Nel 1271, un documento Angioino

Gli studi

Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini o ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli.

Carta del Cilento

(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘ (27), di probabile epoca Aragonese, inedita e da me scoperta, conservata all’Archivio di Stato di Napoli.

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(Fig. 1) Busto di Carlo I d’Angiò, della statua marmorea posta sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli

Policastro, all’epoca Angioina

Dopo la ‘Congiura di Capaccio’ del 1246 e con la presa del Regno da parte di Carlo I d’Angiò, e la caduta degli Svevi, tutti i beni avocati al fisco da Federico II, vennero restituite ai rispettivi antichi possessori da Re Carlo, come risulta dai Registri Angioini. L’Ebner (…), nel suo Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento, vol. II, p. 334, parlando dell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, scriveva in proposito: “Nello stesso Archivio vi sono pure altri 4 documenti del ‘300 che riguardano Policastro (26).” e, poi lo stesso autore scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia e indi restituite ai rispettivi antichi possessori da Re Carlo, come risulta dai Registri Angioini. Sappiamo dall’Ebner (…), che sulla scorta del Carucci (…), scrive che il castello di Policastro, nell’anno 1284, fu avocato alla curia regia in età angioina e custodito dal milite Taddeo di Firenze.

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(Fig. 2) S. Severino di Centola. Borgo e Castello di S. Severino

Rileva il Carucci (…) che per il parlamento  poi tenuto a Foggia nell’anno 1240 – quindi prima della Congiura di Capaccio – Federico II invitò insieme ai rappresentanti di Salerno, Eboli e Amalfi, anche quelli di Policastro, il cui castello fu avocato alla curia regia in età angioina e custodito (a. 1284) dal milite Taddeo di Firenze, come si può leggere nel documento ivi, tratto dal Carucci (…), che pubblicò nel 1931:

Carucci, vol. I, p. 197

(Fig. 3) Documento svevo tratto dal Carucci (…), vol. I, p. 197

Carlo I d’Angiò

Carlo I d’Angiò, figlio del re di Francia, Luigi VIII il Leone e di Bianca di Castiglia, fu re di Sicilia dal 1266, allorquando fu incoronato da papa Clemente IV fino alla sua cacciata dall’isola nel 1282 in seguito ai Vespri Siciliani (La prima Guerra del Vespro). Continuò a regnare sui territori peninsulari del Regno, con capitale Napoli, con il titolo di re di Napoli, fino alla sua morte, avvenuta nel 1285. Il Pontefice diede l’incarico d’incoronare Carlo come re di Sicilia. La cerimonia si tenne il giorno dell’Epifania del 1266, nella Basilica Lateranense a Roma, dove, alla presenza di baroni francesi e provenzali, di magistrati e di numerosi prelati, l’Angioino prestò il giuramento di obbedienza alla Chiesa e di osservanza assoluta dei patti sottoscritti, ricevendo infine la corona del Regno di Sicilia insieme con la moglie Beatrice. Carlo, raggiunto a quel punto dal grosso del suo esercito, iniziò l’attacco a Manfredi il 10 febbraio 1266  e subito i baroni della Terra di Lavoro (Puglia) si schierarono con lui, abbandonando il sovrano svevo, che fu costretto a ripiegare su Benevento. Qui, nei pressi del ponte sul fiume Calore, il 26 febbraio 1266 avvenne lo scontro decisivo, che portò alla sconfitta e morte di Manfredi nella celebre battaglia di Benevento. Con questa vittoria, Carlo, non solo conquistò il regno di Sicilia, ma fece sì che tutta l’Italia passasse sotto il dominio dei guelfi. Nel 1282, fu cacciato definitivamente dalla Sicilia. Ucciso Corradino di Svevia, fatto decapitare a Piazza del Mercato a Napoli, l’Angioino riprese a governare in modo ancor più rigidamente dispotico, sostituì i baroni ribelli con nobili francesi, confiscò tutti i beni agli avversari e trasferì la capitale del regno da Palermo a Napoli, all’epoca principale centro della Terra di Lavoro. Nel XIII secolo la Guerra del ‘Vespro’, ovvero la guerra tra Carlo I d’Angiò e poi in seguito tra Carlo II d’Angiò e Pietro d’Aragona, si sviluppò a lungo sotto le mura di Castellabate e nel Cilento in generale, ove incise sulle condizioni già precarie delle popolazioni. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle Calabrie tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. I piccoli villaggi o centri, soprattutto costieri, delle nostre terre, ebbero certamente un ruolo non marginale nelle operazioni militari di terra e di mare durante i continui scontri dell’Agioino Carlo I con i re Svevi che dominavano sul Regno di Sicilia. In questo saggio esamineremo un documento tratto dalla Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i ‘fuochi’ dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri.In un mio studio (1) che pubblicavo nel 1987, scrivevo: “Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri ed in particolare dopo la Congiura dei Baroni” (1). Nel documento (2) tratto dalla Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (…), dal Minieri-Riccio (…), e citato anche dal Del Mercato e da Infante (…), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi (focolai, famiglie): “…Cedola de focolaribus que inveniuntur diminuta per collationem factam”. Sul finire del XIII secolo, vi fu un arresto dello sviluppo di tutto il ‘Cilento‘ ed anzi il ritorno a condizioni di vita difficili a causa della ‘Guerra del Vespro’, la guerra tra gli Angioini (francesi) e gli Aragona (Spagnoli in Sicilia) che volevano impossessarsi del Regno di Napoli. Nel XIII secolo, alcuni centri del ‘basso Cilento‘ come Policastro e la baia ed il porto naturale di Sapri, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi che, dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. Nel XIII secolo la ‘Guerra del ‘Vespro’, ovvero la guerra tra Carlo II d’Angiò contro Pietro d’Aragona ed i saraceni Almugaveri che volevano conquistare il Regno di Napoli, si sviluppò a lungo sotto le mura di Castellabate e nel Cilento in generale, incidendo sulle condizioni già precarie delle popolazioni. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. La baia naturale di Sapri, ha sempre costituito un approdo sicuro e naturale alle imbarcazioni di una certa portata ed il suo piccolo porticciolo, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro, che era porto franco, riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare. A causa delle operazioni militari della guerra del ‘Vespro’, la guerra intrapresa dagli Aragonesi che volevano conquistare il Regno di Napoli angioino. Il piccolo borgo marinaro di Sapri, subì notevoli danni, tanto che Sapri, non compare sul documento (2), in questione. I piccoli borghi della nostra zona, subirono notevoli danni, tanto che, alcuni di essi compaiono in un documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i ‘fuochi’ dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro degli Angioni (i francesi) di Carlo I d’Angiò contro gli Aragonesi (spagnoli), i Saraceni Almugaveri. Purtroppo, gran parte dei documenti contenuti nei Registri Angioini, sono andati persi. Infatti, il documento (2) in questione, non fu esaminato dal Silvestri (…).  Nel 1975, lo studioso Mario Vassalluzzo (…), sulla scorta di precenti studi del Silvestri (…), pubblicò un interessante saggio  ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, da cui abbiamo tratto alcune interessanti considerazioni. Il Vassalluzzo, scriveva in proposito: “Oggi per nostra fortuna, se siamo in possesso di dati demografici per il sessantennio aragonese e per il primo censimento vicereale, lo dobbiamo alla pazienza e alla solerzia di Alfonso Silvestri (3), il quale raccogliendo in volume le carte risparmiate dalla distruzione che subì l’Archivio di Stato di Napoli nell’ultima guerra, ha messo alla portata di tutti la ‘Numeratio terre Castris Abbatis Casalibus’, dalla quale attingiamo le notizie dei fuochi del periodo Aragonese e del primo censimento vicereale, limitatamente ai Casali dipendenti al Castello dell’Abate, e la ‘Numerazione Rocce Cilenti cum Casalibus'”. Nel 1987, pubblicai a stampa lo studio: “I Villaggi deserti del Cilento” (1), dove esaminai e citai questo dcumento (2).  Purtroppo, il documento in questione (2), non esiste a causa della sua distruzione che subì nel 1943 insieme all’enorme mole di documentazione d’epoca Angioina, allora conservata nel Grande Archivio di Napoli. Il 30 settembre del 1943 una squadra di guastatori dell’esercito tedesco in ritirata appiccava il fuoco al deposito antiaereo ubicato a San Paolo Belsito presso Nola e in quel rogo andò perduta tutta la documentazione più antica dell’Archivio di Stato di Napoli. Il fondo più importante e meglio noto del Diplomatico era quello della cancelleria angioina, dove era conservato ciò che era rimasto dell’antico Archivio della r. zecca (6). Si è calcolato che i documenti tràditi prima che andassero perduti nel rogo di San Paolo Belsito fossero più di cinquecentomila. Per fortuna, gran parte di questa documentazione, fu trascritta e pubblicata da ben 350 studiosi, tra i quali il Filangieri, il Capasso, il Minieri-Riccio che avevano lavorato su questi documenti. In seguito, altri studiosi come il Carucci (…), esaminarono e pubblicarono alcuni documenti come quello che ivi presentiamo e di cui parliamo. Il Carucci (…) e Del Mercato (…), riportano interessanti documenti dell’epoca angioina. Il Carucci (…) nel suo  Codice diplomatico salernitano del XIII secolo, cita un interessantissimo documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina e che il Del Mercato (…), riporterà più tardi in stralcio. Il Del Mercato (…), scriveva in proposito: “Per quantificare l’entità dei danni, prodotti dalla Congiura e dalle operazioni militari, basti pensare che in un documento del 1271, relativo alle terre del Regno, la cui popolazione era diminuita, è citato il Cilento che risultava avere una popolazione di 110 fuochi (…)Infatti, nel documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina (2), datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (…) e dal Del Mercato (…), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie): La popolazione era calata sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi (focolai, famiglie): “Cedola de focolaribus quae invenientur diminuita collationem factam: – riportiamo solo i centri del Golfo di Policastro Pissotta 27 (Pisciotta), Cuculum 477 (Cuccaro vetere ?), S. Severinus de Camerota 9 (S. Severino di Camerota), Cornetum 2 (Corneto), Camarota 77 (Camerota), Rofranum 2 (Rofrano), Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88 (Roccagloriosa), S. Johannes ad Pirum 6 (S. Giovanni a Piro), Policastrum 124 (Policastro), ecc…Ma il documento Angioino di Carlo I, del 1271, è utile per conoscere i toponimi locali dei piccoli centri che vengono ivi citati. Nel documento alcuni centri non vengono citati come ad esempio il piccolo centro di Sapri con la sua ampia baia e porto naturale, che forse, aveva all’epoca un altro toponimo, ma è probabile che il motivo fosse che la sua popolazione fosse inclusa in quella del vicino centro di Policastro, che non aveva un vero porto ma era centro demaniale o ‘porto franco’ essendo più importante segnato sulle carte nautiche dell’epoca in rosso. Infatti, è probabile che intorno ai primi decenni del ‘300, la presenza genovese nella zona, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca, come poi vedremo. Forse a quei tempi, le strutture portuali e l’ampia baia naturale di Sapri, costituivano il Portus saprorum di Policastro (1). Il Carucci (4), nel suo pregevole studio, il vol. I, “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), del suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (4), a p. 400 e s., scriveva in proposito al documento: “1271, (a. VII di Carlo d’Angiòre di Sicilia)” (riferendosi a re Carlo I d’Angiò), “, XV indizione, 1 dicembre, Napoli. Carlo d’Angiò ordina l’esazione dei residui della tassa sui fuochi imposta per l’anno della XII indizione, e il 1° dicembre 1271 manda al giustiziere del Principato e della Terra Beneventana la cedola dei fuochi delle due provincie. Dell’odierna provincia di Salerno sono nella cedola notati i seguenti paesi: Pissotta 27 (Pisciotta), Cuculum 477 (Cuccaro vetere ?), S. Severinus de Camerota 9 (S. Severino di Camerota), Cornetum 2 (Corneto), Camarota 77 (Camerota), Rofranum 2 (Rofrano), Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88 (Roccagloriosa), S. Johannes ad Pirum 6 (S. Giovanni a Piro), Policastrum 124 (Policastro).. Poi, come possiamo vedere dall’immagine ivi, postillava: “Napoli, archivio di Stato, reg. ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, ed. MINIERI-RICCIO, Il regno di Carlo I, ecc. p. 41”  e alla sua nota (3), postillava: V. l’elenco di tutti i paesi del Principato Citra nel 3° vol. in un doc. del 9 Agoso 1299″.

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(Fig. 4) Documento (2) d’epoca Angioina, del 1271, pubblicato dal Carucci (…) e citato dal Del Mercato (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.

Il Carucci (4), trae il documento (2) dal Minieri-Riccio (5), che lo pubblicava a p. 41 (Fig…). Il Minieri-Riccio, nel documento (2), in questione che pubblicò nel 1852, scriveva in proposito come si può leggere nell’immagine di Fig. 3: “1 Dicembre. Ivi. Re Carlo ordina a Gualtiero di Collepietro Giustiziere di Principato e Terra Beneventana, di raccogliere il residuo della esazione de’ fuocolari dell’anno della 12° indizione, ed all’uopo gli manda la ‘Cedola de focolaribus quae invenientur diminuita per collactionem factam de quaternis particularibus generalis subventionis ad quaternos de focolaribus pro quibus subscripte terre et loca tenentur ad rationem de augustali uno proquolibet foculari pro primo et secundo mense sub magistratu Gualterii de Collepetro Iustidiarii Principatus et Terre Beneventane in anno XII Indictionis. Le quali terre sono: Ecc..per i seguenti focolari:” ed  elenca i centri con la nota (172)(2). I paesi con i relativi corrispondenti focolari registrati che riguardano le nostre terre, sono: “Cilento f. 110. on. 27 t. 15, Pisciotto (Pisciotta)  f. 27. on. 6. t. 22 1/2, Alfano f. 3 t. 22 1/2, Cucculo (Cuccaro Vetere) f. 477. on. 119. t. 7 1/2, S. Severino di Cammarota (S. Severino di Centola) f. 9. on. 2. t. 7 1/2, Cammarota (Camerota) f. 77. on. 19. t. 7 1/2, Corneto (Corneto Cilento) f. 2. t. 15, Tropano f. 3 t. 22 1/2, Rofrano f. 2. t. 15, Sansa f. 33. on. 8. t. 7 1/2, Padula f. 78. on. 19 t. 15, Rocca Gloriosa f. 88. on. 22., S. Giovanni a Piro f. 6. on. 1. t. 15, Policastro f. 124. on. 31.”. Poi aggiunge: “Et pro secundo mense in subscriptis terris ribelibus de prescriptis videlicet: – Policastro f. 124 ecc..”.

p. 41p. 42p. 44

(Fig. 5) Stesso documento Angioino del 1271 (2), pubblicato Minieri-Riccio (5), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.

Il documento Angioino (2) è stato citato da Del Mercato P.F., Infante A. (…), Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (25).  Il Del Mercato, dice a p. 39, nota (25) che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. 

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(Fig. 6) Documento (2) d’epoca Angioina, del 1271, pubblicato dal Carucci (…) e citato dal Del Mercato (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.

Le fortificazioni

Le torri ed i castelli, costruiti dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II ed in seguito dai Vicerè Spagnoli. Amedeo La Greca, scriveva che: “Nel 1233 Fedrico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Il La Greca (…), nell’elencare alcune delle Torri fatte costruire a difesa dall’Imperatore Svevo Federico II, si ferma a San Giovanni a Piro, ovvero ad alcune torri costruite lungo la costa di Scario. Ma l’elenco continua e, poco si è scritto su di esse. Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle  povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (…), vi erano alcune Torri preesistenti. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “La contea di Policastro fu sempre considerata un caposaldo difensivo e per le comunità del Cilento e per Salerno, infatti, anche sotto Federico II il “castrum” subì rifacimenti, finanche col contributo della baronia di Camerota (79). Il campanile a torre, nel XI secolo (80), contribuiva alla difesa del centro (81). Contro l’avanzata degli Almugaveri, durante la guerra del Vespro, fu preposto alla difesa della costa, da Salerno a Policastro, Tommaso Sanseverino (82).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Nel Codice Diplomatico Salernitano, I.”; sempre il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (80), postillava che: “(80) E’ nota una iscrizione del 1167, in G. Cataldo, op. cit.”. . Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(81) O. Siviero, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925. Il colonnato della cripta fa risalire il tempio originario ad epoca costantiniana.”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) Gli Almugaveri o Almugavari erano soldati di fanteria, velocissimi nell’attacco, feroci contro la popolazione della costa. Erano alle dipendenze di un “adil” (duce). Inizialmente erano costituiti da arabi catalani, guasconi, aragonesi, navarresi, majorchini. Furono apprestate fortificazioni anche a S. Maria, a Capitello, a Bosco, a Camerota, e presso il monte Bulgheria. A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”. Continuando il suo racconto il Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata. Nella seconda metà del XV secolo, i Petrucci ne avevano notevolmente ampliato il territorio nel basso Cilento (85). Dopo la congiura dei Baroni e il sequestro dei beni ai congiurati (86), la contea di Policastro he era stata avocata a sè dalla Corona, fu acquistata da Giovanni Carafa della Spina (87).”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (85), postillava che: “(85) E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il conte di Policastro’, Bari 1926.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (86), postillava che: “(86) ASN, Privilegi della Sommaria, nei voll. 18 e sgg.; E. Perito, ‘La congiura ….’, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(88) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F. A. Vanni, ‘Cronica di Majerà, ms, cit.”. Sui Sanseverino e sui Carafa ha scritto anche Carlo Pesce (…), nella sua ‘Storia della città di Lagonegro’.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ”Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sa- pri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri.

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(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Storico Attanasio)

(2) “…Cedola de focolaribus que inveniuntur diminuta per collationem factam: “, datato 1 Dicembre 1271, era conservato al Grande Archivio di Napoli, oggi Archivio di Stato di Napoli. E’ un documento d’epoca Angioina, “….in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita”. Il documento Angioino è stato citato da Del Mercato P.F., Infante A. (…), Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (25).  Il Del Mercato, dice a p. 39, nota (25) che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Il documento è stato pubblicato anche dal Carucci C., Codice diplomatico salernitano del secolo XIII,  (…), vol. I, ovvero ” 1201-1281- Salerno durante la dominazione sveva e quella del primo angioino – a cura di Carlo Carucci”, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, p. 400 e 401, che postillava a p. 400 che era stato tratto da Minieri-Riccio  che a sua volta l’aveva tratto da “Napoli. Archivio di Stato. Reg. Ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, in Minieri Riccio, p. 41”.  Minieri-Riccio (…), op. cit. p. 41 e s., pubblica il documento a p. 41 sotto “Anno 1271, indizione 15°, dal 1 Settembre 1271 al 31 Agosto 1272”, e che nella sua nota (172), a p. 118, postillava che il documento era così collocato: “Reg. 1272 A. n. 13 fol. 186-187 t.”. Purtroppo, questo documento angioino non esiste in originale. Gli autori come il Minieri Riccio o il Filangieri, hanno pubblicato, solo la loro trascrizione integrale che è quella che ci resta, dopo la totale distruzione della   documentazione angioina, distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”. Riguardo i Registri Angioini all’Archivio di Stato di Napoli, i Registri di Carlo I d’Angiò, si veda Filangieri R., I registri della Cancelleria angioina ricostruiti, vol. I, a cura di R. Filangieri, Napoli 1950, reg. VI, 427 p. 299; si veda pure: Dierreu Paul, Les Archives Angevines de Naples, etude sur les Registres du Roi Charles I (1265-1285), par Paul Durrieu, Tomo I, Paris, ed. E. Thorin, 1886; Mazzoleni Jole……………………………………………Recentemente abbiamo chiesto all’Archivio di Stato di Napoli, la collocazione del documento per la sua fotoriproduzione digitale ma purtroppo, la dott. ssa Orciuoli, così ci rispondeva: purtroppo la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”.

(3) Del Mercato P.F., Infante A., Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (24-25). Nella sua nota (25), a p. 39, postilla che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Ho scritto era perchè purtroppo la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”.

(4) Carucci C.,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; poi vi è il vol. III, ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946;  si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994.

(5) (Fig….) Minieri-Riccio, Il Regno di Carlo I di Angiò negli anni 1271 e 1272 per Camillo Minieri-Riccio, Napoli, Tip. di R. Rinaldi e G. Sellitto, 1875, pp. 41 e s.

(6) (Fig. 1) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, (…) e il Valerio (…), in un suo pregevole saggio. Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’

(4) Hillard-Breholles J.L.A., Historia diplomatica di Federici Secundi, Paris, 1852; si veda questo testo fondamentale per i documenti Federiciani-Svevi dal 1215 al 1220;

(5) Si veda pure: Attanasio F., ‘I villaggi deserti del Cilento’, stà i “I Corsivi”, pp. 12, 13; si veda pure: Pasanisi O., La costruzione generale delle torri marittime della Real Camera di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926; vedi pure Santoro L., Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI; vedi pure: Vassalluzzo M., Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, vedi cap. V – Distribuzione demografica sulla costa Cilentana, Cap. V, p. 207 e s. ; vedi pure Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amm.va, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.

(6) Gli Archivi Angioini, conservati nel Grande Archivio di Napoli. Il 30 settembre del 1943 una squadra di guastatori dell’esercito tedesco in ritirata appiccava il fuoco al deposito antiaereo ubicato a San Paolo Belsito presso Nola e in quel rogo andò perduta tutta la documentazione più antica dell’Archivio di Stato di Napoli. Il fondo più importante e meglio noto del Diplomatico era quello della cancelleria angioina, dove era conservato ciò che era rimasto dell’antico Archivio della r. zecca, tradizionalmente articolato in tre serie distinte, i Registri, i Fascicoli e le Arche, a loro volta ripartite in Arche in pergamena e Arche in carta bambagina. Esso conteneva non solo gli atti amministrativi, ma anche quelli politici del regno dal 1265 al 1435, constava di una serie principale di 378 registri di cancelleria, più 4 volumi composti dai frammenti fatti rilegare da Capasso, i così detti «Registri angioini nuovi», per un totale di 382 unità, delle quali 379 in pergamena e 3 in carta, di 42 volumi cartacei nei quali erano stati rilegati i fascicoli superstiti (più alcuni frammenti conservati a parte in 12 buste) e 69 volumi di atti originali rilegati, 49 in pergamena e 20 in carta, che costituivano le due serie delle Arche. Si è calcolato che i documenti tràditi prima che andassero perduti nel rogo di San Paolo Belsito fossero più di cinquecentomila. Queste stesse serie fin dal secolo XVI erano state tra le più studiate tra quelle napoletane: Filangieri calcolò, sulla base dei registri della Sala di studio dell’Archivio, che nei primi quarant’anni del secolo XX ben trecentocinquanta studiosi avevano lavorato su questo materiale, una cifra enorme, se pensiamo al limitato numero di domande di studio di quegli anni. Furono questi dati a indurre il sovrintendente a concepire l’ardito disegno di una ricostruzione dell’archivio della cancelleria angioina. Dal 1944 è in corso un paziente lavoro di ricerca mirante a ricostruire il contenuto dei registri dell’archivio della Cancelleria angioina, attraverso le testimonianze, i regesti, le descrizioni e le riproduzioni fotografiche di quei documenti. Nel 1943 Jole Mazzoleni dirigeva la Sezione politico-diplomatica dell’Archivio, la più duramente colpita dalle offese belliche, praticamente privata di tutto il diplomatico, e perciò trasformata in un ufficio di ricostruzione. La ricerca sulla scorta della tradizione indiretta, manoscritta e bibliografica, di documenti tratti dall’Archivio della r. zecca fu coordinata e realizzata da lei in prima persona, insieme con i suoi più diretti collaboratori, funzionari di quella Sezione. Si costituì così il primo gruppo di studiosi che attese fin dal 1944 al lavoro sui repertori degli antichi archivari e poi sulle trascrizioni degli archivisti napoletani, le copie legali tratte dai registri perduti, la tradizione manoscritta indiretta antica (erudita, ecclesiastica, gentilizia e comunale), sparsa negli archivi e nelle biblioteche d’Europa, e quella più recente costituita dagli archivi personali di studiosi dei secoli XIX e XX, le pergamene originali spedite dall’antica cancelleria e conservate negli archivi dei destinatari di provvedimenti regi, l’immensa letteratura sul periodo, oltre, ovviamente, gli svariati codici diplomatici editi e, non da ultimo, l’ingente patrimonio di fotografie, microfilm e trascrizioni, raccolto a Napoli, grazie all’appello del Filangieri, rivolto agli studiosi, allora ancora in vita o morti da poco, che avevano lavorato sulle carte d’età angioina nei primi quarant’anni del secolo. Queste sono le principali direttive del lavoro del Filangieri e della Mazzoleni, che con ininterrotta continuità di metodo continua ancor oggi, e che ha consentito di acquisire un’immensa congerie di trascrizioni, fotografie o semplici notizie di atti perduti delle tre serie che costituivano un tempo l’archivio della cancelleria, e ora custodite sulla scorta delle segnature archivistiche originarie. Con il ritorno della Sezione politico-diplomatica dell’Archivio alle normali attività d’Istituto, già negli anni della Direzione Mazzoleni (1956-1973), l’Ufficio della ricostruzione della cancelleria angioina è diventato una struttura di ricerca comune all’Archivio di Stato di Napoli e all’Accademia pontaniana, coordinato dal responsabile della collana di «Testi e documenti di storia napoletana», Filangieri prima, al quale subentrò nel 1959 la stessa Mazzoleni e dal 1993 Stefano Palmieri, alla cui attività editoriale attendono principalmente gli allievi più meritevoli della Scuola di paleografia, diplomatica e archivistica dell’Archivio di Stato di Napoli. Le schede dei ricostruttori non sono messe in consultazione, dal momento che non costituiscono un fondo d’archivio, ma sono frutto dell’attività di ricerca di chi negli anni ha atteso all’intrapresa, tuttavia l’Ufficio fornisce informazioni bibliografiche e archivistiche sul materiale di studio accumulato a chiunque ne faccia richiesta. A riguardo, riportiamo la risposta del Dott. Fernando Salemme, funzionario dell’Archivio di Stato di Napoli, che riguardo un’antica pergamena d’epoca Normanna così ci rispondeva: : “Gentile Professore, Il fondo Pergamene Greche, originali tratti effettivamente dagli archivi di Cava, Montecassino e Montevergine, un tempo sezioni del nostro Istituto, era composto da 326 volumi con documenti dall’anno 885 all’anno 1304: il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andata distrutta, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera, in accordo col progetto di pubblicare integralmente i documenti anteriori alla Monarchia Normanna: in questo modo la distruzione del fondo avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, per le notisime vicende dell’incendio della villa di San Paolo Belsito, ci ha lasciato almeno la conoscenza del testo ma pochissime immagini pubblicate in appendice all’opera stessa. Di questo importantissimo fondo per la storia medievale dell’Italia Meridionale restano nel nostro Museo alcuni repertori antichi: – Museo 99 C 49 – Regesti dei Voll. 3-7 delle pergamene anteriore alla monarchia.”.

