fu di papa Pio V e non di papa Pio IV come scrisse il Di Luccia. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia regalataci, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Sette furono gli Abati-Commendatori: – …..D. Girolamo De Vio (1561-87).”. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro’, pubblicata nel 1991, parlando degli Abati Commendatori del Cenobio basiliano e Abbazia dopo, a p. 62-63, dopo aver detto di Teodoro Gaza, ci informa che: 7) D. Girolamo De Vio, nipote di Andrea, ultimo Commendatore, fu investito nel 1561 da Papa Pio IV (35), dopo la rinunzia dello zio, come dimostrerebbe una lapide già esistente nella Chiesa Parrocchiale e non più ritrovata. Non si hanno documenti dell’attività di quest’ultimo Commendatore: tanto erano differenti le condizioni del Cenobio, che un solo frate risiedeva nel Convento, come attesta la stessa Bolla di Pio IV: “…in quo (convento) unicus Monacus dicti Ordinis (Basiliani) de praesente reperitur…” (36).”. Il Tancredi (…), a p. 64, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Milanese, Giovan Angelo dei Medici: 25.XII.1559, 6.I.1560 – 9.XII.1565.”. Il Tancredi, a p. 65, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Di Luccia P. M., op. cit., p. 29: “nel quale (Convento) si trova al presente un solo Monaco del detto Ordine.””.

Nel 20 giugno 1564, la bolla “Insuper eminenti” di papa Pio IV (o papa Pio V ?) che aggregava le Commende delle Abbazie di: S. Nicola di Bosco, S. Pietro di Licusati, S. Giovanni di Camerota, S. Cecilia di Cuccaro, Centola ed Eremiti alla Cappella del Presepe del Capitolo di S. Pietro in Vaticano

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 559-560, parlando del casale di Bosco e riferendosi alla Chiesa di Bosco in proposito scriveva che: “Chiesa, sempre parrocchiale, dipendente un tempo dall’abbazia italo-greca di S. Pietro di “li Cusati. Nel sec. XV, papa Pio IV con bolla “Insuper eminenti” del 20 giugno 1564, assegnò la Badia di Bosco in Commenda al Capitolo di S. Pietro in Vaticano, insieme ad altre quattro abbazie minori: Licusati, Cuccaro, Centola ed Eremiti. Così la badia fu retta da un vicario apostolico con giurisdizione episcopale, ecc..”Dunque, l’Ebner scriveva che un tempo la chiesa e l’Abbazia di Bosco dipendeva dall’Abbazia di Licusati. Ebner scriveva pure che le Abbazie di Bosco (S. Nicola) e quella di Licusati (S. Pietro) furono aggregate in Commenda al Capitolo di S. Pietro in Vaticano con la bolla del 20 giugno 1564 da papa Pio IV, insieme alle altre abbazie minori: Licusati, Cuccaro, Centola ed Eremiti. Ebner scriveva che erano Abbazie minori. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che “Nel 1564, Pio V (1559-1566) aggregò le Abbazie di S. Pietro di Licusati, di S. Nicola di Bosco e di S. Cecilia alla cappella vaticana del SS. Presepe.”. L’Ebner (…), scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Dunque, secondo Ebner, l’antica Abbazia di S. Nicola di Bosco era una grangia dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Ebner scriveva pure che oltre a S. Nicola di Bosco e S. Pietro di Licusati vi erano anche le abbazie o monasteri di S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia e di S. Nazario a Cuccaro. Di queste abbazie parlerò in seguito. Ebner (…), scrivendo dell’aggregazione della Badia di S. Pietro di Licusati, ci dice che a Camerota, vi era anche “S. Giovanni di Camerota”, grangia della Badia di S. Pietro di Licusati, che, con la bolla papale di Pio V, nel 1564, veniva annesso alla Cappella del Presepe. Su “S. Giovanni di Camerota”, grangia del monastero di S. Pietro di Licusati. Dunque, secondo Ebner (…), dalla bolla del 1564, di papa Pio V, si rileva che il monastero basiliano di S. Pietro di Licusati, possedeva alcune grangie, tra cui quella di “S. Giovanni” a Camerota e S. Nicola di Bosco. Dalla bolla del 1564 di papa Pio V si rileva che il monastero di S. Pietro di Lucusati possedeva anche le seguenti grangie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Cecilia e S. Nazario con tutte le sue notevoli dipendenze. Nel secolo XVI, Papa Pio IV, con la bolla “Insuper eminenti” (datata 20 giugno 1564), assegnò l’Abbazia di San Nicola al capitolo San Pietro in Vaticano. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 559-560, dove parlando della chiesa di Bosco scriveva che:  “Chiesa, sempre parrocchiale, dipendente un tempo dall’abbazia italo-greca di S. Pietro di “li Cusati. Nel sec. XV, papa Pio IV con bolla “Insuper eminenti” del 20 giugno 1564, assegnò la Badia di Bosco in Commenda al Capitolo di S. Pietro in Vaticano, insieme ad altre quattro abbazie minori: Licusati, Cuccaro, Centola ed Eremiti. Così la badia fu retta da un vicario apostolico con giurisdizione episcopale, coadiuvato da un agente residente a Napoli con il compito di controllare l’opera del vicario locale (12)”Pietro Ebner (….), a p. 559, vol. I, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Di Luccia, cit., p. 127 e ssg.”. Dunque, Pietro Ebner parlando di Bosco e della sua Abbazia di S. Nicola scriveva che questa insieme ad altre abbazie del basso Cilento furono aggregate alla Santa Sede dalla bolla di papa Pio IV il 20 giugno 1564. Pietro Ebner postillava di Pietro Marcellino Di Luccia (….), traeva alcune notizie dal Di Luccia (….), ovvero dal suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 127 e sgg. Rileggendo però il Di Luccia (….) a p. 127 e ssg., non si evince quanto sia stato scritto da Ebner. Il Di Luccia, a p. 127 ci parla di S. Giovanni a Piro e del suo territorio. E’ molto probabile che l’antica  Abbazia basiliana di S. Pietro a Licusati, sia stata posta alle dipendenze e sotto la giurisdizione dell’Archimandita dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo vicino Roma, fondata da S. Nilo da Rossano.  Licusati faceva parte del distretto amministrativo civile di Policastro, ma il vescovo di Policastro non aveva giurisdizione a Licusati, perché la baronia era di rito greco. Dipendeva attraverso un archimandrita direttamente da Roma per le cose ecclesiastiche e dal duca di Salerno e dal re per le cose civili. Forse però questi autori sbagliano in quanto nel 1564 non era papa Pio V ma papa Pio IV. Infatti, Papa Pio V, al secolo Antonio (in religione Michele) Ghislieri è stato il 225º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica, sovrano dello Stato Pontificio, dal 7 gennaio 1566 alla sua morte. Invece, papa Pio IV, nato Giovanni Angelo Medici di Marignano è stato il 224º papa della Chiesa cattolica, dal 1559 al 1565. Dunque, papa Pio V (o papa Pio IV), con la sua bolla emessa l’anno 1564 aggregò in Commenda (cioè in affidamento) alle dipendenze della Cappella del Presepe, della S. Sede Apostolica di Roma, alcune abbazie tra cui quella di S. Pietro di Licusati, l’Abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia e S. Nazario ecc… Il sacerdote Giovanni Cammarano, nel suo ‘Storia di Centola’, vol. II dedicato alla ‘La Badia di S. Maria‘, a p. 137 parlando di “2. Quando la Badia diventò commenda” continuando a scrivere sull’argomento, non essendo d’accordo neanche sul Venceslao II in proposito citava l’Ebner e scriveva che: “L’Ebner non cita la fonte, per cui resta insoluta la data del passaggio in commenda. Comunque stando a questo passo la Badia di Centola sarebbe passata in Commenda nella seconda metà del 1400. Lo stesso Ebner, a prescindere che non conosceva per niente la storia di Centola, era tanto insicuro, per quanto riguarda la commenda, che cadde in contraddizione. Infatti in CBPC a p. 559 scrive che “Nel secolo XV, Papa Pio IV con la bolla “Insupereminenti del 20 giugno 1564, assegnò la Badia di Bosco in commenda al capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme ad altre quattro abbazie viciniori: Licusati, Cuccaro, Centola ed Eremiti”. La citazione di Ebner, che pare abbia attinto dal Di Luccia (197) a p. 127, a prescidere dalla contraddizione, pecca di imprecisione. Difatti contiene i seguenti errori: !) Nel secolo XV, mentre è il secolo XVI se è vero che la bolla è datata il 20 giugno 1564. 2) Nella stessa bolla si parla delle Badie di S. Nazario e di S. Pietro di Licusati e quindi non fa menzione delle Badie di Eremiti-Castinatelli, di Cuccaro e di Bosco e tantomeno di Centola. La bolla non comincia, insuper eminenti, ma “In superminenti” (198).”. In seguito alle affermazioni del Cammarano ho cercato di approfondire la questione. Intanto riguardo i punti 1) e 3) del Cammarano direi di dargli ragione. Riguardo invece il punto 2) la questione va ulteriormente approfondita. Intanto il Cammarano contraddice se stesso se è vero che a p. 13, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il nome abate, ha molteplici suddivisioni: abate de regimine governa soltanto il proprio monastero; abate nullius dioecesis ha autorità su un territorio eparato dalla diocesi, alla diretta dipendenza della S. Sede, e fu il caso di Centola; abate commendatario, al quale veniva conferita un’abbazia in commenda cioè in affidamento, alle dipendenze della S. Sede, e si verificò per Centola dopo il 1564. Ai tempi di cui intendiamo parlare per avere il titolo abate erano sufficienti la tonsura e un ordine minore. Alcuni di questi abati avevano il privilegio di portare la mitra, insegna vescovile, per cui si chiamavano abati mitrati. E l’abate di Centola godeva di questo privilegio.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 559, parlando del casale di ‘Bosco’, citava “Il Giustiniani (10), ricorda poi che dopo la soppressione dei cenobi italo-greci, il monastero (di S. Nicola di Bosco), fu dato in commenda da Pio IV al Capitolo Vaticano, che Benedetto XIII, con la bolla 26 aprile 1726, concesse altre facoltà  che Benedetto XIV con bolla “ad honorem” dichiarò la badia di S. Pietro di Licusati (il Giustiniani dice “S. Pietro del Bosco”) di giurisdizione quasi episcopale.. Ebner (…), nella sua nota (9) postillava che: “(9) Giustiniani, II, 1791, p. 328.”. Infatti, nel 17…, il Giustiniani (…), scriveva su Bosco e diceva che:

Giustiniani, vol. II, p. 328

(Fig…) Giustiniani (…), vol. II, p. 328

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, che riferendosi alla Badia di S. Pietro di Licusati, scriveva che: “Mancavano notizie sicure sul villaggio, specialmente sulle chiese e cappelle locali dato che Licusati era esente dalla giurisdizione del Vescovo di Capaccio, appunto perchè soggette a quelle del Capitolo romano di S. Pietro.”. Però, Pietro Ebner, nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi’ (…), a p. 575, parlando del casale e del Monastero di S. Nazario ed Eremiti, scriveva che: “Comunque secondo il Volpi nel 1708 e secondo il Giustiniani (12)..” e alla sua nota (12) postillava diversamente la nota bibliografica per il Giustiniani e scriveva che: “(12) Giustinani, VIII, Napoli, 1802, p. 198.”. Infatti, il Giustiniani (…), nel suo vol. VIII, del suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, a pp. 198-199, parlando del Monastero di S. Nazario e, sulla scorta di Jean Mabillon (…), nei suoi ‘Annali Benedettini’ (‘lib. 57′), scriveva anche di Licusati: “Circa lo stesso tempo vi fu edificato quel picciol paese, ed in oggi la detta Abatia serve di parrocchia agli abitanti, e trovasi commendata al Capitolo di S. Pietro di Roma, colla giurisdizione quasi vescovile, che esercita il Vicario pro tempore non solo su di essa terra, che sulle altre ancora degli Eremiti, Bosco, Cusati, e Sannicola.”.

giustiniani-p-199-vol-viii.png

(Fig…) Giustiniani (…), vol. VIII, pp. 198-199

Dunque, secondo il Giustiniani (….), il monastero o Abbazia di S. Pietro di “Cusati” era posto sotto la “giurisdizione quasi vescovile, che esercita il Vicario pro tempore non solo su di essa terra, che sulle altre ancora degli Eremiti, Bosco, Cusati, e Sannicola.”. Dunque, nel 1564, secondo il Giustiniani, la giurisdizione quasi vescovile “nullius dioecesis” del monastero di S. Pietro di Licusati era del Vicario della Santa Sede del monastero di S. Nazario.  In seguito vedremo chi fossero i vari Vicari Apostolici nominati dalla Santa Sede e dal Papa che dovevano amministrare i beni delle diverse Abbazie. Luigi Tancredi (…), nel 1991, nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990′ (…), forse sulla scorta dell’Ebner a p. 110, in proposito scriveva che: “La chiesa di Roma ne esercitò la giurisdizione spirituale a mezzo di un vicario apostolico, coadiuvato da un controllore residente in Napoli.”. Anche il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel 1991, nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990′ (…), forse sulla scorta dell’Ebner a p. 110 e s., ci parla di Bosco e, scriveva in proposito che: “Bosco trae il nome dal fitto patrimonio boschivo che un tempo la circondava e vanta una storia antica e gloriosa. Ebbe, intorno all’anno Mille, un’importante Abbazia fondata dai benedettini sotto il titolo di S. Nicola, dotata di un ingente patrimonio terriero donato dai longobardi alla chiesa.”. Sempre il Tancredi (…), segnala che: “Nel secolo XVI, Papa Pio IV (Giovanni Angelo Medici), con la Bolla “Insuper eminenti” del 20 giugno 1564, assegnò l’Abbazia di S. Nicola di Bosco, in Commenda, al Capitolo di S. Pietro in Vaticano, insieme ad altre quattro Badie viciniori: Licusati, S. Nazario, Centola ed Eremiti. La chiesa di Roma ne esercitò la giurisdizione spirituale a mezzo di un vicario apostolico, coadiuvato da un controllore residente in Napoli. Compreso nella grande Contea di Policastro, appartenente al primo ministro del re Ferrante, nel 1596 il feudo di Bosco, insieme con i territori di Roccagloriosa, Caselle in Pittari, San Giovanni a Piro, a Torre Orsaia e Alfano, fu dato in concessione alla famiglia Carafa della Spina di Napoli, che vi esercitarono per circa un secolo, un dominio piuttosto assoluto, caratterizzato da vessazioni e soprusi.”. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), a p. 99 (v. versione a cura di Visconti) in proposito scriveva che. “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro unita alla basilica di S. Maria del Presepe di Roma; ma in seguito questa abbazia divenne di patronato regio e di collazione straordinaria *.“. Poi il Laudisio sempre a p. 99 aggiunge che: “Vi erano anche le abbazie benedettine. La prima, quella di S. Pietro di Licusati, fu unita dal pontefice Pio IV alla Basilica Vaticana con un’ordinaria, quasi vescovile giurisdizione e con un proprio territorio (156). E benchè il vescovo di Policastro, in obbedienza ai decreti del Concilio di Trento, si astenga dal visitare le parrocchie che dipendono dall’abbazia, tuttavia il vicario dell’abbazia non può far tenere esami per l’ordinazione dei parroci, a meno che, ecc..ecc..”. Dunque, il Laudisio sosteneva che l’Abbazia di S. Pietro di Licusati era un’abbazia benedettina che da Pio IV fu unita alla Basilica Vaticana con un’ordinaria, quasi vescovile giurisdizione e con un proprio territorio (156).”. Il Laudisio (…), a p. 46 (v. versione di Visconti), nella sua nota (156) postillava che: “Ex bulla. XII Kalend. Iul. an. 1564.”. Questa notizia dataci dal Laudisio è particolarmente interessante in quanto unita a quella dataci dal Lubin e Ughelli che vedremo in seguito dell’Abbazie dell’Ordine dei Premonstratensi andrebbero ulteriormente indagate. Il Laudisio dunque scriveva che la bolla di papa Pio IV concedeva al monastero di S. Pietro di Licusati con un’ordinaria, quasi vescovile giurisdizione e con un proprio territorio“. Dunque, il papa Pio IV concedeva al monastero di S. Pietro di Licusati di essere “nullius dioecesos” e di amministrare un proprio territorio. Pietro Ebner (…), nelle sue note (13-14), riferendosi alla chiesa locale di Bosco postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 555, parlando del casale di Bosco, scriveva che: “Di Bosco, il cui toponimo è senz’altro medievale (1), ho detto altrove (2) e dirò a proposito di S. Giovanni a Piro (v.). Il villaggio era attiguo alla badia di S. Nicola, con quella di S. Pietro di Licusati, ‘nullius dioecesis’ fino al 1850. Notizie che mancano anche sulla badia di cui era cenno solo nell’Ughelli (4) che la disse unita al Capitolo della basilica vaticana di S. Pietro.”. Ebner (…), nella sua nota (4) di p….., postillava di Ughelli, ‘Italia Sacra’, tomo VIII, p. 726. Pietro Ebner,  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 117-121, scriveva in proposito a Licusati che: Il Lubin segnala tra le abbazie di fondazione di monaci greci anche la badia di S. Pietro di Cusati (li Cusati, Licusati).”, come si può vedere nell’immagine sotto tratta da p. 117 del Lubin (…):

lubin-p-117.png

(Figg….) Lubin Agostino (…), p. 117

Agostino Lubin (…), nel 1693, nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, sulla scorta dell’Ughelli (…), a p. 117 (vedi immagine), scriveva sull’Abbazia di S. Pietro di Licusati: “Abbatia tit. S. Petri de Cusato, Ord. Premonstratensis, Dioece. Policastrensis, ut refertur in Codice Taxarum Camerae Apost. apud Ughellum. to. (tomo) 7. pag. 940 vocatur S. Petri de Licusati, & dari solita est in Commendam; vulgo ‘li Cosati’ Vicus Regni Neapolitani in Provincia Principatus Citerioris dicta, decem pass. mill. Polycastro distans, versus Occidentem, & miliario à Camerota, versus Boream; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota consundit Codex Taxar. D. Pasionariae, dicitque unitam mensae Capitulari, Basilacae Vaticanae.”. Il Lubin (…), sulla scorta del Codice Taxar e dell’Ughelli (…), la chiama ‘Abbatia dal titolo S. Petri de Cusato’. Devo però precisare che il Lubin nel 1693 (….) parla anche di una non lontana Abbazia. Il Lubin scrive pure che: “…..; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota consundit Codex Taxar. D. Pasionariae, dicitque unitam mensae Capitulari, Basilacae Vaticanae.”. Il Lubin scriveva che vi era anche la vicina Abbazia di S. Pietro di Camerota. Il Lubin cita pure l’abate Ferdinando Ughelli, l”Italia Sacra’, il tomo VII, I° ed., p. 940, dove parlando dei Vescovi di Bitonto cita un certo “Lupus” o Lupo “LUPUS vel Lopez de Alarcon Hispanus electus Bituntinus Episcopus per concessionem Cardinalis Farnesij die 17 maij 1532. Lupus verò cessit commenda monasterium sancti Petri de licusati, & S. Nazarij Policastrensis & Caputaquensis diocesum, quorum erat Abbas commendatarius.”. Dunque, l’Ughelli scriveva che Lupo o Loper de Alarcon Spagnolo, prima di diventare Vescovo di Bitonto nel 17 maggio 1532 si era dimesso dalla carica di Abbate Commendatario per la Santa Sede dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati e di S. Nazario. Lopez era figlio di Hernando de Alarcón, in italiano Ferdinando Alarcon (Palomares del Campo, 1466 – Napoli, 17 gennaio 1540), è stato un militare spagnolo, attivo nel corso delle guerre d’Italia. Hernando era il figlio primogenito di Diego Ruiz de Alarcón e della sua seconda moglie Isabel de Llanes y Santoyo. Oltre ad Hernando, la coppia ebbe altri quattro figli, ovvero Lope (vescovo di Bitonto tra il 1532 ed il 1537), Leonor (dama di compagnia della regina Giovanna e precettrice dell’Infanta Caterina), Maria e Isabel. Lopez fu il 30° Vescovo di Bitonto. Lope de Alarcón † (17 maggio 1532 – 1537 dimesso). Dunque, Lopez si dimise dalla carica di Vescovo di Bitonto nel 1537:

Ughelli, vol. VII, I ed. , p. 940 su monastero di S. Pietro de Licusati

Prima di diventare Vescovo di Bitonto Lupo o Lopez de ………………, era stato Abbate Commendatario nominato dalla Santa Sede ……………..

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 114 e s., riferendosi all’Abbazia di S. Maria degli Angeli di Centola, in proposito scriveva che: “Passata infatti da Pio V, nel 1564, l’abbazia alle dirette dipendenze della S. Sede, da allora gli abati beneficiari vennero sottratti al patronato feudale e la loro nomina spettò direttamente al pontefice (l’ultimo di essi, come vedremo, fu Ferdinando Galiani nel 1748).”. Riguardo il passaggio di alcuni monasteri grangie e Abbazie della nostra area al Capitolo di S. Pietro in Vaticano è interessante quanto ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Ecc…. Gaetano Porfirio (…), nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 539, in proposito scriveva che: “…pure la Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini di Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello e Battaglia, ecc…ecc…Nè men degna di ricordanza è quella benedetina di S. Pietro di Licosato, da papa Pio VI unita alla basilica vaticana; con giurisdizione ordinaria, quasi episcopale, e con proprio territorio (2). Ed abbenchè, per ragion di unione avvenuta dopo il concilio di Trento, il vescovo di Policastro non possa accedere alla visita delle parrocchie, pure il vicario dell’abbazia non può istituire concorso di parrocchie senza l’intervento di quegli esaminatori che sono stati adoperati nel concilio sinodale di Policastro (3), e di riceversi dal vescovo suddettosì gli oli santi come gli esemplari della bolla della crociata (3), per apostolico indulto di papa Pio VI agli abitanti di questo regno per la prima volta concessa. Ecc…”. Il Porfirio (…) a p. 539, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Concilio Tridentino, Sessione 24, Capitolo 18, ‘de Reformat.’.”. Il Porfirio (…) a p. 539, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ex Bull., 21 novem. anno 1777.”.

Porfirio, p. 539 (in D'Avino)

(Fig…) Porfirio G., op. cit., p. 539

Dunque, il sacerdote Gaetano Porfirio (…) parlando della Diocesi di Policastro nel 1900, ai suoi tempi, citava anche dell’antica Abbazia benedettina, prima Cenobio basiliano, di San Pietro di Licusati ed in proposito scriveva che: “Nè men degna di ricordanza è quella benedetina di S. Pietro di Licosato, da papa Pio VI unita alla basilica vaticana; con giurisdizione ordinaria, quasi episcopale, e con proprio territorio (2). Ed abbenchè, per ragion di unione avvenuta dopo il concilio di Trento, il vescovo di Policastro non possa accedere alla visita delle parrocchie, pure il vicario dell’abbazia non può istituire concorso di parrocchie senza l’intervento di quegli esaminatori che sono stati adoperati nel concilio sinodale di Policastro (3), e di riceversi dal vescovo suddettosì gli oli santi come gli esemplari della bolla della crociata (3), per apostolico indulto di papa Pio VI agli abitanti di questo regno per la prima volta concessa. Ecc…”. Il Porfirio scriveva che l’antica Abbazia Benedettina di San Pietro a Licusati (SA) fu unita da una bolla di Papa Pio VI alla Basilica Vaticana. Per Basilica Vaticana si intende l’ex Basilica detta “Liberiana”. Cosa era la basilica Liberiana ?. La papale arcibasilica maggiore arcipretale liberiana di Santa Maria Maggiore, conosciuta semplicemente con il nome di “basilica di Santa Maria Maggiore” o “basilica Liberiana”. Il Porfirio però secondo me si sbagliava parlando di una Bolla di Papa Pio VI ma si trattava di Papa Pio V, come del resto scriveva anche Ebner. Papa Pio V, al secolo Antonio (in religione Michele) Ghislieri è stato il 225º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica, sovrano dello Stato Pontificio, oltre agli altri titoli propri del romano pontefice, dal 7 gennaio 1566 alla sua morte. Teologo e inquisitore domenicano, operò per la riforma della Chiesa secondo i dettami del Concilio di Trento. Con san Carlo Borromeo e sant’Ignazio di Loyola è considerato tra i principali artefici e promotori della Controriforma. Durante il suo pontificato furono pubblicati il nuovo Messale romano, il Breviario e il Catechismo, furono intraprese le revisioni della Vulgata e del Corpus Iuris Canonici. Da Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 560, apprendiamo che la Chiesa di Bosco “Chiesa, sempre parrocchiale, dipendente un tempo dall’abbazia italo-greca di S. Pietro di “li Cusati. Il Parroco locale (13) assicura che di tutto ciò è conferma nella chiesa romanica a tre navate, nelle notizie dell’Ughelli (14).”. Ebner (…), nelle sue note (13-14), postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, che le Abbazie, un tempo, tutte di rito greco e poi passate al rito latino. Ebner, nel suo vol. I, a p. 154, in cap. V: “Monasteri e Chiese ricettizie”, parlando del Monastero di S. Nazario, scriveva che: “La dimensione fondiaria si desume da una platea del 1613 che a sua voltasi richiama ad un’altra del 1480. Un ms. interessante in quanto ci informa della consistenza patrimoniale di altre abbazie e chiese del territorio, di cui alcune finora ignote, forse perchè non soggette agli Ordinari di Capaccio o di Policastro, e quindi prive dei riferimenti offerti dai verbali delle visite pastorali. L’Abate di S. Pietro vantava la giurisdizione spirituale su chiese e badie dipendenti (grance), quali l’abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia di Eremiti e di S. Nazario.”. L’Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che nel 1804, il Giustiniani (…), segnalò che “…l’abate di S. Nazario, vicario locale pro-tempore del Capitolo romano di S. Pietro, esecitava la giurisdizione episcopale oltre che sulla chiesa di Eremiti, anche su quelle di S. Pietro di Licusati e di S. Nicola di Bosco (v. vol. I, cap. V, 4). E’ notizia però che tra le “minores Abbatiae Basilianae, una S. Petri (dipendesse) Archimandrite S. Mariae de Cryptae Ferrata in Tuscolano, apud Roman.”. Ebner (…), nella sua nota (4), postillava che: “(4) Giustiniani, V, Napoli, 1802, p. 269.”. Ebner (…), nella sua nota (…), postillava che la notizia era tratta da Giustiniani (…), tomo V, Napoli, 1802, p. 269, nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, dove si salta completamente la lettera ‘L’ ma non abbiamo trovato nulla su Licusati. L’Ebner, scrive che il Giustiniani (…), dice di ‘Licosati’ o ‘Licusati’. Ebner (…), cita la stessa notizia anche nel suo volume I, nel suo cap. V, 4, Ebner, nel suo vol. I, a p. 154, in cap. V: “Monasteri e Chiese ricettizie”, scriveva che: “L’abate di S. Pietro vantava la giurisdizione spirituale su chiese e badie dipendenti (grance), quali l’abbazia di S. Nicola di Bosco, S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia di Eremiti e di S. Nazario. Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (Km. 5) a quella italo-greca di S. Giovanni a Piro, abbazia tra le più fiorenti, il cui abbate aveva la dignità di Archimandita per le diverse grancie soggette e barone di S. Giovanni a Piro (v.). Va ricordato ce durante la commenda dell’abate Andrea De Vio, nipote del Cardinale Tommaso, venne celebrato nella chiesa un Sinodo, di cui trascrivo in nota gli Atti (13).”. Ebner nella sua nota (13), postillava che: “Il Sinodo venne celebrato nella chiesa di S. Pietro il 16 maggio 1556 e gli Atti sono riportati in P.M. Di Luccia (…), p. 65, BNN, 133, F. 32, A, e trascritti da F. Palazzo (…), p. 217.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 156-157, nel suo cap. V “Monasteri e Chiese ricettizie”, scriveva che: “Nel 1804 l’abate di S. Cecilia, vicario locale pro-tempore del Capitolo romano di S. Pietro, esecitava la giurisdizione spirituale, oltre che sulla chiesa di Eremiti, anche su quelle di S. Pietro di Licusati e di S. Nicola di Bosco. I canonici della basilica romana che a Bosco vantavano addirittura diritti baronali, ne conservarono le rendite fino al 1851, fino a quando Pio IX, nel trasferire la sede della Diocesi di Capaccio a Vallo (odierno Vallo della Lucania) assegnò all’istituendo seminario, le rendite dell’abbazia di S. Cecilia (24 ducati).”. L’opera citata da Ebner (…), a p. 586, nella sua nota (31), vol. I, era quella di Onofrio Pasanisi (…). Onofrio Pasanisi (…), ha scritto diversi saggi su Camerota ed il suo territorio, come ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, oppure, ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla R. Corte di Napoli nel secolo XVI’, oppure ‘I Capitoli concessi dal feudatario di Camerota nel periodo della rivoluzione detta di Masaniello’, oppure ‘Camerota e i suoi casali sino ai giorni nostri’ ma,  Pietro Ebner, a p. 584, nella sua nota (31), vol. I, si riferiva a “Pasanisi O., Don Sancio Martinez de Leyna e le Torri marittime della Molpa e Palinuro.”. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, egli, parlando delle Torri marittime e costiere, nel territorio di Camerota e, accennando alla terribile incursione del turco Dragut Rais Bassà (…), che il 12 luglio 1552, saccheggiò e bruciò Camerota ed i suoi casali di Lentiscosa e di Licusati, a p. 278, scriveva che: “Anche Camerota aveva subito il saccheggio. (1) La torre della marina era stata presa ed arsa. Il signore del luogo, don Placido de Sangro, l’aveva rifatta e riarmata a proprie spese (2) nè avevano contribuito alla prima costruzione le università convicine.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., ci parla anche dei due monasteri esistenti a Camerota. Il Pasanisi (…), in proposito scriveva che: “Scomparse anche, e da tempo, due antiche badie, detta, l’una di S. Iconio, l’altra S. Pietro, eretta, la prima, in agro di Camerota, la seconda, nei pressi di Licusati, di origine basiliana entrambe. Di esse non esistono che ruderi. Quella di Licusati, di cui conviene parlare, ebbe un periodo di particolare splendore. Ricca di beni, (fu oggetto perciò di cupidigia, come già detto, da parte del vicino feudatario del secolo XIV), aveva rendite a Licusati, Camerota, Bosco ed altre parti. Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi. Sul suo territorio sorse quell’aggregato di case, detto Licusati, (nei documenti però è disegnato col nome di Cosati, Cusato o Cussato, ed anche nella particella ‘de’ premessa), non percheè ecc……Cominciato intanto il declino, perduta la data, secondo si usava allora, assieme a quella di S. Nazzaro in Cuccaro, al Cardinale Alessandro Farnese che la rassegnò poco dopo al papa. Dovendo intanto la Santa Sede restituire delle somme al Capitolo di S. Pietro, avute in occasione del sacco di Roma, Pio IV con bolla del 12 luglio 1564, assegnò dette due badie, in uno alle loro rendite, al menzionato capitolo che trasferì la chiesa abaziale delle due badie in Bosco. Ecc..ecc…Nel 1818 la badia di S. Pietro di Licusati fu messa alla dipendenza del vescovo di Policastro. La metà dei beni passò al Comune di Camerota in seguito alla divisione dei demani. Anche la badia di S. Iconio, col passar degli anni decadde, i frati si allontanarono, ed i beni seguirono la stessa sorte della prima. Di essa è rimasta il nome alla contrada, detta comunemente di S. Cono. Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, conviene parlare. Fu costruito, con l’annessa chiesa di S. Francesco d’Assisi nel 1602, e contribuì, come si legge dall’epigrafe che qui sotto riportiamo, con proprio danaro, alle spese della fondazione, il marche Orazio, effigiato, assieme alla moglie Lucrezia Capece Bozzuto Carafa, in un quadro del pittore Ippolito Borghese, datato 1619, e posto alle spalle dell’altare maggiore…..In detto convento v’era, dice l’Antonini, una ricca e scelta libreria, dispersa nell’epoca francese. Allontanati i monaci in detta epoca, vi ritornarono sotto i Borboni.”. Di questa bolla papale ha parlato recentemente Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, a pp. 39-40 in proposito scriveva che: “Dopo appena un ventennio dai disastrosi saccheggi dei pirati turchi, la chiesa di Santa Caterina, con le sue pertinenze (le stesse del 1480), continuerà e seguirà le sorti della badia di San Pietro Licusati, la quale nel 1564 era stata aggregata alla cappella del Presepe della basilica di S. Pietro a Roma con la bolla del papa Pio VI. Sorte che toccò a tutte le abbazie ex greche, a loro volta aggregate a grappolo a quella che risultava la più vicina e di maggiori garanzie economiche. Esse furono affidate ai cosiddetti ‘abati commendatari’ i quali, per nulla interessati alla loro sopravvivenza, ne gestirono i fondi al solo scopo di lucro. Scomparve in tal modo anche il loro patrimonio artistico. All’abbazia di Licusati vennero aggregati, ciascuno ridotto alla stregua di semplice grancia, i monasteri di San Nicola di Bosco, di San Giovanni di Camerota, di Santa Cecilia di Castinatelli e di San Nazario (44), che si affiancarono alle già vaste terre che la badia ivi possedeva, unitamente ad altre in diversi villaggi già elencati sopra. Tra queste, per quanto ci riguarda, abbiamo già osservato, vi erano alcune terre nel territorio della Molpa che costituivano la ‘grancia di Santa Caterina’, che facevano capo alla chiesa omonima e che vengono elencate nella nuova platea del 1613. Ecc…”. La Ottati, a p. 39, nella sua nota (44) postillava che: “(44) P. Ebner, Dimensione fondiaria di ….., op. cit., p. 217.”. La Ottati, a p. 40 scriveva pure che: “….come anche il cabreo del 1626 da parte dei Cavalieri giovanniti, siano stati fatti per definire i propri limiti territoriali, ecc…”.

Nel 1579, l’Abbazia di S. Nicola di Bosco ed alcuni beni a Palinuro nell’“Inventarium bonorum” conservato negli Archivi del Capitolo di S. Pietro oggi alla Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV)

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Ecc…(13)….. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. Dunque, secondo Francesco Barra, negli Archivi del Capitolo Vaticano di San Pietro in Vaticano si trova la documentazione che riguarda anche l’Abbazia o il monastero di S. Nicola di Bosco. A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è stata la Cappella di S. Maria Laurentana, dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco.  Riguardo questo eremo o laura basiliana ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno” in proposito scriveva che: Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Riferimento bibliografico digitalizzato e raggiungibile sul link: http://www.mss.vatlib.it/guii/scan/link1.jsp?fond=Arch.Cap.S.Pietro. Riguardo il riferimento al Cappelli, il Barra si riferisce a Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro e, riferendosi ad un possedimento dell’Abbazia di Bosco nella sua nota (13) cita il “Inventarium bonorum” di S. Nicola di Centola del 1579, che si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati- possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta. Dunque, il Barra (…), nella sua nota (13) cita l’“Inventarium bonorum” di S. Nicola di Centola del 1579, che si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati- possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta.

Nel 1579, la “Tabula generalis omnium rendentium” conservata negli Archivi del Capitolo di S. Pietro oggi alla Biblioteca Apostolica Vaticana

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: Sappiamo, comunque, che i territori di S. Nicola erano stati in parte censuati, alla fine del medioevo, proprio ad abitanti di Centola, come documenta la “Tabula generalis omnium rendentium” di S. Nicola del 1579, che ricorda i nomi di Annibale di Rinaldo, Andrea Stanzione, Agrimonte Clarello, Annibale di Florio, Belardo Stanzione, Beneduce Grippo, Berardino Ciccariello, Colella Serpe, Cesare Paciello e Antonio Grasso (quest’ultimo di Camerota)(13). Ecc..”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è stata la Cappella di S. Maria Laurentana, dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco.  Riguardo questo eremo o laura basiliana ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno” in proposito scriveva che: Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Riferimento bibliografico digitalizzato e raggiungibile sul link: http://www.mss.vatlib.it/guii/scan/link1.jsp?fond=Arch.Cap.S.Pietro, ovvero la Biblioteca Apostolica Vaticana dove vengono conservati alcuni fondi inediti. Riguardo il riferimento al Cappelli, il Barra si riferisce a Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro e, riferendosi ad un possedimento dell’Abbazia di Bosco nella sua nota (13) cita la ‘Tabula generalis omnium rendentium’ di S. Nicola di Centola del 1579, che si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati- possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta. Dunque, il Barra (…), nella sua nota (13) cita la ‘Tabula generalis omnium rendentium’ di S. Nicola di Centola del 1579, che si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati- possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta.

Nel 1583, la visita apostolica di Silvio Gassisi

E’ molto probabile che dopo il 1583, anno della visita del Commissario Apostolico Silvio Galassi, inviato di Papa Gregorio XIII, che aggregò pure la chiesa di Rofrano, l’antico Monastero di S. Maria di Centola, fosse stato aggregato alla Diocesi di Capaccio (ora di Vallo della Lucania) (di cui ci parla pure l’Ughelli).

Nel 1613, la ‘Platea dei beni mobili ed immobili’ dell’Abbazia di San Pietro di Licusati

Recentemente Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità” ha riesumato una Platea scoperta da Pietro Ebner. La Ottati (….), a p. 26 riferendosi ad una chiesa “Obedientia” di S. Caterina a Caprioli, in proposito scriveva che: Il vuoto documentario di alcuni secoli non ci consente di seguirne la storia: ma da una platea del 1613, che richiama ad un’altra precedente del 1480, apprendiamo una notizia, sebbene indiretta, che certamente risulta di estremo interesse e che ci permette di assegnare la chiesa di Santa Caterina di Caprioli come ‘obedientia’ della badia greca di S. Pietro di Licusati.”. Sempre la Ottati, a p. 29, riferendosi all’Abbazia di San Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “….Cilento e alla Molpa. Nell’ambito di quest’ultimo territorio rientrava la chiesa di Santa Caterina con le sue pertinenze, che indirettamente troviamo documentata per la prima volta nella citata platea del 1480 (23) e che seguì le sorti dell’antico cenobio.”. La Ottati, a p. 29, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Ebner Pietro, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, in Studi sul Cilento, op. cit., Vol. II, pp. 217-33.”. Infatti, Pietro Ebner scoprì nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania una platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati, di cui ho parlato in un altro mio saggio. La Ottati, a p. 29 scriveva che: “Che cosa era accaduto per cui questo si preoccupò di redigere un inventario di tutti i suoi beni? L’avvenimento più prossimo degli anni precedenti, era stata la distruzione di Molpa, l’antica città che sorgeva sull’omonima collina attigua al Capo Palinuro, tra le foci del Lambro e del Mingardo, che cadde l’11 giugno 1464.”. La Ottati, a p. 30 scriveva pure che: “La badia allora, anche in considerazione delle facili usurpazioni che i signorotti locali usavano fare ai danni dei beni eccllesiastici in simili contingenze, nel 1480 fece redigere l’inventario, una platea (“confecta in anno 1480”)(26) dei beni i quali sono per lo più gli stessi che saranno riportati nella successiva del 1613, nella quale la prima è richiamata più volte. E, nello specifico, apprendiamo dell’esistenza di una chiesa di S. Caterina, ‘grancia’ (dipendenza) della badia di San Pietro di Licusati, che nel 1480 possedeva gli stessi beni che avrà ancora nel 1613: in questa platea, infatti, è chiaramente riportato: “Beni che possiede la venerabile abbazia di San Pietro di Licusati nella Terra della Molpa, lì dove è denominato Santa Caterina (come risulta dal vecchio inventario) al foglio 148, ecc…”. La Ottati, a p. 30, nella sua nota (26) postillava che: “(26) P. Ebner, Dimensione fondiaria, op. cit., p. 217.”.  La Ottati, a p. 30 prosegue il suo racconto analizzando i toponimi citati nella Platea del 1613 pubblicata da Ebner e cita anche la mappa Aragonese da me scoperta presso l’Archivio di Stato di Napoli. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 118 parlando di Licusati, in proposito a questa platea scriveva che: “Mancavano notizie sicure sul villaggio, specialmente sulle chiese e cappelle locali ecc….Ciò fino al 1979, quando ebbi l’insperata possibilità di pubblicare (5) la platea dei beni mobili e immobili, compilata nel 1613, della badia di S. Pietro esistente nell’ADV, saggio al quale rinvio per tutte le particolarità, specie fondiarie, inerenti la badia medesima. Questa, già nel 1480 (6) aveva fatto compilare un altro polittico, di cui era copia nell’Archivio del capitolo di S. Pietro di Roma.”. Ebner, a p. 118, nella sua nota (5) postillava che: “(5) P. Ebner, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, “RSSR”, Napoli, 1979, p. 163.”. Ebner (…), a p. 118, vol. II, nella sua nota (6), postillava a riguardo che: “(6) Lo si rileva dai ff 183 e 183 t (“confecta in anno 1480″), ecc..”. Pietro Ebner, nel suo vol. I, del suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, a p. 154, in cap. V: “Monasteri e Chiese ricettizie”, scriveva che: Non meno importanti, anche sotto il profilo economico, come emerge dai documenti recentemente editi (12), i monasteri di S. Pietro de “li Cusati” (odierno Licusati) e di S. Nicola di Bosco.”. Mancavano notizie sicure sul villaggio, specialmente sulle chiese e cappelle locali dato che Licusati era esente dalla giurisdizione del vescovo di Capaccio, appunto perché soggette a quella del Capitolo romano di S. Pietro e ciò fino al 1979, quando, Pietro Ebner, ebbe l’insperata possibilità di pubblicare laplatea dei beni mobili e immobili’, compilata nel 1613, della badia di S. Pietro esistente nell’Archivio della Diocesi di Vallo della Lucania, saggio al quale rinvio per tutte le particolarità, specie fondiarie, inerenti alla badia medesima. Pietro Ebner (…), nel 1979, pubblicava sulla rivista ‘Ricerche di storia sociale e religiosa’ (…), un suo saggio: ‘Dimensione fondiaria di un’Abbazia meridionale nel XVII secolo’, dove citava e pubblicava per la prima volta una ‘Platea di beni’ del 1613, inedita, conservata nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania. Il documento del 1613, è interessantissimo, perchè si rifà ad una precedente ‘Platea di beni’ del 1480. L’Ebner (…), a proposito del Monastero di Licusati, scriveva che già nel 1480 aveva fatto compilare un altro polittico, di cui era copia nell’Archivio del capitolo di S. Pietro di Roma. Tuttavia Ebner (…), non ha mai pubblicato i fogli originali della ‘Platea’ del 1613, ne quelli della precedente ‘Platea’ del 1480. Nel suo saggio del 1979, Ebner (…), ha trascritto i testi contenuti in detta ‘Platea’. Pietro Ebner, nel suo vol. I, a p. 154, in cap. V: “Monasteri e Chiese ricettizie”, parlando del Monastero di S. Nazario, scriveva che: “La dimensione fondiaria si desume da una platea del 1613 che a sua volta si richiama ad un’altra del 1480. Un ms. interessante in quanto ci informa della consistenza patrimoniale di altre abbazie e chiese del territorio, di cui alcune finora ignote, forse perchè non soggette agli Ordinari di Capaccio o di Policastro, e quindi prive dei riferimenti offerti dai verbali delle visite pastorali. L’Abate di S. Pietro vantava la giurisdizione spirituale su chiese e badie dipendenti (grance), quali l’abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia di Eremiti e di S. Nazario. Dalla platea si hanno notizie utili anche sull’abbazia di S. Nicola di Bosco, vicina (Km. 5) a quella italo-greca di S. Giovanni a Piro, abbazia tra le più fiorenti….Le ubicazioni dei predetti cenobi confermano la tipologia delle fondazioni religiose italo-greche, spesso confederate anche se autonome e ubicate a distanze ravvicinate per ragioni di sicurezza e di mutua assistenza. Abbazie poi tutte passate al rito latino, eccetto quelle visitate dall’archimandita Atanasio Calkeopilo, e concesse in commenda, esiziale per i patrimoni dei cenobi, in quanto gli abati commendatari gestivano la proprietà a mezzo loro incaricati, la cui unica preoccupazione era quella di accrescere le entrate e di soddisfare i propri interessi personali.”. Ebner (…), nella sua nota (12) a p. 154 del suo vol. I, cap. V, postillava che: “(12) P. Ebner, ‘Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, RSSR, 1980.”. ‘RSSR’ stà per ‘Ricerche di Storia sociale e Religiosa’.  L’Ebner nell’altra sua nota (5) del vol. II, a p. 118, sulla ‘platea dei beni’, postillava che: Ebner, ‘Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, RSSR, 1980 (Ricerche di Storia Sociale e Religiosa), Napoli, 1979, p. 163 e ss.”. Sempre dall’Ebner (…), si rileva dal polittico del 1613 che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati era distribuita nei tenimenti di sedici villaggi tra il Bussento e l’Alento. Dai verbali della Commissione nominata dal Capitolo romano di S. Pietro per la ricognizione dei beni dell’abbazia (mesi di maggio, giugno, agosto e novembre 1613), si rileva, innanzitutto, che il villaggio, in quel tempo, contava 684 abitanti e che nella chiesa erano le cappelle di S. Maria deIla Catena, “jus patronato di Francisco de Novi, come si dice, e del SS. Sacramento. Ebner (…),  nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, pp. 118 e s., scriveva che “Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Pietro Ebner, nel suo saggio: ‘Dimensione fondiaria di un’Abbazia meridionale nel XVII secolo’, leggiamo che: “La proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati nel 1613, era distribuita, come si apprende anche dalle Tavole, nei territori di sedici casali tra il Bussento e l’Alento. Oltre la gran parte dei beni che era proprio del territorio sede dell’Abbazia, la maggiore estensione dei terreni era in quello di Eremiti e del vicino S. Nazario, sede della nota abbazia di S. Cecilia. Molta era pure la proprietà dipendente dall’abbazia di s. Nicola di Bosco e non pochi tereni erano a Lentiscosa, Celle di Bulgheria, Centola, Camerota, Molpa, Cuccaro, Castinatelli, S. Mauro la Bruca, Roccagloriosa e Pisciotta. E oltre i lontani di Novi, notevoli erano pure i terreni del territorio di Castelnuovo Cilento.”.

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(Figg..) le due Tavole pubblicate da Ebner (…). Le immagini sono tratte da Ebner nel testo pubblicato dal  La Greca (…).

Vi è pure notizia della chiesa di S. Marco di Licusati. Ma, ciò che è più interessante, vi è una descrizione della chiesa e delle altre cappelle di Licusati e cioè i “bona stabilia et demanialia dictae Abbatiae”, da cui si apprende anche la distanza dal casale: “L’Abbatia predetta di S. Pietro delli Cosati sta vicino al Casale da circa un quarto di miglio e tene la Porta verso Ponente, et appresso la Chiesa ci sono molte stantie da circa membri sedici con Cortile dentro, dove sono alcuni arbori di Citrangoli et Cedri con un puzzo di acqua nel rnezzo sorgente, et un altro cortiglio con due altre Cappelle contigue a detta Chiesa sub nomine santo Ciriaco et S. Nicola con la sacristia e Cimitero appresso”. L’abbazia possedeva, inoltre, un frantoio di olive, “cappelle, Altaria et sepolture et bona mobilia”. Poiché il villaggio era esente dalla giurisdizione vescovile di Policastro, solo dal polittico possiamo rilevare notizie su chiese e cappelle locali. Nella chiesa erano “in primis una Cappella con altare e sepoltura in latere dextero dum ingreditur nuncupata S. Croce quale è di Luca Antonio et eredi di Angelo Lansalone. / Item, sul medesimo lato ci è un altro Altare, e sepolture, sub invocatione Salvatoris quale è di lo Scipio Quintilliano, e Nicola Tancredi. / ltem, nel medesimo lato ci è una Cappella con altare e sepoltura, noncupata S. Maria de la Gratia, quale è di Marco e Tommaso di Ruggiero. / Item, nell’altra parte, et alla d. Chiesa vi è una Cappella senza Altare e sepoltura, e senza pittura, et è di Giovanni Martino, et altri de la famiglia de Mauro. / Sta nel medesimo lato ci è una Cappella e sopoltura noncupata S. Sebastiano quale è di Marco et altri de famiglia Grimaldi. / Item nel medesimo lato ci è una sepoltura, e loco senza figure, quale e di Ambrosiano, et Ascanio de Mauro fratelli. / Dentro la chiesa di S. Nicola ci è una Cappella con l’imagine di S. Maria delo Greto con la sepoltura quale è di Antonio e Nicolao parlato (8)”. Pietro Ebner (…), a p. 120, vol. II, postillava che: “(8) Nella chiesa vi erano vari arredi (f. 108): “dodici tovaglie, Due Altaretti. Due Calici l’uno è vecchio l’altro buono, Due para di Corporali, una Croce d’argento, Due Candelieri grandi, un reliquiario servato con una cassa di Noce, un Palio d’armesino rosso, un Ante Altare, figurato di verde, e giallo di raso. Due camici, sette Pianete, l’una e di Damasco bianco, et una violata, l’altra verde e rosse. Dua campane grandi al Campanile, un campanello vecchio et un altro novo.”. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 555, parlando del casale di Bosco, scriveva che: “Di Bosco, il cui toponimo è senz’altro medievale (1), ho detto altrove (2) e dirò a proposito di S. Giovanni a Piro (v.). Il villaggio era attiguo alla badia di S. Nicola, con quella di S. Pietro di Licusati, ‘nullius dioecesis’ fino al 1850. Notizie che mancano anche sulla badia di cui era cenno solo nell’Ughelli (4) che la disse unita al Capitolo della basilica vaticana di S. Pietro.”. Ebner (…), nella sua nota (4) di p….., postillava di Ughelli, ‘Italia Sacra’, tomo VIII, p. 726. Ebner, prosegue il suo racconto su Bosco e scriveva che: “Due anni or sono (1979) l’esame della Platea del 1613, ms rinvenuto nell’ADV, mi consentì di fornire più ampi particolari anche sulla badia predetta e sul villaggio che contava 318 abitanti (5). Ai primi del ‘600 l’abbazia di S. Nicola di Bosco era sempre soggetta al Capitolo e ai canonici della basilica di S. Pietro di Roma. Oltre che l’amministrazione il Capitolo romano ne esercitava la giurisdizione spirituale a mezzo di un vicario dipendente da un controllore residente a Napoli. Tra i vicari Lorenzo Baldi di Roccagloriosa, di cui si apprende dal Di Luccia (6). Si rileva dalla platea che la badia di S. Pietro di Licusati aveva disposto di alcuni suoi beni, già menzionati nell’inventario del 1480 ecc…”

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(Figg…) Ebner (…), ‘Chiesa, Baroni e Popoli nel Cilento’, vol. I, pp. 556

Nel 1695-96, la ‘Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro’, redatta dal Notaio Domenico Magliano

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(Figg….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; Manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (…).

Lo scorso anno, su questo blog, pubblicai un interessantissimo documento inedito – le cui immagini originali – sebbene fosse stato più volte citato dagli studiosi – non sono mai state pubblicate. Questo studio, ha il duplice scopo di restituire agli studiosi un documento originale conservato all’Archivio della Diocesi di Policastro ma mai pubblicato e, nel contempo – attraverso questo antico documento testimonianza del nostro passato – vorrebbe restituire un breve tratto della nostra storia. Si tratta, come vedremo di un documento notarile del 1695-96, redatto dal Notaio Domenico Magliano (…) (Fig….), un documento citato più volte da alcuni studiosi di storia locale come il Gaetani (…) che, pubblicò uno stralcio trascritto del testo. Il documento (…) in questione “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96 (Fig….), redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96. L’antico documento notarile manoscritto su carta vergata, del 1695-96 – di cui quì pubblichiamo alcune pagine originali che riguardano i possedimenti e le rendite dell’Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro a Licusati –  è conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (A.D.P.)(…) (Figg. da… a….). Dal punto di vista bibliografico e storiografico, l’antico documento (…), è stato più volte citato per la prima volta dal Gaetani (…). Il Gaetani, op. cit., p. 154, nota (4) (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. ‘Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano’. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.(…). Il Tancredi (…), alla nota (1), scrive: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. ecc..”. Pubblichiamo per la prima volta alcune pagine tratte dal manoscritto originale conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, avuto per gentile concessione dal Bibliotecario Don Pietro. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (…), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio dal documento del Canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (…), ma il Laudisio (…), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750. Il Laudisio (…), scrive in proposito a p. 93 (…): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”. Per cercare di capire a quali documenti si riferisse il Gaetani e prima ancora il Menta, rileggendo ciò che scrive l’Ebner (…), a p. 435, su Policastro, a proposito delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, egli, sulla scorta del Ronsini (…), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29). Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. Ebner, alla nota (27), scrive: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo di Rofrano, con il fisco per pagamenti contestati, con il Principe di Bisignano per i confini di Sanza e, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino (31).”. Alla nota (28), dice che: “ne scrive il Ronsini (…)  a p. 29.”. Alla nota (29), scrive: “Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso, basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura.”. L’Ebner alla nota (30), scrive: “La cronostassi del Laudisio parla del 1110 al 1211 (Gerardo Arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (vedi Sinossi, cit. p. 131, sg.), elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto: “Ego Guido Policastrensis episcopus, ecc…”. Pertanto, rileggendo il Ronsini (…), a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Dunque, l’Ebner, traendo notizie dal Ronsini che citava il ‘Libro di memorie’ di Placido Tosone, avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino. L’Ebner (…), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. Tuttavia il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (…), a p. 113. Dopo il Palazzo (…) ed il Cataldo (…), che la citarono, il Tancredi (…), in un suo pregevole studio “Esame della Platea del 1695 (1)” (…), la esaminò, scrivendo nelle sue note: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. PARVULUS DATUS EST NOBIS CUI NOMEN ‘J.H.S.’. Die primo mensis 8bris anni currentis millesimi sexcentesimi nonagesimi quinti in Terra Sancti Joanni ad Pyrum. Constitutis in nostra praesentia praesentibus pro pro testibus RR. D. Francisco Zito, D. Joseph de Lianza Sacerdotibus dictae Terrae, U.J.D. Joanne Antonio Ursaja, et Doctore Physico Joanne Baptista de Alesio, Ill.mus ac Rev.mus D.nus Egidius Surrentino ejusdem Terrae Sancti Joannis ad Pyrum Procurator Generalis, ac ad hoc specialiter deputatus ab Ill.mo et Rev.mo Domino D. Vincenzo Petra Signaturae Justitia SS.mi Domini nostri Papae votans Insignis Cappellae SS.mi Praesepis in Sacrosancta Basilica S. Mariae Majors de Urbe Praepositus, et ab aliis Dominis Cappellanis dictae Venerabilis Cappellae pubblico Procutatoris mandato fierique rogamus manu nostri Simonis de Comitus sub die decima quarta Maij praesentis anni 1695 Romae, cujus tenor talis est, ut videtur.”. Nel suo “Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (…), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (…) del 1695, scriveva in proposito: “L’entità dei beni consiste in terreni coltivati da vassalli o custodi. Nel comprensorio di San Giovanni a Piro sono 1444, mentre in altre località sono 261. Sono compresi pure alcuni casalini  o case ed introiti vari (censi in grano, mosto, olio, ecc..). I vassalli sono 482, compreso i membri del Clero, a sè stante, con 13 sacerdoti singolarmente, una Congrega, un Monastero, 14 Cappelle. Le località extra sono 10: Bosco, Majera, Grisolia, Maratea, Trecchina, Rivello, Lentiscosa, Torraca, Roccagloriosa e Policastro.”. Nel suo “Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (…), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (…) del 1695, scriveva in proposito: “La Platea manoscritta, comprende n. 170 fogli (= 340 pagine, recto (r.) et verso (v.), complete quasi tutte, formato protocollo. Fu redatta dal Sig. Domenico Magliano Notaio di S. Giovanni a Piro negli anni 1695-96. E’ un libro o Registro di Amministrazione. Inizia con un indice alfabetico dei nomi dei titolari dei beni affittati, procede un cappelletto storico legale di 5 pagine, e segue l’esposizione dei fondi rustici, indicati col termine di generico di beni (bona) e relative rendite (in ducati, carlini, grana e tarì). Alla fine di ogni pagina c’è il risultato complessivo (totale parziale). I beni (bona) sono generalmente indicati secondo il tipo di coltivazione o produzione (vigne, castagneti, oliveti, orti, ecc..); manca l’esatta ubicazione e la misura estensiva in ettari. Semplicemente è indicata la contrada (in loco dicto…) ed i confini con altri beni o poderi (juxta bona…, fine…).”.

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(Fig….) I Beni dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro secondo il Tancredi (…).

Nel 1804, secondo il Giustiniani (…)…

L’Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 156-157, nel suo cap. V “Monasteri e Chiese ricettizie”, scriveva che: “Nel 1804 l’abate di S. Cecilia, vicario locale pro-tempore del Capitolo romano di S. Pietro, esecitava la giurisdizione spirituale, oltre che sulla chiesa di Eremiti, anche su quelle di S. Pietro di Licusati e di S. Nicola di Bosco. I canonici della basilica romana che a Bosco vantavano addirittura diritti baronali, ne conservarono le rendite fino al 1851, fino a quando Pio IX, nel trasferire la sede della Diocesi di Capaccio a Vallo (odierno Vallo della Lucania) assegnò all’istituendo seminario, le rendite dell’abbazia di S. Cecilia (24 ducati).”. L’Ebner, nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi’ (…), a p. 575, parlando del casale e del Monastero di S. Nazario ed Eremiti, scriveva che: “Comunque secondo il Volpi nel 1708 e secondo il Giustiniani (12) ancora nel 1804, i due casali erano sempre sotto la giurisdizione spirituale del Capitolo di S. Pietro, se l’abate di S. Nazario, vicario pro-tempore di quel Capitolo esercitava una specie di giurisdizione vescovile, oltre che sulla chiesa degli Eremiti, anche su quella di Bosco, Cusati, (Licusati) e Sannicola: notizie evidentemente tratte dal Volpi (13). D’avviso contrario è il Mazzarella Farao (14) il quale icorda che nel 1772, per la mancata nomina del vicario, l’abbazia e le chiese dipendenti erano passate per delega al vescovo di Capaccio.”. Ebner, nelle sue note (12-13), postillava che: “(12) Giustinani, VIII, Napoli, 1802, p. 198 e (13) Volpi, pp. 211 e 287 (ne scriveva nel 1752)”. Sull’abbazia e sul casale di Licusati, non vi sono molte notizie, sia perché l’Antonini (…), che pur aveva scritto del territorio nel ‘700, che il Volpi (…), che scrisse della diocesi di Capaccio e dei suoi vescovi, nulla avevano detto della badia e del villaggio che le era sorto a poche centinaia di metri. Nel 1752, Giuseppe Volpi, nel capitolo dedicato “Degli Abbati mitrati che hanno le loro chiese nella Diocesi di Capaccio”, del suo ‘Cronologia dei Vescovi Pestani ora detti di Capaccio’, a p. 211, scriveva che:

Volpi, p. 211

Il Volpi (…), nel suo capitolo dedicato ai “Baroni della Diocesi di Capaccio”, a p. 311, non mette Camerota e Licusati ma cita Centola. Infatti al tempo che il Volpi (…), scrive, la Chiesa di Licusati, nel 1752 doveva dipendere dalla Diocesi e dal Vescovo di Policastro.

Cappelletti, p. 362

(Fig…) Cappelletti (…), p….

Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 559-560, citava il Giustiniani (…) e ciò che scriveva su ‘Bosco’ e sul monastero di S. Pietro di Licusati: “……….”. Sempre dall’Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 560, apprendiamo che la Chiesa di Bosco “Chiesa, sempre parrocchiale, dipendente un tempo dall’abbazia italo-greca di S. Pietro di “li Cusati. Il Parroco locale (13) assicura che di tutto ciò è conferma nella chiesa romanica a tre navate, nelle notizie dell’Ughelli (14).”. Ebner (…), nelle sue note (13-14), postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.. La colonna 542 dell’Ughelli è illustrata nell’immagine sotto ma non ci pare vi sia scritto quanto riporti l’Ebner (…).

Ughelli, vol. VII, p. 541-542

(Fig…) Ughelli (…), vol. VII, p. 542, dove parla del Monastero di S. Nicola di Bosco

Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), citato da Ebner (…), nella sua nota (13), nel suo dattiloscritto inedito (in nostro possesso) ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, del 1973, a p. 34, scriveva alcune interessanti notizie storiche sui monasteri dell’area, e diceva ad esempio che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”. Sempre il Cataldo, parlando di S. Marina dice a p. 32, scriveva che: “Un altro convento, fondato pure ai tempi di S. Francesco, fu quello di S. Marina, con annessa chiesa dedicata a S. Maria della Croce, che ancora esiste. Questo paese, sede del comune di cui fa parte Policastro, sorse verso il secolo VIII ed ebbe origine da alcune famiglie scampate dalla persecuzione iconoclasta durante la dominazione dei Greci, sotto gli imperatori Leone Isaurico e Costantino Capronimo (726-843).”. Il Cataldo, a p. 34, parlando dei Conventi francescani, diceva che: “Da Policastro uscì un monaco benedettino nel ‘824, di nome ALEPRANDO DE BUXENTIO, che fu Abate nel Convento di Salerno.”. Poi sempre il Cataldo (…), a p. 45, parlando del Cenobio Basiliano di S. Giovanni a Piro (…), e delle indebite usurpazioni della famiglia Carafa (a cui rinviamo in un nostro prossimo studio), scriveva che: “Presso il Campo Sportivo di Scario, al di là della foce del fiume Bussento, esistono i resti della Cappella di S. Lorenzo Martire.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., ci parla anche dei due monasteri esistenti a Camerota. Il Pasanisi (…), in proposito scriveva che: “Scomparse anche, e da tempo, due antiche badie, detta, l’una di S. Iconio, l’altra S. Pietro, eretta, la prima, in agro di Camerota, la seconda, nei pressi di Licusati, di origine basiliana entrambe. Di esse non esistono che ruderi. Quella di Licusati, di cui conviene parlare, ecc… Nel 1818 la badia di S. Pietro di Licusati fu messa alla dipendenza del vescovo di Policastro. La metà dei beni passò al Comune di Camerota in seguito alla divisione dei demani. Anche la badia di S. Iconio, col passar degli anni decadde, i frati si allontanarono, ed i beni seguirono la stessa sorte della prima. Di essa è rimasta il nome alla contrada, detta comunemente di S. Cono. Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, conviene parlare. Fu costruito, con l’annessa chiesa di S. Francesco d’Assisi nel 1602, e contribuì, come si legge dall’epigrafe che qui sotto riportiamo, con proprio danaro, alle spese della fondazione, il marche Orazio, effigiato, assieme alla moglie Lucrezia Capece Bozzuto Carafa, in un quadro del pittore Ippolito Borghese, datato 1619, e posto alle spalle dell’altare maggiore…..In detto convento v’era, dice l’Antonini, una ricca e scelta libreria, dispersa nell’epoca francese. Allontanati i monaci in detta epoca, vi ritornarono sotto i Borboni.”.

Nel 29 luglio 1851, la bolla di papa Pio IX per alcune abbazie tra cui l’Abbazia di S. Nicola di Bari a Bosco che aggregava alla Diocesi di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi’, pubblicato nel 1973, a p. 305, parlando delle Diocesi Caputaquensi, in proposito all’Abbazia di Bosco, nella sua nota (68) postillava che: “Già con l”Ex quo imprescrutabili’, Pio IX aveva soppresso l’abbazia ‘nullius dioecesis’ (vulgo Del Bosco”, alla cui giurisdizione, avevano rinunciato il Capitolo e i canonici di S. Pietro di Roma (a compenso ebbero l’abbazia concistoriale di S. Domenico di Sora), incorporandola a Capaccio con alcuni paesi (Eremiti, S. Nicola e S. Nazario) e altri (Bosco e S. Giovanni a Piro e Cusati e Licusati) alla diocesi di Policastro ecc..”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) (Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e da me pubblicata per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio).

Di Luccia

(…) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (…) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(…) Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 e pure: Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(…) Mabillon Jean, Annales Ordinis S. Benedicti, Parigi, 1703, p. 57

Volpi.PNG

(…) Volpi G., Cronologia dei Vescovi Pestani ora detti di Capaccio, ed. Riccio, Napoli, 1752, pp. 211 e 287.

(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo xvii – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211. Pietro Ebner (…), nella sua nota (51), a p. 587, del vol. I, scriveva che la notizia tratta dal Codice Taxarum, stà in Hoberg (Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207

(…) Hoberg Hermann, Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207

(…) Card. de Luca G.B., Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21; si tratta del testo: “Adnotationes ad Concilium Tridentinum”. Il Laudisio (…), ed il Porfirio, postillavano che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”, che poi del resto corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca, nel suo ‘Adnotationes ad Concilium Tridentinum’, disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. Nacque a Venosa nel 1614 discendente della nobile famiglia dei conti di Chieti: studiò a Salerno e all’Università di Napoli, dove si addottorò in legge; apprezzato giureconsulto e canonista, esercitò la pratica forense prima a Napoli e poi a Roma, dove abbracciò lo stato ecclesiastico e venne nominato da papa Innocenzo XI uditore del Sommo Pontefice e segretario dei Memoriali (1676). Una delle sue principali opere è stata ‘Adnotationes practicae ad S. Concilium Tridentinum’ (Colonia, 1684).

(…) Anastasi Bibliotecarii, De Vitis Romanorum Pontificum a B. Petro Apostolo, ad Nicolaum I. Romae, Salvioni, M DCC XVIII in 4.

(…) Bernino Domenico, L’Historia di tutte l’Heresie descritta da Domenico Bernino, Roma, Stamperia Bernabò, 1719 (Archivio Storico Attanasio), si veda vol. II, secolo 8, pag. 399 (noi però abbiamo trovato il paragrafo che parla di Papa Paolo I, nel vol. II, secolo VIII, p. 191).

(…) ‘Platea dei beni mobili ed immobili’ del Monastero di S. Pietro di Licusati, compilata nel 1613 e conservata presso l’Archivio della Diocesi di Vallo della Lucania, ritrovata da Pietro Ebner (…), nel 1979. I verbali della Commissione nominata dal Capitolo romano di S. Pietro per la ricognizione dei beni dell’abbazia (mesi di maggio, giugno, agosto e novembre 1613)(vedi Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118), e pubblicata in “(12) P. Ebner, ‘Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, RSSR, 1980.”. ‘RSSR’ stà per ‘Ricerche di Storia sociale e Religiosa’ ( vedi Ebner (…), nella sua nota (12) a p. 154 del suo vol. I, cap. V). L’Ebner nell’altra sua nota (5) del vol. II, a p. 118, sulla ‘platea dei beni’, postillava che: Ebner, ‘Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, RSSR, 1980 (Ricerche di Storia Sociale e Religiosa), Napoli, 1979, p. 163 e ss.”.

(…) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (..), a p. 154, alla nota 4 (nota 1). Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (…), ma il Laudisio (…), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare  gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (…), scrive in proposito a p. 93 (…): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”.

(…) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure: Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Giustiniani , Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli, Cap. VIII, Napoli, 1802, pp. 198-199 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Antonini G., La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p……. (Archivio Storico Attanasio).  Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), che nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395. Il Cappelli, nelle sue note a p. 345, dice: nota 20: Di Luccia P.P., op. cit., pp. 8; 3 (5. Il Cappelli, nella la nota 21 dice: Trinchera F. (3), p. 80; poi alla nota (22), il Cappelli, scrive: “Laudisio N.M. (9), p. 73.”.

(…) Alfano G.M., Istorica descrizione del Regno di Napoli, 1795, p. 43

(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”.

(…) Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.

Liber visitationis

(…) Nel 1448, il Cardinale Bessarione propose alla S. Sede di nominarlo archimandrita di S. Maria del Patire (diocesi di Rossano) al posto del titolare che si era dimesso. Così Atanasio Chalceopulos divenne il 3 apr. 1448 superiore di uno dei più importanti monasteri basiliani di Calabria. Nel 1457 fu costretto ad abbandonare Roma e a recarsi in Calabria per un importante missione. Bessarione era stato designato, da lettere successive dei papi Niccolò V e Callisto III, cardinale protettore dei monaci basiliani ed incaricato di far visitare e ispezionare i monasteri dell’Ordine nell’Italia meridionale. Con l’occasione progettò una riforma radicale. A tale scopo aveva bisogno di esaminare sui posto la condizione di questi monasteri un tempo fiorenti ed allora decaduti. Probabilmente su sua raccomandazione Callisto III incaricò di questa missione il Calkeopilo con l’aiuto di Macario, archimandrita di S. Bartolomeo di Trigona: Essi dovevano visitare settantotto fra i più importanti monasteri della Calabria e della Campania. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…). La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il ‘Liber visitationis’ del Calceopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca. Riguardo la visita apostolica  ‘Liber visitationis’ di Athanase Chalkéopoulos, il cui resoconto contenuto in un codice latino, fu pubblicato nel 1960 da M.-H. L a u r e n t – A. Guillou (…). Pietro Ebner, nelle sue note (17) e (18), di p….., postillava a riguardo che: “(17) Ebner, Storia…, p. 447 sg. I verbali delle visite sono contenuti nel Codice Z D XII dell’Archivio dell’Abbazia greca di Grottaferrata.”. Biagio Cappelli (…), parlando della visita apostolica di Athanasio Calkeopilo, un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395, scriveva in proposito che: “Quasi una conclusione a quanto ho esposto nelle pagine precedenti può essere suggerita dallo studio di un importante testo apparso di recente. Si tratta del Codice I D. III. 12 della Badia greca di Grottaferrata esemplarmente pubblicato a cura del Padre M. H. Laurent e di A. Guillou (1). Dunque il Cappelli (…), scrive che le ‘Liber visitationis’ di Atanasio non si trova contenuto nel codice ‘Z D XII’ come scrive l’Ebner ma vuole che il codice fosse “I D. III. 12” conservato all’Abbazia italo-greca di Grottaferrata (vicino Tuscolo). La Treccani, riguardo la visita apostolica ai monasteri del Calkeopilo, scriveva che il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…). Recentemente, ho fatto richiesta della fotoriproduzione digitale del  Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos, conservato alla Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata e mi è stato inviato l’intero diario di viaggio scansito in pdf (file digitale), in bianco e nero:  “Egregio Prof. Francesco Attanasio, Le invio, come da accordi telefonici, la copia in pdf del manoscritto Lat. 149 (Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos). Mi dispiace che le immagini siano in bianco e nero ma è l’unica forma di digitalizzazione in possesso della Biblioteca. Spero di essere stata utile alla sua ricerca e la saluto distintamente. Lorella Masciangioli Assistente Amministrativo Gestionale Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Grottaferrata”. Dunque, come si può leggere dalla cortese mail inviatami dalla dott.ssa Masciangioli, il diario di Atanasio Calkeopoulos è il manoscritto latino 149. Si veda pure Minisci T., Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n. s. V (1951), P. 147 (vedi per la visita apostolica di Atanasio Calceopilo). 

(…) M.-H. L a u r e n t – A. Guillou, Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano 1960; si veda pure degli stessi autori: M.H. Laurent – G. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310. Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89).

(9) Menniti Pietro, Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. La storica Vera von Falkenhausen (….) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), anche in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti e li riproduce. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…); ha anche usato il libro di Santoro; in sette casi, infine, dice di aver usato documenti dagli archivi di S. Basilio de Urbe (che non esistono più). Dichiara addirittura che i monaci di Carbone godono di un franchising per la macinatura del grano “come constat da molte scritture, che si conservano nell’Archivio Basiliano di Roma” (…). “Summa bullarum e constitutionum apostolicarum pro ordine S. Basilii Magni, aliorumque Collectaneorum eumdem ordinem spectantium a P. Petro Menniti eiusdem Ordinis Abbatis Generalis digesta, e conscripta, anno MDCCVII”; la cronaca è intitolata: ‘Cronica del Monastero Archimandritale di S. Elia di Carbone dell’ordine di S. Basilio Magno’. Non abbiamo ancora esaminato il volume 23.

Batiffol,

(…) Batiffol Pierre, L’Abbaye de Rossano, Contribution l’Histoire de la Vaticana, ed. Picard, Paris, 1891, p. 108 (vedi per il Codice Tamar).

(…) Minisci T., Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n. s. V (1951), P. 147 (vedi per la visita apostolica di Atanasio Calceopilo).

(…) Martire D., La Calabria Sacra e Profana, Cosenza, 1877, s. I, pp. 150 e s.

(…) Gerardo Chirichiello, Ottantesimo anniversario della scuola dell’Infanzia San Giovanni Bosco delle Suore Vocazioniste, Ed. Centro di Promozione per il Cilento, Acciaroli, 2018.

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(…) AA.VV., ‘Temi per una Storia di Licusati’ ( a cura di A. La Greca, A. Capano, D. Chieffallo, G. Chirichiello), ed. Cento di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 2013, p. 42 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Ebner P., Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 117-121. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi, Roma, ed. di Storia e Letteratura, 1973 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) AA.VV. , Pietro Ebner  – Studi sul Cilento – ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988, vol. II, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Centro Studi ‘Pietro Ebner’, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 1999 (Archivio Storico Attanasio). In questo volume, Amedeo La Greca, pubblicava nel 1999 alcuni saggi pubblicati da Pietro Ebner tra il 1949 ed il 1988, in particolare, lo citiamo in quanto in esso vi è pubblicato il saggio di Pietro Ebner: ‘Dimensione fondiaria di un’Abbazia meridionale nel XVII secolo’, si veda da pp. 217 e s.; stà in ‘Ricerche di storia sociale e religiosa’, n. 15-16, gennaio-dicembre 1979, pp. 163-194. In questo saggio Pietro Ebner, cita e pubblica per la prima volta una Platea di beni del 1613, inedita. La Platea dei beni dei Monasteri, conservata nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania. Questo documento del 1613, è interessantissimo, perchè oltre al fatto che si rifà ad una precedente ‘Platea di beni’ del 1480, ci parla dei monasteri italo-greci di Licusati e di Bosco.

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Si veda pure: Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 e pure: Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(…) Natella P. Peduto P., Pyxous – Policastro, estratto da ‘Universo’, rivista di I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.

(…) Platina Bartolomeo, ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platino, ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, del 1573

(…) Borsari S., Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane’, Napoli, 1950-1951, p. 2 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 339-365. Si parla della Chiesa di Capaccio e della sua Diocesi: Capaccio-Vallo, per Centola.

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743.

(…) Lubin Agostino, Abbatiarum Italiae Brevis notitia, Roma, 1693, p….., sul Monastero di S. Pietro a Licusati.

(…) Troyli Placido Abate, Istoria Generale del Reame di Napoli, Napoli, 1747, tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135. 

(19) Porfirio, Policastro, stà in ‘D’Avino, Cenni storici sulle chiese arcivescovili, vescovili e prelatizie del Regno delle due Sicilie’, Napoli, ed. Ranucci, 1848, p. 538.

(…) De Giorgi C., Da Salerno al Cilento, Firenze, 1882, ristampa ed. Galzerano, p. 94.

(…) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s.

(…) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988, pp. 49 e s.; si veda pure: Follieri E., Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G.,  L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004.

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(…) Fittipaldi Wilma, La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, Arte, Storia e Religiosità, ed. Zaccara, Lagonegro (PZ), 2016 (Archivio Storico Attanasio).

(…) S. G. Mercati – C . Giannelli – A . Guillou, Saint-Jean-Théristès (1054-1264), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 5, Città del  Vaticano 1980, pp. 15-16. L’inventario del 1607 è stato pubblicato da V. Capialbi (…).

(…) Capalbi V., Appendice sopra alcune biblioteche di Calabria, Arch. storico per la Calabria e la Lucania 10 (1940) pp. 128-136 e 250-256, p. 136: i documenti allora presenti nell’archivio del S. Giovanni erano così divisi: 83 pergamene greche (di cui 3 “piombate”); 41 pergamene latine (di cui 25 “piombate”); 4 pergamene “quali non si ponno discernere”; 9 bolle pontificie.

(…) Lilla Salvatore, I manoscritti vaticani greci, lineamenti di storia del fondo, Città del Vaticano, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), 2004 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Gattola Erasmo, Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassines, Venezia, 1733, Tomo I,

(…) Santoro P.E., Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii,

(…) Rocchi A., Vita di S. Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata scritta da S. Bartolomeo suo discepolo, Roma, ed. Desclee-Lefebre, 1904, p….; Rocchi A., De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, che contiene il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio). Nella sua nota (2), la Follieri (…), ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (…), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (…), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514.”.

(…) Guillame Paul, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371

(…) Loré V., Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151

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(…) Pera L., Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, si veda p. 147 e s. e si veda p. 379 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Mercati G., ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p. 216.

(…) Ciotta G., Basiliani, ed. Enciclopedia dell’Arte Medievale (1992) in Treccani.it, L’Enciclopedia italiana.

(…) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: ‘Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata’, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli ecc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..

(…) Nel 1448, il Cardinale Bessarione propose alla S. Sede di nominare Atanasio Calkeopilo archimandrita di S. Maria del Patire (diocesi di Rossano) al posto del titolare che si era dimesso. Così Atanasio Chalceopulos divenne il 3 apr. 1448 superiore di uno dei più importanti monasteri basiliani di Calabria. Nel 1457 fu costretto ad abbandonare Roma e a recarsi in Calabria per un importante missione. Bessarione era stato designato, da lettere successive dei papi Niccolò V e Callisto III, cardinale protettore dei monaci basiliani ed incaricato di far visitare e ispezionare i monasteri dell’Ordine nell’Italia meridionale. Con l’occasione progettò una riforma radicale. A tale scopo aveva bisogno di esaminare sui posto la condizione di questi monasteri un tempo fiorenti ed allora decaduti. Probabilmente su sua raccomandazione Callisto III incaricò di questa missione il Calkeopilo con l’aiuto di Macario, archimandrita di S. Bartolomeo di Trigona: Essi dovevano visitare settantotto fra i più importanti monasteri della Calabria e della Campania. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…). La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il ‘Liber visitationis’ del Calceopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca. Riguardo la visita apostolica  ‘Liber visitationis’ di Athanase Chalkéopoulos, il cui resoconto contenuto in un codice latino, fu pubblicato nel 1960 da M.-H. L a u r e n t – A. Guillou (…). Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuitanei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 162 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,….”. Il Borsari (…), nelle sue note (36) e (37), postillava che: “(36) Le ‘Liber visitationes’ d’Athanase Chalkeopoulos (1457-1458), ed. M.H. Laurent – Guillou A. (Città del Vaticano, 1960: Studi e Testi, 206)” e la nota (37) dice che solo pochi monateri italo-greci avevano una ricca biblioteca. Della visita Apostolica del 1457, di Atanasio Calceopulo si sono occupati i due studiosi Laurent – Guillou (…), in ‘Liber Visitationis’, che ad esempio il Breccia (…), cita per un documento proveniente dall’Abazia di San Giovanni a Piro, oggi nel: “(68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” (vedi immagine da noi pubblicata) e, nelle sue note (68) e (69), postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.”. Si trattava di una missione rilevante, che il Calkeopulo compì con grande zelo ed efficacia. Riguardo i diari e i documeni provenienti dalla visita apostolica del Calkeopilo, può essere utile dare uno sguardo ai documenti raccolti da Pietro Menniti (…), nel suo ‘Bullarium Basilianum’ (…). Gastone Breccia (…), scriveva a pp. 23-24, di un suo pregevole studio che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Maria di Carrà (4 bolle del 1219: habetur in bullario nostri archivii […] signata littera A e littera B); (29) S. Maria del Patir (bolla del 1198: habetur transcripta infasciculo bullarum nostri archivii romani C); S. Maria di Centula.”.

(4) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato al- la Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

(7) Settembre 1097 (XII secolo) – “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.”. Il documento è stato citato dal Cappelli (2), p. 323 (vedi note 21 e 22) e, pubblicato dal Trinchera F., op. cit. (3), pp. 80 -81-82. E’ un antico documento membranaceo e manoscritto in greco, d’epoca Normanna a cui abbiamo dedicato un nostro scritto, ivi.

(12) Malaterra G., De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in ‘Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori‘, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte II. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002, p. 156 e s. Il Malaterra parla di Policastro nel Libro II, Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un ca-stello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo Vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (9). Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Getani, nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra. 

(13) Volpe G., Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento, ed. Ripostes, Roma, 1888, p. 117.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(16) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Roc-co, ed. L. De Bonis, 1880 (4), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Getani, nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro‘ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra (12).

(17) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s.

(21) Mazzella Napolitano Scipione, Descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1568, p. 79

(23) “Restaurazione della Diocesi di Policastro, centri che la costituiscono, confini, beni.”, o la nota lettera episcopale detta “Bolla di Alfano”, datata anno 1079 – lettera pastorale del-l’Arcivescovo di Salerno Alfano I. Antichissimo documento pergamenaceo (membrana), manoscritto in latino, con la quale l’Arcivescovo di Salerno, Alfano I, restaurava l’antica sede episcopale di Buxentum (l’attuale Policastro Bussentino). L’Ebner (11), la colloca: “bolla a. 166 /67”. L’antico documento, è citato in Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 (rist.), pp. 371-372. Il Tancredi (…), scriveva che l’antico documento è conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, Documenti antichi, vol. I, Bolla di Alfano I, Arcivesco di Salerno (ottobre 1079). L’antico documento proveniva da un’antica pergamena della Chiesa Arcivescovile di Salerno d’onde fu tratta copia e autenticata il 14 Ottobre ‘1737 e conservata presso l’Archivio Arcivescovile di Policastro.

(24) Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Notizia che confermiamo avendo scaricato il testo scritto in latino del 1600.

(25) Cammarosano P., Storia dell’Italia medievale, dal VI all’XI secolo, ed. Laterza, Bari, 2001, p. 98.

(26) Gregorio Magno papa, Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982.

(27) Capalbi Vito, Sugli archivi delle due Calabrie ulteriori, rapido cenno, Napoli, Tipografia di Porcelli, 1845, introduzione e p. 6 e s.

(28) Tromby Benedetto, Storia critica cronologica diplomatica del Patriarca di S. Brunone e del suo Ordine Cartusiano, Napoli, presso Vincenzo Orsino, 1877, Tomo VII.  

(29) Caffi A., Santi guerrieri di Bisanzio nell’Italia meridionale, app. a P. Orsi, le chiese basiliane nella Calabria, Firenze, 1929, p. 295.

(30) Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda: Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, p. 292-293. Si veda pure: Camillo Minieri-Riccio, Studi storici sui fascicoli Angioini dell’Archivio della Regia Zecca di Napoli, Napoli, ed. Detken, 1863; si veda pure: Guglielmo Arcivescovo di Tiro, Historia della Guerra Sacra di Gerusalemme, Venezia, ed. Valgrisi, 1592.

(31) De Blasiis G., L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI, Napoli,  ed. A. Dekten, 1873, vol. III, cap. II, p. 54.

(32) Pirro Rocco, Sicilia Sacra, Palermo, ed. Coppola, 1733, p….

(34) Venditti A., Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, E.S.I., Napoli, 1972.

(36) Brancaccio G., Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda: 1- Il libro del Re Ruggero di al-Idrisi, cap. 4, p. 79; Per il Libro di Re Ruggero di al-Idrisi si veda: Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition; si veda anche: Edrisi, Il Libro di Ruggero, nella traduzione di U. Rizzitano, ed. Flaccovio, Palermo, 1994, pp. 91-92;si veda pure il testo del francese Jaubert nel 1840, che si basò su diversi manoscritti del Libro di Re Ruggero, ha fatto una mirabile traduzione del testo scritto in arabo; si veda pure: Santagati L., La Sicilia di al-Idrisi ne il Libro di Re Ruggero, ed. Salvatore Sciascia, Caltanisetta, 2010.

(37) Gay I., L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, Firenze, 1917, p. 253 e vedi pure Pontieri E., op. cit., 54.

(38) Racioppi G., Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania, Roma, Hoesche, pp. 102 e 134.

(39) Troya C., Storia dell’Italia nel medio-evo, ed. Stamperia Reale, Napoli, 1841, vol. I, pp. 141 e 142.

(40) Diacono Paolo, Historia Longobardorum, Libro V, cap. 29.

(41) Hirsch F., Ducato di Benevento sino alla caduta del Regno Longobardo, traduzione di M. Schipa, ed. L. Roux e C., Torino, 1890, p. 56.

(42) D’Amico V., I Bulgari trasmigranti in Italia nei secoli VI e VII dell’era Volgare, Campobasso, 1933, p. 44.

(43) Vassalluzzo M., Castelli, torri e borghi della Costa Cilentana, edizioni Econ, 1975, pp.6-24 e, poi si veda p. 197 e s.

(44) Pratesi Alessandro, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, Città del Vaticano, 1958, pp. X L – X L I, si veda per il fondo Aldobrandini delle carte latine.

(45) Carlone Carmine, I Regesti dei documenti della Certosa di Padula (1070-1400), a cura di Carmine Carlone, ed. Carlone, Salerno, 1996 (Archivio Storico Attanasio).

(46) (Figg. da n……………) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il documento fu citato dal Gaetani R., op. cit. (…) e dal Cataldo (…). In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (…) che cita. Il Gaetani, cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, a p. 154, alla nota (4) (nota 1), e dice di aver tratto lo stralcio del documento in questione dal suo amico Canonico Giuseppe Menta (…), che troviamo citato su un’antico testo scaricabile da Google libri. Il Gaetani, op. cit., p. 154, nota (4) (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. ‘Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano’. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (17). Il Cataldo (…), nelle sue note (p. 19, nota n. 71), a proposito della “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a…”, scrive che essa è un manoscritto (Ms.), conservato all’A.D.P. (Archivio della Diocesi di Policastro). Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte da un documento: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (di Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. Si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 73 e s., si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”. Il Tancredi, alla nota (1), scrive: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. ecc..”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (…), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (17). Il Gaetani (4), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta (…). Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano (17). Le immagini che noi quì pubblichiamo, che riguardano solo il casale di Bosco, sono tratte dal manoscritto originale conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, da cui abbiamo tratto le pagine finali che riguardano i possedimenti a Torraca e del territorio Saprese.

(47) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (…), a p. 154, alla nota (4) (nota 1), scrive in proposito al documento: “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (…) che, trae le dette notizie e questo documento dal Canonico Giuseppe Menta. Il Gaetani, op. cit. (..), p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (…), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta, che redasse la “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani (…), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il canonico Giuseppe Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (…), ma il Laudisio (…), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750. Il Laudisio (…), scrive in proposito a p. 93 (…): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”. Per cercare di capire a quali documenti si riferisse il Gaetani e prima ancora il Menta, rileggendo ciò che scrive l’Ebner (…), a p. 435, su Policastro, a proposito delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, egli, sulla scorta del Ronsini (…), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29). Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. L’Ebner, alla nota (27), scrive: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo di Rofrano, con il fisco per pagamenti contestati, con il Principe di Bisignano per i confini di Sanza e, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino (31).”. Alla nota (28), dice che: “ne scrive il Ronsini (…)  a p. 29.”. Alla nota (29), postilla: “Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso, basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura.”. L’Ebner alla nota (…), scrive: “La cronostassi del Laudisio parla del 1110 al 1211 (Gerardo Arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (vedi Sinossi, cit. p. 131, sg.), elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto: “Ego Guido Policastrensis episcopus, ecc…”. Pertanto, rileggendo il Ronsini (…), a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Quindi, l’Ebner, traendo notizie dal Ronsini che citava il Libro di memorie di Placido Tosone, avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino. L’Ebner (32), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (…) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. Tuttavia il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (…), a p. 113.

(48) Cervellino L., Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per la sua retta Amministrazione, Napoli, 1776, p. 113, si veda per l’Università di Rofrano.

(…) Russo Francesco, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.

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(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Camerota e i suoi casali sino ai giorni nostri’, ed. G. Caldo, Napoli, 1964, p. 7 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla R. Corte di Napoli nel secolo XVI, stà in “Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa”, Napoli, ITEA, 1926 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: I Capitoli concessi dal feudatario di Camerota nel periodo della rivoluzione detta di Masaniello’, stà in “Rassegna Storica Salernitana”, a. XII (1951), 1-4, pp. 93-108; dello stesso autore si veda pure: ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le Torri marittime della Molpa e Palinuro’, in “Archivio Storico per la provincia di Salerno”, IV, 1934 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della memoria, ed. ‘Centro di promozione culturale per il Cilento’, Acciaroli, 2007 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Gentile Angelo, Storie e tradizioni popolari del santuario di Santa Rosalia di Lentiscosa, ed. Poligraf, 1983; si veda pure dello stesso autore: Gentile Angelo, Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati, ed. Palladio 1988 (Archivio Storico Attanasio); si veda dello stesso autore: Gentile Angelo, Morigerati, ed. Palladio, Salerno, 2001 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Tra Capo Infreschi e Capo Palinuro’, ed. Palladio, Salerno, 1984 (Archivio Attanasio)

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)

Nel 1473, l’Abbazia di S. Giovanni a Piro e la bolla di Papa Sisto IV

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(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (2), inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Storico Attanasio).

Gli Studi

Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcuni monasteri italo-greci, sorti nel basso Cilento, come ad esempio il Cenobio basiliano italo-greco di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro.

I Monasteri italo-greci del ‘basso Cilento’

Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente, dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; ‘Marchionibus’ 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Importante ma non unico luogo di rifugio per il patrimonio bizantino nell’Italia meridionale, il monachesimo italo-greco resistette alla separazione politica alla fine dell’XI secolo dall’impero bizantino e durò fino il Concilio di Trento come oggetto di attenzione dal sovrano come il papauté punto di beneficiare di scrivere una regola fatta a metà del XV secolo, dalla mano di Bessarione, basato sugli scritti asceti di San Basilio il Grande, nella prospettiva della creazione di un “Ordine di San Basilio”. Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i Bizantini e gli Arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (San Nilo da Rossano, San Gregorio da Cerchiara ecc). Nel 968, L’Imperatore bizantino Niceforo Foca, servendosi del Patriarca greco Anastasio, si sforzò di sostituire in tutto il ‘basso Cilento’ al rito latino quello greco (…), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono e di Camerota e di S. Giovanni a Piro e, le sue Badie Basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Già nel X sec. d.C., a S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente facendone risalire la fondazione al ‘990 dai monaci di San Basilio Magno. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, ”il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense” (…). Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco” (…). I due studiosi Natella e Peduto, in un loro pregevole studio (…), scrivevano in proposito: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (…), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (…).”.  Il Laudisio (…), sulla scorta del Malaterra (…) e del Mannelli (…), scriveva che nel XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati.…Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello. Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Giovanni a Piro….I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa.”. Si veda note nn. 47-48-49-50-51 del Laudisio (…). Notizie poi in seguito, confermate dall’’Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuitanei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”

Il Cenobio basiliano ed il Monastero italo-greco di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro

cenobio

(Fig…) Torre campanaria del Cenobio di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro (SA)

Di Luccia, p....

(Fig…) Di Luccia (…), p. 3

Gli antichi documenti provenienti dai Monasteri italo-greci del ‘basso Cilento’

Questi monaci e questi stabilimenti, la cui esistenza tende a minare i fondamenti di una rigida dicotomia tra Oriente e Occidente, troppo spesso avanzati per il Medioevo, divennero scrittori e curatori di archivi. Così, è in gran parte grazie alla presenza monastica greca nell’Italia medievale che la documentazione notarile italo-greca costituisce, dopo gli archivi di Athos, il secondo fondo medievale più grande in lingua greca – e anche la prima per il Medioevo centrale. Dopo André Guillou (…), che ha pubblicato una parte significativa di questa ‘corpus’, Cristina Rognoni continua l’attività editoriale con la pubblicazione di atti privati ​​greci di Messina convento archimandrital di Saint-Sauveur che sono legati alla Calabrie. I fondi non pubblicati sono ormai rari, ma resta il fatto che alcuni archivi sono accessibili solo nelle vecchie edizioni, che meritano di essere ripresi. Si tratta di opere greche dell’Abbazia della Santissima Trinità di Cava de ‘Tirreni, provincia di Salerno, pubblicato nel 1865 da Francesco Trinchera (…), che sono stati oggetto di recente attenzione. Un altro fondo è stato particolarmente abusato da edizione incompleta e ha notevolmente invecchiato – ha già superato il punto di vista dell’editoria criteri scientifici, al momento della sua uscita: gli atti del monastero greco bizantina di S. Elia di Carbone, pubblicato da una sconosciuta inglese, Gertrude Robinson (…). Questa situazione dannosa per la conoscenza di un monastero e una popolazione greca immersi in un ambiente latino (il sud della Basilicata e Taranto zona) può essere riparato da una riedizione impresa ambiziosa dei documenti greci, l’XI e prodotti nel XII secolo, associato alla pubblicazione degli atti latini del fondo, un numero quasi equivalente. Una panoramica preziosa delle relazioni tra popolazioni greche e latine in Basilicata medievale. Gastone Breccia (…), nell’introduzione ad un suo pregevole saggio sull’“Archivum Basilianum”, di Pietro Menniti (…), nel corso della sua lunga permanenza quale Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. Nel suo saggio, Breccia (…): Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci”, oltre a delineare una piccola storia dell’attività del Menniti, ci racconta dei codici e degli antichi documenti greci (pergamene, privilegi, ‘nonnula et monimenta’ ecc…, tanti dei quali provenienti dagli antichi monasteri basiliani, quasi tutti posti nell’Italia Meridionale, commendati dalla Santa Sede nel XVI secolo e poi soppressi dalle leggi Napoleoniche nel 1809. Il Breccia (…), scriveva che: “…Tra editi e inediti  sono conosciuti più di mille documenti greci medievali provenienti dall’Italia meridionale e dalla Sicilia. Si sono conservati in originale, in copia medievale o moderna, oppure in traduzione latina o italiana. (…). Una parte di questo materiale d’archivio, che si estende lungo un arco di circa quattro secoli (dalla fine del X a tutto il XIV secolo), proviene dai monasteri del meridione della penisola e della Sicilia: monasteri greci – ovvero, secondo la denominazione adottata dall’occidente, monasteri ‘ordinis Sancti Basilii’ – depositari per lungo tempo, dopo la fine della dominazione diretta dell’Impero d’Oriente, del rito e della cultura liturgica Bizantina in terra d’Italia. I documenti seguirono, com’è naturale, la sorte di rapida e irreversibile decadenza che interessò il monachesimo italo-greco nel suo complesso a partire dall’età angioina. Già alla fine del medioevo le perdite – sia quantitativamente che qualitativamente – dovevano essere senza dubbio considerevoli, almeno a quanto si può dedurre dal resoconto della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (1457)”. Nel suo pregevole studio sui documenti e codici provenienti dai monasteri Basiliani, raccolti dal Menniti nel XVIII secolo, e citati nel suo ‘Bullarium Basilianum’, Gastone Breccia (…), a pp. ……, scriveva che tra i monasteri in esso citati vi è quello di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Gastone Breccia (…), in un suo pregevole studio sugli antichi documenti provenienti dai Monasteri italo-greci sorti nell’Italia meridionale: ‘Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, scriveva che: “Scrive il Montfaucon: “Regni vero Neapolitani et Siciliae diplomata non pauca vidimus in monasterio S. Basilii Romae, et aliquot exscripsimus: ex iis vero novem selegimus, quod aliis praestantiora videantur, et typis damus .. .” (21) Non sapremo mai, purtroppo, quanti fossero i “diplomata non pauca” che l’erudito francese ebbe sotto gli occhi. I documenti da lui trascritti provengono comunque soltanto da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni di Piro (dioc. Policastro, documento latino del 1473); ecc..”. Gastone Breccia (…), in un suo pregevole studio sugli antichi documenti provenienti dai Monasteri italo-greci, scriveva in proposito che: “In ogni caso, dei quattro monasteri da cui provengono i documenti editi dal Montfaucon, tre sono compresi nell’elenco dell’Agresta e non pongono quindi ulteriori problemi, mentre il quarto (S. Giovanni di Piro) era “passato l’anno 1587 (…) sotto il dominio della Insigne Cappella Sistina”: (25) è probabile quindi che il documento in questione, forse con altri dello stesso archivio, sia giunto alla casa-madre romana molto prima della raccolta del Menniti (26).”. Nelle sue note (25) e (26), il Breccia postillava in proposito: “(25) P. M. Di Lucia, L’abbadia di S. Giovanni a Piro, Roma 1700, p. 15. La cappella citata è quella del SS. Presepe in S. Maria Maggiore, eretta e riccamente dotata da Sisto V. Di L u c ci a , L’abbadia (cit. n. 25), pp. 15-17, pubblica la bolla di Sisto IV (5 novembre 1473, la stessa edita in seguito anche dal Montfaucon e oggi parte del Vat. lai. 13118, pergamena n. 12) “ex originali in carta membrana desumptum, quod asservatur Romae in archivio collegii S. Basilii Magni”. Considerando che l’opera del Di Luccia apparve nel 1700 è molto improbabile che questo documento fosse stato portato al S. Basilio dal Menniti.”. Il Breccia, nella sua nota (68), a p. 35, postillava in proposito: ” (68) Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – G i l l o u , Le, Liber Visitationis* (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246. Il Calceopulo trovò al S. Giovanni di Piro cinque monaci, uno dei quali espresse opinioni decisamente poco lusinghiere sul cardinale Bessarione e sui Greci in generale, per il quale motivo venne trasferito al monastero di S. Maria di Carrà. Forse distratto da questo avvenimento, il Calceopulo non si curò di stendere l’usuale inventario dei beni del monastero, per cui nulla sappiamo sulla presenza e l’eventuale consistenza di un fondo d’archivio.”. 

Nel 1458, la visita apostolica di Atanasio Calceopulo (Chalkeopulos) all’Abazia di S. Giovanni a Piro

Riguardo la visita Apostolica del 1457-58, di Atanasio Calceopoulos si sono occupati i due studiosi Laurent – Guillou (…), in ‘Liber Visitationis’, che ad esempio il Breccia (…), cita per un documento proveniente dall’Abazia di San Giovanni a Piro, oggi nel: “(68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” e, nelle sue note (68) e (69), postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.”. Il Breccia (…), sulla scorta del “resoconto” della visita apostolica del 1457 di Atanasio Calceopoulos, scrive che si può dedurre la condizione di abbandono di tantissimi monasteri basiliani dell’Italia meridionale. Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’. Il Cappelli (…), nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395, scriveva in proposito che: “Quasi una conclusione a quanto ho esposto nelle pagine precedenti può essere suggerita dallo studio di un importante testo apparso di recente. Si tratta del Codice I D. III. 12 della Badia greca di Grottaferrata esemplarmente pubblicato a cura del Padre M. H. Laurent e di A. Guillou (1). Il grande interesse del documento da poco pubblicato il quale contiene il testo completo della Visita compiuta ai monasteri basiliani di Calabria, Basilicata e Campania dall’autunno 1457 alla primavera dell’anno successivo. Atanasio Calceopoulos, allorchè ricevette da Papa Callisto III la commissione per tale Visita, era archimandata del monastero del Patirion e per assolvere all’incarico si associò l’archimandrita Macario del monastero di S. Bartolomeo di Trigonia, presso Sinopoli, ed il notaio Carlo Feadacio. I tre viaggiatori, conclusero il loro viaggio il 5 aprile 1458 nel cenobio di S. Maria di Pattano nelle vicinanze di Vallo della lucania.”. Nel corso della visita apostolica di Atanasio, si potè rilevare che: “accanto a due soli archivi ancora ben forniti (S. Giovanni di Stilo, con più di 800 pergamene greche e latine; S. Nicolò di Calamizzi, 774) e vari altri con depositi oscillanti tra i 50 ed i 150 documenti circa, ci mostra ben 36 dei 55 monasteri visitati senza più traccia di fondi archivistici (6).”. Dunque, come ci narra il Breccia (…), nel 1457, Atanasio Calceopulo, eseguì una visita apostolica in tutti i monateri Basiliani ancora esistenti. Il Breccia (…), sulla scorta di Laurent – Guillou (…), scriveva in proposito che: “…il quale, accanto a due soli archivi ancora ben forniti (S. Giovanni di Stilo, con più di 800 pergamene greche e latine; S. Nicolò di Calamizzi, 774) e vari altri con depositi oscillanti tra i 50 ed i 150 documenti circa, ci mostra ben 36 dei 55 monasteri visitati senza più traccia di fondi archivistici (6).”. Il Breccia, alla sua nota (6), postillava che: “Anche tenendo conto dell’incompletezza del resoconto citato, nel quale viene a volte omesso l’inventario dei beni di alcuni monasteri, nonché della possibilità che qualcosa sia sfuggito al suo redattore, l’impressione di un generale e drastico depauperamento è inequivocabile.”. Scrive sempre il Breccia (…), a proposito del lavoro svolto dal Menniti (…): “Il primo problema che si pone affrontando lo studio della raccolta mennitiana è quello di identificare i fondi d’archivio effettivamente raggiungibili dalla raccolta stessa; in altre parole, determinare quali monasteri basiliani sopravvivessero alla fine del XVII secolo in Italia meridionale. A questo proposito esiste una testimonianza apparentemente piuttosto precisa, anche se di circa vent’anni più antica: Apollinare Agresta, generale dell’ordine basiliano prima del Menniti, fornisce infatti nella sua Vita del protopatriarca S. Basilio Magno (pubblicata a Roma nel 1681) un elenco dettagliato dei monasteri ancora esistenti in Italia meridionale.”. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta , Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà , Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg. Non si può certo escludere che nei settantanove anni che corrono tra l’edizione dell’Agresta e quella del Rodotà il numero dei monasteri fosse rimasto invariato: certo è tuttavia che il modo in cui quest’ultimo riprende il testo dell’Agresta, a tratti copiandolo fedelmente, non depone a favore della sua attendibilità.”. A questo punto, il Breccia, riprende il suo racconto e scrive che: “Accanto ad esso possiamo subito collocare le poche testimonianze dirette sulla composizione dell’archivio della casa-madre basiliana: quella di Bernard de Montfaucon, che all’inizio del ‘700 trascrisse nove diplomi greci e quattro latini “ex instrumentis monasterii S. Basilii Romae”, e quella di Pietro Menniti, il quale sia nel suo “Bullarium Basilianum” che in una raccolta, purtroppo mutila, di privilegi imperiali e reali (Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani XXXIIP0) dà alcuni ragguagli sulla composizione dell’archivio stesso. I documenti da lui trascritti provengono comunque soltanto da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni di Piro (dioc. Policastro, documento latino del 1473); ecc..”. Per il documento di San Giovanni a Piro, il Breccia (…), a p. 35, scriveva: “S. Giovanni di Piro (68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” e, nelle sue note (68) e (69), postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.”. Riguardo il ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (…), Gastone Breccia (…), scriveva a pp. 23-24, di un suo pregevole studio che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Maria di Carrà (4 bolle del 1219: habetur in bullario nostri archivii […] signata littera A e littera B); (29) S. Maria del Patir (bolla del 1198: habetur transcripta infasciculo bullarum nostri archivii romani C); S. Maria di Centula.”. L’Ebner (…), nella sua Economia e società nel Cilento medievale, a p. 496, su alcune notizie su Rofrano ed il suo Cenobio: “Forse perchè direttamente dipendente dall’abbazia di Grottaferrata il cenobio non vennevisitato nel 1458 dal visitatore apostolico dei monasteri basiliani, archimandrita, Atanasio Calceopilo, che visitò gli altri cenobi (S. Giovanni a Piro, S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano). Il feudo fu sempre tenuto dall’abbazia di Grottaferrata (…), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella Napolitano nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino (di Centola)…”Pietro Ebner (…), scriveva in proposito che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuitanei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Dunque, l’Ebner (…), sulla scorta del Laudisio (…), segnalava che, nel 1458 in occasione della Visita apostolica dell’Archimandrita Atanasio Calcheopulos, il monastero di S. Maria di Centola era uno dei pochi monasteri italo-greci ancora esistenti sul nostro territorio. Come si può vedere, nel testo di Agresta, del 1681, Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno (…),  da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua versione postuma pubblicata del Rodotà (…) (vedi Fig…), non viene citato Monastero di S. Arcangelo di Celle di Bulgheria. Dunque il Monastero di S. Arcangelo a Celle di Bulgheria, forse figura solo tra quelli visitati nel 1458 dall’Archimandrita Atanasio Calceopulo (Chalkeopulos), di cui abbiamo parlato. E’ molto probabile che, dopo il 1583, anno della visita del Commissario Apostolico Silvio Galassi, inviato di Papa Gregorio XIII, che aggregò pure la chiesa di Rofrano, l’antico Monastero di S. Maria di Centola, fosse stato aggregato alla Diocesi di Capaccio (ora di Vallo della Lucania) (di cui ci parla pure l’Ughelli). La cosa andrà ulteriormente indagata in quanto non è detto che il Monatero esistesse ancora nel 1583, in quanto a Rofrano, il Galassi (…), trovò un solo diacono, figlio di un presbiterio greco. Sappiamo dal Ronsini (…) che a Rofrano, il Galassi (…), trovò nella chiesa un’antichissima icona della Theotòkos. Tuttavia, siccome il Galassi, condusse la sua visita apostolica nel ‘basso Cilento’ solo di sicuro a Rofrano, questo sarà oggetto di ulteriore approfondimento. Il Volpi (…) ne scrive nella vertenza tra i vescovi di Capaccio e i preti di Centola, i quali rifiutarono di ricevere dal vescovo Tommaso Carafa (1639-1664) la facoltà di amministrare i sacramenti asserendo che erano tenuti a riceverla dall’abate, ordinario locale.

Nel 1473, la bolla di papa Sisto IV per il Cenobio di S. Giovanni a Piro

Nel suo pregevole studio sui documenti e codici provenienti dai monasteri Basiliani, raccolti da un erudito francese,  Montfaucon (…), Gastone Breccia (…), a p. 21, scriveva che tra i monasteri in esso citati vi è: Scrive il Montfaucon: “Regni vero Neapolitani et Siciliae diplomata non pauca vidimus in monasterio S. Basilii Romae, et aliquot ex scripsimus: ex iis vero novem selegimus, quod aliis praestantiora videantur, et typis damus ….” (21). Non sapremo mai, purtroppo, quanti fossero i “diplomata non pauca” che l’erudito francese ebbe sotto gli occhi. I documenti da lui trascritti provengono comunque soltanto da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni di Piro (dioc. Policastro, documento latino del 1473); ecc…(22).. Il Breccia (…), aggiungeva a p…..: “In ogni caso, dei quattro monasteri da cui provengono i documenti editi dal Montfaucon, tre sono compresi nell’elenco dell’Agresta e non pongono quindi ulteriori problemi, mentre il quarto (S. Giovanni di Piro) era “passato l’anno 1587 (…) sotto il dominio della Insigne Cappella Sistina”: (25) è probabile quindi che il documento in questione, forse con altri dello stesso archivio, sia giunto alla casa-madre romana molto prima della raccolta del Menniti (26).”. Il Breccia, nella sua nota (26), postillava che: ” (26) Di Luccia , L’abbadia (cit. n. 25), pp. 15-17, pubblica la bolla di Sisto IV (5 novembre 1473, la stessa edita in seguito anche dal Montfaucon e oggi parte del Vat. lat. 13118, pergamena n. 12) “ex originali in carta membrana desumptum, quod asservatur Romae in archivio collegii S. Basilii Magni”. Considerando che l’opera del Di Luccia apparve nel 1700 è molto improbabile che questo documento fosse stato portato al S. Basilio dal Menniti.”. Il Codice Vaticano Latino 13118, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma, non risulta digitalizzato, pertanto non è possibile pubblicare l’immagine della bolla originale del 1457, contenuta nel codice Vaticano latino 13118. Riguardo l’antico Codice menbranaceo del ‘500, si veda: Lilla, Salvatore, 1936-2015 ‘I manoscritti vaticani greci. Lineamenti di una storia del fondo’ (Studi e testi, 415), 2004; Rita Andreina, ‘Biblioteche e requisizioni librarie a Roma in età napoleonica: cronologia e fonti romane’, (Studi e testi, 470), 2012; Breccia, Gastone, 1962- ‘Archivum basilianum. Pietro Menniti e il destino degli archivi monastici italo-greci’, In Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 1991; Lilla, Salvatore, 1936-2015, ‘Codices Vaticani graeci 2648-2661’, In Miscellanea Biblioteque. Scrive sempre il Breccia (…), a pp. 23-24 che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Giovanni di Piro (bolla del 1473, habetur originalis (31); ecc..”. Nella sua nota (31), che riguarda il documento dell’Abazia di S. Giovanni a Piro, il Breccia (…), postillava che: “È la bolla pubblicata dal Di Luccia e dal Montfaucon (cfr. infra n. 69); è sopravvissuta e fa parte della raccolta di documenti oggi conservati alla Biblioteca Vaticana (Vat. lat. 13118, pergamena n. 12) riguardanti per la maggior parte il monastero del S. Giovanni di Stilo.”. Scrive sempre il Breccia (…), a p. 32 che: “Si può, a questo punto, fornire l’elenco dei documenti medievali di monasteri italo-greci conservati al S. Basilio de Urbe durante il generalato del Menniti. Due importanti manoscritti (Vat. gr. 2605 e Vat. lat. 10606) sono stati momentaneamente inclusi – per desiderio di completezza – senza che sia stata ancora provata la loro effettiva appartenenza all”archivum basilianum’, attribuzione che sarà oggetto del prossimo paragrafo. I documenti sono elencati in ordine alfabetico di provenienza. Tra parentesi vengono fornite le informazioni essenziali (data, originale o copia, greco o latino ecc.); in nota le indicazioni sulle edizioni critiche di quelli già pubblicati.”e, per quanto riguarda il documento che riguarda S. Giovanni a Piro, scrive in proposito a p. 35, dove cita il breve di Papa Sisto IV del 1473 e, scrive: S. Giovanni di Piro (68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473) (69).”. Il Breccia (…), nelle sue note (68) e (69), postillava in proposito: Il S. Giovanni di Piro non è più menzionato nell’elenco del 1551, di cui sopravvive una copia forse di mano del Menniti e certo prodotta al S. Basilio, attualmente a Parigi (Paris, lat. 13081, ff. 1-6; pubblicata da M o n t f a u c o n [cit. n. 18] p. 112 e ripubblicata più recentemente da Batiffol, L’abbaye [cit. n. 8] pp. 115-116). (69) Edizioni: 1. Di Luccia, ‘L’abbadia’ (cit. n. 25) pp. 15-17; 2. M o n t f a u c on (cit. n. 18) pp. 431-432.”

Di Luccia, Sisto IV

Di Luccia, p. 16

Di Luccia, p. 17

(Fig….) Di Luccia (…), la bolla papale di Sisto IV, pp. 15-16-17

Montfaucon, p. 431

Montfaucon, p. 432

(Fig….), il breve di papa Sisto IV, pubblicato dal Montfaucon (…), pp. 431-432

Il Cappelli (…), citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, e cioè….ecc…”. Nell’elenco che nel 1877, a p. 151, riporta Domenico Martire (…), dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma:……”, a cui abbiamo dedicato ivi un nostro saggio, e poi aggiunge che: “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3. fa menzione di altri Monasteri, chiamati Badie, unite dal Papa Clemente 8° alla detta Basilica, cioè: …..ecc…. (come si può vedere nell’immagine) e: “Altri Monasteri mentovati nella vita di S. Sabba.”, al n. 25, cita il “Monastero de’ Marcari”. Il Martire (…), quando scrive di “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3″, si riferisce a Pietro Marcellino Di Luccia (3), che, nel 1700, scrisse ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’.

martire, p. 150

(Figg…) Martire D. (…), pp. 150-151

Secondo il Martire (…), Pietro Marcellino Di Luccia (3), nel suo cap. III, scrive che tra i beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, vi sono alcuni monasteri, chiamate Badie, che furono unite da papa Clemente VIII alla Cappella del Presepe in Roma. Fra queste badie vi erano quelle elencate dal Martire (…), dal n. 18 al n. 31 che è il Monastero di S. Pietro di Camerota, forse il monastero di S. Pietro di Licusati. Il Martire, cita il “Monastero dei Marcari” al n. 25. Dunque, riguardo l’ubicazione di questi monasteri, Domenico Martire (…), che elencava anche quello “dei Marcari”, che io credo debba trattarsi del monastero di S. Pietro di Marcaneto a Scario, diceva essere commemorato nella ‘Vita di San Saba’, l’opera agiografica della vita del Santo di cui abbiamo già parlato. L’accostamento del Monastero di San Pietro di Marcaneto, che fa il Cappelli (…), risulta essere molto credibile, rispetto ad altre congetture, credendo che esso fosse da localizzare nell’area vicino ai due Monasteri detti dei ‘Taorminesi’ e dei ‘Siracusani’, citati entrambi i monasteri citati nell’opera agiografica di S. Saba da Collesano, in quanto, se facciamo riferimento ad un altro monastero sorto ed esistente nell’area, secondo la ‘Vita del Santo’, il monastero di ‘Kyr-Macaros’, citato in un atto di donazione dell’anno ……., e pubblicato dal Guillou (…). Giovanni Russo (…), recentemente, nel suo ‘Viaggio nel Mercurion’, a p. 95, scriveva che: “Congiungendo i vari elementi di cui sino ad ora ho parlato, si potrebbe pensare all’Historia et laudes SS. Sabae et Macarii (144), nella quale si narra di un oratorio intitolato proprio a San Filippo, sebbene esso venga dislocato nella regione di Lagonegro, nei pressi del quale doveva trovarsi anche un monastero denominato Kyr Makaros. Di questo monastero parla anche l’atto di donazione del monaco Sofronio e fra i testimoni in calce al documento compare il nome di Nikon, catigumeno di Kir Makaros (145).”. Dunque, il Russo, sulla scorta del Cappelli e del Guillou (…), nella sua nota (145), postillava che: “(145) A. Guillou, op. cit., p. 60”. Dunque, le ipotesi che avanzava il Cappelli, circa la localizzazione in questo territorio di alcuni monasteri italo-greci o basiliani, di chiara fondazione pre-benedettina, cioè sorti prima dell’anno mille, e poi in seguito scomparsi, fossero da localizzarsi proprio nel nostro territorio del basso Cilento e non nella Calabria, dove, a differenza di ciò che credono alcuni – alcuni monaci da quì trasferitisi, andarono a fondare il nucleo fondande di alcuni monasteri italo-greci e poi benedettini in epoca Normanna in Calabria. Le ipotesi del Cappelli, sono state poi in seguito avvalate dalle carte latine e quelle più antiche di atti e donazioni ritrovate nell’Archivio Aldobrandini, che furono pubblicate dal Pratesi (…) e poi dal Guillou (…). Una di queste carte greche è proprio l’atto di donazione del monaco Sofronio dove fra i testimoni presenti alla cerimonia e firmatari del documento vi è il catigumeno (abbate) Nikon del monastero di Kyr-Macarios che il Cappelli, riteneva fondato dal fratello di S. Saba, S. Macario. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, Domenico Martire (…), nel suo ‘La Calabria sacra e profana’, nel 1876, citava i monasteri di S. Fantino a Torraca ed il Monastero di S. Nicola a Sapri (?), e le poneva come grangie dell’antico monastero di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Infatti, il Martire (…), scriveva che “11- Monastero di San Giovanni a Pero, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma.”. Il Martire (…), traeva dette notizie dal Di Luccia, e infatti scriveva che: “17 S. Costantino alle Tracchine. Pietro di Lucca nella sua Moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3 fa menzione di altri monastei chiamati Badie ecc..”, e va avanti con un altro elenco di altri monasteri. Il Pietro di Lucca citato dal Martire è Pietro Marcellino Di Luccia (…), che scrisse il suo ‘Trattato Istorico-legale ecc..”. Orazio Campagna (…), a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dal Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Infatti, Biagio Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, sulla scorta del Di Luccia (…) e del Palazzo (…), ne parla a pp. 43-44. Oreste Campagna (…), a p. 150, parlando della “Regione mercuriense” e di Majerà, scriveva in proposito che: “Sappiamo dalla Historia di S. Saba che nell’area dell’Eparchia mercuriense vi era il monastero di S. Pietro, detto dei “Marcani”, dove il Santo operò un miracolo ridando la parola e l’udito ad un monaco colpito da un fulmine (131). Lo stesso monastero viene ricordato nella “Dedica” di S. Maria della Matina e nel relativo “Diploma” di Roberto il Guiscardo del 1065, entrambi “falsificazioni” di un originale perduto. Dalle pergamene risulta che l’abbazia era ubicata “in valle que Mercurii nuncupatur” (132). Prima che l’abbazia di S. Pietro divenisse filiazione carbonense (133), doveva essere dei “Marcani”. I ruderi, andati distrutti da qualche anno, evidenziano le caratteristiche della struttura muraria romana. Del vasto complesso monastico, ora, rimane la sola chiesetta dedicata all’Apostolo (134). Il monastero disponeva di un vasto territorio, delimitato dai confini delle Terre di Majerà, di Cirella, di Belvedere, e di Buonvicino, riportati nella platea del 1545-1546 da Sebastiano della Valle (135). Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”. Il Campagna, nella sua nota (131), postillava che: “(131) Cozza-Luzi”, nella nota (132), cita il Pratesi (…), nella nota (133), cita il Cappelli (…). Appare interessante la sua nota (134), dove postillava che: “Sul versante meridionale di S. Pietro a’ Carbonara, non lontano dalla grotta di S. Angelo, si possono notare i resti con affreschi d’un altra chiesetta, che mi è stato detto essere di “S. Pietro Alcam” (Alcamo?), forse parte d’un complesso abbaziale, ora abitazione del Sig. Giuseppe Russo.”. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la “platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Il Campagna (…), a p. 151, scriveva in proposito che: “E’ vero che l’abbazia di S. Pietro sopravvisse alla latinizzazione, ma fu sopravvivenza asfittica (138).”. Il Capagna (…), a p. 151, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Già nel 1574, per questioni di usurpazioni, D. Girolamo De Vio, abate di San Giovanni a Piro, intentò un processo contro D. Giovanni De Scielzo di S. Pietro a’ Carbonara. La sentenza, sfavorevole allo Scielzo, fu emessa dal rev. D. Raimondo Corso, e resa esecutiva in Lauria dal notaio Angelo De Juvenibus, della Curia vescovile di Policastro. Divenuti i Carafa, padroni di Majerà, anche l’abbazia di S. Pietro veniva considerata “nullus dioceseos”, e pertanto sottoposta alle mire dell’Episcopato e del Conte. P.M. Di Luccia; F. Palazzo; Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96, ms. Doc. Episc. Policastro Bussentino.”. La “Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96”, è un documento conservato all’Archivio Diocesano di Policastro ed è stato ivi da noi pubblicato per la prima volta. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza. Il sacerdote Rocco Gaetani, a p. 152 parlando di S. Fantino morto a Tessalonica, in proposito così scriveva che: “Nè incuria degli uomini, nè l’audacia del tempo sono giunte a distrugere le robuste pareti della sua Chiesa fabbricata in mezzo a una vasta tenuta, la quale vi signoreggiava sontuosamente. La ricca Grancia di San Fantino a Torraca con le Grance di San Benedetto a Policastro, di San Gaudioso a Rivello, di San Nicola in Maratea, di San Costantino a Trecchina, di San Pietro in Maiera, di San Nicola in Grisolia appartennero alla doviziosa e antica Abbadia dè monaci Basiliani (43) di San Giovanni a Piro, che ebbe vicende or prospere or infauste, fino a che Sisto V nel 1587, con speciale bolla, l’unì ed incorporò alla insigne cappella del Santo Presepe eretta dentro la grande basilica di Santa Maria Maggiore (2). Ecc…”. Dunque è proprio in questo passo che il Gaetani si richiama all’“importante documeno del 1695”. Dunque, il Gaetani scriveva che nel 1587, Papa Sisto V emanò una bolla in cui l’antica abbazia di San Giovanni Battista a San Giovanni a Piro fu unita ed incorporata (dipenderà) dalla Cappella del SS. Presepe eretta nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma.  Sisto V, nato Felice di Peretto da Montalto e a trent’anni Felice Peretti (Grottammare, 13 dicembre 1521– Roma, 27 agosto 1590), è stato il 227º papa della Chiesa cattolica (226º successore di Pietro) dal 1585 alla morte; apparteneva all’ordine dei frati minori conventuali.

                                                                MAYERA’ (CALABRIA)

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(Fig….) Pag. 139 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Mayerà (Calabria)(…)

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ”Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sa- pri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio).

(2) (Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e da me pubblicata per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio).

(3) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure: Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228 (Archivio Storico Attanasio).

(4) Antonini G., La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Storico Attanasio).

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(5) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323 (Archivio Storico Attanasio).  Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’. Il Cappelli (…), nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395.

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio).

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743.

(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. 

(…) Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, ci parla dei ‘Monasteri del Principato Citra’. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.

(…) Montfaucon Bernard, Paleographia Graeca sive de ortu et progressu ecc.., Paris, ed. Privilegio Regis, 1708, pp. 431-432.

(…) M.H. Laurent – A. Guillou, Le, ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano 1960; si veda pure degli stessi autori: M.H. Laurent – G. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310. Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89).

(…) Menniti Pietro, Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. La storica Vera von Falkenhausen (….) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), anche in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti e li riproduce. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…); ha anche usato il libro di Santoro; in sette casi, infine, dice di aver usato documenti dagli archivi di S. Basilio de Urbe (che non esistono più). Dichiara addirittura che i monaci di Carbone godono di un franchising per la macinatura del grano “come constat da molte scritture, che si conservano nell’Archivio Basiliano di Roma” (…). “Summa bullarum e constitutionum apostolicarum pro ordine S. Basilii Magni, aliorumque Collectaneorum eumdem ordinem spectantium a P. Petro Menniti eiusdem Ordinis Abbatis Generalis digesta, e conscripta, anno MDCCVII”; la cronaca è intitolata: ‘Cronica del Monastero Archimandritale di S. Elia di Carbone dell’ordine di S. Basilio Magno’. Non abbiamo ancora esaminato il volume 23.

(…) Per quanto riguarda i documenti greci, provenienti da alcuni monasteri italo-greci come quello di Carbone, oggi sono sparpagliati tra l’Archivio Doria Pamphili, la collezione “Basiliani” dell’Archivio Segreto Vaticano e vecchie edizioni di documenti scomparsi oggi. Recentemente, Adele Di Lorenzo, Jean-Marie Martin et Annick Peters-Custot (…), hanno scritto sul Monastero di Carbone (PZ), un saggio il cui estratto si trova on-line. Essi scrivono che: “…molti documenti, greci e latini, dall’XI secolo all’inizio dei tempi moderni; questi documenti (originali, copie, traduzioni) sono ora sparsi tra l’Archivio Doria Pamphili (Roma), ecc..”. Il ventesimo secolo è rappresentato per la prima volta da Gertrude Robinson (7). Questo grecista britannico ha dato in ‘Orientalia Christiana Analecta’, in tre consegne nel 1928, 1929 e 1930, la sua storia e cartulario del monastero greco di Sant’Elia e S. Anastasio di Carbone (…) (introduzione storica I, II e II atti -2, un quarto volume doveva seguire). In primo luogo, ripercorre la storia dell’abbazia e dei suoi archivi prima di dare un’edizione di 56 atti greci (tutti), 14 atti latini (o traduzioni latine di atti greci) e due atti bilingue: uno William II archimandritat creazione (n XLVI), l’altra Costanza (n LXVI), per un totale di 72 atti (…), tutte prese dall’Archivio Doria Pamphili e prima del 1200, mentre Holtzmann (…) stima che, combinando le varie fonti preservate, si raggiungerebbero cento atti per lo stesso periodo. L’Archivio Doria Pamphili, nos 53, 59, 61, 72, 76, 77, 84, 88, 89, 93, 95, 97, 99, 102, ed. Robinson 1928-1930, nos IV, X, XII, XXV, XXVII, XXVIII, XXXVI, IX, XL a, XLIV, XLIX, LII, LIV, LXIV. Alcuni documenti che riguardano il monastero di Carbone si trovano all’Archivio Doria Pamphili: fonfo ‘Basiliani 1, f° 86v.’ ed altri si trovano conservati nell’Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani, t. I. Robinson 1928-1930. La parola “cartulario” è usata impropriamente per descrivere il chartrier conservato presso l’Archivio Doria Pamphili. Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou. Si veda Holtzmann W. (65) nel 1956, Holtzmann Walther, Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone. Il Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti riprodotti. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…). La Robinson (…), nelle sue pubblicazioni del 1930, aggiunge tre atti riguardanti Carbone trovati altrove: c. 79-80: Tancredi (riportato a Rocco Pirro). C. 86-90: atto del maggio 1320 dagli archivi del vescovato di Anglona. Una sigillatura di Boemia II è ancora riprodotta in t. IX (diocesi di Taranto), c. 128-129: è conservato presso l’Archivio Doria Pamphlili (…) ed è stato pubblicato nel raro testo di Santoro (…). Gastone Breccia, in un suo pregevole studio (…), scriveva a pp. 30-31: “Ma senza dubbio la parte più importante della documentazione sfuggita al Menniti è costituita dalle raccolte delle grandi famiglie romane. In primo luogo il fondo del monastero del S. Elia di Carbone, tuttora nell’archivio Doria Pamphili: come scrive Gertrude Robinson, a cui si deve l’edizione della maggior parte delle pergamene greche, Giovan Battista Pamphili, dal 1630 abate commendatario del monastero e protettore dell’ordine basiliano (nonché futuro papa Innocenzo X), “seems to have taken possession of whatever archives were left, and placed them for safe keeping in his own archives. For this the students of Greek monasteries owe him a great debt, for in 1645 there was a riot in Carbone in which the townspeople seem to have attacked the Monastery, and burnt whatever documents it stili contained.” (54) Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56).”. Dunque sempre il Breccia, nelle sue note 54, 55,56, postillava: “G. R o b i n s o n , History and cartulary of the greek monastery of S. Elias and S. Anastasius of Carbone, Orientalia Christiana voi. 11, 5 (1928) pp. 269-348; voi. 15, 2 (1929) pp. 117-276; voi. 19, 1 (1930) pp. 1-200); la citazione è tratta dal vol. 11, 5, p. 318. Cfr. W. H o l t z m a n n , Die ältesten Urkunden des Klosters S. Maria del Patir, Byzantinische Zs. 26 (1926) pp. 328-351, che pubblica alcuni documenti dalle cartelle Chigi E VI 182-188. Sui documenti greci del fondo Aldobrandini (oggi Vat. lat. 131+89) cfr. A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; su quelli latini cfr. P r a t e s i , Carte latine (cit. n. 11) pp. X L – X L I . Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89).”.

(…) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (…) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

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(…) Borsari S., Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, Napoli, ed. Istituto Italiano per gli Studi Storici,

(…) Fariello A., L’Abbadia di San Giovanni a Piro del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, riveduta e tradotta da Aniello Fariello (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Fittipaldi W., La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016 (Archivio Storico Attanasio).

(….) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 339-365. Si parla della Chiesa di Capaccio e della sua Diocesi: Capaccio-Vallo, per Centola.

(…) Infante e Del Mercato,

(…) Nel 1448, il Cardinale Bessarione propose alla S. Sede di nominarlo archimandrita di S. Maria del Patire (diocesi di Rossano) al posto del titolare che si era dimesso. Così Atanasio Chalceopulos divenne il 3 apr. 1448 superiore di uno dei più importanti monasteri basiliani di Calabria. Nel 1457 fu costretto ad abbandonare Roma e a recarsi in Calabria per un importante missione. Bessarione era stato designato, da lettere successive dei papi Niccolò V e Callisto III, cardinale protettore dei monaci basiliani ed incaricato di far visitare e ispezionare i monasteri dell’Ordine nell’Italia meridionale. Con l’occasione progettò una riforma radicale. A tale scopo aveva bisogno di esaminare sui posto la condizione di questi monasteri un tempo fiorenti ed allora decaduti. Probabilmente su sua raccomandazione Callisto III incaricò di questa missione il C. con l’aiuto di Macario, archimandrita di S. Bartolomeo di Trigona: Essi dovevano visitare settantotto fra i più importanti monasteri della Calabria e della Campania. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…). La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il ‘Liber visitationis’ del Calceopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca.

(…) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988, pp. 49 e s.; si veda pure: Follieri E., Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Lilla Salvatore, I manoscritti vaticani greci, lineamenti di storia del fondo, Città del Vaticano, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), 2004 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Lubin Agostino, Abbatiarum Italiae Brevis notitia, Roma, 1693, p. 97 sull’Abazia di S. Maria di Centula a Centola

(…) Santoro P.E., Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii,

(…) Rocchi A., Vita di S. Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata scritta da S. Bartolomeo suo discepolo, Roma, ed. Desclee-Lefebre, 1904, p….

Guillaume P.,

(…) Guillame P., L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371

(…) Loré V., Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151.

Batiffol,

(…) Batiffol Pierre, L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane, Paris 1891, pp. 40-41; stà anche in in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1951 (Archivio Storico Attanasio).

(…) raccolta criptense e su quanto è stato possibile rinvenire nell’Archivio Segreto Vaticano grazie soprattutto allo ‘Schedario ‘Garampi’, ecc..ecc..”. Per la consultazione dei documenti all’Archivio Segreto Vaticano, si veda: ‘Sussidi per la consultazione dell’Archivio vaticano: lo schedario Garampi, i Registri vaticani, i Registri lateranensi, le “Rationes camerae”, l’Archivio concistoriale’, Nuova ed. riveduta e ampliata / a cura di Germano Gualdo Città del Vaticano : Archivio vaticano, 1989.

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(…) Pera L., Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, si veda p. 147 e s. e si veda p. 379 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Falcone G., Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476, stà in Aromando G. e Falcone G., op. cit. (13), p. 147 e s. (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G.,  L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004.

(…) Mercati G., ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p. 216

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)

Il cenobio basiliano e l’abbazia di S. Maria di Centola

Gli Studi 

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcuni monasteri italo-greci, sorti nel basso Cilento, come ad esempio l’antichissimo monastero o cenobio basiliano prima e poi in seguito Abbazia Benedettina di S. Maria a Centola.  

Carta del Cilento, Centola

(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (2), inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio digitale Attanasio)

Nel 547, la prima distruzione del presidio goto di Molpa, la distruzione del generale Belisario e la nascita di “Centula”

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (a. 476), la tribù barbara degli Ostrogoti occupò gran parte dell’Italia del Sud, compresa la città della Molpa. La tradizione vuole che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa (una cittadella scomparsa sul promontorio della Molpa), nel 554 d.C. ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina. L’imperatore Giustiniano d’Oriente, rimasto l’unico padrone dell’Impero Romano, per scacciarli inviò in Italia il generale Belisario. Così, nel 547, Belisario, con lo scopo di liberare la Molpa dagli Ostrogoti, saccheggiò e incendiò la città, distruggendola e costringendo i superstiti alla fuga. Alcuni dei superstiti, in numero di cento, raggiunsero le colline e si stabilirono ai piedi della montagna delle ‘Fontanelle’, in un posto riparato e sicuro, detto ‘Vallone’. Dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo, questo luogo fu chiamato ‘Centula’. Centola nacque sotto la dominazione bizantina di Giustiniano. Da Wikipedia leggiamo che la leggenda vuole che Centola sia stata fondata intorno al XVI secolo da una cosiddetta “centuria” di profughi provenienti dall’antica città di Molpa: da questa “centuria” sarebbe poi derivato il nome al paese. Tuttavia Carla Marcato, ricercatrice dell’Università di Udine, ritiene molto più probabile una discendenza del toponimo da un’unità di misura agraria. Del resto il paese risulta più antico di quanto vorrebbe la leggenda. Da Wikipedia leggiamo che in epoca medioevale ebbe inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti. Alcuni di questi superstiti, in numero di cento, raggiunsero le colline e si stabilirono ai piedi della montagna delle Fontanelle, in un posto riparato e sicuro, detto Vallone. Fu forse dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo che questo luogo fu chiamato ‘Centula’. Dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo, questo luogo fu chiamato ‘Centula’. L’Antonini (…), vuole che dopo la prima distruzione di una cittadella sulla collina di ‘Molpa’, i superstiti, rifugiandosi sulle colline più a monte, dove oggi si trova l’odierno paesino di Centola. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che: “‘Centula’, ‘Centola’. Casale di S. Severino di Camerota fino al 1529, secondo l’Antonini.”. Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella Parte II, nel ‘Discorso VI’, parlando “de’ luoghi, che sono intorno al fiume Melpi”, da pp. 348-349 e s., ci parla di Centola e a p. 348, in proposito scriveva che: “Due miglia da quì, camminando a Mezzogiorno, si trova Centola posta per lungo sopra la collina, che la manca sovrasta al Melpi. Dicono, che questo paese fosse così detto da un Centurione, che con cento uomini vi si fosse andato a stabilire dopo la prima ruina della Molpa a tempo di Belisario. Io non volendo pregiudicarla nella sua antichità, ne toglierne questo pregio, intera, e salva cotale opinione lascio a chi vorrà tenerla, però per non far torto alla verità, convien dire, che il luogo fin dall’anno MDXXIX era Casale di S. Severino, ma smembrato in quanto alla giurisdizione, e credo che si fosse fatto grande dopo l’ultima desolazione della Molpa nel MCDLXIV, poichè i terreni del paese non sono, che quelli della stessa distrutta Città, vasti, ed all’estremo abbondanti di tutto, ma la poca cura e industria de’ Cittadini appena ne fa uso per i generosi vini, e per gli fichi, etc…”.

(Fig…..) Antonini, op. cit., pp. 347-348

Dunque, l’Antonini scriveva che Dicono, che questo paese fosse così detto da un Centurione, che con cento uomini vi si fosse andato a stabilire dopo la prima ruina della Molpa a tempo di Belisario.”. Dunque, l’Antonini riporta la notizia che le origini di Centola derivano da un Centurione dell’esercito bizantino dell’esercito del generale Belisario incaricato dall’Imperatore Costantino di conquistare il regno Goto in Italia. Antonini, sulla scorta del Chronicon di S. Mercurio scriveva pure che questo centurione bizantino ai tempi di Belisario e ai tempi della prima della città della Molpa andò a fondare il casale di Centola con altri cento soldati che ivi si stabilirino. Giovanni Cammarano (…), ex parroco di Centola, a p. 192, nel suo vol. IV, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “La Molpa fu distrutta nella seconda venuta in Italia di Belisario 544, donde ripartì il 558. Ora in questi quattro anni è giocoforza collocare la distruzione della Molpa. Tutto sta a precisare l’anno. Per riconquistare la Sicilia e la Magna Grecia è logico assegnare un tempo fino al 547, non sapendo quale mese indicare dell’anno di partenza e dell’anno di arrivo. Quindi l’operazione avrebbe comportato un anno e alcuni mesi. Il 548 Belisario è impegnato nella liberazione di Roma, occupata da Totila. E siccome la Molpa si trovava quasi alla fine della Magna Grecia, la sua distruzione non può non cadere che nel 547, etc…”Inoltre, il Cammarano, a pp. 204-205, in proposito scriveva che:  “Il Cristianesimo si insediò ben presto nella città della Molpa e non è difficile dimostrarlo. E’ certo che nella prima distruzione, 547, già era in massa cristiana. Difatti la laura di Centola sorse molto tempo prima di detta data in virtù di alcuni abitanti della Molpa, che vennero a menare vita eremitica nel luogo dove poi sorse la Badia di S. Maria di Centola.”. Giovanni Cammarano (…), a p. 186, nel suo vol. IV, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “In merito a detto documento dell’Abate Mercurio I, don Baldassarre nelle sue memorie riporta i giudizi anche di portata storica. 1) P. Gregorio Taliento, basiliano (* 1430) annotizia: “Nello scorrere del tempo che va dallo 543 al 554, fu presa la città della Molpa, città della Magna Grecia, occupata dai Goti, dallo generale bizantino, Belisario. I Goti facevano una forte resistenza, affavoriti dalle fortificazioni in muri, che cingevano la città con li posti di fortezza. E così Belisario per menare fuori i Goti, fu costretto dare fuoco e distruggere la città. E così li pochi scampati di quelli tanti abitatori si apportarono nelle terre dello internale. La maggioranza, come dice Mercurio, si fermarono sotto lo monte delle Fontanelle e a quasi lo vallone diedero esistenzia alle prime case del borgo, che chiamarono Centula, è addimostrabile”. (AFL) 2) P. Serafino 1° da Centola, cappuccino (1641+1712) riferisce in un magnifico notiziario: “Lo Abate Mercurio nulla si fece sfuggire nelle sue “Cronache” su tutti gli avvenimenti storici che si succedettero nelle nostre terre. In particolare merita attenzione, studio e riflessione da parte nostra il contenuto della Molpa, il modo poi di vivere della nostra primitiva popolazione stazionata in località “Vallone” e le tristi vicende storiche etc…”. Ancora, il Cammarano (….), a p. 188 scriveva pure che: “Difatti di Mercurio I sappiamo che lasciò la Molpa e se ne andò a fondare una laura a Centola menandovi vita eremitica tra preghiera, studio e lavoro. Di Mercurio II conosciamo solo il nome. E né possono essere chiamati in causa i due martiri di nome Mercurio, uno il 25 novembre e l’altro il 10 dicembre perchè vissuti molto tempo prima.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, parlando di Centola, a p. 712 in proposito scriveva che: “CENTOLA. ‘Centula, Centola, Casale di S. Severino di Camerota fino al 1529, secondo l’Antonini. Università autonoma etc…L’Antonini (1) ricorda la leggenda del centurione che con i suoi cento uomini vi si stabilì ai tempi di Belisario e dopo la prima distruzione di Molpa. Il villaggio s’ingrandì ancora dopo l’ultima distruzione di Molpa (1464), ma non sappiamo se colà era già un villaggio o se questo s’ingrandì dopo l’arrivo dei monaci italo-greci che costituirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria.”. Ebner, a p. 712, nella nota (1) postillava che: “(1) Antonini, op. cit., I, p. 349.”. Scrive ancora l’Ebner, a p. 714 che: “Centola è ubicata dall’Antonini (10) su una collina e fino al 1529 casale di Sanseverino. ……Il Giustiniani pone Centola a 32 miglia da Salerno e a 3 miglia dal mare di Palinuro, su una collina con circostanti fertili terreni (grano, vino, olio, frutta). Traendone dall’Antonini ricorda anch’egli la leggenda del centurione che andò a stabilirsi temporaneamente ivi ai tempi di Belisario e la prima e la seconda distruzione di Molpa (13).”. Ebner, a p. 714, nella nota (10) postillava che: “(10) Trascrive da A. Baccio (Hist. natur. vin., lib. 5) “Extat novi nominis Centula oppidum, in cuius apricis collibus vinum gignitur, quod in Urbe praesertim Roma, et in communibus mensis, etiam Principatum, fama, atque usu cum Clarello contendit”, il cui significato tradotto è il seguente: “C’è un paese del nuovo nome di Centula, ne’ cui colli assolati si produce un vino, che nella città, specialmente in Roma, e nelle città del mese, anche nei principati, gareggia in fama e pratica col Clarello.”. Ebner, a p. 714, nella nota (12) postillava che: “(12) Giustiniani, cit.: Etc…, i fuochi”. Giovanni Cammarano (…), ex parroco di Centola traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1°, nel vol. II, Cap. III, a p. 44, in proposito scriveva che: Mercurio …..E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che citando il passo di Procopio di Cesarea del “Del bello gothico” ci fa sapere nelle sue cronache che la Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. Etc…”. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario istorico ragionato del Regno delle Due Sicilie”, in proposito scriveva che: “……….”. Amedeo ed Emilio La Greca ed Antonio di Rienzo (….), nel loro “Viaggio nel Cilento etc…”, a p. 215 parlando di Centola (VI itinerario), in proposito scrivevano che: “E’ tradizione che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa nel 554 ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina (535-553 d.C.). I superstiti si rifugiarono in località detta “Vallone” ove costruirono un piccolo villaggio. Di qui si spostarono gradualmente più a monte dove nel 1207 sorse una Badia Benedettina detta Santa Maria degli Angeli (1). Questa fu il centro della vita economica e religiosa del nuovo paese. I Benedettini, infatti, organizzavano il lavoro, etc…”. I tre autori, a p. 215, nella nota (1) postillavano: “(1) Antonini, p. 387”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a p. 69, in proposito scriveva che: “Nei tempi successivi, a causa del malsicuro sito, pericolosamente esposto ai passaggi di barbari e di pirati, Molpa dovette subire più volte saccheggi, devastazioni e tormenti. Nei primi anni della terribile guerra Gotica (535-553 d.C.), il bizantino Belisario, generale dell’Imperatore Giustiniano, dopo aver distrutto il Regno dei Vandali in Africa, sbarcò in Sicilia e si impadronì facilmente dell’isola e di tutta l’Italia meridionale. Diretto a Roma, alla testa dun numerosissimo esercito, Belisario attraversò, con la stessa furia di un fiume in piena, le nostre contrade, lasciando dietro di sè, saccheggi, distruzione e rovina. Da questo suo impeto selvaggio fu distrutta, per la prima volta nella sua storia, Molpa, intorno all’anno 537 d.C., quando essa era dominio del principe ostrogoto Bultino, che qui aveva stabilito un munitissimo presidio. Lo storico greco Procopio di Cesarea, morto a Bisanzio nel 565, avendo seguito Belisario in Italia, fu diretto spettatore delle vicende e degli orrori della terribile Guerra Gotica. Egli, nella sua opera “De Bello Gothico”, ci offre una chiara visione della devastazione e della rovina patite dalla Molpa. Ecco il suo racconto: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. “. Il Guzzo, a p. 70, nella nota (12) postillava: “(12) Procopio – De Bello Gothico – Libro I – cap. VIII.”. Dunque, in questo passo il Guzzo trascrive il passo che riguarda la distruzione di Molpa tratto dal testo del “De Bello Gothico” di Procopio di Cesarea e dice Libro I, cap. VIII. Il passo trascritto dal Guzzo e da lui attribuito a Procopio è lo stesso passo che cita il barone Antonini, nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 372, ma che attribuisce alla cronaca di S. Mercurio. Dunque, il Guzzo erra nel dire che il passo è di Procopio.

L’antica chiesa di S. Nicola di Mira a Centola

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(Fig…) Chiesa parrocchiale di S. Nicola di Mira a Centola

Nel 1559, i documenti dell’Abbazia, donazioni e privilegi, bolle e brevi papali nelle ricerche e acquisizioni di Camillo Porzio

Già dai tempi dell’acquisto del feudo di Centola e di gran parte dei territori da parte del famoso erudito e storico napoletano Camillo Porzio (…), si evince chiaramente il rinvenimento di antichissimi documenti storici che lui stesso cercò e raccolse e rinvenne in zona e nei suoi vasti possedimenti dell’ex Baronia dei Sanseverino. Sarebbe interessante indagare ed approfondire nei diversi lasciti e carteggi del Porzio (…) quali fossero le antiche fonti da cui egli stesso attinse per la stesura del suo capolavoro di storia: “La Congiura dei Baroni”, avvenimento che ebbe proprio qui, in queste zone, il suo drammatico epilogo. Alla morte del Porzio, nel 1580, gli successe la figliastra (e secondo alcuni figlia naturale) Fulvia Capece Scondito, nominata sua erede universale. Camillo Porzio nacque a Napoli nel 1525 e morì nel 1603. E’ stato uno storico e avvocato italiano, noto per la sua monografia sulla quattrocentesca ‘Congiura dei baroni’ che si svolse anche e soprattutto nelle nostre zone. Affermatosi rapidamente come uno dei più celebri avvocati di Napoli, riuscì ad incrementare la già cospicua fortuna paterna fino all’acquisto (1559) del fondo di Centola, un vero e proprio feudo; il che, assieme al suo attivo sostegno al governo vicereale ed alle amicizie altolocate, lo inserì di diritto nella “nobiltà di toga” napoletana. L’attività del Porzio negli anni della maturità era divisa fra l’attività di avvocato, l’amministrazione del feudo e gli incarichi pubblici nel governo della città: inoltre era anche attivo negli ambienti culturali della città (ed evidentemente anche in altri ambienti, come si è visto). Pur non avendo più la rilevanza culturale del passato, i circoli culturali napoletani erano ancora in contatto con aree più vivaci, come Roma o Firenze. E’ proprio a Centola che amministrando il suo povero feudo che il Porzio ebbe modo di indagare sulla vicenda della ‘Congiura dei Baroni’ napoletani al tempo di Ferrante d’Aragona e che si svolse prevalentemente nei nostri luoghi. L’opera si chiamava: ‘La congiura de’ baroni del Regno di Napoli contra il re Ferdinando primo e gli altri scritti’, a cura di Ernesto Pontieri, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1964. Del feudo di Centola che appartenne al Porzio, a pp. 9-11 ha scritto lo storico Agostino Gervasio (…), nel suo Vita di Camillo Porzio’, in L’istoria d’Italia nell’anno 1547 e la descrizione del Regno di Napoli di Camillo Porzio, Napoli, dalla stamperia Tramater, 1839, pp. 4-6. Molte notizie storiche sul feudo di Centola e dei suoi dintorni si possono ricavare dalla sua stessa opera: ‘La congiura de’ baroni del regno di Napoli contra il re Ferdinando primo’, pubblicata a Roma per la stamperia di Paolo Manunzio nel 1565. Dalla Treccani on-line leggiamo che: Nel 1559 Porzio riuscì ad acquistare il feudo di Centola, nel Cilento, messo all’asta dalla nobile famiglia degli Alagna. Un’operazione immobiliare prestigiosa quanto complicata, destinata a creare duraturi contrasti fra gli eredi di Porzio, in quanto la proprietà, acquistata con somme versate da Porzio, fu intestata però al cognato, Marino Russo. Al 1562 risale il più antico riferimento alla prima opera storica di Porzio, in una lettera di Seripando del 23 marzo. La Congiura de’ baroni fu pubblicata nel 1565 a Roma, presso Paolo Manuzio, sovrintendente dal 1561 della Tipografia Vaticana. Quando il testo venne dato alle stampe, Seripando era morto da due anni, ma ne aveva caldeggiato a lungo la stesura e, molto probabilmente, anche la pubblicazione. Alla base della scelta di Porzio di ricostruire la congiura del 1484, sino ad allora mai trattata monograficamente dagli storici, era la convinzione che quegli eventi fossero all’origine di quanto avvenuto in Italia a partire dalla discesa del re di Francia Carlo VIII nel 1494. Una connessione, quella tra la rivolta del baronaggio meridionale e i suoi esiti e l’invasione francese nella penisola, già evidenziata da Tristano Caracciolo nel De varietate fortunae, un testo esplicitamente utilizzato da Porzio come fonte. Tuttavia, nella dedica a Carlo Spinelli, duca di Seminara, Porzio faceva riferimento a questa tesi attribuendola a Paolo Giovio, «padre delle moderne istorie», conosciuto a Firenze presso la corte medicea. La narrazione ripercorre nel dettaglio tutte le fasi della vicenda. Il I libro prende le mosse dalla descrizione dei tre personaggi cruciali della ribellione – il principe di Salerno Antonello Sanseverino, Antonello Petrucci, Francesco Coppola – e illustra i diversi fili intrecciatisi nella trama della congiura, a cominciare dai malumori diffusi presso alti funzionari ed esponenti del baronaggio meridionale nei confronti del re, e più ancora del principe ereditario Alfonso, di voler drasticamente ridimensionare il loro potere feudale o impossessarsi delle loro ricchezze. Quando Porzio si accinse a scrivere la storia della rivolta baronale del 1484 non esisteva ancora, a circa ottant’anni di distanza da quegli avvenimenti, una narrazione circostanziata. Ne aveva fornito una ricostruzione Giovanni Albino nel De gestis Regum Neapolitanorum ab Aragonia che, però, fu pubblicato postumo nel 1589 né si può affermare con certezza che Porzio avesse letto il manoscritto, che in molti punti, sia descrittivi sia interpretativi, si distanzia dal racconto di Porzio. Certamente il De bello Neapolitano di Giovanni Pontano, che narrava una vicenda simile ma avvenuta diversi anni prima (la guerra dei baroni svoltasi tra il 1459 e il 1465), e che metteva in scena in parte gli stessi personaggi, fu una delle fonti coeve utilizzate da Porzio, visto che Pontano è uno dei pochi autori citati all’interno dell’opera e, oltretutto, compare nella lista premessa al testo dei «luoghi onde l’auttore ha tratta l’istoria», insieme con Bartolomeo Sacchi (Platina), Raffaele Maffei (Volterrano), Marcantonio Coccio (Sabellico), Niccolò Machiavelli, Bernardino Corio, Philippe de Commynes, Tristano Caracciolo. Porzio aveva potuto attingere anche a testimonianze dirette e, soprattutto, ai documenti originali e a stampa dei processi intentati contro i baroni. Tuttavia, la Congiura di Porzio è strettamente legata, oltre che alla grande storiografia umanistica quattro-cinquecentesca, di cui riprende ideologie e lessico (Cirillo Monzani, in Opere di Camillo Porzio, 1846, p. XXXIV, definì Porzio «discepolo del Machiavelli»), anche ovviamente ai modelli della storiografia classica, in particolare Sallustio, un riferimento imprescindibile, dall’età umanistica, per gli autori di opere storiche monografiche. A questa fase della vita risale anche un altro testo di Porzio, la Relazione del Regno di Napoli, scritta dopo l’arrivo a Napoli, nel 1575, del viceré Iñigo López de Mendoza, marchese di Mondejár. Si tratta di una descrizione accurata della posizione geografica, della divisione in province, delle condizioni economiche e di alcune annotazioni storiche riguardanti il Regno, fino alla «disposizione degli animi de’ regnicoli verso il presente dominio» (1839, p. 170). Rimasta inedita, la Relazione fu pubblicata per la prima volta nel 1839 insieme con il I libro della Istoria d’Italia. Tra le fonti utili per la ricostruzione storiografica dell’opera del Porzio sul Regno di Napoli in epoca Vicereale vi è l’Archivio segreto Vaticano, Fondo Borghese, Serie I, vol. 44, cc. 28r-29v. Sul feudo di Centola ai tempi del Porzio ha scritto pure Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 107 e s. parlando del Cap. IV “Camillo Porzio signore di Centola e di Sanseverino” raccontava la complicata vicenda dell’acquisizione del feudo da parte del ricchissimo ereditiero e storico Camillo Porzio. Gli antefatti dell’acquisizione da parte del Porzio del feudo di Centola sono importanti per capire che attraverso quel feudo ed i contatti che il Porzio intrattenne in quegli anni, lo portarono a conoscere una serie di documenti di non poco conto per la ricostruzione storiografica delle vicende che interessarono le nostre terre. Gli antefatti dell’acquisizione da parte del Porzio del feudo di Centola sono importanti per capire che attraverso quel feudo ed i contatti che il Porzio intrattenne in quegli anni, lo portarono a conoscere una serie di documenti di non poco conto per la ricostruzione storiografica delle vicende che interessarono le nostre terre. Il Barra, a p. 111 accennava del Cardinale Seripando che aveva caldeggiato l’acquisto del feudo ed in proposito scriveva che: “In effetti, il cardinale parlava non genericamente ma con cognizione di causa, poichè oltre ai suoi legami di parentela coi Morra, suo fratello Giovan Ferrante era abate commendatario di S. Maria degli Angeli di Centola.”.

I fratelli Giuseppe e Annibale Antonini di Centola,  Bernardo e Ferdinando Galiani e mons. Garampi

Come vedremo e cercherò di dimostrare, l’accurata ricostruzione storiografica dei fatti e delle cose che contraddistinsero le nostre zone non può prescindere da un’accurata ricerca geo-storica. Lo studio cartografico, delle antiche mappe e dei toponimi, nomi dei luoghi, deve necessariamente intrecciarsi con lo studio delle fonti e dei documenti. Come vedremo, gran parte delle ricerche e degli studi partono proprio da Centola e forse dall’antica Abbazia benedettina di cui tratto in questo mio saggio, l’Abbazia di Santa Maria di Centola. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,…”. Padre Marco Petta (…), dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), a p. 97, parlando del monastero di SS. Elia di Carbone scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Batiffol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”. A mio avviso furono proprio le ricerche e la raccolta di antichi documenti che indussero l’erudito Ferdinando Galiani ad accettare dal Cardinale……………..l’incarico gravoso di Abate dell’Abbazia di S. Maria (degli Angeli) a Centola. Di Centola era Giuseppe Antonini, dove nacque il 14 gennaio 1683. Giuseppe Antonini (…), barone di San Biase, fu avvocato ed erudito, che ha legato il suo nome allo studio della storia e della topografia della Lucania e del Cilento. I suoi studi furono trasfusi nell’opera ‘La Lucania, Discorsi di Giuseppe Antonini Barone di S. Biase’, pubblicata per la prima volta nel 1745.

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Nel 1745 diede alle stampe i suoi Discorsi sulla ‘Lucania’, che nel 1756 accrebbe e che nel 1790-91 il nipote Francesco Mazzarella Farao (…) ripubblicò, arricchendoli di copiose annotazioni, difendendo l’opera e la memoria dell’Antonini dalle accuse di P. Magnoni e dei non pochi critici e detrattori. Nel 1745, due anni prima, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) pubblicò la sua “La Lucania – I Discorsi”, era abate di S. Maria di Centola Girolamo Gascone, il quale, mostrò diversi privilegi e carte greche all’Antonini. Giuseppe Antonini (…), barone di S. Biase, ed autore dell’opera ‘La Lucania’, pubblicata in un volume nel 1745 e in due volumi nel 1795 (dagli eredi). Il fratello maggiore di Giuseppe Antonini, Annibale, era anche Abate a Parigi che nel 1734 pubblicò in Francia un guida di Parigi. Molte delle notizie già in precedenza raccolte dai fratelli Antonini qui proprio nel Cilento ed in particolare a Centola, passarono di mano agli amici fratelli Galiani: Bernardo e Ferdinando. Fu proprio l’Abate Gascone che aveva raccolto molti documenti antichi appartenuti all’Abbazia di Centola che si deve il merito di averli mostrati agli Antonini di cui il fratello maggiore, Annibale, era come lui uomo di chiesa. Insieme alla figura dei fratelli Antonini: Giuseppe e Bernardo, a metà del ‘700 spiccano altre due figure di eruditi che si conoscevano e a cui dobbiamo legare le approfondite ricerche storiografiche e geo-storiche successive.  Come scrisse lo stesso Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 718 in proposito scriveva che: “Nel ‘700 è notizia di un altro abate commendatario mitrato della badia, D. Ferdinando Galiani di Napoli, figlio del regio consigliere marchese Matteo e nipote del noto cappellano maggiore del re, Celestino, già arcivescovo di Taranto e poi di Tessalonica e presidente del supremo tribunale misto.”. Ferdinando Galiani, detto l’abate Galiani (Chieti, 2 dicembre 1728 – Napoli, 30 ottobre 1787). Nacque a Chieti nel 1728, da una famiglia originaria di Lucera: la sua formazione avvenne a Napoli, dove ebbe modo di conoscere l’opera di Giambattista Vico e fu allievo di Antonio Genovesi. La figura del Galiani è importantissima per la storia dei nostri luoghi e credo anche per i legami con l’Antonini. I legami con i due fratelli Antonini e i fratelli Galiani sono interessantissimi per le connessioni, a mio avviso esistenti, con gli Antonini (…) Giuseppe e Annibale (…), i quali, come vedremo era connessi sia al territorio dell’ex e ormai dissoluta Baronia dei Sanseverino e con il Galiani stesso che come sappiamo si recò a Parigi in missione e su incarico del ministro Bernardo Tanucci e rinvenne le famose carte corografiche di probabile epoca Aragonese e di cui una da me rinvenuta nell’Archivio di Stato di Napoli e da me ivi pubblicata e di cui ivi ho pubblicato un particolare dell’area in questione (vedi Fig. 1) e a cui rimando per gli opportuni approfondimenti, nel mio saggio “Una carta corografica manoscritta e inedita, d’epoca Aragonese”, ivi pubblicata ed illustrata nell’immagine di Fig. 1, completamente diversa e più antica anche se simile. Proprio su quel fondo di antiche mappe scoperte alla BNF, l’abate Ferdinando Galiani affermava: “Un tesoro, storico, documentario e scientifico, “un monumento veramente curioso ed utile” (…). Queste pergamene, fatte riprodurre e copiare di nascosto dal Galiani, permisero a Rizzi Zannoni di comporre la “Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, opera mirabile ma completamente diversa dalle mappe trovate da Galiani. La pur breve permanenza dell’Abate Ferdinando Galiani nell’Abbazia di S. Maria (degli Angeli) a Centola, permise a questo grande ricercatore ed esperto cartografo di ottenere antichi documenti, donazioni e privilegi appartenuti all’Abbazia benedettina, forse ormai irrimediabilmente perduti ma soprattutto ottenere le giuste dritte e riferimenti bibliografici e storiografici di notizie storiche molte volte citate dall’Antonini nella sua “Lucania”. Il periodo della permanenza del Galiani a Centola e della prima edizione dell’opera dell’Antonini (…), è più o meno lo stesso. Gli stessi fratelli, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini ed il fratello maggiore Annibale Antonini (…), grande erudito del tempo e Abate a Parigi conoscevano i due fratelli Galiani: Bernardo e Ferdinando. Lo stesso Giuseppe Antonini, allorquando pubblicò nel 1745 la prima edizione della sua “La Lucania” conosceva bene i fratelli Galiani di cui il fratello minore, Ferdinando, nel 1747, due anni dopo, e non a caso – dico io – fu investito della carica di abate dell’antica Badia di S. Maria di Centola e, che dal ministro Bernardo Tanucci fu incaricato di cercare le carte d’epoca Aragonese. Infatti, lo stesso Giuseppe Antonini (…), allorquando, nel 1745, pubblicò la sua ‘Lucania’ conosceva anche il Tanucci a cui dedicò l’opera:

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Il fratello maggiore di Giuseppe Antonini (…), Annibale Antonini (…) scrisse l’opera ‘Memorial de Paris et de ses environs a l’usage des voyageurs’, Nouvelle édition, Paris, 1734. E’ proprio riguardo al fratello maggiore di Giuseppe, Annibale Antonini che il Barra (…) a p. 82 in proposito al feudo di Centola scriveva che: “Nel 1538, infatti, Girolamo Morra alienò definitivamente Sanseverino ad Annibale Antonini, antenato dello storico settecentesco, “cum castello, et castellano, et feria Sanctae Margaretae” (l’antica fiera di S. Margherita costituiva un’evento commerciale di grande rilievo per tutto il basso Cilento, e la sua giurisdizione risultava quindi assai lucrosa. (7).”. Francesco Barra (…), a p. 14, nella sua nota (6) postillava dell’opera dell’Antonini e scriveva che: “(6) L’Antonini, nato a Centola il 14 gennaio 1683, morì a Giugliano, dove era governatore regio, il 6 gennaio 1795 (Francesantonio Soria, ‘Memorie storico-critiche degli Storici Napolitani’, Stamperia Simoniana, Napoli, 1781, vol. I, pp. 41-44). Anche il fratello Antonino seguì la stessa carriera, e nel 1768 era governatore di Serre, da dove chiedeva il 15 ottobre 1768 il trasferimento per motivi di salute una sede più vicina a Napoli ecc…”. Il Barra a p. 82, nella sua nota (7) ci ricorda che questa notizia ci fu data proprio dallo storico settecentesco Giuseppe Antonini nella sua Lucania, a p. 348, vol. I. Giuseppe Antonini a p. 347 (non come scrive il Barra a p. 348), vol. I della prima edizione, parlando del piccolo casale di Sanseverino “La Terra di Sanseverino” scriveva che: “Il suo Castello, …..e fino all’anno MDXXXVIII, era ancora ben tenuto, poichè Girolamo di Morra, che lo possedeva in quell’anno vendendolo ad Annibale Antonini, dice nell’Istromento, che ne fu stipolato dal Notar Lorenzo de Pauceriis, “cum Castello, & Castellano, ecc..”. Dunque, il feudo di Centola con il piccolo casale di Sanseverino, dal 1538, epoca in cui nacque lo storico Camillo Porzio appartenne ad Annibale Antonini antenato dei due fratelli Annibale e Giuseppe Antonini e da quì una serie di legami con la storia ed i documenti storici del territorio. Riguardo il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) e la sua opera “La Lucania – I Discorsi”, da lui pubblicata nel 1745 in un unico volume e poi in seguito ripubblicata dagli eredi in due volumi nel 1795, e le connessioni con le mappe Aragonesi di cui mi occupo in questo mio saggio, mi sembra interessante cio che scriveva Fernando La Greca (…) a proposito di alcuni toponimi citati dall’Antonini e nella carta da me rintracciata all’ASN. Ferdinando La Greca (…), nel suo saggio scritto insieme a Vladimiro Valerio (…): ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, nel 2008, nel suo capitolo “Le vicende delle mappe”, parlando sempre della sua carta Parigina e, dei toponimi contenuti nella carta cita l’Antonini e a pp. 72-73 si fa particolarmente interessante quando egli ritiene l’Antonini uno sprovveduto che non conoscesse Livio, Cicerone ecc.. e, scriveva che: “Ci sono fondati sospetti che Giuseppe Antonini, barone di S. Biase, ed autore dell’opera ‘La Lucania’, pubblicata in un volume nel 1745 e in due volumi nel 1795 (dagli eredi) ecc…” e, poi ancora a p. 73 si chiede “Come potè l’Antonini entrare in possesso di tali mappe? Probabilmente grazie al fratello maggiore, Annibale Antonini, abate a Parigi, uomo di vasta cultura, erudito, ed autore di varie opere, fra le quali, significativamente, una guida di Parigi per i viaggiatori stranieri, giunta nel 1734 alla seconda edizione (229). L’opera descrive in gran parte musei, archivi, biblioteche, pinacoteche; l’abate Antonini se ne mostra esperto conoscitore, ecc…”. Sempre il La Greca (…), continuando il suo racconto scriveva che: A questo punto, possiamo facilmente immaginare che la notizia dell’esistenza di tali carte a Parigi sia passata dai fratelli Annibale e Giuseppe Antonini ai fratelli Berardo e Ferdinando Galiani. Una sicura connessione ci è raccontata dal Winckelmann: questi, nella sua ‘Prefazione’ (1760) alle ‘Osservazioni sopra l’Architettura degli Antichi’, parlando del suo viaggio a Paestum, racconta che l’architetto Bernardo Galiani (poi traduttore dell’opera di Vitruvio) era intervenuto sul testo manoscritto del barone Antonini per correggerne gli errori più evidenti, riguardanti proprio la descrizione di Paestum; era stato lasciato tuttavia un grosso abbaglio, la definizione della cinta muraria come “quasi ovale”, che sorprende molto il Winckelmann (231). L’Antonini pubblica il suo lavoro nel 1745, e diventa presto noto a tutti i viaggiatori del ‘gran tour’; molte sue descrizioni però non reggono alla prova dei fatti, come quella della muraglia ovale. E’ probabile che, anziano e pressato dalle domande dell’amico Berardo, infine Giuseppe Antonini si sia deciso a rivelare l’esistenza delle carte parigine, notizie girate da Berardo al fratello Ferdinando, ambasciatore a Parigi, che, avendo in mente la realizzazione di una carta moderna del Regno, dovette mettersi subito alla ricerca delle antiche mappe. Siamo nel campo delle ipotesi, ma appare plausibile che sia andata così.”. Ho voluto riproporre integralmente questo passo di Ferdinando La Greca (…) perchè, sebbene sia, come lui stesso sostiene, un’ipotesi, la trovo una buona e corretta ipotesi di lavoro su cui svolgere i necessari approfondimenti. Sull’incarico ricevuto dall’Abate Ferdinando Galiani (…) ha recentemente scritto anche Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’. Il Barra a pp. 201 e s. ha dedicato un intero capitolo dal titolo: “L’ultimo Abate Commendatario: Ferdinando Galiani”.

Nel 17…, l’amico Giuseppe Garampi, prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano

Il Galiani poi era anche fraterno amico di mons. Giuseppe Garampi (…), grande studioso e prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano. Infatti, sempre il Barra (…) a p. 205 riferisce che, per la controversia sorta tra il Galiani ed il Vescovo di Capaccio: “Galiani si rivolse allora all’eruditissimo mons. Giuseppe Garampi (1725-1792), prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano, affinchè svolgesse per suo conto approfondite ricerche documentarie. Un’analoga ricerca gli commissionò poi per Centola, chiedendogli di appurare se fosse realmente “nullius”, ecc…..(13).”. Mi sembra un passo interessantissimo riguardo le approfondite ricerche che Ferdinando Galiani conduceva sulle origini dell’antica abbazia. Il Barra a p. 206, nella sua nota (13) postillava che: “(13) F. Nicolini, ‘Giuseppe Garampi e Ferdinando Galiani’, in Scritti di Archivistica e di ricerca storica, Ministero degli Interni. Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Roma, 1971, pp. 54-55.”. Giuseppe Garampi fu prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano e dell’Archivio di Castel S. Angelo dal 1751 al 1772. Questo schedario, a distanza di secoli, è ancora oggi lo strumento, fra i diversi indici e inventari, che rendono effettivamente reperibile e consultabile l’immeso materiale documentario custodito all’interno dell’Archivio Segreto Vaticano. Importantissimo strumento, frutto della iniziativa di Giuseppe Garampi, lo ‘Schedario’, disponibile alla consultazione presso la sala di studio intitolata a Leone XIII dell’Archivio Vaticano, costituisce quindi ancora oggi l’unico Indice generale per nomi e per materie della documentazione presente nell’Archivio Vaticano fin quasi a tutto il XVIII secolo. Il Garampi, con i suoi collaboratori setacciò l’intero archivio annotando diligentemente tutto. Proprio sui rapporti strettisi fra Ferdinando Galiani ed il Garampi ha scritto Fausto Nicolini (…) che a p. 48, del suo Giuseppe Garampi e Ferdinando Galiani’, in proposito scriveva che: “Il Galiani, allora, a differenza che nell’età matura coltivava con grande entusiasmo l’archeologia e l’erudizione storica; due discipline che già a Napoli gli avevano fatto ricercare la compagnia, per altri versi non divertente, del Mazzocchi e del Martorelli.”. Scrive ancora il Nicolini che: “Il Garampi, a cui nel 1755 veniva concessa la prefettura dell’Archivio di Castel Sant’Angelo,  col trarre dai documenti messi a sua disposizione,….materiali senza fine per un ‘Orbis Christianus’ (1) ecc…” e poi proseguendo il suo racconto, il Nicolini scriveva del Galiani ridivenuto Napoletano: “Ridivenuto napoletano, o come egli diceva, parigino spaesato, il Galiani, a ciò indotto, sembra da alcune liti, si pose a riordinare i documenti relativi alle sue parecchie badie (2) e, tra queste, al beneficio mitrato della chiesa di S. Cecilia della terra di Centola (feudo dei Pappacoda) e alla rettoria dell’altra chiesa di S. Lorenzo nella città di Capaccio (Parentesi: questi due benefici erano stati rinunziati a suo favore nel 1747, con la riserva di goderne vita natural durante, da un abate Girolamo Gascone, ecc…”. In questo passo interessantissimo però il Nicolini sbaglia confondendo la chiesa di S. Maria degli Angeli di Centola con quella di S. Cecilia. Infatti, anche il Barra (…) lo dice a pp. 207-208 nella sua nota (15) postillava che: “(15) L. Diodati, ‘Vita dell’Abate Ferdinando Galiani Regio Consigliere’, Vincenzo Orsino, Napoli, 1788, p. 14 (che però parla erroneamente del “beneficio mitrato di S. Cecilia di Centola”, inducendo spesso in errore gli autori successivi, tra cui il Nicolini). L’abate Gascone, che gli fornì alcuni documenti, è ricordato dall’Antonini (‘La Lucania’, cit., p. 373).”. Il Nicolini (…) a p. 51, nella sua nota (2) postillava dei documenti che: “(2) Alcuni di questi documenti (pochi in confronto di quanti erano al tempo del Galiani) si serbano nell’archivio Galianeo, codice segnatura, XXXI. A. 8.”. Riguardo questo Archivio, il Nicolini a p. 48 scriveva che: “Dai documenti dell’Archivio Galianeo (1) non risulta in modo esplicito come e quando egli fosse conosciuto dall’Abate Galiani.”. In proposito all’Archivio Galianeo, sempre il Nicolini a p. 48, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Posseduto ora dalla Società Napoletana di Storia Patria e comprendente ciò che sopravanza delle carte di Celestino, Bernardo e Ferdinando Galiani. Per un catalogo ragionato delle carte per quel che riguarda Ferdinando, si veda Fausto Nicolini, ‘I manoscritti dell’abate Galiani’, stà in ‘Archivio Storico per le provincie napoletane, XXXIII, 1908.”. Infatti, il Nicolini (…) che riporta il carteggio epistolare fra il Galiani ed altri riporta anche la lettera che il Garampi gli scrive nel 1771, in risposta all’incarico da egli ricevuto anni prima. La lettera è contenuta in ‘Archivio Storico per le provincie napoletane, XXXIII, 1908’ e dice sostanzialmente che egli non può più occuparsi di tali ricerche. Il Nicolini a p. 189 riporta nell’elenco la lettera di Garampi al Galiani e scrive: “601. – Garampi (gius.), Roma, 1771 (ivi, ff. 72-5).”. Tuttavia, il Nicolini non pubblica la lettera del Garampi che evidentemente si trova custodita oggi nell’Archivio Nicolini del fondo donato all’Istituto Italiano di Storia. Dunque, alcuni documenti riguardo l’Abbazia di S. Maria di Centola dovrebbero essere conservati nell’Archivio Galianeo, codice segnatura XXXI. A. 8, conservato e di proprietà della Società Napoletana di Storia Patria a Napoli. La Società Napoletana di Storia Patria, con sede in Castelnuovo, è, tra le società storiche nazionali, una delle più importanti sia per l’antichità delle sue origini, sia per la ricchezza del patrimonio librario che custodisce, sia per la vitalità delle sue iniziative scientifico – editoriali. Se non mi sbaglio la documentazione dell’archivio Galianeo fu acquistato dallo stesso Nicolini (…) e il cui fondo è oggi nell’Archivio Nicolini donato all’Istituto Italiano per gli Studi Storici. Girolamo Gascone, l’Abate che mostrò ad Antonini il ‘Censuale’ dell’Abbazia di S. Maria di Centola, un documento che secondo l’Antonini risaliva all’XI secolo. Sull’Abate Girolamo Gascone ho scritto quando ho scritto del ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria di Centola’.

Il monaco Mercurio I ed il suo ‘Chronicon di S. Mercurio’

Giovanni Cammarano (…), ex parroco di Centola, a p. 15, nel suo vol. II: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “Stando a quanto scrive don Baldassarre Lupo, la Badia di S. Maria di Centola sorse come eremo (3), l’anno 515-530 ad opera di monaci basiliani (4).”. Il Cammarano (…), a p. 43, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1°, nel vol. II, Cap. III, a p. 44, in proposito scriveva che: “Mercurio è un personaggio chiave della storia di Centola. Dal documento storico “Cronica” da lui scritto risulta che visse da eremita nella laura, che, cedendo il posto al nascente cenobio, ne fu il primo abate. Che abbia visto il passaggio da Cenobio a Badia S. Maria, avvenuto il 700-750 non ci sono notizie a proposito, ma che ne abbia discusso il progetto è probabile. I pochi resti della sua Cronica ci dicono chiaramente che fu una grande mente di studioso e di organizzatore. Non si sa se fosse nativo di Centola, ma dai suoi scritti è chiaro che si mostra un appassionato conoscitore di una terra della quale conosceva tutte le trame ecc.. Proveniva dalla Molpa, i cui abitanti erano di origine greca,….?. E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che citando il passo di Procopio di Cesarea del “Del bello gothico” ci fa sapere nelle sue cronache che la Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. E’ lui ancora che ci fa sapere che ai suoi tempi erano visibili ancora le rovine delle chiese della Molpa, S. Giuliano, S. Andrea e S. Giovanni Battista. E come si fa a dubitare della notizia, quando ancora sono visibili vistosi ruderi della chiesa di S. Giuliano, che fu sede parrocchiale e della quale, purtroppo, in tutti gli scritti su Palinuro, nessuno ha dato il suo contributo storico ed archeologico per uscire almeno dagli steccati che limitano la conoscenza della Molpa ?. E’ lui infine ad informarci nelle sue cronache che alla Molpa nacquero due Imperatori romani, Masimiliano e suo figlio Massenzio. Dubbia invece è la nascita dell’Imperatore Libio Severo (461-465), che, comunque, vi possedeva una villa. La notizia attinta pure dall’AFL, che vorrebbe Mercurio abate del cenobio omonimo di Roccagloriosa, è destituita di ogni fondamento.”. Il Cammarano (…), a p. 17, scrive che:  “Nell’anno 750, c’informa don Baldassarre Lupo, il cenobio fu elevato a rango di Badia in seguito al sempre più crescente numero di monaci. La crescita fu causata dalla fuga in Oriente verso la Magna Grecia, di numerosi religiosi per via della persecuzione dell’imperatore bizantino Leone 3° l’Isaurico. La Badia di Centola restò Basiliana fino al cader del Medioevo. Ciò si rileva dagli atti della visita, che nel 1458 fece Attanasio Kalkeopoulos, archimandrita (15). E’ vero che vi trovò monaci di rito orientale, ed è comprensibile, però resta chiaro che la visita aveva lo scopo di constatare quanto ancora vi era di monachesimo basiliano, come era del resto in altre Badie, per es. il Patirion in Rossano. Anche se nel 1458 non c’erano monaci basiliani, lo spirito Basiliano era ancora vivo e fresco, tanto che stentò a morire. Difatti nel 1700 a Centola vi erano ancora strascichi di rito orientale. Dicendo che la Badia cessò di essere basiliana al cader del Medioevo, non si è lontani dalla verità. Si aggiunga che siamo in possesso di un elenco di monaci basiliani vissuti nel 1300 (17). La questione sarà esaminata con uno studio a parte. Per il momento è sufficiente sapere che la data di demarcazione tra badia basiliana e benedettina oscilla intorno al 1458. Quando si dice che Centola è nata ed è vissuta all’ombra della Badia, è quanto di più vero storicamente si possa dire. Infatti, come si legge nelle memoie di don Baldassarre, i monaci, resisi conto dello sviluppo inarrestabile, è l’insufficienza della chiesa di S. Giocondo, divenuta troppo angusta, decisero di costruire la nuova chiesa di S. Basilio in Grangella nell’845. Continuando poi l’incremento alla fine del 1500 fu sempre l’abate di S. Maria a volere l’attuale chiesa parrocchiale.”. Il Cammarano (…), a p. 19, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Monaci basiliani vissuti nel 1300: vedi cap. III, parte 3 (dall’Archivio della Famiglia Lupo).”.

La ‘Cronaca’ locale del monaco Venceslao di Centola

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, parlando di Centola, a p. 714, nella nota (11) postillava: “(11) La notizia si rileva dalla Cronaca locale di un certo Venceslao di Centola. “Nell’anno MDXVIII lo signor Vicario Guarini, Abate di Centula fece scavare molto assai profondo etc…”. Ebner, a p. 714, nella nota (12) postillava che: “(12) Giustiniani, cit.: Etc…, i fuochi”. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario istorico ragionato del Regno delle Due Sicilie”, in proposito scriveva che: “………………

Su S. Richerio ha scritto anche il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, che a pp. 352-353 parlando del casale di Centola, in proposito scriveva che: “Nel MDXCIII l’Abate ‘Guarini’ stando nella generale opinione de’ paesani della nostra Centola, volle scavare intorno all’altar maggiore della Badia, per vedere se vi trovava il desiderato corpo, ma nulla trovovvi. In queste poche parole manoscritte, che sono una specie di Cronaca, scritte da un tal ‘Vinceslao’ di Centola, che si conservano dal Signor D. Camillo d’Errico, così questo fatto si legge: ‘Nell’anno MDXCIII, lo Signor Vicario Guarino Abate di Centula, fice cavare assai profondo in dicta Abatia avante, e dietro lo Altare, sperando trovare lo corpo di Sancto Ricario, et nce fice la processione, et quase tutta Centula digiunò, et si confessaro, et communicaro, et non si ritrovò niente.”.