(7) Silvestri A., ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, a cura della Società Salernitana di Storia Patria – Fonti II – Salerno, 1956 e, l’edizione del 1965; si veda pure: Silvestri A., Aspetti di vita economica nel Cilento alla fine del Medioevo, Società Salernitana di Storia Patria, ed. Pietro Laveglia, Nocera Inferiore, 1989.

(8) ibidem, Parc. Prov. Fascio 119, fol. 138. Si veda pure: Galasso G., Mezzogiorno medievale e moderno, ed. Einaudi, Torino, 1975.

(9) Vassalluzzo M., ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, Cap. V, p. 207 e s., stà in ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975.

 

 

Roccagloriosa e il monastero di San Mercurio

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse.

Carta del Cilento

(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (47), conservata all’Archivio di Stato di Napoli e da me scoperta e pubblicata per la prima volta

la carta parigina

(Fig. 2) Altra carta del Cilento, simile a quella da noi scoperta. Si trova conservata alla Biblioteca Nazionale di Francia.

Roccagloriosa

Da Wikipidia leggiamo che Roccagloriosa (‘A Rocca in dialetto cilentano meridionale) è un comune italiano di 1 613 abitanti della provincia di Salerno in Campania. Nel medioevo dipendevano dal feudo o baronia di Roccagloriosa i piccoli casali di Acquavena, Rocchetta (attuale Castelruggiero), Poderia e Celle di Bulgheria con una discreta estensione fondiaria. Piccolo paese del Cilento, si trova incastonata in una valle formata dai fiumi Mingardo e Bussento, a ridosso del Monte Bulgheria, a poca distanza dal comuni di Celle Bulgheria. L’Antonini (5), riguardo il paese di Roccagloriosa, scriveva in proposito: “….a tramontana trovasi la Roccagloriosa; paese grande, ed in bellissimo sito allogato: Ad esso sta quasi unito un altro piccolo paese chiamato la Rocchetta, ed ambedue hanno la veduta ne’ piani del Menicardo, delle montagne di Cuccaro, e di Laurito, come del mare sul seno Vibonese, o sia golfo di Policastro, eccc..Fu paese cosiddetto della Rocca, che i Bulgari vi fabbricarono, di cui ancora le vestigia si vedono il castello.”. Con la sua piccola frazione di Acquavena, è inserita nel territorio del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, dichiarato dall’UNESCO patrimonio dell’Umanità nel 1998. Aggrappata alle pendici rocciose del monte Capitenali, spartiacque tra la valle del fiume Bussento e quella del fiume Mingardo, Roccagloriosa conserva uno dei più importanti insediamenti medioevali del Cilento. Le prime notizie certe del borgo si hanno a partire dal VI secolo, ma Roccagloriosa può vantare una storia ben più antica, come testimoniano i numerosi ritrovamenti archeologici. Roccagloriosa, a 430 mt. s.l.m., con una superficie di 4.223 ettari di cui 2.536 all’interno del Parco, ha 1.696 abitanti. L’unica frazione è Acquavena nella cui Chiesa dona della Potentissima è possibile ammirare una statua della Vergine Maria; la leggenda narra che il legno da cui fu scolpita, provenga da un albero nel quale un pastore vide l’immagine della Madonna. Il 24 giugno si tiene la festa di San Giovanni Battista, patrono del paese. La città fu distrutta varie volte nel corso della storia in seguito alle invasioni dei Bizantini nel 550, dei Normanni nel 1100. degli Aragonesi e Angioini nel 1330, dei Mori nel 1600 e dei Borboni nel 1800. Da visitare l’area archeologica in località la Scala e il locale Antiquarium.Da tempi antichissimi il paese si specchia nel meraviglioso Golfo Policastro, fin da quando fu baluardo a guardia delle valli del Bussento e Mingardo. Dopo Paestum e Velia offre gli scavi archeologici più interessanti del Cilento, risalenti al IV secolo a.C. Sembra che all’originario nome di Rocca sia stato aggiunto anche Gloriosa omaggio all’effigie della Vergine venerata all’interno della Cappella del Castello. Durante il periodo feudale, fu ricostruito il Monastero femminile di San Mercurio, nuovamente abbandonato nei secoli successivi. All’ordine dei Cavalieri di Malta appartenevano la Chiesa San Giovanni in Fonte e quella di San Giacomo, oggi scomparsa. Da visitare: la Chiesa del Rosario, dove è conservata una statua in pietra raffigurante la Santa Maria Greca . La tradizione popolare vuole che il nome di Roccagloriosa sia il composto di del latino Rocca-ae e Gloriosa. Il primo termine sta ad indicare la collocazione strategica del paese, per secoli una roccaforte, il secondo sottolinea la venerazione per la gloriosa Maria di Nazareth. Ha origini antichissime, testimoniate da una necropoli risalente all’età del bronzo e del ferro ed un sito archeologico Lucano, risalente al IV-III secolo a.C., di notevole interesse. Nel I secolo d.C., i superstiti alla distruzione di Orbitania, eressero un nuovo insediamento, non lontano dal primo, su uno costone di roccia chiamato Armo. Il primo centro abitato dell’attuale Roccagloriosa nacque sulla rupe del Monte S. Giacomo, oggi conosciuta dai piu’ come “le Chiaie”, una collina situata a valle dell’attuale centro abitato, dove oggi vi e’ localizzato il sito cimiteriale. L’insediamento si chiamò Patrìzia, l’odierna Rocchetta, cittadina che visse fino al IV secolo d.C……Su Roccagloriosa ha scritto Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario istorico-geografico ragionato del Regno di Napoli”, nel suo vol. III, a pp. 31-32-33, alla voce “Roccagloriosa”, in proposito scriveva che: “Terra in Principato Citeriore….: “Un tempo erano di rito greco rilevandosi dalle antiche sue chiese sotto il titolo di ‘S. Maria Greca’, e ‘S. Maria dè Martiri’. Vi sono tre casali, cioè Rocchetta, Celle ed Acquavena, alla distanza presso a 2 miglia. Fin dal IX secolo nel territorio di Roccagloriosa vi esistea un monistero di monache dell’ordine ‘Cisterciense’ sotto il titolo di ‘S. Mercurio’. Nel secolo XIV fu distrutto ad avviso dell’Ughelli: ‘Sancti monialium’, ‘nulla’, egli scrive: ‘quod enim erat in oppido Roccae Gloriosae Turcam substutulerunt’. Nel 1475, però ‘Guglielmo Sanseverino’ principe di Salerno e, padrone di Roccagloriosa, ottenne dal Pontefice Sisto IV la riedificazione di tal monistero dentro le mura dall’accennata terra come dalla sua bolla ‘Datum Romae apud S. Petrum anno Incarn.: Dominicae MCCCCLXXV sept. Kal. Junii diretta all’Abate ‘monasterii S. Joannis ad Pyrum’, Dioecesis Policastrensis’: Nel secolo XVI mancarono di nuovo le monache e le rendite dal detto monistero o badia furono dal Vescovo di Policastro annessate al seminario diocesano. Fin dal 1752 fu introdotto poi giudizio nella curia del Cappellano Maggiore intorno al patronato della badia istessa. Nel catalogo de’ baroni pubblicato dal dotto ‘Borrelli (I) dopo l’opera del ‘Marchese’ intitolata ‘Vindex Neapolitanae Nobilitatis’ si legge nella rubrica di ‘Rocca Gloriosa’ si legge che: ….”. Il Giustiniani a p. 32, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Pag. 56”:

Giustiniani, p. 34, vol. VIII, Roccagloriosa

ENOTRI, SANNITI e LUCANI

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: “4. Il mondo indigeno enotro-lucano, pur arretrando inizialmente a seguito della crescente presenza greca sulla costa, è comunque ben presente nell’area tra V e IV sec., con il significativo insediamento di Roccagloriosa, e con una serie di insediamenti minori “disposti quasi a corolla all’interno del golfo di Policastro” (34), prendendo alla fine il sopravvento anche sulle città costiere. Dal V secolo a. C. fino agli inizi del III fiorisce il frurion o fortezza lucana di Roccagloriosa, poi abbandonata con l’arrivo dei Romani. Gli scavi archeologici (35) hanno restituito mura, strade, edifici d’abitazione e sacri, iscrizioni, tombe a camera principesche con ori e vasi diproduzione pestana. Importante è un frammento bronzeo con iscrizione osca, datata al 300 a.C., relativa a una legge della città, e con riferimento a magistrati chiamati meddices. Il sito di Roccagloriosa è legato ad un mercato o centro di raccolta e scambio di beni, e ad uno sfruttamento intensivo dello spazio agrario nel IV e nel III sec.; le indagini archeologiche hanno attestato una economia agricola basata sulla policoltura, con un ruolo preminente occupato dalla coltivazione della vite. Inoltre, l’analisi dei dati faunistici su un campione di ossa presenta un panorama articolato, con un 30% di bovini e un 16% di suini (36). Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V / prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V sec., vasi a vernice nera tra cui un frammento figurato di cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (37). Tutto ciò evidenzia “una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec. organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa e occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte” (38). Di fine IV – inizi III sec. è una tomba a camera monumentale in località Laurelli di Caselle in Pittari: la camera, rettangolare e alta oltre quattro metri, è preceduta da un lungo dromos o corridoio tagliato nel pendio collinare e dotato di canalette per il drenaggio; la porta era decorata con capitelli dorici; del corredo sono stati recuperati solo frammenti di vasi a vernice nera e un balsamario (39). Da quest’area provengono anche moltissimi frammenti di ceramica di IV-III sec., pesi da telaio, macine (40). Altri insediamenti indigeni sono attestati a Morigerati ed a Tortorella (41)”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (34) postillava che: “(34) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (35) postillava che: “(35) GUALTIERI – FRACCHIA 1990; GUALTIERI – FRACCHIA 2001; GUALTIERI 2001”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (36) postillava che: “(36) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 56”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (37) postillava che: “(37) JOHANNOWSKY 1983a.”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (38) postillava che: “(38) GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (39) postillava che: “(39) JOHANNOWSKY 1983b; GIUDICE 2005”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (40) postillava che: “(40) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 53”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (41) postillava che: “(41) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18; FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 32”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà:“Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…).. L’archeologa Giovanna Greco (….): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (…) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (….) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Si tratta del testo di autori vari: Greco Giovanna, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32 e p. 38.

ENOTRI

Carlo Battisti (…) diceva, tra l’altro: “Consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi.”. Il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a pp. 41-42-43, in proposito scriveva di Scidro che: “Ed è significativo appunto che quello era il paese del vino o delle viti. Ed è verisimile che quando i coloni greci vennero nella nostra penisola, vi abbiano trovato il popolo degli Enotri e che quindi siano riusciti ad assoggettarlo nelle regioni costiere ove sorse la Magna Grecia. Erano gli Enotri, non v’è dubbio della stirpe che noi chiamiamo italica, e quindi parenti degli Ausoni e degli Opici (1); e non sappiamo se la tradizione latina che li metteva in relazione con i Sabini, i quali nel loro nume progenitore Sabus vedevano il coltivatore di viti o il vendemmiatore, non riflettesse una originaria affinità con quella gente da cui, come si è visto, si facevano derivare i Sanniti. Ma questa popolazione degli Enotri, che dagli scrittori greci era ricordata la più vetusta d’Italia accanto a quella degli Ausoni, onde l’una e l’altra nella loro estensione geografica finivano con l’essere confuse, e che veniva menzionata come abitatrice di tante città, era già scomparsa al tempo dello storico Antioco, il quale parlava dei Siculi, dei Morgeti e degli Itali come di popoli derivati dagli Enotri (2). Nè traccia alcuna restava in quel tempo del popolo dei Morgeti, così detti dal loro re eponimo, e che già da un re più antico, Italo, si sarebbero chiamati Itali, ed ancor prima Enotri (3). Narravasi allora che Morgete aveva accolto presso di sè Siculo, fuggito da Roma o dal Lazio, cedendogli parte del suo regno, sicchè da quel momento il popolo sarebbe constato di Siculi e di Morgeti; ed aggiungevasi che gli uni e gli altri eran stati cacciati dagli Enotri, i quali abitavano il territorio di Reggio che qui venne popolato dai coloni calcidici, ed eran quindi passati in Sicilia, ove fu la città di Morganzio (4). Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Ed. Meyer ‘Gsch. d. Alt. II p. 494”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Antioch. apd Dyonis. H I 12 = fr. 3”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Antioch. l.c = fr. 3 “. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Antioch. apd Dionys. H. I 73 = FR. 7; sTRAB vi 257, 270.”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “v. Etym. Magn., s. v. Σìρις “. Mario Napoli (…), Archeologo e Soprintendente alle Antichità della Campania. Si tratta del testo di Mario Napoli (…) ‘Civiltà della Magna Grecia’, ed. Biblioteca di Storia Patria, Roma, 1969 e poi ristampato nel 1978. Mario Napoli che aveva rinfocolato alcune scoperte di Amedeo Maiuri a Velia, a p. 89, nel suo capitolo dedicato a “Popolazioni italiche all’arrivo dei Greci”, in proposito scriveva che: “E’ proprio degli Enotri che si può, forse, cominciare a tracciare un tentativo di ricostruzione storica, con l’ausilio delle recenti indagini archeologiche. Un’ampia regione, che ha come confini orientali il Bradano e settentrionali l’Ofanto, e che si estende sino al mare Jonio e al Tirreno, all’incirca coincidente con i confini normalmente assegnati all’Enotria, presenta, a partire dalla fine del nono o i principi dell’ottevo secolo avanti Cristo, un aspetto culturale molto omogeneo, caratterizzato da una ceramica geometrica tutta particolare, aspetto culturale che, da un particolare motivo decorativo della ceramica, chiamiamo ‘decorazione a tenda’. Vedremo meglio quest’area quando discorreremo delle regioni interne della Magna Grecia; segnaliamo per ora che i rinvenimenti di Cancellara, Melfi, Pietragalla, Serra di Vaglio, nel potentino, di Sala Consilina, nel Vallo di Diano, di Palinuro, sul Tirreno, documentano l’unità e l’estensione del territorio enotrio.”Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, ed. Palladio, a p. 22, in proposito così si esprimeva: “Alcuni storici (14) asseriscono che col termine “lucani s’intendevano più tribù di origine sannitica, inviati come coloni nell’Italia Meridionale per controllare questa regione e/o, anche, per contrapporsi, come poi fu, alla colonizzazione greca, atteso che sin dal II millennio a.C. c’erano frequentazioni micenee in questa zona per scambi commerciali”. Plinio (15) scrive che l’Italia meridionale era tenuta dai Pelasgi, dagli Enotri, dagli Itali, dai Morgeti, dai Siculi e in seguito dai Lucani nati dai Sanniti, comandati da Lucio da cui il nome. Già con questo autore latino i confini della Lucania sono più certi: dal Sele in giù con l’oppidum di Paestum, Velia, Buxentum (già Pyxous), Lao. Strabone asserisce lo stesso (16). Quest’ultimo si riferisce a Timeo, a Posidonio e ad Eratostene, il grande geografo-bibliotecario di Alessandria del secolo III a.C. Ecc…“. Il Gentile, in questo passaggio, parlando dei popoli pre-Italici o italioti, fa un richiamo ai Morgeti ed ai Siculi. Giacomo Racioppi, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a pp. 281 e ss., in proposito scriveva che: “Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi. Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordie alfabetico: “gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini e, a loro congiunti, i Numestrani”. Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi agguppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate etc….Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiue Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di “Sirini”. Non è finora noto nè il nme, nè il posto della città, capo del contado che essi abitarono; nè se ne trova menzione anche in Plinio; vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai giochi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta. Coi popoli Sirini si completa la numerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è segno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra  per la valle di quell’altroe notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo di Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formavano la valle del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti. I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando. Intopparono dapprima in genti di raza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi dissero Siculi. Ma incontrarono soprattutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero i Lucani. Si estendevano dalle spiagge del mare Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata dal secolo VI, lì intorno era gente enotria (1). Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e sull’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII e VII, poichè si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del gruppo del pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alte valli dell’Appennino.”. Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 274 e ssg., nel cap. “I popoli che i greci trovarono nell’Italia meridioale”, in proposito scriveva che: “I. Nella religione e nella mitologia dei coloni greci non si riscontrano che tracce assai tenui della civiltà dei popoli che li precedettero nelle religioni costiere dell’Italia Meridionale; e di codeste vestigia ci siamo via via occupati di proposito nel corso del nostro lavoro. Qui possiamo che riassumere e coordinare il già detto. Il popolo Illirico che, col nome comprensivo di Iapigio, occupava, intorno al 700 a.C., tutta la regione ad oriente del Bradano ecc…3. Ma ecco che, a sud di Crotone le cose cambiano nuovamente aspetto e si ripete uno stato di fatto quasi identico a quello da noi osservato sulle coste apule e salentine. Dopo la fondazione di Crotone, sembra che i coloni greci non vogliano spingersi più a sud, nel Bruzio. Ecc…Chi era dunque codesti barbari, fieri avversari dei Greci, dai quali del resto profondamente differivano per costumi e per istituzioni ? Le poche fonti che ricordano gli abitanti di quell’estremo lembo della penisola, li chiamano Siculi (Thuc. VI, 2, 4; Polyb., XII 5, 10; Polyaen., XII 6) o Itali, ed ascrivono loro origine enotrica (Ant. apd. Dionys. Halic. I 12); e i moderni studiosi non credono si debba negare  del tutto fede a queste notizie, e ammettono in generale che la gente enotrica (di stirpe della Lucania e del Bruzio (Mayer, II 494; Pais, p. 34 sgg.; De Sanctis, I 98. 108) che, oltrepassato lo stretto di Messina, avevano dato anche alla Sicilia la sua popolazione italica (Pais, p. 49. 390; Busolt, I(2) 405; Orsi, Saggi Beloch (Roma 1910), p. 155 sgg.: alquanto diversamente Mayer, Apulien, p. 329 sgg.)(1). Noi per altro, studiando le vestigia che questa gente ha lasciato della sua civiltà fra i coloni greci venuti ad abitare nel Bruzio meridionale, vi abbiamo sorpreso elementi che contrastano notevolmente con quanto conosciamo della cultura degli ario-italici ecc…Di fronte a ciò, non resta che ammettere che le popolazioni enotriche, venute a stabilirsi nell’estremità sud-occidentale dell’Italia, abbiano ivi appreso a praticare istituzioni e costumanze proprie delle genti pre-arie che abitavano quella regione (2). Sulla stirpe di questo popolo pre-italico del Bruzio meridionale è inutile per noi indagare; giacchè la notizia di Filisto (apd. Dionys. Halic. I 22; cfr. Sil. Ital., XIV 37), secondo la quale i Siculi cacciati dall’Italia erano affini ai Liguri, non riceve dalle odierne ricerche altro appoggio all’infuori di quello, certamente non decisivo, di alcuni riscontri toponomastici (letteratura del Pais, p. 56, n. 4; cfr. p. 73. 492 sgg.; cfr. De Sanctis, I 61 sgg 66). E poichè la difficoltà dei Greci a stabilirsi e a mantenersi in questa regione, fa fede dell’indole bellicosa degli abitanti di essa, siamo tentati a domandarci se i primi Italici che l’abitarono, non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, parecchi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai lucani, a loro volta sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Il Giannelli, a p. 278, nella nota (1) postillava che: “(1) Debbo richiamarmi per una seconda volta (cfr. nota I alla pag. 133) all’epigrafe di Olimpia pubblicata dal Kunze nel VII  ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). Come si è detto nel luogo citato, questa epigrafe conserva il testo di un trattato di amicizia stipulato verso il 540 a.C. dai Sibariti col popolo- a noi finora ignoto – dei ‘Serdaioi’. La identificazione di questo popolo presenta grandi difficoltà: ciò che spiega la molteplicità delle ipotesi avanzate dagli studiosi e riferite nel citato articolo di P. Zancani-Montuoro. Ammetto senz’altro che la soluzione dell’enigma proposta dalla Zancani Montuoro e confortata dagli argomenti addotti da G. Pugliese Carratelli (riferiti nell’articolo stesso) resta per ora la più convincente: i Serdei dell’epigrafe sarebbero da identificare coi Sardi. E’ il caso però di non trascurare ciò che questo nome ha suggerito al Kunze, il primo editore dell’epigrafe. Il Kunze ha creduto che nei Serdei si debba ravvisare (riferisco con le parole della Zancani- Montuoro) “un popolo barbarico dell’Italia meridionale, affatto sconosciuto, la cui sede sarebbe da ricercarsi nell’area compresa fra i territori di Sibari e di Posidonia”, cioè “una di quelle popolazioni del mezzogiorno, che formavano l’impero di Sibari, rimanendo a lei subordinate politicamente”. In tal caso, non potrebbero essere i Serdei una stirpe attardatasi nel settentrione, di quel popolo pre-italico del Bruzio, di cui si è parlato nel testo.”.