L’Archivio della Famiglia Lupo a Centola

Nel 1993, il sacerdote Giovanni Cammarano (…), nel suo vol. II del ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, vol. II, a p. 14, in proposito introduceva e scriveva che: “Ci faranno da guida i numerosi memoristi locali che abbiamo conosciuti nella prima parte della storia di Centola, soprattutto don Baldassarre Lupo.”. Il Cammarano (…), accenna al manoscritto del Lupo, nel volume I, della sua “Storia di Centola”, al punto 40-41 del suo Cap. IV, a p. 76 e s. Il Cammarano (…), in proposito scriveva che: “Infatti, don Baldassarre Lupo nel suo ultimo arbitrato la definisce “un grandioso edificio religioso”Baldassarre Lupo, nacque nel 1712 da Antonia Florio di Centola, dunque proveniva dall’antico casato dei Florio e prima ancora dai Marchisio di Camerota, come abbiamo già visto in un altro mio saggio ivi pubblicato. Era stato ordinato diacono. Il Cammarano a p. 76, scriveva che: “Lo si deve a lui se è stato possibile ricostruire la storia di Centola, della Badia, della Molpa, di questa, s’intende, in modo relativo, e dei monumenti fanno bella mostra di se.”. Don Baldassarre Lupo, rivestì le più alte cariche nella Curia Abbaziale di Centola. Il Cammarano (…), dunque, trae diverse notizie storiche sulle origini dell’antico cenobio italo-greco di Centola, da un manoscritto di memorie di Baldassarre Lupo (…), conservato nell’Archivio della Famiglia Lupo a Centola, ma il Cammarano, scriveva in proposito che l’Archivio della Famiglia Lupo (FLP), a Centola, fu distrutto più volte da incendi e che a causa di questi eventi non tutto si è salvato. Il Cammarano (…), a p. 76 del vol. I, parla di “quaderni”, manoscritti da don Baldassarre Lupo e da cui mancano diverse pagine che secondo lui sono state portate via da D. A. Stanziona, un’altro erudito locale e, lo cita parlando dell’“Opera omnia”, di don D.A. Stanziona che è andata smarrita pure questa e “della quale oggi possediamo molti preziosi frammenti che vengono mano mano riportati in questa storia”. Il Cammarano (…), a p. 77, nella sua nota (119), postillava che: “(119) Opera Omnia, di natura storica, si componeva di 36 grossi quaderni, rilegati in quattro volumi.”. Dunque l’opera di don Baldassarre Lupo, è stata raccolta da D.A. Stanziona, nei suoi quaderni della sua ‘Opera Omnia’, anche questa andata perduta, ma di cui ancora oggi si conservano preziosi frammenti dei suoi quaderni. Da questi frammenti, il Cammarano (…), a p. 43 del vol. II, nel Cap. III, trae l’elenco degli “Abati basiliani” della badia basiliana, poi in seguito divenuta benedettina. Il Cammarano, fa riferimento proprio ai frammenti dei quaderni del Stanziona (…), nell’AFL. Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa baroni e popolo nel Cilento, parlando di Centola, nel vol. I a p. 714, in proposito scriveva che: Il Litta (16) include nella sua opera la famiglia Lupo di Centola (ramo dei Lupo di Soragna) con arma: lupo rampante di azzurro in campo d’argento con tra le zampe anteriori una bandiera in rosso e attraversato da una banda di rosso.”. L’Ebner a p. 715 del vol. I, parlando di Centola, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Litta, ‘Famiglie celebri italiana’, Fasc. unico, Basadonna Torino.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, parlando di Centola, riguardo la famiglia Lupo di Centola cita il testo di Pompeo Litta Biumi (….), e a p. 715, nella nota (16) postilava che: “(16) Litta, Famiglie celebri italiana, Fasc. unico, Basadonna Torino”. Da Wikipedia leggiamo che Famiglie celebri italiane, nota anche come Famiglie celebri d’Italia, è un’opera sulla storia e la genealogia di 150 famiglie italiane, realizzata a dispense e iniziata da Pompeo Litta Biumi; tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo venne pubblicata anche una seconda serie di genealogie. Il nome originale era Famiglie celebri d’Italia mentre la dicitura Famiglie celebri italiane comparve per la prima volta nel 1862 con la dispensa n. 144. Dal 1885 Giuseppe Basadonna, fratello di Francesco ed editore a Napoli, proseguì la pubblicazione delle dispense delle Famiglie celebri italiane tramite la tipografia Richter e C. (23). Nel 1902 Luciano Basadonna, figlio di Giuseppe, iniziò una nuova serie delle Famiglie celebri italiane e le prime dispense furono dedicate alla famiglia Caracciolo, a cura del professor Francesco Fabris (31).

Nell’845, la chiesa di “S. Basilio in Grangella” a Centola

La tradizione vuole che l’antico Monastero Basiliano di S. Maria a Centola, fosse sorto in seguito allo spostarsi dei superstiti della guerra Gota che si rifugiarono e si stabilirono sulle colline ai piedi della montagna delle ‘Fontanelle’, in un posto riparato e sicuro, detto ‘Vallone’, dando vita al nuovo nucleo abitativo, chiamato ‘Centula’. In questo luogo, esisteva probabilmente il nucleo originario di Centola, ossia la Laura di S. Basilio, un elemento italo-greco, legato al monachesimo basiliano che costituì per secoli la base originaria e di espansione del piccolo centro. L’area dell’attuale piazza, dedicata al Santo orientale S. Nicola di Mira. L’attuale via principale del paese, via Rosario, un tempo era detta via San Basilio. Lo stesso rione principale di Centola è dedicato a S. Basilio in Grancelle, in cui è possibile leggere sia l’elemento religioso basiliano che quello economico: ‘grancella’, diminutivo di ‘grancia’, era infatti termine che indicava un piccolo fondo con granai e latifondi annessi al monastero principale. Nelle grancie annesse al Monastero italo-greco era fiorente la coltivazione e la produzione del gelso, infatti esistono testimonianze nella toponomastica del luogo, come ad esempio via Gelso. Del monastero basiliano oggi sopravvive a Centola, il Campanile romanico, illustrato nell’immagine di Fig…, della demolita Chiesa del Rosario. Nel 1993, il sacerdote Giovanni Cammarano (…), nel suo vol. II del ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, vol. II, a p. 17, sulla scorta di un manoscritto di Baldassarre Lupo (…), in proposito scriveva che: “Infatti, come si legge nelle memorie di don Baldassarre, i monaci, resisi conto dello sviluppo inarrestabile, è l’insufficienza della chiesa di S. Giocondo, divenuta troppo angusta, decisero di costruire la nuova chiesa di S. Basilio in Grangella nell’845.”.

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(Fig….) Campanile di S. Basilio (IX-X secolo), d’epoca romanica della Chiesa di S. Rosario (oggi demolita), facente parte dell’antico Cenobio di S. Maria di Centola, rimasto al centro del paese di Centola.

Il monastero basiliano di “S. Maria de Centula”, poi Abbazia benedettina

Durante il periodo longobardo Centola si ingrandì notevolmente e il suo sviluppo avvenne intorno all’Abazia (Badia) di Santa Maria di Centola, della quale oggi non resta più nulla. La Badia sorse come eremo fra il 515 e i 530 ad opera di monaci basiliani. Divenne Badia nel 750 e i suoi monaci continuarono a seguire la regola di San Basilio, la quale voleva che alla preghiera si unisse il lavoro. Pertanto crearono scuole, orfanatrofi, ospizi, un mulino, un frantoio, un monte di credito, , vaste piantagioni di ulivi e una biblioteca ricca di manoscritti, svolgendo così un ruolo di guida sia nella vita spirituale che nella vita sociale di Centola. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”. Dunque, il Cataldo scriveva che a Centola vi era la “comunità benedettina di S. Ricario”. Il parroco di Centola, Cammarano Giovanni, “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, voll. I-II-III, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1993, a p. 17, scrive che:  “Nell’anno 750, c’informa don Baldassarre Lupo, il cenobio fu elevato a rango di Badia in seguito al sempre più crescente numero di monaci. La crescita fu causata dalla fuga in Oriente verso la Magna Grecia, di numerosi religiosi per via della persecuzione dell’imperatore bizantino Leone 3° l’Isaurico. La Badia di Centola restò Basiliana fino al cader del Medioevo. Ciò si rileva dagli atti della visita, che nel 1458 fece Attanasio Kalkeopoulos, archimandrita (15). E’ vero che vi trovò monaci di rito orientale, ed è comprensibile, però resta chiaro che la visita aveva lo scopo di constatare quanto ancora vi era di monachesimo basiliano, come era del resto in altre Badie, per es. il Patirion in Rossano. Anche se nel 1458 non c’erano monaci basiliani, lo spirito Basiliano era ancora vivo e fresco, tanto che stentò a morire. Difatti nel 1700 a Centola vi erano ancora strascichi di rito orientale. Dicendo che la Badia cessò di essere basiliana al cader del Medioevo, non si è lontani dalla verità. Si aggiunga che siamo in possesso di un elenco di monaci basiliani vissuti nel 1300 (17). La questione sarà esaminata con uno studio a parte. Per il momento è sufficiente sapere che la data di demarcazione tra badia basiliana e benedettina oscilla intorno al 1458. Quando si dice che Centola è nata ed è vissuta all’ombra della Badia, è quanto di più vero storicamente si possa dire. Infatti, come si legge nelle memorie di don Baldassarre, i monaci, resisi conto dello sviluppo inarrestabile, è l’insufficienza della chiesa di S. Giocondo, divenuta troppo angusta, decisero di costruire la nuova chiesa di S. Basilio in Grangella nell’845. Continuando poi l’incremento alla fine del 1500 fu sempre l’abate di S. Maria a volere l’attuale chiesa parrocchiale.”. Il Cammarano (…), a p. 19, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Monaci basiliani vissuti nel 1300: vedi cap. III, parte 3 (dall’Archivio della Famiglia Lupo).”. Nel 1800, Francesco Sacco (…), nel suo “Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli”, vol. I a p. 290 parla di Centola ed in proposito scriveva che: “che si appartiene alla famiglia Pappacoda con titolo di Principato. In essa sono da notarsi una chiesa parrocchiale col titolo di S. Nicola di Bari; una Badia sotto l’invocazione di S. Maria degli Angioli, con giurisdizione spirituale sopra il clero; ed un commodo Convento dè Padri Cappuccini.”. Dunque, il Sacco (….) citava la Badia di S. Maria degli Angeli. In origine questa Badia a Centola aveva la semplice intitolazione di S. Maria. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: Le gravissime lacune della documentazione rendono quindi assai arduo ricostruire le origini e i primi secoli dell’abbazia di S. Maria di Centola. Avvertiamo che usiamo questa, che era l’intitolazione originaria, perchè la specificazione “degli Angeli” appartiene ad un’epoca successiva, affermandosi sino al punto che a fine ‘700 l’abbazia veniva spesso indicata direttamente come “l’Annunziata”. Va pure preliminarmente sgombrato ogni equivoco, nascente dalla pura omonimia con l’assai più celebre e importante abbazia carolingia di Centula, in Piccardia, con la quale erroneamente è stata spesso confusa (14). In effetti, S. Maria di Centola non compare mai nella pur ricca agiografia dei santi italo-greci che abbiamo già citata……..Sembra inoltre che dovrebbe trattarsi di una fondazione latina e benedettina, finalizzata, secondo la tipica prassi della politica religiosa dei Normanni, a controbilanciare la massiccia presenza basiliana nella zona. Ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 714-715 del vol. I, sulla scorta dell’Antonini, parlando di Centola sulla collina, scriveva che: “….a mezzo miglio, sulla via per Sanseverino, era l’antica abbazia, ai suoi tempi commenda, che aveva la giurisdizione spirituale sul villaggio contrastata dal Vescovo di Capaccio. Nella chiesa si credeva che vi fosse sepolto il corpo di S. Ricario, tanto è vero che l’abate Guarini fece eseguire scavi sotto l’altare maggiore (11).”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, parlando di S. Severino di Centola, in proposito a p. 349 scriveva che: “Un mezzo miglio a Tramontana sulla via, che mena da S. Severino, trovasi un’antica dà passati Abati malmenata Badia (2), che fu già dè PP. Benedettini, oggi ridotta in Commenda. Questa la spiritual giurisdizione nella Terra, e nel Clero, se non quando in alcuni punti gli vien dal Vescovo di Capaccio contrastata. Credesi dà paesani trovasi in quella vecchia Chiesa il corpo di S. Ricario ecc…”. Sulla questio della salma di S. Richerio ritorneremo in seguito. L’Antonini, a p. 349 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Fra le rendite, che aveva questa Badia, trovasi registrato il molino, ivi vicino nel luogo detto Mandrano, di cui appena oggi si conoscono i vestigj, e l’acque, che facevan macinarlo, si vedono in gran parte mancate, o forse invertite ad altro uso.”. A mezzo miglio da Centola, sulla via per Sanseverino, era l’antica Abazia (‘Badia’), ai suoi tempi commenda, che aveva la giurisdizione spirituale sul villaggio contrastata dal vescovo di Capaccio. I monaci italo-greci vi edificarono, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria di Centola. L’Antonini (….), a p. 351 parlando sempre dell’Abbazia di S. Maria di Centola e del piccolo casale di Centola vicino a quello di S. Severino, in proposito scriveva che: “E finalmente P. ‘Lubin’ nella ‘notizia dell’Abbazie d’Italia’ fol. 97 lit. C le stese cose ci conferma: ‘Abbazia titulo S. Mariae de Centula Ordinis S. Benedicti Dioecisis Caputaquensis (Capaccio) ut refeit Ughellius tom. 7. p. 663. qui nominis similitudine deceptus, huic Coenobio attribuit Sanctum Richerium Monasterii Centule in Gallia fundatorem. Haec verius asserimus ex diuturniori nostro in hoc Caenobio incolatu. Vide notas nostras in Martyrol. Tab. 3. pag. 52.”. Infatti, Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 70, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Anche A. Lubin, ‘Abbatiarum Italiae brevis notitia’, Typis Jo. Jacobi Komarek, Romae 1693, p. 97, attribuisce l'”Abbatia tit. S. Maria de Centula, nullius Diocesis”, all’Ordine benedettino.”. Il Barra (….) si riferiva al poadre Agostino Lubin (….) ed al suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, pubblicato nel 1693, dove a p. 97 così scriveva dell’Abazia di S. Maria di Centula a Centola: “Abbatia titolo S. Maria de Centula, Ordine di S. Benedicti, Diocesi Caputaquensis ‘Capaccio’; ut refert Ughellus tomo 7, pag. 663. qui nominis similitudine deceptus huic Coenobio attribuit S. Ricarium Monasterii Centule in Gallia fundatorem, haec verius asserimus ex diuturniori nostro in hoc loco incolatu. Vide notas nostras in Martyrologium Romanum tabula, 3, pag. 52 ‘Centola’ Oppidum in Colle situm, in Regni Neapolitani Provincia, Principatus Citerior dicta; qualtuordecim passum mill. à Policastro distans; versùs Occidentem. In Cod. Taxarum D. Passionaei; sic legitur S. Maria de Angelis de Centula, Ord. S. Benedicti alias nullius Diecesis.”. Dunque, il Lubin ci dice alcune notizie riguardanti l’Abbazia come risultava dalle sue ricerche nell’anno 1693. Il Lubin scrive che: “Abbazia di S. Maria del titolo Centola Ordine S. Benedetto, Diocesi Caputaquensis ‘Capaccio’; in effetti Ughellus vol 7, p. Ingannato dalla somiglianza del suo nome, a questo si attribuisce a p. 663 all’attiguo Convento di S. Ricario in Francia, fondatore del monastero di Centola, affermiamo che queste cose sono più veramente in luogo di soggiorno: dai diuturniori nostro Dio per questo. Alla Sede Romana. Vedi nota nostra nel Martyrologium Romanum tabula, 3, pag. 52 ‘Centola’, città del Regno di Napoli in Provincia Citeriore; distante qualtuordecim miglia. Policastro da lontano; direzione ovest. In Cod. D. le emozioni sono tassate; Così leggiamo di S. Maria degli Angeli Centola Ordine di San Benedetto nulliu Diecesis (di nessuna Diocesi = indipendente)”.

Lubin, p. 97

Lubin, p. 97,,

(Fig….) Lubin (…), op. cit., p. 97

Dunque, padre Agostino Lubin (….), a p. 97 parlando della Diocesi di Capaccio “Caputaquensis Episcopi” citava anche l’Abbazia di S. Maria di Centola citava l’abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra” dove nella sua prima edizione, vol. VII, a p. 663 ci parla dell’Abbazia di S. Maria de Centula e scriveva che: 

Ughelli, p. 664.PNG

(Fig…) Ughelli (…), I ed. vol. VII, p. 663-664

Nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 69-70, in proposito scriveva pure che: “A ribadire fortemente questo carattere si aggiungeva inoltre l’esenzione dell’abbazia dalla giurisdizione del vescovo di Capaccio, nel cui territorio diocesano essa era tutavia incardinata, venendo quindi a costituire una sorta di enclave (17).”. Barra, a p. 70, nella nota (17) postillava: “(17) Anche A. Lubin, Abbatiarum Italiae brevis notizia, Typis Jo. Jacobi Komarek, Romae, 1693, p. 97, attribuisce l'”Abbatia tit. S. Maria de Centula, nullius Diocesis”, all’Ordine benedettino.”.

Il Chronicon Cavense

L’opera pubblicata dal Pratilli in un testo di Pellegrino (….) fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Il Barra (…), fornisce questa notizia e cita il ‘Chronicon Cavense’ che su wikipidia leggiamo essere un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli (…), antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il ‘Chronicon’ si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di ‘Annalista Salernitanus’, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. In uno scritto tratto dalla rete ho notato le seguenti parole: “Secoli dopo i monaci benedettini fondarono la Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C. La ricostruzione della chiesa, sempre ad opera dei benedettini, deve collocarsi tra il 1058 (anno in cui fu presumibilmente rifondata l’antica abbazia di San Nazario) e il 1104, quando il Barone di Novi assegnò alla badia di Cava la chiesa e l’annesso villaggio rurale.”

Nel 915, i Saraceni a Centola e dintorni, nel chronicon del Monaco di S. Mercurio dell’Abbazia di S. Maria di Centola e la richiesta del dacium

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 131, in proposito scriveva che: La stima che gli Italiani di questi barbari facevano, li rese così insolenti, e superbi, che coniavano delle monete col di loro impronto etc……Talvolta in alcuni luoghi non ve n’era alcuna a cagione di quel pagamento, che a loro si faceva, chiamato DACIUM dal ‘Monaco di S. Mercurio’; onde poi sorse venne l’Italiana parola Dazio, e significava presso a’ Saraceni quella contribuzione in denaro, che loro si pagava, per rendere un luogo immune dalle scorrerie, e dai saccheggiamenti; e talora anche quelle Terre, ove comunemente co’ Cristiani abitavano.”. Antonini citava un passo della cronaca di S. Mercurio, un antichissimo chronicon scritto in latino da un monaco che forse fu uno dei primi abati dell’Abbazia di S. Maria di Centola. Il monaco fornisce interessanti notizie storiche sull’abbazia e parla anche della presenza dei Saraceni a Camerota e nel circondario. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: E nel 915 i Saraceni si allontanano da Camerota ed esigono il ‘dacium’, la moderna tangente, per rendere il luogo sicuro e fuori da qualsiasi saccheggio. Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano -Etc…”. Dunque, il Ciociano riporta la stessa notizia dell’Antonini ma non l’attribuisce al monaco di S. Mercurio ma l’attribuisce all’Anonimo Salernitano, così detto il chronicon Cevense pubblicato dal Pratilli.

Nel 908, Maugerio dona la chiesa ‘Obedientia’ di S. Sossio, nei pressi del fiume “Rubicante” (Melpi), nel luogo detto “S. Sossio”, vicino al “ponte ruinato”

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, a p. 353, riferisce di un certo Malgerio che nell’anno ‘908 donava al monastero di Montecassino la chiesa di S. Sossio scriveva che: “Del nome di Rubicante trovasi fatta parola nella siffatta donazione, che nell’anno CMVIII Maugerio fa al Monistero di Montecasino della Chiesa di Sossio.”. L’Antonini, nella sua ‘Lucania’ a p. 353 (II edizione) parlando di Cuccaro in proposito scriveva che: “Di Cuccaro fan menzione ‘Merula’, e ‘Leandro Alberti’, ma non lo mettono a suo luogo, ed in una donazione del CMVIII (a. 908) fatta da un tal Maugerio al Monistero Cassinese della Chiesa di S. Sossio, è chiamato ‘Cucherus’. Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, veggonsi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio: queste obedienze si sottrassero poi dalla giurisdizione Cassinense à tempi di Ruggieri, dopo che Guarino, ecc….“. L’Antonini a p. 353, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Eran questi luoghi chiamati tal volta ‘Obedientiae’, e talvolta ‘Cellae’. Ecc…Negli ‘Atti di S. Pietro Pappacarbone’, sono generalmente dette ‘Obedientiae’, e così in tutte le scritture di quei tempi, ecc…”. L’Antonini (…), nel vol. I° della sua prima edizione della “Lucania” (a. 1745), a p. 353, parlando di Molpa e Palinuro (cap. VII), in proposito scriveva che: “Del nome di Rubicante trovasi fatta parola nella siffatta donazione, che nell’anno CMVIII Maugerio fa al Monistero di Montecasino della Chiesa di Sossio: “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam Sancti Sosi ad ripas Rubicantis juxta pontem Cucheri……..Cum terris modiorum fex, quae finitur ipso Rubicante ab Occidente etc..”.

Antonini, p. 353

(Fig…) Antonini (…), I° ed. (a. 1745), p. 353

Antonini, p. 342

Dunque, l’Antonini scriveva che il fiume detto “Rubicante” è citato in una donazione del 908 fatta da un certo Maugerio all’Abbazia di Montecassino. Dunque, l’Antonini cita questa donazione dell’anno 908. Dunque, l’Antonini assicura di aver letto questa donazione dell’anno 908. Maugerio nel 908 dona al Monastero di Montecassino la chiesa di S. Sossio. L’Antonini dice che in questa donazione è citato “Cucherus”, la chiesa di S. Sossio era una “Obedientiae”e che questa, ai tempi in cui lui scriveva, nel 1745, si vedono i ruderi  presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio”. E’ proprio alla citazione del fiume “Rubicante” che l’Antonini dice che anticamente il fiume Melpi si chiamava “Rubicante”. L’Antonini a p. 353, nella sua nota (I), postillava che di questo fiume ne parlava anche Plinio (…), Mario Nigro (…) e, il Gatta (…). Su questa antichissima donazione ha scritto pure Pietro Ebner. L’Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di ‘Palinuro’ scriveva in proposito alle antiche donazioni citate dall’Antonini che: “L’Antonini (20) assicura di aver letto una donazione (a. 908) della chiesa di S. Sossio ubicata “juxta pontem Cucheri”, nei pressi del fiume Rubicante (Melpi), di cui non si ha nessun’altra notizia e che perciò lascia piuttosto perplessi.. Ebner a p. 270, nella sua nota (20) postillava che: “(20) L’Antonini predetto (p. 154) da al fiume Melpi anche il nome di Rubicante, traendone da una donazione di un certo Maugerio nel 908 al Monastero di Montecassino della chiesa di S. Sossio. Il brano della donazione riportata dall’Antonini, peraltro senza utili indicazioni, è il seguente “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam Sancti Sosii ad ripas Rubicantis ab Occidente”. A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula della donazione ‘pro anima’.”. Ebner a p. 270 sbaglia dicendo che l’Antonini riferisce a p. 154 ma è a p. 353 che ne parla. Sempre Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni etc…”, vol. II, a p. 172 parlando della Molpa riferisce di nuovo della citazione dell’Antonini intorno alla donazione di Maugerio e scriveva che: “L’Antonini dice pure di un documento più antico (a. 908) che diceva del Melphes noto come Rubicante e di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15). Certo è che sulla collina della Molpa vi era un ‘castrum’ distrutto dai saraceni (16) ecc…”. Ebner a p. 173 nella sua nota (15) postillava in proposito che: “(15) Antonini, cit., p. 374. L’Antonini (p. 354) dice pure di una donazione (a. 908) di un tal Mangerio “al Monistero di Montecassino della chiesa di S. Sossio”, di cui riporta un brano: “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam Sancti Sosi ad ripas Rubicantis juxta pontem Cucheri……..Cum terris modiorum fex, quae finitur ipso Rubicante ab Occidente etc..”. Documento assai dubbio.”. Dunque, secondo l’Ebner il documento della donazione riferita dall’Antonini è dubbio ma, come tante notizie e documenti riferiti dall’Antonini che aveva conosciuto l’Abate Gascone, Abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola, come del resto il suo avo Annibale Antonini, doveva aver conosciuto diversi documenti forse andati irrimediabilmente persi. Chi era questo personaggio citato nella donazione citata dall’Antonini, Malgerio o Maugerio ? E poi, perchè egli fa una donazione all’Abbazia di Montecassino. Forse Maugerio nell’anno 908 fa una donazione ad uno dei monasteri italo-greci dell’epoca che aderirono alla ”Confederazione Cavense” fondata da S. Pietro Pappacarbone dell’Abbazia di Cava dei Tirreni. Certo che queste notizie andrebbero ulteriormente indagate sebbene l’Ebner scriveva che: A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula della donazione ‘pro anima’”.

Nel 966, i cenobi basiliani forse “Obedientie” benedettine di S. Mauro in Centulis o Cellulis e, di S. Bendetto in Centulis dipendenti dal monastero benedettino di S. Benedetto in Salerno, Ermerico, suo preposto che nel 966 fuggì per l’attacco dei Saraceni

Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna” che, a p. 180, in proposito scriveva pure che: “Ed intanto, mentre altri monasteri sorgevano tra’ monti, intorno a Salerno (2), nel 966, un tal Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis, distrutto questo monastero dai Saraceni, ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3). Etc…”. Carucci, a p. 180, nella nota (3) postillava: “(3) Paesano, I, pag. 73. Il ritiro di Ermerico nella valle metelliana ci è riferito dal ‘Chronicon cavense pubblicato nel 1753 dal Pratilli (Hist. Princ. long. IV, 381-451). A questa cronaca però i dotti non danno alcuna autorità.”. Dunque, il Carucci scriveva che queste notizie intorno al monaco Ermerico, provenivano dal chronicon medievale ‘Chronicon cavense’ che egli dice di dubbia autorità. Dunque, scondo il documento del 966, che cita il Carucci, Ermerico era stato preposto del monastero di S. Mauro in Centulis. Carucci riporta la notizia che, nel 966 (notizia tratta dal Chronicon Cavense), Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis (dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), fuggì e andò a fondare un monastero nella valle Metelliana. Sul monaco “Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis”, Pietro Ebner riporta una notizia. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, a p. 151, in proposito scriveva che: “Della chiesa di S. Pietro di Cannicchio, donata al monastero italo-greco di S. Magno (S. Mango) dai principi Giovanni e Guaimario, è notizia da un documento del 994 (v. oltre).”. Secondo il ‘Chronicon Cavense’ del Pratilli, il monastero di S. Mauro in Centulis, fu distrutto dai Saraceni e subito dopo, il suo preposto, Ermerico, nel 966 “ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 69 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola avanza delle ipotesi circa le origini di questo antico Monastero. Francesco Barra (…), a p. 69, riferendosi sempre all’Abbazia di S. Maria di Centola e all’antico documento dell’anno 1086 (di cui parlerò in seguito) citato dall’Antonini a p. 387, in proposito scriveva che: “Il documento, solo assai parzialmente riportato dall’Antonini, non specifica neppure se si trattasse di un cenobio basiliano o benedettino. In realtà, la rilevanza stessa della donazione….etc…” e fin quì fa riferimento al documento del 1086, e proseguendo scriveva che:  ….e la mancanza di riferimenti antecedenti all’abbazia fanno pensare a una fondazione ‘ex novo’, avvenuta di recente, forse sulle rovine del monastero di “S. Benedetto in Centulis”, distrutto dai saraceni nel 966.”. Barra, sulla scorta del Chronicon Cavense credeva che nel 966 o subito dopo il monastero benedettino di Centola fu rifondato sulle rovine del precedente monastero o cenobio basiliano di “S. Benedetto in Centulis”, monastero dipendente dal monastero di S. Benedetto di Salerno e di cui fu preposto Ermerico. Dunque, il monastero di cui era preposto Ermerico erano le “Cellae” di S. Mauro in Centulis che dipendeva dal monastero di S. Benedetto di Salerno. Barra, a p. 69, nella sua nota (16), postillava che: “(16) E’ questa una questione ancora tutta da approfondire. Ricordiamo solo che sui monti tra Cava e Salerno, secondo il ‘Chronicon Cavense’ (tuttavia di dubbia autorità) si rifugiò nel 966 con i suoi monaci “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente” (A. Di Meo, ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23; etc…”. Barra, in questo passaggio riferiva la notizia tratta dal “Chronicon Cavense” (cronicon apocrifo pubblicato dal Pratilli), che riferiva che, nel 966, il preposto del monastero di “S. Mauro in Centulis” (che era una dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), Ermerico, “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”….”fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”. Dunque, il Chronicon Cavense riferiva la notizia che a causa delle frequenti incursioni saracene, nell’anno 966 sui monti tra Cava e Salerno, insieme ai suoi compagni, si rifugiò il monaco  “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”. Il Barra scrive che la notizia fu data dal Di Meo (…), nel suo  ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23. Infatti, il Di Meo, nel tomo VII a p. 23, in proposito scriveva che: “Nè questo Monistero fu edificato dal Pr. Guaimario III. come credono quei dotti, ma sibbene molto prima di lui, col consenso del Pr. Gisolfo I. e di Gregorio Abb. di S. Benedetto di Salerno, fu edificato da Ermerico. Era costui Preposito del Monistero di ‘S. Mauro in Centulis’, ed essendo stato quel suo monistero distrutto da’ Saraceni; n’ edificò un altro in Metilliano della Cava nell’anno 966. come in quell’anno si disse. Nel 987 Leucio Etc…”.

Di Meo, tomo 7, p. 23

Dunque, il Di Meo scriveva che il monastero di S. Benedetto di Salerno fu fondato da “Ermerico”, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis. Il Di Meo scriveva pure che il monastero di “S. Mauro in Centulis”, qualche tempo prima del 966, era stato distrutto dai Saraceni, forse Saraceni di Agropoli. Infatti, il Di Meo (….), nel vol. VI, a p. 35 in proposito scriveva che: “4. Segue a dire l’Annalista Salernitano, che Ermerico ‘Preposito del Monistero di S. Mauro’ in Centulis, distrutto da’ Saraceni, col consenso del principe Gisolfo,e del nostro Abbate, edificò etc…”. Barra, a p. 69, nella sua nota (16) continuava a postillare che: “(16) …..D. De’ Guidobaldi, ‘Affreschi della Trinità di Cava, Accantoncelli, Napoli, 1869, p. 4; Guillaume P., ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, pp. 11-12). Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35).”. Barra postillava pure che: “Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI). Da queste pur frammentarie e incerte notizie, emerge un quadro complessivo di ripiegamento del monachesimo benedettino nel basso Cilento intorno al Mille, e che nel vuoto lasciato s’inserirono i basiliani, meno strutturati e meno esigenti.”. Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (16), postillava che: “(16)…Guillaume P., ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, pp. 11-12).”. Infatti, Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a pp. 11-12, parlando delle origini dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava scriveva che: “L’origine dell’Abbazia della Trinità di Cava risale all’inizio dell’XI secolo. Un santo religioso nato a Salerno e formatosi a Cluny, di nome Adelferio o più comunemente ‘Alferio’ (Alferius) ne fu il vero fondatore e il primo abate (1011). Tuttavia, già prima di lui, dei pii solitari avevano abitato il luogo dove doveva fiorire il famoso monastero benedettino che ci occupa. Dell’abbazia di Montecassino, la più antica casa dell’ordine benedettino, sembrano essere partiti i primi abitanti della Cava (1), cioè la grotta di Metellianum (2).”. Il Guillaume, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451), è alle devastanti incursioni dei Saraceni che la S. Trinità di Cava dovrebbe la sua origine. Nell’incursione dell’anno 966, questi distrussero, al di là del ‘Silarus o Sele, non lontano da Paestum, il piccolo monastero di S. Mauro in Centulis (o Cellulis ?), che dipendeva da quello di S. Benedetto di Salerno. I pochi religiosi che sfuggirono al massacro si rifugiarono nei boschi e nelle montagne. Ermerico’, loro priore, col consenso dell’abate di S. Benedetto e del principe di Salerno Gisulfo I (933-77), si ritirò ai piedi del Monte Finestra, nella grotta di Metellianum e qui costruì una cella o monastero: “A. 966….Ermericus Praep. Cellae S. Mauri in Centulis a Saracenis destructae Cellam prope Salernum ad latus Fenestellae montis fecit cum Gisulfi et Abbatis nostri consensu”. (Op. cit., p. 415; cf. De Blasi, Chron., an. 966; Adinolfi, Stor. della Cava, p. 217, ecc..).”. Il Barra riporta anche la seguente notizia: “Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35). Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI). Da queste pur frammentarie e incerte notizie, emerge un quadro complessivo di ripiegamento del monachesimo benedettino nel basso Cilento intorno al Mille, e che nel vuoto lasciato s’inserirono i basiliani, meno strutturati e meno esigenti.”. L’ipotesi labile ma interessante del Barra sulle probabili origini dell’antico Monastero benedettino di ‘S. Maria in Centulis‘, andrebbe ulteriormente indagata. Giuseppe Pesano (….), nel suo “Memorie per servire alla storia della chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 73 riporta la notizia: “…fra questi Giovanni di Salerno…Fu sotto il governo di un tal Prelato, ch’ebbe la prima origine il celebre Monistero della SS. Trinità di Cava. Ermerico già Preposto del Cenobio di s. Mauro in Centulis, distrutto dalle irruzioni dei Saraceni tal sacro stabilimento, recossi in Salerno e “col consenso del Principe Gisolfo e del nostro Abbate (scrive l’Annalista Salernitano) etc…”. Dunque, il Pesano riporta la notizia sulla scorta dell’“Annalista Salernitano”, cronista dell’epoca che viene detto anche “Chronicon Cavense”, che fu pubblicato dal Pratilli. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’. Inoltre, Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (16), riguardo l’ipotesi che si potesse trattare del monastero di ‘S. Maria in Centulis’ postillava e ci ricorda che: Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI)….”. Infatti, Paul Guillaume (…), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. LXXXVI, in Appendice, nell’elenco troviamo scritto: “E. s. Maur in ‘Planula’, pr. Salerne, (anno)….1187 (De Meo, anno 1187, 4).”. Dunque, secondo la storia di S. Mauro, casale del Cilento, vi era un eremo Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C.”.

Nel 966 ?, ipotesi sulle origini dell’Abbazia di S. Maria di Centola e il monastero di ‘S. Benedetto in Centulis’

Giovanni Cammarano (….), ex parroco di Centola, nella sua “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, voll. I-II-III, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1993, a p….. continuando il suo racconto sul cenobio basiliano di Centola, scriveva che: “Le terre di Centola erano l’entroterra della Molpa, dove, come vedremo, vi erano in maggioranza greci. Dalla Molpa, diventata cristiana, con l’apporto greco-bizantino, partirono gli amanti della vita eremitica e contemplativa. Si attestarono su una bella collina, che fu il punto ideale per sentirsi realizzati, dove poi sorse la Badia. Rimontano al calar del primo millennio, le chiese greco-bizantine, sorte intorno al Bulgheria, le cui impronte sono ancora visibili a Poderia, Celle Bulgheria ed altri paesi viciniori. Per convincersi di questo basta visitare, per le badie, il cenobio di S. Giovanni a Piro (19) e per le chiese, S. Michele, sita all’inizio di chi entra in Poderia proveniente da S. Severino e la chiesa parrocchiale. Entrambe hanno il campanile sormontato dalla caratteristica cipolla bizantina. La chiesetta di S. Michele avrebbe bisogno di un restauro conservativo per non perdere un ricorso millenario.”. Dunque, Cammarano dice nulla sull’origine dell’antica Abbazia bnedettina di Centola. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 69 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola avanza delle ipotesi circa le origini di questo antico Monastero. Francesco Barra (…), a p. 69, riferendosi sempre all’Abbazia di S. Maria di Centola e all’antico documento dell’anno 1086 (di cui parlerò in seguito) citato dall’Antonini a p. 387, in proposito scriveva che: “Il documento, solo assai parzialmente riportato dall’Antonini, non specifica neppure se si trattasse di un cenobio basiliano o benedettino. In realtà, la rilevanza stessa della donazione….etc…” e fin quì fa riferimento al documento del 1086, e proseguendo scriveva che:  ….e la mancanza di riferimenti antecedenti all’abbazia fanno pensare a una fondazione ‘ex novo’, avvenuta di recente, forse sulle rovine del monastero di “S. Benedetto in Centulis”, distrutto dai saraceni nel 966.”. Dunque, il Barra, in questo passaggio scriveva che la mancanza di notizie antecedenti all’anno 1086 della donazione di “Maurici”“….fanno pensare a una fondazione ‘ex novo’, avvenuta di recente, forse sulle rovine del monastero di “S. Benedetto in Centulis”, distrutto dai saraceni nel 966.”. Dunque, Barra credeva che nel 966 o subito dopo il monastero benedettino di Centola fu rifondato sulle rovine del precedente monastero o cenobio basiliano di “S. Benedetto in Centulis”, monastero dipendente dal monastero di S. Benedetto di Salerno e di cui fu preposto Ermerico. Inoltre, il Barra aggiungeva in postilla che questo monastero: Sembra inoltre che dovrebbe trattarsi di una fondazione latina e benedettina, finalizzata, secondo la tipica prassi della politica religiosa dei Normanni, a controbilanciare la massiccia presenza basiliana nella zona. Altro carattere saliente è poi quello dell’essere S. Maria di Centola sorto come monastero autocefalo, cioè del tutto autonomo e indipendente dalle grandi abbazie benedettine di Montecassino e di Cava (16).. L’ipotesi del Barra, a suo dire sarebbe suffragata dal fatto che, il Chronicon Cavense ci parla di Ermerico e di un monastero di “S. Mauro in Centulis”. Infatti, il Barra, a p. 69, nella sua nota (16), postillava che: “(16) E’ questa una questione ancora tutta da approfondire. Ricordiamo solo che sui monti tra Cava e Salerno, secondo il ‘Chronicon Cavense’ (tuttavia di dubbia autorità) si rifugiò nel 966 con i suoi monaci “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente” (A. Di Meo, ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23; etc…”. Barra, in questo passaggio riferiva la notizia tratta dal “Chronicon Cavense” (cronicon apocrifo pubblicato dal Pratilli), che riferiva che, nel 966, il preposto del monastero di “S. Mauro in Centulis” (che era una dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), Ermerico, “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”….”fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”. Dunque, il Chronicon Cavense riferiva la notizia che a causa delle frequenti incursioni saracene, nell’anno 966 sui monti tra Cava e Salerno, insieme ai suoi compagni, si rifugiò il monaco  “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”.

Di Meo, tomo 7, p. 23

Barra scrive che la notizia fu data dal Di Meo (…), nel suo  ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23. Infatti, il Di Meo, nel tomo VII a p. 23, in proposito scriveva che: “Nè questo Monistero fu edificato dal Pr. Guaimario III. come credono quei dotti, ma sibbene molto prima di lui, col consenso del Pr. Gisolfo I. e di Gregorio Abb. di S. Benedetto di Salerno, fu edificato da Ermerico. Era costui Preposito del Monistero di ‘S. Mauro in Centulis’, ed essendo stato quel suo monistero distrutto da’ Saraceni; n’ edificò un altro in Metilliano della Cava nell’anno 966. come in quell’anno si disse. Etc…”. Dunque, il Di Meo scriveva che il monastero di S. Benedetto di Salerno fu fondato da “Ermerico”, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis. Il Di Meo scriveva pure che il monastero di “S. Mauro in Centulis”, qualche tempo prima del 966, era stato distrutto dai Saraceni, forse Saraceni di Agropoli. Barra, a p. 69, nella sua nota (16) continuava a postillare che: “(16) …..D. De’ Guidobaldi, ‘Affreschi della Trinità di Cava, Accantoncelli, Napoli, 1869, p. 4; Guillaume P., ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, pp. 11-12). Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35).”. Barra postillava pure che: “Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI). Da queste pur frammentarie e incerte notizie, emerge un quadro complessivo di ripiegamento del monachesimo benedettino nel basso Cilento intorno al Mille, e che nel vuoto lasciato s’inserirono i basiliani, meno strutturati e meno esigenti.”. Infatti, Paul Guillaume (…), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. LXXXVI, in Appendice, nell’elenco troviamo scritto: “E. s. Maur in ‘Planula’, pr. Salerne, (anno)….1187 (De Meo, anno 1187, 4).”. Dunque, secondo la storia di S. Mauro, casale del Cilento, vi era un eremo Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d.C.”. Sul monastero di S. Mauro in Centulis ha scritto anche Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna” che, a p. 180, in proposito scriveva pure che: “Ed intanto, mentre altri monasteri sorgevano tra’ monti, intorno a Salerno (2), nel 966, un tal Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis, distrutto questo monastero dai Saraceni, ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3).”. Carucci, a p. 180, nella nota (3) postillava: “(3) Paesano, I, pag. 73. Il ritiro di Ermerico nella valle metelliana ci è riferito dal ‘Chronicon cavense pubblicato nel 1753 dal Pratilli (Hist. Princ. long. IV, 381-451). A questa cronaca però i dotti non danno alcuna autorità.”. Carucci riporta la notizia che, nel 966 (notizia tratta dal Chronicon Cavense), Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis (dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), fuggì e andò a fondare un monastero nella valle Metelliana. L’ipotesi labile ma interessante del Barra sulle probabili origini dell’antico Monastero benedettino di ‘S. Maria in Centulis‘, andrebbe ulteriormente indagata. Inoltre, Barra, a pp. 69-70, in proposito scriveva pure che: “A ribadire fortemente questo carattere si aggiungeva inoltre l’esenzione dell’abbazia dalla giurisdizione del vescovo di Capaccio, nel cui territorio diocesano essa era tutavia incardinata, venendo quindi a costituire una sorta di enclave (17).”. Barra, a p. 70, nella nota (17) postillava: “(17) Anche A. Lubin, Abbatiarum Italiae brevis notizia, Typis Jo. Jacobi Komarek, Romae, 1693, p. 97, attribuisce l'”Abbatia tit. S. Maria de Centula, nullius Diocesis”, all’Ordine benedettino.”

Nel….., S. Richerio, abate della chiesa di S. Maria in Centulis in Francia o di Centola nel Cilento ?

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, a pp. 350 parlando del casale di Centola, in proposito scriveva che: “Un mezzo miglio a Tramontana sulla via, che mena da S. Severino, trovasi un’antica dà passati Abati malmenata Badia (2), che fu già dè PP. Benedettini, oggi ridotta in Commenda. Questa ha la spiritual giurisdizione nella Terra e nel Clero, se non qua in alcuni punti gli vien dal Vescovo di Capaccio contrastata. Credesi da paesani trovasi in quella vecchia Chiesa il corpo di S. Ricario, che il Maurolico malamente chiama Riario; e il tanto più il credono, quanto più ‘l Cardinal Baronio nelle note al ‘Martirologio’ à XXVI Aprile, nulla ha detto di questo dubbio, e l’Abate Ughellio l’ha ciecamente seguitato, con aggiungerci anche alcuna cosa del suo. Le parole del Martirologio sono: ‘In Monasterio Centola S. Richarii Presbyteri’et Confessoris’, di cui simileè l’altro in Francia.”. Su S. Richerio ha scritto anche il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, che a pp. 352-353 parlando del casale di Centola, in proposito scriveva che: “Nel MDXCIII l’Abate ‘Guarini’ stando nella generale opinione de’ paesani della nostra Centola, volle scavare intorno all’altar maggiore della Badia, per vedere se vi trovava il desiderato corpo, ma nulla trovovvi. In queste poche parole manoscritte, che sono una specie di Cronaca, scritte da un tal ‘Vinceslao’ di Centola, che si conservano dal Signor D. Camillo d’Errico, così questo fatto si legge: ‘Nell’anno MDXCIII, lo Signor Vicario Guarino Abate di Centula, fice cavare assai profondo in dicta Abatia avante, e dietro lo Altare, sperando trovare lo corpo di Sancto Ricario, et nce fice la processione, et quase tutta Centula digiunò, et si confessaro, et communicaro, et non si ritrovò niente.”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: Le gravissime lacune della documentazione rendono quindi assai arduo ricostruire le origini e i primi secoli dell’abbazia di S. Maria di Centola. Avvertiamo che usiamo questa, che era l’intitolazione originaria, perchè la specificazione “degli Angeli” appartiene ad un’epoca successiva, affermandosi sino al punto che a fine ‘700 l’abbazia veniva spesso indicata direttamente come “l’Annunziata”. Va pure preliminarmente sgombrato ogni equivoco, nascente dalla pura omonimia con l’assai più celebre e importante abbazia carolingia di Centula, in Piccardia, con la quale erroneamente è stata spesso confusa (14). In effetti, S. Maria di Centola non compare mai nella pur ricca agiografia dei santi italo-greci che abbiamo già citata……..Sembra inoltre che dovrebbe trattarsi di una fondazione latina e benedettina, finalizzata, secondo la tipica prassi della politica religiosa dei Normanni, a controbilanciare la massiccia presenza basiliana nella zona. Ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 714-715 del vol. I, sulla scorta dell’Antonini, parlando di Centola sulla collina, scriveva che: “….a mezzo miglio, sulla via per Sanseverino, era l’antica abbazia, ai suoi tempi commenda, che aveva la giurisdizione spirituale sul villaggio contrastata dal Vescovo di Capaccio. Nella chiesa si credeva che vi fosse sepolto il corpo di S. Ricario, tanto è vero che l’abate Guarini fece eseguire scavi sotto l’altare maggiore (11).”. L’Antonini (….), a p. 351 parlando sempre dell’Abbazia di S. Maria di Centola e del piccolo casale di Centola vicino a quello di S. Severino, in proposito scriveva che: “E finalmente P. ‘Lubin’ nella ‘notizia dell’Abbazie d’Italia’ fol. 97 lit. C le stese cose ci conferma: ‘Abbazia titulo S. Mariae de Centula Ordinis S. Benedicti Dioecisis Caputaquensis (Capaccio) ut refeit Ughellius tom. 7. p. 663. qui nominis similitudine deceptus, huic Coenobio attribuit Sanctum Richerium Monasterii Centule in Gallia fundatorem. Haec verius asserimus ex diuturniori nostro in hoc Caenobio incolatu. Vide notas nostras in Martyrol. Tab. 3. pag. 52.”. Infatti, Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 70, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Anche A. Lubin, ‘Abbatiarum Italiae brevis notitia’, Typis Jo. Jacobi Komarek, Romae 1693, p. 97, attribuisce l'”Abbatia tit. S. Maria de Centula, nullius Diocesis”, all’Ordine benedettino.”. Il Barra (….) si riferiva al poadre Agostino Lubin (….) ed al suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, pubblicato nel 1693, dove a p. 97 così scriveva dell’Abazia di S. Maria di Centula a Centola: “Abbatia titolo S. Maria de Centula, Ordine di S. Benedicti, Diocesi Caputaquensis ‘Capaccio’; ut refert Ughellus tomo 7, pag. 663. qui nominis similitudine deceptus huic Coenobio attribuit S. Ricarium Monasterii Centule in Gallia fundatorem, haec verius asserimus ex diuturniori nostro in hoc loco incolatu. Vide notas nostras in Martyrologium Romanum tabula, 3, pag. 52 ‘Centola’ Oppidum in Colle situm, in Regni Neapolitani Provincia, Principatus Citerior dicta; qualtuordecim passum mill. à Policastro distans; versùs Occidentem. In Cod. Taxarum D. Passionaei; sic legitur S. Maria de Angelis de Centula, Ord. S. Benedicti alias nullius Diecesis.”. Dunque, il Lubin ci dice alcune notizie riguardanti l’Abbazia come risultava dalle sue ricerche nell’anno 1693. Il Lubin scrive che: “Abbazia di S. Maria del titolo Centola Ordine S. Benedetto, Diocesi Caputaquensis ‘Capaccio’; in effetti Ughellus vol 7, p. Ingannato dalla somiglianza del suo nome, a questo si attribuisce a p. 663 all’attiguo Convento di S. Ricario in Francia, fondatore del monastero di Centola, affermiamo che queste cose sono più veramente in luogo di soggiorno: dai diuturniori nostro Dio per questo. Alla Sede Romana. Vedi nota nostra nel Martyrologium Romanum tabula, 3, pag. 52 ‘Centola’, città del Regno di Napoli in Provincia Citeriore; distante qualtuordecim miglia. Policastro da lontano; direzione ovest. In Cod. D. le emozioni sono tassate; Così leggiamo di S. Maria degli Angeli Centola Ordine di San Benedetto nulliu Diecesis (di nessuna Diocesi = indipendente)”.

Lubin, p. 97,,

(Fig….) Lubin (…), op. cit., p. 97

Dunque, padre Agostino Lubin (….), a p. 97 parlando della Diocesi di Capaccio “Caputaquensis Episcopi” citava anche l’Abbazia di S. Maria di Centola citava l’abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra” dove nella sua prima edizione, vol. VII, a p. 663 ci parla dell’Abbazia di S. Maria de Centula e scriveva che: 

Ughelli, p. 664.PNG

(Fig…) Ughelli (…), I ed. vol. VII, p. 663-664

Nel 1038 (?), “Richerio”, abate dei monasteri di S. Pietro ad Aquara e di S. Nazario a S. Nazario

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, a pp. 333-334 che, parlando del casale e del monastero di S. Nazario, in proposito scriveva che: “….riconosce questo luogo sua fondazione da Richerio (I) Abate di Montecasino, il quale cominciò il suo governo nel MXLIV e morì nel MLIV…Etc..”. L’Antonini, a p. 334, nella nota (I) postillava che: “(I) Ecco cosa dice l”Anonimo Cassinese’ “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV. Camillo Pellegrino però nella ‘Serie degli Abbati di Montecasino’ vuol che Richerio fusse Abate a Kal. Junii MXXXVIII. ad. III. Idus Decembris MLV. il quale sentimento fu seguitato dal ‘Mabillon’ ne i citati ‘Annali’, soggiugnendo che, l’elezione fu fatta in Capua presente l’Imperador Corrado: e ‘l ‘Pellegrino’ dice di più: ‘Editus Anonymus Cassinensis consueto errore abitum Richerii notat ad annum MLIV. onde potrebbe esser, che la fondazione del Casale fosse fra il MXXXVII e’ ‘l MLV. Ma il dubbio maggiore consiste in ciò, che l’ Ostiense scrive nel cap. 49, lib. 11. cioè, che questa fondazione fosse stata fatta da Adamo Abate di Montecassino e, non già da Richerio ‘juxta Melpham fluvium’.”. L’Antonini scriveva che l’Anonimo Cassinese (….), nel suo chronicon pubblicato dal Pellegrino (….) riportava la seguente notizia: “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV.“, che tradotto significa che: “nell’anno 1040. Richerio l’Abate cacciò i Normanni dalla Terra di S. Benedetto. Richerio l’Abate fu deposto nell’anno 1044.”. Dunque, l’Antonini citava l’“Anonimo Cassinese” (pubblicato da Camillo Pelegrini), il quale  l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; etc…”, ovvero che l’Abate di Montecassino, Richerio, nel 1040 scacciò i Normanni dalla “de Terra Sancti Benedicti” e che mori nel 1054. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 575, in proposito scriveva che: “Scrive l’Antonini (p. 333)…….Lo stesso autore, dopo essersi soffermato sulla fondazione del casale, da lui attribuito all’abbate Richerio di Montecassino etc..”. In qualche modo la notizia di un Abbate Richerio è anche legata alla notizia secondo cui a Centola alcuni autori hanno riferito del corpo di S. Richerio sepolto presso la chiesa dell’Abbazia di S. Maria di Centola. Altre notizie dell’Abbate Richerio provengono da altri autori e riguardano la fondazione dell’Abbazia di Montecassino. Sulla Treccani on-line leggiamo che Richerio era un monaco bavarese (m. 1055); reggeva l’abbazia di Leno (Brescia) qundo fu eletto (1038) abate di Montecassino per la protezione dell’imperatore Corrado II. Combatté contro Pandolfo di Capua, il conte d’Aquino e altri signori per ricuperare i patrimonî abbaziali da quelli usurpati. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro II, a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara, in proposito scriveva che: “Da antiche scritture si ha, per testimonianza dello stesso P. Peduto, che Richerio fu Abate di questo Monastero nell’anno 1038 scrive il Baron Antonini par. 2 Disc. 6, aver ricavato da alcune carte fattegli leggere dall’Abate Vereso Canonico di S. Pietro di Roma, che detto Richerio, essendo Abate in Monte Casine, in dove incominciò il suo governo nel 1044, e morì nel 1054 fondò il casale di S. Nazario nella valle di Novi, Casale di Cuccaro. Porta poi nella nota 1 pag. 334, che l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; onde congettura l’Antonini, che la fondazione di S. Nazario poté seguire tra gl’anni 1038, e 1055 in quanto, Richerio fusse stato Abbate di S. Pietro nel 1038, non contraddicono le Carte dell’Abbate Varese, ne l’Anonimo Cassinese, perché dopo dett’anno poté esser eletto Abbate di Monte Casino, ma ostarebbe l’epoca del Pellegrino, che lo vuole in Monte Casino dal primo di giugno 1038, onde io credo più esatta l’epoca dell’Anonimo, e delle Carte suddette, e tanto più, che trovandosi Abbate di S. Pietro, gli fu più facile fondare detto Casale di S. Nazario, perché S. Pietro l’è in distanza di circa miglie venti, e Monte Casino di circa cento trentadue; Ma se vogliasi per vera piuttosto quella di Pellegrino, credere si deve, che fu eletto Richerio Abbate di Monte Casino al primo di giugno 1038 in tempo era Abbate di S. Pietro, nel qual tempo poté detto Casale fondare, e poi andò a presedere in Monte Casino.”. Per una più esatta collocazione cronologica dell’evento, è necessario tener presente quanto riferisce lo storico Giuseppe Antonini circa la rifondazione dell’antica Abbazia basiliana di San Nazario, avvenuta, secondo lui, nel 1044 ad opera del benedettino Richerio, abate di Monte Cassino dal 1038 al 1055. Ciò farebbe supporre che, all’incirca nello stesso periodo, fu fondata l’antica chiesa di San Mauro gestita e officiata dai benedettini. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, a pp. 350 parlando del casale di Centola, in proposito scriveva che: “…trovasi un’antica, da passati Abbati malmenata Badia (2), che fu già de’ PP. Benedettini, oggi ridotta in Commenda. Questa ha la spiritual giurisdizione nella Terra e nel Clero, se non qua in alcuni punti gli vien dal Vescovo di Capaccio contrastata. Credesi da paesani trovasi in quella vecchia Chiesa il corpo di S. Ricario, che il Maurolico malamente chiama Riario; e il tanto più il credono, quanto più ‘l Cardinal Baronio nelle note al ‘Martirologio’ à XXVI Aprile, nulla ha detto di questo dubbio, e l’Abate Ughellio l’ha ciecamente seguitato, con aggiungerci anche alcuna cosa del suo. Le parole del Martirologio sono: ‘In Monasterio Centola S. Richarii Presbyteri’et Confessoris’, di cui simileè l’altro in Francia.”.

Nel 1038, Richerio, abate di Montecassino

Dalla Treccani on-line leggiamo che Richerio era già abate di S. Benedetto di Leno (presso Brescia) prima del 28 febbraio 1036, quando l’imperatore Corrado II (1024-39) emanò un diploma in favore del monastero (Conradi II. Diplomata, a cura di H. Bresslau, 1909, n. 227, pp. 373-376). In questi anni la scena politica meridionale era occupata dalle ambizioni del principe capuano Pandolfo IV, filobizantino. Enrico II, giunto a Montecassino nel 1022, gli aveva sottratto il principato di Capua per concederlo a Pandolfo, conte di Teano. Di lì a poco, però, il principe riprese il controllo su Capua e le sue mire sulle terre cassinesi, imprigionando l’abate Teobaldo (1022-35), lasciando a Montecassino il fidato famulus Teodino e imponendo come abate il calabrese Basilio (Chronica monasterii Casinensis, a cura di H. Hoffmann, 1980, II, capp. 39-42, pp. 243-246, capp. 56-57, pp. 276 s., 281, cap. 61, pp. 285 s.). Nella Chronica monasterii Casinensis, fonte essenziale per ricostruire l’abbaziato di Richerio, si legge che i cassinesi si rivolsero a Corrado perché intervenisse contro gli usurpatori, sicché l’imperatore, sceso in Italia per affrontare alcune questioni politiche (Böhmer, 1951, pp. 129-138), da Roma, risultate vane le ambascerie al Capuano, si diresse a Montecassino nella primavera del 1038. Dopo la conquista di Capua, consegnata al principe di Salerno Guaimario IV, i monaci gli chiesero un nuovo abate, replicando alle resistenze di Corrado, il quale evocò il rispetto della Regola benedettina per un’elezione interna, che non c’era nessuno idoneum e congruum in tantis perturbationibus e sollecitando la nomina di Richerio (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 63, pp. 291 s.), de noble gent et vaillant person (Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a cura di V. de Bartholomeis, 1935, II, 5, p. 62). La sua elezione avvenne il 14 maggio e la sua consacrazione il 1° o il 3 giugno (Annales Casinenses, a cura di G.H. Pertz, 1866, p. 306; Annales Casinenses ex Annalibus…, a cura di G. Smidt, 1934, p. 1414; Annales Cavenses, a cura di F. Delle Donne, 2011, p. 32; Chronicon Vulturnense…, a cura di V. Federici, 1925, V, p. 84; Hoffmann, 1967, pp. 313, 316). Ritornato in Germania Corrado, Richerio fu coinvolto negli scontri tra i sostenitori di Pandolfo IV e i suoi avversari, fino a essere catturato dal conte di Aquino e liberato grazie all’intermediazione di Guaimario (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 68, pp. 304-306). Costui gratificò Montecassino con diverse concessioni (Bloch, 1986, pp. 203, 424) e indusse Richerio (per due volte, giacché in un primo momento egli era rientrato dalla Lombardia ove aveva raccolto milizie, forse a Leno) a recarsi in Germania per chiedere aiuto all’imperatore, poiché perduravano i problemi, come confermarono gli eventi successivi (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 69, pp. 306-308). Trascorsi due anni in Germania, nel 1043 circa Richerio ritornò con un seguito armato, con cui ristabilì il controllo su buona parte della Terra s. Benedicti (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 70, p. 208), ma dovette fronteggiare la minaccia dei Normanni, già utilizzati dagli stessi cassinesi come forza mercenaria. Nella primavera del 1045 i contingenti abbaziali espugnarono le roccaforti normanne, un evento che ebbe grande risonanza nelle fonti, arricchito anche da un miracolo di s. Benedetto a difesa della sua comunità (Desiderio di Montecassino, Dialoghi…, a cura di P. Garbini, 2000, III, cap. 22, pp. 132 s.). Nel 1047, però, si presentò di nuovo la minaccia di Pandolfo, rapidamente contrastata; nella circostanza comparve il nipote di Richerio, Ardemanno, a cui era affidata la Rocca di Evandro, che egli difese ponendosi anche in contrasto con lo zio (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, capp. 74-76, pp. 315-320).

La chiesa di San Giuliano sulla Molpa

Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla, nel 1754 vi possiede beni della Chiesa di S. Vito di Camerota (in Catasto Onciario Campania, p. 421)”. Il Di Mauro (…), a p. 569 parlando di Centola, scriveva che: “Chiesa di S. Giuliano, chiesa sulla Molpa, oggi con ruderi evidenti a est della cima; nel 1119 riceve la donazione di un podere dentro le mura della Molpa per le riparazioni necessarie alle mura e per la ricostruzione della dote liturgica a seguito della spoliazione operata dai saraceni nel 1113 circa; fu parrocchia di Pisciotta dal 1639 al 1731, quando fu visitata dal vicario del Vescovo di Capaccio; per questo sorse controversia tra il vescovo di Pisciotta e l’abate di Centola (Cammarano 133, II, 190 e IV, 198-205-209-211-214).”. Il sacerdote Giuseppe Cammarano (…), nella sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1933, nel suo Cap. III, del vol. II, ci parla della “Cronica” di Mercurio 1°, e a proposito della Chiesa di S. Giuliano sulla Molpa, scriveva che: E’ lui ancora che ci fa sapere che ai suoi tempi erano visibili ancora le rovine delle chiese della Molpa, S. Giuliano, S. Andrea e S. Giovanni Battista. E come si fa a dubitare della notizia, quando ancora sono visibili vistosi ruderi della chiesa di S. Giuliano, che fu sede parrocchiale e della quale, purtroppo, in tutti gli scritti su Palinuro, nessuno ha dato il suo contributo storico ed archeologico per uscire almeno dagli steccati che limitano la conoscenza della Molpa ?.”.

Nel 1086, Ruggero Sanseverino dona una “curtis” (“Murici”) all’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola

Vorrei fare il punto su una notizia ed un documento tratto dall’Antonini e, in particolare sulla notizia di una donazione fatta nell’anno 1086, di cui ancora, sebbene abbia indagato e approfondito le mie ricerche nulla ho potuto altro scoprire e di queste donazioni non vi è traccia. L’Antonini, nella sua “Lucania”, oltre a parlarci di un’antica donazione e privilegio concesso ad un monastero vicino il luogo detto le “Celle” dall’Imperatore Lotario III, parlando a p…… del casale di Celle di Bulgheria cita invece un altro privilegio o donazione fatta nell’anno 1086 da Ruggero Sanseverino. Due distinte e diverse donazioni di cui l’Antonini non fornisce alcun riferimento bibliografico se non per la prima fa riferimento all’Abate Erasmo Gattola. L’Antonini (…), come ho già detto, parlando dei casali di S. Severino di Camerota prima e di Celle di Bulgheria dopo, parlava di una donazione di “Ruggiero da Sanseverino” fatta ad un altro “Monastero di Benedettini”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania – I Discorsi’, nella parte III, nel Discorso VIII, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, e, parlando di Celle di Bulgheria, in proposito a p. 387 cita un’altra donazione che riguardava Centola ed in particolare il Monastero di S. Maria di Centola. L’Antonini dice che questa donazione era dell’anno MLXXXVI (anno 1086). L’Antonini, riferisce di un’altra simile donazione fatta questa volta sempre da Ruggero Sanseverino al Monastero di S. Maria di Centola. Questa volta, l’Antonini cita addirittura l’intitolazione dell’antico privilegio dell’anno 1086. L’Antonini (…), a p. 387 accennava all’antico privilegio di Ruggiero Sanseverino dell’anno 1086 da cui egli trae l’origine dell’antica e nobile famiglia e, scriveva che:

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Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella parte III, nel ‘Discorso VIII’, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, scriveva a p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, scrive: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa)”, e cita una donazione del 1086, parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino avrebbe fatto al monastero di S. Maria di Centola nell’anno 1086: “Sull’occidental falda della montagna detta di Bulgheria sono due piccioli, ma ben abitati paesi la Poderia, e le Celle, il primo fu casale del vicino S. Severino, el secondo è della descritta Rocca. Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”:

Antonini, p. 387, su S.Severino di Centola e il monastero

(Fig….) Antonini (…), p. 387 su Celle di Bulgheria e su Poderia

Anche Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio ecc………….V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Ecc..”. Anche Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, ci informavache: “i monaci italo-greci che costruirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria.…”. Sempre l’Ebner, riferendosi sempre alla Badia di S. Maria di Centola aggiungeva che: L’Antonini, ……., parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3)…”. Dunque, l’Ebner (…), a p. 712 parlando di Centola, ci informa che l’Antonini, scriveva che “a nord della via per S. Severino, la nota Abbazia di S. Maria…”,  secondo l’Antonini (…): “….assicura….e parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3).”. L’Ebner a p. 713, vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “Antonini, cit. Vol. I, p. 387. “Curtem unane prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiserum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. La notizia della donazione era tratta dall’Antonini (…). Il baronne Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, Parte II, a p. 387, parlando di Celle di Bulgheria e di Poderia, accenna di nuovo alla “trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa…”, dunque la donazione di Ruggiero Sanseverino e non di Lotario III, donazione anche questa dell’anno 1086 ma, questa volta non al monastero di S. Severino ma al monastero di: “Monistero di S. Maria di Centola”, indicando pure l’intitolazione: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Dunque, l’Antonini scrive che: “Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, ecc…”. Dunque, l’Antonini, a p. 387 parla del casale di Celle di Bulgheria ma dicendo della donazione scrive che Celle è citata in detta donazione ma quando scrive “oltre di quello che che ne abbiamo accennato sopra”, si riferisce al casale di Roccagloriosa. Dunque, secondo l’Antonini, nella donazione del 1086 di Ruggiero Sanseverino che fa al Monastero italo-greco di S. Maria di Centola vengono citati anche i casali di Celle di Bulgheria e di Roccagloriosa. Del monastero di S. Maria di Centola ho parlato in un altro mio saggio. L’Antonini dice che nel luogo chiamato “le Celle”, si vedevano ancora (nel 1745) le vestigie dirute del Monastero di Benedettini. La traduzione del testo in latino riportato dall’Antonini è il seguente: “Sono andato alla corte uname vicino al fiume, nel luogo e nel guado dell’aereo. Inoltre, il possesso del glandiserum, il nome dello afferma che il Murex (Murici), che ha il suo inizio dal fiume, ai piedi della Bulgaria; percorre la sua strada attraverso la Serra Serra.. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (366) postillava che: “(366) Della famiglia patrizia napoletana. Una delle sette famiglie del Regno di Napoli, la più potente, e d’Italia la più illustre. Doveva essere un discendente del capostipite Turgisio, venuto nel 1045 al seguito dii Roberto il Guiscardo, che gli diede in feudo il castello di Sanseverino presso Salerno, donde la denominazione. C’è chi sostiene che prese il nome dal castello di San Severino presso il Mingardo, oggi frazione di Centola.”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (367) postillava che: “(367) La donazione fatta alla Badia di Centola è una dimostrazione chiara della sua importanza e vitalità che rivestiva nell’anno mille, non come badia benedettina, bensì basiliana. Le donazioni di estensioni terriere generalmente erano fatte a favore di badie, che esercitavano un ruolo sociale, soprattutto nel campo assistenziale e promozionale. Diversamente non si spiegherebbe il perchè della badia, al dire di don Baldassarre, di “grandioso edificio religioso”, che assurse a rango di diocesi.”. Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Riguardo la donazione dell’anno 1086 citata dall’Antonini a p. 387, quando scriveva che: Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola, quando scrive “di quest’ultimo” si riferisce al casale di Celle di Bulgheria e quando scrive “oltre di quello che abbiamo scritto sopra” si riferisce al casale di Roccagloriosa. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e scriveva che: Il primo documento in cui essa viene ricordata risale al 1086, quando il normanno Ruggero Sanseverino, signore dell’omonima baronia, effettuò a suo beneficio una ricca donazione: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.” (15). La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Quello che comunque val pena di sottolineare, è la sostanziale stabilità per non dire staticità, della consistenza e della localizzazione della proprietà abbaziale per tutto il medioevo e tutta l’età moderna. Il documento, solo assai parzialmente riportato dall’Antonini, non specifica neppure se si trattasse di un cenobio basiliano o benedettino. Etc…”. Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, La Lucania, cit., p. 387”. Su quanto scriveva Francesco Barra (…) a p. 69 e postillasse nella sua nota (16) ho già parlato circa l’ipotesi delle origini dell’antico monastero di S. Maria di Centola che come egli stesso dice, richiamandosi ad un passo raccontato dal ‘Chronicon Cavensis’, una cronaca medioevale spuria e anonima, potrebbe derivare dal monastero di S. Maria in Centulis. Dunque l’Antonini, a p. 387 voleva che i due casali di Celle di Bulgheria e di Roccagloriosa erano citati nel privilegio del 1086 concesso da Ruggiero Sanseverino al Monastero di S. Maria di Centola. Forse l’Antonini aveva letto di questi due privilegi, sia del privilegio dell’Imperatore Lotario III e sia di quella di Ruggiero Sanseverino all’Abbazia di S. Maria di Centola leggendola dalla “Cronaca di S. Mercurio”, una cronaca medioevale apocrafa di cui ho scritto ivi in un altro mio saggio. Certo è che queste notizie come pure di altre andrebbero ulteriormente indagate. Di questa donazione purtroppo nessuna traccia. Se vogliamo meglio indagare sulla donazione di Ruggero Sanseverino all’Abbazia benedettina (?) di S. Maria di Centola dobbiamo riferirci alle munifiche donazioni degli ultimi principi Longobardi di Salerno e i primi duchi Normanni dell’area donazioni fatte all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dè Tirreni. Si tratta dell’eventuale connessione che questo antico privilegio donato da Ruggero Sanseverino nell’anno 1086 al Monastero di S. Maria di Centola sia da collegarsi direttamente o indirettamente con l’altro Monastero nel luogo detto “le Celle”, citato sempre dall’Antonini e dove secondo lui accadde il miracolo di S. Pietro Pappacarbone del figlio di Ruggero. La notizia del miracolo, di Ruggero Sanseverino e del monastero benedettino nel luogo detto le Celle è riportata dall’Antonini in due altri passi, ovvero a p. 347 e p. 279, dove l’Antonini ci parla di un altro privilegio, anch’esso dell’anno 1086. L’Antonini dice che nel privilegio di Ruggero all’abazia di S. Maria di Centola sono citati i due casali: Celle di Bulgheria e Roccagloriosa. L’Antonini, riguarda quest’ultimo privilegio che dice essere dell’anno 1086, non fornisce alcun riferimento bibliografico ne io sono riuscito a capire da dove abbia tratto questa notizia. Sui privilegi e donazioni fatte da alcuni duchi Normanni intorno all’anno 1086, interessante è ciò che scriveva il nipote di Costantino Gatta (…), Saverio Gatta che ripubblicò le ‘Memorie sulla Lucania’ del padre Costantino (…), a p. 149, sui Sanseverino. Egli a p. 149, parlando dei Sanseverino in proposito scriveva che: “: tutto ciò costa dalle Vite dè Beati Abati del Monistero della Santissima Trinità della Cava, dalla ‘Cronica di lione Ostiense’, e da sei Privilegj, che nell’Archivio del menzionato Monistero si conservano, in uno dei quali stipulato nel 1114 nel regnare del Principe Roberto leggesi: “Ego Rogerius qui dicitur de S. Severino, ac filius quondam Turgisii Normanni, &”, ecc…”. Forse era proprio a questi 6 privilegi a cui si riferiva l’Antonini. Essi sono conservati nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni. Dunque, il Gatta (…), non riferiva della donazione del 1086 ma riferiva di un’altra donazione dell’anno 1114. Riguardo le numerose donazioni dei principi Longobardi e Normanni elargite ai Monasteri delle “Congregazione Cavense” ed all’Abbazia stessa di Cava dè Tirreni, è interessante ciò che scriveva Paul Guillaume (…), nella sua opera sull’Abazia di Cava dè Tirreni perchè cita il De Blasi.

Paul Guillaume (…), nella sua opera ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava‘, Cava dei Tirreni 1877, ristampato con traduzione dalla Ruocco (…), a pp. 91, nella sua nota (1) postillava dei documenti e donazioni conservati nell’Abbazia di Cava dè Tirreni: “(1) Nov. 1081 (‘Arc. Mag.’ B. 18), Juin 1121 (ib. F. 18). Rodul. Op. cit., p. 62. “1122…circa hunc annum Rogerius de S. Severino Castri S. Severini, aliarumque terrarum Dnus, qui ex Normannorum Ducum prosapia Sanseverinae familiae stipes fuit in Sacrosanto Cavensi Monasterio Sanctae Religionis habitum suscepit.” ‘Chron. ad. an. 1122, in fine.”. Inoltre, sempre il Guillaume (…) a p. 91 nella sua nota (4) postillava di De Blasi: “(4) De Blasi, ‘Chron. ad. an. 1122, 1123, 1124; Rodul. Op. cit., p. 76, etc.”. In questa nota il Giullaume si riferisce all’abate di Cava Ridolfi (…). L’abate D. Alessandro Ridolfi (…), fu il primo storico della Badia, con il suo archivista, l’infaticabile D. Agostino Venereo. All’abate Ridolfi si deve la prima serie ottocentesca a stampa del “Codex Diplomaticus Cavensis” le cui prime edizioni ottocentesche furono curate da Schiani, Morcaldi e De Stefano. Nel secolo XII, una storia della Badia di Cava e le sue dipendenze fu scritta dall’abate Alessandro Ridolfi e poi anche il riordino ed il transunto dei documenti in appositi registri, da parte di Agostino Venereo. Su Agostino Veneno o Venereo (…), ha scritto Pietro Ebner (…), proprio in riferimento al personaggio Normanno Ruggiero Sanseverino, il quale in questo caso è il personaggio chiave per la donazione citata dall’Antonini (…). Per capire chi fosse Ruggero Sanseverino leggiamo da Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, a p. 385, nella sua nota (31) la postilla che: “Ruggiero, figliuolo di Torgisio il Normanno, signore di Sanseverino, S. Giorgio, Montoro e Montemiletto a dire del Venereo, ‘Diction., ms., VI, 73 ne fu talmente colpito che nel 1122, sotto il quarto santo abate cavense (S. Costabile), vestì l’abito monastico.”. Dunque, l’Ebner, riguardo le notizie su Ruggero Sanseverino, figlio di Turgisio II cita il manoscritto del Venereo (…). Chi era il Venereo ?. Si tratta di Agostino Veneno o Venereo (…), uno dei primi abati dell’Abazia della SS Trinità di Cava dè Tirreni che nel …….. compilò un antico manoscritto rimasto inedito e chiamato ‘Dictionarium Cavense’. Di cosa si tratta ?. Paul Guillaume cita un passo (dell’anno 1122) di un opera del monaco Di Blasi (…). Si tratta del testo di Saverio Maria De Blasi (…) Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum che, il Guillaume riferiva più volte nelle sue note. Saverio Maria De Blasi (…) riordinò l’archivio cavense ricco di circa sessantamila scritture avendo come principale supporto l’importanteDictionarium Cavense’ compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo). Saverio Maria De Blasi (…), riordinò l’archivio cavense ricco di circa sessantamila scritture avendo come principale supporto l’importante ‘Dictionarium Cavense’ compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo). Dunque, ritornando al manoscritto Dictionarium Cavense’ compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo), citato dall’Ebner (…), che dice parlarci di Ruggero Sanseverino, Leone Mattei Cerasoli, nel suo …………………., a p. IV dell’Introduzione scriveva che: “…, per cui già gli Archivisti di Cava, Alessandro Ridolfi (+ 16….) e Agostino Venieri (+ 1638), nelle loro opere, rimaste inedite….”. Il Mattei Cerasoli, a p. IV dell’introduzione, nella sua nota (1) postillava che: “(1) AUGUSTINI VENEREI, ‘Dictionarium Archivii Cavensis, Ms. cart. dell’Archivio di Cava, vol. IV, 311.”. Dunque, stando all’Ebner noi dovremo trovare notizie riguardo Ruggero Sanseverino nel manoscritto cartaceo di Agostino Venereo detto ‘Dictionarium Archivii Cavensis‘, vol. IV, 311, e Ebner dice ‘Diction., ms., VI, 73‘. Paul Guillaume cita il testo di De Blasi (…), ‘Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum‘ e, cita le notizie per gli anni 1122, 1123, 1124 nello stesso testo e molto probabilmente riguardano proprio l’ultima donazione di Ruggero Sanseverino all’Abbazia di Cava dè Tirreni, fatto nel 1121. Il 15 settembre 1778, domenicano Salvatore Di Biasi, fu chiamato a Cava, presso Salerno, da dom Tiberio Ortiz Abate dell’Abbazia della Santissima Trinità della Cava che gli affidò il riordino dell’importante archivio del monastero. Lo studio del prezioso materiale documentario consentì al Di Blasi di produrre molti pregevoli saggi, tuttora rimasti in gran parte inediti. Nel ‘Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum‘ ricostruì la storia del monastero di San Benedetto di Salerno dalla fondazione (793) fino al 1628. L’opera che gli valse la maggior fama fu la Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt… a vulgari anno 840 ad annum 1077. Mi chiedo se l’Antonini avesse appreso dal testo del De Blasi (…), della donazione dell’anno 1086 di Ruggiero Sanseverino all’Abbazia di S. Maria di Centola ?. Sul De Blasi, sulla Treccani on-line leggiamo che: Gli Opuscoli uscirono regolarmente fino al 1778, anno in cui il De Blasi venne chiamato dall’abate R. Pasca a lavorare al riordino dell’importante archivio del monastero benedettino-cassinense della Ss. Trinità di Cava dei Tirreni, presso Salerno. Egli condusse a termine tale incarico nel periodo di otto anni, riordinando un archivio ricco di circa sessantamila scritture avendo come solo supporto un indice alfabetico di sei volumi compilato nel 1630 da Agostino Veneno. Il De Blasi utilizzò i dati raccolti direttamente dalle pergamene, per chiarire e puntualizzare diversi aspetti della storia del territorio salernitano al tempo della dominazione longobarda. Il suo lavoro, reso noto attraverso relazioni alle accademie napoletane e articoli pubblicati su vari periodici, sollevò alcune critiche, talora aspre (in particolare si segnalarono in questo Giuseppe Cestari, A. Di Meo e F. A. Ventimiglia), cui egli replicò dimostrando la correttezza metodologica delle sue ricerche. Sulle donazioni di Ruggero Sanseverino ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi agli anni intorno al 1113, riferendosi a Ruggero Sanseverino racconta che: “….Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117).. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Infatti, su queste cose, anche sulla scorte del De Blasi (…), ha scritto il Di Meo (…), nei suoi “Annali etc…”. Matteo Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio ecc…”.

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(Fig….) Di Meo (…), ‘Annali etc…’, op. cit., tomo IX, p. 295

Un altro autore che ha scritto sulle antiche donazioni e privilegi conservati negli Archivi dell’Abbazia di Cava dè Tirreni è stato Carlo Alberto Garufi (…) nel suo saggio ‘Sullo strumento notarile nel salernitano nello scorcio del secolo XI’, stà in Archivio Storico Italiano, serie V, 1910, vedi da p. 291 e s. Il Garufi esamina alcuni atti e privilegi conservati all’Abbazia di Cava, otto documenti risalenti a non prima dell’anno 1076. Riguardo il Ruggiero Sanseverino (che come abbiamo visto l’Antonini gli attribuisce una donazione all’Abbazia di S. Maria di Centola), ha scritto Enrico Cuozzo (…), nel suo “Normanni nobiltà e cavalleria”, ed. Gentile, dove a p. 129, in proposito scriveva che: “Giovanni ha sei figli: Giovanni, suddiacono di S. Matteo, che muore nel giugno 1189 (107); Itta sposa di un importante esponente della feudalità salernitana del Regno di Sicilia, cioè Ruggiero figlio di Torgisio di S. Severino (108); ecc…”. Il Cuozzo a p. 129 nella sua nota (108) postillava che: “(108) M. De’ Santis, Memorie delle Famiglie nocerine, II, Napoli 1893, p. 408.”. Riguardo le antiche donazioni di Ruggero Sanseverino, Matteo Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19;…..”. Infatti, il testo dell’antico manoscritto redatto nel XII secolo dall’Abate Ugo da Venosa (o Hugone abbate Venusino),Vitae quatuor priorum abbatum cavensium Alferii, Leonis, Petri et Costabilis, pubblicato nel 1941 da Leone Mattei Cerasoli (…), troviamo nella “Vita di S. Petri” (la vita di S. Pietro), a pp….. parla del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino:

(Fig….) Mattei-Cerasoli Leone, op. cit., pp. 21-22 (corrisponde al f. 19 del Ms.)

Riguardo le donazioni di Ruggero Sanseverino, Leone Mattei Cerasoli a p. 21, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ruggiero di S. Severino, figlio del Normanno Turgisio, compagno di Roberto Guiscardo, come si vede da questa narrazione, fu prima ostile ai monaci di Cava, che avevano possedimenti a confine coi suoi a Roccapiemonte e nel Cilento, forse perchè donati loro dal padre suo, divenne poi col fratello Turgisio uno dei grandi benefattori dei cavensi ben otto diplomi essi concedettero a S. Pietro dall’anno 1081 all’anno 1121 per chiese di S. Maria in Roccapiemonte e S. Lucia in Montoro, vassalli e terre nel Cilento, parte del casale di Selofone e S. Marco Cilento (A.C.B., n. 17, 22, 28, D. 38, E. 23, 26, 33, F. 18).”. Dunque, Leone Mattei Cerasoli citava 7 donazioni conservate nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dè Tirreni. Leone Mattei Cerasoli, sulla scorta del Ricca (…) scriveva pure che: “Nel 1111 Ruggero fu presente, nel luogo detto Cammerelle, al confine tra Cava e Nocera, a una riunione voluta dal Duca Ruggiero, in cui alla presenza pure di Sergio, Principe di Sorrento, Riccardo Conte di Sarno, Guglielmo di Angerio, venivano riconosciuti da Giordano II, principe di Capua, a S. Pietro, che era accompagnato dal priore Gaidelato e monaci, i possessi del castello di S. Adiutore di Cava, e le terre avute in feudo a Roccapiemonte, con garanzie di rispetto (v. l’elenco di questi documenti e il testo di alcuni in Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”Dunque, Leone Mattei Cerasoli (…), nella traduzione e pubblicazione del testo medioevale dell’antico manoscritto del ‘Venusino’ (Ugo da Venosa) che racconta della vita di S. Pietro Pappacarbone Abate dell’Abazia di Cava dè Tirreni, postillava di Ruggiero I Sanseverino figlio di Turgisio il Normanno, compagno di Roberto il Guiscardo, scrivendo pure che egli fece diverse donazioni all’Abate di Cava dè Tirreni Pietro Pappacarbone, di cui una ne parla l’Antonini dicendo essere stata fatta da Ruggero nell’anno 1086 al monastero di S. Maria di Centola. Leone Mattei Cerasoli, per queste donazioni dice essere state otto e cita due testi, ovvero quelli di “Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”. Dunque, il testo di Erasmo Ricca (…), ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, p. 13 e 19 e il testo di Portanova G., ‘Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924. Erasmo Ricca (…), nel suo ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, in cui discorre dell’origine della famiglia Filangieri e dei Sanseverino, a p. 10 trascrive 8 delle 10 donazioni di Ruggero Sanseverino figlio di Turgisio (…):

Ricco E., p. 10

Ruggero Sanseverino fu vicino politicamente alla stirpe dei principi longobardi, sposò in data imprecisata Sica (o Sicarda), figlia del conte Landolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV, dalla quale ebbe almeno quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo. Ebbe inoltre un figlio naturale, Tancredi, e un figliastro, Roberto. La storia dei Sanseverino di queste prime generazioni è, del resto, soprattutto legata alle vicende del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni e queste relazioni sono meglio documentate. Ruggero fece al cenobio numerose donazioni. Il Cappelli (…), a p. 23, in proposito scriveva che: “…, mentre da un documento del 1017 transuntato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria de Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli (…), a p…., nella sua nota (41) postillava che: “(41) ‘Codex Diplomaticus Cavensis, IV, p. 122; VI, p. 18. Ecc..”. E’ proprio in questo testo a stampa compilato dagli ultimi abati della SS. Trinità della Cava dè Tirreni che si trovano trascritti i sei privilegi a cui si riferiva il Gatta (…), e forse troviamo pure quello del 1086 citato dal barone Antonini. Sempre su questi privilegi e donazioni fatte da Duchi Normanni ha scritto Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio “Organizzazione dello spazio e vicende di popolamento” a p. 51 nel vol. II in “Storia del Vallo di Diano”. Vitolo in proposito cita la “donazione di Asclettino del 1086, alla quale intervenne come testimone suo cognato Guaimario, figlio di Pandolfo e nipote del principe Guaimario IV (V) (46)”. Vitolo a p. 51 nella sua nota (46) postillava che: “(46) V. Bracco, Polla, cit., p. 761”. Giovanni Vitolo (…) cita la stessa donazione dell’anno 1086 in un altro suo passo. Vitolo a p. 146, dove scriveva che: “La serie delle donazioni iniziò nel maggio del 1086, quando Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e la moglie Sikelgaita, figlia di Pandolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV (V), donarono il monastero di S. Pietro e la chiesa di S. Caterina di Polla (93)……Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di montesano, donati da Ugo ‘de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Ecc…”.

Riguardo la notizia della donazione di Ruggero Sanseverino, alcune notizie storiche sono state riferite anche da Lucido Di Stefano (….), nel suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro III, a p. 132, in proposito scriveva pure che: “Quale sia stato questo Castello di Sanseverino, che possedé esso Ruggiero, come erede di Tergisio suo Padre, si ricava dagli Atti manoscritti di San Pietro Pappacarbone, che si conservano nell’illustre Archivio de’ PP. Cassinesi della Cava. Di fatto negli Atti suddetti leggesi, che nell’XI secolo, possedendosi il Castello di Sanseverino da un Ruggiero, il quale molestando i Coloni del Monistero dell’Ordine di San Benedetto, e residendo il Santo Abbate nel Monistero detto di Sant’Arcangelo nel Cilento, e che rattrovandosi Ruggiero ‘longe a prefato Monasterio, solarium domus ejus cecidit (cioè della sua Casa in detto Castello), atque ejus filium parvum extinxit; e come crede D. Pasquale Magnoni nella sua ‘Lettera critica’ scritta a detto Signor Barone su i suoi ‘Discorsi della Lucania’ che i Coloni suddetti stati fussero de’ territorj del Monistero delle Celle vicino detto Castello di Sanseverino, fossi soggetto a quello di Sant’Arcangelo di Perdifumo, che io credo piuttosto territorio allora di Sanseverino. *** Credo ancora, che delli Coloni non erano de’ territorj del monistero delle Celle, ma di quelli dello stesso monistero di Sant’Arcangelo, siti nel Cilento, perche esso Ruggiero, per quello dirò, che era Signore del Cilento; *** onde poi Ruggiero, pensando, che tal avversità, accaduta gli fusse per l’ingiusti maltrattamenti a’ descritti Coloni fatti, morta la moglie fecesi Religioso nello stesso Monistero di S. Maria di Centola, alcuni beni, siti in quel territorio, cioè ‘Curiem’ *** (‘Curtis’ in tempo de’ Longobardi significava Villa. Credio Pellegrino in Ducatu Benevent. in Provinc. distribut. presso l’Antonini, pag. 548, Not. 2) *** “unam prope flumen, et vadum in loco plano. Item possessionem glandiferam nomine Murici, quae incipit a flumine, et vadit Serra Serra per Cellam” (questa ubbidienza, o piccolo Monistero era in territorio di Sanseverino suddetto) ‘ad pedem Bulgariae’, come dalla Scrittura degli stessi Antonini, e Magnoni riferita.”. Il Di Stefano che fu Governatore di Centola citava l’Antonini da cui traeva la notizia. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 548 parlando della città di Acerenza scriveva: “fu di questa Città da’ Longobardi fatto un Gastaldato (2), che vuol dire una Signoria etc…”. L’Antonini, a p. 548, nella nota (I) postillava:  “(2) Vari significati questa Longobarda parola ebbe,…….e fattori dei Regi poderi: e, perciò Camillo Pellegrino in Ducat. Benevent. in Provinc. distribut. scrive: etc…”. Qui l’Antonini disserta sulla parola ‘Curtis’ (Villa) mi sembra ma, la frase “unam prope flumen, et vadum in loco plano. Item possessionem glandiferam nomine Murici, quae incipit a flumine, et vadit Serra Serra per Cellam ad pedem Bulgariae” che significa “uno vicino al fiume e un guado in un luogo pianeggiante. Anche una proprietà ghiandolare chiamata Murici, che parte dal fiume e attraversa Serra Serra attraverso Cella fino ai piedi della Bulgaria”, è citata altrove ed è citata anche nella Lettera del Signor Magnoni all’Antonini.

Nel 1086, il vasto bosco di quercie detto “Maurici” donato all’Abbazia di S. Maria di Centola da Ruggero Sanseverino che, nel 1305 diventa patrimonio della Commenda di S. Spirito a Roccagloriosa 

Romaniello Agatangelo (…..) a p. 42 del suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia” parlando di Roccagloriosa e del de Caro, scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71).”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, secondo l’Agatangelo, la Commenda con priorato di S. Spirito a Roccagloriosa, fondata da Noardo di o de Caro nel 1305, fu dotata di un “esteso patrimonio con bosco, detto Maurici”, che aveva un’estensione di 400 tomoli di terreno e si trovava al di là del fiume Mingardo. Questo vasto territorio anche boschivo, non si trovava a Roccagloriosa ma si trovava “al di là del fiume Mingardo”. Su questa vasta tenuta in parte boschiva detta “Maurici”. Il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’antico documento del 1086 Ruggero Sanseverino donò “al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Traducendo il passo in latino citato dall’Antonini, Ruggero Sanseverino donava “un cortile vicino a un fiume e una bassa in un terreno pianeggiante. Possedimento anche di ghiande di nome Murici, che inizia presso il fiume e corre lungo la Serra Serra ai piedi delle Cellas bulgare”. Dunque, si tratta della vasta tenuto allodiale detta “Maurici” o “Murice” che non si trovava a Roccagloriosa, ma essa doveva essere non molto distante dall’Abbazia di S. Maria di Centola. Questa tenuta in parte boschiva doveva essere “al di là del Mingardo” e comunque alle pendici del monte Bulgheria “quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae”. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”, Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e riferendosi proprio alla donazione citata dall’Antonini, in proposito scriveva che: La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, il Barra, sebbene scrivesse che: “più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, località donata e citata nel documento del 1086 citato dall’Antonini, il Barra aggiunge che: “Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, secondo il Barra, la vasta tenuta di “Maurici” donata all’Abbazia di Centola si trovava nel territorio del Comune di Futani. Un bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”. Su questo bosco di quercie tra Futani e Poderia, sempre il Barra, a p. 73, in proposito scriveva che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”.

Sul ‘diritto di patronato’ dei Sanseverino sull’omonima Baronia

Altra interessante notizia riferita dal Barra e già citata dall’Ebner,  è quella che scrive a p. 73 intorno a S. Maria di Centola, ovvero che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”. Ecco cosa scriveva Marco Antonio De Morra (…) dei casali di Centola e Forio, nel suo ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 70:

Morra, p. 71

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che secondo l’Antonini (…): L’Antonini scrisse perciò che Centola, Foria e Poderia, erano tenuti a versare ai Sanseverino di Sanseverino di Camerota, un tributo annuo di per la bagliva (9)”. Dunque l’Ebner, nella sua nota (9), postillava che:  “(9) Negli Atti dei creditori di Antonio Caracciolo, signore di Pisciotta, e di Molpa, si leggeva in una relazione che il feudatario era tenuto a offrire il 15 agosto di ogni anno un pranzo ai sacerdoti di Pisciotta, al quale doveva essere invitato anche il governatore del Castello di S. Severino, il quale doveva “sedere nel primo luogo, tenendo il suo cane a piedi, a il quale quale dovesse anche darsi tutto a mangiare”.”.

Nel 1112, SICA, figlia di Pandolfo di Capaccio sposò Ruggero I Sanseverino, figlio di Turgisio Jr. o II

Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX.[3] Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita.[4] C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Ascittino di Sicigiano[5] e Ruggero di San Severino. Potrebbe aver avuto un precedente matrimonio con Goffredo di Medania (6). Però questa cosa non è proprio ciò che leggiamo da altre fonti. In primo luogo Ruggero I Sanseverino pare abbia sposato Sirca, ultimogenita di Pandolfo di Capaccio e sorella di Sichelgaita. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero I Sanseverino, avesse sposato Sichelgaita e non Sica. Pandolfo di Capaccio morì nel 1052, in occasione della congiura contro Guaimario. Pandolfo fu assassinato insieme a suo fratello Guaimario IV nel giugno 1052 (la data esatta è riportata come 2, 3 o 4 giugno, a seconda della fonte). Furono vittime di una congiura della cavalleria salernitana, provocata dai conti di Teano, a favore di Pandolfo III (10). In Wikipedia, nella nota (2) si postillava: (2) Joanna H. Drell, Kinship and Conquest: Family Strategies in the Principality of Salerno During the Norman Period, 1077–1194 (Ithaca: Cornell University Press, 2002). Riguardo la discendenza di questo nobile longobardo ed in particolare della sua ultima sua figlia, che in Wikipedia è chiamata “Sichelgaita” “e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita.[4] C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Ascittino di Sicigiano[5] e Ruggero di San Severino”. In Wikipedia nella nota (4) postillava che: “(4) For a family tree, see Drell, pp. 218–19”, Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 130, in proposito scriveva che: “Erede della circoscrizione di Cilento fu Ruggiero I, figlio di Torgisio II, che è elencato fra i testimoni della conferma del 1114, fatta dall’omonimo zio Ruggiero; egli sposò Sica, figlia di Pandolfo conte di Capaccio (1), dalla quale ebbe Enrico I, ecc…”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (1) postillava: “(1) Vedi p. 135”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 134, in un suo schema sulla contea di Capaccio pone tra le ultime figlie di “Pandolfo, conte di Capaccio (1034? – 1052)”, oltre alla citata Sichelgaita anche l’ultimo genita “SICA, sposa di Ruggiero Sanseverino (morto prima del 1112).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 135 scriveva che: “Le terre appartenute alla circoscrizione di Lucania e poste a sud del Solofrone, ad eccezione di quelle che nel frattempo erano state assorbite dall’Actus Cilenti, in parte rimasero di proprietà dei discendenti di Pandolfo, come dimostra, fra le altre, la summenzionata donazione del 1137, in parte confluirono anch’esse nella successiva formazione della baronia di Cilento, probabilmente come dote di una delle figlie del primo conte di Capaccio, Sica, andata in isposa a Ruggiero Sanseverino, signore di Cilento (1).”. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (1) postillava che: “(1) Vedi p. 130.”. Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali critico diplomatici del Regno di Napoli della mezzana Età”, vol. IX, p. 278, in proposito scriveva che: Pietro Ebner (…..), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 348, nella sua nota (8) postillava che: “(8) …..Un’altra figliuola di Pandolfo di Capaccio, Sica, aveva sposato Ruggiero, figlio di Troisio di Rota (Sanseverino). Cfr. nella mia ‘Storia’, cit., la Tavola a p. 345 (per errore tipografico manca Sica, poi moglie di Ruggiero).”. Infatti, Ebner, nello schema citato a p. 245 della sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, subito a seguire Schelgaita, pone “Berta” come figlia di Pandolfo di Capaccio e di sua moglie Gaitelgrima. Un’altra delle stranezze che non si riesce a capire come mai Ebner o Cantalupo facciano confusione su Ruggero I Sanseverino, figlio di Turgisio II ed il Ruggero di Sanseverino, fratello di Turgisio II e figli entrambi di Turgisio normanno o Turgisio di Rota.

Nel 1114, RUGGERO I SANSEVERINO, figlio di Turgisio II Sanseverino o Torgisio Jr

Da Wikipedia leggiamo che nel 1081 Turgisio morì e gli succedette nel feudo di Sanseverino il primogenito Ruggero, che sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 130, parlando della “Actus Cilenti, poi Baronia di Cilento” continuando scriveva che: “Erede della circoscrizione di Cilento fu Ruggiero I, figlio di Turgisio II, che è elencato fra i testimoni della conferma del 1114, fatta dall’omonimo zio Ruggiero; egli sposò Sica, figlia di Pandolfo conte di Capaccio (1), dalla quale ebbe Enrico I Sanseverino, che gli successe nei feudi di Sanseverino e di Cilento quando, nel 1121, decise di farsi monaco a Cava (2).”. Dunque, il Cantalupo scriveva che Ruggero I Sanseverino era figlio di Turgisio Jr. (Turgisio II) e sposò Sica, figlia di Pandolfo, conte di Capaccio. Erasmo Ricca (…), nel suo ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, in cui discorre dell’origine della famiglia Filangieri e dei Sanseverino, a p. 8, in proposito scriveva che: “Il mentovato Turgisio, che fu altresì valoroso Capitano, e militò seguendo le bandiere di Roberto il Guiscardo, ebbe da quest’ultimo in dono il castello di Sanseverino, donde presero il cognome i suoi figliuoli a nome Ruggiero, Silvano e Turgisio 2°. Adunque le cospicue famiglie Filangieri e Sanseverino hanno origine da’ due fratelli e Cavalieri Normanni Angerio e Turgisio (4).”. Dunque Erasmo Ricca sostiene l’origine dei Sanseverino di Turgisio fratello di Angerio. Turgisio il Normanno ebbe tre figli: Ruggero, Silvano e Turgisio II. Come vedremo Turgisio II avrà il figlio che noi abbiamo chiamato Ruggero II Sanseverino.  

Ricca Erasmo, p. 387 sullalbero geneologico dei Filangieri

Enrico Cuozzo (…), nel suo “Normanni nobiltà e cavalleria”, ed. Gentile, dove a p. 129, in proposito scriveva che: “Giovanni ha sei figli: Giovanni, suddiacono di S. Matteo, che muore nel giugno 1189 (107); Itta sposa di un importante esponente della feudalità salernitana del Regno di Sicilia, cioè Ruggiero figlio di Torgisio di S. Severino (108); ecc…”. Il Cuozzo a p. 129 nella sua nota (108) postillava che: “(108) M. De’ Santis, Memorie delle Famiglie nocerine, II, Napoli 1893, p. 408.”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 115-116-117, e riferendosi a quando Ruggiero Sanseverino aveva già incontrato S. Pietro Pappacarbone e si era già in parte convertito, racconta che: A Torgisio iuniore successe nel contado di Sanseverino e nella baronia del Cilento il figliuolo Ruggero Sanseverino. Ecc..”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo – Annali, vol. 9°, pag. 278″. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 115-116-117 parlando di Ruggero I Sanseverino racconta che: A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Dunque, Ruggero I Sanseverino, figlio di Turgisio II sposò Sica, figlia di Pandolfo, secondogenito di Guaimario principe di Salerno e conte di Capaccio. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” che a pp. 116-117, racconta che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Dunque, Matteo Mazziotti, parlando di Ruggiero Sanseverino, scriveva che egli dopo la sua morte, gli successe il figlio Arrigo. Mazziotti dice pure che Ruggiero Sanseverino era sposato con Sica, figlia di Pandolfo, secondogenito del principe Longobardo di Salerno Guaimario. Da Sica, Ruggiero Sanseverino ebbe Arrigo che gli successe dopo la sua morte. Il Mazziotti (…), a p. 117, scriveva sui Sanseverino che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” che a pp. 116-117, racconta che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Il Cantalupo, a p. 130 scriveva che Ruggero I Sanseverino, figlio di Turgisio II Sanseverino sposò Sica, figlia di Pandolfo, conte di Capaccio e, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Vedi p. 135”. Il Cantalupo riguardo questo luogo non si riferisce a Castel Ruggiero vicino Policastro ma si riferisce a Castellabate. Il Cantalupo, a p. 130, nella nota (2) postillava: “(2) Il Guillaume, (op. cit., p. 91) riporta un documento redatto in tale circostanza: ‘Rogerius….pro anima domine Sicae dilecte quondam coniugis nostre, quond. dom. Pandulfi, filii dom. Guaimari principis Salerni….(a. 1121; ABC, Arca Magg., F. 18, doc. VI).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 135 scriveva che: “Le terre appartenute alla circoscrizione di Lucania e poste a sud del Solofrone, ad eccezione di quelle che nel frattempo erano state assorbite dall’Actus Cilenti, in parte rimasero di proprietà dei discendenti di Pandolfo, come dimostra, fra le altre, la summenzionata donazione del 1137, in parte confluirono anch’esse nella successiva formazione della baronia di Cilento, probabilmente come dote di una delle figlie del primo conte di Capaccio, Sica, andata in isposa a Ruggiero Sanseverino, signore di Cilento (1).”. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (1) postillava che: “(1) Vedi p. 130.”. Dunque, il Cantalupo scrive che dal documento conservato all’Abbazia di Cava de Tirreni e pubblicato dal Guillaume si evince che Ruggero (I) di Sanseverino figlio di Turgisio (II) di Sanseverino, nel …….sposò Sica, figlia del conte longobardo Landolfo e quindi nipote del principe di Salerno Guaimario IV. Infatti, da Wikipedia leggiamo che Ruggero (I) Sanseverino sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno principe di Salerno, e figlia del conte Landolfo. Secondo le fonti ebbero non meno di quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo. Inoltre vi fu un figlio naturale, Tancredi e uno illegittimo, Roberto. Il Cantalupo lo chiama “Pandolfo” e in Wikipedia è detto Landolfo. Sica, la sposa di Ruggero era figlia di Pandolfo o Landolfo, fratello di Guaimario IV. Landolfo o Pandulfi era conte di Capaccio. Il Cantalupo, a p. 130, nella nota (1) postillava che: “(1) Vedi p. 135.”.  Il Cantalupo, a p. 135, ci parla della “Contea di Capaccio” e delle parentele con “Gisulfo de Mannia”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 129, nel suo schema “DIscendenza dei Sanseverino”, subito dopo aver detto di “TORGISIO Normanno signore di Rota” egli mette i suoi tre figli: “TORGISIO II, signore di Sanseverino, Montemiletto e Cilento (a. 1113)”; “RUGGIERO di Sanseverino, signore di Cilento (1110-1114)” e “SILVANO”. Da “TORGISIO II”, fa discendere il suoi due figli: “RUGGIERO I, signore di Sanseverino e Cilento (1114-1121)”, “ENRICO I, signore di Sanseverino, barone del Cilento (1125-1141)” e “GUGLIELMO I, signore di Sanseverino e Montoro, barone del Cilento, gran giustiziere e comestabile (1186-1187 e Catal. Baron.)”. Dunque, da questo schema possiamo vedere anche la successione temporale. Dunque, il Cantalupo, in questo suo schema, nella successione temporale ai feudatari del Cilento, dopo Ruggero Sanseverino, pone il figlio primogenito di Turgisio II Sanseverino, ovvero Ruggero I Sanseverino tra l’anno 1114 e l’anno 1121. Dunque, Ruggero I Sanseverino fu signore di Sanseverino e di Cilento all’epoca di Guglielmo I d’Altavilla. Saverio Gatta, figlio di Costantino (…), nel 17….., pubblicò ‘Memorie Istoriche sulla Lucania’, opera postuma del padre Costantino Gatta (….), che sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), ci da alcune interessanti notizie in merito. Ecco cosa scrive in proposito, Saverio Gatta che ripubblicò le ‘Memorie sulla Lucania’ del padre Costantino (…), a p. 149, sui Sanseverino:

Gatta, p. 149

(Figg….) Gatta (…), pp. 149 e 150, in cui si parla delle origini dei Sanseverino

Il Gatta (…), sulla scorta della Chronaca di Leone Ostiense Marsicano (…), “Vite dei Beati Abati del Monistero della Santissima Trinità della Cava” (…), scrive che: “Da Turgisio Primo Conte di Sanseverino nacque Rugiero, che sposò Sirca, figlia di Pandolfo, secondogenito di Guaimario, già Principe di Salerno del sangue Longobardo, procreò Errigo. E ritiratosi il menzionato Rugiero in Montecassino a menare vita Monastica, ove visse e morì santamente…”. Ruggero legò la storia della propria famiglia ai monaci della Santissima Trinità di Cava dè Tirreni, a cui cedette più volte appezzamenti di feudi e terre, senza esimersi da concedere favori signorili. Prima donazione è stata la chiesa di Santa Maria di Roccapiemonte, avvenuta nel 1081, e di sette terreni annessi, nel 1083. Nel 1111, difese il monastero di Cava dalle pretese di Giordano II, conte di Nocera, che ne rivendicava le donazioni fatte in precedenza: entrambi si confrontarono in un’assemblea organizzata dal duca Ruggero Borsa. Il rapporto con i monaci cavesi fu tuttavia contraddittorio. Infatti lo accusarono più volte di maltrattamenti e molestie anche morali ai propri coloni. L’intervento di mediazione dell’abate Pietro calmò le acque e nel 1114, a Ruggero fu affidata la custodia del castello di Sant’Auditore. Nel 1116, dopo aver donato al monastero il casale di Selefone del Cilento, gli concesse una parte del monastero di San Giorgio, dopo ulteriori proteste. Secondo la tradizione, poco dopo il giugno del 1121, Sanseverino decise, dopo quarant’anni di rapporti religiosi, di spogliarsi dei suoi beni, prendendo l’abito monastico proprio a Cava, dove morì nel 1125. Il “De Meo” di Ebner (…), è Di Meo (…). infatti, il Di Meo, scriveva in proposito:

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(Figg…) Di Meo (…), vol. IX, p. 295

Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (2), postillava a riguardo: “De Meo, ‘Annali’, anno 9, p. 294”. Il “De Meo” di Ebner (…), è Di Meo (…). infatti, il Di Meo, scriveva in proposito: “………………Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio ecc…”.

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Oltre a queste notizie su Ruggero I Sanseverino conosciamo anche un’altra interessante notizia che riguarda una donazione del 1086, di Ruggero I Sanseverino all’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387) parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. L’Antonini (…) distingue i Sanseverino di Cilento, che avrebbero preso il nome dal villaggio di S. Severino di Camerota, ora di Centola, dai Sanseverino di S. Severino Rota. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua opera scrivendo del piccolo borgo medioevale di San Severino e del suo munito e fortissimo castello, voleva che ivi fossero i natali di uno dei primi rampolli di uno dei rami della nobilissima famiglia dei Sanseverino.

(Fig….) Antonini, op. cit., p. 347-348

L’Antonini (…), in proposito scriveva che: “Devesi inoltre sapere, che questo Sanseverino (diciamo pure di Cilento), era capo di molti paesi d’intorno, a segno che anche oggi il Baron della Terra esigge da Centola, dalla Foria, e dalla Poderia un’annua contribuzione a titolo di ‘Bagliva’, indubitato segno dell’antica soggezione (I), e dipendenza. Quell’ormai ruinato Castello fa ancor vedere, che non poteva esser fatto, che per Uomini di sommo conto. In questo luogo, e non in Perdifumo, come malamente scrive il Toppi, nacque Vincenzo di Vita, Barone della stessa Terra, e patrizio di Ravello, vicino Amalfi, ecc…”. L’Antonini, della Parte II, del Discorso III (non nel IV), a p. 279, scriveva pure e, riferendosi a Pietro Pappacarbone ed ad un suo  miracolo, in proposito scriveva che: “DISCORSO TERZO, p. 279. Fu questo Uomo di Dio verso l’anno (I) MLXXIX a preghiere di Gisulfo Principe di Salerno fatto primo vescovo di Policastro. Prima di questo tempo, essendo egli Monaco e Abbate Benedettino, se ne stava ritirato nel Monistero di S. Arcangelo, ‘quod in territorio Cilenti situm est’. Ma queste parole niente provarebbero se non avessimo una particolar dimostrazione del luogo nella leggenda medesima. Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri, questi, secondo la detestabile generale usanza di quei tempi, abusandosi di sua potenza, continuamente molestava i coloni, del vicino Monistero, e con tale occasione si narra un miracolo accaduto in persona del tenero figliolo di Ruggieri, per opra dello stesso Abate, onde finalmente quello a Dio convertito, nel medesimo Monistero Religioso si fece. Or S. Severino, e il suo Castello, che ancora oggi è in piedi, si sa essere dove va a finire il lungo piano, che comincia dalla Rocca gloriosa dove il fiume Menicardo, o Mengardo, entrando fra strettissime balze non si può, che con orrore da sopra il Castello guardare, ed è dall’Oriente di là dall’Alento quasi venti miglia. Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il teritorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; e se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. Se adunque chiamavasi ‘Cilento’ un luogo posto fuor del corso dell’Alento, non può per conseguenza esser vero, ecc…”. Dunque, l’Antonini cita il racconto del Venusino e del miracolo di S. Pietro Pappacarbone scrivendo che “Fu questo Uomo di Dio verso l’anno (I) MLXXIX a preghiere di Gisulfo Principe di Salerno fatto primo vescovo di Policastro. Prima di questo tempo, essendo egli Monaco e Abbate Benedettino, se ne stava ritirato nel Monistero di S. Arcangelo ecc…”. Dunque, secondo l’Antonini il miracolo avvenne prima dell’anno 1079. L’Antonini (…), nella sua opera scrivendo del piccolo borgo medioevale di San Severino e del suo munito e fortissimo castello, voleva che ivi fossero i natali di uno dei primi rampolli di uno dei rami della nobilissima famiglia dei Sanseverino: Ruggero Sanseverino e forse pure del padre Torgisio o Troisio. Ai fatti raccontati dall’Antonini si ricollega anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi agli anni intorno al 1113, racconta che: VII. A Torgisio iuniore successe nel contado di Sanseverino e nella baronia del Cilento il figliuolo Ruggiero Sanseverino. Questi nella sua giovinezza, poco rispettoso della chiesa, molestava continuamente i vassalli del monastero di S. Michele Arcangelo di Perdifumo. Narra la leggenda che l’abate Pietro di Pappacarbone, avutane notizia, battendo la terra col bastone invocò l’aiuto di S. Michele ed a tale invocazione cadde un solaio dalla casa uccidendo un figliuolo di Ruggiero (2). Avido, al pari del suo antenato, di dominio e di possessi volendo qualche anno dopo impadronirsi di un fertile terreno appartenente alla Badia vi si recò con buona scorta di armati e ne scacciò i contadini che lo coltivavano. L’abate di Cava, lo stesso Pietro di Pappacarbone, si recò allora sul luogo con alcuni monaci intonando pietose preghiere. Alla vista dell’uomo venerando e dei buoni religiosi Ruggiero si commosse e sceso da cavallo, si prostrò ai piedi dell’abate e gli restituì spontaneamente le terre usurpate (1)(p. 117). Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117). Il suo zelo religioso lo indusse nei tardi anni a rinunziare al mondo facendosi monaco nello stesso monastero di Cava (3).”. Il Mazziotti (…), a p. 115, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Pubblicato dal Ventimiglia. ‘App., pag. 22.”. Il Mazziotti (…), a p. 115, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Idem, pag. XXIII.”. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ‘Notizie storiche’, pag. 59″. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo – Annali, anno 9°, pag. 294.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro’, fol. 19; Muratore, tom. 6°, pag. 222, citati dal Guillaume”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo – Annali, anno 9°, pag. 294″. L’Antonini, scrivendo a p. 279 che: “Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri…”, si riferiva alle precedenti sue pagine della cap. III, precisamente a p. 278, quando parlando di S. Pietro Pappacarbone scriveva che: “E perchè venga meglio ciò provato, riferiremo un fatto riprovato dagli ‘Atti manoscritti di S. Pietro Pappacarbone’, che sono presso à PP. della Trinità della Cava, e stampati dall’Ughellio’ con qualche picciol variazione nei ‘Vescovadi d’Italia’”. Dunque, l’Antonini riferisce la leggenda del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino traendone la notizia dal testo pubblicato dall’Ughelli (…): “Atti manoscritti di S. Pietro Pappacarbone”. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19; Muratori, tomo 6°, pagg. 222 citati dal Guillaume.”. Mazziotti Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Guillaume, pag. 90, in una nota riporta le fonti da cui è desunta tale notizia. Il Giordano ecc…”. Il testo a cui si riferisce l’Antonini è stato pubblicato e rivisto da Paul Guillaume (…), recentemente ristampato da Emilia Anna Gemma Ruocco (…). Dell’antica donazione e della questione ha scritto Paul Guillaume (…), nel suo “Essai historique sur l’abbaye de Cava”, pubblicato a Cava de Tirreni, nel 1877, si veda pp. 90-91. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19;…..”. Infatti, il testo dell’antico manoscritto redatto nel XII secolo dall’Abate Ugo da Venosa (o Hugone abbate Venusino),Vitae quatuor priorum abbatum cavensium Alferii, Leonis, Petri et Costabilis, pubblicato nel 1941 da Leone Mattei Cerasoli (…), troviamo nella “Vita di S. Petri” (la vita di S. Pietro), a pp….. parla del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino. Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (366) postillava che: “(366) Della famiglia patrizia napoletana. Una delle sette famiglie del Regno di Napoli, la più potente, e d’Italia la più illustre. Doveva essere un discendente del capostipite Turgisio, venuto nel 1045 al seguito dii Roberto il Guiscardo, che gli diede in feudo il castello di Sanseverino presso Salerno, donde la denominazione. C’è chi sostiene che prese il nome dal castello di San Severino presso il Mingardo, oggi frazione di Centola.”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (367) postillava che: “(367) La donazione fatta alla Badia di Centola è una dimostrazione chiara della sua importanza e vitalità che rivestiva nell’anno mille, non come badia benedettina, bensì basiliana. Le donazioni di estensioni terriere generalmente erano fatte a favore di badie, che esercitavano un ruolo sociale, soprattutto nel campo assistenziale e promozionale. Diversamente non si spiegherebbe il perchè della badia, al dire di don Baldassarre, di “grandioso edificio religioso”, che assurse a rango di diocesi.”. Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 385 del vol. I parlando del monastero di Sant’Arcangelo di Perdifumo e della vita di S. Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva che: “Esso fu poi visitato più volte dal S. abate Pietro che a Sant’Arcangelo, nominò priori, ecc…, ebbe donazioni (31).”. Ebner a p. 385, nella sua nota (31) e riferendosi al Venusino postillava che: “(31) Narra il Venusino che,……Ma già Ruggiero era stato punito nella vita del figlio, perchè contemporaneamente nel suo castello un pavimento sprofondava travolgendo tra le macerie il figliuoletto, uccidendolo. Ruggiero, figliuolo di Torgisio il Normanno, signore di Sanseverino, S. Giorgio, Montoro e Montemiletto a dire del VENEREO, ‘Diction.’ ms., VI, 73, ne fu talmente colpito che nel 1122, sotto il quarto santo abate cavense (S. Costabile), vestì l’abito monastico.”. Sul “Venereo” sempre l’Ebner a p. 386 scriveva che: “quando papa Urbano VIII, a premiare il grande archivista cavense, il napoletano P. Agostino Venereo (34), per aver ordinato in modo esemplare gli Archivi della Congregazione cassinese di Roma, ecc…”. Ebner, a p. 386, nella nota (34) postillava che: “(34) P. Agostino Venereo, nato a Napoli nel 1573, pronunziò i voti il 12 settembre 1595. Nel ‘Codice’, n. 29 (f 313) è detto etc…”. Erasmo Ricca (…), nel suo ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, in cui discorre dell’origine della famiglia Filangieri e dei Sanseverino, a p. 10 trascrive 8 delle 10 donazioni di Ruggero Sanseverino figlio di Turgisio (…): 

Ricco E., p. 10

Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio “Organizzazione dello spazio e vicende di popolamento” a p. 51 nel vol. II in “Storia del Vallo di Diano”. Vitolo in proposito cita la “donazione di Asclettino del 1086, alla quale intervenne come testimone suo cognato Guaimario, figlio di Pandolfo e nipote del principe Guaimario IV (V) (46)”. Vitolo a p. 51 nella sua nota (46) postillava che: “(46) V. Bracco, Polla, cit., p. 761”. Giovanni Vitolo (…) cita la stessa donazione dell’anno 1086 in un altro suo passo. Vitolo a p. 146, dove scriveva che: “La serie delle donazioni iniziò nel maggio del 1086, quando Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e la moglie Sikelgaita, figlia di Pandolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV (V), donarono il monastero di S. Pietro e la chiesa di S. Caterina di Polla (93)……Nel novembre di quello stesso anno fu la volta dei monasteri di S. Nicola di Padula e S. Simeone di montesano, donati da Ugo ‘de Avena’ e da sua moglie Emma (94). Ecc…”.

La Greca e Di Rienzo (…), sulla scorta di Pietro Ebner (…, vedi ‘Storia di un feudo…’, p. 121), a p. 216, scrivevano in proposito che: “La prima notizia del borgo è del 1227 quando Tommaso Sanseverino lo cede alla Regia Curia in scambio della Contea di Marsico (2). E’ probabile che la sua nascita risalga al XII secolo, quando i Normanni conquistarono l’Italia meridionale scacciandone definitivamente i Bizantini. Quivi, infatti, venne fondato un castello della nobile famiglia dei Sanseverino circondato da mura turrite che lo resero inespugnabile. Il feudo comprendeva Centola, Foria e, al di là del Mingardo, Poderia.”.

Le munifiche donazioni di Ruggero Sanseverino

L’Antonini (…), riguardo il “Monistero di S. Arcangelo” ne riparla nella sua “Lucania”, Parte II, del Discorso III (non nel IV), a p. 279 ed in proposito, riferendosi a Ruggero Sanseverino scriveva che: “questi, abusandosi della sua potenza, continuamente molestava i Coloni del vicino Monistero Religioso, ……nel medesimo Monistero Religioso si fece……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso al territorio di S. Severino, nel luogo ancora detto le Celle, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e Scipione Ammirato sul principio della Famiglia Sanseverino; e se ne fa menzione in un privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Stor. Cassinese. fol. 86’.” :

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Dunque, l’Antonini (…) a p. 279 dice che: “era presso al territorio di S. Severino, nel luogo ancora detto le Celle, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, ecc..”. Dunque, l’Antonini parla di una carta vista nell’Archivio della Cava. L’Antonini si riferiva ad un privilegio (una carta) conservata negli Archivi dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dè Tirreni. Sulle munifiche donazioni di Ruggiero Sanseverino ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), Su queste cose ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi a quando Ruggiero Sanseverino aveva già incontrato S. Pietro Pappacarbone e si era già in parte convertito, racconta che: “Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117). Il suo zelo religioso lo indusse nei tardi anni a rinunziare al mondo facendosi monaco nello stesso monastero di Cava (3). A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Il “De Meo” di Ebner (…), è Di Meo (…). Infatti, il Di Meo (….), nei suoi “Annali etc…”, vol. VIII a p. 258 parlando dell’anno di Cristo 1086, in proposito scriveva che: 

Di Meo, tomo VIII, p. 258

Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio ecc…”. Riguardo le antiche donazioni di Ruggero Sanseverino all’Abate di Cava Pietro Pappacarbone, troviamo scritto su Wikipedia alla voce Ruggero I Sanseverino che:  “Codex diplomaticus Cavensis (1081-1085), a cura di C. Carlone, L. Morinelli, G. Vitolo, XI, Battipaglia 2015, pp. 55-58, 69-72, 120 s.”. Infatti, nel testo del ‘Codex diplomaticus Cavensis (1081-1085)’, a cura di C. Carlone, L. Morinelli, G. Vitolo, vol. XI, troviamo il privilegio dell’anno 1081 e il privilegio dell’anno 1082 a pp. 69-72, e a p. 120 troviamo il privilegio del 1083. Molti di questi privilegi sono stati pubblicati dallo stesso Mattei Cerasoli (…), nel suo “La Badia di Cava e i monasteri della Calabria superiore”. Riguardo i cenobi ed i monasteri nel Vallo di Diano ha scritto Hubert Houben (…), nel suo saggio sull’’L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’ (…), anche se si riferisse ai soli monasteri aggregati alla Badia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, ai monasteri cioè detti ‘Cavensi’, a p. 119, in proposito citava Montesano e scriveva che: “Rinunciamo a dare un elenco dei numerosi insediamenti cavensi nel Cilento, per le quali rimandiamo allo studio di Ebner. Per il Vallo di Diano ci limitiamo a riassumere l’elenco elaborato da Vitolo: nel maggio 1086 Asclettino, conte di Sicignano e signore di Polla, e sua moglie Sikelgaita donarono a Cava il monastero di S. Pietro di Polla e la chiesa di S. Caterina (49). Nel novembre 1086 Ugo di Avena e sua moglie Emma donarono i monasteri di S. Nicola di Padula e di S. Simeone di Montesano, ma per un motivo ignoto la donazione fu presto annullata (50). Nel 1110 Rao, castellano di Atena, e sua moglie Gaitelgrima donarono il monastero di S. Pietro di Atena, ubicato fuori il castello (51). Furono poi donati il monastero di S. Marzano presso Diano (tra il 1100 e il 1113); il monastero di S. Arsenio presso l’omonimo comune (nel 1136); le chiese di S. Nicola di Scaulano presso Diano (tra il 1116 e il 1136), di S. Pancrazio di Atena (tra il 1141 e il 1168) e di S. Maria di Matuniano presso Diano (prima del 1149) (52). Ecc..”. L’Houben nella nota (50) si riferiva alla nota (49) dove postillava che: “(49) Vitolo, Dalla pieve rurale alla chiesa ricettizia. Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa dall’Alto medioevo al Cinquecento pretridentino’, in Storia del Vallo di Diano, vol. 2, a cura di N. Cilento, Salerno, 1982, pp. 127-173, qui p. 147.”. Infatti Giovanni Vitolo (…), nel suo saggio citato da Houben, elencava tutte le donazioni dei monasteri del Vallo di Diano alla Badia di Cava dei Tirreni, alcuni dei quali interessarono proprio il casale di Montesano. Oltre alla questione fin qui trattata vi è anche un’altra questione, questa non meno secondaria. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che secondo l’Antonini (…): “L’Antonini scrisse perciò che Centola, Foria e Poderia, erano tenuti a versare ai Sanseverino di Sanseverino di Camerota, un tributo annuo di per la bagliva (9)”. Dunque l’Ebner, nella sua nota (9), postillava che:  “(9) Negli Atti dei creditori di Antonio Caracciolo, signore di Pisciotta, e di Molpa, si leggeva in una relazione che il feudatario era tenuto a offrire il 15 agosto di ogni anno un pranzo ai sacerdoti di Pisciotta, al quale doveva essere invitato anche il governatore del Castello di S. Severino, il quale doveva “sedere nel primo luogo, tenendo il suo cane a piedi, a il quale quale dovesse anche darsi tutto a mangiare”.”. Riguardo le antiche donazioni o privilegi citati dall’Antonini, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di Palinuro, nella sua nota (20) postillava che: “(20) …..A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula ecc…”.

Nell’XI secolo, il ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, dal titolo “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’, ai tempi dell’Antonini conservato dall’Abate Gascone

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, cap. V parlando delle corporazioni religiose nel Cilento, a pp. 161-162 in proposito scriveva che: “Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone. L’Archimandrita trovò nel monastero solo un abate di rito latino ed un presbitero senza più monaci. Ecc…”. L’antico documento citato dall’Antonini si è perso ?. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando di Centola e del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: “L’Antonini trascrive un brano da un inventario del monastero di S. Maria di Centola, mostratogli dall’abate commendatario Gascone e che assicura fosse nell’XI secolo, che dicono delle grotte di Palinuro (v.)(18).”. Nella sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava del codice Cryptense che contiene i verbali delle visite ai diversi Monasteri da parte del Calkeopoulos e scrive che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. LEbner (…), nello stesso testo, vol. II a p. 267 parlando di ‘Palinuro’, nella sua nota (2) postillava che: “(2)….L’Antonini (I, p. 364) ci informa di un’antica testimonianza sulla grotta delle Ossa tratta dal ‘Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola, e cioè dal polittico delle dipendenze dell’antico monastero italo-greco. Dal ms. l’Antonini trascrisse la parte che si riferiva a detta grotta. ‘Habet speluncas ecc…ecc…Il manoscritto era in possesso dell’Abate Commendatario Gascone.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – Discorsi” citò l’antichissimo documento detto ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria a Centola che, secondo l’Antonini aveva la seguente intestazione: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’. Infatti, l’Antonini (…), a p. 368, in proposito scriveva che: “Chiamansi queste grotte le ‘Grotte delle Ossa’ non solo oggi, ma fin dall’unidicesimo secolo, secondo sta notato nel ‘Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, o che sia più tosto un Inventario (conservato dal Commendatario Sig. Abate Gascone) colle seguenti parole: “Habes & speluncae, sive griptas Ossorum ad mare Molfe eu utroque latere flumini Menicardi: Alique eu illis locantur, ubi mare non est intrasmeabile, relique sunt ad nullum usum, quoniam mare occupat ostium illarum griptarum. Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur. Sed anno quarto Abbatis Joannis tempestas rupit clausuram lateritiam antiquam, que claudebat tres griptas ubi sunt tumulata ossa Romanorum, qui circa hec colfora naufragaverunt.”:

Antonini, p. 363

(Fig…) Antonini (…), op. cit., p. 364

la cui traduzione dovrebbe essere la seguente: “Anco tu hai le grotte, o le stive degli Osso al mare Molfe eu da ambo le parti del fiume Menicardi: alcune eu sono poste per esse, dove il mare non è impraticabile, il resto non serve a nulla, poiché il mare occupa l’ingresso di quelle stive. Ma al tempo dell’offerta, che il Signore ispirò al Monastero l’alto conte Rotardus, e le acque del mare non vi entrarono. Ma nel quarto anno dell’abate Giovanni, una tempesta ruppe l’antico recinto di mattoni, che chiudeva le tre torri dove sono sepolte le ossa dei Romani, che naufragarono intorno a questa colfora.”

Dunque, l’Antonini, a p. 364, riporta un brano tratto dall’antico “Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola” e, a p. 368, nella sua nota (I), in proposito postillava che: (I) Il titolo che v’è posto sul principio è questo: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’; essendo notabile, che non vi sono affatto dittonghi.”. Antonini non dice altro sull’antico Censuale. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di Palinuro, nella sua nota (20) postillava che: “(20) …..A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula ecc…”. Cos’è il Censuale di un’Abbazia ?. Dovrebbe trattarsi di una specie di Platea dei beni o un inventario: “Nota delli beni censuali in perpetuum delli monaci della congregazione benedettina di Montevergine per estinguere il censo passivo di egual somma che pagano ogni anno all’ospidale della Santissima Annunziata di Napoli”. L’Antonini, di questo Censuale scrive pure che ma fin dall’unidicesimo secolo, secondo sta notato nel ‘Censuale (I), ecc..”. L’Antonini oltre a scrivere che il Censuale era del XI secolo, scrive pure che ai suoi tempi (a. 1745 anno della sua prima edizione) esso  era (conservato dal Commendatario Sig. Abate Gascone”. L’Antonini scrive pure che il muro di mattoni che chiudeva la ‘Grotta delle Ossa’ sotto la Molpa, accadde ai tempi Sed anno quarto Abbatis Joannis tempestas rupit clausuram….”, ovvero ai tempi Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni”, da cui si deduce che il fatto raccontato avvenne ai tempi dell’Abate Giovanni. Chi era Giovanni, abate dell’abbazia benedettina di S. Maria a Centola ? Conosciamo l’anno in cui egli fu abate dell’Abbazia. Questo scriveva l’Antonini, trascrivendo un passo che riguarda la Molpa tratto dal ‘Censuale’ (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola, che lui crede piuttosto essere un Inventario e che dice essere stato conservato dall’allora Abate Gascone, Commendatario dell’Abbazia a suoi tempi ovvero nel 1745, epoca della prima edizione. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 122, in proposito scriveva che: Interessante è quello che si legge nel ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, citato dall’Antonini, che io qui riferisco tradotto: in quel seno della Molpa “vi sono delle spelonche ossia delle grotte delle ossa…a destra e a sinistra del Mingardo; alcune di esse dove il mare non giunge, sono adibite ad abitazione, le altre non servono ad alcun uso, giacchè l’onda del mare occupa la loro bocca. Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, il mare non vi penetrava. Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni una tempesta di mare ruppe l’antico muro di mattoni che chiudeva le grotte, dove sono tumulate le ossa dei romani che fecero naufragio in questo mare”. Il Cammarano (…) a p. 45, dice che il terzo abate del monastero di S. Maria a Centola fu “3) Giovanni: dall’AFL si conosce che fu abate, senza poter indicare nè l’anno e nè il suo operato. Di Lui parla l’Antonini in “La Lucania. Ebner in CBPC. scrive che “L’Antonini (I, pag. 364), ci informa di una antica testimonianza sulla Grotta delle Ossa tratta dal ‘Commemoratorium et Censuale monasterii centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola, e cioè dal polittico o registro delle dipendenze dell’antico monastero italo-greco.”. Dunque, il Cammarano a p. 45, lo chiama: “Polittico o registro delle dipendenze” dell’antico monastero italo-greco di S. Maria di Centola e, l’Ebner (…), nella sua nota (18) di p. 720, ci suggerisce l’elenco delle cose ivi conservate e rilevate nella Visita Apostolica di Attanasio Calkeopoulos. Nella sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. Dunque, secondo l’Ebner (…) nel codice Cryptense Z D XII, al fol. 135 della Le “Liber Visationis” di Calkeopoulos, fosse stato ritrovato questo antico Censuale. Anche se a me non sembra che fra le cose riscontrate ed elencate nel Verbale della visita apostolica dell’Archimandrita Attanasio Calkeopoulos al monastero di S. Maria di Centola vi fosse questo antico documento che poi in seguito sarà citato dall’Antonini. Pietro Ebner parla della visita apostolica nel cap. 5 del vol. I di “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” a p….Il Barra (…), trascrive il Verbale a p. 72 del suo testo citato. Il verbale in questione è il fol. (foglio) 135 del codice cryptense  Z D XII, conservato presso l’Abbazia di Grottaferrata nel Tuscolano e di cui ho già parlato.

Calkeopoulos, Lat. 149, fol. 135, S. Maria di Centola.PNG

(Fig….) fol. 135  – Verbale della visita apostolica del 18 marzo 1458

Girolamo Gascone, l’Abate che mostrò ad Antonini il ‘Censuale’ dell’Abbazia di S. Maria di Centola, un documento che secondo l’Antonini risaliva all’XI secolo. Sull’Abate Girolamo Gascone ho scritto quando ho scritto del ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria di Centola’.

Nel ……… (?), il “comes Rotardus” (dal Censuale) o “conte Rotario” (dal Visconti) e la sua donazione all’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola 

Un’interessante notizia storica, tutta da approfondire ci viene dall’Antonini (…), che nella sua “Lucania – Discorsi” pubblicata in prima edizione nel 1745, a p. 363 parlando del casale di Centola dice di un “Censuale” (un inventario) conservato dall’Abate Gascone (….) dell’Abbazia di S. Maria di Centola, antichissima abbazia benedettina. La notizia è quella secondo cui il “conte Rotardus” fece una donazione al Monastero benedettino o “Obbedientiae” di S. Maria di Centola. Chi era questo “conte Rotardus” ?. L’Antonini, come vedremo lo chiama “Comes Rotardus”. Infatti, l’Antonini dice di aver letto, tra le tante notizie storiche la seguente: “Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur.”. Poi in seguito vedremo in particolare. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – Discorsi” citò l’antichissimo documento detto ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria a Centola che, secondo l’Antonini aveva la seguente intestazione: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’. Infatti, l’Antonini (…), a p. 368, in proposito scriveva che: “Chiamansi queste grotte le ‘Grotte delle Ossa’ non solo oggi, ma fin dall’undecimo secolo, secondo sta notato nel ‘Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, o che sia più tosto un Inventario (conservato dal Commendatario Sig. Abate Gascone) colle seguenti parole: “Habes & speluncae, sive griptas Ossorum ad mare Molfe eu utroque latere flumini Menicardi: Alique eu illis locantur, ubi mare non est intrasmeabile, relique sunt ad nullum usum, quoniam mare occupat ostium illarum griptarum. Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur. Sed anno quarto Abbatis Joannis tempestas rupit clausuram lateritiam antiquam, que claudebat tres griptas ubi sunt tumulata ossa Romanorum, qui circa hec colfora naufragaverunt.”:

Antonini, p. 363

(Fig…) Antonini (…), op. cit., p. 363

La notizia contenuta nel cosiddetto “Censuale” dell’Abbazia di S. Maria di Centola, un documento che secondo l’Antonini risale al secolo XI, è la seguente, ovvero il detto censuale riferendosi alla “Grotta delle Ossa”, una cavità della base costiera della Molpa di Palinuro scrive: “….Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur. Etc…”: Il testo della frase in latino tradotto dovrebbe essere il seguente: “Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, il mare non vi penetrava.”. Notizia molto interessante. Infatti, nel 1954, Pietro Visconti (…), nel suo “Paesaggi Salernitani”, a p. 122, in proposito scriveva che: Interessante è quello che si legge nel ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, citato dall’Antonini, che io qui riferisco tradotto: in quel seno della Molpa “vi sono delle spelonche ossia delle grotte delle ossa…..a destra e a sinistra del Mingardo; alcune di esse dove il mare non giunge, sono adibite ad abitazione, le altre non servono ad alcun uso, giacchè l’onda del mare occupa la loro bocca. Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, il mare non vi penetrava. Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni una tempesta di mare ruppe l’antico muro di mattoni che chiudeva le grotte, dove sono tumulate le ossa dei romani che fecero naufragio in questo mare”. Nel testo del ‘Censuale’ trascritto dall’Antonini è scritto che: “al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del conte Rotario”, a quale donazione si riferiva il Censuale e l’Antonini ?. Sull’antico documento risalente all’XI secolo, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 720 parlando di Centola, nella nota (18) postillava e rimandava alle grotte di Palinuro e: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. Ebner, nel vol. I, nel suo Capitolo V, a p. 161, in proposito scriveva che: “Proveniente da S. Elia di Carbone (13 marzo 1458) la commissione giunse al monastero di S. Maria di Centola il 18 successivo. In quel tempo, e fino al 1620, Centola era un casale di Camerota. Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone.”. Il canonico Giovanni Cammarano (….), a p. 45, del vol. III, in proposito, nella nota (3) postillava che:  “3) Ebner in CBPC. scrive che “L’Antonini (I, pag. 364), ci informa di una antica testimonianza sulla Grotta delle Ossa tratta dal ‘Commemoratorium et Censuale monasterii centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola, e cioè dal polittico o registro delle dipendenze dell’antico monastero italo-greco.”. Chi era questo “conte Rotario” e, della sua donazione si conoscono notizie a riguardo ?. Del “Comes Rotardus” o conte Rotardo e della donazione al Monastero di S. Maria di Centola ancora nessun’altra notizia. Pietro Visconti (…), nel suo “Paesaggi Salernitani”, a p. 122, in proposito scriveva che: Interessante è quello che si legge nel ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, citato dall’Antonini, etc…”, dove troviamo scritta la notizia secondo cui:  Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, il mare non vi penetrava.”. A quale donazione si riferiva il detto documento dell’XI secolo dell’Abbazia di S. Maria di Centola trascritto in parte dall’Antonini ?. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di Palinuro e, riferendosi però ad un’altra donazione di cui parlava sempre l’Antonini, nella sua nota (20) postillava che: “(20) …..A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula della donazione ‘pro anima’”. L’Antonini, a p. 279 scriveva pure che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; etc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che di questo monastero si parla in Scipione Ammirato (…), al suo ‘Delle famiglie nobili napoletane‘, pubblicato nel 1580. Scipione Ammirato (…), parlando dei Sanseverino, ed in particolare del Conte di Marsico Rainaldo Sanseverino, a p….., in proposito scriveva che:….L’Antonini, a p. 279 parla del monastero di S. Severino o anche detto di “S. Arcangelo”, ed in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura …….una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; etc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che del Monastero di S. Arcangelo presso il territorio di S. Severino veniva citato nel testo di Scipione Ammirato (….), “Delle famiglie nobile napoletane” dove egli parla del “Principio della Famiglia Sanseverino”. Di ciò che scrive Scipione Ammirato (…) parlerò in seguito.

Nel 1227, Tommaso Sanseverino cede Centola alla Regia Curia Angioina

Pietro Ebner (…, vedi ‘Storia di un feudo…’, p. 121), a p. 216, scrivevano in proposito che: “La prima notizia del borgo è del 1227 quando Tommaso Sanseverino lo cede alla Regia Curia in scambio della Contea di Marsico (2). E’ probabile che la sua nascita risalga al XII secolo, quando i Normanni conquistarono l’Italia meridionale scacciandone definitivamente i Bizantini. Quivi, infatti, venne fondato un castello della nobile famiglia dei Sanseverino circondato da mura turrite che lo resero inespugnabile. Il feudo comprendeva Centola, Foria e, al di là del Mingardo, Poderia.”.

Nel 1238, Nicola Mariconda dona al fratello Giustino

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di Palinuro scriveva in proposito alle antiche donazioni citate dall’Antonini che: “Un documento sicuro è invece l’inedito M 37 dell’Archivio Cavense (21), con il quale Nicola detto Mariconda, donò al proprio fratello Giustino, monaco cavense e priore della chiesa di S. Maria de Dommo di Salerno “integram medietatem” del diritto di pesca di aguglie e delle fosse marine nel tratto Salerno-Palinuro. Del territorio furono feudatari i signori di Pisciotta (v).”. Pietro Ebner scriveva che l’Antonini parlava a p. 154 ma sbagliava perchè è p. 353, I° edizione, 1745, nel cap. VII. Sempre l’Ebner a p. 271 nella sua nota (21) postillava che: “(21) I, ABC, M 37, settembre anno 1238, XII, Salerno. Nella chiesa di S. Maria de Dommo, presente l’Abate cavense Leonardo e innanzi al giudice Matteo, Nicola, detto Mariconda, figlio del fu Pietro, pure detto Mariconda, ecc…” :

Ebner, vol. II, p. 271

Nel 1239, i Morra nel periodo Federiciano

Riguardo quel periodo, Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Lineamenti di storia dalle origini al settecento”, a p. 100, nella nota (113) postillava che: “(113) Il passo del ‘Liber Inquisitionum’ è riportato da Ebner (P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, cit., I, p. 647, nota 2: Enrico de Morra ebbe tre figli: Gofredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due furono uccisi al tempo della Congiura di Capaccio, Ruggiero invece fu accecato e le terre suddette – il castello di Morra, e di Caselle, la baronia di Corbella e le terre del Cilento – dal principe Manfredi furono restituite al cieco Ruggiero). Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1239.”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 647, dove parlando di Caselle, in proposito scriveva che: “Si legge nel Liber Inquisitionum (cit., p. 276) che Ruggiero di Morra, figlio del fu Enrico, ebbe restituiti i castelli di Morra e di Caselle e la baronia di Corbella e altri feudi del distretto di Cilento. Tale baronia era posseduta da Enrico de Morra che aveva tre figli, Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due vennero uccisi dopo la congiura di Capaccio e lo stesso Ruggero fu accecato e i feudi confiscati e concessi da re Manfredi a Filippo Tornello. Dopo l’avvento degli angioini, re Carlo restituì tutto al cieco Ruggiero (2)”. Ebner, a p. 647, nella nota (2) postillava che: “(2) I, ABC, LXIX 64, 25 febbraio 1331, XIV.”

Il crocefisso della chiesa di San Nicola di Mira o di Bari a Centola

Nel 1800, Francesco Sacco (…), nel suo ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, vol. I a p. 290 parla di Centola ed in proposito scriveva che: “In essa sono da notarsi una chiesa parrocchiale col titolo di S. Nicola di Bari; una Badia sotto l’invocazione di S. Maria degli Angioli, con giurisdizione spirituale sopra il clero; ecc…”.

Cattura,...

(Fig…) Parte apicale della croce nella chiesa di S. Nicola di Mira a Centola

Crocefisso

Nel 1308-1310, l’Abbazia di S. Maria de Centula nel ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’

Su quel periodo, intorno al secolo XIV, Francesco Barra (…) nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, a pp. 70 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva pure che: Assai scarse sono altresì le notizie dei secoli successivi. Dalle ‘Rationes Decimarum’ del 1308-10 risulta che le rendite dell’abbazia valevano quattro once, per le quali versava otto tarì alla curia pontificia (18). Un valore modesto, se comparato alle 15 once complessive delle chiese di S. Michele , S. Leonardo, S. Nicola, e S. Pietro di Cuccaro, alle 12 once di S. Nazario, alle 11 di S. Maria di Rofrano.”. Il Barra (…) a p. 70, nella sua nota (18) postillava che: “(18) ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’, Città del Vaticano 1942, n. 5536, p. 385.”. Infatti riguardo questo punto il Barra (…), sulla scorta dei due studiosi Laurent e Guillou (…) cita il testo del  ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’La ‘Ratio Decimarum’ era il registro delle decime che venivano riscosse dagli enti ecclesiastici. Questo registro quindi permette di avere numerose informazioni sia sulle parrocchie, sia sui singoli paesi, contenendo indirettamente dati storici sull’esistenza degli stessi. La fonte ben nota della lista di chiese e di monasteri compilata per la riscossione della decima sessannale su “tutti i redditi e i proventi ecclesiastici” istituita da papa Gregorio X nel 1274, e delle successive decime triennali volute da papa Bonifacio VIII, le cosidette: “Rationes Decimarum”. Nel caso della Camapania ed in particolare della nostra zona, troviamo il registro delle decime tra il 1308 e il 1310, ovvero il secondo volume a cura di Mauro Inguanez ed altri. Anche Nicola Montesano (…), parlando di Torraca e Tortorella così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Del ‘casti Turticelle’ viene fatto menzione anche nel Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”. Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. Per il testo di Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Campania’ – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1949 (Studi e testi). Il Barra (…), a p. 70 nella sua nota (18) segnava che riguardo il monastero di S. Maria di Centola veniva citato il documento n. 5536 a p. 385. Infatti, nel testo a cura di Mauro Inguanez (…), per “Salerno – 1. Decima degli anni 1308-1310”, a p. 385 troviamo sotto “In castro Cucculi” (ovvero nel territorio di Cuccaro Vetere) troviamo il documento n° “5536. Monasterium S. Marie de Centula valet unc. IIIIor solvit tar. VIII”.   Tuttavia, per completezza, riguardo il monastero di S. Maria di Centola riporto anche un altro documento non citato dal Barra (…): è il n° 6610, che troviamo sempre nello stesso testo per la stessa tassa. Gli studiosi M.H. Laurent e André Guillou, nel loro Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale’, pubblicato nel 1960, a p. 269 parlano del “Monasterium S. Marie de Centula”, e in proposito scrivevano che: “S. Maria di Centola: près de Centola, prov. Salerno, dioc. Capaccio (= Vallo della Lucania). 41 D 6. – A) ‘Documents caméraux et visite apostolique: Inguanez, ‘Rationes 6610; Hoberg, ‘Taxae’, p. 229; Liber pp. 158-159.”. I due studiosi a p. 158-159 del Le ‘Liber Visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos’, citavano il testo di Inguanez (…), ‘Decimarum etc….‘. Infatti, sempre nello stesso testo, troviamo in “Capaccio – Decima degli anni 1308-1310”, il ” (f. 311v) In castro Succuli”, (evidente errore in Cucculi, ovvero nel territorio di Cuccaro Vetere), a p. 462 troviamo pure il documento n° “6610. Monasterium S. Marie de Centula debet adhuc tar. III.”. Per quanto riguarda questo documento di Capaccio, Inguanez e altri, in “XXXIII Capaccio”, a p. 457 scrive che: “CAPACCIO – DECIMA DEGLI ANNI 1308-1310 (Arch. Vat. Collect. 161, f. 248v – 249; 309v-312v”.

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(Fig….)

Nel 1305, il vasto bosco di quercie detto “Maurici” donato all’Abbazia di S. Maria di Centola nel 1086 da Ruggero Sanseverino, diventa patrimonio della Commenda di S. Spirito a Roccagloriosa

Romaniello Agatangelo (…..) a p. 42 del suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia” parlando di Roccagloriosa e del de Caro, scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71).”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, secondo l’Agatangelo, la Commenda con priorato di S. Spirito a Roccagloriosa, fondata da Noardo di o de Caro nel 1305, fu dotata di un “esteso patrimonio con bosco, detto Maurici”, che aveva un’estensione di 400 tomoli di terreno e si trovava al di là del fiume Mingardo. Questo vasto territorio anche boschivo, non si trovava a Roccagloriosa ma si trovava “al di là del fiume Mingardo”. Su questa vasta tenuta in parte boschiva detta “Maurici”. Il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’antico documento del 1086 Ruggero Sanseverino donò “al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Traducendo il passo in latino citato dall’Antonini, Ruggero Sanseverino donava “un cortile vicino a un fiume e una bassa in un terreno pianeggiante. Possedimento anche di ghiande di nome Murici, che inizia presso il fiume e corre lungo la Serra Serra ai piedi delle Cellas bulgare”. Dunque, si tratta della vasta tenuto allodiale detta “Maurici” o “Murice” che non si trovava a Roccagloriosa, ma essa doveva essere non molto distante dall’Abbazia di S. Maria di Centola. Questa tenuta in parte boschiva doveva essere “al di là del Mingardo” e comunque alle pendici del monte Bulgheria “quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae”. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”, Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e riferendosi proprio alla donazione citata dall’Antonini, in proposito scriveva che: La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, il Barra, sebbene scrivesse che: “più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, località donata e citata nel documento del 1086 citato dall’Antonini, il Barra aggiunge che: “Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, secondo il Barra, la vasta tenuta di “Maurici” donata all’Abbazia di Centola si trovava nel territorio del Comune di Futani. Un bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”. Su questo bosco di quercie tra Futani e Poderia, sempre il Barra, a p. 73, in proposito scriveva che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”.

Nel 1349, l’Abbazia di ‘S. Maria de Centula’ nella ‘Taxae pro communibus servitiis’

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, a pp. 70 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva pure che: Dai registri vaticani delle ‘Taxae pro communibus servitiis’, risulta che nel 1349 la badia fu esentata dalla tassa “propter paupertatem”; ecc….”. Il Barra (…) a p. 70, nella sua nota (19) postillava che: “(19) H. Homberg, ‘Taxae pro communibus servitiis (1295-1455), Città del Vaticano 1949, p. 229.”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…), a p. 305, parlando dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro scriveva che: “… insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco….. “. Gli studiosi M.H. Laurent e André Guillou (….), nel loro Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale’, pubblicato nel 1960, a p. 269 parlano del “Monasterium S. Marie de Centula”, e in proposito scrivevano che: “S. Maria di Centola: près de Centola, prov. Salerno, dioc. Capaccio (= Vallo della Lucania). 41 D 6. – A) ‘Documents caméraux et visite apostolique: Inguanez, ‘Rationes 6610; Hoberg, ‘Taxae’, p. 229; Liber pp. 158-159.”. Dunque, per questa tassa i due studiosi francesi scrivevano: “‘Taxae’, p. 229”.  Su questa tassa, Nicola Montesano (…), a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Dunque, come scrive pure il Barra (…) sulla scorta dell’Ebner, il monastero prima ed in seguito l’Abbazia di S. Maria di Centola, era “nulliu dioeceseos” e non fu aggregata come altre al Capitolo Vaticano.  Sulla tassa e le entrate apostoliche ha scritto pure Pietro Ebner (…). Il Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. Pietro Ebner (…), nella sua nota (51), a p. 587, del vol. I, scriveva che la notizia tratta dal Codice Taxarum, stà in Hoberg (Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi” n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207. Il registro, acquistato dall’Archivio di Stato di Roma nel 1970, contiene l’elenco delle chiese e dei monasteri di tutta la cristianità con l’indicazione dell’ammontare delle tasse dovute alla Camera apostolica. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211. Dunque, secondo i due studiosi francesi per quanto riguarda il monastero o Abbazia di S. Maria di Centola, si deve vedere a p. 229 del testo di Hoberg (…), ovvero sul testo:  ‘Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455’ che stà in “Studi e Testi” n. 144, Città del Vaticano 1949.

Dal 1355 al 1444, l’Abbazia di ‘S. Maria de Centula’ nella ‘Taxae pro communibus servitiis della ‘Taxae Episcopatuum et Abbatiarum’

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, a pp. 70 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva pure che: Dai registri vaticani delle ‘Taxae pro communibus servitiis’, risulta che……dal 1355 al 1444, a ogni nuova investitura abbaziale, essa pagò invece 45 fiorini (19), dal che si deduce che la sua rendita annua si aggirava intorno ai 135 fiorini, poichè la tassa “pro communibus” equivaleva alla terza parte della rendita di un anno.”. Il Barra (…) a p. 70, nella sua nota (19) postillava che: “(19) H. Homberg, ‘Taxae pro communibus servitiis (1295-1455), Città del Vaticano 1949, p. 229.”. Dunque, per questa tassa e queste notizie il Barra citava il testo di Hermann Homberg, ‘Taxae pro communibus servitiis (1295-1455)’, Città del Vaticano 1949, ed. “Studi e Testi”, n° 144. Per il monastero di Centola vediamo a p. 229. Dalla Treccani leggiamo una notizia che però non riguarda Centola. Il 23 maggio 1347, Ruggero Sanseverino fu traslato da Clemente VI alla sede arcivescovile di Salerno, rimasta vacante per la recente morte di Benedetto de Palmerio; forse anche la crisi dinastica conseguente all’assassinio del principe Andrea di Ungheria influì sul suo trasferimento (al quale successe in Bari, sicuramente ante 23 agosto 1347, Bartolomeo Carafa). Nel mese di luglio, stando ai registri pontifici, Sanseverino sborsò 1500 fiorini d’oro per i «communia servitia» (Taxae Episcopatuum et Abbatiarum, 1949, p. 104).

Nel 1369, Giacomo Morra possedeva i feudi di Rofrano, Caselle, Centola, Foria, Poderia, Roccagloriosa, S. Severino di Centola

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando e riferendosi al feudo di Rofrano ed ai monaci dell’Abbazia, in proposito scriveva che “Probabilmente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella Napolitano nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano, ricorda  (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino di Camerota (poi di Centola). Anche Camillo Tutini dice di Rofrano posseduto da conte Alemagna di Buccino, insieme con Balbano, Laviano, Ricigliano e S. Lorenzo, aggiungendo poi (p. 85) che Rofrano apparteneva al conte Giacomo Gaetani, notizia che troverebbe conferma in un documento aragonese del 1445. Dalle ‘Fonti aragonesi’, infatti, si apprende del conte di Fondi e del pagamento “pro feudali servicio seu adoha terre Rofrani que est Jacobi Gaetani fratris sui duc. sexaginta” (7).”. Riguardo a Giacomo Gaetani, Ebner, a p. 433, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Fonti Aragonese., 16 novembre 1445, Napoli = vol. IV, p. 50, n. 173: ‘Franciscus de Aquino etc (conte di Loreto e Satriano e Gran Camerario del Regno) etc…”. Dunque, Ebner ricorda che Scipione Mazzella Napolitano (….), nel suo “Descrittione del Regno di Napoli”, del 1601, nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano, per l’anno 1369 ricordava Giacomo Morra (….), feudatario dei feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino di Camerota (poi di Centola). Infatti, dai Registri Angioini risulta che il feudo di Rofrano nel 1369 apparteneva a Giacomo Morra insieme a Caselle in Pittari, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rocca Gloriosa, e San Severino di Centola. Riguardo Giacomo Morra ed i suoi feudi ha scritto Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 80 e s., riferendosi a dopo Carlo II d’Angiò, in proposito scriveva che: “Successivamente il feudo passò in possesso a un’altra famiglia, strettamente legata da legami politici e familiari con i Sanseverino, i Morra, che lo detennero sino ai primi decenni del XVI secolo. Nel 1404 Francisco Morra ottenne l’investitura della baronia di Sanseverino e dei suoi casali (2). Ecc..”. Il Barra, a p. 80, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. il rarissimo volume ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli 1629, pp. 65-73. Avvertiamo che non ci soffermeremo sul periodo della dominazione feudale dei Morra a Sanseverino, perchè ne faremo oggetto di una trattazione specifica.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”. Infatti, si tratta del testo a stampa del 1629 di Marco Antonio de Morra, ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, pubblicato a Napoli, si veda p. 71. Ecco cosa scriveva Marco Antonio De Morra (…) dei casali di Centola e Forio, nel suo Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 70:

Morra, p. 70 su Centola

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, parlando di Caselle in Pittari, a p. 100, nella sua nota (113) postillava che: “(113) Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu Signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1369.”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 647, dove parlando di Caselle, in proposito scriveva che: “Si legge nel Liber Inquisitionum (cit., p. 276) che Ruggiero di Morra, figlio del fu Enrico, ebbe restituiti i castelli di Morra e di Caselle e la baronia di Corbella e altri feudi del distretto di Cilento. Tale baronia era posseduta da Enrico de Morra che aveva tre figli, Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due vennero uccisi dopo la congiura di Capaccio e lo stesso Ruggero fu accecato e i feudi confiscati e concessi da re Manfredi a Filippo Tornello. Dopo l’avvento degli angioini, re Carlo restituì tutto al cieco Ruggiero (2)”. Ebner, a p. 647, nella nota (2) postillava che: “(2) I, ABC, LXIX 64, 25 febbraio 1331, XIV.”.

Nel 7 maggio 1393, con il breve papa Bonifacio IX ordina all’Abate del  monastero di ‘S. Maria di Centula’ la sostituzione dell’abate Gennaro in due monasteri del Vallo di Diano: S. Nicola Veterani di Diano (Teggiano) e di S. Zaccaria di Sassano

Riguardo le carte conservate nell’Archivio Segreto Vaticano ha scritto Gastone Breccia (…), nel suo “Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci”. Il Breccia (…), a pp. 20-21, in proposito scriveva che: “L’elenco ora riportato costituisce una prima base utile per definire quali documenti potessero effettivamente essere conservati al S. Basilio ‘de Urbe’.  Accanto ad esso possiamo subito collocare le poche testimonianze dirette sulla composizione dell’archivio della casa-madre basiliana: quella di Bernard de Montfaucon, che all’inizio del ‘700 trascrisse nove diplomi greci e quattro latini “ex instrumentis monasterii S. Basilii Romae (18) e quella di Pietro Menniti il quale sia nel suo ‘Bullarium Basilianum’ (19) che in una raccolta, purtroppo mutila, di privilegi imperiali e reali ( Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani XXXIII, (20)), dà alcuni ragguagli sulla composizione dell’archivio stesso. Scrive il Montfaucon: “Regni vero Neapolitani et Siciliae diplomata non pauuca vidimus in monasterio S. Basilio Romae et aliquot exscripsimus: ex iis vero nom selegimus, quod aliis praestantiora videantur, et typis damus…(21). Non sapremo mai, purtroppo, quanti fossero i “diplomata non pauca” che l’erudito francese ebbe sotto gli occhi. I documenti da lui trascritti provengono comunque solo da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni a Piro (Diocesi Policastro, documento latino del 1473); ecc…; documento latino del 1224 (22).”. Per questo ultimo documento, il Breccia a p. 21 nella sua nota (22) postillava che: “(22)  Per le informazioni relative a questi documenti cfr. infra p. 32 sgg.”. Proseguendo il suo racconto il Breccia a p. 23 scriveva che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in essi citati sono infatti: – oltre naturalmente a Grottaferrata ed al SS. Salvatore di Messina, i seguenti – …….; S. Maria di Centula, diocesi di Capaccio (o Vallo della Lucania, provincia di Salerno; bolla del 1393, erroneamente datata dal Menniti al 1230 (30): ‘habetur exscripta in forma authentica /.. .] signata littera D’); ecc..”. Dunque, il Breccia scrive che nel ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (…), vi era trascritta una bolla del 1393 e dice che essa era stata erroneamente datata dal Menniti al 1230. Nella sua nota (30), che riguarda il documento del Monastero di S. Maria di Centola, il Breccia (…), a p. 23, nella sua nota (30) postillava che: ” (30) Si tratta, per l’esattezza, di un breve. L’errore di datazione è evidentissimo: il Menniti lo attribuisce a Gregorio IX, senza tener conto che nel testo si parla poi di Bonifacio Vili ‘predecessoris nostri’ e, come contemporaneo, dell’antipapa Clemente VII. È quindi evidente che il breve va attribuito a Bonifacio IX e datato conseguentemente al 7 maggio 1393, suo quarto anno di pontificato. Di questo documento è sopravvissuta una seconda copia (Basiliani XXXII, pp. 29-32) che, essendo perduta quella in forma autentica del bullarium del S. Basilio, è stata usata per l’edizione (infra, pp. 87-90).”. Dunque, il Breccia (…), riguardo questo documento postillava che: “Di questo documento è sopravvissuta una seconda copia (Basiliani XXXII, pp. 29-32). Ecc…”. Riguardo il fondo ‘Basiliani XXXII’, il Breccia a p. 21 scriveva in proposito che: “….che in una raccolta purtroppo mutila, di privilegi imperiali e reali (Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani XXXIII (20) ecc..”, e nella sua nota (20) sul fondo ‘Basiliani XXXIII postillava che: “(20) Questo fondo, costituito da 80 tra volumi rilegati, cartelle e opuscoli, costituisce il nucleo principale dell’ex archivio del S. Basilio ‘de Urbe’ restituito dai francesi dopo il Congresso di Vienna. Di qui in avanti verrà citato con la semplice dicitura ‘Basiliani’ con il numero dei volumi.”. Sempre sul documento di Centola, il Breccia a p. 37 aggiunge che: S. Maria di Centula 1. Basiliani XXXII, pp. 29-32 (copia di breve di Bonifacio IX, 7 maggio 1393, tratta dall’altra copia in forma authentica del S. Basilio) (79).”. Dunque, questo documento si trova custodito nel volume XXXII del fondo ‘Basiliani’ conservato nell’Archivio Segreto Vaticano a Roma, oggi detto “Archivio Apostolico Vaticano” i cui fondi non sono digitalizzati. Sempre sull’antico documento di Centola, il Breccia, a p. 42, in proposito scriveva pure che: “L’unica eccezione a quanto ora detto è costituito dalle pergamene di S. Giovanni di Stilo. Il gruppo attualmente in Vaticano (il Vat. gr. 2650 + il Vat. lat. 13118). Fu infatti rinvenuto nel 1925 dall’Holtzmann (…) nel Convento della Maddalena presso il Pantheon a Roma.”. Sul Codice Vaticano Latino 13118 completamente digitalizzato e conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana ha scritto C. Lilla, ‘I manoscritti vaticani greci. Lineamenti di una storia del fondo’ (Studi e testi, 415), 1939, riedizione. Forse in questo fondo troviamo anche il breve di papa Bonifacio IX. Sempre il Breccia, riguardo il documento in questione, a p. 43 scriveva che: “Per quanto riguarda poi il ‘Crypt. Z δ XII e il Vat. lat. 8201 è proprio il Menniti a fornirci la prova della loro presenza al S. Basilio. Un solo esempio: egli scrive, a proposito del breve di Bonifacio IX da lui stesso copiato nel ‘Bullarium’ del S. Basilio (e attribuito erroneamente a Gregorio IX: cifr. supra n. 30), ‘habetur in citato libro manuscripto bullarum Cryptaeferratae in archivi nostri collegii de Urbe folio 7.”. Dunque, è molto probabile che questo documento sia contenuto all’interno del Codice Cryptoferratense Z δ XII conservato pure nell’Archivio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Grottaferrata nel Tuscolano. E non poteva essere altrimenti essendo il breve di papa Bonifacio IX un documento che oltre ad interessare l’allora abate di S. Maria di Centola, di cui non si appura il nome, riguarda pure i due monasteri retti da Gennaro di Roma, ovvero il monastero di S. Nicola Veterani di Diano e S. Zaccaria di Sassano i quali erano grangie o dipendenze dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e dunque dipendenze dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano. Il Breccia, nella sua nota (79), postillava: “infra pp. 87-90”, di cui ivi pubblico la cattura dell’immagine:

Breccia G., p. 87

Breccia, p. 88

Breccia, p. 89

Breccia, p. 100

(Figg…) Il Breve di Papa Bonifacio IX tratto dall”Archivium Basilianum’ del Menniti (…) e, pubblicato dal Breccia (…), doc. n. 10 – pp. 87-88-89-90 

Sempre il Breccia, riguardo questo documento, a p. 24 scriveva che: “Per tutti questi documenti, fatta eccezione per gli originali, si risale dunque ad una sola fonte, il perduto ‘Bullarium Collegii S. Basilii’; ma da dove sono stati trascritti ? E qual’è la differenza tra la trascrizione ‘in forma authentica’ della bolla di S. Maria di Centula e le altre copie ?. Non ci sono elementi sicuri per dare una risposta a queste domande. Probabilmente la bolla per S. Maria di Centula venne trascritta, a differenza delle altre, in presenza di un notaio e corredata quindi della sua autenticazione; ecc…”. Stando alle parole del Breccia (…) pare che questo sia l’unico documento antico superstite e conservato nell’Archivio Segreto Vaticano che riguardi l’antichissimo monastero di Centola.  Il Breccia dice di questo documento del 1393, erroneamente datato dal Menniti all’anno 1230, in cui papa Bonifacio IX il 7 maggio 1393, “in seguito alla condotta indegna tenuta da Gennaro ‘de Urbe’, rettore di due chiese nella diocesi di Vallo della Lucania, affidata precedentemente all’abate del Monastero di S. Maria di Centula l’inchiesta relativa, ordina allo stesso che sia scelto come sostituto Canio Nugio di Diano.”. Dunque, papa Bonifacio IX aveva affidato all’abate di S. Maria di Centola l’inchiesta volta ad appurare i misfatti di un certo Gennaro di Roma che reggeva due chiese della diocesi di Vallo della Lucania (credo di Capaccio) e gli ordina di sostituirlo con Canio Nugio di Diano. Della cosa non parla l’Ebner, il Barra e il Cammarano. La notizia contenuta nel breve di papa Bonifacio IX andrà ulteriormente indagata. Nel breve papale del 1393 si parla di tre chiese rette da questo Gennaro de Urbe (di Roma), poste nella “Caputaquensis dioeceseos” (Capaccio) e poi aggiunge “il nostro diletto figlio  Januarius de Urbe, S. Nicolai Veterani de Diano (200) et S. Zacchariae propre Saxanum (201) ecclesiarum sine cura caputaquesnsis dioecesis rector, ecc…”. Il Breccia, a p. 87 nelle sue note (200) e (201) non sa di cosa si parla e dice solo che si tratta di un toponimo che deve localizzarrsi nel Vallo di Diano. Si tratta si di Vallo di Diano ma due due precisi monateri: S. Nicola Vetrani a Diano e S. Zaccaria di Sassano che secondo il breve papale erano retti da Gennaro di Roma. Un monaco romano chiamato ‘Januarius’. Dunque, Gennaro di Roma, rettore delle chiese del vallo di Diano: S. Nicola Veterani di Diano e S. Zaccaria di Sassano di cui ho scritto nel mio saggio su un altro monastero del vallo di Diano: il monastero di S. Pietro de Tumusso in Montesano, grancia del Monastero di S. Maria di Grottaferrata a Grottaferrata. Forse il papa, con questo breve ha comandato che Canio Nugio di Diano sostituisse l’Abate di S. Maria di Centola nella vertenza contro Gennaro di Diano. Forse questo breve papale fu uno dei pochi documenti che Ferdinando Galiani riuscì a recuperare dalla ricerca dell’amico mons. Garampi. Come possiamo vedere,  nell’elenco che nel 1877, a p. 151, riporta Domenico Martire (…), dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano, donata dal Re Rogieri al Monastero di Grotta Ferrata, con le seguenti Grangie, come dirassi nella vita di S. Nilo di Rossano: 2. Santa Maria della Vita nel Territorio di Lauria. 3 S. Zaccaria nel territorio di Diano. 4. S. PIETRO DI TAMAZZO nel territorio di Montesano, dipendente da Grottaferrata. ecc..”,

martire, p. 150

i due monasteri citati nel breve di Bonifacio IX del 1393 dipendevano dall’Abbazia italo-greca di Grottaferrata a Tuscolo e dunque come io credo le vertenze che a questi monasteri o grancie o dipendenze facevano capo ad una “nulliu diocesis” come quella di S. Maria di Centola che era ancora indipendente dalla Diocesi di Capaccio. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Ecc..”. Dunque, il Barra si sbagliava scrivendo che l’archivio dell’Abbazia di S. Maria di Centola si è completamente perduto e che nulla esiste sull’Abbazia di Centola, da come risulta negli Archivi Segreti del Vaticano.  Dei due monasteri citati nella bolla papale del 1393 hanno parlato diversi autori, come ad esempio Barbara Visentin (…) e Rosanna Alaggio (…). Visentin Barbara, Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV), ed. Laveglia & Carlone,   Battipaglia, 2012 e Alaggio Rosanna,  La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, Edizione Laveglia, Salerno, 2004. Chi era il personaggio incaricato dal papa: “Canium Nugium de Diano” ? L’Antonini a p. 382 parlando della traslazione delle spoglie di S. Richerio, cita “….nella Cronaca di Guglielmo Nangio all’anno ‘987, si attribuisce cotal traslazione ad Ugone, padre di Ugo Capeto .”. Si tratterebbe di Guglielmo Nangio, ‘Gesta di S. Lodovico di Francia’. S . Lodovico di Francia sarebbe re Luigi IX. Ma questo testo più volte citato anche in altri non mi è riuscito di trovare. Forse si tratta di Guillaume de Nangis o Guglielmo de Nangiaco, e il suo Chronicon dal titolo: ‘Gesta Sancta memoria Ludovici regis Franciae’. Guillaume de Nangis, noto anche come Guglielmo di Nangis (… – 1300), è stato un benedettino e cronista francese. Era monaco presso abbazia di Saint-Denis; circa nel 1285 ebbe l’incarico di custos cartarum presso la biblioteca abbaziale. Dopo aver sicuramente lavorato sui manoscritti latini su cui sono basate le Grandes Chroniques de France, Guillaume scrisse un lungo Chronicon, riguardo alla storia del mondo dalla Creazione sino al 1300. Per il periodo anteriore al 1113 si tratta di una ripetizione del lavoro di Sigebert di Gembloux e di altri autori; ma dopo tale data contiene notizie nuove e di un certo valore. Altre sue opere sono: Gesta Ludovici IX; Gesta Philippi III, sive Audacis; Chronicon abbreviatum regum Francorum; e una traduzione di quest’ultimo lavoro in lingua francese, a beneficio dei laici (che di solito non conoscevano il latino).

Secondo wikipedia si tratta di Guglielmo Mangio. Si tratta dell’ Historia Rerum in Partibus Transmarinis Gestarum (Storia delle imprese d’Oltremare) o Historia Belli Sacri Verissima (Storia fedele della Guerra Santa) fu scritta da Guglielmo di Tiro nel Regno di Gerusalemme in latino medievale nella seconda metà del XII secolo. È un dettagliato resoconto scritto in latino della storia delle prime crociate e del Regno di Gerusalemme dal 1095 al 1183.

Nel 31 luglio 1423, la donazione di Giacomo Morra al vassallo Brancato Pistinello di Licusati

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 80 e s., riferendosi a dopo Carlo II d’Angiò, in proposito scriveva che: “Come c’informa un inedito atto in pergamena, redatto “apud terram Sancti Sanseverini de Camerota”, che pubblichiamo integralmente in appendice, il 31 luglio 1423 Giacomo Morra donò in proprietà e possesso irrevocabili (“in perpetuum donationis titulo et non revocabilis inter vivos”) al suo vassallo Brancato Pistinello di Licusati (“de Cusatis”) abitante in Sanseverino, in ricompensa dei suoi servigi, presumibilmente di natura militare (“vassalli affectione motus (….) accepto benefici gratus”), diversi beni stabili siti nelle pertinenze di Sanseverino: una casa in località San Cristofaro, confinante con via pubblica e via vicinale, soggetta ad annuo censo di un’oncia e mezzo alla corte feudale; una vigna in località “Campanella”, confinante con i beni di Biagio de Rosa, di Giovanni de Ielardi e di Giovanni de Petrillo, soggetta ad un annuo reddito di un’oncia e mezzo; un terreno in località “Lisca”, confinante con la via pubblica, via vicinale e vallone, ugualmente soggetto ad un annuo reddito di un’oncia e mezzo. Il documento fu redatto dal notaio Ciferio Britto (“Ciferius Brictum”) di Policastro (“de civitate Policastri”) e dal giudice annuale di Sanseverino Napolillo Bonavita (“Napulellus de Bonavita”)(3). E’ significativo che la solenne donazione, sottoscritta da molti autorevoli testimoni e giurata sul Vangelo dal Morra, s’inserisse nel contesto del diritto feudale e del rapporto vassallatico. La donazione era infatti a tutti gli effetti irrevocabile, alla sola condizione che il Brancati e i suoi successori avessero continuato a prestare l'”homagium” al feudatario e non riconoscessero altri signori (“accessisset ad aliquem domunum”). Non si trattava, quindi, di una pura e semplice censuazione, ma di una vera e propria investitura di beni feudali, effettuata, peraltro, senza nessuna autorizzazione legale da parte del sovrano, il che si spiega con la confusione politica attraversata in quel periodo dal regno di Giovanna II. Il fatto, poi, che la stipula dell’atto, rogato da un notaio “esterno” fatto venire da Policastro, non sia avvenuta, come ci si attenderebbe, nel castello di Sansverino, ma in una località indeterminata, e comunque in aperta campagna (“apud terram Sancti Severini de Camerota”) ecc…”. Il Barra (….), a p. 80, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Archivio di Stato di Benevento, Fondo Pedicini, Pergamena n. 1, che riportiamo in appendice al doc. 1”. Il Barra riporta integralmente la trascrizione scritta del documento a pp. 96-97-98.

Nel 18 marzo 1448, la visita apostolica di Atanasio Chalkeopoulos all’abbazia di S. Maria di Centola

Padre Marco Petta (…), dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), “I manoscritti greci di S. Elia di Carbone” (….) parlando del monastero di SS. Elia di Carbone a p. 97 scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Battifol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, cap. V parlando delle corporazioni religiose nel Cilento, a pp. 161-162 in proposito scriveva che: “In quel tempo (a. 1458 visita di Atanasio) Centola era un casale di Camerota. Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone. L’Archimandrita trovò nel monastero solo un abate di rito latino ed un presbitero senza più monaci. L’abbazia aveva solo venti once d’oro di rendita e godeva di buona fama. Trascrivo il verbale della visita (f. 135) (17).”:

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Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: A metà del XV secolo, le condizioni del superstite monachesimo basiliano erano miserevoli, come attestano gli atti della visita compiuta nel marzo del 1458, per conto del cardinal Bessarione, dell’archimandita Atanasio Chalkéopoulos ai superstiti cenobi basiliani di S. Giovanni a Piro, S. Cono di Camerota, S. Maria di Pattano e S. Maria di Centola (20). Quest’ultima apparve al Chalkéopoulos in condizioni relativamente ancora prospere e, al contrario di altri monasteri della zona, e soprattutto S. Cono di Camerota (21), godente di “laudabilem famam”……Nel 1458 la rendita ammontava a 20 once, pari a 120 ducati, e su questa cifra si attestò sino a metà ‘700. Capitalizzando la rendita al cinque per cento, si ricava che il patrimonio dell’abbazia aveva un valore – non enorme ma non disprezzabile per l’epoca – di 2.400 ducati circa. Come e quando il cenobio sia passato dai benedettini ai basiliani è ignoto. Ma l’evento deve sicuramente legarsi alla grande crisi del Trecento, all’estinzione di intere comunità monastiche e alla loro sostituzione con altre. Gli effetti della grande crisi secolare furono infatti vastissimi, e investirono in profondità tutti gli aspetti della vita del mezzogiorno, dalla demografia al paesaggio agrario, ecc….”. Come si è detto in questa chiesa si celebrava ancora con rito greco prima del 1458, mentre la badia dopo poco passava in commenda. L’Antonini, che assicura che ai suoi tempi la badia era ancora in commenda, parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino avrebbe fatta al monastero di S. Maria di Centola nel 1086. Il parroco di Centola Giovanni Cammarano (…), a p. 17, scrive che:  “….La Badia di Centola restò Basiliana fino al cader del Medioevo. Ciò si rileva dagli atti della visita, che nel 1458 fece Attanasio Kalkeopoulos, archimandrita (15). E’ vero che vi trovò monaci di rito orientale, ed è comprensibile, però resta chiaro che la visita aveva lo scopo di constatare quanto ancora vi era di monachesimo basiliano, come era del resto in altre Badie, per es. il Patirion in Rossano. Anche se nel 1458 non c’erano monaci basiliani, lo spirito Basiliano era ancora vivo e fresco, tanto che stentò a morire. Ecc…”. Il Cammarano (…) a p. 18, vol. II, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Khalkeopoulos e Archimandrita: VEDI CAP. iv PAR. 5°. Callisto III: vedi cap. VI.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: Proveniente dal monastero di S. Elia di Carbone (13 marzo 1458), la commissione apostolica giunse a Centola il 18 marzo. Il visitatore trovò nel monastero di S. Maria solo un abate latino coadiuvato da un presbitero latino, ma senza monaci. L’abbazia che aveva solo venti once d’entrata godeva di buona fama. La commissione dopo aver elencato gli arredi e gli oggetti esistenti nel cenobio (17) e dopo le solite prescrizioni lasciò il monastero dirigendosi a Camerota. L’Antonini trascrive un brano da un inventario del monastero di S. Maria di Centola, mostratogli dall’abate commendatario Gascone e che assicura fosse nell’XI secolo, che dicono delle grotte di Palinuro (v.)(18). Nel ‘700 è notizia di un altro abate commendatario mitrato della badia, D. Ferdinando Galiani di Napoli, figlio del regio consigliere marchese Matteo e nipote del noto cappellano maggiore del re, Celestino già arcivescovo di Taranto e poi di Tessalonica e presidente del supremo tribunale misto.”. L’Ebner, nelle sue note (17) e (18), postillava a riguardo che: “(17) Ebner, Storia…, p. 447 sg. I verbali delle visite sono contenuti nel Codice Z D XII dell’Archivio dell’Abbazia greca di Grottaferrata. Della visita a Centola, v. nelle Tavole la riproduzione del f. 135, la cui foto mi è stata cortesemente rimessa dall’archivista pr. Petta. Il Codice venne pubblicato da M.H. Laurent e A Guillou, in ‘Studi e Testi’ della Biblioteca apostolica vaticana n. 206. Per la visita al cenobio di S. Maria v. p. 158 sg del testo citato.”. Poi alla sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. Alcuni autori locali, come La Greca e Di Rienzo, sulla scorta dell’Antonini (…), scrivono che l’Abazia Benedettina detta Santa Maria degli Angeli (…), sorse nell’anno 1207. Essi scrivono a p. 215 che: “Questa fu il centro della vita economica e religiosa del nuovo paese. I Benedettini infatti, organizzavano il lavoro, si occupavano dello smercio dei prodotti e all’occorrenza trasformavano il loro cenobio in fortezza. Così nel 1528 e nel 1580 quando cercarono di resistere all’assalto dei Saraceni; ma il paese e la Badia vennero saccheggiati.”. Biagio Cappelli (…), sulla scorta della ‘Liver Visitationis’, un resoconto della visita Apostolica eseguita da Atanasio Calceopoulos tra il 1457 ed il 1458, pubblicata da Laurent e Guillou (…), scriveva a p. 398 che: “Libri, argenti e stoffe non mancavano neanche nei monasteri del Cilento dei quali quello di S. Maria sul luogo dell’odierno cimitero di Centola, che lo ha soffocato nelle sue fabbriche meno di un secolo addietro, possedeva oltre un calice e una croce di argento e bei parati, tre manoscritti fra cui un libro corale; ecc..”. Dunque il Cappelli (…), sulla scorta del prezioso documento pubblicato da Laurent e Guillou (…), sulla Visita Apostolica di Atanasio Chalceopulos (…), ci dice che a Centola, dove attualmente si trova il Cimitero, vi era un antichissimo monastero di padri Basiliani, chiamato Santa Maria e che nel corso della visita Apostolica, ordinata da papa Callisto III, fu annotato che questo Monastero possedeva  “oltre un calice e una croce di argento e bei parati, tre manoscritti fra cui un libro corale; ecc..”. Dunque, il Monastero di S. Maria di Centola, era ancora visibile e funzionante nel 1458, mentre quello di San Giovanni a Piro era stato dato in Commenda al Cardinale Bessarione. Dell’antico Cenobio basiliano di S. Maria a Centola, rimane solo al centro del paese, il Campanile di S. Basilio (IX-X secolo), d’epoca romanica della Chiesa di S. Rosario (oggi demolita). Come si può vedere, nel testo di Agresta, del 1681, Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno (…),  da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…) (vedi Fig…), non viene citato Monastero di S. Maria di Centola come pure altri del Cilento. Dunque il Monastero figura solo tra quelli visitati nel 1458 dall’Archimandrita Atanasio Calceopulo (Chalkeopulos), di cui abbiamo parlato. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, sulla scorta di (vedi nota (17)) M.H. Laurent – Guillou A. (…), accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Proveniente da S. Elia di Carbone (13 marzo 1458) la commissione giunse al monastero di S. Maria di Centola il 18 successivo. In quel tempo, e fino al 1620, Centola era un casale di Camerota. Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone. L’Archimandita trovò nel monastero solo un abate di rito latino ed un presbitero senza più monaci. L’abbazia aveva solo venti once d’oro di rendita e godeva di una buona fama. Trascrivo il verbale della visita (f. 135) (17).”. L’Ebner, nelle sue note (17) e (18), postillava a riguardo che: “(17) Ebner, Storia…, p. 447 sg. I verbali delle visite sono contenuti nel Codice Z D XII dell’Archivio dell’Abbazia greca di Grottaferrata. Della visita a Centola, v. nelle Tavole la riproduzione del f. 135, la cui foto mi è stata cortesemente rimessa dall’archivista pr. Petta. Il Codice venne pubblicato da M.H. Laurent e A Guillou, in ‘Studi e Testi’ della Biblioteca apostolica vaticana n. 206. Per la visita al cenobio di S. Maria v. p. 158 sg del testo citato.”. Poi alla sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. Gli studiosi M.H. Laurent e André Guillou, nel loro Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale’, pubblicato nel 1960, a p. 269 parlano del “Monasterium S. Marie de Centula”, e in proposito scrivevano che: “S. Maria di Centola: près de Centola, prov. Salerno, dioc. Capaccio (= Vallo della Lucania). 41 D 6. – A) ‘Documents caméraux et visite apostolique: Inguanez, ‘Rationes 6610; Hoberg, ‘Taxae’, p. 229; Liber pp. 158-159.”. Infatti, i due studiosi a p. 158-159 del Le ‘Liber Visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos’, riportavano il testo del Verbale della visita apostolica dell’Atanasio, ovvero i fol. 135 e fol. 135v.  