LA NECROPOLI DI ROCCAGLORIOSA

Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di  una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “La Valle del Bussento in epoca arcaica”, a p. 27 e sgg., in proposito scriveva che: “Fu la studiosa transalpina Juliette de la Geniere che per prima, oltre trent’anni or sono, effettuò una prima ricognizione di tutta la zona alla ricerca di antichi abitati indigeni databili dal VI al V secolo a.C. (3). Lungo l’antico percorso carovaniero che in epoca arcaica unica il sudovest del Vallo di Diano col Tirreno meridionale la ricercatrice francese riconobbe il sito di tre probabili abitati indigeni di notevole funzione strategica: di Sontia nell’alta Valle del Bussento, del monte San Michele (a sud di Caselle) nel medio corso, di Roccagloriosa nell’ultimo tratto. La groppa di Sanza apparve alla studiosa come “il luogo più favorevole”(4) per un insediamento a guardia del trivio carovaniero (a sudovest dell’abitato, infatti, la carovaniera proveniente dal Vallo meridionale attraverso la piana del Lago subiva un’importante diramazione: piegava a sud per Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum, ad ovest per Molpa e Palinuro attraverso Rofrano Vetere e lungo il corso del Faraone/Mingardo)(5); del secondo abitato dopo quello di Sontia, che, secondo la de La Geniere, doveva sorgere sul monte San Michele “dominante i sentieri che scendono verso Policastro e Sapri”, furono rinvenuti molti frammenti di tegole d’epoca ellenistica (6); del terzo, infine, precisato sulla cresta rocciosa, lunga due chilometri da nord a sud, tra gli attuali paesi di Castel Ruggero e Roccagloriosa” (7), la studiosa raccolse pezzi di tegole antiche e frammenti di vasi a vernice nera risalenti alla fine del VI o al principio del V sec. a.C., ed altri ancora d’epoca ellenistica. Se questa è la situazione, in epoca arcaica il centro indigeno del San Michele costituì allora il primo nucleo abitato della zona, anteriore sia al centro lucano di ‘Laurelli’ sia, ovviamente, a quello medioevale dell’attuale Caselle in Pittari. Probabile testimonianza dell’abitato arcaico sono alcuni nuraghi in miniatura – sfuggiti all’indagine della studiosa transalpina – che – sorgono sulla sommità del San Michele: tumuli di pietre grezze riproducenti ambienti angusti in cui, forse, si seppelivano i defunti in posizione rannicchiata. Bel tre villaggi, dunque, tutti in posizione strategica, a difesa d’un perscorso carovaniero non lungo ma certo vitale per la sopravvivenza delle popolazioni dell’entroterra bussentino e del Vallo di Diano. Da Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum le carovane risalivano il corso del Bussento attuando la prima tappa a Roccagloriosa (il centro che, secondo Mario Napoli, era il più accreditato non solo per difendere l’ingresso della Valle del Mingardo e del Bussento ma anche per essere centro di raccolta e di scambio delle merci )(8), dove trovavano un’importante  diramazione: procedevano verso nord lungo il corso del Faraone in direzione di Rofrano Vetere e della Croce di Pruno (passaggio obbligato per immettersi nella Valle del Calore)(9), piegava ad est verso la confluenza dello Sciarapotamo (ξηροποταμòσ, xeropotamòs, fiume secco) e di Vallone Grande nel Bussento risorto sotto Morigerati. Questo secondo percorso nel primo tratto doveva essere controllato e difeso dall’abitato del San Michele. E’ probabile ad ogni modo chea sudovest dell’attuale Caselle, più o meno all’altezza della contrada Laurelli, il tratturo subisse un’altra diramazione: piegasse ad est per salire sul San Michele, proseguisse vero nord in direzione della contrada Caporra e del passo della Decollata per immettersi facilmente nell’agro di Sontia (10). All’ultimo abitato situato a monte della Valle del Bussento si arrivva anche risalendo il corso del fiume: a norovest del San Michele, infatti, il tratturo scendeva alle falde della groppa sopra la quale sorge Caselle (versante orientale) e attraverso le contrade Mènnola, San Nicola (o Taverna), Campi e Forche, Cicirieddo, Santo Caselle, Iomàra, Sant’Aliéno, Terreno Jòdice saliva verso quella denominata Tonniello, donde entrava nell’agro di Sontia attraversando in successione quelle di Farnetàni, Ponte Nuovo, Tempe d’Agro, Petràro, senza seguire il tracciato attuale della Statale 517 (11). La carovaniera che da Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum si snodava lungo il corso del Bussento verso il Vallo, antica via del sale, difesa dai centri indigeni menzionati, dovette essere attiva sin dalla fine dell’VIII sec. a.C., quando la città di Sibari sullo Ionio cominciò a monopolizzare il commercio dei centri indigeni della costa tirrenica.”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (3) postillava: “(3) J. de La Genière, Alla ricerca di abitati antichi in Lucania, in “Atti e Memorie della Società Magna Grecia”, V (1964), pp. 129-140″. Il Fusco, a p. 78, nella nota (4) postillava: “(4) Ivi, p. 136”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (5) postillava: “(5) F. Fusco, Quando la storia tace etc…, op. cit., p. 182 seg.; Capitulationes et Pacta etc.., cit., p. 163”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (6) postillava: “(6) J. de La Genière, Alla ricerca di abitati etc., op. cit., p. 136. Così la studiosa anotò la ricognizione: “il monte S. Michele, dominante i sentieri che scendono verso Policastro e Sapri, mi parve il più adatto per un abitato: ed infatti nel salirne il pendio ho visto quasi ovunque frammenti di tegole antiche, nessuna però anteriore all’età ellenistica. La parte superiore è un pianoro spoglio dove affiora la roccia calcarea profondamente erosa. Negl’interstizi dei massi crescono solo ciuffi di lentischi e di piante spinose; in qualche punto tuttavia un pò di terra è rimasta nel cavo della roccia ed è là che ho raccolto alcuni minuscoli frammenti di vasi ellenistici a vernice nera. Esplorando il resto della montagna verso S-O, ho trovato a più riprese pezzi di tegole antiche, tutte ellenistiche o romane. Sul sentiero, che conduce alla collina della Serra, a sud della precedente, ho trovato un piccolo frammento di vaso d’impasto, di una tecnica usata nel VII sec. a.C.”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (7) postillava: “(7) Ivi.”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (8) postillava: “(8) M. Napoli, Le Genti non greche della Magna Grecia, in “Atti dell’XI Convegno di Studi sulla Magna Grecia”, Taranto, 1971, p. 402: “A Rocca Gloriosa doveva affluire il materiale della costa (Pixus) e dallinterno, e qui operarsi lo scambi, la permuta, la vendita.”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (9) postillava: “(9)F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc.., vit., p. 163”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (10) postillava: “(10) Idem, Quando la storia etc.., cit., p. 186”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (11) postillava: “(11)Ivi, p. 185. Sempre alle falde orientali del colle sopra il quale sorge l’abitato di Caselle forse s’apriva un secondo tratturo che, superato il Bussento, si inoltrava verso oriente nella Valle della Bacùta in direzione del Fortino di Casaletto Spartano e della Valle del Noce.”. Da Wikipedia leggiamo che sulla collina denominata “Le Chiaie” sono stati ritrovati reperti databili all’età del Bronzo (II millennio a.C.). Testimonianze più importanti risalgono all’età del ferro (VIII-VI secolo a.C.), in cui nella zona si sviluppò un insediamento stagionale. A partire dal V secolo a.C. si sviluppò un abitato, formato da case a pianta rettangolare allungata, posate su uno zoccolo di pietra. Dal IV al III secolo a.C. si costituisce un perimetro difensivo dell’abitato, cioè una cinta muraria costruita con blocchi di calcare, che lascia all’esterno la necropoli. All’interno della cittadina così fortificata le abitazioni si dispongono in isolati rettangolari. Su un frammento di tavola bronzea rinvenuto durante gli scavi archeologici, databile al IV-III secolo a.C., è stato ritrovato uno statuto riguardante l’ordinamento istituzionali civile dell’antica cittadina, testimoniando quindi una notevole complessità della vita civile e amministrativa del popolo dei Lucani. Nel I secolo a.C., i superstiti alla distruzione di Orbitania eressero un nuovo insediamento, non lontano dal primo, su uno costone di roccia chiamato Armo. L’insediamento si chiamò Patrìzia, l’odierna Rocchetta, cittadina che visse fino al IV secolo d.C..

Riguardo Roccagloriosa, nel 1968 ha scritto Padre Agatangelo Romaniello (….),  nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a p. 7 e sgg., in proposito scriveva che: “Roccagloriosa….La sua storia millenaria ha origini tuttora avvolte nel mistero: in parte però si chiarifica alla luce dei popoli enotri e lucani vissuti nella zona almeno dal VI sec. a.C.. Prima di esporre le origini antiche, invitiamo il lettore di questa storia a prendere visione della ‘prima piccola storia del paese’ scolpita sulla pietra oltre un secolo fa dal canonico D. Gerardo Lombardi di Roccagloriosa, e riportata sulla terza pagina di copertina. Quella pietra si trova murata all’inizio del paese, venendo dal cimitero: è il più breve compendio di quanto dice la tradizione: che Roccagloriosa etc…Questa prima breve storia sostanziata di tradizione afferma che il paese in origine era collocato nella zona di S. Giacomo (dove attualmente si trova il cimitero). A parte che anche in quella zona bisognerebbe effettuare sondaggi di scavi e constatare la credenza tradizionale, è certo che oggi il popolo continua a chiamare quella zona “Fieste”; e molto probabilmente, quando anche nella località mingardo-bussentina dominava politicamente ed economicamente la grande Sibari, quell’insediamento originario di Fieste – se esisteva – venne distrutto realmente dai Crotoniati nell’anno 510 a.C.. I primi storici, che parlarono di una città antica e sepolta dietro i Capitinali ricordata dalle tradizioni locali in Roccagloriosa, furono Lorenzo Giustiniani e Nicola Corcia (5). Nel 1964 Juliette de La Genière, in seguito ad una ricognizione locale effettuata personalmente, aveva sottolineato la potenziale importanza archeologica del sito e la sua posizione strategica sulle valli del Mingardo e del Bussento, collegata agevolmente con gli insediamenti costieri (7). Finalmente negli anni ’70 e ’80 sono iniziati e portati avanti – sia pure molto lentamente – gli scavi che hanno già dato risultati molto lusinghieri. Alcuni primi sondaggi effettuati nel 1971 da Mario Napoli, nell’ambito di un’esplorazione preliminare e superficiale della zona, avevano messo in luce alcuni tratti centrali di una cinta muraria ed un complesso di strutture su un pianoro all’esterno della parte centrale della cinta stessa, circa 150 metri ad ovest di essa (8). Etc…I principali risultati ipotetici degli scavi effettuati fino ad oggi potrebbero essere i seguenti: a) Risultano chiare tracce di insediamento primitivo dell’età del ferro. questo sia in località Carpineto (dove e stata esaminata la zona con magnetometro a protoni) e sia in altre località etc…Prima della colonizzazione greca le popolazioni indigene tra il Sele -Mare Ionio – Stretto di Messina erano prevalentemente Enotri, di origine sannita o molto affini ai Sanniti (16). Vivevano miseramente di agricoltura e allevamento, erano esposti alle sopraffazioni etc…”. Il Romaniello, a p. 16, in diverse note postillava di: “(16) C. Carucci, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1923, p. 40. La presenza degli Enotri nella zona mingardo-bussentina è attestata anche dagli scavi di Palinuro con vasi datati al VII sec. a.C. (Cfr. A. Busignani, Il regno degli Enotri in tutt’Italia, Campania, II, Firenze-Novara 1962, p. 639.”. Il Romaniello, a p. 10, nella nota (5) postillava: “(5) L. Giustiniani, Dizionario geografico – ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, voce “Roccagloriosa”. N. Corcia, Storia delle Due Sicilie, Napoli, 1847. “Roccagloriosa…., e tra questo paese e Castelruggero, rimangono i ruderi di una ignota città antica, ricordata appena da un patrio geografo (Giustiniani) meritevole delle ricerche degli archeologi”.”. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, vol. VIII, a p. 56 scriveva che: “ROCCHETTA, casale di ‘Roccagloriosa’. Si vuole surto dalla distruzione di un antico paese, ch’era nelle sue vicinanze, ove a distanza di circa un miglio verso oriente ne mostrano tuttavia i suoi avanzi. Non si può accettare qual nome avesse però avuto il suddetto paese, nè tampoco l’epoca in cui venne a mancare. Se deesi prestar credenza all’Antonini (I), egli dice quando i Saraceni vennero in Lucania tra i luoghi che occuparono furono Rivello, Castelsaraceno, Armento, LA ROCCHETTA, Camerota ed Agropoli; val quanto dice di essere stato esistente nel secolo IX: ma donde mai l’Antonini prese una tale notizia nominando la figlia, e non la madre ?. Egli è certo che Rocchetta surse nel territorio di Roccagloriosa, che ha qualche antichità, e la stessa denominazione di ‘Rocchetta’, indica essere stata posteriormente edificata. Si potrebbe soltanto credere che quelli della Rocca, si seppero così ben chiudere, e difendere, da non fare occupare il loro paese da essi ‘Saraceni’.”. Il Giustiniani a p. 56, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Part. 1 Disc. 8, p. 130. Ed. 1785”. Dunque secondo il barone Giuseppe Antonini (….), e la sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 130 e s. sosteneva che i Saraceni vennero in Lucania, essi “occuparono furono Rivello, Castelsaraceno, Armento, LA ROCCHETTA, Camerota ed Agropoli;”. Agatangelo Romaniello (….),  nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a pp. 18-19 e sgg., in proposito scriveva che: “Abbiamo già ipotizzato il nome dell’insediamento distrutto dai Crotoniati (di cui parla la ‘prima piccola storia’): “Fieste”. Invece il primo insediamento italico-enotro alle pendici dei Capitenali, che raccolse i superstiti di Fieste, riteniamo che avesse potuto avere il nome di Fistelia (nuova Fieste o piccola Fieste o gente di Fieste). Oggi il popolo chiama quella zoan “Ostritani” o “Li Stritani”, e la via che porta in quei terreni è chiamata “Fistelle” e “Finestelle”: parole derivate e distorte dal parlare dialettale e dal tempo. Né va sottaciuta la tradizione attestante che nel passato in quella zona furono trovate delle monete antiche riportanti brevi scritte osche con la immagine del bue a volto umano, del delfino con la spiga d’orzo, e della donna con i capelli sparsi. Su qualcuna di tali monete si leggeva in lettere greche la parola “Fistelia”, e su qualche altra le lettere iniziali della stessa parola “Fist” o “Ist”. Riteniamo pure che anche il secondo insediamento, quello lucano, secondo l’ipotesi precedente, conservasse la stessa denominazione di Fistelìa. L’espressione Città di Leo ci sembra piuttosto recente, e trova il suo fondamento nel fatto che quella zona – a metà strada fra Rocchetta e Castelruggero – è denominata “Pantano di Leo” (Leo doveva essere forse un capo-tribù del primo insediamento). Infine, siccome la tradizione riporta per l’insediamento lucano anche le denominazioni di “Oppidum Lucanum” e”Orbitania”, riteniamo che esse siano invalse quando Roma diede la cittadinanza romana ai Lucani ed i centri abitati di questi divennero “praefecturae” ove i funzionari romani esercitavano i poteri giurisdizionali al posto dei magistrati enotri e lucani.”.

Nel IV-III sec. a.C., il frammento di tavola bronzea di lingua Osca

Da Wikipedia, alla voce “Roccagloriosa” apprendiamo che su un frammento di tavola bronzea rinvenuto durante gli scavi archeologici, databile al IV-III secolo a.C., è stato ritrovato uno statuto riguardante l’ordinamento istituzionali civile dell’antica cittadina, testimoniando quindi una notevole complessità della vita civile e amministrativa del popolo dei Lucani (5). La nota (5) postillava del testo di Maurizio Gualtieri (….), il suo Roccagloriosa: i Lucani sul golfo di Policastro, 3ª ed., Lombardi editore”.  

Nel 330 a.C., i LUCANI

Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a pp. 3-4, in proposito scriveva che: La colonia di Micito non durò a lungo: nel V e IV secolo si moltiplicarono le invasioni barbariche che minacciarono seriamente la civiltà greca. Alcune tribù appenniniche (Sanniti, Irpini, Japigi, Lucani, Messapi, Frentani ecc.) migrarono a più riprese a sud e si estesero fino alla Puglia e alla Calabria. In Calabria i Bruzii insorsero contro i Lucani dominatori, e, con l’aiuto di Alessandro d’Epiro, li sconfissero nella grande battaglia di Paestum nel 330 a.C. Di certo in questo anno i fuggitivi di Paestum ripararono a Pixunte. Da questo momento i lucani si ritirarono definitivamente nella regione situata tra i quattro fiumi principali (Sele, Lao, Crati e Bradano), cioè la Lucania.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: “4. Il mondo indigeno enotro-lucano, pur arretrando inizialmente a seguito della crescente presenza greca sulla costa, è comunque ben presente nell’area tra V e IV sec., con il significativo insediamento di Roccagloriosa, e con una serie di insediamenti minori “disposti quasi a corolla all’interno del golfo di Policastro” (34), prendendo alla fine il sopravvento anche sulle città costiere. Dal V secolo a. C. fino agli inizi del III fiorisce il frurion o fortezza lucana di Roccagloriosa, poi abbandonata con l’arrivo dei Romani. Gli scavi archeologici (35) hanno restituito mura, strade, edifici d’abitazione e sacri, iscrizioni, tombe a camera principesche con ori e vasi diproduzione pestana. Importante è un frammento bronzeo con iscrizione osca, datata al 300 a.C., relativa a una legge della città, e con riferimento a magistrati chiamati meddices. Il sito di Roccagloriosa è legato ad un mercato o centro di raccolta e scambio di beni, e ad uno sfruttamento intensivo dello spazio agrario nel IV e nel III sec.; le indagini archeologiche hanno attestato una economia agricola basata sulla policoltura, con un ruolo preminente occupato dalla coltivazione della vite. Inoltre, l’analisi dei dati faunistici su un campione di ossa presenta un panorama articolato, con un 30% di bovini e un 16% di suini (36). Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V / prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V sec., vasi a vernice nera tra cui un frammento figurato di cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (37). Tutto ciò evidenzia “una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec. organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa e occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte” (38). Di fine IV – inizi III sec. è una tomba a camera monumentale in località Laurelli di Caselle in Pittari: la camera, rettangolare e alta oltre quattro metri, è preceduta da un lungo dromos o corridoio tagliato nel pendio collinare e dotato di canalette per il drenaggio; la porta era decorata con capitelli dorici; del corredo sono stati recuperati solo frammenti di vasi a vernice nera e un balsamario (39). Da quest’area provengono anche moltissimi frammenti di ceramica di IV-III sec., pesi da telaio, macine (40). Altri insediamenti indigeni sono attestati a Morigerati ed a Tortorella (41)”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (34) postillava che: “(34) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (35) postillava che: “(35) GUALTIERI – FRACCHIA 1990; GUALTIERI – FRACCHIA 2001; GUALTIERI 2001”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (36) postillava che: “(36) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 56”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (37) postillava che: “(37) JOHANNOWSKY 1983a.”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (38) postillava che: “(38) GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (39) postillava che: “(39) JOHANNOWSKY 1983b; GIUDICE 2005”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (40) postillava che: “(40) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 53”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (41) postillava che: “(41) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18; FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 32”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà:“Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V / prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…).. L’archeologa Giovanna Greco (….): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (…) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (….) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Si tratta del testo di autori vari: Greco Giovanna, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32 e p. 38. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “Ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v.  “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il ………………..Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 269, parlando di Palinuro, in proposito scriveva che: “Ho già detto (vedi a Molpa) del contrario avviso di M. Napoli circa l’evento prodigioso. Pertanto solo gli scavi potranno portare ulteriori elementi atti a chiarire in via definitiva l’affascinante problema.”. Significativo in proposito è quanto scrive l’Archeologa Giovanna Greco (19): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (19) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (20) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà:“Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (19).. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 177 e ssg. riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: All’immigrazione degli Enotri, degli Elleni, e degli altri popoli minori, tenne dietro, nel VI secolo a.C. quella più numerosa e forte dei Lucani. Appartenevano questi alla razza Sabellica o Sannita o Sabina, e provenivano dal Sannio, o meglio dalle vicine sponde del Silaro o Sele. Nel distaccarsi , per cresiuta popolazione, dai padri Sanniti, presero allora il nome di Lucani, o dal loro duce Lucio o Lucilio, come riferisce Plinio, o dal vocabolo greco ………lupo, col poco leggiadro significato di terra di lupi, o dal vocabolo latino lucus, bosco, quasi terra di boschi, o, infine dall’altra parola sabellica o latina lux, luce, cioè terra posta verso la plaga del cielo, onde loro veniva la luce, o terra orientale, perchè, scrive il Racioppi, “i Lucani, mossi dalle regioni abitate dalle stirpi osco-sabelliche, per occupare le terre poste alla sinistra del fiume Silaro, vennero in un paese, che è posto appunto all’oriente delle sedi originarie, onde essi uscirono”. (Vol. I pag. 14). Di qui il motto fatidico di Strabone, quasi simbolo di civiltà e di progresso: ‘Non a Lucio, sed a luce!’. “Allorchè i Sanniti – scrive il barone Antonini nell’opera succitata – per alleggerire di gente il loro paese mandarono i propri figliuoli in questa regione, la trovarono abitata dagli Enotri, da altri Greci e dai Coni, onde furon costretti, con lunga guerra, da essa cacciarli”. E infatti, come gli Enotri avevano respinto a sud i Siculi, sovrapponendosi ad essi, come i lucani, più valorosi, forti e audaci, soggiogarono e respinsero gli Enotri, estendendo rapidamente le loro conquiste fino all’estremo della penisola, fin nel paese dei Bruzii, donde, in seguito dovettero ritirarsi.”. Parlando del toponimo “Scidro”, Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” scriveva che: “….consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana….Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. Etc…” Dunque, il Battisti, riguardo il toponimo di “Scidro” scriveva che detto toponimo non solo era “pre-italiano” ma è probabile che il toponimo “Scidros” possa essere un toponimo “traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano”. Nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, nella mia nota (32) postillavo che: “(32)  Battisti C., Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964.”. Si tratta di Carlo Battisti (….) e del suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, 1964. Sul periodo pre-lucano vi sono delle evidenze archeologiche ed altro. Lo studioso locale Felice Cesarino (….), in proposito scriveva che: “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”.  Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “5. La Lucania viene occupata dai Romani successivamente alla guerra contro Taranto e Pirro, ma la loro presenza era già consistente durante le guerre sannitiche. Poseidonia diventa colonia latina con il nome di Paestum nel 273 a.C.; etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) ….ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, Griech. Gesch. Ià 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a pp. 289-299, in proposito scriveva che: Trattavasi invece di Alessandro d’Epiro o il Molosso, ch’era venuto in Italia (3) alla difesa delle città italiote minacciate dai Bruzzi e Lucani (a. 334-31); etc…”. Il Ciaceri, a p. 299, nella sua nota (3) postillava che: “(3) E, questa, del resto, la vecchia opinione del Mueller”. Interessantissimo è ciò che scrisse Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nel capitolo “Cap. I – Lotte tra le popolazioni indigene ed intervento straniero”, a p. 11, dopo aver detto del tentativo dei Tarantini di richiesta di intervento a Sparta, tentativo andato vano, scriveva pure che: La vittoria così poteva dirsi completa; ed al Molosso non restava che far ritorno alle spiagge dell’Ionio percorrendo la via più agevole, la litoranea, lungo la quale avrebbe avuto modo di far dimostrazione di forza dinanzi alle cittadine italiote che da lungo tempo eran state occupate dai Lucani, Pissunte, cioè, Scidro e Lao (3). E forse di là risalendo alle sorgenti del Laino e quindi prendendo il corso del Sinno veniva a posare in Eraclea. Etc…”. Dunque, in questo passaggio, il Ciaceri, sulla scorta del Pais (….) dice che le piccole città italiote di Pissunte, Scidro e Lao, “da lungo tempo eran state occupate dai Lucani”. Il Ciaceri (…), a p. 11, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il particolare che lo storico Lico reggino narrando le gesta di Alessandro ricordava Scidro (Stepha. B. s. v.) deve, a nostro giudizio, riferirsi al viaggio di ritorno del re da Pesto.”. Il Ciaceri, a p. 11, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Liv. VIII 24, 4-6. Certo, con esagerazione Livio parlava di 300 famiglie illustri prese come ostaggi.”. Dunque, Pixunte, poi in seguito Bussento, Scidro e Lao erano già città soggette ai Lucani. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a p. 127, riferendosi alla città di Lao, in proposito scriveva che: “Quindi si può dire senz’altro che i Sibariti dedussero tutte le loro colonie, delle quali rimangono notizie sicure, senza esagerarne il numero come ha fatto il Tropea (Storia dei Lucani, p. 168), sulla costa lucana esclusivamente, la quale cadde tutta in loro potere, dal Silaro al Lao.”.

Da Wikipedia leggiamo che Paestum, fino al 1926 Pesto, è un’antica città della Magna Grecia, chiamata dai Greci Poseidonia in onore di Poseidone, ma devotissima ad Atena ed Era. Dopo la sua conquista da parte dei Lucani venne chiamata Paistom, per poi assumere, sotto i Romani, il nome di Paestum. L’estensione del suo abitato è ancora oggi ben riconoscibile, racchiuso dalle sue mura greche, così come modificate in epoca lucana e poi romana. In una data collocabile tra il 420 a.C. e 410 a.C., i Lucani presero il sopravvento nella città, mutandone il nome in Paistom. A parte sporadici riferimenti nelle fonti, non si conoscono i particolari bellici della conquista lucana, probabilmente perché non dovette trattarsi di una conquista repentina. È un processo che è possibile riscontrare in altre località (ad esempio nella non distante Neapolis), dove vi fu una lenta, graduale, ma costante infiltrazione dell’elemento italico, dapprima richiamato dagli stessi Greci per i lavori più umili e servili, per poi divenir parte della compagine sociale mediante il commercio e la partecipazione alla vita cittadina, fino a prevalere e a sostituirsi nel potere politico della città. Sebbene letterati e poeti greci riportino il rimpianto dei Poseidoniati per la perduta libertà e per la decadenza della città, l’archeologia testimonia che il periodo di splendore proseguì ben oltre la “conquista” lucana, con la produzione di vasi dipinti (talora firmati da artisti di prim’ordine quali Assteas, Python e il Pittore di Afrodite), con sepolture copiosamente affrescate e preziosi corredi tombali. Tale ricchezza doveva derivare in larga misura dalla fertilità della piana del Sele, ma anche dalla produzione stessa di oggetti di grande qualità, parte cospicua di quei commerci instauratisi durante il periodo precedente. Neanche il carattere greco della città scomparve del tutto, come attestano, oltre la produzione dei vasi dipinti, anche la costruzione del bouleuterion e la monetazione, che preservò le sue prerogative elleniche.

SANNITI e LUCANI

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: “4. Il mondo indigeno enotro-lucano, pur arretrando inizialmente a seguito della crescente presenza greca sulla costa, è comunque ben presente nell’area tra V e IV sec., con il significativo insediamento di Roccagloriosa, e con una serie di insediamenti minori “disposti quasi a corolla all’interno del golfo di Policastro” (34), prendendo alla fine il sopravvento anche sulle città costiere. Dal V secolo a. C. fino agli inizi del III fiorisce il frurion o fortezza lucana di Roccagloriosa, poi abbandonata con l’arrivo dei Romani. Gli scavi archeologici (35) hanno restituito mura, strade, edifici d’abitazione e sacri, iscrizioni, tombe a camera principesche con ori e vasi diproduzione pestana. Importante è un frammento bronzeo con iscrizione osca, datata al 300 a.C., relativa a una legge della città, e con riferimento a magistrati chiamati meddices. Il sito di Roccagloriosa è legato ad un mercato o centro di raccolta e scambio di beni, e ad uno sfruttamento intensivo dello spazio agrario nel IV e nel III sec.; le indagini archeologiche hanno attestato una economia agricola basata sulla policoltura, con un ruolo preminente occupato dalla coltivazione della vite. Inoltre, l’analisi dei dati faunistici su un campione di ossa presenta un panorama articolato, con un 30% di bovini e un 16% di suini (36). Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V / prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V sec., vasi a vernice nera tra cui un frammento figurato di cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (37). Tutto ciò evidenzia “una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec. organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa e occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte” (38). Di fine IV – inizi III sec. è una tomba a camera monumentale in località Laurelli di Caselle in Pittari: la camera, rettangolare e alta oltre quattro metri, è preceduta da un lungo dromos o corridoio tagliato nel pendio collinare e dotato di canalette per il drenaggio; la porta era decorata con capitelli dorici; del corredo sono stati recuperati solo frammenti di vasi a vernice nera e un balsamario (39). Da quest’area provengono anche moltissimi frammenti di ceramica di IV-III sec., pesi da telaio, macine (40). Altri insediamenti indigeni sono attestati a Morigerati ed a Tortorella (41)”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (34) postillava che: “(34) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (35) postillava che: “(35) GUALTIERI – FRACCHIA 1990; GUALTIERI – FRACCHIA 2001; GUALTIERI 2001”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (36) postillava che: “(36) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 56”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (37) postillava che: “(37) JOHANNOWSKY 1983a.”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (38) postillava che: “(38) GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (39) postillava che: “(39) JOHANNOWSKY 1983b; GIUDICE 2005”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (40) postillava che: “(40) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 53”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (41) postillava che: “(41) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18; FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 32”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…).. L’archeologa Giovanna Greco (….): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (…) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (….) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Si tratta del testo di autori vari: Greco Giovanna, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32 e p. 38.

Nel V-IV sec. a.C., i Lucani egemonizzarono Lao, Scidro, Pixus, Roccagloriosa e Laurelli a Caselle in Pittari

Giacomo Devoto (….), nel suo “Gli antichi Italici”, nel cap. V parlando dei “I Lucani”, a pp. 126 e 127, in proposito scriveva che:Ma prima della fine del secolo V l’espansione italica registra un’altra importante affermazione, la costituzione di un’altra federazione, quella dei Lucani, che dalle sorgenti del Sele e del Bradano si spinsero nel territorio degli Enotri, verso la Calabria e verso Taranto, su una superficie di 14.500 km2. Sulle coste occidentali la loro avanzata è stata rapida. L’antica Posidonia con la fiorente civiltà alle foci del Sele (38), si trasforma ancora nel IV secolo nell’antica pesto, non solo politicamente ma negli usi e nella lingua, e il periplo dello Pseudo Scilace qualifica le coste come già lucane. Scidro e Pixunte furono conquistate senza che ce ne sia rimasta notizia, Lao nel 390. La sola Elea era riuscita, come Napoli, a conservarsi indipendente. Le colonie greche avevano una lunga tradizione di lotte con gli abitanti dell’interno, continuamente attratti dalle coste più fertili e ricche. Etc…”. Devoto, a p. 127, nella nota (38) postillava che:(38) v. “Not. sc.”, 1937, pp. 206-354, a cura di P. Zancani-Montuoro e Umberto Zanotti Bianco”. Padre Agatangelo Romaniello (….),  nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a p. 13 e sgg., in proposito scriveva che: “…..b) Risulta certo un secondo insediamento (di Micìtei e Lucani) con un periodo di notevole prosperità, specialmente durante il IV sec. a.C. c) Si congettura come datazione terminale di questo insediamento lucano, il II o il I sec. a.C..d) Le notizie più abbondanti e certe, riguardanti l’insediamento lucano, emergono specialmente dall’esame delle aree di necropoli, dai vari tipi di sepoltura e dai corredi tombali. e) Risulta che il pianoro immediato alla Porta Centrale fu abitato da un insediamento più evoluto ed organizzato, preoccupato principalmente della difesa dell’area con abitazioni rurali ad ampio lastricato del IV/III sec. a.C. f) Invece nel territorio più periferico sorgevano probabii fattorie con piccole aree di necropoli ed aree di approvvigionamenti: c’era, quindi, un paesaggio agrario con attività agricola mista all’allevamento, come in altre analoge aree lucane. g) Risulta pure la rilevante capacità dei Lucani nel sapere utilizzare con lo sviluppo di un allevamento razionale e di una agricoltura diversificata e organizzata per mercati regionali. h) In assenza di notizie più precise concernenti la situazione di Pixus e Palinuro nel V e IV sec. a.C., i dati emergenti da questi scavi sono molto utili per il quadro storico generale di tutta l’area interna del golfo di Policastro dal V sec. a.C alla romanizzazione. Infine, si può congetturare che il comprensorio alle spalle dei Capitenali doveva essere un punto di confluenza di stra-tratturi colleganti la zona con le regioni periferiche (vallo di Diano, valle del Mingardo, valle del Bussento e rispettiva zona marina). Ed era, almeno negli obiettivi prefissi dei Micìtei e dei Lucani che costituivano, una fortezza (alle spalle di Pixus ?), un φρουριον simile a quello di Moio della Civitella che è il classico fortino dei lucani nel sec. IV a.C. (11).”. Il Romaniello, a p. 14, nella nota (11) postillava: “(11) Cfr. Peduto, Natella, o.c., pp. 486 ss.; E. Greco, il φρουροιν di Moio della Civitella, in “Rivista di Studi Salernitani”, n. 3 (1969), pp. 389-396. “La distanza che separa Velia da Moio (Km. 34) è maggiore di quella tra Policastro e Rocchetta di Roccagloriosa (Km. 15 circa), ove sulla dorrsale del monte Capitinali, nel luogo che si chiama città di Leo, sono i resti della predetta fortificazione. Intesa, per il passato, sede effettiva di pixus, si è dimostrata in realtà un pianoro degradante calcareo, in cui gli elementi topografici per sommi capi identificabili, rivelano ciò che un dì era un recinto latamente rettangolare, che nella sua massima estensione doveva arrivare a circa un Km., con resti di murazione isodomica” (Ivi).”. Padre Agatangelo Romaniello (….),  nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a pp. 17-18 e sgg., in proposito scriveva che: “…..però la colonia micìtea dovette arrendersi ed allontanarsi per impossibilità di sviluppo dell’insediamento, a causa della povertà del suolo e principalmente per il mutato clima politico minacciato seriamente dai lucani che proprio allora si espandevano per la Campania e la Calabria (15)…..Dopo la colonizzazione greca vennero i Lucani, tribù provenienti dall’Appennino centrale, in prevalenza pastori di pecore, capre, buoi e maiali, molto rigidi ed austeri nei costumi e nell’educazione; non avevano una lingua propria, ma mescolavano l’osco alla lingua greca già esistente. Si sovrapposero ai popoli indigeni e si diffusero nell’Italia meridionale lungo gli itinerari comuni, al controllo delle valli scavate dai corsi d’acqua….etc…Nel IV sec. a.C., i loro insediamenti apparivano difesi da strutture murarie poderose, spesso in tecnica isodomica di matrice greca (17). Etc…Arrivarono anche nella zona mingardo-bussentina, e scelsero come sede la postaione strategica fra le valli (18), sul falsopiano protetto naturalmente a oriente e mezzogiorno dal monte Capitinali e collegato con gli insediamenti costieri. Difatti, a termine del falsopiano, partiva una via a gradini (“La Scala”) di pietra lavorata che saliva fino al punto più sormontabile del colle, donde scendeva poi verso la zona sottostante, e portava facilmente alla costa marina (19). Questo nuovo popolo incrementò l’attività agricola (nel terreno ricco di acqua), la pastorizia ed iniziò il commercio. Strinse amicizia con la vicina pixus, con Scidro (Sapri), Palinuro, Molpa, Leucosia, Posidonia, Salerno, e perfino Napoli e Roma. In modo particolare era interessato alla città di Pixus, molto omoda per il commercio di importazione e di esportazione. Intanto la postazione strategica scelta dai Lucani era valido osservatorio contro le scorrerie della costa, fortino di difesa, sicuro centro-deposito dei prodotti commerciali specialmente del vallo di Diano in attesa di richiesta e delle partenze – via mare – per le destinazioni vicine e lontane. In loco dovevano esservi ‘tesorieri’ ai quali era consentito di rilasciare somme di denaro ai corrieri muniti unicamente di fio. La postazione era a guardia di Pixus e delle carovaniere che vi giungevano e ne partivano: aveva a sud-est i Capitinali che si vedevano salendo da Pixus, ma dal mare nulla si poteva scorgere dell’insediamento nascosto. Sul massiccio era fissato probabilmente un posto di segnalazione da cui si poteva annunciare sia a Pixus che agli altri insediamenti costieri ogni movimento dell’interno. Il IV secolo segnò il massimo splendore dei Lucani alleati con Pixus !. Il Romaniello, a p. 16, nella nota (15) postillava: (15) C. Carucci, La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1923, p. 40….”. Il Romaniello, a p. 16, nella nota (16) postillava che: (16) C. Carucci, op. cit., ivi”. Il Romaniello, a p. 17, nella nota (17) postillava: (17) Modo di disporre i blocchi parallelepipedi uguali, in filari regolari, in modo che i giunti verticali risultino alternati. Tale specie di muratura fu usata dalla Grecia classica e poi fu portata anche nella Magnogrecia.”. Il Romaniello, a p. 17, nella nota (18) postillava: (18) Molto probabilmente i Micitei, durante il breve periodo di tempo trascorso a Pixus, avevano pensato di assicurare le spalle della colonia con quella solida città fortificata.”. Il Romaniello, a p. 18, nella nota (19) postillava: (19) Questa via, costruita dagli italioti e poi resa più comoda dai Micìtei, era diretta al golfo di Policastro. Nei secoli dopo Cristo continuò ad essere trafficata come unico sentiero di uscita dall’entroterra al golfo di Policastro, e sulle carte geografiche più antiche veniva indicata “strada delle università di Rocca e Policastro”. Oggi è inghiottita dalla macchia ed è scomparsa nell’oblio.”. Agatangelo Romaniello (….),  nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a pp. 18-19 e sgg., in proposito scriveva che: “Abbiamo già ipotizzato il nome dell’insediamento distrutto dai Crotoniati (di cui parla la ‘prima piccola storia’): “Fieste”. Invece il primo insediamento italico-enotro alle pendici dei Capitenali, che raccolse i superstiti di Fieste, riteniamo che avesse potuto avere il nome di Fistelia (nuova Fieste o piccola Fieste o gente di Fieste). Oggi il popolo chiama quella zoan “Ostritani” o “Li Stritani”, e la via che porta in quei terreni è chiamata “Fistelle” e “Finestelle”: parole derivate e distorte dal parlare dialettale e dal tempo. Né va sottaciuta la tradizione attestante che nel passato in quella zona furono trovate delle monete antiche riportanti brevi scritte osche con la immagine del bue a volto umano, del delfino con la spiga d’orzo, e della donna con i capelli sparsi. Su qualcuna di tali monete si leggeva in lettere greche la parola “Fistelia”, e su qualche altra le lettere iniziali della stessa parola “Fist” o “Ist”. Riteniamo pure che anche il secondo insediamento, quello lucano, secondo l’ipotesi precedente, conservasse la stessa denominazione di Fistelìa. L’espressione Città di Leo ci sembra piuttosto recente, e trova il suo fondamento nel fatto che quella zona – a metà strada fra Rocchetta e Castelruggero – è denominata “Pantano di Leo” (Leo doveva essere forse un capo-tribù del primo insediamento). Infine, siccome la tradizione riporta per l’insediamento lucano anche le denominazioni di “Oppidum Lucanum” e”Orbitania”, riteniamo che esse siano invalse quando Roma diede la cittadinanza romana ai Lucani ed i centri abitati di questi divennero “praefecturae” ove i funzionari romani esercitavano i poteri giurisdizionali al posto dei magistrati enotri e lucani.”.

Nel ‘356 a.C., i Bretti conquistarono Terina e di Skidros

Ettore Pais (….), nel suo “Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio romano”, vol. II, parlando della spedizione in Italia del Molosso o Alessandro d’Epiro, nel libro IX, cap. IV, a p. 601, in proposito scriveva che: “Proteggendo Thurii, Metaponto ed altre città Italiote, di cui non è esplicitamente fatto il nome, Alessandro il Molosso si ingaggiava a difenderle contro i Lucani ed i vicini Bretti. Erano costoro, come dicemmo, tra loro nemici, l’interesse comune li associava contro l’Epirota, il quale tolse loro alcune località che avevano occupato, Terina, Skidro e forse Hipponio.”. Infatti, il Pais, a p. 598, riguardo i Bruzi, in proposito scriveva che: “Non siamo esattamente informati circa l’anno preciso in cui i Bretti, staccatisi dai Lucani, vennero a riaffermare la loro confederazione etnica, se ne parla una volta solo incidentalmente per il tempo di Dionisio il Vecchio, mentre anche per gli anni precedenti al principio di lui è fatta più esplicita menzione dell’attività dei Lucani. I Bretti sono ricordati nel 356 ossia per il tempo in cui Dione, partito dal Peloponneso, mosse guerra a Dionisio ed eccitò contro i Lucani. Sarebbe interessante stabilire i relativi rapporti fra i Lucani e Bretti negli anni successivi, ma i dati superstiti non ci permettono spingere oltre lo sguardo. L’anarchia in cui si trovarono quasi tutte le città della Sicilia e d’Italia dette occasione anche ai Bretti di affermarsi e non è improbabile che alla loro azione per gli anni precedenti si accenni da Platone allorchè parla dei gravi danni che alle città Italiote venne dall’opera dei servi. Verso il 356, se stiamo a Diodoro, i Bretti s’impadronirono di Terina, di Hipponio e di altre località e d’allora in poi diventarono elemento politico che ebbe parte notevole nelle vicissitudini che s’intrecciano con i regni di Agatocle e di Pirro.”. Sempre riguardo i Bretti, o Bruzii, il Pais, a p. 598 scriveva pure che: “Della potenza raggiunta dai Bretti dette prova cospicua il vano tentativo di domarli fatto da Alessandro il Molosso, re di Epiro, zio di Alessandro il Grande.”. Il Pais, a p. 598, vol. II scriveva pure che: “Nel IV secolo i Bretti esercitarono parte preponderante sulla storia della Magna Grecia, ove politicamente per qualche tempo, ereditarono in parte quell’influenza che il  passato vi avevano esercitato le colonie Greche. In codesta età, per quel che sembra, va fissata la notizia che i Bretti distrussero la terza Sibari che sulle sponde del Traeis (Trionto) era stata fondata dai vecchi Sibariti, perseguitata dai Thurini.”. Ecco, non sappiamo e forse dovrebbe essere ulteriormente indagato quel periodo per capire se nei risvolti di quelle guerre abbia avuto un ruolo la piccola città magno-greca di Skidros. Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 282, nel cap. “I popoli che i greci trovarono nell’Italia meridioale”, in proposito scriveva che: “I. Nella religione e nella mitologia dei coloni greci non si riscontrano che tracce assai tenui della civiltà dei popoli che li precedettero nelle religioni costiere dell’Italia Meridionale;……la notizia di Filisto (apd. Dionys. Halic. I 22; cfr. Sil. Ital., XIV 37), secondo la quale i Siculi cacciati dall’Italia erano affini ai Liguri, non riceve dalle odierne ricerche altro appoggio all’infuori di quello, certamente non decisivo, di alcuni riscontri toponomastici (letteratura del Pais, p. 56, n. 4; cfr. p. 73. 492 sgg.; cfr. De Sanctis, I 61 sgg 66). E poichè la difficoltà dei Greci a stabilirsi e a mantenersi in questa regione, fa fede dell’indole bellicosa degli abitanti di essa, siamo tentati a domandarci se i primi Italici che l’abitarono, non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, parecchi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai lucani, a loro volta sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Dunque, il Giannelli ipotizzava e si chiedeva se le prime popolazioni Italiche che abitarono, non siano stati proporio i Bruzi che il Pais chiamava “Bretti”. Il Giannelli però, nella nota (1) di p. 282 cita il popolo dei “Serdaioi” del patto stipulato con Posidonia. Dunque, ai tempi della spedizione in Italia di Alessandro il Molosso, Skidros o Scidro doveva esistere già da tempo e molto probabilmente, come la città Italiota di Terina, fu assoggettata ai Bretti che l’avevano conquistata. Dunque, il Pais scriveva che la città Italiota di Skidros esisteva ai tempi della spedizione di Alessandro il Molosso e che egli la tolse ai “Bretti”, insieme alla città di Terina. Dunque, il Pais sosteneva che Scidro fosse una città dei Bretti o da loro assoggettata. Da Wikipedia sulla città di Terina leggiamo che La città di Terina fu fondata, probabilmente sul sito di un preesistente insediamento greco, nella prima metà del V secolo a.C. dai Crotoniati, dopo la vittoria di Crotone su Sibari del 510 a.C. Tra il V e il IV secolo a.C. Terina entrò a far parte della Lega Italiota con lo scopo di sottrarsi alla sempre più crescente pressione dei Lucani trovandosi costretta però ad entrare nell’area egemonica dei Siracusani per tutelarsi dalla sempre maggiore aggressività lucana. Dopo il 356 a.C. Terina venne conquistata dai Brettii. La conquista ad opera della popolazione italica però non sembra aver inciso sulla floridezza della città che, come testimoniato anche dalla sua monetazione, continuò anche sotto la dominazione bruzia. Questa fu interrotta qualche decennio dopo dalla liberazione ad opera di Alessandro il Molosso che, durante la sua campagna in Italia, liberò Terina ed altre città greche dal dominio delle popolazioni italiche. Alla morte del Molosso però (330 a.C.) la città cadde nuovamente sotto il dominio bruzio fino all’inizio del III secolo a.C. quando insieme alla madrepatria Crotone e alla vicina Ipponio fu conquistata del tiranno e re di Siracusa Agatocle. Morto Agatocle la città finì nuovamente sotto il dominio dei Bretii. Forse la stessa sorte subì la città italiota di Skidros.

A Roccagloriosa le chiese di S. Maria greca e S. Maria dei Martiri

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 154, in proposito scriveva che: A Roccagloriosa vi era la chiesa di S. Maria greca e quella di S. Maria dei martiri, etc…”. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario istorico-geografico ragionato del Regno di Napoli”, nel suo vol. III, a pp. 31-32-33, alla voce “Roccagloriosa”, in proposito scriveva che: “Terra in Principato Citeriore….: “Un tempo erano di rito greco rilevandosi dalle antiche sue chiese sotto il titolo di ‘S. Maria Greca’, e ‘S. Maria dè Martiri’.”.