Lat. 149, indice dei monasteri visitati

(Fig…) Atanasio Calkeopoulos, Ms. Lat. 149 (…), indice dei monasteri visitati

Calkeopoulos, Lat. 149, fol. 135, S. Maria di Centola.PNG

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “74 S. Maria di Centola”, tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 135 v., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

Pietro Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Bussento e l’Alento ecc..”. Dunque, l’Ebner (…), sulla scorta del Laudisio (…), segnalava che, nel 1458 in occasione della Visita apostolica dell’Archimandrita Atanasio Calcheopulos, il monastero di S. Maria di Centola era uno dei pochi monasteri italo-greci ancora esistenti sul nostro territorio ma essendo “nulliu dioeceseos” non fu sottomessa alle dipendenze del Capitolo Vaticano. Teodoro Minisci (…), che nel suo ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’, ci parla della visita apostolica di Atanasio Calkeopoulos ad alcune Abbazie del nostro territorio. Gli Atti delle visite apostoliche di Atanasio, sono state pubblicate nel 1960 dai due studiosi Laurent e Guillou (…). Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuitanei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 162 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,….”. Padre Marco Petta, dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), a p. 97, scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri.”. Silvano Borsari, nel suo ‘Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI) (…), a p. 85-86, riferendosi alle biblioteche possedute dai tanti monasteri italo-greci del Mezzogiorno d’Italia, scriveva che:  “Gli inventari delle biblioteche cominciano a diventare numerosi con il XV secolo. Un gruppo compatto è contenuto nel ‘Liber visitationis’ dell’arcimandita Atanasio Calceopilo, dell’anno 1457 (36), in cui sono riportati gli inventari di tutte le biblioteche monastiche basiliane della Calabria, della Basilicata meridionale e del Cilento meridionale, esclusa quella di S. Maria del Patir, e delle quali quindi noi possiamo conoscere la consistenza in un’epoca anteriore alle grandi spoliazioni avvenute nel XVI secolo (37).”. E quì il Borsari (…), nelle sue note (36) e (37), postillava che: “(36) Le ‘Liber visitationes’ d’Athanase Chalkeopoulos (1457-1458), ed. M.H. Laurent – Guillou A. (Città del Vaticano, 1960: Studi e Testi, 206)” e la nota (37) dice che solo pochi monateri italo-greci avevano una ricca biblioteca. Della visita Apostolica del 1457, di Atanasio Calceopulo si sono occupati i due studiosi Laurent – Guillou (…), in ‘Liber Visitationis’, che ad esempio il Breccia (…), cita per un documento proveniente dall’Abazia di San Giovanni a Piro, oggi nel: “(68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” (vedi immagine da noi pubblicata) e, nelle sue note (68) e (69), postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.”. Si trattava di una missione rilevante, che il Calkeopulo compì con grande zelo ed efficacia. Nel settembre 1457 egli si trovava a Messina per passare a Reggio Calabria e il 10 ottobre cominciava la sua missione dal monastero di S. Giovanni Battista di Cataneto. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou. La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il Liber visitationis del Calkeopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca. Il Breccia (…), sulla scorta del “resoconto” della visita apostolica del 1457 di Atanasio Calceopoulos, scrive che si può dedurre la condizione di abbandono di tantissimi monasteri basiliani dell’Italia meridionale. Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’. Il Cappelli (…), nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395, scriveva in proposito che: “Quasi una conclusione a quanto ho esposto nelle pagine precedenti può essere suggerita dallo studio di un importante testo apparso di recente. Si tratta del Codice I D. III. 12 della Badia greca di Grottaferrata esemplarmente pubblicato a cura del Padre M. H. Laurent e di A. Guillou (1). Il grande interesse del documento da poco pubblicato il quale contiene il testo completo della Visita compiuta ai monasteri basiliani di Calabria, Basilicata e Campania dall’autunno 1457 alla primavera dell’anno successivo. Atanasio Calceopoulos, allorchè rcevette da Papa Callisto III la commissione per tale Visita, era archimandata del monastero del Patirion e per assolvere all’incarico si associò l’archimandrita Macario del monastero di S. Bartolomeo di Trigonia, presso Sinopoli, ed il notaio Carlo Feadacio. I tre viaggiatori, conclusero il loro viaggio il 5 aprile 1458 nel cenobio di S. Maria di Pattano nelle vicinanze di Vallo della lucania.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: “Come si è detto, promossa dal Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, il pontefiche Callisto III (1455-1464) ordinò la visita ai monasteri italo-greci dell’Italia Meridionale (16) Il visitatore, archimandata Atanasio Calkeopoli, accompagnato dall’archimandata Macario e dal notaio Carlo Feadaci, iniziò le sante ‘Visitationes’ da Reggio (1 otobre 1457) concludendole piuttosto drammaticamente a Pattano il 5 aprile 1458. Proveniente dal monastero di S. Elia di Carbone (13 marzo 1458), la commissione apostolica giunse a Centola il 18 marzo. Ecc..”. L’Ebner, nelle sue note (17) e (18), postillava a riguardo che: “(17) Ebner, Storia…, p. 447 sg. I verbali delle visite sono contenuti nel Codice Z D XII dell’Archivio dell’Abbazia greca di Grottaferrata. Della visita a Centola, v. nelle Tavole la riproduzione del f. 135, la cui foto mi è stata cortesemente rimessa dall’archivista pr. Petta. Il Codice venne pubblicato da M.H. Laurent e A Guillou, in ‘Studi e Testi’ della Biblioteca apostolica vaticana n. 206. Per la visita al cenobio di S. Maria v. p. 158 sg del testo citato.”. Noi che possediamo il testo di Ebner, precisiamo che per la visita al Cenobio di S. Maria di Centola se ne parla nel Cap. V, 5 e a pp. 161-162 e non a p. 158. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, cap. V parlando delle corporazioni religiose nel Cilento, a pp. 161-162 in proposito scriveva che: “In quel tempo (a. 1458 visita di Atanasio) Centola era un casale di Camerota. Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone. L’Archimandrita trovò nel monastero solo un abate di rito latino ed un presbitero senza più monaci. L’abbazia aveva solo venti once d’oro di rendita e godeva di buona fama. Trascrivo il verbale della visita (f. 135) (17).”. Riguardo a ciò che scriveva l’Ebner nella sua nota (17), delle ‘Tavole’ del suo libro ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – la Baronia di Novi (…), non viene pubblicato il f. 135 (che riguarda la visita di Atanasio al Monastero di S. Maria di Centola) del Codice Cryptense Z D 12 ma, viene pubblicata la pagina f. 138 che riguarda Pattano. Riguardo questo antichissimo codice abbiamo dedicato ed ivi pubblicato il nostro studio e saggio “Il Bullarium Cryptense ed i nonnula iura et monimenta”, dove ho pubblicato alcune immagini di alcuni documenti originali tratti da questo antico codice latino, riprodotti in digitale. Pietro Ebner (…), nella sua nota (18), a p. 720, postillava che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. Recentemente ho fatto richiesta della fotoriproduzione digitale del  Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos, conservato alla Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata e mi è stato inviato l’intero diario di viaggio scansito in pdf (file digitale), in bianco e nero:  “Egregio Prof. Francesco Attanasio, Le invio, come da accordi telefonici, la copia in pdf del manoscritto Lat. 149 (Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos). Mi dispiace che le immagini siano in bianco e nero ma è l’unica forma di digitalizzazione in possesso della Biblioteca. Spero di essere stata utile alla sua ricerca e la saluto distintamente. Lorella Masciangioli Assistente Amministrativo Gestionale Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Grottaferrata”. Dunque, come si può leggere dalla cortese mail inviatami dalla dott.ssa Masciangioli, il diario di Atanasio Calkeopoulos è il manoscritto latino 149. Il Verbale del 18 marzo 1458, il Calkeopoulos, che l’Ebner (…), sulla scorta di M.H. Laurent- Guillou A. (…), riportava integralmente a p. 162 del suo vol. I di ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno ecc…’, era scritto: “Monasterium Sanctae Marie de Centola. Die XVIII° marcii visitatimus monasterium Sanctae Marie de Centula, in quo invenimus quendem abbatem latinum. Que abbacia valet uncias XX; de quò accepimus laudabilem famam et invenimus in ea bona introscripta: casubla I de belluto russo, casubla I de seta, tonicelle due, pluviale unu, mitria unu, groche I, cammisu unu, stole III, amictu I, casubla I blanca, calice unu de argento, coperta I de altaro, cruce una de argento, candileri dui de stayinu, rigleri dui, missale uno, libru I de cantu, breviarum unu, bancale I, tobagla I, tobagle VI, bucte XVIII; et in casali bucte IIII, tine II, lectu I, casa I, para due de lenzuoli, capitale I, curtina I, matarazu I, zappe II, achecte II, assime unu, cugnata I, plactelli VI de piltro, servienti IIII, caldare III, camastra I, tobagle II de tabula, carpita I / Deinde facimus moniciorem et dedimus ei capitula intrascripta, videlicet: / Vacat.”. L’Ebner pubblicò il foglio n. 138 (vedi immagine sopra) che riguardava la visita la Monastero di S. Maria a Pattano (SA), una località vicino Vallo Scalo. Oggi pubblichiamo l’immagine inedita del foglio n. 135 v. che illustra il diario o il verbale della visita del 18 marzo 1458, del vicario apostolico Atanasio Calkeopoulos al Monastero di S. Maria di Centola a Centola:

Calkeopoulos, Lat. 149, fol. 135, S. Maria di Centola.PNG

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(Fig…) Ebner, ‘Storia dei…’, tavola 25 (…), ma è quella che riguarda il Monastero di Pattano

Liber visitationis.PNG

(Fig…) Atanasio Calkeopoulos, Ms. Lat. 149 (frontespizio) conservato alla BSMN

Nel 1450, Pietro Luigi Morra, abate mitrato dell’Abbazia di S. Maria di Centola

Altra interessante notizia riferita dal Barra e già citata dall’Ebner,  a p. 73 scrive intorno a S. Maria di Centola è il seguente scritto: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un ptronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”. Infatti, si tratta del testo a stampa del 1629 di Marco Antonio de Morra, ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, pubblicato a Napoli, si veda p. 71. Ecco cosa scriveva Marco Antonio De Morra (…) dei casali di Centola e Forio, nel suo Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 70:

Morra, p. 70 su Centola

(Fig…) De Morra, op. cit., p. 70

Nel 1455-1456, Casaletto, Capizzo e Centola erano feudi posseduti da Carlo e Alfonso de Sangro

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 713, in proposito scriveva che: “Nel 1456 Casaletto, Capizzo e Centola erano posseduti dai fratelli Carlo e Alfonso di Sangro, investiti di quei feudi dopo la morte del padre Paolo (4).”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (4) postillava che: “(4) Ebner, Storia cit., pp. 137 sgg., 192, 201, 207, 217 e 246. Cfr. pure nel mio saggio ‘Economia e società cit., I, p. 262.”. Dunque, Ebner scriveva che nel 1456, i feudi di Centola, Casaletto e Capizzo erano posseduti dai fratelli Carlo e Alfonso di Sangro. I fratelli de Sangro avevano ereditato i feudi dal padre Paolo di Sangro. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 137-138, parlando della Baronia di Novi ai tempi degli Aragona, in proposito scriveva che: “2. Re Alfonso continuò a mostrare la sua cordiale benevolenza nei confronti del fedele Giovanni Antonio Marzano tanto da favorire il matrimonio di Marino, figlio unico del Grande ammirato, con la propria figlia Eleonora, cui diede in dono il principato di Rossano e buona parte della Calabria. Al medesimo barone di Novi, il sovrano donò Gioi, ……Ciò fu possibile perchè la baronia di Novi, passata dai Normanni de Mànnia ai discendenti cadetti dei principi longobardi di Salerno, secondo il diritto longobardo era divisibile. In quel tempo l’antica baronia era diventata un mosaico di feudi. Capizzo, con Casaletto e Centola (a. 1455) erano posseduti da Carlo e Alfonso di Sangro, investiti del feudo di Centola e casali anzidetti per la morte del loro padre Paolo (N Q f 58 e 59). Sala e Salella (N Q f 163), come l’odierno Vallo della Lucania (N Q f 62), già posseduti dai della Ratta di Caserta……Il 28 luglio 1429 (errore di trascrizione nel R Q per 1459) re Ferrante vendette per 1500 ducati (R Q 7, f 94) a Nicola da Procida, conte di Aversa, le terre di Laurito e Vibonati (R Q f 87).”. Dunque, anche in questo scritto Ebner chiarisce che secondo i Registri ancora esistenti, quelli che non sono andati distrutti in occasione dell’ultimo conflitto mondiale, ed in particolare i Registri Aragonesi, in particolare i Notamenti ai Repertori dei Quinternioni, nel 1455, i feudi di Centola, Capizzo e Casaletto erano stati ereditati dal padre Paolo di Sangro ai figli Carlo e Alfonso di Sangro (N Q f 58 e 59). Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, nel vol. II, a p. 262 parlando di “Centola”, in proposito scriveva che: “vedi vol. II”, ma non dice nulla, forse un errore di trascrizione.  

Nell’11 giugno 1464, una incursione dei Saraceni d’Africa e la distruzione della Molpa

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 375-376-377, in proposito scriveva che: “ultima sua ruina, poichè non essendo più tale, che potesse in quei confusi, scelerati tempi sicura mantenervisi la gente, cominciò pian piano a mancar di abitatori; e quei casali (I) ch’erano della Città dipendenti, pure cominciarono a fare lo stesso, in modo che nella final sua ruina del MCDLXIV pochi abitati ve ne erano. Finalmente toccolle vedere l’ultima sua desolazione, poichè essendo la notte degli undeci di Giugno MCDLXIV. sbarcati nel porto di Palinuro molti Saraceni d’Africa, sollecitamente e col dovuto silenzio s’avviarono alla Molpa….

Antonini, p. 375

Antonini, p. 376

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330, in proposito scriveva che: “Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV. fu dà Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora che Pisciotta un picciolo Casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2) suo Cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc..”. L’Antonini a p. 330 nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”Sulla distruzione della Molpa e di Pisciotta nel 1474 ha postillato anche il Gaetani (…) a p. 28, nella sua nota (9): “(9) Pisciotta fu accresciuta da Molpesi nel 1474 quando la Molpa fu saccheggiata e ditrutta da Corsari d’Africa. Riferisce l’Antonini (vol. I, p. 330) che allora Pisciotta era un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una Relazione fatta da Notar Gio. Antonio Ferrigno, suo cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territori, tutto essendo della Molpa.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta scriveva che: “In un ‘ms’ conservato nella Cancelleria della SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7).”. Ebner per SRC si riferiva alla Real Camera della Sommaria di Napoli. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta, nella sua nota (7) postillava che: “(7) G.A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ‘ms’ della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Il Ducato di Monteleone fu un’entità feudale esistita in Calabria tra il XVI secolo e gli inizi del XIX secolo. Il suo territorio corrispondeva agli odierni comuni di Vibo Valentia e di San Gregorio d’Ippona, nella medesima provincia. Istituito nel 1527, fu dominio della famiglia Pignatelli, fino all’abolizione del feudalesimo avvenuto nel Regno di Napoli nel 1806. Anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a p. 575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che fu saccheggiata: “…dai saraceni a più riprese (680-705-802-828-931-1113),…..ed infine dai pirati saraceni nel 1464, quando anche Pisciotta, apparteneva alla Molpa.”. Anche Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: I saraceni d’Africa le diedero il colpo di grazia intorno al 1464; sbarcati di notte e guadagnata la vetta in perfetto silenzio, assalirono la città e la saccheggiarono, portando via insieme al bottino, donne e uomini in catene. I superstiti allora fuggirono sulle montagne per accrescere i casali di Pisciotta, di Centola e di Cuccaro. Il tempo fece il resto.”. Su questa distruzione della Molpa, di Camerota ecc.., ha scritto anche Onofrio Pasanisi (…), nel suo saggio ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Archivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII. Questa notizia viene riportata pure dal sacerdote Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, dove, a p. 165 parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Alla fine, nel 1464, in occasione del saccheggio da essa subito per mano degli Arabi del Barbarossa, che nella notte dell’11 giugno l’assalirono violentemente, scacciandone gli abitanti e traendone prigionieri altri, i superstiti, dimoranti dapprima in “pagliare”, si ritirarono, come abbiamo detto innanzi, nel casale di Pisciotta (14).”. Il Vassalluzzo, a p. 165, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Silvestri A., La popolazione del Cilento nel 1489, Salerno, 1956, pag. XII.”. E’ strano che il Vassalluzzo chiami questo corsaro d’Africa “Barbarossa”. Il Vassalluzzo, sempre in riferimento a questa notizia, a p. 152, parlando di Pisciotta, in proposito scriveva che: “Il suo sviluppo, questo borgo, lo ebbe verso la seconda metà del XV secolo, quando, nell’anno 1464, assalito e distrutto dai corsari musulmani il castello della Molpa, gli abitanti superstiti si rifugiarono su queste balze e ingrossarono il numero della popolazione già ivi esistente (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 152, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cirelli F., op. cit., pag. 64. Giustiniani L., op. cit., t. VII, p. 205.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, a p. 206, del vol. VII, in proposito scriveva che: “Nel territorio di ‘Pisciotta’ non vi è nessun segno di antico, e si vuole dall’accennato Antonini essere stato dapprima un picciol casale della ‘Molpa’ secondo appare da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2), ed avea pochi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della ‘Molpa’. Quando questa città si distrusse nel 1464, da corsari di Affrica accrebbe poi di popolo la suddivisata ‘Pisciotta’. Nel catalogo dè Baroni sotto Guglielmo II si fa menzione di un tal Niel de ‘Pissocta’.”. Il Giustiniani, a p. 206, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Questa Relazione è negli atti del Duca di ‘Montelione’ nel S.R.C. in banca di ‘Litto’, presso lo scrivano Santelia.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Circa le origini, Scipione Mazzella afferma che Camerota sarebbe sorta sulle rovine dell’antica “città di Molpa” che poco discosta le sta”. ‘Descrizione del regno di Napoli’, Napoli, MDCI, pag. 79. Si fa riflettere intanto che detta Molpa, continuamente provata invero dalle incursioni, fu completamente distrutta solo nel 1464, quando cioè Camerota da secoli già esisteva. Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464. E lo scrittore Scipione Mazzella mette in riferimento l’estrema fine di Molpa, all’origine di Camerota, “che poco discosta le sta”. Riferimento immaginario: Camerota, nel 1464, ha già molti fuochi.”.

Nel 1464, Pisciotta e la Molpa nella ‘Cronaca’ ( o Relazione) del notaio Giovanni Antonio Ferrigno

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta scriveva che: “In un ‘ms’ conservato nella Cancelleria della SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7).”. Ebner per SRC si riferiva alla Real Camera della Sommaria di Napoli. Ebner (…), a p. 318, nella sua nota (7) scriveva che: “(7) G.A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ‘ms’ della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Riguardo l’antico documento citato da Ebner nella sua nota (7), ovvero il ms. del notaio G.A. Ferillo o Ferrigno, un cronicon sull’origine di Pisciotta, ha postillato anche il Gaetani (…) a p. 28, nella sua nota (9): “(9) Pisciotta fu accresciuta da Molpesi nel 1474 quando la Molpa fu saccheggiata e ditrutta da Corsari d’Africa. Riferisce l’Antonini (vol. I, p. 330) che allora Pisciotta era un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una Relazione fatta da Notar Gio. Antonio Ferrigno, suo cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territori, tutto essendo della Molpa.”. Il Barone Antonini (…), infatti, a p. 330, in proposito scriveva che: “Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV. fu dà Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora che Pisciotta un picciolo Casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2) suo Cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc..”. Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 parlando di “Pisciotta”, in proposito scriveva che: “Due miglia poi sul mare, è la grossa Terra di Pisciotta (I), con un Monistero di Frati Francescani….ed a’ giardini danno, malamente dal Signor Gatta allogata nel ‘Vallo di Novi’ al fol. 300 della sua ‘Lucania Illustrata’. Tutte le frutta, e l’oglio sopra tutto, che in quantità grande produce, io lo ripongo fra i più belli del Regno. Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV fu da Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora Pisciotta un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno suo Cittadino (2), avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc... L’Antonini a p. 330 nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”. Riguardo questo documento o relazione, l’Antonini ne parla anche a p. 348. Pietro Ebner (…), ne accenna anche nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 322 parlando di Pisciotta in proposito scriveva che: “L’Antonini (37) contesta al Gatta ecc…e le rovine di Molpa distrutta nel 1494 dai “Corsari d’Africa”. Allora Pisciotta era, secondo il Ferrigno, casale della Molpa e contava pochi abitanti.”. Riguardo la relazione del Ferrino citata dall’Ebner a p. 322, vol. II, sempre parlando di Pisciotta egli a p. 318 nella sua nota (7) postillava che: “(7) In un ms conservato nella Cancelleria del SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7) G. A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ms della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Il Ducato di Monteleone fu un’entità feudale esistita in Calabria tra il XVI secolo e gli inizi del XIX secolo. Il suo territorio corrispondeva agli odierni comuni di Vibo Valentia e di San Gregorio d’Ippona, nella medesima provincia. Istituito nel 1527, fu dominio della famiglia Pignatelli, fino all’abolizione del feudalesimo avvenuto nel Regno di Napoli nel 1806. Riguardo questo manoscritto, Pietro Ebner (…), a p. 172, parafrasando l’Antonini, nella sua nota (12), postillava sulla ‘Cronaca di S. Mercurio’, scriveva che: L’Antonini (p. 375) attribuisce a Molpa tre casali (S. Serio, Boregana e Castelluccio) e forse ancora un altro (Trivento), di cui non vi è altra notizia che quella citata dall’Antonini del 1546 (tavola Valente, f. 215, del processo innanzi al SRC tra Anonio Caracciolo e i suoi Creditori).”.

Postille di Antonini, p. 375

L’Antonini (…), a p. 375, parte II, II edizione della ‘La Lucania’

L’Antonini (…), a p. 375, riguardo questi luoghi, nella sua nota (2), postillava che: “Questi casali erano S. Serio, Busagano, Castelluccio, siccome vedesi dalla relazione che ne fa nel MDXLVI (1546) il Tavolario Valente, posta al f. 215, del Processo del S. Consiglio ‘Inter Cassan. dram Oliverio, & creditores D. Antonii Caraccioli in Banca de Litto, scriba Santelia, ed in questi siti oggi appena si trova vestigio.”. Dunque, riepilogando, se nella sua nota (2), a p. 330, l’Antonini postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”, sempre l’Antonini, a p. 375, nella sua nota (2) postillava che: nel MDXLVI (1546) il Tavolario Valente, posta al f. 215, del Processo del S. Consiglio ‘Inter Cassan. dram Oliverio, & creditores D. Antonii Caraccioli in Banca de Litto, scriba Santelia, ed in questi siti oggi appena si trova vestigio.”, ovvero che l’Antonini ci dice che il manoscritto del Notaio originario di Pisciotta Giovanni Antonio Ferrigno doveva essere allegato in un Processo del Sacro Consiglio per Don Antonio Caracciolo…….

Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, a p. 206, del vol. VII, in proposito scriveva che: “Nel territorio di ‘Pisciotta’ non vi è nessun segno di antico, e si vuole dall’accennato Antonini essere stato dapprima un picciol casale della ‘Molpa’ secondo appare da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2), ed avea pochi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della ‘Molpa’. Quando questa città si distrusse nel 1464, da corsari di Affrica accrebbe poi di popolo la suddivisata ‘Pisciotta’. Nel catalogo dè Baroni sotto Guglielmo II si fa menzione di un tal Niel de ‘Pissocta’.”. Il Giustiniani, a p. 206, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Questa Relazione è negli atti del Duca di ‘Montelione’ nel S.R.C. in banca di ‘Litto’, presso lo scrivano Santelia.”.

Nel 1483, il Liber rationum

Nel 1483, nel ‘Liber rationum’ Il ‘Liber rationum’ del 1483 consente di accertare la consistenza dello ‘Stato’ di Sanseverino, formato dalle seguenti località, città e terre: Rocca Imperiale, difesa di Tresaie, Noia, Colobraro, Garaguso, Atena, Polla, Salerno, Castellabate, Sala, Marsico, San Severino, Agropoli, difesa di San Teodoro, Cilento. La gran parte delle entrate (provenienti dalle rendite agrarie e dai ricavi dell’allevamento) era assorbita da spese correnti (lavori, salari, manutenzione), ma un sostanzioso impegno finanziario era costituito dall’armamento di galee (in parte ammortizzato da assegnazioni e prestiti) e dalla cura di fortificazioni e difese terrestri, che Sanseverino teneva sempre in efficienza. Nei feudi l’amministrazione fu affidata anche a competenti ufficiali stranieri, come esattori e fattori legati ai banchieri fiorentini Strozzi. In effetti il controllo sugli aspetti economici e finanziari fu rigoroso: Raffaele Colapietra (1999) ha visto nella gestione di Sanseverino un modello di «ruralizzazione tardo feudale», che investì in particolar modo il Cilento: ad Agropoli, ad esempio, egli concesse (1483) capitoli che rappresentano un evidente tentativo di circoscrivere l’iniziativa locale. Forti invece le resistenze a Salerno, dove l’attività commerciale e finanziaria si mantenne fiorente – alla fiera del 1478 presero parte ancora molti operatori, anche forestieri –, supportata oltretutto dalle politiche della monarchia.

Nel 1518, l’Abbate Guarini e la ricerca del corpo di S. Richerio

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 714, in proposito scriveva che: “Centola è ubicata dall’Antonini (10) su una collina e fino al 1529 casale di Sanseverino, feudo smembrato dopo l’ultima distruzione di Molpa (1464). Poco lontano era un monastero di cappuccini e a mezzo miglio, sulla via per Sanseverino, era l’antica abbazia, ai suoi tempi commenda, che aveva la giurisdizione spirituale sul villaggio contrastata dal vescovo di Capaccio. Nella chiesa si credeva che vi fosse sepolto il corpo di S. Ricario, tanto è vero che nel 1593 l’Abate Guarini fece eseguire scavi sotto l’altare maggiore (11). L’errore in cui caddero sia il cardinale Bessarione che l’Ughelli è dovuta all’omonimia con Centola di Francia, dove i sacri resti sono conservati.”. Ebner, a p. 714, nella nota (11) postillava che: “(11) La notizia si rileva dalla Cronaca locale di un certo Venceslao di Centola. “Nell’anno MDXVIII lo signor Vicario Guarini, Abate de Centula fece scavare molto assai profondo in dicta Abatia avante, e dietro lo Altare, sperando trovare lo Corpo di San Ricario, et nce fice la processione et quase tutta Centola degiunò, et si confessarono et communicaro, et non si ritrovò niente”.”. Dunque, Ebner riferendosi all’Abbazia (Badia) di S. Maria di Centola scriveva che, secondo il monaco “Venceslao di Centola”, un monaco che poi vedremo ne ha parlato il Cammarano (….), scriveva che nell’anno 1518, l’Abate Guarini, abate del tempo, fece scavare avanti e dietro l’altare maggione della chiesa per cercare le sacre spoglie di S. Ricario. Ebner, scriveva che ciò accadde nel 1593 e scrive pure che sia l’Abate Guarini che il Cardinale Bessarione si sbagliarono. Il barone Giuseppe Antonini (…), nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 349 parlando del casale e villaggio di Centola, in proposito scriveva che: “Un mezzo miglio a Tramontana, sulla via che mena da S. Severino, trovasi un’antica da passati Abati malmenata Badia (2), che fu già de’ PP. Benedettini, oggi ridotta in Commenda. Questa ha la spiritual giurisdizion nella Terra, e nel Clero se non quanto in alcuni punti gli vien dal Vescovo di Capaccio contrastata. Credesi da’ paesani trovarsi in quella vecchia Chiesa il corpo di S. Ricario, che ‘l Maurolico malamente chiama Riario; e tanto più il credono, quanto ‘l ‘Cardinal Baronio’, nelle ‘note’ al ‘Martirologio’ a’ XXVI aprile, nulla ha detto di questo dubbio, e l’Abate Ughellio l’ha ciecamente seguitato, con aggiugnerci anche alcuna cosa del suo. Le parole del Martirlogio sono: “In Monasterio Centula S. Richarii Presbyteri, & Confessoris”. L’abbaglio e l’equivoco è nato dal nome di ‘Centola’, di cui simile è l’altro in Francia, ove effettivamente il corpo di S. Ricario si trova.”.

Antonini, p. 349

L’Antonini racconta la notizia dell’Abate Guarini a p. 352. Nella chiesa di Centola, confusa con la chiesa di Centola in Francia si credeva che vi fosse sepolto il corpo di S. Ricario, tanto è vero che nel 1593 l’abate Guarini fece eseguire scavi sotto l’altare maggiore. L’errore in cui caddero sia il cardinale Baronio ed il Bessarione che l’Ughelli è dovuta all’omonimia con Centola di Francia, dove i sacri resti sono conservati. L’Abate Ferdinando Ughelli (…), nella sua ‘Italia Sacra’, parlando dei “Caputaquense Episcopi” (vescovi di Capaccio), tomo VII, p. 663, ci parla della chiesa di Centola e crede, erroneamente, che li sia morto San Ricario (…). L’Antonini (…), disserta su S. Ricario che fu abate di una chiesa di Centola, erroneamente creduta dall’Ughelli (…), la nostra Centola, tanto che gli abitanti del luogo, scrive l’Antonini, credono “trovasi in quella vecchia Chiesa il corpo di S. Ricario, che il Maurolico, chiama Riario”, ma si è potuto accertare essere un paese della Francia:

Antonini, p. 350

Antonini, p. 351

Antonini, p. 352

(Fig….) Antonini (…), pp. 347-348-349-350-351-352, dove ci parla di Centola e di S. Richario

Ughelli, tomo VII, p. 663

Ughelli, tomo VII, p. 664, su S. Nazario

(Fig….) Ughelli (…), I ed., tomo VII, pp. 663-664

Sul corpo di S. Ricario e sull’equivoco sorto intorno all’Abbazia di S. Maria di Centola ha scritto anche Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., che diceva che: Va pure preliminarmente sgombrato ogni equivoco, nascente dalla pura omonimia con l’assai più celebre e importante abbazia carolingia di Centula, in Piccardia, con la quale erroneamente è stata spesso confusa (14). In effetti, S. Maria di Centola non compare mai nella pur ricca agiografia dei santi italo-greci che abbiamo già citata…... Il Barra (…), a p…., nella sua nota (14) postillava sulla bibliografia utile a riguardo l’Abbazia francese e postillava che: “(14) …………”.

L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro II, a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara, in proposito scriveva che: “Da antiche scritture si ha, per testimonianza dello stesso P. Peduto, che Richerio fu Abate di questo Monastero nell’anno 1038 scrive il Baron Antonini par. 2 Disc. 6, aver ricavato da alcune carte fattegli leggere dall’Abate Vereso Canonico di S. Pietro di Roma, che detto Richerio, essendo Abate in Monte Casine, in dove incominciò il suo governo nel 1044, e morì nel 1054 fondò il casale di S. Nazario nella valle di Novi, Casale di Cuccaro. Porta poi nella nota 1 pag. 334, che l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; onde congettura l’Antonini, che la fondazione di S. Nazario poté seguire tra gl’anni 1038, e 1055 in quanto, Richerio fusse stato Abbate di S. Pietro nel 1038, non contraddicono le Carte dell’Abbate Varese, ne l’Anonimo Cassinese, perché dopo dett’anno poté esser eletto Abbate di Monte Casino, ma ostarebbe l’epoca del Pellegrino, che lo vuole in Monte Casino dal primo di giugno 1038, onde io credo più esatta l’epoca dell’Anonimo, e delle Carte suddette, e tanto più, che trovandosi Abbate di S. Pietro, gli fu più facile fondare detto Casale di S. Nazario, perché S. Pietro l’è in distanza di circa miglie venti, e Monte Casino di circa cento trentadue; Ma se vogliasi per vera piuttosto quella di Pellegrino, credere si deve, che fu eletto Richerio Abbate di Monte Casino al primo di giugno 1038 in tempo era Abbate di S. Pietro, nel qual tempo poté detto Casale fondare, e poi andò a presedere in Monte Casino.”.

Centola, feudo in tempi moderni

Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella Parte II, nel ‘Discorso VI’, parlando “de’ luoghi, che sono intorno al fiume Melpi”, da pp. 347 e s., ci parla di Centola. Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a p. 347, in proposito scriveva che: “però per non far torto alla verità, convien dire, che il luogo fin dall’anno MDXXIX era Casale di S. Severino, ma smembrato in quanto alla giurisdizione, e credo che si fosse fatto grande dopo l’ultima desolazione della Molpa nel MCDLXIV, poichè…..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che: “‘Centula’, ‘Centola’. Casale di S. Severino di Camerota fino al 1529, secondo l’Antonini.”. Centola è ubicata dall’Antonini su una collina e fino al 1529 fu casale di Sanseverino, feudo smembrato dopo l’ultima distruzione di Molpa (1464) e, poi dei Pappacoda, che la governarono col titolo di Principi. Dunque, l’Antonini scriveva che fin dall’anno 1529 (secondo me vi è un errore 1129) Centola era un casale di S. Severino (ieri detto di Camerota), il casale della Baronia dei Sanseverino. Il casale di Centola, secondo l’Antonini, fu smembrato “in quanto alla giurisdizione” e poi aggiunge che Centola si ingrandì subito dopo il 1464, che avvenne l’incursione dei “Saraceni d’Africa” che distrusse definitivamente la Molpa.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che: “‘Centula’, ‘Centola’. Casale di S. Severino di Camerota fino al 1529, secondo l’Antonini.”.  Centola è ubicata dall’Antonini su una collina e fino al 1529 fu casale di Sanseverino, feudo smembrato dopo l’ultima distruzione di Molpa (1464) e, poi dei Pappacoda, che la governarono col titolo di Principi. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che secondo l’Antonini (…): “i monaci italo-greci che costruirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria. Come si è detto in questa chiesa si celebrava ancora con rito greco prima del 1458, mentre la badia dopo poco passava in commenda (2). L’Antonini, che assicura che ai suoi tempi la badia era ancora in Commenda, parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3) Ecc…..”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, cap. V parlando delle corporazioni religiose nel Cilento, a pp. 161-162 in proposito scriveva che: “In quel tempo (a. 1458 visita di Atanasio) Centola era un casale di Camerota.”. L’Ebner (…), nella sua Economia e società nel Cilento medievale, a p. 496, su alcune notizie su Rofrano ed il suo Cenobio: “Forse perchè direttamente dipendente dall’abbazia di Grottaferrata il cenobio non vennevisitato nel 1458 dal visitatore apostolico dei monasteri basiliani, archimandrita, Atanasio Calceopilo, che visitò gli altri cenobi (S. Giovanni a Piro, S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano). Il feudo fu sempre tenuto dall’abbazia di Grottaferrata (…), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella Napolitano nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino (di Centola)…”. Nel 1800, Francesco Sacco (…), nel suo ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, vol. I a p. 290 parlando di Centola, in proposito scriveva che: “che si appartiene alla famiglia Pappacoda con titolo di Principato. In essa sono da notarsi una chiesa parrocchiale col titolo di S. Nicola di Bari; una Badia sotto l’invocazione di S. Maria degli Angioli, con giurisdizione spirituale sopra il clero; ecc…”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre posseduto da dai monaci, come si rileva da una sentenza (25 ottobre 1434) dell’abate di S. Giovanni a Piro (6). Probabilmente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella Napolitano nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano, ricorda  (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino di Camerota (poi di Centola). Anche Camillo Tutini dice di Rofrano posseduto da conte Alemagna di Buccino, insieme con Balbano, Laviano, Ricigliano e S. Lorenzo, aggiungendo poi (p. 85) che Rofrano apparteneva al conte Giacomo Gaetani, notizia che troverebbe conferma in un documento aragonese del 1445. Dalle ‘Fonti aragonesi’, infatti, si apprende del conte di Fondi e del pagamento “pro feudali servicio seu adoha terre Rofrani que est Jacobi Gaetani fratris sui duc. sexaginta” (7). Non sappiamo se in quel tempo il cenobio di S. Maria continuasse a celebrare con rito greco. Certo è che non vi si recò la commissione apostolica presieduta dall’archimandrita Atanasio Calkeopilo nel 1458 per visitarlo. Non è da escludere, però, che l’avesse fatto perchè quel cenobio dipendeva direttamente da Grottaferrata. Nè conosciamo se era passata in commenda e quali furono gli abati commendatari.”. Sempre Ebner in un altro testo scriveva che: “Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello. Per ribellione di costrui, il feudo fu avocato al fisco.”. Dunque dai Registri Angioini risulta che il feudo di Rofrano nel 1369 apparteneva a Giacomo Morra insieme a Caselle in Pittari, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rocca Gloriosa, e San Severino di Centola. 

Nel 1528, la fine dei Morra e la confisca dei beni

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 81 e s., in proposito scriveva che: “La crisi dei Morra precipitò nel 1528, con l’adesione al partito francese. Giacomo Morra subì infatti la confisca del feudo, la cui rendita veniva valutata in 460 ducati annui, e che così veniva descritto in un documento fiscale spagnolo del 1532 (4).”. Il Barra, a p. 81, nella sua nota (4) postillava che: “(4) N. Cortese, Feudi e feudatari napoletani della prima metà del Cinquecento, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, n.s. a. XV, 1929, p. 36.”

Nel 1532, i feudi e casali di Centola, Capizzo e Casaletto a Girolamo di Sangro  

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 713, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1532 il re investì Sigismondo di Sangro, per la morte del padre Alfonso, dei suddetti casali, con tutti i loro diritti, giurisdizioni, mero e misto imperio e cognizione delle prime cause. Il compilatore dei Quinternioni (5) tenne a segnalare che i predetti casali vivevano “iure Langobardorum”. Nel ‘Cedolario’ Capizzo, Casaletto e Centola risultavano tassati per l’adoa a Ippolita di Sangro (6). Nel 1603 Maria Rosso, laica in ‘capitulis’, figlia di Ascanio Rosso, rinunziò a Centola donando il feudo allo zio Mario Rosso (7). Ecc…”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (5) postillava che: “(5) Quint. 4, f 268: ‘cum omnibus eorum iuribus, et iurisdictionibus, mero etc. cognitione primarum causarum et cum integro eorum statu in quibus vivitur iure Longobardorum”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (6) postillava che: “(6) Il Cedulare (f 50 e 16) Adohae taxatur Ippolita de Sangro pro Casaletto Capizzo et Centula.”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (7) postillava che: “(7) Quint., 30, f 248”. Su un blog tratto dalla rete “Il castello di San Sergio”, leggiamo che: “La tenuta feudale San Sergio, secondo il sacerdote Don Giuseppe Stanziola, parroco di Centola, prese il nome dalla cappella di San Sergio ivi dislocata. I feudatari di Centola furono i Rosso i quali ebbero la prima signoria, poi Giacomo della Morra, i Di Sangro, con Carlo e Alfonso, visti nel 1456, quando sempre secondo lo Stanziola, vi costruirono la cappella denominata San Sergio. Ecc…”. Sulla famiglia dei di Sangro a Centola ha scritto Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 83 e s., in proposito scriveva che: “Diverse furono le vicende feudali della Molpa. Dopo vari passaggi di mano, Gianalfonso de Sangro vendè nel 1516 il feudo a Giannicola Origlia, per poi ritornare per ragioni ereditarie ai de Sangro, signori di Camerota (9). Sequestrato nel 1528, il feudo fu concesso a un dignitario fiammingo di Carlo V, Stefano Croppen (10). Nel 1539 i de Sangro vendettero per 9600 ducati la Molpa e Pisciotta al nobile italo-spagnolo Ferrante Bisbal, il quale aveva effettuato l’acquisto per conto di suo nipote Antonio Caracciolo.”. Il Barra, a p. 83, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. ‘L’Historia dell’Illustrissima Famiglia Di Sangro scritta dal Signor Filippo Campanile’, nella Stamperia di Tarquinio Longo, Napoli 1615, pp. 66-67.”. Sempre il Barra, a p. 86, in proposito scriveva che: “Già all’epoca della signoria dei Morra i rapporti dei feudatari con i vassalli non risultarono sempre felici, come pure non mancarono controversie, giurisdizinali e di confini, con i feudatari vicini. Abbiamo ad esempio notizia di una controversia insorta nel 1459 tra Sigismondo de Sangro, barone di S. Sergio, e Giacomo Morra, barone di Sanseverino, a proposito di alcuni abitanti di S. Sergio che desideravano trasferirsi a Centola (20).”. Il Barra, a p. 86, nella nota (20) postillava che: “(20) “Atti del magnifico Gismondo de Sangr, possessore del casale di Sergio (sic), con lo magnifico Iacomo Morra, possessore della Terra di Sanseverino, e casale di Camerota, sopra la petizione di certi vassalli che habiano da rehabitare nel detto casale di Centola – 1459″ (ASN, Processi antichi della Sommaria, f 72, n. 5731).”.

Nel 1538, il feudo di Centola da Girolamo Morra passò ad Annibale Antonini, avo di Giuseppe

Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 81- 82 in proposito al feudo di Centola faceva notare che: “Benchè avessero in seguito ottenuto la restituzione del feudo, le fortune dei Morra continuarono a declinare. Già nel 1531 Giacomo orra era stato costretto ad alienare le entrate feudali per 300 ducati annui al cugino Annibale Galeota. Il 29 luglio 1536 Giovanni Antonio cedette a Vincenzo Filangieri “la terra di San Severino con lo suo Casale di Centula” per 1700 ducati (la rendita si valutava in 360 ducati annui), ma ricomprando il feudo il 23 febbraio 1537 (5). Nel 1545, intanto, l’Università di Centola citò in giudizio sia Giovanni Antonio Morra che Mario Galeota per il reintegro nell’eserczio della giurisdizione delle “prime e seconde cause” (6). Ecc….Nel 1538, infatti, Girolamo Morra alienò definitivamente Sanseverino ad Annibale Antonini, antenato dello storico settecentesco, “cum castello, et castellano, et feria Sanctae Margaretae” (l’antica fiera di S. Margherita costituiva un’evento commerciale di grande rilievo per tutto il basso Cilento, e la sua giurisdizione risultava quindi assai lucrosa. (7).”. Il Barra a p. 82, nella sua nota (7) ci ricorda che questa notizia ci fu data proprio dallo storico settecentesco Giuseppe Antonini nella sua Lucania, a p. 348, vol. I. Giuseppe Antonini a p. 347 (non come scrive il Barra a p. 348), vol. I della prima edizione, parlando del piccolo casale di Sanseverino “La Terra di Sanseverino” scriveva che: “Il suo Castello, …..e fino all’anno MDXXXVIII, era ancora ben tenuto, poichè Girolamo di Morra, che lo possedeva in quell’anno vendendolo ad Annibale Antonini, dice nell’Istromento, che ne fu stipolato dal Notar Lorenzo de Pauceriis, “cum Castello, & Castellano, ecc..”. Dunque, il feudo di Centola con il piccolo casale di Sanseverino, dal 1538, epoca in cui nacque lo storico Camillo Porzio appartenne ad Annibale Antonini antenato dei due fratelli Annibale e Giuseppe Antonini e da quì una serie di legami con la storia ed i documenti storici del territorio.

Nel 1559, il feudo di Centola fu acquistato indirettamente, da Camillo Porzio, il noto storico

Camillo Porzio, che era divenuto il feudatario di Centola acquistandolo nel 14….., nel 1580 dettò le sue volontà testamentarie e donò il feudo e tutto quanto avesse alla figlia Fulvia Capece Scondito, figlia di sua moglie………………morta vedova. Camillo Porzio, suo patrigno, nacque a Napoli nel 1526 o nel 1527 da Simone e da Porzia d’Anna, di nobile famiglia napoletana. Ebbe sei fratelli tra i quali Antonio, che nel 1557 divenne vescovo di Monopoli, e Giacomo, che militò con gli spagnoli nelle guerre contro i turchi. Dopo la morte del padre, avvenuta il 27 agosto 1554, Porzio, che esercitava a Napoli la professione forense, si dedicò personalmente ad amministrare i beni della famiglia, occupazione che dovette assorbirlo molto, come è possibile dedurre da una lettera inviatagli da Girolamo Seripando il 27 giugno 1559, nella quale l’ecclesiastico si lamentava con l’amico perché non aveva mantenuto la promessa di andare in visita da lui a Salerno, dove, dal 1554, era arcivescovo. Nel 1559 Porzio riuscì ad acquistare il feudo di Centola, nel Cilento, messo all’asta dalla nobile famiglia degli Alagna. Un’operazione immobiliare prestigiosa quanto complicata, destinata a creare duraturi contrasti fra gli eredi di Porzio, in quanto la proprietà, acquistata con somme versate da Porzio, fu intestata però al cognato, Marino Russo. Sull’operazione immobiliare “prestigiosa”, come la chiama la Treccani, dell’acquisto del feudo di Centola, che però rimase intestato a suo cognato, Marino Russo, ha scritto Francesco Barra (….), nel capitolo IV: “Camillo Porzio signore di Centola e di Sanseverino”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “….il Feudo era finito, dopo vari passaggi, a Rainaldo d’Alagno, signore di Mottola. Questi, che versava in gravi difficoltà finanziarie (1), alla fine si vide messo all’asta il feudo a istanza dei creditori Sebastiano di Sarno e la moglie Lavinia Morra. Centola venne aggiudicata nel 1559 a Marino Russo, quale ultimo licitatore, per 4760 ducati, “con grande invidia de li concurrenti suoi”, come riferiva Antonio d’Afeltro al cardinale Seripando (2). Ma il vero acquirente era in realtà lo storico e giurista Camillo Porzio (1526-1580, del quale il Russo era cognato. Difatti, quando nel 1558 il feudo diCentola venne messo all’incanto, Porzio fu esplicitamente invitato a effettuare l’acquisto, non solo perchè disponeva di doviziosi mezzi, il che lo sollecitava ad “acquistar nobile possessione”, ma anche per rendere un servigio ai Morra, di cui l’Alagno era cugino, e soprattutto al cardinale Girolamo Seripando (1493-1563), arcivescovo di Salerno, parente a sua volta del l’Alagno, che l’aveva esplicitamente sollecitato insieme a Placido di Sangro, signore di Camerota etc…”.

Nel 1559, all’epoca del Porzio, Giovan Ferrante Seripando, abate mitrato dell’Abbazia

Il Barra, a p. 111 accennava del Cardinale Seripando che aveva caldeggiato l’acquisto del feudo ed in proposito scriveva che: “In effetti, il cardinale parlava non genericamente ma con cognizione di causa, poichè oltre ai suoi legami di parentela coi Morra, suo fratello Giovan Ferrante era abate commendatario di S. Maria degli Angeli di Centola.”.

Nel 20 giugno 1564, con la bolla “Insuper eminenti” di papa Pio V (o papa Pio IV ?), l’Abbazia di S. Maria degli Angeli venne aggregata in Commenda al Capitolo Vaticano della SS. Cappella del Presepe in S. Maria Maggiore a Roma (?)

Il sacerdote Giovanni Cammarano, nel suo ‘Storia di Centola’, vol. II dedicato alla ‘La Badia di S. Maria‘, a pp. 136-137 parlando di “2. Quando la Badia diventò commenda”, in proposito scriveva che: “Della prima (196), fino al momento, non si conosce la data precisa perchè, nonostante le ricerche, non è stato possibile avere sottocchio il documento.“. Il Cammarano a p. 136, nella sua nota (196) postillava che: “(196)  Della prima, secondo il Venceslao II fu dichiarata commenda nel 1564-65.”. Il Cammarano per Venceslao II si riferiva ad un abbate che aveva lasciato un manoscritto di cui ho già parlato. Sempre il Cammarano a p. 137 continuando a scrivere sull’argomento, non essendo d’accordo neanche sul Venceslao II in proposito citava l’Ebner e scriveva che: “L’Ebner non cita la fonte, per cui resta insoluta la data del passaggio in commenda. Comunque stando a questo passo la Badia di Centola sarebbe passata in Commenda nella seconda metà del 1400. Lo stesso Ebner, a prescindere che non conosceva per niente la storia di Centola, era tanto insicuro, per quanto riguarda la commenda, che cadde in contraddizione. Infatti in CBPC a p. 559 scrive che “Nel secolo XV, Papa Pio IV con la bolla “Insupereminenti del 20 giugno 1564, assegnò la Badia di Bosco in commenda al capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme ad altre quattro abbazie viciniori: Licusati, Cuccaro, Centola ed Eremiti”. La citazione di Ebner, che pare abbia attinto dal Di Luccia (197) a p. 127, a prescidere dalla contraddizione, pecca di imprecisione. Difatti contiene i seguenti errori: !) Nel secolo XV, mentre è il secolo XVI se è vero che la bolla è datata il 20 giugno 1564. 2) Nella stessa bolla si parla delle Badie di S. Nazario e di S. Pietro di Licusati e quindi non fa menzione delle Badie di Eremiti-Castinatelli, di Cuccaro e di Bosco e tantomeno di Centola. La bolla non comincia, insuper eminenti, ma “In superminenti” (198).”. In seguito alle affermazioni del Cammarano ho cercato di approfondire la questione. Intanto riguardo i punti 1) e 3) del Cammarano direi di dargli ragione. Riguardo invece il punto 2) la questione va ulteriormente approfondita. Intanto il Cammarano contraddice se stesso se è vero che a p. 13, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il nome abate, ha molteplici suddivisioni: abate de regimine governa soltanto il proprio monastero; abate nullius dioecesis ha autorità su un territorio eparato dalla diocesi, alla diretta dipendenza della S. Sede, e fu il caso di Centola; abate commendatario, al quale veniva conferita un’abbazia in commenda cioè in affidamento, alle dipendenze della S. Sede, e si verificò per Centola dopo il 1564. Ai tempi di cui intendiamo parlare per avere il titolo abate erano sufficienti la tonsura e un ordine minore. Alcuni di questi abati avevano il privilegio di portare la mitra, insegna vescovile, per cui si chiamavano abati mitrati. E l’abate di Centola godeva di questo privilegio.”. Il Cammarano si riferiva a Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 559-560, dove parlando della chiesa di Bosco scriveva che:  “Chiesa, sempre parrocchiale, dipendente un tempo dall’abbazia italo-greca di S. Pietro di “li Cusati. Nel sec. XV, papa Pio IV con bolla “Insuper eminenti” del 20 giugno 1564, assegnò la Badia di Bosco in Commenda al Capitolo di S. Pietro in Vaticano, insieme ad altre quattro abbazie minori: Licusati, Cuccaro, Centola ed Eremiti. Così la badia fu retta da un vicario apostolico con giurisdizione episcopale, coadiuvato da un agente residente a Napoli con il compito di controllare l’opera del vicario locale (12)”Pietro Ebner (….), a p. 559, vol. I, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Di Luccia, cit., p. 127 e ssg.”.Pietro Ebner (…), nelle sue note (13-14), riferendosi alla chiesa locale di Bosco postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.”. Dunque, Pietro Ebner parlando di Bosco e della sua Abbazia di S. Nicola scriveva che questa insieme ad altre abbazie del basso Cilento furono aggregate alla Santa Sede dalla bolla di papa Pio IV il 20 giugno 1564. Pietro Ebner postillava di Pietro Marcellino Di Luccia (….), ovvero traeva la notizia dal Di Luccia (….), ovvero da p. 127 del suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 127. Rileggendo però il Di Luccia (….) a p. 127 e ssg., non si evince quanto sia stato scritto da Ebner. Il Di Luccia, a p. 127 ci parla di S. Giovanni a Piro e del suo territorio. Anche il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel 1991, nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990′ (…), forse sulla scorta dell’Ebner a p. 110 e s., ci parla di Bosco e, scriveva in proposito che: “Nel secolo XVI, Papa Pio IV (Giovanni Angelo Medici), con la Bolla “Insuper eminenti” del 20 giugno 1564, assegnò l’Abbazia di S. Nicola di Bosco, in Commenda, al Capitolo di S. Pietro in Vaticano, insieme ad altre quattro Badie viciniori: Licusati, S. Nazario, Centola ed Eremiti. La chiesa di Roma ne esercitò la giurisdizione spirituale a mezzo di un vicario apostolico, coadiuvato da un controllore residente in Napoli.”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 114 e s., riferendosi all’Abbazia di S. Maria degli Angeli di Centola, in proposito scriveva che: “Passata infatti da Pio V, nel 1564, l’abbazia alle dirette dipendenze della S. Sede, da allora gli abati beneficiari vennero sottratti al patronato feudale e la loro nomina spettò direttamente al pontefice (l’ultimo di essi, come vedremo, fu Ferdinando Galiani nel 1748).”. Il Laudisio invece era di diverso avviso. Le notizie ricavate dal Laudisio (…), sono state in seguito confermate dall’’Ebner (…), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”Forse però questi autori sbagliano in quanto nel 1564 non era papa Pio V ma papa Pio IV. Infatti, Papa Pio V, al secolo Antonio (in religione Michele) Ghislieri è stato il 225º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica, sovrano dello Stato Pontificio, dal 7 gennaio 1566 alla sua morte. Invece, papa Pio IV, nato Giovanni Angelo Medici di Marignano è stato il 224º papa della Chiesa cattolica, dal 1559 al 1565. Dunque, papa Pio V (o papa Pio IV), con la sua bolla emessa l’anno 1564 aggregò in Commenda (cioè in affidamento) alle dipendenze della Cappella del Presepe, della S. Sede Apostolica di Roma, alcune abbazie tra cui quella di S. Pietro di Licusati, l’Abbazia di S. Nicola di Bosco, di S. Giovanni di Camerota, di S. Cecilia e S. Nazario ecc… Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che secondo l’Antonini (…): “i monaci italo-greci che costruirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria. Come si è detto in questa chiesa si celebrava ancora con rito greco prima del 1458, mentre la badia dopo poco passava in commenda (2). L’Antonini, che assicura che ai suoi tempi la badia era ancora in Commenda, ecc…”. Dunque, secondo Ebner l’Antonini affermava “ai suoi tempi” quindi, nel 1700 che, l’Abbazia era ancora in Commenda. Pietro Ebner (….) a p……, vol. I, nella sua nota (2) postillava che: “(2) L’Antonini scrive che tra le rendite della badia vi era anche un mulino in località Mandrano, già scomparso ai suoi tempi.”.Infatti, il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, parlando di S. Severino di Centola, in proposito a p. 349 scriveva che: “Un mezzo miglio a Tramontana sulla via, che mena da S. Severino, trovasi un’antica dà passati Abati malmenata Badia (2), che fu già dè PP. Benedettini, oggi ridotta in Commenda. Questa la spiritual giurisdizione nella Terra, e nel Clero, se non quando in alcuni punti gli vien dal Vescovo di Capaccio contrastata. Credesi dà paesani trovasi in quella vecchia Chiesa il corpo di S. Ricario ecc…”. Sulla questio della salma di S. Richerio ritorneremo in seguito. L’Antonini, a p. 349 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Fra le rendite, che aveva questa Badia, trovasi registrato il molino, ivi vicino nel luogo detto Mandrano, di cui appena oggi si conoscono i vestigj, e l’acque, che facevan macinarlo, si vedono in gran parte mancate, o forse invertite ad altro uso.”. L’Antonini (….), a p. 351 parlando sempre dell’Abbazia di S. Maria di Centola e del piccolo casale di Centola vicino a quello di S. Severino, in proposito scriveva che: “E finalmente P. ‘Lubin’ nella ‘notizia dell’Abbazie d’Italia’ fol. 97 lit. C le stese cose ci conferma: ‘Abbazia titulo S. Mariae de Centula Ordinis S. Benedicti Dioecisis Caputaquensis (Capaccio) ut refeit Ughellius tom. 7. p. 663. qui nominis similitudine deceptus, huic Coenobio attribuit Sanctum Richerium Monasterii Centule in Gallia fundatorem. Haec verius asserimus ex diuturniori nostro in hoc Caenobio incolatu. Vide notas nostras in Martyrol. Tab. 3. pag. 52.”.

Antonini, p. 351

(Fig….) Antonini (…), p. 351

Infatti, Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 70, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Anche A. Lubin, ‘Abbatiarum Italiae brevis notitia’, Typis Jo. Jacobi Komarek, Romae 1693, p. 97, attribuisce l'”Abbatia tit. S. Maria de Centula, nullius Diocesis”, all’Ordine benedettino.”. Il Barra (….), proprio sulla scorta dell’Antonini e dell’Ebner si riferiva al padre Agostino Lubin (….) ed al suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, pubblicato nel 1693, dove a p. 97 così scriveva dell’Abazia di S. Maria di Centula a Centola: “Abbatia titolo S. Maria de Centula, Ordine di S. Benedicti, Diocesi Caputaquensis ‘Capaccio’; ut refert Ughellus tomo 7, pag. 663. qui nominis similitudine deceptus huic Coenobio attribuit S. Ricarium Monasterii Centule in Gallia fundatorem, haec verius asserimus ex diuturniori nostro in hoc loco incolatu. Vide notas nostras in Martyrologium Romanum tabula, 3, pag. 52 ‘Centola’ Oppidum in Colle situm, in Regni Neapolitani Provincia, Principatus Citerior dicta; qualtuordecim passum mill. à Policastro distans; versùs Occidentem. In Cod. Taxarum D. Passionaei; sic legitur S. Maria de Angelis de Centula, Ord. S. Benedicti alias nullius Diecesis.”. Dunque, il Lubin ci dice alcune notizie riguardanti l’Abbazia come risultava dalle sue ricerche nell’anno 1693. Il Lubin scrive che: “Abbazia di S. Maria del titolo Centola Ordine S. Benedetto, Diocesi Caputaquensis ‘Capaccio’; in effetti Ughellus vol 7, p. Ingannato dalla somiglianza del suo nome, a questo si attribuisce a p. 663 all’attiguo Convento di S. Ricario in Francia, fondatore del monastero di Centola, affermiamo che queste cose sono più veramente in luogo di soggiorno: dai diuturniori nostro Dio per questo. Alla Sede Romana. Vedi nota nostra nel Martyrologium Romanum tabula, 3, pag. 52 ‘Centola’, città del Regno di Napoli in Provincia Citeriore; distante qualtuordecim miglia. Policastro da lontano; direzione ovest. In Cod. D. le emozioni sono tassate; Così leggiamo di S. Maria degli Angeli Centola Ordine di San Benedetto nulliu Diecesis (di nessuna Diocesi = indipendente)”. Padre Agostino Lubin (…), nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, pubblicato nel 1693, a p. 97 così scriveva dell’Abazia di S. Maria di Centula a Centola:

Lubin, p. 97

Lubin, p. 97,,

(Figg….) Lubin (…), p. 97

(Fig….) Lubin (…), op. cit., p. 97

Dunque, padre Agostino Lubin (….), a p. 97 parlando della Diocesi di Capaccio “Caputaquensis Episcopi” citava anche l’Abbazia di S. Maria di Centola e citava l’abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra” dove nella sua prima edizione, vol. VII, a p. 663 ci parla dell’Abbazia di S. Maria de Centula e scriveva che: 

Ughelli, p. 664.PNG

(Fig…) Ughelli (…), I ed. vol. VII, p. 663-664

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Ecc…(13)….. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. Sulla questione degli Archivi e degli antichissimi documenti provenienti dall’antica abbazia benedettina di S. Maria di Centola ritorneremo in seguito ma questa è un’altra storia. Dunque, secondo Francesco Barra, ‘S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti’, cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola.”. Dunque, anche il Barra afferma che mentre altre abbazie della zona passarono alla Santa Sede, “cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola.”.

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 114 e s., parlando sempre di Centola in proposito scriveva che: “Alla morte del Porzio, nel 1580, gli successe la figliastra (e secondo alcuni figlia naturale) Fulvia Capece Scondito, nominata sua erede universale. Questa si contrappose in un conflitto giurisdizionale all’abate di S. M. degli Angeli, Giulio Cesare Bologna. Passata infatti da Pio V, nel 1564, l’abbazia alle dirette dipendenze etc….”.

Nel 1564, l’Abbazia di S. Maria di Centola nell’“Inventarium bonorum” negli Archivi del Capitolo Vaticano conservati alla Biblioteca Apostolica Vaticana

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Ecc…(13)….. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. Dunque, secondo Francesco Barra, negli Archivi del Capitolo Vaticano di San Pietro in Vaticano si trova la documentazione che riguarda anche l’Abbazia di Santa Maria degli Angeli di Centola è andata completamente perduta.

Nel 1579, S. Nicola di Centola nella“Tabula generalis omnium rendentium” negli Archivi del Capitolo Vaticano conservati alla Biblioteca Apostolica Vaticana

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Sappiamo, comunque, che i territori di S. Nicola erano stati in parte censuati, alla fine del medioevo, proprio ad abitanti di Centola, come documenta la “Tabula generalis omnium rendentium” di S. Nicola del 1579, che ricorda i nomi di Annibale di Rinaldo, Andrea Stanzione, Agrimonte Clarello, Annibale di Florio, Belardo Stanzione, Beneduce Grippo, Berardino Ciccariello, Colella Serpe, Cesare Paciello e Antonio Grasso (quest’ultimo di Camerota)(13). Ecc..”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è stata la Cappella di S. Maria Laurentana, dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco.  Riguardo questo eremo o laura basiliana ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno” in proposito scriveva che: Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Riferimento bibliografico digitalizzato e raggiungibile sul link: http://www.mss.vatlib.it/guii/scan/link1.jsp?fond=Arch.Cap.S.Pietro. Riguardo il riferimento al Cappelli, il Barra si riferisce a Biagio Cappelli (…), ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro e, riferendosi ad un possedimento dell’Abbazia di Bosco nella sua nota (13) cita la ‘Tabula generalis omnium rendentium’ di S. Nicola di Centola del 1579, che si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati- possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta. Dunque, il Barra (…), nella sua nota (13) cita la ‘Tabula generalis omnium rendentium’ di S. Nicola di Centola del 1579, che si trova conservata negli Archivi digitalizzati della Biblioteca Apostolica Vaticana, serie Abbazie, b. 186, e riguarda l’anno 1579. L’interessante documento è oggi interamente digitalizzato ed in particolare si tratta dell’Archivio del Capitolo di S. Pietro in Vaticano. Di un “archivio capitolare” di S. Pietro si può iniziare a parlare solo dopo l’istituzione presso la basilica del corpo dei canonici, e ciò, a quanto pare non avvenne prima della metà del secolo XI. Di certo alla fine del XIV secolo l’archivio del capitolo -divenuto nel frattempo ricchissimo di documenti tanto pubblici quanto privati- possedeva una propria sede stabile, insieme ai libri della biblioteca capitolare, nei pressi dell’antica Sagrestia della basilica. Per la prima volta, durante il pontificato di Paolo III, si verificò una separazione, quanto ai luoghi di conservazione, tra documenti dell’archivio e i codici della biblioteca (cfr. D. Rezza – M. Stocchi, Il capitolo di S. Pietro in Vaticano, I: La storia e le persone, Città del Vaticano 2008, pp. 9-33). Nel 1940 l’archivio, secondo i desideri già di Pio XI (1922-1939), poi di Pio XII (1939-1958), fu traseferito nella Biblioteca Vaticana insieme ai codici. Mentre quest’ultimi vennero collocati nella grande collezioni di manoscritti della Vaticana, le carte archivistiche trovarono posto negli armadi del Salone Sistino. Fu trasferito nell’attuale sede della Sezione Archivi all’inizio degli anni Settanta.

Nel 1579, l’Abbazia di S. Maria degli Angeli a Centola

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Mentre, infatti, gli archivi delle abbazie aggregate al Capitolo Vaticano sono stati conservati, costituendo oggi un cospicuo e prezioso fondo archivistico della Biblioteca Apostolica Vaticana, così non è avvenuto per S. Maria di Centola, il cui archivio è andato completamente perduto. Sappiamo, comunque, che i territori di S. Nicola erano stati in parte censuati, alla fine del medioevo, proprio ad abitanti di Centola, come documenta la “Tabula generalis omnium rendentium” di S. Nicola del 1579, che ricorda i nomi di Annibale di Rinaldo, Andrea Stanzione, Agrimonte Clarello, Annibale di Florio, Belardo Stanzione, Beneduce Grippo, Berardino Ciccariello, Colella Serpe, Cesare Paciello e Antonio Grasso (quest’ultimo di Camerota)(13). Ecc..”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (13) a proposito degli Archivi Vaticani in proposito postillava che: “(13) BAV, Arch. Cap. S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186, a. 1579, ‘Tabula generalis omnium rendentium’, cc. 302-312. Ecc…”. A Palinuro, una delle cose più antiche di cui conosciamo molto poco è stata la Cappella di S. Maria Laurentana, dipendente dall’Abbazia di S. Nicola di Bosco.  Riguardo questo eremo o laura basiliana ha scritto Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 62, dove parlando della “Tebaide”, del “Monte Cellerano” e della “Valle dell’Inferno” in proposito scriveva che: Nel luogo – che è quello dell’attuale chiesa intitolata nell’età moderna, in clima controriformistico, a S. M. Laurentana (la cui intitolazione originaria è ignota, anche se ne conosciamo la ridotta superficie: appena venti metri quadrati circa) – è documentata l’esistenza di un cenobio basiliano (del quale a fine ‘700 avanzavano solo i “pedamenti di fabbrica”, cioè i muri perimetrali), che era alle dipendenze dell’abbazia di S. Nicola del Bosco e al quale apparteneva tutta l’area che scendeva a valle sino all’approdo della Ficocella. Il più antico riferimento a questo sin qui ignorato cenobio basiliano di Palinuro l’abbiamo trovato in un “inventarium bonorum” di S. Nicola del Bosco del 1579, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, dove vengono registrati la chiesa la badia e il possedimento fondiario (4).” Per tutto ciò, lo studioso dichiarava di propendere a supporre che il toponimo di Kellerana “fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo e a non grande distanza dagli scogli di Palinuro”. Ecc…”. Il Barra (…), a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Arch. Capituli S. Petri in Vaticano, serie Abbazie, b. 186”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro scriveva che: “Il centro religioso sorgeva poco più in alto, ai margini dell’abitato, ed era costituito da un antica laura basiliana, che dipendeva dall’abbazia di S. Nicola di Bosco. In seguito all’interdizione e semi-cancellazione delle tracce del rito greco. la chiesa assunse nei primi anni del ‘600, in sostituzione dell’originaria intitolazione basiliana, il titolo di S. Maria di Loreto. Lì accanto il feudatario possedeva “un giardino sito accanto alla chiesa intitolata a Santa Maria, con varie specie di alberi per la maggior parte gelsi”, che in tempi remoti gli era stato censuato per il canone di due ducati annui dall’abbazia del Bosco.”. Il Barra (…), a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “Ha sempre fatto parte del territorio della baronia di Sanseverino prima e del Comune di Centola poi, il piccolo casale di S. Nicola, dotato però di parrocchia propria. Questa era peraltro ecclesiasticamente del tutto indipendente sia da Centola che dalla diocesi di Capaccio, poichè era in origine una dipendenza dell’abbazia di S. Nazario, che vi aveva la giusdizione “quasi vescovile” (12).”. Il Barra (…) a p. 67, nella sua nota (12) postillava che: “(12) F. Sacco, ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del regno di Napoli’, V. Flauto, v. III, 1796, p. 301.”. Infatti, nel 1800, Francesco Sacco (…), nel suo ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, vol. I a p. 290 parlando di Centola, in proposito scriveva che: “che si appartiene alla famiglia Pappacoda con titolo di Principato. In essa sono da notarsi una chiesa parrocchiale col titolo di S. Nicola di Bari; una Badia sotto l’invocazione di S. Maria degli Angioli, con giurisdizione spirituale sopra il clero; ecc…”. Il Barra (….), riguardo l’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “A sua volta, S. Nazario, che era stata assegnata nel 1564 da Pio V al Capitolo di S. Pietro in Vaticano insieme agli altri monasteri basiliani di Bosco, Cusati ed Eremiti; cosa che invece, per disgrazia della storia, non si verificò per S. Maria di Centola. Ecc..”. Dunque, il Barra scriveva che l’Abbazia di S. Maria di Centola non era stata aggregata al Capitolo di S. Pietro in Vaticano (della ex Basilica detta “Liberiana” dopo dventata Basilica di Santa Maria Maggiore in Roma. Il Barra scriveva che la bolla di papa Pio V aggregava solo S. Nazario con altri monasteri basiliani di Bosco, S. Pietro di licusati ed Eremiti. Dunque, per il Barra Centola non veniva aggregata al Capitolo Vaticano. Eppure Pietro Ebner nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 559-560, apprendiamo che la Chiesa di Bosco “Chiesa, sempre parrocchiale, dipendente un tempo dall’abbazia italo-greca di S. Pietro di “li Cusati. Nel sec. XV, papa Pio IV con bolla “Insuper eminenti” del 20 giugno 1564, assegnò la Badia di Bosco in Commenda al Capitolo di S. Pietro in Vaticano, insieme ad altre quattro abbazie minori: Licusati, Cuccaro, Centola ed Eremiti. Così la badia fu retta da un vicario apostolico con giurisdizione episcopale, ecc..”Pietro Ebner (…), nelle sue note (13-14), postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.”. Dunque, invece per Ebner l’Abbazia di S. Maria di Centola veniva aggregata al Capitolo Vaticano dalla bolla di papa Pio IV che è la stessa a cui si riferiva il Barra.

Chiesa di S. Nicola di . Nicola di Centola

Nel 1580, Fulvia Capece Scondito eredita dal padre Camillo Porzio il feudo di Centola

Sugli Scondito o la famiglia Capece-Scondito abbiamo alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente approfondite.  Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 167 e s., parlando sempre di Centola in proposito scriveva che: “Fulvia Capece Scondito, figliastra di Camillo Porzio, vendette il feudo di Centola il 2 settembre 1622 a Federico Pappacoda, marchese di Pisciotta. Già il 17 ottobre 1592, infatti, Aurelia della Marra e suo marito, il magistrato Cesare Pappacoda (1567-1621), avevano acquistato dal duca di Monteleone i feudi Pisciotta e della Molpa. Ecc…”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 114 e s., parlando sempre di Centola in proposito scriveva che: “Alla morte del Porzio, nel 1580, gli successe la figliastra (e secondo alcuni figlia naturale) Fulvia Capece Scondito, nominata sua erede universale. Questa si contrappose in un conflitto giurisdizionale all’abate di S. M. degli Angeli, Giulio Cesare Bologna. Passata infatti da Pio V, nel 1564, l’abbazia alle dirette dipendenze etc….”. Dunque, la nobile donna Fulvia Capece Scondito, era figliastra di Camillo Porzio. La figliastra del Porzio, Fulvia Capece Scondito, che aveva ereditato il feudo di Centola lo vendette il 2 settembre 1622 a Federico Pappacoda, marchese di Pisciotta. Perchè il Barra scrive che Fulvia Capece Scondito era la “figliastra” di Camillo Porzio ?. Dalla Treccani on-line, alla voce “Porzio Camillo” leggiamo che: Nel 1580 Camillo Porzio dettò il suo testamento, nominando erede universale Fulvia Scondito, la cui madre aveva sposato quando era rimasta vedova.”. Camillo Porzio, che era divenuto il feudatario di Centola acquistandolo nel 1559 e, nel 1580 dettò le sue volontà testamentarie e donò il feudo e tutto quanto avesse alla figlia Fulvia Capece Scondito, figlia di sua moglie………………morta vedova. Da Wikipedia sappiamo che nel 1559 Porzio riuscì ad acquistare il feudo di Centola, nel Cilento, messo all’asta dalla nobile famiglia degli Alagna. Un’operazione immobiliare prestigiosa quanto complicata, destinata a creare duraturi contrasti fra gli eredi di Porzio, in quanto la proprietà, acquistata con somme versate da Porzio, fu intestata però al cognato, Marino Russo. Dunque, sulla vita privata del Porzio conosciamo il nome di suo cognato Marino Russo. Dunque, la moglie di Camillo Porzio doveva essere una Russo. Il Barra parla della Fulvia Capece Scondito come di una sua “figliastra”. In Wikipedia leggiamo pure che questo quadro di rispettabilità pubblica e di successo sociale doveva essere in forte contrasto con la sua vita privata, dato che in quegli stessi anni fu aggredito e sfregiato a colpi di coltello in seguito a un’avventura amorosa. Si ignorano i particolari della vicenda e la gravità delle ferite; di certo si sa che l’operazione di chirurgia plastica, praticata con le tecniche dell’epoca, ottenne risultati accettabili. Abbiamo visto che Camillo Porzio lasciò con testamento il feudo di Centola alla “figliastra” Fulvia Capece Scondito che ne divenne erede alla sua morte nel 1580. Abbiamo visto pure che Fulvia Capece Scondito, nel 1580 divenne feudataria di Centola. Dalla Treccani abbiamo visto che Camillo Porzio aveva sposato la madre, rimasta vedova, di Fulvia Capece Scondito. Su un blog tratto dalla rete “Il castello di San Sergio”, leggiamo che: “La tenuta feudale San Sergio, secondo il sacerdote Don Giuseppe Stanziola, parroco di Centola, prese il nome dalla cappella di San Sergio ivi dislocata. I feudatari di Centola furono i Rosso i quali ebbero la prima signoria, poi Giacomo della Morra, i Di Sangro, con Carlo e Alfonso, visti nel 1456, quando sempre secondo lo Stanziola, vi costruirono la cappella denominata San Sergio. Poi vennero i Caracciolo, di nuovo i Di Sangro con Sigismondo e Ippolita che tra il 1532 e il 1535 vi costruirono un piccolo maniero. Ritornarono alla fine del 1500 ancora i Rosso che, nel 1602, con Ascanio Rosso e poi la figlia Maria, cedettero il Feudo a Mario Rosso e da questi passò a Fulvia Scondito che, nel 1622, per 12000 ducati, vendette il feudo a Domenico Pappacoda, Marchese di Pisciotta e feudatario già di Molpa e Palinuro. Vuolsi che la trattativa avvenne proprio nel maniero di San Sergio, con da una parte il sacerdote Don Luca De Angelis e dall’altra un’amica della Scondito, Sofia Scannuzzi. La situazione economica della Scondito si era appesantita da molti debiti, dovuti alla sua fragorosa vita di bella donna. Sulla cappella di certo vi era la rendita della badia di Centola, ed era retta da un sacerdote.”.

Nel 24 ottobre 1580, l’Università di Centola denuncia l’abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola

Nel 2000, Eugenia Granito (…), nel catalogo della mostra documentaria tenutasi a Salerno “I confini della fede – luoghi di culto, istituzioni ecc..’, dove sono stati esposti alcuni documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, a pp. 13-14 veniva pubblicato un documento di Salerno datato 24 ottobre 1580 (documento n. 6): 

ASS, E.G., p. 13

ASS, E.G., p. 14

(Fig…) Granito Eugenia (…), in “I confini della fede – luoghi di culto, istituzioni ecc..’, pp. 13-14

Nel 18 aprile 1583, la visita apostolica di Silvio Galassi

E’ molto probabile che, dopo il 1583, anno della visita del Commissario Apostolico Silvio Galassi, inviato di Papa Gregorio XIII, che aggregò pure la chiesa di Rofrano, l’antico Monastero di S. Maria di Centola, fosse stato aggregato alla Diocesi di Capaccio (ora di Vallo della Lucania) (di cui ci parla pure l’Ughelli). La cosa andrà ulteriormente indagata in quanto non è detto che il Monatero esistesse ancora nel 1583, in quanto a Rofrano, il Galassi (…), trovò un solo diacono, figlio di un presbiterio greco. Tuttavia, siccome il Galassi, condusse la sua visita apostolica nel ‘basso Cilento’ solo di sicuro a Rofrano, questo sarà oggetto di ulteriore approfondimento. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, vol. I a p. 86, parlando dei commissari apostolici, in proposito scriveva che: “A Orazio Fusco seguì, nel 1583, come vicario apostolico, Silvio Galasso, il quale proseguì le visite pastorali visitando le parrocchie dell’odierno alto Cilento e della Valle del Tanagro (verbali nell’ADV). Nello stesso anno indisse un sinodo diocesano. Eletto poi vescovo di Ferentino, lasciò la diocesi che, ecc…”. Sempre l’Ebner a p. 138 sul Galassi scriveva che: “I 26 Verbali delle visite del commissario Silvio Galasso pervenuteci sono un pò diversi. Al titolo della parrocchia seguono dati utili sul reddito ecc…”. L’Ebner quando scriveva ADV si riferiva all’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania. Sempre Pietro Ebner (…) nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 288, citava il Galassi e scriveva che: “A Orazio Fusco seguì, sempre come Commissario apostolico, Silvio Galasso, il quale proseguendo le visite pastorali (a. 1583) visitò le parrocchie dell’alto Cilento e della Valle del Tanagro (decreti nell’ADV). Eletto vescovo di Ferentino, lasciò la diocesi che, ecc..”. Sempre l’Ebner a p. 331, parlando dei vescovi di Capaccio in proposito scriveva che: “Poi, Vicario generale fu il fratello del vescovo, il simoniaco Lelio, sostituito da Gregorio XIII (1580) con Orazio Fusco. Aggravatosi la malattia del vescovo, venne nominato Commissario Apostolico Silvio Galasso, poi vescovo di Ferentino.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 437, parlando del feudo e dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, dominio incontrastato dei Carafa della Spina Conti di Policastro, in proposito scriveva che: “Ma si è già detto che le chiese di Rofrano vennero visitate dal commissario apostolico Silvio Galassi il 18 aprile 1583.”. Ebner (..), a p. 437 nella sua nota (37) postillava che: “(37) Ma si tenga presente l’aggregazione alla diocesi di Capaccio di Gregorio XIII del 1583 e la prima visita pastorale del commissario apostolico Silvio Galasso (v. oltre). Comunque v. visita pastorale Galasso, esame clero, dove è notizia di sacerdoti, diaconi e suddiaconi greci.”. Ebner ne parla nel vol. II a p. 439 e scrive che: “Il 18 aprile 1583 il commissario apostolico Silvio Galasso giunse a Rofrano, ricevuto dal clero ecc…” che Ebner ne riporta integralmente il verbale. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento medievale’, nel vol. I, pp……, parlando di Policastro scriveva che: “…..per passare poi al conte di Policastro Giovanni Carafa, nel 1490. Questi cacciò i monaci rimasti nel monastero di Rofrano, che trasformò in proprio palazzo e si arrogò la giurisdizione spirituale del paese, nominando un prete come suo vicario. Questo stato di cose fu risolto dal Commissario Apostolico Silvio Galassi, inviato da Papa Gregorio XIII il quale nel 1583 aggregò Rofrano alla Diocesi di Capaccio (ora di Vallo della Lucania) e trovò tra gli ecclesiastici solo un diacono, figlio di un presbitero greco, l’unico rimasto dei molti presbiteri e diaconi greci che si trovavano un tempo nella terra di Rofrano. Il Galassi, visitando le chiese di Rofrano, cominciò dalla chiesa madre di Santa Maria di Grottaferrata, ecc…“. Della visita apostolica di Silvio Galassi sappiamo che nel 1583 viene registrata la Chiesa di San Nicola di Mira.

Nel 1583, papa Gregorio XIII aggregò S. Maria degli Angeli alla Diocesi di Capaccio

1993, il sacerdote Giovanni Cammarano (…), nel suo vol. II del ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, vol. II, a p. 13, in proposito introduceva e scriveva che: “Un monumento, di cui si parlerà a lungo in questo libro, senza purtroppo la possibilità di poterlo fotografare nella realtà, è la Badia (1) S. Maria, che dopo il 1500 si chiamò S. Maria degli Angeli.”. Ebner (…), a p. 437 nella sua nota (37) parlando di ‘Rofrano’ postillava che: “(37) Ma si tenga presente l’aggregazione alla diocesi di Capaccio di Gregorio XIII del 1583 e la prima visita pastorale del commissario apostolico Silvio Galasso (v. oltre). Comunque v. visita pastorale Galasso, esame clero, dove è notizia di sacerdoti, diaconi e suddiaconi greci.”. E’ molto probabile che, dopo il 1583, anno della visita del Commissario Apostolico Silvio Galassi, inviato di Papa Gregorio XIII, che aggregò pure la chiesa di Rofrano, l’antico Monastero di S. Maria di Centola, fosse stato aggregato alla Diocesi di Capaccio (ora di Vallo della Lucania) (di cui ci parla pure l’Ughelli). La cosa andrà ulteriormente indagata in quanto non è detto che il Monatero esistesse ancora nel 1583, in quanto a Rofrano, il Gassisi (…), trovò un solo diacono, figlio di un presbiterio greco. Tuttavia, siccome il Galassi, condusse la sua visita apostolica nel ‘basso Cilento’ solo di sicuro a Rofrano, questo sarà oggetto di ulteriore approfondimento. Il Giustiniani (…), nel suo ……………………., vol. IV, a p. 433, scrive di Centola ed in proposito accennava che: “Vi è una Badia nullius”. L’Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 156-157, nel suo cap. V “Monasteri e Chiese ricettizie”, scriveva che: “Nel 1804 l’abate di S. Cecilia, vicario locale pro-tempore del Capitolo romano di S. Pietro, esecitava la giurisdizione spirituale, oltre che sulla chiesa di Eremiti, anche su quelle di S. Pietro di Licusati e di S. Nicola di Bosco. I canonici della basilica romana che a Bosco vantavano addirittura diritti baronali, ne conservarono le rendite fino al 1851, fino a quando Pio IX, nel trasferire la sede della Diocesi di Capaccio a Vallo (odierno Vallo della Lucania) assegnò all’istituendo seminario, le rendite dell’abbazia di S. Cecilia (24 ducati).”. L’Ebner, nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi’ (…), a p. 575, parlando del casale e del Monastero di S. Nazario ed Eremiti, scriveva che: “Comunque secondo il Volpi nel 1708 e secondo il Giustiniani (12) ancora nel 1804, i due casali erano sempre sotto la giurisdizione spirituale del Capitolo di S. Pietro, se l’abate di S. Nazario, vicario pro-tempore di quel Capitolo esercitava una specie di giurisdizione vescovile, oltre che sulla chiesa degli Eremiti, anche su quella di Bosco, Cusati, (Licusati) e Sannicola: notizie evidentemente tratte dal Volpi (13). D’avviso contrario è il Mazzarella Farao (14) il quale ricorda che nel 1772, per la mancata nomina del vicario, l’abbazia e le chiese dipendenti erano passate per delega al vescovo di Capaccio.”. Ebner, nelle sue note (12-13), postillava che: “(12) Giustinani, VIII, Napoli, 1802, p. 198 e (13) Volpi, pp. 211 e 287 (ne scriveva nel 1752)”. Sull’abbazia e sul casale di Licusati, non vi sono molte notizie, sia perché l’Antonini (…), che pur aveva scritto del territorio nel ‘700, che il Volpi (…), che scrisse della diocesi di Capaccio e dei suoi vescovi, nulla avevano detto della badia e del villaggio che le era sorto a poche centinaia di metri. Nel 1752, Giuseppe Volpi, nel capitolo dedicato “Degli Abbati mitrati che hanno le loro chiese nella Diocesi di Capaccio”, del suo ‘Cronologia dei Vescovi Pestani ora detti di Capaccio’, a p. 211, scriveva che:

Volpi, p. 211

Il Volpi (…), nel suo capitolo dedicato ai “Baroni della Diocesi di Capaccio”, a p. 311, non mette Camerota e Licusati ma mette solo Centola. Infatti al tempo che il Volpi (…), scrive, la Chiesa di Licusati, nel 1752 doveva dipendere dalla Diocesi e dal Vescovo di Policastro.

Cappelletti, p. 362

(Fig….) Cappelletti, op. cit., p….

Il Cammarano (…) a p. 78-79, in proposito scriveva che: “Don Giovanni Andrea Lupo (1787-1855) commenta a proposito: “Certamente mio zio, don Baldassarre, ebbe tutto il tempo di conoscere bene la situazione, che le liti fra la Diocesi di Capaccio e la Badia di Centola, ebbero ecc…”. Dunque, Baldassarre Lupo, fu abate dell’Abbazia di Centola proprio in un periodo in cui vi furono molte liti fra la Diocesi di Capaccio. Infatti, Centola, dipendeva dalla Diocesi di Capaccio e non da quella di Policastro. Centola, non figura fra i centri elencati nella cosiddetta ‘Bolla di Alfano I”, il documento di cui ho parlato in un altro mio saggio ivi pubblicato. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi’, pubblicato nel 1973, a p. 305, parlando delle Diocesi Caputaquensi, in proposito all’Abbazia di Bosco, nella sua nota (68) postillava che: “Già con l”Ex quo imprescrutabili’, Pio IX aveva soppresso l’abbazia ‘nullius dioecesis’ (vulgo Del Bosco”, alla cui giurisdizione, avevano rinunciato il Capitolo e i canonici di S. Pietro di Roma (a compenso ebbero l’abbazia concistoriale di S. Domenico di Sora), incorporandola a Capaccio con alcuni paesi (Eremiti, S. Nicola e S. Nazario) e altri (Bosco e S. Giovanni a Piro e Cusati e Licusati) alla diocesi di Policastro ecc..”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 70 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: A ribadire fortemente questo carattere si aggiungeva inoltre l’esenzione dell’abbazia dalla giurisdizione del vescovo di Capaccio, nel cui territorio diocesano essa era tuttavia incardinata, venendo quindi a costituire una sorta di ‘enclave’ (17)..

Nel 1593, Guarino, abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola, la Cronaca scritta di Venceslao di Centola e la ricerca del corpo di S. Ricario

Su S. Richerio ha scritto anche il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, che a pp. 352-353 parlando del casale di Centola, in proposito scriveva che: “Nel MDXCIII l’Abate ‘Guarini’ stando nella generale opinione de’ paesani della nostra Centola, olle scavare intorno all’altar maggiore della Badia, per vedere se vi trovava il desiderato corpo, ma nulla trovovvi. In queste poche parole manoscritte, che sono una specie di Cronaca, scritte da un tal ‘Vinceslao’ di Centola, che si conservano dal Signor D. Camillo d’Errico, così questo fatto si legge: ‘Nell’anno MDXCIII, lo Signor Vicario Guarino Abate di Centula, fice cavare assai profondo in dicta Abatia avante, e dietro lo Altare, sperando trovare lo corpo di Sancto Ricario, et nce fice la processione, et quase tutta Centula digiunò, et si confessaro, et communicaro, et non si ritrovò niente.”.

Nel 1610, la fondazione del monastero dei frati Cappuccini a Centola

L’Antonini (…), parlando di Centola, cita il monastero dei Padri Cappuccini, poco distante dal paese. La costruzione del convento di San Francesco, voluto dai padri cappuccini, ebbe inizio nel 1617 in località Serrone. Il convento fu inaugurato nel 1625 in occasione del centenario della fondazione dell’ordine dei cappuccini. Di grande valore il tabernacolo scolpito in legno, in pieno stile barocco seicentesco, situato nell’altare maggiore. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 713-714 del vol. I, parlando di Centola, sulla scorta dell’Antonini, parlando di Centola sulla collina, scriveva che: “Poco lontano era un monastero di cappuccini..”. Nel 1800, Francesco Sacco (…), nel suo ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, vol. I a p. 290 parla di Centola ed in proposito scriveva che: “che si appartiene alla famiglia Pappacoda con titolo di Principato. In essa sono da notarsi …..ed un commodo Convento dè Padri Cappuccini.”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 149 ci ricorda che: “Alla nuova chiesa parrocchiale di S. Nicola si lega pure la fondazione del convento di S. Francesco dei Padri Cappuccini. Infatti, durante la prima predicazione pasquale che si tenne l’anno successivo il padre cappuccino fra Michele d’Urso di Vallo, tale fu il fervore religioso da questo suscitato nella popolazione, che questa decise con grande entusiasmo – superata l’iniziale opposizione del potere badiale (9) – di stabilire in paese un convento dell’Ordine Cappuccino. Infatti, ecc…”. Sempre il Barra a p. 163 pubblicò un documento VII: “Documenti sulla fondazione del convento di S. Francesco dei Padri Cappuccini – Relazione sul Convento dei Cappuccini di Centola (1649)(7)”, ed in proposito scriveva che: “Il Convento de Cappuccini di Centola, nella Diocesi di Capaccio, fu fondato l’anno 1614 (sic) colla licenza dell’Ordinario. E’ lontano dall’habitato circa un quarto di miglio, et detto luogo v’habitano dodeci frati, e sono li seguenti: Guardiano, il Padre Ambrogio da Sarconi, Sacerdoti: Padre Giovanni da Lagonegro, Padre Agostino da Ferrandina, Padre Arcangelo da Pomarico, Padre Michelangelo da Sarconi Ecc…(8).”.

Nel 1617, gli atriti tra Fulvia Capece Scondito, feudataria di Centola e l’abbate dell’Abbazia di S. M. degli Angeli di Centola

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 114 e s., parlando sempre di Centola in proposito scriveva che: “Alla morte del Porzio, nel 1580, gli successe la figliastra (e secondo alcuni figlia naturale) Fulvia Capece Scondito, nominata sua erede universale. Questa si contrappose in un conflitto giurisdizionale all’abate di S. M. degli Angeli, Giulio Cesare Bologna. Passata infatti da Pio V, nel 1564, l’abbazia alle dirette dipendenze della S. Sede, da allora gli abati beneficiari vennero sottratti al patronato feudale e la loro nomina spettò direttamente al pontefice (l’ultimo di essi, come vedremo, fu Ferdinando Galiani nel 1748). Inevitabilmente, quindi, vennero a prodursi degli attriti tra feudatario ed abate. La nobildonna Fulvia Capece Scondito, “utile padrona della Terra di Centola”, esponeva ad esempio nel marzo del 1617 che “l’Abbate Cesare di Bologna perpetuo commendatario del Abbatia del ecclesia di S.ta Maria del (sic) Angeli” e il suo vicario e luogotenente generale Tommaso Ciccarello avevano affisso un editto etc…”.

Nel 2 settembre 1622, Federico Pappacoda, marchese di Pisciotta acquistò il feudo di Centola da Fulvia Capece Scondito

Nel 1800, Francesco Sacco (…), nel suo ‘Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli‘, vol. I a p. 290 parla di Centola ed in proposito scriveva che: “che si appartiene alla famiglia Pappacoda con titolo di Principato. In essa sono da notarsi una chiesa parrocchiale col titolo di S. Nicola di Bari; una Badia sotto l’invocazione di S. Maria degli Angioli, con giurisdizione spirituale sopra il clero; ed un commodo Convento dè Padri Cappuccini.”. Il barone Antonini (…), a p. 330, riferendosi a Pisciotta in proposito scriveva che: “Era allora che Pisciotta un picciolo Casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2) suo Cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc…”. L’Antonini che a p. 330 nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”. Riguardo questo documento o relazione, l’Antonini ne parla anche a p. 348. Il Ducato di Monteleone fu un’entità feudale esistita in Calabria tra il XVI secolo e gli inizi del XIX secolo. Il suo territorio corrispondeva agli odierni comuni di Vibo Valentia e di San Gregorio d’Ippona, nella medesima provincia. Istituito nel 1527, fu dominio della famiglia Pignatelli, fino all’abolizione del feudalesimo avvenuto nel Regno di Napoli nel 1806. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 167 e s., parlando sempre di Centola in proposito scriveva che: “Fulvia Capece Scondito, figliastra di Camillo Porzio, vendette il feudo di Centola il 2 settembre 1622 a Federico Pappacoda, marchese di Pisciotta. Già il 17 ottobre 1592, infatti, Aurelia della Marra e suo marito, il magistrato Cesare Pappacoda (1567-1621), avevano acquistato dal duca di Monteleone i feudi Pisciotta e della Molpa. Il 6 ottobre 1617 Cesare ottenne il titolo di Marchese di Pisciotta, e Domenico il 14 febbraio quello di principe di Centola (1). Questo dei Pappacoda, nobili del Sedile di Porto, era un ramo secondario della famiglia, diverso da quello principale, estintosi nel 1762. Secondo l’umanista quattrocentesco Francesco Elio Marchese, in genere ben informato ma celebre per essere spesso maledico, i Pappacoda, ecc…..Il Borrelli replicò che se era vero che i Pappacoda avevano avuto possedimenti terrieri e proprietà di imbarcazioni ad Ischia, come in Coscia, erano invece nobili sin dai tempi normanni ed erano imparentati con antiche famiglie patrizie napoletane, come i Macedonio (3). La verità, come spesso accade, stava nel mezzo. Si trattava, in effetti di un’antica ma modesta famiglia patrizia del Seggio di Porto (4), ecc…Diversa, e più modesta, fu la linea dei Pappacoda di Centola-Pisciotta. Patrizi di Seggio di Porto e piccoli feudatari della provincia ecc…”. Sui Pappacoda di Centola-Pisciotta ha scritto il Prof. Massimo Iannone (…), nel suo ‘Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX’, pubblicato nelo 2016, che fa una puntuale disamina della famiglia e dei suoi possedimenti dal ‘600 in poi, traendo notizie dall’Archivio di Stato di Salerno. Dunque, la nobile donna Fulvia Capece Scondito, era figliastra di Camillo Porzio. La figliastra del Porzio, Fulvia Capece Scondito, che aveva ereditato il feudo di Centola lo vendette il 2 settembre 1622 a Federico Pappacoda, marchese di Pisciotta. Sempre dal Barra apprendiamo che il magistrato Cesare Pappacoda, marito di Aurelia della Marra, avevano acquistato nel 1567 dal duca di Monteleone i feudi di Pisciotta e della Molpa e, “Il 6 ottobre 1617 Cesare ottenne il titolo di Marchese di Pisciotta, e Domenico il 14 febbraio quello di principe di Centola (1).”. Su un blog tratto dalla rete “Il castello di San Sergio”, leggiamo che: “La tenuta feudale San Sergio, secondo il sacerdote Don Giuseppe Stanziola, parroco di Centola, prese il nome dalla cappella di San Sergio ivi dislocata. I feudatari di Centola furono i Rosso i quali ebbero la prima signoria, poi Giacomo della Morra, i Di Sangro, con Carlo e Alfonso, visti nel 1456, quando sempre secondo lo Stanziola, vi costruirono la cappella denominata San Sergio. Poi vennero i Caracciolo, di nuovo i Di Sangro con Sigismondo e Ippolita che tra il 1532 e il 1535 vi costruirono un piccolo maniero. Ritornarono alla fine del 1500 ancora i Rosso che, nel 1602, con Ascanio Rosso e poi la figlia Maria, cedettero il Feudo a Mario Rosso e da questi passò a Fulvia Scondito che, nel 1622, per 12000 ducati, vendette il feudo a Domenico Pappacoda, Marchese di Pisciotta e feudatario già di Molpa e Palinuro. Vuolsi che la trattativa avvenne proprio nel maniero di San Sergio, con da una parte il sacerdote Don Luca De Angelis e dall’altra un’amica della Scondito, Sofia Scannuzzi. La situazione economica della Scondito si era appesantita da molti debiti, dovuti alla sua fragorosa vita di bella donna. Sulla cappella di certo vi era la rendita della badia di Centola, ed era retta da un sacerdote.”.

Nel 1644, S. Maria degli Angeli e la vertenza con i Vescovi di Capaccio

Il Volpi (…) ne scrive nella vertenza tra i vescovi di Capaccio e i preti di Centola, i quali rifiutarono di ricevere dal vescovo Tommaso Carafa (1639-1664) la facoltà di amministrare i sacramenti asserendo che erano tenuti a riceverla dall’abate, ordinario locale. Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa baroni e popolo nel Cilento’, parlando di Centola, nel vol. I a p. 714, in proposito scriveva che: “Il Volpi (14) scrive della vertenza tra i vescovi di Capaccio e i preti di Centola, i quali rifiutarono di ricevere dal vescovo Tommaso Carafa (1639-1664) la facoltà di amministrare i sacramenti asserendo che essi erano tenuti a riceverla dall’abbate, ordinario locale. La sacra Congregazione del Concilio intervenne (15) a richiesta del vescovo, ma nel 1708 (vescovo de Nicolai) Centola era ancora esente dalla giurisdizione del vescovo di Capaccio. Ancora il 9 Novembre 1749 i confessori del luogo ricevettero solo le lettere patenti del vescovo del tempo (mons. Raymondi).”. Pietro Ebner (…), a p. 714, vol. I nella sua nota (14) postillava che: “(14) Volpi, cit., p. 173.”. Infatti, Giuseppe Volpi (…), nel suo ‘Cronologia dè Vescovi Pestani ora detti di Capaccio’, a p. 173 in proposito scriveva che: 

Volpi, Cronol. p. 173

Nel 1666, la ‘Platea dei beni e del feudo della Molpa’

La Greca e Di Rienzo (…), sulla cui scorta Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., nella sua nota (13) a p. 67 parlando del piccolo casale di S. Nicola di Centola postillava che: “(13) La platea del feudo della Molpa del 1666 ricorda la “Chiesa di Santo Nicola nuovo” reddente alla camera feudale per la concessione enfiteutica di una terra alla “Tempa del Curcio”, da sopra via pubblica, da sotto fiume corrente”.”. Dunque, il Barra (…) a  p. 67 cita una Platea del 1666, senza dare ulteriori indicazioni, dice solo che si tratta della “Platea del feudo della Molpa”. Si tratta di una documentazione conservata all’Archivio di Stato di Salerno – Notaio Tommaso del Gaudio di Cuccaro del 1666, 25 febbraio – “Platea o rinnovo degli affitti del feudo della Molpa ed a Centola da parte di Domenico Pappacoda, marchese di Pisciotta e del detto feudo e signore della terra di Centola”. Pare che questa interessantissima notizia il Barra l’avesse tratta dalla “Platea del feudo della Molpa del 1666, pubblicata dal Prof. Massimino Iannone. Riguardo questa Platea dei beni del 1666 ha scritto Massimino Iannone (…), nel suo ‘Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX’ – Elementi documentati di storia’, pubblicato nel 2016. Proprio Massimino Iannone (…) a p. 215 parlando della Cappella di S. Antonio di Palinuro, in proposito a questa “Platea dei beni del 1666” scriveva che: “La cappella, situata in prossimità del porto di Palinuro, era stata costruita, sicuramente prima del 1666, per comodità dei naviganti e per devozione da d. Francesco Buglios, Segretario di Guerra presso la Corte del Regno di Napoli, “al tempo che capitò qui una galera, con la quale corse tempesta di mare e si ricoverò nel porto…” (197).”. Iannone a p. 215, nella sua nota (197) postillava che: “(197) ASS, Atto del notaio Tommaso del Gaudio del 25 febbraio 1666.”. Sempre il Barra (…) riguardo a questa Platea dei beni del 1666, scriveva che:  “Non ci dice molto sul paesaggio agrario di Palinuro, perchè da essa risulta che la difesa di Palinuro era stata presa nel 1636 a censo perpetuo – come si è detto – “da molti particolari cittadini di Centola”, che versavano annualmente a titolo di canone 250 ducati al feudatario.”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro scriveva che: “Il centro religioso sorgeva poco più in alto, ai margini dell’abitato, ed era costituito da un antica laura basiliana, che dipendeva dall’abbazia di S. Nicola di Bosco. In seguito all’interdizione e semi-cancellazione delle tracce del rito greco. la chiesa assunse nei primi anni del ‘600, in sostituzione dell’originaria intitolazione basiliana, il titolo di S. Maria di Loreto. Lì accanto il feudatario possedeva “un giardino sito accanto alla chiesa intitolata a Santa Maria, con varie specie di alberi per la maggior parte gelsi”, che in tempi remoti gli era stato censuato per il canone di due ducati annui dall’abbazia del Bosco.”.

Nel 1666, la “Platea o rinnovo degli affitti del feudo della Molpa ed a Centola da parte di Domenico Pappacoda, marchese di Pisciotta e del detto feudo e signore della terra di Centola”

Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 178 scriveva che a Palinuro vi era un’antica laura basiliana dal titolo originario “S. Maria di Loreto”, poi secoli dopo, nel 1600 cambiato in “S. Maria Laurentana”, come si evince da una platea dei beni del 1666. Pare che questa interessantissima notizia il Barra l’avesse tratta dalla “Platea del feudo della Molpa del 1666”, pubblicata dal Prof. Massimino Iannone. infatti sempre il Barra (…) riguardo a questa Platea dei beni del 1666, scriveva che:  “Non ci dice molto sul paesaggio agrario di Palinuro, perchè da essa risulta che la difesa di Palinuro era stata presa nel 1636 a censo perpetuo – come si è detto – “da molti particolari cittadini di Centola”, che versavano annualmente a titolo di canone 250 ducati al feudatario.”. Dunque, secondo la Platea del 1666 dei beni di Centola e Pisciotta, a Palinuro vi era un piccolo eremo, in origine basiliano, “un’antica laura” (come scrive il Barra) che dipendeva dall’Abbazia di S. Nicola a Bosco. Il Barra (…), a pp. 181-182, in proposito scriveva che: “L’Avvocato fiscale della R. Udienza di Salerno. Questi così riferì il 28 agosto 1792: …” e quindi, il Barra, a p. 182 pubblica la risposta della R. Camera di S. Chiara trasmessa al sovrano: “Che vi esiste una Cappella sotto il titolo di S. M. Lauretana eretta in un fondo della Badia del Bosco soggetta al Capitolo di S. Pietro di Roma, con due altari, senza che però vi fosse custodita per conservarsi il SS. Sacramento dell’Eucarestia, e senza che vi fosse luogo destinato per la conservazione dell’Oglio Santo, nè fonte battesimale. Che in tal Cappella nè giorni festivi si celegra una Messa, quando però la stagione e il buon tempo lo permettono, dal Cappuccino residente nel Convento di Centola, con licenza e permesso del Vicario del Bosco, dal quale niente se li corrisponde per detta celegrazione di Messa, ma quei poveri abitatori, per quanto le loro debolezze le comportano, l’uniscono ecc…” Riguardo a questa ‘Platea di Beni’ del 1666 pubblicata dal Prof. Massimino Iannone di Pisciotta, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., nella sua nota (13) a p. 67 parlando del piccolo casale di S. Nicola di Centola postillava che: “(13) La platea del feudo della Molpa del 1666 ricorda la “Chiesa di Santo Nicola nuovo” reddente alla camera feudale per la concessione enfiteutica di una terra alla “Tempa del Curcio”, da sopra via pubblica, da sotto fiume corrente”.”. Dunque, il Barra (…) a  p. 67 cita una ‘Platea di beni’ del 1666, senza dare ulteriori indicazioni, dice solo che si tratta della “Platea del feudo della Molpa”. Si tratta di una documentazione conservata all’Archivio di Stato di Salerno – Notaio Tommaso del Gaudio di Cuccaro del 1666, 25 febbraio – “Platea o rinnovo degli affitti del feudo della Molpa ed a Centola da parte di Domenico Pappacoda, marchese di Pisciotta e del detto feudo e signore della terra di Centola”. Riguardo questa Platea dei beni del 1666 ha scritto Massimino Iannone (…), nel suo ‘Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX’ – Elementi documentati di storia’, pubblicato nel 2016. Proprio Massimino Iannone (…) a p. 215 parlando della Cappella di S. Antonio di Palinuro, in proposito a questa “Platea dei beni del 1666” scriveva che: “La cappella, situata in prossimità del porto di Palinuro, era stata costruita, sicuramente prima del 1666, per comodità dei naviganti e per devozione da d. Francesco Buglios, Segretario di Guerra presso la Corte del Regno di Napoli, “al tempo che capitò qui una galera, con la quale corse tempesta di mare e si ricoverò nel porto…” (197).”. Iannone a p. 215, nella sua nota (197) postillava che: “(197) ASS, Atto del notaio Tommaso del Gaudio del 25 febbraio 1666.”

Nel 1693, l’Abbazia benedettina di S. Maria degli Angeli a Centola

Nel 1800, Francesco Sacco (…), nel suo Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, vol. I a p. 290 parla di Centola ed in proposito scriveva che: “che si appartiene alla famiglia Pappacoda con titolo di Principato. In essa sono da notarsi una chiesa parrocchiale col titolo di S. Nicola di Bari; una Badia sotto l’invocazione di S. Maria degli Angioli, con giurisdizione spirituale sopra il clero; ed un commodo Convento dè Padri Cappuccini”Come si è detto in questa chiesa si celebrava ancora con rito greco prima del 1458, mentre la badia dopo poco passava in commenda. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: Avvertiamo che usiamo questa, che era l’intitolazione originaria, perchè la specificazione “degli Angeli” appartiene ad un’epoca successiva, affermandosi sino al punto che a fine ‘700 l’abbazia veniva spesso indicata direttamente come “l’Annunziata”. Va pure preliminarmente sgombrato ogni equivoco, nascente dalla pura omonimia con l’assai più celebre e importante abbazia carolingia di Centula, in Piccardia, con la quale erroneamente è stata spesso confusa (14). Ecc…”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 70 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: A ribadire fortemente questo carattere si aggiungeva inoltre l’esenzione dell’abbazia dalla giurisdizione del vescovo di Capaccio, nel cui territorio diocesano essa era tuttavia incardinata, venendo quindi a costituire una sorta di ‘enclave’ (17).. L’Antonini, che assicura che ai suoi tempi la badia era ancora in commenda, parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino avrebbe fatta al monastero di S. Maria di Centola nel 1086.

Antonini, p. 349

Sull’antica “Abbadia di Santa Maria degli Angeli” a Centola, sono interessanti alcune notizie, sebbene scarse, del governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro III, a p. 188. Egli parlando del monastero di S. Pietro ad Aquara, il paese da cui proveniva, in proposito scriveva che: “Successivamente succedé in questa Badia Donatantonio Gallo nel 1627, ed a costui D. Giulio Pepoli, che n’era Abbate nel 1632 D. Cesare Pappacoda, che lo trovo Abbate nel 1635 fu il successore Giovanni Conte Romano n’era Abbate negli anni 1651 e 1686, in tempo, ch’era già stato creato Cardinale. A costui succedé D. Giangeronimo Guascon Napoletano, che lo trovo Abbate fin dal 1693. Per rinunzia fattane, gli succedé nel 1747 D. Ferdinando Galiani, al presente Regio Consigliere coll’incarico di Secretario del Supremo Magistrato del Cammerario, ed è similmente Abbate di S. Maria dell’Angioli della terra di Centola, nullius di S. Pietro di Amalfi, e S. Caterina ad Colonna, e di S. Lorenzo do Stricto.”. Dunque, in questo passaggio del Libro III, il Di Stefano ci parla di due personaggi che ha citato il barone Antonini. Si tratta di Giangeronimo Guascon Napoletano che dovrebbe essere “l’Abbate Guascone” che teneva ed imprestò il Censuale che l’Antonini riporta alcuni versi e che dice essere un documento dell’XI secolo. Ovviamente il Di Stefano ci parla anche dell’Abbate Ferdinando Galiani.

Nel 1693, Giangeronimo Gascone, Abate dell’Abbazia di S. Maria degli Angeli di Centola che custodiva il ‘Censuale’ e lo mostrò all’Antonini

Girolamo Gascone, fu abate dell’Abazia di S. Maria di Centola, prima che ne divenisse titolare Ferdinando Galiani. La sua figura è importante perchè pare che avesse mostrato all’Antonini alcuni documenti di notevole importanza per la storia dell’Abbazia e per la storia del Regno in generale. Girolamo Gascone, l’Abate che mostrò ad Antonini il ‘Censuale’ dell’Abbazia di S. Maria di Centola, un documento che secondo l’Antonini risaliva all’XI secolo. Sull’Abate Girolamo Gascone ho scritto quando ho scritto del ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria di Centola’. L’Abate Gascone, Abate dell’Abbazia di S. Maria dell’Angeli a Centola è interessante per le nostre ricerche perchè egli pare che custodisse il noto Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola”, un antichissimo documento o Inventario dei beni che l’Antonini fa risalire all’XI secolo. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – Discorsi” citò l’antichissimo documento detto ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria a Centola che, secondo l’Antonini aveva la seguente intestazione: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’. Infatti, l’Antonini (…), a p. 368, in proposito scriveva che: “…..secondo sta notato nel ‘Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, o che sia più tosto un Inventario (conservato dal Commendatario Sig. Abate Gascone) colle seguenti parole: etc…”. Il barone Giuseppe Antonini ci parla in diversi momenti dell’Abbate Guascone e del suo Censuale. Infatti, l’Antonini ci ricorda l’Abate Gascone dell’Abbazia di S. Maria degli Angeli di Centola a p. 373 dove riferendosi ad una donazione dell’anno 1119 (MCXIX), dice che: “Mi ha imprestato il Sig. Abate Gascone questa scrittura, che ha fatto sudar me, ed altri più pratici nell’interpretarla, perchè oltre di essere di consusissimo carattere, e mezzo cancellato dall’umido, e dal tempo, è piena di strane abbreviature, e scritta per metà con greci caratteri, ecc…”. Abbiamo già visto in precedenza le interessantissime notizie che l’Antonini trasse dall’antico Censuale e, che a suo dire gli fu mostrato dall’Abbate mitrato Guascone. Nel 1745, due anni prima, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) pubblicò la sua “La Lucania – I Discorsi”, era abate di S. Maria di Centola Girolamo Gascone, il quale, mostrò diversi privilegi e carte greche all’Antonini. Giuseppe Antonini (…), barone di S. Biase, ed autore dell’opera ‘La Lucania’, pubblicata in un volume nel 1745 e in due volumi nel 1795 (dagli eredi). Il fratello maggiore di Giuseppe Antonini, Annibale, era anche Abate a Parigi che nel 1734 pubblicò in Francia un guida di Parigi. Molte delle notizie già in precedenza raccolte dai fratelli Antonini qui proprio nel Cilento ed in particolare a Centola, passarono di mano agli amici fratelli Galiani: Bernardo e Ferdinando. Fu proprio l’Abate Gascone che aveva raccolto molti documenti antichi appartenuti all’Abbazia di Centola che si deve il merito di averli mostrati agli Antonini di cui il fratello maggiore, Annibale, era come lui uomo di chiesa. Girolamo Guascone mostrò all’Antonini il Censuale di S. Maria degli Angeli di Centola di cui abbiamo già detto. l’Abbate Girolamo Guascone fu il precente titolare dell’Abbazia di S. Maria degli Angeli di Centola prima di Ferdinando Galiani che fu nominato Abate nel 1747 da papa Benedetto XIV. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, cap. V parlando delle corporazioni religiose nel Cilento, a pp. 161-162 in proposito scriveva che: “Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: “L’Antonini trascrive un brano da un inventario del monastero di S. Maria di Centola, mostratogli dall’abate commendatario Gascone e che assicura fosse nell’XI secolo, che dicono delle grotte di Palinuro (v.)(18).”. Nella sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. Pietro Ebner (…), nello stesso testo, vol. II a p. 267 parlando di Palinuro, nella sua nota (2) postillava che: “(2)….L’Antonini (I, p. 364) ci informa di un’antica testimonianza sulla grotta delle Ossa tratta dal ‘Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola, e cioè dal polittico delle dipendenze dell’antico monastero italo-greco. Dal ms. l’Antonini trascrisse la parte che si riferiva a detta grotta. ‘Habet speluncas ecc…ecc…Il manoscritto era in possesso dell’Abate Commendatario Gascone.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, cap. V parlando delle corporazioni religiose nel Cilento, a pp. 161-162 in proposito scriveva che: “Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone. Ecc…”. Sull’abate Gascone ha scritto Francesco Barra (…), che a p. 207, dice che: “Il Galiani entrò quindi in possesso di “molte onoreficenze e privilegii”, a cui corrispondeva però assai scarsa sostanza. Innanzitutto, il precedente titolare del beneficio, l’abate Girolamo Gascone, vi aveva rinunziato riservandosi, vita natural durante, una cospicua pensione sulle rendite della badia, per cui Galiani, ogni volta che l’incontrava gli usava dire, con macabro umorismo, che il più grande favore che potesse rendergli era quello di morire “quam citius”; favore che il Gascone – per altro assai anziano – gli rese presto, perchè morì nel 1749 (15).”. Dunque, l’Abate Girolamo Gascone fu il predecessore del Galiani. Girolamo Gascone, l’Abate che mostrò ad Antonini il Censuale dell’Abbazia di S. Maria di Centola. Il Barra (…) a pp. 207-208 nella sua nota (15) postillava che: “(15) L. Diodati, ‘Vita dell’Abate Ferdinando Galiani Regio Consigliere’, Vincenzo Orsino, Napoli, 1788, p. 14 (che però parla erroneamente del “beneficio mitrato di S. Cecilia di Centola”, inducendo spesso in errore gli autori successivi, tra cui il Nicolini). L’abate Gascone, che gli fornì alcuni documenti, è ricordato dall’Antonini (‘La Lucania’, cit., p. 373).”. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro III, a p. 188. Egli parlando del monastero di S. Pietro ad Aquara, il paese da cui proveniva, in proposito scriveva che: “Successivamente succedé in questa Badia Donatantonio Gallo nel 1627, ed a costui D. Giulio Pepoli, che n’era Abbate nel 1632 D. Cesare Pappacoda, che lo trovo Abbate nel 1635 fu il successore Giovanni Conte Romano n’era Abbate negli anni 1651 e 1686, in tempo, ch’era già stato creato Cardinale. A costui succedé D. Giangeronimo Guascon Napoletano, che lo trovo Abbate fin dal 1693. Per rinunzia fattane, gli succedé nel 1747 D. Ferdinando Galiani, etc…”. Dunque, in questo passaggio del Libro III, il Di Stefano ci parla di due personaggi che ha citato il barone Antonini. Si tratta di Giangeronimo Guascon Napoletano che dovrebbe essere “l’Abbate Guascone” che teneva ed imprestò il Censuale che l’Antonini riporta alcuni versi e che dice essere un documento dell’XI secolo. Il Di Stefano scrive che l’Abbate Guascone, egli lo chiama “Guascon, napoletano”, successe all’Abbate di S. Pietro di Aquara, Giovanni Conte Romano e scrive pure che: A costui succedé D. Giangeronimo Guascon Napoletano, che lo trovo Abbate fin dal 1693″. Poi il Di Stefano scrive che all’Abbazia di S. Pietro di Aquara,  Per rinunzia fattane, gli succedé nel 1747 D. Ferdinando Galiani, etc…”, ovvero l’Abate Ferdinando Galiani, nel 1747 successe all’Abate Guascone alla direzione dell’Abbazia di S. Pietro ad Aquara. Dunque, mi chiedo se, l’Abbate Guascone fu Abbate dell’Abbazia di S. Pietro ad Aquara dal 1686 (?) al 1747, quando questo è stato Abbate dell’Abbazia di S. Maria degli Angeli di Centola ?. Lucido Di Stefano (….), però, a p. 188 del Libro III, scrisse pure che: “Per rinunzia fattane, gli succedé nel 1747 D. Ferdinando Galiani, al presente Regio Consigliere coll’incarico di Secretario del Supremo Magistrato del Cammerario, ed è similmente Abbate di S. Maria dell’Angioli della terra di Centola, nullius di S. Pietro di Amalfi, e S. Caterina ad Colonna, e di S. Lorenzo do Stricto.”. Il Di Stefano, riguardo l’Abbate Guascone che era Abbate dell’Abbazia di S. Pietro ad Aquara scriveva pure che “Per rinunzia fattane, gli succedé nel 1747 D. Ferdinando Galiani”, dunque, secondo il Di Stefano nel 1747, l’Abbate Guascone rinunciò alla carica di Abbate di S. Pietro ad Aquara e che sempre nel 1747 gli subentrò l’Abbate Ferdinando Galiani già Abbate di S. Maria degli Angeli. Dunque, nel 1747, due anni dopo la pubblicazione dell’Antonini, a Centola già era Abbate il Galiani e Guascone non lo era più. Per la storia del Galiani, Francesco Barra citava il testo di L. Diodati, ”Vita dell’Abate Ferdinando Galiani Regio Consigliere”, Vincenzo Orsino, Napoli, 1788. Sull’Abbate Guascone, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a pp. 284-285. Egli parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Lorenzo ‘de Strictu’, in proposito scriveva che: “Giovanni Conte Romano prese per mezzo del suo Procuratore possesso di questa Chiesa nell’anno 1666 a tre Giugno, essendo stato da Alessandro VII creato Cardinale. Avendo rinunziato l’Abbadia, la fé conferire a suo nipote P. Giovangeronimo Guascon napoletano, chi lo trovo Abbate colla riserba di una annua penzione, fu quella conferita nell’anno 1747 a D. Ferdinando Galiani napoletano, nipote del celebre Cappellano Maggiore, e Arcivescovo di Tessalonica D. Celestino Galliani. Quest’Abbate è ancora tra i vivi, Uomo assai noto per le sue scienze della Repubblica letteraria, e celebre antiquario, eletto dal nostro Monarca, Regio Consigliere coll’incarico di Secretario del Spremo Magistrato del Commercio. D. Giuseppe Volpe nella ‘Cronologia dei Vescovi di Capaccio’, nel cap. 50 parlando di Monsignor Francesco Nicolai suo Zio così scrive: ‘Riconosce inoltre questa Diocesi da Francesco l’essersi riscossa da moltissimi pregiudizj patiti nella sua giurisdizione, avendo con sentenza Rotale riacquistata quella del considerevol Castello di S. Lorenzo, che si esrcitava dal suo Abate’. Ma non descrivendone la storia dello Spoglio, stimo qui rapportarla. Aveva l’Abbate Guascon proceduto e pubblicato alcuni Capi monitoriali di Scomunica contro alcuni naturali di S. Lorenzo, contradicente il Sig. Principe del Luogo, tanto che si disgustarono tra di loro, e fu la causa, che costui spinse Monsignor Nicolai a introdurre il litigio in Roma contro l’Abate, per la giurisdizione spirituale, e vescovile, che asserì usurpata. Ne ottenne nel 1708 roborarlo di Regio Placito. Concertò il Principe col Vescovo etc…”. Insomma, il Di Stefano, sulla scorta del Volpe (…) riferiva l’episodio di Sanlorenzo contro l’Abate Guascone. Dunque, secondo il Di Stefano, forse sulla scorta del Volpe (….), l’Abbate Guascone era il nipote di Giovanni Conte Romano, che nel giugno del 1666 fu creato Cardinale da papa Alessandro VII. Pare che Guascone fosse nipote di Mons. Francesco Nicolai, Vescovo di Capaccio e autore della “Dissertatio istorica-Canonica de Episcopo visitatore seu de antiquo regimine cclesiae vacantis etc…”, pubblicata nel ….., da cui gli ammiccamenti dell’Antonini sulla questione di Bussento. Sempre sull’Abbate Guascone, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 521 del vol. I, parlando del paese di Aquara e del ‘Monastero di Aquaria’, nella nota (27) postillava che: “(27) ….Poi la Baia venne unita a quella di San Lorenzo de Strictu e affidata al Cardinale Borromeo de Cesis (1621). etc…Seguì Giulio Pepoli (1632), Cesare Pappacoda (1635) e Giovanni Conte di Roma (1651). Nel 1699 era in commenda di Giovangerolamo Guascone di Napoli ce poi vi rinunciò. Nel 1747 ne era abate D. Ferdinando Galiani.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, a p. 693 parlando del paese di Castel S. Lorenzo, in proposito scriveva che: “L’abate, che aveva la cura d’anime sull’intero villaggio, era esente dal vescovo di Capaccio avendo una giurisdizione quasi vescovile con l’uso della mitra e del pastorale: ancora nel 1708 i parroci erano esenti dalla giurisdizione vescovile con il titolo di abati di S. Lorenzo. Nel 1544, quando l’Abbazia stava per passare in commenda venne abbandonata dai monaci. Seguirono gli abati commendatari fino ai primi del ‘700 (13). Tra gli abbati commendatari anche Ferdinando Galiani (v. a Centola). Nel 1708 (abate Giangirolamo Gascon) la giurisdizione spirituale passò con atto violento (14) al vescovo di Capaccio mons. Nicolai.”. Ebner, a p. 693, vol. I, nella nota (13) postillava che: “(13) ….Seguì il romano Giovanni Conte che prese possesso dell’abbazia il 3 giugno 1666, poi creato cardinale da papa Alessandro VII. Il cardinale vi rinunciò a favore del nipote G. Gerolamo Guascone di Napoli (a. 1693). Nel 1700 la badia venne concessa al nipote di D. Celestino Galliani, cappellano maggiore e arcivescovo di Tessalonica, noto letterato. Il nuovo abbate D. Ferdinando Galliani, figlio del R. Consigliere di Taranto era ancora abbate commendatario del luogo dopo il decreto della Sacra Congregazione (a. 1708, tempi dell’abbate Giangirolamo Gascon di Napoli) che attribuì al vescovo di Capaccio la giurisdizione di Catel S. Lorenzo. Il possesso della giurisdizione spirituale del luogo venne sottratta con atto di forza dal vescovo de Nicolai di Capaccio, etc…”.

Nel 1747, Ferdinando Galiani, abate dell’Abbazia di S. Maria degli Angeli dal 1747 al 1765

Sull’antica “Abbadia di Santa Maria degli Angeli” a Centola, sono interessanti alcune notizie, sebbene scarse, del governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro III, a p. 188. Egli parlando del monastero di S. Pietro ad Aquara, il paese da cui proveniva, in proposito scriveva che: “Per rinunzia fattane, gli succedé nel 1747 D. Ferdinando Galiani, al presente Regio Consigliere coll’incarico di Secretario del Supremo Magistrato del Cammerario, ed è similmente Abbate di S. Maria dell’Angioli della terra di Centola, nullius di S. Pietro di Amalfi, e S. Caterina ad Colonna, e di S. Lorenzo do Stricto.”. Dunque, in questo passaggio del Libro III, il Di Stefano ci parla di due personaggi che ha citato il barone Antonini. Si tratta di Giangeronimo Guascon Napoletano che dovrebbe essere “l’Abbate Guascone” che teneva ed imprestò il Censuale che l’Antonini riporta alcuni versi e che dice essere un documento dell’XI secolo. Ovviamente il Di Stefano ci parla anche dell’Abbate Ferdinando Galiani. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 718 in proposito scriveva che: “Nel ‘700 è notizia di un altro abate commendatario mitrato della badia, D. Ferdinando Galiani di Napoli, figlio del regio consigliere marchese Matteo e nipote del noto cappellano maggiore del re, Celestino, già arcivescovo di Taranto e poi di Tessalonica e presidente del supremo tribunale misto.”. Infatti, il Barra, a p. 114 in proposito scriveva che: “Passata infatti da Pio V, nel 1564, l’abbazia alle dirette dipendenze della S. Sede, da allora gli abati beneficiari vennero sottratti al patronato feudale e la loro nomina spettò direttamente al pontefice (l’ultimo di essi, come vedremo, fu Ferdinando Galiani nel 1748).”. Eugenia Granito, parlando del documento n. 6 citava Francesco Barra (…) e il suo “Ferdinando Galiani e la Badia di S. Maria degli Angeli di Centola”, stà in “Il Picentino”, a. CX, nn. 1-2, gennaio-giugno 1975, pp. 13-19. Il Cammarano (…), a p. 13, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il nome abate, ha molteplici suddivisioni: abate de regimine governa soltanto il proprio monastero; abate nullius dioecesis ha autorità su un territorio eparato dalla diocesi, alla diretta dipendenza della S. Sede, e fu il caso di Centola; abate commendatario, al quale veniva conferita un’abbazia in commenda cioè in affidamento, alle dipendenze della S. Sede, e si verificò per Centola dopo il 1564. Ai tempi di cui intendiamo parlare per avere il titolo abate erano sufficienti la tonsura e un ordine minore. Alcuni di questi abati avevano il privilegio di portare la mitra, insegna vescovile, per cui si chiamavano abati mitrati. E l’abate di Centola godeva di questo privilegio. Difatti nella vita del Galiani, scritta dall’Avv. Luigi Diodati, si legge a pagina 86: “Quindi con tranquillità d’animo, e con rassegnazione di cristiano e di filosofo, morì al dì 30 ottobre 1787 verso le ore 20 d’Italia, dopo aver vissuto 58 anni, dieci mesi e due giorni  ecc…”. Il Cammarano cita Luigi Diodati (…) ‘Vita dell’Abate Ferdinando Galiani Regio Consigliere’, Napoli, 1788. Ferdinando Galiani, detto l’abate Galiani (Chieti, 2 dicembre 1728 – Napoli, 30 ottobre 1787). Nacque a Chieti nel 1728, da una famiglia originaria di Lucera: la sua formazione avvenne a Napoli, dove ebbe modo di conoscere l’opera di Giambattista Vico e fu allievo di Antonio Genovesi. La figura del Galiani è importantissima per la storia dei nostri luoghi e credo anche per i legami con l’Antonini. I legami con i due fratelli Antonini e i fratelli Galiani sono interessantissimi per le connessioni, a mio avviso esistenti, con gli Antonini (…) Giuseppe e Annibale (…), i quali, come vedremo era connessi sia al territorio dell’ex e ormai dissoluta Baronia dei Sanseverino e con il Galiani stesso che come sappiamo si recò a Parigi in missione e su incarico del ministro Bernardo Tanucci e rinvenne le famose carte corografiche di probabile epoca Aragonese e di cui una da me rinvenuta nell’Archivio di Stato di Napoli e da me ivi pubblicata e di cui ivi ho pubblicato un particolare dell’area in questione (vedi Fig. 1) e a cui rimando per gli opportuni approfondimenti, nel mio saggio “Una carta corografica manoscritta e inedita, d’epoca Aragonese”, ivi pubblicata ed illustrata nell’immagine di Fig. 1, completamente diversa e più antica anche se simile. Proprio su quel fondo di antiche mappe scoperte alla BNF, l’abate Ferdinando Galiani affermava: “Un tesoro, storico, documentario e scientifico, “un monumento veramente curioso ed utile” (7). Queste pergamene, fatte riprodurre e copiare di nascosto dal Galiani, permisero a Rizzi Zannoni di comporre la “Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, opera mirabile ma completamente diversa dalle mappe trovate da Galiani. La pur breve permanenza dell’Abate Ferdinando Galiani nell’Abbazia di S. Maria (degli Angeli) a Centola, permise a questo grande ricercatore ed esperto cartografo di ottenere antichi documenti, donazioni e privilegi appartenuti all’Abbazia benedettina, forse ormai irrimediabilmente perduti, ma soprattutto ottenere, le giuste dritte e riferimenti bibliografici e storiografici di notizie storiche molte volte citate dall’Antonini nella sua “Lucania”. Il periodo della permanenza del Galiani a Centola e della prima edizione dell’opera dell’Antonini (…), è più o meno lo stesso. Gli stessi fratelli, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini ed il fratello maggiore Annibale Antonini (…), grande erudito del tempo e Abate a Parigi conoscevano i due fratelli Galiani: Bernardo e Ferdinando. Il fratello maggiore di Giuseppe Antonini (…), Antonio (…) scrisse l’opera ”Memorial de Paris et de ses environs a l’usage des voyageurs”, Nouvelle édition, Paris, 1734. Ferdinando La Greca (…), nel suo saggio scritto insieme a Vladimiro Valerio (…): ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, nel 2008, parlando sempre della sua carta Parigina e, parlando dei toponimi contenuti nella carta cita l’Antonini e a pp. 72-73 si fa particolarmente interessante quando egli ritiene l’Antonini uno sprovveduto che non conoscesse Livio, Cicerone ecc.. e, scrive che: “Ci sono fondati sospetti che Giuseppe Antonini, barone di S. Biase, ed autore dell’opera ‘La Lucania’, pubblicata in un volume nel 1745 e in due volumi nel 1795 (dagli eredi) (227), abbia avuto modo di vedere le mappe, o parte delle mappe, prima del Galiani, facendone largo uso nella sua opera, ma nascondendo tale fonte. Quasi costantemente, nella sua descrizione, sembra avere davanti agli occhi e seguire passo passo la nostra mappa, con i suoi nomi, i suoi fiumi, degli affluenti, dei monti, dei paesi, dei santuari, delle isole, e segnalando i ponti lungo le strade. Molte sue ipotesi sul sito di paesi antichi scomparsi trovano riscontro sulla mappa, come ad es. ‘Vibo ad Siccam’ presso Sapri, e ‘Petilia’ sul Monte della Stella (peraltro riportata nella mappa solo come ‘Mercato Petilia’). Inoltre, nella sua descrizione di Paestum ecc…” e, a p. 73 si chiede “Come potè l’Antonini entrare in possesso di tali mappe? Probabilmente grazie al fratello maggiore, Annibale Antonini, abate a Parigi, uomo di vasta cultura, erudito, ed autore di varie opere, fra le quali, significativamente, una guida di Parigi per i viaggiatori stranieri, giunta nel 1734 alla seconda edizione (229). L’opera descrive in gran parte musei, archivi, biblioteche, pinacoteche; l’abate Antonini se ne mostra esperto conoscitore, giungendo a indicare anche i nomi delle persone preposte ai vari uffici e alle quali rivolgersi per consultare volumi e documenti. Probabilmente l’abate si era imbattuto, durante le sue ricerche, nelle mappe aragonesi, e riconoscendo le località del Regno di Napoli, doveva essersi procurato facilmente qualche copia, poi inviata al fratello. Le mappe, fino al 1738, secondo il Galiani (230), erano state nell’Archivio della Corona di Parigi; poi, sfuggite ad un incendio, erano state portate a Versailles (Dépòt de la Marine). A questo punto, possiamo facilmente immaginare che la notizia dell’esistenza di tali carte a Parigi sia passata dai fratelli Annibale e Giuseppe Antonini ai fratelli Berardo e Ferdinando Galiani. Una sicura connessione ci è raccontata dal Winckelmann: questi, nella sua ‘Prefazione’ (1760) alle ‘Osservazioni sopra l’Architettura degli Antichi’, parlando del suo viaggio a Paestum, racconta che l’architetto Bernardo Galiani (poi traduttore dell’opera di Vitruvio) era intervenuto sul testo manoscritto del barone Antonini per correggerne gli errori più evidenti, riguardanti proprio la descrizione di Paestum; era stato lasciato tuttavia un grosso abbaglio , la definizione della cinta muraria come “quasi ovale”, che sorprende molto il Winckelmann (231). L’Antonini pubblica il suo lavoro nel 1745, e diventa presto noto a tutti i viaggiatori del ‘gran tour’; molte sue descrizioni però non reggono alla prova dei fatti, come quella della muraglia ovale. E’ probabile che, anziano e pressato dalle domande dell’amico Berardo, infine Giuseppe Antonini si sia deciso a rivelare l’esistenza delle carte parigine, notizie girate da Berardo al fratello Ferdinando, ambasciatore a Parigi, che, avendo in mente la realizzazione di una carta moderna del Regno, dovette mettersi subito alla ricerca delle antiche mappe. Siamo nel campo delle ipotesi, ma appare plausibile che sia andata così.”. Ho voluto riproporre integralmente questo passo di Ferdinando La Greca (…) perchè, sebbene sia, come lui stesso sostiene, un’ipotesi, la trovo una buona e corretta ipotesi di lavoro su cui svolgere i necessari approfondimenti. L’Ipotesi di La Greca è molto interessante. Sempre riguardo il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) e la sua opera “La Lucania – I Discorsi”, da lui pubblicata nel 1745 in un unico volume e poi in seguito ripubblicata dagli eredi in due volumi nel 1795, e le connessioni con le mappe Aragonesi di cui mi occupo in questo mio saggio, mi sembra interessante cio che scriveva Fernando La Greca (…) a proposito di alcuni toponimi citati dall’Antonini e nella carta da me rintracciata all’ASN. Ma già dai tempi dell’acquisto del feudo di Centola e di gran parte dei territori da parte del famoso erudito e storico Camillo Porzio (…), si evince chiaramente il rinvenimento di antichissimi documenti storici che lui stesso cercò e raccolse e rinvenne in zona e nei suoi vasti possedimenti dell’ex Baronia dei Sanseverino. Sarebbe interessante indagare ed approfondire nei diversi lasciti e carteggi del Porzio (…) quali fossero le antiche fonti da cui egli stesso attinse per la stesura del suo capolavoro di storia: “La Congiura dei Baroni”, avvenimento che ebbe proprio qui, in queste zone, il suo drammatico epilogo. Alla morte del Porzio, nel 1580, gli successe la figliastra (e secondo alcuni figlia naturale) Fulvia Capece Scondito, nominata sua erede universale. A mio avviso furono proprio le ricerche e la raccolta di antichi documenti che indussero l’erudito Ferdinando Galiani ad accettare dal Cardinale……………..l’incarico gravoso di Abate dell’Abbazia di S. Maria (degli Angeli) a Centola. Sull’incarico ricevuto dall’Abate Ferdinando Galiani (…), ha recentemente scritto anche Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’. Il Barra a pp. 201 e s. ha dedicato un intero capitolo dal titolo: “L’ultimo Abate Commendatario: Ferdinando Galiani”. Il Barra (…), nel 2016, in proposito a p. 201, riferendosi all’ascesa al pontificato del Cardinale Prospero Lambertini, papa Benedetto XIV, scriveva che: “Ben noti erano infatti gli antichi e mai dismessi sentimenti di alta stima e di profonda amicizia che legavano al Galiani il nuovo pontefice……Due anni dopo, nel luglio del 1747, la benignità di papa Lambertini concesse inoltre al futuro autore della Moneta e del Commercio dei grani la vetusta badia di Santa Maria degli Angeli di Centola. Quest’ultima era tra quelle – ben 44 – considerate “nullius diocesis”, il cui abate commendatario (tranne quelle di regio patronato) era nominato direttamente dal pontefice nel Concistoro dei cardinali; e da ciò furono dette “abbazie concistoriali”, poi abolite con il Concordato del 1818. Ma Centola risultò per Galiani assai magro acquisto. Infatti, la remota badia Cilentana, invece di fornire al giovanissimo “abate” un valido sostegno economico per la sua vita di studioso e di cortigiano, si rivelò infatti subito un cattivo affare, che richiese sin dall’inizio spese cospicue e cure assidue, ecc….In effetti, quando l’ebbe in commenda il Galiani, della badia rimanevano quasi solo il titolo, l’antica e malandata sede (sul luogo dell’attuale Cimitero di Centola), modeste rendite e la giurisdizione spirituale, con poteri quasi vescovili, sul clero e sul migliaio di anime che popolavano ancora Centola (4).”. Il Barra (…), a p. 203, nella sua nota (4) postillava che: “(4) F. Sacco, ‘Dizionario geogafico-istorico-fisico del regno di Napoli’, Napoli, 1795, vol. I, p. 290; L. Giustiniani, ‘Dizionario geografico ragionato del regno di Napoli’, Napoli, 1797, vol. III, pp. 432-33; ecc..”. Dunque, il Barra, cita il testo di Francesco Sacco (…), ‘Dizionario geogafico-istorico-fisico del regno di Napoli’, Napoli, 1795, vol. I, p. 290. Il Barra (…) a p. 203 continuando il suo racconto scriveva che: “Il Galiani entrò quindi in possesso di “molte onoreficenze e privilegii”, a cui corrispondeva però assai scarsa sostanza.”.

Nel 1750 ?, la Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria degli Angeli di Centola fatta redigere dall’Abbate Ferdinando Galiani

Francesco Barra (…), che a p. 208, dice che: “Afrontando, come egli stesso afferma nella memoria che pubblichiamo in appendice, molte spese per la bonifica dei terreni, per la costruzione di un frantoio per le olive, per l’impianto di un vigneto e per l’accrescimento dell’oliveto, oltre ad aver rifatto la “platea” dei beni e recuperato parecchi censi, Galiani riuscì ad accrescere le rendite abbaziali sino a 160 ducati annui.”. Il Barra, pubblica in Appendice una memoria del Galiani dove egli ci parla della “Platea dei beni e delle rendite” che fece rifare. Il Barra, a p. 220 pubblica il doc. I: “Copia di memoria data dall’Abbate Galiani a Mons. Nunzio (1765)(1)”. Il documento è senza data ma si pensa che risalga al 1765.  

Nel 17…, Giuseppe Garampi, prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano, amico di Ferdinando Galiani

Il Galiani poi era anche fraterno amico di mons. Giuseppe Garampi (….), prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano oggi Archivio Apostolico Vaticano. Infatti, sempre il Barra (…) a p. 205 riferisce che, per la controversia sorta tra il Galiani ed il Vescovo di Capaccio: “Galiani si rivolse allora all’eruditissimo mons. Giuseppe Garampi (1725-1792), prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano, affinchè svolgesse per suo conto approfondite ricerche documentarie. Un’analoga ricerca gli commissionò poi per Centola, chiedendogli di appurare se fosse realmente “nullius”, giacchè, egli, oltre a potersi vantare del titolo di “abate mitrato” e di aver diritto a essere chiamato “monsignore”, godeva altresì del privilegio (a cui teneva moltissimo) di essere, salvo la dipendenza diretta dalla S. Sede, “monarca assoluto” (come egli diceva) di quella chiesa, senza dover rendere conto a nessun vescovo. Ma Garampi nel frattempo fu nominato Nunzio a Varsavia, ecc…(13).”. Mi sembra un passo interessantissimo riguardo le approfondite ricerche che Ferdinando Galiani conduceva sulle origini dell’antica abbazia. A proposito dei rapporti tra il Galiani e Giuseppe Garampi (…) che nel 17…. venne nominato custode e archivista dell’Archivio Segreto Vaticano, Francesco Barra a p. 206, nella sua nota (13) postillava che: “(13) F. Nicolini, ‘Giuseppe Garampi e Ferdinando Galiani’, in Scritti di Archivistica e di ricerca storica, Ministero degli Interni. Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Roma, 1971, pp. 54-55.”. Sempre il Barra (…), a p. 206, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Demarco C., ‘Del Diritto Diocesano del Vescovo di Capaccio sul Clero e popolo di Santangelo a Fasanella’, s.n.t., ma Napoli, 1786 e Domenicantonio Ronsini, ‘Cenni storici sul Comune di Rofrano’, Salerno, 1873, p. 24.”. Sempre il Barra a p. 207, scriveva che: “Il Galiani entrò quindi in possesso di “molte onoreficenze e privilegii”, a cui corrispondeva però assai scarsa sostanza. Innanzitutto, il precedente titolare del beneficio, l’abate Girolamo Gascone, vi aveva rinunziato ecc… (15)…”. Giuseppe Garampi fu prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano e dell’Archivio di Castel S. Angelo dal 1751 al 1772. Questo schedario, a distanza di secoli, è ancora oggi lo strumento, fra i diversi indici e inventari, che rendono effettivamente reperibile e consultabile l’immeso materiale documentario custodito all’interno dell’Archivio Segreto Vaticano. Importantissimo strumento, frutto della iniziativa di Giuseppe Garampi, lo ‘Schedario’, disponibile alla consultazione presso la sala di studio intitolata a Leone XIII dell’Archivio Vaticano, costituisce quindi ancora oggi l’unico Indice generale per nomi e per materie della documentazione presente nell’Archivio Vaticano fin quasi a tutto il XVIII secolo. Il Garampi, con i suoi collaboratori setacciò l’intero archivio annotando diligentemente tutto.Del Garampi (…) e del suo Inventario e fondo costituitosi nell’Archivio Segreto Vaticano, degli antichi codici provenienti dai monasteri italo-greci della penisola, da lui inventariati, ha scritto Gastone Breccia (…) che, nell’introduzione ad un suo pregevole saggio sull’“Archivum Basilianum”, di Pietro Menniti (…), nel corso della sua lunga permanenza quale Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. Nel suo saggio, Breccia (…): Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci”, oltre a delineare una piccola storia dell’attività del Menniti, ci racconta dei codici e degli antichi documenti greci (pergamene, privilegi, ‘nonnula et monimenta’ ecc…, tanti dei quali provenienti dagli antichi monasteri basiliani, quasi tutti posti nell’Italia Meridionale, commendati dalla Santa Sede nel XVI secolo e poi soppressi dalle leggi Napoleoniche nel 1809. Il Breccia (…) a p….., nella sua nota (11) postillava che: “(11) L’istituto della Commenda, diffusosi a partire del XVI secolo ebbe come effetto collaterale il trasferimento di un numero rilevante di pergamene e manoscritti dai monasteri alle collezioni (perloppiù romane) degli abati commendatarì.”. Dunque, il Breccia (…) scrive chiaramente che la documentazione esistente negli antichissimi monasteri italo-greci del mezzogiorno, proprio in seguito all’essere stati commendati dalla Santa Sede del Capitolo Vaticano, andrà a riempire gli scaffali delle collezioni di alcuni abati commendatari come ad esempio gli Aldobrandini (…). Dunque, come si è già visto, anche il monastero e poi Abbazia di Santa Maria (poi degli Angeli) di Centola, nel XVI secolo fu interessata dall’istituto della ‘Commenda’ ed è dunque a causa di questo fatto che il grande patrimonio documentario di privilegi e donazioni appartenuti all’Abbazia. Nel 1745, epoca della sua prima edizione della “La Lucania – Discorsi”, l’Antonini, assicurava che ai suoi tempi la badia era ancora in Commenda, e dunque, forse pure in questo caso gran parte del suo patrimonio documentale andò disperso negli Archivi Vaticani che come abbiamo visto andrà disperso in Francia, ivi portato dale truppe Napoleoniche.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che secondo l’Antonini (…): “i monaci italo-greci che costruirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria. Come si è detto in questa chiesa si celebrava ancora con rito greco prima del 1458, mentre la badia dopo poco passava in commenda (2). L’Antonini, che assicura che ai suoi tempi la badia era ancora in Commenda, parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3)….L’Antonini scrisse perciò che Centola, Foria e Poderia, erano tenuti a versare ai Sanseverino di Sanseverino di Camerota, un tributo annuo di per la bagliva (9)”. Il Breccia (…), scriveva che: “…Tra editi e inediti  sono conosciuti più di mille documenti greci medievali provenienti dall’Italia meridionale e dalla Sicilia. Si sono conservati in originale, in copia medievale o moderna, oppure in traduzione latina o italiana. (…). Una parte di questo materiale d’archivio, che si estende lungo un arco di circa quattro secoli (dalla fine del X a tutto il XIV secolo), proviene dai monasteri del meridione della penisola e della Sicilia: monasteri greci – ovvero, secondo la denominazione adottata dall’occidente, monasteri ‘ordinis Sancti Basilii’ – depositari per lungo tempo, dopo la fine della dominazione diretta dell’Impero d’Oriente, del rito e della cultura liturgica Bizantina in terra d’Italia. I documenti seguirono, com’è naturale, la sorte di rapida e irreversibile decadenza che interessò il monachesimo italo-greco nel suo complesso a partire dall’età angioina. Già alla fine del medioevo le perdite – sia quantitativamente che qualitativamente – dovevano essere senza dubbio considerevoli, almeno a quanto si può dedurre dal resoconto della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (1457). Questo materiale documentario è i larga misura relativo all’acquisizione e al mantenimento di possedimenti fondiari.”. Sempre il Breccia (…), continuando il suo breve resocondo sul destino dell’ingente documentazione proveniente dai tanti monasteri italo-greci della penisola, gran parte dispersa, in proposito a pp. 16 e s. scriveva che: “Alla fine del 600, di fronte alla situazione di pressochè totale abbandono in cui versavano gli archivi monastici dell”Ordo Sancti Basilii’,  venne intrapreso un importante quanto isolato tentativo di salvare i fondi superstiti  raccogliendoli in due archivi centrali: il S. Basilio ‘de Urbe’ (8) per quanto riguardava i monasteri dell’Italia meridionale e il SS. Salvatore di Messina per quanto riguardava i monasteri Siciliani (9). Responsabile di questa decisione fu Pietro Menniti, abate generale dell’Ordine dal 1696 al 1718.  Le vicende storiche successive, tuutavia, ne vanificarono in gran parte l’opera: l’archivio del SS. Salvatore andrà perduto in circostanze non chiare (10) mantre quello del S. Basilio, in seguito alla soppressione del monastero durante la dominazione napoleonica (1810) venne trasferito a Parigi e quindi parzialmente disperso; quanto ne sopravvisse, restituito alla Santa Sede dopo il Congresso di Vienna è l’oggetto principale di questo studio. Il tentativo di recupero intrapreso dal Menniti è dunque un passaggio fondamentale nella tradizione moderna della documentazione italo-greca.”. A proposito dei rapporti tra il Galiani e Giuseppe Garampi (…) che nel 17…. venne nominato custode e archivista dell’Archivio Segreto Vaticano, Francesco Barra a p. 206, nella sua nota (13) postillava che: “(13) F. Nicolini, ‘Giuseppe Garampi e Ferdinando Galiani’, in Scritti di Archivistica e di ricerca storica, Ministero degli Interni. Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Roma, 1971, pp. 54-55.”. Proprio sui rapporti strettisi fra Ferdinando Galiani ed il Garampi ha scritto Fausto Nicolini (…) che a p. 48, del suo Giuseppe Garampi e Ferdinando Galiani’, in proposito scriveva che: “Il Galiani, allora, a differenza che nell’età matura coltivava con grande entusiasmo l’archeologia e l’erudizione storica; due discipline che già a Napoli gli avevano fatto ricercare la compagnia, per altri versi non divertente, del Mazzocchi e del Martorelli.”. Scrive ancora il Nicolini che: “Il Garampi, a cui nel 1755 veniva concessa la prefettura dell’Archivio di Castel Sant’Angelo,  col trarre dai documenti messi a sua disposizione,….materiali senza fine per un ‘Orbis Christianus’ (1) ecc…” e poi proseguendo il suo racconto, il Nicolini scriveva del Galiani ridivenuto Napoletano: “Ridivenuto napoletano, o come egli diceva, parigino spaesato, il Galiani, a ciò indotto, sembra da alcune liti, si pose a riordinare i documenti relativi alle sue parecchie badie (2) e, tra queste, al beneficio mitrato della chiesa di S. Cecilia della terra di Centola (feudo dei Pappacoda) e alla rettoria dell’altra chiesa di S. Lorenzo nella città di Capaccio (Parentesi: questi due benefici erano stati rinunziati a suo favore nel 1747, con la riserva di goderne vita natural durante, da un abate Girolamo Gascone, ecc…”. In questo passo interessantissimo però il Nicolini sbaglia confondendo la chiesa di S. Maria degli Angeli di Centola con quella di S. Cecilia. Infatti, anche il Barra (…) lo dice a pp. 207-208 nella sua nota (15) postillava che: “(15) L. Diodati, ‘Vita dell’Abate Ferdinando Galiani Regio Consigliere’, Vincenzo Orsino, Napoli, 1788, p. 14 (che però parla erroneamente del “beneficio mitrato di S. Cecilia di Centola”, inducendo spesso in errore gli autori successivi, tra cui il Nicolini). L’abate Gascone, che gli fornì alcuni documenti, è ricordato dall’Antonini (‘La Lucania’, cit., p. 373).”. Il Nicolini (…) a p. 51, nella sua nota (2) postillava dei documenti che: “(2) Alcuni di questi documenti (pochi in confronto di quanti erano al tempo del Galiani) si serbano nell’archivio Galianeo, codice segnatura, XXXI. A. 8.”. Riguardo questo Archivio, il Nicolini a p. 48 scriveva che: “Dai documenti dell’Archivio Galianeo (1) non risulta in modo esplicito come e quando egli fosse conosciuto dall’Abate Galiani.”. In proposito all’Archivio Galianeo, sempre il Nicolini a p. 48, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Posseduto ora dalla Società Napoletana di Storia Patria e comprendente ciò che sopravanza delle carte di Celestino, Bernardo e Ferdinando Galiani. Per un catalogo ragionato delle carte per quel che riguarda Ferdinando, si veda Fausto Nicolini, ‘I manoscritti dell’abate Galiani’, stà in ‘Archivio Storico per le provincie napoletane, XXXIII, 1908.”. Infatti, il Nicolini (…) che riporta il carteggio epistolare fra il Galiani ed altri riporta anche la lettera che il Garampi gli scrive nel 1771, in risposta all’incarico da egli ricevuto anni prima. La lettera è contenuta in ‘Archivio Storico per le provincie napoletane, XXXIII, 1908’ e dice sostanzialmente che egli non può più occuparsi di tali ricerche. Il Nicolini a p. 189 riporta nell’elenco la lettera di Garampi al Galiani e scrive: “601. – Garampi (gius.), Roma, 1771 (ivi, ff. 72-5).”. Tuttavia, il Nicolini non pubblica la lettera del Garampi che evidentemente si trova custodita oggi nell’Archivio Nicolini del fondo donato all’Istituto Italiano di Storia. Il Nicolini pubblicò la lettera del Garampi all’amico Galiani, segnata Roma, 30 aprile 1771 a pp. 54-55, del suo ‘Giuseppe Garampi e Ferdinando Galiani’, ed in proposito scriveva che: “Vengo ora a soddisfare alle ulteriori di lei ricerche. Le compiego l’estratto delle enunciate bolle, nelle quali non comparisce il desiderato “nullius”, ne da tutto il complesso delle notizie finora rinvenutesi parmi che sia sperabile poterlo scoprire. Sicchè per ottenere il fine che ella si era proposto, le converrà di usare degli altri mezzi che le detterà la sua prudenza (1). Mi è riescito nuovo l’interder l’odiosità del popolo contro il consaputo soggetto (2). A dir vero, non l’ho mai reputato per l’uomo il più prudente e circospetto del mondo.”. In questo passo, il Garampi, dopo essersi lamentato del dover lasciare i libri e le ricerche amate per la nomina a Nunziatura di Varsavia, forniva al Galiani le bolle pontificie che riguardavano l’Abbazia di S. Maria di Centola, di cui però non vi è traccia nella lettera e, aggiungeva di un uomo che avrebbe potuto aiutare il Galiani nella ricerca di altri utili documenti. Il Nicolini (…) a p. 54 nella sua nota (1) postillava che: “(1) In queste parole coperte si cela forse il consiglio di rivolgersi direttamente a Clemente XIV molto benevolo al Galiani.”. Il Nicolini a p. 54 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Dalle carte Galianee non appare chi fosse”. Riguardo le carte conservate nell’Archivio Segreto Vaticano ha scritto Gastone Breccia (…), nel suo “Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci”. Il Breccia (…), a pp. 20-21, in proposito scriveva che: “L’elenco ora riportato costituisce una prima base utile per definire quali documenti potessero effettivamente essere conservati al S. Basilio ‘de Urbe’.  Accanto ad esso possiamo subito collocare le poche testimonianze dirette sulla composizione dell’archivio della casa-madre basiliana: quella di Bernard de Montfaucon, che all’inizio del ‘700 trascrisse nove diplomi greci e quattro latini “ex instrumentis monasterii S. Basilii Romae (18) e quella di Pietro Menniti il quale sia nel suo ‘Bullarium Basilianum’ (19) che in una raccolta, purtroppo mutila, di privilegi imperiali e reali ( Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani XXXIII, (20)), dà alcuni ragguagli sulla composizione dell’archivio stesso. Scrive il Montfaucon: “Regni vero Neapolitani et Siciliae diplomata non pauuca vidimus in monasterio S. Basilio Romae et aliquot exscripsimus: ex iis vero nom selegimus, quod aliis praestantiora videantur, et typis damus…(21). Non sapremo mai, purtroppo, quanti fossero i “diplomata non pauca” che l’erudito francese ebbe sotto gli occhi. I documenti da lui trascritti provengono comunque solo da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni a Piro (Diocesi Policastro, documento latino del 1473); ecc…; documento latino del 1224 (22).”. Per questo ultimo documento, il Breccia a p. 21 nella sua nota (22) postillava che: “(22)  Per le informazioni relative a questi documenti cfr. infra p. 32 sgg.”. Proseguendo il suo racconto il Breccia a p. 23 scriveva che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in essi citati sono infatti: – oltre naturalmente a Grottaferrata ed al SS. Salvatore di Messina, i seguenti – …….; S. Maria di Centula, diocesi di Capaccio (o Vallo della Lucania, provincia di Salerno; bolla del 1393, erroneamente datata dal Menniti al 1230 (30): ‘habetur exscripta in forma authentica /.. .] signata littera D’); ecc..”. Dunque, il Breccia scrive che nel ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (…), vi era trascritta una bolla del 1393 e dice che essa era stata erroneamente datata dal Menniti al 1230. Nella sua nota (30), che riguarda il documento del Monastero di S. Maria di Centola, il Breccia (…), a p. 23, nella sua nota (23) postillava che: ” (30) Si tratta, per l’esattezza, di un breve. L’errore di datazione è evidentissimo: il Menniti lo attribuisce a Gregorio IX, senza tener conto che nel testo si parla poi di Bonifacio Vili ‘predecessoris nostri’ e, come contemporaneo, dell’antipapa Clemente VII. È quindi evidente che il breve va attribuito a Bonifacio IX e datato conseguentemente al 7 maggio 1393, suo quarto anno di pontificato. Di questo documento è sopravvissuta una seconda copia (Basiliani XXXII, pp. 29-32) che, essendo perduta quella in forma autentica del bullarium del S. Basilio, è stata usata per l’edizione (infra, pp. 87-90).”. Dunque il Breccia a p. 37, sempre sul documento di Centola, aggiunge che: S. Maria di Centula 1. Basiliani XXXII, pp. 29-32 (copia di breve di Bonifacio IX, 7 maggio 1393, tratta dall’altra copia in forma authentica del S. Basilio) (79).”. Il Breccia, nella sua nota (79), postillava: “infra pp. 87-90”, di cui ivi pubblico la cattura dell’immagine:

Breccia G., p. 87

documento del 1393 di cui ho già accennato. Dunque, alcuni documenti riguardo l’Abbazia di S. Maria di Centola dovrebbero essere conservati nell’Archivio Galianeo, codice segnatura XXXI. A. 8, conservato e di proprietà della Società Napoletana di Storia Patria a Napoli, fondo Nicolini forse passato all’Istituto Italiano di Storia. La Società Napoletana di Storia Patria, con sede in Castelnuovo, è, tra le società storiche nazionali, una delle più importanti sia per l’antichità delle sue origini, sia per la ricchezza del patrimonio librario che custodisce, sia per la vitalità delle sue iniziative scientifico – editoriali. Se non mi sbaglio la documentazione dell’archivio Galianeo fu acquistato dallo stesso Nicolini (…) e il cui fondo è oggi nell’Archivio Nicolini donato all’Istituto Italiano per gli Studi Storici.

Nel 1781, Lucido di Stefano, governatore baronale di Centola e il casale di S. Nicola

Francesco Barra nella sua nota (13) postillava pure che: “Lucido di Stefano, che era stato governatore baronale di Centola, ed era quindi ben informato, affermava nel 1781 che “Villa San Nicola era stata “edificata non ha gran tempo da quattro famiglie Centulesi” (L. Di Stefano, ‘Della Valle di Fasanella nella Lucania’, cit., vol. I, p. 175); due di queste erano le famiglie Natale e Tomei. Avvertiamo infine che il volume dedicato da mons. Giovanni Cammarano alla storia dell’abbazia non è utilizzabile storicamente, fondato com’è su fonti memorialistiche inattendibili e apocrife, e comunque incontrollabili (G. Cammarano, Storia di Centola, vol. II, La Badia di S. Maria, Edizioni del Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Agropoli, 1999, pp. 334).”. Riguardo il governatore di Centola Lucido Di Stefano (…) citato dall’Ebner e dal Barra, le notizie intorno a Centola ed al piccolo suo casale di S. Nicola, si rilevano da un suo manoscritto del 1781 conservato presso la Biblioteca del Museo Provinciale di Salerno. Di Stefano Lucido, Della Valle di Fasanella nella Lucania – discorsi del dott. Lucido Di Stefano della terra di Acquaro nella stessa Lucania’, ed. a ristampa ‘Centro di cultura e studi storici ‘Alburnus’, Opera di Lucido di Stefano, risalente al 1781, e costituisce una delle principali fonti per la ricostruzione della storia dell’area dei Monti Alburni e della Valle del Calore Lucano in provincia di Salerno. In questo secondo volume vengono descritti i paesi posti sulla sinistra del fiume Calore: Corleto Monforte, Roscigno, l’antica Fasanella, Bellosguardo, Ottati, S. Angelo a Fasanella, Castelcivita, Controne, Serre, Postiglione, Sicignano, Petina, i villaggi scomparsi della Civita e di Pantoliano e quelli di S. Pietro, Carritiello e Cosentini. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” vol. I a p. 501, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Museo Provinciale di Salerno, Biblioteca, ms. del dott. Lucido De Stefano, della terra di Acquaro, 1781. I riferimenti ai ff, del ms. che sono nella stessa Biblioteca ecc…”.

Nel 1877, Domenico Martire ed il suo elenco dei Monasteri e Abbazie

Dunque, il Cappelli (…), citava il Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè: 

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Martire D., p. 151

Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, non cita l’Abbazia di S. Maria di Centola, ma non perchè essa non esisteva ma perchè come ho detto essa non era aggregata alle abbazie del Capitolo Vaticano. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen. – Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Attanasio)

(2) (Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e da me pubblicata per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Attanasio)

(3) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure: Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228 (Archivio Attanasio)

(4) Antonini Giuseppe, La Lucania – I discorsi, ed. Benedetto Gessari, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383. Giuseppe Antonini (Centola, 14 gennaio 1683 – Giugliano, 6 gennaio 1765) è stato un geografo italiano. Giuseppe Antonini, barone di San Biase, fu avvocato ed erudito, che ha legato il suo nome allo studio della storia e della topografia della Lucania e del Cilento. I suoi studi furono trasfusi nell’opera La Lucania, Discorsi, pubblicata per la prima volta nel 1745. Nel 1745 diede alle stampe i suoi Discorsi sulla Lucania, che nel 1756 accrebbe e che nel 1790-91 il nipote Francesco Mazzarella Farao (…) ripubblicò con i tipi di Tomberli, arricchendoli di copiose annotazioni, difendendo l’opera e la memoria dell’A. dalle accuse di P. Magnoni e dei non pochi critici e detrattori. E infatti la Lucania, sfrondata dagl’inevitabili errori, si può considerare un lavoro diligente e per quel tempo pregevole per l’abbondanza del materiale storico e specie lapidario, per la prima volta raccolto ed edito.

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(5) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323 (Archivio Storico Attanasio).  Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’. Il Cappelli (…), nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395.

(6) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”.

(7) Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.

Liber visitationis

(Fig…) Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Calkeopilo (Ms. Lat. 149) (…), indice dei ‘Verbali‘ delle visite ai Monasteri italo-greci visitati (Archivio Storico Attanasio). Il codice manoscritto originale (Ms. Lat. 149), si trova conservato presso la Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (la Biblioteca dell’Abbazia di S. Nilo a Grottaferrata).

Lat. 149

(…) (Fig…) Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Calkeopilo (Ms. Lat. 149) (…), indice dei ‘Verbali‘ delle visite ai Monasteri italo-greci visitati (Archivio Storico Attanasio). Il codice manoscritto originale (Ms. Lat. 149), si trova conservato presso la Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (la Biblioteca dell’Abbazia di S. Nilo a Grottaferrata). Recentemente, ho fatto richiesta della fotoriproduzione digitale del  Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos, conservato alla Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata e mi è stato inviato l’intero diario di viaggio scansito in pdf (file digitale), in bianco e nero:  “Egregio Prof. Francesco Attanasio, Le invio, come da accordi telefonici, la copia in pdf del manoscritto Lat. 149 (Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos). Mi dispiace che le immagini siano in bianco e nero ma è l’unica forma di digitalizzazione in possesso della Biblioteca. Spero di essere stata utile alla sua ricerca e la saluto distintamente. Lorella Masciangioli Assistente Amministrativo Gestionale Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Grottaferrata”Nel 1457, Atanasio Chalkéopoulos, studioso di monaco greco vissuto in Italia sotto la protezione del cardinale Bessarione, che è stato nominato abate di Sainte-Marie-du-Patir (nei pressi di Rossano), è stato commissionato da Callisto III ispezionare sessanta diciotto monasteri basiliani in Calabria e Campania, che in qualche modo sono sopravvissuti l’antico rito greco, vestigia della presenza bizantina sostituito nel XI secolo dal dominio normanno. Così, quattro anni dopo la caduta di Costantinopoli – ■ da dove la sua famiglia ha avuto origine – Chalkéopoulos avrebbe dovuto fare il punto del monachesimo greco in Italia meridionale, la valutazione di un altro declino, che non poteva contenere qui, il assalto dei turchi, ma principalmente per la lontananza di Bisanzio e mento grignote- esercitata dal mezzo “latino” – ■ perché c’era molto sinistra del greco calabrese in queste dure e spesso analfabeti che ha composto la del numero di monasteri basiliani. Il nostro “visitatore” noi non comunicare i sentimenti che riusciva a liberarsi durante la sua missione, ma si stabilisce con coscienza obiettività 1 “stato” di quello che trova: beni mobili ed immobili, il reddito di ogni casa, caratteristiche morali e spirituali di hegumen e monaci (quando presenti); in ogni caso, prescrive le misure da adottare per correggere la situazione, o (più raramente) esorta i religiosi esaminati a perseverare nel modo giusto. Gli “atti” della visita sono conservati oggi nel manoscritto 816 del-Italiano Greco Abbazia di Grottaferrata, vicino a Roma, e questo volume fornisce un’edizione annotata davvero esemplare. Jean Bayet ci dice, in una prefazione suggestiva, il testo è stato segnalato per André Guillou, ora segretario della Scuola Francese di Roma, da padre Rev. M. -H. Laurent, Scriptor in Vaticano. Il signor Guillou ha assunto l’arduo compito di trascrivere il documento, ed è sufficiente dare un’occhiata alle tavole III e IV per avere un’idea delle difficoltà che ha spettacoli sublimi di umanità. Antigone non lo supera. Si potranno apprezzare al Signor Pierre Tisset così come Miss Lanhers per avere l’accesso facilitato a questo famoso processo e speriamo che la pubblicazione del processo di riabilitazione e di quelli dei volumi annunciati, che contiene l’annotazione di storia e traduzione, non aspettare troppo a lungo. Nel 1448, il Cardinale Bessarione propose alla S. Sede di nominarlo archimandrita di S. Maria del Patire (diocesi di Rossano) al posto del titolare che si era dimesso. Così Atanasio Chalceopulos divenne il 3 apr. 1448 superiore di uno dei più importanti monasteri basiliani di Calabria. Nel 1457 fu costretto ad abbandonare Roma e a recarsi in Calabria per un importante missione. Bessarione era stato designato, da lettere successive dei papi Niccolò V e Callisto III, cardinale protettore dei monaci basiliani ed incaricato di far visitare e ispezionare i monasteri dell’Ordine nell’Italia meridionale. Con l’occasione progettò una riforma radicale. A tale scopo aveva bisogno di esaminare sui posto la condizione di questi monasteri un tempo fiorenti ed allora decaduti. Probabilmente su sua raccomandazione Callisto III incaricò di questa missione il Calkeopilo con l’aiuto di Macario, archimandrita di S. Bartolomeo di Trigona: Essi dovevano visitare settantotto fra i più importanti monasteri della Calabria e della Campania. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…). La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il ‘Liber visitationis’ del Calceopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca. Riguardo la visita apostolica  ‘Liber visitationis’ di Athanase Chalkéopoulos, il cui resoconto contenuto in un codice latino, fu pubblicato nel 1960 da M.-H. L a u r e n t – A. Guillou (…). Pietro Ebner, nelle sue note (17) e (18), di p….., postillava a riguardo che: “(17) Ebner, Storia…, p. 447 sg. I verbali delle visite sono contenuti nel Codice Z D XII dell’Archivio dell’Abbazia greca di Grottaferrata.”. Biagio Cappelli (…), parlando della visita apostolica di Athanasio Calkeopilo, un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395, scriveva in proposito che: “Quasi una conclusione a quanto ho esposto nelle pagine precedenti può essere suggerita dallo studio di un importante testo apparso di recente. Si tratta del Codice I D. III. 12 della Badia greca di Grottaferrata esemplarmente pubblicato a cura del Padre M. H. Laurent e di A. Guillou (1). Dunque il Cappelli (…), scrive che le ‘Liber visitationis’ di Atanasio non si trova contenuto nel codice ‘Z D XII’ come scrive l’Ebner ma vuole che il codice fosse “I D. III. 12” conservato all’Abbazia italo-greca di Grottaferrata (vicino Tuscolo). La Treccani, riguardo la visita apostolica ai monasteri del Calkeopilo, scriveva che il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…).

(…) M.H. Laurent – A. Guillou, Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano 1960; si veda pure degli stessi autori: M.H. Laurent – G. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310. Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89).

(9) Menniti Pietro, Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. La storica Vera von Falkenhausen (….) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), anche in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti e li riproduce. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…); ha anche usato il libro di Santoro; in sette casi, infine, dice di aver usato documenti dagli archivi di S. Basilio de Urbe (che non esistono più). Dichiara addirittura che i monaci di Carbone godono di un franchising per la macinatura del grano “come constat da molte scritture, che si conservano nell’Archivio Basiliano di Roma” (…). “Summa bullarum e constitutionum apostolicarum pro ordine S. Basilii Magni, aliorumque Collectaneorum eumdem ordinem spectantium a P. Petro Menniti eiusdem Ordinis Abbatis Generalis digesta, e conscripta, anno MDCCVII”; la cronaca è intitolata: ‘Cronica del Monastero Archimandritale di S. Elia di Carbone dell’ordine di S. Basilio Magno’. Non abbiamo ancora esaminato il volume 23.

Batiffol,

(…) Batiffol Pierre, L’Abbaye de Rossano, Contribution l’Histoire de la Vaticana, ed. Picard, Paris, 1891, pp….

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Attanasio)

Gli antichi documenti provenienti dai Monasteri italo-greci del ‘basso Cilento’, dispersisi alcuni dei quali conservati a Grottaferrata e all’Archivio Segreto Vaticano

Gastone Breccia (…), nell’introduzione ad un suo pregevole saggio sull’“Archivum Basilianum”, di Pietro Menniti (…), nel corso della sua lunga permanenza quale Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. Nel suo saggio, Breccia (…): Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci”, oltre a delineare una piccola storia dell’attività del Menniti, ci racconta dei codici e degli antichi documenti greci (pergamene, privilegi, ‘nonnula et monimenta’ ecc…, tanti dei quali provenienti dagli antichi monasteri basiliani, quasi tutti posti nell’Italia Meridionale, commendati dalla Santa Sede nel XVI secolo e poi soppressi dalle leggi Napoleoniche nel 1809. Il Breccia (…), scriveva che: “…Tra editi e inediti  sono conosciuti più di mille documenti greci medievali provenienti dall’Italia meridionale e dalla Sicilia. Si sono conservati in originale, in copia medievale o moderna, oppure in traduzione latina o italiana. (…). Una parte di questo materiale d’archivio, che si estende lungo un arco di circa quattro secoli (dalla fine del X a tutto il XIV secolo), proviene dai monasteri del meridione della penisola e della Sicilia: monasteri greci – ovvero, secondo la denominazione adottata dall’occidente, monasteri ‘ordinis Sancti Basilii’ – depositari per lungo tempo, dopo la fine della dominazione diretta dell’Impero d’Oriente, del rito e della cultura liturgica Bizantina in terra d’Italia. I documenti seguirono, com’è naturale, la sorte di rapida e irreversibile decadenza che interessò il monachesimo italo-greco nel suo complesso a partire dall’età angioina. Già alla fine del medioevo le perdite – sia quantitativamente che qualitativamente – dovevano essere senza dubbio considerevoli, almeno a quanto si può dedurre dal resoconto della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (1457)”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,…”. Il Breccia (…), sulla scorta di Laurent – Guillou (…), scriveva in proposito che nel corso della visita apostolica di Atanasio, si potè rilevare che: “…il quale, accanto a due soli archivi ancora ben forniti (S. Giovanni di Stilo, con più di 800 pergamene greche e latine; S. Nicolò di Calamizzi, 774) e vari altri con depositi oscillanti tra i 50 ed i 150 documenti circa, ci mostra ben 36 dei 55 monasteri visitati senza più traccia di fondi archivistici (6).”. Dunque, come ci narra il Breccia (…), nel 1457, Atanasio Calceopulo, eseguì una visita apostolica in tutti i monateri Basiliani ancora esistenti. Il Breccia, alla sua nota (6), postillava che: “Anche tenendo conto dell’incompletezza del resoconto citato, nel quale viene a volte omesso l’inventario dei beni di alcuni monasteri, nonché della possibilità che qualcosa sia sfuggito al suo redattore, l’impressione di un generale e drastico depauperamento è inequivocabile.”. Scrive sempre il Breccia (…), a proposito del lavoro svolto dal Menniti (…): “Il primo problema che si pone affrontando lo studio della raccolta mennitiana è quello di identificare i fondi d’archivio effettivamente raggiungibili dalla raccolta stessa; in altre parole, determinare quali monasteri basiliani sopravvivessero alla fine del XVII secolo in Italia meridionale. A questo proposito esiste una testimonianza apparentemente piuttosto precisa, anche se di circa vent’anni più antica: Apollinare Agresta, generale dell’ordine basiliano prima del Menniti, fornisce infatti nella sua Vita del protopatriarca S. Basilio Magno (pubblicata a Roma nel 1681) un elenco dettagliato dei monasteri ancora esistenti in Italia meridionale.”. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg. Non si può certo escludere che nei settantanove anni che corrono tra l’edizione dell’Agresta e quella del Rodotà il numero dei monasteri fosse rimasto invariato: certo è tuttavia che il modo in cui quest’ultimo riprende il testo dell’Agresta, a tratti copiandolo fedelmente, non depone a favore della sua attendibilità.”. A questo punto, il Breccia, riprende il suo racconto e scrive che: “Accanto ad esso possiamo subito collocare le poche testimonianze dirette sulla composizione dell’archivio della casa-madre basiliana: quella di Bernard de Montfaucon, che all’inizio del ‘700 trascrisse nove diplomi greci e quattro latini “ex instrumentis monasterii S. Basilii Romae”, e quella di Pietro Menniti, il quale sia nel suo “Bullarium Basilianum” che in una raccolta, purtroppo mutila, di privilegi imperiali e reali (Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani XXXIIP0) dà alcuni ragguagli sulla composizione dell’archivio stesso. I documenti da lui trascritti provengono comunque soltanto da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni di Piro (dioc. Policastro, documento latino del 1473); ecc..”. Per il documento di San Giovanni a Piro, il Breccia (…), a p. 35, scriveva: S. Giovanni di Piro (68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” e, nelle sue note (68) e (69), postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.“. Riguardo il ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (…), Gastone Breccia (…), scriveva a pp. 23-24, di un suo pregevole studio che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Maria di Carrà (4 bolle del 1219: habetur in bullario nostri archivii […] signata littera A e littera B); (29) S. Maria del Patir (bolla del 1198: habetur transcripta infasciculo bullarum nostri archivii romani C); S. Maria di Centula.”Pietro Ebner (…), scriveva in proposito che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Padre Marco Petta, dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), a p. 97, scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum’ in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che 9 furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Battifol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”. Il Petta (…), alle note (4-5-6-7-8), postillava che: “(4) M.H. Laurent – Guillou A., p. 155; (5) – Batiffol, L’Abbaye de Rossano ecc.., pp. 120-121; traduzione di G. Crocenti. Soveria Mannelli, 1986, pp. 146-148; Marco Petta, ‘L’originale dell’inventario dei libri del monastero di S. Elia di Carbone, in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n.s. 25 (1971), pp. 62-64.; (6) Per una più dettagliata descrizione del contenuto cfr. M. Petta, ‘Codici del monastero’, cit., sul contenuto del Codice Vat. gr. 2005 cf. la comunicazione di A. Jacob tenuta in occasione di questo convegno; (7) P. Batiffol, L’Abbaye.., pp. 42-43; (8) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, varie badie basiliane d’Italia e di Patmo (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p. 216.”. Per quanto riguarda l’antico codice Cryptense Z D 12 o Z D XII, si consiglia di vedere Pera L., Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae (…). Per quanto riguarda l’inventario fatto dal Batiffol (…), si veda G. Crocenti (a cura di), ‘L’Abbazia di Rossano. Contributo alla storia della Vaticana’ (trad. it. di P. Batiffol, L’abbaye de Rossano. Contribution à l’histoire de la Vaticane, Paris 1891), Longobardi 1986 D’Agostino 1981 E. 

(…) Per quanto riguarda i documenti greci, provenienti da alcuni monasteri italo-greci come quello di Carbone, oggi sono sparpagliati tra l’Archivio Doria Pamphili, la collezione “Basiliani” dell’Archivio Segreto Vaticano e vecchie edizioni di documenti scomparsi oggi. Recentemente, Adele Di Lorenzo, Jean-Marie Martin et Annick Peters-Custot (…), hanno scritto sul Monastero di Carbone (PZ), un saggio il cui estratto si trova on-line. Essi scrivono che: “…molti documenti, greci e latini, dall’XI secolo all’inizio dei tempi moderni; questi documenti (originali, copie, traduzioni) sono ora sparsi tra l’Archivio Doria Pamphili (Roma), ecc..”. Il ventesimo secolo è rappresentato per la prima volta da Gertrude Robinson (7). Questo grecista britannico ha dato in ‘Orientalia Christiana Analecta’, in tre consegne nel 1928, 1929 e 1930, la sua storia e cartulario del monastero greco di Sant’Elia e S. Anastasio di Carbone (…) (introduzione storica I, II e II atti -2, un quarto volume doveva seguire). In primo luogo, ripercorre la storia dell’abbazia e dei suoi archivi prima di dare un’edizione di 56 atti greci (tutti), 14 atti latini (o traduzioni latine di atti greci) e due atti bilingue: uno William II archimandritat creazione (n XLVI), l’altra Costanza (n LXVI), per un totale di 72 atti (…), tutte prese dall’Archivio Doria Pamphili e prima del 1200, mentre Holtzmann (…) stima che, combinando le varie fonti preservate, si raggiungerebbero cento atti per lo stesso periodo. L’Archivio Doria Pamphili, nos 53, 59, 61, 72, 76, 77, 84, 88, 89, 93, 95, 97, 99, 102, ed. Robinson 1928-1930, nos IV, X, XII, XXV, XXVII, XXVIII, XXXVI, IX, XL a, XLIV, XLIX, LII, LIV, LXIV. Alcuni documenti che riguardano il monastero di Carbone si trovano all’Archivio Doria Pamphili: fonfo ‘Basiliani 1, f° 86v.’ ed altri si trovano conservati nell’Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani, t. I. Robinson 1928-1930. La parola “cartulario” è usata impropriamente per descrivere il chartrier conservato presso l’Archivio Doria Pamphili. Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou. Si veda Holtzmann W. (65) nel 1956, Holtzmann Walther, Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone. Il Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti riprodotti. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…). La Robinson (…), nelle sue pubblicazioni del 1930, aggiunge tre atti riguardanti Carbone trovati altrove: c. 79-80: Tancredi (riportato a Rocco Pirro). C. 86-90: atto del maggio 1320 dagli archivi del vescovato di Anglona. Una sigillatura di Boemia II è ancora riprodotta in t. IX (diocesi di Taranto), c. 128-129: è conservato presso l’Archivio Doria Pamphlili (…) ed è stato pubblicato nel raro testo di Santoro (…). Gastone Breccia, in un suo pregevole studio (…), scriveva a pp. 30-31: “Ma senza dubbio la parte più importante della documentazione sfuggita al Menniti è costituita dalle raccolte delle grandi famiglie romane. In primo luogo il fondo del monastero del S. Elia di Carbone, tuttora nell’archivio Doria Pamphili: come scrive Gertrude Robinson, a cui si deve l’edizione della maggior parte delle pergamene greche, Giovan Battista Pamphili, dal 1630 abate commendatario del monastero e protettore dell’ordine basiliano (nonché futuro papa Innocenzo X), “seems to have taken possession of whatever archives were left, and placed them for safe keeping in his own archives. For this the students of Greek monasteries owe him a great debt, for in 1645 there was a riot in Carbone in which the townspeople seem to have attacked the Monastery, and burnt whatever documents it stili contained.” (54) Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56).”. Dunque sempre il Breccia, nelle sue note 54, 55,56, postillava: “G. R o b i n s o n , History and cartulary of the greek monastery of S. Elias and S. Anastasius of Carbone, Orientalia Christiana voi. 11, 5 (1928) pp. 269-348; voi. 15, 2 (1929) pp. 117-276; voi. 19, 1 (1930) pp. 1-200); la citazione è tratta dal vol. 11, 5, p. 318. Cfr. W. H o l t z m a n n , Die ältesten Urkunden des Klosters S. Maria del Patir, Byzantinische Zs. 26 (1926) pp. 328-351, che pubblica alcuni documenti dalle cartelle Chigi E VI 182-188. Sui documenti greci del fondo Aldobrandini (oggi Vat. lat. 131+89) cfr. A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; su quelli latini cfr. P r a t e s i , Carte latine (cit. n. 11) pp. X L – X L I . Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89).”.

(…) Pratesi Alessandro, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, Città del Vaticano, 1958, pp. X L – X L I, si veda per il fondo Aldobrandini delle carte latine.

(…) Carlone Carmine, I Regesti dei documenti della Certosa di Padula (1070-1400), a cura di Carmine Carlone, ed. Carlone, Salerno, 1996 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Attanasio)

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo xvii – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211. Pietro Ebner (…), nella sua nota (51), a p. 587, del vol. I, scriveva che la notizia tratta dal Codice Taxarum, stà in Hoberg (Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207

(…) Hoberg Hermann, ‘Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455′, collana “Studi e Testi n. 144, Città del Vaticano 1949, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana

(…) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Campania – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1949 (Studi e testi, …..), ristampa 1973

(…) Il ‘Liber censuum’ nel Medioevo, titolo di vari registri di censi, e per antonomasia del registro dei censi dovuti alla Chiesa di Roma da chiese e monasteri dipendenti dalla Curia romana, composto secondo un piano organico dal cardinale Cencio Savelli (o Cencio Camerario, poi Onorio III) nel 1192, valendosi di precedenti raccolte (Polypticus di Gelasio I, De privilegiis romanae Ecclesiae di Deusdedit), e con l’aggiunta di cartulari monastici e registri pontifici inerenti alla materia; fu aggiornato fino al tempo di Bonifacio VIII (1294-1303). Fondamentale per la conoscenza dell’organizzazione economica e finanziaria della Santa Sede di quel tempo. La parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. Il ‘Liber Censuum Romanae Ecclesiae’ (per antonomasia, Liber Censuum’) è un documento medievale contenente l’annotazione delle entrate finanziarie dalle rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, nel periodo dal 492 al 1192. Il libro, in diciotto volumi, è noto anche, come Codice di Cencio, dal nome dell’autore, il cardinale Cencio Savelli (Cencio camerario), all’epoca camerarius dei papi Clemente III e Celestino III ed egli stesso destinato a diventare papa con il nome di Onorio III. Il ‘catalogo di Cencio Camerario’ è un elenco delle chiese di Roma, redatto da Cencio Savelli, camerarius dei papi Clemente III e Celestino III, a sua volta futuro pontefice eletto al soglio pontificio col nome di papa Onorio III (1216-1227). Esso costituisce uno dei più antichi e completi elenchi di chiese romane, risalente alla fine del XII secolo. Si veda in proposito Ferdinand Gregorovius, 1896, p. 645 (…).

(…) Ughelli Ferdinando, Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c); di Ughelli si veda tomo VII, da colonna (Columnum), a p. 533 e s. cita l’Arcivescovo di Salerno Alfano (‘9- Alphanus’) e, da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi e dei Vescovi (Episcopi) di ‘Paleocastren’. Il Cappelletti (35), cita l’Ughelli e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”.  

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(…) Borsari Silvano, Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane’, Napoli, 1950-1951, p. 2 (Archivio Attanasio).

(…) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 339-365. Si parla della Chiesa di Capaccio e della sua Diocesi: Capaccio-Vallo, per Centola.

(…) Infante e Del Mercato,

(…) Acocella Nicola, Salerno medievale ed altri saggi, p. 485; Si veda pure Acocella N., Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, struttura amministrativa e agricola, Parte II, Salerno, 1963, p. 86 e s.

(…) AA.VV., ‘Temi per una Storia di Licusati’ ( a cura di A. La Greca, A. Capano, D. Chieffallo, G. Chirichiello), ed. Cento di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 2013, p. 42 (Archivio Attanasio).

(…) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, Salerno, 1881, p. 117 (Archivio Attanasio)

(…) Troyli, Historia generale del Reame di Napoli, Napoli, 1747

(…) Volpe Francesco, Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743.

(…) De Giorgi C., Da Salerno al Cilento, Firenze, 1882, ristampa ed. Galzerano, p. 94 (Archivio Attanasio)

(…) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s. (Archivio Attanasio)

(…) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988, pp. 49 e s.; si veda pure: Follieri E., Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461 (Archivio Attanasio).

(…) Mabillon Jean, Annales Ordinis S. Benedicti, Parigi, 1703

(…) Fittipaldi Wilma, La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016 (Archivio Attanasio).

(…) S. G. Mercati – C . Giannelli – A . Guillou, Saint-Jean-Théristès (1054-1264), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 5, Città del  Vaticano 1980, pp. 15-16. L’inventario del 1607 è stato pubblicato da V. Capialbi (…).

(…) Capalbi V., Appendice sopra alcune biblioteche di Calabria, Arch. storico per la Calabria e la Lucania 10 (1940) pp. 128-136 e 250-256, p. 136: i documenti allora presenti nell’archivio del S. Giovanni erano così divisi: 83 pergamene greche (di cui 3 “piombate”); 41 pergamene latine (di cui 25 “piombate”); 4 pergamene “quali non si ponno discernere”; 9 bolle pontificie.

(…) Lilla Salvatore, I manoscritti vaticani greci, lineamenti di storia del fondo, Città del Vaticano, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), 2004 (Archivio Attanasio).

(…) Gattola Erasmo, Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassines, Venezia, 1733, Tomo I,

(…) Lubin Agostino, Abbatiarum Italiae Brevis notitia, Roma, 1693, p. 97 sull’Abazia di S. Maria di Centula a Centola

(…) Santoro P.E., Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii,

(…) Perrotti Nicolò,

(…) Rocchi A., Vita di S. Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata scritta da S. Bartolomeo suo discepolo, Roma, ed. Desclee-Lefebre, 1904, p….; Rocchi A., De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, che contiene il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio). Nella sua nota (2), la Follieri (…), ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (…), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (…), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514.”.

Guillaume P.,

(…) Guillaume Paul, l’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava‘, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Si veda pure la ristampa del saggio e traduzione di Emilia Anna Gemma Ruocco, dal titolo: “L’Abbazia di Cava”, ed. Palladio, 2018. Paul Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (…), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (…), venne pubblicato dal Guillaume (…).

(…) Loré V., Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151

Il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, contenuto nel codice Crypt. Z. δ. XII

(…) Il codice Crypt. Z.d. XII (…), è del XV secolo, ed è un codice bombicino (in seta) e manoscritto. Il codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, è un volume d’Archivio, conservato nell’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati) (AMNG), collocato in “Platee 1”, viene generalmente detto “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”. Questo volume d’Archivio, contiene sostanzialmente due inventari. Il primo è  il“Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae” e il “Bullarium Cryptense”. Il primo è sostanzialmente un Inventario o Platea dei beni monastici appartenuti all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, inventario che fece redigere il Cardinale Bessarione, come scrive la studiosa Enrica Follieri (…): Il Cardinale Bessarione, non appena Papa Pio II gli ebbe affidata in commenda il monastero di S. Maria di Grottaferrata (28 Agosto 1462), si preoccupò di difendere e richiamare “i diritti della Badia sui possessi conculcati o usurpati” (1). Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’” (…). Nella sua nota (2), la Follieri ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (…), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (…), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (…). Il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, o la Platea o Inventario (Registro o elenco) “La Platea dei beni monastici”, dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, redatta nel 1462  dall’Arcivescovo Nicolò Perotti, vicario generale del Cardinale Commendatario Bessarione e, conservato nella Biblioteca dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, sotto “Platee 1”, che in seguito, fu pubblicato dal padre Rocchi (…). Il Rocchi (…), riguardo il Codice Cryptense, redatto dal Perotti, ci informava che:Don Nicola Perrotti Arcivescovo Sipontini e nell’Abbazia di Grottaferrata (Cryptaferratae) aiutante del Cardinale Bessarionis, Abate commendatari immortale. Ho cominciato a scrivere il libro d. 28 o agosto. 1457, come si legge nel prologo. Appacta l’inizio del libro è l’immagine di una carta. Bessarionis consiglio di amministrazione della Biblioteca antica del segretario della Sacra Congregazione di Propaganda Fide del Vaticano o cura di Stefano Borgia, an. 1757, coniate in aria. La strada sul pad ha diritto ad alcun e ovunque Regestum Bessarionis Abbatiæ Cryptoferratensis buona esistente. Fol. 62. I diplomatici vengono a mettere tutti che sono un vescovo di un re.”Il Rocchi (…), riguardo il “Regestum Bessarionis”, contenuto nel volume di Archivio detto codice Crypt. Z.δ.XII, a p. 513, scrive: ”CODEX DECIMUS SECUNDUS Z. δ. XII. Cod. ms. bombycin. saec. XV, costans foliis 98, quorum duo priora sunt membran. longitud. metri fere 0, 27, latitud. 0, 21, exaratus bono et nitido charactere, jussu D. Nicolai Perrotti ep. Sipontini, in Monasterio Cryptaferratae Vicarii Cardinalis Bessarionis, abatis Commendatarii perpetui. Scribi autem liber coeptus est d. XXVIII mensis Augusti an. MCDLXII, uti legitur in proemio. Initio autem libri appacta est imago ipsius Card. Bessarionis, quae ex antiqua tabula Biblioth. Vatic. curante Stephano Borgia a secretis Sacrae Congr. de Propaganda Fide an. MDCCLVII, aere cusa est. Porro Platea codex inscribitur vel etiam Regestum Bessarionis quorumcumque et ubique existentium Abbatiae Cryptoferratensis bonorum. Fol. 62. Veniunt pone Diplomata quae omnia sunt ‘pontificia’, praeter unum regium.” .

Rocchi, p. 513

Rocchi, p. 514

(Figg….) Rocchi A., pp. 513-514, sul Codice Cryptense Z D XII (…).

Il testo di questo codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, fu redatto dal Perotti, di cui recentemente, su nostra richiesta, abbiamo ottenuto la sua riproduzione digitale all’Archivio della Biblioteca del Monumento Nazionale dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, dove esso è conservato nell’ASMN, ‘Platee 1′, e che ivi pubblichiamo  per la prima volta è illustrato nelle immagini ivi pubblicate. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: “Come si è detto, promossa dal Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, il pontefiche Callisto III (1455-1464) ordinò la visita ai monasteri italo-greci dell’Italia Meridionale (16) Il visitatore, archimandata Atanasio Calkeopoli,..”.

(…) raccolta criptense e su quanto è stato possibile rinvenire nell’Archivio Segreto Vaticano grazie soprattutto allo ‘Schedario ‘Garampi’, ecc..ecc..”. Per la consultazione dei documenti all’Archivio Segreto Vaticano, si veda: ‘Sussidi per la consultazione dell’Archivio vaticano: lo schedario Garampi, i Registri vaticani, i Registri lateranensi, le “Rationes camerae”, l’Archivio concistoriale’, Nuova ed. riveduta e ampliata / a cura di Germano Gualdo Città del Vaticano : Archivio vaticano, 1989.

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(…) Pera L., Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, si veda p. 147 e s. e si veda p. 379 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Falcone G., Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476, stà in Aromando G. e Falcone G., op. cit. (13), p. 147 e s. (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G.,  L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004.

(…) Mercati G., ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p. 216.

(…) Sul Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ), ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “nel mandamento di Latronico dal quale è lontano 12 chm. nel circondario di Lagonegro. Vera in origine solo il Monastero di S. Elia dell’ordine di S. Basilio, edificato nella seconda metà del VI secolo come si ha dal Santoro che ne descrive la storia,……, poichè (la sua terra) il detto monastero l’ebbe in feudo dai principi Normanni, e sono annoverati nel registro del 1178 due baroni, Giovanni e Riccardo di Carbone. L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. Come vediamo dal Rodotà (…), tra i benefattori del Monastero di S. Anastasi e S. Elia del Carbone in Provincia di Potenza, vi era anche ‘Hugo Marchesius’, che il Santoro (…), cita a p. 8. Noi crediamo che l’origine del nostro documento fosse diversa. Secondo la nota (21) al testo del Cappelli (…), si trattava dell’antichissimo Monastero basiliano di S. Elia e Anastasio a Carbone (PZ). Riguardo questo antichissimo monastero, ha scritto il Rodotà P. P. (40), Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma, ed. Salomoni, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, e poi anche 1763, ci parla nel suo capitolo dedicato al Monastero di S. Maria di Grottaferrata e ‘Dei Monasteri nel Reame di Napoli’, ci parla di S. Nilo e del Monastero di S. Elia. Secondo il Cappelli (…), che lo cita, nella sua nota (21) a p. 345, trae notizie dal Robinson (…), riguardo il Monastero di S. Elia, che cita il testo di Rodotà. Rodotà, scrive: S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”Moltissimi dei documenti d’epoca Normanna, molti dei quali erano pergamene membranacee e redatte con scrittura in greco, erano documenti provenienti da monasteri basiliani o di antica fondazione. Molti di questi documenti, come alcuni di quelli che abbiamo citato in quanto riguardano il personaggio Normanno ‘Odo Marchisio’, erano privilegi compilati per concessioni fatte al Monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (…), che dopo varie vicissitudini ed anche a seguito alla soppressione dei Monasteri del 1809, confluirono nell’Abazia di S. Maria di Grottaferrata presso Tuscolo, nel Lazio, che nel 1600, fu commendata dal Cardinale Bessarione, il quale incaricò alcuni suoi collaboratori di redigere quello che oggi viene comunemente chiamato “Regestum Bessariones”, che cita moltissimi di questi antichissimi documenti. Agli inizi del XVIII secolo, Pietro Menniti (…), su incarico del Bessarione, redisse il ‘Chronicon Carbonense’ e il ‘Bullarium Cryptense’, dove vennero trascritti moltissimi dei documenti posseduti dall’Abazia di Grottaferrata, provenienti dal monastero di Carbone (…). La storica Vera von Falkenhausen (49) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Gastone Breccia (…), in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch (…), scriveva che all’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (…), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. Scrive sempre il Breccia che il Menniti (…), utilizzò alcuni antichissimi manoscritti greci, provenienti dalla Badia di Grottaferrata a Tuscolo, per la redazione del ‘Bullarium Basilium’ all’inizio del XVIII secolo (2), come pure per le copie sciolte oggi all’Archivio di Stato di Roma (3)”. Il Breccia nelle sue singole note dalla (2) alla nota (6), dice: la nota (2): Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, vol. 32. Che il Menniti si sia servito sia dello Z. D. XII che del ms. 523 è provato dalle note apposte in margine al suo ‘Bullarium Cryptense’”. Riguardo l’opera del Bessarione e del Menniti (…), si veda il testo di  Pera (…) ‘Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae’. Per gli antichi documenti del monastero di Carbone (PZ), si vedano pre gli studi  di Enrica Follieri (…). Recentemente, Adele Di Lorenzo, Jean-Marie Martin et Annick Peters-Custot, hanno scritto sul Monastero di Carbone (PZ), che: “Il monastero greco di Sant’Elia e Sant’Anastasio di Carbonio fu fondato alla fine del X secolo quando i monaci greci calabresi si insediarono in Basilicata. Il re Guglielmo II fece nel 1168 del suo abate l’archimandrita dei monasteri greci della Basilicata. L’abbazia declina nel tredicesimo e nel quattordicesimo secolo, perde gradualmente il suo carattere greco, passa nel 1474 sotto il regime della commenda. Gli abati commendatari Giulio Antonio Santoro, Paolo Emilio Santoro e Giovanni Battista Pamphili, che seguono 1570-1644, poi l’Abate Generale dell’Ordine Basiliano Pietro Menniti alla fine del XVII secolo, ha contribuito a mantenere molti documenti, greci e latini, dall’XI secolo all’inizio dei tempi moderni; questi documenti (originali, copie, traduzioni) sono ora sparsi tra l’Archivio Doria Pamphili (Roma), il Basiliani finanziare l’Archivio Segreto Vaticano, un paio di altri fondi, o conservati in antiche edizioni, in particolare nel libro di PE Santoro. La vecchia parte dei fondi fu pubblicata nel 1928-1930 da Gertrude Robinson, insoddisfacente; Walther Holtzmann, poi Gastone Breccia, ha anche curato gli elementi. Si propone di dare un’edizione scientifica degli atti greci e latini di questo fondo bilingue, il più importante per la storia della Basilicata medievale e il monachesimo greco in Italia.”. I materiali per la storia medievale del Monastero del Carbone (PZ), sono ricchi e complessi. Questo grande monastero, che non fu rimosso fino al 1809-61, suscitò l’interesse degli studiosi durante l’era moderna, dalla metà del XVI secolo agli inizi del XVIII secolo, quando fu in pieno declino. Gli abati commendatari e gli abati generali dell’ordine di San Basilio sapevano poi come conservare, tradurre o copiare molti documenti di archivi, ma li trasmettemmo in un certo disordine. Fino a quel momento l’Abazia aveva conservato (nonostante gli incendi che lo avevano colpito nel 1177) un buon numero di documenti e anche di libri, alcuni dei quali sono ancora conservati nella Biblioteca Vaticana e nella biblioteca dell’Abazia di Grottaferrata. Per quanto riguarda i documenti, oggi sono sparpagliati tra l’Archivio Doria Pamphili, la collezione “Basiliani” dell’Archivio Segreto Vaticano e vecchie edizioni di documenti scomparsi oggi. Fu nel diciassettesimo e nel diciottesimo secolo che questa dispersione avvenne in tempi diversi, il che almeno permise di salvaguardare buona parte degli archivi. (63) Vedi Laurent-Guillou 1960 p. 154-156. Batiffol 1891, p. 120-122, Petta 1972, p. 156: nella seconda metà del XVII secolo, la biblioteca (trasferita a S. Basilio di Roma) aveva ancora 88 libri (102 nel quindicesimo dopo Athanase Chalkéopoulos). Mercati 1935. Batiffol 1889 a. Vaccari 1925, p. 308-309: scribi di Carbone. Un elenco dei manoscritti Vaticani e Grottaferrati provenienti dal monastero di Carbone si trova in Marco Petta 1994 (…), p. 98. La Biblioteca Vaticana conserva, tra le altre cose, una euchologia di Carbone (codice Vat Gr., 2005), realizzata dopo la morte del re Tancredi: vedi Falkenhausen (…) 1994 b, p. 80 e 87; Jacob (…) 1995.

(…) Santoro Paolo Emilio, Historia Monasteri Carbonensis, Ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601, che racconta la storia del Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ). L’esemplare del Santoro (…), è molto raro. Del Monastero di S. Elia a Carbone (PZ), ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. E’ molto raro. Infatti, per la sua traduzione al latino all’italiano, Marcello Spena (64), scrive che: “Così rara che si conviene solamente nella Biblioteca Brancacciana di S. Angelo a Nilo a Napoli, d’onde ne abbiamo ritratto una copia manoscritta.”. Interessantissima la ricostruzione storica che fa il Santoro, che possiamo leggere nella traduzione di Marcello Spena (42), parlando della storia del Monastero del Carbone, ci narra di S. Nilo da Rossano e di S. Luca e di S. Bartolomeo da Rossano, poi ci parla dei Normanni, del Guiscardo ecc..

(…) Spena Marcello, Paolo Emilio Santoro, Storia del Monastero di Carbone dell’Ordine di S. Basilio, Napoli, 1831, ma questa II edizione, ed. Pellizzone, 1859 (Archivio Storico Attanasio da Google libri), che parla del Monastero del Carbone. Del Monastero di S. Elia in Carbone, ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’, a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. L’esemplare del Santoro (…), è molto raro. Infatti, per la sua traduzione al latino all’italiano, Marcello Spena, scrive che: “Così rara che si conviene solamente nella Biblioteca Brancacciana di S. Angelo a Nilo a Napoli, d’onde ne abbiamo ritratto una copia manoscritta.”.

(…) Holtzmann W., nel 1956, Holtzmann Walther, Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone; ha dovuto occuparsene con André Guillou (scuola francese di Roma) che si sarebbe occupato degli atti greci (…). Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou. Scrive il Breccia in una sua nota: “W. H o l t z m a n n , Die ältesten Urkunden des Klosters S. Maria del Patir, Byzantinische Zs. 26 (1926) pp. 328-351, che pubblica alcuni documenti dalle cartelle Chigi E VI 182-188.”.

(….) Codex Diplomaticus Cavensis. Nel 1873 è stato pubblicato il primo volume del Codex diplomaticus Cavensis, un progetto che prevede la pubblicazione integrale del materiale d’archivio. Interrotto nel 1893, con le stampe dell’ottavo volume, il progetto è ripreso circa un secolo dopo, nel 1984, quando ha visto la luce il IX volume, seguito dal X nel 1990. Il periodo cronologico coperto dai primi dieci volumi va dal 792 al 1080. Nel 2015 sono stati pubblicati, dopo quattro anni di lavoro, i volumi XI e XII che corpono il periodo 1081-1090. Dal sito dell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni, leggiamo che i documenti pubblici (Bolle papali o vescovili, diplomi di imperatori, re e signori feudali) si trovano nell’arca magna in numero di oltre 700, ordinati anch’essi cronologicamente. Dunque, la bolla del vescovo di Policastro citata da Pietro Ebner dovrebbe trovarsi nell’‘Arca Magna’. Ebner, riguardo gli antichi documenti provenienti dalla Badia di Cava de Tirreni, citava il Codice Diplomatico Cavense. Il Codex diplomaticus cavensis (abbreviazione bibliografica CDC; in italiano: Codice diplomatico cavense, o cavese) è un progetto editoriale attivo nel campo della storia dell’Italia medievale e della Langobardia Minor, iniziato nel 1873 e proseguito con andamento irregolare. Il progetto persegue l’obiettivo della pubblicazione esaustiva dell’intero corpus diplomatico e documentario custodito nell’archivio della Badia benedettina della Santissima Trinità, situata a Cava dei Tirreni. La consistenza dell’archivio si dipana su oltre 15.000 pergamene, a partire dalla prima scrittura che risale al 792. A tale patrimonio membranaceo è da aggiungere una mole consistente di documenti su carta. Le Arche sono dei grandi manoscritti eseguiti dai monaci, dove essi registravano e sistemavano tutti i documenti.

(…) Di Meo A., ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23 (Archivio Attanasio)

(…) Visconti Pietro, ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s.,

(….) De Blasi Salvatore Maria, Series principum qui Longobardorum aetate Salerni imperarunt ex vetustis sacri….., Napoli, 1785 (Archivio Attanasio); Riordinò l’archivio cavense ricco di circa sessantamila scritture avendo come principale supporto l’importante ‘Dictionarium Cavense‘ compilato tra il 1595 ed il 1599 da dom Agostino Venieri (Venereo). Lo studio del prezioso materiale documentario consentì al Di Blasi di produrre molti pregevoli saggi, tuttora rimasti in gran parte inediti. Nel Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum ricostruì la storia del monastero di San Benedetto di Salerno dalla fondazione (793) fino al 1628. L’opera che gli valse la maggior fama fu la Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt… a vulgari anno 840 ad annum 1077.

(…) Gattola Erasmo, Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassines, Venezia, 1733, Tomo I (Archivio Attanasio)

Il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, contenuto nel codice Crypt. Z. δ. XII

Il codice Crypt. Z.d. XII (10), è del XV secolo, ed è un codice bombicino (in seta) e manoscritto. Il codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, è un volume d’Archivio, conservato nell’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati) (AMNG), collocato in “Platee 1”, viene generalmente detto “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”. Questo volume d’Archivio, contiene sostanzialmente due inventari. Il primo è  il“Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae” e il “Bullarium Cryptense”. Il primo è sostanzialmente un Inventario o Platea dei beni monastici appartenuti all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, inventario che fece redigere il Cardinale Bessarione, come scrive la studiosa Enrica Follieri (…): Il Cardinale Bessarione, non appena Papa Pio II gli ebbe affidata in commenda il monastero di S. Maria di Grottaferrata (28 Agosto 1462), si preoccupò di difendere e richiamare “i diritti della Badia sui possessi conculcati o usurpati” (1). Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis'” (6). Nella sua nota (2), la Follieri ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (6), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (11), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (26). Il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, o la Platea o Inventario (Registro o elenco) “La Platea dei beni monastici”, dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, redatta nel 1462  dall’Arcivescovo Nicolò Perotti, vicario generale del Cardinale Commendatario Bessarione e, conservato nella Biblioteca dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, sotto “Platee 1” (Figg. 23), che in seguito, fu pubblicato dal padre Rocchi (…). Il Rocchi (11), riguardo il Codice Cryptense, redatto dal Perotti, ci informava che: “Don Nicola Perrotti Arcivescovo Sipontini e nell’Abbazia di Grottaferrata (Cryptaferratae) aiutante del Cardinale Bessarionis, Abate commendatari immortale. Ho cominciato a scrivere il libro d. 28 o agosto. 1457, come si legge nel prologo. Appacta l’inizio del libro è l’immagine di una carta. Bessarionis consiglio di amministrazione della Biblioteca antica del segretario della Sacra Congregazione di Propaganda Fide del Vaticano o cura di Stefano Borgia, an. 1757, coniate in aria. La strada sul pad ha diritto ad alcun e ovunque Regestum Bessarionis Abbatiæ Cryptoferratensis buona esistente. Fol. 62. I diplomatici vengono a mettere tutti che sono un vescovo di un re.”Il Rocchi (11), riguardo il “Regestum Bessarionis”, contenuto nel volume di Archivio detto codice Crypt. Z.δ.XII, a p. 513, scrive: “CODEX DECIMUS SECUNDUS Z. δ. XII. Cod. ms. bombycin. saec. XV, costans foliis 98, quorum duo priora sunt membran. longitud. metri fere 0, 27, latitud. 0, 21, exaratus bono et nitido charactere, jussu D. Nicolai Perrotti ep. Sipontini, in Monasterio Cryptaferratae Vicarii Cardinalis Bessarionis, abatis Commendatarii perpetui. Scribi autem liber coeptus est d. XXVIII mensis Augusti an. MCDLXII, uti legitur in proemio. Initio autem libri appacta est imago ipsius Card. Bessarionis, quae ex antiqua tabula Biblioth. Vatic. curante Stephano Borgia a secretis Sacrae Congr. de Propaganda Fide an. MDCCLVII, aere cusa est. Porro Platea codex inscribitur vel etiam Regestum Bessarionis quorumcumque et ubique existentium Abbatiae Cryptoferratensis bonorum. Fol. 62. Veniunt pone Diplomata quae omnia sunt ‘pontificia’, praeter unum regium.” . Del codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII), e del “Regestum Bessarionis”, ne ha parlato anche il Breccia (16) in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che l’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (16), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. “I documenti pontifici per Grottaferrata, si possono suddividere in due grandi famiglie. Prima di tutto vi sono infatti quelli di cui si curò inizialmente la copia presso il monastero stesso: il vero e proprio ‘Bullarium Cryptense’, rappresentato da un capostipite della metà del secolo XV – il cosiddetto ‘Regestum Bessarionis’, attuale codice  Crypt. Z. δ. XII, ff. 68-89 – e dal suo apografo, posteriore di circa 200 anni, oggi conservato nell’archivio della Badia con la segnatura 523. Entrambi questi manoscritti vennero poi utilizzati da Pietro Menniti per la redazione del ‘Bullarium Basilianum’ all’inizio del XVIII secolo (2), ecc..”Il testo di questo codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, fu redatto dal Perotti, di cui recentemente abbiamo ottenuto, su nostra richiesta la sua riproduzione digitale all’Archivio della Biblioteca del Monumento Nazionale dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, dove esso è conservato nell’ASMN, ‘Platee 1′, e che ivi pubblichiamo  per la prima volta è illustrato nelle immagini di Figg. 2-3-4, ecc…

(…) Ammirato Scipione, Delle famiglie nobili napoletane, Firenze, ed. Marescotti, 1580 (Archivio digitale)

(…) De’ Guidobaldi D., ‘Affreschi della Trinità di Cava’, Accantoncelli, Napoli, 1869, p. 4;

(…) Cammarano Giovanni, Storia di Centola, La Badia di S. Maria, vol. II, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Agropoli, 1993 (Archivio Attanasio). Francesco Barra (…), nella sua nota (13) postillava pure che: “Avvertiamo infine che il volume dedicato da mons. Giovanni Cammarano alla storia dell’abbazia non è utilizzabile storicamente, fondato com’è su fonti memorialistiche inattendibili e apocrife, e comunque incontrollabili (G. Cammarano, Storia di Centola, vol. II, La Badia di S. Maria, Edizioni del Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Agropoli, 1999, pp. 334).”.

(…) Garufi Carlo Alberto, Sullo strumento notarile nel salernitano nello scorcio del secolo XI, stà in Archivio Storico Italiano, serie V, 1910 (Archivio Attanasio), da p. 291 e s.

(…) Mazziotti Matteo, La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972 (Archivio Attanasio)

(….) Portanova G., Il castello di San Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Acquino’, Badia di Cava, 1924

(…) Ricca Erasmo, ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, p. 13 e 19 (Archivio Attanasio)

(…) Cammarano Giovanni, “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, voll. I-II-III, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1993 (Archivio Attanasio). Riguardo il Cammarano il Barra (…), nella sua nota (13) a p. 67 postillava che: Giovanni Cammarano alla storia dell’abbazia non è utilizzabile storicamente, fondato com’è su fonti memorialistiche inattendibili e apocrife, e comunque incontrollabili (G. Cammarano, Storia di Centola, vol. II, La Badia di S. Maria, Edizioni del Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Agropoli, 1999, pp. 334).”.

(…) Barra Francesco, ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: “Ferdinando Galiani e la Badia di S. Maria degli Angeli di Centola” stà in “Il Picentino”, a. CX, nn. 1-2, gennaio-giugno 1975, pp. 13-19.

(…) Capano Antonio, Centola e il suo catasto provvisorio: paesaggio naturale e paesaggio antropizzato nel 1815, in “Annali CIlentani”, n. gennaio- dicembre, 1999

(….) De Morra M.A., ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71 (Archivio Attanasio)

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(…) Volpi G., Cronologia dei Vescovi Pestani ora detti di Capaccio, ed. Riccio, Napoli, 1752, pp. 211 e 287 (Archivio Attanasio)

(….) ‘Chronicon Cavense’ che su wikipidia leggiamo essere un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli, antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il Chronicon si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di ‘Annalista Salernitanus’, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino.

(…) Pratilli F. M., noto per il suo lavoro realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel ‘600 da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

(…) Annalista Salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29. Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze, 1954, p. 12, che il Chronicon ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855

(…) Sacco Francesco, Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, ed. Flauto, Napoli, 1795 (Archivio Attanasio); si veda su Centola, vol. I, p. 290

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio). Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

(…) Di Stefano Lucido, Della Valle di Fasanella nella Lucania – discorsi del dott. Lucido Di Stefano della terra di Acquaro nella stessa Lucania, ed. a ristampa “Centro di cultura e studi storici ‘Alburnus'”, Opera di Lucido di Stefano, risalente al 1781, e costituisce una delle principali fonti per la ricostruzione della storia dell’area dei Monti Alburni e della Valle del Calore Lucano in provincia di Salerno. In questo secondo volume vengono descritti i paesi posti sulla sinistra del fiume Calore: Corleto Monforte, Roscigno, l’antica Fasanella, Bellosguardo, Ottati, S. Angelo a Fasanella, Castelcivita, Controne, Serre, Postiglione, Sicignano, Petina, i villaggi scomparsi della Civita e di Pantoliano e quelli di S. Pietro, Carritiello e Cosentini. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” vol. I a p. 501, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Museo Provinciale di Salerno, Biblioteca, ms. del dott. Lucido De Stefano, della terra di Acquaro, 1781. I riferimenti ai ff, del ms. che sono nella stessa Biblioteca ecc…”.

(…) Visconti Pietro, Paesaggi Salernitani, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, v. p. 122 (Archivio Attanasio)

(…) Granito Eugenia , ‘Archivio di Stato di Salerno, mostra documentaria: “I confini della fede – luoghi di culto, istituzioni ecc..’, Mostra 29 marzo – 30 dic. 2000 – Catalogo, Salerno 2000 (Archivio Attanasio), vedi pp. 13-14; si veda pure dello stesso autore: “Archivio Carafa di Castel San Lorenzo”, stà in ‘Archivio di Stato di Napoli – Archivi Privati- Inventario sommario’, vol. II a cura di Jole Mazzoleni, Roma, 1967, p. 221 (Archivio Attanasio)

(…) Diodati Luigi, Vita dell’Abate Ferdinando Galiani Regio Consigliere, Napoli, 1788 (Archivio Attanasio)

(….) Nicolini Fausto, ‘Giuseppe Garampi e Ferdinando Galiani’, in Scritti di Archivistica e di ricerca storica, Ministero degli Interni. Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Roma, 1971, pp. 54-55; dello stesso autore si veda pure: ‘I manoscritti dell’abate Galiani’, stà in ‘Archivio Storico per le provincie napoletane, XXXIII, 1908 (Archivio Attanasio)

(…) Demarco C., ‘Del Diritto Diocesano del Vescovo di Capaccio sul Clero e popolo di Santangelo a Fasanella’, s.n.t., ma Napoli, 1786 (Archivio Attanasio)

(…) Iannone Massimino, ‘Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX – Elementi documentati di storia’, diritti riservati dell’Autore, 2016 (Archivio Attanasio)

(…) Visentin Barbara, Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale (secoli XI-XV), ed. Laveglia & Carlone,   Battipaglia, 2012 (Archivio Attanasio)

(…) Alaggio Rosanna,  La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, Edizione Laveglia, Salerno, 2004 (Archivio Attanasio)

(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. 

(…) Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, ci parla dei ‘Monasteri del Principato Citra’. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.

(…) Montfaucon Bernard, Paleographia Graeca sive de ortu et progressu ecc.., Paris, ed. Privilegio Regis, 1708, pp. 431-432 (Archivio Attanasio)

(…) Menniti Pietro, Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. La storica Vera von Falkenhausen (….) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), anche in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti e li riproduce. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…); ha anche usato il libro di Santoro; in sette casi, infine, dice di aver usato documenti dagli archivi di S. Basilio de Urbe (che non esistono più). Dichiara addirittura che i monaci di Carbone godono di un franchising per la macinatura del grano “come constat da molte scritture, che si conservano nell’Archivio Basiliano di Roma” (…). “Summa bullarum e constitutionum apostolicarum pro ordine S. Basilii Magni, aliorumque Collectaneorum eumdem ordinem spectantium a P. Petro Menniti eiusdem Ordinis Abbatis Generalis digesta, e conscripta, anno MDCCVII”; la cronaca è intitolata: ‘Cronica del Monastero Archimandritale di S. Elia di Carbone dell’ordine di S. Basilio Magno’. Non abbiamo ancora esaminato il volume 23.

(…) Gervasio Agostino, ‘L’istoria d’Italia nell’anno 1547 e la descrizione del Regno di Napoli di Camillo Porzio‘, Napoli, dalla stamperia Tramater, 1839 (Archivio Attanasio)

(…) Stanziola

(…) Martuscelli Ezio, Storie, Aneddoti, Fatti e Misfatti di Centola e delle sue Frazioni, ed. Progetto Centola, 2012; si veda anche dello stesso autore: La partecipazione dei soldati del Comune di Centola alla grande Guerra1915-18, ed. Progetto Centola, 2015

I Marchisio e i Florio, nel basso Cilento

Carta del Cilento

(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (2), inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Storico Attanasio).

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio vuole approfondire e meglio indagare due famiglie, i Marchisio ed i Florio che, come vedremo, hanno avuto un ruolo non secondario sulle nostre terre in epoca Normanna. In particolare, ci riferiamo ad un ‘Odo Marchisii’, citato in alcuni documenti membranacei d’epoca Normanna. Un documento del 1097 (citato dal Racioppi e dal Cappelli), un documento del 1080 (citato dall’Antonini) e in un documento del 1127, citano questo personaggio. Il documento, la pergamena (…), dell’anno 1097 è un documento  unico per la nostra storia – un privilegio Normanno concesso nel territorio saprese – in cui si fa riferimento a ‘Scido’ ed a un monaco di Vibonati (Figg…..), andato perso nelle note vicende belliche (…), ma pubblicato nel 1865 dal Trinchera (…) (Fig….), di cui ci siamo già occupati in un altro nostro saggio ivi pubblicato. In questo documento del 1097, si citava il personaggio Normanno “Odo Marchisii” (…). Questo personaggio, come vedremo, sarà uno dei capostipiti di una delle nobili famiglie Normanne: i Marchisio (…), che dominavano sulle nostre terre fin dai tempi di Roberto il Guiscardo (…). Con i Marchisio, vi saranno in seguito rapporti di parentela con un’altra famiglia: i Florio, che hanno avuto un ruolo non secondario nelle nostre vicende all’epoca di re Guglielmo I, re Guglielmo II, Federico Barbarossa ed Enrico VI. Di questo documento, ho parlato ivi (Agosto 2017), nel saggio “Nel 1097, Scido (Sapri ?), in un documento Normanno”.

Cattura

(Fig. 2) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco, la cui trascrizione dal greco al latino è stata pubblicata dal Trinchera a p. 80 (…).

Nel 1116, ‘Sarolo di Cambarota’ (Camerota)

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 461 parlando del casale di Agropoli, in proposito scriveva che: “Il Di Meo afferma (39) che anno 1116 Guglielmo, conte del Principato, figlio del fu Roberto, “si obbligò con giuramento a difendere i beni de’ Cavesi, i quali confermò, e seco giurò lo stesso anche Giovanni di S. Paolo (40), che in nome di esso conte Guglielmo comandava nel castello di Agropoli”. Ebner, a p. 461, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Di Meo cit., IX, Napoli, 1804, p. 50. Il documento fu redatto a Salerno nel palazzo della Chiesa di S. Massimo da Giovanni, notaio ed avvocato, presenti Guglielmo, vescovo di Troya, Roberto principe di Capua, Pietro giudice, Joel comestabulo del duca principe Guglielmo, Roberto Signa di Eboli, Giordano di Corneto, Sarolo di Cambarota, Ruggiero, figlio di Arnolfo di Gualcano, Pietro che dicesi di Sarno, e Bernardo, figlio del qu. Alferio. . D. Inc. MCXVI, mense Aprilis, IX Ind.”. Dunque, Ebner citava un documento del 1116, pubblicato da Alessandro Di Meo (….), nel 1804, nei suoi “Annali etc..”, ove figura un certo “Sarolo di Cambarota”.

Di Meo, Annali, p. 222, su Sarolo di Camerota

Scrive il Di Meo che: “Si ha quivi ancora che ‘Guglielmo’ Conte del Principato, figlio del qu. Roberto Conte del Principato, si obbligò con giuramento a difendere i beni de’ Cavesi, i quali conferma, e seco giurò anche …….Fu scritto in Salerno nel Palazzo della Chiesa di S. Massimo da ‘Giovanni’ Notajo, ed Avvocato, presenti…….Sarolo di Cambarota. Ecc..”. Il Di Meo scriveva che il documento fu redatto a Salerno e Sarolo fu presente alla stipula dell’atto. Chi fosse questo ‘Sarolo di Gambarota’ non ci è dato sapere ma il suo nome accompagnato a Gambarota fa pensare ad un militare o funzionario di Camerota. Ma ritorniamo alla notizia fornitaci da Ebner ed al documento del Di Meo (….), dell’anno 1116, in cui figura “Sarolus de Cammarota”. Chi era “Sarolus de Cammarota” ?. Il Di Meo scriveva che il Conte Guglielmo di Principato, figlio di Roberto del Principato “si obbligò con giuramento a difendere i beni de’ Cavesi“, ovvero si obbligò a difendere i beni ed i possedimenti dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni che da essa dipendevano sul suo territorio di Agropoli. Alla stipula dell’atto di non aggressione era presente anche Sarolo di Camerota, insieme al fiore degli esponenti del vertice dell’aristocrazia civile, militare ed ecclesiastica del Ducato Longobardo di Salerno al tempo dei primi Normanni. Secondo Shano, che scrive sulla scorta del Lorè (….), “troviamo il nome di Sarolo insieme con tre altri baroni che meritavano di essere identificati come testimoni in questa solenne assemblea.”. Riguardo il documento del 1116, in cui figura Sarolo di Camerota, Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali del Regno di Napoli”, vol. IX, p. 50, in proposito scriveva che: Di questo personaggio ha scritto Michael Shano in un suo saggio apparso sulla rete. Shano scrive che il documento è citato in Vito Lorè, “Monasteri, Principi, Aristocrazie. La Trinita di Cava nei secoli XI e XII”, Spoleto, 2008  pp. 92-93. Il documento e redatto integralmente in Graham Loud,  “The Abbey of Cava, its Property and Benefactors in the Norman Era”, in AngloNorman Studies, IX. Proceedings of the Battle Conference, 1986, ed. R. Allen Brown. Woodbridge-Totowas, 1987, Appendix III (1116, April)  pp. 176-177. Ristampa in G. Loud,  Conquerors and Churchmen in Norman Italy, 1999. Ebner a p. 461, proseguendo il suo racconto sul documento scriveva che: “Il contesto implicherebbe una concessione feudale avvalorata da due inediti documenti cavensi (41). Nel 1135 un omonimo milite è menzionato inun documento rogato a S. Arcangelo etc..“. Ebner a p. 462, nella sua nota (41) postillava che: “(41) I, ABC, XXIII, 99, luglio a. 1135, XIII, Sant’Arcangelo: “essem ego Johannem etc…”.”.Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria etc….”, a p. 432, in proposito scriveva che: “1116 – Nell’indice dei luoghi di culto del Giustiniani risulta un ‘Sarolo di Cambarota (Cataldo 1).”. Il Di Mauro citava l’indice dei luoghi di culto del Giustiniani e citava il Cataldo. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Ricerche storiche sulle antichità di Camerota” – Policastro, 1981/81 – inedito presso l’autore defunto.

I MARCHISIO

‘Odo Marchisius’ in una pergamena del 1097 ed in un’altra pergamena del 1126

Stando all’antico documento (…), datato anno 1097 (XII secolo), pubblicato dal Trinchera (…), il monaco Milano Sergio, abitante in Vibonati, nell’anno 1097, riceveva da ‘Odo Marchisius’, il privilegio – ‘Sigillum factum’ – di costruire un monastero intorno alle predetta chiesetta campestre dedicata a S. Fantino a ‘Scido’. L’antica pergamena del 1097, si trovava custodito e conservato negli archivi di una Certosa in Calabria, la Certosa di S. Stefano del Bosco. La certosa di Serra San Bruno (anche Certosa dei Santi Stefano e Bruno) è un monastero certosino situato vicino all’omonima cittadina in provincia di Vibo Valenzia. Ma qual’è il collegamento storico dell’antica pergamena (membrana) medievale d’epoca Normanna dell’anno 1097 (…), con i monasteri Calabresi, dove essa era conservata ?. Chi è l’”ODO MARCHISIUS” , citato nell’antico documento (Fig. 1), pubblicato dal Trinchera (…), o l”Odo Marchese’ (di cui parla il Cappelli (…)) che, nell’anno 1097 – “…concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, …la facoltà (il privilegio) di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino a Scido“. L’antica pergamena (7), non parla di ‘Odo Marchese’ – come scrive il Cappelli – ma parla di un ‘ODONIS MARCHISII’. Il Trinchera (…), pubblicava a p. 128, anche un altro documento in cui veniva citato il personaggio Normanno ‘Odo Marchisii’, in un’altra pergamena: “XCVIII – anno 1126 – Mese di Iudo – Indict. IV” (Fig….). Il Trinchera (…) a p. XXV, a proposito dell’antico documento (…) membranaceo n. 64 (Membrana 64 o LXIV, scrive: “Quoniam Odonis Marchisii mentio habetur in membrana anni 1126 a nobis edita sub num. XC-VIII, in qua Sichelgaita vidua digitur eiusdem Odonis, atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subscriptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.“, che tradotto significa: “Per Odonis Marchisii (Odone Marchisio) si fa menzione della membrana dell’anno 1126 che abbiamo pubblicato sotto il numero “XCVIII – anno 1126 – Mese di Iudo – Indict. IV” (Fig…, pubblicato a p. 128), in cui Sighelgaita marchese e la vedova Odonis Marchisii conferma che il Leone di S. Maria della Torre (a Leone il Priore degli Eremiti) è stato quello di concedere alcune aziende agricole agli Eremiti e, la lettera del Conte Ruggerio dell’anno 1098 un Vargas-Macciucea è contenuto tra i testimoni se stesso, Odo stesso a firmare, è quindi abbiamo membrana per l’anno 1097, nel mese di settembre, del lavoro run e Odo fatto in un avallo di vita del brevetto citato costante confinamento firma.”.

ODONE MARCHISIO o MARCHESE

Le tre antiche pergamene membranacee del 1097 e del 1127 e quella citata dall’Antonini (…) del 1086, (d’epoca Normanna) (…), ci parlano di un ‘Odo Marchisius’ (Figg……) o ‘Odone Marchisio’ e delle nostre terre. Per capire chi fosse l’Odo Marchisii, citato nelle due pergamene d’epoca Normanna (Figg. 1-2-3-4), abbiamo visto che la sua origine non è conosciuta, ne quella della sua nobile famiglia. Su wikipedia troviamo una citazione di Mario Caravale (…) che nel suo ‘Dizionario Biografico degli Italiani’, vol. LXIII. Rome, sostiene che: “Emma di Hauteville (verso il 1080 a 1120 circa) era figlia di Roberto Guiscardo e Alberada di Buonalbergo. Secondo Ralph di Caen, sposò Odo il buon marchese e ebbe due figli: Tancredi e Guglielmo, che parteciparono entrambi alla prima crociata. Tancredi divenne Principe di Galilea e Guglielmo morì in Terra Santa. Sua figlia Altrude sposò Riccardo del Principato e fu madre di Ruggero di Salerno. Emma era morta nel 1126, quando la seconda moglie e vedova di Odo, Sichelgaita, fece una donazione per la memoria della sua famiglia.”. Altri credono che Oddone (Otton, Odobonus, Eudes) di Monferrato, detto “Le Bon marquis” (in francese) o il ‘Buon marchese’ (in Ialiano), tra il 1065 e il 1075, abbia sposato la Emma de Hauteville (d’Altavilla), la figlia primogenita di Roberto il Guiscardo nata dalle nozze con la prima sua moglie (d’Aubrèe) Alberada di Buonalbergo. Questo personaggio del Monferrato, pare sia stato il figlio di Oddone (Otton) 1° degli Aleramici, il primo marchese del Monferrato in Piemonte. Altri addirittura scrivono che l’Odo Marchisii, sposato con Emma, sia stato il signore di S. Chirico Raparo (PZ), in Basilicata. Lo storico Pierre Aubè (…), a p. 42, parlando di Roberto il Guiscardo, così scriveva in proposito: “Roberto il Guiscardo. Era sposata con una Normanna, Alberada, che gli aveva dato un figlio, Boemondo, e una figlia, Emma. Il primo sarebbe diventato principe di Antiochia, la seconda la madre di colui che gli sarebbe succeduto…”. Dunque, Aubè sosteneva che il Guiscardo ebbe da Alberada di Buonalbergo (…), due figli, Boemondo I di Taranto e principe d’Antiochia (così lo chiama nell’indice dei nomi) e Emma da cui nascerà un figlio che succederà al Guiscardo. Questa notizia andrebbe ulteriormente indagata ed approfondita, in quanto Emma, la figlia primogenita del Guiscardo, sposò Oddone Bonmarquise (come ci ricorda Mario Caravale (…), sulla scorta del Caen(…)), da cui ebbe Tancredi d’Altavilla e Guglielmo. Dunque il figlio di Emma che succederà al Guiscardo, secondo l’Aubè (…), sarà Tancredi d’Altavilla. Scrive lo storico Pierre Aubè (…), parlando di Ruggero Borsa (…), nipote di re Ruggero I e, parlando pure di suo figlio naturale Simone: “Ruggero non è ancora vecchio, ha raggiunto l’apogeo del suo potere, ma è vedovo. La sua seconda moglie Eremburga, era morta due anni prima, poco dopo la presa di Butera. Lo stesso anno si verifica un sorprendente incrocio matrimoniale. Il Conte di Calabria e Sicilia sposa Adelaide, figlia di Enrico del Vasto, appartenente alla famiglia piemontese degli Aleramici. Di lignaggio originario del vecchio regno longobardo, il marchese viene investito di una delle signorie più notevoli della contea siciliana, situata in posizione strategica fra Paternò, Butera, Cerami e Nicosia. Anche lui vedovo, Enrico convola a nozze con una delle numerose figlie di Ruggero.”. Lo storico Aubè (…), racconta dei matrimoni avvenuti dopo la morte di Eremburga, seconda moglie del Gran Conte di Sicilia, Ruggero I d’Altavilla, fratello del Guiscardo. Aubè, dice che dopo la presa di Butera (in Sicilia), Ruggero I, sposò Adelaide del Vasto, sorella (non figlia) di Enrico del Vasto, appartenente alla famiglia piemontese del Monferrato degli ‘Aleramici‘. Aubè, scrive che il marchese Enrico del Vasto, dando sposa a Ruggero I, la sorella Adelaide (lui dice la figlia), riceve in dote i territori di Paternò, Butera, Cerami e Nicosia in Sicilia. Enrico del Vasto, nel contempo, sposerà una figlia di Ruggero I. L’Aubè, parlando di Ruggero Borsa, nipote del Gran Conte Ruggero I d’Altavilla (fratello del Guiscardo), l’Aubè scriveva: “Più o meno in quel periodo Ruggero Borsa, contrae un matrimonio con Alaina, figlia di Roberto il Frisone, terribile conte di Fiandra.”. Sempre l’Aubè (…), parlando del dopo la morte di re Ruggero I d’Altavilla, il Gran Conte di Sicilia, scriveva che: “In Sicilia e in Calabria la contessa Adelaide deve assumere i poteri durante la minorità dell’erede naturale, Simone, che resta debitore dell’omaggio a suo cugino, Ruggero Borsa.”. Lo storico Caravale (…), che sulla scorta del Caen (…), ci dice che il figlio di Emma, Tancredi d’Altavilla (nipote del Guiscardo), “Tancredi divenne Principe di Galilea e Guglielmo morì in Terra Santa. Sua figlia Altrude sposò Riccardo del Principato e fu madre di Ruggero di Salerno”. Dunque, Tancredi, primo figlio di Emma d’Altavilla e di Oddone Bon Marchis, divenne Principe di Galilea. Aubè (…), però scriveva pure a proposito di Emma, che “la seconda la madre di colui che gli sarebbe succeduto…” a Roberto il Guiscardo. Dunque, l’Aubè, sosteneva che Tancredi d’Altavilla, figlio di Emma e di Bon Marchise, succedesse a Roberto il Guiscardo. Poi però a p. 59, scrive che a succedere a Roberto il Guiscardo sarà l’altro figlio di Guiscardo, Ruggero Borsa, figlio della seconda moglie del Guiscardo, Sighelgaita. L’Aubè (…), scrive a p. 59: “Ruggero Borsa, viene subito riconosciuto erede di tutti i suoi titoli…”. Del Buon Marchese, si parla spesso nelle cronache del tempo di alcuni cronisti testimoni che scrissero sulle gesta di suo figlio Tancredi. Le cronache che si occuparono delle vicende storiche dell’epoca Normanna nell’Italia Meridionale, sono diverse. Tra loro spiccano le Cronache di: Rodolfo di Caen (…) o Rodolfo Cadomense; di Guglielmo Arcivescovo di Tiro (…); di Ugone Falcando (…); di Orderico da Vitale (Ordone Vitalis). Dal punto di vista bibliografico, il primo a parlare del ‘Marchisio’ è stato Rodolfo di Caen o Rodolfo Cadomense (…), che scrisse una cronaca dell’epoca sulle gesta di Tancredi nella prima Crociata. Rodolfo di Caen (Raoul de Caen) – che visse buona parte della sua vita (a partire dal 1108) in Terrasanta – autore di un’opera storica: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’ (ma nota fino ad ora come ‘Gesta Tancredi’), parlando di Tancredi Principe di Galilea e, successore del ‘cugino’ (lo zio) Boemondo I d’Altavilla (l’altro figlio di Emma e di Roberto il Guiscardo), scriveva che Tancredi era figlio di Odo Marchisius e di Emma d’Altavilla. Il Caen nel suo celebre scritto sulle gesta in Terrasanta in occasione della prima Crociata, racconta le gesta di Tancredi. Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen (…), lo chiama ‘Marchisio’. Condottiero crociato Tancredi Marchisio – figlio di Emma e Bonmarchis e, nipote del defunto Roberto il Guiscardo. Racconta il Caen, che il giovane Tancredi, partecipò alla prima Crociata insieme allo zio Boemondo I d’Antioca (fratello della madre nelle prime nozze del nonno Guiscardo con Alberada. Infatti, lo storico Giosuè Musca (…), a proposito di Odo Marchisio, così scrive: “Ainsi Tancredi, principal lietunant, pur suppleant (1101 -1103) et successeur (1104 -1112) de Boemond, est le fils d’Odo Marchisius (Eudes le Bon Marquis) et d’Emma, sceur de Robert Guiscard (Raoul de Caen l’appelle frequembien attestee en Normandie, ecc..”, che tradotto significa: “Così Tancredi, capo tenente, allora soppiantato (1101- 1103) e successore (1104-1106) di Boemondo, è figlio di Odo Marchisius (detto il Buon Marchese) e Emma, sorella di Roberto il Guiscardo (Raoul de Caen), era figlio di Tancredi (1101-1103) e successore ecc…”. Dunque, secondo il Musca (…), sulla scorta del cronista dell’epoca Caen (…) (Rodolfo Cadomense), Tancredi era figlio di Emma d’Altavilla e di Odo Marchisius (detto il Buon Marchese) ed inoltre è stato il successore di Boemondo I d’Antiochia. Infatti, il Tancredi citato era Tancredi I d’Antiochia. Troviamo un ‘Odonis Marchisii’, in un’altra pergamena (Fig….), datata 1126, anche questa pubblicata dal Trinchera (…). Si tratta di un’altra pergamena: “XCVIII – anno 1126 – Mese di Iudo – Indict. IV” (Fig. 4), dove si citava ‘Sighelgaita Marchisia’, la Principessa Longobarda e poi Normanna, figlia del principe Longobardo Guaimario V, Principe di Salerno e, sorella di Gisulfo II che, fu la seconda moglie di Roberto il Guiscardo e, nell’antica pergamena viene chiamata ‘Marchisia’. La ‘Sighelgaita’ indicata, era la seconda moglie di Roberto il Guiscardo e, nell’antico documento del 1126, si confermava un privilegio ricevuto precedentemente dal Guiscardo. Forse, l’antico documento confermava privilegi del figlio di Sighelgaita e del Guiscardo, Ruggero Borsa che vincerà la lotta di successione al padre Guiscardo. Il nobile personaggio Normanno, Odo Marchese o Odo Marchisii, citato nell’antica pergamena, datata anno 1097 (…), è il marito della figlia primogenita di Roberto il Guiscardo. Il Normanno Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo (lo scaltro), arrivato in Italia, per rendere servigi ai Principi Longobardi del Ducato di Benevento, sposò tra il 1051 e il 1052, Alberada Buonalbergo che era anch’ella di stirpe normanna. Alberada, sposò il Normanno Roberto d’Altavilla, quando questi era ancora un militare al soldo di chi lo chiamava e, dedito a ruberie e atti di brigantaggio. Dal matrimonio del Normanno Roberto il Guiscardo e Alberada di Buonalbergo, nacquero due figli: Emma e Boemondo (detto Boemondo I, poi Principe d’Antiochia). Emma, figlia primogenita di Roberto d’Altavilla (detto il Guiscardo) e di Alberada Buonalbergo, sposò ‘Oddone di Bonmarchise’, da cui ebbe un figlio: Tancredi (detto di Taranto o Principe di Galilea). Per capire chi fosse l’Odo Marchisii, citato nelle due pergamene d’epoca Normanna (Figg. 1-2-3-4), abbiamo visto che la sua origine non è conosciuta, ne quella della sua nobile famiglia. Su wikipedia troviamo una citazione di Mario Caravale (…) che nel suo ‘Dizionario Biografico degli Italiani’, vol. LXIII. Rome, sostiene che: Emma di Hauteville (verso il 1080 a 1120 circa) era figlia di Roberto Guiscardo e Alberada di Buonalbergo. Secondo Ralph di Caen, sposò Odo il buon marchese e ebbe due figli: Tancredi e Guglielmo, che parteciparono entrambi alla prima crociata. Tancredi divenne Principe di Galilea e Guglielmo morì in Terra Santa. Sua figlia Altrude sposò Riccardo del Principato e fu madre di Ruggero di Salerno. Emma era morta nel 1126, quando la seconda moglie e vedova di Odo, Sichelgaita, fece una donazione per la memoria della sua famiglia.”. Altri credono che Oddone (Otton, Odobonus, Eudes) di Monferrato, detto “Le Bon marquis” (in francese) o il ‘Buon marchese’ (in italiano), tra il 1065 e il 1075, abbia sposato la Emma de Hauteville (d’Altavilla), la figlia primogenita di Roberto il Guiscardo nata dalle nozze con la prima sua moglie (d’Aubrèe) Alberada di Buonalbergo. Questo personaggio del Monferrato, pare sia stato il figlio di Oddone (Otton) 1° degli Aleramici, il primo marchese del Monferrato in Piemonte.

Nel 1097, “Scido” (Sapri e non Vibonati), in un documento greco che cita un “Odobono Marchisio”, marito di Emma, forse i genitori di Tancredi d’Altavilla o di Lecce che, nel 1096, si recò insieme a Boemondo alla prima Crociata

Sul personaggio della carta greca del 1097, un antichissimo documento datato Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” che qui si riporta:

Cattura

Scido e S. Phantini

(Fig. 1) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco,  tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (….).

dunque, di questo “Odo Marchisio”, che Nel mese di Settembre – indizione VI…….dà al monaco Sergio la facoltà di costruire sante chiese nel luogo santo Phantinus e santa Ciriaca con la possibilità di costruire case per i monaci.”, ha scritto Giacomo Racioppi (….), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1909, nel suo “Cap. V – Lo stato di Melfi nei secoli XI-XII-XIII”, vol. II, a p. 158, parlando di: “Era già vivissima in Occidente l’agitazione dei popoli pel passaggio in Terra Santa a liberare il sepolcro di Cristo da mano dei Turchi, Bandita la Crociata nel 1095 nel Concilio di Clermont dallo stesso Urbano II, scesero l’anno dopo a frotte, a truppe, gli armati e i pellegrini nel ducato di Puglia per imbarcarsi nei porti di Bari, di Trani, di Brindisi, più prossimi alla Dalmazia. Boemondo, che sentiva troppo angusto campo al’ambizione sua il principato di Taranto e che già era esperto della guerra di oltre mare, prende di un tratto la croce, e si dà opera a crearsi un esercito; confortato senza dubbio dal fratello che gli dov’è esser largo di aiuti, perchè l’irrequieto s’allontanasse dalla Puglia. Ben settemila uomini si raccolsero alle sue bandiere, tra Pugliesi, Calabri, Salernitani, Basilicatesi (1); etc…”. Il Racioppi, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Un cronista-poeta delle crociate, Folco Carnotense o di Chartres, contava, con reminescenze dotte dell’antichità: “…etc…”. Ap. Di-Meo, ad ann. 1096.”. Dunque, il Racioppi, parlando della Crociata bandita dai Normanni e da papa Urbano II nel 1095, ci parla di Boemondo d’Altavilla, che con l’aiuto del fratello Ruggero Borsa, al tempo a capo del Ducato di Puglia, sempre a p. 158, aggiunge che: “Altro capo è Tancredi, valoroso quanto pio e discreto cavaliere nelle epiche cronache delle Crociate, e sì nobile, delicato ed ideale carattere nei versi del Tasso. Fu anche lui della famiglia degli Altavilla; era figlio, come credono i più, ad Emma, sorella di Guiscardo, e ad un Odone Bon, od Ottobono Marchisio, che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. In questo passo, il Racioppi ci parla di Tancredi d’Altavilla, nipote di Boemondo I d’Antiochia (figlio di Roberto il Guiscardo) e fratello di Emma d’Hauteville, figlia di Roberto il Guiscardo. Il Racioppi (…), ci parla del marito di Emma e padre di Tancredi, ovvero ci dice di un “Odone Bon” o di un “Ottobono Marchisio”, di cui parlerò innanzi. La notizia è intressante sopratutto per ciò che il Racioppi postilla nella sua nota (1), ovvero egli trae la notizia da un’antica pergamena dell’anno 1097, che fu pubblicata nel 1865 da Francesco Trinchera (…), di cui parlerò. Dunque, su Tancredi d’Altavilla, che seguì lo zio Boemondo nella storica Crociata in Terra Santa del1096, il Racioppi scriveva che: Fu anche lui della famiglia degli Altavilla; era figlio, come credono i più, ad Emma, sorella di Guiscardo, e ad un Odone Bon, od Ottobono Marchisio, che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. Dunque, in questo passaggio, il Racioppi ci parla di un personaggio Normanno imparentato con la casata di Roberto il Guiscardo. Lo chiama “OTTOBONO MARCHISIO” e scrive che che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. Dunque, il Racioppi scrive che Ottobono Marchisio (forse il personaggio della carta greca del 1097 sia stato “Signore di Vibonati”. Infatti, il Racioppi scriveva di “…che alcune carte dicono signore di Bonati”. A quali carte si riferiva il Racioppi. Egli si riferiva proprio alle carte da me pubblicate in questo saggio,  “Nel 1097, Scido (Sapri ?) in un documento Normanno”, carte greche che furono pubblicate da Francesco Trinchera prima della loro distruzione nel rogo di S. Paolo Belsito dove furono portate in deposito (sic!), le carte del Grande Archivio di Stato di Napoli, nel 1941, ad opera dei tedeschi ed in seguito nel 1943 a Pizzofalcone. Nell’antica pergamena (7) si parla di un Monaco Sergio di Vibonati che doveva costruire la cappella o il monastero di S. Fantino a “Scido”. Ma come si è visto non si trattava di “Bonati” (odierna Vibonati) ma, si trattava del territorio di Sapri (SA) perchè in questo documento si parla della cappella di S. Fantino che effettivamente si trova tra Sapri e l’attuale Comune di Torraca. Dunque, a mio avviso, il toponimo di cui parla l’antichissimo documento pubblicato dal Trinchera nel 18…., “Scido” è Sapri, non è Vibonati come scriveva il Racioppi e come scrissero altri in seguito. Infatti, Il Racioppi, postillava dell’antica pergamena trascritta e pubblicata dal Trinchera, postillando: “(1)….Per le carte di Bonati (Libonati ?) v. ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’, p. 80.”. L’antico documento del 1097, da cui abbiamo tratto le immagini che pubblichiamo (Fig. 1-2-3), era stato pubblicato nel 1865 dal Trinchera , nel suo ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’ (3), dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Il documento del 1097, pubblicato dal Trinchera (3), fa luce su alcune notizie storiche in epoca Normanna, che riguardano il nostro territorio e, cita il toponimo di Scido – che noi crediamo fosse il toponimo che indica il luogo di Sapri. Il documento Normanno del XII secolo (7), è forse una delle poche testimonianze medievali del territorio e sebbene fu pubblicato dal Trinchera (3) nel 1865, è stato del tutto ignorato o sconosciuto agli studiosi locali. L’antico documento è stato citato per la prima volta da Giacomo Racioppi e poi da Biagio Cappelli (…). L’antico documento del XII secolo, restituisce un modesto contributo alla ricostruzione storica del nostro territorio nel medioevo territorio e, delle scarse fonti anche alla luce dei documenti esaminati dal Di Luccia (5), allorquando si occupò di una causa pendente con il Vescovado Bussentino e, delle scarse fonti e riferimenti bibliografici per le notizie storiche da lui forniteci –  delle notizie che egli riporta sull’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, sui suoi antichi possedimenti longobardi – documenti e fonti mai del tutto ritrovati. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, questo antico documento rappresenta un unicum. Sulle origini di questo parente di Roberto il Guiscardo, “Odobono Marchisio”, il Racioppi, che tuttavia lo chiamava “Ottobono”, a p. 159, nella nota (1) postillava che: “(1) V. Di Meo, Ann. dipl. ad ann. 1096 4. – Per le carte di Bonati (Libonati ?) v. ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’, p. 80 – Per quella di S. Chirico olte all’Antonini, Lucan., p. 490), vedi ‘Le notizie del comune di San Chirico Raparo’, in appendice alla ‘Vita di Santa Sinfarosa’ di D. Paolino Durante. Napoli, 1833, pagg. 136 e 144 – In queste notizie del Durante è una carta in cui Marchisio, Emma e il loro figlio Roberto, nel 1080, donano all”Ecclesia S. Aarcangeli de Raparo et tibi abati Nynpho collapsum castellum nominatum Saracenum cum omnib. tenimentis ejus. Tu vero redificabis et relevabis ipsum ad apparitionem (?) et confectionem, et facies habitationes hominum…’ – Pietro Diacono IV-II, che riferisce i nomi dei baroni che seguirono Boemondo, nomina prima ‘Tancredus Marchesii filius…’V. Troyli, Stor. gen. del reame di Napoli, vol. III, p. 440.”. Dunque, il Racioppi postillava del Di Meo (….), ovvero del suo “Ann. dipl. ad ann. 1096 4.”, ovvero l’opera di Alessandro Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, per l’anno 1096, 4 (nel vol. IX), in proposito scriveva che:

Di Meo, vol. IX, p. 14.PNG

(Fig…) Di Meo (…), vol. IX, p. 14, scrive di Tancredi d’Altavilla e di Oddone Marchisio

Il Di Meo (…), come scrive il Racioppi, in proposito a Tancredi d’Altavilla, riportando i personaggi che si recarono in Crociata in Terrasanta insieme a Boemondo I (d’Antiochia), sulla scorta di Falcone Beneventano (…), scriveva che: “Scrive il suddetto Pietro Diacono, che andarono con Boemondo ‘Capitanei hi: Tancredus Marchisii filius’. Figliuol di Marchiso lo dice Romoaldo Salernitano. Il Muratori lo vuole figlio di ‘Odone, Oddone o Ottone Buono’ Marchese, e di ‘Emma’ sorella del Duca Roberto il Guiscardo, e quindi cugino di Marco Boemondo, e di nazione Italiano. Da altri è detto nipote di Boemondo, e quindi figliuol di una figlia, non di una sorella del Guiscardo; e questo mi sembra più verificabile, perchè in questi tempi egli era giovanetto, e prese moglie nel …..ecc…ecc..”Riguardo a questi passi del Di Meo vedremo più avanti ciò che scriveva in proposito il De Blasi (…), che non concordava sull’origine del padre di Tancredi, ovvero di Odobono Marchisio. Il Di Meo scriveva dell’origine di Tancredi d’Altavilla, nipote di Boemondo e figlio di Emma che: “Scrive il suddetto Pietro Diacono, che andarono con Boemondo ‘Capitanei hi: Tancredus Marchisii filius’.“. Dunque, il Di Meo cita Pietro Diacono (….) ed il suo Chronicon. Molte delle sue opere letterarie ed agiografiche sono conservate nei codici autografi Casinense 361 e 257 (Montecassino, Archivio dell’Abbazia) e nel Casinense 518, il cd. Registrum S. Placidi. La sua nota attività di falsificatore emerge in tre gruppi di opere che possono classificarsi come: Falsificazioni relative a san Placido (testi riguardanti la figura di san Placido, primo discepolo di san Benedetto), Falsificazioni relative a Odone circa san Mauro (le interpolazioni operate sulla Translatio S. Mauri di Odone di Glanfeuil databile all’863 ecc…Il Di Meo cita pure Figliuol di Marchiso lo dice Romoaldo Salernitano.”. Il Di Meo scriveva pure che: Il Muratori lo vuole figlio di ‘Odone, Oddone o Ottone Buono’ Marchese, e di ‘Emma’ sorella del Duca Roberto il Guiscardo, e quindi cugino di Marco Boemondo, e di nazione Italiano.”. Dunque, secondo il Di Meo, i tre autori vorrebbero che Tancredi d’Altavilla fosse “Tancredi Marchisio” cioè figlio di “Marchisio”. Romualdo Salernitano lo vuole figlio di “Marchisio” e, Muratori, lo vuole figlio di “Odone” o “Ottone Buono Marchese” e di Emma, sorella del Duca Roberto il Guiscardo, e quindi cugino (e non nipote) di Boemondo d’Altavilla. Il Di Meo diceva pure che Tancredi d’Altavilla era pure: Da altri è detto nipote di Boemondo, e quindi figliuol di una figlia, non di una sorella del Guiscardo; e questo mi sembra più verificabile, perchè in questi tempi egli era giovanetto, e prese moglie nel …..ecc…ecc..”. Il Di Meo, su Tancredi, su Emma (la madre) e su “Odobono Marchisio” (il padre) argomenta anche altre origini di cui parlerò in seguito.  Il Racioppi, nel suo passo, cita anche il Troyli (…), che effettivamente, riguardo l’origine di Tancredi d’Altavilla, fa una buona disamina del caso nel suo vol. III, pp. 439-440 ecc..:

Troyli, vol. III, p. 439.PNG

(Fig….) Troyli (…), vol. III, pp. 439-440

Stessa notizia, forse sulla scorta del Racioppi (….) è citata da Biagio Cappelli (….), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 323, parlando del monachesimo basiliano nelle nostre zone, cita un antico documento pubblicato dal Trinchera (….). Il Racioppi (…), ci parla di un “Odone Bon” o di un “Ottobono Marchisio”, e proprio riguardo questo personaggio, citato nell’antica pergamena (7), il Racioppi ci dice che che alcune carte dicono signore di Bonati ed altre di San Chirico Raparo (1).”. Dunque, il Racioppi, sulla scorta di alcuni autori, credeva che “Ottobono Marchisio” fosse Signore di San Chirico Raparo, un paese in Provincia di Potenza, noto in antichità anche per la presenza di un’antichissimo Monastero basiliano poi in seguito divenuto Abbazia Benedettina. Anche l’Antonini credeva che “Odobono Marchisio” fosse un feudatario normanno di S. Chirico Raparo. L’Antonini (…), credeva si trattasse di un feudatario di S. Chirico Raparo. Riguardo ciò che si è scritto intorno alle assonanze di Odobono Marchisio con S. Chirico Raparo, scriverò in seguito. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel Discorso II, Parte III, a p. 490, della sua prima edizione (1745), parlando di Castelsaraceno, un borgo in Lucania, vicino Latronico, diceva che: In mezzo a questo posto è Castelsaraceno….una valle con un Monistero di Cappuccini. Fu così detto da i Saraceni (I), che vi si fortificarono, e di quell’opere ancora le reliquie si osservano al di sopra del paese. In effetto nella donazione, che nell’anno del mondo 6594, fanno Manchisio o forse Marchisio (2), ed Emma sua moglie al Monistero di S. Angelo a Raparo, ed all’Abate Ninfo, che in greco si legge, prodotta in varj atti del S. C. di Napoli, trovasi nominato questo Castello diruto, colla facoltà di abitare, perchè allora non ci erano abitatori. ..Il monistero posto sulla Montagna ridotto in Commenda senza monaci, va da un giorno all’altro in rovina……Sei miglia lontano da Castelsaraceno trovasi la grossa terra di Carbone, ….In mezzo a questo è posto Castelsaraceno, …..ebbe una rinomatissima Badia di Basiliani greci, padroni del luogo; delle di cui prerogative e fondazione, una ben scritta storia compose Paolo Emilio Santoro Vescovo d’Urbino.”.

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Antonini, 1745, parte III, p. 490, note

L’Antonini, a p. 490, nella nota (2) postillava: “(2) Alcuni han preteso, che di questi fosse stato figlio Tancredi ricavandole dalle parole di Roberto di Caen, dove dè fatti di questo Principe scrive: “Tancredus clarae stirpis germen clarissimum, parentes eximios Marchisium habuit, et Emmam”; ma gli storici ci dicono, che fosse stato figlio di Ruggiero Normando.”. (Fig…) La nota dell’Antonini (51), a p. 490 che riporta il passo di Rodolfo Cadomense o di Caen sui Marchisio e Tancredi suo figlio. Dunque, questo scrisse l’Antonini (…), su Tancredi (…), figlio di Odo Marchisius e di Emma. Di Odo Marchisius o Odobono Marchisius, si parla spesso nelle cronache del tempo di alcuni cronisti testimoni che scrissero sulle gesta di suo figlio Tancredi. Le cronache che si occuparono delle vicende storiche dell’epoca Normanna nell’Italia Meridionale, sono diverse. Tra loro spiccano le Cronache di: Rodolfo di Caen (…) o Rodolfo Cadomense; di Guglielmo Arcivescovo di Tiro (…); di Ugone Falcando (…); di Orderico da Vitale (Ordone Vitalis). La studiosa Vera Falkenhausen (…), cita questa famiglia nel suo saggio ‘Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina’ (49), e dice: “In Basilicata, i Normanni favorirono monasteri come S. Angelo di Raparo, fondato dal monaco greco Vitale alla fine del X secolo (55) e beneficiato tra altri da Odobono Marchisius ed Emma, sorella di Roberto il Guiscardo (51), e appunto – Carbone. Dalla donazione della chiesa di S. Nicola all’igumeno Biagio nel 1070/1071 risulta che, nonostante i vari danni subiti e in contrasto con le sorti di altri monasteri della regione, S. Anastasio di Carbone era sopravvissuto alla presa di potere dei Normanni. L’Abate greco cercò presto la protezione delle nuove autorità rivolgendosi nel 1074 ad Ugo di Chiaromonte, signore feudale della Basilicata meridionale.”. La Falkenhausen (49), a p. 69, nella sua nota (56), riguardo la notizia della famiglia Marchese, postillava che: “G. Antonini, La Lucania, I Discorsi, Napoli, 1745, p. 490, menziona una donazione dell’anno 6594 (= 1085/1086), ora perduta, con la quale Marchisio ed Emma, offrono “al monistero di S. Angelo a Raparo ed all’Abate Ninfo” il castello distrutto di Castelsaraceno “con la facoltà di farlo abitare, perchè allora non ci erano abitatori”. Scrive sempre la Falkenhausen nella sua nota (56) che: “I due donatori sono probabilmente i genitori dei due cavalieri Tancredi Tancredi e Guglielmi, che nel 1096 accompagnarono Boemondo I in Terra Santa (v. E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a pp. 374-375, in proposito scriveva che: “Ignoriamo quando Odobono, “le bon Marquiz”, sia venuto in Sicilia. Neanche possiamo asserire se la sua persona sia da identificare con quell'”Othonus”, ricordato dal Malaterra fra coloro che nel 1079 valorosamente si batterono nell’assedio di Taormina e la ridussero alla capitolazione (27). Di positivo c’è che il nome “Ottone” e la qualificazione feudale di “marchese” richiamano non solo l’origine monferrina del suddetto o dei suddetti personaggi, ma altresì la loro discendenza da quella casa degli Aleramici, ossia dei marchesi per autonomasia in Italia, ad uno dei cui rami, quello dei Del Vasto, apparteneva la contessa Adelasia, che Ruggero I sposò nel 1087, passato a terze nozze (28). Fu l’incertezza del domani, provocata dalle lotte a sfondo patrimoniale che nel secolo XII misero l’uno contro l’altro i rami della vetusta casata feudale, la causa per cui parecchi cadetti di essa, generalmente designati con l’appellativo di ‘Marchisii’, discesero nell’Italia meridionale, si posero al servizio dei Normanni, che venivano sconvolgendo l’assetto politico del paese, e vi fecero fortuna. Uno di questi immigrati fu Odobono: la miglior riprova della prodezza con cui si battè e della potenza e del prestigio che gliene derivò, è data dal suo matrimonio con Emma d’Hauteville e dai feudi ottenuti in Sicilia.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Pontieri, La madre di re Ruggero: Adelasia del Vasto, contessa di Sicilia, regina di Gerusalemme, in questo volume, nel saggio seguente.”. Dunque, Ernesto Pontieri ci parla di questo personaggio “Odobono le bon Marquiz”.

Rodolfo di Caen (…) e le gesta di Tancredi Marchisio figlio di Emma d’Altavilla e di Odo Marchisio

Dal punto di vista bibliografico, il primo a parlare del ‘Marchisio’ è stato Rodolfo di Caen o Rodolfo Cadomense che scrisse una cronaca dell’epoca sulle gesta di Tancredi nella prima Crociata. Rodolfo di Caen (Raoul de Caen) – che visse buona parte della sua vita (a partire dal 1108) in Terrasanta – autore di un’opera storica: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’ (ma nota fino ad ora come ‘Gesta Tancredi’), parlando di Tancredi Principe di Galilea e, successore del ‘cugino’ (lo zio) Boemondo I d’Altavilla (l’altro figlio di Emma e di Roberto il Guiscardo), scriveva che Tancredi era figlio di Odo Marchisius e di Emma d’Altavilla. Il Caen nel suo celebre scritto sulle gesta in Terrasanta in occasione della prima Crociata, racconta le gesta di Tancredi. Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen (…), lo chiamaMarchisio’. Condottiero crociato Tancredi Marchisio – figlio di Emma e Bonmarchis e, nipote del defunto Roberto il Guiscardo. Racconta il Caen, che il giovane Tancredi, partecipò alla prima Crociata insieme allo zio Boemondo I d’Antioca (fratello della madre nelle prime nozze del nonno Guiscardo con Alberada. Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen (…), lo chiamaMarchisio’. Dopo la morte di Tancredi nel 1112, Radulfo di Caen, redige le sue ‘Gesta Tancredi’ per ricordare le imprese del valoroso nobile normanno, Tancredi d’Altavilla, nipote di Roberto il Guiscardo, cugino di Boemondo e uno degli eroi della Crociata (1095-1099). L’opera fu scritta prima del 1118 ma si ferma bruscamente nel 1105, il resto del documento essendo certamente andato perduto. Questa storia, tutta in lode di Tancredi, non è peraltro meno preziosa per la storia generale della prima spedizione dei crociati in Oriente. Se Radulfo non ha visto tutte le cose che narra, era però quanto meno ben a conoscenza di ciò che raccontava, meglio di ogni altra persona, relativa al periodo 1096-1107. Detta cronaca è stata redatta in capitolo, alcuni dei quali in prosa, altri in versi poetici. Radulfo, in quanto storico, deve essere esaminato con attenzione particolare per chiarire o correggere alcuni punti storici, dal momento che egli differisce nel suo racconto da quelli degli altri autori a lui contemporanei. L’opera ha avuto una vicenda particolarmente sfortunata, sia sotto il profilo della tradizione, che sotto quello della considerazione quale fonte storica. L’unico manoscritto (Bruxelles, KBR, 5373, saec. XII), forse almeno parzialmente autografo, è rimasto sconosciuto per tutto il Medioevo, riemergendo e salvandosi dall’incendio che bruciò l’abbazia di Gembleux nel sec. XVIII. Trattato maldestramente con reagenti chimici, è arrivato fino a noi in uno stato assai scadente. Il fatto che il testo racconti gli eventi dal 1096 al 1106, anni in cui l’autore non era in Terrasanta, lo ha fatto considerare come un esercizio di mera encomiastica (a causa anche della patina retorico-stilistica altissima che lo caratterizza). Una cronaca sulla I° Crociata pertanto “inutile”, a fronte di testimonianze dirette come i famosi ‘Gesta Francorum’. Per il manoscritto del Caen, si veda: Radulphi Cadomensis, Tancredus, a cura di E. D’Angelo, 2011, stà in Corpus ‘Christianorum Continuatio Mediaevalis’, oppure si veda il testo di Edmond Martène (…) che scoprì l’antico manoscritto del Caen (…), in un monastero della francia nel 1716 e lo pubblicò nel 1717. Lo storico Giosuè Musca (…), a proposito di Odo Marchisio, così scrive: “Ainsi Tancredi, principal lietunant, pur suppleant (1101 -1103) et successeur (1104 -1112) de Boemond, est le fils d’Odo Marchisius (Eudes le Bon Marquis) et d’Emma, sceur de Robert Guiscard (Raoul de Caen l’appelle frequembien attestee en Normandie, ecc..”, che tradotto significa: “Così Tancredi, capo tenente, allora soppiantato (1101- 1103) e successore (1104-1106) di Boemondo, è figlio di Odo Marchisius (detto il Buon Marchese) e Emma, sorella di Roberto il Guiscardo (Raoul de Caen), era figlio di Tancredi (1101-1103) e successore ecc…”. Lo storico Luigi Russo (…), in un suo saggio su “Tancredi e i Bizantini”, parlando di Tancredi e delle sue gesta in Terra Santa, ci parla del  testo di un antichissimo manoscritto di Roul de Caen (…), ritrovato da Edmondo Martène (…), nel 1716, in un antico monastero francese di “Gesta Tancredi”, e che poi pubblicò nel 1717: “Alberti Aquensis Historia Hierosolymitana, Recueil des historiens des croisades, Historiens occidentaux”, riportava il passo in cui Rodolfo Cadomense (…) o Roul de Caen, ci dice chi fosse Tancredi e suo padre Odo Marchisio:

Russo L.,

Martène E., tomo III, p. ...

(Fig. 5) Il passo di Rodolfo di Caen (…), sul ‘Odo Marchisio’ padre di Tancredi

Lo storico Luigi Russo (…), in un suo recente saggio su “Tancredi e i Bizantini”, a proposito della stirpe dei Marchisio, e riferendosi all’autore del maggiore dei cronisti dell’epoca Normanna, Rodolfo Cadomense o di Caen (…), scrive: “Scarsamente interessato alla discendenza paterna del suo signore (il pade Odone Marchisio apparteneva all’aristocrazia subalpina), Rodolfo, concentra invece tutte le sue attenzioni nei riguardi della discendenza normanna rappresentate dal ramo materno con la madre Emma, sorella del Guiscardo. (29).”. Russo (…), dunque, alla sua nota (29), postillava: “Sui genitori di Tancredi vedi E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”. Sempre il Russo (…), nella sua nota (29), sui genitori di Tancredi, ovvero su Emma d’Altavilla e Odo Marchisio, cita il Manselli (…), ‘Italia e italiani’, p. 116, e aggiunge: “Si noti che entrambi gli studiosi forniscono il nome di Odobono per il padre di Tancredi invece di Odone (ma lo studioso italiano ha corretto tale svista nella voce da lui stesso curata, ‘Emma d’Altavilla, in Dizionario Biografico degli italiani, II, Roma, 1960, pp. 541-542). Accettiamo invece l’interpretazione fornita dalla studiosa inglese che vede in Emma, la sorella e non la figlia di Roberto il Guiscardo (dunque Tancredi era cugino e non nipote di Boemondo) basandosi sul passo di Rodolfo di Caen quì citato, dove Odone è definito nei confronti del Guiscardo ‘Soriorum suum’.”. Dunque lo storico Russo (…), fa notare come alcuni ritenessero Emma, moglie di Odone Marchisio, sorella del Guiscardo ed altri la ritenessero figlia primogenita del Guiscardo. Troviamo un Odonis Marchisii’, anche in un’altra pergamena (Fig….), datata 1126, anche questa pubblicata dal Trinchera (3). Si tratta di un’altra pergamena:  “XCVIII – anno 1126 – Mese di Iudo – Indict. IV” (Fig….), dove si citava Sighelgaita Marchisia’, la Principessa Longobarda e poi Normanna, figlia del principe Longobardo Guaimario V, Principe di Salerno e, sorella di Gisulfo II che, fu la seconda moglie di Roberto il Guiscardo e, nell’antica pergamena viene chiamata ‘Marchisia’. La ‘Sighelgaita’ indicata, era la seconda moglie di Roberto il Guiscardo e, nell’antico documento del 1126, si confermava un privilegio ricevuto precedentemente dal Guiscardo. Forse, l’antico documento confermava privilegi del figlio di Sighelgaita e del Guiscardo, Ruggero Borsa che vincerà la lotta di successione al padre Guiscardo. Il nobile personaggio Normanno, Odo Marchese o Odo Marchisii, citato nell’antica pergamena, datata anno 1097 (7), era il marito di Emma d’Altavilla, figlia primogenita di Roberto il Guiscardo, nata dall’unione con Alberada di Buonalbergo. Il Normanno Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo (lo scaltro), arrivato in Italia, per rendere servigi ai Principi Longobardi del Ducato di Benevento, sposò tra il 1051 e il 1052, Alberada Buonalbergo che era anch’ella di stirpe normanna. Alberada, sposò il Normanno Roberto d’Altavilla, quando questi era ancora un militare al soldo di chi lo chiamava e, dedito a ruberie e atti di brigantaggio. Dal matrimonio del Normanno Roberto il Guiscardo e Alberada di Buonalbergo, naquero due figli: Emma e Boemondo (detto Boemondo I, poi Principe d’Antiochia). Emma, figlia primogenita di Roberto d’Altavilla (detto il Guiscardo) e di Alberada Buonalbergo, sposò Oddone di Bonmarchise, da cui ebbe un figlio: Tancredi (detto di Taranto o Principe di Galilea). L’”ODO MARCHISIUS” , citato nell’antica pergamena manoscritta in greco (…), pubblicata dal Trinchera (…), è Oddone Bonmarchis (il Buon Marchese), sposo di Emma, figlia primogenita di Roberto il Guiscardo. Oddone Bonmarchis, della nobile famiglia dei signori di Monferrato, divenne il genero di Roberto d’Altavilla il Normanno (detto il Guiscardo e, Duca di Puglia e di Calabria), sposando la prima figlia Emma, nata dalla prima unione del Guiscardo con la prima moglie Alberada di Buonalbergo. Alberada di Buonalbergo, era anch’ella di stirpe normanna. Guiscardo, l’aveva ripudiata nel 1058, poco dopo la sua ascesa al comando supremo dei Normanni. Alberada – madre di Emma – sua figlia primogenita e, sposa di Oddone Bonmarchise (il Buon Marchese) – fu ripudiata dal Guiscardo che fece annullare le nozze, perché avvenute tra consanguinei e fu la prima volta che si ricorse a tale motivazione allo scopo di sciogliere un matrimonio. Alberada si fece in disparte, confinata nella rocca di Melfi (ma poi si risposerà con Riccardo, figlio di Drogone), mentre il Guiscardo si risposerà con la Principessa Longobarda Sighelgaita, figlia del principe Longobardo Guaimario V, Principe di Salerno e, sorella di Gisulfo II. Il Cappelli (…), nella sua nota (21) all’antica pergamena (…) (Figg…..), sulla scorta del Musca (….) e del Robinson (….), spiega chi fosse l”Odo Marchisii’, citato nell’antica pergamena (…) e, scrive: “La famiglia Marchese, fu una delle benefattrici del monastero del Carbone“. Odo (o Eudes) ‘il buon marchese’ (XI secolo) era un nobile italo-normanno che governava una regione sconosciuta del sud Italia. Sposò Emma, ​​una figlia di Roberto Guiscardo, e avevano almeno tre figli, Tancredi e William, entrambi famosi crociati, e Robert, oltre a una figlia (nome sconosciuto) che sposò Riccardo di Salerno. Odo è conosciuto solo in relazione a sua moglie e ai suoi figli. Ci sono molte fonti che identificano il padre di Tancredi come un margravio (marchio o marchisus, da cui il marchese) – che è sufficiente a confermare che era un italiano – ma non lo nominano. Molti identificano ulteriormente un fratello di nome William che era anche un “figlio del marchese”. Secondo Guglielmo di Tiro, “Tancredi [era] il figlio di Guglielmo il Marchese” (Tancredum Wilhelmi marchisi filium), ma la parola latina filium (figlio) è probabilmente un errore dei copisti successivi dove originariamente leggeva fratrem (fratello). Che Tancredi possedesse un fratello di nome Guglielmo è affermato dalla ‘Gesta Dei per Francos’, che registra un “Guglielmo, figlio del marchese, fratello di Tancredi” (‘Wilhelmus, marchisi filius, frater Tancredi’) tra i seguaci dello zio Boemondo di Taranto , alla prima crociata. In quello stesso documento, Tancredi viene chiamato solo “il figlio del marchese” (marchisi filius). Robert the Monk, elencando i crociati che hanno accompagnato Boemondo, menziona “i principi più nobili, cioè Tancredi, il suo nipote [cioè, il Boemondo] e il figlio del marchese …. (“nobilissimi principes, Tancredus videlicet nepos suus e marchisi filius”), confermando il rango di suo padre ma non il suo nome. L’arcivescovo Baldric di Dol registra, con un latino più appropriato, che Tancredi era nipote di Roberto Guiscardo e figlio di un marchese (marchionis filius). Chiama anche il fratello di Tancredi, William Marchisus. Guibert di Nogent (…), esprimendo qualche dubbio sul fatto che abbia tutte le sue informazioni corrette, dice che Tancredi era il figlio di un certo marchese, accompagnato suo zio Boemondo alla prima crociata, e che suo fratello William accompagnava Ugo il Grande (“Tancredum marchionis cuiusdam ex Boemundi , nisi fallor, sorore filium; cuius frater cum Hugone magno praecesserat, cui Guillelmus erat vocabulum”). Ci sono altre fonti pertinenti all’identità del padre di Tancredi, dal momento che menzionano la sua relazione con Boemondo attraverso la sorella di quest’ultima, Emma. Alberto di Aix (…), o Alberto di Aquisgrana, un cronista del tempo, conferma che Tancredi era un figlio della sorella di Boemondo (“Tankradus sororis filius Boemundi”), ma non menziona né suo padre né suo fratello. Tuttavia, fa notare che Ruggero di Salerno era un “figlio della sorella di Tancredi” (“Rotgerum … filium sororis Tankradi”), che quindi doveva essere la moglie di Riccardo di Salerno. Marino Sanudo il Vecchio (…), riporta che Tancredi era il “nipote di sua sorella” di Boemia (ex sorore nepos). Due fonti contraddicono il primo, facendo di Tancredi un cugino e non un nipote di Boemondo, ma non nominare suo padre. La ‘Gesta Francorum expugnantium Gerusalemme’ di Fulcher di Chartres (…), lo chiama “cugino di Boemondo” (“Boiamundi cognatum”) e Jacques de Vitry (…), si riferisce a “Boemondo con suo cugino Tancredi” (‘Boamundus cum Tancredo cognato ipsius’). La prima biografia di Tancredi, è di Rodolfo de Caen (…) in ‘Gesta Tancredi’ (‘Deeds of Tancred’), lo elogia come “il figlio più famoso di un lignaggio famoso, [avendo] genitori scelti il ​​margravio ed Emma” (“clarae stirpis germen clarissimum, parentesi eximios marchisum habuit et Emmam” ). Tancredi era “il figlio di un padre non meno ignobile”, anche se questo padre non è stato nominato da Ralph e dalla maggior parte degli altri autori. In tutta la Gesta Ralph chiama ‘Tancred Marchisides’, usando il suffisso greco-ides, che significa “figlio di”, quindi “figlio del marchese”. Altrove riunisce Tancredi e Boemondo come Wiscardides (“figli / discendenti di Guiscard”), anche se crede che Emma sia stata una sorella e non una figlia di Robert Guiscard. Aggiunge anche come fratello, Robert, “i Guiscardi, Tancredi e suo fratello William e Robert” (‘Wiscardidas, Tancredum et fratres Willelmum Robertumque’). L’unica fonte per dare al padre di Tancredi il nome Odo è Orderico Vitale (…), che, come Rodolfo di Caen, crede che sia un cognato e non un genero di Guiscardo. In un passo, scrive che, vedendo arrivare la sua fine, “il magnanimo Roberto [Guiscardo], duca, conte, ecc., Chiamò attorno a sé Odo il Bene, il marchese, [il marito] di sua sorella e altri parenti e nobili” . Quando Orderico elenca in seguito i crociati del 1096, menziona “Tancredi, figlio del marchese Odo il Buono” (‘Tancredum, Odonis Boni marchisi filium’). L’erudizione conosciuta di Orderico e la sua contemporaneità con Tancredi rendono la sua testimonianza la migliore disponibile sulla paternità di quest’ultimo. Solo sulla questione della moglie di Odo, Emma, ​​l’Orderico sembra sbagliato. Dal momento che Tancredi e suo fratello William erano entrambi giovani ai tempi della prima crociata, è improbabile che la loro madre potesse essere figlia dell’omonimo Tancredi, Tancredi di Hauteville (d’Altavilla). Una altra interessante notizia che riguarda l”Odo Marchisii’, citato nell’antica pergamena (…), pubblicata dal Trinchera (…), la leggiamo dal Gatta (…) che, nelle sue ‘Memorie ecc..’, a p. 292, forse sulla scorta del manoscritto inedito del Mannelli (…), parlando di Camerota, così scriveva: “Questa Terra con titolo di Marchesato, si possiede dalla Famiglia Marchese, non men Nobile, ed Illustre, che antica, come quella che trae l’origine da’ Principi Normanni, (a), dalla qual generosa prosapia, ne son sorti uomini, non sol nella condotta delle armi, che per letteratura: fra’ militari fu celebre Tancredi, figlio di Giovanni Marchese, per le prodezze praticate nella Guerra Sacra, (b) nè fu minore nella vita militare Astone Marchese, che sconfisse nella Puglia una schiera di 4000 Saraceni; e nei tempi più bassi, sotto l’Austriaco dominio, han fiorito pure nelle armi Domizio, Ottavio, ed Orazio primo Marchese di Camerota.”. Poi il Gatta, disserta su un’opera di poesia e la laude al Duca Annibale Marchese, ‘Tragedie Cristiane’ (a). Il Gatta (…), dunque, fornisce delle notizie certe sull’origine dell ‘Odo Marchisii’ e, sulla presenza di questa importante Famiglia Normanna nel ‘basso Cilento’, nel primo decennio dell’anno mille. Nella sua nota (a) al testo, il Gatta (…), scrive che le notizie sono state tratte da: “Nel Registro della Regia Zecca di Napoli” – forse i Registri conservati in seguito nell’Archivio Regio di Stato di Napoli e, pubblicati dal Trinchera (…), o forse si riferiva al ‘Catalogus Baronum’, compilato nel 1185, ai tempi della Crociata di re Guglielmo II detto il Buono. Nel ‘Catalogus baronum’, pubblicato dalla Jamison (…), , alla voce ‘Bonalbergo’, troviamo “Robertus comes de Bono Herbergo, Bonialberghi, 806-807; v. etiam 344-349”. Sempre nel ‘Catalogus baronum’, pubblicato dalla Jamison (…), troviamo un “‘Marchisius’, v. Guillelmus; Hugo; Johannes; Manfridus”. L’altra notizia su Tancredi ‘Marchese’ che si reca alla prima crociata, è dal Gatta (…), tratta (vedi nota (b)) dalla ‘Guerra Santa’, un’opera dell’dell’Arcivescovo di Tiro (…). Il Gatta (…), sulla scorta di un’altro cronista dell’epoca, Guglielmo Arcivescovo di Tiro, ‘Historia della Guerra Sacra di Gerusalemme’ (…), scrive che Tancredi (Principe di Galilea), era figlio di “Giovanni Marchese”. Il Gatta, quindi, lo chiama Giovanni Marchese e non ‘Odo Marchisi’. Il Volpe (…), parlando dell’origine di Camerota, cita le notizie riportate dal Gatta, ma lo confuta e aggiunge che alcuni credevano che “essa fosse accresciuta dagli abitatori scampati dalla depredata Melfe”, facendo la similitudine con il promontorio della ‘Molpa’ o ‘Melpe’. In effetti, questa remota ipotesi andrebbe ulteriormente indagata in quanto esiste un collegamento con la città lucana di Melfi, in quanto, la suocera di ‘Oddone Bonmarchis’ (o Giovanni Marchisio come lo chiama il Gatta), Alberada di Buonalbergo (nonna di Tancredi), dopo essere stata ripudiata dal Guiscardo, si fece in disparte e, si ritirò sulla rocca di Melfi. E con questa notizia storica, arretriamo di qualche secolo le notizie che riguardano alcuni centri come Camerota. Lo storico De Blasiis (…), nel 1873, nel suo libro ‘L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI’, ci parla di un ‘Tancredi Marchisio’ e, dei suoi genitori: Emma e di ‘Oddone Bon Marchisio. De Blasiis (…), parlando della prima Crociata in Terrasanta, scrive: “Fra i più nobili s’unirono a Boemondo suo fratello Guido, Tancredi (1) e Guglielmo suoi cugini figli di Oddone Bon Marchisio;”. Nella nota (1), spiega: “De Meo crede Tancredi nipote di Boemondo, ed il Pirri con più grave errore lo dice figlio del Duca Roberto e di Ala. Chr. Reg. Sic. p. 13. Per testimonianza di Rodolfo Cadomense egli nacque da Oddone Bon Marchisio e da Emma, che Ord. Vit. dice sorella del Guiscardo. Dal titolo di Marchisio argomenta il Muratori che Tancredi fu di stirpe italiana R.I.T.V. p. 282, ed alcuni cronisti gli danno per fratello di Guglielmo. Anon. Gest. Franc. Bald. Hist. Jeros.”. Il cronista Rodolfo Cadomense è Raoul Caen (…), di cui parleremo in appresso. Il De Blasiis (…), forse sulla scorta del Trinchera (…), nella sua nota (1) di p. 54, ci parla anche dei due documenti che quì abbiamo pubblicato (Figg…..): “Odo Marchisio era vivo nel Settembre del 1097 quando donò ad un monaco due Chiese in Calabria. Syllab. Graec. Memb. p. 80.”, riferendosi e citando proprio l’antica pergamena da noi quì riportata (Figg. 2-3, pubblicata dal Trinchera (…)). Poi aggiunge: “Egli ebbe oltre Emma un’altra moglie chiamata Sighelgaita, la quale nel 1126 si dice: Marchisia et uxor defuncti Odonis Marchisii, come rilevasi da un diploma Greco, ivi p. 128.”, riferendosi all’altro antico documento (Fig….). Il De Balasiis (…), alla sua nota (2) di p. 54, parla di “Gerardo Buonalbergo nipote di Sighelgaita, prima moglie di Roberto il Guiscardo.”. In questo caso, crediamo che il De Blasiis, abbia preso un abbaglio in quanto Sighelgaita è stata la seconda moglie del Guiscardo. Il De Blasiis (…), forse sulla scorta del Trinchera (…), sempre nella sua nota (1) di p. 54, ci parla anche dei due documenti che quì abbiamo pubblicato: “Odo Marchisio era vivo nel Settembre del 1097 quando donò ad un monaco due Chiese in Calabria. Syllab. Graec. Memb. p. 80.”, riferendosi e citando l’antica pergamena, già pubblicata dal Trinchera (…). Poi aggiunge: “Egli ebbe oltre Emma un’altra moglie chiamata Sighelgaita, la quale nel 1126 si dice: Marchisia et uxor defuncti Odonis Marchisii, come rilevasi da un diploma Greco, ivi p. 128., riferendosi ad un altro privilegio dell’anno 1126, illustrato nell’altra immagine. Dunque, secondo il De Blasii (…), il personaggio Normanno ‘Odo Marchisio’ o ‘Odonis Marchisii’, “Odo Marchisio era vivo nel Settembre del 1097” e, nel 1126, era il defunto marito di Sighelgaita, seconda sua moglie dopo la prima moglie chiamata Emma. Altri autori invece vogliono che Emma fosse sua moglie e fosse figlia di Roberto il Guiscardo che invece sposò in seconde nozze la principessa Longobarda Sighelgaita. Nel ‘Catalogus baronum’, pubblicato dalla Jamison (…), troviamo “Robertus comes de Bono Herbergo, Bonialberghi, 806-807; v. etiam 344-349”. Sempre nel ‘Catalogus baronum’, pubblicato dalla Jamison (…), troviamo un “‘Marchisius’, v. Guillelmus; Hugo; Johannes; Manfridus”. L’Alfano (…), parlando di Licusati, scriveva: “feudo dei marchesi dei Marchese di Camerota.”. Si tratta del personaggio Normanno l‘‘Odonis Marchisii’, citato anche in un’altra pergamena greca del 1126, pubblicata dal Trinchera (…), di cui abbiamo parlato in un nostro saggio ivi pubblicato.

Odonis Marchisii, i

(Fig. 6) Pergamena del 1126, in cui si cita ‘Odonis Marchisii’

Nell’antico documento del 1126, viene citata ‘Sighelgaita Marchisia’, la Principessa Longobarda e poi Normanna, figlia del principe Longobardo Guaimario V, Principe di Salerno e, sorella di Gisulfo II che, fu la seconda moglie di Roberto il Guiscardo e, nell’antica pergamena viene chiamata ‘Marchisia’. La ‘Sighelgaita’ indicata, era la seconda moglie di Roberto il Guiscardo e, nell’antico documento del 1126, si confermava un privilegio ricevuto precedentemente dal Guiscardo. Forse, l’antico documento confermava privilegi del figlio di Sighelgaita e del Guiscardo, Ruggero Borsa che succederà al padre Guiscardo. Il nobile personaggio Normanno, Odo Marchese o Odo Marchisii, citato nell’antica pergamena, datata anno 1079, è il marito della figlia primogenita di Roberto il Guiscardo. Anche il monaco cronista normanno Raoul di Caen o Jumiegès (…), lo chiama ‘Marchisio’. Secondo alcuni, questo personaggio Oddone di Bonmarchis, era il marito di Emma, la primogenita di Roberto d’Altavilla, detto il ‘Guiscardo’, che durante la sua permanenza in Calabria Roberto, verso il 1051 sposò la prima delle sue due mogli, Alberada di Buonalbergo (figlia di Gerardo Buonalbergo), dalla quale nacquero: Emma (1052 circa – ?), che sposò Oddone di Bonmarchis. Emma e Oddobe di Bonmarchis, ebbero due figli: Tancredi, principe di Galilea (c.1072 – 1112) e Boemondo (c. 1055-1111), principe di Taranto (1085) e, principe di Antiochia nel 1098. Nel ‘Catalogus Baronum’, fra i baroni di Camerota, figura la famiglia ‘Marchese’. Infatti, un’altra interessante notizia sulla famiglia ‘Marchese’ è tratta dal Gatta (…) che, nelle sue ‘Memorie Topografiche-storiche della Provincia di Lucania’, Parte III, Cap. IV, a p. 292, sulla scorta del manoscritto inedito del Mannelli (…), e dalla ‘Guerra sacra’, cronaca del tempo dell’Arcivescovo di Tiro (…), parlando di ‘Camerota’, così scriveva: “Questa Terra con titolo di Marchesato, si possiede dalla Famiglia Marchese, non men Nobile, ed Illustre, che antica, come quella che trae l’origine da’ Principi Normanni, (a), dalla qual generosa prosapia, ne son sorti uomini, non sol nella condotta delle armi, che per letteratura: fra’ militari fu celebre Tancredi, figlio di Giovanni Marchese, per le prodezze praticate nella Guerra Sacra, (b) nè fu minore nella vita militare Astone Marchese, che sconfisse nella Puglia una schiera di 4000 Saraceni; e nei tempi più bassi, sotto l’Austriaco dominio, han fiorito pure nelle armi Domizio, Ottavio, ed Orazio primo Marchese di Camerota.”. Il Gatta (…), postillava nella sua nota (a) che la notizia era tratta da: “(a) Nel registro della Regia Zecca di Napoli”. Si tatta del ‘Catalogus Baronum’ (…), di cui abbiamo già parlato. Inoltre, sempre il Gatta (…), postillava alla lettera “(b) L’Arcivescovo di Tiro nella Guerra Sacra”. Si tratta di una cronaca del tempo, ‘La Guerra Sacra‘, da cui il Gatta trae alcune notizie. La cronaca del tempo citata dal Gatta (…), è  ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme’, “Belli sacri historia”, che fu scritta da Guglielmo, Arcivescovo di Tiro, cronista del tempo (…), dove si può leggere dell’origine della famiglia Marchisio e di Tancredi figlio di Emma e di Odo. Guglielmo di Tiro, utilizzò largamente un’altra cronaca del tempo ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, di Alberto di Aix o di Aquisgrana (…).

Gatta sulla familgia Marchese(Fig. 7) Gatta (…), p. 292

Il Gatta (…), a p. 292, fornisce delle notizie certe sull’origine dell ‘Odo Marchisii’ e, sulla presenza di questa importante Famiglia Normanna nel ‘basso Cilento’, nel primo decennio dell’anno mille. Il Gatta (…), sulla scorta di un altro cronista dell’epoca, Guglielmo Arcivescovo di Tiro, Historia della Guerra Sacra di Gerusalemme (…), scrive che Tancredi (Principe di Galilea), era figlio di “Giovanni Marchese”. Il Gatta, (…), dunque, lo chiama ‘Giovanni Marchese’ e non ‘Odo Marchisi’.

Gatta, p. 293

Infatti, anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, ne parla a p. 310, vol. II, alle voci ‘Marchese’, ‘Giambattista’, ‘Orazio’ e ‘Annibale’, tutti sotto il Comune di Camerota. Bozza scrive: “Marchese (Giambattista) della famiglia dei marchesi di Camerota, fu eletto a vescovo di Catanzaro nel corso del 18 secolo; Marchese (Orazio) di Camerota, valente capitano del 16 secolo, ottenne pei suoi servigi in guerra il titolo di Marchese di Camerota; Marchese (Annibale) dei marchesi di Camerota 1685-1753, fu poeta e compose molte opere: Carlo VI il Grande, pema, 4, Napoli 1720 – Polistena. Crispo, tragedie. 12 Venezia 1722 – Tragedie cristiane. 4, Napoli, 1729, vol. 2. – Il Vitichindo poema ecc..”. Sempre il Bozza (…), alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “nel mandamento di Latronico dal quale è lontano 12 chm. nel circondario di Lagonegro. Vera in origine solo il Monastero di S. Elia dell’ordine di S. Basilio, edificato nella seconda metà del VI secolo come si ha dal Santoro che ne descrive la storia,……, poichè (la sua terra) il detto monastero l’ebbe in feudo dai principi Normanni, e sono annoverati nel registro del 1178 due baroni, Giovanni e Riccardo di Carbone. L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”.

UGO MARCHESIUS

Come vediamo dal Rodotà (…), tra i benefattori del Monastero di S. Anastasi e S. Elia del Carbone, in Calabria, vi era anche ‘Hugo Marchesius’, che il Santoro (…), cita a p. 8.

Hugo Marchesius

(Fig. 8) Santoro (…),

Il Santoro (…), cita il personaggio Normanno, ‘Hugo Marchesius’, ma egli segnala solo che fu uno dei benefattori del Monastero di S. Anastasio ed Elia del Carbone in Calabria. Non si dice l’anno dell’eventuale donazione, e quindi non possiamo dire se l”Hugo Marchesius’ sia collegato con l’’Oddonis Marchisii’ della pergamena del 1097, pubblicata dal Trinchera (…). Certo è che questi feudatari Normanni della famiglia dei ‘Marchisio’, appaiono anche nel ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185. Ritroviamo un ‘Hugo Marchisius’, al n. 777 del ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185 ai tempi della III Crociata di re Guglielmo II. Il ‘Catalogus’ fu tradotto e pubblicato dalla Evelyn Jamison (…). Nel n. 777, del ‘Catalogus baronum’, è scritto: “Manfridus Marchisius filius Hugonis Marchisii (I) et frater eius tenent de eodem Hugone Lupariam (2) ecc..”. ‘Hugonis Marchisii’, figura nel ‘Catalogus’ al n. 793 e vi è scritto che egli: “Manfridus Marchisius (7) tenuit de eo Campum de Prada (e), ecc..”. Un’altra citazione di altri familiari dei ‘Marchisio’, la vediamo in un saggio della studiosa Vera von Falkenhausen (…), che parlando delle donazioni al monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (…), a p. 75, posto al n. 2 dell’elenco, cita un privilegio d’epoca Normanna, precisamente dell’anno 1091, sotto il regno di Guglielmo II detto il Buono. La Falkenhausen (…), scrive che: ” 2) 1091, Ugo Marchese e la moglie Cecilia danno allo stesso Biagio due chiese abbandonate, S. Nicola τον Βενεγιον sul Sinni e S. Zaccaria, situate nella loro signoria των Σικελων (111).”. La Falkenhausen, nella sua nota (111) di p. 75, postillava a riguardo che: “Robinson (…), n. XIII-62, pp. 195-198. Si tratta probabilmente di parenti del marchese Odobono e del figlio Tancredi, cf. nota 56 (di cui abbiamo già parlato).”. Dunque la Falkenhausen (…), sulla scorta di Gertrude Robinson (…), vuole che il personaggio citato nell’antico documento del 1091, Ugo Marchese, fosse un parente di Odobono Marchisio e di Tancredi d’Altavilla suo figlio. Lo storico De Blasiis (…), nel 1873, nel suo libro ‘L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI’, ci parla di un ‘Tancredi Marchisio’ e, dei suoi genitori: Emma e di Oddone Bon Marchisio. Padre Agostino Lubin (…), nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, del 1693, cita un’ Abazia sita nel Monferrato (nel Piemonte), in cui risulta una “Willa Marchionissa uxor Arduini, vocati Ardiccionis, filia Hugonis Marchionis” e scrive che la notizia è tratta da ‘Memorie di Matilda‘, lib. 3 di Francisco Maria Fiorentini, p. 45.

Lubin, p. 434 indice

(Fig….) Lubin (…), p. 434, pagina tratta dall’Indice generale

Infatti, il testo di Francesco Maria Fiorentini (…), ci parla della Contessa Matilda di Canossa. La notizia che è tratta dal Fiorentini a p. 445 (non p. 45 come dice il Lubin (…)), del lib. III (vedi la Fig…), dovrà essere ulteriormente esplorata.

Fiorentini, lib. III, p. 445

(Fig…) Fiorentini (…), lib. III, p. 445

Secondo alcuni, le origini di Odobono Marchisio, sono correlate a S. Chirico Raparo

Riguardo ciò che si è scritto intorno alle assonanze di Odobono Marchisio con S. Chirico Raparo, scriverò in seguito. Vediamo ora cosa dice Alessandro Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, per l’anno 1096, 4 (nel vol. IX), in proposito scriveva che:

Di Meo, vol. IX, p. 14.PNG

(Fig…) Di Meo (…), vol. IX, p. 14, scrive di Tancredi d’Altavilla e di Oddone Marchisio

Infatti, il Di Meo (…), come scrive il Racioppi, in proposito a Tancredi d’Altavilla, riportando i personaggi che si recarono in Crociata in Terrasanta insieme a Boemondo I (d’Antiochia), sulla scorta di Falcone Beneventano (…), scriveva che: “Scrive il suddetto Pietro Diacono, che andarono con Boemondo ‘Capitanei hi: Tancredus Marchisii filius’. Figliuol di Marchiso lo dice Romoaldo Salernitano. Il Muratori lo vuole figlio di ‘Odone, Oddone o Ottone Buono’ Marchese, e di ‘Emma’ sorella del Duca Roberto il Guiscardo, e quindi cugino di Marco Boemondo, e di nazione Italiano. Da altri è detto nipote di Boemondo, e quindi figliuol di una figlia, non di una sorella del Guiscardo; e questo mi sembra più verificabile, perchè in questi tempi egli era giovanetto, e prese moglie nel …..ecc…ecc..”Riguardo a questi passi del Di Meo vedremo più avanti ciò che scriveva in proposito il De Blasi (…), che non concordava sull’origine del padre di Tancredi, ovvero di Odobono Marchisio. Il Racioppi, nel suo passo, cita anche il Troyli (…), che effettivamente, riguardo l’origine di Tancredi d’Altavilla, fa una buona disamina del caso nel suo vol. III, pp. 439-440 ecc..:

Troyli, vol. III, p. 439.PNG

(Fig….) Troyli (…), vol. III, pp. 439-440

La studiosa Vera Falkenhausen (…), cita questa famiglia nel suo saggio ‘Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina’ (52), e dice: “In Basilicata, i Normanni favorirono monasteri come S. Angelo di Raparo, fondato dal monaco greco Vitale alla fine del X secolo (55) e beneficiato tra altri da Odobono Marchisius ed Emma, sorella di Roberto il Guiscardo (51), e appunto – Carbone. Dalla donazione della chiesa di S. Nicola all’igumeno Biagio nel 1070/1071 risulta che, nonostante i vari danni subiti e in contrasto con le sorti di altri monasteri della regione, S. Anastasio di Carbone era sopravvissuto alla presa di potere dei Normanni. L’Abate greco cercò presto la protezione delle nuove autorità rivolgendosi nel 1074 ad Ugo di Chiaromonte, signore feudale della Basilicata meridionale.”. La Falkenhausen (52), a p. 69, nella sua nota (56), riguardo la notizia della famiglia Marchese, postillava che: “G. Antonini, La Lucania, I Discorsi, Napoli, 1745, p. 490, menziona una donazione dell’anno 6594 (= 1085/1086), ora perduta, con la quale Marchisio ed Emma, offrono “al monistero di S. Angelo a Raparo ed all’Abate Ninfo” il castello distrutto di Castelsaraceno “con la facoltà di farlo abitare, perchè allora non ci erano abitatori”. Scrive sempre la Falkenhausen nella sua nota (56) che: “I due donatori sono probabilmente i genitori dei due cavalieri Tancredi Tancredi e Guglielmi, che nel 1096 accompagnarono Boemondo I in Terra Santa (v. E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”. Dunque, la Falkenhausen (52), cita un antica pergamena citata dall’Antonini (53), a p. 490, parte III, della sua prima edizione della ‘Lucania’, che parlando di Castelsaraceno, un borgo in Lucania, vicino Latronico, diceva che:

Antonini, 1745, parte III, p. 490

Antonini, 1745, parte III, p. 490, note

(Fig. 3) Antonini (53), 1745, I° edizione, p. 490

Altri addirittura scrivono che l’Odo Marchisii, sposato con Emma, sia stato il signore di S. Chirico Raparo (PZ), in Basilicata. Il Marchisio o Odo Marchisius, è citato in un altro interessantissimo documento d’epoca Normanna. Dunque con questo documento, di cui parliamo ora, siamo arrivati a tre documenti che citano questo dignitario Normanno. Dunque, l’antica donazione o privilegio citata dall’Antonini (53), e dalla Falkenhausen (52), è dell’anno 6594 che, secondo la studiosa, dovrebbe corrispondere all’anno 1085/1086. L’Antonini (…), scrive: “la donazione, che nell’anno del mondo 6594, fanno Manchisio o forse Marchisio (2) ed Emma sua moglie…”, che poi vedremo in seguito.  Un’altra interessante citazione dell’antico documento privilegio d’epoca Normanna, in cui viene citato Odo Marchisio, ci viene da Wilma Fittipaldi (66), nel suo testo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, Arte, Storia e Religiosità’, di recente pubblicazione, che, sulla scorta di Vera von Falkenhausen (…) e di Paolino Durante (…), a p. 250, cita l’antico documento citato dall’Antonini (…) e, scrive: “Nel 1086 il casale (l’abitato) di Castelsaraceno, spopolato e abbandonato, fu annesso al monastero greco-bizantino di San Chirico Raparo detto dell’igumeno Ninpho. L’atto di donazione con cui avvenne il passaggio è dell’anno ‘del mondo 6.594’ (ossia il 1086) da parte di Marchisius ed Emma  sua moglie, che sono da identificare con l’omonima sorella di Roberto il Guiscardo e Odobonus Marchisius, genitori di Tancredi (23): “Obtulimus sanctae Ecclesiae Sancti Arcangeli de Rapario, et tibi venerabili abbati Ninpho, et omnibus, qui ibidem, et tecum sunt, et erunt monachi suprascriptae Ecclesiae Sancti Archangeli, collapsum Castellum nominum Saracenum cum omnibus tenimentis eius P. Durante (24). Il possesso del casale da parte del monastero di Sant’Angelo al Raparo fu confermato ancora nel 1147 all’abate Clemente del Giustizierato di Basilicata che redisse apposito processo; gli abati di Raparo, anche sotto il regime commendatario continuarono a fregiarsi del titolo della Baronia di Castelsaraceno ed il rito greco qui fu abbandonato solo dopo il 1291 (25).”. La Fittipaldi (…), alle sue note (23) e (24), cita la Falkenhausen (…), e Durante (67). L’antico documento del 1086, citato dall’Antonini (…), fu pubblicato dal Paolino Durante (67) che, forse sulla scorta della “Chronaca Cavense”, lo riporta:

Durante, p. 144

Durante, p. 145

Durante, p. 146

(Fig…) Paolino Durante (…), le pp. 144-145-146, dove si parla dei Marchisio e della donazione al monastero di S. Angelo di S. Chirico Raparo.

In questo altro documento, simile a quello da noi citato, risalente all’anno 1097, ma molto più tardo, ci conferma la presenza nelle nostre terre di un “Odobono Marchisius”, come lo chiamava la Falkenhausen (…). L’arciprete Paolino Durante (…), chiamava questo dignitario normanno: “Manchisio, o Mango, e forse Marchisio, signore di S. Chirico, Emma di lui consorte e Roberto lor figlio,…”. La studiosa, sulla scorta di Evelin Jamison (…), che ha pubblicato il ‘Catalogus Baronum’ (…), afferma che Odobono Marchisius ed Emma, sorella di Roberto il Guiscardo, fossero i genitori dei due fratelli Tancredi e Guglielmi, che entrambi seguirono Boemondo I alla prima Crociata in Terra Santa. La studiosa Falkenhausen (52), cita il personaggio Normanno del nostro documento (7) e aggiunge pure chi fosse il padre di Tancredi e di Guglielmo, che si unirono nel 1093 allo zio Boemondo per seguirlo nella prima Crociata. L’Antonini (53), scrive che: “In effetti, nella donazione che nell’anno del mondo 6594, fanno Marchisio o forse Marcisio (2), ed Emma sua moglie, al Monistero di S. Angelo a Raparo, ed all’Abate Ninfo, che in greco si legge, prodota in vari atti della S. C. di Napoli, trovasi nominato questo castello diruto…“. L’Antonini (53), nella sua nota (2) sui ‘Marchisio’, postillava che: “Alcuni han preteso, che di questo fosse stato figlio Tancredi, ricavandolo dalle parole di Roberto di Caen, dove dè fatti di questo Principe scrive:”

Cattura

(Fig. 4) La nota dell’Antonini (53), a p. 490 che riporta il passo di Rodolfo Cadomense o di Caen (…), sui Marchisio e Tancredi suo figlio.

De Blasiis (…), parlando della prima Crociata in Terrasanta (“la conquista delle regioni orientali”), scrive: “Fra i più nobili s’unirono a Boemondo suo fratello Guido, Tancredi (1) e Guglielmo suoi cugini figli di Oddone Bon Marchisio;”.

De Blasii, su Oddone Bon Marchisio

Bon Marchisio per De Blasii

(Fig. 9) De Blasii (…), 1873, vol. III, cap. II, p. 54.

Il De Blasiis (…), nel suo ‘L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI’, a p. 54, nella nota (1), postillava: “De Meo crede Tancredi nipote di Boemondo, ed il Pirri con più grave errore lo dice figlio del Duca Roberto e di Ala. Chr. Reg. Sic. p. 13. Per testimonianza di Rodolfo Cadomense egli nacque da Oddone Bon Marchisio e da Emma, che Ord. Vit. dice sorella del Guiscardo. Dal titolo di Marchisio argomenta il Muratori che Tancredi fu di stirpe italiana R.I.T.V. p. 282, ed alcuni cronisti gli danno per fratello di Guglielmo. Anon. Gest. Franc. Bald. Hist. Jeros.“. Dunque, il De Blasii (…), riguardo la Famiglia dei ‘Marchese’ di Camerota, scrive che di Meo (…)(non De Meo), crede che “Tancredi Marchisio”, sia nipote di Boemondo, ed il Pirri (…), in ‘Chronaca Regione Sicula’, p. 13, sbaglia credendolo figlio del Duca Roberto il Guiscardo e di Ala, sua moglie. Il De Blasii (…), continua il suo racconto, affermando che su ‘Tancredi Marchisio’ se ne ha testimonianza nel cronista dell’epoca normanna, Rodolfo Cadomense o Raoul di Caen o Jumieges (…), autore dell’opera: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’, nota fino ad ora come «Gesta Tancredi in Expeditione Hierosolymitana», riteneva che ‘Tancredi’, nacque da Oddone Bon Marchisio e da Emma, che Orderico Vitale (…), in ‘The Gesta Normannorum Ducum of William of Jumièges’, Orderico Vitalis o Vitale, dice essere sorella del Guiscardo. Sempre dal De Blasii (…), apprendiamo che del titolo di Marchisio argomentava il Muratori (…), in R.I.T.V., p. 282, dove si dice che ‘Tancredi‘ era di stirpe italiana, ed alcuni cronisti lo danno come fratello di Guglielmo (fratello del Guiscardo). L’Ebner (…), a proposito di Camerota, traendo notizie dal ‘Catalogus’, non cita affatto la notizia riferitaci dal Gatta (…) ma, parlando di Licusati nel vol. I (p. 120), scrive: “Vanno ricordati pure gli atti di violenza contro il feudatario Marchese verificatisi a Camerota (v.), il 23 Luglio 1647 e il 24, quando peggiorarono per il “romore, tumulto, risse, homicidi et precipue, la morte successe in persona di Giovanni Battista di Rutolo del casale di Licusati.”.

Tancredi Marchisio Principe di Galilea

Per capire chi fosse l’Odo Marchisii, citato nelle due pergamene d’epoca Normanna (Figg. ……), abbiamo visto che la sua origine non è certa, ne quella della sua nobile famiglia ma, di lui si parla spesso nelle cronache del tempo di alcuni cronisti testimoni che scrissero le gesta di suo figlio Tancredi. Le cronache che si occuparono delle vicende storiche dell’epoca Normanna nell’Italia Meridionale, sono diverse. Tra loro spiccano le Cronache di: Rodolfo di Caen; di Guglielmo Arcivescovo di Tiro; di Ugone Falcando; di Rodolfo Cadomense (Raoul Caen)(…); di Orderico da Vitale (Ordone Vitalis). Il Caen (…), scrive di Tancredi: “Tancrede, un protagonista molto illustre di un’illustrazione illustre, aveva gli autori dei suoi giorni il Marchese e Emma.”, e poi, parlando del padre, Odo Marchese, alla nota scrive: “Le Mar quis Odon ou Guillaume; son nom et ses Etats soint incertaints.” che tradotto significa: “Il Marchese Odon o William, il suo nome ei suoi Stati erano incerti”. Dunque, Emma d’Altavilla, primogenita del Guiscardo e Oddone Bonmarchis (Oddone detto Marchisius “il Buon Marchese”, della famiglia dei signori del Monferrato ?). Emma era anche il nome di una sorella di Roberto il Guiscardo, la cui omonimia ha spesso creato confusione in alcuni autori, i quali, confondendo il grado di parentela tra i due rampolli della casa normanna, hanno erroneamente indicato Tancredi quale cugino di Boemondo principe di Antiochia, anziché suo nipote.

Nel 1096, la I Crociata e Tancredi d’Altavilla

Nel 1096, ventiquattrenne, Tancredi si unì allo zio Boemondo e partì alla volta di Costantinopoli insieme agli eserciti della prima Crociata. Giunto nella capitale bizantina, subì forti pressioni (soprattutto dal generale Bizantino Giorgio Paleologo) affinché prestasse giuramento di fedeltà all’imperatore Alessio I Commeno, con la promessa di rendere al sovrano qualsiasi terra conquistata durante la campagna militare. Tancredi si rifiutò di farlo, sebbene molti altri cavalieri avessero fatto giuramento senza alcuna intenzione di rispettarlo. Instaurato il Regno di Gerusalemme, Tancredi, fu nominato principe di Galilea e quando nel 1100 Boemondo, divenuto nel frattempo Principe di Antiochia, fu fatto prigioniero dai Danishmen didi, Tancredi fu nominato reggente. Durante il suo regno il territorio del Principato si espanse grazie all’annessione di terre sottratte ai Bizantini e a nulla valsero i decennali tentativi di Alessio di riportare queste regioni sotto il proprio controllo. Riguardo Tancredi (nipote del Guiscardo) e suo cugino il Principe d’Antiochia Boemondo I (figlio primogenito del Guiscardo), si veda il testo di Barile (…) ed il manoscritto del cronista dell’epoca Ordone Vitale (…). Vi sono delle notizie a riguardo citate da Ebner (…), tratte dal ‘Catalogus Baronum’, compilato nel 1185, in occasione della Crociata di re Guglielmo II detto il Buono, e che sarebbe interessante metterle in relazione alla famiglia Marchese a Camerota e a Tancredi. L’Ebner (…), alle sue note (24) e (25), cita due documenti del 1136, conservati all’Archivio della Badia di Cava dei Tirreni (ABC) e, scrive che si tratta di due documenti “(I-XXIV-2, agosto a. 1136, XIV, Salerno: nel monastero puellarum sancti georgii, esistente nella città di Salerno, di cui domna aloara dei gratia venerabilis abbatissa prehest, alla presenza del giudice Oto, la monaca Mabilia, figlia del fu Landolfo, olim domini de Policastro, vendette a Boemondo figlio del fu Erberto detto capo d’Asino (l’abbiamo visto genero di Troisio di S. Severino) unum hominem censilem spettantegli di nome Rocco, con moglie e figli, per 50 tarì salernitani. Grimoaldo notaio.”.

Ebner, p. 334

(Fig. 11) Ebner (…), p….

L’Ebner (…), a proposito di Camerota, traendo notizie dal ‘Catalogus’, non cita affatto la notizia riferitaci dal Gatta (…) ma, parlando di Licusati nel vol. I (p. 120), scrive: “Vanno ricordati pure gli atti di violenza contro il feudatario Marchese verificatisi a Camerota (v.), il 23 Luglio 1647 e il 24, quando peggiorarono per il “romore, tumulto, risse, homicidi et precipue, la morte successe in persona di Giovanni Battista di Rutolo del casale di Licusati.”. Lo storico Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 195, riguardo la famiglia Marchisio di Camerota, scriveva in proposito che: “.., anche mozzando le teste degli sgherri del signore di Camerota…(53).”. Ebner (…), con la sua nota (53), sulla scorta del Capecelatro (….) e di altri, postillava e parlava della famiglia nobile dei Marchese, di Camerota che si trovarono al centro dei tumulti popolani che sorsero nel Salernitano durante il Viceregno Spagnolo, e scriveva che: “De Turri, ‘Dissid. descrisc. receptaeque Neapol.’, Insulis, 1651, p. 305: “Ducem sane Camerotae, de gente Marchisia, plurima exulum satelitio ferocem circumvenientes populari sui: caesis exulibus quorum capita recisa Neapolim ostentui detulere, ducem ipsum captivum abduxere”. Sulle violenze di Paolo Marchese, “Marchio Camerotae e casalis Lentiscosae e Cusatorum” , v. pure ASN, ‘Collater partium’, vol. 151, ff. 100 e 165; vedi pure Capecelatro, ‘Diario’, cit. I, p. 178 e II p. 42.”. Come abbiamo visto, l’origine della famiglia Marchese di Camerota, non ne parla espressamente l’Ebner ma ne parleranno altri, che ne faranno risalire l’origine al normanno Bonmarchis. Ritornando a Tancredi, Giosuè Musca (…), a proposito di Odo Marchisio, così scrive: “Ainsi Tancredi, principal lietunant, pur suppleant (1101 -1103) et successeur (1104 -1112) de Boemond, est le fils d’Odo Marchisius (Eudes le Bon Marquis) et d’Emma, sceur de Robert Guiscard (Raoul de Caen l’appelle frequembien attestee en Normandie, ecc..”, che tradotto significa: “Così Tancredi, capo tenente, allora soppiantato (1101- 1103) e successore (1104-1106) di Boemondo, è figlio di Odo Marchisius (detto il Buon Marchese) e Emma, sorella di Roberto il Guiscardo (Raoul de Caen), era figlio di Tancredi (1101-1103) e successore ecc…”. Così, il Musca (…), sulla scorta del maestro normanno Rodolfo di Caen (Raoul de Caen) – che visse buona parte della sua vita (a partire dal 1108) in Terrasanta – autore di un’opera storica: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’ (ma nota fino ad ora come ‘Gesta Tancredi’), parlando di Tancredi Principe di Galilea e, successore del ‘cugino’ (lo zio) Boemondo I d’Altavilla – dice che egli era figlio di Odo Marchisius e di Emma d’Altavilla. Il Caen nel suo celebre scritto sulle gesta in Terrasanta in occasione della prima Crociata, racconta le gesta di Tancredi – condottiero crociato Tancredi Marchisio – figlio di Emma e Bonmarchis e, nipote del defunto Roberto il Guiscardo. Racconta il Caen, che il giovane Tancredi, partecipò alla prima Crociata insieme allo zio Boemondo I d’Antioca (fratello della madre nelle prime nozze del nonno Guiscardo con Alberada. Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen (…), lo chiama ‘Marchisio’.

Nel 1097, Boemondo, Ruggero Borsa e la I Crociata in Terra Santa

Da Wikipedia leggiamo che al Terzo concilio di Melfi, dal 10 al 17 settembre 1089, il Papa Urbano II propose la prima Crociata. Il Pontefice, insieme ai fratellastri normanni Ruggero Borsa e Boemondo I, gettò le basi per costituire una lega allo scopo di liberare dai musulmani la Terra Santa. Iniziò, così, la predicazione per la crociata, che fu formalmente indetta, in seguito, a Clermont. Nel 1096 Boemondo, insieme a suo zio Ruggero I il Gran Conte di Sicilia, stava assediando Amalfi che s’era rivoltata contro il duca Ruggero, allorché bande di Crociati cominciarono ad attraversare l’Italia per dirigersi in Terra Santa. Lo zelo crociato conquistò Boemondo: è possibile che egli abbia visto nella Prima Crociata l’opportunità di realizzare la politica paterna di una espansione verso oriente e avesse sperato, in una prima fase, di ritagliare per se stesso un principato orientale. Goffredo Malaterra con schiettezza afferma che Boemondo prese la Croce con l’intenzione di razziare e conquistare terre greche. Boemondo radunò un contingente normanno, forse la miglior compagine dello stuolo crociato, nonostante i numeri modoesti (il suo contingente assommava all’incirca a 500 uomini su un totale di circa 35.000 crociati). Alla testa del suo esercito egli traversò, partendo da Trani, il Mare Adriatico e, dopo essere sbarcato a Durazzo, si diresse per la Via Egnatia alla volta di Costantinopoli percorrendo, sotto la prudente scorta di Peceneghi inviatagli incontro dall’Imperatore di Costantinopoli, la via che egli aveva tentato di seguire nel 1084. Fece grande attenzione a osservare un atteggiamento “corretto” nei confronti di Alessio e quando arrivò a Costantinopoli nell’aprile 1097 rese omaggio feudale all’Imperatore. Si recò a Gerusalemme nel Natale del 1099, quando Dagoberto da Pisa fu eletto patriarca, forse al fine di impedire la crescita di un forte potere lotaringio nella città. Tutto faceva sembrare che Boemondo fosse destinato a gettare le fondamenta di un grande principato ad Antiochia che avrebbe potuto contenere Gerusalemme. Aveva un buon territorio, una buona posizione strategica e un esercito forte. Doveva però fronteggiare due grandi forze: l’Impero bizantino, che reclamava tutti i suoi territori appoggiato nella sua pretesa da Raimondo di Tolosa, e le forti municipalità musulmane del nord-est della Siria. Contro queste forze egli fallì. Nel 1100, nella battaglia di Melitene fu catturato dai Danishmendidi di Sivas e languì in prigione fino al 1103. Il cugino Tancredi prese il suo posto ma nel frattempo Raimondo s’installava con l’aiuto di Alessio a Tripoli e riusciva così a contenere l’espansione verso sud di Antiochia. Tancredi era figlio di Oddone Bonmarchis, detto Marchisius “il Buon Marchese”, della famiglia dei signori del Monferrato, e di Emma di Altavilla sorella di Roberto il Guiscardo. – Emma era anche il nome di una sorella di Boemondo I d’Altavilla, la cui omonimia ha spesso creato confusione in alcuni autori, i quali, confondendo il grado di parentela tra i due rampolli della casa normanna, hanno erroneamente indicato Tancredi quale nipote di Boemondo principe di Antiochia, anziché suo cugino – Da: Tancredus di Rodolfo di Caen.

Nel 1104, l’Ordine degli Hospitalieri o Cavalieri dell’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme

I Cavalieri Ospitalieri (formalmente Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, detti anche Cavalieri di Cipro, Cavalieri di Rodi e come Cavalieri di Malta), è un ordine religioso cavalleresco nato intorno alla prima metà dell’XI secolo a Geusalemme. In seguito alla I Crociata divenne un ordine religioso cavalleresco cristiano dotato di un proprio statuto, secondo il costume del tempo. Quindi, nel 1113 papa Pasquale II lo rese autonomo e sovrano con il protettorato della Santa Sede. Se fino ad allora l’Ordine seguiva la Regola benedettina, piano piano iniziò ad osservare quella agostiniana. Infine, col maestro Raymond du Puy de Provence, l’Ordine si diede una regola propria, ispirata sempre a quella agostiniana. Ciò che appare inconfutabile è che l’Ordine Ospitaliero fu fondato dal Beato Gerardo de Saxo in seguito alla I Crociata e il cui ruolo di fondatore fu confermato dalla bolla papale “Pie Postulatio Voluntatis” di papa Pasquale II del 15 febbraio 1113. Oltre questo esistono una decina di documenti coevi in cui è nominato Gerardo che acquisì terre e rendite per il suo Ordine per tutto il Regno di Gerusalemme e anche in Europa. La forza crescente dell’Islam alla fine costrinse i Cavalieri ad abbandonare i loro possedimenti storici in Gerusalemme. Dopo la caduta del regno di Gerusalemme (Gerusalemme stessa cadde nel 1187) i Cavalieri si trovarono confinati nella Contea di Tripoli (di Libano) e quando anche San Giovanni d’Acri venne catturata, nel 1291, l’Ordine cercò rifugio presso il Regno di Cipro. Assieme ai Cavalieri Templari, formatisi poco dopo nel 1119, gli Ospitalieri divennero uno dei più potenti gruppi cristiani nell’area. L’Ordine cominciò a distinguersi in battaglia contro i musulmani e i suoi soldati indossavano una sopravveste nera con una croce bianca. Dalla metà del XII secolo l’ordine era nettamente diviso tra membri militari e coloro che prestavano assistenza ai malati. Era ancora un ordine religioso e godeva di privilegi funzionali concessi dal papato, tra i quali l’indipendenza da ogni autorità che non fosse quella del papa stesso, l’esenzione dai tributi e la concessione di edifici religiosi. Paul Guillaume (…), sulla scorta di alcune fonti come Guglielmo di Tiro (…), e Ugo da Venosa (…), ed altri, sosteneva l’origine dell’Ordine Gerosolimitano di Malta, dalla fondazione del monastero di S. Maria della Latina a Gerusalemme e dell’Ospedale annesso fondati da alcuni frati neri che dipesero dall’Abazia di Cava dei Tirreni, e dal loro abate, Pietro Pappacarbone. Paul Guillaume (….), nel suo “Essai Historique sur l’Abbaye de Cava etc…”, a p. 77 (si veda p. 84 edizione a cura di Ruocco), in proposito ai porti del Cilento, che dipendevano a quei tempi dall’Abbazia benedettina, parlando dell’Abbate S. Pietro Pappacarbone, scriveva che: “Gli ‘Ospidalieri di S. Giovanni di Gerusalemme’ erano appena nati in Palestina (1104). Dei pii mercanti di Amalfi avevano d’apprima fondato, nel 1084, (96) col consenso del Califfo d’Egitto, nei pressi del Santo Sepolcro, un monastero, conosciuto sotto il nome di ‘S. Maria della Latina’, come un ospizio o asilo per accogliere i poveri pellegrini. Al fine di attendere ad entrambi gli scopi, come attesta ‘Guglielmo da Tyr’, essi fecero trasferire dal loro paese a Gerusalemme dei monaci con il loro abbate. (97). Questi monaci, secondo ‘Giovanni da Vietri’, portavano l’abito nero (98). Essi seguivano, inoltre, la Regola di S. Benedetto secondo la Costituzione di Cluny; fatto che gli valse, da parte dell’abbate di Cluny, ‘Pietro il Venerabile’ (1123-56) delle lettere di felicitazione. (99) “Ora, chi non distinguerebbe, da tutti questi segni, i religiosi di Cava? Gli arditi navigatori Amalfitani, che a quell’epoca percorrevano il Mediterraneo facendo con l’Oriente un commercio così attivo, sapevano molto bene quali erano i meriti dei discepoli di Sant’Alferio Pappacarbone, la cui dimora principale non era che a qualche ora dal loro paese natale, e che, sulle stesse coste di Amalfi, avevano già molte chiese e priorati. (100)”. Così quando ebbero finito di costruire il monastero e lo spizio di ‘S. Maria della Latina’, essi si diressero, come è tradizione a Cava, dall’abate Pietro, pregandolo di voler prendere la direzione della loro istituzione…..il santo Abate il giorno in cui spedì in Palestina, accanto al sepolcro di Gesù Cristo, una colonia benedetina di Cava. (101). E non è tutto. Sempre secondo ‘Guglielmo di Tyr’, quando i Crociati si impadronirono di Gerusalemme (1099), trovarono nell’ospizio annesso al monastero di ‘Santa Maria della Latina’, un santo uomo, chiamato Gerardo, il quale, durante il tempo delle ostilità, ‘per ordine dell’abate e dei monaci’, serviva umilmente i poveri, (102) cosa che continuò a fare fino alla morte (1021). Il successore di Gerardo, ‘Raimondo du Puy’, cambiò un pò l’ordine nascente, e allo scopo di venire più efficacemente in aiuto ai pellegrini, ‘armò i frati dell’ospizio’. Da quì l’origine, insieme religiosa e militare, degli ‘Ospedalieri di S. Giovanni’ di Gerusalemme, meglio conosciuti tuttavia, a causa dei luoghi che in seguito abitarono, sotto il nome dei ‘Cavalieri di Rodi’ o ‘Cavalieri di malta’. Senza volerci occupare qui della questione, molto dibattuta, di saper se Gerardo, soprannominato Tom, fosse originario del villaggio di Scala, al di sopra di Amalfi, oppure di Marigues, in Provenza, notiamo che universalmente viene riconosciuto come il fondatore e il primo Gran Maestro dei ‘Fratelli Ospedalieri di S. Giovanni’. Ora, siccome fu ‘per ordine dell’abate e dei monaci’ di un monastero dipendente da Cava, che Gerardo cominciò la sua nobile e santa missione, non è giusto concludere, con uno dei più dotti figli di Cava, l’abate ‘Don Vittorino Manso’ (1541-1611), (103) con lo storico ‘Rodulfo’ (104) e con tanti altri ancora, (105) che è verso gli stessi religiosi di Cava che la Cristianità è debitrice dell’istituzione dei Cavalieri di Malta? Da allora partivano continuamente dal porto di Vietri, per Gerusalemme dei religiosi benedettini di Cava, che si andavano a prendere cura di Santa Maria della Latina e dell’ospizio dei pellegrini che ne dipendeva.”.

Guillaume, p. 77

(Fig…) Guillaume Paul (…), op. cit., p….

Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (96) postillava che: “(96) Sicard. Cremon., ‘Chron., p. 586.”. Qui il Guillaume cita il ‘Chronicon’ di Sicardo di Cremona (…). Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (97) postillava che: “(97) quì il Guillaume cita il passo in latino tratto dal ‘Monasterium de Latina’. Bell. Sacr. Hist. lib. XVIII, c. IV ecc..p. 427, Bolla, 1549…”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (98) postillava che: “(98) In Ecclesiis seu Monasteriis de Latina ecc…Hist. Occid., c. 28.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (99) postillava che: “(99) Epist. lib. III 44,; cfr. Mabill., Ann. O. B., t. V. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (100) postillava che: “(100) L’Abbazia di Cava possedeva, sia ad Amalfi, sia nei dintorni, oltre diciassette chiese o monasteri. Parecchi in questo numero, furono donati all’abate Pietro (1079-1122). Vd in ‘Appendice’, la Lista dei Monasteri.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (101) postillava che: “(101) Gattola, nella sua ‘Storia dell’Abbazia di Monte Cassino’ (t. I, p. 491) assicura che furono i religiosi Cassinesi ad essere incaricati della cura di S. Maria della Latina’. Ma egli non ne fornisce alcuna prova, proprio lui che d’ordinario prova tanto bene tutto il resto…..”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (102) postillava che: “(102) “…Et in xenodochia similiter (postquam Civitas fuit capta’) repertus ecc…”, Guglielmo di Tyr, op. cit., p. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (103) postillava che: “(103) “Alterum quo probatur Monachos Cavenses fuisse ecc..”, Anno Wion, Lig. Vit., p. 468. Ed. del 1595.”. Sempre riguardo alla presenza degli Ospetalieri nelle nostre zone, in proposito risulta molto interessante ciò che scrive il Guillaume su “‘Margarito’, conte di Brindisi, di Malta e di Victoria, ammiraglio della flotta reale (1192), ecc..(24).”. Il Guillaume (…), a p. 145, nella sua nota (24), postillava che: “(24) I diplomi e le pergamene originali si trovano: ‘Arca Magna, Lett., I, L, ecc…; ‘Arca’ n. XXIV-XXXIV. Essi ammontano almeno a 1300; Cfr. del resto RODUL., Ms. 61., p. 112…; De Blasi, ‘Chron’., 1271-94, passim; Trinchera, Syllab., ecc…”. Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta.”, di cui il Di Mauro (…), non cita i riferimenti bibbliografici. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 474, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, in proposito scriveva che: “Vasto possedimento, detto anche ‘Fonti’ o ‘la Commenda’, che apparteneva all’ordine dei Templari costituito a Gerusalemme nel 1118 (primo gran maestro fu Ugo dei Pagani) per difendere il S. Sepolcro (65).”. Ebner, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) Le loro case erano diffuse ovunque in Europa, erano dette Tempio. La degenerazione dell’Ordine indusse Filippo il Bello ad espellerli dalla Francia (1307). Cfr. Camera Matteo, cit., I, p. 44 e II, pp. 151, 156 e 206. Nel Regno l’Ordine venne abolito da Roberto, duca di Calabria, nel 1308, per ordine del padre Carlo II che l’aveva soppresso in Provenza. I loro beni vennero avocati al demanio. Ecc..”. Dunque, Ebner citava a più riprese alcuni saggi di Vittorio Bracco (….). Il sacerdote Romaniello Agatangelo (….) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, nel capitolo “Le Commende”, in proposito scriveva che: “Intanto i principi normanni, Boemondo, fratello di Ruggiero, e suo nipote Tancredi, partendo per la Terra Santa, offrirono molto danaro e possessioni ai feudatari per compiere opere di beneficenza e propiziarsi la benevolenza di Dio.”. Ebner, nel vol. II, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) …..Cfr. Camera Matteo, cit., I, p. 44 e II, pp. 151, 156 e 206.”. Io credo che l’Ebner si riferisca al testo di Matteo Camera (….), “Storia del Ducato di Amalfi”. Matteo Camera (….), nel suo “Istoria della città e costiera di Amalfi“, del 1836, a p. 134, nel cap. VII “Principi del militare Ordine dei Gerosolimitani”, in proposito scriveva che: “……..

I Marchisio nei regesti dei documenti della Certosa di Padula (…)

Lo studioso Carmine Carlone (…), pubblicò nel 1969, una serie di documenti provenienti dagli Archivi Cavensi, appartenenti alla Cerosa di San Lorenzo di Padula, dove si trovano citati i Marchisio ed i Florio. Per lo più documenti di epoca angioina al tempo di Re Roberto d’Angiò o di Luigi II d’Angiò. In questi documenti, vengono citati: 1 – Marchisio di Catania: doc. n. 959, anno 1391, p. 357; 2 –  Marchisio di Caterina: doc. n. 223, anno 1330, p. 95; 3 – Marchisio di Sirange: doc. n. 436, anno 1352, p. 173-174; 4- Marchisio Matteo: doc. n. 302, anno 1339 (1338), p. 124; 5- Marchisio Nicola: doc. n. 559, anno 1362, p. 211.

Nel 1125, ENRICO I “Arrigo” di SANSEVERINO e la Baronia del Cilento

Da Wikipedia leggiamo che il capostipite Turgisio morì nel 1081. A lui succedette Ruggero che sposò Sica, una nipote di Guaimario IV di Salerno; rimasto vedovo, finì i suoi giorni nel 1125 come monaco benedettino della Badia di Cava, alla quale fece importanti donazioni. Ruggero ebbe due figli: Roberto, signore di Lauro; Enrico, signore di Sanseverino e del Cilento. Dei successori del primo si ricordano il nipote Ruggero Sanseverino, conte di Tricarico, che nel 1188 diede un numero considerevole di uomini e cavalieri per la terza crociata e Riccardo Sanseverino (1220-1267), conte di Caserta e vicario imperiale di Federico II. Da Enrico (1099c.-1150) discesero: Guglielmo Sanseverino (1144 -1190) che sposò Isabella Guarna, figlia di Silvestro Guarna, conte di Marsico e ministro del re Guglielmo I di Sicilia; Tommaso Sanseverino (1180c. – 1246), conte di Marsico (dal 1241); partecipò alla congiura contro Federico II; rifugiatosi a Capaccio, fu catturato e giustiziato; Ruggero Sanseverino (1235c.- † Marsico, 1285); partecipò valorosamente alla battaglia di Benevento (1266) che vide l’avvento degli Angioini; Capitano Generale del re Carlo I d’Angiò nel 1285. Sposò Teododra d’Aquino dei signori di Roccasecca, sorella di san Tommaso d’Aquino; ecc…Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” che a pp. 116-117, racconta che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Dunque, Matteo Mazziotti, parlando di Ruggiero Sanseverino, scriveva che egli dopo la sua morte, gli successe il figlio Arrigo. Mazziotti dice pure che Ruggiero Sanseverino era sposato con Sica, figlia di Pandolfo, secondogenito del principe Longobardo di Salerno Guaimario. Da Sica, Ruggiero Sanseverino ebbe Arrigo che gli successe dopo la sua morte. Il Mazziotti (…), a p. 117, scriveva sui Sanseverino che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Il Gatta (…), sulla scorta della Chronaca di Leone Ostiense Marsicano (…), “Vite dei Beati Abati del Monistero della Santissima Trinità della Cava” (…), scrive che: “Da Turgisio Primo Conte Sanseverino nacque Rugiero, che sposò Sirca, figlia di Pandolfo, secondogenito di Guaimario, già Principe di Salerno del sangue Longobardo, procreò Errigo. E ritiratosi il menzionato Rugiero in Montecassino a menare vita Monastica, ove visse e morì santamente…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 130, parlando della “Actus Cilenti, poi Baronia di Cilento” continuando scriveva che: Enrico I Sanseverino è ricordato nel 1125 per una donazione al monastero di S.. Giorgio di Duoflumina (3) e, nel 1140, per un istrumento a favore del convento di S. Biagio di Aversa (4). Sembra che sotto la sua signoria si formò, entro il limiti conservati anche in seguito, la BARONIA DI CILENTO, in cui si fusero le terre dell’Actus Cilenti con gran parte di quelle poste lungo il corso destro dell’Alento, appartenenti alla contea di Capaccio (5). Queste ultime, con ogni probabilità, erano state portate in dote da Sica e trasmesse in linea ereditaria alla sua morte, avvenuta prima del 1121, al figlio Enrico, come dimostra la summenzionata donazione di S. Giorgio (6).”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Guillaume, ibidem, p. 90”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Ego Henricus filius q. Rugerij, et Sicae, qui sum Dominus de illo Castro, qui nuncupatur Snctus Severinus…..(a. 1140; Giuseppe Volpi, Cronologia de’ Vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, 1752, p. 219).”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (5) postillava che: “(5) V. carta geogr. II.”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Nella zona di Duoflumina altri discendenti di Pandolfo, I conte di Capaccio, rimasero possessori di beni isolati, che successivamente vennero donati alla Badia di Cava.”. Antonio Infante (….), nel suo “Cilento – Uomini e vicende”, ed. Reggiani, Salerno, sulla scorta del Del Mercato (…) e dell’Acocella (…), a p. 37, in proposito scriveva: Nel 1085, muore il Guiscardo e diviene capo della gente Normanna il figlio Ruggero I d’Altavilla. Non sappiamo di preciso in quale anno il feudo del Cilento passa alla famiglia Sanseverino, la prima investitura è fatta a favore di Enrico figlio di Turgisio (15). Non si può tuttavia escludere che la contea del Cilento fosse dei Sanseverino già prima del 1082, infatti le donazioni fatte da Ruggero in quell’anno indicavano già una loro signoria sul Cilento., d’altra parte il fatto che nel 1083, il Cilento fosse amministrato dal Visconte Boso, non esclude che i Sanseverino ne fossero Conti. Infatti, Turgisio Sanseverino nel 1113 fa alcune donazioni alla Badia di Cava. Le donazioni dell’epoca, non lasciano dubbi sul fatto che la famiglia Sanseverino fosse già feudataria del Cilento (16).”. L’Infante, a p. 37, nella sua nota (15) postillava: “(15) Portanova, Il castello di Sanseverino, pag. 7 ss.”. L’Infante, a p. 37, nella nota (16) postillava che: “(16) Ventimiglia, Memorie storiche dei Casali ecc..”.

Nel 1127, RUGGERO DELL’ORIA, figlio di Ugone dell’Oria e di Altruda e, la contea dell’Oria

Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall’Almanacco Calabrese del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Normanni….., Ugone dienne signore di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa, Apice, col titolo di conte dell’Oria. E tale Ruggiero il Normanno, trovò il valoroso RUGGIERO, figlio di UGONE e della bella ALTRUDA, di sangue longobardo. A Ruggiero, seguì UGONE II, poi TOMMASO, col quale si spense il ramo primogenito. Un ramo collaterale era passato in Udine e un altro in Calabria, a Cosenza, originato da un GIBEL, ultimo figlio di Ruggiero, da cui nacquero GIOVANNI, TOMMASA, GIACOMO e RICCARDO. Tommasa sposò un Sanfelice, cosentino. Di Giovanni fa cenno l’Aceti, nelle sue Annotazioni al Barrio. Fra Girolamo Sambiasi, nel “Ragguaglio di Cosenza” (Napoli, 1637), parla distesamente del lignaggio dei Loria (non più dell’Oria), dei loro feudi, matrimoni, vendite e delle prebende per la mensa arcivescovile, ricordate nella Platea di Luca Campano, arcivescovo di Cosenza nel 1223.”. Dunque, il Pepe (….), sulla scorta di Girolamo Sambiase scriveva che dal ramo degli Oria che passò in Calabria, “originato da un GIBEL, ultimo figlio di Ruggiero, ecc…”. Dunque, secondo il Pepe, Gibel de Loria era l’ultimo figlio di questo RUGGERO DELL’ORIA, il quale era sposato con la sua moglie chiamata BULFANARIA. Il Pepe prosegue parlando di Gibel di Loria e dei suoi figli, tra cui RICCARDO di Loria che sarà il padre del celebre Ammiraglio. Francesco Augurio e Silvana Musella (….), nel loro “Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo”, a pp. 22-23-24 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “La storia della famiglia di Ruggiero si riallaccia alla saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: ………Ugone, signore e poi conte di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa e di Apice, sposò una fanciulla longobarda di nome Altruda ed ebbe come figlio il valoroso Ruggiero conte dell’Oria.. Dunque, i due studiosi scrivono che Ugone, conte dell’Oria, Padula, Montefusco ecc.., si unì in matrimonio con Altruda da cui ebbe un figlio chiamato Ruggero che diventerà conte dell’Oria. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 241 parlando di Padula scriveva che: “Il più antico documento che riguarda Padula. esistente nell’Archivio della Badia cavense, è del 1086: Ugo di Aveva dona (3) al monastero di cavense, insieme ai monasteri di S. Giovanni di Layta, presso il castello di Mercurio, e di S. Simeone di Montesano, anche il monastero di S. Nicola di Padula, con tutte le sue dipendenze.”. Forse che questo “Ugo” citato dai due studiosi si riferisse ad “Ugone di Avena” citato nel documento cavense del 1086 ?. I due studiosi, a p. 23 scrivono pure che: “Alessandro di Telese (21), contemporaneo del re Ruggero il Normanno, nella sua ‘Cronaca’ riporta importanti notizie sulle vicende occorse a Ruggiero, conte dell’Oria, negli anni compresi tra il 1127 e il 1135.”. I due studiosi, a p. 23, nella nota (21) postillavano: “(21) Alessandro di Telese, De’ fatti di Ruggiero Re di Sicilia. Libri quattro’, in G. Del Re, ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani’, Napoli, 1845-1868, vol. I, pp. 81-156.”. Infatti, ad esempio, a pp. 100-101 (vedi il Del Re, vol. I), nel cap. XXIII, il Telesino scriveva che: “Ruggiero conte di Oria per mitigare l’animo del Duca verso di sè esarcerbato, gli cede Padulo ed ancora Montefusco. E menato così a termine queste cose, non molto dopo con lo stesso esercito movendo si avvia alla terra di Ruggiero Conte di Oria, accampatosi lungo il castello che si chiama Apice……e perciò fa senno di cedergli spontaneamente Paduli e Montefusco.”. I due studiosi scrivono che secondo la cronaca del Telesino si evince che:  “Quando il duca Ruggero il Normanno – diventerà re nel 1180 chiese al cognato Rainulfo, conte di Alife, marito della sorella Matilde, l’atto di omaggio e sottomissione, quest’ultimo gli rispose che non avrebbe concesso nulla senza avere in cambio dei vantaggi. Alla successiva richiesta del normanno di cosa desiderasse in cambio, Rainulfo rispose di volere la contea di Oria. In un prima momento il duca Ruggero si alterò per tale richiesta, ma poi, considerando la possibilità di avere dalla propria parte un guerriero valoroso, accondiscese alla richiesta.”. Dunque, i due studiosi si riferivano a Ruggero II d’Altavilla, conosciuto come “Ruggero il Normanno”, la cui sorella, Matilde era andata in sposa a Rainulfo di Alfe. Da Wikipedia leggiamo che al papa Onorio II, la via diplomatica invece non gli riuscì con Ruggero d’Altavilla, duca di Sicilia. Egli nel 1127 comandò una spedizione in Puglia. Il pontefice avvertì il pericolo: la creazione un regno così forte (e confinante con la Santa Sede) avrebbe potuto obbligare il pontefice a diventare suo vassallo. Il pontefice reagì immediatamente e in luglio formò una lega difensiva con le città pugliesi (accordo di Troja). Infine, in un concilio tenuto verso la fine dell’anno, lanciò la scomunica a Ruggero. Rimase nel Sud della penisola fino al gennaio successivo. Non essendo riuscito a portare dalla propria parte anche le città del beneventano, rientrò a Roma (gennaio 1128). A Capua, nel dicembre 1127, partì una spedizione contro Ruggero, mettendo Roberto II di Capua e Rainulfo di Alife (cognato di Ruggero) contro di lui. Tuttavia questa coalizione fallì miseramente e nell’agosto 1128 il Papa fu costretto dalla superiorità militare a nominare nella città di Benevento Ruggero II duca di Puglia. Dunque, stando ai due studiosi, Augurio e Musella, quando, nel 1127, Ruggiero conte dell’Oria si unì a papa Onorio II contro Ruggero II d’Altavilla, avendo perso la battaglia, “Fu questo il motivo per cui quando papa Onorio II, per la morte del duca Guglielmo il Normanno, si recò a Benevento temendo che il duca di Sicilia Ruggero il Normanno avesse mire espansionistiche sugli stati di Puglia e di Calabria, Ruggiero conte dell’Oria fu tra i confederati del Papa. Per la strepitosa vittoria del duca di Sicilia e la resa dei castelli di Brindisi, Castro e Oria, Ruggiero, oltre ad Oria perse pure le terre di Paduli e Montefusco, restandogli solo Terrarossa e Apice. A seguito di un capovolgimento di alleanze, Ruggiero riottenne la contea di Oria perdendo definitivamente le altre due in quanto acquisite dallo stesso normanno per la loro posizione strategica. Ruggiero conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuta il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel.”. Dunque, accadde che Ruggero dell’Oria, dopo la sconfitta di papa Onorio II contro Ruggero II d’Altavilla, nel 1127, perse tutti i suoi possedimenti di Oria (forse Lauria), Padula, Montefusco e gli restarono solo quelli di Terrarossa e Apice. Ma, Ruggero dell’Oria, a causa di accordi ed alleanze, riottenne la contea dell’Oria. Rileggendo Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 242 parlando di Padula, in proposito scriveva che: “Nell’archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula nell’età longobarda, normanna e sveva.”. Del 1213 è un solo documento: Gisulfo di Sanseverino dona al monastero di Montevergine (5) il piccolo monastero di S. Lorenzo sotto Padula.”. Dunque, Ebner, non cita affatto Ruggero dell’Oria ma ci parla di un documento del 1213 che ci parla di un Gisulfo di Sanseverino. I due studiosi scrivevano pure che: “Ruggiero conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuta il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel.”. Dunque, secondo i due studiosi, Ruggero conte dell’Oria, ebbe due mogli. Dalla prima moglie, di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: Ugone, Stefano e Guglielmo e, dalla seconda moglie chiamata Bulfanaria, ebbe Roberto e Gibel di Lauria. I due studiosi Musella e Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 23-24-25, in proposito alla famiglia e origini del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, indicano delle notizie storiche di notevole interesse. Questi, fanno derivare le origini di Ruggero di Lauria a suo nonno Gibel di Lauria, padre di suo padre Riccardo di Lauria, Giustiziere di Basilicata. I due studiosi a p. 23, in proposito scrivono che: “Ruggiero, conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuto il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel. Gibel, nonno del nostro Ammiraglio. Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Fonti per la Storia d’Italia, Roma, 1984, n. 101.”. Dunque, i due studiosi Augurio e Musella (…), affermano che il nonno di Ruggiero di Lauria fosse “Gibel”, un feudatario citato nel noto ‘Catalogo dei Baroni’, pubblicato da Borrelli (…) prima e poi in seguito dalla Evelyn Jamison (…) ed in seguito commentato da E. Cuozzo (…) e di cui ho dedicato ivi un mio saggio. I due studiosi, a p. 24 scrivevano pure: “Siamo così giunti al padre dell’Ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23)”. I due studiosi, a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Per ulteriori approfondimenti cfr. ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878. Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Pietro Ebner (…) che ne parla nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I a pp. 238-239, parlando del ‘Catalogus baronum‘, nella sua nota (92) postillava che: “(92) Così dalla ‘Comestabulia de Principatu’, di Lampo di Fasanella (n. 442, Curia e Corneto). Aveva ….Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o Lauria?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Poi l’Ebner, ne parla ancora a pp. 241-242 e scriveva che: “In nota 100 sono elencati i nominativi dei feudatari territorio inclusi nel ‘Catalogus’ che al tempo della progettata “magne expeditionis” vi risiedevano. Complessivamente i locali feudatari erano tenuti a fornire al re 170 ‘milites’, oltre quelli ecc..”, e nella nota 100 alla lettera d) scriveva che: ” d) De Policastro (Catalogus, nn. 566-586; Jamison pp. 104-106): Baldovino, 16 villani per cui, con l’aumento ecc…; Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani.”. Giuseppe Del Re (….), nel suo “Scrittori sincroni napoletani etc…Normanni, vol. nico”, pubblicò il “Catalogus Baronum”, dove a p. 577 troviamo i “De Oria”, e si cita il nome di Bulfanaria, madre di Roberto e di Gibel e seconda moglie di Ruggero de Oria. Sul racconto di Girolamo Sambiasi e le origini dei Loria, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 21, nella nota (21) postillava che: “(21) Una Terranuova di Aita, insieme a Lauria (PZ), Tortora (CS), Lagonegro (PZ) ed altre terre, riferisce anche G. SAMBIASI, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie, Sala Bolognese, Forni Editore, 1969 (ristampa anastatica della 1a ed. Ragguaglio di Cosenza, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie. Scritto dal molto rev. P. maestro fra Girolamo Sambiasi cosentino (…) Coll’aiuto delle scritture del signor Pier Vincenzo Sambiasi cavalier cosentino, In Napoli, per la vedova di Lazaro [tip.], 1639), p. 94, con possibile confusione tra le due diverse località cosentine, Terranova (feudo) e Aieta.”. Dunque, molte notizie storiche a cui si rifece il Sambiasi nel parlare dei Loria erano riferibili alla Platea dei beni che fece comilare il vescovo di Cosenza Luca Campano, una Platea del 1223, epoca sveva. La Lamboglia a pp. 33-34, in proposito scriveva che: Se complicato risulta il quadro dei possedimenti, non è da meno quello delle relazioni parentali riferibili a Ruggero (62). In proposito, ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggero e Andreotto Loria’ (63), offrivano sia un albero genealogico, sia una geografia dei possedimenti bell’e definiti. Più dettagliatamente, secondo una prassi consolidata che dal Seicento faceva risalire la genealogia familiare ai più antichi ceppi della stirpe normanna, anche l’autore (64) delle ‘Memorie’ individuava per il lignaggio dei Lauria un’origine normanna in Ugone Tudextefen (65). Costui, a sua volta, innestava il proprio sangue a quello della stirpe longobarda, i cui principi quindi lo rendevano “signor d’Oria, di Paduli, di Montefuschi, di Terrarossa e di Apice, feudi che trasmise dietro il suo decesso a Ruggiero, che in prosieguo possedè Oria col titolo di conte (66). Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), e soprattutto facendo propria un’equivalenza onomastica tra Oria-Loria / dell’Oria-di Loria, chiaramente derivata dalla lettura del Summonte, l’Autore delle Memorie poteva dunque far coincidere i dati parentali del Catalogus Baronum, strettamente riferiti ai conti dell’Oria, con quelli dei Loria, mediante le figure di un Ruggero conte dell’Oria, sposo di Bulfanaria de Oria, ed entrambi genitori tanto di un Roberto di Oria, quanto di un Gibel de Loria, con evidente confusione o interpolazione di notizie, poiché relativamente a Bulfanaria, nel Catalogus, solamente è detto: 229 ¶ Bulfanaria mater Robberti de Oria sicut dixit tenet in Oria feudum unius militis et cum | augmento obtulit milites duos (68). Suddetta Bulfanaria, che è da identificare secondo appunto il Catalogus esclusivamente con la madre di un Robbertus Mustacze (infra ¶ 178) (69), tenuto alla riparazione del castello di Oria, dall’Autore delle Memorie viene presentata invece come madre anche di un Gibel, del quale, tuttavia, ancora nel Catalogus, è riferito unicamente: 419 ¶ Gibel sicut dixit Guarrerius(…) tenet feudum unum(…) militis et cum augmento obtulit militites duos (70).”. Come poi il Gibel sovramenzionato, suffeudatario di Guerriero di Monte Fuscolo (71), potesse essere, per omonimia, identificato con ‘Gibel de Loria’, col quale, propriamente, invece, si avrebbe notizia del ramo dei Lauria, ciò risulta da un’acrobazia delle ‘Memorie’…..Allo stesso modo, per effetto di questa acrobazia, l’Autore delle ‘Memorie’ attribuiva a Gibel de Loria, i possedimenti dell’altro omonimo, in una fusione che prendeva dell’uno e dell’altro e poneva tutto insieme (72), la cui ovvia conseguenza era l’attribuzione di un territorio al ceppo dei Lauria, molto più vasto dell’effettivo. Spiluccando poi dai genealogisti cinque-seicenteschi e dalla platea di Luca Campano (73), l’Autore delle ‘Memorie’ perveniva quindi a parlare del nostro Ruggero, presentandolo come figlio di Riccardo di Lauria, figlio a sua volta di Gibel di Loria, poco, in effetti, curandosi – anche a dispetto della ribadita precisione – del salto di generazione che anche un calcolo approssimativo avrebbe dovuto necessariamente contemplare, escludendo sia a Riccardo, quanto a Gibel, una longevità biblica.”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (65) In proposito, si vedano invece L.-R. MÉNAGER, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italie méridionale et en Sicile (XIe-XIIe siècles), in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle prime giornate normanno- sveve, Bari, 28-29 maggio 1973, Bari, Edizioni Dedalo 1991, pp. 279-410 [ovvero ristampa della prima edizione, Roma, Il centro di ricerca, 1975 (Fonti e Studi del “Corpus membranarum italicarum”, XI), pp. 260-390, saggio, questo, ristampato anche in L.-R. MÉNAGER, Hommes et institutions de l’Italie normande, London, Variorum reprints, 1981, pp. 260-390] e successiva integrazione, ID., Additions à l’inventaire des familles normandes et franques émigrées en Italie méridionale et en Sicile, ancora in ID., Hommes et institutions, pp. 1- 17; L. MUSSET, L’aristocratie normande au XIe siècle, in La noblesse au moyen age. XIe-XVe siècles. Essais à la memoire de Robert Boutruche, réunis par Ph. CONTAMINE, Presses Universitaires de France 1976, pp. 71-96. (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177.”.

Nel 1140/1176, Luca della Monica, feudatario di Camerota

Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 432, in proposito scriveva che: “1140/1176 – La ‘Cronaca di Romualdo’, arcivescovo di Salerno, attesta che l’amministratore locale è Luca della Monica di Salerno (Ciociano, I, p. 55), il quale edifica la cinta muraria e le tre porte d’accesso alla rocca, (Archivio Cavense Cassa H, 12 marzo, Giustiniani, tomo III pag. 47, Ebner III e D’Alessio). I Benedettini e gli Ortodossi, cresciuti in potenza economica, sono in concorrenza tra loro (Guillou 277).”. Il Di Mauro cita il Ciociano. Infatti, Giovanni Ciociano, nel suo “Storie Camerotane”, parlando di Camerota e di Ruggero II nel 1140, pp. 53-54, in proposito scriveva che: “Tra i cittadini elettori degli amministratori dell’Università di Camerota – è feudatario un certo Luca della Monica da Salerno -, si trova Riccardo Florio, gran giustiziere del Regno, nominato da Guglielmo II il Buono, nipote di Ruggero II. Enel 1196 sarà uno dei giudici che processeranno il conte Riccardo della Mandra, imputato di congiura contro il Cancelliere Asclettino.”, aggiungo io “Asclettino”. Dunque, ritornando alla notizia del feudatario di Camerota: Luca della Monica di Salerno, il Di Mauro scriveva che egli era “l’amministratore locale”, mentre il Ciociano scriveva “feudatario“. Il Di Mauro scriveva che Luca della Monica fece edificare la cinta muraria di Camerota e le tre sue porte. Il Di Mauro cita in proposito un documento tratto dall’Archivio Cavense, H, 12 marzo 1140. Il Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli”, tomo III, a p. 47, in proposito scriveva che: “‘Luca della Monica’ di ‘Salerno’ ne fu possessore (I).”. Il Giustiniani, a p. 47, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Cassa H, mazzo 12……”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 586 parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani afferma che Camerota fu anche posseduta da Luca della Monica di Salerno (43).”. Ebner a p. 586, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Cassa H, marzo 12, n….., in Giustiniani cit., ibid.”.

Nel 882 e nel 909, Camerota e la roccaforte dei Saraceni

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 581, parlando di Camerota, scriveva che: “Si è detto poi che i saraceni di Calabria sbarcarono alla marina di Camerota e che risalendo la collina distrussero il villaggio dove “stabilirono una rocca forte”, di cui manca ogni notizia (5). Si è scritto pure (6) che i Saraceni di Agropoli e Camerota saccheggiarono Policastro nel 915.”. Ebner (…), a p. 581, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Guzzo (cit., pp. 80 e 104) malauguratamente non cita la fonte.”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri, etc’, a p. 80, dopo aver detto che verso la prima metà del IX secolo, i Saraceni dell’Africa settentrionale, nell’anno 845 essi avevano stabilito il loro covo alla Punta della Licosa, ecc.., scriveva che: “Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a tal punto, da fare di questo centro una potentissima roccaforte saracena nell’anno 882 (9).”. Guzzo, nella sua nota (9), postillava che la notizia era tratta da:  “(9) Hirsch F. – Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, pagg. 96-97.”. Il Guzzo, sempre a p. 80, continuando il suo racconto, scriveva che: Qualche anno dopo, altri Saraceni, provenienti dalle coste della Calabria, sbarcavano sulla spiaggia di Camerota, raggiungevano rapidamente il centro abitato e, dopo aver saccheggiato, devastato e dato alle fiamme tutto ciò che vi si trovava, causando sgomento e terrore negli abitanti sfuggiti alla morte, vi stabilivano una nuova roccaforte.”. L’interessante notizia dataci dal Guzzo, non è suffragata da un riscontro bibliografico che egli non fornì ma, scrivendo che si riferiva a “qualche anno dopo”, l’anno 882, credo sia una notizia tratta da Hisch e Schipa (…). Il Guzzo (…), ne parla anche a p. 104, dove scriveva che: “Nell’anno 909, altri Saraceni, al seguito del potente Capo arabo Ibrahim-Ibhn-Abhmed, provenienti dalla Calabria, dopo aver saccheggiato ed incendiato Camerota, vi fondarono una nuova, munitissima roccaforte che manda nelle tenebre sinistri bagliori di fuoco, si dirigono minacciosamente su “Skarius” (20).”. Il Guzzo, a p. 105, nella sua nota (20), postillava che: “(20) F. Cirelli, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835, pag. 36.”. Ebner, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Cirelli, cit, p. 36. Anche il Cirelli non cita la fonte.”. In proposito, devo segnalare che il Guzzo (…), riguardo questa notizia sui Saraceni a Camerota (…), nella sua nota (19), di p. 104, citava: “(17) Cilento Nicola, I Saraceni nell’Italia Meridionale nei secoli IX e X – stà in “Archivio Storico Napoletano”, 1958, pag. 109 segg.”. I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X, in «Archivio storico per le Province Napoletane», N.S. , XXXVIII (1958), pp. 109–122. Riedito con il titolo Le incursioni saraceniche nell’Italia meridionale, in Italia Meridionale Longobarda, c. VIII, pp. 175–189 e in Italia Meridionale Longobarda, II ed., cap. IX (I parte), pp. 135–148.

I FLORIO DI CAMEROTA, SIGNORI DI CORBELLA

Nel 1136, Goffredo di Camerota, “domnum de Camarota” acquistò un fondaco al porto di Oliarola

Antonio Caputo (….), nel cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), cita una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. Antonio Caputo (…), nella sua nota (23), postillava che: “(23) Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi pure A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Dunque, il Caputo scriveva che il “primo duca di Camerota”, Goffredo di Camerota, nell’anno 1136 acquistò un fondaco a “Oliarola” (Ogliastro Marina (come da documenti Cavensi – ABC, XXIII, 106, a. 1136), per l’attività che svolgeva, quella di commerciante trasportatore di carne secca in salamoia che veniva trasportata per conto dell’Abbazia di Cava dei Tirreni al porto di “Ogliarola” (Ogliastro Marina). Riguardo il villaggio di “Olearola”, Ebner, nel vol. II, a p. 214, in proposito scriveva che: “Villaggio sorto nei pressi dell’omonimo approdo, uno dei cinque “porti” del distretto di Cilento.”. Ma di questo documento Ebner non ne parla. Dunque, il Caputo (…), anche sulla scorta di Pietro Ebner (…), che citava molto il ‘Catalogus Baronum’, ci parlava di un mercante chiamato “Goffredo di Camerota” che in una pergamena conservata all’Abbazia benedettina di Cava de Tirreni, del 1136 ( XXIII, 106, a. 1136), “mercante” e “domnum da Cammarota”, che per conto dell’Abbazia benedettina di Cava, nel 1136, commerciava la carne secca o in salamoia e doveva consegnare la merce nel porto dell’Ogliarola (Ogliastro Marina) e che a tale scopo acquistò un fondaco a Camerota. Sulle origini questo personaggio, forse normanna, scriveva pure Amedeo La Greca. Infatti, Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 81 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni.”. Però poi, proseguendo il La Greca fornisce notizie più dettagliate su questo personaggio e scriveva che: “Il primo lo troviamo documentato indirettamente nel ‘Catalogus Baronum’ (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di S. Pietro ‘a li Cusati’? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Sempre il La Greca (….), nello stesso testo, a p. 81, in proposito a Goffredo scriveva che: “Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di San Pietro ‘a li Cusati’ ? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, il La Greca, come “ipotesi di lavoro” propendeva nel credere che che il primo “duca di Camerota” sia stato “Goffredo di Camarota”, “mercante” e “domnum di Camerota”, padre di Ruggiero di Camerota che figura nel “Catalogus Baronum” (nel 1144) Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136)”. Dunque, secondo il La Greca, il “primo duca di Camerota” era il figlio di Goffredo (Ruggiero). Goffredo, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, in questo breve passaggio il La Greca scriveva che “Ruggiero di Camerota”, che compare nel “Catalogus Baronum” era “figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’, nel 1136″. Dunque, il “domnum di Camerota”, Goffredo, era padre di Ruggiero di Camerota. Antonio Caputo scriveva che Goffredo di Camerota “primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. Su “Goffredo di Corbella” ha scritto Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 737, parlando del casale di ‘Corbella’, in proposito scriveva che:  “Nel 1150 ad Acquafredda, Orso, figlio di Martino, abitante ivi, acquistò (7) un terreno dal milite Pietro, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota.”. Dunque, in questo passaggio Ebner parlando di una vendita a Corbella chiarisce l’origine di Goffredo di Camerota. Ebner (….), nel vol. I, a p. 737, nella sua nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, XXVI, 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Riguardo questa notizia Pietro Ebner (….), a p. 437 del vol. I, in proposito al 5° documento recuperato negli archivi Cavensi (presumo che si riferisca al documento citato nella sua nota (…), di p. 737  “I, ABC, XXXIII, 16, 16 marzo a. 1169.”) parlando del casale di Acquafredda a p. 437, scriveva che: “Del villaggio è notizia più antica del 1150, a proposito dell’acquisto (1) di un terreno “in casali Acquafrigida”. Il contratto fu stipulato ta Orso, figlio di Landolo, di Acquafredda, e il milite Pietro, figlio di Martino, di Corbella, previo assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. La compra-vendita ci informa così che feudatario del luogo era Goffredo di Camerota, signore di Corbella, di cui è notizia anche nel ‘Catalogus Baronum’, e nel 1150 il figlio Ruggiero.”. L’Ebner (…), a p. 437, nella sua nota (1), postillava che: “(1) I, ABC, XXVII 71, febbraio a. 1150, XXII, Acquafredda.”.

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 737, in proposito scriveva pure che da Florio di Camerota dipendevano pure: “Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Ecc…”. Dunque, Ebner, a p. 737 scriveva che da Florio di Camerota dipendeva anche: “Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Ecc…”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Catalogus Baronum, nn. 434, 457, 460, 461.”. Dunque, Ebner segnalava che questo personaggio “Goffredo di Ruggiero di Camerota” figurava nel “Catalogus Baronum”, iniziatosi a compilare intorno all’anno 1144. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola che sorgeva su una breve altura a nord-ovest della depressione orografica de ‘li Cusati’ le quali, con le loro pertinenze, rappresentarono il primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espansione fondiaria della futura badia. Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Dunque, secondo il La Greca, il “primo duca di Camerota”, Goffredo dotò l’antica Abbazia di San Pietro di Licusati dei suoi beni (La Greca scriveva “primi possedimenti”) dell’Abbazia. Il La Greca scriveva pure che il duca di Camerota, che Ebner e Caputo individuavano come il mercante “Goffredo di Camerota”, possedeva i vasti territori che dal feudo di Camerota si estendevano fino ai casali di Lentiscosa e Licusati. Infatti, il La Greca individua tra queste assegnazioni all’antica abbazia benedettina di S. Pietro, la chiesa di S. Biagio a Camerota, la chiesa di S. Martino, la chiesa di S. Nicola, verso Licusati, la chiesa di S. Giovanni de lo Colazone nei pressi del torrente omonimo, la chiesa di S. Giuliano e la chiesa di S. Maria de li Piani a Lentiscosa, la chiesa di S. Maria Maddalena e la chiesa di S. Vito a Camerota, l’ospedale ad essa annessa, la chiesa di S. Antonio a Lentiscosa e la chiesa di S. Maria del porto a Palinuro. Tutti questi beni furono tutti donati e assegnati all’abbazia di S. Pietro di Licusati. Di dette assegnazioni il La Greca non fa menzione dell’antico monastero di S. Cono a Camerota. In queste note il La Greca (….), sulla scorta di Ebner chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: ecc…”. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti.