Le fonti storiche

Riguardo l’epoca delle guerre Gotiche ha scritto lo storico e cronista del tempo Flavio Cassiodoro (….). Flavio Magno Aurelio Cassiodoro Senatore (latino: Flavius Magnus Aurelius Cassiodorus Senator; Scolacium, 485 circa – Scolacium, 580 circa) è stato un politico, letterato e storico romano, che visse sotto il regno romano-barbarico degli Ostrogoti e successivamente sotto l’Impero Romano d’Oriente. Percorse un’importante carriera politica sotto il governo di Teodorico il Grande (493-526), ricoprendo ruoli tanto vicini al sovrano, da far pensare in passato a un effettivo contributo diretto al progetto del re ostrogoto. Successore di Severino Boezio, oltre che consigliere, fu cancelliere del re e il compilatore delle sue lettere ufficiali e dei provvedimenti di legge; collaborò anche con i successori di Teodorico fino al 540. Nella “Chronica”, Cassiodoro fa uno  scritto di chiari intenti politici è la Chronica, una sorta di storia universale scritta nel 519 su richiesta per celebrare il consolato di Eutarico Cillica (diviso con l’imperatore Giustino), genero di Teodorico e designato al trono. Il sovrano d’Italia non aveva eredi maschi mentre Eutarico, sposandone la figlia Amalasunta, era riuscito a donargli un nipote, Atalarico. Alla luce di questa nuova dinastia, la scelta di offrire il ruolo di console a Eutarico rappresentava quindi un importante evento politico: si trattava della celebrata unione tra i Romani e i Goti, progetto che poi fallirà tragicamente. Cassiodoro scrisse anche la “Historia Gothorum”. Una delle sue opere più importanti fu il De origine actibusque Getarum (più noto come Historia Gothorum) in dodici libri, nel quale la sua ideologia filogotica era tracciata e sviluppata in maniera più organica. Si considera l’opera contemporanea o poco successiva alla Chronica, anche se più studiosi tendono a ritenerla più recente, forse composta tra il 526 e il 533. Certamente la stesura fu caldeggiata da Teoderico, per essere infine pubblicata sotto Atalarico; nonostante ciò essa ci è pervenuta solo nella versione ridotta dello storico Giordane, i Getica. Riguardo la citazione di “IORDANIS” e della sua opera “Getica”, ha scritto Luigi Tancredi (…), nel suo “Alarico, Re dei Visigoti – La localizzazione del sepolcro e del tesoro”, del 1982. Tancredi a pp. 12-13 parlando di Cassiodoro (…), in proposito scriveva che: “Sulla morte di Alarico scrisse Cassiodoro (2), ministro di Teodorico, Re degli Ostrogoti. Di Cassiodoro dobbiamo dire che era un uomo di grande formato, tanto come uomo di stato quanto pensatore e come storiografo. Le sue opere meritano fiducia, sia per la sua serietà morale, sia per il suo amore della verità. Purtroppo, non tutte ci sono pervenute, ma autori posteriori conoscevano i suoi scritti, che ora sono perduti, e ne hanno tramandato il contenuto, specialmente Secondo (3), considerato da alcuni Vescovo di Trento, e Jordanes (Giordano) (4)probabilmente vescovo, che apparteneva al seguito del Papa Vigilio e lo seguì nell’esilio a Costantinopoli. Tutt’e due sono storiografi di limitata importanza, ma trasmettono fatti contenuti in Cassiodoro. Ecc…”.  Dunque, il Tancredi scriveva che non tutte le opere di Cassiodoro ci sono pervenute e che alcuni autori posteriori, conoscendo i suoi scritti, hanno tramandato le notizie storiche che aveva scritto Cassiodoro. Il Tancredi cita Secondo (3) e cita Jordanes (Giordano). Il Tancredi (…), a p. 13, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Jordanes (Giordano) o Jornandes. Secondo gli ‘Analecta’ del Babillon, fu goto di origine e notio del re degli Alani. Abbracciato il Cristianesimo, fu vescovo di Ravenna verso il 552. Autore di una “Storia dei Goti” fino al regno di Vitige, vinto da Belisario (540), opera pubblicata in varie edizioni assieme a quella di Paolo Diacono e di Cassiodoro, e del “De origine mundi”, opera geografica dei paesi nordici, è contemporaneo di Secondo. (Cfr. Pianton Pietro: Enciclopedia Ecclesiastica, Venezia, 1858, vol. IV, pag. 1175).”. Riguardo le citazioni di Giordano o Jordanes, che ricorre spesso quando alcuni riferiscono alcune notizie storiche intorno al generale Stilicone l’Agatangelo a p. 25, nella sua nota (28) postillava che: “(28) IORDANIS, Getica, 41. E’ un’epitome della storia dei Goti, in 12 libri, di Cassiodoro.”. Carlo Troya (…), nella sua “Storia d’Italia del Medio-Evo” a p. 262 del vol. I, parte IV parlava di “XX. Ostrogoti e Visigoti. I Bulti. Anni 244”. Egli scriveva che: “Giornande sul gran numero dè Goti a giorni del re Ostrogota, figliuolo d’Isarna degli Amali (3)”. Il Troya a p. 262, nella sua nota (3) postillava: “(3) Iorn., Cap. XVI. Nam gens ista (Gothorum) ecc..”. Dunque anche il Troya cita un passo di Jornande o Giornande (…), un cronista dell’epoca. Dunque, riguardo l’opera di Jordaine (Giordano), il sacerdote Luigi Tancredi a p. 14 riferendosi all’opera di Paolo Diacono sui Longobardi, ci dice anche dell’opera di Giordano e scriveva che: “Una stupenda edizione critica fu curata dal Mommsen (6) nel 1878 per “Monumenta Germanica”. Mommsen ha pure curato la “Getica” di Jordanes e il “Chronicon” di Cassiodoro. Anche dello stesso secolo di Alarico abbiamo cronache del teologo Orosio (7), del greco Zosimo (8) e del cronista Socrates (9).”. Il sacerdote Luigi Tancredi a p. 14, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mommsen Theodor, ecc…”. Sull’opera di Cassiodoro devo aggiungere che è stata la prima storia nazionale di un popolo barbarico, la Historia Gothorum era tesa a glorificare la dinastia degli Amali, la stirpe regnante, attraverso una ricostruzione della storia dei Goti dalle origini ai tempi presenti. Il tentativo più ardito dell’opera fu – come emerge dal titolo stesso – l’identificazione dei Goti con i Geti, popolazione già nota a Erodoto e maggiormente conosciuta dal mondo romano. Il racconto narra eventi storici sino all’anno 551 e come scopo ha inoltre quello di celebrare l’unione tra Goti e Romani, qui comprovata dal matrimonio tra il romano Germano Giustino e l’amala Matasunta. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 71, nella sua nota (54) postillava che: “(54) Procopio di Cesarea, La guerra gotica, II, 20. Lo spopolamento fu tale che Bruzi e Lucani caddero, in gran parte, nelle mani di Tertulliano, figlio di Venanzio, il quale, in cambio di un trattamento più umano da parte di Giovanni, magister militum, avrebbe reso soggette e tributarie dell’Impero le due regioni (Procopio, La guerra gotica, III, 18).”. Il Campagna, a p. 71, nella sua nota (56) postillava che: “(56) Da Procopio, I, nel testo I Barbari di E. Bartolini, Longanesi, Milano; B. Lavagnini, ‘Belisario in Italia, storia di un anno (535-536), Palermo 1948.”. Il Tancredi a p. 14, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Orosio Paolo. Scrittore spagnolo, seguace di S. Agostino, morì dopo il 418. Nel libro “Apologetico” ecc…..Orosio scrisse, inoltre, “Adversus paganos”, storia in sette libri, da Adamo al 417, in cui ribatte l’accusa che il Cristianesimo fosse la causa della decadenza dell’impero romano”. Il Tancredi a p. 14, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Zosimo. Storico bizantino, pagano, visse nella seconda metà del secolo quinto. E’ autore di una “Nuova Storia” dell’impero romano, da Augusto al 410; l’opera è pervasa di spirito anticristiano.”. Il Tancredi a p. 14, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Socrates. E’ del secolo V, Procuratore legale a Costantinopoli, autore di una interessante “Storia Ecclesiastica”, relativa al periodo 305-450″. Parlando di Agropoli, di Magliano, della Molpa e di Roccagloriosa, il barone Giuseppe Antonini (…) postillava anche di Agazia (…). Agazia Scolastico (in greco bizantino: Ἀγαθίας Σχολαστικός, in latino: Agathias Scholasticus; Myrina, 536 circa – Costantinopoli, 582 circa) è stato un poeta e uno storico bizantino, fonte principale per parte del regno di Giustiniano I (527-565). Dell’attività come scholasticus é testimonianza da note a margine della Periegesi di Pausania. Infine, é pervenuta Sul regno di Giustiniano (Περί της Ιουστινιανού βασιλείας), un’opera storica in 5 libri che continua la storia di Procopio di Cesarea, di cui imita lo stile e che costituisce la principale fonte per il periodo 552-558. Gli argomenti centrali dell’opera sono le guerre combattute dall’esercito bizantino, agli ordini di Narsete, contro Goti, Vandali, Franchi e Sasanidi.

Nel ‘396 d.C. (IV sec. d.C.), il generale Stilicone sbarcò nel Golfo di Policastro e si fermò in un luogo vicino Roccagloriosa

Su Wikipedia, alla voce di storia di “Roccagloriosa” leggiamo che alla fine del IV secolo, il generale Stilicone sbarcò con i suoi soldati nel golfo di Policastro, trovò la zona adatta per l’accampamento delle sue truppe. Queste si diedero al saccheggio e alla distruzione degli abitati vicini, e gli abitanti di Patrizia. Riguardo le notizie storiche intorno al generale Stilicone nelle nostre terre non sono tantissime ma, si è parlato in riferimento ai due piccoli castrum fortificati di Roccagloriosa e di Molpa. Altre notizie riguardano Magliano Nuovo e Agropoli di cui parlerò in seguito. Riguardo Roccagloriosa, nel 1968 hanno scritto i due studiosi P. Agatangelo da Roccagloriosa e Domenico Falco (….), nel loro “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”. I due studiosi, dopo aver detto della distruzione di “Orbitania” all’epoca della II guerra Punica, a p. 14 parlando della città romana di “Patrizia”, in proposito scrivevano che: “Trascorsero così oltre cinque secoli, fino a quando gli abitanti di Patrizia non vennero disturbati da nuove guerre e distruzioni. Quando nel 396 d.Cr. il generale dell’Imperatore Onorio, Stilicone, dopo aver inseguito i Goti nella Grecia, fu obbligato a ritornare in Italia e sbarcò nel Golfo di Policastro, trovò la regione del Mingardo molto adatta per l’accampamento delle sue truppe; e li si fermò, consentendo ai suoi soldati di rifarsi con le sostanze che vi trovavano. Quando, dopo alcuni mesi, andò via, lasciando il luogo estremamente impoverito (27) e le abitazioni di Patrizia depredate e devastate. La zona dell’accampamento, dove restarono piccoli nuclei abitati, fu denominata “Stiliconia”. Oggi il popolo la chiama “Li Stritani” e “Orbitani”, nonchè le “Ruine” (28) per significare che gli antichi furono derubati e scacciati dalle truppe di Stilicone, e che ora sono restate soltanto rovine.”. I due studiosi a p. 15, nella loro nota (27) postillavano che: “(27) Muratori Ludovico Antonio, Annali d’Italia, Napoli, 1758, vol. 4, anno 296.”. I due studiosi, a p. 15, nella loro nota (28) postillavano che: “(28) Cfr. Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, i due studiosi ritenevano che nell’anno 396, Stilicone, generale dell’Imperatore Onorio, dopo aver inseguito i Goti di Alarico in Grecia, fu obbligato a ritornare in Italia e sbarcò nel Golfo di Policastro, trovò la regione del Mingardo molto adatta per l’accampamento delle sue truppe; e li si fermò, consentendo ai suoi soldati di rifarsi con le sostanze che vi trovavano.”. Agatangelo Romaniello (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Patrizia e Stilicona”, a pp. 24-25 riportava più o meno le stesse notizie scritte a due mani con il Falco ma a p. 24 scriveva che: Però venne il tempo in cui gli abitanti di Patrizia vennero disturbati da guerre e distruzioni, quando nel 396 d.C. il generale dell’imperatore Onorio, Stilicone, dopo di avere inseguito i Goti nella Grecia, fu obbligato a ritornare in Italia e sbarcò nel golfo di Policastro. Trovò la regione del Mingardo (dove gli antichi insediamenti erano già “sepolti”) molto adatta per l’accampamento delle sue truppe: e lì si fermò, consentendo ai suoi soldati di rifarsi con le sostanze che vi trovavano, ricercando anche nelle zone vicine: perciò rubarono, razziarono e dissanuarono (28).”. L’Agatangelo a p. 25, nella sua nota (28) postillava che: “(28) IORDANIS, Getica, 41. E’ un’epitome della storia dei Goti, in 12 libri, di Cassiodoro.”. Dunque, in questo testo, l’Agatangelo postillava e citava l’opera “Getica” di Cassiodoro (….), mentre nel volume scritto a quattro mani con il Falco citava il Muratori. L’Agatangelo postillava di un’epitoma di “IORDANIS” contenuta nell’opera “Getica” del cronista del tempo Cassiodoro (….). L’Agatangelo, a p. 25 continuando il suo racconto su Roccagloriosa scriveva che: “Quando, dopo alcuni mesi, il generale Stilicone andò via, lasciò il luogo (dell’antica Fistelia) estremamente impoverito e le abitazioni di Patrizia depredate e devastate. La zona dell’accampamento, dove restarono piccoli nuclei sparsi, fu denominata Stilicona: oggi il popolo la chiama “Le Ruine” per significare che gli antichi furono derubati e scacciati dalle truppe di Stilicone, e che ora sono restate soltanto rovine (29).”. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Doc. in Arch. Parrocchiale di Roccagloriosa”. Riguardo il generale Bizantino Stilicone ha scritto pure Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, dove a p. 76 parlando di Roccagloriosa in proposito scriveva che: “Nel 396 d.C., Stilicone, generale dell’Imperatore Onorio, dopo aver inseguito i Goti nella Grecia, fece ritorno in Italia. Trovò la regione del Mingardo particolarmente adatta ecc…(5).”. Il Guzzo nella sua nota (5) postillava di Agatangelo e Falco senza dare alcun ulteriore riscontro.

Nel 412, gli abitanti di Patrizia si spostarono verso la Rocca

Proseguendo il suo racconto, Romaniello Agatangelo (….) parla della fondazione del nuovo casale di Roccagloriosa, nell’anno 410, ai tempi di Alarico, ovvero 14 anni dopo la venuta di Stilicone. Agatangelo Romaniello (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Fondazione della città di Rocca”, a p. 25 in proposito scriveva che: “Intanto gli abitanti di Patrizia e i vari nuclei di Stilicona pensarono di riparare in un luogo più sicuro e più adatto alla difesa contro eventuali nemici. Avevano già ricevuto la religione cristiana probabilmente per il buono esempio di alcuni soldati dell’esercito di Stilicone: e, nell’anno 412, sulla cima del monte roccioso che stà a guardia delle vallate del Mingardo e del Bussento, poco distante da Patrizia, costruirono una chiesetta che dedicarono alla “Gloriosa Madre di Dio benedetto”: si raggrupparono intorno ad essa e costituirono la nuova città chiamata Rocca (30).”. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (30) postillava dell’appellativo di “Gloriosa”. Gli abitanti di Patrizia, in seguito ai saccheggi perpretati dalle truppe del generale Stilicone furono costretti a fondersi col nucleo originario: da questa unione nacque un nuovo insediamento, intorno ad una chiesetta del 412 dedicata alla Madonna, zona ancora oggi chiamata Rocca. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini” parlando di “Roccagloriosa”, a pp. 11-12, in proposito scriveva che : “…..; Patrizia (fino al 396 d.C.); Stiliconia (inizio sec. V)(145). Trascorsi ormai cinque secoli di pace, Stilicone, generale dell’imperatore Onorio, dop di avere inseguito i Goti della Grecia, fu obbligato a ritornare in Italia e sbarcò nel Golfo di Policastro (146). Accampatosi nella Valle del Mingardo colle sue truppe, consentì ai soldati di rifarsi con le sostanze che si trovavano, per cui in pochi mesi il luogo rimase in precarie condizioni per le continue depredazioni. (147). Gli abitanti di Patrizia, già in opposizione, sopravvissuti e uniti ai pochi di Stiliconia, ripararono in luogo più sicuro e difeso contro possibili nemici. Essi avevano ricevuto la religione cristiana per il buon esempio dei soldati di Stilicone, che avevano fatto parte dell’esercito di Teodosio e del figlio Onorio, imperatori cristiani (148); perciò, nell’anno 412 sulla cima della roccia, tra i fiumi Mingardo e Bussento, costruirono una cappella intitolata alla “Gloriosa Madre di Dio”, l’Assunta (149).”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (149) postillava: “(149) Muratori Ludovico Antonio, Annali d’Italia, Napoli, 1758, IV, (a. 296).”.

Nel 531, lo sbarco nel golfo di Policastro delle truppe dei generali Belisario e Narsete ed i Bulgari al loro seguito

Romaniello Agatangelo (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Fondazione della città di Rocca”, a p. 25 in proposito scriveva che: “Successivamente si ebbero altre devastazioni nella zona, durante la guerra gotica condotta dai generali greci Belisario e Narsete, che invasero il Bruzio e la Lucania (31). Inoltre, sconfitti i Goti da Narsete presso Nocera nel 553, ecc…”. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Muratori A., Annali d’Italia, Napoli, 1758, IV, a. 296; vedi anno 546; Procopio di Cesarea, De bello Gothorum, III, c. XVIII.”. Dunque, questo passaggio dell’Agatangelo riguarda prima dell’anno 553. L’Agatangelo citava gli Annali d’Italia di Antonio Ludovico Muratori (…), il tomo IV, l’anno 396 (non l’anno 296) e l’anno 546. Il Muratori, a p. 724 del tomo V degli Annali d’Italia, in proposito scriveva che: “Giunte a Durazzo le soldatesche condotte da Giovanni e da Isacco, Belisario di colà con questo rinforzo passò ad Otranto, e di là nel Mediterraneo (I), con giugnere infine al porto Romano, dove si mise ad aspettar Giovanni, che ito per terra, s’impadronì di Brindisi, e poi della Calabria, de Bruzj, e della Lucania, con istrage di quei pochi Goti ch’erano in quelle parti. Ma non attendanosi egli di passare per Capoa, perchè Totila vi aveva inviato trecento dè suoi più valorosi guerrieri, Belisario determinò di soccorrere come potea, ecc…”. Il Muratori, a p. 724, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Proc. De bell. Goth., libro 3, c. 18.”. Dunque il Muratori postillava dell’opera De bello Gotico di Procopio di Cesarea (…), in particolare il capitolo XVIII del libro III. L’Agatangelo citava anche Procopio di Cesarea e l’Antonini di cui parlerò in seguito.

Nel 554, dopo la vittoria di Belisario a Nocera sui Goti di Teia, i Bulgari fondarono il nuovo “castrum” di “Arce Gloriosa” (RoccaGloriosa)

Romaniello Agatangelo (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Fondazione della città di Rocca”, a p. 25 in proposito scriveva che: “Successivamente si ebbero altre devastazioni nella zona, durante la guerra gotica condotta dai generali greci Belisario e Narsete, che invasero il Bruzio e la Lucania (31). Inoltre, sconfitti i Goti da Narsete presso Nocera nel 553, molti soldati bulgheri, che avevano seguito il generale nello sbarco a Policastro, vollero restare definitivamente nella vallata sotto il monte che da loro prese il nome di Bulgheria, diedero vita ai villaggi devastati e ne costruirono dei nuovi (32). I Bulgheri – secondo la tradizione – insieme agli abitanti di Rocca, raggruppati intorno alla chiesa della Madonna Assunta in cielo, uniti ai nuovi villaggi vollero costruirsi un castello di difesa sulla cima del monte roccioso, inglobandovi la chiesetta della Madonna e dando a Rocca l’appellativo di “castrum” per eccellenza.”. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Muratori A., Annali d’Italia, Napoli, 1758, IV, a. 296; V anno 546; Procopio di Cesarea, De bello Gothorum, III, c. XVIII.”. L’Agatangelo, a p. 26, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Antonini , o. c., II, disc. VIII; Giustiniani Lorenzo, o. c., voce “Roccagloriosa”.”. Dunque, l’Agatangelo citava gli Annali d’Italia di Antonio Ludovico Muratori (…), il tomo IV, l’anno 396 (non l’anno 296) e l’anno 546. Il Muratori, a p. 724 del tomo V degli Annali d’Italia, in proposito scriveva che: “Giunte a Durazzo le soldatesche condotte da Giovanni e da Isacco, Belisario di colà con questo rinforzo passò ad Otranto, e di là nel Mediterraneo (I), con giugnere infine al porto Romano, dove si mise ad aspettar Giovanni, che ito per terra, s’impadronì di Brindisi, e poi della Calabria, de Bruzj, e della Lucania, con istrage di quei pochi Goti ch’erano in quelle parti. Ma non attendanosi egli di passare per Capoa, perchè Totila vi aveva inviato trecento dè suoi più valorosi guerrieri, Belisario determinò di soccorrere come potea, ecc…”. Il Muratori, a p. 724, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Proc. De bell. Goth., libro 3, c. 18.”. Dunque il Muratori postillava dell’opera ‘De bello Gotico’ di Procopio di Cesarea (…), in particolare il capitolo XVIII del libro III. L’Agatangelo citava anche Procopio di Cesarea e l’Antonini di cui parlerò in seguito. L’Agatangelo a p. 26, nella nota (32) postillava anche dei nuovi villaggi che dopo l’anno 554, dopo la venuta di Narsete e Belisario si andarono formando alle falde del Monte Bulgheria: Acquavena, Celle di Bulgheria, Rocchetta. L’Agatangelo citava Antonio Ludovico Muratori (…) ed i suoi ‘Annali’, vol. IV, anno 296 ed invece è l’anno 396, ma Muratori non dice nulla di Stilicone nel golfo di Policastro. Il Muratori (…) scriveva solo che Stilicone, dopo aver sconfitto i Goti di Alarico in Grecia, dovette ritornarsene in Italia. Mentre il Muratori scrive queste notizie a p. 546. Muratori scrive solo che Stilicone firmò un patto con Alarico in Grecia e se ne ritornò in Italia. Mons. Laudisio (8-9), nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 dell’edizione del Visconti (che la tradusse), sulla scorta dell’Ughelli (11) scrivendo di Roccagloriosa in proposito scriveva che:  ”A Rocca Gloriosa……poichè in seguito a varie vicende, essendo venuto in Italia l’eunuco Narsete con un esercito di bulgheri in aiuto di Belisario, alcuni di questi bulgheri, poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria. Però nel 550, non sentendosi sufficientemente sicuri, entrarono nel castello e si unirono a quelli che lo abitarono, e poichè il castello era ben munito ed era nella giurisdizione della diocesi della gloriosa Madre di Dio, lo chiamarono ‘Arce Gloriosa’ ossia ‘Rocca Gloriosa’.”. Il Laudisio, forse sulla scorta dell’Ughelli (11), affermava che un esercito di Bulgari, venuti in Italia al seguito dell’esercito del generale Bizantino Narsete in aiuto di Belisario, nella guerra Gota “poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria”, e che nell’anno 550, entrarono nel castello di “Arce Gloriosa” (Roccagloriosa). Quindi, secondo il Laudisio (8-9), a Roccagloriosa, vi era un castello che nell’anno 550 (secolo VI d.C.), diventò il rifugio delle popolazioni Bulgare che abitavano le contrade vicine e che arrivarono molto tempo prima in occasione della Guerra Gota (21). L’Antonini (5), riguardo il paese di Roccagloriosa, scriveva in proposito: Fu paese cosiddetto della Rocca, che i Bulgari vi fabbricarono, di cui ancora le vestigia si vedono il castello.”. Nel 590 fu conquistata dai Longobardi, che ingrandirono il castello. Dopo la sconfitta dei Goti ad opera dei generali greci Narsete e Belisario, avvenuta nell’anno 533, molti soldati bulgari decisero di non fare ritorno presso le loro sedi, ma si stabilirono nelle vallate. Da questi insediamenti il primo nucleo abitato a nascere fù Acquavena, attuale frazione del paese, e poi si sviluppò “Celle”, attualmente “Celle di Bulgheria”. Qui, intorno al castello che nel frattempo era stato edificato, costruirono le loro case che per difenderle poi circondarono con mura difensife dando così i natali a “Rocca”, ed il Termine “Gloriosa” che derivo’ dal culto religioso praticato nella chiesetta sovrastante il centro abitativo un comune limitrofo, ma il gruppo piu’ numeroso di questi venne a stabilirsi a Patrizia. Nel VI secolo, in seguito alle invasioni bulgare, presso la Rocca venne costruito un castello, e si costituirono gli abitati di Aquavena, Celle di Bulgheria e Rocchetta. Dalla Relazione di De Micco (18 – Fig. 11), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa (Arx Gloriosa), apprendiamo che: ” In sul finire del secolo VI i Bulgari, sulla vetta di una roccia nelle terre da essi occupate, costruirono un castello ed indi una Chiesa in onore della Beata Vergine Assunta in Cielo da cui il paese, che posteriormente vi surse, prese il nome di Roccagloriosa (Arx Gloriosa) ed i monaci Benedettini vi fondarono un Cenobio dal titolo di ‘S. Mercurio’ (1 – Antonini p. 385).”.

Antonini, p. 335

Antonini, p. 386 su Roccagloriosa

Riguardo a Celle di Bulgheria, pare che sia stato un casale di Roccagloriosa insieme a quello di Acquavena. L’Antonini (5), nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”.

Antonini, p. 387, su Poderia e Celle.PNG

Durante l’VIII e il IX secolo gli abitati furono oggetto  di numerose e violente scorrerie da parte dei Saraceni. Solo quando nel X secolo queste cessarono del tutto inizio il periodo storico noto come “Monachesimo”, con un florido periodo in cui i monaci poterono stabilirsi in particolar modo nella zona del “Mercurion”, situato tra Puglia e Basilicata. In questo tempo, fuori dalle mura di Roccagloriosa, viene eretto il monastero benedettino di “S. Mercurio”, che nel XII secolo viene destinato ad accogliere le monache cistercensi. Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella parte III, nel ‘Discorso VIII’, parlando di Celle di Bulgheria, a p. 387, scriveva che il casale di ‘le Celle’ (Celle di Bulgheria), sia stato un casale di Roccagloriosa insieme a quello di Acquavena:  “Sull’occidental falda della montagna detta di Bulgheria sono due piccioli, ma ben abitati paesi la Poderia, e le Celle, il primo fu casale del vicino S. Severino, el secondo è della descritta Rocca. “. L’Antonini (…), scriveva che Celle di Bulgheria (“le Celle”), era un “casale della descritta Rocca” (riferendosi a Roccagloriosa).

Nel 940, il monastero di S. Mercurio, di cui era abate il monaco Fantino, non era in Calabria ma è quello di Roccagloriosa ?