Nel 1136, la “chiesa” o “cappella di S. Vito” fu donata dal “duca di Camerota”, forse Goffredo di Camerota all’Abbazia di S. Pietro di Licusati

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Ma non risulta grancia di Grottaferrata che aveva nell’omonimo monastero di Rofrano il suo alter ego nelle terre dei principi longobardi: infatti, non è inserito tra le dipendenze assegnate a Santa Maria di Rofrano nel diploma di re Ruggero II all’abate Leonzio nel 1131 (70). Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola che sorgeva su una breve altura a nord-ovest della depressione orografica de ‘li Cusati’ le quali, con le loro pertinenze, rappresentarono il primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espansione fondiaria della futura badia. Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Sempre il La Greca (….), a p. 81, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni. Il primo lo troviamo documentato direttamente nel ‘Catalogus Baronum (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di San Pietro ‘a li Cusati’ ? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, il La Greca crede che il “duca di Camerota” “Goffredo di Cammarota”, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Compilato tra il 1144 e il 1148; è stato edito da E. JAMISON, Roma, 1972”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (73) postillava che: “(73) Dipendevano da costui anche Edolo di Magliano, Roberto di Salvatico, Niel di Pisciotta, Ruggiero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota: in P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, voll. 2, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 737. Dal momento che Florio a sua volta dipendeva da Lampo di Fasanella etc….”. In queste note il La Greca chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursu storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Questi monaci possedevano di fatto l’intero territorio, quasi del tutto disabitato, tanto che con lo scorrere del tempo e con l’attacco e le ruberie dei normanni ai possedimenti basiliani, dopo gli Angioini e gli aragonesi pur si trovano nelle loro mani estesi territori in tutto il Cilento come Bosco, S. Nazario, S. Mauro, Molpa, Palinuro, Centola, Celle, Roccagloriosa, Castelnuovo Cilento, Novi, oltre natuuralmente Camerota e Lentiscosa. Complessivamente nel 1613 si potevano contare circa 1600 ettari di soli terreni con esclusione delle chiese, delle case, dei mulini, delle stalle, ecc…Comunque Licusati fu aggregata al feudo di Camerota, benchè fosse alle dipendenze dirette della Badia. Ecc..”. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Dunque, il La Greca ci parla di assegnazioni fatte al cenobio e poi Abbazia di S. Pietro di Licusati. Tra queste assegnazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati vi fu anche quella di “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’)”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale ecc…“. Dunque, il Pasanisi ci scriveva che la “chiesa di S. Vito in Camerota….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, da tempo scomparsi” dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, tra le sue numerose dipendenze dell’antica Abbazia benedettina di S. Pietro di Licasati vi era anche “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“, ovvero l’ospedale annesso alla chiesa di S. Vito di Camerota. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, che scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate…….la chiesa di S. Vito in Camerota…….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”Angelo Gentile, in proposito scriveva che: “Da quanto sopra detto desumo che la cappella di san Vito non sia altro che uno scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso, tanto da evitare i fastidi degli effluvi cadaverici, ma vicino per visite e necessarie preghiere dei confratelli. L’unico dubbio potrebbe essere se la stessa cappella-sepoltura era utilizzata da altri, alludo alle famiglie notabili di Camerota.”. Dunque, secondo Angelo Gentile, la “cappella di S. Vito” doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. La “cappella” è un vano di forma quadrata ricavato nel banco tufaceo posto al di sotto un terrazzamento, poco discosto dal monastero dei Cappuccini. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, ecc…”. Come scrive Angello Gentile su un blog in rete, la “cappella” risultava scavata nel tufo e vi si accedeva, dopo breve salita, attraverso un’apertura senza alcuna porta, all’interno si notavano sei nicchie, due a dx, due a sx e due sulla parete di fondo.”. Come ho già scritto in un altro mio saggio sulle cappelle rupestri, S. Vito di Camerota era una grotta scavata nel banco tufaceo e probabilmente un’antica cappella funeraria dove venivano seppelliti i defunti già in epoca paleocristiana. Un sacello. Infatti, Angelo Gentile, in un blog da egli curato scriveva che “alla domanda di cosa poteva essere risposi immediatamente, memore di due esperienze pregresse, una da divulgatore storico e l’altra da storico. Ricordavo, infatti, di aver visto simile struttura a nicchie in occasione di un mio intervento quale guida, richiesta, pro amici di Modena in visita ad Ischia: li accompagnai tra l’altro al Castello aragonese e poi al Convento delle Clarisse ed alla sua chiesa dell’Immacolata, fondato nel 1575 dalla vedova d’Avalos per ospitare le figlie delle famiglie napoletane nobili, destinate a non sposarsi per non disperdere il patrimonio fondiario. Sotto la struttura cristiana potei far visitare agli amici (qualche signora rimase sconvolta) il famoso locale del “putridarium” ovvero scolatoio cioè un luogo appositamente previsto dove i cadaveri delle monache venivano posti, seduti, in nicchie. Al centro della seduta un foro che serviva per il deflusso dei liquidi, raccolti in appositi vasi di argilla, in napoletano “cantarelle”, dal greco “cantharus”. Successivamente le ossa erano raccolte, pulite, esposte al sole per renderle bianche e, finalmente, sepolte negli ossari. Quindi doppia sepoltura a salma ormai essiccata. Il luogo veniva quotidianamente visitato dalle monache per riflettere sulla caducità della vita secondo il detto della Genesi (3,19) “Polvere sei e in polvere tornerai”.

L’ospedale annesso alla chiesa e cappella di S. Vito a Camerota

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi alle donazioni del “duca di Camerota”, forse un certo “Goffredo di Cammarota”, all’antica abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che tra queste vi erano le: le chiese di…..e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc…”.. Dunque, il La Greca scriveva che il “duca di Camerota”, che ipotizza essere “Goffredo di Camerota”, intorno all’anno 1136 dotò l’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati di alcuni beni nel territorio di Camerota. Il La Greca scriveva pure che tra queste assegnazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati vi fu anche “assegnazione” della “chiesa” di “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’)”. Dunque, il La Greca, sulla scorta del Di Mauro e del Gentile scriveva che fu il duca di Camerota a donare la chiesa di S. Vito di Camerota, che in origine era una chiesa rupestre e, che in seguito sarà dotata di ospedale, sarà donata all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Onofrio Pasanisi fu di diverso avviso. Egli scriveva che la “chiesa di S. Vito a Camerota e l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa, Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“. Dunque, il Pasanisi ci scriveva che la “chiesa di S. Vito in Camerota….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, da tempo scomparsi” dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, tra le sue numerose dipendenze dell’antica Abbazia benedettina di S. Pietro di Licasati vi era anche “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“, ovvero l’ospedale annesso alla chiesa di S. Vito di Camerota. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, che scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate…….la chiesa di S. Vito in Camerota…….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”Il Pasanisi testimonia la presenza a Camerota dell’Ospedale che dipendeva dall’antico monastero di S. Pietro di Licusati. La presenza a Camerota di una istituzione Ospedaliera dipendente dal monastero (di S. Pietro di Licusati) attesta la presenza nell’area degli Ospedalieri Gerolosomitani. Rileggendo il testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79 apprendiamo che “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc..”. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca scriveva che la “chiesa” o la “cappella” di S. Vito a Camerota”, di cui ho parlato in un altro mio saggio, in origine era una chiesa rupestre, forse un eremo lauritico, ma in seguito questa cappella “sarà poi fornita anche di un ‘hospitale'”. La cappella di S. Vito a Camerota sarà dotata di un Ospedale. Infatti, il Pasanisi sebbene abbia scritto che sia l’Ospedale che la chiesa di S. Vito siano scomparse scrive pure che a Camerota esistevano “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima)”. Cosa significa tutto questo? Della chiesa o meglio ancora, della “cappella” di S. Vito di Camerota che, in origine era chiesa rupestre, ho parlato in un altro mio saggio perche si tratta di una grotta scavata nel banco tufaceo. Secondo Angelo Gentile, come vedremo innanzi scriveva che, la “cappella di S. Vito”, ai tempi del monastero dei cappuccini e poi convento di monache, doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. La notizia dell’Ospedale della chiesa di S. Vito di Camerota, notizia riportata dal La Greca (….) e prima ancora dal Cirelli e dal Pasanisi, riguardava l’assegnazione o la dipendenza di questo luogo dall’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. L’ospedale era posto nell’omonima Piazza del Monastero dei Cappuccini. La piazza omonima era ed è posta in un terrazzamento posto al di sopra della cappella di S. Vito a Camerota. L’ospedale annesso a questa antica cappella era probabilmente posto nel vicino monastero dei Cappuccini. Dunque, sul terrazzamento posto al di sopra della “Cappella di S. Vito” a Camerota sorse un monastero o “convento” di padri Cappuccini. La “cappella” è un vano di forma quadrata ricavato nel banco tufaceo posto al di sotto un terrazzamento, poco discosto dal monastero dei Cappuccini. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, ecc…”. La notizia dell’Ospedale della chiesa di S. Vito di Camerota, notizia riportata dal La Greca (….) e prima ancora dal Cirelli e dal Pasanisi, riguardava l’assegnazione o la dipendenza di questo luogo dall’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. L’ospedale era posto nell’omonima Piazza del Monastero dei Cappuccini. La piazza omonima era ed è posta in un terrazzamento posto al di sopra della cappella di S. Vito a Camerota. L’ospedale annesso a questa antica cappella era probabilmente posto nel vicino monastero dei Cappuccini. Dunque, sul terrazzamento posto al di sopra della “Cappella di S. Vito” a Camerota sorse un monastero o “convento” di padri Cappuccini. Sappiamo che in passato questo Ospedale e la cappella di S. Vito dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Vito, o Cappella ossia Ospitale extra moenia, sita all’ingresso di Camerota, …..istituita dai basiliani di San Pietro, fu anche lazzaretto, ora è inesistente; al suo posto è stato fatto spazio all’omonima piazza, (4d), 285 slm; et agiotop.”. Sempre il Di Mauro, a p. 379, in proposito scriveva che: “San Vito o Santo Vito o SANTU VITU, ‘dommula’ (piccola casa) – Chiesa di – ‘O-Spitale Sandu Vitillu o Ospedale della Chiesa di -; in un deposito c’erano botti in cui si raccoglieva l’incenso della Pineta di Sant’Iconio (vedi);”. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 362, in proposito scriveva che: “‘A PINETA RE SANT’ANTONIO o PINETA SANT’ICONIO o PINETA ‘NCENZO, a Camerota,……. gli asini trasportavano le cassette di 25 kg di incenso al deposito di San Vito; ecc..”.

Nel 1144, Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo di Camerota, signore di Corbella

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol . I, a pp. 736-737, parlando del casale di ‘Corbella’, in proposito scriveva di Florio di Camerota:  “Prima notizia nel ‘Catalogus Baronum’ (1), la cui redazione è da porsi tra il 1144 e il 1148 (2). In esso si parla di Florio di Camerota che, in quanto signore di Corbella, dipendeva dalla ‘contestabulia de Principato’ di Lampo di Fasanella. Dallo stesso Florio, però, che vedremo giustiziere nel 1178 (3) e che “tenet corbellam” (4), dipendevano Ruggiero, pure di Camerota, forse fratello di Florio presente ad Agropoli nel gennaio del 1144 nella restituzione da parte di Cosma, igumeno nel monastero di Pattano, della chiesa e del monastero di S. Marina de lo Grasso (località sottostante a Vallo della Lucania) all’abate Falcone di Cava (5). Da Florio di Camerota dipendevano pure Ebolo di Magliano, Roberto Selvatico, Niel di Pisciotta, Ruggero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Nel 1150 ad Acquafredda, Orso, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota. Nel 1169 Goffredo di Corbella, figlio del fu Ruggiero di Camerota, insieme alla madre Emma, vendettero (8) alla Badia per quattro once d’oro, un uomo (Pietro Contardo di S. Mauro Cilento), terre, selve, vigne “in pertinentiis casali Cornu” e in altri luoghi. Trattasi dello stesso Ruggiero che nel 1168 vendette Stabiano all’abate Marino e nove feudi, oliveti e selve siti nel distretto di Cilento (a. 1178) all’abate Benincasa per sedici once d’oro e 800 tarì salernitani (9). Giacomo di Morra, figlio di Errico, signore di parecchi feudi nel Cilento, ebbe poi anche la Baronia di Corbella. Avendo preso parte alla congiura di Capaccio venne poi ucciso con il suo primogenito Goffredo. Un terzo figlio Ruggiero, fu accecato, ma continuò a vivere. Re Manfredi, concesse poi i loro feudi a Filippo Tornello, ma poi Carlo d’Angiò li restituì ai fratelli Giacomo e Ruggiero di Morra.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Catalogus Baronum, ed. E. Jamison cit., Roma, 1972.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ebner, Storia cit., p. 7, n. 41 ed Economia e società cit., I, p. 238, sg.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Ne dice Romualdo Guarna, ad a. 1178 a proposito della ribellione dei “rustici” di Faiano. Cfr. Ebner, Economia e società, ma vedi pure pp. 208 e 309.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Catalogus Baronum, p. 439, vedi pure il n. 454.”.  Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (5), postillava che: “(5) I. ABC, XXV, 56, gennaio a. 1144, VII, Agropoli.”.  Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Catalogus Baronum, nn. 434, 457, 460, 461.”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (7), postillava che: “(7) I, ABC, XXVI, 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (8), postillava che: “(8) I, ABC, XXXIII, 16, 16 marzo a. 1169.”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (9), postillava che: “(9) I, ABC, XXXIV, 22, aprile a. 1172, Cilento.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc’, a pp. 238-239, nella sua nota (92), postillando, parlava dei militi e dei feudatari elencati nel ‘Catalogus Baronum’, pubblicato dalla Jamison (…) e, parlando di essi, in proposito a Ruggiero di Camerota, figlio di un Goffredo di Camerota, scriveva che: “Il Ruggiero di Camerota del successivo n. 455, è senza dubbio ‘Roggerius dominus de Camerota’ presente ad Agropoli nel gennaio 1144 – ined., ABC, XXV 56, VII – come mallevadore nell’atto di restituzione da parte dell’igumeno di Pattano, Cosma, di S. Marina de Grasso all’abate di Cava Falcone; lo stesso Ruggiero che – ined. G 50 febbraio a. 1146, X, S. Matteo ‘ad duo flumina – tradidit all’abate Marino di Cava il figliuolo del suo milite Gentecore – ipsum Johannem filium ipsius Gentecore – con tutto ciò che apparteneva al medesimo Giovanni. Il figliuolo Goffredo vendette – a. 1168 – all’abate Marino, Stabiano eben nove feudi alla Marina del Cilento – a. 1172 – all’abate Benincasa. Cfr. pure i nn. 455 – ‘Raul tenuit balium filii Rogerii Camerote’ – , 456 Ebolo di Magliano ecc…”. Dunque, dalle note postillate da Ebner, si apprende che Ruggiero di Camerota era sposato con Emma, i quali avevano un figlio, “Goffredo di Corbella”, risulta da una vendita del 1169 alla Badia di Cava de Tirreni. Pare che questo Ruggiero di Camerota (padre di Goffredo di Corbella), nel 1168 vendette Stabiano all’Abate Marino di Cava. Poi l’Ebner continua il suo racconto su Giacomo Morra e su suo figlio Enrico Morra, che divennero signori di Corbella e che furono uccisi da Federico II di Svevia per aver partecipato alla “Congiura di Capaccio”. Pietro Ebner, nel vol. I, a p. 437, ci parla del vecchio casale di ‘Acquafredda’, un casale forse sulle rive dell’Alento ed oggi scomparso come quello di Corbella, e che l’Ebner dice da non confondere con il casale vicino Maratea in Provincia di Potenza. Ebner a p. 437, in proposito scrive che: “Nell’Archivio Cavense mi è riuscito di reperire finora solo altri quattro documenti, tutti del XII secolo, che riguardano Acquafredda, villaggio che dagli atti cavensi s’induce ubicato nei pressi di Corbella, tra Corno, Musurecle e Pentamina.”. Tutti casali oggi scomparsi dalle mappe. Non sono riuscito  a capire dove fossero. Ebner (…), a p. 437 del vol. I, in proposito al 5° documento recuperato negli archivi Cavensi (presumo che si riferisca al documento citato nella sua nota (…), di p. 737  “I, ABC, XXXIII, 16, 16 marzo a. 1169.”), parlando del casale di Acquafredda a p. 437, scriveva che: “Del villaggio è notizia più antica del 1150, a proposito dell’acquisto (1) di un terreno “in casali Acquafrigida”. Il contratto fu stipulato ta Orso, figlio di Landolo, di Acquafredda, e il milite Pietro, figlio di Martino, di Corbella, previo assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. La compra-vendita ci informa così che feudatario del luogo era Goffredo di Camerota, signore di Corbella, di cui è notizia anche nel ‘Catalogus Baronum’, e nel 1150 il figlio Ruggiero.”. L’Ebner (…), a p. 437, nella sua nota (1), postillava che: “(1) I, ABC, XXVII 71, febbraio a. 1150, XXII, Acquafredda.”. Dal punto di vista storiografico, sui Florio di Camerota, la prima citazione in assoluto ci proviene da un manoscritto apocrifo, inedito. Il manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli (…), un monaco che scrisse questo manoscritto di cui una copia era stata rinvenuta dal Volpicella (…). Luca Mannelli (…), nella sua ‘Lucania sconosciuta’, da cui molto probabilmente il Gatta (…), ha tratto la sua cronaca, ci parla di Camerota e dei Florio. Citato pure dal Laudisio nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”, citava il Mannelli (…), e dall’Antonini (…)

Mannelli, p. 46v.JPG

Il Mannelli (…) scrive di Camerota e dei Florio (…), che: “Rese chiara e famosa questa terra al tempo dei Normandi, la famiglia Camerota così detta per antonomasia, essendo la più nobile che vi fiorisse, della quale era quel Florio, che oltre l’essere assai ricco Barone, dice Ugone Falcando, che essendo Giustiziero, fu uno dei Giudici nella causa del Conte Riccardo di Mandra, Conte di Molise, imputato di contro del Gran Cancelliere, e d’altri delitti annoverando i Giudici con questo Ordine.   

1-rit[2]

(Fig….) Luca Mannelli (…), ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto, dove si parla di Camerota e dei Florio, p. 46r.

“quella opinione, quanto vera in alcuni particolari, tanto falsa in generale che il nominarsi tal’uno di qualche luogo particolare, dinotava essere padrone, ma per convincere con prova manifesta che questo Florio di Camerota, non fusse altrimenti Signore di questa Terra apportaro la numerazione de Baroni fatta a quei tempi, dove ne lui ne altro di tal famiglia si leggesi dominar di Camerota, ma ben altri luoghi. Dicesi dunque in quel Registro ‘Florius tenet Corbella Rendu 11 mil. Pro alio ……………fuit Rogery Russi, qui dictus est Rex, quod domini Rex, ………….obtulit mil. 11 il medesimo come Commendatario di Guglielmo Sanseverino offrì altra quattro soldati. Di un altro si legge ‘Raul. tenet Balius filii Rogery de Camerota tene 11 mil. obtulit mil. IV et pro alio Rendo uniui mility quod Domini Rex ei trudit, obtulit …augumento militi II’ fu Filippo di Camerota, fu parimenti fu Giustiziero Regio insieme con Luca Guarna, pure sotto de’ Re Normandi, come si nota nella cronaca di Romualdo, Regnando i Svevi, si ritrova memoria di Carlo e di Giovani dè Conti di Militello e di Montesarchio, come anco di Filippo erede del già detto Giustiziero. Ecc..”. Il Mannelli, prosegue il suo racconto sui Florio dei Camerota negli anni dopo gli Svevi. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, da p. 581 in poi, proprio sulla scorta della Jamison (…), scriveva in proposito: “Dal ‘Catalogus baronum’ (…) si rileva che Florio di Camerota, signore di Corbella, era tenuto a fornire due militi e con l’aumento quattro militi per Corbella e due per un altro feudo.“. L’Ebner (…), ci parla di “e dodici per il demanium suum Florio di Camerota (n. 454), da cui eredi, l’abbate Cavense Marino acquistò Stabiano nel 1168 e l’abate Benincasa nel 1172 ben nove feudi.”, anni quelli indicati che riguardano la dominazione Normanna ma molto dopo la morte del Guiscardo e, prima della conquista Sveva. Dunque, i Florio erano gli eredi dei Marchisio?. Esiste un collegamento tra la famiglia dei Marchisio, al tempo dei Normanni del Guiscardo ed i Florio di Camerota, che ritroviamo nel 1185, citati nel “Catalogus baronum” ?. L’Ebner, nel suo, Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 580 e s., parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum‘, sulla scorta della Jamison (…), scriveva in proposito: “Dal Catalogus baronum (…), si rileva che Florio di Camerota, signore di Corbella, era tenuto a fornire due militi e con l’aumento quattro militi per Corbella e due per un altro feudo.”.

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(Fig….) Ebner (…),

Pietro Ebner (…), a proposito di Camerota, traendo notizie dal ‘Catalogus’, non cita affatto la notizia riferitaci dal Gatta (…) ma, parlando di Licusati nel vol. I (p. 120), scrive: “Vanno ricordati pure gli atti di violenza contro il feudatario Marchese verificatisi a Camerota (v.), il 23 Luglio 1647 e il 24, quando peggiorarono per il “romore, tumulto, risse, homicidi et precipue, la morte successe in persona di Giovanni Battista di Rutolo del casale di Licusati.”. L’Ebner (…), ci parla di “e dodici per il demanium suum Florio di Camerota (n. 454), da cui eredi, l’abbate Cavense Marino acquistò Stabiano nel 1168 e l’abate Benincasa nel 1172 ben nove feudi.”, anni quelli indicati che riguardano la dominazione Normanna ma molto tempo dopo la morte del Guiscardo e, prima della conquista Sveva. Il Guzzo (…), nel suo ‘Il Golfo di Policastro ecc..’, sulla scorta dell’Ebner (…), parlando di Camerota, scriveva in proposito: “Nella seconda metà del XII secolo, si trova menzionato, come cittadino di Camerota, Riccardo Florio, “giustiziero’ di Guglielmo II il Buono, nipote di Ruggero I re di Sicilia. Egli era tenuto in così grande stima dal re, che questi, nell’anno 1176, lo mandò con Elia, vescovo di Troia, e con Arnulfo, vescovo di Capaccio, in Inghilterra, a chiedere in moglie, al re Enrico II, capostipite della famiglia dei Plantageneti, la figlia di questi Giovanna. Il Florio dovette possedere anche diversi feudi in quanto, al tempo della seconda Crociata, contribuì tangibilmente alla formazione dell’esercito per la Terra Santa, con l’offerta di 63 soldati scelti e 50 serventi ai pezzi di artiglieria (8).. Il Guzzo (…), postillava che la notizia era tratta dall’Antonini (…), parte II, p. 412. L’Antonini (…), a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, scriveva in proposito che: “Ci conservò la memoria (I) di quest’uomo ‘Romualdo’ Arcivescovo di Salerno nella sua ‘Cronaca’ colle seguenti parole “, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176):

Antonini, p. 412 sui Florio

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(Fig…) Antonini (…), Parte II, Discorso X, p. 412-413

L’Antonini (…), a proposito di Florio di Camerota, nella sua nota (I), postillava che: “Trovo in Falcando, e nell’Inveges, ecc..”. L’Antonini si riferiva alle cronache dei due cronisti dell’epoca Ugo Falcando (…), ‘Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni’, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli e ad Agostino Inveges (…). Lo storico Angelo Bozza (50), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrive sui Florio: “Florio (Riccardo) di Camerota, nobilissimo barone, fu gran giustiziere del re Guglielmo II e suo intimo confidente; poichè questo re gli affidò il delicato incarico nel 1176, di chiedere al re d’Inghilterra Errico II la figlia Giovanna in isposa. Fu anche uno dei nobili giudici che nel 1169 condannarono Riccardo di Mandra conte di Molise. Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Pietro Ebner, nel suo, vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 580 e s., parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum’, sulla scorta della Jamison (…), scriveva in proposito: “Dal Catalogus baronum (7), si rileva che Florio di Camerota, signore di Corbella…..Grande personaggio del Regno, Florio venne inviato in Inghilterra con i vescovi Elia di Troia e Arnolfo di Capaccio da re Guglielmo il Buono (II, 1166-1188) a re Enrico II per chiedergli la mano della figliuola Giovanna, sorella di Riccardo Cuor di Leone, che accompagnarono in Sicilia nel 1176 (8).”. “8- L’evento è ricordato da Romualdo Guarna (Cronaca ad a.): Interea rex W (ilielmus) consilio Papae Alexandri (III, 1151-1189), Eliam Troianum electum, Arnulphum Caputaquense ecc…”. “Florio nella crociata del 1188 fornì 63 militi e 50 uomini d’arme.”. Scrive in proposito l’Ebner, nelle sue note che: “L’evento è ricordato da Romualdo Guarna in ‘Cronaca ad a.’. Ruggiero D’Honwrdea, negli ‘Annali d’Inghilterra’, ricorda Florio come conte e nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…”. Ebner dice che ne parla anche l’Antonini, I, p. 411. Poi a p. 582, e scrive che Florio è ricordato ancora da Falcando (LIII: “Floriu camerotensis iudiciarius”). Il Capecelatro (…), ricorda “Guglielmo di Camerota, giustiziere del Principato, ai tempi (a. 1177) di re Guglielmo il Buono, con Luca Guarna.”. La notizia citata da Ebner, riguarda re Guglielmo II e Camerota è quella secondo cui fallito il progetto di matrimonio di Guglielmo con la principessa bizantina, Maria, figlia dell’imperatore Manuele I Commeno, papa Alessandro III si oppose nel 1173 al matrimonio tra il re normanno e Sofia, figlia di Federico I Barbarossa. Nel 1176 fu inviato Alfano di Camerota, arcivescovo di Capua, a negoziare il matrimonio con la figlia di Enrico II d’Inghilterra, per instaurare un’alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti. La missione fu svolta con successo e la principessa fu condotta nella capitale. A Palermo il 13 febbraio 1177 Guglielmo sposò Giovanna Plantageneto (1165-1199), sorella di Riccardo Cuor di Leone. Alfano di Camerota (1158 circa – 1182 circa) fu arcivescovo di Capua dal 1158 fino alla sua morte. Amico intimo di papa Alessandro III, ricevette da costui nel 1163 una lettera che lo avvertiva di una congiura contro il re Guglielmo I di Sicilia. Tramite suo nipote Florio di Camerota, Gran Giustiziere del Principato di Salerno, Alfano avvertì il re. Come ambasciatore di re Guglielmo II il Buono, nell’autunno del 1176 si recò in Inghilterra per negoziare il matrimonio di Giovanna, figlia di Enrico II, con Guglielmo II, allo scopo di creare un’alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti. Durante il viaggio fu accompagnato da Richard Palmer, arcivescovo inglese di Messina, e il conte Roberto di Caserta. La trattativa ebbe successo e il matrimonio – con la susseguente proclamazione di Giovanna quale regina di Sicilia – ebbe luogo il 18 febbraio 1177 a Palermo.

Nel 1161, Ruggero “Sclavo”, figlio naturale di Simone del Vasto o Simone di Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o Paternò- Butera

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a pp. 435-436, in proposito scriveva che: “Legata alla Corona, la Casa aleramica di Sicilia conservò la sua potenza e prosperità finchè durò questa solidarietà. Tre generazioni dopo il conte Enrico, i buoni rapporti si alterarono: fu nella contea di Butera che le animosità fra lombardi e arabi esplosero, fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale, gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Sclavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54), Ruggero, privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’innamorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Pontieri, a p. 436, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Pontieri scriveva che Ruggero Sclavo era figlio naturale di Simone del Vasto o Simone Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o conte di Paternò-Butera. Dunque, Ruggero Sclavo era nipote di Enrico del Vasto. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 436, in proposito scriveva che: “…fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Slavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54). Ruggero privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’inonorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero Sclavo, (in latino Rogerius Sclavus), (XII secolo – post 1177), è stato un nobile del Regno di Sicilia nel XII secolo, uno dei capi della rivolta baronale del 1161 contro Guglielmo I di Sicilia. Ruggero Sclavo era il figlio illegittimo di Simone Del Vasto, conte di Butera, di Paternò, di Policastro e signore di Cerami. Simone era a sua volta figlio di Enrico del Vasto e di Adelaide. Ruggero Sclavo era figlio illegittimo di Simone del Vasto, conte di Policastro. Ruggero apparteneva quindi ai Del Vasto, ramo degli Aleramici, ed era fratellastro di Manfredo del Vasto, e nipote della normanna Flandina d’Altavilla, figlia di Ruggero gran conte di Sicilia. Nel marzo 1161 fallì la rivolta popolare promossa a Palermo da Matteo Bonello contro il re Guglielmo I e i musulmani che ancora vivevano in Sicilia, considerati usurpatori. Alcuni degli sconfitti si rifugiarono nei territori aleramici dell’isola abitati da lombardi (Butera, Piazza Armerina), immigrati nell’isola al seguito dei del Vasto. Ruggero Sclavo, come Tancredi, rientrò in Sicilia dopo la morte del re 1166 ed era ancora documentato in vita nel gennaio 1177.

Nel 1176, Riccardo Florio di Camerota, nipote di Alfano, riceve l’incarico da re Guglielmo II il Buono

Secondo la Treccani on-line, “Florio di Camerota” è: “Nobile del principato di Salerno ricordato per la prima volta alla metà del sec. XII, fu un tipico esponente della classe dominante del Regno normanno. Pur senza esserne uno dei maggiori baroni, infatti, i suoi possedimenti erano comunque rilevanti: vassallo diretto del re per Camerota, feudo per il quale prestava un servizio ordinario di dodici milites, da lui dipendevano anche, nella stessa zona, vari signori minori. Questi beni lo collocavano in una fascia sociale appena inferiore a quella dei più importanti signori feudali, un ceto che venne utilizzato dai re normanni per creare l’ossatura della loro amministrazione statale; la carriera di Florio è, in questo senso, esemplare. Nel 1150-51 ricopriva la carica di giustiziere nella Curia del principato di Salerno con il collega Lampo di Fasanella (altro rappresentante della media feudalità). Di fronte a loro venne discussa una causa intentata dall’arcivescovo di Salerno contro un signore laico accusato di aver usurpato alcuni beni ecclesiastici: Florio e il suo collega si pronunciarono in favore dell’arcivescovo. La sua attività giudiziaria proseguì negli anni successivi (è nota un’altra sentenza del 1158) per interrompersi soltanto in seguito a un evento sfortunato che lo costrinse ad un breve periodo di esilio dal Regno. Nel 1164, infatti, papa Alessandro III incaricava l’arcivescovo Alfano di Capua (uno dei suoi principali sostenitori nel Mezzogiorno nonché zio di Florio) di avvertire Guglielmo I di Sicilia che la sua vita era minacciata da una congiura di palazzo; l’arcivescovo non si recò personalmente a Palermo, ed inviò invece suo nipote. L’ambasceria costò assai cara a Florio: il re normanno, infatti, non prestò fede a quanto gli venne riferito, e condannò l’inviato del papa e dell’arcivescovo di Capua all’esilio. Florio decise di recarsi a Gerusalemme, certo dopo aver sollecitato lo zio ad adoperarsi presso il pontefice per ottenere il perdono del sovrano. Il 16 febbraio 1165 papa Alessandro III scriveva al re di Francia Luigi VII perché intercedesse in suo favore presso il re di Sicilia; in quest’occasione il papa definiva Florio “unus de maioribus Calabriae [sic!] baronibus”, ma si trattava verosimilmente di un’esagerazione per indurre il sovrano francese a intervenire. Non sappiamo se l’intervento del re di Francia abbia indotto Guglielmo I a tornare sulla sua decisione, o se soltanto la morte di quest’ultimo (maggio 1166) abbia permesso a Florio di rientrare in patria. Nel 1168 troviamo Florio reintegrato nel suo ruolo sociale e giudiziario: nel gennaio di quell’anno, infatti, egli era a Messina tra i componenti del tribunale incaricato di giudicare Riccardo de Mandra, accusato di tradimento; la sua presenza nella Magna Curia fu tuttavia, con ogni probabilità, occasionale e limitata a questo procedimento, e presto Florio dovette tornare a svolgere le sue normali funzioni di giudice locale nel principato di Salerno. Quattro anni più tardi (1172), nell’esercizio di questa funzione con il suo collega Luca Guarna, Florio definiva una lunga lite tra gli uomini di Corleto e i loro signori, spostandosi in vari centri della zona: Larino, Eboli, la stessa Salerno. Nel 1176 Alessandro III e l’arcivescovo Alfano ottennero per lui un incarico diplomatico di prestigio: Florio fu tra gli ambasciatori inviati da Guglielmo II alla corte di Inghilterra per chiedere in sposa Giovanna, la figlia del re Enrico II; probabilmente, sempre con suo zio Alfano. presenziò alle nozze celebrate a Palermo il 18 febbraio 1177. Le ultime informazioni che possediamo sulla vita di Florio ce lo mostrano nuovamente impegnato nel suo ufficio di regius iustitiarius: nel 1177 gli venne affidato dal re Guglielmo l’incarico di perseguire gli assassini dell’abate Matteo del monastero salernitano di S. Benedetto. La sentenza contro i colpevoli venne emessa da Florio, ancora una volta in compagnia di Luca Guarna, l’anno successivo. Segue un periodo, di circa dieci anni, durante il quale non sappiamo più nulla di Florio; soltanto nel 1189 è presente in un documento, anche questo relativo a un procedimento affidatogli da Guglielmo II. Si trattava, in questo caso, di dirimere una controversia, riguardo al possesso di un terreno, sorta tra Gerardo, abitante della città calabrese di Rossano, e Nettario, abate del vicino monastero greco di S. Maria del Patir. Non si hanno ulteriori notizie su Florio, che tuttavia doveva essere ormai in età avanzata, visto che la sua attività di ‘iustitiarius’ durava ormai da ben trentanove anni: la sua morte deve essere quindi avvenuta, con ogni verosimiglianza, negli anni immediatamente successivi al 1189.”.

Nel 1188, Riccardo Florio di Camerota, fornisce militi per la III Crociata

Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che nel 1188 compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i pesonaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella,  “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Il mio amico Michael Shano, mi dice che la notizia è citata anche nel testo di Giovanni Ciociano (…), nel suo ‘Storie camerotane‘. Lo storico Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrive sui Florio: “Florio (Riccardo) di Camerota, nobilissimo barone, fu gran giustiziere del re Guglielmo II e suo intimo confidente; poichè questo re gli affidò il delicato incarico nel 1176, di chiedere al re d’Inghilterra Errico II la figlia Giovanna in isposa. Fu anche uno dei nobili giudici che nel 1169 condannarono Riccardo di Mandra conte di Molise. Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Gli autori del saggio, sulla scorta di Ebner (…), riportano le notizie sulla ‘leggenda’, ovvero sulla partecipazione di Florio alla terza Crociata e di ciò che raccontava Ebner (…), sull’argomento. Secondo, il cronista Rodolfo Cadomense (Roul Caen)(…), il feudatario di Camerota e Licusati doveva chiamarsi ‘Marchisio’, da Bon Marchisii o ‘Bonmarchis’, e già esisteva nel 1185, anno della compilazione del nuovo ‘Catalogus baronum’, compilato per la III Crociata di re Guglielmo II, ove figurava un ‘Florio di Cameroto’. A p. 42, Antonio Capano (…), ci parla di un Barone di Camerota nel 1136 e, poi cita “Florio di Camerota” che figura nel ‘Catalogus Baronum’ (…), compilato nel 1185, epoca della terza Crociata di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”. Secondo, il cronista Rodolfo Cadomense (Roul Caen)(…), il feudatario di Camerota e Licusati doveva chiamarsi ‘Marchisio’, da ‘Bon Marchisii’ o ‘Bonmarchis’, che esisteva nel 1185, anno della compilazione del nuovo ‘Catalogus baronum’, compilato per la III Crociata di re Guglielmo, ove figurava un ‘Florio de Cameroto’. Dunque, il La Greca (…), anche sulla scorta di Pietro Ebner (…), che citava molto il ‘Catalogus Baronum’, ci parlavano di un feudatario di Camerota, chiamato Goffredo. Secondo il La Greca, sulla scorta di Ebner (…), questo mercante Goffredo, aveva un figlio ‘Ruggiero di Camerota’ che compare nel 1188 nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. Amedeo La Greca (…), a p. 81, nella sua nota (72), postillava che il testo del ‘Catalogus Baronum’ era stato pubblicato dalla Evelin Jamison (…) e nella sua nota (73), postillava in proposito che: “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Anche il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a p. 412, parlando di Camerota, in proposito scriveva che: …………………….

Antonini, Florio, p. 411

Lo storico Angelo Bozza (50), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrive sui Florio: “Florio (Riccardo) di Camerota, nobilissimo barone, fu gran giustiziere del re Guglielmo II e suo intimo confidente; poichè questo re gli affidò il delicato incarico nel 1176, di chiedere al re d’Inghilterra Errico II la figlia Giovanna in isposa. Fu anche uno dei nobili giudici che nel 1169 condannarono Riccardo di Mandra conte di Molise. Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Del ‘Catalogus Baonum’, ha scritto anche il Racioppi (…) che citava lo studio di Bartolomeo Capasso (…), “Sul Catalogo dei Feudi e dei Feudatari delle Provincie Napoletane sotto la dominazione Normanna”, che citava e diceva chel’antico documento conservato presso il Grande Archivio di Napoli, andato perso nel rogo del 1943, fu pubblicato integralmente per la prima volta da Carlo Borrelli. Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono” e che in seguito, alcune saranno avocate al fisco di Federico II di Svevia per fellonia. Con il ‘Catalogus baronum’, arretriamo di qualche secolo le notizie che riguardano alcuni centri come ad esempio il centro di Camerota. Il ‘Catalogus Baronum’ o “Catalogo dei Baroni” fu pubblicato per la prima volta da Carlo Borrelli (9), in Appendice al suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, Napoli, 1653. Il Borrelli (…) a pp. 48 e sg., ci parla dei sottoposti che dipendevano da Lampo di Fasanella ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Il Borrelli (…) a p. 46, parla dei “Barones Regni de Principatv – De Comestabulia Lanpi de Fasanella” e,  nell’elencarli tutti. Il Capasso (…), a p. 21, dissertando sulle origini del documento conservato negli Archivi Angioini (poi andati persi), scriveva che: “Mancano poi interamente, nè per verità dovevano starci, le Calabrie,  le quali allora ed anche per parecchi anni dopo appartenevano amministrativamente parte della Sicilia, e non del Ducato di Puglia,  conseguenza della prima divisione fatta dopo la conquista Normanna da Roberto Guiscardo, ed il Gran Conte Ruggiero, indi nei pimi anni dagli Angioini distrutta..

Borrelli, p. 46

(Fig…) Carlo Borrelli (…), del ‘Vindex Neapolitani etc.’, p. 46

Camerota

(Fig. 12) ‘Catalogus Baronum’, pubblicato dalla Jamson (…), p…..

Per quanto riguarda il feudo di Camerota, nel ‘Catalogus Baronum’, di cui quì riportiamo i nn. 454-455-456-457, del ‘Catalogus’, pubblicato dalla Jamison (…), e di cui ci siamo occupati in un altro nostro saggio ivi pubblicato, ritroviamo “f. 30t 439. Florius de Cameroto (h)(3) tenet Corbellam (4) quod est sicut (c)” :

Florius de Camerota

Camerota

(Fig….) ‘Catalogus Baronum’, pubblicato dalla Jamson (…), p…..

Infatti, nel ‘Catalogus Baronum’, pubblicato da Evelin Jamison (…), a p….., troviamo un: “f…. 455. (Raul tenuit balium filii (b) Rogerii Camerote (3) quod feudam (c) duorum militum et cum augmento obtulit milites quattuor et pro alio / feudo unius militis quod dominus Rex ei redditit cum augmento milites duos (d). Una sunt inter feudam et augmentum milites sex)(e).”, ecc..ecc..”. Il La Greca (…), a p. 81, nella sua nota (72), postillava che il testo del ‘Catalogus Baronum’ era stato pubblicato dalla Evelin Jamison (…) e nella sua nota (73), postillava in proposito che: “(73) Dipendevano da costui anche Ebolo di Magliano, Roberto di Salvatico, Niel di Pisciotta, Ruggero Pelitto e Goffredo di Ruggero di Camerota: in P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, voll. 2, Ed. di Storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 737. Dal momento che Florio a sua volta dipendeva da Lampo di Fasanella, contestabile (barone) di Principato, è individuabile in questa ragnatela di dipendenze la primitiva struttura verticistica pre-feudale.”. Per quanto riguarda il feudo di Camerota, nel ‘Catalogus Baronum’, di cui quì riportiamo i nn. 454-455-456-457, pubblicato dalla Jamison (…), Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, da p. 581 in poi, proprio sulla scorta della Jamison (…), scriveva in priposito: “Dal ‘Catalogus baronum’ (…) si rileva che Florio di Camerota, signore di Corbella….”. L’Ebner (…), ci parla di “…e dodici per il demanium suum Florio di Camerota (n. 454), da cui eredi, l’abbate Cavense Marino acquistò Stabiano nel 1168 e l’abate Benincasa nel 1172 ben nove feudi.”.

La III Crociata in Terra Santa

La Terza Crociata (1189-1192), conosciuta anche come “Crociata dei Re”, fu un tentativo, da parte di vari sovrani europei, di riconquistare Gerusalemme e quanto perduto della Terrasanta al Saladino (Ṣalāḥ al-Dīn Yūsuf ibn Ayyūb). La campagna militare portò i crociati a riprendere il controllo di importanti città come Acri e Giaffa e a fermare l’espansione dei musulmani, tuttavia non riuscirono nell’intento di conquistare la città santa di Gerusalemme che era l’obiettivo emotivo e spirituale della spedizione. Dopo il fallimento della II Crociata, la dinastia musulmana Zengide, che controllava una Siria unificata, era impegnata in un conflitto con i sovrani fatimidi dell’Egitto. Il condottiero curdo Saladino riuscì ad unificare le due fazioni, siriana ed egiziana, sotto il suo comando e forte di questa unione si scagliò contro gli stati crociati riuscendo a catturare Gerusalemme nel 1187. Spronati dallo zelo religioso, il re Enrico II d’Inghilterrae il re Filippo II di Francia (noto come Filippo Augusto) misero fine al conflitto che li vedeva opposti per impegnarsi a condurre una nuova crociata. Prima che l’impresa avesse avuto inizio, la morte di Enrico II avvenuta nel 1189, portò il passaggio del comando del contingente inglese al suo successore, re Riccardo I d’Inghilterra (noto come “Riccardo Cuor di Leone”, in francese ‘Cœur de Lion’). Enrico II d’Inghilterra morì il 6 luglio 1189, sconfitto da suo figlio Riccardo I, detto “Cuor di Leone” e da Filippo III. Riccardo ereditò la corona e subito cominciò a raccogliere fondi per finanziare la crociata. Nel luglio del 1190 riuscì a salpare da Marsiglia alla volta della Sicilia. A governare in Sicilia era re Tancredi, conte di Lecce che era succeduto al defunto Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono“, morto l’anno precedente (a. 1188). Tancredi fece prigioniera Giovanna d’Inghilterra, moglie di Guglielmo II e sorella di Riccardo. Tuttavia, Riccardo prese la città di Messina il 4 ottobre 1190, ottenendo la liberazione di Giovanna. Poco dopo aver lasciato la Sicilia, la flotta di Riccardo fu messa a dura prova da una violenta tempesta: molte navi andarono perdute, mentre quella che trasportava Giovanna, sorella di Riccardo e vedova di Guglielmo II, e Berengaria di Navarra, promessa sposa di re Riccardo e che trasportava gran parte del tesoro accumulato per finanziare la crociata, fu costretta a trovare un approdo di fortuna nei pressi di Limassol, sull’isola di Cipro. Gli eventi della Terza Crociata furono narrati da Giraldus Cambresis e dal poeta Ambrogio. La spedizione di Federico I Barbarossa è narrata nella ‘Historia de expeditione Federici’, redatta da un certo Ansbert. Sul versante bizantino è disponibile la Narrazione cronologica di Niceta Coniate, grande logoteta bizantino, che riporta gli eventi tra il 1118 ed il 1206.

La chiesa di San Juliano (S. Giuliano) a Lentiscosa

Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Giuliano a Lentiscosa, cappella nel C.O. del 1754, in Gentile II 91-109, (mc 19 A); etimologia agiotopografica, vedi S. Giuliano.”. Sempre il Di Mauro (….), a p. 377, in proposito scriveva che: “San Giuliano o Santo Juliano o Joliano, a Lentiscosa, nel 1529 in ASS notar Trencia, fs 26, lib. II pag. 127, lib. IV pag. 172, e locale con olivi in C.O. 14-36-67, detto anche La Fontana nel 1766 in Santangelo 208-287; etimo estinto.”. Il Di Mauro citava il “Santangelo”. Si tratta di Rosanna Santangelo (….), e del suo “La società di Lentiscosa nella seconda metà del ‘700 attraverso gli atti del notaio Nicola Granato 1766-1770”– tesi di Laurea anno 1987/88, presso il Museo Vico Palazzo Vargas di Vatolla (Santangelo). Su questa chiesa hanno scritto anche altri autori. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti:…..Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Ecc….. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Dunque, il La Greca crede che il “duca di Camerota” “Goffredo di Cammarota”, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. In queste note il La Greca chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursu storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Ecc…”. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale ecc…“.

La chiesa di “S. Giovanni  de lo Colazone” di Camerota, grangia del monastero di S. Pietro di Licusati

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti:…….Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursus storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Ecc…. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Dunque, il La Greca ci parla di assegnazioni fatte al cenobio e poi Abbazia di S. Pietro di Licusati. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di S. Giovanni, citata nel 1271 in ‘Regis. Perg. Montv.’, vol. III n. 2131; forse si tratta del rudere in (4e) dell’IGM, all’inizio del Collazzone, detto Cappella re San Giuvanniello, v. sopra.”. Proseguendo a p. 282, il Di Mauro scriveva: “Chiesa di San Giovanni de lo Colazone, a Camerota (4e – mc 4A), 179 slm. (Gentile II, 109), il Culazzone o Cullazzone si trova presso il Canale o Vallone delle Fornaci, sul lato opposto alla rupe sulla quale è arroccata Camerota; questa chiesa corrisponde oggi alla Cappella re San Giuvannello, (v.); et. agiot.”. In questo passaggio il Di Mauro cita Angelo. Gentile (….) ed il suo “Exursus storico etc…”, p. 109. Sempre il Di Mauro, a p. 377, in proposito scriveva che: “San Giovanni o San Janne, a Camerota, nel 1528 in ASS notar Trencia, fs 26, lib. I pag. 121,  o San Giovanni di Camerota, come terra incolta e seminatoria nel 1754 paga rendita a San Pietro di Rom in C.O. Campania, pag. 27, sem. in C.P. Camp. 1811 D, 32, e in Romano sul Collazzone; etimo cs., vedi anche Vassalli.”. Di Mauro cita il Vassalli. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 294, in proposito scriveva che: “‘O CULLAZZONE, a Camerota, o Colazone o Culazzone o Lo Collazione, nel 1527 in ASS notar Trencia, fs. 26, lib. I pag. 58, e Collazone nel 1577 in ASS notar F. Greco fs 39 pag. 117,, nel 1754 in C.O. Campania fs 4408 e 4410 pag. 562, e uliveto, macchia seminativo, vigna in C.P Campania 1811 D, 31, e in CPC 1819, 399; è indicato come luogo abitato (Sabatini, 204); (4 e – mc 4A), 211 slm, si trova dopo il Canale sulla costa del monte Grande, di fronte alla rupe sulla quale è arroccata Camerota (Gentile, II, 109); l’etimologia popolare indica la culla o incavo tra le due colline, come per Cullata; ricordo anche il toponimo del Catasto Provvisorio del 1811 Massa col la zone (v.), che potrebbe essere un ipercorrettivo amministrativo.”.

Nel 1160, GUGLIELMO (I) di SANSEVERINO, e le nostre terre

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 130, parlando della “Actus Cilenti, poi Baronia di Cilento” continuando scriveva che: La Baronia appare, comunque, saldamente costituita nelle mani del figlio di Enrico, Guglielmo I, signore di Sanseverino e Montoro nonchè barone di Cilento, registrato nel ‘Catalogus baronum’ tra i più grandi feudatari del ducato di Puglia; infatti, oltre ad avere alle sue dipendenze un gran numero di suffeudatari, tra cui Florio di Camerota, Guglielmo di Postiglione, Guido di Trentinara, Alfano di ‘Castello ad Mare (Velia) ed Arrabito di Cuccolo, egli stesso era in grado di fornire al Re, in caso di necessità, ben 48 soldati a cavallo e 80 fanti armati (7), là dove il vescovo di Capaccio per i suoi feudi, tra cui Agropoli, poteva inviare, come vedremo, solo 8 cavalieri e 20 inservienti. Creato dal re Guglielmo II Gran giustiziere e Comestabile, fece redigere in favore della Badia di Cava, in qualità di barone di Cilento, due importantissimi documenti, l’uno nel marzo del 1186, l’altro nel marzo dell’anno successivo. Nel primo riconobbe il possesso di questo monastero sui porti di Puzzillo, S. Maria di Gulia, Oliarola, S. Primo e S. Matteo di Duoflumina (8), nel secondo vennero analiticamente descritti i confini e le tenute di tutte le chiese, i monasteri ed i casali posseduti dalla Badia nell’ambito delle pertinenze della Baronia (‘in pertinentiis Cilenti Baronie’)(1). Stando a quanto può dedursi dal contenuto generale di questi due ultimi documenti, al tempo di Guglielmo I Sanseverino aveva cominciato a qualificarsi, in sostituzione di Castellum Cilenti, quale nuovo capoluogo della Baronia, Rocca (…..via, qua itur ad Roccam ipsius Domini Guilielmi; a. 1187)(2).”.

Nel 1188, i Crociati, per la III Crociata in Terra Santa sostavano al monastero di S. Pietro di Licusati e poi si imbarcavano al porto degli Infreschi

Oltre alla notizia della partecipazione di Florio di Camerota, con i suoi sottoposti, avesse partecipato alla III Crociata, ai tempi di re Guglielmo II re di Sicilia, detto “il Buono”, fornendo militi, i  cronisti e gli storici locali riportano anche un’altra notizia o una leggenda (?), secondo cui i Crociati facessero sosta nel cenobio di S. Cono a Camerota (oggi un rudere) e in quello di S. Pietro a Licusati e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Antonio Capano (…), in un suo saggio su Licusati, nel ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), a p. 48, del Cap. III, poi ci parla di Florio e scrive che: “Indubbiamente, i primi duci longobardi di Camerota rivolsero le loro attenzioni al nascente cenobio di S. Pietro a Licusati che anche sotto i Normanni non cessò di essere al centro di interessi, se andiamo ad interpretare un’ennesima leggenda che narra di come quì sostarono i crociati in partenza per la Terra santa nel 1188 (terza crociata).”. Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che nel 1188 compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i pesonaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella, Amedeo La Greca (…), nel suo saggio sul monastero di S. Pietro di Licusati, in proposito postillava che:  “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Dunque, Amedeo La Greca (…), parlando del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati e del ‘Catalogus Baronum’, a p. 81, nella sua nota (73), postillava che Florio di Camerota zhe figura nel ‘Catalogus Baronum’, è lo stesso che nel 1188 fornì militi a Riccardo I d’Inghilterra detto “Cuor di Leone”, allorquando si accinse a recarsi in Terra Santa in occasione della III Crociata. Secondo il La Greca, risulta che Florio di Camerota, fornì a Riccardo cuor di Leone 63 cavalieri e 50 fanti, in occasione della III Crociata.

Nel 1188, i Crociati, per la III Crociata in Terra Santa sostavano al monastero di S. Pietro di Licusati e poi si imbarcavano al porto degli Infreschi per Malta

Recentemente, alcuni studiosi locali, hanno riferito due interessantissime notizie che riguardano i due cenobi e monasteri italo-greci di S. Iconio a Camerota e di S. Pietro di Lucasati, dove secondo la notizia, avrebbero sostato i crociati in partenza per la Terra Santa, per la conquista di Gerusalemme.  Oltre alla notizia della partecipazione di Florio di Camerota, con i suoi sottoposti, avesse partecipato alla III Crociata, ai tempi di re Guglielmo II re di Sicilia, detto “il Buono”, fornendo militi, i  cronisti e gli storici locali riportano anche un’altra notizia o una leggenda (?), secondo cui i Crociati facessero sosta nel cenobio di S. Cono a Camerota e in quello di S. Pietro a Licusati e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, a p. 234, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Forse l’itinerario era quello naturale dei cusitani e fu quello dei 63 militi e 30 inservienti offerti dal signore di Camerota nel 1188 a Riccardo Cuor di Leone, ma certo non era la via che seguivano i crociati in partenza per l’Oriente da Brindisi.”, di cui il Di Mauro (…), non cita i riferimenti bibbliografici. Antonio Capano (…), in un suo saggio su Licusati, nel ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), a p. 48, del Cap. III, poi ci parla di Florio e scrive che: “Indubbiamente, i primi duci longobardi di Camerota rivolsero le loro attenzioni al nascente cenobio di S. Pietro a Licusati che anche sotto i Normanni non cessò di essere al centro di interessi, se andiamo ad interpretare un’ennesima leggenda che narra di come quì sostarono i crociati in partenza per la Terra santa nel 1188 (terza crociata).”. Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i personaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella, Amedeo La Greca (…), nel suo saggio sul monastero di S. Pietro di Licusati, parte II: “Il Cenobio, poi badia di San Pietro di Licusati”, cap. II, parlando di Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo ( che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73), nella sua nota (73), postillava che:  “(73) Dal momento che Florio dipendeva a sua volta da Lampo di Fasanella, contestabile (barone) di Principato, è individuabile in questa ragnatela di dipendenze la primitiva struttura verticistica pre-feudale. Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Dunque, Amedeo La Greca (…), parlando del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati e del ‘Catalogus Baronum’, a p. 81, nella sua nota (73), postillava che Florio di Camerota che figura nel ‘Catalogus Baronum’, è lo stesso che nel 1188 fornì militi a Riccardo I d’Inghilterra detto “Cuor di Leone”, allorquando si accinse a recarsi in Terra Santa in occasione della III Crociata. Secondo Amedeo La Greca, risulta che Florio di Camerota, fornì a Riccardo cuor di Leone 63 cavalieri e 50 fanti, in occasione della III Crociata. Il La Greca (…), nella sua postilla, fa riferimento a Ebner (…), vol. I, p. 737, ma non fornisce alcuna spiegazione circa la notizia bibliografica, la fonte, secondo cui i 63 cavalieri forniti da Florio in occasione della III Crociata a Riccardo Cuor di Leone. Ma come si è visto, Pietro Ebner, a p. 737, ci parla del casale o Baronia di Corbella e dei suoi feudatari secondo il ‘Catalogus Baronum’. Devo però precisare che la notizia dataci dal La Greca (…), che parla di III Crociata e di fanti forniti da Florio a re Riccardo I cuor di Leone, è diversa da ciò che scriveva l’Antonini. L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a p. 412, a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II il Buono, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176), scriveva in proposito che: Fu questo Florio ricco di molti feudi, poichè nella famosa seconda spedizione in Terra Santa sotto Gulielmo il Buono offri per essi sessantatre soldati e cinquanta serventi, come dal ‘Registro’ del P. Borrelli.”. Amedeo La Greca (…), a p. 81, nella sua nota (72), postillava che il testo del ‘Catalogus Baronum’ era stato pubblicato dalla Evelin Jamison (…) e nella sua nota (73), postillava in proposito che: “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Anche il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania‘, a p. 412 parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “……………………………..

Come però possiamo leggere, l’Antonini (…), a p. 412, della sua ‘Lucania’, parlando di Camerota e dei Florio di Camerota, in proposito scriveva che: “la seconda spedizione in Terra Santa sotto Guglielmo il Buono offrì per essi sessantatre soldati, e cinquanta servienti, come dal ‘registro’ del Borrelli.”. Dunque, l’Antonini sulla scorta del ‘Catalogus Baronum’ (il ‘registro’) del Borrelli, il Catalogo dei Baroni pubblicato da Carlo Borrelli (…), nel 1600, parlava di una Crociata in Terra Santa al tempo di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, ma parlava della seconda spedizione e non della terza spedizione ordinata da re Guglielmo II al tempo della spedizione di re Riccardo I d’Inghilterra deto cuor di Leone come invece scriveva Amedeo La Greca (…), nel testo ‘Temi per una Storia di Licusati’. L’Antonini , a p. 412, nelle sue note (I) e (I), citerà la ‘Cronaca’ di Ceccano e non Ruggero d’Hoveden di cui parlerò in seguito. Dunque, l’Antonini (…), ci parla della II Crociata e non della III Crociata a cui partecipò Riccardo I cuor di Leone. Che si sia trattato della II Crociata e non della III Crociata, dove partecipò anche Riccardo I cuor di Leone, riferendosi al catalogo dei Baroni, pubblicato dalla Jamison, lo si rileva anche dalla Relazione redatta dal Consigliere De Micco (…), in una causa di confini, apprendiamo da p. 71 che: E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. L’Antonini, cita anche la ‘chronica’ del Falcando (…), Ugo Falcando, di cui parlerò in seguito e cita pure Agostino Inveges (…). Agostino Inveges (…), nel suo  ‘Annali di D. Agostino Inveges’, 1651, a p. 457, per l’anno 1188, racconta che: “Adunque il Re entrò in questa S. lega, e si segnò colla croce; e si daim fede alla Cronica di Sicilia, e al Collenucio appo Bardi (I),  egli fu il primo Prencipe, che comparve in difesa di Terra S. poichè scrivono. Guglielmo fatta una grossa armata tenne netto il mare di Giudea di corsari, che lo travagliavano essendo di gran timore à Greci.”. Dunque Agostino Inveges (…), parlando dell’anno 1188, citava il Collenuccio (…) e il Bardi (…), nella sua nota (I) e postillando scriveva che: “(I) Tomo 3, Chronol. f. 346 234 locis cis. 5 6 7 8 in ‘Chron. apud tomo 3 Italia Sacra, col. 953 apud Sigon. loc. cit. apud Cami. Pellegrin. in hist. Longobar. in Ste… in tomo I, Italia Sacra, col. 471 in ‘Annal Anglor.’ apud Baron. to 12. Anno 1189 n. 14 apud Camil. loc. cit. 12 13 14 hist. Sicardi 3 loc. cit. ecc..”. Lo storico Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrivendo sui Florio, in proposito diceva che: “Florio (Riccardo) di Camerota……Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Dunque anche il Bozza, sosteneva che Florio di Camerota secondo il ‘Catalogo dei Baroni’, fornì 63 militi per la crociata del 1188, la III Crociata in cui re Guglielmo II il buono intervenne in aiuto di re Riccardo I cuor di Leone per la riconquista di Gerusalemme usurpata da Saladino e non come invece scriveva l’Antonini che si trattava della II Crociata, dove re Riccardo cuor di Leone non centrava nulla. E’ interessante ciò che scrive Orazio Campagna (….), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 264, parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Camerota fu baronia; della stessa trasse il predicato “Florius de Camarota”, barone e regio magistrato (128).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “Difatti, i Basiliani si erano insediati  fra componenti greche, in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità di sviluppo artigianale, soprattutto per l’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monasterio si vestì dell’abito dell’Ordine di S. Basilio, dal Bios cit. Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Campagna (…), parlando dell’episodio in cui Florio nel 1177 componeva la commissione che andò in Inghilterra citava anche il vescovo di Capaccio. Vediamo dunque cosa scriveva Giuseppe Volpe (…) che, a p. 122, in proposito scriveva che: “Ben chiara e famosa rese questa terra, al tempo dei normanni, la famiglia ‘Camerota’, detta così per antonomasia, essendo la più nobile che vi fiorisse, cui appartenne quel Florio, Gran Giustiziero di Guglielmo il Buono, ed uno dei giudici, secondo il Falcando ed altri, nella celebre causa del conte Riccardo d’Alcandra, imputato di congiura contro del gran Cancelliere e di altri delitti (5).”. Il Volpe, a p. 123, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Cons. Mannelli, Lucania sconosciuta, M.S., vol. II, pag. 144,145 – Antonini, La Lucania, part. 11, discorso X, pag. 411-412.”. Dunque il Volpe (…) citava il manoscritto (apocrifo) di Luca Mannelli o Mandelli che ivi ho pubblicato le pagine inedite che riguardano Camerota. Lo storico Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrive sui Florio: “Florio (Riccardo) di Camerota,….Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Alessandro Di Meo (…), nel suo ‘Annali etc’, da pp. 168-169, vol. X, ci parla di Florio di Camerota e Lampo di Fasanella:

Di Meo, su Florio, p. 168.PNG

Di Meo, X, p. 169, a. 1150 sui Florio.PNG

(Fig….) Di Meo Alessandro (…), op. cit., pp. 168-169, vol. X, su Florio di Camerota e Lampo di Fasanella

Forse la notizia intorno i crociati che partivano da porto Infreschi per la I o la II o addirittura per la III Crociata, riguarda le notizie su uno dei primi feudatari di Camerota e Lentiscosa, la famiglia Marchese o Marchisio, feudatari di Camerota citati anche nel ‘Catalogus Baronum’ pubblicato da Evelyn Jamison e di cui ho scritto in un mio saggio ivi: “I Marchisio e i Florio”. Infatti,  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo etc’, nel vol. II, a p. 112, parlando di Lentiscosa, in proposito scriveva che: “Il Galanti (2)….mentre l’Alfano (3), oltre a dire degli abitanti (829) ricorda anche i feudatari Marchese. Il Giustiniani (4) ubica il villaggio su un colle “non molto lontano dal mare”, attribuendo il casale quale feudo della famiglia Marchese.”. Ebner, a p. 112, vol. II, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Alfano F.M., op. cit., p. 50”, mentre nella sua nota (4), postillava che: “(4) Giustiniani, op. cit., V, Napoli, 1802, p. 254.”. Pietro Ebner alla sua nota (12) postillava diversamente la nota bibliografica per il Giustiniani e scriveva che: “(12) Giustinani, VIII, Napoli, 1802, p. 198.”. Infatti, il Giustiniani (…), nel suo vol. VIII, del suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, a pp. 198-199, parlando del Monastero di S. Nazario e, sulla scorta di Jean Mabillon (…), nei suoi ‘Annali Benedettini’ (‘lib. 57′), scriveva anche di Licusati: “Circa lo stesso tempo vi fu edificato quel picciol paese, ed in oggi la detta Abatia serve di parrocchia agli abitanti, e trovasi commendata al Capitolo di S. Pietro di Roma, colla giurisdizione quasi vescovile, che esercita il Vicario pro tempore non solo su di essa terra, che sulle altre ancora degli Eremiti, Bosco, Cusati, e Sannicola.”.

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(Fig…) Giustiniani (…), vol. VIII, pp. 198-199

Francesco Maria Alfano (…), a p. 121, in proposito a Lentiscosa e a Licusati scriveva che: “‘Lentiscosa’ terra sopra una collina d’aria buona, diocesi di Policastro, un miglio distante dal Mar Tirreno, feudo di Marchese.”.

Riccardo I d’Inghilterra detto ‘Cuor di Leone’ e la III Crociata al tempo di re Guglielmo II di Sicilia

Riccardo prese la croce già quando era conte di Poitou nel 1187. Suo padre e Filippo II di Francia lo fecero a Gisors il 21 gennaio 1188 dopo aver ricevuto la notizia della caduta di Gerusalemme per mano di Saladino. Dopo che Riccardo divenne re, lui e Filippo decisero di partire insieme per la III Crociata poiché ognuno di loro temeva che durante la sua assenza l’altro avrebbe potuto usurpare i suoi territori. Nel settembre 1190, sulla via per la Terra Santa, Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone giunsero in Sicilia, dove la sorella di quest’ultimo Giovanna, vedova da circa un anno del re di Sicilia Guglielmo II il Buono, era rinchiusa nel castello della Ziza, senza che le fosse restituita la dote. Riccardo chiese al nuovo re, Tancredi, la liberazione della sorella e la restituzione di tutta la dote. Tancredi liberò Giovanna e restituì solo una parte della dote, per cui Riccardo, adirato, occupò Messina e fece costruire una torre di legno che fu detta Mata Grifone (Ammazza greci). Tancredi si presentò con le sue truppe, ma preferì l’accordo: consegnò a Giovanna altre 20.000 once d’oro e, in cambio dell’alleanza di Riccardo, lo indennizzò con altrettante 20.000 once d’oro. L’alleanza stipulata era contro l’imperatore Enrico VI di Svevia, marito di Costanza d’Altavilla, zia ed erede di Guglielmo II il Buono. Inoltre, nei termini dell’accordo, era previsto il matrimonio tra una delle figlie di Tancredi di Sicilia e il nipote di Riccardo, Arturo I di Bretagna, in quell’occasione nominato suo erede. Nel marzo 1191 giunsero in Sicilia anche Eleonora d’Aquitania, che rientrò in Inghilterra quasi subito, e Berengaria di Navarra (promessa sposa di Riccardo), che si prese cura di Giovanna. Riccardo e Filippo rimasero in Sicilia ancora per un po’, ma ciò portò ad un inasprimento delle tensioni tra loro e i loro uomini, con il re francese che tramava con Tancredi contro Riccardo. Finalmente i due re decisero a partire una volta che raggiunsero alcuni accordi, tra cui la fine del fidanzamento tra la sorella di Filippo, Alice, e Riccardo. Riccardo I d’Inghilterra detto ‘Cuor di Leone’ e il suo seguito si imbarcarono il 5 giugno, raggiungendo la terraferma nei pressi del castello di Margat, dei cavalieri ospitalieri, in Siria. Già il 7 giugno arrivarono nei pressi di Acri, in quel momento assediata dalle truppe di Guido di Lusignano che, a loro volta, dovevano difendersi dall’assedio degli uomini di Saladino. La situazione era in una fase di stallo, poiché la guarnigione di Acri poteva contare sugli approvvigionamenti che arrivavano dal mare. Giunto nel teatro delle operazioni, non prima di essere riuscito a distruggere una nave piena di rifornimenti per la città [110], Riccardo diede ordine di realizzare diverse petriere in grado di utilizzare le pietre che aveva imbarcato a Messina. Così iniziò un meticoloso sanguinoso assedio a cui i due re, Riccardo e Filippo Augusto, parteciparono personalmente nonostante fossero entrambi malati. La spedizione di Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone raggiunse la Palestina via mare soltanto nella primavera del 1191. Due mesi dopo i crociati conquistarono Acri, dopo un lungo assedio nel corso del quale i cavalieri templari si erano distinti per il grande coraggio. Le forze cristiane guidate da Riccardo batterono a più riprese gli eserciti di Saladino avanzando verso Gerusalemme. Lo schieramento cristiano era, tuttavia, attraversato da grandi divisioni e Riccardo non aveva soldati sufficienti per conquistare Gerusalemme e difenderla. Così fu costretto a temporeggiare. Lo storico Angelo Bozza (50), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrive sui Florio: “Florio (Riccardo) di Camerota, nobilissimo barone, fu gran giustiziere del re Guglielmo II e suo intimo confidente; poichè questo re gli affidò il delicato incarico nel 1176, di chiedere al re d’Inghilterra Errico II la figlia Giovanna in isposa. Fu anche uno dei nobili giudici che nel 1169 condannarono Riccardo di Mandra conte di Molise. Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”.

Il Catalogo dei Baroni: “Catalogus Baronum”

Del ‘Catalogus Baonum’, ha scritto anche il Racioppi (…) che citava lo studio di Bartolomeo Capasso (…), “Sul Catalogo dei Feudi e dei Feudatari delle Provincie Napoletane sotto la dominazione Normanna”, che citava e diceva chel’antico documento conservato presso il Grande Archivio di Napoli, andato perso nel rogo del 1943, fu pubblicato integralmente per la prima volta da Carlo Borrelli. Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono” e che in seguito, alcune saranno avocate al fisco di Federico II di Svevia per fellonia. Con il ‘Catalogus baronum’, arretriamo di qualche secolo le notizie che riguardano alcuni centri come ad esempio il centro di Camerota. Il ‘Catalogus Baronum’ o “Catalogo dei Baroni” fu pubblicato per la prima volta da Carlo Borrelli (9), in Appendice al suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, Napoli, 1653. Il Borrelli (…) a pp. 48 e sg., ci parla dei sottoposti che dipendevano da Lampo di Fasanella ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Il Borrelli (…) a p. 46, parla dei “Barones Regni de Principatv – De Comestabulia Lanpi de Fasanella” e,  nell’elencarli tutti. Il Capasso (…), a p. 21, dissertando sulle origini del documento conservato negli Archivi Angioini (poi andati persi), scriveva che: “Mancano poi interamente, nè per verità dovevano starci, le Calabrie,  le quali allora ed anche per parecchi anni dopo appartenevano amministrativamente parte della Sicilia, e non del Ducato di Puglia,  conseguenza della prima divisione fatta dopo la conquista Normanna da Roberto Guiscardo, ed il Gran Conte Ruggiero, indi nei pimi anni dagli Angioini distrutta.”. Da Bartolomeo Capasso (…), a p. 26 si apprende che: “Altrove all’articolo 456 registrasi Ebolo Camerario, pel feudo di un milite, che teneva in servizio da Florio di Camerota;”. Sempre dal Capasso (…), a p. 28 leggiamo che: “Ma posto tutto ciò quale fu lo scopo di questo Catalogo, quando esso fu compilato, quando nuovamente rifatto? Il P. Carlo Borrello, che fu il primo a pubblicarlo, opinò che fosse stato descritto sotto Guglielmo il Buono, per una spedizione intrapresa in Terra Santa. Egli non determina l’anno di questa spedizione, ma il Duca della Guardia con più precisione afferma che…….

E’ interessante ciò che scrive Orazio Campagna (….), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 264, parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Camerota fu baronia; della stessa trasse il predicato “Florius de Camarota”, barone e regio magistrato (128).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “Difatti, i Basiliani si erano insediati  fra componenti greche, in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità di sviluppo artigianale, soprattutto per l’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monasterio si vestì dell’abito dell’Ordine di S. Basilio, dal Bios cit. Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (128), postillava che: “Catalogus baronum, in “Cronache e scritti sulla dominazione normanna”, Napoli, 1845. Il regio magistrato Floriano da Camerota, nei primi del 1176, fu inviato in Inghilterra con i vescovi di Troia e di Capaccio per chiedere la mano di Giovanna, la figlia decenne di Enrico II, a nome di Guglielmo II di Sicilia. La commissione, alla quale durante il viaggio si era unito l’arcivescovo di Rouen, doveva garantire al Normanno finanche le doti di avvertenza della principessa, e formalizzare le nozze, in Gesta Henrici II et Riccardi I, ed. Lieberban, in M.G.H. , ‘Scriptores Rerum etc.’, vol. III, Hannover, 1897. Sull’identità dell’autore, “English Historical Rewiew”, ottobre 1953.”. Dunque, il Campagna, parlando di Florio di Camerota e di Camerota, citava la Chronica apocrifa detta ‘Gesta Henrici II et Riccardi I’. L’Antonini (…), a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II il Buono, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176), scriveva in proposito che: ‘Ruggiero d’Hovveden negli annali d’Inghilterra’ chiamalo Conte Florio: “Eodem anno MCLXXVI (2) venerunt in Angliam Nuntii Wilielmi Regis Siciliae, videlicet Episcopus Trojacensis, & electus Capuae (l’ha confuso con ‘Caputaqueq.’) & Comes Florius ad Henricum Regem Angliae, & pertierunt filiam suam donarum in uxorem Wilielmo Regi”. Antonini (…), chiama il cronista “Ruggiero d’Hovveden”. Antonini scrive che il cronista inglese Riccardo d’Hovveden (…), nella sua cronaca racconta che nell’anno 1176, gli emissari di re Guglielmo II di Sicilia si recarono in Inghilterra alla corte di Enrico II per chiedergli la mano di Giovanna sua figlia. Lo ‘Itinerarium Peregrinorum et Gesta Regis Ricardi’, o più brevemente Itinerarium Regis Ricardi, è una narrazione risalente al XII secolo, in prosa latina, della III Crociata del 1189-1192. La prima parte del libro è incentrata sulle conquiste di Saladino e sulle prime fasi della crociata, con una lunga descrizione della spedizione dell’imperatore Federico Barbarossa. Il resto del libro descrive la partecipazione di re Riccardo I d’Inghilterra detto Cuor di Leone alla crociata. In passato è stata attribuita a Goffredo de Vinsauf ed è stata a volte ritenuta il resoconto di un testimone oculare. In realtà sembra sia stata compilata da Riccardo, un canonico della Holy Trinity di Londra (Ricardus, Canonicus Sanctae Trinitatis Londoniensis), sulla base di almeno due memorie contemporanee, oggi perse. La prima parte è a volte chiamata la Continuazione latina di Guglielmo di Tiro’. La seconda parte, in particolare, è strettamente collegata ad un poema in lingua anglo-normanna sullo stesso soggetto, L’Estoire de la Guerre Sainte di Ambroise. L’edizione curata da William Stubbs dell’Itinerarium (Rolls Series, 1864) apparve prima del ritrovamento del manoscritto del poema di Ambroise. Forse è proprio da questa chronaca del tempo che proviene la notizia dei Crociati che sostavano nel monastero di S. Pietro di Camerota o di Licusati. Infatti, Pietro Ebner, nel suo, vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 580 e s., parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum’, sulla scorta della Jamison (…), scrive in proposito l’Ebner, nelle sue note che: “L’evento è ricordato da Romualdo Guarna in ‘Cronaca ad a.’. Ruggiero D’Honwrdea, negli ‘Annali d’Inghilterra’, ricorda Florio come conte e nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…”.

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Il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Campagna (…), parlando dell’episodio in cui Florio nel 1177 componeva la commissione che andò in Inghilterra citava anche il vescovo di Capaccio. Vediamo dunque cosa scriveva Giuseppe Volpe (…) che, a p. 122, in proposito scriveva che: “Ben chiara e famosa rese questa terra, al tempo dei normanni, la famiglia ‘Camerota’, detta così per antonomasia, essendo la più nobile che vi fiorisse, cui appartenne quel Florio, Gra Giustiziero di Guglielmo il Buono, ed uno dei giudici, secondo il Falcando ed altri, nella celebre causa del conte Riccardo d’Alcandra, imputato di congiura contro del gran Cancelliere e di altri delitti (5).”. Il Volpe, a p. 123, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Cons. Mannelli, Lucania sconosciuta, M.S., vol. II, pag. 144,145 – Antonini, La Lucania, part. 11, discorso X, pag. 411-412.”. Dunque il Volpe, citava il manoscritto (apocrifo) di Luca Mannelli o Mandelli che ivi ho pubblicato le pagine inedite che riguardano Camerota. Alessandro Di Meo (…), nel suo ‘Annali critico diplomatici del Regno di Napoli dalla mezzana età etc’, nel vol. XII, nell’Indice a p. 176, alla voce “Camerota”, scriveva: “Camerota, Camberota, o Camarota, in Principato Citra in Diocesi di Policastro, 1116.  n. 7. Sarolo di Cambarota ‘Ibid’ Florio di Camerota, Giustiziere, 1150. n i. Esiliato, va in Gerusalemme. V. 1165 n. 1. Ritornato, va per Ambasciata in Inghilterra, 1176, n. I”. Infatti il Di Meo (…), ci parla di Florio di Camerota e per l’anno 1116 al n. 7 ce ne parla a p….. Sempre il Di Meo, a pp. 287-288 ci parla di Florio di Camerota nell’anno 1165 e racconta l’episodio del Vescovo di Capua e dei sospetti del papa verso congiurati a re Guglielmo II. Sempre il Di Meo, a pp. 168 del vol. …, ci parla di Florio per l’anno 1150. Sempre il Di Meo, nel vol…., a pp. 372-373, ci parla di Florio di Camerota nell’anno 1176, all’epoca di re Guglielmo II e racconta l’episodio della commissione che si reca in Inghilterra da re Enrico II. Sempre il Di Meo, nel vol. XI, a pp. 428-429, per l’anno 1185, ci parla dell’accordo tra re Guglielmo II di Sicilia e l’Imperatore Federico Barbarossa e, in proposito scriveva che: “Scrive l’Anonimo Cassinese, che ‘Si fece una pace ferma tra l’Imperador Federico, e il Re Guglielmo. Esso Re mandò Costanza sua zia (amitam) in moglie all’illustre Re Arrigo figlio del detto Imperador Federico. Goffredo di Viterbo Prete Cappellano, e Notaio di Corrado III. Federico I e Arrigo VI. che ebbe nell’anno seguente diede a fine, e presentò al Papa Urbano la Cronaca sua, scrisse al seguente: ecc..ecc.., poi continua e scrive: L’Anonimo Cassinese notò ancora, che Guglielmo Re di Sicilia spedì un esercito copioso in Romania, e quivi prese la città di Durazzo ecc..ecc..Più precisamente Giovanni di Ceccano: ‘Il Re Guglielmo ordinò un massimo esercito di mare, e di terra: creò Capitano della flotta di mare il Conte Tancredi, e dell’esercito di terra fece Comandante il Conte ecc…’”. Sempre il Di Meo, nel suo vol. XI, a pp. 17, parlando dell’anno 1188, in proposito scriveva che: “I. Non erano restate a’ Cristiani in Terra Santa, fuorchè tre Città, ‘Antiochia, Tiro, e Tripoli’: e già Tiro era ridotta alle ultime strettezze all’assedio di Saladino; ma il Re Guglielmo, come scrive Sicardo, ch’era in questo tempo il vescovo di Cremona, vi spedì una flotta di 200 vele, che costrinse Saladino a sciorre con rabbia quell”assedio, e partirsene via. Dall’Anonimo Cassinese ecc…ecc..”. Sempre il Di Meo (…), nel vol. X, a pp. 14- 434-436- 438, parlando del ‘Catalogo dei Baroni’, ed in proposito scriveva che: “Il Borrelli con altri crede, che il fin del Catalogo, e questo l’unico, fu di raccorre soldati per la spedizione di Terra Santa. Ma avendo scorso tutto con attenzione lo stampato dal Borrelli suddetto, e buona parte eziando dell’original Ms. non ci trovo, se non che parecchi asserivano se, o i loro Militi ‘pro auxilio magna expeditionis’. Così, p. 29 & 30 in Ripa Candida ecc..ecc…”. Poi ancora scrive il Di Meo a p. 438: “Che se parliamo del tempo della spedizione, per cui faceasi gente; io stimo, che ne fosse costante, e abituale il progetto, come lo era il bisogno, e che per molti anni fossero i nostri Popoli ad essi incitati. Quella in Africa ebbe luogo tra il 1159 e il 1180. ovver 81. una terza nel 1187. Si può aggiungere quella in favor del Papa del 1167.”. Dunque anche il Di Meo (…), pur sostenendo l’ipotesi del Borrelli della redazione del ‘Catalogo dei Baroni’ al tempo delle Crociate e, per lo scopo di registrare i militi forniti dai vari Baroni e feudatari, non accenna alla III Crociata del 1187 o 1188 di Riccardo Cuor di Leone e dell’aiuto che egli ebbe da Re Guglielmo II di Sicilia, per la costruzione di un contingente di armati per terra e per mare. Devo pure precisare che il cronista dell’epoca al tempo di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, l’Arcivescovo di Salerno Romualdo Guarna, il quale visse alla corte di Guglielmo, la sua cronaca fu pubblicata dal Del Re (…), ma fino a p. 71, si occupa delle vicende accadute fino all’anno 1178, e si chiude con l’ultimo episodio che riguarda quell’anno. Dunque Romualdo Guarna, pur parlando in diverse occasioni di Florio di Camerota, non cita la notizia della III Crociata e di Riccardo cuor di Leone, citata dal La Greca. L’Antonini (…), a p. 411, nella sua nota (2), postillava che: “(2) La ‘Cronaca’ di Ceccano mette quest’imbasciata un anno dopo: “Anno MCLXXVII Rex Gulielmus filiam Regias Angliae in Coniugio recepit mense Decembrit.”. Ma forse fra l’andare, e venire degli Ambasciatori, e ‘l venire della Principessa vi corse questo tempo.”. L‘Ebner (…), scrive in proposito che: “nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…”. L’Antonini (…), nella sua nota (2), si riferiva alla ‘Cronaca di Fossanova’ di Giovanni Ceccano (…), che fu pubblicata dal Del Re (…), nel suo vol. I. Il Ceccano (…), nella sua cronaca, a p. 518, in proposito traduceva e scriveva che: “1189. Indizione VI. E l’Imperator Federico nella festa di S. Giorgio prese ad andare oltremare a vincere Saladino, il quale aveva occupato e teneva in sua podestà la Terra di Gerusalemme e, camminò per l’Ungheria e la Romania ove commise assai mali. Guglielmo Re di Sicilia si morì nel mese di Novembre senza erede, il che fu grande pericolo.”. Il Ceccano in questi passi della sua Cronaca, cita la spedizione del Barbarossa (Federico I) in Terra Santa (la III Crociata ?) ma la pone nell’anno 1189, prima della morte di re Guglielmo II il Buono.  Forse si trattava della spedizione o Crociata in Terra Santa citata dal Di Meo (…),quando nel suo vol. XI, a p. 17, parlando dell’anno 1188, in proposito scriveva che: “I. Non erano restate a’ Cristiani in Terra Santa, fuorchè tre Città, ‘Antiochia, Tiro, e Tripoli’: e già Tiro era ridotta alle ultime strettezze all’assedio di Saladino; ma il Re Guglielmo, come scrive Sicardo, ch’era in questo tempo il vescovo di Cremona, vi spedì una flotta di 200 vele, che costrinse Saladino a sciorre con rabbia quell”assedio, e partirsene via. Dall’Anonimo Cassinese ecc…ecc..”. Dunque per questa spedizione, il Di Meo (…), faceva riferimento alla cronaca di Sicardo, vescovo di Cremona, che scrisse Chronica Universalis, una storia universale dalla creazione al 1213, ad essa attinse largamente Salimbene de Adam per la sua Chronica e che nel 1203 andò in Oriente al seguito del legato pontificio cardinale Pietro di Capua durante la IV Crociata si trovò a Costantinopoli.

Nel 1305, Matteo Mansella feudatario di Roccagloriosa

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Nel 1305 era signore di Roccagloriosa, Montecalvo e Buonalbergo Matteo Mansella (50).”. Ebner a p. 420, nella sua nota (50) postillava che:  “(50) A. Mazza, cit.,  p. 113.”. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dell’Ebner (…), che nel suo “Chiesa, popoli e baroni nel Cilento”, nel suo vol. II a p. 422, che, sulla scorta di Mazza A. (…), p. 113 (vedi nota (50), scrive che nel 1305, era signore di Roccagloriosa, Montecalvo e Buonalbergo Matteo Mansella (…). Pietro Ebner postillando citava Antonio Mazza (…), ‘Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…, pubblicato nel 1681, dove a p. 113 parlava dei Mansella. Infatti il Mazza (…), a p. 113 del suo ‘Rebus Salernitanis’ scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella  Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”. Indagando sull’origine del borgo chiamato Buonalbergo, vediamo che Buonalbergo si pensa che sia stata fondata da alcuni profughi degli antichi villaggi di Mondingo, Pescolatro e Faiella distrutti dai Barbari. I quali profughi ospitati dai Cenobiti della vicina chiesa di S. Maria, sorta sulle rovine di un tempio pagano, avrebbero chiamato quel luogo Alibergo. Ciò poté avvenire verso il 1000, poiché nella prima metà di questo secolo trovasi per la prima volta mentovato un ‘Gerardo de Bonne Herberg’, primo signore normanno dell’antica contea di Ariano. Egli vien detto il Gran Conte e fu il primo a chiamare Roberto il Normanno con il soprannome di Guiscardo e gli diede in moglie la propria zia Alberada. Le notizie su Gerardo di Buonalbergo non sono molte, soprattutto per quanto riguarda le sue origini. Sappiamo che la sua famiglia era di origine normanna ed era imparentata con gli Altavilla. Suo padre, Ubberto (?), era il fratello di Alberada, la prima moglie di Roberto il Guiscardo. È attestato nelle fonti a partire dal 1047, quando incontra il Guiscardo e gli offre la mano di sua zia Alberada e il suo aiuto, con 200 cavalieri, per conquistare la Calabria. Secondo alcune fonti sarebbe stato lui a dare per prima l’appellativo di Guiscardo (volpe = astuto) a Roberto d’Altavilla. Nel 1053 partecipa alla battaglia di Civitate al fianco del Guiscardo. Dopo questa data la vediamo titolare della Contea di Ariano, che governò fino alla morte nel 1086. La notizia sul signore di Roccagloriosa: Matteo Mansella (…), tratta dal Mazza (…), e dall’Ebner (…), è da collegarsi ad un’altra notizia di cui ci parla il De Blasii (…). Il De Blasiis (…), sulla scorta del Trinchera (…), che li aveva già pubblicati, nella sua nota (1) di p. 54, ci parla anche dei due documenti: “Odo Marchisio era vivo nel Settembre del 1097 quando donò ad un monaco due Chiese in Calabria. Syllab. Graec. Memb. p. 80.“, riferendosi e citando l’antica pergamena, già pubblicata dal Trinchera (…). Poi aggiunge: “Egli ebbe oltre Emma un’altra moglie chiamata Sighelgaita, la quale nel 1126 si dice: Marchisia et uxor defuncti Odonis Marchisii, come rilevasi da un diploma Greco, ivi p. 128.“, riferendosi ad un altro privilegio dell’anno 1126, illustrato nell’altra immagine.  Il De Blasii (…), si riferisce a due antichissime pergamene del 1097 e del 1126 in cui figura il personaggio Normanno Odo Marchisii. Dei due documenti ci siamo già occupati in un nostro saggio ivi pubblicato, perché riguardano ‘Scidro’ ed il territorio tra Vibonati e Sapri. Nel 1097, Odo Marchisii, donava al monaco Sergio di Vibonati, il privilegio di poter costruire una chiesa o un monastero a ‘Scidro‘. Ma come abbiamo potuto accertare e detto in un altro mio saggio ivi pubblicato, riguardo l’origine del personaggio Normanno ‘Odo Marchisii’, egli era figlio di Emma (figlia di Alberada di Bonalbergo e di Roberto il Guiscardo) e di Oddone Bon Marchisio. Dunque, l’origine della famiglia Mansella (…), che dominò nel 1305 su Roccagloriosa, avvalora sempre di più la presenza all’epoca Normanna, sulle nostre terre delle famiglie dei Marchisio e dei Florio.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) (Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e da me pubblicata per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio).

(3) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323. Il Cappelli, nelle sue note a p. 345, dice: nota (20): Di Luccia P.P., op. cit., pp. 8; 3 (5. Il Cappelli, nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Riguardo il Monastero di S. Elia, citato dalla Gertrude Robinson (…), abbiamo visto che viene citato in un testo di Rodotà, P.P., ‘Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia’, Roma, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190 (…). Rodotà, scrive: “S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”. Il Cappelli, nella la nota 21 dice: Trinchera F. (3), p. 80; poi alla nota (22), il Cappelli, scrive: “Laudisio N.M. (9), p. 73.”.

(4) Cappelli, B., “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci”, ‘Bollettino Badia di Grottaferrata’, n. 8, vol. XI, 1957, p…. e, stà in Cappelli Biagio, ‘Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani’, con introduzione di E. Pontieri, Deputazione di storia patria per la Calabria, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, 1963, Cap. IX, pp. 295 e s., vedi anche nota (2) di p. 345.

(5) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: ‘Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata’, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli ecc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..

(6) (Fig.….) Settembre 1097 (XII secolo) – “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.”. Il documento è stato citato dal Cappelli (2), p. 323 (vedi note 21 e 22) e, pubblicato dal Trinchera F., op. cit. (3), pp. 80-81-82. Il Trinchera (…), trae l’antico documento da: “ex membrana Archivi Neapolitani – n.° 8″. Il Trinchera (…), nella sua nota al testo, a p. XXV, parlando del documento ““Membrana LXIV. Quoniam Odonis Marchisii mentio habetur in membrana anni 1126 a nobis edita sub num. XC-VIII, in qua Sichelgaita vidua digitur eiusdem Odonis, atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subscriptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.”, e alla nota (3) dice: “Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco, Documenti pag. XVIII.”. L’antico documento membranaceo è scritto in greco ed è stato tradotto in latino dal Trinchera. Riguardo l’origine dell’antica pergamena (membrana), del 1079, pubblicata dal Trinchera (3), si veda lo stesso Trinchera: Archivi Napoletani, relazione per il Ministro della Pubblica Istruzione, Napoli, Stamperia del Fibreno, 1872, pp. 241, Tav. VI, “pergamenne latine de’ monasteri soppressi”, conservati nella Sezione Diplomatica dell’Archivio di Stato di Napoli, all’epoca del Trinchera e pubblicati in 6 vol. in “Regii Neapolitani Archivi monumenta edita ac illustrata 1845-1861”. Recentemente abbiamo chiesto all’Archivio di Stato di Napoli, la fotoriproduzione del documento ed abbiamo appreso la triste notizia (sic!) dal dott. Fernando Salemme dell’ASN che ci rispondeva : “Gentile Professore, Il fondo Pergamene Greche, originali tratti effettivamente dagli archivi di Cava, Montecassino e Montevergine, un tempo sezioni del nostro Istituto, era composto da 326 volumi con documenti dall’anno 885 all’anno 1304: il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andata distrutta, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera, in accordo col progetto di pubblicare integralmente i documenti anteriori alla Monarchia Normanna: in questo modo la distruzione del fondo avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, per le notissime vicende dell’incendio della villa di San Paolo Belsito, ci ha lasciato almeno la conoscenza del testo ma pochissime immagini pubblicate in appendice all’opera stessa. Di questo importantissimo fondo per la storia medievale dell’Italia Meridionale restano nel nostro Museo alcuni repertori antichi: – Museo 99 C 49 – Regesti dei Voll. 3-7 delle pergamene anteriore alla monarchia.”.

(7) Robinson Gertrude, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, I. History, Orientalia Christiana, vol. XI.5, num. 44, Rome, 1928. II. Cartulary, Orientalia Christiana, stà in “Orientalia cristiana”, (1929) Roma, vol. XV-2, n. 53, p. 195, e poi anche: II-ii Cartulary, Orientalia Christiana, vol. XIX.1, num. 62, Roma, 1930. In ‘Orientalia Christiana’ XI. 5. 271-348 (1928), XV. 2. 121-276 (1929), XIX. 1. 7-197 (1930). Gertrude Robinson è scomparsa in Italia poco dopo questa pubblicazione, che non manca di alimentare il mistero sul curioso interesse che nutre nei confronti degli atti medioevali italo-greci, di cui questa edizione è il prodotto. È anche l’autore di un articolo contemporaneo su questa pubblicazione, che tratta delle chiese rupestri del Sud Italia: Robinson 1930, p. 186-209. E’ stata citata da Biagio Cappelli (2), che nella sua nota (21) a p. 345, dice che secondo il Robinson: “La famiglia Marchese, fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Secondo il Cappelli (…) e la Falkenhausen (…), Gertrude Robinson, ci parla del Monastero di Carbone e delle donazioni della famiglia ‘Marchese’. Il Cappelli (…), nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Robinson Gertrude  1930: G. Robinson, Some Cave Chapels of Southern Italy, dans Journal of Hellenic Studies, 50-2, 1930, p. 186-209. Il ventesimo secolo è rappresentato per la prima volta da Gertrude Robinson. Questo grecista britannico ha dato ‘Orientalia Christiana Analecta’, in tre consegne nel 1928, 1929 e 1930, la sua storia e cartulario del monastero greco di Sant’Elia e S. Anastasio di Carbone (…) (introduzione storica I, II e II atti -2, un quarto volume doveva seguire). In primo luogo, ripercorre la storia dell’abbazia e dei suoi archivi prima di dare un’edizione di 56 atti greci (tutti), 14 atti latini (o traduzioni latine di atti greci) e due atti bilingue: uno William II archimandritat creazione (n XLVI), l’altra Costanza (n LXVI), per un totale di 72 atti (…), tutte prese dall’Archivio Doria Pamphili e prima del 1200, mentre Holtzmann stima che, combinando le varie fonti preservate, si raggiungerebbero cento atti per lo stesso periodo. Aggiungiamo che anche i documenti latini del tardo Medioevo (che a volte contengono atti più vecchi inseriti) sono numerosi. I rimproveri che possono essere fatti all’edizione di Gertrude Robinson sono evidenti: questo ellenista non aveva chiaramente ricevuto addestramento in diplomazia o storia; lascia le abbreviazioni non risolte; le sue letture di latino non sono sicure; la sua edizione non soddisfa assolutamente i criteri scientifici del XX secolo; infine, ha preso in considerazione solo gli atti conservati presso l’Archivio Doria Pamphili. Tuttavia, ha avuto il merito di far emergere questa collezione ricca e originale, l’unica veramente bilingue conservata e che consente di utilizzarla entro certi limiti. Gertrude Robinson afferma di aver visto, grazie al Dott. Barletta di San Chirico [Raparo], una platea del monastero di Carbone, quindi in possesso di un avvocato De Nigris, amico di Barletta (94). In Fonseca-Lerra (65), 1994, troviamo la fotografia della prima pagina di una “regia platea” del 1741. Secondo Gertrude Robinson (Robinson 1928-1930, I, 313), negli anni 1540, l’abate commendatario Ferdinando Ruggieri (1540-1542) aveva presentato a Napoli gli atti di Boemondo II, Riccardo il Siniscalco, Alessandro e Riccardo da Chiaromonte, rinvenuti presso la Certosa di Padula e tradotto in latino, su sua richiesta, dai napoletani Giampaolo Vernalione e Vittorio Tarentino. Robinson 1928-1930. La Robinson, aggiunge tre atti riguardanti Carbone trovati altrove: c. 79-80: Tancredi (riportato a Rocco Pirro). C. 86-90: atto del maggio 1320 dagli archivi del vescovato di Anglona. Una sigillatura di Boemia II è ancora riprodotta in t. IX (diocesi di Taranto), c. 128-129: è conservato presso l’Archivio Doria Pamphlili (…) ed è stato curato da Santoro (…). Gastone Breccia, in un suo pregevole studio (…), scriveva a pp. 30-31: “Ma senza dubbio la parte più importante della documentazione sfuggita al Menniti è costituita dalle raccolte delle grandi famiglie romane. In primo luogo il fondo del monastero del S. Elia di Carbone, tuttora nell’archivio Doria Pamphili: come scrive Gertrude Robinson, a cui si deve l’edizione della maggior parte delle pergamene greche, Giovan Battista Pamphili, dal 1630 abate commendatario del monastero e protettore dell’ordine basiliano (nonché futuro papa Innocenzo X), “seems to have taken possession of whatever archives were left, and placed them for safe keeping in his own archives. For this the students of Greek monasteries owe him a great debt, for in 1645 there was a riot in Carbone in which the townspeople seem to have attacked the Monastery, and burnt whatever documents it stili contained.” (54) Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56).”. Dunque sempre il Breccia, nelle sue note 54, 55,56, postillava: “G. R o b i n s o n , History and cartulary of the greek monastery of S. Elias and S. Anastasius of Carbone, Orientalia Christiana voi. 11, 5 (1928) pp. 269-348; voi. 15, 2 (1929) pp. 117-276; voi. 19, 1 (1930) pp. 1-200); la citazione è t r a t t a dal voi. 11, 5, p. 318. Cfr. W. H o l t z m a n n , Die ältesten Urkunden des Klosters S. Maria del Patir, Byzantinische Zs. 26 (1926) pp. 328-351, che pubblica alcuni documenti dalle cartelle Chigi E VI 182-188. Sui documenti ^reci del fondo Aldobrandini (oggi Vat. lat. 131+89) cfr. A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; su quelli latini cfr. P r a t e s i , Carte latine (cit. n. 11) pp. X L – X L I . Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89).“.

(8) Musca Giosuè, Mezzogiorno Normanno-Svevo e le Crociate, ed. Dedalo, Hoepli, p. 233

(9) Borrelli Carlo, Catalogo dei Baroni, in Appendice al ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, Napoli, 1653.

(10) Capasso Bartolomeo, Sul catalogo dei feudi e dei feudatari delle provincie napoletane sotto la dominazione normanna, Atti dell’Accademia di Archeologia, Letteratura e Belle Arti, s. I, IV, 1868, pp. 293–371.

Jamison, Cataloggo dei baroni

(11) Jamison Evelyn M., Additional Work on the Catalogus baronum, Bollettino dell’Istituto Storico Italiano, LXXXIII, 1971, pp. 1–63, oppure (a cura di ), Catalogus Baronum (Fonti per la Storia d’Italia, 101), Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma, 1972,  n. 492 (Archivio Storico Attanasio). Lo storico Luigi Russo (…), dunque, alla sua nota (29), di un suo saggio su Tancredi d’Altavilla, figlio di Emma e di Odo Marchisio, postillava che: “Sui genitori di Tancredi vedi E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).” (Archivio Storico Attanasio)

(12) Jamison Evelyn M. – Ady C.M. – Vernon K.D. – Sanford C., Italy medieval and modern a histori, ed. Clarendon, Oxford, 1019, p…..(Archivio Storico Attanasio).

(13) Poma I., Sulla data della composizione originaria del Catalogus Baronum, Archivio Storico Siciliano XLVII, 1926/27, pp. 233–239.

(14) Fimiani Carmine, In Reg. Neapol. Archigymnasio…Catalogus Baronum Regni Neapolitani, Napoli, Tipografia Simoniana, 1787, p. 150

(15) Enzensbergher H., Catalogus baronum, in Lexikon des Mittelalters II, 1983, p. 1570 e segg.

(16) Antonini G., La Lucania – Discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda Discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio ‘de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(17) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo le notizie sul ‘Catalogus baronum’, l’autore scrive nel Cap. IV, ‘Contee e baronie nel territorio’, da p. 208 e s., ed in particolare egli scrive sul ‘Catalogus’ a p. 227,236,238,239,241,249.

(18) Volpe G., Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, p. 117. Si veda pure p. 132 e p. 137, dove il Volpe parla del Porto di Sapri; riguardo invece le sue congetture intorno all’origine di Camerota, si veda p. 122; si veda pure: De Giorgi C., Da Salerno al Cilento, ed. Cellini, Firenze, 1882, ristampa anastatica ed. Galzerano, Casal velino scalo, 1995.

(19) Gli Archivi Angioini, conservati nel ‘Grande Archivio’, oggi Archivio di Stato di Napoli. Il 30 settembre del 1943 una squadra di guastatori dell’esercito tedesco in ritirata appiccava il fuoco al deposito antiaereo ubicato a San Paolo Belsito presso Nola e in quel rogo andò perduta tutta la documentazione più antica dell’Archivio di Stato di Napoli. Il fondo più importante e meglio noto del Diplomatico era quello della cancelleria angioina, dove era conservato ciò che era rimasto dell’antico Archivio della r. zecca, tradizionalmente articolato in tre serie distinte, i Registri, i Fascicoli e le Arche, a loro volta ripartite in Arche in pergamena e Arche in carta bambagina. Esso conteneva non solo gli atti amministrativi, ma anche quelli politici del regno dal 1265 al 1435, constava di una serie principale di 378 registri di cancelleria, più 4 volumi composti dai frammenti fatti rilegare da Capasso, i così detti «Registri angioini nuovi», per un totale di 382 unità, delle quali 379 in pergamena e 3 in carta, di 42 volumi cartacei nei quali erano stati rilegati i fascicoli superstiti (più alcuni frammenti conservati a parte in 12 buste) e 69 volumi di atti originali rilegati, 49 in pergamena e 20 in carta, che costituivano le due serie delle Arche. Si è calcolato che i documenti tràditi prima che andassero perduti nel rogo di San Paolo Belsito fossero più di cinquecentomila. Queste stesse serie fin dal secolo XVI erano state tra le più studiate tra quelle napoletane: Filangieri calcolò, sulla base dei registri della Sala di studio dell’Archivio, che nei primi quarant’anni del secolo XX ben trecentocinquanta studiosi avevano lavorato su questo materiale, una cifra enorme, se pensiamo al limitato numero di domande di studio di quegli anni. Furono questi dati a indurre il sovrintendente a concepire l’ardito disegno di una ricostruzione dell’archivio della cancelleria angioina. Dal 1944 è in corso un paziente lavoro di ricerca mirante a ricostruire il contenuto dei registri dell’archivio della Cancelleria angioina, attraverso le testimonianze, i regesti, le descrizioni e le riproduzioni fotografiche di quei documenti. Nel 1943 Jole Mazzoleni dirigeva la Sezione politico-diplomatica dell’Archivio, la più duramente colpita dalle offese belliche, praticamente privata di tutto il diplomatico, e perciò trasformata in un ufficio di ricostruzione. La ricerca sulla scorta della tradizione indiretta, manoscritta e bibliografica, di documenti tratti dall’Archivio della r. zecca fu coordinata e realizzata da lei in prima persona, insieme con i suoi più diretti collaboratori, funzionari di quella Sezione. Si costituì così il primo gruppo di studiosi che attese fin dal 1944 al lavoro sui repertori degli antichi archivari e poi sulle trascrizioni degli archivisti napoletani, le copie legali tratte dai registri perduti, la tradizione manoscritta indiretta antica (erudita, ecclesiastica, gentilizia e comunale), sparsa negli archivi e nelle biblioteche d’Europa, e quella più recente costituita dagli archivi personali di studiosi dei secoli XIX e XX, le pergamene originali spedite dall’antica cancelleria e conservate negli archivi dei destinatari di provvedimenti regi, l’immensa letteratura sul periodo, oltre, ovviamente, gli svariati codici diplomatici editi e, non da ultimo, l’ingente patrimonio di fotografie, microfilm e trascrizioni, raccolto a Napoli, grazie all’appello del Filangieri, rivolto agli studiosi, allora ancora in vita o morti da poco, che avevano lavorato sulle carte d’età angioina nei primi quarant’anni del secolo. Queste sono le principali direttive del lavoro del Filangieri e della Mazzoleni, che con ininterrotta continuità di metodo continua ancor oggi, e che ha consentito di acquisire un’immensa congerie di trascrizioni, fotografie o semplici notizie di atti perduti delle tre serie che costituivano un tempo l’archivio della cancelleria, e ora custodite sulla scorta delle segnature archivistiche originarie. Con il ritorno della Sezione politico-diplomatica dell’Archivio alle normali attività d’Istituto, già negli anni della Direzione Mazzoleni (1956-1973), l’Ufficio della ricostruzione della cancelleria angioina è diventato una struttura di ricerca comune all’Archivio di Stato di Napoli e all’Accademia pontaniana, coordinato dal responsabile della collana di «Testi e documenti di storia napoletana», Filangieri prima, al quale subentrò nel 1959 la stessa Mazzoleni e dal 1993 Stefano Palmieri, alla cui attività editoriale attendono principalmente gli allievi più meritevoli della Scuola di paleografia, diplomatica e archivistica dell’Archivio di Stato di Napoli. Le schede dei ricostruttori non sono messe in consultazione, dal momento che non costituiscono un fondo d’archivio, ma sono frutto dell’attività di ricerca di chi negli anni ha atteso all’intrapresa, tuttavia l’Ufficio fornisce informazioni bibliografiche e archivistiche sul materiale di studio accumulato a chiunque ne faccia richiesta. A riguardo, riportiamo la risposta del Dott. Fernando Salemme, funzionario dell’Archivio di Stato di Napoli, che riguardo un’antica pergamena d’epoca Normanna così ci rispondeva: “Gentile Professore, Il fondo Pergamene Greche, originali tratti effettivamente dagli archivi di Cava, Montecassino e Montevergine, un tempo sezioni del nostro Istituto, era composto da 326 volumi con documenti dall’anno 885 all’anno 1304: il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andata distrutta, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera, in accordo col progetto di pubblicare integralmente i documenti anteriori alla Monarchia Normanna: in questo modo la distruzione del fondo avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, per le notisime vicende dell’incendio della villa di San Paolo Belsito, ci ha lasciato almeno la conoscenza del testo ma pochissime immagini pubblicate in appendice all’opera stessa. Di questo importantissimo fondo per la storia medievale dell’Italia Meridionale restano nel nostro Museo alcuni repertori antichi: – Museo 99 C 49Regesti dei Voll. 3-7 delle pergamene anteriore alla monarchia.”.

(20) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie…, op. cit., Cap. IV, p. 292-293.

(21) Giustiniani L., Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, Tomo VII, p. 225 e s. su Policastro e su Torre Orsaja e Castelruggiero, si veda Tomo IX, p. 215 e s.

(22) De Blasiis G., L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI, Napoli, ed. A. Dekten, 1873, vol. III, cap. II, p. 54.

(23) Alfano N. M., Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli, ed. Vincenzo Manfredi, 1795, p……

(24) Cuozzo E., Catalogus Baronum- Commentario (F.S.I. n. 1, t. II, Istituto di Storia Italiano per il Mezzogiorno E.), Roma, 1984, p. 138, par. 469.

(25) Riguardo l’origine della famiglia Marchisio, si veda: Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, p. 292-293. Per l’origine dei Marchisio, si veda pure l’opera di Raoul di Caen o Jumiegès. Caen Rodolfo (Raoul de Caen), cronista dell’epoca Normanna, autore dell’opera: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’, nota fino ad ora come «Gesta Tancredi in Expeditione Hierosolymitana»; si veda pure: Camillo Minieri-Riccio, Studi storici sui fascicoli Angioini dell’Archivio della Regia Zecca di Napoli, Napoli, ed. Detken, 1863; si veda pure: Alfano N.M., op. cit. (32) e Ebner P., op. cit. (11). Per l’origine dei Marchisio, si veda pure: Guglielmo Arcivescovo di Tiro ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562, dove si può leggere dell’origine della famiglia Marchisio e di Tancredi figlio di Emma e di OdoLo storico Luigi Russo (…), dunque, alla sua nota (29), di un suo saggio su Tancredi d’Altavilla, figlio di Emma e di Odo Marchisio, postillava che: “Sui genitori di Tancredi vedi E. Jamison, Some Notes on the ‘Anonymi gesta Francorum’ with Special Reference to the Norman Contingent from South Italy and Sicily in the First Crusade, in Studies in French Language and Medieval Litterature Presented to Prof. Mildred K. Pope by Pupils, Colleages and Friends, Manchester, 1939, pp. 195-200).”.

(26) Raoul di Caen o Jumiegès. Rodolfo Cadomense o Caen Rodolfo (Raoul de Caen), cronista dell’epoca Normanna, autore dell’opera: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’, nota fino ad ora come «Gesta Tancredi in Expeditione Hierosolymitana» o come ‘Gesta Tancredi‘). Per l’opera di Caen, si veda Guizot M., Collection des memoires relatifs a l’Historire de France – Notice sur Raoul de Caen et Robert Le Moine – Faits et gestes du Prince Tancrede, Paris., ed. Chez J. – L-J. Briere, 1825, p…..Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen, lo chiama ‘Marchisio’. Caen è citato da alcuni studiosi tra cui il Musca (…). Si veda pure di Oderici Vitale o Oderico Vitalis o Oderico Vitale, ‘The Gesta Normannorum Ducum of William of Jumièges’, Orderic Vitalis o Vitale and Robert of Torigni, edited and translated by Elisabeth M. C. Van Houts, Clarendon Press, Oxford, 1995. Si veda pure: ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562. Il Caen (13), lo chiama ‘Marchisio’. Dopo la morte di Tancredi nel 1112, Radulfo redige le sue ‘Gesta Tancredi’ per ricordare le imprese del valoroso nobile normanno, Tancredi d’Altavilla, nipote di Roberto il Guiscardo, cugino di Boemondo e uno degli eroi della Crociata (1095-1099). L’opera fu scritta prima del 1118 ma si ferma bruscamente nel 1105, il resto del documento essendo certamente andato perduto. Questa storia, tutta in lode di Tancredi, non è peraltro meno preziosa per la storia generale della prima spedizione dei crociati in Oriente. Se Radulfo non ha visto tutte le cose che narra, era però quanto meno ben a conoscenza di ciò che raccontava, meglio di ogni altra persona, relativa al periodo 1096-1107. Detta cronaca è stata redatta in capitolo, alcuni dei quali in prosa, altri in versi poetici. Radulfo, in quanto storico, deve essere esaminato con attenzione particolare per chiarire o correggere alcuni punti storici, dal momento che egli differisce nel suo racconto da quelli degli altri autori a lui contemporanei. L’opera ha avuto una vicenda particolarmente sfortunata, sia sotto il profilo della tradizione, che sotto quello della considerazione quale fonte storica. L’unico manoscritto (Bruxelles, KBR, 5373, saec. XII), forse almeno parzialmente autografo, è rimasto sconosciuto per tutto il Medioevo, riemergendo e salvandosi dall’incendio che bruciò l’abbazia di Gembleux nel sec. XVIII. Trattato maldestramente con reagenti chimici, è arrivato fino a noi in uno stato assai scadente. Il fatto che il testo racconti gli eventi dal 1096 al 1106, anni in cui l’autore non era in Terrasanta, lo ha fatto considerare come un esercizio di mera encomiastica (a causa anche della patina retorico-stilistica altissima che lo caratterizza). Una cronaca sulla I Crociata pertanto “inutile”, a fronte di testimonianze dirette come i famosi ‘Gesta Francorum’. Per il manoscritto del Caen, si veda: Radulphi Cadomensis, ‘Tancredus’, a cura di E. D’Angelo, 2011, stà in ‘Corpus Christianorum Continuatio Mediaevalis’.

(27) Oderici Vitalis o Oderico Vitale, Oderico Vitalis o Oderico Vitale, ‘The Gesta Normannorum Ducum of William of Jumièges’, Orderic Vitalis o Vitale and Robert of Torigni, edited and translated by Elisabeth M. C. Van Houts, Clarendon Press, Oxford, 1995.

(28) Ventimiglia F. A., Cilento illustrato, con introduzione a cura di Francesco Volpe, Quaderni di Storia del Mezzogiorno, ristampa ed. E.S.I., Ercolano, 2003 (Archivio Storico Attanasio). Purtroppo, questo manoscritto inedito, pubblicato da Francesco Volpe, risulta per molte parti spurio. Nel Libro quinto, il Cap. I, è dedicata alla “Successione dei Baroni in ciascuna Terra della fellonia del Principe di Salerno fin oggi”, ma è pubblicata solo la prima delle sue pagine manoscritte che parla della Baronia di Rocca. Del Ventimiglia, si veda pure: ‘Delle memorie del Principato di Salerno’. Parte prima dall’anno 840 fino al 1127, ed. Raimondi, Napoli, 1788; si veda pure: ‘Prodromo alle Memorie del Principato di Salerno’, nel quale ricostruiva la storia di Salerno dalle origini fino al 840.

(29) Pontieri Ernesto, si veda ‘Cilento‘, stà in Enciclopedia Italiana, X, 240 e si veda pure Gatta, op. cit. (10), pp. 148 sgg. 275 e s.

(30) Il Trinchera (…), citava una causa intentata dallo Studio Legale dei Vargas-Macciuccea. (…) Il Trinchera (…), scriveva che l’antico privilegio del 1097, provenisse dall’“Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco”, scriveva: “…atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subs-criptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.”. Di ‘Vargas-Macciuccea’, ne parla il testo ‘Biografia universale antica e moderna’, Venezia, 1827, vol. XXXIV, che a p. 219, scrive: “L’avvocato Duca de Vargas Machuca, Marchese … X. 1708, Avvocato fiscale dell’Udienza della Calabria Ultra con Privilegio dato a…che, nel 1749, passò alla carica di Presidente della Regia Camera della Sommaria e, che nel Luglio del 1752, fu promosso a quello dell’avvocato fiscale del Real Patrimonio, dove in una causa, fu costretto a confutare alcune carte, che i Certosini di S. Stefano del Bosco in loro favore vantavano.” che, pubblicò “Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco”, Napoli, stamperia Simoniana, 1765. Infatti, nella Causa fiscale in questione, il ‘Vargas-Macciuccea’, esaminò e relazionò sul grande patrimonio di alcuni Monasteri poi in seguito soppressi (vedi nota sui Vargas-Macciuccea). Tra questi antichissimi privilegi, vi era anche l’antica pergamena (…), pubblicata dal Trinchera (…). L’antica pergamena del 1079, si trovava in una Certosa in Calabria, la Certosa di S. Stefano del Bosco in Calabria. La certosa di Serra San Bruno (anche Certosa dei Santi Stefano e Bruno) è un monastero certosino situato vicino all’omonima cittadina inprovincia di Vibo Valenzia. Nel 2003, Francesco Volpe, nel pubblicare un manoscritto inedito di Francesco Antonio Ventimiglia, un antico manoscritto apocrifo dell’erudito di Vatolla. Il manoscritto, “Cilento illustrato”, è uno dei documenti posseduti dallo stesso Volpe, in quanto lui stesso scrive, consegnato alla sua moglie dai due eredi dei Ventimiglia di Vatolla, e che per questo si salvò dalla scomparsa prima della morte dei due eredi di famiglia Ventimiglia. Il Volpe (…), scrive che a Vatolla, la famiglia Ventimiglia, aveva allestito una ricca ed opulenta biblioteca ed in particolare un copioso archivio di antichissime pergamene e privilegi. La ricca biblioteca privata dei Ventimiglia di Vatolla, fu studiata ed esaminata anche Matteo Mazziotti e da Pietro Ebner che spesso la frequentava. Il Volpe, a proposito dei Vargas-Macciuccea, scriveva in proposito: “La biblioteca di famiglia, che si era già costituita con un primo nucleo proveniente dal vicino convento francescano e che poi, proprio con Francesco Antonio, acquisì il vastissimo fondo dei Vargas Macciucca, che allora tenevano il feudo di Vatolla col munifico marchese Francesco. Questi testi figurano oggi nella biblioteca Ventimiglia della nostra Università e su taluni si può ancora rilevare qualche chiosa annotata da Francesco Antonio.”. Dunque, sui Vargas-Macciucca, il Volpe, dice che i Ventimiglia di Vatolla nel 1700, acquisirono il vasto fondo di carte e che oggi questo fondo di carte, si trova all’Università di Salerno. Infatti, il Volpe, scrive che: “Dopo la morte di Francesco Antonio, i suoi discendenti conservarono in ogni generazione la sua passione bibliofila, continuando ad ampliare la raccolta con testi pregiati, fino a portarla a consistenza dei settemila volumi donati all’Università di Salerno nel 1973.”. Il duca TOMMASO Vargas Macciucca, marchese di Vatolla, Cavaliere Gerosolimitano, Grande di Spagna, Regio Consigliere, Giudice della Gran Corte della Vicaria, nel 1777 divenne confratello dell’ Augustissima Compagnia della Disciplina della Santa Croce, prima arciconfraternita laicale sorta a Napoli nel 1290 con il silenzioso auspicio del Pontefice Nicolò III, al secolo Giovanni Gaetano Orsini (1216 † 1280), ricordato anche da Dante (Inferno, XIX, 70-72).

(31) Tancredi, conte di Lecce (che diventò il IV re della Sicilia). Tancredi, figlio naturale di Ruggero III di Puglia (il figlio maggiore di Ruggero II di Sicilia) e di Emma dei conti di Lecce (figlia di Accardo II), divenne conte di Lecce nel 1149. Nel 1155 Tancredi di Lecce, cospirò con altri nobili contro il re Guglielmo I (suo zio e padre di Guglielmo II detto il Buono), il quale l’anno dopo sedò la rivolta con le armi e mandò in catene Tancredi e suo fratello Guglielmo. Tancredi rimase alcuni anni a Costantinopoli e ritornò in Sicilia solo nel 1166 dopo l’assunzione del trono da parte di Guglielmo II detto il Buono (Guglielmo il Buono).

(32) Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. L’opera si può dividere in due parti: prima e dopo l’839. Gli avvenimenti fino all’839 sono trattati in termini generali e non sono rilevanti da un punto di vista storico. La trattazione degli avvenimenti successivi all’839, invece, assume la forma di una cronistoria ampiamente dettagliata molto simile allo stile degli annali. Questa parte è estremamente interessante dal punto di vista storico, anche se spesso Romualdo assume toni autocelebrativi quando tratta le vicende che lo vedono protagonista. Si servì di tutto il materiale storico esistente negli archivi di Salerno, di Benevento, di Montecassino. Si avvalse anche degli ‘Annales Beneventani’ (nella loro seconda o terza edizione), del ‘Chronicon Cavensis’ e del ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense (…) e di Pietro Diacono (…). Ma la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada (….), di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. Dei Normanni del Principato di Salerno ci offre notizie e dati che non compaiono altrove. Per esempio solo Romualdo Guarna racconta come nel 1105 la città di Monte Sant’Angelo con tutto il castello cadde dopo lungo assedio in mano del duca Ruggero, che più tardi si impadronì di Canosa. L’opera di Romualdo Guarna Salernitano è stata pubblicata da Giuseppe Del Re (…), ‘Romualdi II Archiepiscopi Salernitani’, in , ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani’, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80. L’opera di Romualdo Guarna è stata pubblicata anche dal Muratori in ‘Monumenta Germaniae Historica Scriptores’, tomus XIX, Romoaldi Annales, anni 1143 – 1148, Pag 845. Romualdo Guarna (Salerno, fra il 1110 e il 1120 – 1° aprile 1181 o 1182) è stato un arcivescovo cattolico, storico, politico e medico longobardo, una delle figure più importanti del Regno di Sicilia nella sua epoca. È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Nacque a Salerno dalla famiglia Guarna. Da giovane frequentò la prestigiosa Scuola medica Salernitana, dove studiò non solo medicina ma anche storia, giurisprudenza e teologia. Fu molto critico del comportamento di Maione di Bari nel non appoggiare l’ultimo caposaldo cristiano normanno in Tunisia nel 1160: praticamente lo accusò di avere condannato allo sterminio la residua comunità cattolica di Mahdia. Non è chiaro se prese parte alla cospirazione dei Baroni contro Maione di Bari, ma di certo rimase sempre nelle grazie di re Guglielmo I d’Altavilla. Nel 1160-1161 difese Salerno dalla furia di Guglielmo I, che intendeva distruggerla dopo la rivolta dei Baroni. Con l’aiuto di altri salernitani a corte (tra cui Matteo d’Ajello) riuscì a intercedere per far risparmiare la città. Alcune fonti tuttavia narrano che la flotta inviata dal re per punire la città fu respinta da una violenta tempesta. Ebbe incarichi diplomatici da parte dei re normanni Guglielmo I e Guglielmo II: negoziò il Trattato di Benevento del 1156; partecipò alla Pace di Venezia nel 1177. Alla morte di Guglielmo I, fece parte dei ‘familiares regis’ ovvero del consiglio che doveva coadiuvare la regina Margherita nel governo del regno, fino alla maturità dell’erede al trono Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Nel 1167 fu lui, come più alto prelato del regno, a incoronare re Guglielmo II, nella Cattedrale di Palermo. Nel 1179 partecipò attivamente al terzo Concilio Lateranense. Ebner (…), alla sua nota (28), postillava su Simone conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I (detto il Malo): “Ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia”. Alla sua nota (29), scrive che: “29- Romualdo Guarna, ad. a. 1156.”. Guarna Romualdo, ‘Romualdi Salernitani Chronicon’ : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav.: facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino : Bottega d’Erasmo, 1973. Di Romualdo Guarna o Warna e del suo “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, si veda il Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani), Napoli, vol. I, da p. 1 e sgg. Scrive il Del Re nel suo ‘Proemio’ al “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, di Romualdo Guarna: “Scrisse adunque il nostro Arcivescovo, oltre ad alcune opere ecclesiastiche, la storia delle nostre regioni, e prese origine dalla creazione del mondo. Il primo a dare in luce alcuni brani di questa Chronica fu il Baronio, il quale fu imitato da Felice Contilori, che ne pubblicò un altro piccolo brano: dal 1173 al 1178. Venne terzo il Caruso, e quella parte ne tolse che più aveva relazione con la Sicilia: dal 1159 al 1178. Ultimo fu il Muratori, il quale avrebbe pubblicato tutto quel tratto che discorre dal 926 al 1178, se il dotto uomo Giuseppe Antonio Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana ecc…”.

(33) Ugo Falcando, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri. Ugo Falcando è il nome, presumibilmente fittizio, attribuito a un letterato medievale. Il manoscritto è stato poi in seguito pubblicato a stampa nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri (Archivio Storico Attanasio). Falcando fu autore di una cronaca latina del Regno di Sicilia della seconda metà del secolo XII, pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1550 insieme una ‘Epistola ad Petrum Panormitanae Ecclesiae thesaurarium de calamitate Siciliae’, probabilmente dello stesso autore. Citato anche dall’Antonini (…), la chronaca di Ugo Falcando, ‘Storia Sicula’, a differenza della chronaca del contemporaneo Alessandro Telesino (…), che arriva fino all’anno 1137, si oppone invece a Ruggero II d’Altavilla. Il Falcando, ci parla di un altro Simone, riferendoci che esso muore nell’anno 1155, presumo che la sua chronistoria dei fatti Siciliani, copra il periodo della reggenza di re Guglielmo I detto il Malo. Secondo lo studioso Pino Rende, il Falcando ci informa che il nostro Simone di Policastro, “liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”. Quindi, il Falcando, è il cronista che ci racconta di questo Simone di Policastro al tempo di re Guglielmo I, come ci raccontava anche il Cataldo (…), che scriveva che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit”. Quindi, questo Simone di Policastro, secondo il Cataldo (…), “visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere” e invece secondo Pino Rende, il Falcando ci informava che “liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”. Infatti, l’Ebner (…), è la cronistoria di Ugo Falcando (…), che ci racconta della presenza del re Guglielmo I a Salerno nell’anno 1155 (un anno dopo la distruzione di Policastro da parte del Barbarossa). Per la cronaca di Ugo Falcando, si veda Del Re G., Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol I, si veda da p…..

Inveges Agostino

(34) Inveges Agostino, “Ugone Gircea Vicegerente di Sicilia”, parte ….degli Annali di D. Agostino Inveges, 1651; si veda suo Lib. 3, Hist. Pal.

(35) Ceccano Giovanni, ‘chronaca’, citata dall’Antonini a proposito di Florio di Camerota nell’anno MCLXXVII (1177), la troviamo in ‘Cronisti sincroni napoletani’, p. 412, di Giuseppe Del Re (…), nella versione del Volpicella (…) (Archivio Storico Attanasio).

(36) AA.VV., ‘Temi per una Storia di Licusati’, p. 42, stà in ‘Storia di Licusati’, ed. Centro studi di promozione culturale per il Cilento, a cura di Amedeo La Greca.

(37) Pirri Rocco, Sicilia sacra, disquisitionibus et notis illustrata… Liber primus complectitur notitias trium Siciliae metropoleon Panormitanae, Messanensis et Monteregalensis …, Lugduni Batavorum, sumptibus Petri Vander, Bibliopolae & Typographi Academie atque Civitatis, 1723.

(38) Muratori A.L., Rerum Italicarum Scriptores, Tomo ?, p. 282

Luca Mannelli.JPG

(39) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, inedito conservato nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, 1891, pag. 153. Il mano-scritto del Mannelli viene citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’, op. cit. , p. 486, e dice: “Lucania sconosciuta, ms in Biblioteca Nazionale di Napoli, XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Arturo Didier, scriveva in proposito: ” la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un illustre dianese, Luca Mandelli, monaco agostiniano. Egli, grande erudito, iniziò a descrivere il territorio lucano incominciando dai paesi costieri, poi si inoltrò nelle zone interne fino a raggiungere il Vallo di Diano, dove riuscì a descrivere, via via, la Valle, Polla, Atena e Diano. Finito di scrivere il profilo storico del suo paese natale, il Mandelli morì nel 1672. La sua opera, “Lucania sconosciuta”, rimasta incompiuta, è conservata manoscritta (oltre seicento fogli vergati con una scrittura fitta e non sempre chiara e leggibile) nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Io ho avuto l’onore e il piacere di trascriverne tutta la parte riguardante il Vallo di Diano e pubblicarla nel mio libro “Diano, città antica e nobile”, nel 1997.”. Di Luca Mandelli ne parla Vittorio Bracco, ‘Padula’, ed. Cantelmi, Salerno, 1976, nel libro – che mi fu donato da Gerardo Ritorto – a p. 520 e 521, nelle sue note dice che si era imbattuto nel manoscritto e che “la vera grafia del cognome era Mandelli, che è quella segnata nel catalogo dei manoscritti della Biblioteca Nazionale di Napoli, dove l’opera è conservata e che abbiamo creduto di voler ripristinare”. Poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, La Lucania, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit. dice nella sua nota 59 a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Si veda pure: Costantino Gatta, La Lucania illustrata, Napoli, Antonio Abri, 1723. Frammenti del manoscritto intitolato la ‘Lucania sconosciuta’ del P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine è conservato Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Gaetani Rocco, ‘L’antica Bussento oggi Policastro Bussentino e la sua prima sede episcopale: studio storico critico del sacerdote Rocco Gaetani’, Roma, ed. A. Befani, 1882. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976. Lo Strazzullo, a p. 294, ci parla del testo di Padiglione C., La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Martino in Napoli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati, Napoli, 1876, che a pag. 261-263, riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dello Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine (21) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio, nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane” Sempre il Laudisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli (…) (parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135), afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”.

(40) Barile N. L., La figlia del re di Francia e il principe normanno. Il matrimonio di Costanza e Boemondo d’Altavilla, stà in ‘Con animo virile‘, a cura di Patrizia Mainoni, ed. Viella, Roma, 2010, p. 85 e s.

(41) Rodotà P., Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma, ed. Salomoni, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, e poi anche 1763 (Archivio Storico Attanasio), ci parla nel suo capitolo dedicato al Monastero di S. Maria di Grottaferrata e ‘Dei Monasteri nel Reame di Napoli’, ci parla di S. Nilo e del Monastero di S. Elia. Secondo il Cappelli (…), che lo cita, nella sua nota (21) a p. 345, trae notizie dal Robinson (…), riguardo il Monastero di S. Elia, che cita il testo di Rodotà. Rodotà, scrive: “S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”.

(42) Santoro P.E., Il monastero di Carbone, Napoli, ed. Pellizzone, 1859, che parla del Monastero del Carbone.

(43) Guglielmo Arcivescovo di Tiro ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme’, “Belli sacri historia”, dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562, dove si può leggere dell’origine della famiglia Marchisio e di Tancredi figlio di Emma e di Odo. Guglielmo di Tiro, utilizzò largamente un’altra cronaca del tempo ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, di Alberto di Aix o di Aquisgrana (…).

(44) Mazza A., p. 113, vedi nota (50) di Pietro Ebner (…), “Chiesa, popoli e baroni nel Cilento”, nel suo vol. II a p. 422.

(45) Aubè Pierre, Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo, Paris, 2001, traduzione di Daniele Ballarini, ed per Il Giornale – Biblioteca Storica (Archivio Storico Attanasio), pp. 42, 65, 73, 74

(46) Caravale Mario, Dizionario Biografico degli Italiani, vol. LXIII. Rome, voce ‘Bon marchese’

(47) Guglielmo di Puglia, cronista d’epoca Normanna che dedico la sua cronaca alle vicende di Roberto il Guiscardo e suo figlio Ruggero Borsa. Guglielmo di Puglia (in latino: Guillelmus Apuliensis; … – …) è stato un cronista attivo in Italia in epoca normanna, a cavallo tra la fine del secolo XI e l’inizio del secolo XII, noto come autore dei “Gesta Roberti Wiscardi”. L’opera, scritta in esametri, composta in cinque libri, fu conclusa, forse, tra il 1095 e il 1099. A dispetto del nome che la tradizione ci ha consegnato, non c’è materiale sufficiente per stabilire una sua origine pugliese(longobarda; Guglielmo non cela mai un certo astio invece nei confronti dei bizantini) o normanna, né tanto meno per affermare che egli fosse un uomo di Chiesa. L’opera, dedicata al figlio del Guiscardo, Ruggero Borsa, che ne fu il committente, ha come protagonista proprio il Guiscardo e si concentra su vicende pugliesi e sui rapporti dei Normanni con l’impero bizantino: proprio in ambiente pugliese, dunque, forse fu composta, come pure fa pensare il silenzio riguardo a fatti calabresi e campani. Guglielmo fa apparire la vicenda del Guiscardo come la naturale prosecuzione della secolare lotta compiuta dai Longobardi (visti come i “legittimi” signori del territorio) contro i Greci (signori dispotici ed “effeminati”) per il controllo dell’Italia meridionale. In sostanza Guglielmo cerca in questo modo di legittimare la conquista del Mezzogiorno da parte dei Normanni, rappresentando questi ultimi come continuatori del ruolo che era stato dei Longobardi (quello cioè, nella sua visione, di liberare il territorio dai Greci unificandolo sotto un unico dominio), come gli eredi della loro politica e della loro ideologia, e in definitiva della loro funzione storica. L’unico manoscritto medievale rimasto è quello conservato nella Bibliothèque Municipale d’Avranches (ms. 162, della fine del XII secolo) e proveniente dalla biblioteca dell’abbazia di Mont-Saint-Michel. Un altro manoscritto, utilizzato per l’editio princeps del 1582, proveniente dall’abbazia di Bec, è invece disperso.

(48) Falcone Beneventano, fu un importante cronachista per gli anni tra il 1102 ed il 1144 nel Mezzogiorno. La sua opera, il ‘Chronicon Beneventanum’, di cui è andato perduto l’inizio e, probabilmente, anche la fine, racconta in forma annalistica la storia di Benevento e, dal 1127, dell’ascesa di Ruggero II di Sicilia tra le potenze dell’epoca. È abbastanza affidabile in quanto testimone oculare, ma dalla parte dei longobardi e dei beneventani che, da oltre un secolo, avevano visto crescere la potenza dei normanni.

(49) Alberto di Aix, Alberto di Aquisgrana ((LA) Albericus o Albertus Aquensis; fine dell’XI secolo – post 1120) fu un cronachista della Prima Crociata. Era canonico e custode della chiesa di Aquisgrana. Non si conosce altro della sua vita, tranne che fu l’autore della ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, chiamata anche ‘Chronicon Hierosolymitanum’ de bello sacro o ‘Liber Christianae expeditionis pro ereptione, emundatione, restitutione sanctae Hierosolymitanae ecclesia’. Un’opera in latino, costituita da dodici libri, scritta tra il 1125 ed il 1150, che inizia con l’Appello di Clermont, racconta le fortune della Prima Crociata e l’inizio della storia del Regno di Gerusalemme e termina piuttosto bruscamente nel 1121. Era ben conosciuta durante il Medioevo, e fu largamente usata da Guglielmo, Arcivescovo di Tiro, per i primi sei libri della sua Belli sacri historia”. In epoca moderna è stata accettata senza riserve per molti anni dalla maggior parte degli storici, incluso Edward Gibbon. Più recentemente, il suo valore storico è stata impugnata seriamente, ma il verdetto dei maggiori accademici sembra essere che in generale esso costituisce un registrazione veritiera degli eventi della Prima Crociata, sebbene contenga qualche materiale leggendario. Alberto non visitò mai la Terra Santa, ma sembra aver avuto una considerevole quantità di colloqui con i crociati di ritorno dalla Terra Santa, ed aver avuto accesso ad una notevole corrispondenza. La prima edizione della cronaca fu pubblicata ad Helmstedt nel 1584; una buona edizione è in ‘Recueil des historiens des croisades’, tomo IV, Parigi 1879.

(50) Ruggero Borsa. L’Aubè (…), scrive che di Ruggero Borsa ci ha raccontato il cronista Falcone Beneventano (…). Nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia. Morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale Cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Alla sua morte il ducato fu ereditato dal figlio Guglielmo, il quale si rivelò un governante debole quanto e più di suo padre. Il dominio fu poi definitivamente ereditato da Ruggero II. Dal punto di vista storiografico, una delle principali fonti sul regno di Ruggero Borsa è l’opera del cronista Guglielmo di Puglia, che dedicò le sue cronache a Roberto il Guiscardo e suo figlio.

(51) Su Florio di Camerota, la Treccani, cita le seguenti fonti bibliografiche: ‘Romualdi Salernitani Chronicon’, a cura di C.A. Garufi, in ‘Rer. Ital. Script.’, 2 ed., VII, I, pp. 268, 396 s.; ‘Alexandri III Romani Pontificis opera omnia’, in J.P. Migne, Patr. Lat., CC, coll. 332 s.; G. Del Giudice, ‘Cod. diplom. del regno di Carlo I e II d’Angiò’, Napoli 1863, App., I, pp. LIII-LVIII; ‘Gesta regis Henrici secundi Benedictis abbatis’, a cura di W. Stubbs, in Rer. Britanicarum Medii Aevi Script., XLIX, I, London 1867, p. 115; Ugo Falcando, ‘Liber de Regno Siciliae’, a cura di G.B. Siragusa, Roma 1897, in Fonti per la storia d’Italia, XXII, p. 140; F. Schneider, ‘Neue Dokurnente vornehmlkh aus Süditalien, in Quellen und Forschungen aus italien’. Archiven und Bibl., XI (1914), p. 30; ‘Cod. diplom. normanno di Aversa’, a cura di A. Gallo, Napoli 1927, pp. 120 s.; ‘Catalogus Baronum’, a cura di E. Jamison, Roma 1927, in ‘Fonti per la storia d’Italia’, CI, pp. 84 s., 105; A. Di Meo, ‘Annali critico-diplom. del Regno di Napoli’, X, Napoli 1816, p. 827; A. Bozza, La Lucania, Rionero 1888-89, II, p. 277; C.H. Haskins, England and Sicily in the 12th century, in The English historical Review, XXVI (1911), pp. 642, 644, 649; E. Jamison, The Norman administration of Apulia and Capua, in Papers of the British School at Rome, VI (1913), pp. 309 s., 382, 429, 478 s.; L.R. Ménager, Notes et documents sur quelques monastères de Calabre a l’époque normande, in Byzantinische Zeitschrift, L (1957), pp. 342-353; E. Pontieri, Tra i Normanni nell’Italia meridionale, Napoli 1964, p. 208; M. Caravale, Il regno normanno di Sicilia, Roma 1966, pp. 162, 225, 231, 233, 237, 264, 267, 320, 355; H. Enzensberger, ‘Beiträge zum Kanzlei und Urkundenwesen der normannischen Herrscher Unteritaliens und Siziliens’, Kallniünz in Oberpfalz 1971, pp. 17, 100; ‘Catalogus Baronum’. Commentario, a cura di E. Cuozzo, Roma 1984, in Fonti per la storia d’Italia, CI, t. II, pp. 133 s.

(52) Bozza Angelo, La Lucania, Rionero 1888-89, II, p. 277 ecc.. (Archivio Storico Attanasio).

(53) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681

(54) von Falkenhausen Vera, Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina, stà in “Il Monastero di S. Elia di Carbone e il suo territorio dal Medioevo all’età Moderna Nel millenario della morte di S. Luca Abate“, a cura di Cosimo Damiano Fonseca e Antonio Lerra, Atti e Memorie del Convegno Internazionale di Studio promosso dall’Università di Basilicata, Potenza-Carbone, 26-27 giugno 1992, Potenza, 16,  ed. Congedo, Lavello (PZ), 1996, p. 61 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: von Falkenhausen Vera, La Diocesi di Tursi-Anglona terra di incontro tra greci e latini, Atti del Convegno Internazionale di Studi promosso dall’Università di Basilicata sulla Diocesi di Tursi-Anglona, 1978, p. 31.

(55) Antonini Giuseppe, La Lucania, I Discorsi, I° ed. Benedetto Gessari, 1745, parte III, p. 490, si parla di Odo Marchisio e di suo figlio Tancredi.

(56) Russo Luigi, Tancredi e i Bizantini, sui Gesta Tancredi in Hexpeditione Hierosolymitana di Rodolfo di Caen,

(57) Martène Edmond, Gesta Tancredi auctore Radolfo Cadomensi eius familiari, stà in ‘Thsaurus novus anecdotorum’, Tomo III, Paris, 1717, p. 107.

(58) Menniti Pietro, Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. La storica Vera von Falkenhausen (49) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), anche in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti e li riproduce. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…); ha anche usato il libro di Santoro; in sette casi, infine, dice di aver usato documenti dagli archivi di S. Basilio de Urbe (che non esistono più). Dichiara addirittura che i monaci di Carbone godono di un franchising per la macinatura del grano “come constat da molte scritture, che si conservano nell’Archivio Basiliano di Roma” (…). “Summa bullarum e constitutionum apostolicarum pro ordine S. Basilii Magni, aliorumque Collectaneorum eumdem ordinem spectantium a P. Petro Menniti eiusdem Ordinis Abbatis Generalis digesta, e conscripta, anno MDCCVII”; la cronaca è intitolata: Cronica del Monastero Archimandritale di S. Elia di Carbone dell’ordine di S. Basilio Magno. Non abbiamo ancora esaminato il volume 23.

(59) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure: Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228 (Archivio Storico Attanasio).

(60) Pera L., Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, si veda p. 147 e s. e si veda p. 379 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(61) Follieri Enrica, ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997 (Archivio Storico Attanasio).

(62) Sul Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ), ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “nel mandamento di Latronico dal quale è lontano 12 chm. nel circondario di Lagonegro. Vera in origine solo il Monastero di S. Elia dell’ordine di S. Basilio, edificato nella seconda metà del VI secolo come si ha dal Santoro che ne descrive la storia,……, poichè (la sua terra) il detto monastero l’ebbe in feudo dai principi Normanni, e sono annoverati nel registro del 1178 due baroni, Giovanni e Riccardo di Carbone. L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. Come vediamo dal Rodotà (…), tra i benefattori del Monastero di S. Anastasi e S. Elia del Carbone in Provincia di Potenza, vi era anche ‘Hugo Marchesius’, che il Santoro (…), cita a p. 8. Noi crediamo che l’origine del nostro documento fosse diversa. Secondo la nota (21) al testo del Cappelli (…), si trattava dell’antichissimo Monastero basiliano di S. Elia e Anastasio a Carbone (PZ). Riguardo questo antichissimo monastero, ha scritto il Rodotà P. P. (40), Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma, ed. Salomoni, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, e poi anche 1763, ci parla nel suo capitolo dedicato al Monastero di S. Maria di Grottaferrata e ‘Dei Monasteri nel Reame di Napoli’, ci parla di S. Nilo e del Monastero di S. Elia. Secondo il Cappelli (…), che lo cita, nella sua nota (21) a p. 345, trae notizie dal Robinson (…), riguardo il Monastero di S. Elia, che cita il testo di Rodotà. Rodotà, scrive: S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”Moltissimi dei documenti d’epoca Normanna, molti dei quali erano pergamene membranacee e redatte con scrittura in greco, erano documenti provenienti da monasteri basiliani o di antica fondazione. Molti di questi documenti, come alcuni di quelli che abbiamo citato in quanto riguardano il personaggio Normanno ‘Odo Marchisio’, erano privilegi compilati per concessioni fatte al Monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (…), che dopo varie vicissitudini ed anche a seguito alla soppressione dei Monasteri del 1809, confluirono nell’Abazia di S. Maria di Grottaferrata presso Tuscolo, nel Lazio, che nel 1600, fu commendata dal Cardinale Bessarione, il quale incaricò alcuni suoi collaboratori di redigere quello che oggi viene comunemente chiamato “Regestum Bessariones”, che cita moltissimi di questi antichissimi documenti. Agli inizi del XVIII secolo, Pietro Menniti (…), su incarico del Bessarione, redisse il ‘Chronicon Carbonense’ e il ‘Bullarium Cryptense’, dove vennero trascritti moltissimi dei documenti posseduti dall’Abazia di Grottaferrata, provenienti dal monastero di Carbone (…). La storica Vera von Falkenhausen (49) a p. 61, alla sua nota (2), a proposito dei documenti d’epoca Normanna, in un suo saggio, scriveva in proposito che: “Alcuni documenti ormai perduti, sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonensedell’abate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basiliano, I, fol. 62 ss.).”. Riguardo l’opera del Menniti, si veda Gastone Breccia, ‘Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci’, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105. La Falkenhausen (…), cita il testo del Breccia (…), in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, LXXI (1991), pp. 71-77. Gastone Breccia (…), in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch (…), scriveva che all’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (…), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. Scrive sempre il Breccia che il Menniti (…), utilizzò alcuni antichissimi manoscritti greci, provenienti dalla Badia di Grottaferrata a Tuscolo, per la redazione del ‘Bullarium Basilium’ all’inizio del XVIII secolo (2), come pure per le copie sciolte oggi all’Archivio di Stato di Roma (3)”. Il Breccia nelle sue singole note dalla (2) alla nota (6), dice: la nota (2): Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, vol. 32. Che il Menniti si sia servito sia dello Z. D. XII che del ms. 523 è provato dalle note apposte in margine al suo ‘Bullarium Cryptense’”. Riguardo l’opera del Bessarione e del Menniti (…), si veda il testo di  Pera (…) ‘Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae’. Per gli antichi documenti del monastero di Carbone (PZ), si vedano pre gli studi  di Enrica Follieri (…). Recentemente, Adele Di Lorenzo, Jean-Marie Martin et Annick Peters-Custot, hanno scritto sul Monastero di Carbone (PZ), che: “Il monastero greco di Sant’Elia e Sant’Anastasio di Carbonio fu fondato alla fine del X secolo quando i monaci greci calabresi si insediarono in Basilicata. Il re Guglielmo II fece nel 1168 del suo abate l’archimandrita dei monasteri greci della Basilicata. L’abbazia declina nel tredicesimo e nel quattordicesimo secolo, perde gradualmente il suo carattere greco, passa nel 1474 sotto il regime della commenda. Gli abati commendatari Giulio Antonio Santoro, Paolo Emilio Santoro e Giovanni Battista Pamphili, che seguono 1570-1644, poi l’Abate Generale dell’Ordine Basiliano Pietro Menniti alla fine del XVII secolo, ha contribuito a mantenere molti documenti, greci e latini, dall’XI secolo all’inizio dei tempi moderni; questi documenti (originali, copie, traduzioni) sono ora sparsi tra l’Archivio Doria Pamphili (Roma), il Basiliani finanziare l’Archivio Segreto Vaticano, un paio di altri fondi, o conservati in antiche edizioni, in particolare nel libro di PE Santoro. La vecchia parte dei fondi fu pubblicata nel 1928-1930 da Gertrude Robinson, insoddisfacente; Walther Holtzmann, poi Gastone Breccia, ha anche curato gli elementi. Si propone di dare un’edizione scientifica degli atti greci e latini di questo fondo bilingue, il più importante per la storia della Basilicata medievale e il monachesimo greco in Italia.”. I materiali per la storia medievale del Monastero del Carbone (PZ), sono ricchi e complessi. Questo grande monastero, che non fu rimosso fino al 1809-61, suscitò l’interesse degli studiosi durante l’era moderna, dalla metà del XVI secolo agli inizi del XVIII secolo, quando fu in pieno declino. Gli abati commendatari e gli abati generali dell’ordine di San Basilio sapevano poi come conservare, tradurre o copiare molti documenti di archivi, ma li trasmettemmo in un certo disordine. Fino a quel momento l’Abazia aveva conservato (nonostante gli incendi che lo avevano colpito nel 1177) un buon numero di documenti e anche di libri, alcuni dei quali sono ancora conservati nella Biblioteca Vaticana e nella biblioteca dell’Abazia di Grottaferrata. Per quanto riguarda i documenti, oggi sono sparpagliati tra l’Archivio Doria Pamphili, la collezione “Basiliani” dell’Archivio Segreto Vaticano e vecchie edizioni di documenti scomparsi oggi. Fu nel diciassettesimo e nel diciottesimo secolo che questa dispersione avvenne in tempi diversi, il che almeno permise di salvaguardare buona parte degli archivi. (63) Vedi Laurent-Guillou 1960 p. 154-156. Batiffol 1891, p. 120-122, Petta 1972, p. 156: nella seconda metà del XVII secolo, la biblioteca (trasferita a S. Basilio di Roma) aveva ancora 88 libri (102 nel quindicesimo dopo Athanase Chalkéopoulos). Mercati 1935. Batiffol 1889 a. Vaccari 1925, p. 308-309: scribi di Carbone. Un elenco dei manoscritti Vaticani e Grottaferrati provenienti dal monastero di Carbone si trova in Marco Petta 1994 (…), p. 98. La Biblioteca Vaticana conserva, tra le altre cose, una euchologia di Carbone (codice Vat Gr., 2005), realizzata dopo la morte del re Tancredi: vedi Falkenhausen (…) 1994 b, p. 80 e 87; Jacob (…) 1995

(63) Santoro Paolo Emilio, Historia Monasteri Carbonensis, Ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601, che racconta la storia del Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ). L’esemplare del Santoro (…), è molto raro. Del Monastero di S. Elia a Carbone (PZ), ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. E’ molto raro. Infatti, per la sua traduzione al latino all’italiano, Marcello Spena (64), scrive che: “Così rara che si conviene solamente nella Biblioteca Brancacciana di S. Angelo a Nilo a Napoli, d’onde ne abbiamo ritratto una copia manoscritta.”. Interessantissima la ricostruzione storica che fa il Santoro, che possiamo leggere nella traduzione di Marcello Spena (42), parlando della storia del Monastero del Carbone, ci narra di S. Nilo da Rossano e di S. Luca e di S. Bartolomeo da Rossano, poi ci parla dei Normanni, del Guiscardo ecc..

(64) Spena Marcello, Paolo Emilio Santoro, Storia del Monastero di Carbone dell’Ordine di S. Basilio, Napoli, 1831, ma questa II edizione, ed. Pellizzone, 1859 (Archivio Storico Attanasio da Google libri), che parla del Monastero del Carbone. Del Monastero di S. Elia in Carbone, ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’, a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. L’esemplare del Santoro (…), è molto raro. Infatti, per la sua traduzione al latino all’italiano, Marcello Spena, scrive che: “Così rara che si conviene solamente nella Biblioteca Brancacciana di S. Angelo a Nilo a Napoli, d’onde ne abbiamo ritratto una copia manoscritta.”.

(65) Holtzmann W., nel 1956, Holtzmann Walther, Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone; ha dovuto occuparsene con André Guillou (scuola francese di Roma) che si sarebbe occupato degli atti greci (…). Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou. Scrive il Breccia in una sua nota: “W. H o l t z m a n n , Die ältesten Urkunden des Klosters S. Maria del Patir, Byzantinische Zs. 26 (1926) pp. 328-351, che pubblica alcuni documenti dalle cartelle Chigi E VI 182-188.”.

(66) Petta Marco, Codici del Monastero di S. Elia di Carbone conservati nella biblioteca dell’Abazia di Grottaferrata, “Vetera Christianorum”, IX (1972), pp. 151-171.

(67) Fonzeca C.D. – Lerra A., “Il Monastero di S. Elia di Carbone e il suo territorio dal Medioevo all’età Moderna Nel millenario della morte di S. Luca Abate“, a cura di Cosimo Damiano Fonseca e Antonio Lerra, ed. Congedo, Università degli Studi della Basilicata, Potenza, 16, Atti e Memorie, ed. Congedo, Lavello (PZ), 1996, p. 61 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(68) Fittipaldi Wilma, La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, Arte, Storia e Religiosità, ed. Zaccara, Lagonegro (PZ), 2016, p. 250 e ss. (Archivio Storico Attanasio).

(69) Durante Paolino, Vita di Santa Sinforosa protettrice di San Chirico Raparo in Lucania, Napoli, 1883, pp. 144, 145 (Archivio Storico Attanasio),  che viene citato in ‘La Diocesi di Tursi-Anglona terra di incontro tra greci e latini’, in Atti del Convegno Internazionale di Studi promosso dall’Università di Basilicata sulla Diocesi di Tursi-Anglona, 1978.

(70) Lilla Salvatore, I manoscritti vaticani greci, lineamenti di storia del fondo, Città del Vaticano, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), 2004 (Archivio Storico Attanasio).

(71) Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente , dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile15. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; Marchionibus 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Importante ma non unico luogo di rifugio per il patrimonio bizantino nell’Italia meridionale, il monachesimo italo-greco resistette alla separazione politica alla fine dell’XI secolo dall’impero bizantino e durò fino il Concilio di Trento come oggetto di attenzione dal sovrano come il papauté punto di beneficiare di scrivere una regola fatta a metà del XV secolo, dalla mano di Bessarione, basato sugli scritti asceti di San Basilio il Grande, nella prospettiva della creazione di un “Ordine di San Basilio”. Questi monaci e questi stabilimenti, la cui esistenza tende a minare i fondamenti di una rigida dicotomia tra Oriente e Occidente, troppo spesso avanzati per il Medioevo, divennero scrittori e curatori di archivi, i cui qualitative. Così, è in gran parte grazie alla presenza monastica greca nell’Italia medievale che la documentazione notarile italo-greca costituisce, dopo gli archivi di Athos, il secondo fondo medievale più grande in lingua greca – e anche la prima per il Medioevo centrale. Dopo André Guillou (…), che ha pubblicato una parte significativa di questa corpus, Cristina Rognoni continua l’attività editoriale con la pubblicazione di atti privati ​​greci di Messina convento archimandrital di Saint-Sauveur che sono legati alla Calabre. I fondi non pubblicati sono ormai rari, ma resta il fatto che alcuni archivi sono accessibili solo nelle vecchie edizioni, che meritano di essere ripresi. Si tratta di opere greche dell’Abbazia della Santissima Trinità di Cava de ‘Tirreni, provincia di Salerno, pubblicato nel 1865 da Francesco Trinchera (…), che sono stati oggetto di recente attenzione. Un altro fondo è stato particolarmente abusato da edizione incompleta e ha notevolmente invecchiato – ha già superato il punto di vista dell’editoria criteri scientifici, al momento della sua uscita: gli atti del monastero greco bizantina di S. Elia di Carbone, pubblicato da una sconosciuta inglese, Gertrude Robinson (30). Questa situazione dannosa per la conoscenza di un monastero e una popolazione greca immersi in un ambiente latino (il sud della Basilicata e Taranto zona) può essere riparato da una riedizione impresa ambiziosa dei documenti greci, l’XI e prodotti nel XII secolo, associato alla pubblicazione degli atti latini del fondo, un numero quasi equivalente. Tutte le offerte infatti una panoramica preziosa delle relazioni tra popolazioni greche e latine in Basilicata medievale.

(72) Per quanto riguarda i documenti greci, provenienti da alcuni monasteri italo-greci come quello di Carbone, oggi sono sparpagliati tra l’Archivio Doria Pamphili, la collezione “Basiliani” dell’Archivio Segreto Vaticano e vecchie edizioni di documenti scomparsi oggi. Recentemente, Adele Di Lorenzo, Jean-Marie Martin et Annick Peters-Custot (…), hanno scritto sul Monastero di Carbone (PZ), un saggio il cui estratto si trova on-line. Essi scrivono che: “…molti documenti, greci e latini, dall’XI secolo all’inizio dei tempi moderni; questi documenti (originali, copie, traduzioni) sono ora sparsi tra l’Archivio Doria Pamphili (Roma), ecc..”. Il ventesimo secolo è rappresentato per la prima volta da Gertrude Robinson (7). Questo grecista britannico ha dato ‘Orientalia Christiana Analecta’, in tre consegne nel 1928, 1929 e 1930, la sua storia e cartulario del monastero greco di Sant’Elia e S. Anastasio di Carbone (…) (introduzione storica I, II e II atti -2, un quarto volume doveva seguire). In primo luogo, ripercorre la storia dell’abbazia e dei suoi archivi prima di dare un’edizione di 56 atti greci (tutti), 14 atti latini (o traduzioni latine di atti greci) e due atti bilingue: uno William II archimandritat creazione (n XLVI), l’altra Costanza (n LXVI), per un totale di 72 atti (…), tutte prese dall’Archivio Doria Pamphili e prima del 1200, mentre Holtzmann (…) stima che, combinando le varie fonti preservate, si raggiungerebbero cento atti per lo stesso periodo. L’Archivio Doria Pamphili, nos 53, 59, 61, 72, 76, 77, 84, 88, 89, 93, 95, 97, 99, 102, ed. Robinson 1928-1930, nos IV, X, XII, XXV, XXVII, XXVIII, XXXVI, IX, XL a, XLIV, XLIX, LII, LIV, LXIV. Alcuni documenti che riguardano il monastero di Carbone si trovano all’Archivio Doria Pamphili: fonfo ‘Basiliani 1, f° 86v.’ ed altri si trovano conservati nell’Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani, t. I. Robinson 1928-1930. La parola “cartulario” è usata impropriamente per descrivere il chartrier conservato presso l’Archivio Doria Pamphili. Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou. Si veda Holtzmann W. (65) nel 1956, Holtzmann Walther, Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone. Il Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti riprodotti. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…). La Robinson (…), nelle sue pubblicazioni del 1930, aggiunge tre atti riguardanti Carbone trovati altrove: c. 79-80: Tancredi (riportato a Rocco Pirro). C. 86-90: atto del maggio 1320 dagli archivi del vescovato di Anglona. Una sigillatura di Boemia II è ancora riprodotta in t. IX (diocesi di Taranto), c. 128-129: è conservato presso l’Archivio Doria Pamphlili (…) ed è stato pubblicato nel raro testo di Santoro (…). Gastone Breccia, in un suo pregevole studio (…), scriveva a pp. 30-31: “Ma senza dubbio la parte più importante della documentazione sfuggita al Menniti è costituita dalle raccolte delle grandi famiglie romane. In primo luogo il fondo del monastero del S. Elia di Carbone, tuttora nell’archivio Doria Pamphili: come scrive Gertrude Robinson, a cui si deve l’edizione della maggior parte delle pergamene greche, Giovan Battista Pamphili, dal 1630 abate commendatario del monastero e protettore dell’ordine basiliano (nonché futuro papa Innocenzo X), “seems to have taken possession of whatever archives were left, and placed them for safe keeping in his own archives. For this the students of Greek monasteries owe him a great debt, for in 1645 there was a riot in Carbone in which the townspeople seem to have attacked the Monastery, and burnt whatever documents it stili contained.” (54) Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56).”. Dunque sempre il Breccia, nelle sue note 54, 55,56, postillava: “G. R o b i n s o n , History and cartulary of the greek monastery of S. Elias and S. Anastasius of Carbone, Orientalia Christiana voi. 11, 5 (1928) pp. 269-348; voi. 15, 2 (1929) pp. 117-276; voi. 19, 1 (1930) pp. 1-200); la citazione è t r a t t a dal voi. 11, 5, p. 318. Cfr. W. H o l t z m a n n , Die ältesten Urkunden des Klosters S. Maria del Patir, Byzantinische Zs. 26 (1926) pp. 328-351, che pubblica alcuni documenti dalle cartelle Chigi E VI 182-188. Sui documenti greci del fondo Aldobrandini (oggi Vat. lat. 131+89) cfr. A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; su quelli latini cfr. P r a t e s i , Carte latine (cit. n. 11) pp. X L – X L I . Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89).”.

(73) M.H. Laurent – A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310. Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89).

(74) Pratesi Alessandro, Carte latine di abbazie calabresi provnienti dall’Archivio Aldobrandini, Città del Vaticano, 1958, pp. X L – X L I, si veda per il fondo Aldobrandini delle carte latine.

(75) Carlone Carmine, I Regesti dei documenti della Certosa di Padula (1070-1400), a cura di Carmine Carlone, ed. Carlone, Salerno, 1996 (Archivio Storico Attanasio).

(76) Lubin Agostino, Abbatiarum Italiae Brevis notitia, Roma, 1693, p…, indice generale

(77) Fiorentini F.M., ‘Memorie di Matilda‘, lib. 3, p. 445 (e non p. 45 come dice il Lubin)

(78) Pietro Diacono (Roma, 1107/1110Montecassino, dopo il 1159) è stato un monaco cristiano, scrittore e bibliotecario italiano. La fama di Pietro Diacono dopo la sua morte non si diffuse oltre Montecassino, pur essendo stato egli impegnato in un’attività letteraria notevole sebbene spesso viziata da una fervida e sovrabbondante fantasia. Molte delle sue opere letterarie ed agiografiche sono conservate nei codici autografi Casinense 361 e 257 (Montecassino, Archivio dell’Abbazia) e nel Casinense 518, il cd. Registrum S. Placidi. La sua nota attività di falsificatore emerge in tre gruppi di opere che possono classificarsi come: Falsificazioni relative a san Placido (testi riguardanti la figura di san Placido, primo discepolo di san Benedetto), “Falsificazioni relative a Odone circa s. Mauro (le interpolazioni operate sulla Translatio S. Mauri di Odone di Glanfeuil databile all’863, e le contraffazioni intorno ad una presunta dipendenza del monastero di Glanfeuil da Montecassino, recepita dall’antipapa Anacleto II nel 1133 e confermata da papa Eugenio III nel 1147); infine le “Falsificazioni relative ad Atina” (Vite di santi e testi storici sulla città del suo esilio). Pietro fu anche autore di trattati esegetici sulla Sacra Scrittura e sulla Regola di s. Benedetto: Scolia in diversis sententiis, Scolia in Quaestionibus Veteris Testamenti, Exortatorium ad monachos, Expositio in Regulam S. Benedicti. Se in quest’ultima opera egli mostra di dipendere abbondantemente da Smaragdo, nell’Exortatorium attinge piuttosto ad Ugo di San Vittore e Ildeberto di Lavardin. Nelle prime due invece la fonte è costituita da una versione latina delle Quaestiones ad Thalassium di Massimo il Confessore. Le due opere fondamentali che testimoniano la dimestichezza di Pietro con le fonti documentarie cassinesi sono: 1) la continuazione della Chronica sacri monasterii casinensis di Leone Ostiense, già proseguita alla morte di quest’ultimo da Guido fino al 1127, e poi dallo stesso Pietro Diacono condotta fino al 1138; 2) il cosiddetto Registrum Petri Diaconi (Reg. 3: Archivio dell’Abbazia di Montecassino), uno dei più famosi cartolari medioevali. Tra i due testi esiste una stretta correlazione nella quale appare come l’autore per la composizione del Registrum in larga parte abbia preso a modello la Chronica (Hoffmann, Chronik, infra). Un omaggio alla storia spirituale e letteraria di Montecassino sono poi rispettivamente l’Ortus et vita iustorum cenobii Casinensis e il Liber illustrium virorum archisterii Casinensis. Un altro profilo dell’attività letteraria di Pietro Diacono, che ne fa quasi un unicum nel panorama culturale del suo tempo e in certa misura un precursore dell’Umanesimo, è quello classicistico. Oltre alla Graphia aureae urbis Romae, la cui paternità gli è stata riconosciuta di recente da Herbert Bloch (Graphia, infra), Pietro Diacono trascrisse diverse opere che ci sono trasmesse grazie all’autografo codice Casinense 361 (il trattato De aquaeductu urbis Romae di Frontino, la sezione topografica su Roma del De lingua latina di Varrone, l’Epitome rei militaris di Vegezio) oppure in una sua copia tardo-quattrocentesca: Napoli, Bibl. Nazionale, IV D 22 bis (l’Itinerarium Antonini Augusti, brani tratti da Firmico Materno, un sunto da Solino, il Liber dignitatum Romani imperii). Egli inoltre, a parte un Liber de locis sanctis (Casin. 361), stando alla sua autobiografia, compose tra l’altro un compendio del De architectura di Vitruvio, lapidari, trattati sulle qualità magiche delle pietre. Ed ancora per volontà dell’abate Senioretto, in collaborazione con l’autore, emendò la “Visione” composta dal monaco cassinese Alberico da Settefrati. Una così abbondante produzione letteraria, nel momento stesso in cui declinava lo splendore irradiatosi da Montecassino quale centro di riforma della Chiesa nella seconda metà del secolo XI, sembra mossa da due obiettivi fondamentali: da una parte la celebrazione dell’abbazia cassinese e dall’altra l’acuto desiderio di tramandare la memoria di sé, della sua versatilità, di quella spiccata autocoscienza del suo ruolo di erede e trasmettitore delle memorie cassinesi, unita ad una quasi, e perciò esorbitante, identificazione con la lunga storia del suo monastero. Nell’insieme la sua figura è rappresentativa di un ancor vivo, seppur declinante, fervore culturale nella Montecassino del XII secolo: lettore vorace, erudito e poligrafo di grande rilievo, non sempre è considerato ugualmente attendibile. Herbert Bloch, uno dei massimi studiosi della storia del monastero cassinese, ha indicato le notizie sulla storia dei vescovi di Atina come un esempio tipico della sua “disinvoltura storiografica” e della sua attitudine a manipolare le fonti.

(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della memoria, ed. ‘Centro di promozione culturale per il Cilento’, Acciaroli, 2007 (Archivio Storico Attanasio)

Il ‘Catalogus Baronum’

(…) Il ‘Catalogus Baronum’ (Catalogo dei Baroni) è l’elenco di tutti i vassalli e dei relativi possedimenti compilata dai Normanni all’indomani della conquista dell’Italia meridionale. Fu redatto verso la metà del XII secolo dalla Duana Baronum, l’ufficio regio preposto agli affari feudali, che lo mantenne aggiornato per gli anni a venire costituendo il suo principale strumento di lavoro. Secondo alcuni era redatto sul modello della dîwân al-majlis, introdotta in Sicilia dai precedenti governanti Fatimidi per il controllo del trasferimento di proprietà delle terre. Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Nel ‘Catalogus baronum’, sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo II, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Con il ‘Catalogus baronum’, arretriamo di qualche secolo le notizie che riguardano alcuni centri come ad esempio il centro di Camerota. La duana baronum fu esportata dai Normanni nel resto del regno per affrontare e risolvere l’annoso problema posto dalla scarsa collaborazione offerta dai signorotti locali verso il governo centrale a causa dalla poca conoscenza che il governo aveva delle loro disponibilità. Questo nuovo ufficio, il cui personale era principalmente formato da Saraceni, aveva sede a Salerno, con giurisdizione su tutto il regno eccetto che sulla Calabria e sulla Sicilia (aree più stabili e sotto il diretto controllo regio), occupandosi anche di:

  • gestire le terre regie e le proprietà demaniali
  • autorizzare la vendita delle terre
  • controllare l’operato dei baroni

Per ottemperare a questi compiti, nel Catalogus Baronum furono raccolte informazioni dettagliate sui singoli signori riguardo alle loro disponibilità patrimoniali (castelli, fortezze, terreni) oltre all’entità delle forze in armi e di quelle mobilitabili. Il “Catalogo” quantifica, inoltre, anche quanto ciascuno dei feudatari doveva fornire al re in occasione della sua partecipazione alle crociate o per la difesa del regno dalla minaccia araba. La Duana Baronum grazie al suo “Catalogo” riuscì effettivamente a controllare la periferia ed assicurare stabilità al regno, perché dalla sua istituzione, e per molti anni, scomparvero le rivolte baronali. Si può quindi affermare che la creazione di quest’ufficio rappresentò una delle più importanti tappe per la centralizzazione del sistema amministrativo normanno. Oggi lo studio del Catalogus Baronum risulta preziosissimo per accertare l’identità dei signori, l’estensione delle loro proprietà e, quindi, ricostruire la storia e la toponomastica dei luoghi citati. Il Catalogo venne realizzato da Ruggero II tra il 1150 e il 1152. La redazione del catalogo seguì di pochi anni la convocazione delle Assise di Ariano, con le quali Ruggero stabilì una sorta di nuova costituzione del Regno e nuovi e maggiormente definiti rapporti con i feudatari. Nel corso della rivolta contro Guglielmo I del 1161, il Catalogo venne gettato, insieme a quasi tutti gli altri documenti amministrativi del Regno, nel grande falò acceso nel cortile del palazzo reale, e andò distrutto. Dopo la soppressione della rivolta, il Catalogo venne ricostruito — largamente a memoria, un’impresa titanica — da Matteo d’Aiello; l’opera venne completata nel 1166 sotto Guglielmo II. Rimase poi in uso fino al passaggio del Regno di Sicilia agli Hohenstaufen, nel 1194, per essere poi gradualmente assorbito dall’amministrazione imperiale. Il Catalogus Baronum è il nome collettivo (non originale, ma usato in età moderna) di tre testi presenti nei registri angioini (n. 242 da 1322, fol. 13-63) che contengono dati feudali sul ducato di Puglia e sul principato di Capua. La maggior parte è costituita dal ‘Quaternus magne expeditionis’ (nn. 1-1262), iniziato durante il regno di Ruggero II, negli anni 1150-52, e rivisto nel periodo 1167-68. Secondo Jamison fu preparato in vista della difesa militare (magna expeditio) dall’alleanza greco-tedesca. Gli inserimenti sono in ordine geografico e cominciano con la Terra di Bari indicando se il feudo è stato assegnato direttamente dal re oppure se era di un valvassore, il nome del feudatario, il nome del feudo, la valutazione in unità di soldati (milites) che può fornire e il rendimento totale ‘cum augmento’. Durante la revisione del 1167-68, che riguardò principalmente gli Abruzzi, ma anche in parte la Puglia, furono usati ‘quaterniones curie’. La seconda parte (nn. 1263-1372) è un altro registro normanno, stilato intorno al 1175, contenente i cavalieri di Arce, Sora e ed Aquino. La terza parte è del periodo svevo (circa 1239-40) e contiene i feudatari secolari (Nr. 1373-1427) ed ecclesiastici (nn. 1428-1442) della Capitanata. Il testo presente nel registro angioino è tratto dalla copia sveva. Il manoscritto angioino venne distrutto nel 1943 assieme alla maggior parte dei documenti del Grande Archivio di Napoli (attuale Archivio di Stato di Napoli).

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Attanasio)

(…) Gesta Henrici II et Riccardi I, ed. Lieberban, in M.G.H. , ‘Scriptores Rerum etc.’, vol. III, Hannover, 1897. Sull’identità dell’autore, “English Historical Rewiew”, ottobre 1953.

(…) Albufarag Gregorio, Riccardo Cuor di Leone in Terra Santa, traduzione ed annotazioni di D.E. Dall’Orto, ed. Tipografia R. I. Sordomuti, Genova, 1896 (Archivio Storico Attanasio), è una cronaca scritta da questo Gregorio Albufalag, detto ‘Barebreo’, un siriano vissuto nel 1200, che a 20 anni fu eletto vescovo di Guba. Lui scrisse la ‘Storia del mondo’. In questo testo del 1896, il Dall’Orto, tradusse una parte interessante del manoscritto in arabo o siriaco specialmente la parte che riguarda la Crociata in Terra Santa ai tempi di Re Riccardo Id’Inghilterra o Cuor di Leone e di re Guglielmo II di Sicilia.

(…) Jean Flori, Riccardo Cuor di Leone. Il re cavaliere, Torino, Einaudi, 2002, ISBN 978-88-06-16925-1.

(…) Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, Roma, ed. Gesualdi, vol. II, 1975

(…) Mazza Antonio, Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…, ed. Fabricio Tip. Paci, Napoli, 1681 (Archivio Attanasio)

(….) Porfirogenita,


 

Dal 1101 al 1112, Simone di Sicilia, conte di Policastro e la reggenza della madre Adelaide del Vasto

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la  ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta  chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli.

Il Ducato di Puglia e di Calabria

Il Ducato di Puglia è una signoria normanna affidata per la prima volta al cavaliere Roberto il Guiscardo della famiglia Altavilla e costituita come entità territoriale come conte di Puglia, nella quale i normanni amministrano giustizia e battono moneta per privilegio pontificio nel 1059 nei territori corrispondenti alle attuali regioni Puglia, Basilicata e parte orientale e meridionale della Campania (dunque il basso Cilento). Il titolo di Duca di Puglia fu spesso unito a quello di Duca di Calabria e come tale rimase fino a quando i due ducati furono uniti alla Contea di Sicilia con Ruggero II per formare il Regno di Sicilia. Nell’estate dell’anno 1059 la Contea di Puglia si trasforma in Ducato come entità territoriale ben definita. Durante il primo concilio di Melfi, infatti, il pontefice Niccolò II, fermo restando la capitale a Melfi, nomina Roberto il Guiscardo Duca di Puglia e Calabria mediante accordi presi con il Trattato di Melfi e perfezionati con il Concordato di Melfi.  Nel 1077 la capitale del Ducato, unito al Ducato di Calabria, divenne Salerno. Questo ducato detto di Puglia e Calabria, che comprendeva gran parte del Mezzogiorno continentale, fu annesso nel 1130 al Regno di Sicilia da Ruggero II. Vera von Falkenhausen (…), nel suo  ‘I Longobardi Meridionali’, a p. 285, in proposito scriveva che: “Roberto il Giscardo non si tratenne molto a Salerno, ma per il figlio che gli succedette, il duca Ruggero Borsa, da parte materna nipote di Guaimario IV, l’eredità longobarda ebbe grande significato. Salerno fu la residenza principale sua e di suo figlio, il duca Guglielmo. Si sentivano a casa propria nella città, che anche nei decenni successivi non perdette il suo caratere longobardo. Il loro legame con l’antica capitale longobarda, che 300 anni prima Arechi II aveva reso residenza dei principi, si rivela anche nella morte; infatti, mentre Roberto il Guiscardo è sepolto nel monastero di famiglia dei Hauteville, la SS. Trinità di Venosa, i duchi Ruggero Borsa e Guglielmo si fecero inumare in S. Matteo, il duomo di Salerno (3).”. La Falkenhausen (…), a p. 285, nella sua nota (3), postillava in proposito che: “(3) ‘Romualdi Salernitani Chronicon’, a cura di C.A. Garufi, RIS, VII, Bologna, 1935, pp. 205-214.”.

Nel 1087, Ruggero I “Gran Conte” di Sicilia, Adelaide del Vasto (“Adelasia”), terza moglie e, la contea di Policastro

Da Wikipidia leggiamo che Adelasia del Vasto, nota anche come Adelaide, Azalaïs o Adelasia Incisa del Vasto (Piemonte, 1074 – Patti, 16 aprile 1118), fu la terza moglie di Ruggero d’Altavilla e la madre di re Ruggero II. Fu reggente della Gran Contea di Sicilia dal 1101 al 1112. Adelasia del Vasto (o Adelaide del Vasto) era figlia dell’aleramico Manfredi (o Manfredo), fratello di Bonifacio del Vasto, marchese di Savona e della Liguria Occidentale. Adelaide del Vasto ella la moglie di Ruggero I d’Altavilla, il “Gran conte di Sicilia”, era anche la madre del futuro re Ruggero II e di Simone primogenito che morì nel 1105 ed essa dovette reggere il regno di Sicilia fino al 1112, il Del Buono si riferiva a suo nipote Ruggero Borsa che nel frattempo aveva ereditato il Ducato di Puglia e di Calabria, alla morte del padre Roberto il Guiscardo. Nel 1087 Adelasia sposò a Mileto, in Calabria, il gran conte normanno Ruggero I di Sicilia, suggellando così un’alleanza tra aleramici e normanni. Adelasia giunse al porto di Messina in pompa magna su navi da cui sbarcarono dote, scorta e un nutrito seguito di suoi conterranei piemontesi che l’avevano seguita per insediarsi nella parte centro-orientale dell’isola. Fu una prima avanguardia di un flusso migratorio poi massicciamente favorito per decenni fino al XIII secolo, ancora oggi testimoniato dall’esistenza di alcune isole linguistiche alloglotte nel cuore della Sicilia, chiamate colonie lombarde, dove si parla un antico dialetto Gallo-Italico. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei, tra cui il fratello Enrico del Vasto (che aveva sposato Flandina, figlia del marito), e di altra origine, fra cui soprattutto Cristobulo. Fu durante il periodo di reggenza che redasse ciò che oggi è conosciuto come il documento cartaceo più antico d’Europa. È il cosiddetto “Mandato di Adelasia“, scritto nel 1109. Si tratta di un documento bilingue, in greco nella sezione superiore e in arabo in quella inferiore, con cui si ordinava ai vicecomitali della terra di Castrogiovanni di proteggere il monastero di San Filippo di Demenna, sito nella valle di San Marco. Adelasia adottò la carta perché non si trattava di un diploma o di un privilegio ufficiale, per i quali veniva adoperata la più solenne pergamena, ma piuttosto di un atto di natura transitoria. L’uso della carta era già stato mediato dal mondo arabo. Il documento, prima conservato presso l’abbazia di San Filippo di Fragalà, venne poi acquistato dall’Archivio di Stato di Palermo, dove si trova tuttora. Adelasia del Vasto sposò nel 1087 Ruggero I di Sicilia, del quale fu la terza e ultima moglie e al quale diede quattro figli tra cui Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia ed il futuro re di Sicilia, il fratello minore Ruggero II d’Altavilla.

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a pp. 374-375, in proposito ad “Adelasia” scriveva che: “….ma altresì la loro discendenza da quella casa degli Aleramici, ossia dei marchesi per autonomasia in Italia, ad uno dei cui rami, quello dei Del Vasto, apparteneva la contessa Adelasia, che Ruggero I sposò nel 1087, passato a terze nozze (28).”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (28) postillava che:“(28) Pontieri, La madre di re Ruggero: Adelasia del Vasto, contessa di Sicilia, regina di Gerusalemme, in questo volume, nel saggio seguente.”. Dunque, secondo il Pontieri, il Gran Conte Ruggero I di Sicilia sposò “Adelasia” in terze nozze nel 1087.

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 302, in proposito scriveva che: Conte di Sicilia; egli stesso in terze nozze sposa Adelasia della casa degli Aleramici, nipote del famoso marchese d’Italia, Bonifazio del Vasto (cap. 14). Ecc..”.

Lo storico Pierre Aubè (…), parlando di Ruggero Borsa (…), nipote di re Ruggero I e, parlando pure di suo figlio naturale Simone, in proposito scriveva che: “Ruggero non è ancora vecchio, ha raggiunto l’apogeo del suo potere, ma è vedovo. La sua seconda moglie Eremburga, era morta due anni prima, poco dopo la presa di Butera. Lo stesso anno si verifica un sorprendente incrocio matrimoniale. Il Conte di Calabria e Sicilia sposa Adelaide, figlia di Enrico del Vasto, appartenente alla famiglia piemontese degli Aleramici. Di lignaggio originario del vecchio regno longobardo, il marchese viene investito di una delle signorie più notevoli della contea siciliana, situata in posizione strategica fra Paternò, Butera, Cerami e Nicosia. Anche lui vedovo, Enrico convola a nozze con una delle numerose figlie di Ruggero.”. Poi parlando del nipote del Gran Conte Ruggero, Ruggero Borsa, l’Aubè scriveva: “Più o meno in quel periodo Ruggero Borsa, contrae un matrimonio con Alaina, figlia di Roberto il Frisone, terribile conte di Fiandra.”. Poi parlando di Ruggero I d’Altavilla, lo zio di Ruggero Borsa, l’Aubè scriveva: “Il matrimonio con Adelaide è alienato da parecchi figli. Innanzitutto Simone, nato verso il 1093, chiamato per natura a succedere al padre. Un altro nato certamente nel 1095, a cui viene imposto il nome paterno di Ruggero.”. Sempre l’Aubè (…), parlando del dopo la morte di re Ruggero I d’Altavilla, scriveva che: “In Sicilia e in Calabria la contessa Adelaide deve assumere i poteri durante la minorità dell’erede naturale, Simone, che resta debitore dell’omaggio a suo cugino, Ruggero Borsa. Il duca, che risiede spesso nella città di Salerno, ereditata dagli avi paterni, non è affatto all’altezza degli eventi ed esercita un potere esile sui beni che detiene in proprio. Il ducato prospera ancora, ma le conquiste hanno divorato somme notevoli. Nel 1101, Ruggero Borsa, offre ancora trecento libbre di incenso e balsamo ecc….Ruggero Borsa, muore il 22 febbraio 1111, più o meno all’età di cinquant’anni. Aveva incontrato l’ultima volta il papa a Benevento l’anno prima. Qualche settimana dopo il novembre dell’anno 1111, scompare in Puglia un eroe di ben altra statura, Boemondo di Taranto.”. L’Aubè scrive che di Ruggero Borsa ci ha raccontato il cronista Falcone Beneventano (…).

Dal 1085 al 1111, Ruggero I d’Altavilla, ‘Gran Conte’ di Sicilia, dopo la morte di Roberto il Guiscardo ricostruì e curò Policastro

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29 parlando di Policastro ai tempi dei Normanni, in proposito scriveva che: L’Ughelli ci dà brevi notizie sulla distruzione e la riedificazione di Policastro: “In ora Lucaniae quam Principatum Citra etc….” (Ferdinando Ughellio, Tomo VII/Italia Sacra. Colum. 758; Cfr. P. Troyli: Historia generale del Reame di Napoli, T. I., p. 2^, p. 136, nota (e)……(Cfr. Alessandro Telesino: I, 3). Ecc…”. Infatti, nel 1659, Ferdinando Ughelli (…), nella sua ‘Italia Sacra’, in “de Episcopi Polycastrensi”, alla sua nota (f), vol. VII, a p. 758 (vedi Fig…), scriveva: “In Ora Lucaniae quam Principatum Citra appellant, Civitas Littoralis tota ferè diruta Policastrum vocatur…….Satis admodum ejus origo antiqua, nomen reticens à Graeco vocabulo, quali Magnum. Castrum. Ampiam suisse, indicant ejus vestigia, & ruina. Diversis enim ex varia fortuna Bellis cessit in paedam. Robertus Normannus Dux anno 1065. eam destruxit: quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam, filio suo notho dono dedit.”.

Catt

che tradotto significa: “Nella costa lucana, che chiamano principato di Citra, tutto lo stato litoraneo, quasi distrutto, è chiamato Policastrum. Il Castello Gli sono indicate le orme e le rovine del sabato. Perché dopo varie guerre cadde in una peda di varia fortuna. Il duca Roberto il Normanno la distrusse nell’anno 1065. Che Re Ruggero più magnificamente la restaurò, e, adornò del titolo di contea e la diede in dono a suo figlio al figlio bastardo.”. Ferdinando Ughelli (….), dopo aver scritto della distruzione di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo nel 1065, forse sulla scorta di Goffredo Malaterra, cronista del tempo, aggiungeva pure un’altra notizia interessante, ovvero che: Che Re Ruggero più magnificamente la restaurò, e, adornò del titolo di contea e la diede in dono a suo figlio al figlio bastardo.”. Dunque, l’Ughelli scriveva che in seguito alla distruzione del Guiscardo, che avvenne secondo l’Ughelli nel 1065, Policastro fu ricostruita più solida e bella da “Rogerius Rex”. A quale “Rugerius Rex” si riferiva l’Ughelli ?. A quale Ruggero Re si riferiva l’Ughelli ?. Su questo “Simone” ha scritto il Troyli (….), che, nel suo “Historia generale del Reame di Napoli”, vol. VII, a p. 136, in proposito scriveva che: “Ed ancorche poco indi il ‘Re Ruggiero I’ la facesse riedificare con il titolo di Contea, donandola ad un suo Bastardo, come ‘Ferdinando Ughellio (f) lo ragguaglia; ecc..”.