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a pp. 58-59 e ss., in proposito scriveva che: Di fronte alla quasi assoluta esattezza della cronologia di queste varie fasi della vita di S. Nilo, rimane però una zona un pò in ombra sotto questo riguardo. Quella cioè che intercorse tra la sua vocazione monanastica (939-940) ed il suo primo accostamento ai latini (980). Questo quarantennio a sua volta racchiude due, e forse le più importanti fasi della vita del beato…..a parte la breve parentesi di quaranta giorni trascorsi nel cenobio di S. Nazario, sito nel luogo omonimo nelle vicinanze di S. Mauro la Bruca nel Cilento, dove venne tonsurato monaco. La seconda che si svolse durante lunghi anni densi di avvenimenti di diverso genere, nell’ambiente familiare che si stendeva intorno a quello che prima era l’asceterio e dopo divenne il cenobio di S. Adriano, alle porte dell’odierno abitato di S. Demetrio Corone. Di fronte al silenzio del biografo si può però tentare di ritrovare, con molta approssimazione e che per mezzo di altre notizie concomitanti, la data che segnò il passaggio del beato dalla sua prima fase di vita monastica puramente contemplativa a quell’altra in cui egli per la prima volta appare a capo di un cenobio e nello stesso tempo si mostra interessato ad avvenimenti politici di grande importanza….Etc..”. E’ proprio in questo breve passaggi che Biagio Cappelli dichiara le sue perplessità circa il periodo del primo quarantennio di vita del monaco Nicola di Rossano e dell’assenza di sicure notizie nell’opera agiografica del Santo che riguardano questo periodo della sua vita. Il Cappelli, a p. 59 scrive chiaramente: Di fronte alla quasi assoluta esattezza della cronologia di queste varie fasi della vita di S. Nilo, rimane però una zona un pò in ombra sotto questo riguardo. Quella cioè che intercorse tra la sua vocazione monanastica (939-940) ed il suo primo accostamento ai latini (980).”. Il Cappelli, a p. 60 aggiunge che:  “Questo quarantennio a sua volta racchiude due, e forse le più importanti fasi della vita del beato. Una che comprene tutto il corso della sua vera formazione spirituale e l’altra che abbraccia la sua prima attività effettivamente cenobitica in cui cioè egli diviene capo efettivo di una comunità.”, dunque, proprio il periodo, forse un trentennio, in cui il trentenne Nicola di Rossano inizia a farsi vedere nei monasteri basiliani del basso Cilento. I dubbi che nutriva il Cappella li facciamo propri e facciamo propria l’espressione del Cappelli quando dice:  Di fronte al silenzio del biografo….”. E’ vera questa espressione ed è corretta in quanto è proprio a causa dell’assenza di alcuni riferimenti storici il primo periodo di Nicola nel basso Cilento non è ancora del tutto chiaro. Gli stessi studi su Nilo e sulle sue vicenda, molti dei quali di alcuni storici Calabri, hanno posto il luoghi frequentati da Nilo e Fantino nella Calabria settentrionale. Mi chiedo se le cose sin quì scritte sono corrette. Il Cappelli fu il primo a chiedersi tutto questo. Alcuni autori antichi che hanno scritto sulla faccenda hanno posto il monastero di S. Mercurio molto vicino al cenobio di S. Nazario, ovvero quello di Roccagloriosa.  Addirittura, l’Antonini scriveva che il cenobio di S. Nazario dipendesse dal monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa. Nilo e Fantino si frequentavano spesso e non potevano stare uno nel basso Cilento e l’altro in Calabria. Lo stesso eremo o spelonca di cui parla l’opera agiografica del santo che cita una piccola cappella dedicata all’Arcangelo Michele potrebbe essere quella posta sul “monte Pittari”, un tempo detto “monte Pitraro” non molto distante dal piccolo paese Caselle in Pittari. L’Antonini, sulla scorta dell’ ‘Autore Greco della vita di S. Nilo’ riporta un episodio che racconta del Santo aggredito perchè fu creduto un Bulgaro a causa del suo abbigliamento. Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, a pp. 385-386 riferendosi al monastero di San Mercurio di Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Il Monastero (se malamente non penso) era di Benedettini; e di questo la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse. L’avervi S. Nilo, ch’era Basiliano, abitato, e poi fabbricatovi da stesso un romitorio (1), ha fatto ad alcuni credere, che il Monastero fosse stato di Basiliani. Etc…”. L’Antonini, a p. 385, nella nota (I) postillava che: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit, dice Santorio in hist. Carbon. Monast. fol. 29. Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione dei P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Gio: a Piro; il cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto. Etc…”. Dunque, l’Antonini postilla e cita la frase  “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”, il cui significato è “(S. Nilo) andò nel cenobio di San Mercurio e da lì scelse una cella su un’alta roccia”, che secondo l’Antonini è riportata da Paolo Emilio Santorio (13) nel suo testo Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii’, a p. 29.

Antonini, p. 386 su Roccagloriosa

Dunque, l’Antonini postillava che secondo Paolo Emilio Santoro (13), S. Nilo  andò nel cenobio di San Mercurio e da lì scelse una cella su un’alta roccia”. Antonini, sulla scorta del Santorio e riferendosi al fatto che il monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa fosse stato sempre considerato un monastero femminile e non Benedettino come lui credeva, scrive pure che: “Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione dei P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Gio: a Piro; il cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto. Etc…”. Santorio (13) scriveva che S. Nilo (il manaco Nicola di Rossano) si recò presso il monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa e da li poi andò in una spelonca “in una roccia”., che dovrebbe essere quella del “monte Pitraro” a Caselle in Pittari. L’Antonini, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Il citato ‘Anonimo Greco della Vita di S. Nilo’, al fol. 7 fa menzione di tre Santi Uomini, che furono in questo Monistero al tempo di S. Nilo e così li nomina: ‘Magnum Joannem, percelebrem Fantinum (I), & angelica puritate Zachariam’, ond’ entra il dubbio che il Monistero non fosse stato di Basiliani , altrimenti l’autor di questa vita parea, che non avesse a pigliarsi la pena di ragionar di Santi d’altro istituto. Etc…”. In questo passaggio, l’Antonini scrive che nella “Vita di S. Nilo” tradotta dal Santorio è scritto che il trentenne Nicola di Rossano in Calabria si reca e fugge nel monastero di Mercurio dove vi erano già “tre Santi Uomini” che nomina:  “Magnum Joannem, percelebrem Fantinum (I), & angelica puritate Zachariam’, etc…, ovvero dei monaci Giovanni, Fantino (I) e Zaccaria. L’Antonini, a p. 386, nella nota (I) postillava che:  “(I) Fu questo Fantino in cotanta buona opinione, che a dilui onore i vicini paesani di S. Gio: a Piro gli edificarono nel di loro paese una Chiesa”. Dunque, in questo monastero di S. Mercurio vi erano già da tempo alcuni monaci famosi per la loro santità: Giovanni, Fantino e Zaccaria. Era questo il monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa ?. Inoltre, l’Antonini, sulla scorta di Pietro Marcellino di Luccia dice pure di “Fantino” che i vicini paesani di S. Giovani a Piro gli edificarono una “Chiesa”. Infatti, a S. Giovanni a Piro esiste una cappella dedicata a S. Fantino Juoniore. Credo che l’ultima postilla dell’Antonini sia dovuta a notizie tratte da Pietro Marcellino di Luccia (…). Tuttavia in questi passagggi che riguardano il monastero di San Mercurio di Roccagloriosa, l’Antonini sia stato netto e tassativo. In questo monastero che era quello di Fantino, era passato Nicola di Rossano prima e dopo essersi fatto tonsurare e monaco presso il vicino monastero o cenobio basiliano di S. Nazario. Sempre riguardo le notizie storiche tratte dal Santorio (13), l’Antonini, nella sua “Lucania – Discorsi”, Discorso VI, a pp. 333-334 riferendosi al casale ed al monastero di S. Nazario scriveva che: “Richerio (I) Abate di Montecassino, il quale cominciò il suo governo nel MXLIV, e morì nel MLIV. Egli fondò questo Casale col titolo di S. Nazario dall’altra parte del fiumicello, all’incontro, dove era fondata la Badia, ch’ oggi serve di Parrocchia agli abitanti, e che trovasi commendata al Capitolo di S. Pietro in Roma, colla giurisdizione spirituale anche nel vicino Casale degli Eremiti per bolla di Pio IV del MDLXIV. Il Mabillon, nel lib. 57 degli ‘Annali Benedettini’ scrive, che prima era una Cella fondata già dal Monaco Nantaro, il quale la donò all’Abate Richerio. Ma verrebbe la Badia esser molto più antica sentendo ciò che scrive ‘Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29. poichè vuole che S. Nilo, verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Rocca gloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario. Or essendo S. Nilo nato nel CMVI in Rossano e morto nel MII. in Paterno di Campagna, ne viene in conseguenza, che la Badia era già fondata; nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori. L’Autore Greco nella Vita di questo Santo nel fol. 8 vi aggiunge, che fu dal Superiore del Monistero di S. Mercurio mandato a quel di S. Nazario, ed ivi (fol. 15), prese l’abito: “Ea lege (secondo la traduzione, che ci va accanto) ut ne plus quadraginta dies in illo Monasterio moretur; sed cum bona ejus venia, & benedictione liceat sibi reverti ad Patres, quibus initio addictus esset”. Questa autorità mi fa credere che, o che essendo qui prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche ‘Cella’ chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abbate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, ne dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Etc…”.

Antonini, p. 334

Dunque, l’Antonini, anche in questo caso accenna al monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa e, riferendosi all’Abbazia non più esistente di S. Nazario dice che: Ma verrebbe la Badia esser molto più antica sentendo ciò che scrive ‘Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29. poichè vuole che S. Nilo, verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Rocca gloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario. Etc..”. Dunque, le interessanti notizie riportate dall’Antonini sulla scorta di Paolo Emilio Santorio (….). L’Antonini scriveva che il trentenne Nicola di Rossano prima arriva e si rifugia nel monastero di S. Mercurio (di Roccagloriosa e non in Calabria e poi in seguito viene inviato da Fantino e dal capitolo di quel monastero al vicino, o comunque non lontano monastero di S. Nazario. Infatti, l’Antonini aggiunge una sua personale considerazione a giustifica che l’Abbazia benedettina di S. Nazario fosse molto più antica e scrive che:  “Or essendo S. Nilo nato nel CMVI in Rossano e morto nel MII. in Paterno di Campagna, ne viene in conseguenza, che la Badia era già fondata; nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori. Etc…”. L’Antonini, a p. 334 aggiunge pure che: “L’Autore Greco’ nella ‘Vita’ di questo Santo nel fol. 8 vi aggiunge, che fu dal Superiore del Monistero di S. Mercurio mandato a quel di S. Nazario, ed ivi (fol. 15), prese l’abito: “Ea lege (secondo la traduzione, che ci va accanto) ut ne plus quadraginta dies in illo Monasterio moretur; sed cum bona ejus venia, & benedictione liceat sibi reverti ad Patres, quibus initio addictus esset”. Etc…”, ovvero egli scrive che secondo la pag. 8 della “Vita di S. Nilo” scritta dall'”Autore Greco” (forse S. Bartolomeo il giovane, discepolo di S. Nilo) e pubblicata dal Santoro, il trentenne Nicola di Rossano dopo essere arrivato nel monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, fu dal Superiore del Monistero di S. Mercurio mandato a quel di S. Nazario, ed ivi (fol. 15), prese l’abito” ed aggiunge la frase del Santorio che diceva: “Ea lege (secondo la traduzione, che ci va accanto) ut ne plus quadraginta dies in illo Monasterio moretur; sed cum bona ejus venia, & benedictione liceat sibi reverti ad Patres, quibus initio addictus esset”, e che “secondo la traduzione, che ci va accanto”, è scritto: “Lesse che non doveva rimanere più di quaranta giorni in quella Convenzione; ma quando i suoi beni sono perdonati, e con una benedizione, può essere permesso di tornare ai Padri, ai quali era dapprima legato”. Rilegendo però il “fol. 15” del Santorio (…..) è scritto: “Monachorum parentis: huic fe B. Lucas in disciplinam tradens omni studio, ac diligentia magistrum imitari, & mores ad animum transmittere nitebatur: nihil in illo tumidum, nihil arrogans, nihil libidinorum, demissione merifica, placidis morib, ingenio mitissimo, charitate eximia; aderant in commilitio sanctissimi et alij Monachi, Phatinus, Zaccharias, et Philaretus, de virtute, et castimonia, demissione, et pietate certamen erat, fummi athletae semper in arena, etc..”, ovvero che: “Il padre dei monaci: a questa fede B. Luca, insegnando in ogni diligenza e diligenza, si sforzò di imitare il maestro e di trasmettere le buone maniere alla mente: niente di gonfio in lui, niente di arrogante, niente di lussurioso, morì di uno sconforto meraviglioso, placido, con un intelletto molto mansueto, una carità straordinaria; Fatino, Zaccaria e Filareto erano presenti alla battaglia del santissimo e degli altri monaci, dove si disputava il valore, la castità, l’umiltà e la pietà. Etc…”.   

L’Antonini aggiunge un’altra sua considerazione sul monastero di S. Nazario e scrive che: “Questa autorità mi fa credere che, o che essendo qui prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche ‘Cella’ chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abbate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, ne dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Etc…”. Paolo Emilio Santorio Casertano (13), “Historia Monasterii Carbonensis Ordinis Sancti Basilii”, che pubblicò a Roma nel 1601. Infatti, Paolo Emilio Santorio (….), forse anche sulla scorta dell’autore che l’Antonini chiama “Autore Greco della Vita di S. Nilo”, opera agiografica e “Bios” di S. Nilo, che come si è visto fu scritta dal suo discepolo S. Bartolomeo, a pp. 28-29-30, in proposito scriveva che: “Offert se nunc beatissimus Nilus Rossani in Calabria natus non umili loco, diuturnus Carbonensis coenobij praefectus, à germana, post parentum fatum, pie educatus, clarissimum fine dubio ordinis Sancti Basilij lumen, dmirabili ingenio, praecellentiquedisciplinarum gloria, sed Christiana charitate esseruetissimus; adoloscenses delibata virguncula, proleque suscepta, facti poenitentia mire cruciatus, distributis in inopum necessitates fortunis, ad Sancti Mercurij coenobium confugit, fed urgentibus provinciae praesidis minacibus nuntijs, ne monachorum albo adscriberetur, illico recurrit ad monasterium Sancti Nazarij, ibique deposito cingulo, Christo militare incoepit, vigilatissimus & cibi, femper in procinctu, semper in castris, religionis, pietatis, charitatis, ac demissionis armis tectus cum hoste humani generis dimicare, non mislilibus, eminussue, fed cominus, pede collato, & mucrone fidei terribilis lacessere vel quiescentem, tunditur ab hoste, verbetatur, affligitur, vel illato terrore minatum, nec animo ipse strato succumbit, pedibus nudis, capite intecto, ferox, magnaq; alacritate martem poscens, fruiturque consuetudine multorum Sanctorum Monachorum, & non procul monasterio Sancto Mercurij, cellam in rupe praecelsa delegit, dicataque Michaeli Archangelo ara, vitan longe asperrimam, ac laboriosissimam duxit celestium contemplatione conditam: inde strepente barbarico classico ferrumque in pios acuente Sarraceno, Italici solito vastatore etc…”.  

Santorio P.E., p. 29Santorio, p. 30

Il Sartorio (…), riferendosi a S. Nilo, in proposito scriveva che: Ora si offre il beatissimo Nilo di Rossano, nato in Calabria, non in umile luogo, prefetto di lunga data del convento carbonese, di Germana, dopo la sorte dei suoi genitori, piamente educato, la luce più luminosa dell’ordine indubbio di san Basilio, mirabile ingegno, gloria di preminenti discipline, ma diligentissimo nella carità cristiana; Quando era giovane, si prese cura delle vergini e ne accolse la prole. Dopo aver fatto penitenza, fu molto tormentato, e dopo aver distribuito la sua fortuna ai bisognosi, si rifugiò nel convento di San Mercurio, il più vigile e di cibo, sempre in preparazione, sempre nel campo, al riparo con le armi della religione, della pietà, della carità e dell’umiltà per combattere col nemico del genere umano, da non pensare, da lontano, nutrire da vicino, con il piede attaccato, e con il becco della fede terribile da strappare o a riposo, è colpito da lui è battuto, afflitto dal nemico, o minacciato dal terrore, né lui stesso soccombe al suo letto, a piedi nudi, con la testa coperto, feroce, grande; cercando ardentemente Marte, e godendo dell’usanza di molti santi monaci, e non lontano dal monastero di San Mercurio, scelse una cella in alto nella roccia, e dedicò un altare a Michele Arcangelo, condusse una vita molto più dura, e una vita laboriosa condita di celeste contemplazione: di là fu rumoroso il barbaro classico e la spada affilata nei pii Saraceni, soliti distruttori degli Italiani etc…”. In seguito, nel 1659, la notizia fu ripresa nell”Italia Sacra’ dall’Ughelli (11) e poi in seguito ripreso dall’Antonini (5) e dal Laudisio (9). Dunque, il Santorio (….), sulla scorta del Bios agiografico di S. Nilo scritto da S. Bartolomeo (….), scriveva che, Nicola da Rossano lasciò la sua Rossano in Calabria e si recò “si rifugiò nel convento di San Mercurio”, un convento di monache clarisse che sorgeva da tempi immemorabili presso Roccagloriosa e di cui ho parlato in un altro mio saggio). Scrive il Santorio che dopo essersi “rifugiato nel convento di San Mercurio”, il giovane Nicola rientrò subito nel monastero di San Nazario” perchè Nicola da Rossano, fattosi tonsurare nel monastero di San Nazario nutrito dagli urgenti messaggi minacciosi del governatore della provincia, per paura di essere iscritto nell’elenco dei monaci”. Il Santorio scrive che il monaco Nilo, nel monastero di San Nazario, “lì deposta la sua cintura, cominciò a servire come soldato per Cristo, molto vigile e ben pasciuto, sempre pronto nell’accampamento… in spirito soccombe lui stesso al letto, piedi nudi, capo coperto, feroce, magnanimo;”. Il Santorio scrive pure che S. Nilo, “cercando ardentemente Marte, e godendo dell’usanza di molti santi monaci, e non lontano dal monastero di San Mercurio, scelse una cella in alto nella roccia, e dedicò un altare a Michele Arcangelo, condusse una vita molto più dura, e una vita laboriosa condita di celeste contemplazione”. La versione del Santorio verrà confermata in seguito, nel 1745 dal barone Giuseppe Antonini, come vedremo in seguito. Domenico Antonio Ronsini (…), parlando di Rofrano e, del suo antichissimo Monastero, in proposito scriveva che: “Dunque bisogna indietreggiare la fondazione del Cenobio almeno nell’antecedente secolo X. E ce ne porge un altro plausibile documento. S. Nilo (Vita di S. Nili, interprete Sirleto penes Marten Vet. Script. Coll. I. VI c. 715. Salmon. t. XXIII), nato in Russano nel 906 ecc…Fu tra noi in questa contrada, ed ebbe stanza in Rocca Gloriosa dove aveva un romitorio nel Cenobio dei Benedettini detto di S. Mercurio e vi fabbricò un Romitaggio, ‘et ibi cellulam in rupe praecelsa delegit’ (Santorio in Hist: Carbon. Monast. f. 29) Abitò pure nell’altro romitorio di benedettini in S. Nazario. Indi fu accolto trionfalmente in Montecassino, dove riformò i monaci di quel celebre Monasterio, trattenne 15 anni tra i Benedettini di Casaluce. Era in Roma ecc…”. Il Ronsini (…), si chiedeva se il Cenobio di Rofrano fosse stato fondato da S. Nilo, o lo trovò già fondato?. La Badia di Rofrano ebbe il titolo di Grotta Ferrata da quella di Tuscolo (Frascati), o viceversa? Scrive il Ronsini: “A me pare che lo trovò già fondato: primo perchè il greco biografo di S. Nilo, che narra le altre fondazioni, tace di questa, secondo perchè altrimenti la nostra Badia nel breve spazio di tempo di una ottantina di anni (quanti ne corron da S. Nilo al Duca Ruggiero) non poteva giungere al grado di grandezza, che descriversi nel Diploma. Quindi parmi ancora che essendo posteriore la fondazione di Frascati potè solo ricevere non già dare il titolo di Grottaferrata.”. Poi il Ronsini, parla dei ruderi di un Monastero che esisteva a Rofrano Vetere (il vecchio Rofrano), ricordato nella Vita di S. Elena o Eliena di Laurino.

Cattura

Cattura 7

(Fig….) Pagine di storia tratte dal Ronsini (…)

Il monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, cenobio basiliano o italo-greco poi in seguito “Obbedientiae” benedettina che, secondo l’Antonini diede origine al monastero di S. Nazario

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 573-574 parlando del casale e del monastero di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “Il monastero di S. Nazario culla della Congregazione niliana, è, senza dubbio, il più importante tra tutti i monasteri italo-greci sorti nel territorio dell’odierno Cilento. Nella ‘Vita di S. Nilo Juniore’, capolavoro dell’agiografia calabrese (1), si apprende che proprio in quel cenobio si recò intorno al 940 Nicola da Rossano (2) per vestirvi l’abito monastico. L’origine di questo cenobio, che per economia di lavoro non possiamo qui ricostruire, fu erroneamente attribuita dall’Antonini (3) e da qualche autore più recente a monaci del cenobio di S. Mercurio di Roccagloriosa, mentre è provato che essa risale ad asceti provenienti dal Mercurion dei confini calabro-lucani, sede, nel X secolo, di una fiorente eparchia monastica italo-greca. Si spiega così la presenza a S. Nazario (4) del giovane patrizio di Rossano che, per essersi rifugiato in un monastero dell’eparchia, aveva provocato le rimostranze della moglie (Bios, 11-13) e dei parenti nonché l’intervento dello stratega bizantino. Costui minacciò che “sarebbe stata tagliata la mano” (Bios, 16) a chiunque avesse osato tonsurarlo. Per evitare complicazioni il futuro S. Nilo partì verso “un altro dominio nella regione dei Principi” (5) longobardi di Salerno.”. Ebner, a p. 573, nella nota (I) postillava che: “(1) G. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin, Paris, 1904, p. 269. Il ‘Bios’ di S. Nilo fu scritto da S. Bartolomeo il giovane. Fu appunto il Gay a ricostruire l’itinerario di S. Nilo dal Mercurion calabro a S. Nazario (p. 270), v. pure Cappelli, cit., p. 35 sgg. e Giovannelli cit., S. Nilo ecc…, nota 17 a p. 129 sgg. Su S. Nilo il Sinaista, v. Giovannelli cit., S. Nilo ecc.., p. 125 sgg.”. Ebner, a p. 573, nella nota (2) postillava che: “(2) S. Nilo vi nacque intorno al 910. Rossano, “città che presiede ai confini della Calabria” (Bios, 5), era diventata “la più bizantina della Calabria” (Pontieri cit., Tra i Normanni etc.., p. 118) perhé sede dello stratega di quel tema dopo la conquista di Reggio (Emiro Hasan, a. 923/4).”. Ebner, a p. 573, nella nota (3) postillava che: “(3) Antonini, cit., p. 333”. Ebner, a p. 573, nella nota (4) postillava che: “(4) Bios, 30: “Per tutti i quaranta giorni che (Nilo) ebbe a dimorare nel monastero del grande Martire S. Nazario, dove aveva rivestito l’abito monastico”, v. pure ‘Bios’, 25: “Qui (S. Nazario) reso l’ossequio devoto all’egùmeno ed a tutti i fratelli (i monaci), e scongiuratili di pregare per lui il Signore, fu da essi accolto come figlio e fratello diletto”.”. Ebner, a p. 573, nella nota (5) postillava che:  “(5) “En tois meresi ton prinkipion” Cod. Cript. cit.”. Ebner, a p. 574, in proposito scriveva pure che: “Il cenobio di S. Nazario non era molto distante da Celle di Bulgheria, colonia slava, da cui Roberto il Guiscardo traeva non pochi mercenari, né dal monastero di Cuccaro (6). Più lontano il monastero di Rofrano (Km. 12), ove la tradizione vuole che S. Nilo vi avesse fondato una chiesa dedicata alla Vergine, detta poi di Grottaferrata. (7).”. Ebner, a p. 574, nella nota (6) postillava che: “(6) Bios, 26: “l’egùmeno aveva fatto il disegno di costituirlo Nilo, subito dopo averlo consacrato a Dio con la professione, egùmeno di un altro suo monastero” e cioè di S. Nicola o di S. Maria di Cuccaro.”. Ebner, a p. 574, nella nota (7) postillava che: “(7) Sull’abate Leonzio del documento di Ruggiero del 1131, v. Giovannelli cit., p. 134 sg.”. Dunque, secondo l’Ebner, il giovane patrizio Nicola di Rossano, proveniente dalla sua Calabria, si era recato presso il monastero o cenobio di S. Nazario. Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, Discorso VI, a pp. 333-334 riferendosi al casale ed al monastero di S. Nazario scriveva che: “….Ma verrebbe la Badia esser molto più antica sentendo ciò che scrive ‘Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29. poichè vuole che S. Nilo, verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Rocca gloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario. Or essendo S. Nilo nato nel CMVI in Rossano e morto nel MII. in Paterno di Campagna, ne viene in conseguenza, che la Badia era già fondata; nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori. L’Autore Greco nella Vita di questo Santo nel fol. 8 vi aggiunge, che fu dal Superiore del Monistero di S. Mercurio mandato a quel di S. Nazario, ed ivi (fol. 15), prese l’abito: “Ea lege (secondo la traduzione, che ci va accanto) ut ne plus quadraginta dies in illo Monasterio moretur; sed cum bona ejus venia, & benedictione liceat sibi reverti ad Patres, quibus initio addictus esset”. Questa autorità mi fa credere che, o che essendo qui prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche ‘Cella’ chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abbate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, ne dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Etc…”.