Cattura1

(Fig…..) Pag. 136 del Troyli (…), che parla di Policastro e di Castel Ruggero

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a pp. 417-418, parlando e riferendosi a Policastro, sulla scorta dell’Ughelli e del Telesino (…), scriveva: “Ma il Conte Ruggieri avendolo ampiamente ristorato, e rifatto, a Simone suo figlio bastardo lo diede. Il citato Ughellio ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta……Ma ritornando a Policastro, tal fu la cura di Ruggiero in ripararlo, e talmente lo rifece, che trentaquattro anni dopo, cioè nel (I) MXCIX precedente bolla di Pasquale II. Alfano Arcivescovo di Salerno vi fondò, e pose la Cattedra Vescovile da sua Metropoli dipendente e per Vescovo vi fece eleggere Pietro Pappacarbone etcc..”.

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 (vedi edizione a cura del Visconti), non riferisce nulla di quel periodo se non la questione del vescovo “Arnaldo”. Solo, parlando di Roccagloriosa scriveva su Ruggero Borsa ed in proposito scriveva che: ” A Rocca Gloriosa…..Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. Il Laudisio (…), si riferiva a Ruggero Borsa in quanto parlava del suo fratellastro Boemondo (figlio anch’esso di Roberto il Guiscardo ma nato dalla prima moglie del Guiscardo, Abelarda di Buonalbergo). Dopo il Laudisio (….), anche altri autori hanno scritto della notizia dataci dall’Ughelli. Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), e del suo “Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento”, parlando di Policastro, a p. 117, in proposito scriveva che: Ma re Ruggiero I, restaurando in prosieguo e munendo di forti mura Policastro, donavala a Simone, suo figliolo naturale, con titolo di ‘Conte’, titolo, come giustamente notò il Mannelli (23), che raramente concedevasi, nè s’imponeva se non sopra città ragguardevoli.”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Cons. Cardinal de Luca, Adnot. ad Concil. Trident. disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Cons. Ughelli, Italia Sacra, tom. VII, col. 758”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Cons. Op. cit., vol. II, p. 149”. Dunque, il Volpe postillava dell’opera manoscritta del monaco agostiniano Luca Mannelli.  Si tratta di un manoscritto inedito, scritto da Luca Mannelli o Mandelli (…), conservato alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, di cui ivi pubbliciamo la pagina contrassegnata col n. 50 che vediamo illustrata in Fig….. Si tratta del manoscritto “Lucania sconosciuta”, che fu citato anche dal Gaetani (…) che lo ricopiò da Scipione Volpicella (…). Luca Mannelli (…), nel suo manoscritto “La Lucania sconosciuta”, ne parla nella pagina 50v, del Libro II, del Cap. IX. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29 parlando di Policastro ai tempi dei Normanni, in proposito scriveva che: Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa, figlio di Leone Conte Normanno, di unire il Cenobio di S. Veneranda a quello di S. Mercurio delle religiose di Roccagloriosa, perchè la di lui figlia Altrude entrò in quel chiostro. Ecc..”. Angelo Guzzo (…), nel suo “…………………….”, a p. 29, nelle sue note citando il Cataldo (…) e, sulla scorta del De Giorgi (….), scriveva in proposito che: “Ruggero II, figlio di Ruggero I, portò a compimento l’opera di ricostruzione intrapresa dal padre ecc…. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a pp. 512-513, in proposito scrivevano che: “Va anche riconfermata la nessuna attendibilità della distruzione di Policastro da parte dei Normanni, se questi poi dovranno di lì a poco rifare il tutto, e dare degna sede non solo ad autorità religiose del rango di Pietro e Alfano, ma alle civili, indispensabili ad un territorio ai confini com’era in quel momento Policastro. Unico riferimento preciso nella breve storia di Policastro del Volpe è da considerarsi la sua dichiarazione circa le mura della città, che vennero formate sotto Ruggero I (72), rifatte, per meglio dire, nella struttura che è attualmente visibile.”. I due studiosi a p. 513, nella nota (72) postillavano che: “(72) G. Volpe, Notizie storiche, cit.”. Dunque, i due studiosi, citando Giuseppe Volpe (….) scrivevano che le mura della città, che vennero formate sotto Ruggero I (72), rifatte, per meglio dire, nella struttura che è attualmente visibile”. E’ molto probabile che Ruggero I d’Altavilla, Gran Conte di Sicilia, in accordo con suo nipote Ruggero Borsa (erede del Ducato di Puglia), fece rifare, restaurare e rinforzare le già possenti mura che cingevano la città fortezza di Policastro, come del resto dimostra il toponimo di origine bizantina “polis-castrum” (città-fortezza). I due studiosi si soffermeranno per diverse pagine a parlare della murazione di Policastro in epoca Normanna. In quel periodo storico, dopo la morte di Roberto il Guiscardo, Conte di Calabria e Duca di Puglia avvenuta nel 1085, Policastro ed il Ducato di Puglia furono ereditati da uno dei due figli di Roberto il Guiscardo: Ruggero detto Borsa, il quale però fu in combutta e disaccordo per diversi anni con suo fratello maggiore Boemondo d’Antiochia. Dopo il 1085, dopo la morte di Roberto il Guiscardo e prima che Ruggero Borsa potesse ereditare il Ducato di Puglia e con esso Policastro, a causa della sua minore età (alla morte del padre non era ancora maggiorenne), vi fu un periodo di reggenza del Ducato da parte della madre, …………………, ultima moglie di Roberto il Guiscardo. Nel frattempo però, il fratello di Roberto il Guiscardo, Ruggero I di Sicilia, conosciuto anche come il Gran Conte Ruggero, il 22 giugno 1101 muore a Mileto in Sicilia. A questo punto bisognerebbe spiegare cosa centri re Ruggero I di Sicilia con il nipote Ruggero Borsa. Cioè ci sarebbe da chiedersi perchè l’Ughelli, che non mette alcun riferimento bibliografico, scrive che dopo la distruzione di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo, suo fratello Ruggero I d’Altavilla avrebbe dovuto ricostruirla ?. A spiegarlo vorrei citare il testo di Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 227, in proposito scriveva che: “Scomparso il Guiscardo, l’erede duca Ruggero (cap. 42) non ha l’autorità e la forza occorrenti per reprimere le pretese del fratello Boemondo e i disordini della Puglia. E’ necessità ricorrere all’aiuto del Conte di Sicilia, il più forte ed il più autorevole dei signori normanni sopravvissuti al Guiscardo. Il conte Ruggero interviene e stabilisce la pace fra i due fratellastri (L. IV, cap. 4); nè in seguito egli si astiene dal ridare il suo appoggio al nipote duca Ruggero, ogni qual volta contro di lui insorgono feudatari riottosi, come Mihera e Guglielmo di Grantmesnil (cap. 9, 10, 21), o città insofferenti di freno, quali Cosenza, Rossano, Castrovillari (capp. 17, 22)…..il Duca di Puglia fa allo zio concessioni, che finiscono col rendere quest’ultimo unico signore della contea di Calabria e di Sicilia, annullando praticamente il legame feudale che la rendeva dipendente dal ducato di Puglia. Tutto sommato, nella crisi ininterrotta, che indebolì il ducato di Puglia in seguito alla morte del Guiscardo, il conte Ruggero accoglie in sè i destini della gente Normanna ed è vero sovrano ecc..”. Dunque, Policastro dopo la morte di Roberto il Guiscardo non doveva essere sotto lo stretto controllo di Ruggero Borsa, erede del Ducato di Puglia, dopo la morte del padre Roberto il Guiscardo ma è molto probabile che la notizia di Ughelli avesse dei riferimenti chiari ed inequivocabili allo zio Ruggero I d’Altavilla, Conte di Sicilia e di gran parte della Calabria. Certamente Policastro e con essa Roccagloriosa, dovette rappresentare per il Regno un importante testa di ponte, per cui i Normanni non permisero in questa città nessun tipo di autonomia nemmeno in campo religioso e lo si può vedere anche dagli interventi che ebbe in questa città il grande poeta latino Alfano (….). Più avanti, certa è la notizia del Volpe (….), in merito alla ricostruzione delle mura di Policastro dal 1085 al 1111, e della città, ad opera di Ruggero I d’Altavilla e Conte di Sicilia che la consegnò al figlio Simone con la reggenza della madre Adelasia o Adelaide del Vasto. Non si esclude che tale territorio fosse stato amministrato dal Visconte Boso (Visconte era colui che faceva le veci del Conte). Nello stesso periodo, il vescovo di Policastro, diede facoltà al Visconte Manso o Mausone di Roccagloriosa – figlio di Leone – Conte Normanno – di unire il Cenobio di San Veneranda e quello di San Mercurio di Roccagloriosa affinchè la sua figlia Altrude potesse entrarvi in clausura.

Nel 1097, Odobono buon Marchese,

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a pp. 374-375, in proposito scriveva che: “Ignoriamo quando Odobono, “le bon Marquiz”, sia venuto i n Sicilia. Neanche possiamo asserire se la sua persona sia da identificare con quell'”Othonus”, ricordato dal Malaterra fra coloro che nel 1079 valorosamente si batterono nell’assedio di Taormina e la ridussero alla capitolazione (27). Di positivo c’è che il nome “Ottone” e la qualificazione feudale di “marchese” richiamano non solo l’origine monferrina del suddetto o dei suddetti personaggi, ma altresì la loro discendenza da quella casa degli Aleramici, ossia dei marchesi per autonomasia in Italia, ad uno dei cui rami, quello dei Del Vasto, apparteneva la contessa Adelasia, che Ruggero I sposò nel 1087, passato a terze nozze (28). Fu l’incertezza del domani, provocata dalle lotte a sfondo patrimoniale che nel secolo XII misero l’uno contro l’altro i rami della vetusta casata feudale, la causa per cui parecchi cadetti di essa, generalmente designati con l’appellativo di ‘Marchisii’, discesero nell’Italia meridionale, si posero al servizio dei Normanni, che venivano sconvolgendo l’assetto politico del paese, e vi fecero fortuna. Uno di questi immigrati fu Odobono: la miglior riprova della prodezza con cui si battè e della potenza e del prestigio che gliene derivò, è data dal suo matrimonio con Emma d’Hauteville e dai feudi ottenuti in Sicilia.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (28) postillava che: “(28) E. Pontieri, La madre di re Ruggero: Adelasia del Vasto, contessa di Sicilia, regina di Gerusalemme, in questo volume, nel saggio seguente.”.

Dal 1092-92 al 1105, Simone di Sicilia, futuro conte di Policastro, figlio di Ruggero I d’Altavilla, gran conte di Sicilia e di “Adelasia” o Adelaide del Vasto

Indagando sulle origini di “Simone”, conte di Policastro, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a p. 436,in proposito scriveva che: “….fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Slavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54).”. Pontieri, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Dunque, il Pontieri scriveva che Simone, conte di Policastro era il figlio di Enrico del Vasto o Enrico Paternò-Butera. Pontieri scriveva pure che Simone, conte di Policastro aveva un figlio illegittimo chiamato Ruggero Schiavo. Il Pontieri però parlando di Ruggero I d’Altavilla, scriveva che Simone, conte di Policastro successe al padre nel 1101 dopo la sua morte. Dunque scriveva che Simone, conte di Policastro era figlio naturale di Ruggero I e di Adelaide del Vasto. Anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 439, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Il 22 giugno 1101 Ruggero moriva a Mileto, in Calabria, sua dimora domestica preferita, e quivi i suoi resti vennero sepolti (59). Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Pontieri, a p. 439, nella nota (59) postillava: “(59) Vedi ‘Necrologium Casinense’, in Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, t. V., p. 76; Lupo Protospatario, Chronicon, ed. Pertz, in MGH., SS., ad an. 1101; Annales Siculi, ed. E. Pontieri, In Muratori, RR. II. SS.(2), t. V, p. 115; Romualdo Salernitano, p. 202, n. 6; il sarcofago, tuttora conservato, in cui fu deposta la salma del conte, è stato illustrato da L. De La Ville sur Yllon, La tomba di Ruggero conte di Calabria e di Sicilia, in “Napoli nobilissima”, 1892.”. Dunque, in questo passaggio, il Pontieri, parlando della reggenza di “Adelasia”, l’ultima moglie di Ruggero I d’Altavilla che morì nel 1101, ci parla di Simone, figlio di Ruggero I d’Altavilla, perchè scrive che: Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Sulle origini di Simone, figlio di “Adelasia” e di Ruggero I d’Altavilla, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 437, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito racconta che: “Nel 1098 Ruggero era stato chiamato in suo aiuto dal principe di Capua, il normanno Riccardo II Drengot, contro cui, due anni prima, era insorta la popolazione longobarda della capitale, costringendolo ad allontanarsene. Il conte di Sicilia, al quale Riccardo, in cambio dei soccorsi richiesti, aveva ceduto i diritti che Capua vantava su Napoli, accorse in testa a compatte schiere di armati, in mezzo ai quali spiccavano intrepidi manipoli di musulmani di Sicilia. Capua, vigorosamente assediata dal conte Ruggero e da suo nipote Ruggero I di Puglia che lo fiancheggiava, capitolò. Durante questa vicenda, ….Adelasia seguì il marito, sostando con lui e con le soldatesche che li seguivano dappima in Calabria e da ultimo nelle terre attigue a Benevento, donde, dopo essersi incontrati col pontefice Urbano II, che invano si era fatto mediatore tra i belligeranti, i due coniugi mossero verso Capua (56).”. Pontieri, a p. 438, nella nota (56) postillava: “(56) Sull’assedio di Capua vedi Malaterra, I. IV, 27, p. 125, e cfr. Schipa, Storia del Ducato napoletano, cit., p. 349; Idem, Il Mezzogiorno anteriormente alla Monarchia. Ducato di Napoli e Principato di Salerno, pp. 196-97.”.  Pontieri, a p. 438, scriveva pure che: “Già Adelasia aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); alcuni anni dopo lo rese padre una seconda volta, dandogli Ruggero, il futuro unificatore delle conquiste fatte dai suoi antenati in Italia (58).”. Infatti, il Pontieri postillava che “Adelasia” “….aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); etc…”., aggiungendo che il futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla era l’altro fratello di Simone, conte di Policastro.  Pontieri, a p. 438, nella nota (57) postillava: “(57) Il Malaterra. I. IV, 19, p. 98, pone la nascita di Simone dopo la morte di Giordano, suo fratello, ossia nel 1092. Il 26 aprile di questo anno, Giordano, come risulta da un atto di donazione fatta dal conte Ruggero al monastero di S. Agata di Catania, era ancora vivo: cfr, Kehr, Die Urkunden der normannischen-sicilischen Konige, cit., p. 14. Tale data è da preferirsi all’altra segnata nel ‘Necrologium Panormitanum’, ed. Winkelmann, in “Forshungen zur deutschen Gesch.”, XVIII, (1878), p. 474, secondo cui ‘critiques sur quelches diplomes normands de l’Archivio Capitolare di Catania, estr. dal “Bullettino dell’Archivio Paleografico italiano”, N.S., I-III (1956-1957), p. 149.”. In questo passaggio, Pontieri spiega che Simone dovrebbe essere nato da “Adelasia” subito dopo la morte di “Giordano”, altro figlio di Ruggero I d’Altavilla. Sempre il Pontieri, su Simone, a pp. 438-439, nella nota (58) postillava: “(58) Terminata la narrazione dell’assedio di Capua, il Malaterra, I. IV, 26, p. 105, aggiunge, in un’annotazione cronologica curiosa quanto generica: “ibi se impregnavit comitissa Adelasia de comite Rogerio”; in breve, il futuro re Ruggero II sarebbe stato concepito nel 1098 (primavera). Senonchè Romualdo Salernitano, ed. Garufi, p. 236, informatissimo della biografia di Ruggero II, dà elementi cronologici inconciliabili col contenuto della annotazione del Malaterra; infatti, registrata al 1152 (ma al 1154), la morte di Ruggero, egli aggiunge: “mortuus est…anno vite sue quinquagesimo octavo, mensibus duobus, diebus quinque, vicesimo septimo die mensis Februari, anno regni sui vicesimo IIII, anno Dominice incarnationis MCLII, Indic., I.”; di modo che, fondando i calcoli su questi elementi anagrafici, che collimano con quelli delle fonti, Ruggero II sarebbe nato il 22 dicembre 1095, e cioè poco più di due anni dopo suo fratello Simone. Questa data viene accettata sia dall’Amari, Musulmani, cit., vol. III, p. 199, che dallo Chalandon, op. cit., vol. I, p. 352-53. e dal Caspar, Roger II, cit., pp. 21-22. Rimane però inspiegabile la bizzarra nota del Malaterra etc…”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, parlando del Gran Conte di Sicilia, Ruggero I d’Altavilla, sposo di Adelaide del Vasto, a p. 227, in proposito scriveva che: Pure qualche atroce dolore non risparmia il suo cuore paterno: la moglie del figlio prediletto, sia pur ribelle una volta (L. III, cap. 36), dell’erede Giordano (L. IV, cap. 18). Ma Dio consola di lì a poco il Conte, perchè Adelasia gli dà il piccolo Simone, sul cui capo egli può riporre le sue speranze e conservargli il ricordo di un passato di lavoro e di stenti, dal quale è germinata la potenza presente (capitolo 19). Ecc..”. Il primogenito di Ruggero I d’Altavilla fu un figlio naturale di nome Giordano (1055c.-1092), che non sopravvisse al padre. Simone d’Altavilla, noto anche come Simone di Sicilia (Palermo, 1093 – Mileto, 28 settembre 1105) fu il primogenito e successore designato di Ruggero I, Gran Conte di Sicilia, e di Adelaide del Vasto, la quale tenne la reggenza durante il suo breve regno. Simone ereditò la contea di Sicilia nel 1101, ancora molto giovane, e morì appena quattro anni dopo, nel 1105 a Mileto, dove fu sepolto nell’abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni. Gli successe il fratello, il grande Ruggero II, (dopo la reggenza della madre Adelasia fino al 1112) che sarebbe poi diventato Re di Sicilia. Dunque, la Contea di Sicilia, fu retta fino al 1112 dalla madre Adelaide del Vasto, in accordo con Ruggero Borsa, nipote di Ruggero I d’Altavilla, padre di Simone.  Da Wikipidia leggiamo che Adelaide del Vasto, anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato; i loro figli furono: 1. Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia. Simone, figlio di re Ruggero I morì nel 1105, e poi, fino al 1112 vi fu la reggenza della madre Adelasia del Vasto. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Su Simone, la madre Adelaide del Vasto e la sua reggenza ha scritto Ernesto Pontieri. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 440-441, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Lungi dall’avventurarci nell’aggrovigliata questione sul numero e sull’individuazione dei figli, legittimi e naturali, del conte Ruggero, ci limitiamo a notare che egli ebbe due figli aventi lo stesso nome di Goffredo: costume non insolito nelle famiglie normanne, anzi nella stessa famiglia di Tancredi di Hauteville, il padre di Ruggero….Ora il Malaterra, dopo aver ricordato la morte di Giordano, avvenuta nel 1092, testualmente aggiunge…..Ma ecco che, alcuni mesi dopo, Adelasia dava alla luce Simone, salutato dall’esultanza di tutta la corte. Anche il Malaterra mostra di commuoversi davanti al fausto evento e lo celebra inserendo nel ‘De rebus’ un carme, etc…”. Pontieri, a p. 442, in proposito alla nascita di Simone, scriveva che: “La casa del gran conte di Sicilia era dunque pervasa di letizia, perchè Adelasia aveva dato al consorte non solo un figlio maschio, ma anche l’atteso erede. Certo, in un atto della cancelleria del conte Ruggero, consacrante una donazione da lui fatta nel 1094 al monastero di S. Maria “de Rokella apud paleapolim”, in Calabria, il nome di Simone vi è rappresentato come “filius Rogerii comitis et heres”(65).”. Pontieri cita il documento a p. 442, nella nota (65) postillando: “(65) Regii Neapolitani Archivi Monumenta, vol. VI, doc. VIII, pp. 159-160.”. Pontieri cita il documento a p. 442, nella nota (65) postillando: “(65) Regii Neapolitani Archivi Monumenta, vol. VI, doc. VIII, pp. 159-160.”. Pontieri, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”.

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a pp. 417-418, parlando e riferendosi a Policastro, sulla scorta dell’Ughelli e del Telesino (…), scriveva: “Ma il Conte Ruggieri avendolo ampiamente ristorato, e rifatto, a Simone suo figlio bastardo lo diede. Il citato Ughellio ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta. Ed è acciò distintamente veggasi, che questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; e dell”Abbate Telesino, nel principio del libro I’ ce ne fu lasciata memoria con le seguenti parole:  “Huic quippe (cioè Ruggiero Juniore) unicus erat frater primogenitus nomine Simon, qui Patri obituro successurus erat.”. E poco dopo aggiungeva che: “Factum est autem dum Simon Genitorque Rogerius vi numinis ad extrema pervenissent, Rogerius minimus ad potiendum Comitatum haeres succedit.”. Anche la ‘Cronaca di F. Corrado’ ce ‘l disse così: “Post hunc Simon ejus primogenitus filiorum Regnum eccepit, qui per paucos vixit annos”. Del Simone Signore di Policastro, che fu il Bastardo, spessissima menzione si trova fatta in ‘Falcando nella storia Sicola’ nè tempi di Re Guglielmo; e di lui, come di giusto, potente nimico aveva Majone tutto il possibil timore. Ecc…”. Ecco ciò che scrive l’Antonini su Simone figlio di Ruggero I d’Altavilla.

Antonini, p. 417

(Fig….) Pagine n. 416-417, tratte dalla ‘Lucania’ dell’Antonini (…), Discorso X, parte II

L’Antonini scriveva che “Il citato Ughellio ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta.”. L’Antonini a p. 417 cita l’abbate Ferdinando Ughellio ed a p. 416, nella sua nota (….) postillava che: “(I) L’Abbate Ughellio senz’alcun fondamento, vuole che Policastro sia fatto dalle ruine di Velia, “E cuius ruinis Policastrum exstructum scribant tom. 7, fol. 542.”. Dunque l’Antonini cita il vol. VII e col. 542 dell’‘Italia Sacra’ di Ferdinando Ughelli (edizione Coleti, ovvero la seconda). L’Antonini scriveva che il ‘Conte Ruggieri’ aveva due figli. L’Antonini riferendosi a Policastro scriveva che: “….il Conte Ruggieri avendolo ampiamente ristorato, e rifatto, a Simone suo figlio bastardo lo diede”, ovvero che il Conte Ruggieri diede Policastro al a Simone suo figlio bastardo”. Chi era questo “Simone”, figlio “bastardo” di Ruggero ? E chi era questo Ruggero ?. L’Antonini, parlando di “Simone” aggiunge che: questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; e dell”Abbate Telesino, nel principio del libro I’ ce ne fu lasciata memoria con le seguenti parole:  “Huic quippe (cioè Ruggiero Juniore) unicus erat frater primogenitus nomine Simon, qui Patri obituro successurus erat.”, ovvero, riferendosi a Ruggero, l’altro figlio di Ruggero I d’Altavilla, Gran Conte di Sicilia “Perché per lui c’era un solo fratello, il primogenito, di nome Simone, che stava per succedere a suo padre alla morte di suo padre.”. Proseguendo il suo racconto l’Antonini scrive che nell’abbate Telesino scriveva che: “Factum est autem dum Simon Genitorque Rogerius vi numinis ad extrema pervenissent, Rogerius minimus ad potiendum Comitatum haeres succedit.”, ovvero che: “E avvenne, mentre Simone e sire Ruggero erano giunti all’estremo per la potenza degli dei, Ruggero il più giovane succede all’erede di prendere possesso della contea”. Riguardo “l’Abbate Telesino” scrive anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), che postillava che la notizia tratta dall’Ughelli (…), prima e dell’Antonini dopo, proveniva dal cronista del tempo Alessandro Telesino (…) (“Alessandro Telesino: I, 3″). L’Abbate di Telese è un cronista dell’epoca Normanna chiamato Alessandro Telesino (…). Il cronista dell’epoca Alessandro Telesino (…), citato sia dall’Antonini che dal Cataldo, nel suo Libro I, Cap. III, della ‘Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie’, una biografia accurata di Ruggero II di Sicilia, egli ci parla di Simone fratello di re Ruggero II d’Altavilla e figlio naturale di re Ruggero I d’Altavilla, pubblicata dal Del Re (…). La ‘chronaca’ del Telesino (…), la biografia di re Ruggero II d’Altavilla, scritta da Alessandro di Telese, copre in dettaglio gli anni successivi al 1127 e fino al 1136, ove termina bruscamente. La ‘chronica’ del Telesino (…) fu pubblicata dal Del Re (…), ivi, ma non nel Cap. III del Libro I come ci dice il Cataldo (…), bensì nel Cap. II, del Libro suo I, che ci parla dell’indole di Ruggero II d’Altavilla. Come si può leggere nell’immagine ivi, il Telesino (…), del suo Cap. II, a p. 90 del Del Re (…), ci parla di ‘Simone‘, figlio primogenito di re Ruggero I d’Altavilla, il Gran Conte di Sicilia e fratello maggiore del futuro re Ruggero II d’Altavilla. L’Abate Telesino (…), non parla di due figli chiamati Simone, uno legittimo e l’altro ‘Bastardo’ come scrive l’Antonini. Il cronista Alessandro di Telese, nel suo Cap. II, parlando dell”Indole di Ruggiero II d’Altavilla’, diceva: “Aveva egli un fratello unico primogenito per nome Simone (che al padre, quando fosse morto, doveva succedere, pigliando il dominio della sua provincia), il quale egli, secondochè è costume dè fanciulli, giocando a danaro provocava a battaglia. Perciocchè questo trastullo più di tutti gli altri gli andava a grado. Combattendo, dunque, l’uno e l’altro ecc..”.

Alessandro di Telese, p. 90

Del Re, su Simone, p. 90.JPG

(Fig….) Alessandro Telesino, Libro I, Cap. III, pubblicato in Del Re (…), p. 90

Il Telesino (…), nel suo Cap. II e Cap. III, non dice affatto che re Ruggero I, avesse due figli chiamati Simone, uno legittimo e l’altro ‘Bastardo’, come sosteneva l’Antonini. Il cronista dell’epoca Alessandro Telesino, dice chiaramente di re Ruggero II d’Altavilla: “Aveva egli un fratello unico primogenito per nome Simone (che al padre, quando fosse morto, doveva succedere, pigliando il dominio della sua provincia), ecc..”. Quindi il cronista dell’epoca Alessandro di Telese (…), ci riferisce con le sue parole che, l’altro figlio di Re Ruggero I d’Altavilla (detto il ‘Gran Conte’), fosse chiamato ‘Simonem’ (Simone) “un fratello unico primogenito per nome Simone”, ovvero che, Simone e re Ruggero II di Sicilia, erano entrambi fratelli e figli legittimi di re Ruggero I (il Gran Conte di Sicilia). L’Abate di Telese, citato dall’Antonini, parla di un altro Simone. Il cronista Abate di Telese, parla del Simone, figlio naturale o illegittimo di re Ruggero II, ma ci parla dell’altro Simone,  figlio primogenito di re Ruggero I d’Altavilla.  Il Telesino (…), non parla di un Simone figlio naturale (e ‘Bastardo’, quindi illegittimo) di re Ruggero II d’Altavilla. La notizia, citata dall’Ughelli e poi dall’Antonini, era stata riportata dal ‘Marchese della Giarratana’, che esamineremo.

Dal 1101 al 1112, Adelaide del Vasto, la sua reggenza dopo la morte di Ruggero I d’Altavilla e la contea di Policastro

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 439, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Il 22 giugno 1101 Ruggero moriva a Mileto, in Calabria, sua dimora domestica preferita, e quivi i suoi resti vennero sepolti (59). Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Pontieri, a p. 439, nella nota (59) postillava: “(59) Vedi ‘Necrologium Casinense’, in Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, t. V., p. 76; Lupo Protospatario, Chronicon, ed. Pertz, in MGH., SS., ad an. 1101; Annales Siculi, ed. E. Pontieri, In Muratori, RR. II. SS.(2), t. V, p. 115; Romualdo Salernitano, p. 202, n. 6; il sarcofago, tuttora conservato, in cui fu deposta la salma del conte, è stato illustrato da L. De La Ville sur Yllon, La tomba di Ruggero conte di Calabria e di Sicilia, in “Napoli nobilissima”, 1892.”. Pontieri, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”. Dunque, come ha scritto il Pontieri, la corona della contea di Sicilia e di Calabria, dopo la morte di Simone, nel 1105 passò al fratello minore Ruggero chesarà il futuro Ruggero II d’Altavilla. Il Pontieri scrive pure che nel 1105, Ruggero II, sebbene avesse ereditato per successione la corona di Sicilia e Calabria, essendo ancora minorenne non poteva governare. Lo fece la madre Adelasia, ultima moglie di Ruggero I. Adelasia prese la reggenza della contea di Sicilia e di Calabria e la tenne fino all’anno 1112.  Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei, tra cui il fratello Enrico del Vasto (che aveva sposato Flandina, figlia del marito), e di altra origine, fra cui soprattutto Cristobulo. Fu durante il periodo di reggenza che redasse ciò che oggi è conosciuto come il documento cartaceo più antico d’Europa. È il cosiddetto “Mandato di Adelasia“, scritto nel 1109. Si tratta di un documento bilingue, in greco nella sezione superiore e in arabo in quella inferiore, con cui si ordinava ai vicecomitali della terra di Castrogiovanni di proteggere il monastero di San Filippo di Demenna, sito nella valle di San Marco. Adelasia adottò la carta perché non si trattava di un diploma o di un privilegio ufficiale, per i quali veniva adoperata la più solenne pergamena, ma piuttosto di un atto di natura transitoria. L’uso della carta era già stato mediato dal mondo arabo. Il documento, prima conservato presso l’abbazia di San Filippo di Fragalà, venne poi acquistato dall’Archivio di Stato di Palermo, dove si trova tuttora. Adelasia del Vasto sposò nel 1087 Ruggero I di Sicilia, del quale fu la terza e ultima moglie e al quale diede quattro figli tra cui Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia ed il futuro re di Sicilia, il fratello minore Ruggero II d’Altavilla. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 168, in proposito scriveva che: “Alle origini, però, ossia all’epoca del conte Ruggero e della reggenza della contessa Adelasia durante la minorità di Ruggero II (1062-1112), le signorie feudali d’una certa importanza furono nelle Calabrie poche, assai poche, e, per di più, con la testa personaggi legati da parentela ai conquistatori.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 302, in proposito scriveva che: “La prima violenta manifestazione della gelosia e del cozzo d’interessi fra le due comunità si ebbe nel 1110, a Messina, davanti ad un tribunale presieduto dalla contessa Adelasia, che reggeva la contea di Sicilia e Calabria per il minorenne Ruggero, il futuro Ruggero II………L’Abbate di S. Eufemia aveva denunciato il priore di Bagnara, Costanzo, e i suoi canonici, perchè, ……La reggente Adelasia, chiamati a sè ecc…”. Dunque, Pontieri la chiamava “Adelasia”, ultima moglie del “Gran Conte” di Sicilia (il conte Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo) e madre di Simone e di Ruggero II. Il Pontieri, nell’indice scriveva: “Adelaide (contessa) vedi Adelasia, pp. 168, ecc…”. Dunque, secondo il Pontieri la madre di Simone e di Ruggero, futuro re Ruggero II, la chimava “Adelaide” oppure “Adelasia”.

Ruggero II d’Altavilla re di Sicilia

Da Wikipidia leggiamo che Ruggero II di Sicilia, conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla. Era figlio secondogenito del gran Conte di Sicilia, il normanno Ruggero I d’Altavilla e di Adelasia di Monferrato (Adelaide o Adelasia del Vasto). Fu conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del ‘Regnum Siciliae’ indipendente. Appena ereditato il trono del padre Ruggero I, re Ruggero II confermò con il ‘Crisobollo’ (un privilegio di cui parleremo), dell’aprile 1131, le precedenti donazioni fatte dai suoi predecessori alla chiesa di Rofrano. Alla morte del padre, avvenuta a Mileto nel 1101, sua madre Adelaide del Vasto, riuscì a governare la Sicilia con l’aiuto di valenti consiglieri, mentre lui ed il fratello erano ancora in tenera età. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1122). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei. Nel 1105, morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne conte di Sicilia. Divenuto maggiorenne nel 1112, cessò la reggenza della madre Adelaide del Vasto, e si dimostrò subito in grado di governare con autorità e saggezza, continuando la linea di espansionismo del padre. Nel 1121 sorsero le ostilità fra Ruggero II e suo cugino Guglielmo II, duca di Puglia (figlio e successore di Ruggero Borsa e Adela di Fiandra e nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria e da non confondere con il nipote di Ruggero II, Guglielmo II detto il Buono). Quando nel luglio del 1127, suo cugino Guglielmo II, morì senza figli ed eredi, Ruggero II reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e la Signoria di Capua. Ma Ruggero, in seguito ottenne la corona: il 27 settembre 1130 una Bolla di Anacleto II, consegnata al duca di Puglia presso la città di Avellino, fece Ruggero Re di Sicilia. Ruggero II era così divenuto uno dei più potenti sovrani d’Europa. Nell’estate del 1140 ad Ariano Irpino promulgò le ‘Assise di Ariano’, il corpus giuridico che formava la nuova costituzione del Regno di Sicilia. A lui si deve anche l’istituzione del ‘Catalogus baronum’, l’elenco di tutti i feudatari del regno, stilato per stabilire un più attento controllo del territorio, dei rapporti vassallatici e quindi delle potenzialità del proprio esercito.

Dal 1111 al 1114, Adele di Fiandra (Adelasia), moglie di Ruggero Borsa e madre di Guglielmo II di Puglia, la sua reggenza e la contea di Policastro

Da Wikipidia leggiamo che Adelaide di Fiandra (1064 (circa) – aprile 1115) fu regina consorte di Danimarca. Adelaide restò alla corte del fratello Roberto II di Fiandra fino al 1092 quando andò in moglie a Ruggero Borsa, Duca di Puglia. Con lui ebbe: Guglielmo detto Guglielmo II di Puglia che ereditò il Ducato di Puglia e Calabria dopo la morte del padre Ruggero Borsa nel 1111. Da Wikipidia leggiamo che nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia, da non confondere con Guglielmo II di Sicilia detto il “Buono”, figlio di Guglielmo I il Malo. Il duca Ruggero Borsa sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Adele (Ala, Alaina, Athela). Nella prima metà del 1092 sposò Ruggero Borsa, duca di Puglia e Calabria, e già nel maggio 1092 sottoscriveva una donazione del marito al monastero di S. Lorenzo d’Aversa. Dei tre figli avuti da questo matrimonio sopravvisse il solo Guglielmo: Luigi morì poco dopo la nascita, nel 1094, e Guiscardo verso il 1108. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) detto pure Guglielmo II di Puglia, figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1111 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postillava che: “(36)……e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ecc..”.Dunque, in questo breve passaggio l’Ebner ci parla della reggenza di “Adala”, così chima la madre di Guglielmo II di Puglia, moglie di Ruggero Borsa e figlia di Roberto di Fiandra detto il Frisone. “Adala” o “Adelasia”. In un documento pubblicato dall’Ughelli (…), del 1100, che vedremo innanzi, la moglie di Ruggero Borsa, e madre di Guglielmo II di Puglia, viene detta: Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”, in cui compare il Vescovo Arnaldo (a. 1110).  Rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni; le ricche donazioni fatte all’abate Pietro di Cava, sostegno degli Altavilla nel Mezzogiorno, fanno però supporre che ne abbia cercato il potente appoggio. Aveva da poco lasciato la reggenza, quando morì nell’aprile 1114. Fonti e Bibl.: Regii Neapolitani Archivi Monumenta, V, Napoli 1857, n. 445 a pp. 137-139, n. 454 app. 140-143, n. 456a pp. 144-146, n. 460 a p. 155, n. 477 a p. 203; Romualdi Salernitani, Chronicon, in Rer. Italic. Script., 2 ediz., VII, 1, a cura di C. A. Garufi, pp. 200, 207; P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava,Cava dei Tirreni 1877, pp. XVI, XVIII; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, I, Paris 1907, pp. 298 s., 311, 313, 317.

Nel 17 febbraio 1100, Arnaldo, II vescovo di Policastro era presente alla cerimonia di donazione della chiesa di S. Maria della Roccella che “Adalatia” (Adelasia, sposa di Ruggero Borsa e madre reggente di Guglielmo II di Puglia nel Ducato di Puglia e di Calabria) fece a Pietro, Vescovo di Squillace

La notizia del vescovo ‘Arnaldo’, successore di Pietro da Salerno, proviene dall’Ughelli (…), che dal punto di vista bibliografico e storiografico, è stato il primo che ha citato le prime notizie circa i Vescovi della restaurata Diocesi Policastrense in epoca Normanna. La citazione di questo vescovo “Arnaldo”, riguarda sia Policastro e pure Roccagloriosa, come vedremo in seguito. I primi documenti d’epoca Normanna in cui figura un vescovo “Arnaldo Policastrense”, sono stati pubblicati per la prima volta dall’Ughelli (11), a p. 789 della sua ‘Italia Sacra’. Il sacerdote Giuseppe Cappelletti (….), nel suo “Le Chiese d’Italia”, in proposito scrive pure dei due documenti pubblicati dall’Ughelli (….) e scrive che in uno dei due documenti pubblicati dall’Ughelli si ha “La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace.”. Il Cappelletti scrive che questo vescovo chiamato “Arnaldo” figura testimone in una donazione del 17 febbraio 1110, in cui la contessa “Adelatia” (in Ughelli) “Adelasia” (in Cappelletti) donava al Vescovo di Squillace in Calabria la “chiesa di santa Maria della Roccella” (forse il Monastero claustrale di S. Mercurio a Rocchetta, una frazione di Roccagloriosa). Forse la donazione riguardava la chiesa di Santa Maria a Roccella Ionica. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 542, inizia a parlare dei “Policastrensses Episcopi”, ovvero dei Vescovi di Policastro:

Ughelli, p. 542, vol. VII Coleti

Ferdinando Ughelli (…), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII (prima edizione), a p. 789 parlando del secondo vescovo di Policastro, ‘II. Arnaldus’, citava due documenti che lo citavano: “2 ARNALDUS (Arnaldo II) Policastrensis Episcopus testis fuit donaztionis Adalatia comitissa Siciliae & Calabria, quam fecit Petro Episcopo Squillacensi de Ecclesia sancta Maria de Roccella cum iuribus & pertinentijs fuis anno ab Incarnatione Domini 1110. 13. Kal. Martij Indictione 6. documentum dadibus in Episcopis Squillacensibus. Post Arnaldum qui successerit usqui ad Innocentij III. tempora non habemus. Legitur enim in eiusdem Pontificis regestro epistola ad Clarum, Populorum, Episcopumque Policastrensem ut benigne Cardinalem Apostolica Sedis Legatum suscipiant, & debitam reverentiam impendant, nomen autem Episcopi in ea non exprimitur.”:

Ughelli, p. 798, su Arnaldo

(Fig…..) Pag. 789 dell’Ughelli, Tomo VII, in cui parla dei Vescovi Paleocastrensi e di Arnaldus, II vescovo di Policastro e successore di Pietro Pappacarbone

la cui traduzione dovrebbe essere che: “2. Arnaldo II vescovo di Policastro testimone della donazione di Adelasia contessa di Sicilia e Calabria, che ha fatto la chiesa di diritti Squillace Roccella di San Pietro pertinenze proprietà nell’anno del Signore 1110. 13. Id. Pomeriggio di marzo 6. Il documento dadibus i vescovi Squillace. dopo l’Arnaldo, che ha finora avanzato a Innocente III. tempi non erano così, che abbiamo. leggiamo nel dello stesso Pontefice regestro la lettera al popolo hanno la brillante, dei popoli, il vescovo Policastrense in modo che con gentilezza il cardinale, la Sede Apostolica, l’agente dell’impresa, e quali, e danno il dovuto rispetto e la spesa, il nome dei vescovi che vivono al suo interno, non siamo detto.”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, (II edizione, Coleti, 1601), parlando dei “Policastrensi Episcopi”, a pp. 560 e ssg. pubblicò la stessa notizia: “2 ARNALDUS Policastrensis Episcopus testis fuit donationis Adalatiae comitissae Siciliae & Calabriae, quam fecit Petro Episcopo Squillacensi de Ecclesia sanctae Maria de Roccella cum juribus et pertinensiis suis anno Incarnatione Domini 11110. 13. Kal.Mart. Inditione 6. Documentum dalbimus in Episcopis Squillacensibus. Post Arnnaldum qui fuccesserit usque ad Innocentii III. tempora non habemus. Legiturenim in eiusdem Pontificis regestro epistola ad Clerum, Populum, Episcopumque Policastrensen ut benigno Cardinalem Apostolicae impedant Sedis Legatum suscipiant. et debitam reverentiam impedant; nomen autem Episcopi in ea non exprimitur.”,

Ughelli, vol. VII, p. 560

la cui traduzione dovrebbe essere la seguente: “2 ARNALDO, vescovo di Policastro, fu testimone del dono di Adalatia, contessa di Sicilia e Calabria, che fece a Pietro, vescovo di Squillace, della chiesa di S. Maria de Roccella, con i suoi diritti e pertinenze, nell’anno dell’Incarnazione di nostro Signore 11110. 13. Kal.Mart. Iscrizione 6. Condivideremo il documento con i Vescovi di Squillace. Dopo Arnaldo, morto fino a Innocenzo III. non abbiamo tempo. Hanno letto nell’albo dello stesso Pontefice una lettera al Clero, al Popolo e al Vescovo di Policastro, perché impediscano gentilmente al Cardinale della Sede Apostolica di riceverla come Ambasciatore. e impediscono la dovuta riverenza; ma in essa non è espresso il nome del vescovo.”.

Ughelli, vol. VII Coleti, p. 561-562

(Fig…..) Ferdinando Ughelli, “Italia Sacra”, Tomo VII (edizione Coleti), pp. 559-560 e 561-562, in cui parla dei Vescovi Paleocastrensi, di “Arnaldus”, II vescovo di Policastro e successore di Pietro Pappacarbone e parla della donazione di “Adelasia”.

Ferdinando Ughelli (11), nella sua ‘Italia Sacra’ , a p. 789 (vol. VII, I edizione) parlando dei Vescovi che successero a Pietro Pappacarbone dopo la sua rinunzia citava due documenti d’epoca Normanna di cui ne pubblicava il testo in latino e la loro traduzione. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 560 parlando dei “Policastrenses Episcopi”, ovvero dei Vescovi di Policastro, citava un documento datato 17 febbraio 1110 ed un documento del 13 marzo 1110. Si tratta di una concessione o privilegio o atto di donazione in cui figurava tra i presenti un vescovo di Policastro chiamato “Arnaldo”. Di questo vescovo, la prima notizia certa risulta proprio da questo documento del 1110. L’Ughelli (11), riportava notizie sui primi vescovi della restaurata Diocesi Policastrense ed in particolare quando parla del successore di Pietro Pappacarbone, il vescovo Arnaldo, trae sue notizie da un antico documento Normanno che sarà poi pubblicato e tradotto dal greco in latino dal Di Meo (17). Il documento datato 17 febbraio 1110, in cui figura un “Arnaldus Palecastrensis” (forse il vescovo successore di Pietro Pappacarbone), che risulta testimone ad una donazione Normanna. I due documenti citati dall’Ughelli (11), due donazioni al vescovo di Squillace (in Calabria), da Adelasia, contessa di Sicilia e di Calabria. In una di queste cerimonie è citato testimone il vescovo di Policastro Arnaldo. Nel 1745, la notizia dell’Ughelli fu in seguito ripresa dall’Antonini. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a pp. 417-418, parlando e riferendosi a Policastro, sulla scorta dell’Ughelli e del Telesino (…), scriveva che: “Ma il Conte Ruggieri avendolo ampiamente ristorato, e rifatto, a Simone suo figlio bastardo lo diede. Il citato ‘Ughellio’ ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta. Ed è acciò distintamente veggasi, che questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; ecc…”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 542 pubblicava una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per esser quì trascritta.”. Dunque, l’Antonini parlando di Policastro, cita la carta pubblicata nel 16….da Ferdinando Ughelli. Antonini scriveva che questa antica carta era talmente lunga che non si poteva pubblicare nella sua “La Lucania”. Il sacerdote Rocco Gaetani (2), scriveva: “vedi De Meo, Annali del Regno di Napoli, vol. 3, p. 327. In effetti, forse vi è un errore di stampa del breve saggio del Gaetani (libretto introvabile ed in nostro possesso), non si tratta di “De Meo” ma di Alessandro Di Meo (17), che nel Tomo IX dei suoi “Annali Critici-Diplomatici del Regno di Napoli”, a p. 164 e s., parlando dell’anno di Cristo 1110, IND. III. B.”, ci parla dell’Ughelli (11) e dell’antico documento Normanno dove è citato il vescovo Paleocastrense Arnaldo. Secondo Alessandro Di meo (17), che li ripubblicò, in “Annali del Regno di Napoli, vol. 3, p. 327, nel Tomo IX dei suoi “Annali Critici-Diplomatici del Regno di Napoli”, a p. 164 e s., parlando dell’anno di Cristo 1110, IND. III. B.”si tratta di due documenti. Il primo documento, di cui parla l’Ughelli,  è datato 17 febbraio 1110, in cui figura un “Arnaldo paleocastrense” (forse il successore di Pietro Pappacarbone a vescovo di Policastro), che risulta testimone ad una donazione Normanna. Alessandro Di Meo (…), in proposito scriveva che: “5. Ughelli rapporta una Bolla del Papa a Pietro Vescovo di Squillace, che dice, ‘Pastor es per nos institutus Sc. Dat. Lat. per m. Joannis S.R.E.D.C. ac Bibl. Nonis Aprilis, Ind. III. An.D.Inc.MCX.Pont.D.Pascalis II. an. XI’“, e a p. 165 aggiunge: “Lo stesso Ughelli ne’ vescovi di Squillace (paese della Calabria in Provincia di Catanzaro) rapporta la seguente carta: ‘An. ab. Inc. MCX. XIII. Kal. Martii, Ind. III. Regnante in Sic. Calabr. Rogerio filio Rogerii Comitis, consigit ut statim post electionem Petri Squillacensis Episcopi, cum in Capella Messanae ad ipsam electionem convenissent Barones, quorum nomina inferius legentur; Adalasia Comitissa Sicilia, e Calabrie, supplens Rogerius filius eius.’, cioè Reggente per la minorità del figlio Ruggeri, ne approva la fatta elezione, presenti i Vescovi ‘Angelario’ di Catania, e ‘Arnaldo Paleocastrense’ , e i Baroni ‘Roberto Moretto’, Gosberto di Licia, Guglielmo di Altavilla, Tancredi di Siracusa, Goffredo di Ragusa, Roberto Avenelio, Rodolfo di Belcaco, Cristofero Ammirato; e la Carta fu scritta da ‘Buono’ Notajo. Colla Chiesa di Squillace si dona ancora ad esso Pietro eletto la Chiesa di ‘S. Maria di Roccella’ co’ suoi beni, come pria di morire la possedè ‘Girolamo’, che fu Abbate.”.

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(Fig…..)  Documento Normanno del 1110, in cui figura Arnaldo, tratto da Di Meo (…), “Annali ecc…”, Tomo IX, pp. 164 e 165 (citato dall’Ughelli, vedi Fig…..)

Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali Critici-Diplomatici del Regno di Napoli”, a p. 164 e ssg. scriveva che, l’Ughelli aveva pubblicato due carte. La prima carta pubblicata dall’Ugheli è: “5. Ughelli rapporta una Bolla del Papa a Pietro Vescovo di Squillace, ecc…”. Il Di Meo scriveva che l’Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, edizione Coleti (2°) parlando dei “Vescovi di Squillace”, a p. 542 aveva pubblicato  la Bolla di Papa Pasquale II del 9 aprile 1110. Il Di Meo, a p. 165 scriveva pure che: “Lo stesso Ughelli ne’ vescovi di Squillace (paese della Calabria in Provincia di Catanzaro) rapporta la seguente carta: ‘An. ab. Inc. MCX. XIII. Kal. Martii, Ind. III. Regnante in Sic. Calabr. Rogerio filio Rogerii Comitis etcc…”. Il Di Meo scrive che l’Ughelli, cita pure un’altra carta del 13 marzo 1110, riferendosi ad un’altra carta in cui: “Colla Chiesa di Squillace si dona ancora ad esso Pietro eletto la Chiesa di ‘S. Maria di Roccella’ coi suoi beni, come pria di morire la possedè ‘Girolamo’ che ne fu Abbate.”. Come abbiamo visto, la donazione della chiesa di S. Maria di Roccella viene fatta all’eletto (da poco) Pietro eletto” oppure “Petri Squillacensis Episcopi”. Come scrive lo stesso Di Meo (….), a p. 164: ne approva la fatta elezione, presenti i Vescovi ‘Angelario’ di Catania, e ‘Arnaldo Paleocastrense’”. Dunque, secondo il Di Meo, sulla scorta dell’Ughelli, all’investitura del Vescovo della Diocesi di Squillace “Pietro”, era presente anche il Vescovo di Policastro “Arnaldo”. Dunque, secondo il Di Meo (….), nella seconda carta, quella del 17 febbraio 1110, la carta in cui si approva l’elezione di Pietro a Vescovo di Squillace, sono presenti alcuni personaggi dell’epoca e tra questi vi è il presule “Arnaldo”. Infatti, dopo circa un secolo, nel 1866, il sacerdote Giuseppe Cappelletti (8), nel suo ‘Le Chiese d’Italia’ parlando della chiesa Paleocastrense scriveva che: “Poco dopo la rinunzia del vescovo San Pietro, ne fu sostituito il successore Arnaldo, non si sa in quale anno. La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace. Ne, dopo questa notizia, altra se n’ha di Arnaldo: ne dopo Arnaldo, di alcun altro vescovo si ha notizia pel lungo tratto di un secolo.”. Dunque, il Cappelletti scriveva che il vescovo “Arnaldo”, non si sa quando o in che anno fu nominato Vescovo della Diocesi di Policastro ma attraverso la carta pubblicata dall’Ughelli, quella del 13 marzo 1110, si ha notizia di lui. Dunque, secondo alcuni, “Arnaldo”, potrebbe essere il successore di Pietro Pappacarbone, dopo la sua rinuncia a Vescovo di Policastro. Dunque, è molto probabile che sulla base di questa notizia, il nuovo vescovo “Arnaldo” fu il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro. Il Cappelletti scrive pure dei due documenti pubblicati dall’Ughelli (….) e scrive che in uno dei due documenti pubblicati dall’Ughelli si ha “La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace.”. Il Cappelletti scrive pure che questo vescovo chiamato “Arnaldo” figura testimone in una donazione del 17 febbraio 1110, in cui la contessa “Adelatia” (in Ughelli) “Adelasia” (in Cappelletti) donava al nuovo eletto Vescovo di Squillace “Pietro” la chiesa di santa Maria della Roccella, in Calabria. Dunque, il sacerdote Giuseppe Cappelletti (8), proprio sulla scorta dell’Ughelli (11) e del Di Meo (17), scrive che il vescovo Arnaldo, risulta testimone nell’anno 1110, alla donazione che Adalasia Comitissa Sicilia, e Calabrie, supplens Rogerius filius eius.’, cioè Reggente per la minorità del figlio Ruggeri,..” (come scriveva il Di Meo). Ma chi era questa “Adalasia”, contessa di Sicilia e di Calabria, che, nell’anno 1110 era reggente nel Ducato di Sicilia e di Calabria al posto del figlio Ruggero minorenne ?.  L’Ughelli (…), scriveva che Arnaldo, veniva citato in una donazione al vescovo di Roccella, ai tempi di Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”. “Adalasia” o “Adalatia”, o “Adala” (come la chiama l’Ebner). Si tratta di Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero (detto Borsa) che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato ?. Dunque, “Adala” (come la vuole Pieto Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc..”, a pp. 92-93, nella sua nota (36) postillava che: “A Roberto il Guiscardo, quarto conte ecc…., Ruggero Borsa, come secondo duca (1085-11119 e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone.”. Questa “Adala”, dunque fu la reggente del Ducato di Puglia e di Calabria, per il figlio minorenne Guglielmo II di Puglia. Adala fu l’unica sposa di Ruggero detto Borsa che era a suo volta figlio di Roberto il Guiscardo e di Sichelgaita. Ebner, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 92, in proposito scriveva che: “Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia a cui aspirava il cugino di Ruggero, già terzo conte di Sicilia per la morte del fratello Simone (a. 1113), ambedue figliuoli di Ruggero, il “Gra Conte” signore della Sicilia (a. 1101) e della Calabria (a. 1120).”. Dunque, Adala resse il Ducato di Puglia e di Calabria, per la minore età del figlio erede Guglielmo II di Puglia, dalla morte del marito Ruggero Borsa. Dalle parole di Ebner si evince il collegamento che facevano alcuni autori tra cui lo stesso Ughelli con il “Simone” di Policastro, di cui parlerò in seguito. Dunque, il documento o atto di donazione del 17 febbraio 1110, riguarda Adele di Fiandra, moglie di Ruggero Borsa e madre reggente del minorenne figlio erede al trono Guglielmo II di Puglia. Alla morte del marito Adelaide governò come reggente per il figlio dal 1111 al 1114 per poi morire un anno dopo nel mese di aprile del 1115. Il  Cappelletti (8), nel 1866, forse sulla scorta del Di Meo (17) e dell’Ughelli (11), riporta le stesse notizie sul vescovo Arnaldo. Anche i due studiosi Richard e Giraud (14), scrivevano: “Quanto agli altri vescovi di Policastro vedasi l”Italia Sacra’ dell’Ughelli (11), tomo VII, p. 542.”. Forse si tratta dell’edizione Coleti dell’Ughelli, perchè a p. 542 del tomo VII, si parla della Diocesi Salernitana e di Pietro Pappacarbone. Giuseppe Cappelletti (8), nel suo ‘Le Chiese d’Italia’, a p. 369,  parla della Chiesa Paleocastrense e vi sono accenni a Pietro da Salerno. Il Cappelletti cita l’Ughelli, op. cit. (18), che pubblicava lettere e titoli dell’epoca in cui si parla di Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi (…), secondo cui è il Muratori (…) parlava della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori (…), ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, la prima citazione dell’antico documento in questione è di Ludovico Antonio Muratori (…), citato in seguito dal Troyli (…) e, poi da Ebner (…). Tratta da un codice manoscritto della Chiesa di Salerno:Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori (6), in Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss., V, col. 219 e seq. “Alphanus Archieps An. 1080.“, il Muratori (6), sulla scorta dell’Ughelli (…), pubblicava i ‘Fragmenta’ del Codice Amalfitano, (antico Codex manoscritto della Chiesa di Salerno), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno Alphanus Archieps An. 1080.”. Oppure si tratta di ‘Adelasia’, Adelaide del Vasto, Regina – vedova di Re Ruggero I (Ruggero Borsa), e zia di Simone detto il Bastardo (figlio di Re Ruggiero I d’Altavilla il fratello del Guiscardo), che tuttavia era già morto. Infatti, Simone, a cui gli era stata affidata la contea di Policastro, morì nel 1105 e quindi la donazione avvenuta nel 1111 o 1110, a cui risulta testimone un vescovo Paleocastrense, Arnaldo, fu fatta da Adelasia o Adelaide del Vasto, reggente dopo la morte del marito Ruggero I d’Altavilla, nel 1101.

Nel 1110, Arnaldo, (“Arnaldus Palecastrensis”) II (?) Vescovo della Diocesi di Policastro

Da Wikipidia, alla voce “cronostassi dei Vescovi di Policastro” leggiamo che al 2° posto risulta “Arnaldo”, menzionato nel 1111 (9). Wikipidia, nella nota (9) postillava che: “(9) Data riportata da Kehr; Gams e Tortorella indicano il 1110.” e pure che: “(9) I vescovi Pietro, Ottone, Goffredo e Giovanni I sono menzionati da Kehr, Italia pontificia, VIII, p. 371.”.

Kehr, Italia pontificia, vol. VIII, p. 371

Dunque, Wikipidia ci dice che Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, ci parla del vescovo Arnaldo, che figura nell’anno 1111. Pietro Ebner (…), nel suo…………………………………. in proposito scriveva che: Nella ricostituzione generale dei territori del regno, i Normanni conservarono la diocesi con i vecchi confini (notizia del Vescovo Arnaldo nel 1110, benchè politicamente il territorio, da Policastro verso il nord, venisse conservato alle dipendenze del giustiziere del Principato con sede a Salerno). I paesi, però anche linguisticamente continuarono a gravitare verso il Cilento e non verso la Basilicata e la Calabria, tanto meno verso Campagna, la cui diocesi non risponde nessun rilevante criterio geografico e storico-politico.”Sui vescovi (che successero a Pietro da Salerno), che hanno retto la Diocesi di Policastro Bussentino e l’Episcopato Bussentino – nel frattempo diventata ‘Dioceseos Paleocastrenses’, che nell’anno 1079, in cui fu consacrato il primo vescovo Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone dall’Arcivescovo di Salerno Alfano I, dopo la sua definitiva rinunzia, Pietro Ebner (…), scriveva in proposito che: “la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi Vescovi effettivi: Arnaldo nel 1111; Pietro e Oto nel 1120; Goffredo nel 1139; nel 1172 Giovanni”. In questo saggio parlerò del vescovo ‘Arnaldo’ che figura in alcuni documenti d’epoca Normanna come Vescovo della Diocesi Paleocastrense ricostruita dopo la rinunzia di Pietro Pappacarbone. Dopo la rinunzia di Pietro Pappacarbone a vescovo della rinata Diocesi di Bussento, chiamata con la sua venuta e nomina a presule di quella sede, ‘Paleocastrense’, poco si sa dei suoi successori. Pare che dopo la restaurazione della Diocesi di Policastro, in cui fu elevato a vescovo, Pietro Pappacarbone, il suo successore fu un certo ‘Arnaldo’. I due studiosi Natella e Peduto (4) scrivono che: “Il Duomo di Policastro, aggiunto all’antica trichora, fu consacrato nell’anno 1079 dall’Arcivescovo di Salerno Alfano I, e la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi Vescovi effettivi: Arnaldo nel 1111; Pietro e Oto nel 1120; Goffredo nel 1139; nel 1172 Giovanni.”. I due studiosi, Natella e Peduto (4), sulle notizie dei vescovi della rinata Diocesi, succedutisi a Pietro Pappacarbone, pare che rimandino alla loro nota (71) che riguarda un testo di Paul Guillaume (56), L’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro’, e scrivono: “(71) La vita di S. Pietro, è opera di Ugone, abate di Venosa, autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140, tradotto in italiano da A. Ridolfi, sul finire del ‘500 ed edito dal Guillaume nel citato anno. ecc..”. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (19), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (19), venne pubblicato dal Guillaume (4). Natella e peduto (…), nella loro nota (71), sulla scorta del Keher (39) (vedi nota (70) che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I). Pietro Ebner (7), nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo: “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s. Tuttavia, i due studiosi Natella e Peduto (…), non hanno dato riferimenti precisi circa la datazione dell’anno 1111, quando scrivevano che dopo la rinunzia di Pietro Pappacarbone la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi Vescovi effettivi: Arnaldo nel 1111″ ma, citano l’Ebner (…), che nel saggio citato voleva che: “ha datato al 1066-1067 l’arrivo di Pietro in città.”. Dunque, i due studiosi Natella e Peduto (4), ritenevano che il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro fosse Arnaldo, vescovo effettivo nel 1111. I due studiosi (4), proseguendo sulle notizie su Policastro in quegli anni (secolo XI), citano il Volpe (29), con la frase: “Unico riferimento preciso nella breve storia di Policastro del Volpe (29) è la sua dichiarazione circa le mura della città formate sotto Ruggero II. Ma il Volpe (29), citando il manoscritto del Mannelli (6) e, sulla scorta del Malaterra (20), non riporta alcuna notizia circa i Vescovi citati dai due studiosi (4). Il Volpe (29), parla solo della consacrazione di Pietro da Salerno. Anche il Vassalluzzo (67), non dice nulla in proposito. Il Guzzo (26), non dice nulla in proposito e riporta la notizia di Policastro al tempo dell’ultimo dei vescovi citati dai due studiosi Natella e Peduto (4), ovvero il vescovo ‘Goffredo’ che resse la Diocesi nell’anno 1139 e ‘Giovanni‘ che resse la Diocesi nell’anno 1172, ma senza dare riferimenti bibliografici. Pietro Ebner, nella sua nota (30) di p. 435, vol. II, della suo ‘Chiesa ecc..’, postillava: “La cronostassi del Laudisio, salta dal 1110 al 1211 (Gerardo Arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (vedi Sinossi, cit. p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133, è detto: ‘Ego guido Policastrensis episcopus episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, excomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec cripta frangere vel diminuire voluerant’.”. Il Laudisio (9), nella sua ‘Synopsi’, scritta nel 1831, sulla scorta dell’Ughelli (11), così si esprimeva di quel periodo storico: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110.”. Scrive l’Ebner (7) in proposito che: Nella ricostituzione generale dei territori del regno, i Normanni conservarono la diocesi con i vecchi confini (notizia del Vescovo Arnaldo nel 1110, benchè politicamente il territorio, da Policastro verso il nord, venisse conservato alle dipendenze del giustiziere del Principato con sede a Salerno).. Benchè l’Ebner (…), scrivesse che (notizia del Vescovo Arnaldo nel 1110,..)”, non dice nulla su di lui. Secondo il Laudisio (9) e, l’Ebner (7), quindi, all’epoca della conquista Normanna dei nostri territori, dopo la nuova restaurazione della Diocesi Paleocastrense e precisamente nell’anno 1110, figurava un nuovo vescovo che successe al rinunciatario Pietro Pappacarbone, il nuovo vescovo ‘Arnaldo’, che resse la Diocesi di Policastro, mentre i due studiosi Natella e Peduto, scrivono che Arnaldo fu vescovo effettivo di Policastro nel 1111. Il Cappelletti (8), forse sulla scorta dell’Ughelli (11), in un suo studio sulle chiese d’Italia, parlando della chiesa Paleocastrense, dice che: “Poco dopo la rinunzia del vescovo San Pietro, ne fu sostituito il successore Arnaldo, non si sa in quale anno. La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, ecc..ecc..”. Anche i due studiosi Richard e Giraud (14), scrivevano: “Quanto agli altri vescovi di Policastro vedasi l”Italia Sacra’ dell’Ughelli (11), tomo VII, p. 542.”. Forse si tratta dell’edizione Coleti dell’Ughelli, perchè a p. 542 del tomo VII, si parla della Diocesi Salernitana e di Pietro Pappacarbone.

Simone figlio di re Ruggero I d’Altavilla (il ‘Gran Conte’ di Sicilia)

L’opera di ricostruzione di Policastro, fu portata in seguito a compimento dal fratello di Simone, Ruggero II d’Altavilla. Diciamo subito che il Cataldo (…), si sbagliava parlando di Ruggero II. Non si trattava di Ruggero II e nemmeno di Ruggero Borsa, figlio della seconda moglie di Roberto il Guiscardo e di Sichelgaita ma si trattava di Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo. Ruggero I d’Altavilla, Ruggero I di Sicilia, conosciuto anche come il Gran Conte Ruggero o Jarl Rogeirr, fu il conquistatore e il primo Conte di Sicilia (1062). Ruggero I d’Altavilla, morì nell’anno 1101, quindi, nell’anno 1152, non poteva lasciare Policastro a suo figlio Simone. Ma Simone, di cui parlano le cronache e di cui parla il Cataldo e poi il Guzzo, era il figlio primogenito di Ruggero I d’Altavilla, ed era anche fratello del futuro re di Sicilia, il terzo figlio di Ruggero I, Ruggero II d’Altavilla (di cui parla il Cataldo ed il Guzzo). Ruggero II d’Altavilla, nell’anno 1152, consegnò la rinata Policastro non a suo figlio primogenito ma a suo fratello. In realtà, accadde che dopo la morte del padre, Ruggero I d’Altavilla, nell’anno 1101, ci fu un lungo periodo di reggenza della loro madre Adelasia (Adelaide del Vasto del ramo degli Aleramici, moglie di re Ruggero I d’Altavilla e madre di Simone e di Ruggero II), che resse le sorti del regno di Sicilia fino alla maggiore età dei due fratelli. Ruggero I, fratello del Guiscardo e primo re di Sicilia, nell’anno 1152, lasciò il Cilento al figlio SimonePrimo Conte di Policastro fu suo figlio Simone. Simone era il primogenito di Ruggero I (fratello del Guiscardo). Il suo dominio fu poi definitivamente ereditato da Ruggero II re di Sicilia. Re Ruggero I,  ebbe dalla prima moglie due figli: il primogenito di Ruggero I d’Altavilla (fratello del Guiscardo), fu un figlio naturale di nome Giordano (1055c.-1092), che non sopravvisse al padre. Non è certo se il suo secondo figlio maschio, Guglielmo, sia nato anch’egli fuori dai matrimoni oppure dalla sua prima o seconda moglie. Re Ruggero I, ebbe dalla terza ed ultima moglie Adelaide del Vasto (Adelasia di Monferrato), alcuni figli, tra cui il primogenito Simone e poi Ruggero che sarà in seguito detto Ruggero II Re di Sicilia. I loro figli quindi furono Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia; Matilde che sposò Rainulfo di Alife; Maximilla (+ post 1137) che sposò Ildebrando Aldobrandeschi; Ruggero (1095 – 1154), futuro Re di Sicilia e successore del padre. Lo Curto (…), sulla scorta del Malaterra (…), scrive che dalla moglie di Ruggero I, Adelaide del Vasto, gli nasceranno Simone nel 1093 e il futuro re di Sicilia Ruggero II nel 1095. Simone era fratello maggiore dell’altro figlio di Ruggero I, Ruggero II Re di Sicilia (nipote del Guiscardo) che unificherà tutto il Regno Normanno e che nel 1152, dichiarerà Policastro Contea e la donerà al suo figlio naturale Simone. Simone, figlio primogenito di re Ruggero I d’Altavilla (il Gran Conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo), era nato dalla terza moglie di re Ruggero I, Adelaide (Adelasia) del Vasto. Anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato; i loro figli furono: Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia; Ruggero (1095 – 1154), futuro Re di Sicilia e successore del padre. Simone, che le cronache parlano di essere stato insignito del titolo di Conte della Contea di Policastro da suo padre Ruggero I, non poteva essere l’altro Simone di Policastro (di cui accenna dopo l’Antonini), in quanto egli morirà giovanissimo nell’anno 1105, lasciando la madre Adelaide del Vasto reggente del Regno. ‘Simeone’, alla morte del padre re Ruggero I d’Altavilla, avvenuta a Mileto nel 1101, sua madre Adelasia (Adelaide del Vasto), riuscì a governare la Sicilia con l’aiuto di valenti consiglieri, mentre lui ed il fratello erano ancora in tenera età. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1122). Quindi, il Simone di cui parlano le cronache del tempo, fu Comis (Conte) della Contea di Policastro fino all’anno 1105, in cui morì, lasciando il regno di Sicilia nelle mani reggenti della madre Adelasia (Adelaide del Vasto) che lo resse fino alla maggiore età del fratello Ruggero II. Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei. Nel 1105, Simone, figlio primogenito di re Ruggero I d’Altavilla, morì e a soli dieci anni, l’altro suo fratello Ruggero II, divenne conte di Sicilia. Infatti, il figlio di Ruggero I, Simone si ammalò e prese il comando del Regno suo fratello Ruggero II re di Sicilia, nel 1122. Ereditando il Regno del padre, Ruggero II, concesse il feudo o la Baronia di Castel Ruggero ad Arnaldo, secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro, e confermava le vecchie donazioni e privilegi concesse da suo padre Ruggero I, alla chiesa Paleocastrense. Forse proprio nell’anno 1152, Ruggero II d’Altavilla, terzogenito di Ruggero I, ereditando il regno del padre – essendosi ammalato il fratello Simone, confermò le precedenti donazioni e privilegi che il padre Ruggero I aveva fatto nelle nostre terre. In seguito, dopo la sua fortificazione, Castum Rogerii’, si ingrandirà assumendo l’importante ruolo di difesa e di controllo dello stretto passo che attraversa l’antica e preesistente via carovaniera di penetrazione che dal mare, dal Golfo di Policastro, risaliva nell’interno verso il Vallo di Diano. Nel 1152 Policastro era stata dichiarata contea per volere del nipote del Guiscardo, Ruggero II re di Sicilia, terzo figlio di Ruggero I (fratello del Guiscardo) e, fratello di Simone. Ruggero II di Sicilia, conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla. Era figlio secondogenito del gran Conte di Sicilia, il normanno Ruggero I d’Altavilla e di Adelasia di Monferrato (Adelaide o Adelasia del Vasto). Fu conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del ‘Regnum Siciliae’ indipendente. Appena ereditato il trono del padre Ruggero I, confermò con il ‘Crisobollo’ (un privilegio di cui parleremo), dell’aprile 1131, le precedenti donazioni fatte dai suoi predecessori alla chiesa di Rofrano. Nel 1121 sorsero le ostilità fra Ruggero II e suo cugino Guglielmo II, duca di Puglia (figlio e successore di Ruggero Borsa e Adela di Fiandra e nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria e da non confondere con il nipote di Ruggero II, Guglielmo II detto il Buono). Quando nel luglio del 1127, suo cugino Guglielmo II, morì senza figli ed eredi, Ruggero II reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e la Signoria di Capua. Ma Ruggero, in seguito ottenne la corona: il 27 settembre 1130 una Bolla di Anacleto II, consegnata al duca di Puglia presso la città di Avellino, fece Ruggero Re di Sicilia. Ruggero II era così divenuto uno dei più potenti sovrani d’Europa. Nell’estate del 1140 ad Ariano Irpino promulgò le ‘Assise di Ariano’, il corpus giuridico che formava la nuova costituzione del Regno di Sicilia. A lui si deve anche l’istituzione del ‘Catalogus baronum’, l’elenco di tutti i feudatari del regno, stilato per stabilire un più attento controllo del territorio, dei rapporti vassallatici e quindi delle potenzialità del proprio esercito. Il Matthew (…), scrive che dopo la morte del fratello del Guiscardo, Ruggero I, ci fu un certo disordine e non si sa se la vedova (Adelaide del Vasto o Adelasia di Monferrato) ed i due figli, Simone e Ruggero, succeduti a turno nel titolo, godessero di un rispetto paragonabile; prima almeno che Ruggero II (fratello di Simone), diventasse maggiorenne (anno 1112). Simone, fratello maggiore di Ruggero II d’Altavilla, morì nel 1105 e a soli dieci anni Ruggero divenne Conte di Sicilia. Divenuto maggiorenne nel 1112, cessò la reggenza della madre Adelaide del Vasto, e si dimostrò subito in grado di governare con autorità e saggezza, continuando la linea di espansionismo del padre. Caterina Urso (…), che ci parla della madre dei due figli del Re Ruggero I, Adelaide del Vasto, scriveva in proposito che il Fazello, scriveva: “Morto Ruggiero (…) successe al principato della Puglia, della Calabria, e della Sicilia Simone suo figliolo. Costui, dopo molte sedizioni suscitategli contra da’ Pugliesi e dopo molti gravi pericoli (…) si morì. Successe al principato di Simone, Ruggero suo fratello (39).”. La Urso (…), scriveva che: “alla morte del gran conte, la contessa fu in grado di garantire l’eredità politica ai due suoi figli, Simone, venuto al mondo il 1093, e Ruggero, la cui nascita si può datare al 22 dicembre 1095.” . La Urso (…), poi ci informa della scomparsa degli altri figli di Ruggero I. Secondo le fonti a cui fa riferimento la Urso, non è Simone il figlio illegittimo di Re Ruggero I, ma sono altri figli avuti dalle precedenti nozze e poi in seguito morti, come i figli Goffredo, Giordano e Malgerio. Giordano, della cui morte ne parla anche il Malaterra, era il secondo ed era figlio illegittimo che Ruggero amava di più di ogni altro. Alla morte di Ruggero I, il 22 giugno 1101, prevalsero però nella successione i figli della sua terza ed ultima moglie Adelaide, Simone e Ruggero, che a quei tempi erano ancora molto piccoli  per governare. Infatti, la madre (vedova) Adelaide, resse le sorti del Regno di Sicilia per molti anniAlla morte di Ruggero I, avvenuta a Mileto nel 1101, sua moglie Adelasia di Monferrato riuscì a governare la Sicilia con l’aiuto di valenti consiglieri, mentre i due figli erano ancora in tenera età. Tommaso Fazello, nella sua ‘Storia di Sicilia’, ci parla di questo Simone, fratello maggiore di re Ruggero II, e scriveva a p. 76. Come possiamo vedere nell’immagine, il Fazello (…), scriveva di Simone e di suo fratello minore il futuro re Ruggero II: “Successe nel principato a Simone, Ruggiero suo fratello (e questo fu al tempo, che il papa Pascale II sedeva nella sede romana, che fu l’anno di nostra salute 1102), il quale falsamente è creduto che fosse nipote di Ruggiero Bosso, primo Conte di Sicilia, nato d’un suo fratello. Costui nei primi tempi della sua fanciullezza ecc…”.

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(Fig….) Tommaso Fazello (…), pp. 76-77, del Libro VII, Cap. III

Il Fazello, poi nelle sue note ci dà delle informazioni dettagliate di questo Simone figlio del Gran Conte di Sicilia Ruggero I e fratello di Ruggero II:

Fazello, p. 74.JPG

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La Lumia, p. 19

(Fig….) La Lumia (….), p. 19, sulla morte di Simone e sulla regina Adelaide del Vasto

Il Matthew (…), scrive che dopo la morte del fratello del Guiscardo, Ruggero I, ci fu un certo disordine e non si sa se la vedova (Adelaide del Vasto o Adelasia di Monferrato) ed i due figli, Simone e Ruggero, succeduti a turno nel titolo, godessero di un rispetto paragonabile; prima almeno che Ruggero II (fratello di Simone), diventasse maggiorenne (anno 1112). Nel 1105 morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne Conte di Sicilia. Divenuto maggiorenne nel 1112, cessò la reggenza della madre Adelaide del Vasto, e si dimostrò subito in grado di governare con autorità e saggezza, continuando la linea di espansionismo del padre. L’Ughelli (…), scrive a p. 542: “Robertus, Normandus dux, ann. Christi 1065 eam destruxit, quam Rogerius rex magnificentius inde restituit ac comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit.“. Il Laudisio, sulla scorta dell’Ughelli (….- vedi la nota (52)), nella sua ‘Synopsi’ (…), riferisce di quel periodo: “Il Re Ruggero, fondatore di questo nostro Regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò a rango di Contea e la donò al suo figlio illegittimo Simone;. Insomma, la notizia di un Simone, figlio illegittimo di Ruggero ci è data dall’Ughelli (…), anche se dobbiamo aggiungere che rileggendo l’Ughelli (…), non si cita l’anno 1152. Il Cataldo (…), cita il Volpe (…), che però scriveva nel 1888, quindi sulla scorta del Laudisio (…), la cui sua ‘Synopsi’, è del 1831. Il Volpe (…), a p. 117, sulla scorta del Laudisio (…), scriveva: “come giustamente notò il Mannelli (5),….”. Poi il Volpe (…), postillava a riguardo “Op. cit. vol. II, p. 149”. Si tratta di un manoscritto inedito, scritto da Luca Mannelli o Mandelli (…), conservato alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, di cui ivi pubbliciamo la pagina contrassegnata col n. 50 che vediamo illustrata in Fig….. Si tratta del manoscritto “Lucania sconosciuta”, che fu citato anche dal Gaetani (…) che lo ricopiò da Scipione Volpicella (…). Luca Mannelli (…), nel suo manoscritto “La Lucania sconosciuta”, ne parla nella pagina 50v, del Libro II, del Cap. IX. Il Volpe (…), sulla scorta del manoscritto di Luca Mannelli (…): “Re Ruggero I, restaurando in prosieguo e munendo di forti mura Policastro, donavala a Simone, suo figliolo naturale, col titolo di Conte, titolo, come giustamente notò il Mannelli (11), che raramente concedevasi, nè s’imponeva se non sopra città ragguardevoli.“.

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Luca-Mannelli,-La-Lu - Copia

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(Figg….) Luca Mannelli, ‘La Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del sec. XIV. Pagina n. 50 v., tratta dal Libro II, Cap. IX.

Il Mannelli, scriveva di regnando Ruggiero” e, non specificava quale Ruggero, ma siccome scriveva che:  “donata a Simone suo figliuolo naturale col titolo di Conte”, dobbiamo avanzare dei dubbi sull’affermazione contenuta nel suo manoscritto apocrifo, e cioè che se Policastro fu donata ad un Simone ‘figliuolo naturale’ (ciò che alcune cronache riportano come figlio ‘Bastardo’ e quindi non legittimo), non si poteva trattare di re Ruggero I, bensì di re Ruggero II che ebbe un figlio bastardo chiamato Simone. Bisogna pure accennare a ciò che scriveva il Fazello:

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(Fig….) Tommaso Fazello (…), pp. 76-77, del Libro VII, Cap. III

che riferendosi all’altro figlio di re Ruggero I, cioè riferendosi a Ruggero II, fratello di Simone, figlio primogenito, scriveva che: “…il quale falsamente è creduto che fosse nipote di Ruggiero Bosso, primo Conte di Sicilia, nato d’un suo fratello.”. Noi crediamo che il Fazello, intendesse che Ruggero II, fosse nipote di Ruggero Borsa, figlio legittimo di Roberto il Guiscardo. Re Ruggero II d’Altavilla, era figlio di re Ruggero I (fratello di Roberto il Guiscardo) e perciò veniva nipote del Guiscardo e quindi era cugino di Ruggero Borsa.  Il Guzzo (…), nella sua nota (59), postillava che la notizia era tratta da Giuseppe Volpe (…), nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, che a p. 117, scriveva in proposito: “Intanto che Policastro era per uscire da questa sua deplorevole condizione sopraggiunsero i normanni (1034), e di bel nuovo venne manomessa da Roberto il Guiscardo, e poi affatto distrutta, volgendo l’anno 1065. Ei fu in questa lagrimevole circostanza che quei cittadini, i quali poterono uscire salvi tra tanta rovina ecc..(…). Ma re Ruggiero I, restaurando in prosieguo e munendo di forti mura Policastro, donavala al figlio Simone, suo figlio naturale, col titolo di ‘Conte’, titolo, come giustamente notò il Mannelli (…), che raramente concedevasi, ne s’imponeva se non sopra città ragguardevoli.”. Il Volpe (…), scriveva dunque che Ruggero I, “donavala al figlio naturale Simone, col titolo di Conte”. Quindi, secondo il Volpe (…), la Contea di Policastro fu donata da re Ruggero I d’Altavilla detto il Gran Conte di Sicilia, a suo figlio Simone che era “suo figlio naturale, col titolo di Conte. Il passo, fu riportato anche dal Gaetani (…), che sulla scorta del manoscritto inedito del Mannelli (…), scriveva: In processo di tempo sempre Policastro s’andò avvanzando, sicchè regnando Ruggiero vedesi esser città molto considerabile, sendo stata da lui donata a Simone suo figliuolo naturale col titolo di Conte, il quale in quei tempi si concedeva di rado, nè s’imponeva senon sopra città ragguardevoli“. Giuseppe Cataldo (…) nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, un dattiloscritto inedito del 1973, a p. 29, parlando di Policastro, scriveva: “Morto il Guiscardo nel 17 luglio 1085 a Cefalonia per epidemia, lasciò a Ruggiero II, figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo II, il Ducato di Puglia e di Calabria. Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone col titolo di Conte. In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo….L’anno di consegna a Simone fu il 1152, anno in cui Policastro divenne Contea e Ruggiero II offrì al vescovo con perpetua investitura baronale, il Castello, detto da lui ‘De Rogerio’….. Il Cataldo (…), proseguento il suo racconto, scriveva: Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): ‘Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit’. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria. Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154, subiva la distruzione da parte del Barbarossa.”. Il Cataldo, però, si sbagliava quando scriveva che: Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603) ecc..”. Il Simone che finì in carcere nel 1155 non era il Simone di cui parliamo in questo nostro saggio e che invece era figlio primogenito di re Ruggero I d’Altavilla e di Adelaide del Vasto ma il Cataldo si riferiva invece ad un Simone, fratellastro di re Guglielmo I, di cui abbiamo parlato in un altro nostro saggio, forse proprio il figlio ‘Bastardo’ di re Ruggero II non di re Ruggero I. Il Cataldo (…), infatti, aveva invece ragione quando scriveva che: Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit” che tradotto significa: Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria. Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154, subiva la distruzione da parte del Barbarossa.“. Infatti, il Cataldo, riferisce che dopo la morte di re Ruggero I, l’altro suo figlio (fratello di Simone e nipote di Roberto il Guiscardo), divenne Conte di Sicilia e di Calabria e, scriveva pure che in quegli anni, 1154, “Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154, subiva la distruzione da parte del Barbarossa.”. Il Cataldo (…), traeva alcune notizie su Policastro dal “Marchese di Giarratana” ( come lo chiama anche l’Antonini), che nel 1700, fu pubblicato dal Muratori (…). Il Manoscritto del Marchese della Giaratana (…), fu citato più volte dall’Antonini (…), che così lo chiama, questo manoscritto è stato scritto da Settimo (Girolamo), Marchese della Giarratana che possedeva (forse a Palermo) una grande biblioteca e raccolta di antichissimi documenti. Pare che in questo antico manoscritto vi si il regesto di Pier delle Vigne, segretario di Federico II di Svevia. In questo manoscritto, si fa la coronaca del periodo Svevo in Sicilia e nell’Italia Meridionale. Riepilogando, ciò che scriveva l’Antonini ed il Cataldo, e quindi ciò che scriveva il ‘Marchese della Giarratana’ (…), re Ruggero I, Conte di Sicilia, ebbe due figli: Simone e Ruggero. Simone morì molto giovane ed invece Ruggero divenne il futuro erede al trono col nome di re Ruggero II. Il Palazzo, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che la riedificazione di Policastro, “avvenuta intorno all’anno 1066 ad opera di Ruggero I il Normanno, Conte di Sicilia.”. Alla notizia, il Guzzo (…), sulla scorta del De Giorgi (34), aggiungeva: “Tale opera di ricostruzione di Policastro distrutta dal Guiscardo, fu portata a termine da Ruggero II, figlio di Ruggero I il Normanno. Ruggero II, duca di Calabria, il quale, nell’anno 1152, dopo avere insignito del titolo di Contea la rinata Policastro, la donava al figlio naturale Simone che ne diventava, in tal modo primo Conte.“. Nel 1997, lo studioso locale Angelo Guzzo, nel suo ‘Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia’, a p. 123-124, parlando di ‘Buxentum’, riporta alcune notizie e, sulla scorta del Cataldo (…) e il De Giorgi (…), così scriveva di Policastro e di quel periodo storico: “Intanto morto Roberto il Guiscardo, nell’anno 1085, durante l’assedio di Cefalonia, era diventato re di Sicilia, suo nipote Ruggero II, figlio di Ruggero I. Questi continuò e portò a perfetto compimento l’opera di ricostruzione di Policastro intrapresa dal padre e, nell’anno 1152, consegnò la rinata Policastro, insignita del titolo di Contea, a suo figlio bastardo Simone, che ne divenne così il suo primo Conte (59). In questa stessa occasione, Ruggero II offrì in dono alla sede Vescovile di Policastro insieme con la perpetua investitura baronale, il castello, detto da lui “De Rogerii”, corrispondente all’odierno centro di Castelruggero, distante da Policastro circa 15 chilometri (60).”. Il Guzzo (…), dunque, sulla scorta del Cataldo scrive che: “Ruggero II, nell’anno 1152, consegnò la rinata Policastro, insignita del titolo di Contea, a suo figlio bastardo Simone. Ruggero II, ereditato il regno, confermò le precedenti donazioni del padre Ruggero I, ma ancor prima le aveva confermate sua madre Adelaide del Vasto, dopo la morte del padre di Simone, Ruggero I.  Il Guzzo (…), traeva queste notizie e postillava a riguardo nelle sue note (59 e 60), dal G. Volpe (…) e dal Cataldo (…). Il Laudisio (…), nella sua nota (52), di p. 17 di Visconti (…), riportava alcune notizie in merito alle origini di Castel Ruggero e, scriveva in proposito che le notizie erano stata tratte dall’Ughelli (…). Esaminiamo ciò che aveva scritto il Cataldo ed il Guzzo. Forse ciò che scrive l’Ughelli (…), riguardo l’elevazione a Contea della città di Policastro, è avvenuta in occasione della reggenza della madre dei due piccoli figli di Ruggero I, cioè di Adelaide (del Vasto). Il Matthew (…), scrive che dopo la morte del fratello del Guiscardo, Ruggero I, ci fu un certo disordine e non si sa se la vedova (Adelaide del Vasto) ed i due figli, Simone e Ruggero, succeduti a turno nel titolo, godessero di un rispetto paragonabile; prima almeno che Ruggero II (fratello di Simone), diventasse maggiorenne (anno 1112). Le donazioni fatte dal conte Tancredi di Siracusa a quella chiesa nel 1104 non accennano all’autorità del conte Simone. Ancora nel 1120, altri privilegi non accennano a Ruggero II come conte di Sicilia.

Policastro e Castel Ruggero per l’Antonini

L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a p. 415, sulla scorta dell’Ughelli (…), scrive a p. 415 che traendo alcune notizie dall’Ughelli (…), tomo VII, p. 542, alla sua nota (1), scrive:

Antonini, p. 415, nota (1).JPG

e, così parla di Policastro e di Ruggero I d’Altavilla, di Simone suo figlio e di Castel Ruggero:

Antonini, p. 416, estratto

L’Antonini (…), parlando di Policastro e proseguendo il suo racconto, scriveva che: “Ed è acciò distintamente veggasi, che questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; e dell’Abbate Telesino, nel principio del libro I che ne fu lasciata memoria con le seguenti parole:  “Huic quippe (cioè Ruggiero Juniore) unicus erat frater primogenitus nomine Simon, qui Patri obituro successurus erat.” Epoco dopo: “Factum est autem dum Simon Genitorque Rogerius vi numinis ad extrema pervenissent, Rogerius minimus ad potiendum Comitatum haeres succedit.”. Anche la ‘Cronaca di F. Corrado’ ce lì disse così: “Post hunc Simon ejus primogenitus filiorum Regnum eccepit, qui per paucos vixit annos”. Del Simone, Signore di Policastro, che fu il Bastardo, spessissima menzione si trova in ‘Falcando nella storia Sicola’ nè tempi di Re Guglielmo, e di lui, come di giusto, potente nimico aveva Majone, tutto il possibil timore. Ma ritornando a Policastro, tal fu la cura di Ruggiero ecc…”,

si riferiva ad un altro Simone Conte di Policastro, vissuto al tempo di re Guglielmo I. Di questo altro Simone, abbiamo parlato in un altro nostro saggio ivi. La notizia tratta dall’Ughelli (…), sulla scorta dei cronisti dell’epoca, è riferita all’anno 1152, qualche anno prima che morisse Ruggero II d’Altavilla e la presa del potere di suo figlio Guglielmo I detto il Malo. L’Antonini, associa il Simone di Policastro al tempo di re Guglielmo e nemico di Majone, figlio bastardo di Ruggero II d’Altavilla. Le cronache parlano di Simone, figlio di Enrico del Vasto e di Flandina d’Altavilla. Secondo le cronache, la madre di Simone di Policastro era dunque Flandina d’Altavilla che era la  figlia primogenita di Ruggero I d’Altavilla, nata dal primo matrimonio con Giuditta d’Evreux e, quindi Flandina era anche la sorellastra di Ruggero II, nato invece dall’unione con la terza moglie Adelaide del Vasto (Adelasia). Adelaide (Adelasia) del Vasto, ‘Adelasia’ (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero I che la sposò nel 1087. Infatti, l’Antonini (…), scriveva di Simone che: “questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito ecc..”. L’Antonini (…), forse sulla scorta del ‘Marchese della Giarratana’ (…), dice chiaramente che Ruggero I d’Altavilla ebbe due figli con lo stesso nome, “legittimo uno e bastardo l’altro”. L’Antonini, si riferiva al Conte Ruggero I cioè Ruggerio I d’Altavilla (fratello del Guiscardo) o si riferiva all’altro suo figlio Ruggero II d’Altavilla, futuro re di Sicilia?. L’Antonini (….), però, subito dopo aggiungeva che: “Del Simone, Signore di Policastro, che fu il Bastardo, spessissima menzione si trova fatta in Falcando nella ‘storia Sicola’ nè tempi di Re Guglielmo; e di lui, come di giusto, potente nimico aveva Majone tutto il possibil timore.”. In questa seconda citazione, noi crediamo che l’Antonini (…), si riferisse invece ad un altro Simone conte di Policastro, ovvero si riferiva al Simone, detto il Connestabile, al tempo di re Guglielmo I detto il Malo, Simone figlio di Enrico del Vasto e di Flandina d’Altavilla. Il Simone Conte di Policastro di cui stiamo parlando in questo nostro saggio è Simone figlio primogenito di re Ruggero I d’Altavilla detto il Gran Conte di Sicilia. Simone era fratello dell’altro Ruggero, l’altro figlio di re Ruggero I, cioè re Ruggero II d’Altavilla. Infatti, la chronaca del Telesino (…), Alessandro Telesino (Alexander Telesinus), cronista dell’epoca normanna, che scrisse la ‘Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie’, biografia accurata di re Ruggero II, una biografia di Ruggero II di Sicilia che copre in dettaglio gli anni successivi al 1127 e fino al 1136, ove termina bruscamente e sarà poi continuata da un’altro cronista dell’epoca, suo contemporaneo:  Falcone Beneventano (…), che scrisse ‘Chronicon Beneventanum’, racconta in forma annalistica la storia di Benevento e, dal 1127, dell’ascesa di Ruggero II di Sicilia tra le potenze dell’epoca, fino all’anno 1144, quindi in un periodo storico che precede quello dei fatti in cui risulta protagonista l’altro Simone Conte di Policastro. Il cronista dell’epoca che ci ha parlato di questo Simone Conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I detto il Malo, in guerra con il cugino re Ruggero II d’Altavilla è Ugo Falcando (37), che scrisse Liber De Regni Sicilie’ o ‘Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni’, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Ugo Falcando è il nome, presumibilmente fittizio, attribuito a un letterato medievale. Il manoscritto è stato poi in seguito pubblicato a stampa nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri (Archivio Storico Attanasio). Falcando fu autore di una cronaca latina del Regno di Sicilia della seconda metà del secolo XII, pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1550 insieme una Epistola ad Petrum Panormitanae Ecclesiae thesaurarium de calamitate Siciliae’, probabilmente dello stesso autore. Citato anche dall’Antonini (…), la chronaca di Ugo Falcando, ‘Storia Sicula’, a differenza della chronaca del contemporaneo Alessandro Telesino (…), che arriva fino all’anno 1137si oppone invece a Ruggero II d’Altavilla. Il Falcando (…), ci parla di un altro Simone, e riferisce che egli muore nell’anno 1155, quindi presumo che la sua chronistoria dei fatti Siciliani, copra il periodo della reggenza di re Guglielmo I detto il Malo e, quindi il Falcando ci parla di un altro Simone che non è quello di cui parliamo in questo nostro saggio. Ma esaminiamo le parole scritte dall’Antonini (…).

Nel 1171, Manso Salernitano e la moglie Guttualda, in un atto di vendita rogato a S. Marco Argentano

Riguardo Manso o Mansone ha scritto anche il sacerdote padre Francesco Russo (….), nel suo “Medici e veterinari Clabresi (sec. VI-XV) – Ricerche storico-bibliografiche”, pubblicato a Napoli, nel 1962 e, dove a p. 110, in proposito scriveva che: “Un ‘Pietro’ medico compare come teste in un documento rogato in S. Marco Argentano nel gennaio del 1171. Si tratta di un atto di vendita fatto da Manso Salernitano – abitante in Cassano – e dalla moglie Guttualda a Domenico, abate cistercense della Sambucina (55).”. Il Russo, a p. 110, nella sua nota (55) postillava che: “(55) Ivi (A. Pratesi, Carte latine di Abbazie calabresi, Città del Vaticano, 1958), p. 69-71. A voler tenere conto della donazione “ab incarnatione”, l’atto dovrebbe essere del genn. 1172.”

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) Cataldo G., Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, inedito, dattiloscritto, donatoci dall’Auore (Archivio Storico Attanasio), p. 29, è stato citato anche dal Guzzo (…), e riporta molte notizie e riferimenti bibliografici in merito al periodo Normanno.

(3) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(4) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(5) Troyli, Historia generale del Reame di Napoli, 1747,

(6) Giustiniani L., Dizionario Geografico-ragionato del Regno di Napoli, Napoli, Tip. Vincenzo Manfredi, 1797

(7) Giustiniani L., Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, Tomo VII, p. 225 e s. su Policastro e su Torre Orsaja e Castelruggiero, si veda Tomo IX, p. 215 e s.

(8) Giannone P., Dell’Istoria civile del Regno di Napoli, Venezia, 1766, ed. Pasquali, Tomo VI, Libro XVII, per la Congiura di Capaccio, si veda da p. 337 e s., oppure si veda dello stesso autore, Opere comoplete, Tomo IV, p. 87 e s.

(9) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.; Ebner P., op. cit., Economia e Società nel Cilento Medievale, vol. II, p. 337. Si veda pure p. 537 e s. su Policastro.

(10) Chalandon F., Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, Parigi 1907. Ed. it: Storia della dominazione normanna in Italia ed in Sicilia, trad. di Alberto Tamburrini, Cassino 2008, II, p. 307; dello stesso autore si veda: Ferdinand Chalandon, “La conquista normanna dell’Italia meridionale e della Sicilia”, cap. XIV, vol. IV (La riforma della chiesa e la lotta fra papi e imperatori) della Storia del Mondo Medievale, 1999, pp. 483–529.

(11) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831.

(11 bis) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.  Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p…. (testo in latino) e p. 74 (la traduzione del Visconti del testo in latino), p. 74.

(12) Volpi G., Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.

(13) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001.

(14) Ventimiglia F. A., Cilento illustrato, a cura di Francesco Volpe, ed. E.S.I., Napoli, 2003; si veda pure dello stesso autore: Ventimiglia F.A., Memorie storiche del Principato di Salerno, si veda pure dello stesso autore: Memorie storiche dei casali del Castello dell’Abate, Napoli, 1827.

(15) Ventimiglia D. A, Difesa diplomatica, si veda Doc. IX, fol. 32 e Doc. X, fol. 36; si veda pure dello stesso autore: Notizie storiche del castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania, Napoli, 1827, (Archivio Storico Attanasio).

(16) Ventimiglia D. A, Difesa diplomatica, si veda Doc. IX, fol. 32 e Doc. X, fol. 36; si veda pure dello stesso autore: Notizie storiche del castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania, Napoli, 1827, (Archivio Storico Attanasio).

(17) Mazziotti M., La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972, p. 120 e sgg. (Archivio Storico Attanasio).

(18) Matthew D., I Normanni in Italia, ed. Laterza, Bari, 1992.

(19) Fazello Tommaso, Storia di Sicilia – Deche due, di Tommaso Falzello, tradotte da Remigio Fiorentino, Palermo presso la Stamperia dè Socii Pedone e Muratori, 1832, del Libro VII, Cap. III, pp. 76 e s.

(20) Caruso G.B., Memorie istoriche di quanto è accaduto in Sicilia, Stamperia Gramignani, Palermo, I, 1787, vol. I, Libro III, ‘il Regno di Guglielmo I’, p. 119 e s., in particolare p. 123 e p……

(21) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (…), pubblica i ‘Fragmenta’ del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Si veda sempre dello stesso autore ‘Antiquitate Italiae medii aevi’, Milano, 1741, Tomo IV, diss. XIX, col. 219 et seq., ‘Alphanus Archieps An. 1080′. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi, secondo cui è il Muratori che parla della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479.

(22) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1802, Tomo X, pp. 274-275 e p. 267 e sgg., si parla di re Guglielmo I e della rivolta e di Simone di Policastro.

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(23) La Lumia Isidoro, Storie Siciliane, a cura di F. Giunta, ed. La Religione Siciliana, Palermo, 1969, pp. 189 e 251; si veda pure, La Lumia Isidoro, Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono, Firenze, Le Monnier, 1867, da p. 30 e s.

(24) Amari Michele, La Guerra del Vespro siciliano, Torino, ed. Cugini Pompa, 1852

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(25) ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’. Citato più volte dall’Antonini (…), che così lo chiama, questo manoscritto è stato scritto da Girolamo Settimo, Marchese della Giarratana che possedeva (forse a Palermo) una grande biblioteca e raccolta di antichissimi documenti. Pare che in questo antico manoscritto vi è il regesto di Pier delle Vigne, segretario di Federico II di Svevia. In questo manoscritto, si fa la coronaca del periodo Svevo in Sicilia e nell’Italia Meridionale. Secondo l’Antonini (…), parte II, Discorso X della sua ‘Lucania’, a p. 417, scrive sul “Conte Ruggiero di questo nome, legittimo uno e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese di Giarratana’”. Il Cataldo (…), a proposito di Ruggero I d’Altavilla, scriveva a p. 29, del suo, dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche di Policastro Bussentino’, che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): ‘Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit’. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria. Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154 subiva la distruzione da parte del Barbarossa.”. Quindi, il Cataldo (…), traeva alcune notizie su Policastro dal “Marchese di Giarratana”, che nel 1700, fu pubblicato dal Muratori (…). Secondo il Cataldo (…), il “manoscritto del Marchese della Giarratana” (come lo appella pure l’Antonini) è stato pubblicato da Antonio Ludovico Muratori, a p. 603 del suo Tomo V del suo  ‘Rerum Italicarum Scriptores – Raccolta degli storici Italiani’, a cura di Ludovico Antonio Muratori, vol. V, Milano 1724, (forse pp. 609–645), si veda nuova edizione, a cura di Giosuè Carducci (vedi immagine).

(26) Del Re G., Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol I, si veda da p. 90.

Ugo Falcando

(27) Ugo Falcando, Liber De Regni Sicilie’ o’Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni’, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Ugo Falcando è il nome, presumibilmente fittizio, attribuito a un letterato medievale. Il manoscritto è stato poi in seguito pubblicato a stampa nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri (Archivio Storico Attanasio). Falcando fu autore di una cronaca latina del Regno di Sicilia della seconda metà del secolo XII, pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1550 insieme una Epistola ad Petrum Panormitanae Ecclesiae thesaurarium de calamitate Siciliae’, probabilmente dello stesso autore. Citato anche dall’Antonini (…), la chronaca di Ugo Falcando, ‘Storia Sicula’, a differenza della chronaca del contemporaneo Alessandro Telesino (…), che arriva fino all’anno 1137si oppone invece a Ruggero II d’Altavilla. Il Falcando, ci parla di un altro Simone, riferendoci che esso muore nell’anno 1155, presumo che la sua chronistoria dei fatti Siciliani, copra il periodo della reggenza di re Guglielmo I detto il Malo.  Secondo lo studioso Pino Rende, il Falcando ci informa che il nostro Simone di Policastro, liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”. Quindi, il Falcando, è il cronista che ci racconta di questo Simone di Policastro al tempo di re Guglielmo I, come ci raccontava anche il Cataldo (…), che scriveva che: Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit”. Quindi, questo Simone di Policastro, secondo il Cataldo (…), visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere” e invece secondo Pino Rende, il Falcando ci informava che liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”. Infatti, l’Ebner (…), è la cronistoria di Ugo Falcando (…), che ci racconta della presenza del re Guglielmo I a Salerno nell’anno 1155 (un anno dopo la distruzione di Policastro da parte del Barbarossa). Per la cronaca di Ugo Falcando, si veda Del Re G., Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol I, si veda da p…..

(28) Ravegnani Giorgio, I bizantini in Italia, Bologna, il Mulino, 2004, p. 204 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(29) Summonte A., Istoria della città e del Regno di Napoli, Napoli, 1675, Tomo II, p….

(30) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, Salerno, 1881, p. 117.

(31) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (..) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.

(32) Di Stefano Guido, Wolfgang Krönig, Monumenti della Sicilia normanna. Monumenti ed artisti di Sicilia, Edizione II, Flaccovio, Palermo 1979, p. 126; si veda pure dello stesso autore: De Stefano Guido, Monumenti della Sicilia Normanna, a cura di…, ed. Società Italiana per la Storia Patria, Palermo, 1955, p. 96 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Di Stefano G., L’Architettura religiosa in Sicilia nel sec. XIII, stà in ‘Archivio Storico per la Sicilia’, IV, 1938, p. 79.

(33) Garufi C.A., Gli Aleramici e i Normanni in Sicilia e nelle Puglie, in Centenario della nascita di Michele Amari, I, Palermo 1910, (scrive il Di Stefano di vedere vol. I, p. 47 sgg.); del Garufi si veda pure: Garufi C.A., Arabi e Italiani nel Millennio, Palermo, 1912; si veda pure: Guarna Romualdo, Romualdi Salernitani Chronicon : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav. : facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino : Bottega d’Erasmo, 1973.

(34) Cutolo Alessandro, Re Ladislao D’Angiò Durazzo, Napoli, A. Berisio, 1969, p. 143, n. 86

(35) Tramontana S., La Monarchia Normanna e Sveva, stà in AAVV., ‘Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico’, Storia d’Italia a cura di G. Galasso, UTET, vol. III, su Simone connestabile conte di Policastro, si veda pp. 623-625-629 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Tramontana Salvatore, Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., ed. Carocci, Roma, 2000, p…. (Archivio Storico Attanasio).

(36) Di Niscia A., Storia civile e letteraria del Regno di Napoli, ed. …, Napoli, 1846, vol. I, p. 150 e s.

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(37) Inveges Agostino, “Ugone Gircea Vicegerente di Sicilia”, parte ….degli Annali di D. Agostino Inveges, 1651; si veda suo Lib. 3, Hist. Pal.

(38) Napoli-Signorelli Pietro, Vicenda della coltura delle due Sicilie ecc.., ed. Orsini, Napoli, 1810, p. 388 e s.

(39) Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. L’opera si può dividere in due parti: prima e dopo l’839. Gli avvenimenti fino all’839 sono trattati in termini generali e non sono rilevanti da un punto di vista storico. La trattazione degli avvenimenti successivi all’839, invece, assume la forma di una cronistoria ampiamente dettagliata molto simile allo stile degli annali. Questa parte è estremamente interessante dal punto di vista storico, anche se spesso Romualdo assume toni autocelebrativi quando tratta le vicende che lo vedono protagonista. Si servì di tutto il materiale storico esistente negli archivi di Salerno, di Benevento, di Montecassino. Si avvalse anche degli Annales Beneventani’ (nella loro seconda o terza edizione), del ‘Chronicon Cavensis’ e del ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense e di Pietro Diacono. Ma la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. Dei Normanni del Principato di Salerno ci offre notizie e dati che non compaiono altrove. Per esempio solo Romualdo Guarna racconta come nel 1105 la città di Monte Sant’Angelo con tutto il castello cadde dopo lungo assedio in mano del duca Ruggero, che più tardi si impadronì di Canosa. L’opera di Romualdo Guarna Salernitano è stata pubblicata da Giuseppe Del Re (…), ‘Romualdi II Archiepiscopi Salernitani’, in , Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80. L’opera di Romualdo Guarna è stata pubblicata anche dal Muratori in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, tomus XIX, Romoaldi Annales, anni 1143 – 1148, Pag 845. Romualdo Guarna (Salerno, fra il 1110 e il 1120 – 1° aprile 1181 o 1182) è stato un arcivescovo cattolico, storico, politico e medico longobardo, una delle figure più importanti del Regno di Sicilia nella sua epoca. È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Nacque a Salerno dalla famiglia Guarna. Da giovane frequentò la prestigiosa Scuola medica Salernitana, dove studiò non solo medicina ma anche storia, giurisprudenza e teologia. Fu molto critico del comportamento di Maione di Bari nel non appoggiare l’ultimo caposaldo cristiano normanno in Tunisia nel 1160: praticamente lo accusò di avere condannato allo sterminio la residua comunità cattolica di Mahdia. Non è chiaro se prese parte alla cospirazione dei Baroni contro Maione di Bari, ma di certo rimase sempre nelle grazie di re Guglielmo I d’Altavilla. Nel 1160-1161 difese Salerno dalla furia di Guglielmo I, che intendeva distruggerla dopo la rivolta dei Baroni. Con l’aiuto di altri salernitani a corte (tra cui Matteo d’Ajello) riuscì a intercedere per far risparmiare la città. Alcune fonti tuttavia narrano che la flotta inviata dal re per punire la città fu respinta da una violenta tempesta. Ebbe incarichi diplomatici da parte dei re normanni Guglielmo I e Guglielmo II: negoziò il Trattato di Benevento del 1156; partecipò alla Pace di Venezia nel 1177. Alla morte di Guglielmo I, fece parte dei familiares regis ovvero del consiglio che doveva coadiuvare la regina Margherita nel governo del regno, fino alla maturità dell’erede al trono Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Nel 1167 fu lui, come più alto prelato del regno, a incoronare re Guglielmo II, nella Cattedrale di Palermo. Nel 1179 partecipò attivamente al terzo Concilio Lateranense. Ebner (…), alla sua nota (28), postillava su Simone conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I (detto il Malo): “Ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia”. Alla sua nota (29), scrive che: “29-  Romualdo Guarna, ad. a. 1156.”. Guarna Romualdo, Romualdi Salernitani Chronicon : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav. : facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino : Bottega d’Erasmo, 1973. Di Romualdo Guarna o Warna e del suo “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, si veda il Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani), Napoli. Scrive il Del Re nel suo ‘Proemio’ al “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, di Romualdo Guarna: “Scrisse adunque il nostro Arcivescovo, oltre ad alcune opere ecclesiastiche, la storia delle nostre regioni, e prese origine dalla creazione del mondo. Il primo a dare in luce alcuni brani di questa Chronica fu il Baronio, il quale fu imitato da Felice Contilori, che ne pubblicò un altro piccolo brano: dal 1173 al 1178. Venne terzo il Caruso, e quella parte ne tolse che più aveva relazione con la Sicilia: dal 1159 al 1178. Ultimo fu il Muratori, il quale avrebbe pubblicato tutto quel tratto che discorre dal 926 al 1178, se il dotto uomo Giuseppe Antonio Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana ecc…”. 

(40) Cinnamo Johannis, stà in ‘Corpus scriptorum historiae byzantine’, ed. Bonnae, ………….

(41) Niceta Coniata, Grandezza e catastrofe di Bisanzio, III; 13,7 (Archivio Storico Attanasio)

(42) Pietro Giannone, Istoria civile del Regno di Napoli (…), Venezia, ed. Pasquali G.B., 1756, Tomo II, a p. 173.

(43) Sibilla di Borgogna (1126 – Salerno, 19 settembre 1151), Regina consorte di Sicilia, seconda moglie, dal 1149 al 1150, di re Ruggero II di Sicilia della dinastia degli Altavilla, re di Sicilia. Matilde di Borgogna, nota anche come Sibilla di Borgogna (circa 1064 – dopo il 1087), figlia, sempre secondo Orderico Vitale del conte di Borgogna Guglielmo I. Agli inizi del 1149 si unì in matrimonio con il re Ruggero II di Sicilia, come ci viene confermato sia dalla Cronica di Romualdo Guarna arcivescovo Salernitano, che dagli Romoaldi Annales (rex Rogerius……..Sibiliam sororem ducis Burgundie duxit uxorem) e il 29 agosto 1149 diede alla luce un figlio che fu chiamato Enrico, morto poi giovane. L’anno successivo rimase nuovamente incinta ma partorì un bambino già morto. Sibilla morì a Salerno; (1020-1087) e della terza contessa di Vienne, Stefania (1035 – 1088); la paternità di Ugo ci viene confermata anche dalla Chronica Albrici Monachi Trium Fontium. secondo la Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile (Paris), Tome II, Sibilla morì, per alcune complicazioni post parto, il 19 settembre 1151, l’anno della morte viene confermato anche dagli Annales Casinenses (1151. Obiit Sibilla regina). La regina Sibilla fu sepolta a Cava de’ Tirreni (apud Caveam est sepultam); le spoglie mortali della regina Sibilla furono affidate dal re Ruggero II di Sicilia al benedettino Marino Abate della Badia di Cava. Sibilla fu seppellita dai monaci benedettini presso la grotta di Sant’Alferio in una tomba ricoperta da mosaici. Purtroppo nel secolo XVIII i mosaici andarono in gran parte distrutti. Attualmente nell’abbazia di Cava, della tomba di Sibilla, sono ancora visibili alcuni frammenti musivi, il sarcofago romano riadoperato e la testa marmorea della regina. Il re Ruggero, per disobbligarsi, donò ai monaci dell’abbazia cavense il magnifico ambone musivo che, nonostante sia stato restaurato e in parte rifatto, brilla ancora oggi nella basilica cavense della SS. Trinità.

(44) Pirro Rocco, Sicilia Sacra, Palermo, 1733 (citato dal La Lumia), pp. 390 e 391, e si veda pure dello stesso autore: R. Pirro, Sicilia Sacra, (a cura di A. Mongitore), Palermo 1733, notitia IV, p. 771, col. 2.

(45) Pontieri E., da Adelasia del Vasto, ad vocem, Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani.

(46) Aubè Pierre, Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo, Paris, 2001, traduzione di Daniele Ballarini, ed per Il Giornale – Biblioteca Storica (Archivio Storico Attanasio).

(47) Del Buono G.B., Profilo storico del Basso Cilento, Stab. Tip. Luigi Spera, 1983, p. 72

(48) Di Niscia A. , Storia civile e letteraria del Regno di Napoli, Napoli, 1846, vol. I, pp….

(49) Ruggero I d’Altavilla, nell’anno 1101, morì e (secondo la bibliografia antiquaria), nell’anno 1152, il figlio Ruggero II d’Altavilla (re di Sicilia), confermò Contea Policastro (che era stata dichiarata tale e donata al primo figlio Simone da Ruggero I d’Altavilla). Nel 1105 morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne conte di Sicilia. Ruggero II di Sicilia (Mileto, 22 dicembre 1095 – Palermo, 26 Febbraio 1154), conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia, della dinastia degli Altavilla, divenne primo re di Sicilia dal 1130 al 1154. Nel 1121 sorsero le ostilità fra Ruggero II e il cugino Guglielmo, nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria, fino al 1130, quando lo scontro venne risolto solo con l’intervento di papa Callisto II, che riuscì a pacificare i due rivali facendoli giungere ad un accordo. Guglielmo abbandonava i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Quindi, dal 1121 al 1130, vi fù un’aspra lotta per i possedimenti lasciati da Ruggero I d’Altavilla, tra i due cugini rivali. Cosa accadde ? Nel 1121, sorsero le ostilità fra Ruggero II e il cugino Guglielmo, nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria; lo scontro venne risolto solo con l’intervento di papa Callisto II, che riuscì a pacificare i due rivali facendoli giungere ad un accordo. Guglielmo abbandonava i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Ruggero II, già principe di Salerno, si recò a Reggio e venne riconosciuto duca di Calabria e di Puglia, Conte di Sicilia con altri domini su altre città. Ruggero II, ebbe alcuni figli tra cui Guglielmo (ca. 1120 o 1121 – 1166), duca di Puglia e poi Re di Sicilia (1154-1166), detto Guglielmo detto ‘il Malo’. Secondo gli storici, Ruggero II, arrivò a patti con Guglielmo solo nell’anno 1122, ottenendo il dominio esclusivo sulle terre della Calabria e quindi presumibilmente sul ‘basso Cilento’. Guglielmo I, quarto figlio di Ruggero II, fu dal 1151 coreggente e quindi re di Sicilia alla morte del padre nel 1154, successe direttamente al padre essendo morti i suoi fratelli maggiori. Nel 1154, alla morte di Ruggero II d’Altavilla, il quarto figlio Guglielmo, nato il 1120 o 1121, divenne re di Sicilia, ereditando il Regno di Sicilia fondato dal padre Ruggero II. Guglielmo I, detto il Malo. Il Di Niscia (…), scriveva: “A Ruggero successe nel regno il di lui figliuolo Guglielmo I, benchè sin dal 1151 (1), fosse stato in Sicilia coronato, vivente il padre, che lo associò al trono. Egli acquistò presso i siciliani il nome di Guglielmo il malo, per distinguerlo dal buono, che gli successe.”. Re Ruggero II d’Altavilla, Ruggero II di Sicilia, morì nel 1154 e subito dopo gli successe suo figlio Guglielmo, avuto con la prima sua sposa Elvira di Castiglia.  Guglielmo, (ca. 1120 o 1121 – 1166), duca di Puglia e poi Re di Sicilia (1154-1166), fu eletto re di Sicilia col nome di Guglielmo I detto il Malo. Quarto figlio di Ruggero II di Sicilia e di Elvira di Castiglia, Guglielmo fu dal 1151 coreggente e quindi re di Sicilia alla morte del padre nel 1154. Successe direttamente al padre essendo morti i suoi fratelli maggiori. Salito al trono di Sicilia, Guglielmo I detto il Malo, dovette però presto affrontare una difficile situazione politica a causa della minaccia dell’impero germanico, portata dall’Imperatore Federico I detto il ‘Barbarossa’, spinto da papa Adriano IV che non vedeva di buon occhio le mire espansionistiche dei Normanni in Sicilia. All’interno dei suoi possedimenti di Sicilia e Calabria e Cilento dovette anche affrontare le insidie dei baroni avversi all’assolutismo stabilito da Ruggero II. Egli dovette però presto affrontare una difficile situazione politica a causa della minaccia dell’impero germanico, portata da Federico II detto il Barbarossa, di quella dell’impero di Bisanzio portata da Manuele I Commeno e da quella del papato retto da Adriano IV.

(50) Falcone Beneventano, fu un importante cronachista per gli anni tra il 1102 ed il 1144 nel Mezzogiorno. La sua opera, il Chronicon Beneventanum, di cui è andato perduto l’inizio e, probabilmente, anche la fine, racconta in forma annalistica la storia di Benevento e, dal 1127, dell’ascesa di Ruggero II di Sicilia tra le potenze dell’epoca. È abbastanza affidabile in quanto testimone oculare, ma dalla parte dei longobardi e dei beneventani che, da oltre un secolo, avevano visto crescere la potenza dei normanni.

(51) Cusa S., I diplomi greci ed arabi di Sicilia, pubblicato nel testo originale, tradotti ed illustrati, Palermo, 1868-82, p. 558 (Archivio Storico Attanasio).

(53) Il Chronicon Cassinese o ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense o Leone Marsicano. La Chronica sacri monasterii casinensis (“Cronaca del sacro monastero cassinese”), anche conosciuta come Chronica monasterii casinensis (“Cronaca del monastero cassinese”) o semplicemente Chronicon casinense (“Cronaca cassinese”), è una cronaca medievale redatta da Leone Marsicano (1046-1115) e poi “continuata” da Pietro Diacono (1107/1110-1159). Il testo tratta della storia dell’Abbazia di Montecassino dalla fondazione, ad opera di Benedetto da Norcia nel 529, fino al XII secolo, nonché delle vicende del territorio sottoposto all’Abbazia, ovvero lo stato feudale medievale della Terra Sancti Benedicti. La Chronica è suddivisa in quattro libri, l’ultimo dei quali venne redatto da Pietro Diacono diversi anni dopo la morte di Leone Marsicano. Per la redazione di questa cronaca medievale, Leone Marsicano, si servì della Chronaca di Romualdo Guarna Salernitano (…). L’originale in latino: “Chronica sacri monasterii casinensis”, Lutatiae Parisiorum, Ex Officina Ludovici Billaine 1668. Il Chronicon Cassinese, di Leone Ostiense, La Chronaca di Lupo Protospada, è stata pubblicata dal Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano, pp. 135.

(54) Il Chronicon rerum in regno Neapolitano gestarum è una cronaca di fatti occorsi nel Mezzogiorno d’Italia dall‘anno 855 al 1102 attribuita a Lupo Protospada: gli eventi più antichi furono attinti certamente dagli Annales Barenses’, mentre maggiori dettagli si riscontrano per il periodo dal 1082 al 1102, in quanto contemporanei allo scrittore, in particolare, Lupo riporta con una certa attenzione, oltre a calamità e curiosità astronomiche (terremoto del 1087, cometa del 1098), gli eventi storici che portarono alla conquista normanna del sud e fatti di rilevanza religiosa (il terzo Sinodo di Melfi del 1089 e quello tenutosi a Bari nel 1099). Il Chronicon di Lupo fu poi utilizzato dall’Anonimo Barese per la stesura della sua Cronaca. Il Chronico di Lupo Protospada, fu una delle principali fonti storiografiche che utilizzò il cronista dell’epoca Romualdo Guarna Salernitano, nella stesura del suo ‘Chronicon sive Annales’. Romualdo Guarna, fu la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. La Chronaca di Lupo Protospada, è stata pubblicata da Antonio Caracciolo, Antiqui chronologi quatuor Herempertus Langobardus, Lupus Protospata, Anonymus Cassinensis, Falco Beneventanus cum appendicibus historicis, Napoli 1626, e dal Muratori, “Lupi Protospatae Rerum in Regno neapolitano gestarum ab anno sal. 860 usque ad 1102 Breve Chronicon“, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano, p. 145.

(55) Alberto di Aix, Alberto di Aquisgrana ((LA) Albericus o Albertus Aquensis; fine dell’XI secolo – post 1120) fu un cronachista della Prima Crociata. Era canonico e custode della chiesa di Aquisgrana. Non si conosce altro della sua vita, tranne che fu l’autore della ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, chiamata anche ‘Chronicon Hierosolymitanum’ de bello sacro o ‘Liber Christianae expeditionis pro ereptione, emundatione, restitutione sanctae Hierosolymitanae ecclesia’. Un’opera in latino, costituita da dodici libri, scritta tra il 1125 ed il 1150, che inizia con l’Appello di Clermont, racconta le fortune della Prima Crociata e l’inizio della storia del Regno di Gerusalemme e termina piuttosto bruscamente nel 1121. Era ben conosciuta durante il Medioevo, e fu largamente usata da Guglielmo, Arcivescovo di Tiro, per i primi sei libri della sua “Belli sacri historia”. In epoca moderna è stata accettata senza riserve per molti anni dalla maggior parte degli storici, incluso Edward Gibbon. Più recentemente, il suo valore storico è stata impugnata seriamente, ma il verdetto dei maggiori accademici sembra essere che in generale esso costituisce un registrazione veritiera degli eventi della Prima Crociata, sebbene contenga qualche materiale leggendario. Alberto non visitò mai la Terra Santa, ma sembra aver avuto una considerevole quantità di colloqui con i crociati di ritorno dalla Terra Santa, ed aver avuto accesso ad una notevole corrispondenza. La prima edizione della cronaca fu pubblicata ad Helmstedt nel 1584; una buona edizione è in Recueil des historiens des croisades, tomo IV, Parigi 1879;

 

Dal 1112 al 1154, Ruggero II d’Altavilla, il Cilento, la Contea di Policastro e la Valle del Sinni

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la  ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta  chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli.

Palazzo_Reale_di_Napoli_-_Carlo_I_d'Angiò(1)

(Fig. 2) Re Ruggero II d’Altavilla, raffigurato in una statua marmorea posta sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli

Nel 1057, Ruggero I d’Altavilla e SCALEA donatagli dal fratello Guglielmo, figlio di Fresenda e conte del Principato

Da Wikipedia leggiamo che con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo d’Altavilla (figlio di Fresenda e conte del Principato) perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a p. 69, in proposito scriveva che: “Cap. XXIV. Ruggero viene accolto affettuosamente dal fratello Guglielmo, che gli concede il castello di Scalea. Sentendo ciò suo fratello Guglielmo, che era conte di tutto il Principato, gli mandò dei messaggeri invitandolo a venire da lui: gli fece sapere che avrebbe potuto condividere con lui quello che egli aveva e gli assicurò che, eccetto la moglie e ifigli, niente egli voleva possedere che Ruggero non considerasse anche suo. Al suo arrivo costui venne accolto con il dovuto onore. Dopo essere rimasto alquanto con il fratello, infine ricevette da lui un castello in località chiamata Scalea; e quindi, facendo molte incursioni in direzione del Guiscardo, non diede tregua per tutto il territorio. Venutolo a sapere, il Guiscardo mosse l’esercito e si diresse all’assedio del castello di Scalea; devastò anche gli oliveti e vigneti, che si trovavano nei pressi della città. Guglielmo dal canto suo, …..per evitare di subire danni più gravi, e previo anche il parere dei suoi consiglieri, si allontanò da quel posto.”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: All’inizio del sec. XI……Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni, riferendosi agli anni 1048-1049-1050 scriveva che: “Fu proprio durante questi anni di guerre e di confusione che Scalea venne occupata dai Normanni, ma non possiamo escludere che precedentemente, forse per breve tempo, fosse stata possesso del principe di Salerno. Comunque stiano le cose, nel 1057, alla morte di Umfredo, quando Roberto il Guiscardo, calpestando i diritti dei figli del defunto, assunse il titolo di conte di Puglia e di Calabria, Scalea non apparteneva direttamente a lui, ma proprio il fratello Guglielmo, conte del Principato. Ciò si desume dal fatto che, forse con l’intenzione di stringere con lui un’alleanza matrimoniale dandogli in moglie una figlia, Guglielmo cedette il castello di Scalea a Ruggiero, uno degli ultimi degli Altavilla a giungere in Italia, ma anche uno dei più capaci e valorosi, tanto che suo fratello Roberto lo aveva voluto al suo fianco nella conquista della Calabria: ma proprio nella spartizione del frutto dei saccheggi Ruggiero, sentendosi trascurato e defraudato della sua parte di bottino e di conquiste, ruppe con il fratello e si rifugiò a Scalea, cedutagli da Guglielmo. Da questa base cominciò ad insediare i possedimenti del Guiscardo, ecc..”. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo – cenni storici”, a p. 22, in proposito scriveva che: “I nuovi conquistatori arrivarono nella seconda metà dell’XI secolo: erano i Normanni capeggiati dai fratelli Altavilla. Roberto il Guiscardo e Ruggero, con le loro truppe normanne, avevano da tempo iniziato l’invasione della Calabria. Mentre continuava sistematica e progressiva la conquista della regione, improvvisamente i due fratelli litigarono e si divisero. Roberto andò verso il sud della Calabria, Ruggero si rifugiò a Scalea, già conquistata e donatagli, da suo fratello Guglielmo ‘braccio di Ferro’. Come primo atto di governo a Scalea Ruggero fece abbattere, in cima al paese, la rocca longobarda e nello stesso tempo fece costruire un castello. Fece inoltre rinforzare le mura di difesa e le porte di entrata al paese: a nord la porta Marina e a sud quella ponte. Il castello, costruito rapidamente secondo la tecnica e le esigenze del tempo , comprendeva due torrioni a pianta rettangolare e tre torri d’angolo a pianta cilindrica, oltre al palazzo. Per tutta l’epoca Normanna rappresentò la più importante fortezza militare del golfo di Policastro ed una delle più importanti della Calabria. Ruggero fece di Scalea una fortezza inespugnabile, a cui faceva capo anche la sua flotta, e la base di partenza delle sue azioni per la conquista della Sicilia.”. Da Wikipedia leggiamo che Guglielmo d’Altavilla, detto ‘braccio di Ferro’, nel 1055, si distinse nella presa del castello di San Nicandro e di altre piazzeforti. Con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Interessante è la notizia riportata da Orazio Campagna (….), nel suo “La “Regione Mercuriense” etc…”, a p. 115 parlando di Grisolia scriveva che: “E’ lecito presupporre che il ………………, per sfuggire le incursioni normanne, sappiamo che Ruggero d’Altavilla usò come base operativa il castello di Scalea per la conquista dei casali della costa, abbia abbandonato la grancia di S. Nicola e S. Angelo (11), in posizione vulnerabile, e si sia rifugiato alla “Cupa”, ecc…”. Il Campagna, a p. 115, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Successivamente la grancia dipese dal monastero basiliano di S. Giovanni a piro, in P.M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Sempre il Campagna, a p. 130 riferendosi alle istituzioni monastiche sorte nell’area del “Mercurion” e sulla costa calabra, riferendosi a Majerà scriveva che: “La gente vi trovò protezione e sicurezza, soprattutto dopo la battaglia di Civitate (giugno 1053), e dopo lo scisma della Chiesa d’Oriente (16 luglio 1054), avvenimenti che diedero la sostituzione violenta del potere bizantino col normanno, mentre il rito latino veniva imposto alle abbazie ortodosse. Le più riottose, sottoposte ad azioni belliche del Guiscardo, da S. Marco, e di Ruggero, da Scalea, scomparvero.”. Orazio Campagna, a p. 169 scriveva pure che: “ora territorio di Diamante, ove i Basiliani, nonostante reiterate incursioni saracene, sarebbero rimasti fino al 1059, quando, dopo il concilio di Melfi, fu impresa vana resistere alle razzie del Guiscardo da S. Marco Argentano, alla sanguinosa guerriglia di Ruggero I da Scalea (210).”. Il Campagna, a p. 169, nella nota (210) postillava che: “(210) J.J. Norwich, I Normanni nel Sud (1016-1130), Ed. Mursia, 1974, pag. 92 e sgg. Scalea pag. 135 e sgg.”. Guglielmo Colombaro (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che:  “……gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Ecc…”. Dunque, il Colombaro scriveva che ad un certo punto la situazione economica in Calabria era diventata insostenibile che la povera popolazione si ribellò a Ruggero I d’Altavilla.  Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e Basilicata”, vol. II, a pp. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando i due primi fratelli di Altavilla signoreggiavano e distendevano da Melfi i dominii per le terre di Apulia e Basilicata, Roberto e Ruggiero ultimi venuti erano a far bottino per le Calabrie, sequestrando uomini ed armenti, rubacchiando mercanti in viaggio, sorprendendo terre e castella. Roberto signoreggiava o taglieggiava per la Calabria che diremo cosentina; Ruggiero su quel di Reggio. Gara di ambizione o divisione non ecqua di bottino metteva mal animo tra i due fratelli, che erano in lotte frequenti. Quando Roberto ne venne a Melfi, quarto Conte di Puglia, Ruggiero mal disposto contro di lui, entra nel paese di Calabria che il fratello diceva suo, e prende Scalea sul Tirreno: anzi avanza tanto per la regione basilicatese che viene a mettere a saccomanno ed incendii le campagne stesse di Melfi.”. Su Scalea al tempo di Ruggero I d’Altavilla, il conte Ruggero, ha scritto pure Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia meridionale”, a p. 270, dove in proposito scriveva che: “Ad ogni modo, se l’ambizione del conte Ruggero non eguaglia la cupidigia smisurata di Roberto il Guiscardo, che spesso suol essere “in omnibus praesumptuosissimus et magnarum rerum audacissimus attentator”, talvolta essa lo costringe – e specialmente nei tempi della grama giovinezza – ad azioni, che gli fanno poco onore. Eppure il Malaterra ne racconta qualcuna. Per esempio, ci parla della vita brigantesca, che il conte condusse a Scalea, in Calabria; dei cavalli, che quivi rubò in una vicina scuderia; dei mercanti amalfitani spogliati a tradimento di tutte le mercanzie e dei denari che portavano con loro (140).”. Il Pontieri, a p. 270, nella nota (140) postillava: “(140) Idem, I, 25-26, p. 20-21: nella stessa Scalea Ruggero “plurimum penuriarum passus est, sed latrocinio armigerum suorum in multis sustentabatur”.”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Ad ogni modo, agli inizi del 1058, incollerito, Ruggero abbandonò il fratello Roberto. Uno dei vantaggi che gli derivava dall’essere giunto così in ritardo in Italia era che si trovavano ora saldamente stabiliti molti suoi fratelli, ed egli poteva rivolgersi ora all’uno ora all’altro; accettò pertanto l’invito di Guglielmo conte del Principato che, a soli quattro anni dal suo giungere in Italia, si era reso padrone di quasi tutto il territorio di Salerno a sud della città e che offriva a Ruggero di condividere con lui tutto ciò che possedeva in misura uguale “ad eccezione” come Malaterra ha cura di precisare “della moglie e dei figli”. Fu così che di li a poco Ruggero si trovò installato in un castello sul mare a Scalea, posizione strategica di prim’ordine della quale effettuare lucrose incursioni, specie per razziare cavalli e fare scorrerie nei territori appartenenti al Guiscardo. Ma questo giovane era destinato a ben altro che una vita di brigantaggio e ripercorrendo all’indietro la storia ci accorgiamo che il momento decisivo per lui, dopo il suo arrivo in Italia, fu l’anno 1058, quando una terribile carestia colpì tutta la Calabria. I normanni stessi furono causa di tanto disastro; la terribile tattica, da loro impiegata, della terra bruciata fece sì che per sterminare zone non vi fosse più né un albero d’ulivo né un campo da coltivare.”. Norwich, a p. 134, nella nota (5) postillava che: “(5) Ruggero viene alle volte soprannominato Bosso; ma questo nome non viene usato di frequente, non è necessario né melodico, quindi può essere ignorato. Tende pure a confonderlo con il nipote: Ruggero Borsa, di cui faremo conoscenza più in là”Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 38 e ssg., in proposito scriveva che: “Ruggero porta a termine l’incarico ricevuto e rientra con un bottino abbondante, con il quale tutto l’esercito può trovare ristoro e recuperare le forze. Quando, però, chiede al fratello il denaro con cui pagare i soldati, costui, forse per gelosia per i suoi successi, gli oppone un rifiuto; allora ritorna in Puglia, dove riceve aiuto da un altro fratello, Guglielmo, che lo pone a capo della città di Scalea, da dove inizia a saccheggiare i possedimenti del Guiscardo. Nello stesso periodo continua, però, a comportarsi anche da predone: assalta dei ricchi mercanti amalfitani e con il bottino ricavato arma nuovi soldati e continua le incursioni contro le terre del fratello.”. Qui però il Credidio commette un grave errore scrivendo che Ruggero “ritorna in Puglia, dove riceve aiuto da un altro fratello, Guglielmo”. Guglielmo, conte del Principato, suo fratello perchè figlio di Fresenda non era in Puglia ma si trovava nei suoi possedimenti del Salernitano.

Nel 1062, Ruggero I d’Altavilla e Roberto il Guiscardo a DISKALIA (Scalea) la firma del patto per la spartizione dei territori

Carmine Manco (…), nel suo “Scalea prima e dopo -Cenni storici”, a p. 24 scriveva che: “Nel contempo Ruggero e Roberto si riappacificarono e, nel castello di Scalea, firmarono il patto di spartizione della Calabria. In questo periodo la vita di Scalea era condizionata dagli umori e alle imprese di Ruggero e dei suoi successori”. Dunque, da Carmine Manco leggiamo che nel castello di Scalea, fatto ricostruire da Ruggero I d’Altavilla, si stipulò il nuovo patto dai due fratelli rivali ma uniti spesso nella conquista dei territori. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: Riprendiamo ora il filo della narrazione e ritorniamo a Ruggiero assediato a Scalea. Dal momento che l’assedio si rivelava lungo ed estenuante, Roberto, da fine politico qual era oltre che esperto militare, comprese che se un avversario non poteva essere vinto con la forza, bisognava scendere a patti con lui. Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, che, con il titolo di conte di Scalea e Malvito, firmò alcuni documenti di cui il più antico è dell’anno 1083, ossia due anni prima della morte del Guiscardo. Comunque stiano le cose, la vecchia ‘Diskalia’, divenuta contea e ora pomposamente ribattezzata Scalea (ma si osservi che nella parlata locale ha conservato la forma ‘a Skalia’), continuò a prosperare per tutto il periodo Normanno e si trasformò nella più importante fortezza militare del Golfo di Policastro, base della flotta che controllava le rotte che collegavano il golfo di Napoli, la penisola Amalfitana e Salerno con la Calabria meridionale e soprattutto con la Sicilia. La nuova contea, dotata di territori ben più vasti di quelli dell’attuale Comune, confinava a nord-ovest con le terre degli Skulland, signori di Aieta, a sud-est con quelle dei conti di Avena, da cui in un secondo tempo si staccarono Papasidero, Orsomarso, Mercurio e Abatemarco, che più tardi si svilupparono come feudi indipendenti.”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e Basilicata”, vol. II, a pp. 149 e ssg., in proposito scriveva che: Roberto che già volgeva in mente più vasti disegni, volle cedere in parte alle pretese del fratello; gli riconosce le conquiste che aveva fatte nell’estrema Calabria, e in ispecie la città di mileto, che divenne capo del Comitato di Calabria; e così la pace è fatta tra loro. Quindi entra in nuovi accordi col principe di Salerno, che era necessario ecc…”. Sul sito del FAI leggiamo che il castello di Scalea, noto anche come ruderi del castello normanno, è un rudere di un castello costruito su uno sperone roccioso sul paese di Scalea, risalente al XI o al XII secolo. Rimangono visibili solo i muri perimetrali e una torre. Venne costruito nell’XI secolo come fortezza militare dai Normanni sui resti di una rocca longobarda e restaurato successivamente dagli Svevi, dagli Angioini e poi dagli Aragonesi. Durante la dominazione normanna, al suo interno si incontrarono i fratelli Ruggero e Roberto d’Altavilla per dividersi i territori calabresi. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a pp. 170-171, in proposito scriveva che: “L’anno 1062 incominciò bene, ecc…Il duca di Puglia ricominciava a farne delle sue. Sin dal 1058 si era impegnato a dividere in parti uguali le sue conquiste in Calabria con il fratello; da allora in poi però, indispettito per l’influenza sempre maggiore che andava acquistando Ruggero e temendo per la sua stessa posizione, si era rifiutato di mantenere fede alle promesse. Ruggero, per tutto il tempo che era stato impegnato in Sicilia aveva accettato, pur di mala voglia, il denaro che Roberto gli aveva offerto in cambio dei territori che gli sarebbero dovuti spettare, ma ora che si era sposato la situazione era diversa.”. Sempre il Norwich continuando il suo racconto, a p. p. 174, in proposito scriveva che: “Non è ancora ben chiarito come venne spartita la Calabria fra Roberto e Ruggero dopo l’indecoroso alterco tra i fratelli. Sembra che la spartizione sia stata fatta in base ad un accordo per cui ogni città e castello veniva diviso in due zone d’influenza separate, impedendo così alle popolazioni di parteggiare per l’uno o per l’altro, qualora fossero sorte controversie. Tale sistema lascia pensare che la mutua fiducia non poggiava su basi troppo solide; ecc….Una cosa è certa: l’accordo permise a Ruggero di donare a Giuditta il ‘Morgengab’ che le spettava, e e a quelli della sua famiglia i beni terieri che si confacevano alla dignità della loro nuova posizione.”. Dunque, come scriveva il Norwich, con questo accordo  “Non è ancora ben chiarito come venne spartita la Calabria fra Roberto e Ruggero”. Secondo Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, ecc…”. E’ molto probabile che dopo la presa di Salerno da parte del fratello Roberto detto il Guiscardo, subentrarono nuovi accordi tra i due e Scalea passasse definitivamente al figlio di Roberto il Guiscardo, detto “Roberto detto Scalone o Scalione”. Infatti, le notizie che seguiranno ci fanno dubitare del possesso da parte di Roberto anche della non lontano Policastro che, pare, sia stata assegnata dal Duca Ruggero I d’Altavilla, futuro re di Sicilia al figlio Simone. Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che: “Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo.”. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 39 e ssg., in proposito scriveva che: “Intanto, una grande carestia affligge la Calabria: per le gravi difficoltà in cui versano, i calabresi cominciano a non pagare il tributo e a rifiutare il servizio militare mentre a Nicastro giungono a massacrare la guarnigione normanna. Il Guiscardo comprende che il diffondersi della rivolta rischia di vanificare quanto finora conquistato e si riappacifica con il fratello. La Calabria viene divisa in due zone di influenza e la linea di demarcazione è la via istmica che unisce i golfi di Sant’Eufemia e di Squillace: a nord della stessa è riconosciuto il dominio del Guiscardo ed a sud quello di Ruggero, che pone la sua base operativa a Mileto.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 468-469, in proposito scriveva che: “E’ vero che, sotto il profilo giuridico, metà di Palermo, come del resto Messina e della Calabria, continuava ad essere sottomessa alla sovranità feudale del duca di Puglia, essendo rimasta immutata, sotto la reggenza, la convenzione intervenuta, nel corso della conquista, tra Roberto il Guiscardo, capo supremo dei Normanni, e suo fratello Ruggero, convenzione che stabiliva appunto tale divisione (113).”. Pontieri, a p. 468, nella nota (113) postilava che: “(113) Le informazioni date dalle fonti non sono concordi circa queste divisioni in due parti dei territori conquistati in Calabria e in Sicilia tra i due fratelli d’Hauteville. Ad ogni modo, per quanto concerne la Sicilia, Amato di Montecassino, è molto preciso quando riferisce che, dopo la caduta di Palermo, “le Duc donna à son frere, lo cont Roger, toute la Sycille, se non que pour lui reserva la meité de Palerme et la meité de Messine, et la moité de Demede (Val Demone). Et li conferma la parte de Calabre laquelle avoit avant de Sycille”: cfr. Amato, ed. De Bartolomeis, VI, 21, 283, e la testimonianza è confermata da Falcone Beneventano nel brano che riportiamo nella nota seguente. Il Gregorio, Considerazioni, etc.., cit. in Opere scelte, p. 107, credette che Ruggero I di Puglia nel 1091 avesse ceduto a suo zio Ruggero I di Sicilia la metà di Palermo di sua pertinenza, onde ricompensarlo dell’aiuto portatogli nella guerra che aveva avuto dovuto muovere contro suo fratello Boemondo, ribelle in Calabria. L’affermazione del Gregorio si basava su una errata lezione del vecchio testo del Malaterra etc…”. Il Pontieri, a pp. 468-469, in proposito scriveva pure che: “Senonchè questo curioso condominio, di cui Ruggero II otterrà nel 1122 l’annullamento da parte del debole cugino Guglielmo I in rivalsa degli aiuti allora da lui prestatigli (114), era stato inteso nel senso che al duca di Puglia fosse devoluta la metà dei tributi riscossi nei nuemerevoli territori, senza che ciò giustificasse una limitazione della giurisdizione del conte di Sicilia e di Calabria su di essi: nulla, pertanto, impediva che questi elevasse alla funzione permanente di capitale del suo stato Palermo etc…”.

Dal 1085 al 1111, Ruggero Borsa, il cugino Simone di Sicilia e la contea di Policastro

Certamente Policastro e con essa Roccagloriosa, dovette rappresentare per il Regno un importante testa di ponte, per cui i Normanni non permisero in questa città nessun tipo di autonomia nemmeno in campo religioso e lo si può vedere anche dagli interventi che ebbe in questa città il grande poeta latino Alfano (3). Più avanti, certa è la notizia del Volpe (….), in merito alla ricostruzione delle mura di Policastro dal 1085 al 1111, e della città, ad opera di Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Giuscardo figlio di Gisulfo che la consegnò al figlio Simone col titolo di Conte e non si esclude che tale territorio fosse stato amministrato dal Visconte Boso (Visconte era colui che faceva le veci del Conte). Nello stesso periodo, il vescovo di Policastro, diede facoltà al Conte Mausone di Roccagloriosa – figlio di Leone – Conte Normanno – di unire il Cenobio di San Veneranda e quello di San Mercurio di Roccagloriosa affinchè la sua figlia Altrude potesse entrarvi in clausura. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Nel 1080 Roberto, liberato già dalla scomunica, veniva di nuovo fatto Duca di Puglia e Calabria “per vexillum” e, fatta edificare la Cattedale di Salerno con marmi di paestum quando fu rinvenuto il corpo di S. Matteo Apostolo dall’Arcivescovo Alfano, fece scrivere nella facciata “Robertus Guiscardus Imperator Maximus”. Il papa si riservò la Marca di Fermo e Gisulfo il Principato di Salerno e di Amalfi. Morto il Guiscardo nel 17 luglio 1085 a Cefalonia per epidemia, lasciò a Ruggiero II, figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo, il Ducato di Puglia e di Calabria. Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa, figlio di Leone Conte Normanno, di unire il Cenobio di S. Veneranda a quello di S. Mercurio delle religiose di Roccagloriosa, perchè la di lui figlia Altrude entrò in quel chiostro. Ecc..”. Dunque, in questo passaggio, il Cataldo scriveva chiaramente che Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre.”, ovvero il Cataldo scriveva che fu dal 1085 al 1111, che Ruggero ricostruì Policastro. Dunque, in questo breve passaggio il Cataldo si riferiva a Ruggero Borsa che morì nell’anno 1111. Ma, il Cataldo, proseguendo il suo racconto scriveva pure che: Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte.”. Dunque, secondo il Cataldo, Ruggero Borsa avrebbe consegnato la ricostruita Policastro a suo figlio “Simone”, con il titolo di Conte. Il Cataldo si riferiva al Simone figlio illegittimo di Ruggero Borsa o si riferiva al figlio illegittimo di re Ruggero II d’Altavilla ?. Il Cataldo, proseguendo ancora il suo racconto scriveva pure che: “L’anno di consegna a Simone fu il 1152, anno in cui Policastro divenne Contea e Ruggiero II offrì al vescovo con perpetua investitura baronale, il Castello, detto da lui “De Rogerio” ecc…” e poi pure che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, ecc…”. Dunque, il passaggio è molto contraddittorio. Le notizie del Cataldo su Policastro sono tratte dal Laudisio e dall’Ughelli. Il Cataldo (….) subito dopo aggiunge che: “Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, ecc..”. Ferdinando Ughelli (….), nel 1747, nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, colonna 758, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “In Ora Lucaniae quam Principatum Citra appellant, Civitas Littoralis tota ferè diruta Policastrum vocatur…….Satis admodum ejus origo antiqua, nomen reticens à Graeco vocabulo, quali Magnum. Castrum. Ampiam suisse, indicant ejus vestigia, & ruina. Diversis enim ex varia fortuna Bellis cessit in paedam. Robertus Normannus Dux anno 1065. eam destruxit: quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam, filio suo notho dono dedit.”.

Catt

Dunque, stando a ciò che ha scritto l’Ughelli (….), la Contea di Policastro, fu donata da “Rogerius Rex” al figlio suo bastardo, col titolo di Contea. A chi si riferiva l’Ughelli dando la notizia del “Rogerius Rex” ?. Il Laudisio ed il Cataldo citano il Troyli che scrisse su questo “Simone”. Il Troyli (….), nel suo “Historia generale del Reame di Napoli”, vol. VII, a p. 136, in proposito scriveva che: “Ed ancorchè poco indi il ‘Re Ruggiero I’ la facesse riedificare con il titolo di Contea, donandola ad un suo Bastardo, come ‘Ferdinando Ughellio (f) lo ragguaglia; ecc..”.

Cattura1

(Fig. 3) Pag. 136 del Troyli (…), che parla di Policastro e di Castel Ruggero

Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi etc…”, a p. 74 (vedi versione a cura del Visconti) parlando della Diocesi e riferendosi a Castelruggero, in proposito scriveva che: “Il re Ruggero, fondatore di questo nostro Regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò al rango di Contea e la donò (52) al suo figlio illegittimo Simone; ecc..”. Dunque, il Laudisio si riferiva al Simone ce successe al padre re Ruggero II e non a Ruggero Borsa. Ma, sempre il Laudisio, nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 dell’edizione del Visconti, parlando di Roccagloriosa, in proposito scriveva che: ” A Rocca Gloriosa…Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. Il Laudisio, lo chiamava “Ruggero il normanno, figlio di Roberto” (il Guiscardo), dunque, in questo caso il Laudisio si riferiva a Ruggero Borsa in quanto parlava del suo fratellastro Boemondo (figlio anch’esso di Roberto il Guiscardo ma nato dalla prima moglie del Guiscardo, Abelarda di Buonalbergo). Che si trattasse di Ruggero Borsa, lo scrive anche il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento per sac. Giuseppe Volpe”, Roma, 1888, a p. 117, in proposito scriveva che: “Intanto che Policastro era per uscire da questa sua deplorevole condizione sopraggiunsero i normanni (1034), e di bel nuovo venne manomessa da Roberto il Guiscardo, e poi affatto distrutta, volgendo l’anno 1065. Ei fu in questa lagrimevole circostanza che quei cittadini, i quali poterono uscire salvi tra tanta rovina, raggranellandosi poscia sul territorio della loro inabissata città, intesero a levarvi quel villaggio, che ora ‘Bosco’ si addimanda (22). Ma re Ruggiero I, restaurando in prosieguo e munendo di forti mura Policastro, donavala a Simone, suo figliuolo naturale, con titolo di ‘Conte’, titolo, come giustamente notò il Mannelli (23), che raramente concedevasi, nè s’imponeva se non sopra città ragguardevoli.”. Ecco ciò che scriveva il Volpe su Policastro. Il Volpe scriveva che si trattava di Simone figlio naturale di re Ruggero I d’Altavilla. Il Volpe si riferiva a re Ruggero I d’Altavilla, il gran conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo ?. Il Volpe (….), nella sua nota (22) postillava che: “(22) Cons. Ughel. Italia Sacra, tom. VII, col. 758”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Cons. Op. cit., vol. II, pag. 149”. Dunque, Ruggero Borsa aveva preso tanto a cuore le sorti della città di Policastro che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Dunque, secondo il sacerdote Giuseppe Volpe, Policastro, nel 1152, fu donata da Ruggero II al figlio Simone. Il Volpe si riferiva all’opera di Luca Mannelli o Mandelli, monaco agostiniano. Ma, il monaco Agostiniano Luca Mandelli (….), o Mannelli, nel suo prezioso manoscritto si riferiva a Ruggero Borsa e ad un Simone figlio di Ruggero Borsa ?. Nell’anno 1152, entra in scena Ruggero I d’Altavilla, gran Conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo. Infatti, Ruggero Borsa, non aveva figli di nome Simone. Il “figlio bastardo”, Simone, a cui fanno riferimento le cronache, era figlio di Ruggero I d’Altavilla (e fratello di Ruggero poi detto Ruggero II) e, figlio di Adelasia del Vasto che resse il regno di Sicilia ed altri possedimenti normanni fino al 1122. Il Cataldo (…), a p. 29, scriveva: “Il Duca Roberto Normanno la distrusse nel 1065; il Re Ruggiero poi la ricostruì splendidamente e, insignita del titolo di Contea, la donò al suo figlio bastardo”. Quì il Cataldo, scrive correttamente il “Re Ruggero”, riferendosi a Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo. Si tratta del conte Simone, primogenito di Ruggero I (fratello del Guiscardo e non di Ruggero II). Il Conte Simone, figlio bastardo di Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo e gran-conte di Sicilia. Il Cataldo scrive pure che in quell’anno (a. 1152), Ruggero Borsa offrì al Vescovo il “Castello” “De Rogerio” (il borgo fortificato di Castelruggero). Infatti, in quegli anni, sotto Ruggero Borsa si costituì la baronia ecclesiastica di Torre Orsaia e Castelruggero. Il Cataldo, scriveva ancora su “Simone” (figlio bastardo di re Ruggero I d’Altavilla), che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”.”. La notizia del “Simone” che finì in carcere è veritiera ma ciò non accadde nel 1155. Questo “Simone” era figlio illegittimo di Ruggero I d’Altavilla ed era fratello di Ruggero II d’Altavilla che salirà al trono di Sicilia nel 1130. Nel 1085, alla morte del padre Roberto il Guiscardo, si aprì la successione al trono di Ruggero Borsa, suo figlio. Giuseppe Cataldo (…) nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, un dattiloscritto inedito del 1973, che a p. 29, parlando di Policastro scriveva che: “Morto il Guiscardo nel 17 luglio 1085 a Cefalonia per epidemia, lasciò aRuggiero II,figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo II, il Ducato di Puglia e di Calabria.”. Non è corretto perchè si trattava di Ruggero I (detto Ruggero Borsa) e non di re Ruggero II. Da Wikipidia leggiamo che Ruggero detto Borsa fu  il figlio e il successore di Roberto il Guiscardo, il cavaliere normanno che fu duca di Puglia e Calabria e conquistatore della Sicilia. Sua madre fu Sichelgaita di Salerno, una potente principessa guerriera di stirpe longobarda. A garantirgli la successione al Guiscardo furono le abili manovre di Sichelgaita, che nel 1073 riuscì a convincere i baroni pugliesi a riconoscerlo erede in luogo di Boemondo, primogenito di Roberto nato dal primo matrimonio di questi con Alberada di Buonalbergo. Di lui lo storico inglese John Julius Norwich scrive “…Ruggero – detto Borsa a causa della sua inveterata mania nel contare e ricontare il proprio danaro – era un ragazzino tredicenne debole ed esitante che diede l’impressione che un’infanzia trascorsa con Roberto e Sichelgaita fosse stata già troppo per lui.”. Nel 1073, dunque, Ruggero fu proclamato erede, mentre il Guiscardo veniva colpito da malattia durante un soggiorno a Trani. Unico ad opporsi al riconoscimento del futuro duca fu Abelardo d’Altavilla, cugino di Ruggero in quanto figlio di Umfredo, fratello di Roberto. Questi rivendicò per sé il diritto alla successione, poiché il Guiscardo, nominato suo tutore alla morte di Umfredo, ne aveva arbitrariamente confiscato i possedimenti, tagliando fuori lui e suo fratello Ermanno dalla linea ereditaria. Dopo la morte del padre, Ruggero Borsa si ricongiunse con la madre a Cefalonia e insieme a lei fece ritorno in patria, dove in settembre, grazie anche al supporto dello zio Ruggero I di Sicilia, fu riconosciuto duca di Puglia e Calabria. Un avvento che non mancò di suscitare reazioni: Boemondo, il fratellastro scartato dalla successione, rispose con le armi all’ascesa di Ruggero e con l’appoggio del principe Giordano I di Capua occupò i castelli di Oria, Otranto e Taranto, prima di giungere ad un accordo di pace nel marzo del 1086. Dunque, Ruggero Borsa, sarà riconosciuto duca di Puglia e Calabria, a dispetto del fratellastro Boemondo, con l’aiuto dello zio re Ruggero I d’Altavilla, Gran-Conte di Sicilia e padre di Simone. Simone era figlio di Ruggero I d’Altaville e della sua terza moglie, Adelaide del Vasto. Da Wikipidia leggiamo che Adelaide del Vasto, anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato; i loro figli furono: 1. Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia. Simone d’Altavilla, noto anche come Simone di Sicilia (Palermo, 1093 – Mileto, 28 settembre 1105), fu il primogenito e successore designato di Ruggero I, Gran Conte di Sicilia, e di Adelaide del Vasto, la quale tenne la reggenza durante il suo breve regno. Simone ereditò la contea di Sicilia nel 1101, ancora molto giovane, e morì appena quattro anni dopo, nel 1105 a Mileto, dove fu sepolto nell’abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni. Gli successe il fratello, il grande Ruggero II, (dopo la reggenza della madre Adelasia fino al 1112) che sarebbe poi diventato Re di Sicilia. Infatti, che si trattasse di Ruggero Borsa, la notizia è plausibile, in quanto il “Simone” di cui si parla era figlio della seconda moglie di Ruggero I d’Altavilla, re di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo e dunque zio di Ruggero Borsa.  Simone, figlio di re Ruggero I morì nel 1105, e poi solo dopo la reggenza della madre Adelasia del Vasto.

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Nel 1080 Roberto, liberato già dalla scomunica, veniva di nuovo fatto Duca di Puglia e Calabria “per vexillum” e, fatta edificare la Cattedale di Salerno con marmi di paestum quando fu rinvenuto il corpo di S. Matteo Apostolo dall’Arcivescovo Alfano, fece scrivere nella facciata “Robertus Guiscardus Imperator Maximus”. Il papa si riservò la Marca di Fermo e Gisulfo il Principato di Salerno e di Amalfi. Morto il Guiscardo nel 17 luglio 1085 a Cefalonia per epidemia, lasciò a Ruggiero II, figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo, il Ducato di Puglia e di Calabria. Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa, figlio di Leone Conte Normanno, di unire il Cenobio di S. Veneranda a quello di S. Mercurio delle religiose di Roccagloriosa, perchè la di lui figlia Altrude entrò in quel chiostro. L’anno di consegna a Simone fu il 1152, anno in cui Policastro divenne Contea e Ruggiero II offrì al vescovo con perpetua investitura baronale, il Castello, detto da lui “De Rogerio” (corrispondente oggi a CASTELRUGGERO, frazione di Torre Orsaia, in Provincia di Salerno, a 20 km. da Policastro). Ruggiero era già Re di Puglia, Calabria e Sicilia dal 1130, anno di nascita del Regno di Napoli. I successori di Ruggiero furono: Guglielmo I (1154-1166) e Guglielmo II il Magnifico (1166-1189). Sotto quest’ultimo il vescovo Giovanni fece edificare il Campanile della Cattedrale (1167). L’Ughelli ci dà brevi notizie sulla distruzione e la riedificazione di Policastro: “In ora Lucaniae quam Principatum Citra etc….” (Ferdinando Ughellio, Tomo VII/Italia Sacra. Colum. 758; Cfr. P. Troyli: Historia generale del Reame di Napoli, T. I., p. 2^, p. 136, nota (e)……(Cfr. Alessandro Telesino: I, 3). Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria. Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154 subiva la distruzione da parte del Barbarossa. Federico Barbarossa della famiglia degli Hohenstaufen, imperatore dell’Alemagna, successe nel 1152 allo zio Corrado III nella casa di Svevia; sceso in Italia, ispiratosi agli alti ideali di Carlo Magno e di Ottone I, volle restaurare l’autorità imperiale. Incoronato Imperatore il 18 giugno 1155 a Roma da Adriano IV, intensificò la lotta contro ogni forma di indipendenza. Ecc…”

Nel 1089, la Contea di Policastro, Enrico del Vasto, conte di Policastro, fratello di Adelasia del Vasto sposò Flandina, figlia di Ruggero I. Da Flandina ebbe Simone del Vasto che ereditò la contea di Policastro

Indagando sulle origini di “Simone”, conte di Policastro, ci accorgiamo che vi furono diversi “Simone”, conti di Policastro. In questo saggio parlerò del Simone detto Simone del Vasto. Da Wikipedia leggiamo che la Contea di Policastro fu un antico feudo esistito nei territori circostanti il golfo di Policastro tra la Basilicata, la Calabria settentrionale e la Campania meridionale, tra la fine dell’XI secolo e la fine del XIX secolo. Sempre in Wikipedia leggendo la “cronostassi dei conti di Policastro” ci accorgiamo che vi fu Enrico del Vasto (10??-1137), conte di Paternò e conte di Butera. Dunque, non si conosce l’anno in cui Enrico del Vasto divenne conte di Policastro ma si sa che nell’anno 1137 non fu più conte di Policastro. Sempre da Wikipedia leggiamo che Enrico del Vasto, detto anche Enrico di Lombardia, Enrico di Savona, Enrico Aleramico, Enrico di Paternò, Enrico di Butera, Enrico di Policastro (Piemonte, ante 1079 – Sicilia, 1137), fratello minore di Adelaide del Vasto, fu capo degli Aleramici di Sicilia[2] e conte dei lombardi di Sicilia[3].  Membro dei Del Vasto di discendenza aleramica, Enrico era fratello minore di Adelaide del Vasto, figlio di Manfredi, e nipote di Bonifacio del Vasto, marchese di Savona, della Liguria Occidentale e di ampi territori del Piemonte meridionale. Scese in Sicilia, dove risulta già personaggio di primo piano della corte normanna nel 1094,[5] dai grandi possedimenti familiari tra Piemonte e Liguria, con molti suoi conterranei della Marca Aleramica, per aiutare il condottiero normanno Ruggero nelle ultime fasi della guerra contro gli arabi per la conquista dell’isola. Questa gente aleramica al seguito di Enrico costituì la prima ondata migratoria di lombardi (in realtà, piemontesi e liguri, e in minor parte lombardi ed emiliani)[6] che ripopolarono alcuni centri della Sicilia occidentale e orientale tra l’XI e il XIII secolo. I normanni incoraggiarono infatti una decisa politica d’immigrazione della loro gentes, francese e dell’Italia settentrionale, anche con la concessione di privilegi. L’obiettivo era quello di rafforzare il “ceppo franco-latino” che in Sicilia e in Calabria era minoranza rispetto ai più numerosi greco-bizantini e arabo-saraceni.[7]In Sicilia scesero anche tre sorelle di Enrico. Adelaide, la più celebre, che sposò il gran conte Ruggero nel 1087 (o nel 1089) e divenne contessa di Sicilia; mentre le altre due sorelle sposarono i figli illegittimi di Ruggero, Giordano e Goffredo. Enrico sposò Flandina, anche lei figlia di Ruggero ma nata dal matrimonio con Giuditta d’Evreux. Flandina era vedova del cavaliere normanno Ugo di Jersey, primo conte di Paternò, e così Enrico ricevette in feudo la contea di Paternò, alla quale si aggiunsero quella di Butera, sempre in Sicilia, e quella di Policastro tra Basilicata, Calabria e Campania meridionale. Proprio Paternò divenne il centro dei possedimenti degli Aleramici di Sicilia, un territorio discontinuo che si estendeva a sud in direzione di Catania, a sud ovest comprendeva Piazza Armerina, Aidone, Butera, Mazzarino, a nord ovest si estendeva fino a Nicosia, e a nord si allargava fino a Cerami, Capizzi e Randazzo.[8] Enrico e Flandina ebbero due figli, Simone e Matilde. Simone del Vasto (o Simone d’Altavilla, o Simone di Butera) fu conte di Policastro e conte di Paternò. Alla morte del padre, Simone prese il suo posto come capo degli aleramici siciliani e dei lombardi di Sicilia. Flandina d’Altavilla (in francese Flandina de Hauteville) (… – …; fl. XII secolo) è stata una nobildonna normanna del XII secolo. Figlia secondogenita del Gran Conte Ruggero e della di lui prima moglie Giuditta d’Evreux, ricevette in dote dal padre le contee di Paternò e Butera[1]. Fu sposata in prime nozze al cavaliere normanno Ugo di Jersey del quale rimase vedova nel 1075 e dalla cui unione nacquero una figlia di nome Maria[2] e tre figli maschi: Manfredo, Giordano e Simone. Nel 1089 si unì in seconde nozze all’aleramico Enrico del Vasto, a seguito dell’aiuto militare offerto da quest’ultimo al padre di lei. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 428, in proposito scriveva che: “Sappiamo che, oltre alla contessa Adelasia e a suo fratello Enrico, anche due altre sorelle, figli tutti e quattro del marchese Manfredo Incisa del Vasto, si trasferirono in Sicilia. Orbene, questo espatrio collettivo d’un intero gruppo della progenie dei marchesi del Vasto induce a supporre ch’esso fosse in connessione con una crisi, etc…”. Il Pontieri, a p. 429, in proposito scriveva pure che: “D’altra parte Enrico del Vasto, inseritosi nella famiglia di Ruggero d’Hauteville attraverso tali legami di parentela, non tardava a rinvigorirli, sposandone la figlia Flandina (37), che non sappiamo da quale dei due precedenti matrimoni del conte fosse nata. Neanche ci è dato di poter dire in quale anno fosse stato celebrato questo connubio aleramico-d’Hauteville; ci risulta solamente dalla carta già ricordata del 1094 che in questo anno Enrico era in Sicilia e che nel 1097 il nome di lui, insieme etc..”. Il Pontieri, a p. 430 scriveva: “La sua posizione verrà più tardi consolidata dalla vasta signoria di Butera e di Paternò, che Enrico ricevette – o gli fu convalidata – da sua sorella Adelasia, dopo che questa, alla morte del conte, assunse la reggenza dello Stato (39).”. Pontieri, a p. 430, nella nota (39) postillava: “(39) Il Garufi, Le donazioni del conte Enrico di Paternò ecc.., cit., in “Revue de l’Orient latin”, cit., IX (1902), doc. I, ha notato,, in base a questo documento, l’infondatezza della tradizione secondo cui la contea di Butera e Paternò sarebbe stata data dal conte Ruggero a sua figlia Flandina in dote: vedi anche Garufi, Gli Aleramici, p. 50; Idem, Il Tabulario di S. Maria della Valle Giosafat nel tempo normanno ecc.., in “Archivio Storico per la Sicilia orientale”, V (1908), pp. 178 ss., e cfr. Townsend White, Latin monasticism in Norman Sicily, cit., pp. 208-9.”. Tuttavia il Pontieri non chiarisce come sia arrivata la contea di Policastro a Flandina o a Enrico del Vasto, che come abbiamo visto oltre ad essere conte di Paternò-Butera era anche conte di Policastro, contea che in seguito Simone del Vasto erediterà alla sua morte. Sappiamo da Wikipedia che con il matrimonio con Flandina, figlia di Ruggero I d’Hauteville, Enrico ricevette in feudo la contea di Paternò, alla quale si aggiunsero quella di Butera, sempre in Sicilia, e quella di Policastro tra Basilicata, Calabria e Campania meridionale. Il Pontieri parla solo dei possedimenti di Butera e di Paternò ma non dice nulla della contea di Policastro. Il Pontieri, a p. 430 scriveva solo in proposito che: “La sua posizione verrà più tardi consolidata dalla vasta signoria di Butera e di Paternò, che Enrico ricevette – o gli fu convalidata – da sua sorella Adelasia, dopo che questa, alla morte del conte, assunse la reggenza dello Stato (39).”. Il Pontieri ipotizzava che le donazioni deli vasti possedimenti Siciliani fossero stati in seguito convalidate dalla sorella Adelasia che, alla morte del marito Ruggero I assunse la reggenza dello Stato che era stato ereditato da Simone primogenito.  Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 450, in proposito scriveva che: “Naturalmente suo fratello Enrico prese una posizione preminente, non solo perchè era ovvio che così fosse, ma anche perchè egli si presentava come l’esponente più autorevole degli oltremontani che la conquista normanna aveva attirato in Sicilia: certo fu Adelasia, come è stato ricordato, che gli conferì l’investitura feudale delle due importantissime contee di Butera e di Paternò, i cui territori, in tutto o in parte, è probabile costituissero la dote che il conte Ruggero aveva assegnato a sua figlia Flandina allorchè era andata sposa allo stesso Enrico (78).”. Pontieri, a p. 450, nella nota (78) postillava: “(78) Garufi, Gli Aleramici ecc.., p. 50; come marito di Flandina Enrico era l’amministratore dei suoi beni dotali: cfr. Caen, Le régime féodal etc..’, cit., p. 87.”.

Dal 1092-92 al 1105, Simone di Sicilia, futuro conte di Policastro, figlio di Ruggero I d’Altavilla, gran conte di Sicilia e di “Adelasia” o Adelaide del Vasto

Il primogenito di Ruggero I d’Altavilla fu un figlio naturale di nome Giordano (1055c.-1092), che non sopravvisse al padre. Simone d’Altavilla, noto anche come Simone di Sicilia (Palermo, 1093 – Mileto, 28 settembre 1105) fu il primogenito e successore designato di Ruggero I, Gran Conte di Sicilia, e di Adelaide del Vasto, la quale tenne la reggenza durante il suo breve regno. Simone ereditò la contea di Sicilia nel 1101, ancora molto giovane, e morì appena quattro anni dopo, nel 1105 a Mileto, dove fu sepolto nell’abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni. Gli successe il fratello, il grande Ruggero II, (dopo la reggenza della madre Adelasia fino al 1112) che sarebbe poi diventato Re di Sicilia. Dunque, la Contea di Sicilia, fu retta fino al 1112 dalla madre Adelaide del Vasto, in accordo con Ruggero Borsa, nipote di Ruggero I d’Altavilla, padre di Simone.  Da Wikipidia leggiamo che Adelaide del Vasto, anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato; i loro figli furono: 1. Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia. Simone, figlio di re Ruggero I morì nel 1105, e poi, fino al 1112 vi fu la reggenza della madre Adelasia del Vasto. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Su Simone, la madre Adelaide del Vasto e la sua reggenza ha scritto Ernesto Pontieri. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 440-441, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Lungi dall’avventurarci nell’aggrovigliata questione sul numero e sull’individuazione dei figli, legittimi e naturali, del conte Ruggero, ci limitiamo a notare che egli ebbe due figli aventi lo stesso nome di Goffredo: costume non insolito nelle famiglie normanne, anzi nella stessa famiglia di Tancredi di Hauteville, il padre di Ruggero….Ora il Malaterra, dopo aver ricordato la morte di Giordano, avvenuta nel 1092, testualmente aggiunge…..Ma ecco che, alcuni mesi dopo, Adelasia dava alla luce Simone, salutato dall’esultanza di tutta la corte. Anche il Malaterra mostra di commuoversi davanti al fausto evento e lo celebra inserendo nel ‘De rebus’ un carme, etc…”. Pontieri, a p. 442, in proposito alla nascita di Simone, scriveva che: “La casa del gran conte di Sicilia era dunque pervasa di letizia, perchè Adelasia aveva dato al consorte non solo un figlio maschio, ma anche l’atteso erede. Certo, in un atto della cancelleria del conte Ruggero, consacrante una donazione da lui fatta nel 1094 al monastero di S. Maria “de Rokella apud paleapolim”, in Calabria, il nome di Simone vi è rappresentato come “filius Rogerii comitis et heres”(65).”. Pontieri cita il documento a p. 442, nella nota (65) postillando: “(65) Regii Neapolitani Archivi Monumenta, vol. VI, doc. VIII, pp. 159-160.”. Pontieri cita il documento a p. 442, nella nota (65) postillando: “(65) Regii Neapolitani Archivi Monumenta, vol. VI, doc. VIII, pp. 159-160.”. Pontieri, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”. Il Pontieri parlando di Ruggero I d’Altavilla, scriveva che Simone, conte di Policastro successe al padre nel 1101 dopo la sua morte. Dunque scriveva che Simone, conte di Policastro era figlio naturale di Ruggero I e di Adelaide del Vasto. Anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 439, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Il 22 giugno 1101 Ruggero moriva a Mileto, in Calabria, sua dimora domestica preferita, e quivi i suoi resti vennero sepolti (59). Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Pontieri, a p. 439, nella nota (59) postillava: “(59) Vedi ‘Necrologium Casinense’, in Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, t. V., p. 76; Lupo Protospatario, Chronicon, ed. Pertz, in MGH., SS., ad an. 1101; Annales Siculi, ed. E. Pontieri, In Muratori, RR. II. SS.(2), t. V, p. 115; Romualdo Salernitano, p. 202, n. 6; il sarcofago, tuttora conservato, in cui fu deposta la salma del conte, è stato illustrato da L. De La Ville sur Yllon, La tomba di Ruggero conte di Calabria e di Sicilia, in “Napoli nobilissima”, 1892.”. Dunque, in questo passaggio, il Pontieri, parlando della reggenza di “Adelasia”, l’ultima moglie di Ruggero I d’Altavilla che morì nel 1101, ci parla di Simone, figlio di Ruggero I d’Altavilla, perchè scrive che: Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Sulle origini di Simone, figlio di “Adelasia” e di Ruggero I d’Altavilla, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 437, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito racconta che: “Nel 1098 Ruggero era stato chiamato in suo aiuto dal principe di Capua, il normanno Riccardo II Drengot, contro cui, due anni prima, era insorta la popolazione longobarda della capitale, costringendolo ad allontanarsene. Il conte di Sicilia, al quale Riccardo, in cambio dei soccorsi richiesti, aveva ceduto i diritti che Capua vantava su Napoli, accorse in testa a compatte schiere di armati, in mezzo ai quali spiccavano intrepidi manipoli di musulmani di Sicilia. Capua, vigorosamente assediata dal conte Ruggero e da suo nipote Ruggero I di Puglia che lo fiancheggiava, capitolò. Durante questa vicenda, ….Adelasia seguì il marito, sostando con lui e con le soldatesche che li seguivano dappima in Calabria e da ultimo nelle terre attigue a Benevento, donde, dopo essersi incontrati col pontefice Urbano II, che invano si era fatto mediatore tra i belligeranti, i due coniugi mossero verso Capua (56).”. Pontieri, a p. 438, nella nota (56) postillava: “(56) Sull’assedio di Capua vedi Malaterra, I. IV, 27, p. 125, e cfr. Schipa, Storia del Ducato napoletano, cit., p. 349; Idem, Il Mezzogiorno anteriormente alla Monarchia. Ducato di Napoli e Principato di Salerno, pp. 196-97.”.  Pontieri, a p. 438, scriveva pure che: “Già Adelasia aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); alcuni anni dopo lo rese padre una seconda volta, dandogli Ruggero, il futuro unificatore delle conquiste fatte dai suoi antenati in Italia (58).”. Infatti, il Pontieri postillava che “Adelasia” “….aveva dato a Ruggero un primo figliolo, Simone, nato nel 1092, al più, nel 1093 (57); etc…”., aggiungendo che il futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla era l’altro fratello di Simone, conte di Policastro.  Pontieri, a p. 438, nella nota (57) postillava: “(57) Il Malaterra. I. IV, 19, p. 98, pone la nascita di Simone dopo la morte di Giordano, suo fratello, ossia nel 1092. Il 26 aprile di questo anno, Giordano, come risulta da un atto di donazione fatta dal conte Ruggero al monastero di S. Agata di Catania, era ancora vivo: cfr, Kehr, Die Urkunden der normannischen-sicilischen Konige, cit., p. 14. Tale data è da preferirsi all’altra segnata nel ‘Necrologium Panormitanum’, ed. Winkelmann, in “Forshungen zur deutschen Gesch.”, XVIII, (1878), p. 474, secondo cui ‘critiques sur quelches diplomes normands de l’Archivio Capitolare di Catania, estr. dal “Bullettino dell’Archivio Paleografico italiano”, N.S., I-III (1956-1957), p. 149.”. In questo passaggio, Pontieri spiega che Simone dovrebbe essere nato da “Adelasia” subito dopo la morte di “Giordano”, altro figlio di Ruggero I d’Altavilla. Sempre il Pontieri, su Simone, a pp. 438-439, nella nota (58) postillava: “(58) Terminata la narrazione dell’assedio di Capua, il Malaterra, I. IV, 26, p. 105, aggiunge, in un’annotazione cronologica curiosa quanto generica: “ibi se impregnavit comitissa Adelasia de comite Rogerio”; in breve, il futuro re Ruggero II sarebbe stato concepito nel 1098 (primavera). Senonchè Romualdo Salernitano, ed. Garufi, p. 236, informatissimo della biografia di Ruggero II, dà elementi cronologici inconciliabili col contenuto della annotazione del Malaterra; infatti, registrata al 1152 (ma al 1154), la morte di Ruggero, egli aggiunge: “mortuus est…anno vite sue quinquagesimo octavo, mensibus duobus, diebus quinque, vicesimo septimo die mensis Februari, anno regni sui vicesimo IIII, anno Dominice incarnationis MCLII, Indic., I.”; di modo che, fondando i calcoli su questi elementi anagrafici, che collimano con quelli delle fonti, Ruggero II sarebbe nato il 22 dicembre 1095, e cioè poco più di due anni dopo suo fratello Simone. Questa data viene accettata sia dall’Amari, Musulmani, cit., vol. III, p. 199, che dallo Chalandon, op. cit., vol. I, p. 352-53. e dal Caspar, Roger II, cit., pp. 21-22. Rimane però inspiegabile la bizzarra nota del Malaterra etc…”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, parlando del Gran Conte di Sicilia, Ruggero I d’Altavilla, sposo di Adelaide del Vasto, a p. 227, in proposito scriveva che: Pure qualche atroce dolore non risparmia il suo cuore paterno: la moglie del figlio prediletto, sia pur ribelle una volta (L. III, cap. 36), dell’erede Giordano (L. IV, cap. 18). Ma Dio consola di lì a poco il Conte, perchè Adelasia gli dà il piccolo Simone, sul cui capo egli può riporre le sue speranze e conservargli il ricordo di un passato di lavoro e di stenti, dal quale è germinata la potenza presente (capitolo 19). Ecc..”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a pp. 417-418, parlando e riferendosi a Policastro, sulla scorta dell’Ughelli e del Telesino (…), scriveva: “Ma il Conte Ruggieri avendolo ampiamente ristorato, e rifatto, a Simone suo figlio bastardo lo diede. Il citato Ughellio ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta. Ed è acciò distintamente veggasi, che questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; e dell”Abbate Telesino, nel principio del libro I’ ce ne fu lasciata memoria con le seguenti parole:  “Huic quippe (cioè Ruggiero Juniore) unicus erat frater primogenitus nomine Simon, qui Patri obituro successurus erat.”. E poco dopo aggiungeva che: “Factum est autem dum Simon Genitorque Rogerius vi numinis ad extrema pervenissent, Rogerius minimus ad potiendum Comitatum haeres succedit.”. Anche la ‘Cronaca di F. Corrado’ ce ‘l disse così: “Post hunc Simon ejus primogenitus filiorum Regnum eccepit, qui per paucos vixit annos”. Del Simone Signore di Policastro, che fu il Bastardo, spessissima menzione si trova fatta in ‘Falcando nella storia Sicola’ nè tempi di Re Guglielmo; e di lui, come di giusto, potente nimico aveva Majone tutto il possibil timore. Ecc…”. Ecco ciò che scrive l’Antonini su Simone figlio di Ruggero I d’Altavilla.

Antonini, p. 417

(Fig….) Pagine n. 416-417, tratte dalla ‘Lucania’ dell’Antonini (…), Discorso X, parte II

Dal 1101 al 1112, Adelaide del Vasto, la sua reggenza dopo la morte di Ruggero I d’Altavilla e la contea di Policastro

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 439, riferendosi a Ruggero I d’Altavilla, il “Gran Conte” di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Il 22 giugno 1101 Ruggero moriva a Mileto, in Calabria, sua dimora domestica preferita, e quivi i suoi resti vennero sepolti (59). Gli succedeva il figlio Simone; essendo però questi ancora minorenne, la madre Adelasia assumeva, secondo le disposizioni paterne, la reggenza dello Stato.”. Pontieri, a p. 439, nella nota (59) postillava: “(59) Vedi ‘Necrologium Casinense’, in Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, t. V., p. 76; Lupo Protospatario, Chronicon, ed. Pertz, in MGH., SS., ad an. 1101; Annales Siculi, ed. E. Pontieri, In Muratori, RR. II. SS.(2), t. V, p. 115; Romualdo Salernitano, p. 202, n. 6; il sarcofago, tuttora conservato, in cui fu deposta la salma del conte, è stato illustrato da L. De La Ville sur Yllon, La tomba di Ruggero conte di Calabria e di Sicilia, in “Napoli nobilissima”, 1892.”. Pontieri, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”. Dunque, come ha scritto il Pontieri, la corona della contea di Sicilia e di Calabria, dopo la morte di Simone, nel 1105 passò al fratello minore Ruggero che sarà il futuro Ruggero II d’Altavilla. Il Pontieri scrive pure che nel 1105, Ruggero II, sebbene avesse ereditato per successione la corona di Sicilia e Calabria, essendo ancora minorenne non poteva governare. Lo fece la madre Adelasia, ultima moglie di Ruggero I. Adelasia prese la reggenza della contea di Sicilia e di Calabria e la tenne fino all’anno 1112.  Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei, tra cui il fratello Enrico del Vasto (che aveva sposato Flandina, figlia del marito), e di altra origine, fra cui soprattutto Cristobulo. Fu durante il periodo di reggenza che redasse ciò che oggi è conosciuto come il documento cartaceo più antico d’Europa. È il cosiddetto “Mandato di Adelasia“, scritto nel 1109. Si tratta di un documento bilingue, in greco nella sezione superiore e in arabo in quella inferiore, con cui si ordinava ai vicecomitali della terra di Castrogiovanni di proteggere il monastero di San Filippo di Demenna, sito nella valle di San Marco. Adelasia adottò la carta perché non si trattava di un diploma o di un privilegio ufficiale, per i quali veniva adoperata la più solenne pergamena, ma piuttosto di un atto di natura transitoria. L’uso della carta era già stato mediato dal mondo arabo. Il documento, prima conservato presso l’abbazia di San Filippo di Fragalà, venne poi acquistato dall’Archivio di Stato di Palermo, dove si trova tuttora. Adelasia del Vasto sposò nel 1087 Ruggero I di Sicilia, del quale fu la terza e ultima moglie e al quale diede quattro figli tra cui Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia ed il futuro re di Sicilia, il fratello minore Ruggero II d’Altavilla. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 168, in proposito scriveva che: “Alle origini, però, ossia all’epoca del conte Ruggero e della reggenza della contessa Adelasia durante la minorità di Ruggero II (1062-1112), le signorie feudali d’una certa importanza furono nelle Calabrie poche, assai poche, e, per di più, con la testa personaggi legati da parentela ai conquistatori.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 302, in proposito scriveva che: “La prima violenta manifestazione della gelosia e del cozzo d’interessi fra le due comunità si ebbe nel 1110, a Messina, davanti ad un tribunale presieduto dalla contessa Adelasia, che reggeva la contea di Sicilia e Calabria per il minorenne Ruggero, il futuro Ruggero II………L’Abbate di S. Eufemia aveva denunciato il priore di Bagnara, Costanzo, e i suoi canonici, perchè, ……La reggente Adelasia, chiamati a sè ecc…”. Dunque, Pontieri la chiamava “Adelasia”, ultima moglie del “Gran Conte” di Sicilia (il conte Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo) e madre di Simone e di Ruggero II. Il Pontieri, nell’indice scriveva: “Adelaide (contessa) vedi Adelasia, pp. 168, ecc…”. Dunque, secondo il Pontieri la madre di Simone e di Ruggero, futuro re Ruggero II, la chimava “Adelaide” oppure “Adelasia”.