Antonini, p. 334

L’Antonini (…) poi, sulla scorta del Santorio (…), in ‘Historia Carbone Monasterii’, fol. 29,  riporta nelle sue note (1): “(I) ‘Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) et ibi cellulam in rupe praecelsa delegit’, dice Santonio in hist. Carbon. Monast. fol. 29. Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione dè PP. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Gio: a Piro; il di cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto.”. Dunque, Antonini, nella sua nota (I) postillava che queste notizie sono tratte da “dice Santonio in hist. Carbon. Monast. fol. 29″. Dunque, l’Antonini postillando nella sua nota (I), si riferiva alle notizie storiche ricavate dal testo di Paolo Emilio Santorio (….), ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601. Dunque, l’Antonini, sulla scorta di Paolo Emilio Santoro credeva che l’abbazia di S. Nazario fosse già esistente al tempo di S. Nilo e fosse stata fondata molto tempo prima che arrivasse S. Nilo. Antonini, sulla scorta del Santoro scriveva che S. Nilo si era recato  verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Rocca gloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario”. Dunque, secondo il Santoro, S. Nilo, nel ‘950 fuggì dal Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa per recarsi o rifugiarsi in quello di S. Nazario. Dunque, l’Antonini conclude che non sarebbe vera la notizia secondo cui l’Abbazia di S. Nazario fosse stata fondata da Nantaro e poi Richerio: nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori.”. Dunque, l’Antonini citava Paolo Emilio Santorio (….), ovvero il suo “Historia Monasterii Carbonensis Ordinis Sancti Basilii”, edito a Roma, nel 1601. Antonini cita la p. 29 Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29″. Ecco cosa scriveva P. E. Santoro a pp. 29-30: “distributis in inopum necessitates fortunis, ad Sancti Mercurij coenobium confugit, fed urgentibus provinciae praesidis minacibus nuntijs, ne monachorum albo adscriberetur, illico recurrit ad monasterium Sancti Nazarij, ibique deposito cingulo, Christo militare incoepit, vigilatissimus & cibi, femper in procinctu, semper in castris, religionis, pietatis, charitatis, ac demissionis armis tectus cum hoste humani generis dimicare, non mislilibus, eminussue, fed cominus, pede collato, & mucrone fidei terribilis lacessere vel quiescentem, tunditur ab hoste, verbetatur, affligitur, vel illato terrore minatum, nec animo ipse strato succumbit, pedibus nudis, capite intecto, ferox, magnaq; alacritate martem poscens, fruiturque consuetudine multorum Sanctorum Monachorum, & non procul monasterio Sancto Mercurij, cellam in rupe praecelta delegit , dicataque Michaeli Archangelo ara, vitan longe asperrimam, ac laboriosissimam duxit celestium contemplatione conditam: ….”.

Santorio P.E., p. 29Santorio, p. 30

Il Sartorio (…), riferendosi a S. Nilo, in proposito scriveva che: “distribuendo la sua fortuna alle necessità dei poveri, si rifugiò nel monastero di S. Mercurio, ma, sollecitato dal governatore della provincia, con messaggi minacciosi, perché non fosse aggiunto all’elenco dei monaci, corse subito di nuovo al monastero di San Nazaret; coperto delle armi della religione, della pietà, della carità e dello sconforto, per combattere il nemico del genere umano, non con i proiettili, a distanza, o di mano in mano, con il piede, lui stesso cade sotto il suo letto nella sua mente, piedi scalzi, capo nudo, feroce e grande; chiedendo con entusiasmo Marte e godendo dell’usanza di molti santi; etc…”In seguito, nel 1659, la notizia fu ripresa nell”Italia Sacra’ dall’Ughelli (11) e poi in seguito ripreso dall’Antonini (5) e dal Laudisio (9). Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’. Paolo Emilio Santorio Casertano (13), che, nel 1601,  nella sua ‘Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii’, parlando dei Monasteri Basiliani, accennava ai luoghi frequentati da S. Nilo da Rossano, ha citato l’antica donazione Normanna ancora prima che ne parlasse l’Ughelli (11). Il Santorio (13) citava l’antico privilegio concesso al Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa dal conte Leone Manso o Mausone o Mansone, signore del luogo e poi ratificato da suo nipote il conte Guidone.

Antonini, p. 386 su Roccagloriosa

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 386 riferendosi al casale ed al monastero di Roccagloriosa scriveva che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Il Monastero (se malamente non penso) era di Benedettini; e di questo la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse. L’avervi S. Nilo, ch’era Basiliano, abitato, e poi fabbricatovi da stesso un romitorio (1), ha fatto ad alcuni credere, che il Monastero fosse stato di Basiliani. Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; e volle che fosse data a Donne moniche; riserbando ai suoi eredi il diritto di presentarvi la Badessa dopo la morte di Altrude sua sorella, che allor egli nominò per la prima. Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso; e quindi dopo tre secoli e più, cioè nel MCDLXXV il Pontefice Sisto IV confermando al Signor del luogo il dritto di presentar la Badessa, trasferì il Monastero dentro le mura; ed in quello che le monache lasciavano, fece passare ad abitarvi i PP. Zoccolanti. Il citato ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’ (si tratta del manoscritto sulla “vita di S. Nilo” a cui si rifà il testo di Paolo Emilio Santorio (13)), al fol. 7., fa menzione di tre Santi Uomini, che furono di questo Monistero a tempo di S. Nilo, e così li nomina: ‘Magnum Joannem, percelebrem Fantinum (1), & Angelica puritae Zachariam, ond’ entra il dubbio che il Monistero non fosse stato de’ Basiliani, altrimenti l’autor di questa vita parea, che non avesse a pigliarsi la pena di ragionar di Santi d’altro istituto. L’Abate Ughellio Italia Sacra tomo 6, fol. 143, scrive, che questo Monastero di monache fosse stato da Turchi ruinato: ‘Quod enim erat in Oppido Roccae gloriosae Turcae fuflulerunt’; ciò che non è vero, non essendosi mai Turchi tanto entro terra inoltrati; anzi sappiamo, che le moniche vi erano fin al MDLXV poichè in tal anno vi morì Suor Maria Sanseverino, e ne fu come Abate provveduto Fabio Lanario con Breve di Sisto V. che il secolarizzò. Ma verso il MDCI il Baron della Rocca (non avendo avuto ragione di ciò che Sisto aveva fatto) presentò in Badessa Suor Beatrice Pinella monaca Benedettina il Monistero.“. L’Antonini (5), sulla scorta del Santorio (13), nella sua nota (1), riguardo la notizia di un  “Romitorio”, fabbricato a Roccagloriosa da S. Nilo da Rossano, scriveva: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. La notizia tratta dal Santorio (13), in “hist. Carbon. Monast. fol. 29”, che è il testo rappresentato alla nostra nota (13), intitolato: ‘Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii’. L’Antonini, nella sua nota (1), prosegue scrivendo: “Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione de’ P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Giovanni a Piro; il di cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto.”.

Domenico Antonio Ronsini (…), parlando di Rofrano e, del suo antichissimo Monastero, in proposito scriveva che: “Dunque bisogna indietreggiare la fondazione del Cenobio almeno nell’antecedente secolo X. E ce ne porge un altro plausibile documento. S. Nilo (Vita di S. Nili, interprete Sirleto penes Marten Vet. Script. Coll. I. VI c. 715. Salmon. t. XXIII), nato in Russano nel 906 ecc…Fu tra noi in questa contrada, ed ebbe stanza in Rocca Gloriosa dove aveva un romitorio nel Cenobio dei Benedettini detto di S. Mercurio e vi fabbricò un Romitaggio, ‘et ibi cellulam in rupe praecelsa delegit’ (Santorio in Hist: Carbon. Monast. f. 29) Abitò pure nell’altro romitorio di benedettini in S. Nazario. Indi fu accolto trionfalmente in Montecassino, dove riformò i monaci di quel celebre Monasterio, trattenne 15 anni tra i Benedettini di Casaluce. Era in Roma ecc…”. Il Ronsini (…), si chiedeva se il Cenobio di Rofrano fosse stato fondato da S. Nilo, o lo trovò già fondato?. La Badia di Rofrano ebbe il titolo di Grotta Ferrata da quella di Tuscolo (Frascati), o viceversa? Scrive il Ronsini: “A me pare che lo trovò già fondato: primo perchè il greco biografo di S. Nilo, che narra le altre fondazioni, tace di questa, secondo perchè altrimenti la nostra Badia nel breve spazio di tempo di una ottantina di anni (quanti ne corron da S. Nilo al Duca Ruggiero) non poteva giungere al grado di grandezza, che descriversi nel Diploma. Quindi parmi ancora che essendo posteriore la fondazione di Frascati potè solo ricevere non già dare il titolo di Grottaferrata.”. Poi il Ronsini, parla dei ruderi di un Monastero che esisteva a Rofrano Vetere (il vecchio Rofrano), ricordato nella Vita di S. Elena o Eliena di Laurino.

Cattura

Cattura 7

(Fig….) Pagine di storia tratte dal Ronsini (…)

Nel XII secolo, con la venuta dei Normanni molti cenobi basiliani o italo-greci diventarono benedettini

Alle notizie precedenti dobbiamo aggiungere che i tre monasteri riattivati dal cone Leone, di stirpe Normanna divennero Benedettini. Infatti, sempre il sacerdote Agatangelo Romaniello (…), a p. 30, in proposito scriveva che: “Nel 1070 gran parte del basso Cilento passò alle dipendenze della Badia di Cava dei Tirreni che assunse ben presto a gran splendore e continuò in forma più legale ed organizzata l’opera benefica iniziata dai monasteri benedettini e basiliani del basso Cilento, superando con risultati maggiori e migliori i mille particolarismi dei precedenti cenobi chiusi ed indipendenti tra loro (38).”. Il Romaniello, a p. 30, nella sua nota (38) postillava che: “(38) Nella biblioteca della Badia di Cava dei Tirreni esistono numerosi atti originali di concessioni e vendite di terreni datati dal secolo XI in poi: ne esistono appena nove riguardanti vendite di terreni appartenenti al comprensorio di Roccagloriosa (cfr. arca 53, 113; 76, 52; arca 86, 18; arca 86, 45).”.

L’opera di  latinizzazione nel basso Cilento e nel Vallo di Diano

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assetto territoriale nella prima età normanna’, a p. 83 così si esprimeva: “Il primo assetto della penetrazione normanna nel Vallo di Diano è strettamente legato alla rilevante diffusione nel territorio di insediamenti benedettini, divisi tra le dipendenze della S.ma Trinità di Venosa, che controllano con la loro gestione una parte rilevante di tutto il versante orientale della vallata, e i priorati della Trinità di Cava dei Tirreni, con San Pietro di Polla, Sant’Arsenio, San Marzano, San Nicola e Santa Maria di Diano, San Pietro e San Pancrazio di Atena, sottomesse a Cava rispettivamente nel 1100 da Rao, signore di Atena, e nel 1091 da ‘Abiusus’ e ‘Trotta’, abitanti dello stesso centro (21). La promozione dell’espansione benedettina non sembra sia stata motivata dall’intento di latinizzare una regione che pure dovette essere particolarmente interessata, come è già stato sottolineato, da una consistente presenza di elementi ellenofoni. Risulta ormai opinione diffusa che la politica religiosa dei primi signori normanni fosse orientata ad “assegnare monasteri poveri e piccoli a monasteri ricchi e potenti” sia greci che latini (22). Risulterebbe altrimenti inspiegabile la crescita di importanti enti monastici italo-greci in Basilicata, Calabria e Salento, come il monastero di Sant’Elia di Carbone, beneficiario delle donazioni della famiglia Chiaromonte, o di San Giovanni di Stilo, Santa Maria del Patir di Rossano e San Nicola di Casole (23). Tale politica di promozione nei confronti delle istituzioni monastiche più prestigiose è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI secolo, di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di Padula (24).”. La Alaggio, a p. 84, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN, ‘Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “Gli abati basiliani di Grottaferrata governarono il castello i Rofrano e le annesse grange per oltre quattro secoli, in un periodo durante il quale le comunità greche del Cilento sarebbero venute a trovarsi in forte disagio in un ambiente ormai avviato a “latinizzarsi” completamente. Non sembra un caso, inoltre, il fatto che il feudo si trovasse nel salernitano, sede nel continente proprio in quegli anni, della corte di Ruggero II. Durante questo lungo periodo i sovrani meridionali dovettero ripetutamente intervenire a difesa del feudo in questione.”.

Nel 1086, il vasto bosco di quercie detto “Maurici” donato all’Abbazia di S. Maria di Centola da Ruggero Sanseverino che, nel 1305 diventa patrimonio della Commenda di S. Spirito a Roccagloriosa

Romaniello Agatangelo (…..) a p. 42 del suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia” parlando di Roccagloriosa e del de Caro, scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71).”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, secondo l’Agatangelo, la Commenda con priorato di S. Spirito a Roccagloriosa, fondata da Noardo di o de Caro nel 1305, fu dotata di un “esteso patrimonio con bosco, detto Maurici”, che aveva un’estensione di 400 tomoli di terreno e si trovava al di là del fiume Mingardo. Questo vasto territorio anche boschivo, non si trovava a Roccagloriosa ma si trovava “al di là del fiume Mingardo”. Su questa vasta tenuta in parte boschiva detta “Maurici”. Il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’antico documento del 1086 Ruggero Sanseverino donò “al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Traducendo il passo in latino citato dall’Antonini, Ruggero Sanseverino donava “un cortile vicino a un fiume e una bassa in un terreno pianeggiante. Possedimento anche di ghiande di nome Murici, che inizia presso il fiume e corre lungo la Serra Serra ai piedi delle Cellas bulgare”. Dunque, si tratta della vasta tenuto allodiale detta “Maurici” o “Murice” che non si trovava a Roccagloriosa, ma essa doveva essere non molto distante dall’Abbazia di S. Maria di Centola. Questa tenuta in parte boschiva doveva essere “al di là del Mingardo” e comunque alle pendici del monte Bulgheria “quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae”. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”, Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e riferendosi proprio alla donazione citata dall’Antonini, in proposito scriveva che: La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, il Barra, sebbene scrivesse che: “più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, località donata e citata nel documento del 1086 citato dall’Antonini, il Barra aggiunge che: “Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, secondo il Barra, la vasta tenuta di “Maurici” donata all’Abbazia di Centola si trovava nel territorio del Comune di Futani. Un bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”. Su questo bosco di quercie tra Futani e Poderia, sempre il Barra, a p. 73, in proposito scriveva che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”.

Nel 1080, Roberto il Guiscardo e le sue concessioni fatte ai Bulgari stanziatisi a Roccagloriosa

Pietro Ebner (…), nel suo vol. I del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento‘, a pp. 704, vol. I parlando del casale di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: Anzi l’Antonini (5) scrive di aver letto di alcune concessioni fatte da Roberto nel 1080 ai bulgari o schiavoni del luogo per servizi resigli “in finibus Apuliae et Salerni” (6), etc…”. Ebner, a p. 704, vol. I, nella nota (5) postillava che: “(5) Antonini, cit., I, p. 383 dice di averne letto in documenti esistenti nell’Archivio della Diocesi di Policastro, di cui non è traccia. Cfr. pure a p. 348: nel dire di S. Severino di Camerota scrive: “Sicuramente il paese fu quivi edificato perchè il suo sito lo rendea forte, e messo agli insulti de’ vicini Bulgari esposto, quando i medesimi non l’avessero ancora fondato, come io vorrei fermamente a credere”. Etc…”. Ebner, a p. 704, vol. I, nella nota (6) postillava che:  “(6) Utiliter de illorum in finibus Apuliae, et Salerni usi sumus. Antonini, p. 383.”. Questo argomento lo tratto nei miei saggi dedicati a Mansone ed a Roccagloriosa. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 91 , riferendosi a Pietro da Salerno, Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva che: “Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16) non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (Paolo Diacono, V, 29). La latinizzazione del rito era stata sollecitata dal gravissimo scisma del 14 luglio 1054, per cui anche il tramonto degli ideali religiosi connessi con i modelli bizantini (31).”. La notizia di profughi e Slavi assoldati da Roberto il Guiscardo per la conquista delle Calabrie va ulteriormente approfondita ed indagata. Su Castrocucco ha scritto pure Biagio Cappelli (…), nel suo Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 212-213, dove parlava anche di Aita, riferendosi a certe chiese o monasteri basiliani sorti in quell’area. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, parlando dei Bulgari del Principe “Alczeco”, a p. 383, in proposito scriveva che: “o quelli d’Alboino, vennero ad occupare la montagna, di cui ragioniamo, dandole dalloro nome quello di Bulgaria, edificandovi ancora molti paesi ad oriente, ed occidente di essa, siccome si vede di alcune concessioni del MLXXX. da Roberto Guiscardo fatte, che nell’Archivio Vescovile di Policastro si conservano; ed in esse si dice: “Utiliter de illorum samulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi sumus; parole che dimostrano, che ancora a quel tempo non eran pochi.”.

Antonini, p. 383

Dunque, secondo l’Antonini, nell’Archivio della Diocesi di Policastro egli avesse visto alcune concessioni del 1080, fatte da Roberto il Guiscardo alle popolazioni di Bulgari che abitavano in queste nostre zone. Antonini scriveva che in una di queste concessioni fosse scritto “Utiliter de illorum samulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi sumus ” che tradotto significa Abbiamo beneficiato del loro servizio nei territori della Puglia e del Salerni”. Dunque, secondo l’Antonini, in una di queste concessioni del Guiscardo ai bulgari del posto vi è scritto che il normanno Roberto il Guiscardo, nel 1080 concede dei benefici e scriveva perchè egli aveva beneficiato del loro servizio nei territori della Puglia e del Salerni. Sul documento del 1080, citato dall’Antonini che dice aver visto nell’Archivio della Diocesi di Policastro ha scritto Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: L’Antonini li crede di quell’epoca remota: resta egli dindeciso solamente se riferirli ai Bulgari che seguirono Alboino, o a quei di Grimoaldo. E in questo suo dubbio, non omette di riportarsi altresì ad un documento del 1080, che dice esista nell’archivio episcopale di Policastro, in cui Roberto Giuscardo accennerebbe agli utili servizi che a lui resero i Bulgari ‘in finibus Apuliae et Salerni’. Benchè la fede letteraria dell’Antonini non sia intatta, e il documento che per tutti è ignoto meriti conferma, è vero però che i documenti medievali indubitati gli accenni a Bulgari per l’Italia meridionale non mancano. Ecc….”. Dunque, il Racioppi (….), cita l’antico documento dell’anno 1080 citato dall’Antonini e come al solito ne dubita l’esistenza, ma aggiunge che: “è vero però che i documenti medievali indubitati gli accenni a Bulgari per l’Italia meridionale non mancano”. L’Antonini, proseguendo il suo racconto cita un passo del Pellegrino (….) che parla di Grimoaldo. Antonini, sempre a p. 383, continuando a parlare dei Bulgari nelle nostre contrade, in proposito scriveva pure che: “E chi sa se questi fossero gli stessi, che sotto nome di Contratti furono in Puglia cacciati da Dulciano nel 1040 ‘Anno MXL. (dice Lupo Protospata) praedictus Dulchianus excussit Contractos de Apulia’. Questo nell’anno 1039. dallo stesso Protospata etc…”. L’Antonini, citando ‘Protospada’, si riferisce a Niceforo, patriarca di Costantinopoli che scrisse una cronaca dell’epoca. Di quel periodo storico, oltre alla cronaca di Teofane, ritroviamo quella di Niceforo, patriarca di Costantinopoli ‘Ioannis Antiocheni Fragmenta ex historia chronica’. Sulle popolazioni di origine Bulgara, nelle nostre zone ha scritto pure Pietro Ebner (…..), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 376, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro dopo lo scisma del 14 luglio 1054, in proposito scriveva che: …..nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Ecc…. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Dunque, secondo Pietro Ebner e “come ricorda Goffredo Malaterra”, dopo l’anno 1054, in alcuni piccoli paesi dell’entroterra e alle pendici del Monte Bulgheria, vi erano delle “tribù slave” che, sempre secondo l’Ebner, furono assoldate “come milizie” da Roberto il Guiscardo. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Tribù slave assoldate da Roberto il Guiscardo per far cosa, non è dato sapere. Sappiamo che Roberto il Guiscardo in quegli anni conquistò gran parte dei possedimenti bizantini in Calabria ed è probabile che si servì dei Bulgari che vivevano alle pendici del monte Bulgheria. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 91 parlando della restaurazione della sede Paleocastrense Bussentina del monaco benedettino Pietro Pappacarbone, riferisce: “Nella Regione, non si spiegherebbe l’arrivo colà del benedettino cavense Pietro da Salerno. Il grande monaco era stato eletto vescovo appunto per tentar di reinserire nel rito latino la diocesi di Policastro, dove erano diverse tribù slave, tra le quali Roberto il Guiscardo assoldò (G. Malaterra, I, 16), non pochi mercenari, oltre le colonie di Bulgari trasferite da Bisanzio nel VI secolo a Celle di Bulgheria (P. Diacono, V, 29). Ecc…”. Infatti, Vito Lo Curto (…..), nella sua traduzione del Cap. XVI del Libro I del Malaterra (….), in proposito scriveva che: “Assieme a soldati Schiavoni compie razzie nel territorio circostante. Il Guiscardo che aveva con se una sessantina di uomini detti Schiavoni (24), che conoscevano tutta la Calabria. Roberto il Guiscardo, mentre si tratteneva a Scribla e valorosamente contrastava i Calabresi ecc..”. Lo Curto, spiega poi chi erano i soldati ‘Schiavoni’ di cui si era servito il Guiscardo: “Appartenenti a popolazioni slave insediatesi lungo le coste adriatiche, nell’area di influenza bizantina.”. Il Racioppi, sempre riferendosi a questi Bulgari nelle nostre terre prosegue il suo racconto e scriveva che: “Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”.

Nel 1086, Ruggero Sanseverino dona una “curtis” (“Murici”) all’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola (riguarda il casale di S. Severino, casale di Roccagloriosa)

Romaniello Agatangelo (…..) a p. 42 del suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia” parlando di Roccagloriosa e del de Caro, scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71).”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, secondo l’Agatangelo, la Commenda con priorato di S. Spirito a Roccagloriosa, fondata da Noardo di o de Caro nel 1305, fu dotata di un “esteso patrimonio con bosco, detto Maurici”, che aveva un’estensione di 400 tomoli di terreno e si trovava al di là del fiume Mingardo. Questo vasto territorio anche boschivo, non si trovava a Roccagloriosa ma si trovava “al di là del fiume Mingardo”. Su questa vasta tenuta in parte boschiva detta “Maurici”. La notizia citata dal Romaniello proviene dal barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’antico documento del 1086 Ruggero Sanseverino donò “al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Traducendo il passo in latino citato dall’Antonini, Ruggero Sanseverino donava “un cortile vicino a un fiume e una bassa in un terreno pianeggiante. Possedimento anche di ghiande di nome Murici, che inizia presso il fiume e corre lungo la Serra Serra ai piedi delle Cellas bulgare”. Dunque, si tratta della vasta tenuto allodiale detta “Maurici” o “Murice” che non si trovava a Roccagloriosa, ma essa doveva essere non molto distante dall’Abbazia di S. Maria di Centola. Questa tenuta in parte boschiva doveva essere “al di là del Mingardo” e comunque alle pendici del monte Bulgheria “quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae”. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (366) postillava che: “(366) Della famiglia patrizia napoletana. Una delle sette famiglie del Regno di Napoli, la più potente, e d’Italia la più illustre. Doveva essere un discendente del capostipite Turgisio, venuto nel 1045 al seguito dii Roberto il Guiscardo, che gli diede in feudo il castello di Sanseverino presso Salerno, donde la denominazione. C’è chi sostiene che prese il nome dal castello di San Severino presso il Mingardo, oggi frazione di Centola.”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (367) postillava che: “(367) La donazione fatta alla Badia di Centola è una dimostrazione chiara della sua importanza e vitalità che rivestiva nell’anno mille, non come badia benedettina, bensì basiliana. Le donazioni di estensioni terriere generalmente erano fatte a favore di badie, che esercitavano un ruolo sociale, soprattutto nel campo assistenziale e promozionale. Diversamente non si spiegherebbe il perchè della badia, al dire di don Baldassarre, di “grandioso edificio religioso”, che assurse a rango di diocesi.”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”, Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e riferendosi proprio alla donazione citata dall’Antonini, in proposito scriveva che: La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, il Barra, sebbene scrivesse che: “più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, località donata e citata nel documento del 1086 citato dall’Antonini, il Barra aggiunge che: “Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, secondo il Barra, la vasta tenuta di “Maurici” donata all’Abbazia di Centola si trovava nel territorio del Comune di Futani. Un bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”. Su questo bosco di quercie tra Futani e Poderia, sempre il Barra, a p. 73, in proposito scriveva che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”. Il Barra citava e postillava del testo di Giacomo Morra (….):

Nel 1086, Ruggero Sanseverino donò la vasta tenuta detta “Maurici” all’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola

Il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”.