Dal 1105 al 1112, Adelaide del Vasto, la sua reggenza dopo la morte di suo figlio Simone fino alla maggiore età di Ruggero II d’Altavilla

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Assai breve fu la vita di Simone, poichè il 28 settembre 1105 egli decedeva all’età di appena dodici anni (69). La corona della contea di Sicilia e di Calabria passava allora a suo fratello Ruggero, anch’egli minorenne, per cui nessun mutamento avveniva nella direzione dello stato, rimanendo la reggenza ‘a fortiori’ affidata ad Adelasia sino alla maggiore età del sovrano.”. Dunque, Pontieri scriveva che Simone, erede e successore della corona della Contea di Sicilia e di Calabria morì nel 1105 e da allora la corona passò all’altro figlio, Ruggero che, però, essendo minorenne non poteva governare. Fu la madre Adelasia che governò fino alla sua maggiore età. Da Wikipedia leggiamo che   Ruggero II di Sicilia (Mileto, 22 dicembre 1095 – Palermo, 26 febbraio 1154), conosciuto anche come Ruggero (o Ruggiero) il normanno[2], figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla, fu gran conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del Regnum Siciliæ indipendente. Dopo la nascita del regno, in virtù delle conquiste sulla costa africana, acquisì anche il titolo di re d’Africa. Alla morte del padre, avvenuta a Mileto nel 1101, sua madre riuscì a governare la Sicilia con l’aiuto di valenti consiglieri, mentre lui ed il fratello erano ancora in tenera età. Nel 1105 morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne conte di Sicilia. Divenuto maggiorenne nel 1112, cessò la reggenza della madre Adelaide del Vasto, e si dimostrò subito in grado di governare con autorità e saggezza, continuando la linea di espansionismo del padre. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a pp. 468-469, in proposito scriveva che: “E’ vero che, sotto il profilo giuridico, metà di Palermo, come del resto Messina e della Calabria, continuava ad essere sottomessa alla sovranità feudale del duca di Puglia, essendo rimasta immutata, sotto la reggenza, la convenzione intervenuta, nel corso della conquista, tra Roberto il Guiscardo, capo supremo dei Normanni, e suo fratello Ruggero, convenzione che stabiliva appunto tale divisione (113).”. Pontieri continuava a p. 469 a scrivere che: “E’ probabile che l’insediamento, per lo meno ufficiale, avvenisse nel 1112…..E’ questo l’ultimo atto pubblico in cui interviene Adelasia nella sua qualità di reggente. Ruggero II aveva ormai raggiunto il suo sedicesimo anni di età. Anche se non possiamo con esattezza stabilire quanto legalmente ebbe termine la reggenza, piace alla fantasia raffigurarsi, sulla scorta del surriferito documento, il giovinetto Ruggero, uscito di minorità, a lato di sua madre nell’atto in cui questa, nello sfondo regale etc…”. Pontieri, a p. 468, nella nota (113) postilava che: “(113) Le informazioni date dalle fonti non sono concordi circa queste divisioni in due parti dei territori conquistati in Calabria e in Sicilia tra i due fratelli d’Hauteville. Ad ogni modo, per quanto concerne la Sicilia, Amato di Montecassino, è molto preciso quando riferisce che, dopo la caduta di Palermo, “le Duc donna à son frere, lo cont Roger, toute la Sycille, se non que pour lui reserva la meité de Palerme et la meité de Messine, et la moité de Demede (Val Demone). Et li conferma la parte de Calabre laquelle avoit avant de Sycille”: cfr. Amato, ed. De Bartolomeis, VI, 21, 283, e la testimonianza è confermata da Falcone Beneventano nel brano che riportiamo nella nota seguente. Il Gregorio, Considerazioni, etc.., cit. in Opere scelte, p. 107, credette che Ruggero I di Puglia nel 1091 avesse ceduto a suo zio Ruggero I di Sicilia la metà di Palermo di sua pertinenza, onde ricompensarlo dell’aiuto portatogli nella guerra che aveva avuto dovuto muovere contro suo fratello Boemondo, ribelle in Calabria. L’affermazione del Gregorio si basava su una errata lezione del vecchio testo del Malaterra etc…”. Pontieri, a p. 488, in proposito scriveva pure che: “Le donazioni si susseguirono negli anni seguenti fino al termine della reggenza; si trattò ora di concessioni che Adelasia faceva insieme al figlio Simone o, morto costui con l’altro, Ruggero, ora di conferma di precedenti erogazioni (151); una volta venne spedito ordine ai vicecomiti e gajti di Castrogiovanni di proteggere i religiosi di S. Filippo (152); finalmente, nel marzo 1112 – ultima carta della reggente in favore del suo prediletto monastero – Adelasia e Ruggero confermano all’egumeno Gregorio la donazione, già fattagli dal defunto conte Simone, della chiesa di S. Maria della Gullia (153).”. Pontieri, a p. 488, nella nota (151) postillava: “(151) Lo Shalandon, Histoire, cit., vol. I, pp. 357-59, e lo Scaduto, op. cit., p. 111, hanno riassunto queste concessioni, desumendole dai corrispettivi documenti conservatici nei cartari siculo-normanni, ai quali stiamo facendo continuo ricorso.”. Pontieri, a p. 488, nella nota (152) postillava: “(152) Caspar, Regesten, p. 484, n. 7; G. La Mantia, Il primo documento in carta esistente in Sicilia ecc.., cit., oltre il testo greco della carta l’a. dà pure il testo arabo con la traduzione di I. Di Matteo; Collura, Appendice, p. 14, n. 6: il documento appartiene al 1109.”.

Dal 1111 al 1114, Adele di Fiandra (Adelaide o Adala), moglie di Ruggero Borsa e madre di Guglielmo II di Puglia, la sua reggenza e la contea di Policastro

Ruggero Borsa morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale Cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Alla sua morte il ducato fu ereditato dal figlio Guglielmo, il quale si rivelò un governante debole quanto e più di suo padre. Il dominio fu poi definitivamente ereditato da Ruggero II. Dopo la morte di Ruggero Borsa (Ruggero I di Puglia, figlio di Roberto il Guiscardo), si aprì la successione al Ducato di Puglia con il figlio Guglielmo II di Puglia che però era ancora minorenne e quindi prese la reggenza la madre Adala o Adelaide figlia di Frisone. Da Wikipidia leggiamo che Adelaide di Fiandra (1064 (circa) – aprile 1115) fu regina consorte di Danimarca. Adelaide restò alla corte del fratello Roberto II di Fiandra fino al 1092 quando andò in moglie a Ruggero Borsa, Duca di Puglia. Con lui ebbe: Guglielmo detto Guglielmo II di Puglia che ereditò il Ducato di Puglia e Calabria dopo la morte del padre Ruggero Borsa nel 1111. Da Wikipidia leggiamo che nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia, da non confondere con Guglielmo II di Sicilia detto il “Buono”, figlio di Guglielmo I il Malo. Il duca Ruggero Borsa sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Adele (Ala, Alaina, Athela). Nella prima metà del 1092 sposò Ruggero Borsa, duca di Puglia e Calabria, e già nel maggio 1092 sottoscriveva una donazione del marito al monastero di S. Lorenzo d’Aversa. Dei tre figli avuti da questo matrimonio sopravvisse il solo Guglielmo: Luigi morì poco dopo la nascita, nel 1094, e Guiscardo verso il 1108. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) detto pure Guglielmo II di Puglia, figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1114 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postillava che: “(36)……e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ecc..”.Dunque, in questo breve passaggio l’Ebner ci parla della reggenza di “Adala”, così chima la madre di Guglielmo II di Puglia, moglie di Ruggero Borsa e figlia di Roberto di Fiandra detto il Frisone. “Adala” o “Adelasia”. In un documento pubblicato dall’Ughelli (…), del 1100, che vedremo innanzi, la moglie di Ruggero Borsa, e madre di Guglielmo II di Puglia, viene detta: Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”, in cui compare il Vescovo Arnaldo (a. 1110).  Rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni; le ricche donazioni fatte all’abate Pietro di Cava, sostegno degli Altavilla nel Mezzogiorno, fanno però supporre che ne abbia cercato il potente appoggio. Aveva da poco lasciato la reggenza, quando morì nell’aprile 1114. Fonti e Bibl.: Regii Neapolitani Archivi Monumenta, V, Napoli 1857, n. 445 a pp. 137-139, n. 454 app. 140-143, n. 456a pp. 144-146, n. 460 a p. 155, n. 477 a p. 203; Romualdi Salernitani, Chronicon, in Rer. Italic. Script., 2 ediz., VII, 1, a cura di C. A. Garufi, pp. 200, 207; P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava,Cava dei Tirreni 1877, pp. XVI, XVIII; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, I, Paris 1907, pp. 298 s., 311, 313, 317. Su questa “Adala” ha scritto Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a p. 416 parlando di “Adelasia”, l’ultima moglie di Ruggero I, nella nota (8) postillava che: “(8)…..Ancora più banale è l’annotatore (Naldi) del ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae regis Libri quattuor’ di Alessandro di Telese, nell’edizione fattane dal De Re (‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi e inediti’, vol. I, cit., l. I, c. 3, p. 90, e p. 149, n. 2), là dove, per lumeggiare la persona di “Adelasia”, appena accennata dal cronista, scrisse che fu “figliola di Roberto Marchese delle Fiandre, detto il Frisio, e nipote di Filippo re di Francia e nipote di Bonifacio marchese di Monferrato”. Si dirà, per incidenza, che lo strano abbaglio è avvenuto per la confusione di Adelasia, moglie di Ruggero di Sicilia, con un’altra “Adala” (ricordata dal Malaterra, l. IV, 20, pp. 98-99, e 26, p. 104, con questo nome), la quale, figlia di Roberto il Frisone, fu invece moglie di Ruggero I, duca di Puglia, figlio e successore del Guiscardo.”. Dunque, proprio in questa nota, Pontieri postillava che “Adala” fu la moglie di Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e suo successore.

Dal 1114 al 1127, re Guglielmo II di Puglia e la contea di Policastro

Da Wikipedia leggiamo che Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) detto pure Guglielmo II di Puglia, figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1111 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 92-93, parlando dei Normanni nel Principato Salernitano, in proposito scriveva che: Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia a cui aspirava il cugino Ruggero, già terzo conte di Sicilia per la morte del fratello Simone (a. 1113), ambedue figliuoli di Ruggero, il “Gran Conte” signore della Sicilia (a. 1101) e della Calabria (a. 1120).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner ci parla di tre ‘Ruggero’ ma cita anche “Simone”, fratello del futuro re Ruggero II, ed entrambi figli di Ruggero I di Sicilia, quello che chiama il “Gran Conte”. Dunque, Ebner scrive che Simone, erede primogenito e fratello del futuro Ruggero II d’Altavilla, morì nell’anno 1113. Dunque, se dopo la morte di Roberto il Guiscardo (a. 1085) si aprì la successione fra Ruggero Borsa ed il fratellastro Boemondo, entrambi figli di Roberto il Guiscardo. Dall’altra, dopo la morte, nel 1113 senza eredi di “Guglielmo II di Puglia” (cosiddetto dagli storici moderni), erede e successore di Ruggero Borsa, suo padre e, si aprì la successione con i due fratelli del Regno di Sicilia, i figli di Ruggero I d’Altavilla: Simone ed il futuro Ruggero II d’Altavilla. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1114 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Dunque, sia da Ebner che da Wikipidia apprendiamo che Guglielmo II di Puglia, visse dal 1095 al 1127. Infatti, l’Ebner, a p. 92, nella sua nota (36) riferendosi alla morte di Ruggero Borsa postillava che: “(36)…..e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, dopo la morte di Ruggero Borsa, il figlio minorenne Guglielmo detto “II di Puglia”, diventò “terzo duca” del Ducato di Puglia e di Calabria, con la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ebner, a p. 93, nella sua nota (37) postillava che: “(37) Telsino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis’, III, 2.”. Dunque, riguardo le notizie su “Simone di Sicilia” ed il cugino Guglielmo II di Puglia, Ebner cita il manoscritto o il chronicon di Alessandro Telesino. L’Ebner, a p. 92, nella sua nota (36) riferendosi alla morte di Ruggero Borsa postillava che: “(36) …..e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone.”. Oltre al titolo ducale di Puglia e Calabria, Guglielmo ereditò dal padre anche lo stesso carattere debole e inetto: durante il suo regno, egli, infatti, dimostrò tutta la sua inabilità al governo, che mise in pericolo la stabilità dei domini peninsulari degli Altavilla. Ben presto venne in conflitto con il cugino Ruggero II di Sicilia, uno scontro risolto solo con l’intervento di papa Callisto II, che, nel 1121, riuscì a pacificare i due rivali. Guglielmo e Ruggero giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta di Giordano conte di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Nel 1125, ricevette dal papa Onorio II l’investitura del Ducato di Puglia e Calabria. Nel 1114, aveva sposato Guaidalgrima, una figlia del conte Roberto di Alife, ma i due non ebbero figli. Alla sua morte, nel 1127, Guglielmo non aveva eredi legittimi e l’intero Mezzogiorno normanno fu ereditato dal cugino, il Gran Conte Ruggero, futuro Re di Sicilia. Generalmente considerato una figura insignificante dagli storici moderni, Guglielmo fu molto rispettato dai propri contemporanei, fu popolare fra i suoi feudatari e lodato per la sua abilità militare. Nel 1125, appena trentenne si preoccupò di erigere il proprio mausoleo funebre nella cattedrale di Salerno: era un triste presagio, morì due anni dopo. Ebner, a p. 93, nella sua nota (37) postillava che: “(37) Telsino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis’, III, 2.”. Dunque, riguardo le notizie su “Simone di Sicilia” ed il cugino Guglielmo II di Puglia, Ebner cita il manoscritto o il chronicon di Alessandro Telesino. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi etc…”, a p. 74 (vedi versione a cura del Visconti) parlando della Diocesi e riferendosi a Castelruggero, in proposito scriveva che: “Il re Ruggero, fondatore di questo nostro Regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò al rango di Contea e la donò (52) al suo figlio illegittimo Simone; ecc..”. Dunque, il Laudisio si riferiva al Simone che successe al padre re Ruggero II e non a Ruggero Borsa. Nell’anno 1152, entra in scena Ruggero I d’Altavilla, gran Conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo. Infatti, Ruggero Borsa, non aveva figli di nome Simone. Il “figlio bastardo”, Simone, a cui fanno riferimento le cronache, era figlio di Ruggero I d’Altavilla (e fratello di Ruggero poi detto Ruggero II) e, figlio di Adelasia del Vasto che resse il regno di Sicilia ed altri possedimenti normanni fino al 1122. Il Cataldo (…), a p. 29, scriveva: “Il Duca Roberto Normanno la distrusse nel 1065; il Re Ruggiero poi la ricostruì splendidamente e, insignita del titolo di Contea, la donò al suo figlio bastardo”. Quì il Cataldo, scrive correttamente il “Re Ruggero”, riferendosi a Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo. Si tratta del conte Simone, primogenito di Ruggero I (fratello del Guiscardo e non di Ruggero II). Il Conte Simone, figlio bastardo di Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo e gran-conte di Sicilia. Il Cataldo scrive pure che in quell’anno (a. 1152), Ruggero Borsa offrì al Vescovo il “Castello” “De Rogerio” (il borgo fortificato di Castelruggero). Infatti, in quegli anni, sotto Ruggero Borsa si costituì la baronia ecclesiastica di Torre Orsaia e Castelruggero. Il Cataldo, scriveva ancora su “Simone” (figlio bastardo di re Ruggero I d’Altavilla), che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”.”. La notizia del “Simone” che finì in carcere è veritiera ma ciò non accadde nel 1155. Questo “Simone” era figlio illegittimo di Ruggero I d’Altavilla ed era fratello di Ruggero II d’Altavilla che salirà al trono di Sicilia nel 1130. Il Cataldo, proseguendo ancora il suo racconto scriveva pure che: “L’anno di consegna a Simone fu il 1152, anno in cui Policastro divenne Contea e Ruggiero II offrì al vescovo con perpetua investitura baronale, il Castello, detto da lui “De Rogerio” ecc…” e poi pure che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, ecc…”. Dunque, il passaggio è molto contraddittorio. Le notizie del Cataldo su Policastro sono tratte dal Laudisio e dall’Ughelli. Il Cataldo (….) subito dopo aggiunge che: “Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, ecc..”.

Nel 1122, Ruggero II d’Altavilla re di Sicilia

Da Wikipidia leggiamo che Ruggero II di Sicilia, conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla. Era figlio secondogenito del gran Conte di Sicilia, il normanno Ruggero I d’Altavilla e di Adelasia di Monferrato (Adelaide o Adelasia del Vasto). Fu conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del ‘Regnum Siciliae’ indipendente. Appena ereditato il trono del padre Ruggero I, re Ruggero II confermò con il ‘Crisobollo’ (un privilegio di cui parleremo), dell’aprile 1131, le precedenti donazioni fatte dai suoi predecessori alla chiesa di Rofrano. Alla morte del padre, avvenuta a Mileto nel 1101, sua madre Adelaide del Vasto, riuscì a governare la Sicilia con l’aiuto di valenti consiglieri, mentre lui ed il fratello erano ancora in tenera età. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1122). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei. Nel 1105, morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne conte di Sicilia. Divenuto maggiorenne nel 1112, cessò la reggenza della madre Adelaide del Vasto, e si dimostrò subito in grado di governare con autorità e saggezza, continuando la linea di espansionismo del padre. Nel 1121 sorsero le ostilità fra Ruggero II e suo cugino Guglielmo II, duca di Puglia (figlio e successore di Ruggero Borsa e Adela di Fiandra e nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria e da non confondere con il nipote di Ruggero II, Guglielmo II detto il Buono). Quando nel luglio del 1127, suo cugino Guglielmo II, morì senza figli ed eredi, Ruggero II reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e la Signoria di Capua. Ma Ruggero, in seguito ottenne la corona: il 27 settembre 1130 una Bolla di Anacleto II, consegnata al duca di Puglia presso la città di Avellino, fece Ruggero Re di Sicilia. Ruggero II era così divenuto uno dei più potenti sovrani d’Europa. Nell’estate del 1140 ad Ariano Irpino promulgò le ‘Assise di Ariano’, il corpus giuridico che formava la nuova costituzione del Regno di Sicilia. A lui si deve anche l’istituzione del ‘Catalogus baronum’, l’elenco di tutti i feudatari del regno, stilato per stabilire un più attento controllo del territorio, dei rapporti vassallatici e quindi delle potenzialità del proprio esercito. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 469 a scrivere che: “E’ probabile che l’insediamento, per lo meno ufficiale, avvenisse nel 1112…..E’ questo l’ultimo atto pubblico in cui interviene Adelasia nella sua qualità di reggente. Ruggero II aveva ormai raggiunto il suo sedicesimo anni di età. Anche se non possiamo con esattezza stabilire quanto legalmente ebbe termine la reggenza, piace alla fantasia raffigurarsi, sulla scorta del surriferito documento, il giovinetto Ruggero, uscito di minorità, a lato di sua madre nell’atto in cui questa, nello sfondo regale etc…”. Il Pontieri, a pp. 468-469, in proposito scriveva pure che: “Senonchè questo curioso condominio, di cui Ruggero II otterrà nel 1122 l’annullamento da parte del debole cugino Guglielmo I in rivalsa degli aiuti allora da lui prestatigli (114), era stato inteso nel senso che al duca di Puglia fosse devoluta la metà dei tributi riscossi nei nuemerevoli territori, senza che ciò giustificasse una limitazione della giurisdizione del conte di Sicilia e di Calabria su di essi: nulla, pertanto, impediva che questi elevasse alla funzione permanente di capitale del suo stato Palermo etc…”. Pontieri, a p. 469, nella nota (114) postillava che: “(114) Falcone Beneventano, Chronicon de rebus aetate sua gests’, in Del Re, Cronisti, cit., vol. I, p. 186: “medietatem suam Palermitanae civitatis, et Messanae et totius Calabriae”, d’accordo Romualdi Salernitano, ed. Garufi, p. 213: “mediam civitatem Panormi que ei (‘scil.: Guglielmo I) iure hereditario pertinebat, illi (scil.: Rogerio II) vendidit”.”.

I dissidi col cugino Ruggero II d’Altavilla, futuro re di Sicilia

Guglielmo (Guglielmo II di Puglia, figlio di Ruggero Borsa), ben presto venne in conflitto con il cugino Ruggero II di Sicilia, uno scontro risolto solo con l’intervento di papa Callisto II, che, nel 1121, riuscì a pacificare i due rivali. Guglielmo e Ruggero giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta del barone Giordano di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Nel 1125, ricevette dal papa Onorio II l’investitura del Ducato di Puglia e Calabria. Nel 1121 sorsero le ostilità fra Ruggero II e il cugino Guglielmo, nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria; lo scontro venne risolto solo con l’intervento di papa Callisto II, che riuscì a pacificare i due rivali facendoli giungere ad un accordo, secondo cui il conte di Sicilia procurava al cugino uno squadrone di cavalieri con i quali reprimere la rivolta del barone Giordano di Ariano; in cambio, Guglielmo abbandonava i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Ruggero II, già principe di Salerno, si recò a Reggio e venne riconosciuto duca di Calabria e di Puglia, Conte di Sicilia con dominio su Amalfi e Gaeta, su parte di Napoli, su Taranto, Capua e Abruzzi. Guglielmo, incapace di opporsi all’anarchia dei baroni, è in grado di amministrare soltanto i suoi possedimenti diretti, attorno a Salerno. Si trova perfino costretto ad abbandonare la Calabria come i suoi ultimi territori siciliani al cugino, Ruggero II, in cambio del suo aiuto contro il potente Giordano d’Ariano. Alcune città riescono a prendere la loro autonomia comunale (quali Gaeta nel 1123, Napoli intorno al 1129-1130 nel suo ducato rimasto indipendente, Bari o Troia in Puglia). Un ritratto di Guglielmo viene fornito dal cronista Romualdo, arcivescovo di Salerno, che gli era grato per i favori accordati alle istituzioni ecclesiastiche: secondo Romualdo, il duca, nonostante fosse di corporatura gracile, sarebbe stato un forte e audace cavaliere, generoso, affabile, pio e buono con tutti, amatissimo dai suoi uomini, molto impegnato a favore della Chiesa e dei suoi ministri. Precedentemente però il cronista non aveva tralasciato di sottolineare che il duca proprio per il suo carattere fosse disprezzato da alcuni. Ne emerge quindi l’immagine di un personaggio mite, molto legato alla Chiesa, che non riuscì a imporsi sui propri vassalli e a evitare che il Mezzogiorno peninsulare cadesse in uno stato di anarchia, a cui fu posto fine soltanto quando Ruggero II di Sicilia se ne impossessò. La crescente anarchia in Puglia, dovuta alla debolezza di Guglielmo, nell’agosto 1115 dava al papa l’occasione per rinforzare il suo ruolo imponendo a Troia una pace di Dio: i conti Roberto di Loritello e Giordano di Ariano nonché tutti i baroni della Puglia giurarono di osservare questa pace per tre anni, ma l’impegno fu presto disatteso. Le lotte interne nella città di Bari sfociarono nel 1117 nell’uccisione dell’arcivescovo Risone, mentre il signore della città, Grimoaldo Alferanite, si proclamò nel 1118 principe e stipulò alcuni anni più tardi, nel 1122, un trattato con Venezia. L’esiguità del potere esercitato dal duca di Puglia divenne evidente quando, nel 1120, dovette intervenire il papa per costringere Alessandro, conte di Matera, a rimettere in libertà Costanza, la vedova dello zio paterno di Guglielmo, Boemondo (I) di Taranto, principe di Antiochia. Guglielmo intervenne soltanto tardivamente in aiuto di Costanza con una spedizione militare che sembra non aver avuto nessun effetto. In questi anni Guglielmo non era in grado di dare un sostegno al suo signore feudale, il papa, che poté contare soltanto sull’appoggio di Roberto principe di Capua. Guglielmo prestò il giuramento di fedeltà nel 1118 al papa Gelasio II e nel 1120 al suo successore, Callisto II. Quest’ultimo, immediatamente dopo aver concesso l’investitura a Guglielmo, nell’ottobre 1120, si recò a Troia per cercare di imporre una tregua di Dio e poi cercò di ristabilire la pace anche a Bari, dove ottenne la liberazione di Costanza. A Troia il papa aveva costretto Guglielmo a restituire alcune terre al monastero di S. Nicola di Troia. Si tratta di un ulteriore indizio della debolezza di Guglielmo, avvalorato anche dal fatto che una serie di vassalli del duca di Puglia entrarono in un rapporto di diretta dipendenza feudale dal papa. Nel frattempo in Sicilia era succeduto a Ruggero I il figlio Ruggero II, che riuscì ad aumentare il già alto prestigio conquistato dal padre. Nel febbraio 1122 Guglielmo si recò a Messina per chiedere a Ruggero II di aiutarlo contro il conte Giordano di Ariano. Secondo il cronista Falcone di Benevento Guglielmo avrebbe chiesto al conte di Sicilia un sostegno sia in uomini, sia in denaro. Per convincere Ruggero Guglielmo gli avrebbe riferito le minacce e umiliazioni da lui subite per opera di Giordano. Ruggero II non rifiutò l’aiuto a Guglielmo, suo signore feudale oltre che nipote, ma se lo fece ben ricompensare. Mise a disposizione di Guglielmo sei o settecento cavalieri nonché il denaro necessario e ottenne in cambio che il duca, ufficialmente come i suoi predecessori duca di Puglia, Calabria e Sicilia, rinunciasse alla metà di Palermo, Messina e della Calabria, che erano in suo possesso. Di conseguenza, Calabria e Sicilia erano ora per intero nelle mani di Ruggero. Con l’aiuto datogli da Ruggero Guglielmo attaccò subito Giordano strappandogli il castello di Roseto e altri possedimenti, conquistando e saccheggiando il castello di Montegiove per poi assediare il castello di Apice, residenza del conte di Aversa; grazie al sostegno dei Beneventani Guglielmo riuscì poi a espugnarla e a ottenere la sottomissione di Giordano. Successivamente il duca fece riconoscere il suo dominio ad Ariano e in tutta la contea. Poi assediò e conquistò il castello di Montecorvino, vicino Salerno. Infine punì con severità a Montevico l’uccisione di un barone normanno, Guarino di Ollia, da parte dei suoi villani. In queste azioni Guglielmo appare come un energico uomo di azione, ma dal racconto di Falcone (…) si apprende che i suoi successi erano dovuti ai cavalieri messigli a disposizione dal conte di Sicilia. Quando questi se ne tornarono in Sicilia, il duca fu costretto a chiedere aiuto a Giordano (II), dal 1120 principe di Capua, e ai Beneventani. Alla fine del 1122 Guglielmo si recò a Salerno, dove restò fino al giorno della sua morte. Falcone sottolinea al riguardo che il Ducato di Guglielmo conobbe in seguito un periodo di pace e quiete; in verità il duca era riuscito a imporre il suo dominio soltanto in alcune parti della Campania, ma non in Puglia e Basilicata. Questo spiega l’intervento di Ruggero II di Sicilia, il quale nel 1124 fece una spedizione militare a Montescaglioso, ai confini tra Basilicata e Puglia, per impossessarsi dell’eredità della sorella Emma, vedova di Radolfo (Raoul) signore di Montescaglioso, morta intorno al 1120. L’azione di Ruggero ignorava, oltre ai diritti di Guglielmo, anche quelli della già ricordata Costanza, reggente per il figlio Boemondo (II); Costanza nell’aprile 1121 aveva conquistato un castello sul Basento, nel territorio della signoria di Montescaglioso, ufficialmente con l’aiuto di Guglielmo e di Tancredi di Conversano, ma più probabilmente soltanto quest’ultimo era intervenuto con efficacia. Sappiamo poco sugli ultimi anni di Guglielmo. Il giorno della morte indicato da Romualdo Guarna (Romualdo Salernitano) in quello della festa di S. Nazario, cioè il 28 luglio (mentre Falcone lo colloca al 1° agosto) è lo stesso ricordato dai necrologi di S. Matteo di Salerno, di Montecassino e della Ss. Trinità di Venosa. Falcone racconta che la moglie di Guglielmo, alla sua morte, si sarebbe tagliata i capelli e si sarebbe gettata sul cadavere piangendo e gridando disperatamente. Altrettanto dolore avrebbe manifestato la popolazione di Salerno che si recò nel palazzo ducale per piangere il duca sul letto di morte, mentre l’arcivescovo salernitano avrebbe organizzato un funerale particolarmente solenne. Dopo le esequie celebrate nella cattedrale il duca, sempre secondo Falcone, fu sepolto in una tomba preziosamente ornata; Romualdo Guarna parla invece di una sepoltura nella cattedrale nello stesso sacello del padre. Il sarcofago in cui fu inumato G. si è conservato nell’atrio della stessa cattedrale. Si tratta di un sarcofago “di Meleagro” appoggiato alla facciata della chiesa con rielaborazioni medievali sulle facce laterali del coperchio (Herklotz, p. 76). Guglielmo non lasciò figli e, per quanto riguarda la successione nel Ducato, sembra che egli avesse fatto promesse da ogni parte.

IL RACCONTO DI GIOVANNANTONIO SUMMONTE, di ANDREOTTO LORIA e di SAMBIASE

In primo luogo bisogna dire che le notizie e le ricerche genealogiche sulle origini di alcuni personaggi, ed in particolare dei Oria e dei Loria, per tutte le notizie e gli autori che si citeranno dipesero da alcuni scritti del ‘600. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 19-20 scriveva che: Molte però erano, a proposito del Lauria, le imprecisioni che veicolava questa storiografia e per la quale deponevano a favore le attenuanti che il napoletano Giovan Antonio Summonte (17) evidenziò proprio sul nostro personaggio, ovvero la penuria di notizie che concernevano Ruggero e l’impegno che egli vi aveva nondimeno profuso per rintracciarle (18). A voler infatti prestar fede al Summonte, Ruggero di Lauria – nominato dell’Oria secondo un ricamo ortografico che può ragionevolmente ritenersi una libera, quanto originale iniziativa summontiana (19) – si sarebbe precocemente ribellato a Carlo I d’Angiò, in seguito all’uccisione del padre. Questa ribellione sarebbe altresì da presupporre insieme ad una residenzialità del Lauria nel Regno, poiché successivamente ad essa il Nostro si costituirebbe, per il tramite di Giovanni da Procida, tra gli affiliati di re Pietro, già III d’Aragona, il quale lo investe del ruolo di ammiraglio e lo pone a capo della sua armata (20).”. La Lamboglia, a p. 20, nella nota (18) postillava: “(18) L’opera di revisione e di pesante manipolazione a cui fu indotto il Summonte già pubblicati i primi due tomi, e che non gli valsero né a tutelarlo dalla condanna penale, né a scampare nuove messe all’indice dell’Historia, resero particolarmente complessa la vicenda editoriale di una storia suddivisa in parti – le cui prime due videro la luce a Napoli nel 1601-1602, presso la stamperia di Giovanni Giacomo Carlino e facevano giungere la narrazione fino al 1442; la terza fu stampata postuma, nel 1640, ancora a Napoli, per Domenico Montanaro, e continuava le vicende fino al 1500; quindi, la quarta ed ultima parte fu edita nuovamente per il Montanaro tre anni dopo, e si arrestava al 1582. Qui, come nei luoghi a seguire, si cita tuttavia dall’edizione Dell’Historia della città, e Regno di Napoli di Gio. Antonio Summonte napolitano (…), Seconda editione, In Napoli, a spese di Antonio Bulifon Libraro all’insegna della Sirena, 1675, 4 tomi, t. II, l. III, pp. 294-295.”. Sulle notizie e le ricerche genealogiche dei Loria, Augurio e Musella, a p. 24 scrivevano pure: “Siamo così giunti al padre dell’Ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23)”. I due studiosi, a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Per ulteriori approfondimenti cfr. ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878. Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Augurio e Musella citano “‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878”. Su questo testo “Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?”, i due studiosi citano per D.A.L., Napoli 1878″. Su questo autore “D.A.L.”, citato da Augurio e Musella, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 33-34 riferendosi a Ruggero dell’Oria scriveva che: In proposito, ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggero e Andreotto Loria’ (63) offrivano sia un albero genealogico, sia una geografia dei possedimenti bell’e definiti.”. La Lamboglia, a p. 33, nella sua nota (63) postillava su questo testo: “(63) Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: La famiglia di Ruggiero Loira è Catalana, Siciliana, o Calabrese? Per D. A. L. [sic], Napoli, Stabilimento Tipografico di S. Marchese, 1878. (64) Sotto l’acronimo “per D. A. L.”, si cela infatti il redattore, ovvero quel Davide Andreotti Loria, già autore di una Memoria del Comune di Cosenza a sua eccellenza il Ministro dell’Interno e di una Storia dei Cosentini, rispettivamente, degli anni 1863 e 1869-74 [cfr. D. ANDREOTTI, Memoria del Comune di Cosenza a sua eccellenza il Ministro dell’Interno, Cosenza, dalla tip. Bruzia, 1863 (poi anche come Cosenza, Tip. Municipale, 1869) e ID., Storia del Cosentini, Napoli, Stabilimento Tip. di S. Marchese, 1869-74, 3 voll., poi in varie riproduzioni fotomeccaniche, tra cui ID., Storia del Cosentini, Cosenza, Editrice Casa del Libro, 1958-1959, 3 voll., e con prefazione di S. DI BELLA, è D. ANDREOTTI, Storia del Cosentini, Cosenza, Pellegrini, 1978, parimenti in 3 voll.] Ulteriore conferma della coincidenza d’identità viene anche da uno stesso stile di scrittura ed una stessa modalità di argomentazione tra alcuni passi del vol. I della Storia ed il testo delle Memorie [cfr. ANDREOTTI, Storia dei Cosentini, vol. 2, p. 3 (qui, citata nell’edizione e ristampa anastatica, Cosenza, Brenner, 1987, 3 voll.).”. Dunque, D.A.L. è un acronimo con cui la Lamboglia ha chiarito essere un testo manoscritto di Andreotto Loria. Ritornando ai ‘ORIA’, Giuseppe Del Re (….), nel suo “Scrittori sincroni napoletani etc…Normanni, vol. nico”, pubblicò il “Catalogus Baronum”, dove a p. 577 troviamo i “De Oria”, e si cita il nome di Bulfanaria, madre di Roberto e di Gibel e seconda moglie di Ruggero de Oria. La Lamboglia a pp. 33-34, in proposito scriveva che: Se complicato risulta il quadro dei possedimenti, non è da meno quello delle relazioni parentali riferibili a Ruggero (62).”. La Lamboglia, a p. 33, nella nota (62) postillava: “(62) Gli studi relativi ai processi di formazione delle genealogie solo da qualche decennio a questa parte hanno cominciato ad interessare alcuni settori della storiografia italiana, per la quale si segnala soprattutto R. BIZZOCCHI, Genealogie impossibili. Scritti di Storia nell’Europa Moderna, Bologna, il Mulino, 1995 (Monografia, 22).”. Sul racconto di Girolamo Sambiasi e le origini dei Loria, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 21, nella nota (21) postillava che: “(21) Una Terranuova di Aita, insieme a Lauria (PZ), Tortora (CS), Lagonegro (PZ) ed altre terre, riferisce anche G. SAMBIASI, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie, Sala Bolognese, Forni Editore, 1969 (ristampa anastatica della 1a ed. Ragguaglio di Cosenza, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie. Scritto dal molto rev. P. maestro fra Girolamo Sambiasi cosentino (…) Coll’aiuto delle scritture del signor Pier Vincenzo Sambiasi cavalier cosentino, In Napoli, per la vedova di Lazaro [tip.], 1639), p. 94, con possibile confusione tra le due diverse località cosentine, Terranova (feudo) e Aieta.”. Dunque, molte notizie storiche a cui si rifece il Sambiasi nel parlare dei Loria erano riferibili alla Platea dei beni che fece comilare il vescovo di Cosenza Luca Campano, una Platea del 1223, epoca sveva.

Nel …….., la longobarda BULFANARIA DE ORIA, seconda moglie di Ruggero dell’Oria e madre di Gibel de Loria

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 33, in proposito scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: “Costui, a sua volta, innestava il proprio sangue a quello della stirpe longobarda, i cui principi quindi lo rendevano “signor d’Oria, di Paduli, di Montefuschi, di Terrarossa e di Apice, feudi che trasmise dietro il suo decesso a Ruggiero, che in prosieguo possedè Oria col titolo di conte (66).”. La Lamboglia scriveva che Ugone Tudextefen, era diventato signore dell’Oria, acquisendone i suoi feudi e territori a seguito del matrimonio con la nobile di origine longobarda Altrude. Altrude e Ugone avranno come figlio Ruggero dell’Oria che sposerà Bulfanaria, anch’essa di origine longobarda. Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a p. 23, in proposito scrivono che: “Ruggiero, conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuto il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel. Gibel, nonno del nostro Ammiraglio. Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., op. cit., Roma, 1984, n. 101.”. Dunque, secondo i due studiosi, BULFANARIA fu la seconda moglie di Ruggero dell’Oria, da cui ebbe Roberto e Gibel. Francesco Augurio e Silvana Musella (…..), nel loro “Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo”, a p. 24 scrivevano pure: “Siamo così giunti al padre dell’Ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23)”. I due studiosi, a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Per ulteriori approfondimenti cfr. ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878. Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Dunque, secondo i due studiosi Bulfanaria risulta la madre di Roberto di Lauria o dell’Oria e non di Gibel. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), e soprattutto facendo propria un’equivalenza onomastica tra Oria-Loria / dell’Oria-di Loria, chiaramente derivata dalla lettura del Summonte, l’Autore delle Memorie poteva dunque far coincidere i dati parentali del Catalogus Baronum, strettamente riferiti ai conti dell’Oria, con quelli dei Loria, mediante le figure di un Ruggero conte dell’Oria, sposo di Bulfanaria de Oria, ed entrambi genitori tanto di un Roberto di Oria, quanto di un Gibel de Loria, con evidente confusione o interpolazione di notizie, poiché relativamente a Bulfanaria, nel Catalogus, solamente è detto: 229 ¶ Bulfanaria mater Robberti de Oria sicut dixit tenet in Oria feudum unius militis et cum | augmento obtulit milites duos (68). Suddetta Bulfanaria, che è da identificare secondo appunto il Catalogus esclusivamente con la madre di un Robbertus Mustacze (infra ¶ 178) (69), tenuto alla riparazione del castello di Oria, dall’Autore delle Memorie viene presentata invece come madre anche di un Gibel, del quale, tuttavia, ancora nel Catalogus, è riferito unicamente: 419 ¶ Gibel sicut dixit Guarrerius(…) tenet feudum unum (…) militis et cum augmento obtulit militites duos (70).”. In primo luogo faccio notare che qui la Lamboglia scrive “Bulfanaria de Oria”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177.”. Dunque, la Lamboglia scriveva che Bulfanaria era citata al n. 229 del ‘Catalogus Baronum’ dove è scritto che: “229. II. Bulfanaria mater Robberti de Oria sicut dixit tenet in Oria feudum unius militis et cum | augmento obtulit milites duos (68)”, ovvero che è scritto che “Bulfanaria, che è da identificare secondo appunto il Catalogus esclusivamente con la madre di un Robbertus Mustacze” e non madre di Gibel de Loria. La Lamboglia scrive che nel Catalogus Baronum Robbertus Mustacze (infra ¶ 178) (69), tenuto alla riparazione del castello di Oria”. La Lamboglia dubita su queste notizie e opina che: “dall’Autore delle Memorie viene presentata invece come madre anche di un Gibel, del quale, tuttavia, ancora nel Catalogus, ecc…”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nella nota (68) postillava che: (68) Catalogus, p. 56.”. Nel ‘Catalogus Baronum’, al n. 178 “ROBBERTUS MUSTACZE feudatario di Thomasius de Sancto Johanne (n. 176) in castro fraz. Diso. Figlio di Bulfanaria (n. 229)“. Però, sempre nel ‘Catalogus baronum’ al n. 229 scrive che: “229. BULFANARIA mater ROBBERTI DE ORIA feud. in capite de domino Rege in Oria. E’ da identificare nella madre di Robbertus Mustacze (infra n. 178) tenuto alla riparazione del castello di Oria.”.

Nel 1127, il conte normanno RUGGERO CONTE DELL’ORIA, figlio di UGONE e di Altruda e padre di GIBEL DI LORIA

Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “….UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria. E tale Ruggiero il Normanno, trovò il valoroso RUGGIERO, figlio di UGONE e della bella ALTRUDA, di sangue longobardo. A Ruggiero, seguì UGONE II, poi TOMMASO, col quale si spense il ramo primogenito. Un ramo collaterale era passato in Udine e un altro in Calabria, a Cosenza, originato da un GIBEL, ultimo figlio di Ruggiero, da cui nacquero GIOVANNI, TOMMASA, GIACOMO e RICCARDO. Tommasa sposò un Sanfelice, cosentino. Di Giovanni fa cenno l’Aceti, nelle sue Annotazioni al Barrio. Fra Girolamo Sambiasi, nel “Ragguaglio di Cosenza” (Napoli, 1637), parla distesamente del lignaggio dei Loria (non più dell’Oria), dei loro feudi, matrimoni, vendite e delle prebende per la mensa arcivescovile, ricordate nella Platea di Luca Campano, arcivescovo di Cosenza nel 1223.”. Dunque, il Pepe scriveva che “Ruggero il Normanno” (Ruggero II d’Altavilla) “trovò il valoroso RUGGIERO, figlio di UGONE e della bella ALTRUDA, di sangue longobardo.”. Dunque, Ruggiero (dell’Oria), al tempo di Ruggero II d’Altavilla era figlio di UGONE e di sua moglia “ALTRUDA” di sangue Longobardo. Dall’unione con la bella Altruda e Ugone nacque RUGGERO DELL’ORIA, il quale si sposò con BULFANARIA. Il Pepe scriveva che Un ramo collaterale era passato in Udine e un altro in Calabria, a Cosenza, originato da un GIBEL, ultimo figlio di Ruggiero, da cui nacquero GIOVANNI, TOMMASA, GIACOMO e RICCARDO”. Dunque, il Pepe scriveva che GIBEL DE LORIA era l’ultimo loro figlio di RUGGERO DELL’ORIA e BULFANARIA. Il Pepe (….), sulla scorta di Girolamo Sambiase scriveva che da GIBEL DE LORIA, figlio di Ruggero dell’ORIA (e di Bulfanaria) si originò il ramo collaterale dei Loria in Calabria. Dunque, secondo il Pepe, Gibel de Loria era l’ultimo figlio di questo RUGGERO DELL’ORIA, il quale era sposato con la sua moglie chiamata BULFANARIA. Il Pepe prosegue parlando di Gibel di Loria e dei suoi figli, tra cui RICCARDO di Loria che sarà il padre del celebre Ammiraglio. I due studiosi Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 23-24-25, in proposito alla famiglia e origini del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, indicano delle notizie storiche di notevole interesse. Questi, fanno derivare le origini di Ruggero di Lauria a suo nonno Gibel di Lauria, padre di suo padre Riccardo di Lauria, Giustiziere di Basilicata. Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 22-23 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “La storia della famiglia di Ruggiero si riallaccia alla saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: “Essendo Guglielmo coi suoi fortificato in Melfi il Capitano dei Greci con uno esercito di 60 mila combattenti andò verso loro per discacciarli ecc…ecc…(20)”. I due studiosi a p. 22, nella nota (20) postillavano che: “(20) G.A. Summonte, op. cit., tomo I, pp. 456-457,”. I due studiosi, a p. 23 aggiungevano su Ugone Tudextifen che: “Inutile precauzione perchè il giorno successivo, pur combattendo valorosamente, i greci furono posti in fuga e i territori di Melfi, Venosa e Lavello rimasero in mano normanna. Questo dunque era il carattere di Ugone, antenato del nostro ammiraglio. Buon sangue non mente! Ugone, signore e poi conte di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa e di Apice, sposò una fanciulla longobarda di nome Altruda ed ebbe come figlio il valoroso Ruggiero conte dell’Oria.. Dunque, i due studiosi scrivono che Ugone, conte dell’Oria, Padula, Montefusco ecc.., si unì in matrimonio con Altruda da cui ebbe un figlio chiamato Ruggero che diventerà conte dell’Oria. Dunque, stando ai due studiosi, Augurio e Musella, quando, nel 1127, Ruggiero conte dell’Oria si unì a papa Onorio II contro Ruggero II d’Altavilla, avendo perso la battaglia, “Fu questo il motivo per cui quando papa Onorio II, per la morte del duca Guglielmo il Normanno, si recò a Benevento temendo che il duca di Sicilia Ruggero il Normanno avesse mire espansionistiche sugli stati di Puglia e di Calabria, Ruggiero conte dell’Oria fu tra i confederati del Papa. Per la strepitosa vittoria del duca di Sicilia e la resa dei castelli di Brindisi, Castro e Oria, Ruggiero, oltre ad Oria perse pure le terre di Paduli e Montefusco, restandogli solo Terrarossa e Apice. A seguito di un capovolgimento di alleanze, Ruggiero riottenne la contea di Oria perdendo definitivamente le altre due in quanto acquisite dallo stesso normanno per la loro posizione strategica. Ruggiero conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuta il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel.”. Dunque, accadde che Ruggero dell’Oria, dopo la sconfitta di papa Onorio II contro Ruggero II d’Altavilla, nel 1127, perse tutti i suoi possedimenti di Oria (forse Lauria), Padula, Montefusco e gli restarono solo quelli di Terrarossa e Apice. Ma, Ruggero dell’Oria, a causa di accordi ed alleanze, riottenne la contea dell’Oria. Augurio e Musella scrivevano che RUGGERO CONTE DELL’ORIA ebbe due mogli. Dalla prima moglie di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel.”. Dunque, secondo i due studiosi, Ruggero conte dell’Oria, ebbe due mogli. Dalla prima moglie, di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: Ugone, Stefano e Guglielmo e, dalla seconda moglie chiamata Bulfanaria, ebbe Roberto e Gibel di Lauria. Ritornando ai ‘ORIA’, Giuseppe Del Re (….), nel suo “Scrittori sincroni napoletani etc…Normanni, vol. nico”, pubblicò il “Catalogus Baronum”, dove a p. 577 troviamo i “De Oria”, e si cita il nome di Bulfanaria, madre di Roberto e di Gibel e seconda moglie di Ruggero de Oria. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), e soprattutto facendo propria un’equivalenza onomastica tra Oria-Loria / dell’Oria-di Loria, chiaramente derivata dalla lettura del Summonte, l’Autore delle Memorie poteva dunque far coincidere i dati parentali del Catalogus Baronum, strettamente riferiti ai conti dell’Oria, con quelli dei Loria, mediante le figure di un Ruggero conte dell’Oria, sposo di Bulfanaria de Oria, ed entrambi genitori tanto di un Roberto di Oria, quanto di un Gibel de Loria, con evidente confusione o interpolazione di notizie, poiché relativamente a Bulfanaria, nel Catalogus, solamente è detto: 229 ¶ Bulfanaria mater Robberti de Oria sicut dixit tenet in Oria feudum unius militis et cum | augmento obtulit milites duos (68). Suddetta Bulfanaria, che è da identificare secondo appunto il Catalogus esclusivamente con la madre di un Robbertus Mustacze (infra ¶ 178) (69), tenuto alla riparazione del castello di Oria, dall’Autore delle Memorie viene presentata invece come madre anche di un Gibel, del quale, tuttavia, ancora nel Catalogus, è riferito unicamente: 419 ¶ Gibel sicut dixit Guarrerius (…) tenet feudum unum (…) militis et cum augmento obtulit militites duos (70).”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177.”.

I feudatari della Contea di Capaccio e la Signoria di Novi

Piero Cantalupo, nel suo “Acropolis”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Dal primogenito di Pandolfo, che, come s’è detto, portava il titolo di conte di Capaccio, nacquero un altro Pandolfo, Gregorio, Guaimario, Gisulfo e Todino; di tutti questi sappiamo molto poco (4), fatta eccezione per il secondo Pandolfo, che in un documento del 1103 è chiamato Signore di Capaccio e è indicato quale parente di Guglielmo di Mannia, il signore di Novi (5). In che consisterebbe questo rapporto di parentela, non è dato sapere, ma, poichè dalla stessa carta risulta che il solo Pandolfo era congiunto del detto Guglielmo e non i fratelli Gregorio e Gisulfo, ivi elencati assieme a lui, se ne può dedurre che il signore di Capaccio aveva sposato propabilmente una sorella o meglio una figlia di Guglielmo (6). Questo spiegherebbe perchè alla morte di quest’ultimo il feudo di Novi passò al figlio del secondo Pandolfo, anch’egli di nome Guglielmo, che, assunto il cognome ‘de Mannia’, ne divenne III signore, come risulta da un documento del 1134 (7). Il figlio di costui, GISULFO DI MANNIA, IV signore di Novi, menzionato in una carta del 1167 (8), è ricordato anche nel Catalogo dei Baroni, dal quale sappiamo che pssedeva pure il vicino feudo di Gioi e la metà di Magliano oltre ad avere come vassallo Enrico di Monteforte etc…”. Dunque, il Cantalupo, chiarisce scrivendo che il nostro “Gisulfo”, padre di “Guido e Alessandro” dovrebbe essere: Dal primogenito di Pandolfo, che, come s’è detto, portava il titolo di conte di Capaccio, nacquero un altro Pandolfo, Gregorio, Guaimario, Gisulfo e Todino; di tutti questi sappiamo molto poco (4), etc..”. In questo passaggio il Cantalupo scriveva che Gisulfo, insieme ai fratelli Pandolfo, Gregorio, Guaimario e Todino, era figlio del “primogenito” di Pandolfo I di Capaccio, ovvero di colui che a p. 133 chiama “Guaimario conte di Capaccio”. Dunque, Gisulfo era figlio di Pandolfo (II) di Capaccio ed era nipote di Guaimario di Capaccio. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (4) postillava che: “(4) Gregorio e Gisulfo sono ricordati nel 1103 (ABC, D 41), il primo anche nel 1104 (ABC, XVII, 103) ed il secondo ancora nel 1134 (ABC, G, 12). Guaimario era monaco a Cava nel 1137 (Guillaume, op. cit., pp. 108-9; da accogliersi la supposizione del Talamo Atenolfi, op. cit., Tav. III, nn. 5 e 20). Todino viene menzionato in un doc. del 1130 per una concessione di beni alla Badia cavense nelle località di Celso e di Novelle (G. Volpe, Notizie Storiche delle antiche città e de’ Principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, p. 86).”.

Nel 1130, re Ruggeo II d’Altavilla, Castel Ruggero e Torre Orsaia

Da Wikipidia leggiamo che Castel Ruggero (scritto anche nella forma Castelruggero) è una frazione di Torre Orsaia, in provincia di Salerno. È stato un comune italiano fino al 1929. La storia del paesino inizia intorno all’anno mille, all’epoca del condottiero normanno Roberto il Guiscardo, quando le incursioni dei pirati, la malaria e la distruzione di Policastro, messa in atto dallo stesso Guiscardo nel 1065, spinsero le popolazioni costiere a spostarsi verso zone più interne del territorio. Venne così a costituirsi un primo centro abitato nella ” Terra Turris Ursajae “. Il luogo su cui attualmente sorge Castel Ruggero, considerato poi di grande importanza strategica dai Longobardi ospitò intorno al 1150 un accampamento delle truppe di Ruggero il Normanno, da cui il nome “Castra Roggerii”. Successivamente prese il nome di Torre Superiore, per distinguerlo da Torre Inferiore, l’attuale Torre Orsaia.

Antonini, p. 417

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 417 parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Ma ritornando a Policastro, tal fu la cura di Ruggiero in ripararlo, e talmente lo rifece, che trentaquattro anni dopo, cioè nel (I) MXCIX. precedente la bolla di Pasquale II. Alfano Arcivescovo di Salerno vi fondò, e pose la Cattedra Vescovile ecc…”. Dunque, l’Antonini ci parla degli anni intorno al 1099, e ci parla del primo vescovo Pietro Pappacarbone. Dunque, Antonini, sulla scorta forse dell’Ughelli, non si riferisce a Ruggero II d’Altavilla re di Sicilia e a suo figlio naturale ed illegittimo Simone ma si riferisce a Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo che dominerà sulle nostre terre dall’anno 1085, dopo la morte del padre Roberto e con la madre Sighelgaita. Nel 1831, Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi etc…”, a p. 74 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Il re Ruggero, fondatore di questo nostro Regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò al rango di Contea e la donò (52) al suo figlio illegittimo Simone; nello stesso tempo concesse al vescovado il feudo di quel castello che da lui fu detto Castel Ruggero. Come risulta poi da un antico manoscritto, poichè in un bosco adiacente si vedevano molto spesso degli orsi nelle vicinanze di una torre che vi era eretta, il luogo cominciò ad essere frequentato dai coloni che vi andavano a caccia, e così a poco a poco quel feudo da rustico divenne urbano e prese il nome di Torre Orsaia. L’abate Troyli, invece, sempre richiamndosi al nome della città, pensa che da quella località presso il loro nome i popoli ursentani, che al tempo di Plinio, nel 72 dopo Cristo, venivano annoverati tra i popoli lucani. (53).”. Il Laudisio, a p. 17 (vedi versione a cura del Visconti), nella sua nota (….) postillava che: “(52) Ughel., cit., tomo 7, col. 758 (p. 542: Robertus, Normandus dux, ann. Christi 1065 eam destruxit, quam Rogerius rex magnificentius inde restituit ac comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit).”. Il Laudisio, a p. 18, nella sua nota (53) postillava che: “(53) Plin. lib. 3, cap. 2 (lib. III 11, 98: ecc…; Troyli, Historia Neapolitani, tomo I, part. 2, n. 66 (pp. 171-172 (…)dir si puote che i medesimi (popoli orsetani) si denominarono tali dalla Torre Ursaia, nella parte superiore di Policastro, al fiume Selo più delle altre vicina; terra oggidì popolata ed alla Mensa vescovile appartenente)”. Dunque, il Laudisio scriveva chiaramente che l’origine del toponimo di Castelruggero deriva da re Ruggero II, re di Sicilia che, nell’anno 1052, donò al figlio illegittimo Simone, la elevata contea di Policastro e “nello stesso tempo concesse al vescovado il feudo di quel castello che da lui fu detto Castel Ruggero”. Dunque, a differenza dell’Antonini, il Laudisio mi sembra più preciso. La notizia è tratta dall’Ughelli che però a mio avviso confonde alcune cose. Dunque, stando a ciò che ha scritto l’Ughelli (….), la Contea di Policastro, fu donata da “Rogerius Rex” al figlio suo bastardo, col titolo di Contea. A chi si riferiva l’Ughelli dando la notizia del “Rogerius Rex” ?. Su questo “Simone” ha scritto il Troyli (….), che, nel suo “Historia generale del Reame di Napoli”, vol. VII, a p. 136, in proposito scriveva che: “Ed ancorche poco indi il ‘Re Ruggiero I’ la facesse riedificare con il titolo di Contea, donandola ad un suo Bastardo, come ‘Ferdinando Ughellio (f) lo ragguaglia; ecc..”.

Cattura1

(Fig…..) Pag. 136 del Troyli (…), che parla di Policastro e di Castel Ruggero

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a p. 29 parlando di Policastro, in proposito scriveva che: L’anno di consegna a Simone fu il 1152, anno in cui Policastro divenne Contea e Ruggiero II offrì al vescovo con perpetua investitura baronale, il Castello, detto da lui “De Rogerio” (corrispondente oggi a CASTELRUGGERO, frazione di Torre Orsaia, in Provincia di Salerno, a 20 km. da Policastro). Ruggiero era già Re di Puglia, Calabria e Sicilia dal 1130, anno di nascita del Regno di Napoli. I successori di Ruggiero furono: Guglielmo I (1154-1166) e Guglielmo II il Magnifico (1166-1189). Ecc..”. Dunque, il sacerdote Giuseppe Cataldo, sulla scorta del Laudisio e dell’Antonini scriveva che nell’anno 1152, Policastro fu elevata a Contea e fu consegnata al conte Simone, erede al trono del padre re Ruggero II d’Altavilla che fu re di Sicilia. Cataldo scriveva che re Ruggero II offrì al Vescovo con perpetua investitura baronale, il castello chiamato da lui “Castello de Rogerio” (Castel Ruggiero), corrispondente all’odierna frazione di Rorre Orsaia di Castelruggero. Evidentemente nell’anno 1152, “Castellum de Rogerius” già esisteva ed aveva origini longobarde. Dunque, secondo il Cataldo, fu dall’anno 1152 che Castel Ruggiero appartenne alla baronia Vescovile di Policastro, che l’Ebner chiamerà “baronia ecclesiastica” di Torre Orsaia che dipenderà dalla mensa Vescovile di Policastro. Pietro Ebner (…), a p. 481, nel vol. II del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), scriveva in proposito: “Detta prima Torre superiore era il “castrum Rogerii” (odierno Castel Ruggiero), forse la “Turris Petrusiae” di cui parla l’Ughelli nell’affermare che i due casali erano feudi della mensa vescovile di Policastro.”. Sulle baronie ecclesiastiche (termine dell’Ebner) si è visto che proprio in quel periodo storico, re Ruggero II d’Altavilla, nell’anno 1131, confermava all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, con il cosidetto “Crisobollo”, diverse concessioni di beni e possedimenti alla chiese di Rofrano, S. Giovanni a Piro ecc.., che erano state fatte in precedenza da Ruggero Borsa, il figlio di Roberto il Giuscardo. Re Ruggero II confermava queste concessioni. Si è vista anche la notizia che nel 1130, il conte Normanno di Padula e Roccagloriosa Mansone fa testamento sulle monache del monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa e sulla tenuta del Centaurino verso Torre Orsaia. Infatti, il Cataldo (…) proseguendo il suo racconto su Policastro, a p. 29, scriveva pure che: In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa, figlio di Leone Conte Normanno, di unire il cenobio di S. Veneranda a quello di S. Mercurio delle religiose di Roccagloriosa, perchè la di lui figlia Altrude entrò in quel chiostro. Ecc..”. A questo punto però devo precisare se la notizia riguarda gli anni intorno al 1130, al tempo di re Ruggero II d’Altavilla oppure esse riguardano il breve periodo di dominazione di “Simone”, figlio naturale di re Ruggero II. Pietro Ebner (…), sulla scorta di Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), scriveva in proposito: “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum’, n. 492), con le sue undici dipendenze.”L’Ebner, alla sua nota (55) della p. 227, riguardo Policastro, dice: “(55) Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 481, parlando del casale e degli Statuti di Torre Orsaia, in proposito scriveva che: Detta prima Torre Inferiore mentre la Torre superiore era il “castrum Rogerii” (odierno Castel Ruggiero), forse la “Turris Petrusiae” di cui parla l’Ughelli nell’affermare che i due casali erano feudi della mensa vescovile di Policastro. I vescovi bussentini, per sfuggire al succedersi delle incursioni saraceniche su Policastro, cercarono rifugio all’interno, e cioè a Torre Orsaia.”.

La notizia del 1133 e 1135, tratta dall’Antonini (…), sulla distruzione della ‘Molpa’

Antonini (….), a p. 375, parlando di una città che lui chiama ‘Molpa’, sorta sul promontorio della ‘Molpa’ di Palinuro, di cui oggi restano pochi ruderi. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.). Nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. L’abitato fu dunque fortificato dai Normanni con robuste difese tra cui il Castello della Molpa, una possente rocca i cui resti sono visibili ancora oggi.

La Molpa

Il Guzzo (…), nel suo Il ‘Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, a p. 15, parlando della città scomparsa di ‘Molpa’, una città sorta sul promontorio della ‘Molpa’ verso Palinuro, riferiva una notizia tratta dall’Antonini (…) e sulla scorta del Capecelatro (…), scrivendo:  “Non passarono molti anni e fu nuovamente saccheggiata da Ruggero II il Normanno, il quale cinta la corona di Re di Sicilia e di Puglia nella cattedrale di Palermo, nell’anno 1130 si accinse, con la sua flotta, a raggiungere Napoli. Durante il tragitto, assalite da una furiosa tempesta, venti delle sue navi affondarono con tutto il loro prezioso carico e due di esse furono trascinate dai marosi lungo sul lido della Molpa. I Moltipani, si impossessarono immediatamente di tutto ciò che le due navi contenevano e fecero orecchio di mercante alle reiterate richieste di restituzione avanzate dal Re Normanno. Ruggero II, allora sdegnato ed incollerito per il loro comportamento irrispettoso, decise di punirli severamente e, nell’anno 1133, saccheggiò la Molpa e la smantellò nelle sue mura che non vennero mai più riedificate. Due anni dopo, nel 1135, essendosi sparsa per l’Italia la falsa notizia della morte di Ruggero, quasi tutti i luoghi del Regno si sollevarono, e fra essi la Molpa, tenuta, allora, da un nipote del Conte Rainulfo. Re Ruggero, messo al corrente dei tumulti, si portò immediatamente sui luoghi della rivolta con i suoi soldati e si diede ad una feroce opera di repressione. Dopo aver distrutto Melfi, Troia, Avellino, Alife, Matera, ed altri numerosi e munitissimi centri, si avventò con particolare risentimento su Molpa, punì in modo assai crudele gli abitanti e ridusse in cenere anche quel poco che era avanzato alla precedente devastazione (15). Da questo momento i suoi abitanti ecc…”.  Il Guzzo (…), postillava alla sua nota (15) che la notizia era tratta da “Storia del Capecelatro, parte I, Libro I – citata in Antonini. Dal punto di vista strettamente bibliografico, la notizia è tratta dalla bibliografia antiquaria ed in particolare dal Capecelatro (…), che sulla scorta dell’Abate Telesino (…), e di Falcone Beneventano, raccontava questo episodio che in seguito fu citato dall’Antonini (…), che nella sua ‘Lucania’, vol. II, Parte II, Discorso VII, a p. 373-374-375. L’Antonini, parlando della città della ‘Molpa’, una città che esisteva sul promontorio della Molpa di Palinuro (vedi immagine), ormai diroccata da quando fu distrutta da re Ruggero II d’Altavilla, scriveva che:

Antonini, Ruggero II distrugge la molpa, p. 374

Antonini scriveva che: “Non passarono molti anni che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani e Saraceni, nel viaggio di Sicilia: e per vedere verso qual anno probabilmente la cosa succedette; convien sapere che quello molti viaggi fece da Sicilia in Regno, e dal Regno colà. Falcone Beneventano ne riferisce uno nel MCXXVIII (1128), dopo che dal Papa Onorio ebbe il titolo di Duca; un altro nel MCXXX (1130), o secondo altri nel MCXXIX (1129), all’or che andò per coronarsi in Palermo. Un’altro che due anni dopo, appresso la gran rotta, ch’ ebbe nè piani di Nocera (o nel MCXXXI (1131), quando colle navi cariche di spoglie ebbe a sommergersi: “Audivimus praeterea viginti , & octo navigia auro & argento onerata, & mobilium , quae de Civitatibus expoliaverat , in profundo maris se submersisse (1). Quindi si vede che per necessità dovette Ruggieri tant’altre volte tornare quì per ripartirne. Alcuni per tradizione dicono che i Molpitani avendo preso ciò che dal naufragio d’una delle navi era al di loro lido approdato, senza volerlo restituire, l’avesse egli nel MCXXXV (1135) saccheggiata, e smantellata di mura, che mai più si rifecero. Vogliono altri ( e questa sentenza appare la più verosimile) ch’ essendosi sparsa per l’Italia novella della morte di Ruggieri, tutti, o la maggior parte dè luoghi del Regno si sollevarono, fra quali anche la Molpa, che da un nipote del Conte Rainulfo si teneva: ed essendo Ruggieri velocemente quì accorso, ne smantellò le mura, come fece a Melfi ecc..(2). L’Antonini (…), alle sue note (1) e (2), postillava: “Capecelatro, sua Storia, part. I, libro I, e l’Anonimo Cassinese, rapporta la distruzione di Alife all’anno MCXXXIII, ecc..”. L’Antonini (…), cita anche Rainulfo d’Alife, nemico acerrimo di re Ruggero II d’Altavilla di Sicilia. Secondo l’Antonini (…) che, sulla scorta di Falcone Beneventano (…), Molpa, nell’anno 1135, era tenuta da un nipote del Conte Rainulfo di Alife. Rainulfo di Alife, detto de Airola, della famiglia Drengot Quarrel, (1093 circa – Troia, 30 aprile 1139), è stato un nobile normanno, conte di Alife, Caiazzo, Sant’Agata de’ Goti, Telese (1115-1139) e, in fasi alterne, di Avellino, Mercogliano, Ariano e Troia, nonché duca di Puglia (1137-1139).

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(Fig….) Antonini Giuseppe (…), brano tratto da Parte II, Discorso VII, pp. 374-375

Nel 3 maggio 1130, MANSONE, Conte di Roccagloriosa e di Padula, prossimo alla morte fa testamento e unisce i Monasteri di S. Mercurio, S. Leo e S. Veneranda a Roccagloriosa

Sappiamo di un altro documento d’epoca Normanna che riguarda le nostre terre. Uno dei quattro documenti Normanni che conosciamo e che riguardano le nostre zone, è l’Istrumento o Testamento con il quale, il figlio del conte Normanno Leone, il conte Manzo, il quale il 3 Maggio 1130, prossimo a morire, fece testamento e dotò il monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa con tutte le sue terre annesse, con giurisdizione sui coloni del castello e con il numeroso gregge che apparteneva alla moglie Gaitellina, riservando ai suoi eredi il diritto di presentare la badessa dopo la morte di Altruda, ecc.. Il documento d’epoca Normanna, datato 3 maggio 1130, riguarda il conte di Roccagloriosa Manso o Mausone o Manzo, figlio del conte Normanno Leone, che nel 1130, prima di morire, fece una donazione al Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa. Padre Agatangelo Romaniello (16), parlando della sua Roccagloriosa in un suo pregevole scritto, scriveva in proposito: “Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo, il quale il 3 Maggio 1130, prossimo a morire, fece testamento e dotò il monastero con tutte le sue terre annesse, con giurisdizione sui coloni del castello e con il numeroso gregge che apparteneva alla moglie Gaitellina, riservando ai suoi eredi il diritto di presentare la badessa dopo la morte di Altruda. Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. (65)”. L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Il sacerdote Romaniello ricorda la notizia tratta dal Laudisio (….) del testamento del 1130 del conte normanno Manso. Mons. Nicola Maria Laudisio (9), nella sua ‘Synopsi’, scritta nel 1831, sulla scorta dell’Ughelli (11), riferendosi al vescovo Arnaldo, così si esprimeva: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”.

Il Laudisio (….), riferisce una notizia tratta dal Sartorio (….), dall’Ughelli (….) e pure dall’Antonini (….). Dal punto di vista strettamente bibliografico, l’antico documento d’epoca Normanna, datato l’anno 1130, apprendiamo dall’Antonini (5) che fu citato dal Santorio (13). In seguito, nel 1659, la notizia fu ripresa nell”Italia Sacra’ dall’Ughelli (11) e poi in seguito ripreso dall’Antonini (5) e dal Laudisio (9).

Il Santorio (13), in ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, nel 1601, scriveva in proposito: “distribuis in inopum necessitates fortunis, ad Sancti Mercurij coenobium confugit, fed urgentibus provinciae praesidis minacibus nuntijs, ne monachorum albo adscriberetur, illico recurrit ad monasterium Sancti Nazarij, ibique deposito cingulo, Christo militare incoepit, vigilatissimus & cibi, femper in procinctu, semper in castris, religionis, pietatis, charitatis, ac demissionis armis tectus cum hoste humani generis dimicare, non mislilibus, eminussue, fed cominus, pede collato, & mucrone fidei terribilis lacessere vel quiescentem, tunditur ab hoste, verbetatur, affligitur, vel illato terrore minatum, nec animo ipse strato succumbit, pedibus nudis, capite intecto, ferox, magnaq; alacritate martem poscens, fruiturque consuetudine multorum Sanctorum Monachorum, & non procul monasterio Sancto Mercurij, cellam in rupe praecelta delegit , dicataque Michaeli Archangelo ara, vitan longe asperrimam, ac laboriosissimam duxit celestium contemplatione conditam: ….”. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’. Paolo Emilio Santorio Casertano (13), che, nel 1601,  nella sua ‘Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii’, parlando dei Monasteri Basiliani, accennava ai luoghi frequentati da S. Nilo da Rossano, ha citato l’antica donazione Normanna ancora prima che ne parlasse l’Ughelli (11). Il Santorio (13), citava l’antico privilegio concesso al Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa dal conte Leone Manso o Mausone o Mansone, signore del luogo e poi ratificato da suo nipote il conte Guidone. Infatti, sulla scorta del ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601, l’Antonini (5), parlando di di Roccagloriosa, nella sua nota (1), riporta la notizia: ….che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) ecc..ecc..”.

Antonini, p. 385

L’Antonini (5), sulla scorta del ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601, parlando di un monastero di Roccagloriosa, nella sua nota (1), riporta la notizia: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Il Monastero (se malamente non penso) era di Benedettini; e di questo la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse. L’avervi S. Nilo, ch’era Basiliano, abitato, e poi fabbricatovi da stesso un romitorio (1), ha fatto ad alcuni credere, che il Monastero fosse stato di Basiliani. Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; e volle che fosse data a Donne moniche; riserbando ai suoi eredi il diritto di presentarvi la Badessa dopo la morte di Altrude sua sorella, che allor egli nominò per la prima. Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso;”. L’Antonini (…) poi, sulla scorta del Santorio (…), in ‘Historia Carbone Monasterii’, fol. 29,  riporta nelle sue note (1): “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Poi aggiunge alla nota (2), sulla scorta dell’Ambrosio Morales nelle note al Diploma del Re Veremondo, riporta un passo del testamento del Conte Normanno Leone Manso e riguardo al testamento del conte Manso, nella sua nota (2), scrive: “Con titolo di ‘testamento’ soleansi tali donazioni chiamare in quei tempi. “Ambrosio Morales nelle note al Diploma del Re Veremndo: sicuri ce ne fa ) oltre tanti altri) colle seguenti parole: Solemne bis temperibus, e multis postea sequentibus…”, ovvero che all’epoca, per “testamento” si intendeva una donazione. L’Antonini (5), parlando dell’antico documento, scriveva in proposito: “la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse. ecc… (1).” e, nelle sua nota (1), postillava che traeva la notizia dal Santorio: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”.

Pietro Ebner (7), sulla scorta del Ronsini (10), riferiva che in occasione di una delle tante Cause (‘liti’) vertenti tra la Diocesi di Policastro e i diversi feudatari del posto che si erano appropriati dei beni e possedimenti donati dai signori del posto Normanni, ad alcuni monasteri, parlando di Policastro e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano. L’Ebner, ritenendo falso l’antico documento d’epoca Normanna, alla sua nota (29), scriveva: “negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso (basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura)”,  dice che il Vescovo di Policastro, ……………. esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29).”. L’Ebner (7), a p. 435, nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni ecc..’, sulla scorta del Ronsini (10), scrive: “Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (…).”. Secondo il Ronsini (10), il nome di ‘Arnaldo’, il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (…)”. Secondo l’Ebner (7), sulla scorta del Ronsini (10), apprendiamo del vescovo ‘Arnaldo’, contenuto ed appariva nell’anatema dell’Istrumento’ “istrumento”, o “testamento” (come lo chiamava l’Antonini), che in seguito, il 7 aprile 1133, fu ratificato dai Signori del luogo, i Normanni Conte Guido e Alessandro, nipoti di Altruda, figlia del defunto Conte Manso figlio di Leone parente di Roberto il Guiscardo.

Nel 3 maggio 1130, il testamento di Mansone, vice-conte di Roccagloriosa e di Padula, prossimo alla morte. Mansone prima di morire unisce i Monasteri di S. Mercurio, S. Leo e S. Veneranda a Roccagloriosa

Sappiamo di un altro documento d’epoca Normanna che riguarda le nostre terre. Uno dei quattro documenti Normanni che conosciamo e che riguardano le nostre zone, è l’‘Istrumento’ o Testamento con il quale, il figlio del conte Normanno Leone, il conte Manso o Mansone, il 3 Maggio 1130, prossimo a morire, fece testamento ed autorizzato dal Vescovo di Policastro Arnaldo unì i tre monasteri in un unico monastero di monache benedettine chiamato di S. Mercurio. All’epoca del vice-conte Mansone, a Roccagloriosa erano attivi tre monasteri, quello di S. Mercurio che il padre, il conte Leone aveva riattivato, e vi erano pure i due monasteri fondati dal padre di Mansone, il conte normanno Leone, che erano i monasteri di S. Leo e quello di S. Veneranda. Alla morte di Mansone, nel 1130, le sue ultime volontà pronunciate in un testamento furono quelle che i due monasteri di S. Leo e di S. Veneranda si riunissero nel Monastero claustrale e femminile di S. Mercurio, dove aveva preso i voti sua figlia Altrude, la quale, per espressa volontà del padre Mansone divenne nel 1130 la prima badessa del monastero di S. Mercurio, ricostituito. Inoltre, come vedremo innanzi, il conte Manso o Mansone, oltre a riunire in un unico Monastero gli altri due, lasciò una dote a detto Monastero di S. Mercurio. Sulla fondazione del nuovo monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, che esisteva già da molti secoli, e la riunione con gli altri due monasteri fondati dal conte normanno Leone, padre del vice-conte Manso  o Mansone, ha scritto il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania”, dove a p. 385, parlando di Roccagloriosa, in proposito scriveva che: Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo; sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; e volle che fosse data a Donne moniche; riserbando ai suoi eredi il diritto di presentarvi la Badessa dopo la morte d’Aldruda sua sorella, che allor egli nominò per la prima. Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso;”. Dunque, Antonini scriveva che nell’anno 1130, il vice-conte Manso o Mansone, signore di Roccagloriosa fece testamento. L’Antonini (….), a p. 385, nella sua nota (2) postillava che: “Con titolo di ‘testamento’ soleansi tali donazioni chiamare in quei tempi. “Ambrosio Morales nelle note al Diploma del Re Veremndo: sicuri ce ne fa ) oltre tanti altri) colle seguenti parole: Solemne bis temperibus, e multis postea sequentibus…”, ovvero che all’epoca, per “testamento” si intendeva una donazione. Oltre all’Antonini, in seguito sarà Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua ‘Synopsi’, scritta nel 1831, sulla scorta dell’Ughelli (11), a p. 74 (vedi versione curata da Giangaleazzo Visconti) riferendosi al vescovo Arnaldo, così si esprimeva: II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale edera entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Dunque, anche il Laudisio ci parla di questo documento del 1130. Il Laudisio accenna pure al vescovo Arnaldo di cui però non vi è traccia nella cronostassi dei vescovi di Policastro. Dell’autorizzazione concessa al vice-conte Manso, nel 1130, dal vescovo di Policastro “Arnaldo”, di cui si ha notizia dall’anno 1110, parlerò innanzi. Sulla fondazione del nuovo Monastero claustrale (femminile) di S. Mercurio, a Roccagloriosa, ha scritto il sacerdote Agatangelo Romaniello (13) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo, il quale il 3 Maggio 1130, prossimo a morire, fece testamento e dotò il monastero con tutte le sue terre annesse, con giurisdizione sui coloni del castello e con il numeroso gregge che apparteneva alla moglie Gaitellina, riservando ai suoi eredi il diritto di presentare la badessa dopo la morte di Altruda. Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. (65)”. L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Dunque, il Romaniello sosteneva che una copia dall’originale del Testamento del conte Manso o Mansone e della sua ratifica trascritta dal sacerdote don Pantaleo Romaniello si conservavavo presso l’Archivio di Stato di Napoli. Sull’origine della notizia di un testamento del conte Manso o Mansone, riferita dall’Antonini e dal Laudisio, poi in seguito ripresa dal Cataldo, dal Romaniello ecc…, devo precisare che essa deriva da alcuni documenti che fin dal 1434 furono presentati davanti alla Real Corte della Sommaria per liti pendenti fra le Università del luogo (Rofrano, Roccagloriosa) contro i vescovi di Policastro per le loro indebite usurpazioni, di cui parlerò in seguito. Le liti con la curia vescovile di Policastro ed i Capece, i Tosone ecc…Alcuni di questi documenti che attestano antiche donazioni normanne furono fatte valere nei processi pendenti.  Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, .…da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero anzidetto (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. In questi interessanti passaggi, l’Ebner, sulla scorta delle sentenze e delle liti fra i feudatari e la curia di Policastro chiariva alcune notizie rimaste frammentarie. Ebner, sulla scorta del Ronsini scriveva che furono proprio questi atti dei processi intentati dai vari feudatari o universita di Rofrano e di Roccagloriosa contro i vescovi di Policastro che fecero conoscere alcune notizie sulle origini dei monasteri a Roccagloriosa. Secondo questi Atti, di cui parla anche il Ronsini (….) ed il “Libro delle memorie” di Placido Tosone, il conte Mansone era figlio del conte Leone, ma non era fratello di “Altruda” ma, ella era sua figlia. Inoltre, Ebner, sulla scorta di queste antiche sentenze scrive che nel 1133, Guido e Alessandro, che nel 1133 ratificarono il testamento di Mansone erano i suoi nipoti non i suoi figli. Ebner, a p. 435, nella nota (27) postillava che: “(27) Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29”. Ebner, a p. 435, nella nota (29) postillava che: “(29) Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso (basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura).”. Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”.”. Dunque, Ebner riteneva il documento del 1133 della ratifica del testamento di Manso falso. Ebner, parlando di Rofrano scrive diverse notizie molto diverse da quelle che sono state dette da Romaniello, dall’Antonini, dal Laudisio. Ebner, cita il Ronsini (10) che, nel suo “Cenni storici sul comune di Rofrano”, a p. 29 citava l’antico documento della ratifica del testamento di Mansone. Il Ronsini (10) che in un suo pregevole scritto, a p. 29, scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel ‘Libro di memoria’.”. Dunque, il Ronsini, parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 per N. Mansione, contenuto nei “registri di don Placido Tosone”, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Infatti, copia dell’istrumento, dell’atto, di ratifica del 1133 del testamento di Mansone è stato più volte citato a riprova negli Atti dei Processi di lite contro i Vescovi di Policastro. Inoltre, devo pure precisare che questi documenti e notizie storiche oltre al citato Antonini (….) provengono pure dagli atti di processi e cause pendenti contro la curia di Policastro. Un interessante scritto in cui vengono riepilogate le vicende storiche ed i documenti dell’epoca Normanna che riguardarono i lasciti e le donazioni del conte normanno Leone (in particolare la donazione della tenuta di “Cannamaria”) è il libretto “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. La relazione del commendatore De Micco (18) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Napoli promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. E’ probabile che questo documento, trae notizie sull’antichissimo documento Normanno proprio dalla Sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro. Dalla Relazione anzidetta, traiamo l’immagine della Fig…. Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, dice che lo stesso: “Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, Ufficio Politico, fra le scritture della Curia del Cappellano Maggiore, e propriamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Joannis De Afficto Baronis Roccagloriosae contro D. Dominucum de Afficto cessionarium terrae prae col consenso di ‘Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1°, pandetta 2° N. 220.” e, nella sua nota (1), il De Micco postillava che il documento che ivi pubblichiamo è conservato: “Vol. 1° de’ documenti del Seminario fol. 1 e 4.”. Il De Micco (…), nella sua Relazione, a p. 9, scrive che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone ed Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130. ‘Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansionis nostri avi,…”, e poi prosegue nell’immagine di Fig……

IMG_5666 - Copia

(Fig….) Trascrizione della ratifica del Testamento del conte Mansone, datato 7 aprile 1133

Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, scriveva a p. 1 che: “In sul finire del secolo VI i Bulgari, sulla vetta di una roccia nelle terre da essi occupate, costruirono un castello ed indi una Chiesa in onore della Beata Vergine Assunta in Cielo da cui il paese, che posteriormente vi surse, prese il nome di Roccagloriosa (Arx Gloriosa) ed i monaci Benedettini vi fondarono un Cenobio dal titolo di ‘S. Mercurio’ (1 – Antonini p. 385). Roberto il Guiscardo assegnò il territorio col castello al Conte Leone di stirpe Normanna, il quale trasformò il Cenobio in tre monasteri di donne dello stesso ordine Benedettino. Il Conte Mansone, figlio del detto Leone, riunì in un solo i tre sodalizi, serbando il primitivo titolo di S. Mercurio. Indi esso Conte Mansone, con testamento del 3 maggio 1130 per notar Cioffi, legò diversi territori ‘in piena proprietà e dominio’ alla figlia ‘Altruda’, la quale si fece monaca in detto Monastero, ed ‘allo stesso Monastero’. Ecc…ecc..”. Al momento conosciamo altri quattro documenti d’epoca Normanna, che riguardano le nostre zone, dominate dai signori Normanni ed il vescovo Arnaldo: 1) la donazione o testamento o Istrumento del Conte Normanno LeoneIl De Micco (…), nella sua Relazione, a p. 9, scrive che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone ed Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130. ‘Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansionis nostri avi,…”. Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, scrive che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; veniva nel giudizio solenne del 1434, …innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – prout in quodam privilegio testamenti seriosius continetur.”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone, confermarono e ratichificarono detto testamento. E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘ sive redditus cujussdam tenimenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”.

Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, .…da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (29) postillava che: “(29) Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso (basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che nel 1133, Guido e Alessandro, nipoti del conte Mansone, forse i nuovi feudatari, confermarono il testamento e le volontà testamentarie volute dal conte Mansone prima di morire nell’anno 1130. Inoltre, Ebner non solo riteneva il documento falso ma dubitava pure sul Vescovo di Policastro che intervenne alla stipula della ratifica, Arnaldo. Infatti, l’Ebner (….), nella sua nota (29), postillava in proposito“negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso (basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura)”. Ebner cita a riguardo la cronostassi dei Vescovi di Policastro indicata dal Laudisio nella sua “Sinossi” e l’altra che stilò il sacerdote Giuseppe Cataldo (….). Infatti, Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”.”. Dunque, Ebner riteneva il documento del 1133 della ratifica del testamento di Manso falso.

Nel 7 aprile 1133, Landone di Rocca, fratello di Mansone, Guidone conte di Roccagloriosa e Padula e Alessandro, figli eredi del conte Mansone e Guido, Vescovo di Policastro

Sui feudatari della contea o del feudo di Roccagloriosa che successero al conte Manso o Mansone dopo la sua morte (a. 1130), dovrebbe figurare un certo Landolfo di Rocca che ritroviamo nel “Catalogus Baronum”. Il Conte Leone, oltre a Mansone aveva la figlia chiamata Altrude (sorella di Mansone), che a sua volta ebbe due nipoti: Guidone e Alessandro che il 7 aprile 1133, ratificarono e confermarono il privilegio del 1130. Nel 1133, dominavano sulle nostre terre i due nipoti di Altrude (figlia di Mansone che nel 1130 era conte di Roccagloriosa e di Padula). Dobbiamo indagare sui due nipoti di Altrude: Alessandro nipote di Altrude e suo figlio Guido o Guidone (eredi del conte Mansone). Il conte Mansone che continuò a dominare sulle nostre terre, aveva un fratello detto Landolfo (nel ‘Catalogus baronum’ del 1185 è detto ‘Landulfus de Rocca’) ed era sposato ad una donna chiamata Gaitellina. Secondo il ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185, i feudatari di Roccagloriosa (….), che governarono e signori del luogo: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. Dunque, dal ‘Catalogus Baronum’ si evince che dopo la morte di Manso o Mansone, signore di Roccagloriosa e di Padula, nel 1133, gli successero i due suoi figli (nipoti della sorella Aldrude, badessa del monastero feminile di S. Mercurio), Alessandro e Guidone e, dopo di essi la famiglia Morra. Padre Agatangelo Romaniello (16), parlando della sua Roccagloriosa, riferendosi al testamento di Manso o Mansone, in proposito scriveva che: Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. (65)”.L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Dunque il Romaniello scriveva che nell’anno 1133, ai tempi di re Ruggero II d’Altavilla, i signori del luogo (i feudatari di Roccagloriosa) erano Alessandro e Guidone, figli del conte Manso o Mansone, fratello di Aldrude, badessa delmonastero femminile di S. Mercurio. I due fratelli, nel 1133 ratificarono il testamento del padre Manso “per benevolenza verso il vescovo di Policastro Guido”. Il Romaniello, a p….., nella sua nota (65) scrive che copia del documento fu trascritto dal sacerdote Pantaleo Romaniello, suo avo e conservato presso l’Archivio Parrocchiale di Roccagloriosa di cui l’originale esiste presso l’Archivio di Stato di Napoli. La ratifica del testamento di Manso, del 7 aprile 1133 del precedente testamento “Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, “fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro,in favore del medesimo monastero di San Mercurio”. Pietro Ebner (7), citava l’antico documento che riteneva però falso. Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento’, a p. 435, anche sulla scorta del Ronsini (….) parlando di Rofrano e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, in proposito scriveva che: Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che nel 1133, Guido e Alessandro, nipoti del conte Mansone, forse i nuovi feudatari, confermarono il testamento e le volontà testamentarie volute dal conte Mansone prima di morire nell’anno 1130. Ebner, sulla scorta del Ronsini (….) scriveva che furono proprio questi atti dei processi intentati dai vari feudatari o universita di Rofrano e di Roccagloriosa contro i vescovi di Policastro che fecero conoscere alcune notizie sulle origini dei monasteri a Roccagloriosa. Secondo questi Atti, di cui parla anche il Ronsini (….) ed il “Libro delle memorie” di Placido Tosone, il conte Mansone era figlio del conte Leone, ma non era fratello di “Altruda” ma, ella era sua figlia. Inoltre, Ebner, sulla scorta di queste antiche sentenze scrive che nel 1133, Guido e Alessandro, che nel 1133 ratificarono il testamento di Mansone erano i suoi nipoti non i suoi figli. Inoltre, Ebner non solo riteneva il documento falso ma dubitava pure sul Vescovo di Policastro che intervenne alla stipula della ratifica, Arnaldo. Ebner cita a riguardo la cronostassi dei Vescovi di Policastro indicata dal Laudisio nella sua “Sinossi” e l’altra che stilò il sacerdote Giuseppe Cataldo (….). Infatti, Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”.”. Dunque, Ebner riteneva il documento del 1133 della ratifica del testamento di Manso falso. Ebner, parlando di Rofrano scrive diverse notizie molto diverse da quelle che sono state dette da Romaniello, dall’Antonini, dal Laudisio. Inoltre, devo pure precisare che questi documenti e notizie storiche oltre al citato Antonini (….) provengono pure dagli atti di processi e cause pendenti contro la curia di Policastro. Un interessante scritto in cui vengono riepilogate le vicende storiche ed i documenti dell’epoca Normanna che riguardarono i lasciti e le donazioni del conte normanno Leone (in particolare la donazione della tenuta di “Cannamaria”) è il libretto “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. La relazione del commendatore De Micco (18) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Napoli promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. E’ probabile che questo documento, trae notizie sull’antichissimo documento Normanno proprio dalla Sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro. Il De Micco (…), nella sua Relazione, a p. 9, scrive che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone ed Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130. ‘Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansionis nostri avi,…”. Il consigliere di Cassazione Comm. De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone (la tenuta del Centaurino), in proposito scriveva che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; ecc..”. Dunque, il 7 aprile 1133, gli eredi maschi del conte Manso o Mansone erano il fratello Landolfo di Rocca (che appare pure sul Catalogus baronum) ed i nipoti Guido e Alessandro. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone,……….E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”.

Nel 7 aprile 1133, la ratifica del testamento di Mansone, dei conti Normanni Guido e Alessandro, nipoti di Altruda (figlia di Leone)

L’Antonini (5), nella sua nota (1), di p…., e sulla scorta del ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601, parlando del testamento o “Istrumento”, ….che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo”, aggiungeva: “Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso;”Padre Romaniello Agatangelo (16), parlando di Roccagloriosa, in proposito al testamento del conte Leone, scriveva: Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. “ (65). L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Sempre l’Agatangelo (16), scriveva in proposito: “Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo, il quale il 3 Maggio 1130, prossimo a morire, fece testamento e dotò il monastero con tutte le sue terre annesse, con giurisdizione sui coloni del castello e con il numeroso gregge che apparteneva alla moglie Gaitellina, riservando ai suoi eredi il diritto di presentare la badessa dopo la morte di Altruda. Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. (65)”. L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava che: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. L’Ebner (7), alla sua nota (29), riguardo questo antico documento ed a una lite sorta tra la Diocesi di Policastro ed i Comuni limitrofi, in cui “Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29).”, postillava: “negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso (basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura)” . L’Ebner (7), citava l’antico documento che riteneva però falso. L’Ebner, a p. 435, nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni ecc..’, sulla scorta del Ronsini (10), parlando di Policastro e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (…). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (10, Ronsini, p. 29), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29).”, ed aggiunge che poi in seguito “Nel 1133, i nipoti del conte Mansone lo confermarono”. Ulteriori utili riferimenti storiografici, li ritroviamo nella Relazione di De Micco (18 – Fig. 13), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa, di cui parleremo. Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, che riporta un estratto di una sentenza del 1600, scrive che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; veniva nel giudizio solenne del 1434, …innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – prout in quodam privilegio testamenti seriosius continetur.”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone, confermarono e ratichificarono detto testamento. E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘ sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”Nella Relazione del De Micco (18 – Fig. 11), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, TorreOrsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa, ove si scrive a p. 1, che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone e Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130.”, poi De Micco prosegue con la conferma dal testo in latino: “Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansonis nostri avi, …..”.

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Nel 7 aprile 1133, Guido, vescovo di Policastro (?), appare nell’anatema della ratifica del testamento di Mansone

Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua prima edizione della “La Lucania – Discorsi”, parlando di Roccagloriosa, a pp. 385-386, riferendosi al “testamento” del conte Manso o Mansone del 1130, in proposito scriveva che: Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso; ecc…”. Il sacerdote Romaniello Agatangelo (16) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, in proposito scriveva che: Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. (65). L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Dunque, l’Agatangelo scriveva che il testamento di Mansone, visconte di Roccagloriosa, morto nel 1130, nel 7 aprile 1133 fu ratificato dai suoi nipoti ed eredi e scrive pure che sull’anatema dell’atto è scritto “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. Infatti, Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, sulla scorta del Ronsini (10), scriveva che: “Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava dell’anatema contenuto nell’atto di ratifica del testamento che: “(30) Nel documento del 1133 è detto “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”.”. Dunque, Ebner, presumento di conoscere l’atto di ratifica postillava che sull’atto vi era scritto che: “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”, che tradotto significa che: “Io sono il vescovo di Polycastro, insieme alla presenza del nostro clero, scomunicamo e anatemiamo tutti coloro che hanno voluto rompere o sminuire questi scritti”. Dunque, riferita la notizia possiamo soffermarci sull’altra notizia che il 7 aprile del 1133, la Diocesi di Policastro era retta dal Vescovo chiamato “Guido”. Chi era questo vescovo di Policastro chiamato Guido ?. In quegli anni (a. 1133), il Regno di Sicilia e dunque pure Policastro era posto sotto la dominazione Normanna di Ruggero II d’Altavilla. Pietro Ebner non solo riteneva il documento falso ma dubitava pure sul Vescovo di Policastro che intervenne alla stipula della ratifica, Guido. Ebner cita a riguardo la cronostassi dei Vescovi di Policastro indicata dal Laudisio nella sua “Sinossi” e l’altra che stilò il sacerdote Giuseppe Cataldo (….). Infatti, Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara.”. Dunque, Ebner, ritenendo falso il documento della ratifica del testamento del conte Manso o Mansone, dice pure che alla ratifica del documento intervenne il vescovo di Policastro “Guido”, di cui egli scrive “apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento”. Dunque, come ci fa notare l’Ebner, nella cronostassi della Diocesi di Policastro stilata dal sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nella “Sinossi etc…” del Laudisio (vedi versione a cura del Visconti): “Serie dei Vescovi di Policastro Bussentino dall’XI secolo ad oggi”, vediamo che nell’anno 1120, troviamo un “4. Ottone (Otho)?. 1120…” e “5. Goffredo?, 1139…”. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo, nella sua “serie dei Vescovi di Policastro dal XI secolo ad oggi” (pubblicata nella versione del Laudisio a cura del Visconti), scriveva che: “4. OTTONE (OTHO)?, 1120…5. GOFFREDO?, 1139; 6. GIOVANNI III?, 1166…; 7. GIOVANNI IV ?, 1172; 9. GERARDO Arciprete di Saponara – Saponara, 1211-18 ecc..”. E’ anche per questo motivo che l’Ebner ritiene anche la ratifica del testamento di Mansone un documento falso. Ebner scriveva pure che sia nella cronostassi dei vescovi di Policastro del Laudisio che in quella del Cataldo non vi è traccia di questo vescovo. Nel 1873, G.B. Gams (…), nel suo ‘Series episcoporum Ecclesiae Catholicae’, Ratisbona, a pp. 912-913 ci parla del vescovado di Policastro ed a p. 912, in proposito scriveva che: “98. Polycastro (ant. Bussento): 561 Rusticus; NN., morto ante 593; 649 Sabbatius; Policastrum: 1079 S. Petrus Pappacarbone, res 1109, morto 4 III 1123; 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211; Gulielm., de Licio, O.S. Fr., c. 1122; Giovanni di Castellomata 1221 ecc..”. Anche Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, in proposito scriveva che: Praeterea in Diptycho ecclesiae b. Matthaei Salernitanae (ed. Garufi in Fonti per la storia d’Italia LVI 231) adnotantur Petrus et Oto Paleocastrenses episcopi et in Necrologio eiusdem ecclesiae sub die iul. 25 a. 1139 depositio Goffridi Paleocastrensis ep. et sub die aug. 1 a. 1172 obitus Iahannis Polecastrensis ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), cuius memoriam servat inscriptio in turri campanaria ecclesiae cathedralis posita (ed. Laudisius p. 74). Etc..”. Di questi vescovi ho già parlato in altri miei saggi.

Riguardo il testamento di Manso o Mansone, visconte di Roccagloriosa e l’atto o Istrumento di ratifica del 7 aprile 1133, i due documenti sono a noi noti in seguito alle diverse Cause o liti pendenti dal secolo XV in poi, a seguito degli acquisti dei diversi feudatari succedutisi. Le donazioni e privilegi Normanni, di cui abbiamo accennato furono oggetto di revisione storica ed economica, proprio a causa di quelle liti. Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, .…da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29”. Pietro Ebner scriveva che dal “Libro delle memorie” di Placido Tosone (vedi nota 28) (che aveva acquistato il feudo di Rofrano ed ereditò alcune liti tra il Comune e la Curia vescovile di Policastro), si apprende che in una lite, un giudizio contro il Vescovo di Policastro, al tempo della lite o del giudizio intentato contro la curia vescovile per il possesso della tenuta del Centaurino, il Vescovo di Policastro mostrò Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc..”. Infatti, il sacerdote Domenicantonio Ronsini (10), nel suo “Cenni storici sul comune di Rofrano”, a p. 29 citava l’antico documento della ratifica del testamento di Mansone e parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 per N. Mansione, contenuto nei “registri di don Placido Tosone”, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”,  a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Un interessante scritto in cui vengono riepilogate le vicende storiche ed i documenti dell’epoca Normanna che riguardarono i lasciti e le donazioni del conte normanno Leone (in particolare la donazione della tenuta di “Cannamaria”) è il libretto “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. La relazione del commendatore De Micco (….) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. E’ probabile che questo documento, trae notizie sull’antichissimo documento Normanno proprio dalla Sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro. Nella Relazione del De Micco (…), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa, ove si scrive a p. 1, che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone e Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130.”, poi De Micco prosegue con la conferma dal testo in latino: “Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansonis nostri avi, …..”. Per quanto riguarda uno dei due documenti, ovvero il testamento di Manso, il De Micco (….), nella sua relazione, a p. 6, in proposito scriveva che: “3°. Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, ufficio Politico, fra le ‘scritture della Curia del Cappellano Maggiore’, e proporiamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Iannis De Afflicto Baronis Roccaegloriosae contro D. Dominicum de Afflicto cessionarium terrae prae Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1° pandetta 2° N. 220”. Dunque, il De Micco trae il testamento di Mansone dalla causa civile del Barone D’Afflitto contro la curia vescovile di Policastro.

Il consigliere di Cassazione Comm. De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone (la tenuta del Centaurino), riporta un estratto di una sentenza del 1600, scrive che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; veniva nel giudizio solenne del 1434, …innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – prout in quodam privilegio testamenti seriosius continetur.”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone, confermarono e ratichificarono detto testamento. E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘ sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”

Le munifiche donazioni dei Normanni alla chiesa di Rofrano e del basso Cilento

Già in precedenza Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato’ e, a pp. 10-11, parlando delle origini dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, scriveva che: “…..per cui poi si verifica che per la varietà delli Reami si siano perse le notizie, e li strumenti dai quali si potrebbe cavare la verità del fatto,…ecc…”. Il barone Giuseppe L’Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, di un antichissimo documento Normanno. L’Antonini, scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovini ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (I), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monastero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo. Il Diploma che ho presso di me tradotto dal greco, porta la data dell’anno del Mondo 6639., che secondo il computo ordinario corrisponde all’anno di Cristo 1130., o 1131. (2)”.

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L’Antonini (…), a p. 388, della sua ‘Lucania’ (si veda la prima edizione del 1745), in proposito scriveva che: “confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini (…), nella sua nota (I), postillava che: (I) A tempo di Guglielmo il Buono l’Abate di Rofrano era anche il padrone di Casella, vedendosi dal Registro pubblicato dal P. Borrelli, che per essa, e per Rofrano offrì nella seconda spedizione di Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. L’Antonini, si riferiva a re Ruggero II d’Altavilla, che, con il documento dell’aprile 1131, confermava all’Abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, i precedenti privilegi e concessioni fatte alla terra di Rofrano (o alla sua Abazia di Grottaferrata a Rofrano) da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e cugino di re Ruggero II di Sicilia e, concesse precedentemente anche da Guglielmo (detto Guglielmo II di Puglia), figlio di Ruggero Borsa. Con il documento o il Diploma del 1131, detto ‘Crisobollo’, si confermavano alcuni privilegi e donazioni fatte alla chiesa di Rofrano dal cugino Ruggero d’Altavilla detto Ruggero Borsa e da suo figlio, il duca Guglielmo d’Altavilla (duca di Puglia, morto nel 1127). Pietro Ebner (…), a proposito del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, dell’aprile 1131, scriveva in proposito: Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Pietro Ebner (….), scriveva che con questo diploma, il re di Sicilia, Ruggero II: “confermava all’abate quanto era stato concesso al Cenobio di Rofrano e all’Abbazia Tuscolana dal suo antecessore Guglielmo e, prima ancora, dal cugino Ruggero..

Anche Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. La Falcone, prosegue il suo racconto e scriveva: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, ecc..ecc…(197).”. Enrica Follieri (….), scrive che il contenuto del ‘crisobollo’ è il seguente: “Re Ruggero, stando nel suo palazzo di Palermo, concede a Leonzio, abate di S. Maria di Grottaferrata, che si è presentato da lui per supplicarlo, la chiesa di S. Maria di Rofrano, sita presso Policastro, con tutti i suoi diritti, grange e pertinenze, confermando le donazioni largite alla suddetta chiesa dal cugino Ruggero e dal di lui figlio duca Guglielmo.”. Dunque, Pietro Ebner, sulla scorta dell’Antonini e Giovanna Falcone, sulla scorta della Follieri (…), riferendosi al diploma del 1131, di re Ruggero II d’Altavilla, detto ‘Crisobollo’, scrivevano che il diploma del 1131, confermava le precedenti donazioni fatte da Ruggero Borsa alla chiesa di Rofrano, anzi la Falcone, delle donazioni fatte da Ruggero Borsa, scrive che: “vi è conferma”, ma senza dare riferimenti bibliografici. Forse la Falcone, intendeva che vi fosse conferma deille donazioni precedenti di Ruggero Borsa, riferendosi alla conferma nel ‘Crisobollo’ del cugino Ruggero II d’Altavilla. Il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II, confermava le concessioni fatte precedentemente alla Chiesa di S. Maria di Rofrano, dal cugino Ruggero I d’Altavilla (Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111) e dal di lui figlio duca Guglielmo (duca di Puglia, morto nel 1127). La Follieri (…), sulla scorta dell’Antonini (…), si riferiva alle precedenti donazioni concesse da Ruggero Borsa, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111 e dal di lui figlio duca Guglielmo (duca di Puglia, morto nel 1127). Purtroppo, le notizie storiche e gli “Istrumenti”, atti di donazione o diplomi, a dimostrazione della fondatezza di tali notizie in tal senso, sono poche e frammentarie e, tale argomento, non solo è stato sottovalutato o solo accennato ma non è stato sufficientemente indagato. Come ho avuto modo di dire, queste donazioni vi furono e risalgono ai principi del Ducato Longobardo di Benevento e del Principato Longobardo di Salerno. Credo che la grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con il  famoso atto di donazione detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. E’ proprio attraverso alcuni documenti simili a quello di cui parlerò, proprio perchè in essi si parla di possedimenti e di confini di proprietà, che possiamo trarre interessanti notizie storiche sulle nostre terre. In un altro mio scritto ivi publicato, dicevo che la grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con l’atto di donazione o diploma detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. In seguito, le donazioni di Ruggero Borsa, confermate dal cugino re di Sicilia Ruggero II d’Altavilla, riconosciute all’abbazia di Tuscolo, vennero pure confermate dal figlio di Ruggero II, Guglielmo I d’Altavilla, con l’atto di donazione del 1181. Tutti i beni della chiesa di Rofrano, Laurito, Caselle e Morigerati, insieme anche ad altri monasteri dell’area appartenenti ai beni dell’Abbazia tuscolana, nel periodo della sua decadenza, furono unite come grangie ed andarono a costituire la “Platea dei beni e delle rendite”, della badia italo-greca di San Pietro al Tomusso di Montesano. Giovanna Falcone, nella sua nota (197), faceva riferimento all’ Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e al Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), riferendosi ad una donazione fata dal prinicipe longobardo Guaimario III, di cui ho già parlato. La Falcone (…), pur ammettendo le precedenti donazioni alla chiesa fatte da Ruggero Borsa, notizia riferitaci dall’Antonini e poi in seguito riportata anche da Ebner, pone dei seri dubbi sulle donazioni fatte da Ruggero Borsa, scrivendo ad esempio che: “Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200). Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro ecc… (si veda nota 200). Il primo documento successivo al privilegio in cui risulti il rapporto di dipendenza di Rofrano dall’abbazia di Grottaferrata è un atto giudiziario del 1140, un ricorso presentato dai monaci al papa Innocenzo II contro il conte di Tuscolo Tolomeo II (204). Il documento, detto ‘libello querulo’, presenta una solennità speciale poichè registra la presenza di tutti monaci, non solo i residenti a Grottaferrata ma anche i preposti assegnati ai complessi patrimoniali più cospicui, compreso il preposto di Rofrano, Innocenzo. Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim'” (205). E’ pervenuta anche “una lettera di papa Alesandro IV datata 23 gennaio 1255 nella quale si conferma all’abate di Rofrano e ai suoi vassalli l’esenzione dei dazi riscossi nella città di Policastro (206).”. Per la nota (200), della Falcone (…), si veda nota (43). Nella sua nota (200), la Falcone, scrive:Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (…) e da Caciorgna (…). Ma chi era Ruggero Borsa, a cui faceva riferimento il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II d’Altavilla ?. Ruggero Borsa era il cugino di Ruggero II d’Altavilla. Ruggero, era figlio di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e Calabria, e di Sichelgaita, principessa longobarda di Salerno, nacque nell’anno 1059, essendo i genitori sposatisi nel 1058. Non si conosce il luogo di nascita di Ruggero Borsa. Ruggero, era il figlio primogenito della coppia, che ebbe altri due figli maschi, Roberto e Guido, e sette figlie femmine.Roberto il Guiscardo, per sposare la prinicipessa Longobarda Sighelgaita, sorella di Gisulfo II e madre di Ruggero Borsa, il Guiscardo ripudiò la prima moglie Alberada di Buonalbergo, normanna come lui, con la scusa della consanguineità e, da cui aveva avuto due figli: Elena e Boemondo d’Altavilla. Invero il matrimonio fu sciolto per permettere al Guiscardo di sposare una principessa longobarda, rafforzando così la sua posizione di potere presso i Longobardi. Dunque, Ruggero d’Altavilla, detto ‘Borsa’, era fratello di Roberto e Guido ed era fratellastro di Elena e Boemondo. Ruggero Borsa, era anche nipote di Ruggero I d’Altavilla (detto il Gran Conte di Sicilia), fratello di Roberto il Guiscardo. Ruggero Borsa (1060/1061 – Salerno, 22 febbraio 1111) è stato un cavaliere normanno. Fu duca di Puglia e Calabria dal 1085 al 1111. Ruggero visse la prima parte della sua vita all’ombra del padre, aiutandolo nella repressione dei conti normanni ribelli e della città restie a tollerare la dominazione normanna: per questo motivo le prime notizie che abbiamo su di lui sono le sue imprese militari. Il primo incarico militare fu l’assedio a Castrovillari, nel 1073, dove si era rifugiato Guglielmo Arenga, ribellatosi con Abelardo, nipote del Guiscardo e cugino di Ruggero, all’autorità ducale. Nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia. Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il normanno duca di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085, ecc…”. Alla morte del padre, dopo varie vicende, nel 1085, Ruggero Borsa, ereditò dal padre Roberto il Guiscardo parte del Principato Longobardo di Gisulfo II. Figlio e il successore di Roberto il Guiscardo, il cavaliere normanno che fu duca di Puglia e Calabria e conquistatore della Sicilia. Sua madre fu Sichelgaita di Salerno, una potente principessa guerriera di stirpe longobarda. A garantirgli la successione al Guiscardo furono le abili manovre di Sichelgaita, che nel 1073 riuscì a convincere i baroni pugliesi a riconoscerlo erede in luogo di Boemondo, primogenito di Roberto nato dal primo matrimonio di questi con Alberada di Buonalbergo. Di lui lo storico inglese John Julius Norwich scrive: …Ruggero – detto Borsa a causa della sua inveterata mania nel contare e ricontare il proprio danaro – era un ragazzino tredicenne debole ed esitante che diede l’impressione che un’infanzia trascorsa con Roberto e Sichelgaita fosse stata già troppo per lui.. Nel 1073, dunque, Ruggero fu proclamato erede, mentre il Guiscardo veniva colpito da malattia durante un soggiorno a Trani. Unico ad opporsi al riconoscimento del futuro duca fu Abelardo d’Altavilla, cugino di Ruggero in quanto figlio di Umfredo, fratello di Roberto. Questi rivendicò per sé il diritto alla successione, poiché il Guiscardo, nominato suo tutore alla morte di Umfredo, ne aveva arbitrariamente confiscato i possedimenti, tagliando fuori lui e suo fratello Ermanno dalla linea ereditaria. Ruggero si ricongiunse con la madre a Cefalonia e insieme a lei fece ritorno in patria, dove in settembre, grazie anche al supporto dello zio Ruggero I di Sicilia, fu riconosciuto duca di Puglia e Calabria. Un avvento che non mancò di suscitare reazioni: Boemondo, il fratellastro scartato dalla successione, rispose con le armi all’ascesa di Ruggero e con l’appoggio del principe Giordano I di Capua occupò i castelli di Oria, Otranto e Taranto, prima di giungere ad un accordo di pace nel marzo del 1086. Boemondo diventò di fatto co-reggente insieme al fratello, ma già nell’estate del 1087 diede vita ad una nuova rivolta e col sostegno di buona parte dei vassalli di Ruggero riuscì a sconfiggere quest’ultimo a Fragneto, riprendendo possesso anche di Taranto. Pur descritto come un guerriero forte e temibile, in grado di espugnare con abili assedi le città di Benevento, Canosa, Capua e Lucera, Ruggero Borsa non fu mai in grado di eguagliare la potenza di Boemondo, né di portare quest’ultimo sotto il proprio controllo. Lo scontro fra i due fratelli si concluse solo con la mediazione di papa Urbano II, il quale riconobbe a Boemondo il possesso del Principato di Taranto ed altri numerosi castelli, mentre Ruggero gli garantì anche il feudo di Cosenza e la titolarità di fatto di altri domini. Nel 1089 Urbano II investì ufficialmente Ruggero Borsa del ducato di Puglia, mettendo fine ad ogni controversia. Dal punto di vista storiografico, una delle principali fonti sul regno di Ruggero Borsa è l’opera del cronista Guglielmo di Puglia, che dedicò le sue cronache a Roberto il Guiscardo e suo figlio.

Lo storico Pierre Aubè (…), parlando di Ruggero Borsa (…), nipote di re Ruggero I e, parlando pure di suo figlio naturale Simone, in proposito scriveva che: “Ruggero non è ancora vecchio, ha raggiunto l’apogeo del suo potere, ma è vedovo. La sua seconda moglie Eremburga, era morta due anni prima, poco dopo la presa di Butera. Lo stesso anno si verifica un sorprendente incrocio matrimoniale. Il Conte di Calabria e Sicilia sposa Adelaide, figlia di Enrico del Vasto, appartenente alla famiglia piemontese degli Aleramici. Di lignaggio originario del vecchio regno longobardo, il marchese viene investito di una delle signorie più notevoli della contea siciliana, situata in posizione strategica fra Paternò, Butera, Cerami e Nicosia. Anche lui vedovo, Enrico convola a nozze con una delle numerose figlie di Ruggero.”. Poi parlando del nipote del Gran Conte Ruggero, Ruggero Borsa, l’Aubè scriveva: “Più o meno in quel periodo Ruggero Borsa, contrae un matrimonio con Alaina, figlia di Roberto il Frisone, terribile conte di Fiandra.”. Poi parlando di Ruggero I d’Altavilla, lo zio di Ruggero Borsa, l’Aubè scriveva: “Il matrimonio con Adelaide è alienato da parecchi figli. Innanzitutto Simone, nato verso il 1093, chiamato per natura a succedere al padre. Un altro nato certamente nel 1095, a cui viene imposto il nome paterno di Ruggero.”. Sempre l’Aubè (…), parlando del dopo la morte di re Ruggero I d’Altavilla, scriveva che: “In Sicilia e in Calabria la contessa Adelaide deve assumere i poteri durante la minorità dell’erede naturale, Simone, che resta debitore dell’omaggio a suo cugino, Ruggero Borsa. Il duca, che risiede spesso nella città di Salerno, ereditata dagli avi paterni, non è affatto all’altezza degli eventi ed esercita un potere esile sui beni che detiene in proprio. Il ducato prospera ancora, ma le conquiste hanno divorato somme notevoli. Nel 1101, Ruggero Borsa, offre ancora trecento libbre di incenso e balsamo ecc….Ruggero Borsa, muore il 22 febbraio 1111, più o meno all’età di cinquant’anni. Aveva incontrato l’ultima volta il papa a Benevento l’anno prima. Qualche settimana dopo il novembre dell’anno 1111, scompare in Puglia un eroe di ben altra statura, Boemondo di Taranto.”. L’Aubè scrive che di Ruggero Borsa ci ha raccontato il cronista Falcone Beneventano (…).

Dopo la sua morte, il dominio fu definitivamente ereditato da Ruggero II d’Altavilla che diventerà Re di Sicilia. Dal punto di vista storiografico, una delle principali fonti sul regno di Ruggero Borsa è l’opera del cronista Guglielmo di Puglia, che dedicò le sue cronache a Roberto il Guiscardo e suo figlio.

diploma di Ruggero Borsa

(Fig…) Diploma di Ruggero Borsa, tratto dal Pratesi (…)

Fra il luglio del 1088 e l’aprile del 1098 ci fu, secondo Chalandon, una rivolta ad Amalfi che vide governare sulla città Gisulfo II. Altro non si conosce, tranne che la città tornò nelle mani del duca. Nell’ aprile del 1090 il duca Ruggero perse sua madre Sichelgaita, sua principale alleata e sostenitrice, e nel novembre successivo morì il principe Giordano. Con la sua morte iniziò la decadenza del suo principato. Alla fine del gennaio del 1091 i capuani insorsero contro i Normanni, cacciando via la vedova e i figli di Giordano. Nella prima metà del 1091 Cosenza si ribellò al duca Ruggero che l’assediò con l’aiuto dello zio e del fratellastro da maggio fino a luglio, mese in cui i Cosentini si arresero. Il granconte Ruggero ebbe per il suo appoggio, a detta di Malaterra, metà della città, ma secondo gli studiosi ebbe invece metà di Palermo. Il duca Ruggero sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Dalla consorte ebbe tre figli maschi: Ludovico, nato nel 1092, Guiscardo, nato nel 1093, e Guglielmo, nato nel 1097. Ebbe un figlio illegittimo da una donna chiamata Maria, anch’egli chiamato Guglielmo. Solo i due Guglielmi sopravvissero alla morte del padre. Nel 1093 il duca Ruggero si ammalò gravemente, a tal punto che si diffuse la falsa notizia che fosse morto. I conti normanni ne approfittarono per ribellarsi: Boemondo né approfittò per prendersi le città calabre. Guglielmo di Grantmesnil, cognato del duca, istigato forse dalla moglie, approfittò della morte del duca per appropriarsi di Rossano e Castrovillari. Entrambi affermarono di voler tutelare l’erede del defunto duca. Ma la rapida reazione del granconte Ruggero, che cacciò Boemondo dalla Calabria, e l’inaspettata guarigione del duca Ruggero, convinsero i conti a tornare all’obbedienza. Boemondo si riconciliò con il fratellastro, mentre Guglielmo di Grantmesnil rifiutò di farlo. Il duca Ruggero, con l’appoggio dello zio e del fratellastro, nel corso del 1094 riuscì a conquistare Rossano e San Marco, isolando il cognato ribelle a Castrovillari. Guglielmo di Grantmesnil non ebbe scelta che sottoporsi ad un arbitrato tenuto dal granconte, che doveva giudicare al sua condotta. Risultato colpevole, andò in esilio con la moglie, mentre tutti i suoi beni gli vennero espropriati. Dunque, il basso Cilento e la contea di Policastro, furono sotto la dominazione del normanno Ruggero Borsa dal 1085 al 1111 e dal 1111 al 1187, sotto la dominazione del figlio Guglielmo I d’Altavilla.

Nel 1131, re Ruggero II d’Altavilla, con il “Crisobollo” conferma all’Abate Leonzio (al feudo di Rofrano e Grottaferrata e non al Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa come nel testamento di Mansone) la vasta tenuta del ‘Centaurino’

La vasta tenuta detta di “Cannamaria” (il monte Centaurino) figura nella dote testamentaria che nel 1130, il conte Manso o Mansone dispose il lascito per il rifondato e riunito monastero claustrale di San Mercurio a Roccagloriosa di cui la figlia Altrude divenne Badessa. Il Centaurino figura nel testamento del conte Mansone come bene burgiansatico e allodiale. Questo vasto tenimento, forse era un lascito del conte Normanno Leone e sua moglie Gatullina al figlio erede Mansone. Non si sa. Ma questa vasta tenuta e possedimento feudale viene citato e figura fra i beni che re Ruggiero II d’Altavilla dona all’Abate Leonzio dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, ovvero risulta nel cosidetto “Crisobollo” di Re Ruggero II d’Altavilla. E’ un fatto da verificare e da approfondire come sia accaduto che un bene concesso all’Abbazia Tuscolana, da cui dipendeva quella di Rofrano, possa essere compreso nei beni privati di Mansone, conte di Roccagloriosa e di Padula. Il periodo è più o meno lo stesso. Il bene in questione risulta nella proprietà dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo per concessione di re Ruggero II e risulta pure nella proprietà del monastero di San Mercurio per testamento del conte Mansone. Forse in epoca Normanna, al tempo di re Ruggero II, l’antico Monastero di monaci di San Mercurio a Roccagloriosa dipendesse dal controllo dell’antica Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano che a sua volta dipendeva direttamente dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Con questo antichissimo privilegio, Re Ruggero II di Sicilia confermava le precedenti concessioni fatte all’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (l’odierna Frascati), da cui dipendeva l’antichissima Abbazia di Grottaferrata a Rofrano a cui erano stati concessi detti privilegi. Re Ruggero II, confermava le precedenti donazioni di possedimeni concessi da Ruggero I all’Abbazia di Rofrano. Fra questi posssedimenti vi era una grande tenuta boschiva chiamata il “Centaurino”. Giuseppe Barra (….), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, a p……, in proposito scriveva che: “Pietro Ebner fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino ecc..”. Il Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (3), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, p. 33,  che cita le controversie legali sorte dopo la vendita di alcuni beni dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati). Ebner (…), a p. 33, in proposito scriveva che: “E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, …..all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e del figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma in greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia. Un interessante documento redatto “in Palatio nostro Palermitano”, con il quale re Ruggiero confermava all'”honorando religioso domino Leontio abati Dei Genitricis Criptae Ferrata” i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo ad interminabili controversie (89). La tuscolana abbazia italo-greca di Grottaferrata era troppo importante perchè i sovrani normanni non ne potessero tollerare nei loro stati una grancia, sia pure economicamente forte come quella di Rofrano. Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita”. L’Ebner, nella sua nota (89), dice che: “(89) V. D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano’, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS = Archivio di Stato di Salerno, è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV = Archivio della Diocesi di Vallo della Lucania) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Dunque, come scriveva l’Ebner, la vasta tenuta del Centaurino, forse già antica e longobarda donazione all’Abbazia di Rofrano, era fra i “i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo ad interminabili controversie (89).”. Pietro Ebner (7), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”,vol. I, a p. 496 ci parla degli “Statuti di Rofrano” ed a p. 498 pubblica la trascrizione del cosiddetto “Crisobollo di re Ruggiero”, tratta dal Ronsini (….). Ebner, a p. 496, in proposito scriveva che: “Prime notizie sicure al diploma  di re Ruggiero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè del 1131, IX indizione (1). Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata (Ebner si riferisce al codice Cryptense Z δ XII), il re confermava all’abate Leonzio di quel cenobio (“tibi onorando religioso domino Leonzio, abbati sanctae Dei genitricis Criptae Ferrate ad nos profecto, ac supplicante (…) ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri, cum omnibus granciis, villis et pertinentiis suis”), le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc..dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (2).”Ebner, vol. I, a p. 496, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Descrizione precisa dei confini naturali e dei segni artificiali scolpiti su pietre, specialmente di quelli che racchiudevano la vasta tenuta denominata Centaurino, causa di annose liti tra i vescovi di Policastro, per conto del loro seminario, e i comuni di Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza, le cui terre confinavano con il Centaurino, che aveva preso nome ‘a fonte Centaurini’.”. Ebner si riferiva e parlava dell’antico documento di cui parlava l’Antonini (…) e l’Ebner (7) è chiamato “Crisobollo di Ruggero”. Si tratta di una donazione (diploma come lo chiama l’Ebner o Crisobollo come lo chiama la Follieri), fatta da Ruggero II d’Altavilla il Normanno, figlio di Ruggero I e Re di Sicilia, a Leonzio, forse Abbate dell’Abbazia di Grottaferrata a Rofrano. L’Ebner, poi prosegue e riguardo all’antico documento Normanno del 1131, scriveva che:  “Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Abbiamo visto, però che, la vasta tenuta del Centaurino non era solo nei beni della chiesa di Rofrano e poi in seguito dell’Abbazia tuscolana ma faceva parte della disponibilità del conte Mansone. Come scrisse Pietro Ebner (7), il vasto possedimento del Centaurino, in seguito al passaggio del monastero di S. Mercurio al Seminario della Curia Vescovile di Policastro, diventò oggetto di liti pendenti davanti a diverse corti di giustizia. Diverse furono le cause vertenti dal XVIII secolo in poi, tra la Curia ed alcuni Comuni viciniori, per il possesso di alcuni antichissimi possedimenti dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e di altre Abbazie e Monasteri dei Comuni vicini. Tutti questi possedimenti e privilegi, tra cui anche quella del ‘Centaurino’, si potevano far ricondurre ai primi titoli concessi dai re Normanni ai monaci di alcune Abbazie e Monasteri sparsi sul nostro territorio, poi in seguito, caduti in disfacimento a causa dell’incuria ma soprattutto a causa dell’usurpazione che ne fecero alcuni baroni ed al trasferimento di questi beni alla Curia Romana. L’Ebner (7), a p. 435, nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, parlando di Policastro e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, sulla scorta del Ronsini (10), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (Ronsini (…), p. 29), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(…).”. Alla sua nota (27), l’Ebner, scrive che: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo, con il fisco per pagamenti contestati, con il principe di Bisignano per i confini di Sanza, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino.”Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 435, in proposito scriveva che: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31), per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’Università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’Abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il momastero anzidetto (1615). Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che: “(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Dalla Relazione redatta dal Consigliere De Micco (…), in una causa di confini, apprendiamo da p. 71 che: E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. Ritornando al diploma del 1131, del re Ruggero II, in cui figurano la vasta tenuta del Centaurino fra le precedenti donazioni confermate da re Ruggero II alla chiesa di Rofrano e di Grottaferrata, Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi etc..”, a p. 74 (vedi versione a cura di Visconti), in proposito scriveva che: “Il Re Ruggero, fondatore di questo nostro Regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò al rango di contea e la donò (52) al suo figlio illegittimo Simone; nello stesso tempo, concesse al Vescovado il feudo di quel castello che da lui fu detto Castel Ruggero. Come risulta poi da un’antico manoscritto, poichè in un bosco adiacente si vedevano molto spesso degli orsi nelle vicinanze di una torre che vi era eretta, il luogo cominciò ad essere frequentato dai coloni che vi andavano a caccia, e così a poco a poco quel feudo da rustico divenne urbano e prese il nome di Torre Orsaia (53).. Il Laudisio, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Ughell., cit., tomo 7, col. 758 (p. 542: Robertus, Normandus dux, ann. Christi 1065 eam destruxit, quam Rogerius rex magnificentius inde restituit ac comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit)”. Il Laudisio, nella sua nota (53) citava il Troyli, Historia Neapolitana, tomo I, part. 2, n. 66 (pp. 171-172: “…..”.”. La studiosa Giovanna Falcone (14), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127. Nel settembre del 1130 papa Anacleto II, concedendo al conte di Sicilia Ruggero II la dignità regia, fondava il nuovo Regno di Sicilia che includeva, oltre la Sicilia, la Calabria, il ducato di Puglia e le regioni fino a quel momento sottoposte all’autorità dei duchi normanni del Mezzogiorno peninsulare. Molto tempestivamente, quindi l’abate di Grottaferrata si premurò a richiedere al nuovo signore, il re Ruggero, la conferma dei possedimenti di Rofrano che fu concessa nell’aprile del 1131. Il documento è detto crisobollo perchè munito di sigillo d’oro.”. La Falcone, prosegue il suo racconto e scriveva: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobari di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”. Di seguito pubblico la trascrizione del “Crisobollo” tratta dal Ronsini (….), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, Salerno, 1873, p……, dove possiamo leggere che tra le località ed i possedimenti concessi da re Ruggero II d’Altavilla figurava anche la vasta tenuta del monte Centaurino:

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Riguardo il possedimento della vastatenuta del Centaurino”, recentemente abbiamo rintracciato all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, la Relazione del 1895 del Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli De Micco, nella Causa vertente tra ilPel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il comm. De Micco (….), nella sua Relazione a p. 73, riferendosi alla causa del Comune di Rofrano contro il Seminario di Roccagloriosa, in proposito si chiedeva: “Ed era lecito a lui mettere in dubbio l’autenticità del testamento del Conte Mansone; quando unico suo titolo era uno pseudo documento attribuito a Re Ruggiero, che si dice fatto originariamente in greco e presentato per la traduzione, per la prima volta dopo sette secoli, ignorandosi chi lo avesse custodito per così lungo tempo, e che era contestato e distrutto dal fatto del possesso del Seminario e dalla qualità di colono e lavoratore che aveva l’Abate di Grottaferrata di Rofrano ?.”. Giuseppe Barra (….), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, a p. 23, in proposito scriveva che: “Il re, dunque, confermò anche all'”ecclesiam sanctae marie rofrani sitam in partibus policastri” le sue “grantiis villis et pertinentiis”, e cioè i cenobi ecc…, due case a Salerno, il feudo del “Centaurino” posto tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza (35), ecc…”. Il Barra, a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Cfr. Breccia, p. 220“. Il Barra si riferiva a Gustavo Breccia, p. 220 del suo “Il monastero di S. Maria di Rofrano Grangia Criptense, note storiche”, in ‘Bollettino Cryptense.

Nel 1135, Rainulfo di Alife, (detto di Airola), feudatario di Molpa al tempo dello scontro con Ruggero II

Da Wikipedia leggiamo che Rainulfo di Alife, detto de Airola, della famiglia Drengot Quarrel, (1093 circa – Troia, 30 aprile 1139), è stato un nobile normanno, conte di Alife, Caiazzo, Sant’Agata de’ Goti, Telese (1115-1139) e, in fasi alterne, di Avellino, Mercogliano, Ariano e Troia, nonché duca di Puglia (1137-1139). Era figlio del conte Roberto di Alife e di Gaitelgrima. Investito del titolo di conte sin da 1108, quando era ancora un fanciullo, incontrò papa Callisto II a Benevento nel 1120, fornendo atto di omaggio. Ebbe poi una dura lite col pontefice, risolta con la restituzione del monastero di Sancta Maria in Cingla presso Alife all’abbazia di Montecassino. Nel 1127, auspice il papa Onorio II, si alleò con Roberto II di Capua nel tentativo di contrastare la successione di Ruggero d’Altavilla al ducato di Puglia; questi riuscì a imporsi, ma dovette concedere a Rainulfo il possesso feudale della contea di Ariano. Dopo una breve alleanza con il sovrano, presto tornò ad opporglisi: nel febbraio 1130, alla morte di Onorio II, Rainulfo si schierò con il Papa legittimo Innocenzo II, contro l’antipapa Anacleto II. Ruggero, duca di Puglia e di Calabria e padrone della Sicilia, aveva riconosciuto come valida l’elezione di Anacleto ed ebbe in ricompensa la corona di Sicilia, il 25 dicembre 1130. Ma alcuni nobili feudatari normanni, che già da tempo mordevano il freno, non accettarono il nuovo sovrano e da qui si scatenarono gli eventi che portarono allo scontro militare il 24 luglio 1132 sul fiume Sarno presso Scafati. La battaglia di Scafati dapprima favorevole alle truppe regie, terminò in una disastrosa sconfitta per Ruggero. All’agosto del 1132 si fa risalire, secondo la tradizione, l’arrivo da Roma ad Alife delle reliquie di san Sisto, ottenute da Rainulfo che le aveva chieste al papa (Anacleto II). Nella primavera dell’anno seguente Rainulfo e Roberto si recarono a Roma dove prestarono giuramento a Lotario II, sceso in Italia per farsi incoronare imperatore da Innocenzo II (4 giugno 1133). Mentre i due erano assenti, Ruggero tornò alla riscossa catturando la moglie di Rainulfo (sua sorella Matilda) e il figlioletto: Rainulfo e Roberto dovettero rientrare precipitosamente, ma finirono col capitolare (giugno-luglio 1134). Rainulfo ottenne comunque la restituzione dei familiari. Nel luglio 1135, una nuova rivolta capeggiata da Rainulfo provocò la reazione del re, che entrò in Aversa, Capua e Alife con un esercito guidato dal cancelliere Guarino, costringendo Rainulfo a trovare rifugio in Napoli, unica città a resistere. Nel marzo 1136 Rainulfo e il fratello Riccardo di Rupecanina, con l’appoggio del Papa legittimo Innocenzo II, chiamarono in Italia l’imperatore Lotario. Innocenzo II e Lotario II di Supplinburgo, concentrarono a maggio 1137 le proprie armate accanto al castello di Lagopesole, assediarono la città di Melfi e costrinsero Ruggero II Altavilla alla fuga, quindi conquistarono la sua (ex) capitale, Melfi, il 29 giugno. Il Pontefice tenne il Concilio di Melfi V nel castello del Vulture: la più probabile data va dal 29 giugno al 4 luglio. I Padri conciliari decisero la deposizione dell’antipapa Anacleto II. Il 4 luglio Innocenzo II, insieme all’imperatore Lotario II di Supplimburgo delegittimò Ruggero II di Sicilia, della rivale Casata Altavilla, in favore di Rainulfo III di Alife, della Casata Drengot, nuovo Duca di Puglia. Poi a Benevento alla fine dell’estate Innocenzo e Lotario investirono Rainulfo del ducato di Puglia, mentre la contea di Alife passava a Riccardo. Ma, ripartito l’imperatore, Ruggero sbarcava di nuovo a Salerno ai primi di ottobre per ristabilire la sua autorità sulle città ribelli. Una nuova battaglia si svolse il 29 ottobre 1137 presso Rignano Garganico, dove il re, nuovamente sconfitto, perse molti soldati e trovò scampo nella fuga. La controffensiva regia, causò il grave saccheggio di Alife e Telese, ma le principali città della Puglia in mano a Rainulfo (Troia, Melfi, Canosa e Bari), non subirono alcun danno. Il Papa l’8 aprile 1139, scomunicò Ruggero, ma il 30 dello stesso mese Rainulfo morì. Solo con la morte di Rainulfo, forse causata da errori medici, Ruggero poté conquistare l’intera Italia Meridionale. Rainulfo sposò Matilde di Altavilla, figlia di Ruggero I di Sicilia, dalla quale ebbe il figlio Roberto e una figlia, Adelicia Drengot, che sposò Rainaldo dell’Aquila, Conte di Avenel. Da Adelicia Drengot e Rainaldo dell’Aquila nacque Matilde Avenel che sposò il Conte di Butera, Costantino II Paterno. Rainulfo era cognato di Ruggero II d’Altavilla.  Sulla figura del conte Rainulfo o Ranulfo di Alife, recentemente Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. I, a p. 22, nella nota (23) postillava che: “(23) Scriveva nel 1781 Lucido Di Stefano, governatore baronale di Centola, che “sebbene il Porto del medesimo (il Mingardo) oggi più non esiste, perchè terrapienato, pure il medesimo era appunto ove da marinai si fa la pesca de’ pesci colle sciabiche nella Molpa” (L. Di Stefano, Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro, Centro di Cultura e Studi Storici “Alburnus”, Salerno, 1994, vol. I, p. 173).”. Infatti, Lucido Di Stefano (….), nel suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, il suo manoscritto pubblicato recentemente dal Comune di Acquara con testo tradotto e a cura di Barra e Capano e altri, parla della Molpa ed in proposito, nel Libro I, a p. 178, in proposito scriveva (sulla scorta dell’Antonini) che: “Fu poi, come scrive il Sig. Antonini, nel 1113 da’ Saraceni saccheggiata con tutta la Regione di Lucania. Appresso fu nuovamente saccheggiata dal Re Ruggiero in uno de’ suoi viaggi da Sicilia, e smantellate le Mura, che la cingevano, dal che ne venne la totale sua ruina e diserzione, e de’ suoi Casali, a riserba di Pisciotta, come scrive il citato Antonini. Etc…”. Il Di Stefano, che fu governatore di Centola scriveva soprattutto sulla scorta del Vescovo di Capaccio Mons. Nicolai sostenendo la sua tesi che la Molpa in origine fosse “Bussento”, sede Vescovile. Il Di Stefano, a pp. 233-234 discorrendo della Contea di Capaccio al tempo di re Ruggero II scriveva che: “Il Baron Antonini nella par. 2 Disc. 3, pag. 255 not. (1) scrivendo che “a tempo del Re Ruggieri era tenuta Capaccio dal famoso Ranulfo di Alife, ed allorche (erasi egli già a Ruggieri ribellato) intese esser venuto il Re da Sicilia: ‘Capacium munitissimum ejus Oppidum, quo iter assumpserat, timido corde regreditur’, scrive l’Abbate Celesino su’l principio del lib. 3. Dice di più nel Disc. 3, pag. 374, che detto Ruggiero distrusse la Molpa, che da un nipote (238) di esso Conte Rainulfo si teneva Melfi, Troja, Avellino, Alife, ed altri Luoghi, portando nella not. (2) l’opinione dell’Anonimo Cassinese, che ‘Aliphas Rogerius redegit in cinerem’ l’anno 1133, etc…”. Dunque, il Di Stefano cita alcuni passi dell’Antonini. Infatti, il barone Giuseppe Antonini, a p. 255 (I edizione del 1745, mentre nell’edizione del 1795 è a p. 247) parlando di Capaccio, in proposito scriveva che: “Questo luogo, perchè di sua natura forte, sin da tempo de’ Normanni fu sempre da persone di conto (I) posseduto.”. L’Antonini, a p. 255, nella nota (I) postillava che: “(I) A tempo di Re Ruggieri era tenuto Capaccio dal famoso Ranulfo Conte di Alife; ed allorchè (erasi egli già a Ruggiero ribellato) intese esser venuto il Re da Sicilia: “Capaciam munitissimum ejus Oppidum, quo iter assumpserat, timido corde regreditur” scrive l’Abate Celesino sul principio del lib. 3.”. L’Antonini, sulla scorta dell’Abate Celesino scriveva che Capaccio, al tempo di re Ruggero II  era tenuto Capaccio dal famoso Ranulfo Conte di Alife”. L’Antonini scriveva pure che, al tempo di re Ruggero II e, quando il conte Ranulfo si era già a lui ribellato, intuendo che re Ruggero II venisse a punirlo dalla Sicilia, egli “tornò con il cuore timoroso alla città dove aveva preso il suo viaggio, la città più fortificata”. Il Di Stefano, sempre sulla scorta dell’Antonini scriveva pure che l’Antonini, Dice di più nel Disc. 3, pag. 374, che detto Ruggiero distrusse la Molpa, che da un nipote (238) di esso Conte Rainulfo si teneva Melfi, Troja, Avellino, Alife, ed altri Luoghi, portando nella not. (2) l’opinione dell’Anonimo Cassinese, che ‘Aliphas Rogerius redegit in cinerem’ l’anno 1133, etc…”. Questa notizia l’abbiamo analizzata in precedenza. Sempre il Di Stefano ci fa notare che l’Antonini, nella sua Lettera al Signor Egizzio su la ‘Geografia’ del Sig. Langlet pag. 137, la porta dallo stesso Re bruciata nel 1129.”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini, nel suo “Lettera D. Matteo Egizio al Sig. Langlet du Fresnoy o siano osservazioni sulla Geografia etc…”, in “Altra lettera del barone Antonini in risposta del Sig. Matteo Egizio scritta da Parigi a 14 settembre 1739”, a p. 137 riferendosi ad Alife (non alla Molpa), in proposito scriveva che: “…e ‘l Vescovo non vi abita per l’aria malsana. Vuò però ben credere che quando nel MCXXIX fu assediata, e bruciata dal Re Ruggieri, avesse avuto ancora belli edifizj etc…”. Il Di Stefano dissertava e ragionava sulle date ed infatti aggiungeva che: Da tale autorità mi surge una difficoltà, che se Guaimario suddetto cedé a Sica sua sorella nel 1137 la Contea di Capaccio, come col Pellegrino scrive il Volpe, come poi, secondo l’opinione dell’Abbate Celesino, Rainulfo era Conte di Capaccio nel 1129 o 1133, in tempo che Alife fu incenerita, cioè, otto, o quattro anni prima, che Guaimario si fé Religioso ? e perciò io pensavo, o la destruzione di Alife seguì dopo detto anno del 1137. Di fatto nello scrivere ciò, ho rattrovato nella Storia di Falcone Beneventano, che minutamente, come testimonio di veduta scrisse le guerre da esso Re fatte nel Regno, che Alife fu destrutta nell’anno 1138; onde resta già sciolta la mia difficoltà.”. Pietro Ebner (….) nel vol. I, del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 605, dove, parlando della “Capaccio”, in proposito scriveva che: “Nell’età del re Ruggiero pare (19) che fosse signore di Capaccio Rainolfo di Alife. Nel 1132 l’abate Landone della chiesa di S. Nicola (20), costruita a “casa vetere” sotto il vecchio castello e appartenente a Giovanni, figlio di Gregorio, figlio di Pandolfo di Capaccio, dichiarò che la chiesa possedeva un terreno e un fabbricato fuori la città nuova di Capaccio, non molto lontano dalla “porta que dicitur de pagagno” e che per ordine di Giovanni concedeva a tre fratelli.”. Ebner, a p. 605, vol. I, nella nota (19) postillava che: “(19) Antonini, cit., I, p. 247, n. 2”. Il barone Giuseppe Antonini, ripreso più volte dal Di Stefano citava spesso l’“Abate Celesino”. Io credo che vi fosse un errore di stampa perchè l’autore che cita l’Antonini non è “Celesino”, un abate di chissà quale monastero ma si tratta di Alessandro di Telese detto il “Telesino”, o “Alessandro Telesino” (….). E’ molto strano perchè l’Antonini (….), a p. 375, nella nota (I) parla distintamente dellìAbate Telesino e non “Celesino”.

Postille di Antonini, p. 375

L’Antonini (…), a p. 375, parte II, II edizione della ‘La Lucania’

Tuttavia, in Wikipedia leggiamo essere Alessandro Telesino o di Telese (in latino: Alexander Telesinus; … – 1136) fu l’abate di San Salvatore, in Telese. È ricordato soprattutto come cronachista e storico. Alessandro successe all’abate Giovanni alla guida dell’Abbazia benedettina del Santissimo Salvatore a Telese, certamente prima del 1127. Si dimostrò uomo colto e astuto. Ad Alife conobbe Matilde di Altavilla, sorella di Ruggero II di Sicilia e moglie del conte Rainulfo III di Alife. Diventato amico della contessa, scrisse la sua opera più importante, la Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie, biografia accurata di re Ruggero II. Dunque, il chronicon di Alessandro di Telese (….) è il testo scritto in latino “Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie”, oppure più correttamente il testo “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis De Gestis Rogerii Siciliae Regis” e “Alexandri Abbatis Telesini Alloquium ad Regem Rogerium”. Dall’unico manoscritto esistente (Barcellona, Biblioteca Central, cod. 996), una copia redatta a Monte Cassino intorno al 1330 e portata in Spagna al tempo dell’occupazione aragonese, l’antiquario Jerónimo Zurita y Castro trasse la editio princeps nel 1578, priva degli ultimi capitoli (da questa derivano Muratori e Del Re). L’Antonini scriveva che, all’inizio del testo del Libro III egli ci parla di re Ruggero II d’Altavilla e lo scontro con il conte Rainulfo d’Alife. Nel testo “Alessandro di Telese – Ruggero II Re di Sicilia” a cura di Vito Lo Curto (….) pubblicato a Cassino nel 2003, con traduzione e commenti, all’inizio del Libro III. Il Libro III si apre col Cap. I: “Ruggero si ammala. Muore sua moglie Alberia. Essendosi diffusa la falsa notizia della morte del re, il Principe Roberto da Pisa si dirige a Napoli con una schiera di soldati.”. Il cap. II, a p. 143: “Rainulfo, pensando che il re sia morto, cerca di recuperare le terre perdute.”. Dunque, i fatti citati dall’Antonini, narrati da Alessandro di Telese, risalgono a dopo la morte della prima moglie di re Ruggero II d’Altavilla e, subito dopo la conferma a re di Sicilia nel 1130. In particolare l’Antonini, sulla scorta del Telesino scriveva della ribellione del conte Rainulfo e che: Ranulfo Conte di Alife; ed allorchè (erasi egli già a Ruggiero ribellato) intese esser venuto il Re da Sicilia: etc…”. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero II d’Altavilla sposò prima del 1118 Elvira di Castiglia (circa 1100 – 1135). Morta Elvira, solo nel 1149, cioè dopo ben quattordici anni di vedovanza (con la preoccupazione della successione dinastica dopo la morte in successione dei suoi primi tre figli maschi), si unì in matrimonio con Sibilla di Borgogna (1126 – 1150). Tuttavia, sebbene avessi approfondito le mie ricerche sul nipote del Conte Rainulfo che teneva la fortezza della Molpa al tempo di re Ruggero II d’Altavilla, ancora nulla si sa. Sulla figura del conte Rainulfo o Ranulfo di Alife, Lucido Di Stefano (….), nel suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 97, in proposito scriveva pure che: “….e della città di Benevento che dal Papa si pretendeva, come alla sede Apostolica appartinente, a qual’effetto il Pontefice fé lega con Roberto nuovo Principe di Capoa, e con Rainulfo Conte d’Alife cognato di Ruggiero, del quale ho parlato nel lib. 3 Disc. I chi invasero la Puglia per ordine del Papa, etc…”. Il Di Stefano, nel Libro III parlando della Contea di Capaccio, di Rainulfo di Alife, dei Comite a Capaccio e, sulla scorta di Filiberto Campanile (….), che egli chiama “Il Duca della Guardia”, a pp. 12-13-14, in proposito scriveva che: “Di costui e delle sue prodezze parla lungamente Falcone Beneventano nella ‘Storia del Re Ruggiero’, contro di cui fé cose inaudite chiamandolo però ‘Rainulfo’, ch’era Conte d’Avellino, di Alife, etc. e Principe etc….Aveva Rainulfo in moglie Matilda, sorella dello stesso Re. Venne la nemicizia tra loro, perche avendo Rainulfo un giorno ingiuriata la Contessa sua moglie, ed indi essendo andato a Roma, mandatovi da Ruggiero, questo in tal tempo fattasi venire la medesima col figlio, per vendicarsi, la mandò in Sicilia nel 1132 con detto suo figlio; onde poi cotanto tra loro guerreggiato, che se detto Conte non moriva, difficilmente il Re avrebbe acquistato la Puglia, e l’altre Regioni nostrali. Tolto Salerno al Re dal Som. Pontefice Innocenzo II, e da Lotario Impe., nel 1137 etc…..Morì Rainulfo nella Città di Troja di Puglia nell’anno 1139, e seppellito in quel Duomo etc…Dopo la morte di Rainulfo il Re s’insignorì di tutta la Puglia, del Principato di Capua, e del Ducato di Napoli, etc…”. Dunque, Rainulfo era cognato di re Ruggero II d’Altavilla, in quanto ne aveva sposato la sorella Matilda d’Altavilla, figlia di Ruggero I d’Altavilla di Adelaide del Vasto detta “Adelasia”.

Nel 1135, il conte “Rainulfo” o “Rainolfo”, feudatario della città di Molpa ai tempi di re Ruggero II e suo nipote che la teneva: città e fortezza

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – Discorsi”, vol. II, Parte II, Discorso VII, nel suo “Discorso VII – Di Palinuro, e della Molpa”, a p. 373-374-375 parlando della Molpa e, dopo aver detto di una donazione ad “Alderuna” del 1119, riferendosi a re Ruggero I d’Altavilla, re di Sicilia, in proposito scriveva che: Non passarono molti anni etc…”, quindi dopo l’anno 1119, ovvero forse l’anno……, “che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani e Saraceni, nel viaggio di Sicilia: e per vedere verso qual anno probabilmente la cosa succedette; convien sapere che quello molti viaggi fece da Sicilia in Regno, e dal Regno colà. Etc…”. L’Antonini, a p. 374 proseguendo il discorso sui viaggi che re Ruggero I d’Altavilla intraprese per necessità dalla Sicilia per Napoli doveva far sosta alla Molpa “Quindi si vede che per necessità dovette Ruggieri tant’altre volte tornare quì per ripartirne. Etc…”.

Antonini, Ruggero II distrugge la molpa, p. 374

Sempre a p. 374, l’Antonini proseguendo il suo racconto e scriveva che: “Alcuni per tradizione dicono, che i Molpitani avendo preso ciò che dal naufragio d’una delle navi era al di loro lido approdato, senza volerlo restituire, l’avesse egli nel MCXXXV (1135) per vendetta saccheggiata, e smantellata di mura, che mai più si rifecero. Vogliono altri ( e questa sentenza appare la più verosimile) ch’ essendosi sparsa per Italia novella della morte di Ruggieri, tutti, o la maggior parte dè luoghi del Regno si sollevarono, fra quali anche la Molpa, che da un nipote del Conte Rainulfo si teneva: ed essendo Ruggieri velocemente quì accorso, ne smantellò le mura, come fece a Melfi, a Troia, ad Avellino, ad Allife (2), e ad altri luoghi men forti ancora (3); etc…..Questo smantellamento di mura cagionò alla Molpa l’ultima sua ruina; poichè non essendo più tale, che potesse in quei confusi scelerati tempi sicura mantenervisi la gente, cominciò pian piano a mancar di abitatori, e quei casali (I), ch’erano dalla città dipendenti, pure cominciarono a fare lo stesso, in modo che nella final sua ruina, del MCDLXIV pochi abitati ve n’erano.”. Dunque, secondo l’Antonini che riferisce delle notizie storiche sulla Molpa, ai tempi di re Ruggero I d’Altavilla, il Gran Conte di Sicilia, nell’anno 1135, il feudatario del luogo la Molpa, che da un nipote del Conte Rainulfo si teneva: etc…”. Chi era questo feudatario della Molpa nel 1135 ?. L’Antonini scriveva che egli fosse un nipote del conte “Rainulfo” che teneva il luogo per conto di re Ruggero I d’Altavilla. L’Antonini, a p. 374, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Ecco come il Capecelatro, nella sua Storia, part. I, lib. I, il dice: ‘Ed egli imbarcatosi sopra la sua armata, s’avviò per gire in Palermo, ma assalito da fiera tempesta, per lo cammino se gli affogarono in mare ben venti legni carichi di ricche prede, e di prigioni Regnicoli”. Sempre l’Antonini, a p. 374, nella nota (2) postillava che: “(2) L’Anonimo Cassinese, rapporta la distruzione di Alife all’anno MCXXXIII, in cui dice: “Rogerius Aliphas redegit in cinerem” ”. L’Antonini si riferiva a re Ruggero I d’Altavilla o si riferiva alle frequenti soste che dovette fare re Ruggero II d’Altavilla, suo figlio ?. Angelo Guzzo (…), nel suo Il ‘Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, a p. 15, parlando della città scomparsa di ‘Molpa’, una città sorta sul promontorio della ‘Molpa’ verso Palinuro, riferiva una notizia tratta dall’Antonini (…) e sulla scorta del Capecelatro (…), scrivendo:  “Non passarono molti anni e fu nuovamente saccheggiata da Ruggero II il Normanno, il quale cinta la corona di Re di Sicilia e di Puglia nella cattedrale di Palermo, nell’anno 1130 si accinse, con la sua flotta, a raggiungere Napoli. Durante il tragitto, assalite da una furiosa tempesta, venti delle sue navi affondarono con tutto il loro prezioso carico e due di esse furono trascinate dai marosi lungo sul lido della Molpa. I Molpitani, si impossessarono immediatamente di tutto ciò che le due navi contenevano e fecero orecchio di mercante alle reiterate richieste di restituzione avanzate dal Re Normanno. Ruggero II, allora sdegnato ed incollerito per il loro comportamento irrispettoso, decise di punirli severamente e, nell’anno 1133, saccheggiò la Molpa e la smantellò nelle sue mura che non vennero mai più riedificate. Due anni dopo, nel 1135, essendosi sparsa per l’Italia la falsa notizia della morte di Ruggero, quasi tutti i luoghi del Regno si sollevarono, e fra essi la Molpa, tenuta, allora, da un nipote del Conte Rainulfo. Re Ruggero, messo al corrente dei tumulti, si portò immediatamente sui luoghi della rivolta con i suoi soldati e si diede ad una feroce opera di repressione. Dopo aver distrutto Melfi, Troia, Avellino, Alife, Matera, ed altri numerosi e munitissimi centri, si avventò con particolare risentimento su Molpa, punì in modo assai crudele gli abitanti e ridusse in cenere anche quel poco che era avanzato alla precedente devastazione (15). Da questo momento i suoi abitanti ecc…”.  Il Guzzo (…), postillava alla sua nota (15) che la notizia era tratta da “Storia del Capecelatro, parte I, Libro I – citata in Antonini. Dunque, il Guzzo ci parla di re Ruggero II d’Altavilla e ci parla dell’anno 1135. Angelo Guzzo, nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia” parlando della Molpa, a pp. 70-71 scriveva le stesse notizie. Anche in questo caso, il Guzzo, a p. 71, nella nota (15) postillava che: “(15) “Storia del Capecelatro, parte I, Libro I – citata in G. Antonini – Op. cit., – Vol. I – Disc. VII – pagg. 374-375”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: L’Antonini dice……etc….e di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15). Certo è che sulla collina della Molpa vi era un ‘castrum’ distrutto dai saraceni (16) e un castello di cui sono visibili i ruderi etc…”. Ebner, a p. 173, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Il ‘castrum’ era a quota 140. La cala che si apre a sud del promontorio offre un ancoraggio protetto dai venti del IV quadrante. G. Schmidt, ‘Antichi porti’, cit., p. 322”. Pietro Ebner (….) nel vol. II, del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 172 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: “L’Antonini dice pure…etc…e di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15).. Ebner nella sua nota (15) postillava in proposito che: “(15) Antonini, cit., p. 374.”. Dunque, Ebner, a p. 172 scriveva che la popolazione di Molpa aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo”. Ebner lo chiama “il conte Rainolfo”. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’ rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a p. 575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: Molpa….la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta a più riprese (680-705-802-828-931-1113), dal normanno Ruggero II, che dopo il naufragio del 1133 tra Lambro e Mingardo subì la predazione di oro e argento dai suoi abitanti; nel 1135 se ne vendicò abbattendo le mura della fortezza, che, posseduta dal Conte Rainulfo, s’era ribellata a Ruggero, e ancora etc…”. Dunque, il Di Mauro scriveva che nel 1135, la città della Molpa posseduta dal Conte Rainulfo, s’era ribellata a Ruggero”. Dunque, il Di Mauro scriveva che, nel 1135, nella città della Molpa vi fu uno scontro tra gli abitanti della Molpa e della sua fortezza tenuta dal Conte Rainulfo e un esercito di re Ruggero II d’Altavilla che distrusse la fortezza. Alcune notizie storiche sulla Molpa le ritroviamo nel testo di Francesco Cirelli (….), “Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835, pag. 36.”; sul testo di Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “Io oserei pensare che qui e non altrove avrebbero potuto stabilire la loro residenza le Sirene della favola: qui nel seno dove muore finalmente il Capo Palinuro per dar vita al massiccio della Molpa. Sulla cima di questo massiccio sorgeva anticamente una città, già decaduta nel basso medioevo, e infine distrutta, come tante altre città dell’Italia meridionale, dai Saraceni. Soggiogata dapprima dai Goti, e liberata successivamente da Belisario dopo lungo assedio, divenne alfine la meta di scorrerie barbaresche, normanne e saraceniche.”. Il canonico Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana”, sulla scorta dell’Archivio Cavense (Arca L., n. 23), a pp. 164-165 parlando della Molpa, in proposito leggiamo che: “Secondo il Malaterra, questa città, fondata dai Normanni, verso l’anno 1507 fu abitata da Mercanti (12). L’archeologia, invece, attenendosi ai reperti, parla di città coeva a Palinuro (13). Sappiamo di certo che nel 1113 la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni e, nel 1135, da Ruggiero II d’Altavilla, che la smantellò nelle sue mura, per punire gli abitanti impossessatisi arbitrariamente dei resti di una nave con un tesoro ivi naufragata.“. Il Vassalluzzo, a p. 165, nella nota (12) postillava che: “(12) Malaterra, lib. I, etc…”. L’Antonini (…), cita anche Rainulfo d’Alife, nemico acerrimo di re Ruggero II d’Altavilla di Sicilia. Secondo l’Antonini (…) che sulla scorta di Falcone Beneventano (…), Molpa, nell’anno 1135, era tenuta da un nipote del Conte Rainulfo di Alife. Angelo Guzzo (…), nel suo Il ‘Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, a p. 15, parlando della città scomparsa di ‘Molpa’, una città sorta sul promontorio della ‘Molpa’ verso Palinuro, riferiva una notizia tratta dall’Antonini (…) e sulla scorta del Capecelatro (…), scrivendo:  Due anni dopo, nel 1135, essendosi sparsa per l’Italia la falsa notizia della morte di Ruggero, quasi tutti i luoghi del Regno si sollevarono, e fra essi la Molpa, tenuta, allora, da un nipote del Conte Rainulfo. Re Ruggero, messo al corrente dei tumulti, si portò immediatamente sui luoghi della rivolta con i suoi soldati e si diede ad una feroce opera di repressione. Dopo aver distrutto Melfi, Troia, Avellino, Alife, Matera, ed altri numerosi e munitissimi centri, si avventò con particolare risentimento su Molpa, punì in modo assai crudele gli abitanti e ridusse in cenere anche quel poco che era avanzato alla precedente devastazione (15). Da questo momento i suoi abitanti ecc…”.  Il Guzzo (…), postillava alla sua nota (15) che la notizia era tratta da “Storia del Capecelatro, parte I, Libro I – citata in Antonini.

Nel 1135, Ruggero II d’Altavilla distrusse e sacchegiò la Molpa

Pietro Ebner (….) nel vol. II, del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173, dove, parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: “L’Antonini dice pure di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15).. Ebner nella sua nota (15) postillava in proposito che: “(15) Antonini, cit., p. 374.”. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a p. 575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa….dal normanno Ruggero II, che dopo il naufragio del 1133, tra Lambro e Mingardo subì la predazione di oro e argento dai suoi abitanti; nel 1135 se ne vendicò abbattendo le mura della fortezza, che, posseduta dal conte Ranulfo, s’era ribellata a Ruggero, ecc..”. Infatti, l’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, nella parte II, a p. 375, parlando della Molpa, scrive che i suoi numerosi e sicuri approdi naturali che furono molto utilizzati da Ruggero I d’Altavilla, Gran Conte di Sicilia, nei suoi innumerevoli viaggi da e verso la Sicilia.

Antonini, su Ruggero I e la Molpa, p. 371

L’Antonini (…), a p. 375, parlando di una città che lui chiama ‘Molpa’, sorta sul promontorio della ‘Molpa’ di Palinuro, di cui oggi restano pochi ruderi. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.). Nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. L’abitato fu dunque fortificato dai Normanni con robuste difese tra cui il Castello della Molpa, una possente rocca i cui resti sono visibili ancora oggi.

La Molpa

Angelo Guzzo (…), nel suo Il ‘Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, a p. 15, parlando della città scomparsa di ‘Molpa’, una città sorta sul promontorio della ‘Molpa’ verso Palinuro, riferiva una notizia tratta dall’Antonini (…) e sulla scorta del Capecelatro (…), scrivendo:  “Non passarono molti anni e fu nuovamente saccheggiata da Ruggero II il Normanno, il quale cinta la corona di Re di Sicilia e di Puglia nella cattedrale di Palermo, nell’anno 1130 si accinse, con la sua flotta, a raggiungere Napoli. Durante il tragitto, assalite da una furiosa tempesta, venti delle sue navi affondarono con tutto il loro prezioso carico e due di esse furono trascinate dai marosi lungo sul lido della Molpa. I Molpitani, si impossessarono immediatamente di tutto ciò che le due navi contenevano e fecero orecchio di mercante alle reiterate richieste di restituzione avanzate dal Re Normanno. Ruggero II, allora sdegnato ed incollerito per il loro comportamento irrispettoso, decise di punirli severamente e, nell’anno 1133, saccheggiò la Molpa e la smantellò nelle sue mura che non vennero mai più riedificate. Due anni dopo, nel 1135, essendosi sparsa per l’Italia la falsa notizia della morte di Ruggero, quasi tutti i luoghi del Regno si sollevarono, e fra essi la Molpa, tenuta, allora, da un nipote del Conte Rainulfo. Re Ruggero, messo al corrente dei tumulti, si portò immediatamente sui luoghi della rivolta con i suoi soldati e si diede ad una feroce opera di repressione. Dopo aver distrutto Melfi, Troia, Avellino, Alife, Matera, ed altri numerosi e munitissimi centri, si avventò con particolare risentimento su Molpa, punì in modo assai crudele gli abitanti e ridusse in cenere anche quel poco che era avanzato alla precedente devastazione (15). Da questo momento i suoi abitanti ecc…”.  Il Guzzo (…), postillava alla sua nota (15) che la notizia era tratta da “Storia del Capecelatro, parte I, Libro I – citata in Antonini. Dal punto di vista strettamente bibliografico, la notizia è tratta dalla bibliografia antiquaria ed in particolare dal Capecelatro (…), che sulla scorta dell’Abate Telesino (…), e di Falcone Beneventano, raccontava questo episodio che in seguito fu citato dall’Antonini (…), che nella sua ‘Lucania’, vol. II, Parte II, Discorso VII, a p. 373-374-375. L’Antonini, parlando della città della ‘Molpa’, una città che esisteva sul promontorio della Molpa di Palinuro (vedi immagine), ormai diroccata da quando fu distrutta da re Ruggero II d’Altavilla, scriveva che:

Antonini, Ruggero II distrugge la molpa, p. 374

Antonini, scriveva che: “Non passarono molti anni che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani e Saraceni, nel viaggio di Sicilia: e per vedere verso qual anno probabilmente la cosa succedette; convien sapere che quello molti viaggi fece da Sicilia in Regno, e dal Regno colà. Falcone Beneventano ne riferisce uno nel MCXXVIII (1128), dopo che dal Papa Onorio ebbe il titolo di Duca; un altro nel MCXXX (1130), o secondo altri nel MCXXIX (1129), all’or che andò per coronarsi in Palermo. Un’altro che due anni dopo, appresso la gran rotta, ch’ ebbe nè piani di Nocera (o nel MCXXXI (1131), quando colle navi cariche di spoglie ebbe a sommergersi: “Audivimus praeterea viginti , & octo navigia auro & argento onerata, & mobilium , quae de Civitatibus expoliaverat , in profundo maris se submersisse (1). Quindi si vede che per necessità dovette Ruggieri tant’altre volte tornare quì per ripartirne. Alcuni per tradizione dicono, che i Molpitani avendo preso ciò che dal naufragio d’una delle navi era al di loro lido approdato, senza volerlo restituire, l’avesse egli nel MCXXXV (1135) per vendetta saccheggiata, e smantellata di mura, che mai più si rifecero. Vogliono altri ( e questa sentenza appare la più verosimile) ch’ essendosi sparsa per l’Italia novella della morte di Ruggieri, tutti, o la maggior parte dè luoghi del Regno si sollevarono, fra quali anche la Molpa, che da un nipote del Conte Rainulfo si teneva: ed essendo Ruggieri velocemente quì accorso, ne smantellò le mura, come fece a Melfi ecc..(2). L’Antonini (…), alle sue note (1) e (2), postillava: “Capecelatro, sua Storia, part. I, libro I, e l’Anonimo Cassinese, rapporta la distruzione di Alife all’anno MCXXXIII, ecc..”. L’Antonini (…), cita anche Rainulfo d’Alife, nemico acerrimo di re Ruggero II d’Altavilla di Sicilia. Secondo l’Antonini (…) che sulla scorta di Falcone Beneventano (…), Molpa, nell’anno 1135, era tenuta da un nipote del Conte Rainulfo di Alife.

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(Fig….) Antonini Giuseppe (…), brano tratto da Parte II, Discorso VII, pp. 374-375

Nel 1137 (?), il privilegio dell’Imperatore tedesco Lotario III al “monastero di S. Arcangelo” di S. Severino o Celle di Bulgheria

L’Antonini, a p. 279 parla del monastero di S. Severino o anche detto di “S. Arcangelo”, ed in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; e se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. Se adunque chiamavasi Cilento un luogo posto fuor del corso dell’Alento, etc…”. Dunque, l’Antonini citava tre fonti da cui egli dice aver tratto le dette notizie. Antonini cita una carta o un diploma conservato presso l’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni; cita pure Scipione Ammirato ed infine cita l’Abate Gattola (…) che ci parla del privilegio di Lotario III. L’Antonini, a p. 279, in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura….e, se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. ”. L’Antonini, sempre sul privilegio di Lotario III, a p. 348 narra che: “Era già qui vicino, cioè nel luogo chiamato le Celle, e dove ancora i vestigj se ne veggono, un Monistero di Benedettini (siccome sopra si è detto) ed apparisce da un privilegio dell’Imperatore Lotario riportato dall’Abate Gattola’, ed in questo Monistero accadde il miracolo del figlio di Ruggiero da Sanseverino, etc…”. Antonini scriveva pure che questo antico Monastero forse benedettino “se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86.”. Infatti, l’Abate Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86 cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e, nel vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”.  

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L’Antonini a p. 279 della Parte III (e non IV) parla del miracolo di S. Pietro Pappacarbone e del figlio di Ruggiero Sanseverino, leggenda tratta da un racconto della vita di Pietro Pappacarbone di Ugo da Venosa (…). Dunque, l’Antonini, lega il monastero in questione, di cui dice essere nel luogo vicino “le Celle” con la questione dell’antico privilegio di Lotario III e con la questione che secondo lui ivi è accaduto il mircolo del figlio di Ruggero Sanseverino. A questo punto però mi chiedo se, nonostante l’eventuale abbaglio dell’Antonini zio (Giuseppe), il monastero di Benedettini, eventualmente di S. Arcangelo, posto nel luogo, come voleva l’Antonini, detto le Celle, esisteva o non era mai esistito perchè l’Antonini non l’avesse mai conosciuto ?. L’Antonini a p. 279 dice pure che di questo antico monastero di S. Arcangelo posto nel luogo detto le “Celle” : “se ne fa menzione in un privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Stor. Cassinese. fol. 86’.”. L’Antonini, parlando del Monastero di S. Arcangelo cita l’antico privilegio dell’Imperatore Lotario III che era stato “rapportato” dall’Abate Gattola (…) che lo riportava in ‘La Storia Cassinese‘, fol. 86. Infatti, anche il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (101) postillava che: “(101) Gattola, nella sua ‘Storia dell’Abbazia di Monte Cassino’ (t. I, p. 491) assicura che furono i religiosi Cassinesi ecc..”. Si tratta di Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86. Infatti, Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86, cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e non Monastero di S. Arcangelo. L’Abate Gattola (…), suo vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”. Dunque, l’Abate Gattola (…), scriveva che: “Monasteri S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III.”, ovvero che: Il monastero di S. Severino è menzionato nel privilegio di Lotario III.”, poi prosegue e parla di altri monasteri come quello di “S. Pancrazio” etc…Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86, cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e non Monastero di S. Arcangelo. Erasmo Gattola (….), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, parlando della storia dei monasteri cassinesi o benedettini, a p. 86, in particolare scriveva che: “Monasteri S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III.”, ovvero che “il monastero di S. Severino è menzionato nel privilegio di Lotario III”.

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(Fig…) Gattola Erasmo (…), op. cit., fol. (pag.) 8

Dell’antico Privilegio dell’Imperatore Lotario III vi è traccia solo nella citazione del Gattola (…) e, nella“carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava”, che vide l’Antonini. Da Wikipedia leggiamo che  Lotario II (III), detto anche Lotario di Supplimburgo (in tedesco Lothar von Süpplingenburg) (1075 – Breitenwang, 4 dicembre 1137), è stato Rex Romanorum e d’Italia dal 1125 al 1137 e Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1133. Innocenzo II e Lotario II di Supplimburgo concentrarono a maggio nel 1137 le proprie armate accanto al castello di Lagopesole e si accamparono per tutto il mese. Mentre l’esercito imperiale giunse fino a Bari, che venne devastata. Poi assediarono la città di Melfi e costrinsero Ruggero II Altavilla alla fuga: il Sovrano aveva compreso che non poteva ostacolare l’esercito imperiale e si era rifugiato in Sicilia. Le forze congiunte, Imperiali e Papaline, quindi conquistano la sua (ex) capitale, Melfi, il 29 giugno. Il pontefice tenne il concilio di Melfi nel castello del Vulture: la più probabile data va dal 29 giugno al 4 luglio. I padri conciliari decisero la deposizione dell’antipapa Anacleto II. Il 4 luglio Innocenzo II, insieme all’imperatore, delegittimò Ruggero II di Sicilia, della Casata Altavilla, in favore di Rainulfo di Alife, della Casata Drengot, nuovo duca di Puglia. Ma ben presto sorsero contrasti tra Lotario e Innocenzo sul possesso del ducato delle Puglie fino all’elezione congiunta del duca Rainulfo, mentre anche nell’esercito serpeggiava il malcontento. L’Antonini, a p. 279 scriveva pure che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; etc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che di questo monastero si parla in Scipione Ammirato (…), al suo ‘Delle famiglie nobili napoletane‘, pubblicato nel 1580. Scipione Ammirato (…), parlando dei Sanseverino, ed in particolare del Conte di Marsico Rainaldo Sanseverino, a p….., in proposito scriveva che:….L’Antonini, a p. 279 parla del monastero di S. Severino o anche detto di “S. Arcangelo”, ed in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura …….una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; etc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che del Monastero di S. Arcangelo presso il territorio di S. Severino veniva citato nel testo di Scipione Ammirato (….), “Delle famiglie nobile napoletane” dove egli parla del “Principio della Famiglia Sanseverino”. Di ciò che scrive Scipione Ammirato (…) parlerò in seguito. Da Wikipedia, alla voce “Ruggero II” leggiamo che contemporaneamente il previsto attacco di Lotario a Ruggero aveva guadagnato l’appoggio di Pisa, Genova e dell’Imperatore d’Oriente Giovanni II Comneno, ciascuno dei quali temeva la crescente potenza del regno normanno. Nel febbraio 1137 Lotario cominciò a spostarsi verso il Sud e fu raggiunto da Rainulfo e dai ribelli. A giugno assalì e prese Bari. Innocenzo II e Lotario concentrarono a maggio 1137 le proprie armate accanto al castello di Lagopesole e assediarono la città di Melfi, costrinsero Ruggero II alla fuga, quindi riuscirono a conquistare la sua (ex) capitale, Melfi, il 29 giugno. Il Pontefice tenne il Concilio di Melfi V nel castello del Vulture nell’anno 1137: la più probabile data va dal 29 giugno al 4 luglio. I Padri conciliari decisero la deposizione dell’antipapa Anacleto II. Il 4 luglio Innocenzo II, insieme all’Imperatore Lotario II, delegittimò Ruggero II, in favore di Rainulfo di Alife, della famiglia Drengot, nuovo duca di Puglia. L’Imperatore rientrò in Germania. Ruggero, liberato dal pericolo incombente, riprese terreno, saccheggiò Capua e costrinse Sergio VII ad accettarlo come Signore di Napoli. A Rignano Garganico Rainulfo di nuovo sconfisse il Re, ma nell’aprile del 1139 morì e Ruggero sottomise gli ultimi ribelli.

Nel 1136, all’epoca di re Ruggero II d’Altavilla, re di Sicilia, Gemma vendette un terreno

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a pp. 333-334 parlando di “Policastro Bussentino”, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio cavense vi sono alcuni documenti riguardanti Policastro, tra cui l’importante vendita di un censile che ci informa di Landolfo, “olim domini de policastro” (24). Nello stesso anno 1136, ma nel mese di marzo, a Policastro, Gemma, figlia del fu Leone, detto Maiozza, insieme al marito Nicola, figlio di Bonifacio, alla presenza del giudice Pietro, “de civitate paleocastro” vendettero al fratello di Gemma, Giovanni, la metà di un castagneto fuori della città di Salerno per 10 soldi di tarì salernitani (25).”. Ebner, a p. 334, nella nota (24) postillava che: “(24) I, ABC, XXIV, 2 agosto a. 1136, XIV, Salerno: nel monastero puellarum sancti georgii, esistente nella città di Salerno, di cui domna aloara dei gratia venerabilis abbatissa prehest, alla presenza del giudice Oto, la monaca Mabilia, figlia del fu Landolfo, olim domini de Policastro, vendette a Boemondo figlio del fu Erberto detto capo d’Asino (l’abbiamo visto genero di Troisio di S. Severino) unum hominem censilem spettantegli di nome Rocco, con moglie e figli, per 50 tarì salernitani. Grimoaldo notaio.”.

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(Fig.…) Pietro Ebner (…), ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, p. 334

Nel 1136, un “Goffredo”, duca di Camerota che vi acquistò un fondaco

Antonio Caputo (…), nel cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, vi è una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. La Greca ed altri (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Antonio Caputo (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi pure A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Dunque, secondo il Caputo la notizia è contenuta nel documento cavense: “XXIII, 106, a. 1136”. Dunque, il Caputo citava l’antico documento dove si parlava del commercio con i porti del Cilento che dipendevano dall’Abbazia cavense. Il Caputo scriveva che a Camerota, il primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 81 parlando dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni. Il primo lo troviamo documentato direttamente nel ‘Catalogus Baronum (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di San Pietro ‘a li Cusati’ ? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, il La Greca crede che il “duca di Camerota” “Goffredo di Cammarota”, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Compilato tra il 1144 e il 1148; è stato edito da E. JAMISON, Roma, 1972”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (73) postillava che: “(73) Dipendevano da costui anche Edolo di Magliano, Roberto di Salvatico, Niel di Pisciotta, Ruggiero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota: in P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, voll. 2, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 737. Dal momento che Florio a sua volta dipendeva da Lampo di Fasanella etc….”. In queste note il La Greca chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 582 parlando di “Camerota” in proposito scriveva che: “Il Capecelatro ricorda Guglielmo di Camerota, giustiziere del Principato, ai tempi (a. 1177) di re Guglielmo il Buono, con Luca Guarna.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola che sorgeva su una breve altura a nord-ovest della depressione orografica de ‘li Cusati’ le quali, con le loro pertinenze, rappresentarono il primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espansione fondiaria della futura badia.”. Il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che dotava il monastero di S. Pietro di Licusati quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola, etc…”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Sulla figura di questo feudatario vi sono notizie certe dateci da Pietro Ebner (….), che, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 736-737 parlando di “Corbella” in proposito scriveva che: “Prima notizia nel ‘Catalogus baronum’ (1), la cui redazione è da porsi tra il 1144 e il 1148 (2). In esso si parla di Florio di Camerota che, in quanto signore di Corbella, dipendeva dalla ‘contestabulia de principatuo’ di Lampo di Fasanella. Dallo stesso Florio, però, che vedremo giustiziere nel 1178 (3) e che “tenet corbellam” (4), dipendevano Ruggiero, pure di Camerota, forse fratello di Florio presente ad Agropoli nel gennaio 1144 nella restituzione della parte di Cosma, etc….Da Florio di Camerota dipendevano pure Ebolo di Magliano, Roberto Selvatico, Niel di Pisciotta, Ruggero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Nel 1150 ad Acuafredda, Orso, figlio di Martin, abitante ivi, acquistò (7) un terreno dal milite Pietro, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota. Nel 1169, Goffredo di Corbella, figlio del fu Ruggiero di Camerota, insieme alla madre Emma, vendettero (8) alla Badia per quattro once d’oro, un uomo etc…”. Ebner, a p. 737, nella nota (6) postillava che: “(69 Catal. baronum, nn. 434, 437, 460, 461.”. Ebner, a p. 737, nella nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, XXVI 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Ebner, a p. 737, nella nota (8) postillava che: “(8) I, ABC, XXXIV, 16, 16 marzo a. 1169.”.

Nel 1136, la “chiesa” o “cappella di S. Vito” fu donata dal “duca di Camerota”, forse Goffredo di Camerota all’Abbazia di S. Pietro di Licusati

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Ma non risulta grancia di Grottaferrata che aveva nell’omonimo monastero di Rofrano il suo alter ego nelle terre dei principi longobardi: infatti, non è inserito tra le dipendenze assegnate a Santa Maria di Rofrano nel diploma di re Ruggero II all’abate Leonzio nel 1131 (70). Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola che sorgeva su una breve altura a nord-ovest della depressione orografica de ‘li Cusati’ le quali, con le loro pertinenze, rappresentarono il primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espansione fondiaria della futura badia. Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che dotava il monastero di S. Pietro di Licusati quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola, etc…”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursus storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Questi monaci possedevano di fatto l’intero territorio, quasi del tutto disabitato, tanto che con lo scorrere del tempo e con l’attacco e le ruberie dei normanni ai possedimenti basiliani, dopo gli Angioini e gli aragonesi pur si trovano nelle loro mani estesi territori in tutto il Cilento come Bosco, S. Nazario, S. Mauro, Molpa, Palinuro, Centola, Celle, Roccagloriosa, Castelnuovo Cilento, Novi, oltre naturalmente Camerota e Lentiscosa. Complessivamente nel 1613 si potevano contare circa 1600 ettari di soli terreni con esclusione delle chiese, delle case, dei mulini, delle stalle, ecc…Comunque Licusati fu aggregata al feudo di Camerota, benchè fosse alle dipendenze dirette della Badia. Ecc..”. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Dunque, il La Greca ci parla di assegnazioni fatte al cenobio e poi Abbazia di S. Pietro di Licusati. Tra queste assegnazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati vi fu anche quella di “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’)”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale ecc…“. Dunque, il Pasanisi ci scriveva che la “chiesa di S. Vito in Camerota….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, da tempo scomparsi” dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, tra le sue numerose dipendenze dell’antica Abbazia benedettina di S. Pietro di Licasati vi era anche “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“, ovvero l’ospedale annesso alla chiesa di S. Vito di Camerota. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, che scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate…….la chiesa di S. Vito in Camerota…….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”Angelo Gentile, in proposito scriveva che: “Da quanto sopra detto desumo che la cappella di san Vito non sia altro che uno scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso, tanto da evitare i fastidi degli effluvi cadaverici, ma vicino per visite e necessarie preghiere dei confratelli. L’unico dubbio potrebbe essere se la stessa cappella-sepoltura era utilizzata da altri, alludo alle famiglie notabili di Camerota.”. Dunque, secondo Angelo Gentile, la “cappella di S. Vito” doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. La “cappella” è un vano di forma quadrata ricavato nel banco tufaceo posto al di sotto un terrazzamento, poco discosto dal monastero dei Cappuccini. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, ecc…”. Come scrive Angello Gentile su un blog in rete, la “cappella” risultava scavata nel tufo e vi si accedeva, dopo breve salita, attraverso un’apertura senza alcuna porta, all’interno si notavano sei nicchie, due a dx, due a sx e due sulla parete di fondo.”. Come ho già scritto in un altro mio saggio sulle cappelle rupestri, S. Vito di Camerota era una grotta scavata nel banco tufaceo e probabilmente un’antica cappella funeraria dove venivano seppelliti i defunti già in epoca paleocristiana. Un sacello. Infatti, Angelo Gentile, in un blog da egli curato scriveva che “alla domanda di cosa poteva essere risposi immediatamente, memore di due esperienze pregresse, una da divulgatore storico e l’altra da storico. Ricordavo, infatti, di aver visto simile struttura a nicchie in occasione di un mio intervento quale guida, richiesta, pro amici di Modena in visita ad Ischia: li accompagnai tra l’altro al Castello aragonese e poi al Convento delle Clarisse ed alla sua chiesa dell’Immacolata, fondato nel 1575 dalla vedova d’Avalos per ospitare le figlie delle famiglie napoletane nobili, destinate a non sposarsi per non disperdere il patrimonio fondiario. Sotto la struttura cristiana potei far visitare agli amici (qualche signora rimase sconvolta) il famoso locale del “putridarium” ovvero scolatoio cioè un luogo appositamente previsto dove i cadaveri delle monache venivano posti, seduti, in nicchie. Al centro della seduta un foro che serviva per il deflusso dei liquidi, raccolti in appositi vasi di argilla, in napoletano “cantarelle”, dal greco “cantharus”. Successivamente le ossa erano raccolte, pulite, esposte al sole per renderle bianche e, finalmente, sepolte negli ossari. Quindi doppia sepoltura a salma ormai essiccata. Il luogo veniva quotidianamente visitato dalle monache per riflettere sulla caducità della vita secondo il detto della Genesi (3,19) “Polvere sei e in polvere tornerai”.

Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Vito, o Cappella ossia Ospitale extra moenia, sita all’ingresso di Camerota, nel 1754 in C.O. Camerota fs 4410 pag. 418 possiede 41 territori, più quattro capitali in prestito; istituita dai basiliani di San Pietro, fu anche lazzaretto, ora è inesistente; al suo posto è stato fatto spazio all’omonima piazza, (4d), 285 slm; et agiotop. dal santo siciliano decapitato il 15 giugno del 304/5 sul fiume Sele (Ebner III, 19); altre leggende narrano dei miracoli ed esorcismi operati dal giovane santo (M. Mello, 19/24).”.

Nel 1137, la Contea di Policastro, Simone del Vasto, conte di Policastro, figlio di Enrico del Vasto e di Flandina d’Altavilla

Dall’unione nacque un figlio, Simone. Sempre da Wikipedia leggendo la “cronostassi dei conti di Policastro” ci accorgiamo che vi fu il figlio Simone del Vasto (1137-1156), conte di Paternò e conte di Butera ed in seguito Manfredo del Vasto (1156-1193), conte di Paternò e conte di Butera. Simone, figlio dell’aleramico Enrico del Vasto e di Flandina d’Altavilla, nipote di Adelaide del Vasto e del gran conte normanno Ruggero I d’Altavilla, alla morte del padre, ne ereditò i possedimenti, la contea di Butera e quella di Paternò, che allargò con la contea di Policastro (un territorio tra le attuali Campania, Basilicata e Calabria) e la signoria di Cerami, nell’area centro-meridionale dei monti Nebrodi, nell’attuale Sicilia nord-orientale. Simone ebbe due figli, Manfredo che ereditò i titoli e i possedimenti paterni e Ruggero, figlio illegittimo nato fuori dal matrimonio, come riportato da Ugo Falcando, che fu uno dei capi della rivolta baronale del 1160 contro Guglielmo I di Sicilia. Il figlio illegittimo di Simone del Vasto, ovvero Ruggero era detto “Ruggero Sclavo”. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a p. 436, nel capitolo “2. Adelasia reggente”, in proposito scriveva che: “….fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Slavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54).”. Pontieri, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Sulla questione della Contea di Policastro, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente”, a p. 430 riferendosi al padre, Enrico del Vasto scriveva: “La sua posizione verrà più tardi consolidata dalla vasta signoria di Butera e di Paternò, che Enrico ricevette – o gli fu convalidata – da sua sorella Adelasia, dopo che questa, alla morte del conte, assunse la reggenza dello Stato (39).”. Pontieri, a p. 430, nella nota (39) postillava: “(39) Il Garufi, Le donazioni del conte Enrico di Paternò ecc.., cit., in “Revue de l’Orient latin”, cit., IX (1902), doc. I, ha notato,, in base a questo documento, l’infondatezza della tradizione secondo cui la contea di Butera e Paternò sarebbe stata data dal conte Ruggero a sua figlia Flandina in dote: vedi anche Garufi, Gli Aleramici, p. 50; Idem, Il Tabulario di S. Maria della Valle Giosafat nel tempo normanno ecc.., in “Archivio Storico per la Sicilia orientale”, V (1908), pp. 178 ss., e cfr. Townsend White, Latin monasticism in Norman Sicily, cit., pp. 208-9.”. Tuttavia il Pontieri non chiarisce come sia arrivata la contea di Policastro a Flandina o a Enrico del Vasto, che come abbiamo visto oltre ad essere conte di Paternò-Butera era anche conte di Policastro, contea che in seguito Simone del Vasto erediterà alla sua morte. Sappiamo da Wikipedia che con il matrimonio con Flandina, figlia di Ruggero I d’Hauteville, Enrico ricevette in feudo la contea di Paternò, alla quale si aggiunsero quella di Butera, sempre in Sicilia, e quella di Policastro tra Basilicata, Calabria e Campania meridionale. Il Pontieri parla solo dei possedimenti di Butera e di Paternò ma non dice nulla della contea di Policastro. Il Pontieri, a p. 430 scriveva solo in proposito che: “La sua posizione verrà più tardi consolidata dalla vasta signoria di Butera e di Paternò, che Enrico ricevette – o gli fu convalidata – da sua sorella Adelasia, dopo che questa, alla morte del conte, assunse la reggenza dello Stato (39).”. Il Pontieri ipotizzava che le donazioni deli vasti possedimenti Siciliani fossero stati in seguito convalidate dalla sorella Adelasia che, alla morte del marito Ruggero I assunse la reggenza dello Stato che era stato ereditato da Simone primogenito.

Nel 1143, Guglielmo, figlio di Simone, conte di Policastro, e di Thomasia

In merito alle connessioni esistenti tra le vicende feudali di Policastro e la discendenza dei conti di Paternò, le cui origini risalivano a quelle lombarde di Enrico, alcune notizie ci provengono attraverso le vicende del giustiziere di Valle Crati Alessandro di Policastro, a cui possono essere riferite quelle di Guglielmo di Policastro, figlio di Simone conte di Paternò. Guglielmo, figlio eufemio (benedetto) del conte Simone e della contessa Thomasia sua moglie, compare nel menzionato atto dell’agosto 1143 quando, assieme a loro, effettuò alcune donazioni al monastero di Santa Maria di Licodia. Atto che fu sottoscritto anche da “Rogerius filius comitis” e da “Manfredus filius comitis”, in qualità di testi. Guglielmo di Policastro risulta menzionato ancora in un atto del 1166, quando sappiamo dell’esistenza di una sua casa (οἴϰου γουλιάλμου παλεουϰάστρου) nella “Galca” (γάλϰας) di Palermo, vicina a quella di altri importanti dignitari della corte. Alessandro di Policastro, figlio di Guglielmo, compare invece per la prima volta, in un atto del giugno 1199, dove troviamo: “domino Alexandro filio Guillelmi regiis justitiariis”. Il giustiziere Alessandro fu un personaggio importante in Calabria durante il dominio svevo e tra i suoi discendenti, ebbe i figli Enrico, Simone e Roberto che fu vescovo di Catanzaro. Oltre a loro, i documenti dei primi anni del Duecento, evidenziano la presenza anche di altri componenti di questa casata, come testimoniano alcuni atti relativi alle abbazie cistercensi di Santa Maria della Sambucina e di Sant’Angelo de Frigillo. Salvatore Tramontana (….), nel saggio “Ruggero I d’Altavilla, il Cavaliere, l’Uomo, il Politico”, in “Ruggero I e la provincia Melitana” a cura di Giuseppe Occhiato, a p. 18, in proposito scriveva che: “Ruggero I – che nel 1089 sposava in terze nozze Adelasia del Vasto, figlia del piemontese marchese Aleramico – riusciva a far sposare le figlie, alle quali elargiva consistenti doti, con esponenti delle famiglie principesche più potenti del tempo. Maximilla, per esempio, andava sposa a Coloman, re d’Ungheria, Costanza a Corrado, figlio di Enrico I, imperatore del Sacro Romano Impero, Matilde a Raimondo IV di Saint-Gilles, conte di Tolosa, Flandina al conte Aleramico, fratello di Adelasia, Emma promessa a Filippo I re di Francia, accettava poi di contrarre matrimonio con Guglielmo III, conte di Clermont.”. Da Wikipedia leggiamo che Oltre ad Adelaide, si trasferirono in Sicilia, anche due sorelle, che sposarono due figli illegittimi di Ruggero, Giordano e Goffredo, mentre il fratello Enrico sposò Flandina, figlia di Ruggero e Giuditta d’Evreux, e divenne conte di Paternò e Butera e capo degli Aleramici in Sicilia. Suo figlio Simone, conte di Butera e di Policastro, ebbe un figlio legittimo Manfredo e uno illegittimo, Ruggero, ma la linea maschile del ramo siciliano si estinse nel corso del XII secolo. Manfredo del Vasto, detto anche Manfredi del Vasto o Manfredi di Mazzarino (Sicilia, ante 1143 – Sicilia, 1193), fu barone di Mongiolino, conte di Butera, di Paternò e di Mazzarino. Figlio di Simone del Vasto e nipote di Enrico del Vasto e di Adelaide del Vasto, moglie del Gran Conte Ruggero, alla morte del padre, divenne il capo degli Aleramici di Sicilia e il conte dei Lombardi di Sicilia. Manfredo prese in moglie Beatrice, figlia di Oddone de Arcadio (o di Arcadio).[1] Secondo il Mugnos, Manfredo ebbe un figlio, Giovanni[2], che ne ereditò i feudi e per primo fu chiamato di cognome Mazzarino dal nome del possesso, considerabile così il capostipite dell’omonima famiglia.[3] Come riporta Vito Amico Giovanni si ribellò a re Giacomo II di Aragona che lo privò di tutti i suoi beni, e morì annegato nel 1286 insieme a Gualtieri di Caltagirone, mentre il possedimento di Mazzarino passò nel 1288 al messinese Vitale di Villanova.[1]

Nel 1154, il Libro di re Ruggero e le carte geografiche di el-Idrisi

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci da Amari e Schiapparelli (…), dove nella traduzione dall’arabo del testo scritto del ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, del geografo al-Idrisi (…), scrivono che nel suo libro, il geografo Idrisi, cita alcuni toponimi locali tra cui Molpa, Policastro e il porto Sapri. Rileggendo il testo di al-Idrisi, ci siamo accorti che……………….. Il “Libro di Re Ruggero”, è datato dagli studiosi all’anno 1154 e, descriveva gli scali marittimi più noti della Sicilia e del Regno Normanno dei primi del secolo XI. Fu redatto nel 1154, da al-Idrisi, geografo di re Ruggero II d’Altavilla. Secondo i due studiosi Amari e Schiapparelli (….), il geografo arabo al-Idrisi, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo, scrive della Molpa, forse del suo porto.

sicilia idrisi 2

(Fig….) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi

Abbiamo ritenuto di indagare ulteriormente su questa vicenda in quanto crediamo che vadano ulteriormente approfondite alcune fonti e notizie in merito, come ad esempio la citazione di un toponimo arabo che dovrebbe indicare il luogo di Molpa, o un luogo vicino ad esso. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci da Amari e Schiapparelli (…), dove nella traduzione dall’arabo del testo scritto del ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, del geografo al-Idrisi (…), scrivono che nel suo libro, il geografo Idrisi, cita anche la Molpa. Secondo i due studiosi Michele Amari e Schiapparelli (…), al-Idrisi, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo. La notizia, fu data per la prima volta dagli studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto nel loro “Pyxous-Policastro” (…), che parlando del Volpe (…) e delle mura di Policastro Bussentino al tempo dei Normanni del Roberto il Guiscardo, confermavano la notizia di solide mura e fortificazioni a Policastro, nel testo scritto in arabo del Libro del Re Ruggero del 1154, che descriveva gli scali marittimi più noti della Sicilia e del Regno Normanno dei primi del secolo XI. Il testo arabo del 1154, del geografo al-Idrisi, cita anche lo scalo marittimo di Molpa. Secondo la traduzione del testo in arabo di al-Idrisi, del 1154, i due studiosi Michele Amari e Schiapparelli (…), nel loro ‘L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi’,

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(Fig….) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi

Michele Amari e Schiapparelli (…), nel loro ‘L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi’, nel 1876-77, a p. 97, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo, a p. 97, parlando del ‘3 scompartimento e del V clima’, scrivevano in proposito che: “Da Castellammare a b u l ì a h (6) (Molva) tredici miglia. A quella volta si…” . Michele Amari e Schiapparelli (…), a p. 96, nella loro nota (6) di pag. 96, postillavano che: “(6) A, fùliah. Nel testo a p. 106 abbiamo m u l ì a h che può, levando un sol punto, cambiarsi in m ù l b a h ossia Molva, oggi Casal di Molva. Ivi il fiume Mingardo è chiamato “fiume di Molva”.”.

Amari e Schiapparelli, p. 96,,,

Amari e Schiapparelli (…), proseguendo il loro racconto a p. 97, scrivevano che: “…dirige il wàdì sant sim.ri (1) (“fiume San Severino”, fiume Mingardo) e là la mette a mare. Da Molva a b.lì qust.rù (Policastro), ecc..”.

Amari-Schiapparelli, p. 97.PNG

(Fig….) Amari e Sciapparelli (…), Note bibliografiche al testo di pag. 96

Amari e Schiapparelli (…), a p. 97, nella loro nota (1), postillavano che: “(1)………………………

Amari-chiapparelli, p. 97, note.PNG

(Fig….) Amari e Sciapparelli (…), Note bibliografiche al testo di pag. 97

IL RACCONTO DI GIOVANNANTONIO SUMMONTE, di ANDREOTTO LORIA e di SAMBIASE

In primo luogo bisogna dire che le notizie e le ricerche genealogiche sulle origini di alcuni personaggi, ed in particolare dei Oria e dei Loria, per tutte le notizie e gli autori che si citeranno dipesero da alcuni scritti del ‘600. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 19-20 scriveva che: Molte però erano, a proposito del Lauria, le imprecisioni che veicolava questa storiografia e per la quale deponevano a favore le attenuanti che il napoletano Giovan Antonio Summonte (17) evidenziò proprio sul nostro personaggio, ovvero la penuria di notizie che concernevano Ruggero e l’impegno che egli vi aveva nondimeno profuso per rintracciarle (18). A voler infatti prestar fede al Summonte, Ruggero di Lauria – nominato dell’Oria secondo un ricamo ortografico che può ragionevolmente ritenersi una libera, quanto originale iniziativa summontiana (19) – si sarebbe precocemente ribellato a Carlo I d’Angiò, in seguito all’uccisione del padre. Questa ribellione sarebbe altresì da presupporre insieme ad una residenzialità del Lauria nel Regno, poiché successivamente ad essa il Nostro si costituirebbe, per il tramite di Giovanni da Procida, tra gli affiliati di re Pietro, già III d’Aragona, il quale lo investe del ruolo di ammiraglio e lo pone a capo della sua armata (20).”. La Lamboglia, a p. 20, nella nota (18) postillava: “(18) L’opera di revisione e di pesante manipolazione a cui fu indotto il Summonte già pubblicati i primi due tomi, e che non gli valsero né a tutelarlo dalla condanna penale, né a scampare nuove messe all’indice dell’Historia, resero particolarmente complessa la vicenda editoriale di una storia suddivisa in parti – le cui prime due videro la luce a Napoli nel 1601-1602, presso la stamperia di Giovanni Giacomo Carlino e facevano giungere la narrazione fino al 1442; la terza fu stampata postuma, nel 1640, ancora a Napoli, per Domenico Montanaro, e continuava le vicende fino al 1500; quindi, la quarta ed ultima parte fu edita nuovamente per il Montanaro tre anni dopo, e si arrestava al 1582. Qui, come nei luoghi a seguire, si cita tuttavia dall’edizione Dell’Historia della città, e Regno di Napoli di Gio. Antonio Summonte napolitano (…), Seconda editione, In Napoli, a spese di Antonio Bulifon Libraro all’insegna della Sirena, 1675, 4 tomi, t. II, l. III, pp. 294-295.”. Sulle notizie e le ricerche genealogiche dei Loria, Augurio e Musella, a p. 24 scrivevano pure: “Siamo così giunti al padre dell’Ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23)”. I due studiosi, a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Per ulteriori approfondimenti cfr. ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878. Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Augurio e Musella citano “‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878”. Su questo testo “Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?”, i due studiosi citano per D.A.L., Napoli 1878″. Su questo autore “D.A.L.”, citato da Augurio e Musella, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 33-34 riferendosi a Ruggero dell’Oria scriveva che: In proposito, ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggero e Andreotto Loria’ (63) offrivano sia un albero genealogico, sia una geografia dei possedimenti bell’e definiti.”. La Lamboglia, a p. 33, nella sua nota (63) postillava su questo testo: “(63) Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: La famiglia di Ruggiero Loira è Catalana, Siciliana, o Calabrese? Per D. A. L. [sic], Napoli, Stabilimento Tipografico di S. Marchese, 1878. (64) Sotto l’acronimo “per D. A. L.”, si cela infatti il redattore, ovvero quel Davide Andreotti Loria, già autore di una Memoria del Comune di Cosenza a sua eccellenza il Ministro dell’Interno e di una Storia dei Cosentini, rispettivamente, degli anni 1863 e 1869-74 [cfr. D. ANDREOTTI, Memoria del Comune di Cosenza a sua eccellenza il Ministro dell’Interno, Cosenza, dalla tip. Bruzia, 1863 (poi anche come Cosenza, Tip. Municipale, 1869) e ID., Storia del Cosentini, Napoli, Stabilimento Tip. di S. Marchese, 1869-74, 3 voll., poi in varie riproduzioni fotomeccaniche, tra cui ID., Storia del Cosentini, Cosenza, Editrice Casa del Libro, 1958-1959, 3 voll., e con prefazione di S. DI BELLA, è D. ANDREOTTI, Storia del Cosentini, Cosenza, Pellegrini, 1978, parimenti in 3 voll.] Ulteriore conferma della coincidenza d’identità viene anche da uno stesso stile di scrittura ed una stessa modalità di argomentazione tra alcuni passi del vol. I della Storia ed il testo delle Memorie [cfr. ANDREOTTI, Storia dei Cosentini, vol. 2, p. 3 (qui, citata nell’edizione e ristampa anastatica, Cosenza, Brenner, 1987, 3 voll.).”. Dunque, D.A.L. è un acronimo con cui la Lamboglia ha chiarito essere un testo manoscritto di Andreotto Loria. Ritornando ai ‘ORIA’, Giuseppe Del Re (….), nel suo “Scrittori sincroni napoletani etc…Normanni, vol. nico”, pubblicò il “Catalogus Baronum”, dove a p. 577 troviamo i “De Oria”, e si cita il nome di Bulfanaria, madre di Roberto e di Gibel e seconda moglie di Ruggero de Oria. La Lamboglia a pp. 33-34, in proposito scriveva che: Se complicato risulta il quadro dei possedimenti, non è da meno quello delle relazioni parentali riferibili a Ruggero (62).”. La Lamboglia, a p. 33, nella nota (62) postillava: “(62) Gli studi relativi ai processi di formazione delle genealogie solo da qualche decennio a questa parte hanno cominciato ad interessare alcuni settori della storiografia italiana, per la quale si segnala soprattutto R. BIZZOCCHI, Genealogie impossibili. Scritti di Storia nell’Europa Moderna, Bologna, il Mulino, 1995 (Monografia, 22).”. Sul racconto di Girolamo Sambiasi e le origini dei Loria, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 21, nella nota (21) postillava che: “(21) Una Terranuova di Aita, insieme a Lauria (PZ), Tortora (CS), Lagonegro (PZ) ed altre terre, riferisce anche G. SAMBIASI, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie, Sala Bolognese, Forni Editore, 1969 (ristampa anastatica della 1a ed. Ragguaglio di Cosenza, Ragguaglio di Cosenza e di trent’una sue nobili famiglie. Scritto dal molto rev. P. maestro fra Girolamo Sambiasi cosentino (…) Coll’aiuto delle scritture del signor Pier Vincenzo Sambiasi cavalier cosentino, In Napoli, per la vedova di Lazaro [tip.], 1639), p. 94, con possibile confusione tra le due diverse località cosentine, Terranova (feudo) e Aieta.”. Dunque, molte notizie storiche a cui si rifece il Sambiasi nel parlare dei Loria erano riferibili alla Platea dei beni che fece comilare il vescovo di Cosenza Luca Campano, una Platea del 1223, epoca sveva.

Nel …….., UGONE TIDEXTEFEN e ALTRUDA, genitori di RUGGERO CONTE DELL’ORIA

Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Le saghe dei Normanni, parlano di Osmondo Drengot, che offeso pubblicamente da Guglielmo Respotel e avendolo ucciso in presenza del principe Roberto, per evitarne l’ira evase da regno coi fratelli, nipoti e nipotini e trecento amici e partigiani. Tra questi vi era UGONE TUDEXTEFEN, il suo occhio destro, che nessuno superava nel maneggio della lancia, nel pugilato, nel sedurre le fanciulle. Si racconta che che, con un colpo di lancia, abbatté dieci saraceni, con un pugno un focoso destriero. Irrequieti, amanti d’avventure e valorosi come tutti gli altri Normanni, essi furono tra i primi ad emigrare nell’Italia meridionale e si lasciarono lusingare per combattere saraceni e bizantini dai principi longobardi, servendo i quali, UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.. Dunque, Ruggiero (dell’Oria), al tempo di Ruggero II d’Altavilla era figlio di UGONE e di sua moglia “ALTRUDA” di sangue Longobardo. Dall’unione con la bella Altruda e Ugone nacque RUGGERO DELL’ORIA, il quale si sposò con BULFANARIA. Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 22-23-24 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “La storia della famiglia di Ruggiero si riallaccia alla saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: ………Ugone, signore e poi conte di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa e di Apice, sposò una fanciulla longobarda di nome Altruda ed ebbe come figlio il valoroso Ruggiero conte dell’Oria.. Dunque, i due studiosi scrivono che Ugone, conte dell’Oria, Padula, Montefusco ecc.., si unì in matrimonio con Altruda da cui ebbe un figlio chiamato Ruggero che diventerà conte dell’Oria. Riguardo UGONE, padre di Ruggero dell’Oria, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 241 parlando di Padula scriveva che: “Il più antico documento che riguarda Padula. esistente nell’Archivio della Badia cavense, è del 1086: Ugo di Aveva dona (3) al monastero di cavense, insieme ai monasteri di S. Giovanni di Layta, presso il castello di Mercurio, e di S. Simeone di Montesano, anche il monastero di S. Nicola di Padula, con tutte le sue dipendenze.”. Forse che questo “Ugo” citato dai due studiosi si riferisse ad “Ugone di Avena” citato nel documento cavense del 1086 ?. I due studiosi, a p. 23 scrivono pure che: “Alessandro di Telese (21), contemporaneo del re Ruggero il Normanno, nella sua ‘Cronaca’ riporta importanti notizie sulle vicende occorse a Ruggiero, conte dell’Oria, negli anni compresi tra il 1127 e il 1135.”. I due studiosi, a p. 23, nella nota (21) postillavano: “(21) Alessandro di Telese, De’ fatti di Ruggiero Re di Sicilia. Libri quattro’, in G. Del Re, ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani’, Napoli, 1845-1868, vol. I, pp. 81-156.”. Infatti, ad esempio, a pp. 100-101 (vedi il Del Re, vol. I), nel cap. XXIII, il Telesino scriveva che: “Ruggiero conte di Oria per mitigare l’animo del Duca verso di sè esarcerbato, gli cede Padulo ed ancora Montefusco. E menato così a termine queste cose, non molto dopo con lo stesso esercito movendo si avvia alla terra di Ruggiero Conte di Oria, accampatosi lungo il castello che si chiama Apice……e perciò fa senno di cedergli spontaneamente Paduli e Montefusco.”. I due studiosi scrivono che secondo la cronaca del Telesino si evince che:  “Quando il duca Ruggero il Normanno – diventerà re nel 1180 chiese al cognato Rainulfo, conte di Alife, marito della sorella Matilde, l’atto di omaggio e sottomissione, quest’ultimo gli rispose che non avrebbe concesso nulla senza avere in cambio dei vantaggi. Alla successiva richiesta del normanno di cosa desiderasse in cambio, Rainulfo rispose di volere la contea di Oria. In un primo momento il duca Ruggero si alterò per tale richiesta, ma poi, considerando la possibilità di avere dalla propria parte un guerriero valoroso, accondiscese alla richiesta.”. Dunque, i due studiosi si riferivano a Ruggero II d’Altavilla, conosciuto come “Ruggero il Normanno”, la cui sorella, Matilde era andata in sposa a Rainulfo di Alfe. Da Wikipedia leggiamo chea Capua, nel dicembre 1127, partì una spedizione contro Ruggero, mettendo Roberto II di Capua e Rainulfo di Alife (cognato di Ruggero) contro di lui. Tuttavia questa coalizione fallì miseramente e nell’agosto 1128 il Papa Onorio II fu costretto dalla superiorità militare a nominare nella città di Benevento Ruggero II duca di Puglia. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 242 parlando di Padula, in proposito scriveva che: “Nell’archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula nell’età longobarda, normanna e sveva.”. Del 1213 è un solo documento: Gisulfo di Sanseverino dona al monastero di Montevergine (5) il piccolo monastero di S. Lorenzo sotto Padula.”. Dunque, Ebner, non cita affatto Ruggero dell’Oria ma ci parla di un documento del 1213 che ci parla di un Gisulfo di Sanseverino. Ritornando alla genealogia dei ORIA e dei Loria, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 33-34, in proposito scriveva che: Più dettagliatamente, secondo una prassi consolidata che dal Seicento faceva risalire la genealogia familiare ai più antichi ceppi della stirpe normanna, anche l’autore (64) delle ‘Memorie’ individuava per il lignaggio dei Lauria un’origine normanna in Ugone Tudextefen (65).”. La Lamboglia a p. 33, nella sua nota (65) postillava che: (65) In proposito, si vedano invece L.-R. MÉNAGER, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italie méridionale et en Sicile (XIe-XIIe siècles), in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle prime giornate normanno- sveve, Bari, 28-29 maggio 1973, Bari, Edizioni Dedalo 1991, pp. 279-410 [ovvero ristampa della prima edizione, Roma, Il centro di ricerca, 1975 (Fonti e Studi del “Corpus membranarum italicarum”, XI), pp. 260-390, saggio, questo, ristampato anche in L.-R. MÉNAGER, Hommes et institutions de l’Italie normande, London, Variorum reprints, 1981, pp. 260-390] e successiva integrazione, ID., Additions à l’inventaire des familles normandes et franques émigrées en Italie méridionale et en Sicile, ancora in ID., Hommes et institutions, pp. 1- 17; L. MUSSET, L’aristocratie normande au XIe siècle, in La noblesse au moyen age. XIe-XVe siècles. Essais à la memoire de Robert Boutruche, réunis par Ph. CONTAMINE, Presses Universitaires de France 1976, pp. 71-96.”. La Lamboglia, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: “Costui, a sua volta, innestava il proprio sangue a quello della stirpe longobarda, i cui principi quindi lo rendevano “signor d’Oria, di Paduli, di Montefuschi, di Terrarossa e di Apice, feudi che trasmise dietro il suo decesso a Ruggiero, che in prosieguo possedè Oria col titolo di conte (66). Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), ecc….”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177.”.

Nel …….., la longobarda BULFANARIA DE ORIA, madre di Gibel de Loria

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 33, in proposito scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: “Costui, a sua volta, innestava il proprio sangue a quello della stirpe longobarda, i cui principi quindi lo rendevano “signor d’Oria, di Paduli, di Montefuschi, di Terrarossa e di Apice, feudi che trasmise dietro il suo decesso a Ruggiero, che in prosieguo possedè Oria col titolo di conte (66).”. La Lamboglia scriveva che Ugone Tudextefen, era diventato signore dell’Oria, acquisendone i suoi feudi e territori a seguito del matrimonio con la nobile di origine longobarda Altrude. Altrude e Ugone avranno come figlio Ruggero dell’Oria che sposerà Bulfanaria, anch’essa di origine longobarda. Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a p. 23, in proposito scrivono che: “Ruggiero, conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuto il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel. Gibel, nonno del nostro Ammiraglio. Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., op. cit., Roma, 1984, n. 101.”. Dunque, secondo i due studiosi, BULFANARIA fu la seconda moglie di Ruggero dell’Oria, da cui ebbe Roberto e Gibel. Francesco Augurio e Silvana Musella (…..), nel loro “Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo”, a p. 24 scrivevano pure: “Siamo così giunti al padre dell’Ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23)”. I due studiosi, a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Per ulteriori approfondimenti cfr. ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878. Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Dunque, secondo i due studiosi Bulfanaria risulta la madre di Roberto di Lauria o dell’Oria e non di Gibel. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), e soprattutto facendo propria un’equivalenza onomastica tra Oria-Loria / dell’Oria-di Loria, chiaramente derivata dalla lettura del Summonte, l’Autore delle Memorie poteva dunque far coincidere i dati parentali del Catalogus Baronum, strettamente riferiti ai conti dell’Oria, con quelli dei Loria, mediante le figure di un Ruggero conte dell’Oria, sposo di Bulfanaria de Oria, ed entrambi genitori tanto di un Roberto di Oria, quanto di un Gibel de Loria, con evidente confusione o interpolazione di notizie, poiché relativamente a Bulfanaria, nel Catalogus, solamente è detto: 229 ¶ Bulfanaria mater Robberti de Oria sicut dixit tenet in Oria feudum unius militis et cum | augmento obtulit milites duos (68). Suddetta Bulfanaria, che è da identificare secondo appunto il Catalogus esclusivamente con la madre di un Robbertus Mustacze (infra ¶ 178) (69), tenuto alla riparazione del castello di Oria, dall’Autore delle Memorie viene presentata invece come madre anche di un Gibel, del quale, tuttavia, ancora nel Catalogus, è riferito unicamente: 419 ¶ Gibel sicut dixit Guarrerius(…) tenet feudum unum (…) militis et cum augmento obtulit militites duos (70).”. In primo luogo faccio notare che qui la Lamboglia scrive “Bulfanaria de Oria”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177.”. Dunque, la Lamboglia scriveva che Bulfanaria era citata al n. 229 del ‘Catalogus Baronum’ dove è scritto che: “229. II. Bulfanaria mater Robberti de Oria sicut dixit tenet in Oria feudum unius militis et cum | augmento obtulit milites duos (68)”, ovvero che è scritto che “Bulfanaria, che è da identificare secondo appunto il Catalogus esclusivamente con la madre di un Robbertus Mustacze” e non madre di Gibel de Loria. La Lamboglia scrive che nel Catalogus Baronum Robbertus Mustacze (infra ¶ 178) (69), tenuto alla riparazione del castello di Oria”. La Lamboglia dubita su queste notizie e opina che: “dall’Autore delle Memorie viene presentata invece come madre anche di un Gibel, del quale, tuttavia, ancora nel Catalogus, ecc…”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nella nota (68) postillava che: (68) Catalogus, p. 56.”.

Nel 1127, il conte normanno RUGGERO conte dell’ORIA, figlio di UGONE e di ALTRUDA, e la moglie longobarda BULFANARIA, genitori di  GIBEL DI LORIA

Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “….UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria. E tale Ruggiero il Normanno, trovò il valoroso RUGGIERO, figlio di UGONE e della bella ALTRUDA, di sangue longobardo. A Ruggiero, seguì UGONE II, poi TOMMASO, col quale si spense il ramo primogenito. Un ramo collaterale era passato in Udine e un altro in Calabria, a Cosenza, originato da un GIBEL, ultimo figlio di Ruggiero, da cui nacquero GIOVANNI, TOMMASA, GIACOMO e RICCARDO. Tommasa sposò un Sanfelice, cosentino. Di Giovanni fa cenno l’Aceti, nelle sue Annotazioni al Barrio. Fra Girolamo Sambiasi, nel “Ragguaglio di Cosenza” (Napoli, 1637), parla distesamente del lignaggio dei Loria (non più dell’Oria), dei loro feudi, matrimoni, vendite e delle prebende per la mensa arcivescovile, ricordate nella Platea di Luca Campano, arcivescovo di Cosenza nel 1223.”. Dunque, il Pepe scriveva che “Ruggero il Normanno” (Ruggero II d’Altavilla) “trovò il valoroso RUGGIERO, figlio di UGONE e della bella ALTRUDA, di sangue longobardo.”. Dunque, Ruggiero (dell’Oria), al tempo di Ruggero II d’Altavilla era figlio di UGONE e di sua moglia “ALTRUDA” di sangue Longobardo. Dall’unione con la bella Altruda e Ugone nacque RUGGERO DELL’ORIA, il quale si sposò con BULFANARIA. Il Pepe scriveva che Un ramo collaterale era passato in Udine e un altro in Calabria, a Cosenza, originato da un GIBEL, ultimo figlio di Ruggiero, da cui nacquero GIOVANNI, TOMMASA, GIACOMO e RICCARDO”. Dunque, il Pepe scriveva che GIBEL DE LORIA era l’ultimo loro figlio di RUGGERO DELL’ORIA e BULFANARIA. Il Pepe (….), sulla scorta di Girolamo Sambiase scriveva che da GIBEL DE LORIA, figlio di Ruggero dell’ORIA (e di Bulfanaria) si originò il ramo collaterale dei Loria in Calabria. Dunque, secondo il Pepe, Gibel de Loria era l’ultimo figlio di questo RUGGERO DELL’ORIA, il quale era sposato con la sua moglie chiamata BULFANARIA. Il Pepe prosegue parlando di Gibel di Loria e dei suoi figli, tra cui RICCARDO di Loria che sarà il padre del celebre Ammiraglio. I due studiosi Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 23-24-25, in proposito alla famiglia e origini del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, indicano delle notizie storiche di notevole interesse. Questi, fanno derivare le origini di Ruggero di Lauria a suo nonno Gibel di Lauria, padre di suo padre Riccardo di Lauria, Giustiziere di Basilicata. Francesco Augurio e Silvana Musella (….), nel loro “Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo”, a pp. 22-23-24 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “Ugone, signore e poi conte di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa e di Apice, sposò una fanciulla longobarda di nome Altruda ed ebbe come figlio il valoroso Ruggiero conte dell’Oria.. Dunque, i due studiosi scrivono che Ugone, conte dell’Oria, Padula, Montefusco ecc.., si unì in matrimonio con Altruda da cui ebbe un figlio chiamato Ruggero che diventerà conte dell’Oria. Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a p. 23, in proposito scrivono che: “Ruggiero, conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuto il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel. Gibel, nonno del nostro Ammiraglio. Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., op. cit., Roma, 1984, n. 101.”. Dunque, secondo i due studiosi, BULFANARIA fu la seconda moglie di Ruggero dell’Oria, da cui ebbe Roberto e Gibel. Dunque, stando ai due studiosi, Augurio e Musella, quando, nel 1127, Ruggiero conte dell’Oria si unì a papa Onorio II contro Ruggero II d’Altavilla, avendo perso la battaglia, “Fu questo il motivo per cui quando papa Onorio II, per la morte del duca Guglielmo il Normanno, si recò a Benevento temendo che il duca di Sicilia Ruggero il Normanno avesse mire espansionistiche sugli stati di Puglia e di Calabria, Ruggiero conte dell’Oria fu tra i confederati del Papa. Per la strepitosa vittoria del duca di Sicilia e la resa dei castelli di Brindisi, Castro e Oria, Ruggiero, oltre ad Oria perse pure le terre di Paduli e Montefusco, restandogli solo Terrarossa e Apice. A seguito di un capovolgimento di alleanze, Ruggiero riottenne la contea di Oria perdendo definitivamente le altre due in quanto acquisite dallo stesso normanno per la loro posizione strategica. Ruggiero conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuta il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel.”. Dunque, accadde che Ruggero dell’Oria, dopo la sconfitta di papa Onorio II contro Ruggero II d’Altavilla, nel 1127, perse tutti i suoi possedimenti di Oria (forse Lauria), Padula, Montefusco e gli restarono solo quelli di Terrarossa e Apice. Ma, Ruggero dell’Oria, a causa di accordi ed alleanze, riottenne la contea dell’Oria. Francesco Augurio e Silvana Musella (….), nel loro “Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo”, a pp. 22-23-24 scrivevano che RUGGERO CONTE DELL’ORIA ebbe due mogli. Dalla prima moglie di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel.”. Dunque, secondo i due studiosi, Ruggero conte dell’Oria, ebbe due mogli. Dalla prima moglie, di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: Ugone, Stefano e Guglielmo e, dalla seconda moglie chiamata Bulfanaria, ebbe Roberto e Gibel di Lauria. Riguardo le notizie raccolte sulle origini di questo GIBEL DE LORIA e sul padre Ruggero dell’Oria, Augurio e Musella, a p. 24 scrivevano pure: “Siamo così giunti al padre dell’Ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23)”. I due studiosi, a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Per ulteriori approfondimenti cfr. ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878. Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Augurio e Musella citano “‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878”. Ritornando ai ‘ORIA’, Giuseppe Del Re (….), nel suo “Scrittori sincroni napoletani etc…Normanni, vol. nico”, pubblicò il “Catalogus Baronum”, dove a p. 577 troviamo i “De Oria”, e si cita il nome di Bulfanaria, madre di Roberto e di Gibel e seconda moglie di Ruggero de Oria. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), e soprattutto facendo propria un’equivalenza onomastica tra Oria-Loria / dell’Oria-di Loria, chiaramente derivata dalla lettura del Summonte, l’Autore delle Memorie poteva dunque far coincidere i dati parentali del Catalogus Baronum, strettamente riferiti ai conti dell’Oria, con quelli dei Loria, mediante le figure di un Ruggero conte dell’Oria, sposo di Bulfanaria de Oria, ed entrambi genitori tanto di un Roberto di Oria, quanto di un Gibel de Loria, con evidente confusione o interpolazione di notizie, poiché relativamente a Bulfanaria, nel Catalogus, solamente è detto: 229 ¶ Bulfanaria mater Robberti de Oria sicut dixit tenet in Oria feudum unius militis et cum | augmento obtulit milites duos (68). Suddetta Bulfanaria, che è da identificare secondo appunto il Catalogus esclusivamente con la madre di un Robbertus Mustacze (infra ¶ 178) (69), tenuto alla riparazione del castello di Oria, dall’Autore delle Memorie viene presentata invece come madre anche di un Gibel, ecc….. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52..

Nel 1144, GIBEL DE LORIA

Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: Un ramo collaterale era passato in Udine e un altro in Calabria, a Cosenza, originato da un GIBEL, ultimo figlio di Ruggiero, da cui nacquero GIOVANNI, TOMMASA, GIACOMO e RICCARDO. Tommasa sposò un Sanfelice, cosentino. Di Giovanni fa cenno l’Aceti, nelle sue Annotazioni al Barrio. Fra Girolamo Sambiasi, nel “Ragguaglio di Cosenza” (Napoli, 1637), parla distesamente del lignaggio dei Loria (non più dell’Oria), dei loro feudi, matrimoni, vendite e delle prebende per la mensa arcivescovile, ricordate nella Platea di Luca Campano, arcivescovo di Cosenza nel 1223.”.

Francesco Augurio e Silvana Musella (…..), nel loro “Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo”, a pp. 22-23-24 scrivevano che RUGGERO CONTE DELL’ORIA ebbe due mogli. Dalla prima moglie di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel.”. Dunque, secondo i due studiosi, Ruggero conte dell’Oria, ebbe due mogli. Dalla prima moglie, di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: Ugone, Stefano e Guglielmo e, dalla seconda moglie chiamata Bulfanaria, ebbe Roberto e Gibel di Lauria. Augurio e Musella, a p. 23 scrivono che: “Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Fonti per la Storia d’Italia, Roma, 1984, n. 101.”. Augurio e Musella (…), affermano che il nonno di Ruggiero di Lauria fosse “Gibel”, un feudatario citato nel noto ‘Catalogo dei Baroni’, pubblicato da Borrelli (…) prima e poi in seguito dalla Evelyn Jamison (…) ed in seguito commentato da E. Cuozzo (…) e di cui ho dedicato ivi un mio saggio.Riguardo il GIBEL ed i riferimenti suoi nel Catalogus Baronum, Pietro Ebner (…) che ne parla nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I a pp. 238-239, parlando del ‘Catalogus baronum‘, nella sua nota (92) postillava che: “(92) Così dalla ‘Comestabulia de Principatu’, di Lampo di Fasanella (n. 442, Curia e Corneto). Aveva ….Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o Lauria?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Poi l’Ebner, ne parla ancora a pp. 241-242 e scriveva che: “In nota 100 sono elencati i nominativi dei feudatari territorio inclusi nel ‘Catalogus’ che al tempo della progettata “magne expeditionis” vi risiedevano. Complessivamente i locali feudatari erano tenuti a fornire al re 170 ‘milites’, oltre quelli ecc..”, e nella nota 100 alla lettera d) scriveva che: ” d) De Policastro (Catalogus, nn. 566-586; Jamison pp. 104-106): Baldovino, 16 villani per cui, con l’aumento ecc…; Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani.”. Riguardo le notizie raccolte sulle origini di questo GIBEL DE LORIA e sul padre Ruggero dell’Oria, Augurio e Musella, a p. 24 scrivevano pure: “Siamo così giunti al padre dell’Ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23)”. I due studiosi, a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Per ulteriori approfondimenti cfr. ‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878. Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Augurio e Musella citano “‘Memorie storico-genealogiche di Ruggiero ed Andreotto Loria. Risposta al quesito: la famiglia di Ruggiero di Lauria è Catalana, Siciliana, o Calabrese ?, per D.A.L., Napoli 1878”. Ritornando ai ‘ORIA’, Giuseppe Del Re (….), nel suo “Scrittori sincroni napoletani etc…Normanni, vol. nico”, pubblicò il “Catalogus Baronum”, dove a p. 577 troviamo i “De Oria”, e si cita il nome di Bulfanaria, madre di Roberto e di Gibel e seconda moglie di Ruggero de Oria. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), e soprattutto facendo propria un’equivalenza onomastica tra Oria-Loria / dell’Oria-di Loria, chiaramente derivata dalla lettura del Summonte, l’Autore delle Memorie poteva dunque far coincidere i dati parentali del Catalogus Baronum, strettamente riferiti ai conti dell’Oria, con quelli dei Loria, mediante le figure di un Ruggero conte dell’Oria, sposo di Bulfanaria de Oria, ed entrambi genitori tanto di un Roberto di Oria, quanto di un Gibel de Loria, con evidente confusione o interpolazione di notizie, poiché relativamente a Bulfanaria, nel Catalogus, solamente è detto: 229 ¶ Bulfanaria mater Robberti de Oria sicut dixit tenet in Oria feudum unius militis et cum | augmento obtulit milites duos (68). Suddetta Bulfanaria, che è da identificare secondo appunto il Catalogus esclusivamente con la madre di un Robbertus Mustacze (infra ¶ 178) (69), tenuto alla riparazione del castello di Oria, dall’Autore delle Memorie viene presentata invece come madre anche di un Gibel, del quale, tuttavia, ancora nel Catalogus, è riferito unicamente: 419 ¶ Gibel sicut dixit Guarrerius(…) tenet feudum unum (…) militis et cum augmento obtulit militites duos (70).”. Come poi il Gibel sovramenzionato, suffeudatario di Guerriero di Monte Fuscolo (71), potesse essere, per omonimia, identificato con ‘Gibel de Loria’, col quale, propriamente, invece, si avrebbe notizia del ramo dei Lauria, ciò risulta da un’acrobazia delle ‘Memorie’…..Allo stesso modo, per effetto di questa acrobazia, l’Autore delle ‘Memorie’ attribuiva a Gibel de Loria, i possedimenti dell’altro omonimo, in una fusione che prendeva dell’uno e dell’altro e poneva tutto insieme (72), la cui ovvia conseguenza era l’attribuzione di un territorio al ceppo dei Lauria, molto più vasto dell’effettivo. Spiluccando poi dai genealogisti cinque-seicenteschi e dalla platea di Luca Campano (73), l’Autore delle ‘Memorie’ perveniva quindi a parlare del nostro Ruggero, presentandolo come figlio di Riccardo di Lauria, figlio a sua volta di Gibel di Loria, poco, in effetti, curandosi – anche a dispetto della ribadita precisione – del salto di generazione che anche un calcolo approssimativo avrebbe dovuto necessariamente contemplare, escludendo sia a Riccardo, quanto a Gibel, una longevità biblica.”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6. (68) Catalogus, p. 56. (69) Catalogus, p. 52. (70) Catalogus, p. 76. Sulle modalità con cui i vassalli prestavano servizio militare, si veda, ancora CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, pp. 145-159 e pp. 167-177. (71) Catalogus, p. 74. (72) Memorie genealogiche, p. 12: «V. Ultimo figlio di Ruggiero conte dell’Oria è Gibel, di cui è memoria nel citato Catalogo de’ Baroni, del quale si dice: Gibel de Loria sicut dicit Guerrerius tenet feudum I [sic] militis et cum augmento obtulit milites II [sic]. Idem Gibel tenet de eodem Gisulpho sicut dixit feudum II [sic] militum, et cum augmento obtulit milites IV [sic]. Idem Gibel Loriae de Policastro tenet villanos III [sic]. Il primo de’cennati (sic) feudi era in Montefusco – in Paduli il secondo – ed in Policastro il terzo. Ignorasi chi fosse la moglie di Gibel; ma se ne sanno con tutta precisione i figli – e di essi si parlerà nell’altro capitolo». (73) La Platea di Luca arcivescovo di Cosenza (1203-1227), a cura di E. CUOZZO, Avellino, Elio Sellino Editore, 2007. Sull’arcivescovo Luca, originario di Campagna, parte del Lazio meridionale (cfr. La Platea di Luca, p. XLVII) ed appartenente all’ordine cistercense, insignito poi della dignità arcivescovile della diocesi di Cosenza nel 1202 (o agli inizi del 1203) e stante, nella carica, fino al 1227, si veda N. KAMP, Kirche und Monarchie im staufischen Königreich Sizilien. I. Prosopographische Grundlegung: Bistümer und Bischöfe des Königreichs 1194-1166. 2. Apulien und Kalabrien, München, Wilhelm Fink Verlag, 1975, pp. 833-839.”.

Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 23-24-25, in proposito alla famiglia e origini del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, indicano delle notizie storiche di notevole interesse. Questi, fanno derivare le origini di Ruggero di Lauria a suo nonno Gibel di Lauria, padre di suo padre Riccardo di Lauria, Giustiziere di Basilicata. I due studiosi a p. 23, in proposito scrivono che: “Ruggiero, conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuto il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel. Gibel, nonno del nostro Ammiraglio. Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., op. cit., Roma, 1984, n. 101.”. Dunque, i due studiosi Augurio e Musella (…), affermano che il nonno di Ruggiero di Lauria fosse “Gibel”, un feudatario citato nel noto ‘Catalogo dei Baroni’, pubblicato da Borrelli (…) prima e poi in seguito dalla Evelyn Jamison (…) ed in seguito commentato da E. Cuozzo (…) e di cui ho dedicato ivi un mio saggio. Secondo la nota (22), dei due studiosi, il nome di ‘Gibel’, appare nel ‘Catalogus Baronum’, commentato dal Cuozzo al n. 101, ma non è corretto. Infatti al Mingardo, durante la guerra del Vespro vi fu una tremenda battaglia. Il Gibel di cui parlano i due studiosi, che volevano fosse il nonno dell’ammiraglio, è lo stesso di cui parlava l’Antonini (…), il quale segnalava la citazione nel ‘Catalogus Baronum’ del Borrelli ?. Forse si trattava proprio dello stesso feudatario. I due studiosi dicono essere indicato al n. 101. Infatti, il Cuozzo (…), nel suo commento al ‘Catalogo dei baroni’ scriveva di Gil al n. 101, ma non ho trovato nulla al n. 101. I due studiosi, a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Siamo così giunti al padre dell’ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23).”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Ma, scorrendo il ‘Catalogus baronum’, del Cuozzo o della Jamison non ho ritrovato alcun Gilbert al n. 101. Dunque, secondo la ricostruzione dei due studiosi, l’ammiraglio Ruggiero di Lauria, non ha origini nella famiglia Sanseverino con cui si imparentò essendosi la sorella Ilaria sposata con il figlio del conte di Marsico e dunque non trovo affatto esatto ciò che ha scritto il Mallamaci (…), parlando di Torraca. Tuttavia, sull’influenza che i Sanseverino ebbero nelle nostre terre, non vi sono dubbi ed indagheremo ulteriormente. Riguardo il ‘Gibel de Loria’ presente secondo i due studiosi Augurio e Musella (…), nel ‘Catalogus baronum’ ci viene incontro Pietro Ebner (…) che ne parla nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I a pp. 238-239, parlando del ‘Catalogus baronum‘, nella sua nota (92) postillava che: “(92) Così dalla ‘Comestabulia de Principatu’, di Lampo di Fasanella (n. 442, Curia e Corneto). Aveva ….Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o Lauria?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Poi l’Ebner, ne parla ancora a pp. 241-242 e scriveva che: “In nota 100 sono elencati i nominativi dei feudatari territorio inclusi nel ‘Catalogus’ che al tempo della progettata “magne expeditionis” vi risiedevano. Complessivamente i locali feudatari erano tenuti a fornire al re 170 ‘milites’, oltre quelli ecc..”, e nella nota 100 alla lettera d) scriveva che: ” d) De Policastro (Catalogus, nn. 566-586; Jamison pp. 104-106): Baldovino, 16 villani per cui, con l’aumento ecc…; Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani.”.

Ebner, p. 335

(Fig…..) Ebner (…), p. 334

Come possiamo leggere nel ‘Catalogus baronum’, compilato per la seconda volta nel 1185, a quell’epoca (dominazione Normanna-Sveva), a Policastro vi erano dei signori come Baldoyno, Carsidonius, Selius filius Roberti, Hugo Johannis, Raynerius Montis Viridis, Ladoysius filius Landi, Alexander filius Balduyni, Gualterius Francisius, Johannes de Guillelmo, Gibel Lorie (v. n. 601) 3 vilani. Dunque, l’Ebner (…), cita due volte Gibel Lorie o Gibel de Loria, citato più volte nel ‘Catalogus baronum‘ pubblicato dalla Evelin Jamison (…) al n. 601. Infatti nell’opera pubblicata dalla Jamison (…), al n. 601, a p. 109 troviamo scritto:  “Gibel de Loria tenet de eodem Gisulfo sicut dixit feudum (c) (8).” e, nella nota (c) scriveva che: “(c) name of fief om.” e nella nota (8) scriveva: “(8) Loria ‘provides the tenant’s  toponymic, but this cannot here indicate the fief, because’ Lauria (Potenza) was in Val Sinni, the discrict of which Gibel was royal justiciar. He is stated  ante 586* to have held three villeins in Policastro. Cfr. Commento.”. Nella sua nota (8) la Evelyn Jamison (…), a p. 109, in proposito scriveva che: Loria ‘fornisce il toponimo del suo feudatario, ma questo non può qui indicare il feudo, perché’ Lauria (Potenza) era in Val Sinni, il cui discreto Gibel era il giustiziere reale. Viene dichiarato ante 586* per aver tenuto tre villani a Policastro. Cfr. Commento.”. Sempre la Jamison (…), a p. 106, indica Gibel Loria al n. 586 e scrive nella sua nota (c) “Gibel Loire villanos tres”. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. 1144. γιβλλος λωριας (Ghibellus de Loria = Lauria, Prov. Potenza, nel distretto di Val Sinni), è giustiziere di Val Sinni, insieme a ……………….(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 117, in proposito scriveva che: “3….. Infatti, negli stessi Registri Angioini, e propriamente nell’atto di costituzione del Principato di Salerno, si legge che Carlo d’Angiò nel donare quest’ultimo, insieme alla contea ecc…., oltre Monteforte e Magliano (Francesco di Monteforte), Camerota e Molpa (Egidio di Blemur), Novi (Riccardo di Marzano) e Castelnuovo (Guido di Alemagna)(38).”. Ebner, a p. 117, nella sua nota (38) postillava che: “Reg. ang., VIII, p. 182 n. 464 (=Reg. 1272, XV, Ind. f CXXI), ma v. pure Reg. 1271, A, f. 218 t.”. Recentemente Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 37-38, in proposito scriveva che: “2.1 – Legami familiari nel regno normanno-svevo ed angioino. Sembra proprio che un ‘Gibel de Lauria’ ed un ‘Gibellus de Loria’ sia uno dei primi sicuri rappresentanti del ceppo familiare a cui poi il nostro Ruggero sarebbe riconducibile, ma che sia cosa diversa ed azzardata porlo come capostipite (80). Gibel, infatti, è unicamente il primo dei Loria del quale si ha una qualche notizia documentale, sia nel ‘Catalogus Baronum’, sia in due documenti del Monastero di S. Elia ed Anastasio di Carbone (81). Gibel de Loria è poi una figura significativa almeno per la territorialità a cui è legata, nel ‘Catalogus’, il suo nome. Egli è, infatti, individuato come colui che tiene tre villani in Policastro (82) e come colui che ricopre l’incarico di giustiziere regio del distretto di Val Sinni nel 1144 insieme a Roberto di Cles (83), entrambi chiamati a derimere, presso l’abate Ilario, una questione che coinvolge il Monastero di Carbone, minacciato nelle sue proprietà da un non meglio precisato nobile Gillius, signore di Calabria (84). I due sono poi legati al conte di Principato: Roberto di Cles, quale suffeudatario di Lampus de Fasanella (85) e Gibel quale suffeudatario del conte di Marsico (86), mediante ancora il tramite di un Gisulfo de Palude (87). Con Gibel, si delinea, dunque, un primo legame col territorio, secondo il quale, il ceppo familiare dei Loria insisterebbe per un verso con l’area più occidentale che dal Vallo di Diano (Campania) conduce fino almeno a Policastro e, per l’altro, con l’area più centro-meridionale dell’antica Lucania, corrispondente appunto al distretto di Val Sinni.”. La Lamboglia, a p. 37, nella sua nota (80) postillava che: “(80) 

Lamboglia, note a p. 37

Lamboglia, note a p. 38

Dunque, la Lamboglia scriveva che Gibel de Loria, nel 1144 ricopriva la carica di Giustiziere Regio del Distretto Normanno di Val Sinni e che, insieme a Roberto di Cles si recarono dall’abate Ilario dell’Abbazia o Monastero di S. Elia ed Anastasio di Carbone per derimere un controversia sorta tra il Monastero ed un feudatario (non meglio precisato), un certo “Gillius”, signore di Calabria. Il documento fu pubblicato dalla Robinson (….), ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). Sempre il Cappelli (…), sugli Scullando, a p. 224, nella sua nota (5) postillava che: “(5) G. Robinson, History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone, in “Orientalia Christiana”, Roma, 1928-1930, voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss. Un ‘Rogkerius Scelland (i) appare tra i presenti all’atto di donazione di alcuni beni, come dirò in seguito, alla chiesa di S. Maria della Mattina.”. Gertrude Robinson (…), nel suo ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, pubblicato nel 1928. Il Cappelli, parlando degli Scullando, citava le carte greche  voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss” e, riguardo queste pergamene scriveva che questo Roberto Scullando, Signore di Aieta: Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5)”, ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). I documenti pubblicati da Gertrude Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”.

Robinson, p...., doc. XXXVII, 85

Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. 1144. γιβλλος λωριας (Ghibellus de Loria = Lauria, Prov. Potenza, nel distretto di Val Sinni), è giustiziere di Val Sinni, insieme a ……………….(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII).”. Dunque, Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commento’ al ‘Catalogus’, confermava la citazione dell’Ebner che scriveva sulla scorta della Jamison (…). Il Cuozzo, riguardo il n. 601 del ‘Catalogus Baronum’, ovvero (lui scrive): “GIBEL DE LORIA” (o “Ghibellus de Loria”) = 1144. γιβλλος λωριας”,  sulla scorta della Jamison (…), scriveva che egli era feudatario di Gisulfo di Padula (vedi n. 599) e “giustiziere” (la Jamison dice “reale”) del distretto di Val Sinni (o della Contea di Marsico ?), lui dice, insieme a Roberto de Cles (v. n. 507). La Jamison e il Cuozzo, dicono pure che egli aveva (teneva) tre villani a Policastro (vedi n° 586). Sulle origini di questo vassallo di Gisulfo di Padula (a sua volta vassallo di Silvestro Guarna (II) conte di Marsico) “Ghibellus de Loria”, il Cuozzo (…), nella sua nota al n° 601 del ‘Catalogus’, a p. 162, citava “(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII)”. Infatti, in due documenti del 1144 pubblicati dal Robinson (…) troviamo citato il Ghibellus de Lauria. La Gertrude Robinson (…), nel 1933 pubblicò una serie di documenti interessantissimi, antichissime pergamene greche, provenienti dal Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone in Provincia di Potenza. Si tratta di Gertrude Robinson (…). Infatti, i due documenti, le due pergamene greche e trascritte e tradotte dalla Robinson, il doc. XXXVII del 1144 e il doc. XXXVIII, entranbi del 1144, citano i due personaggi normanni Robbertus de Cles (“Cletzes”) e “Ghibellus of Lauria” e dice che entrambi erano i giustizieri regi del distretto di Val Sinni (forse della Contea di Marsico). Siccome entrambi i documenti sono datati all’anno 1144, coincide con il riferimento fornitoci dal Borrelli (…) che nel suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, nel “Barones Regni” pubblicato nel 1653, scrive “SVB GUGLIEL. II REGE”, ovvero al tempo (“sub” = sotto) di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Ma sappiamo pure che sotto il regno di re Guglielmo II di Sicilia, detto il Buono non era possibile in quanto nel 1144 non regnava lui ma regnava l’altro Guglielmo, ovvero Guglielmo I° di Sicilia detto il Malo, figlio di Ruggero II d’Altavilla. Dunque il riferimento del Borrelli risulta errato. I documenti pubblicati dalla Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”.

Nel 1144, ‘Ghibellus de Loria’, o Gibel padre di Riccardo di Lauria e nonno di Ruggiero di Lauria

Dunque, l’Antonini (…), scriveva che Carlo I d’Angiò tolse a Gil de Blemur” il castello della Molpa. Inoltre, l’Ebner si riferisce ad un Egidio de Blemur, feudatario di Camerota all’epoca Angioina, ovvero negli anni 1270-1271-1272 e dunque non si poteva trattare dello stesso Gil (normanno) di cui parlano i due studiosi Augurio e Musella (…). I due studiosi Musella e Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 23-24-25, in proposito alla famiglia e origini del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, indicano delle notizie storiche di notevole interesse. Questi, fanno derivare le origini di Ruggero di Lauria al padre di suo padre Riccardo di Lauria, Giustiziere di Basilicata, ovvero a suo nonno Gibel. Essi a p. 23, in proposito scrivono che: “Ruggiero, conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuto il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel. Gibel, nonno del nostro Ammiraglio. Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., op. cit., Roma, 1984, n. 101.”. Dunque, i due studiosi Augurio e Musella (…), affermano che il nonno di Ruggiero di Lauria fosse “Gibel”, un feudatario citato nel noto ‘Catalogo dei Baroni’, pubblicato da Borrelli (…) prima e poi in seguito dalla Evelin Jamison (…) ed in seguito commentato da E. Cuozzo (…) e di cui ho dedicato ivi un mio saggio. Secondo la nota (22), dei due studiosi, il nome di ‘Gibel’, appare nel ‘Catalogus Baronum’, commentato dal Cuozzo al n. 101, ma non è corretto. Infatti al Mingardo, durante la guerra del Vespro vi fu una tremenda battaglia. Il Gibel di cui parlano i due studiosi, che volevano fosse il nonno dell’ammiraglio, è lo stesso di cui parlava l’Antonini (…), il quale segnalava la citazione nel ‘Catalogus Baronum’ del Borrelli ?. Forse si trattava proprio dello stesso feudatario. I due studiosi dicono essere indicato al n. 101. Infatti, il Cuozzo (…), nel suo commento al ‘Catalogo dei baroni’ scriveva di Gil al n. 101, ma non ho trovato nulla al n. 101. I due studiosi, a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Siamo così giunti al padre dell’ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23).”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Ma, scorrendo il ‘Catalogus baronum’, del Cuozzo o della Jamison non ho ritrovato alcun Gilbert al n. 101. Dunque, secondo la ricostruzione dei due studiosi, l’ammiraglio Ruggiero di Lauria, non ha origini nella famiglia Sanseverino con cui si imparentò essendosi la sorella Ilaria sposata con il figlio del conte di Marsico e dunque non trovo affatto esatto ciò che ha scritto il Mallamaci (…), parlando di Torraca. Tuttavia, sull’influenza che i Sanseverino ebbero nelle nostre terre, non vi sono dubbi ed indagheremo ulteriormente. Riguardo il ‘Gibel de Loria’ presente secondo i due studiosi Augurio e Musella (…), nel ‘Catalogus baronum’ ci viene incontro Pietro Ebner (…) che ne parla nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I a pp. 238-239, parlando del ‘Catalogus baronum‘, nella sua nota (92) postillava che: “(92) Così dalla ‘Comestabulia de Principatu’, di Lampo di Fasanella (n. 442, Curia e Corneto). Aveva ….Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o Lauria?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Poi l’Ebner, ne parla ancora a pp. 241-242 e scriveva che: “In nota 100 sono elencati i nominativi dei feudatari territorio inclusi nel ‘Catalogus’ che al tempo della progettata “magne expeditionis” vi risiedevano. Complessivamente i locali feudatari erano tenuti a fornire al re 170 ‘milites’, oltre quelli ecc..”, e nella nota 100 alla lettera d) scriveva che: ” d) De Policastro (Catalogus, nn. 566-586; Jamison pp. 104-106): Baldovino, 16 villani per cui, con l’aumento ecc…; Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani.”. Dunque, l’Ebner (…), cita due volte Gibel Lorie o Gibel de Loria, citato più volte nel ‘Catalogus baronum‘ pubblicato dalla Evelin Jamison (…) al n. 601. Infatti nell’opera pubblicata dalla Jamison (…), al n. 601, a p. 109 troviamo scritto:  “Gibel de Loria tenet de eodem Gisulfo sicut dixit feudum (c) (8).” e, nella nota (c) scriveva che: “(c) name of fief om.” e nella nota (8) scriveva: “(8) Loria ‘provides the tenant’s  toponymic, but this cannot here indicate the fief, because’ Lauria (Potenza) was in Val Sinni, the discrict of which Gibel was royal justiciar. He is stated  ante 586* to have held three villeins in Policastro. Cfr. Commento.”. Nella sua nota (8) la Jemison (…), a p. 109, in proposito scriveva che: Loria ‘fornisce il toponimo del suo feudatario, ma questo non può qui indicare il feudo, perché’ Lauria (Potenza) era in Val Sinni, il cui discreto Gibel era il giustiziere reale. Viene dichiarato ante 586* per aver tenuto tre villani a Policastro. Cfr. Commento.”. Sempre la Jamison (…), a p. 106, indica Gibel Loria al n. 586 e scrive nella sua nota (c) “Gibel Loire villanos tres”. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. 1144. γιβλλος λωριας (Ghibellus de Loria = Lauria, Prov. Potenza, nel distretto di Val Sinni), è giustiziere di Val Sinni, insieme a ……………….(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII).”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) Cataldo G., Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, inedito, dattiloscritto, donatoci dall’Auore (Archivio Storico Attanasio), p. 29, è stato citato anche dal Guzzo (…), e riporta molte notizie e riferimenti bibliografici in merito al periodo Normanno.

(3) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377; parla della Chiesa Paleocastrense.

(4) Del Mercato P.F., Infante A., Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp….

(5) Natella P. Peduto P., Pixous – Policastro, estratto da ‘L’Universo’, rivista dell’I.G.M., ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.; Si veda pure: Gay J. (o Giulio), L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, Firenze, 1917, p. 253 e vedi pure Pontieri E., op. cit., 54.

(6) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(7) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(8) Giustiniani L., Dizionario Geografico-ragionato del Regno di Napoli, Napoli, Tip. Vincenzo Manfredi, 1797

(9) Giustiniani L., Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, Tomo VII, p. 225 e s. su Policastro e su Torre Orsaja e Castelruggiero, si veda Tomo IX, p. 215 e s.

(10) Giannone P., Dell’Istoria civile del Regno di Napoli, Venezia, 1766, ed. Pasquali, Tomo VI, Libro XVII, per la Congiura di Capaccio, si veda da p. 337 e s., oppure si veda dello stesso autore, Opere comoplete, Tomo IV, p. 87 e s.

(11) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(10) Ebner P., op. cit., Economia e Società nel Cilento Medievale, vol. II, p. 337. Si veda pure p. 537 e s. su Policastro.

(11) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831.

(11 bis) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.  Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p…. (testo in latino) e p. 74 (la traduzione del Visconti del testo in latino), p. 74.

(12) Volpi G., Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.

(13) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001.

(14) Ventimiglia F. A., Cilento illustrato, a cura di Francesco Volpe, ed. E.S.I., Napoli, 2003; si veda pure dello stesso autore: Ventimiglia F.A., Memorie storiche del Principato di Salerno, si veda pure dello stesso autore: Memorie storiche dei casali del Castello dell’Abate, Napoli, 1827.

(15) Ventimiglia D. A, Difesa diplomatica, si veda Doc. IX, fol. 32 e Doc. X, fol. 36; si veda pure dello stesso autore: Notizie storiche del castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania, Napoli, 1827, (Archivio Storico Attanasio).

(16) Ventimiglia D. A, Difesa diplomatica, si veda Doc. IX, fol. 32 e Doc. X, fol. 36; si veda pure dello stesso autore: Notizie storiche del castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania, Napoli, 1827, (Archivio Storico Attanasio).

(17) Mazziotti M., La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972, p. 120 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(18) J.I.A. Huillard-Breholles, Historia diplomatica Friederici, Parigi, 1852- 1860, VI, pp. 403 e 441; si veda questo testo fondamentale per i documenti Federiciani-Svevi dal 1215 al 1220;

(19) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377.

(20) Capasso B., Historia diplomatica Regni Siciliae, ………………., si veda pure

(21) Matthew D., I Normanni in Italia, ed. Laterza, Bari, 1992.

(22) Fazello T., Storia di Sicilia, II, 7, 1-3 (per Ruggero I d’Altavilla), pp. 52-55-56.

(23) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743.

(24) Campanile Filiberto, Dell’armi ovvero insegne dei nobili, Napoli, stamparia Gramignani, 1680, p….

(25) Caruso G.B., Memorie istoriche di quanto è accaduto in Sicilia, Stamperia Gramignani, Palermo, I, 1787, parte II, vol. I, p. 122.

(26) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’.

(27) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1802, Tomo VIII, p.…..

(28) Balducci A., L’Archivio Diocesano di Salerno – Cenni sull’Archivio del Capitolo Metropolitano, Collana Storico Economica del Salernitano – Fonti IV, ed. a cura della Società Salernitana di Storia Patria, Parte I, Salerno, 1959, pp….. (Archivio Storico Attanasio).

(29) Pasanisi Onofrio., La costruzione generale delle torri marittime della Real Camera di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926; si veda pure dello stesso autore: Pasanisi O., La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII Secolo, Atti della Reale Società Economica della Provincia di Salerno, Salerno, Tip. Frat. Jovine, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Pasanisi O., I capitoli di Torre Orsaia concessi dal vescovo di Policastro, stà in ‘Archivio Storico per la Provincia di Salerno’, a. III (1935), pp. 34-52.

(30) Silvestri A., ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, a cura della Società Salernitana di Storia Patria – Fonti II – Salerno, 1956 e, l’edizione del 1965; si veda pure: Silvestri A., Aspetti di vita economica nel Cilento alla fine del Medioevo, Società Salernitana di Storia Patria, Fonti II, ed. Pietro Laveglia, Nocera Inferiore, 1989; si veda pure: Silvestri A., La contrastata giurisdizione feudale del Vescovo di Policastro sulla terra di Torre Orsaia, stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, ed. Pietro Laveglia, Salerno, n. 27 (1997)(ritampa) o LVII dalla fondazione, pp. 279 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(31) Volpe F., Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981.

(32) Vassalluzzo M., ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, Cap. V, p. 207 e s., stà in ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975.

(33) Amari M., La Guerra del Vespro siciliano, Torino, ed. Cugini Pompa, 1852.

(34) Caraci G., Segni e colori degli spazi medievali, Italiani e Catalani nella primitiva cartografia nautica medievale, ed. Diabasis, Reggio Emilia, 1993, p. XIX.

(35) Guzzo A., Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia, Unione Grafica, Battipaglia, 1997; si veda dello stesso autore: Guzzo A., Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia, ed. Arti grafiche Palumbo, Cava dè Tirreni, 1978.

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(36) Manoscritto del Marchese della Giaratana. Citato più volte dall’Antonini (…), che così lo chiama, questo manoscritto è stato scritto da Settimo (Girolamo), Marchese della Giarratana che possedeva (forse a Palermo) una grande biblioteca e raccolta di antichissimi documenti. Pare che in questo antico manoscritto vi si il regesto di Pier delle Vigne, segretario di Federico II di Svevia. In questo manoscritto, si fa la coronaca del periodo Svevo in Sicilia e nell’Italia Meridionale. Secondo l’Antonini (…), parte II, Discorso X della sua ‘Lucania’, a p. 417, scrive sul “Conte Ruggiero di questo nome, legittimo uno e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel Manoscritto del Marchese di Giarratana”. Il Cataldo (…), a proposito di Ruggero I d’Altavilla, scriveva a p. 29, del suo, dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche di Policastro Bussentino’, che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): ‘Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit’. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria. Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154 subiva la distruzione da parte del Barbarossa.”. Quindi, il Cataldo (…), traeva alcune notizie su Policastro dal “Marchese di Giarratana”, che nel 1700, fu pubblicato dal Muratori (…). Quindi, secondo il Cataldo (16), il “manoscritto del Marchese della Giarratana” (come lo appella pure l’Antonini) è stato pubblicato da Antonio Ludovico Muratori, a p. 603 del suo Tomo V del suo  ‘Rerum Italicarum Scriptores – Raccolta degli storici Italiani’, a cura di Ludovico Antonio Muratori, vol. V, Milano 1724, (forse pp. 609–645), si veda nuova edizione, a cura di Giosuè Carducci (vedi immagine).

(37) Del Re G., Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol I, si veda da p. 90.

(38) Alessandro Telesino (…), a cui probabilmente si rifà l’Ughelli (…), Alessandro Telesino o di Telese (in latino: Alexander Telesinus; … – 1136), fu l’abate di San Salvatore, in Telese. È ricordato soprattutto come cronachista e storico dell’epoca Normanna. Alessandro successe all’abate Giovanni alla guida dell’Abbazia, certamente prima del 1127. Si dimostrò uomo colto e astuto. Ad Alife conobbe Matilde di Altavilla, sorella di Ruggero II di Sicilia e moglie del conte Rainulfo III di Alife. Diventato amico della contessa, scrisse la sua opera più importante, la Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie, biografia accurata di re Ruggero II, una biografia di Ruggero II di Sicilia che copre in dettaglio gli anni successivi al 1127 e fino al 1136, ove termina bruscamente. Fu scritta su commissione della sorella del sovrano, Matilda, moglie di Rainulfo di Alife, e si tratta senz’altro di propaganda a favore del re normanno, anche se Rainulfo era il peggior nemico di Ruggero. Si abbina bene con la cronaca del suo contemporaneo Falcone Beneventano, che si oppone invece a Ruggero. Ludovico Antonio Muratori (…), pubblicò il suo manoscritto. Nel V volume dell’edizione palatina del ‘Rerum Italicarum Scriptores’, lo conteneva da p. 607. Il Muratori (…), scrive: “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae Regis’ libri quatuor, in praesenti edizione cum veteribus collati, et summa Capitum ad Lectorum commodum distincti ac exornati p. 607”, il Muratori, dice di pubblicare nel suo libro IV, il manoscritto del Telesino, le gesta del re Ruggero di Sicilia, a p. 607. Il testo del Muratori è il fascicolo n. 211, e credo che il testo di Alessandro Telesino sia contenuto nel fascicolo successivo pubblicato dal Muratori, ovvero il fascicolo n. 213. Alexandri Telesini Coenobii Abbatis De Rebus Gestis Rogerii Siciliae Regis e Alexandri Abbatis Telesini Alloquium ad Regem Rogerium in: ‘Rerum Italicarum Scriptores’ a cura di Ludovico Antonio Muratori, vol. V, Milano 1724, pp. 609–645. Ludovico Antonio Muratori (…), pubblicò il suo manoscritto. Nel V volume dell’edizione palatina del ‘Rerum Italicarum Scriptores’, lo conteneva da p. 607. Il Muratori (…), scrive: “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae Regis’ libri quatuor, in praesenti edizione cum veteribus collati, et summa Capitum ad Lectorum commodum distincti ac exornati p. 607”. Il testo del Muratori è il fascicolo n. 211, e credo che il testo di Alessandro Telesino sia contenuto nel fascicolo successivo pubblicato dal Muratori, ovvero il fascicolo n. 213. Alexandri Telesini De rebus gestis Rogerii Siciliae regis”, è stato pubblicato in Giuseppe Del Re, ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani’, vol. I, Napoli 1845, pp. 82–156. Per Alessandro di Telese, Storia di Ruggero II, I, 2 (si dovrebbe trattare del Del Re).

Ugo Falcando

(39) Ugo Falcando, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri.

(40) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (…), pubblica i ‘Fragmenta’ del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Si veda sempre dello stesso autore ‘Antiquitate Italiae medii aevi’, Milano, 1741, Tomo IV, diss. XIX, col. 219 et seq., ‘Alphanus Archieps An. 1080′. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi, secondo cui è il Muratori che parla della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479.

(41) Summonte A., Istoria della città e del Regno di Napoli, Napoli, 1675, Tomo II, p….

(42) Troyli, Historia generale del Reame di Napoli, 1747, Tomo I, Part. 2, n. 66, (lo scrive il Ludisio nella sua nota 53 di p. 18 del Visconti (10)), scriveva in proposito: “Ursaia, nella parte superiore di Policastro, al fiume Selo più delle altre vicina; terra oggidì popolata ed alla Mensa vescovile appartenente.”. La Fig. 4, illustra la pagina 136 del testo illustrato ivi.

(43) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, Salerno, 1881, p. 117.

(44) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pixus-Policastro’ (..) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.

(45) Cutolo Alessandro, Re Ladislao D’Angiò Durazzo, Napoli, A. Berisio, 1969, p. 143, n. 86

(46) Ravegnani Giorgio, I bizantini in Italia, Bologna, il Mulino, 2004, p. 204 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(47) Lo Curto V., Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(48) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. L’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(49) Pietro Giannone, Istoria civile del Regno di Napoli (…), Venezia, ed. Pasquali G.B., 1756, a p. 173.

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(50) Inveges Agostino, “Ugone Gircea Vicegerente di Sicilia”, parte ….degli Annali di D. Agostino Inveges, 1651; si veda suo Lib. 3, Hist. Pal.

(51) Aubè Pierre, Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo, Paris, 2001, traduzione di Daniele Ballarini, ed per Il Giornale – Biblioteca Storica (Archivio Storico Attanasio).

(52) Falcone Beneventano, fu un importante cronachista per gli anni tra il 1102 ed il 1144 nel Mezzogiorno. La sua opera, il Chronicon Beneventanum, di cui è andato perduto l’inizio e, probabilmente, anche la fine, racconta in forma annalistica la storia di Benevento e, dal 1127, dell’ascesa di Ruggero II di Sicilia tra le potenze dell’epoca. È abbastanza affidabile in quanto testimone oculare, ma dalla parte dei longobardi e dei beneventani che, da oltre un secolo, avevano visto crescere la potenza dei normanni.

(53) Del Buono G.B., Profilo storico del Basso Cilento, Stab. Tip. Luigi Spera, 1983, p. 72

(54) Tramontana S., La Monarchia Normanna e Sveva, stà in AAVV., ‘Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico’, Storia d’Italia a cura di G. Galasso, UTET, vol. III, su Simone connestabile conte di Policastro, si veda pp. 623-625-629 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Tramontana Salvatore, Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., ed. Carocci, Roma, 2000, p…. (Archivio Storico Attanasio).

(55) Guglielmo di Puglia, cronista d’epoca Normanna che dedico la sua cronaca alle vicende di Roberto il Guiscardo e suo figlio Ruggero Borsa. Guglielmo di Puglia (in latino: Guillelmus Apuliensis; … – …) è stato un cronista attivo in Italia in epoca normanna, a cavallo tra la fine del secolo XI e l’inizio del secolo XII, noto come autore dei “Gesta Roberti Wiscardi”. L’opera, scritta in esametri, composta in cinque libri, fu conclusa, forse, tra il 1095 e il 1099. A dispetto del nome che la tradizione ci ha consegnato, non c’è materiale sufficiente per stabilire una sua origine pugliese(longobarda; Guglielmo non cela mai un certo astio invece nei confronti dei bizantini) o normanna, né tanto meno per affermare che egli fosse un uomo di Chiesa. L’opera, dedicata al figlio del Guiscardo, Ruggero Borsa, che ne fu il committente, ha come protagonista proprio il Guiscardo e si concentra su vicende pugliesi e sui rapporti dei Normanni con l’impero bizantino: proprio in ambiente pugliese, dunque, forse fu composta, come pure fa pensare il silenzio riguardo a fatti calabresi e campani. Guglielmo fa apparire la vicenda del Guiscardo come la naturale prosecuzione della secolare lotta compiuta dai Longobardi (visti come i “legittimi” signori del territorio) contro i Greci (signori dispotici ed “effeminati”) per il controllo dell’Italia meridionale. In sostanza Guglielmo cerca in questo modo di legittimare la conquista del Mezzogiorno da parte dei Normanni, rappresentando questi ultimi come continuatori del ruolo che era stato dei Longobardi (quello cioè, nella sua visione, di liberare il territorio dai Greci unificandolo sotto un unico dominio), come gli eredi della loro politica e della loro ideologia, e in definitiva della loro funzione storica. L’unico manoscritto medievale rimasto è quello conservato nella Bibliothèque Municipale d’Avranches (ms. 162, della fine del XII secolo) e proveniente dalla biblioteca dell’abbazia di Mont-Saint-Michel. Un altro manoscritto, utilizzato per l’editio princeps del 1582, proveniente dall’abbazia di Bec, è invece disperso.

Giovanni Nicotera, eroe superstite dell’impresa sfortunata di Carlo Pisacane

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Recentemente abbiamo acquisito un Fondo di carte manoscritte e olografe, appartenute alla Famiglia Timpanelli di Sapri, fatteci pervenire dalla Famiglia Tavernese che mi mostrarono oltre trenta anni or sono. Dello studio, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti, oggi, volentieri pubblico ciò che scrissi nel 1987 (1). In questo saggio, pubblichiamo integralmente ‘L’eroe superstite di Sapri’, di Andrea Guglielmini (…), un saggio del 1877, scritto in onore di Giovanni Nicotera, che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio Storico (vedi Figg…).

“L’erore superstite di Sapri” di Andrea Guglielmini

Nel 1877, Andrea Guglielmini (…), scrisse un saggio a stampa dal titolo “L’Eroe superstite di Sapri- Schizzi storici”, che ivi pubblichiamo volentieri per gli appassionati ed i nostri lettori. Il Guglielmini (…), nel suo ‘Prologo’ al testo, introduce la campagna denigratoria del giornale ‘La Gazzetta d’Italia’ che ordiva contro il nuovo nato ‘Gabinetto’ del Ministero dell’Interno, retto da Giovanni Nicotera, uno dei pochi superstiti della tragica spedizione di Carlo Pisacane. Nel testo, il Guglielmini, ricorda la figura eroica e storica di Giovanni Nicotera che fu uno dei pochi superstiti della tragica spedizione di Sapri del 1857 che, dopo la caduta di Roma, rifugiandosi in Piemonte, organizzò con Carlo Pisacane nel 1857. Nicotera, gravemente ferito e arrestato, fu portato in catene a Salerno, dove venne processato e condannato a morte. Liberato da Giuseppe Garibaldi a Favignana dove scontava la pena tramutata in ergastolo, fu uno degli artefici dell’eroica impresa dei ‘Mille’. Il Guglielmini (…), da p. 18 disserta sui fatti di Sapri e della tragica spedizione di Carlo Pisacane.

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(Figg…..) Andrea Guglielmini, ‘L’Eroe superstite di Sapri’, Schizzi storici per Andrea Guglielmini (…), pp. da 1 a 24.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ” Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sapri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri).

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(2) Guglielmini Andrea, L’Eroe superstite di Sapri, Schizzi storici per Andrea Guglielmini,
Salerno, Stab. Tip. Migliaccio, 1877 (Archivio Attanasio)

(3) Avv. Pesce Carlo, Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda – Conferenza per un episodio della Rivoluzione Neapolitana del 1848 – Conferenza per un episodio della Rivoluzione Neapolitana del 1848, Stabilimento Tipografico – Palazzo della Cassazione, Napoli, 1895; questo libro fu ristampato nel 1905, per i tipi della Tip. Lucana. Gran parte delle notizie storiche ivi riportate sono state tratte dall’Archivio del Tribunale di Lagonegro (PZ) (Archivio Attanasio)

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(4) Avv. Pesce Carlo, Appendice alla Storia della Città di Lagonegro, Versi sparsi chiamati a raccolta, Tip. Auleta succ. M. Cantarella, 1939 (Arcivio Attanasio)

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(5) Pesce C., Storia della città di Lagonegro, Napoli, Reale Stab. Tip. Pansini, 1913 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso esiste la ristampa anastatica a cura delle Tip. Dino Ricca, Lagonegro (PZ), (con la prefazione del 1913), ristampa a cura delle Tip. Neograf, Diamante, p. 398 e s. (Archivio Attanasio).

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(Fig…) Dott. Nicola Gallotti, Sindaco di Sapri, dipinto olio su tela, propr. Gallotti (Foto Attanasio)

(6) Gallotti N., Sapri nella storia e nella tradizione popolare, Napoli, Tip. G. Golia, 1899, pp. 39-40. Si veda pure Gallotti N., Condizioni igienico sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lagonegrese, 1891; si veda pure: L’Acqua potabile di Sapri – ricordi per il Dott. Nicola Gallotti, Tip. Francesco Graniti, Napoli (Foto Attanasio)

(7) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (Archivio Attanasio)

(8) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, che ha curato anche la traduzione del testo latino (Archivio Attanasio)

(9) Valente A., Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino (1965), 1976 (A.A.)

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(10) Mazziotti M., Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848, ed. Società editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati & C., Milano-Roma, vol. I-II, 1909. Oggi l’originale in mio possesso. Si veda pure la ristampa anastatica di Galzerano. Quello illustrato in figura è il vol. I (Archivio Attanasio)

(11) Cassese L., La Spedizione di Sapri, ed. La Terza, Bari, 1969, vedi nota al testo n. 14, p. 55 e vedi pure Cassese L., Contadini e operai nel Salernitano nei moti del Quarantotto, stà in “Rassegna storica salernitana”, IX, 1948, pp. I-IV; Cassese L., op.cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B. 77; vedi pure:

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(12) Bilotti P. E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, Stab. Tip. Fratelli Jovane, 1907, p. 195 (Archivio Attanasio)

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(13) Fischetti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss. (Archivio Attanasio)

(14) Archivio di Stato di Salerno, vedi Busta 197, vari volumi, incartamento; vedi pure Albini D., La Spedizione di Sapri e la Provincia di Basilicata, Roma, 1891; vedi pure Pifano C., Pisacane da Sapri a Sanza, ed. Galzerano, 1977.

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(15) Il Rosselli (Rosselli N., op. cit., p. 361), in proposito così scriveva: “La Spedizione di Sapri dette luogo a numerosi componimenti poetici, quasi tutti assai scadenti, seppure calorosi ed ispirati. Vanno citati, in ordine di tempo: Mercantini L., La Spigolatrice di Sapri, stampata la prima volta nel Movimento, Genova, 3 Agosto 1857; Ricciardi C., Novissima Verba, Carme ai caduti di Sapri, in La Gazzetta del Popolo, Torino, 29 luglio 1857; Vecchi C.A., Canto funebre, ivi, 17 agosto 1857; Curzio F., L’eroe di Sapri (4 sonetti), 1858, ristampati in Poesie edite ed inedite di F.C.,  Milano, 1883; Lombardi E., La Spedi-zione di Sapri; Quarta A., La Spedizione di Sapri. Versi, Roma, 1877; versi di Terzi R., e di Capasso G., sul giornale ‘Masuccio’, Salerno, 2 luglio 1903; Fra gli stranieri che cantarono la spedizione si veggano Swinborne, Song of Italy, Harriet Hamilton-King, The disciples, London, 1873 (vedi il brutto poemetto ‘Nicotera’) Carducci dedica due versi a Pisacane in una delle sue odi barbare (Scoglio di Quarto). E’ noto che anche Victor Hugo tessè l’apologia di Pisacane, dicendolo più grande di Garibaldi nello stesso modo che Brown era da considerarsi più grande di Waschington.”; Rosselli N., Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani- La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.

(16) Colletta Pietro, Storia del Reame di Napoli dal 1734 sino al 1825, Tomo III, Capolago, Tip. Elvetica, 1834, p….

(17) Pifano Cesare, Pisacane, da Sapri a Sanza, ed. Galzerano, Casalvelino Scalo (SA), 1977, p. 38

(18) De Cesare R., La fine di un Regno, Napoli, ed. III, vol. I e vol. III, pp. 18.

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(16) Maldonato Franco, Teste mozze – Romanzo storico, ed. Iride, Soveria Mannelli, 2015.

(17) Dumas Alexandre, I Borboni di Napoli, Napoli, ed. Mario Miliano, 1870 (Archivio Attanasio).

(18) Cassese Leopoldo, La Spedizione di Sapri, ed. Laterza, Bari, B.C.M., 1969, pp. 51-52 e s; vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B. 77; si veda pure nota al testo n. 14, p. 55 e vedi pure Cassese L., Contadini e operai nel Salernitano nei moti del Quarantotto, stà in “Rassegna storica salernitana”, IX, 1948, pp. I-IV (Archivio Attanasio).

Atto Vannucci

Racioppi G., La spedizione di Carlo Pisacane

(19) Racioppi G., La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri, con documenti inediti per Giacomo Racioppi, ed. Giuseppe Margheri, 1863, si veda Cap. XIX da p. 43 e s.; si veda pure dello stesso autore: ‘Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermine nel 1860’, Napoli, Tip. di Achille Morelli, 1867.

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(20) Nisco Nicola, Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli, vol. I-II-III, ed. Morano, Napoli, 1889 (Archivio Attanasio).

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(21) Pollini Leo, La tragica spedizione di Sapri (1857), ed. A. Mondadori, Verona, 1935 (Archivio Attanasio)

(22) Baldanza Rocco, La signora di Sapri: storia dei nostri tempi, vol. II, Roma, ed. Tipografia di Adolfo Paolini, 1879 (Archivio Attanasio)

Torre Orsaia e Castelruggero

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e, le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la  ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta  chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli.

Carta del Cilento

(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Storico Attanasio)

Nell’ottobre 1083, il vice-conte (“vicecomes”) normanno Manso o Mansone, conte di Roccagloriosa e di Padula sussesso al padre Leone e, nel 1130 è prossimo alla morte

Nel XII secolo, queste contrade erano dominate dai Normanni e dai parenti di Roberto il Guiscardo che si era impossessato di Policastro. Il Cilento era stato diviso in feudi e contee. Intorno all’anno 1119, la contea di Roccagloriosa e di Padula era retta dal conte normanno Manso, che era successo al padre Leone, parente di Roberto il Guiscardo.  Il documento di cui parliamo in questo nostro saggio è un documento d’epoca Normanna, un testamento di “Manso Leone Signor del luogo” (così scrive l’Antonini), un Istrumento (un Atto) in cui viene scritto un testamento di Mansone, conte di Roccagloriosa e Padula, figlio del Conte Leone Normanno, parente di Roberto il Guiscardo. Il primo documento in cui appare il vice-conte (“vicecomes”) Manso è un documento dell’ottobre 1083. Come vedremo la figura di questo personaggio Normanno appare per la prima volta in un antico documento che era conservato negli Archivi dell’Abbazia di Cava de Tirreni. Pietro Ebner (….) che, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, ne parla a p. 16 e a p. 98. Egli, parlando dell’epoca Normanna e dell’organizzazione politica del Principato di Salerno, a p. 98 in proposito scriveva che: “I ‘vece-comes’ invece, erano come i ‘ministeriales’, funzionari residenti, la cui carica continuò ad essere conferita anche in età normanna, come si rileva da un documento pubblicato dal Ventimiglia cit., III, ottobre 1083. Il vice-comes citato in questo documento (“Boso….vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis de loco Cilento”) pare tuttavia che avesse giurisdizione sull’intero territorio dipendende da Cilento (42). Nel ecc….”. Ebner, a p. 98, nella nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui una probabile sua giurisdizione malfitana.”. Riguardo il conte Manso o Mansone si ha notizia in Pietro Ebner (….) che, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno” parlando della divisione del territorio in epoca longobarda e dei “gastaldi”, a p. 16, nella sua nota (32) egli postillava che: “Della limitazione all’Alento dell’antico gastaldo di Lucania è notizia dai documenti cavensi. v., ad esempio, nel diploma di Gisulfo I il vocabolo ‘duo flumina’ che nel 950 è ubicato “acto lucaniano” e nel giugno 1047 (CDC, VII, p. 41 sgg.) “in finibus lucanie”. Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Ebner, a p. 16, postillava del “gastaldo” Manso negli anni di Gisulfo II. Dunque, se “Manso” appare nel documento del III, ottobre 1083 pubblicato dal Ventimiglia, al seguito di Roberto il Guiscardo, come “vicecomes”, è probabile che si tratti dello stesso personaggio citato dall’Ughelli (….) e dal Laudisio (….). Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 632, parlando del casale di “Casamastra” ad un certo punto cita Castelruggiero. Ebner riferendosi ai beni donati al cenobio italo-greco di S. Fabiano (o Flaiano), in proposito scriveva che: “Più interessante, anche per la procedura, il verbale di un placito (5) tenuto nell’arcivescovado di Salerno, nell’ottobre del 1083 (6). In esso è notizia di un processo, alla presenza di Sighelgaita, la bella e coraggiosa moglie di Rogerto il Guiscardo, in cui i contendenti erano l’abate cavense Pietro da Salerno da una parte e dall’altra Boso, viceconte del Cilento, in rappresentanza dello Stato. Quest’ultimo invitò il grande abate a chiarire dove “retineret et donimaret homines pertinentes reipublice de ipso loco cilento”. L’abate segnalò sei monasteri, dipendenti dal cenobio cavense, che avevano famiglie soggette, affermando con giuramento (venne prestato da “unum liberum hominem”) che tali famiglie erano vassalle della Badia prima dell’assedio di Salerno, anzi prima che Roberto “ad castram quod retunda dicitur advenisset”. Ciò è molto importante perchè anticipa di molto tempo del costituirsi dei beni della Badia del Cilento, dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero. Dal verbale si apprende inoltre che il viceconte invitò il priore del cenobio cavense Pietro a leggere singolarmente i nomi degli “homines” soggetti a ogni monastero. Esibito lo scritto contenente detti nomi, il viceconte fece giurare al priore (anche stavolta il giuramento è prestato da un “unum liberum hominem”) che effettivamente tutte quelle famiglie erano vassalle della Badia già prima che “supradictus dominus dux prephatam civitatem obsidendam venit cum ad ipsam Rotunda advenisset”. Dunque, l’Ebner citava la notizia di un antico documento “placido”, dell’ottobre 1083, in cui si ha notizia di un processo tra l’abate dell’Abbazia di SS. Trinità di Cava de Tirreni, Pietro Pappacarbone ed il viceconte del Cilento Boso. Processo tenutosi davanti alla principessa longobarda Sichelgaita, moglie di Roberto il Guiscardo. Scrive Ebner che questo documento è importante perchè in esso vi è notizia delle famiglie affittuarie (“vassalle”) dell’Abbazia già da tempo prima l’assedio di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo era molto importante perchè “anticipa di molto tempo del costituirsi dei beni della Badia del Cilento, dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero”. Di questo documento ne parla sia il Ventimiglia che Paul Guillaume (….). L’Ebner scriveva che il “castello della Retonda o Rotonda, pare fosse nella Valle del Mingardo”, lo studioso Nicola Acocella credeva fosse l’odierno paese di Castelruggero. Ebner, dunque parlava di un documento (placido) dell’ottobre 1083 e nella sua nota (4) postillava che: “(4) I, ABC, XIII, 110, maggio a. 1082, Vedi Nocella.” e, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Ventimiglia, cit. Append., III, p. IX, sgg. = ABC, B 39, ottobre a. 1083, VII, Salerno.”. La notizia e questo documento del 1083 ci parla anche del viceconte normanno Boso. Riguardo il viceconte Boso, Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 98, in proposito scriveva che: “I ‘vice-comes’ invece, erano come i ‘ministeriales’, funzionari residenti, la cui carica continuò ad essere conferita anche in età normanna, come si rileva pure da un altro documento pubblicato dal Ventimiglia, cit., III, ottobre 1083. Il vicecomes citato in questo documento (“Boso…..vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis de loco Cilento”) pare tuttavia che avesse giurisdizione sull’intero territorio dipendente da Cilento (42).”. Dunque, Ebner postillava dell’antico documento che era stato pubblicato da  Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania”, Napoli, 1827, Appendice, III, p. IX e ssg. e questo documento dell’ottobre 1083, si trova anche nell’Archivio dell’Abbazia di Cava de Tirreni, con la collocazione: “B, 39”. Il Ventimiglia, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “Gisolfo principe di Salerno aveva donato coll’intero territorio al Monastero di Cava la Chiesa di S. Maria de Gulia, altrimenti detta de Giulia, dov’era il Casale dello stesso nome (f), i di cui abitanti uniti agli uomini di altri casali del Cilento il Duca Roberto Guiscardo nel  1080 al suddetto Monastero Cavense sottomise (g); anzi i nomi stessi degli abitanti del Casale nel Placito tenuto nell’Arcivescovado di Salerno coll’intervenimento di Sighelgaita moglie del divisato Duca nel 1083 furono descritti e riconosciuti di dominio del suddetto Monastero (a), verso del quale non volle mostrarsi non meno generoso il Duca Ruggiero Principe di Salerno colla conferma, che gli fece del Monastero di S. Maria de Giulia nel 1086 (b), ecc…”. Il Ventimiglia, a p. 7, nella sua nota (a) postillava che: “(a) Appendice de’ Monumenti, num. III, pag. IX.”.

Placito del 1083, Ventimglia, p. 106, IX

Amedeo la Greca (….), nel suo “Santa Maria de Gulia – Il monastero, le chiese etc…”, di recente ha chiarito alcuni aspetti dell’antico documento del 1083 e del monastero. Egli chiarisce pure che si trattava di un antico casale forse annesso al casale di S. Maria di Castellabate che divenne un possedimento dell’Abbazia di Cava de Tirreni. Tuttavia, a noi interessa l’antico documento del 1083, in cui si citano i due vicecomes Manso e Boso. Di Manso o Mansone si è visto per le donazioni fatte nel suo testamento del 1130. Pietro Ebner, a p. 98, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Ebner si riferiva allo studioso Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, stà nella rivista in Rassegna Storica Salernitana (RSS), 1966, p. 66, di cui in seguito vedremo. Il La Greca, invece scrive che il testo di Acocella è in RSS, 1961, a. XXII, n. 1-4, pp. 35-82; a. XXIII, 1962, n. 1-4, pp. 45-132. Ebner postillava che nell’antico documento dell’ottobre 1083, oltre al vice-conte del Cilento Boso, figurava anche un altro “vicecomes” chiamato Manso,“temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis”. Ebner postillava che di questo Manso, lo studioso Nicola Acocella “cit., p. 46, no. 120”, credeva “accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Infatti, l’Acocella (….), nella parte I (RSS, anno XXII), a p. 78, parlando dei gastaldi longobardi e dei viceconti normanni, in proposito a Mansone scriveva che: “E’ una carica non transitoria perchè durò fino all’epoca Normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto, sul Cilento (120).”. Acocella, a p. 78, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Append., p. IX, sgg.: “Boso….suprascripti domini nostri ducis de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, il passo dell’Acocella è interessantissimo perchè ci parla di Manso, che egli credere sia nipote del gastaldo longobardo e Amalfitano Mansone. Dunque, il Manso, citato nel documento del 1083 era per l’Acocella un nipote di Mansone. Dunque, il castaldo amalfitano Mansone doveva essere un gastaldo che visse molti anni prima per avere un nipote chiamato Manso nel 1083. Dunque, l’Acocella (….) accostava questo vice-conte “temporibus”, chiamato Manso, per parentela al gastaldo Mansone,  “per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana”. Acocella dunque citava il “Gastaldo Mansone”. Ho scritto su altri miei saggi di Mansone e sua figlia Altrude, il Monastero delle monache clarisse da lui fondato di S. Mercurio a Roccagloriosa ecc… Riguardo al vice-conte Normanno Manso o Mansone, Pietro Ebner, parlando dell’antico documento scriveva che esso è importante perchè: “…..dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero”. Dunque, per noi questo documento dell’ottobre 1083, è interessante perchè in esso si cita il “castello di Retonda o di Rotonda” che pare, secondo lo storico Nicola Acocella si trattasse di un “castello” nella Valle del Mingardo ed in particolare corrispondesse all’odierno Castelruggero. Se fosse vera la corrispondenza con Castelruggero, come vuole l’Acocella, potrebbero essere attendibili le notizie storiche del conte Mansone di cui si è parlato in altri miei saggi. Dunque, è possibile che il casale o castello dell’attuale Castelruggero, ai tempi dei primi Normanni (a. 1083) sia stato la sede di un piccolo monastero benedettino legato o vassallo dell’Abbazia benedettina di SS. Trinità di Cava de Tirreni e da quì il legame con l’antico documento dell’ottobre 1083, il processo in cui figura un “Manso” che l’Acocella credeva fosse egato per parentela a Mansone, “gastaldo” (longobardo), come voleva l’Acocella o, al vice-conte normanno, Manso, come voleva l’Ebner. Cosa significhi una probabile giurisdizione Amalfitana con il vice-conte Mansone e Roccagloriosa ?. Forse che la Valle del Mingardo e una probabile giurisdizione Normanna Amalfitana del gastaldo Manso o Mansone si collegasse con le notizie intorno ad un centro oggi rovina di “Amalphi ruinata” ?. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia etc…” parlando di un altro documento del 1086, in cui si confermavano le cose dette in questo del 1083, a p. 101, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Nel documento del 1083 (Ventimiglia, cit. Appen. p. IX) sono specificati i monasteri a cui le famiglie erano soggette: “videlicet monasteri sancti Arcangeli (49) et monasteri sancti Angeli (14) et monasteri sancti Zacharie (3) et monasteri sancte Marie, qui dicitur de Gulia (8), et monasteri sancti Magni (92) et monasteri sancti Fabiani (11)”. Dunque, riguardo i monasteri che venivano citati nel documento dell’ottobre 1083, quello più prossimo ai casali di Roccagloriosa in cui vi era quello di S. Mercurio e Castelruggero, dove presumo si trovasse quello di S. Leo, si citavano i monasteri di S. Arcangeli e quello di S. Zaccaria verso Padula. I monasteri elencati nel documento del 1083 furono sottomessi all’Abbazia della SS. Trinità di Cava. Infatti, il monastero di S. Zaccaria a Padula figurava anche nel cosiddetto “Crisobollo” di re Ruggero II, del 1130, che confermava le precenti donazioni di Ruggero Borsa, figlio di Sichelgaita e di Roberto il Guiscardo. E’ molto probabile che alcuni antichi cenobi-italo greci sorti nella valle del Mingardo (a Rofrano, a Celle di Bulgheria, a Roccagloriosa), diventassero in epoca normanna abbazie benedettine o grange benedettine dipendenti direttamente da Cava. Mansone, figlio di Leone, continuò a dominare sulle nostre terre, era sposato ad una donna chiamata Gaitellina ed aveva un fratello detto Landolfo (nel ‘Catalogus baronum’ del 1185 è detto ‘Landulfus de Rocca’) ed una sorella chiamata Altrude. La sorella di Mansone, Altrude, aveva due nipoti: Guidone e Alessandro che il 7 aprile 1133, ratificarono e confermarono il privilegio del 1130. Nel 1133, dominavano sulle nostre terre i due nipoti di Altrude (figlia di Mansone che nel 1130 era conte di Roccagloriosa e di Padula). Dobbiamo indagare sugli eredi del Conte Mansone, ovvero sui due nipoti di Altrude: Alessandro e suo figlio Guido o Guidone. Dobbiamo indagare sui due nipoti di Altrude: Alessandro nipote di Altrude e suo figlio Guido o Guidone (eredi del conte Mansone). Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 74 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), parlando di “Rocca Gloriosa”, in proposito scriveva che: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 101 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), forse sulla scorta dell’Ughelli (…), scriveva che: ” A Rocca Gloriosa c’era il monastero di S. Mercurio di cui abbiamo già parlato, ed a cui era unito l’altro di Santa Veneranda; ecc…”. Il Laudisio ci parla di un certo “conte Normanno Leone”, il quale, a Roccagloriosa, che era un suo feudo, aveva fondato i due monasteri claustrali (monasteri femminili di monache) chiamati monasteri di Santa Veneranda e monastero di San Mercurio che, alla morte del figlio Manso o Mansone, nel 1130, secondo le sue volontà testamentarie e, con l’autorizzazione del vescovo di Policastro Arnaldo furono uniti in un unico monastero, il monastero di San Mercurio, sempre claustrale e femminile e con la prima badessa “perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale edera entrata come monaca in quest’ultimo convento”. Dunque, da ciò che leggiamo “Altrude” era figlia del Conte Manso o Mansone. Ma sulla figura di Altrude diremo innanzi. Secondo il Laudisio (….), il conte normanno Leone aveva fondato a Roccagloriosa, tre monasteri di monache, uno era quello di S. Mercurio, S. Leo e l’altro di S. Veneranda. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa a p. 416 cita l’antico documento Normanno del Conte Leone, citato dal Laudisio (9), ed in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (11), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti. Manca ogni dato archivistico circa il testamento di Leone.. Ebner, a p. 416, nella nota (11) postillava che: “(11) Laudisio cit. (Sinossi a cura di G.G. Visconti, p. 17) ecc…, poi a p. 47 sg. sul monastero di S. Mercurio unito a quello di S. Veneranda, sulla fondazione da parte del conte Leone dei due monasteri di monache, “quia in suo feudo”, sulla venuta dei bulgari che nel 550 si rifugiarono nel castello ecc….”. Ebner, cita un “testamento di Leone” e dice che di esso “manca ogni dato archivistico”. Dunque, la notizia tratta dal Laudisio di un conte normanno chiamato Leone che, ai suoi tempi, “aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo” di Roccagloriosa, dice Pietro Ebner che la notizia sarebbe tratta da un “testamento” e che di esso non vi è traccia. Ebner, però sbagliava quando scrive del “testamento di Leone”, in quanto il Laudisio e l’Antonini non si riferivano al “testamento” del conte normanno Leone ma si riferiva al testamento che lasciò il figlio di Leone, il conte Manso  o Mansone nel 1130, allorquando dovette morire. Secondo il ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185, i feudatari di Roccagloriosa (….), che governarono e signori del luogo: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. Sulle origini di questo feudatario, il conte normanno Leone, parente di Roberto il Guiscardo aveva scritto nel 1745 anche il barone  Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p…… parlando del monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa ci dice del Conte Leo: “Manso Leone Signor del luogo”, parente di Roberto il Guiscardo (così scrive l’Antonini), di cui parlerò in seguito. Suo figlio il conte Mansone che continuò a dominare sulle nostre terre, aveva un fratello detto Landolfo (nel ‘Catalogus baronum’ del 1185 è detto ‘Landulfus de Rocca’) ed era sposato ad una donna chiamata Gaitellina. Il Conte Leone, oltre a Mansone aveva la figlia chiamata Altrude (sorella di Mansone). Dunque, il conte normanno Leone, parente di Roberto il Guiscardo, aveva tre figli: Mansone, Altrude e Landolfo. Secondo il ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185, i feudatari di Roccagloriosa (….), che governarono e signori del luogo: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. Altre notizie su questo conte non ne ho trovato. Dalla Relazione di De Micco (18), apprendiamo che: Roberto il Guiscardo assegnò il territorio col castello al Conte Leone di stirpe Normanna, il quale trasformò il Cenobio in tre monasteri di donne dello stesso ordine Benedettino. Il Conte Mansone, figlio del detto Leone, riunì in un solo i tre sodalizi, serbando il primitivo titolo di S. Mercurio. Indi esso Conte Mansone, con testamento del 3 maggio 1130 per notar Cioffi, legò diversi territori ‘in piena proprietà e dominio’ alla figlia ‘Altruda’, la quale si fece monaca in detto Monastero, ed ‘allo stesso Monastero’. Ecc…ecc..”Sulla fondazione del Monastero claustrale (femminile) di S. Mercurio, a Roccagloriosa, ha scritto il sacerdote Agatangelo Romaniello (….) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, in proposito scriveva che: Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo.”. Dunque, il sacerdote Romaniello parlando di Roccagloriosa scriveva che signore di Roccagloriosa era il conte Manso, che era successo al padre Leo. Manso o Mansone, nel 1130, prossimo alla morte fece testamento. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 242 parlando di Padula in proposito scriveva che: “Nell’Archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula nell’età Longobarda, normanna e sveva. Nell’ASN notizie di Padula in un diploma di Gisulfo I, il quale “per rogum landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (fratello della madre del principe, Gaitelgrima, e capo della congiura del 973) dona terre e campi detti “candelaria de padule” all’abate Giovanni nel monastero del Salvatore “ad insula maris” di Napoli (4)”. Ebner, a p. 242, nella nota (4) postillava che: “(4) ASN, Catasto monasteri del Salvatore e di S. Pietro, f. 165 (edito dallo Schipa, cit., I, p. 55).”. Sulla figura di Manso o Mansone, conte di Roccagloriosa (“Signore del luogo”) e di Padula, ha scritto pure Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”. Il Barra, a p. 63, parlando del monte “Cellarano” o del toponimo “Kellerana” (Monte Bulgheria), sulla scorta dell’Antonini, in proposito scriveva che: “Non a caso, del resto, proprio in quest’area di Centola che guarda verso il Mingardo sussistono ancora oggi numerosi toponimi di chiara impronta basiliana: S. Basile, S. Sergio, S. Elia, S. Agata, S. Andrea, oltre che Macchia della Chiesa, storico possedimento fondiario dell’abbazia di S. M. degli Angeli di Centola. Sul lato opposto del Mingardo…….Ma sembra pure che i centri basiliani più importanti della zona fossero quelli, più a nord, di Roccagloriosa, e di Rofrano, il quale ultimo giunse a contare ben undici dipendenze (8).”. Il Barra (….), a p. 63, nella nota (8) postillava che: “(8) Scrive a questo proposito l’Antonini “Sul declinar di questa montagna chiamata di Bulgheria a tramontana trovasi Roccagloriosa; paese grande, ed in bellisimo sito allogato (…..). Nel 1130 Manso Leone Signor de luogo con suo testamento dotò la chiesa (di S. Mercurio) di buone rendite con la giurisdizione sopra famiglie e greggi di pecore che erano state della moglie Gatullina, e volle che fosse femminile, riservandosi alla famiglia il diritto di nomina della badessa dopo la morte d’Alruda sua sorella, che egli nominò per prima; ratifica del conte Guidone suo nipote.”. Dunque, il Barra, sulla scorta dell’Antonini scriveva che il feudatario di Roccagloriosa era “Manso Leone Signor de luogo”, ovvero scriveva che Manso e Leone erano la stessa persona a differenza del Romaniello che distingueva la figura del padre Leone, parente di Roberto il Guiscardo con quella del figlio Manso o Mansone, fratello (?) o padre (?) di Altrude, diventata badessa del rinato Monastero femminile benedettino di S. Mercurio. Infatti, sempre il Barra, a p. 37 proseguendo il suo racconto sulla donazione del 1119, in proposito scriveva pure che: “Alderuna può probabilmente identificarsi con quella Alruda che fu la prima badessa del monastero femminile di S. Mercurio di Roccagloriosa, fondato nel 1130 da suo fratello “Manso Leone, Signor del luogo”, che con suo testamento lo dotò “di buone rendite con la giurisdizione sopra famiglie e greggi di pecore che erano state della moglie Gatullina”, riservandosene il diritto di nomina delle badesse (G. Antonini, La Lucania, cit., pp. 385-86).”. Anche in questa sua postilla, il Barra lo chiamava “Manso Leone signor de luogo”, ribadendo che il Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa fosse stato fondato dal fratello della badessa Altruda, “Manso Leone signor de luogo”.

Nel 1130, re Ruggeo II d’Altavilla e l’origine del toponimo di Castel Ruggero, Torre Orsaia

Da Wikipidia leggiamo che Castel Ruggero (scritto anche nella forma Castelruggero) è una frazione di Torre Orsaia, in provincia di Salerno. È stato un comune italiano fino al 1929. La storia del paesino inizia intorno all’anno mille, all’epoca del condottiero normanno Roberto il Guiscardo, quando le incursioni dei pirati, la malaria e la distruzione di Policastro, messa in atto dallo stesso Guiscardo nel 1065, spinsero le popolazioni costiere a spostarsi verso zone più interne del territorio. Venne così a costituirsi un primo centro abitato nella ” Terra Turris Ursajae “. Il luogo su cui attualmente sorge Castel Ruggero, considerato poi di grande importanza strategica dai Longobardi ospitò intorno al 1150 un accampamento delle truppe di Ruggero il Normanno, da cui il nome Castra Roggerii. Successivamente prese il nome di Torre Superiore, per distinguerlo da Torre Inferiore, l’attuale Torre Orsaia. Nel 1811 il paese divenne comune autonomo riprendendo il nome attuale. Con l’abolizione dei circondari il comune fu soppresso ed unito a Torre Orsaia.

Antonini, p. 417

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania”, a p. 417, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Ma ritornando a Policastro, tal fu la cura di Ruggiero in ripararlo, e talmente lo rifece, che trentaquattro anni dopo, cioè nel (I) MXCIX. precedente la bolla di Pasquale II. Alfano Arcivescovo di Salerno vi fondò, e pose la Cattedra Vescovile ecc…”. Dunque, l’Antonini ci parla degli anni intorno al 1099, e ci parla del primo vescovo Pietro Pappacarbone. Dunque, Antonini, sulla scorta forse dell’Ughelli, non si riferisce a Ruggero II d’Altavilla re di Sicilia e a suo figlio naturale ed illegittimo Simone ma si riferisce a Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo che dominerà sulle nostre terre dall’anno 1085, dopo la morte del padre Roberto e con la madre Sighelgaita. Nel 1831, Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi etc…”, a p. 74 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Il re Ruggero, fondatore di questo nostro Regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò al rango di Contea e la donò (52) al suo figlio illegittimo Simone; nello stesso tempo concesse al vescovado il feudo di quel castello che da lui fu detto Castel Ruggero. Come risulta poi da un antico manoscritto, poichè in un bosco adiacente si vedevano molto spesso degli orsi nelle vicinanze di una torre che vi era eretta, il luogo cominciò ad essere frequentato dai coloni che vi andavano a caccia, e così a poco a poco quel feudo da rustico divenne urbano e prese il nome di Torre Orsaia. L’abate Troyli, invece, sempre richiamndosi al nome della città, pensa che da quella località presso il loro nome i popoli ursentani, che al tempo di Plinio, nel 72 dopo Cristo, venivano annoverati tra i popoli lucani. (53).”. Il Laudisio, a p. 17 (vedi versione a cura del Visconti), nella sua nota (….) postillava che: “(52) Ughel., cit., tomo 7, col. 758 (p. 542: Robertus, Normandus dux, ann. Christi 1065 eam destruxit, quam Rogerius rex magnificentius inde restituit ac comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit).”. Il Laudisio, a p. 18, nella sua nota (53) postillava che: “(53) Plin. lib. 3, cap. 2 (lib. III 11, 98: ecc…; Troyli, Historia Neapolitani, tomo I, part. 2, n. 66 (pp. 171-172 (…)dir si puote che i medesimi (popoli orsetani) si denominarono tali dalla Torre Ursaia, nella parte superiore di Policastro, al fiume Selo più delle altre vicina; terra oggidì popolata ed alla Mensa vescovile appartenente)”. Dunque, il Laudisio scriveva chiaramente che l’origine del toponimo di Castelruggero deriva da re Ruggero II, re di Sicilia che, nell’anno 1052, donò al figlio illegittimo Simone, la elevata contea di Policastro e “nello stesso tempo concesse al vescovado il feudo di quel castello che da lui fu detto Castel Ruggero”. Dunque, a differenza dell’Antonini, il Laudisio mi sembra più preciso. La notizia è tratta dall’Ughelli che però a mio avviso confonde alcune cose. Dunque, stando a ciò che ha scritto l’Ughelli (….), la Contea di Policastro, fu donata da “Rogerius Rex” al figlio suo bastardo, col titolo di Contea. A chi si riferiva l’Ughelli dando la notizia del “Rogerius Rex” ?. Su questo “Simone” ha scritto il Troyli (….), che, nel suo “Historia generale del Reame di Napoli”, vol. VII, a p. 136, in proposito scriveva che: “Ed ancorche poco indi il ‘Re Ruggiero I’ la facesse riedificare con il titolo di Contea, donandola ad un suo Bastardo, come ‘Ferdinando Ughellio (f) lo ragguaglia; ecc..”.

Cattura1

(Fig…..) Pag. 136 del Troyli (…), che parla di Policastro e di Castel Ruggero

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a p. 29 parlando di Policastro, in proposito scriveva che: L’anno di consegna a Simone fu il 1152, anno in cui Policastro divenne Contea e Ruggiero II offrì al vescovo con perpetua investitura baronale, il Castello, detto da lui “De Rogerio” (corrispondente oggi a CASTELRUGGERO, frazione di Torre Orsaia, in Provincia di Salerno, a 20 km. da Policastro). Ruggiero era già Re di Puglia, Calabria e Sicilia dal 1130, anno di nascita del Regno di Napoli. I successori di Ruggiero furono: Guglielmo I (1154-1166) e Guglielmo II il Magnifico (1166-1189). Ecc..”. Dunque, il sacerdote Giuseppe Cataldo, sulla scorta del Laudisio e dell’Antonini scriveva che nell’anno 1152, Policastro fu elevata a Contea e fu consegnata al conte Simone, erede al trono del padre re Ruggero II d’Altavilla che fu re di Sicilia. Cataldo scriveva che re Ruggero II offrì al Vescovo con perpetua investitura baronale, il castello chiamato da lui “Castello de Rogerio” (Castel Ruggiero), corrispondente all’odierna frazione di Rorre Orsaia di Castelruggero. Evidentemente nell’anno 1152, “Castellum de Rogerius” già esisteva ed aveva origini longobarde. Dunque, secondo il Cataldo, fu dall’anno 1152 che Castel Ruggiero appartenne alla baronia Vescovile di Policastro, che l’Ebner chiamerà “baronia ecclesiastica” di Torre Orsaia che dipenderà dalla mensa Vescovile di Policastro. Pietro Ebner (…), a p. 481, nel vol. II del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), scriveva in proposito: “Detta prima Torre superiore era il “castrum Rogerii” (odierno Castel Ruggiero), forse la “Turris Petrusiae” di cui parla l’Ughelli nell’affermare che i due casali erano feudi della mensa vescovile di Policastro.”. Sulle baronie ecclesiastiche (termine dell’Ebner) si è visto che proprio in quel periodo storico, re Ruggero II d’Altavilla, nell’anno 1131, confermava all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, con il cosidetto “Crisobollo”, diverse concessioni di beni e possedimenti alla chiese di Rofrano, S. Giovanni a Piro ecc.., che erano state fatte in precedenza da Ruggero Borsa, il figlio di Roberto il Giuscardo. Re Ruggero II confermava queste concessioni. Si è vista anche la notizia che nel 1130, il conte Normanno di Padula e Roccagloriosa Mansone fa testamento sulle monache del monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa e sulla tenuta del Centaurino verso Torre Orsaia. Infatti, il Cataldo (…) proseguendo il suo racconto su Policastro, a p. 29, scriveva pure che: In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa, figlio di Leone Conte Normanno, di unire il cenobio di S. Veneranda a quello di S. Mercurio delle religiose di Roccagloriosa, perchè la di lui figlia Altrude entrò in quel chiostro. Ecc..”. A questo punto però devo precisare se la notizia riguarda gli anni intorno al 1130, al tempo di re Ruggero II d’Altavilla oppure esse riguardano il breve periodo di dominazione di “Simone”, figlio naturale di re Ruggero II. Pietro Ebner (…), sulla scorta di Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), scriveva in proposito: “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum’, n. 492), con le sue undici dipendenze.”L’Ebner, alla sua nota (55) della p. 227, riguardo Policastro, dice: “(55) Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 481, parlando del casale e degli Statuti di Torre Orsaia, in proposito scriveva che: Detta prima Torre Inferiore mentre la Torre superiore era il “castrum Rogerii” (odierno Castel Ruggiero), forse la “Turris Petrusiae” di cui parla l’Ughelli nell’affermare che i due casali erano feudi della mensa vescovile di Policastro. I vescovi bussentini, per sfuggire al succedersi delle incursioni saraceniche su Policastro, cercarono rifugio all’interno, e cioè a Torre Orsaia.”.

Nel XII secolo, le Baronie cresciute dopo la morte di re Guglielmo II il Buono

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 167, sulla scorta di Ebner (…), in proposito scriveva che: “A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere politico acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano quella del ‘vescovo-barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’igùmeno del cenobio greco di San Giovanni a Piro; e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Qui ancora si conserva una delle più antiche testimonianze artistiche medievali del Cilento: è una lastra di pietra, alta circa cm 90 con su scolpito a basso rilievo san Michele, in atto di trafiggere con la lancia il drago. Ecc…”. Secondo i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) pare che, Policastro fosse rimasta Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale (…), anche all’epoca di Federico II di Svevia. Pietro Ebner (…), sulla scorta di Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), scriveva in proposito: “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum’, n. 492), con le sue undici dipendenze.”L’Ebner, alla sua nota (55) della p. 227, riguardo Policastro, dice: “(55) Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Dunque, Pietro Ebner, scriveva che al tempo dei due re Guglielmi, Guglielmo I il Malo e re Guglielmo II il Buono, si formarono anche grazie ai due regnanti Normanni, delle vere e proprie Baronie ecclesiastiche, come quella molto potente dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, di Rofrano, di Policastro (di Torre Orsaja), ecc….Queste baronie, divennero via via molto potenti fino all’ascesa di Federico II di Svevia che le combattè cercando di riportarle nel loro giusto potere feudale. Nel 1189, dopo la morte di re Guglielmo II il Buono, sebbene la capitale del Regno di Sicilia fosse a Palermo, Salerno e le nostre terre, avevano ancora un ruolo particolare ed importante nel Regno. Lo dimostra la notizia che, nell’anno 1189, forse era già morto re Guglielmo II il Buono e ritroviamo Riccardo Florio di Camerota a fianco del suo collega Luca Guarna a derimere una controversia giudiziaria. Non abbiamo notizie certe in merito alla situazione nel Golfo di Policastro e delle altre Baronie sorte durante l’epoca dei due re Guglielmi. I principi e signori, oltre ad offrire feudi, beni e privilegi, donarono all’abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni o la proprietà o il diritto di patronato su chiese e monasteri. I vescovi ambivano di avere nelle loro diocesi i Cavensi per il bene che vi operavano. I papi, oltre la conferma delle donazioni, concessero il privilegio dell’esenzione. In questo modo l’abate di Cava dei Tirreni finì per avere una giurisdizione spirituale, dipendente solo dal Papa, sulle terre e sulle chiese di cui la Badia aveva la proprietà. Da parte sua Cava costituiva per i papi un caposaldo di cui potevano fidarsi pienamente, tanto da affidarle in custodia alcuni antipapi. Angelo Gentile (….), citato dal Di Mauro (….), a p. 38 del suo ‘Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati’, pubblicato nel 1988, in proposito scriveva che: “Attraverso il porto di Palinuro entrarono nella valle del Mingardo (10) S. Saba di Collesano, che vi si ci fermò, S. Fantino e S. Nicodemo del Ciro che proseguirono per le falde del monte Bulgheria. Altri porti d’ingresso erano gl’Infreschi (via terra si proseguiva per Lentiscosa, Camerota e Licusati ove esistevano Badie conosciute), l’Olivo presso Scario (per accedere e a Bosco e a S. Giovanni anch’esse Badie italo greche) e Sapri (per accedere nelle zone interne di Torraca, Battaglia, Casaletto, Caselle dove venivano altri confratelli, o come punto dalle zone interne della valle del Lao, sede di altri monasteri italo greci). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede era vacante e lo sarà fino al 1067…..Guaimario V e Gisulfo II, in seguito all’esplosione demografica del X secolo, concessero vaste estensioni di terre demaniali e private a gruppi di famiglie, in questo imitati anche dai monasteri, con richieste di affitto molto modeste. L’incremento produttivo derivato migliorò la vita e di conseguenza anche le entrate della chiesa. Rimasero però fuori da questa situazione favorevole proprio i monasteri italo-greci, molto prosperi nel Golfo, perchè esclusi poi dal disposto di Urbano II – Clermont 1095 – che stabiliva che le chiese dei conventi dovevano essere rette da cappellani nominati dal vescovo. A ciò si aggiungevano sia le pressione fiscale dei normanni nei confronti dei monasteri di rito greco nel tentativo di instaurare il culto latino (11)(p. 39) – e, infatti, alcuni monasteri furono abbandonati e rilevati dai benedettini  -, sia lo scisma del 1054: si interruppero i rapporti con i monasteri i rapporti con i monasteri greci della Valle del Lao. Questi, divenuti benedettini dipendenti dalla Badia di Cava dei Tirreni, organizzarono i contratti ventinovennali che davano più sicurezza alle famiglie, inoltre la politica agraria della Badia prevedeva il rinnovo di questi contratti e le “locationes rerum”: concessione in temporaneo godimento di complessi fondiari, già coltivati, contro versamenti modici in natura.”. Il Gentile (…), a p. 39, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Rassegna Storica Salernitana, anno 1966, pag. 96”, ma si sbagliava perche si tratta della stessa rivista del 1967 (Anno XXVIII – 1-4) dove è pubblicato il saggio di Pietro Ebner (…) dal titolo: “Monasteri Bizantini nel Cilento – I° I monasteri di S. Barbara, S. Mauro e di S. Marina”, p. 77.

Policastro e Torre Orsaia nel ‘Catalogus Baronum’ del 1185

L’Ebner (…), a p. 334, parlando dell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, scriveva in proposito: “Nello stesso Archivio vi sono pure altri 4 documenti del ‘300 che riguardano Policastro (…).” e, poi lo stesso autore scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo II, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia e indi restituite ai rispettivi antichi possessori da Re Carlo, come risulta dai Registri Angioini. Sappiamo che nel 1167, durante il Regno di Guglielmo II il Magnifico (1166- 1189), il vescovo Giovanni fece edificare il Campanile della Cattedrale di Policastro.

Torre Orsaia sede di Episcopio della Diocesi Paleocastrense

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 408, parlando del casale e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Ma già dopo il 1417, approfittando dell’infermità dell’abate pro-tempore, il vescovo della diocesi avocò la giurisdizione spirituale del casale e, contemporaneamente, il feudatario di Policastro usurpò quella temporale di S. Giovanni a Piro £ad abbatiam ipsam pertinens (…) et occupatus tenet fructus et redditibus”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 481, parlando del casale e degli Statuti di Torre Orsaia, in proposito scriveva che: Detta prima Torre Inferiore mentre la Torre superiore era il “castrum Rogerii” (odierno Castel Ruggiero), forse la “Turris Petrusiae” di cui parla l’Ughelli nell’affermare che i due casali erano feudi della mensa vescovile di Policastro. I vescovi bussentini, per sfuggire al succedersi delle incursioni saraceniche su Policastro, cercarono rifugio all’interno, e cioè a Torre Orsaia. Il casale finì per essere riconosciuto (XIII secolo) come loro franco allodio (1) con l’affermarsi della loro signoria nel luogo. Infatti, convenuti davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli nel 1524 da Giovanni Carrafa, conte di Policastro, i presuli non poterono esibire l’originale privilegio di concessione, diversamente dal conte attore che, nell’esibire il diploma di concessione della Contea (v. p. sgg.), dimostrò che gli abitanti di Torre Orsaia l’avevano sempre riconosciuto come loro signore in occasione del pagamento dell’adoa, dei meritaggi e del riscatto del figlio Pietro Antonio, fatto prigioniero dai francesi. Chiarì pure che Castel Ruggiero, su cui i vescovi vantavano il dominio, era stato fondato e fortificato da Antonello de Petrutiis e che proprio dal primo ministro di re Ferrante aveva preso il nome di “la Petruccia” (2). A loro volta i vescovi sostennero che, come confermava lo stesso diploma di concessione della contea, i Carrafa vantavano su Torre Orsaia, la sola giurisdizione criminale, esibendo i capitoli originali concessi dal de Petruttis (“regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac iurisdictionis casalis Turris”). I capitoli vennero impugnati di falso dai procuratori del conte, ma l’esame calligrafico delle firme di Antonello e del figliuolo Giovanni Antonio (confermava “que genitor hoborandus concessit”) vennero riconosciute autentiche nel 1544 dal vescovo di Muro Severo de Petruttis, superstite figliuolo di Antonello, dall’abbate Berardinetto di Franco (era stato ufficiale della cancelleria  di re Ferrante e intimo del primo ministro) e pure dal pronipote Francesco M. de Petrittis Orsini che aveva ereditato, e conservava, l’archivio del ministro  nella sua abitazione di Chieti (3). La vertenza fu conclusa da una sentenza della Real Camera (22 maggio 1563) che confermò al conte di Policastro  la solo giurisdizione criminale di Torre Orsaia (f 1364). Il Pasanisi (4), che pubblicò gli statuti, afferma che i vescovi finirono per diventare i signori del luogo, tanto è vero che il censo della “pregata. Ecc…”. Pietro Ebner (…), vol. II, a p. 481, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Processi della Commissione feudale, n. 2599, vol. 441, f 365.”. Ebner (…), a p. 481, nella sua nota (2) postillava che: “(2) R. Camera della Sommaria, processi, n. 6255, vol. 574, ff 38, 39, 50 e 199 v.”. Ebner (…), vol. II, a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(3) R. Camera della Sommaria, processi, n. 1419, n. 153, p. a. ff 908 e 909 v.”. Ebner (…), a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(4) O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concessi dal vescovo di Policastro, Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 37 sgg.”. Riguardo il saggio di Onofrio Pasanisi (…), citato, si trova nella rivista diretta da Carlo Carucci (…), “Archivio Storico per la provincia di Salerno”, anno III (1935), della nuova serie, fascicolo 1° – genn-marzo XIII, da p. 32 e sgg.

Pasanisi, p. 32, Archivio storico per la prov di Sa, 1935, fasc. 1°

(Fig…) Pasanisi Onofrio, op. cit., p…..e s. (Archivio Storico e digitale Attanasio)

Il Laudisio (…), citava il Troyli (…) e, scriveva in proposito: “L’abate Troyli, invece, sempre richiamandosi al nome della città, pensa che da quella località presero il loro nome i popoli ursetani, che al tempo di Plinio, nel 72 dopo Cristo, venivano annoverati tra i popoli lucani.”. Il Laudisio, nella sua nota (53) di p. 18 del Visconti (10), scriveva in proposito che il Troyli (…), in ‘Historia Neapolitani’, tomo I, part. 2, n. 66, scriveva in proposito: “Ursaia, nella parte superiore di Policastro, al fiume Selo più delle altre vicina; terra oggidì popolata ed alla Mensa vescovile appartenente.”Pietro Ebner (…), sulla scorta di Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), scriveva in proposito: “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum’, n. 492), con le sue undici dipendenze.”L’Ebner, alla sua nota (55) della p. 227, riguardo Policastro, dice: “Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Nel 1301 monsignor Pagano, Vescovo di Policastro, deciso a far valere i propri diritti feudali sul territorio della Diocesi, ordinò la costruzione di una sede estiva dell’Episcopio a Torre Orsaia, ed emanò un bando nel quale prometteva, a tutti coloro i quali avessero voluto prendere dimora vicino al Palazzo Vescovile, terra a sufficienza per una casa, una vigna, un orto e un pagliaio, dietro pagamento di un’imposta detta pregata. Come abbiamo detto, nel 1301 un nucleo abitativo, per quanto piccolo, esisteva già: il bando di monsignor Pagano e la redazione dei ‘Capitula terre turris ursaye’, un codice legale che regolava la convivenza civile e i rapporti della popolazione con il Vescovo-Barone, servirono unicamente a ratificare situazioni e usanze che si erano oramai consolidate nel corso di due secoli. Pietro Ebner (…), a p. 481, nel vol. II del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), scriveva in proposito:

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(Fig….) Stemmi araldici di alcuni vescovi della Diocesi di Policastro a Torre Orsaia

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(Fig….) Bassorilievo d’epoca Normanna-Sveva a Torre Orsaia

L’Antonini (…), a p. 413 della Parte II, Discorso X, della sua ‘Lucania’, nella sua nota (1), postillava in proposito a Torre Orsaia: “(2) Conserva questo luogo nella Chiesa di S. Pietro l’ossa del famoso Teodoro Gaza, che vi morì essendovi Vicario del Cardinal Bessarione, che n’era Abbate.”. Sempre l’Antonini (…), a p. 417 della Parte II, Discorso X, della sua ‘Lucania’, parlando di Policastro e della Diocesi, da cui dipendette Torre Orsaia, scriveva in proposito: “Durò in suo splendore, e frequenza di gente la Città fino all’anno MDXLII, allorchè i Turchi in lega coi Franzesi, saccheggiarono le marine del Regno, rovinarono, e bruciarono Policastro, e tutti i luoghi intorno, anzi ritornativi, anni dopo, finirono di consumare ciò che alla prima rabbia non era scappato, senza contrarci quello che avevan fatto nel MDXXXIII (I).”. L’Antonini, alla sua nota (1) postillava che: “…….”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 260, in proposito scriveva che: “Subì, a più riprese, assedi e distruzioni da parte di barbareschi, nonostante le torri costiere di Capitello e di Villammare, dell’Olivo e del Garagliano a Scario, dello Zancale a Marina di Camerota, oltre alle torri di Molpa e di Palinuro (88). Fu saccheggiata nel 1532 e nel 1544. L’11 luglio del 1552 la distruzione ad opera di Dragut Raìs Bassà fù pressocchè totale, tanto che gli abitanti si ridussero ad appena 30 uomini (89). La ripresa avvenne dal 1562, come dovrebbero attestare una iscrizione e la data incise sul capannone della chiesa (90). Gli stessi vescovi, per quasi tre secoli ad iniziare dal 1300, scelsero come dimora Torre Orsaia (91), più sicura contro le incursioni e la malaria. Nonostante ciò, la diocesi fu, nominalmente, detta di Policastro, come risulta dalla “rationes decimarum” dei secoli XIII e XIV e dalle “taxae pro communibus servitiis” (92).”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (88), postillava che: “(88) M. Vasalluzzo, Castelli torri e borghi nel Cilento, op. cit.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (89), postillava che: “(89) N.M. Laudisio, ‘Paleocastren Dioceseos ecc.., op. cit.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (88), postillava che: “(90) G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro ecc.., op. cit.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Ciò rivela una iscrizione sotto l’arco del campanile di Torre Orsaia.”. Il Campagna, postillando la sua nota (92), citava il documento che quì riporto:

Nel 1308-1310, il ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae

Recentemente lo studioso Nicola Montesano (…), a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, parlando di Tortorella, pubblicava l’interessante documento citato dal Campagna. Montesano (…), così scriveva in proposito: “Del ‘casti Turticelle’ viene fatto menzione anche nel Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”.

Foglio 250 IN EPISCUPATU POLICASTRENSI (38)

-Mesa episcopalis policastrensis valet unc. XXV solvit unc. II.

  • Capitolum policastrensie, clerus castri Rocce gloriose, clerus casalis ipsius, clerus Gamarote, clerus castri Turticelle, clerus castri Rivelli, clerus castri Lacinigri, clerus Baccaglione, clerus casalis Bonati abbates omnes subiecti policastrensi episcopo, solverunt unc. III tar. XXV

Foglio 250 (v)

  • Presbiteri et clerus policastrensis ecclesie tar. XII
  • Archidiaconus policastrensis pro bonis, que habet in Rocca gloriosa, que valent unc. II tar. VII, tar. III gr. XV

Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. Sempre Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, continuando il suo racconto su Policastro, a p. 260, in proposito scriveva che: “In realtà, lo affermano le relazioni ad S. Limina, aprile 1592, era una “civitas desolata et inhabitalis”, sia a causa della malaria, sia a causa delle continue devastazioni provocate da incursioni di corsari barbareschi.”.

L’indagine demografica ed i primi censimenti della popolazione in epoca Aragonese

Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino. Il figlio del povero Gaspare, Francesco, che si era schierato apertamente con Alfonso d’Aragona, riuscì a recuperare la maggior parte delle terre tolte dai D’Angiò-Durazzo al padre. Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), che nel 1445 Francesco Sanseverino era duca di Scalea, 3° Conte di Lauria e signore di Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Verbicaro, Trebisacce, Laino, Orsomarso. A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria:

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Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Dunque, secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della conte dei Sanseverino di Lauria. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza.

Liber Focorum ...

(Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova

Sicuramente i 40 fogli manoscritti, conservati a Genova, costituivano il registro generale della Numerazione, mentre tutte le numerazioni comunali sono andate perdute. Queste 40 pagine manoscritte sono state, ignorate per secoli. Solo nel 1979 è stata pubblicata ”La popolazione del Regno di Napoli a metà quattrocento (Studio di un focolario aragonese)” da Giovanna Da Molin, attualmente professore ordinario di Demografia Storica e Sociale e di Storia Moderna nell’Università di Bari mentre un’altra pubblicazione è stata edita nel 1986 “Mezzogiorno e demografia nel secolo XV” di Fausto Cozzetto, attualmente professore associato di Storia Moderna nell’Università di Calabria. Dal momento che per alcune terre sono riportati due dati il primo indicato come “erat” (era), l’altro come “est” (è), sembra che  il documento citi con “erat” i dati del 1443 e con “est” quelli del 1447, periodo in cui regnava a Napoli Alfonso I d’Aragona, detto il Magnanimo, che nel 1443 ordinò che fosse eseguita la prima delle numerazioni dei fuochi. Nel documento sono riportate tutte le Terre (città e casali, anche quelli abbandonati), tutte le province del regno, tutti i feudi con relativi possessori,  le diocesi, le arcidiocesi, il numero dei fuochi e la tassazione. Nel 1975, lo studioso Mario Vassalluzzo (…), sulla scorta di precenti studi del Silvestri (…), pubblicò un interessante saggio  ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, da cui abbiamo tratto alcune interessanti considerazioni. Il Vassalluzzo, scriveva in proposito: “Oggi per nostra fortuna, se siamo in possesso di dati demografici per il sessantennio aragonese e per il primo censimento vicereale, lo dobbiamo alla pazienza e alla solerzia di Alfonso Silvestri (…), il quale raccogliendo in volume le carte risparmiate dalla distruzione che subì l’Archivio di Stato di Napoli nell’ultima guerra, ha messo alla portata di tutti la ‘Numeratio terre Castris Abbatis Casalibus’, dalla quale attingiamo le notizie dei fuochi del periodo Aragonese e del primo censimento vicereale, limitatamente ai Casali dipendenti al Castello dell’Abate, e la ‘Numerazione Rocce Cilenti cum Casalibus’”. Ebner (…), però, sempre a p. 592, aggiungeva che: “La contea di Policastro, avocata al fisco per fellonia, dopo l’arresto e la decapitazione di Antonello venne poi concessa da re Ferdinando (25 ottobre 1496) a Giovanni Carafa.”. Dunque, in seguito ai fatti della “Congiura dei Baroni”, la contea di Policastro ed il porto di Sapri, sarebbero appartenuti ai Petrucci solo fino al 1496, quando re Ferrante d’Aragona la concede in feudo ai Carafa che la possedettero fino alla fine del ‘700. Secondo l’Ebner, a p. 592, “il 3 ottobre 1770 la figlia di Gerardo Carafa e della congiunta Ippolita Carafa, Teresa, ebbe quale unica erede intestato Policastro con titolo di Conte, e di duca, Libonati, Sapri e Santa Mericina o Marina e con i casali di S. Cristoforo e Capitello. Successivamente Teresa Carafa ebbe intestata varie giurisdizioni ecc..”. Il documento del vescovo Altilio, conservato negli Archivi dell’Abbazia di Cava dè Tirreni, è dell’Aprile del 1481, qualche anno prima (a. 1485), in cui i Petrucci parteciparono alla ‘Congiura dei baroni’ e, persero la contea di Policastro. Secondo i due studiosi Natella e Peduto (…), a p. 515, la contea di Policastro, fu rivenduta dal Re, che demanializzò Policastro “nel 1496 a Giovanni Carafa, detentore del feudo nella prima metà del XVI secolo (81).“. Rileggendo Ebner, che a p. 668, parlava di Torre Orsaia, aprendiamo che “Nel 1524 Giovanni Carrafa, conte di Policastro, convenne innanzi la Real Camera della Sommaria il vescovo di Policastro assumendo di essere il legittimo feudatario di Torre Orsaia. I Carrafa….esibirono infatti, i capitoli originali concessi da Antonello de Petruciis…., le cui firme del re,…furono riconosciute autentiche da tre persone qualificate nel 1544. O. Pasanisi (9), che pubblicò gli statuti locali di Torre Orsaia, ecc..”.

La “Turris Petrasiae” di cui parlava l’Ughelli

Il Giustiniani (…), nel tomo XI, a p. 206, del suo ‘………………’, parlando di Torre Orsaja, scriveva in proposito che: “Forse sarà la ‘Turris Petrasiae’ nominata dall”Ughelli’ parlando dei vescovi di ‘Policastro’, avvisando che un tempo era feudo di quella Mensa (vescovile), insieme con Torre Orsaja.”. Questa notizia, è interessante ed andrebbe perciò ulteriormente indagata, per le origini di Vibonati e di una eventuale antica sede vescovile. Ne parlava l’Ughelli (…), nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, a p……Secondo il Giustiniani, l’Ughelli, diceva che la ‘Turris Petrasiae’ era mensa vescovile della Baronia della Diocesi di Policastro. Questa notizia, che a nostro avviso riguarderebbe Vibonati ed il suo territorio, potrebbe riguardare anche le origini del territorio di Sapri, limitrofo con quello di Torraca al territorio di Vibonati. Ma la “Turris Petrasiae”, potrebbe essere anche un’antica costruzione a Capitello, visibile dalla statale e, molto più vicina a Policastro, dove si vede una costruzione d’epoca Normanna, di cui ci parlava anche il Malaterra (…). Pietro Ebner (…), parlando di Capitello, vol. I, p. 625, segnala che il Tancredi (…), nel suo ‘Golfo di Policastro’ “assicura che sulla collina Castellaro vi sono ancora i ruderi di un antico castello e afferma di aver consultato nell’ASN una pianta (3) del 1746 dove sono indicati Policastro, il Castellaro, Capitello e Petrasia. Sopra Capitello, dov’è l’odierno villaggio di Ispani, era Agata e sopra Petrasia, Bibone Nove, a 3 km. da quest’ultimo toponimo “Bibo ad Siccam” odie ruinat”. Nel territorio vi è pure una torre di difesa (“alla Punta” di Capitello) ora restaurata (4).”. Ebner (…), a p. 625, del suo vol. I, nella sua nota (3), postillava che: “(3) ASN, ‘Sezione piante topografiche’, cart. 32, n. 2.” e, nella sua nota (4), postillava “(4) A. Guzzo, cit., p. 245 e s. Cfr. pure M. Vassalluzzo, cit. la torre pare fosse costruita dopo il 1563. Certo è che che nel 1569 ne risulta custode Bernardo Rey.”. Ebbene, la carta che segnalava Tancredi (…) ed il Guzzo (…), citata pure da Pietro Ebner (…), è una carta inedita di probabile epoca Aragonese, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (…), nella Sezione “Manoscritti”:  “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Questi sono i riferimenti bibliografici della sua collocazione presso l’ASN, non quelli citati da Ebner, sulla scorta di Tancredi e di Guzzo, i quali, riportarono la notizia senza mai citarmi. La carta in questione, era inedita e fu da me pubblicata in un mio scritto a stampa, apparso nel lontano 1987 (1), dieci anni prima che ne parlassero il Tancredi (…), ed il Guzzo (…). Infatti, la carta in questione, dalla postilla impressa sul retro, non è del 1746, ma è del 1756. Ma la sua datazione deve farsi risalire a molti secoli indietro. La carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.. Il toponimo ‘Petrasia’, citato nella carta d’epoca Aragonese (…).

Nel 1466, la politica di re Ferrante d’Aragona e la concessione degli ‘Statuti’ alle ‘Universitas’

Giuseppe Galasso (…), nel suo ‘Mezzogiorno medievale e moderno’, a pp. 141-142, in proposito scriveva che: A sua volta il di lui figlio Ferrante perseguì una discontinua, ma non efficace politica di difesa delle ‘universitates’ del Regno contro gli abusi feudali, che si espresse nell’appoggio alla legislazione statutaria allora fiorita; ecc..”. Riguardo gli ‘Statuti’ concessi dai diversi feudatari ai diversi casali del Cilento, o ‘Universitas’, scaturiti dalla politica promossa da Ferrante d’Aragona, ne ha parlato Pietro Ebner (…) che li ha tutti pubblicati nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, soprattutto nel vol. I. Ebner ha pubblicato gli Statuti (inediti) di: “I. Casalicchio (Casalvelino), 422; di Novi, 465; di Rofrano, 509; già pubblicati II: di Altavilla, p. 10; di Atena, 38; di Camerota, p. 102; di Cilento, p. 124; di Diano-Teggiano, p. 156; di Laurino, p. 208; di Padula, p. 309, di Polaa, p. 362; di Roccadaspide, p. 390; di S. Giovanni a Piro, p. 408; di S. Arsenio, p. 418; di Sanza, p. 460; di Torre Orsaia, 481.”. Luigi Tancredi (…), a p. 60, parlando dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e di Teodoro Gaza, in proposito scriveva che: “….i celebri “Statuti”, che costituirono il “Diritto positivo” dell’Abbadia e dell’Università poichè contenevano norme di diritto Civile, Penale, Amministrativo, di Pubblica sirurezza ed altre norme relative alla tutela della proprietà, dell’igiene, al sistema tributaro ed all’amministrazione della giustizia, che, con il concorso degli esperti di diritto era nelle mani dell’Abate…”. Gli Statuti o Capitoli, concessi, contenevano norme giuridico-amministrative che si enucleavano in articoli di legge.

Dopo il 1479 (dopo il pagamento dell’ultima rata), Antonello Petrucci concede a Camerota e a Torre Orsaia gli Statuti (“I Capitoli”)

Ricordiamo che gli statuti di Camerota e di Torre Orsaia restarono inediti fino a quando li pubblicò Onofrio Pasanisi (…). Ebner (…), a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(4) O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concessi dal vescovo di Policastro, Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 37 sgg.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 481, parlando del casale e degli Statuti di Torre Orsaia, sulla scorta di Onofrio Pasanisi (…), in proposito scriveva che: Il Pasanisi (4), che pubblicò gli statuti, afferma che i vescovi finirono per diventare i signori del luogo, tanto è vero che il censo della “pregata. Ecc…”. Pietro Ebner (…), vol. II, a p. 481, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Processi della Commissione feudale, n. 2599, vol. 441, f 365.”. Ebner (…), a p. 481, nella sua nota (2) postillava che: “(2) R. Camera della Sommaria, processi, n. 6255, vol. 574, ff 38, 39, 50 e 199 v.”. Ebner (…), vol. II, a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(3) R. Camera della Sommaria, processi, n. 1419, n. 153, p. a. ff 908 e 909 v.”. Ebner (…), a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(4) O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concesi dal vescovo di Policastro, Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 37 sgg.”.

Pasanisi, p. 32, Archivio storico per la prov di Sa, 1935, fasc. 1°

Pietro Ebner, che a p. 668, parlava di Torre Orsaia, aprendiamo che “Nel 1524 Giovanni Carrafa, conte di Policastro, convenne innanzi la Real Camera della Sommaria il vescovo di Policastro assumendo di essere il legittimo feudatario di Torre Orsaia. I Carrafa….esibirono infatti, i capitoli originali concessi da Antonello de Petruciis…., le cui firme del re,…furono riconosciute autentiche da tre persone qualificate nel 1544. O. Pasanisi (9), che pubblicò gli statuti locali di Torre Orsaia, ecc..”. Ebner (…), a p. 669, nella sua nota (9) postillava in proposito che: “(9) Ebner, Economia e Società, cit., II, p. 482, n. 5 “dal processo davanti alla Commissione feudale (‘Università contro l’episcopio di Policastro) risulta che, a dichiarazione del vescovado, le “pregate” ammontavano a ducati 110 annui nel 1771. Cfr pure i processi n. 2598 (vol. 441, f. 109 sg) e n. 2600 (vol. 441, f 12 t). Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 481, parlando dei casali di Torre Orsaia e di Castel Ruggiero, sulla scorta di Onofrio Pasanisi (…), in proposito scriveva che: Detta prima Torre Inferiore mentre la Torre superiore era il “castrum Rogerii” (odierno Castel Ruggiero), forse la “Turris Petrusiae” di cui parla l’Ughelli nell’affermare che i due casali erano feudi della mensa vescovile di Policastro. I vescovi bussentini, ….sostennero che, come confermava lo stesso diploma di concessione della contea, i Carrafa vantavano su Torre Orsaia, la sola giurisdizione criminale, esibendo i capitoli originali concessi dal de Petruttis (“regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac iurisdictionis casalis Turris”). I capitoli vennero impugnati di falso dai procuratori del conte, ma l’esame calligrafico delle firme di Antonello e del figliuolo Giovanni Antonio (confermava “que genitor hoborandus concessit”) vennero riconosciute autentiche nel 1544 dal vescovo di Muro Severo de Petruttis, superstite figliuolo di Antonello, dall’abbate Berardinetto di Franco (era stato ufficiale della cancelleria  di re Ferrante e intimo del primo ministro) e pure dal pronipote Francesco M. de Petrittis Orsini che aveva ereditato, e conservava, l’archivio del ministro  nella sua abitazione di Chieti (3). La vertenza fu conclusa da una sentenza della Real Camera (22 maggio 1563) che confermò al conte di Policastro  la solo giurisdizione criminale di Torre Orsaia (f 1364). Il Pasanisi (4), che pubblicò gli statuti, afferma che i vescovi finirono per diventare i signori del luogo, tanto è vero che il censo della “pregata. Ecc…”. Pietro Ebner (…), vol. II, a p. 481, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Processi della Commissione feudale, n. 2599, vol. 441, f 365.”. Ebner (…), a p. 481, nella sua nota (2) postillava che: “(2) R. Camera della Sommaria, processi, n. 6255, vol. 574, ff 38, 39, 50 e 199 v.”. Ebner (…), vol. II, a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(3) R. Camera della Sommaria, processi, n. 1419, n. 153, p. a. ff 908 e 909 v.”. Ebner (…), a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(4) O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concessi dal vescovo di Policastro, Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 37 sgg.”. Riguardo agli Statuti di Torre Orsaia, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 482, parlando dei casali di Torre Orsaia e di Castel Ruggiero, sulla scorta di Onofrio Pasanisi (…), in proposito scriveva che: La sede episcopale di Torre Orsaia fu costruita dal vescovo Pagano, che il Laudisio (6) dice eletto nel 1301, probabilmente per l’epigrafe in gotico sul palazzo (” + Anno Domini millesimo tregesimo primo, indictione decima quinta, Paganus episcopus opus fieri fecit”). I registri angioini ricordano quel vescovo in due documenti del 1294. Il Pasanisi assicura che i capitoli vennero concessi da quel vescovo e trascritti solo ai tempi dell’abbate Giovanni Scorna, vicario nel 1502 del commendatario di Policastro cardinale Luigi d’Aragona (nomina papale: Alessandro VI). Nel periodo però, rileva il Laudisi, p. 42, vicario generale era G.B. Ocilogrosso e uditore generale Antonio di Sanfelice. Il napoletano Giovanni Scorna fu il venticinquesimo vescovo di Policastro (lo era nel 1561), mentre il Luigi Pirro, confuso dal Pasanisi con il precedente, ne fu il ventiseiesimo (lo era nel 1530).”.

Pietro Ebner e gli Statuti di Torre Orsaia pubblicati da Onofrio Pasanisi e da Alfonso Silvestri

Scrive Pietro Ebner (…), nel suo ‘ ‘Economia e società nel Cilento medievale’, che: “La sede episcopale di Torre Orsaia fu costruita dal vescovo Pagano, che il Laudisio (…), dice eletto nel 1301, probabilmente per l’epigrafe in gotico sul palazzo “ + anno domini millesimo tregesimo primo, indictione decima quinta, Paganus episcopus opus fieri fecit”. I registri angioini ricordarono quel vescovo in due documenti del 1294.”. Pietro Ebner (…), a p. 481 e s. del vol. II del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, pubblicò gli Statuti dei casali del Cilento, già in parte pubblicati da altri studiosi e tra questi pubblicò quelli dell’Università di Torre Orsaia. Quì li riproponiamo integralmente, credendo di fare cosa gradita al lettore.

p. 483p. 484

p. 497

p. 482

Già nel 1935, Onofrio Pasanisi (3), pubblicò i ‘I capitoli di Torre Orsaia concessi dal vescovo di Policastro’. Pietro Ebner (4), a p. 482 del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale,  scrive che il Pasanisi pubblicò gli Statuti dell’Università di Torre Orsaia, e affermava che: che i vescovi finirono per diventare i signori del luogo, tanto è vero che il censo della “pregata” (richiesta fatta dagli abitanti di terre al Vescovo che ne concedeva per richiamare famiglie a Torre Orsaia (5), venne versata sempre ai vescovi fino all’abolizione della feudalità; che gli statuti concessi dai vescovi vennero sempre riconosciuti dall’Università che li esibiva persino nei giudizi e che nel 1417 persino i documenti ufficiali (Reg. Ang. 314, f. 234v) riconoscevano ‘Casale Turris Ursaie quod est Policastrensis ecclesiae’.”. Scrive sempre l’Ebner (…), in proposito, riferendosi al vescovo Pagano, scrive che: “Assicura il Pasanisi che i capitoli vennero concessi da quel vescovo e trascritti solo ai tempi dell’abate Giovanni Scorna, vicario nel 1502 del commendatario di Policastro Cardinale Luigi d’Aragona (nomina papale Alessandro VI). In quel periodo, però rileva il Laudisio, a p. 42, vicario generale era G. B. Oculogrosso e uditore generale Antonio di Sanfelice. Il napoletano Giovanni Scorna fu il venticinquesimo vescovo di Policastro (lo era nel 1561), ecc…”.

Nel 1524, la causa pendente tra i Carafa della Spina, Conti di Policastro ed i Vescovi della Diocesi di Policastro

Pietro Ebner, che a p. 668, parlava di Torre Orsaia, aprendiamo che “Nel 1524 Giovanni Carrafa, conte di Policastro, convenne innanzi la Real Camera della Sommaria il vescovo di Policastro assumendo di essere il legittimo feudatario di Torre Orsaia. I Carrafa….esibirono infatti, i capitoli originali concessi da Antonello de Petruciis…., le cui firme del re,…furono riconosciute autentiche da tre persone qualificate nel 1544. O. Pasanisi (9), che pubblicò gli statuti locali di Torre Orsaia, ecc..”. Ebner (…), a p. 669, nella sua nota (9) postillava in proposito che: “(9) Ebner, Economia e Società, cit., II, p. 482, n. 5 “dal processo davanti alla Commissione feudale (‘Università contro l’episcopio di Policastro) risulta che, a dichiarazione del vescovado, le “pregate” ammontavano a ducati 110 annui nel 1771. Cfr pure i processi n. 2598 (vol. 441, f. 109 sg) e n. 2600 (vol. 441, f 12 t). Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 481, parlando dei casali di Torre Orsaia e di Castel Ruggiero, sulla scorta di Onofrio Pasanisi (…), in proposito scriveva che: Detta prima Torre Inferiore mentre la Torre superiore era il “castrum Rogerii” (odierno Castel Ruggiero), forse la “Turris Petrusiae” di cui parla l’Ughelli nell’affermare che i due casali erano feudi della mensa vescovile di Policastro. I vescovi bussentini, per sfuggire al succedersi delle incursioni saraceniche su Policastro, cercarono rifugio all’interno, e cioè a Torre Orsaia. Il casale finì per essere riconosciuto (XIII secolo) come loro franco allodio (1) con l’affermarsi della loro signoria nel luogo. Infatti, convenuti davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli nel 1524 da Giovanni Carrafa, conte di Policastro, i presuli non poterono esibire l’originale privilegio di concessione, diversamente dal conte attore che, nell’esibire il diploma di concessione della Contea (v. p. sgg.), dimostrò che gli abitanti di Torre Orsaia l’avevano sempre riconosciuto come loro signore in occasione del pagamento dell’adoa, dei meritaggi e del riscatto del figlio Pietro Antonio, fatto prigioniero dai francesi. Chiarì pure che Castel Ruggiero, su cui i vescovi vantavano il dominio, era stato fondato e fortificato da Antonello de Petrutiis e che proprio dal primo ministro di re Ferrante aveva preso il nome di “la Petruccia” (2). A loro volta i vescovi sostennero che, come confermava lo stesso diploma di concessione della contea, i Carrafa vantavano su Torre Orsaia, la sola giurisdizione criminale, esibendo i capitoli originali concessi dal de Petruttis (“regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac iurisdictionis casalis Turris”). I capitoli vennero impugnati di falso dai procuratori del conte, ma l’esame calligrafico delle firme di Antonello e del figliuolo Giovanni Antonio (confermava “que genitor hoborandus concessit”) vennero riconosciute autentiche nel 1544 dal vescovo di Muro Severo de Petruttis, superstite figliuolo di Antonello, dall’abbate Berardinetto di Franco (era stato ufficiale della cancelleria  di re Ferrante e intimo del primo ministro) e pure dal pronipote Francesco M. de Petrittis Orsini che aveva ereditato, e conservava, l’archivio del ministro  nella sua abitazione di Chieti (3). La vertenza fu conclusa da una sentenza della Real Camera (22 maggio 1563) che confermò al conte di Policastro  la solo giurisdizione criminale di Torre Orsaia (f 1364). Il Pasanisi (4), che pubblicò gli statuti, afferma che i vescovi finirono per diventare i signori del luogo, tanto è vero che il censo della “pregata. Ecc…”. Pietro Ebner (…), vol. II, a p. 481, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Processi della Commissione feudale, n. 2599, vol. 441, f 365.”. Ebner (…), a p. 481, nella sua nota (2) postillava che: “(2) R. Camera della Sommaria, processi, n. 6255, vol. 574, ff 38, 39, 50 e 199 v.”. Ebner (…), vol. II, a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(3) R. Camera della Sommaria, processi, n. 1419, n. 153, p. a. ff 908 e 909 v.”. Ebner (…), a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(4) O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concessi dal vescovo di Policastro, Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 37 sgg.”. I Capitoli di Torre Orsaia, sono stati pubblicati dal Pasanisi anche in un altro suo testo che parla di Camerota: Pasanisi Onofrio (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Caldo, Napoli, 1964.

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Nel 1487, Ferdinando I d’Aragona confermò gli Statuti alle Università

Matteo Mazziotti (…), nl suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 158 in proposito alla ‘Congiura dei Baroni’ scriveva che: “VI. Ferdinando I d’Aragona confermò nel 1487 gli statuti ed i capitoli della baronia del Cilento già decretati dai suoi predecessori. Da questi capitoli, su cui hanno scritto G.C. Del Mercato e F.A. Ventimiglia, si traggono notizie importanti su l’ordinamento della baronia in quel tempo.”. Anche Felice Fusco (….), nel suo “Caselle etc.”, riguardo gli Statuti concessi alle Università in quel periodo, a p. 104, nella nota (148) postillava che: “(148) F. Fusco, Quando la storia tece etc., cit., p. 209. Per un esame delle motivazioni e delle conseguenze della congiura in ‘Principato Citra’ cfr. P. Del Mercato, La feudalità del Principato Citra alla discesa di Carlo VIII’, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra”, 1 (1984), pp. 47-63.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (149) postillava che: “(149) I. Mazzoleni, Regesto della Cancelleria Aragonese di Napoli, Napoli, 1951, p. 124 reg. 798 e p. 126 reg. 812.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che Ferdinando I d’Aragona rese il suo Regno  un momento importante per le libertà comunali. Il re stesso concesse statuti alle città demaniali e sanzionò con il suo placet quelli concessi dai baroni. In ciò si scorge non solo una tendenza verso una maggiore uniformità nel governo municipale, ma anche la crescita di una aristocrazia urbana favorita dal re come contrappeso alla nobiltà feudale. Lecce offre a questo proposito un esempio molto istruttivo: gli statuti del 1479 stabilivano la parità in Consiglio fra gli artigiani e gli esponenti più alti della società, anche se relegavano i primi nelle cariche municipali minori. La predilezione per la condizione demaniale era talmente consolidata da far affermare all’ambasciatore fiorentino nel novembre 1485 che molte città “desiderano piutosto essere in domanio che sotto Signori per i tristi tractamenti che hanno da loro”. All’interno di queste Comunità urbane gli ebrei in particolare avevano motivo di apprezzare la protezione loro accordata sull’esempio di Alfonso, protezione che li metteva in grado di svolgere una notevole attività come artigiani e piccoli commercianti in Puglia e Calabria.

Nel 15 agosto 1557, la causa pendente tra i Carafa della Spina, Conti di Policastro ed il Vescovo della Diocesi di Policastro, Mons………

Nel 1997, l’editore Pietro La Veglia di Salerno, nella ‘Rassegna Storica Salernitana’ (2), a cura di Carlo Carucci (…), ripubblicò alcuni scritti di Alfonso Silvestri (2), tra cui il saggio dal titolo: ‘La contrastata giurisdizione feudale del Vescovo di Policastro sulla terra di Torre Orsaia, che quì riproponiamo integralmente pensando di fare cosa gradita agli studiosi. Alfonso Silvestri (…), nel 1997, nel suo “La contrastata giurisdizione feudale del vescovo di Policastro sulla terra di Torre Orsaia”, a p. 281 (vedi ristampa del La Veglia), in propsito scriveva che: “Il pacifico dominio della Terra di Torre Orsaia, goduto sino ai primi anni del Cinquecento, fu successivamente osteggiato dal conte di Policastro Giovanni Carafa, al quale Alfonso II con privilegio del 4 febbraio 1496 aveva concesso i beni feudali dell’infelice Giovanni Antonio Petrucci, confiscati da Ferrante d’Aragona in seguito alla Congiura dei Baroni (6). La più importante causa, tra le diverse intentate contro il vescovo dal Carafa e dai suoi successori, e delle quali purtroppo non sono più consultabili gli ati (7), è quella che si concluse con una sentenza definitiva, con la quale si stabilirono i rispettivi diritti giurisdizionali su Torre Orsaia. Questa decisione però era stata preceduta da un altro provvedimento del 3 luglio 1555, col quale si riconosceva al vescovo il diritto proibitivo dei trappeti per la macina delle olive e si ordinava la distruzione di quello fatto costruire dal Carafa (8). Ma nei mesi seguenti “fuerunt facta nonnula acta inter partes ipsas”; così il 15 agosto 1557 il magistrato della Sommaria Tommaso Anello Salernitano ed il giurista Giovanni Felice Scaglione (9), nelle rispettive parti di avvocati del vescovo e del conte, emisero un lodo arbitrale, il cui testo fu inserito in una sentenza della Camera della Sommaria ed il notaio napoletano Fabrizio Pagano ridusse in pubblico (10).”. Il Silvestri a p. 281, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Copia autentica di questo priv. è in A.S.N., ‘Processi della Pandetta nuovissima’, fascio 2893, fascicolo 67213, carte 4-8”. Il Silvestri a p. 281, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Di questa e delle altre vertnze giudiziarie del vescovo di Policastro, da lui esaminate nei distrutti ‘Processi della Pandetta antica della R. Camera della Sommaria e Processi della Commissione feudale’, dà brevi notizie il Pasanisi, op. cit., pp. 32-36.”. Il Silvestri nella sua nota (5) riguardo il Pasanisi postillava che: “(5) Laudisio, op. cit., p. 74. Cfr. O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concessi dal vescovo di Policastro’, in “Archivio storico per la Provincia di Salerno”, a. III (1935), pp. 34-52.”. Riguardo il saggio di Onofrio Pasanisi (…), citato, si trova nella rivista diretta da Carlo Carucci (…), “Archivio Storico per la provincia di Salerno”, anno III (1935), della nuova serie, fascicolo 1° – genn-marzo XIII, da p. 32 fino a p. 52. Ivi pubblico solo le pagine da 32 a p. 37 con i Capitoli di Torre Orsaia e poi anche l’ultima pagina 52 del saggio di Pasanisi dove spiega del capitolo n. 52 aggiunto dal Cardinale d’Aragona.

Pasanisi, p. 32, Archivio storico per la prov di Sa, 1935, fasc. 1°

(Fig…) Pasanisi Onofrio, op. cit., da p. 32 fino a p. 52 (Archivio Storico e digitale Attanasio)

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Il Silvestri a p. 281, nella sua nota (8) postillava che: “(8) A questo provvedimento si riferivano forse i non più reperibili atti compilati dalla Sommaria dopo quella data e che in un settecentesco repertorio sono stati riportati: “Litterarum parium 24, a. 1555-1558, fol. 48, 108, 109, 141. Reverendo vescovo di Policastro, per la sentenza contro l’illustre Conte di Policastro per certe Iurisditioni spettanti a detto vescovo per l’Iurisditioni della terra d’Ursaia, o Torre Ursaia”. A.S.N., Repert. Partium Somm., n. 8/II, c. 192″. Il Silvestri a p. 282, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Sul Salernitano e sullo Scaglione, v. L. Giustiniani, ‘Memorie storiche degli scrittori legali del Regno di Napoli’, I, Napoli 1797, rispettivamente a pp. 148-151 e 156.”. Il Silvestri a p. 282, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il testo della intero doc., comprendente il lodo-sentenza, è riportato in appendice, n. 1.”.

Silvestri,

Silvestri, 1

Silvestri, p. 281

Silvestri, p. 282

Silvestri, p. 283

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(Fig. 1) Silvestri Alfonso (2), saggio su Torre Orsaia

Silvestri, p. 285

Silvestri, p. 286

Silvestri, p. 287

Silvestri, p. 288

Silvestri, p. 289

(Fig. 2) Silvestri Alfonso (2), documento su Torre Orsaia pubblicato dal Silvestri.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Dicembre Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) Silvestri A., ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, a cura della Società Salernitana di Storia Patria – Fonti II – Salerno, 1956 e, l’edizione del 1965; si veda pure: Silvestri A., Aspetti di vita economica nel Cilento alla fine del Medioevo, Società Salernitana di Storia Patria, Fonti II, ed. Pietro Laveglia, Nocera Inferiore, 1989; si veda pure: Silvestri A., La contrastata giurisdizione feudale del Vescovo di Policastro sulla terra di Torre Orsaia, stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, ed. Pietro Laveglia, Salerno, n. 27 (1997)(ritampa) o LVII dalla fondazione, pp. 279 e s. (Archivio Storico Attanasio).

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(3) Pasanisi O., La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII Secolo, Atti della Reale Società Economica della Provincia di Salerno, Salerno, Tip. Frat. Jovine, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio);  dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Pasanisi Onofrio (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, ed. Gianni Caldo, Napoli, 1964.

Pasanisi, p. 32, Archivio storico per la prov di Sa, 1935, fasc. 1°

(…) Pasanisi Onofrio, I capitoli di Torre Orsaia concesi dal vescovo di Policastro, stà in “Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 32 e  sgg.. (Archivio Storico e digitale Attanasio)

(4) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(5) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831.

(6) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.  Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p…. (testo in latino) e p. 74 (la traduzione del Visconti del testo in latino), p. 74.

(7) Scrive sempre L’Ebner (….), a p. 482, del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale, nella sua nota (5) di p. 482, che: “Del processo innanzi alla Commissione feudale (Università contro l’Episcopio di Policastro), risulta che le “pregate” ammontavano alle dichiarazioni del vescovado, a d. 110 anni nel 1771. Crf. pure i processi n. 2598 (vol. 441, f. 109 sg.), e n. 2600 (vol. 441, f. 12 t). Il 5 maggio 1810, scannaggio, bogliva e portolonia, che nei capitoli, erano di pertinenza dei vescovi, furono assegnati all’università, n. 2598 p. 370.”.

(8) Natella P. Peduto P., Pixous – Policastro, estratto da ‘L’Universo’, rivista dell’I.G.M., ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.; Si veda pure: Gay J. (o Giulio), L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, Firenze, 1917, p. 253 e vedi pure Pontieri E., op. cit., 54.

(9) Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum), p. 542 e da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi ‘Paleocastren’ e riporta la notizia dell’elevazione a Contea di Policastro.

(10) Mazziotti M., La baronia del Cilento, Libreria Antiquaria Editrice di W. Cesari, Testaferrata, 1972 (ristampa), p. 114.

(11) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, p. 117. Si veda pure p. 132 e p. 137, dove il Volpe parla del Porto di Sapri. Si veda pure: De Giorgi, Guida dell’Italia.

Jamison, Cataloggo dei baroni

(12) Jamison Evelyn M., Additional Work on the Catalogus baronum, Bollettino dell’Istituto Storico Italiano, LXXXIII, 1971, pp. 1–63, oppure (a cura di ), Catalogus Baronum (Fonti per la Storia d’Italia, 101), Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma, 1972,  n. 492 (Archivio Storico Attanasio), che si può scaricare gratuitamente collegandosi al link: http://gutenberg.beic.it/view/action/nmets.do?DOCCHOICE=4930682.xml&dvs=1528454950883~188&locale=it_IT&search_terms=jamison&show_metadata=true&adjacency=&VIEWER_URL=/view/action/nmets.do?&DELIVERY_RULE_ID=7&divType=&usePid1=true&usePid2=true (Archivio Storico Attanasio).

(13) Jamison Evelyn M. – Ady C.M. – Vernon K.D. – Sanford C., Italy medieval and modern a histori, ed. Clarendon, Oxford, 1019, p…..(Archivio Storico Attanasio).

(14) (Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e da me pubblicata per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio).

(15) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda Discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s.

(16) Archivio Storico della Badia di Cava de’ Tirreni, XXX, 3.

(17) Alessandro Telesino (…), a cui probabilmente si rifà l’Ughelli (…), Alessandro Telesino o di Telese (in latino: Alexander Telesinus; … – 1136), fu l’abate di San Salvatore, in Telese. È ricordato soprattutto come cronachista e storico dell’epoca Normanna. Alessandro successe all’abate Giovanni alla guida dell’Abbazia, certamente prima del 1127. Si dimostrò uomo colto e astuto. Ad Alife conobbe Matilde di Altavilla, sorella di Ruggero II di Sicilia e moglie del conte Rainulfo III di Alife. Diventato amico della contessa, scrisse la sua opera più importante, la Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie, biografia accurata di re Ruggero II, una biografia di Ruggero II di Sicilia che copre in dettaglio gli anni successivi al 1127 e fino al 1136, ove termina bruscamente. Fu scritta su commissione della sorella del sovrano, Matilda, moglie di Rainulfo di Alife, e si tratta senz’altro di propaganda a favore del re normanno, anche se Rainulfo era il peggior nemico di Ruggero. Si abbina bene con la cronaca del suo contemporaneo Falcone Beneventano, che si oppone invece a Ruggero. Ludovico Antonio Muratori (…), pubblicò il suo manoscritto. Nel V volume dell’edizione palatina del ‘Rerum Italicarum Scriptores’, lo conteneva da p. 607. Il Muratori (…), scrive: “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae Regis’ libri quatuor, in praesenti edizione cum veteribus collati, et summa Capitum ad Lectorum commodum distincti ac exornati p. 607”, il Muratori, dice di pubblicare nel suo libro IV, il manoscritto del Telesino, le gesta del re Ruggero di Sicilia, a p. 607. Questo testo del Muratori è il fascicolo n. 211, e credo che il testo di Alessandro Telesino sia contenuto nel fascicolo successivo pubblicato dal Muratori, ovvero il fascicolo n. 213. Alexandri Telesini Coenobii Abbatis De Rebus Gestis Rogerii Siciliae Regis e Alexandri Abbatis Telesini Alloquium ad Regem Rogerium in: ‘Rerum Italicarum Scriptores’ a cura di Ludovico Antonio Muratori, vol V, Milano 1724, pp. 609–645. Ludovico Antonio Muratori (…), pubblicò il suo manoscritto. Nel V volume dell’edizione palatina del ‘Rerum Italicarum Scriptores’, lo conteneva da p. 607. Il Muratori (…), scrive: “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae Regis’ libri quatuor, in praesenti edizione cum veteribus collati, et summa Capitum ad Lectorum commodum distincti ac exornati p. 607”. Il testo del Muratori è il fascicolo n. 211, e credo che il testo di Alessandro Telesino sia contenuto nel fascicolo successivo pubblicato dal Muratori, ovvero il fascicolo n. 213. “Alexandri Telesini De rebus gestis Rogerii Siciliae regis”, è stato pubblicato in Giuseppe Del Re, Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I, Napoli 1845, pp. 82–156. Per Alessandro di Telese, Storia di Ruggero II, I, 2 (si dovrebbe trattare del Del Re).

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(18) Cataldo G., Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, inedito, dattiloscritto, donatoci dall’Auore (Archivio Storico Attanasio), p. 29, è stato citato anche dal Guzzo (13), e riporta molte notizie e riferimenti bibliografici in merito al periodo Normanno.

(19) (Fig. 1) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, (…) e il Valerio (…), in un suo pregevole saggio. Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’

(20) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (…), pubblica i ‘Fragmenta’ del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Si veda sempre dello stesso autore ‘Antiquitate Italiae medii aevi’, Milano, 1741, Tomo IV, diss. XIX, col. 219 et seq., ‘Alphanus Archieps An. 1080′. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi, secondo cui è il Muratori che parla della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori, ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”.

(21) Ruggero I di Sicilia, conosciuto anche come il Gran Conte Ruggero o Jarl Rogeirr (Hauteville-la-Guichard, 1031 circa – Mileto, 22 giugno 1101), figlio di Tancredi d’Altavilla e fratello di Roberto il Guiscardo della dinastia degli Altavilla, Conte di Calabria, fu il conquistatore e il primo Conte di Sicilia (1062). Ruggero potrebbe essere giunto in Italia meridionale molto probabilmente nel 1057 attraverso la “via Francigena” per unirsi al fratello Roberto per il quale, alla morte del loro fratellastro Umfredo, si erano aperti spiragli di predominio. I due furono insieme nella conquista dei territori di Puglia e Calabria non ancora sottomessi. Ruggero fu inizialmente vassallo del fratello Roberto, duca di Puglia e di Calabria, come conte di Calabria, e stabilì la propria corte a Mileto, in Calabria. Proprio a Mileto, nel Natale del 1061, sposò la normanna Giuditta d’Evreux, figlia del conte Guglielmo d’Evreux e di Hadvise Gerè. Ancora in Calabria i fratelli Roberto e Ruggero si lanciarono alla conquista della Puglia e della Sicilia. Dalla prima moglie, Ruggero I, ebbe un figlio chiamato Giordano che non sopravvisse al padre. Non è certo se il suo secondo figlio maschio, Guglielmo, sia nato anch’egli fuori dai matrimoni oppure dalla sua prima o seconda moglie. Anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato. Con Adelasia o Adelaide del Vasto, Ruggero I d’Altavilla, ebbe quattro figli. Il primo figlio Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia che come vedremo sarà affidata Policastro e poi avrà come terzo figlio Ruggero (1095 – 1154), futuro Re di Sicilia (Ruggero II d’Altavilla) e successore del padre. Tra i maggiori suoi cronisti dell’epoca vi è stato Guglielmo di Puglia, Le gesta di Roberto il Guiscardo’, introduzione, traduzione e note di Francesco De Rosa, Cassino 2003 e, Goffredo Malaterra. Riguardo i cronisti dell’epoca, gli studiosi della bibliografia antiquaria come l’Antonini e il Troyli, traevano alcune notizie su Policastro dal “Marchese di Giarratana”, che nel 1700, fu pubblicato dal Muratori (20). Il Cataldo (18), faceva notare che: “….il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603)”Goffredo Malaterra (…), anche noto come ‘Geoffroi Malaterra’ (… – XI secolo), è stato un monaco benedettino di origine normanna, autore del ‘De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti Guiscardi ducis fratris eius’, una cronaca sull’origine dei Normanni in Italia, con particolare attenzione per le spedizioni siciliane del Gran Conte Ruggero (Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo), che conobbe personalmente. Ma la sua narrazione si ferma a luglio del 1098. Alessandro Telesino o di Telese (in latino: Alexander Telesinus; … – 1136)(17), a cui probabilmente si rifà l’Ughelli (…), fu l’abate di San Salvatore, in Telese. È ricordato soprattutto come cronachista e storico dell’epoca Normanna. La sua opera più importante, la ‘Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie’, biografia accurata di re Ruggero II, una biografia di Ruggero II di Sicilia che copre in dettaglio gli anni successivi al 1127 e fino al 1136, ove termina bruscamente. Si abbina bene con la cronaca del suo contemporaneo Falcone Beneventano, che si oppone invece a Ruggero. Dal punto di vistra strettamente bibliografico, le notizie storiche intorno all’epoca di Ruggero II re di Sicilia, sulla contea di Policastro e su Castel Ruggero, come abbiamo visto, dovremmo far riferimento ai cronisti dell’epoca, che ci hanno lasciato alcuni manoscritti. Verso la fine del secolo XI e durante il XII secolo, queste contrade erano dominate dai Normanni e dai parenti di Roberto il Guiscardo che si era impossessato di Policastro. Il Cilento, dopo il periodo Longobardo, nell’anno 1059, fu concesso in feudo a Roberto il Guiscardo da parte del suocero Gisulfo II, Principe di Salerno; Gisulfo II, Principe di Salerno, vinto, dovette cedere tutto a Roberto il Guiscardo, figlio di Tancredi d’Altavilla. Nel 1080 Roberto, liberato già dalla scomunica, veniva di nuovo fatto Duca di Puglia e Calabria “per vexillum” e, fatta edificare la Cattedrale di Salerno con marmi di Paestum, quando fu rinvenuto il corpo di S. Matteo Apostolo. Policastro, conquistato nel 1055 dal normanno Roberto il Guiscardo, fu ulteriormente fortificato con l’innalzamento del vicino ‘castellaro’ di Capitello. Al Guiscardo si deve, inoltre, la costruzione della navata centrale della Cattedrale, poi più volte ampliata nel corso dei secoli. Il Campanile, in particolare, fu edificato nel 1167.

(22) Troyli, Historia generale del Reame di Napoli, Tomo I, Part. 2, n. 66, (lo scrive il Ludisio nella sua nota 53 di p. 18 del Visconti (10)), scriveva in proposito: “Ursaia, nella parte superiore di Policastro, al fiume Selo più delle altre vicina; terra oggidì popolata ed alla Mensa vescovile appartenente.”. La Fig., illustra la pagina 136 del testo illustrato ivi.

(23) Aubè Pierre, Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo, Paris, 2001, traduzione di Daniele Ballarini, ed per Il Giornale – Biblioteca Storica (Archivio Storico Attanasio).

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(24) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo xvii – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211. Pietro Ebner (…), nella sua nota (51), a p. 587, del vol. I, scriveva che la notizia tratta dal Codice Taxarum, stà in Hoberg (Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207

(…) Hoberg …., Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

Mazzoleni

(…) Mazzoleni Jole, Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770), RSS, Salerno 1951; segue il Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630) acquistate anni fa dall’ASN, stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, vol .12, 1951, pp. 126-140 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Montesano N., Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, ed. Lightning Source UK Ltd, 2018 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), ecc…A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447), ecc..”. Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Ad ogni centro corrisponde di solito una numerazione di fuochi ed una imposizione fiscale, ma talvolta sono riportati anche dati demografici e fiscali riferibili a una rilevazione precedente. La fonte, che non reca alcuna indicazione di tempo, si limita a suggerire con un est e un erat i dati coevi alla redazione del documento e quelli relativi a un periodo antecedente. Sposando la cronologia proposta da Fausto Cozzetto, uno studioso che alcuni decenni fa si è occupato dell’edizione della fonte, collochiamo la stesura del documento tra il 1449 e il 1456 e sosteniamo che la più antica tassazione risale al 1447 e la più recente al 1449 calcolata, però, sui dati demografici del 1443. Cozzetto, infatti, spiega che nel 1449, “in cambio dell’aumento delle funzioni fiscali, l’amministrazione aragonese concesse il ritorno ad una base d’esazione più bassa, quella appunto del 1443” (Cozzetto, p. 22). Dall’analisi del documento si ricavano anche altre informazioni: una croce anteposta al nome dell’università indica le sedi vescovili, mentre le lettere T.M. che seguono il toponimo, designano le Terre Mamalia ossia, come spiega la fonte stessa, le Terre Materne o “loca dicata aut propria matribus hoc est Reginis” (c. 92r). All’elenco delle università seguono, inoltre, due appendici, una relativa alla geografia ecclesiastica del Regno (in cui sono elencate le arcidiocesi con le diocesi ad esse suffraganee); l’altra costituita da un elenco di terre che il documento definisce sconosciute, disabitate o poco abitate, con i relativi dati fiscali (ma non quelli demografici), organizzati per province ma non per circoscrizioni feudali o demaniali. Si rimanda ad un successivo aggiornamento il caricamento delle elaborazioni cartografiche.

Liber Focorum ...

(Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova

(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211.

(…) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, v. pag. 479

(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc…Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni“. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, a p….., possiamo leggere che: “……

(….) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli nel Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, p. 676. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio)

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(…) De Rosa Gabriele, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, ed. Guida, 1971, pp. 172-174 (Archivio Storico Attanasio)