Antonini, p. 387, su S.Severino di Centola e il monastero

(Fig….) Antonini (…), Parte II, Discorso …., p. 387

Vorrei fare il punto su una notizia ed un documento tratto dall’Antonini e, in particolare sulla notizia di una donazione fatta nell’anno 1086, di cui ancora, sebbene abbia indagato e approfondito le mie ricerche nulla ho potuto altro scoprire e di queste donazioni non vi è traccia. L’Antonini, nella sua “Lucania”, oltre a parlarci di un’antica donazione e privilegio concesso ad un monastero vicino il luogo detto le “Celle” dall’Imperatore Lotario III, parlando a p…… del casale di Celle di Bulgheria cita invece un altro privilegio o donazione fatta nell’anno 1086 da Ruggero Sanseverino. Due distinte e diverse donazioni di cui l’Antonini non fornisce alcun riferimento bibliografico se non per la prima fa riferimento all’Abate Erasmo Gattola. L’Antonini (…), come ho già detto, parlando dei casali di S. Severino di Camerota prima e di Celle di Bulgheria dopo, parlava di una donazione di “Ruggiero da Sanseverino” fatta ad un altro “Monastero di Benedettini”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania – I Discorsi’, nella parte III, nel Discorso VIII, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, e, parlando di Celle di Bulgheria, in proposito a p. 387 cita un’altra donazione che riguardava Centola ed in particolare il Monastero di S. Maria di Centola. L’Antonini dice che questa donazione era dell’anno MLXXXVI (anno 1086). L’Antonini, riferisce di un’altra simile donazione fatta questa volta sempre da Ruggero Sanseverino al Monastero di S. Maria di Centola. Questa volta, l’Antonini cita addirittura l’intitolazione dell’antico privilegio dell’anno 1086. L’Antonini (…), a p. 387 accennava all’antico privilegio di Ruggiero Sanseverino dell’anno 1086 da cui egli trae l’origine dell’antica e nobile famiglia e, scriveva che:

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Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella parte III, nel ‘Discorso VIII’, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, scriveva a p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, scrive: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa)”, e cita una donazione del 1086, parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino avrebbe fatto al monastero di S. Maria di Centola nell’anno 1086: “Sull’occidental falda della montagna detta di Bulgheria sono due piccioli, ma ben abitati paesi la Poderia, e le Celle, il primo fu casale del vicino S. Severino, el secondo è della descritta Rocca. Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”:

Antonini, p. 387, su S.Severino di Centola e il monastero

(Fig….) Antonini (…), p. 387 su Celle di Bulgheria e su Poderia

Anche Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio ecc………….V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Ecc..”. Anche Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, ci informavache: “i monaci italo-greci che costruirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria.…”. Sempre l’Ebner, riferendosi sempre alla Badia di S. Maria di Centola aggiungeva che: L’Antonini, ……., parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3)…”. Dunque, l’Ebner (…), a p. 712 parlando di Centola, ci informa che l’Antonini, scriveva che “a nord della via per S. Severino, la nota Abbazia di S. Maria…”,  secondo l’Antonini (…): “….assicura….e parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3).”. L’Ebner a p. 713, vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “Antonini, cit. Vol. I, p. 387. “Curtem unane prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiserum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. La notizia della donazione era tratta dall’Antonini (…). Il baronne Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, Parte II, a p. 387, parlando di Celle di Bulgheria e di Poderia, accenna di nuovo alla “trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa…”, dunque la donazione di Ruggiero Sanseverino e non di Lotario III, donazione anche questa dell’anno 1086 ma, questa volta non al monastero di S. Severino ma al monastero di: “Monistero di S. Maria di Centola”, indicando pure l’intitolazione: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Dunque, l’Antonini scrive che: “Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, ecc…”. Dunque, l’Antonini, a p. 387 parla del casale di Celle di Bulgheria ma dicendo della donazione scrive che Celle è citata in detta donazione ma quando scrive “oltre di quello che che ne abbiamo accennato sopra”, si riferisce al casale di Roccagloriosa. Dunque, secondo l’Antonini, nella donazione del 1086 di Ruggiero Sanseverino che fa al Monastero italo-greco di S. Maria di Centola vengono citati anche i casali di Celle di Bulgheria e di Roccagloriosa. Del monastero di S. Maria di Centola ho parlato in un altro mio saggio. L’Antonini dice che nel luogo chiamato “le Celle”, si vedevano ancora (nel 1745) le vestigie dirute del Monastero di Benedettini. La traduzione del testo in latino riportato dall’Antonini è il seguente: “Sono andato alla corte uname vicino al fiume, nel luogo e nel guado dell’aereo. Inoltre, il possesso del glandiserum, il nome dello afferma che il Murex (Murici), che ha il suo inizio dal fiume, ai piedi della Bulgaria; percorre la sua strada attraverso la Serra Serra.. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”. Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Riguardo la donazione dell’anno 1086 citata dall’Antonini a p. 387, quando scriveva che: Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola, quando scrive “di quest’ultimo” si riferisce al casale di Celle di Bulgheria e quando scrive “oltre di quello che abbiamo scritto sopra” si riferisce al casale di Roccagloriosa. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e scriveva che: Il primo documento in cui essa viene ricordata risale al 1086, quando il normanno Ruggero Sanseverino, signore dell’omonima baronia, effettuò a suo beneficio una ricca donazione: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.” (15). La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Quello che comunque val pena di sottolineare, è la sostanziale stabilità per non dire staticità, della consistenza e della localizzazione della proprietà abbaziale per tutto il medioevo e tutta l’età moderna. Il documento, solo assai parzialmente riportato dall’Antonini, non specifica neppure se si trattasse di un cenobio basiliano o benedettino. In realtà, la rilevanza stessa della donazione e la mancanza di riferimenti antecedenti all’abbazia fanno pensare a una fondazione ‘ex novo’, avvenuta di recente, forse sulle rovine del monastero di “S. Benedetto in Centulis”, distrutto dai saraceni nel 966. Sembra inoltre che dovrebbe trattarsi di una fondazione latina e benedettina, finalizzata, secondo la tipica prassi della politica religiosa dei Normanni, a controbilanciare la massiccia presenza basiliana nella zona.”. Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, La Lucania, cit., p. 387”. Su quanto scriveva Francesco Barra (…) a p. 69 e postillasse nella sua nota (16) ho già parlato circa l’ipotesi delle origini dell’antico monastero di S. Maria di Centola che come egli stesso dice, richiamandosi ad un passo raccontato dal ‘Chronicon Cavensis’, una cronaca medioevale spuria e anonima, potrebbe derivare dal monastero di S. Maria in Centulis. Altra interessante notizia riferita dal Barra e già citata dall’Ebner,  a p. 73, intorno a S. Maria di Centola, in proposito scriveva che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”.

Morra, p. 71

Dunque l’Antonini, a p. 387 voleva che i due casali di Celle di Bulgheria e di Roccagloriosa erano citati nel privilegio del 1086 concesso da Ruggiero Sanseverino al Monastero di S. Maria di Centola. Forse l’Antonini aveva letto di questi due privilegi, sia del privilegio dell’Imperatore Lotario III e sia di quella di Ruggiero Sanseverino all’Abbazia di S. Maria di Centola leggendola dalla “Cronaca di S. Mercurio”, una cronaca medioevale apocrafa di cui ho scritto ivi in un altro mio saggio. Certo è che queste notizie come pure di altre andrebbero ulteriormente indagate. Di questa donazione purtroppo nessuna traccia. Se vogliamo meglio indagare sulla donazione di Ruggero Sanseverino all’Abbazia benedettina (?) di S. Maria di Centola dobbiamo riferirci alle munifiche donazioni degli ultimi principi Longobardi di Salerno e i primi duchi Normanni dell’area donazioni fatte all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dè Tirreni. Si tratta dell’eventuale connessione che questo antico privilegio donato da Ruggero Sanseverino nell’anno 1086 al Monastero di S. Maria di Centola sia da collegarsi direttamente o indirettamente con l’altro Monastero nel luogo detto “le Celle”, citato sempre dall’Antonini e dove secondo lui accadde il miracolo di S. Pietro Pappacarbone del figlio di Ruggero. La notizia del miracolo, di Ruggero Sanseverino e del monastero benedettino nel luogo detto le Celle è riportata dall’Antonini in due altri passi, ovvero a p. 347 e p. 279, dove l’Antonini ci parla di un altro privilegio, anch’esso dell’anno 1086. L’Antonini dice che nel privilegio di Ruggero all’abazia di S. Maria di Centola sono citati i due casali: Celle di Bulgheria e Roccagloriosa. L’Antonini, riguarda quest’ultimo privilegio che dice essere dell’anno 1086, non fornisce alcun riferimento bibliografico ne io sono riuscito a capire da dove abbia tratto questa notizia. Sui privilegi e donazioni fatte da alcuni duchi Normanni intorno all’anno 1086, interessante è ciò che scriveva il nipote di Costantino Gatta (…), Saverio Gatta che ripubblicò le ‘Memorie sulla Lucania’ del padre Costantino (…), a p. 149, sui Sanseverino. Egli a p. 149, parlando dei Sanseverino in proposito scriveva che: “: tutto ciò costa dalle Vite dè Beati Abati del Monistero della Santissima Trinità della Cava, dalla ‘Cronica di lione Ostiense’, e da sei Privilegj, che nell’Archivio del menzionato Monistero si conservano, in uno dei quali stipulato nel 1114 nel regnare del Principe Roberto leggesi: “Ego Rogerius qui dicitur de S. Severino, ac filius quondam Turgisii Normanni, &”, ecc…”. Forse era proprio a questi 6 privilegi a cui si riferiva l’Antonini. Essi sono conservati nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni. Dunque, il Gatta (…), non riferiva della donazione del 1086 ma riferiva di un’altra donazione dell’anno 1114. Riguardo le numerose donazioni dei principi Longobardi e Normanni elargite ai Monasteri delle “Congregazione Cavense” ed all’Abbazia stessa di Cava dè Tirreni, è interessante ciò che scriveva Paul Guillaume (…), nella sua opera sull’Abazia di Cava dè Tirreni perchè cita il De Blasi.

Nel XII secolo, queste contrade erano dominate dai Normanni e dai parenti di Roberto il Guiscardo che si era impossessato di Policastro. Il Cilento, dopo il periodo Longobardo, nell’anno 1059, fu concesso in feudo a Roberto il Guiscardo da parte del suocero Gisulfo II, Principe di Salerno; nell’anno 1066, passò a Ruggero I figlio di Roberto; nell’anno 1095, passò a Ruggero II figlio di Ruggero I e a Simone figlio di Ruggero II nell’anno 1152. L’Ebner (7), scriveva al riguardo: “Nella ricostituzione generale dei territori del regno, i Normanni conservarono la diocesi con i vecchi confini (notizia del Vescovo Arnaldo nel 1110, benchè politicamente il territorio, da Policastro verso il nord, venisse conservato alle dipendenze del giustiziere del Principato con sede a Salerno). I paesi, però anche linguisticamente continuarono a gravitare verso il Cilento e non verso la Basilicata e la Calabria, tanto meno verso Campagna, la cui diocesi non risponde nessun rilevante criterio geografico e storico-politico.”. Sempre dalla Relazione di De Micco (18 – Fig. 11), apprendiamo che: Roberto il Guiscardo assegnò il territorio col castello al Conte Leone di stirpe Normanna, il quale trasformò il Cenobio in tre monasteri di donne dello stesso ordine Benedettino. Il Conte Mansone, figlio del detto Leone, riunì in un solo i tre sodalizi, serbando il primitivo titolo di S. Mercurio. Indi esso Conte Mansone, con testamento del 3 maggio 1130 per notar Cioffi, legò diversi territori ‘in piena proprietà e dominio’ alla figlia ‘Altruda’, la quale si fece monaca in detto Monastero, ed ‘allo stesso Monastero’. Ecc…ecc..”.

Nel 1086, il vasto bosco di quercie detto “Maurici” donato all’Abbazia di S. Maria di Centola da Ruggero Sanseverino che, nel 1305 diventa patrimonio della Commenda di S. Spirito a Roccagloriosa

Romaniello Agatangelo (…..) a p. 42 del suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia” parlando di Roccagloriosa e del de Caro, scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71).”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, secondo l’Agatangelo, la Commenda con priorato di S. Spirito a Roccagloriosa, fondata da Noardo di o de Caro nel 1305, fu dotata di un “esteso patrimonio con bosco, detto Maurici”, che aveva un’estensione di 400 tomoli di terreno e si trovava al di là del fiume Mingardo. Questo vasto territorio anche boschivo, non si trovava a Roccagloriosa ma si trovava “al di là del fiume Mingardo”. Su questa vasta tenuta in parte boschiva detta “Maurici”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’antico documento del 1086 Ruggero Sanseverino donò “al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Traducendo il passo in latino citato dall’Antonini, Ruggero Sanseverino donava “un cortile vicino a un fiume e una bassa in un terreno pianeggiante. Possedimento anche di ghiande di nome Murici, che inizia presso il fiume e corre lungo la Serra Serra ai piedi delle Cellas bulgare”. Dunque, si tratta della vasta tenuto allodiale detta “Maurici” o “Murice” che non si trovava a Roccagloriosa, ma essa doveva essere non molto distante dall’Abbazia di S. Maria di Centola. Questa tenuta in parte boschiva doveva essere “al di là del Mingardo” e comunque alle pendici del monte Bulgheria “quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae”. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”, Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 69 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e riferendosi proprio alla donazione citata dall’Antonini, in proposito scriveva che: La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, il Barra, sebbene scrivesse che: “più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, località donata e citata nel documento del 1086 citato dall’Antonini, il Barra aggiunge che: “Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, secondo il Barra, la vasta tenuta di “Maurici” donata all’Abbazia di Centola si trovava nel territorio del Comune di Futani. Un bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”. Su questo bosco di quercie tra Futani e Poderia, sempre il Barra, a p. 73, in proposito scriveva che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”.

Dal 1085 al 1111, Ruggero Borsa, il cugino Simone di Sicilia e la contea di Policastro

Certamente Policastro e con essa Roccagloriosa, dovette rappresentare per il Regno un importante testa di ponte, per cui i Normanni non permisero in questa città nessun tipo di autonomia nemmeno in campo religioso e lo si può vedere anche dagli interventi che ebbe in questa città il grande poeta latino Alfano (3). Più avanti, certa è la notizia del Volpe (….), in merito alla ricostruzione delle mura di Policastro dal 1085 al 1111, e della città, ad opera di Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Giuscardo figlio di Gisulfo che la consegnò al figlio Simone col titolo di Conte e non si esclude che tale territorio fosse stato amministrato dal Visconte Boso (Visconte era colui che faceva le veci del Conte). Nello stesso periodo, il vescovo di Policastro, diede facoltà al Conte Mausone di Roccagloriosa – figlio di Leone – Conte Normanno – di unire il Cenobio di San Veneranda e quello di San Mercurio di Roccagloriosa affinchè la sua figlia Altrude potesse entrarvi in clausura. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Nel 1080 Roberto, liberato già dalla scomunica, veniva di nuovo fatto Duca di Puglia e Calabria “per vexillum” e, fatta edificare la Cattedale di Salerno con marmi di paestum quando fu rinvenuto il corpo di S. Matteo Apostolo dall’Arcivescovo Alfano, fece scrivere nella facciata “Robertus Guiscardus Imperator Maximus”. Il papa si riservò la Marca di Fermo e Gisulfo il Principato di Salerno e di Amalfi. Morto il Guiscardo nel 17 luglio 1085 a Cefalonia per epidemia, lasciò a Ruggiero II, figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo, il Ducato di Puglia e di Calabria. Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa, figlio di Leone Conte Normanno, di unire il Cenobio di S. Veneranda a quello di S. Mercurio delle religiose di Roccagloriosa, perchè la di lui figlia Altrude entrò in quel chiostro. Ecc..”. Dunque, in questo passaggio, il Cataldo scriveva chiaramente che Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre.”, ovvero il Cataldo scriveva che fu dal 1085 al 1111, che Ruggero ricostruì Policastro. Dunque, in questo breve passaggio il Cataldo si riferiva a Ruggero Borsa che morì nell’anno 1111. Ma, il Cataldo, proseguendo il suo racconto scriveva pure che: Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte.”. Dunque, secondo il Cataldo, Ruggero Borsa avrebbe consegnato la ricostruita Policastro a suo figlio “Simone”, con il titolo di Conte. Il Cataldo si riferiva al Simone figlio illegittimo di Ruggero Borsa o si riferiva al figlio illegittimo di re Ruggero II d’Altavilla ?. Il Cataldo, proseguendo ancora il suo racconto scriveva pure che: “L’anno di consegna a Simone fu il 1152, anno in cui Policastro divenne Contea e Ruggiero II offrì al vescovo con perpetua investitura baronale, il Castello, detto da lui “De Rogerio” ecc…” e poi pure che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, ecc…”. Dunque, il passaggio è molto contraddittorio. Le notizie del Cataldo su Policastro sono tratte dal Laudisio e dall’Ughelli. Il Cataldo (….) subito dopo aggiunge che: “Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, ecc..”. Ferdinando Ughelli (….), nel 1747, nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, colonna 758, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “In Ora Lucaniae quam Principatum Citra appellant, Civitas Littoralis tota ferè diruta Policastrum vocatur…….Satis admodum ejus origo antiqua, nomen reticens à Graeco vocabulo, quali Magnum. Castrum. Ampiam suisse, indicant ejus vestigia, & ruina. Diversis enim ex varia fortuna Bellis cessit in paedam. Robertus Normannus Dux anno 1065. eam destruxit: quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam, filio suo notho dono dedit.”.

Catt

Dunque, stando a ciò che ha scritto l’Ughelli (….), la Contea di Policastro, fu donata da “Rogerius Rex” al figlio suo bastardo, col titolo di Contea. A chi si riferiva l’Ughelli dando la notizia del “Rogerius Rex” ?. Il Laudisio ed il Cataldo citano il Troyli che scrisse su questo “Simone”. Il Troyli (….), nel suo “Historia generale del Reame di Napoli”, vol. VII, a p. 136, in proposito scriveva che: “Ed ancorche poco indi il ‘Re Ruggiero I’ la facesse riedificare con il titolo di Contea, donandola ad un suo Bastardo, come ‘Ferdinando Ughellio (f) lo ragguaglia; ecc..”.

Cattura1

(Fig…..) Pag. 136 del Troyli (…), che parla di Policastro e di Castel Ruggero

Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi etc…”, a p. 74 (vedi versione a cura del Visconti) parlando della Diocesi e riferendosi a Castelruggero, in proposito scriveva che: “Il re Ruggero, fondatore di questo nostro Regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò al rango di Contea e la donò (52) al suo figlio illegittimo Simone; ecc..”. Dunque, il Laudisio si riferiva al Simone ce successe al padre re Ruggero II e non a Ruggero Borsa. Ma, sempre il Laudisio, nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 dell’edizione del Visconti, parlando di Roccagloriosa, in proposito scriveva che: ” A Rocca Gloriosa…Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. Il Laudisio, lo chiamava “Ruggero il normanno, figlio di Roberto” (il Guiscardo), dunque, in questo caso il Laudisio si riferiva a Ruggero Borsa in quanto parlava del suo fratellastro Boemondo (figlio anch’esso di Roberto il Guiscardo ma nato dalla prima moglie del Guiscardo, Abelarda di Buonalbergo). Che si trattasse di Ruggero Borsa, lo scrive anche il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento per sac. Giuseppe Volpe”, Roma, 1888, a p. 117, in proposito scriveva che: “Intanto che Policastro era per uscire da questa sua deplorevole condizione sopraggiunsero i normanni (1034), e di bel nuovo venne manomessa da Roberto il Guiscardo, e poi affatto distrutta, volgendo l’anno 1065. Ei fu in questa lagrimevole circostanza che quei cittadini, i quali poterono uscire salvi tra tanta rovina, raggranellandosi poscia sul territorio della loro inabissata città, intesero a levarvi quel villaggio, che ora ‘Bosco’ si addimanda (22). Ma re Ruggiero I, restaurando in prosieguo e munendo di forti mura Policastro, donavala a Simone, suo figliuolo naturale, con titolo di ‘Conte’, titolo, come giustamente notò il Mannelli (23), che raramente concedevasi, nè s’imponeva se non sopra città ragguardevoli.”. Ecco ciò che scriveva il Volpe su Policastro. Il Volpe scriveva che si trattava di Simone figlio naturale di re Ruggero I d’Altavilla. Il Volpe si riferiva a re Ruggero I d’Altavilla, il gran conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo ?. Il Volpe (….), nella sua nota (22) postillava che: “(22) Cons. Ughel. Italia Sacra, tom. VII, col. 758”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Cons. Op. cit., vol. II, pag. 149”. Dunque, Ruggero Borsa aveva preso tanto a cuore le sorti della città di Policastro che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Dunque, secondo il sacerdote Giuseppe Volpe, Policastro, nel 1152, fu donata da Ruggero II al figlio Simone. Il Volpe si riferiva all’opera di Luca Mannelli o Mandelli, monaco agostiniano. Ma, il monaco Agostiniano Luca Mandelli (….), o Mannelli, nel suo prezioso manoscritto si riferiva a Ruggero Borsa e ad un Simone figlio di Ruggero Borsa ?. Nell’anno 1152, entra in scena Ruggero I d’Altavilla, gran Conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo. Infatti, Ruggero Borsa, non aveva figli di nome Simone. Il “figlio bastardo”, Simone, a cui fanno riferimento le cronache, era figlio di Ruggero I d’Altavilla (e fratello di Ruggero poi detto Ruggero II) e, figlio di Adelasia del Vasto che resse il regno di Sicilia ed altri possedimenti normanni fino al 1122. Il Cataldo (…), a p. 29, scriveva: “Il Duca Roberto Normanno la distrusse nel 1065; il Re Ruggiero poi la ricostruì splendidamente e, insignita del titolo di Contea, la donò al suo figlio bastardo”. Quì il Cataldo, scrive correttamente il “Re Ruggero”, riferendosi a Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo. Si tratta del conte Simone, primogenito di Ruggero I (fratello del Guiscardo e non di Ruggero II). Il Conte Simone, figlio bastardo di Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo e gran-conte di Sicilia. Il Cataldo scrive pure che in quell’anno (a. 1152), Ruggero Borsa offrì al Vescovo il “Castello” “De Rogerio” (il borgo fortificato di Castelruggero). Infatti, in quegli anni, sotto Ruggero Borsa si costituì la baronia ecclesiastica di Torre Orsaia e Castelruggero. Il Cataldo, scriveva ancora su “Simone” (figlio bastardo di re Ruggero I d’Altavilla), che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”.”. La notizia del “Simone” che finì in carcere è veritiera ma ciò non accadde nel 1155. Questo “Simone” era figlio illegittimo di Ruggero I d’Altavilla ed era fratello di Ruggero II d’Altavilla che salirà al trono di Sicilia nel 1130. Nel 1085, alla morte del padre Roberto il Guiscardo, si aprì la successione al trono di Ruggero Borsa, suo figlio. Giuseppe Cataldo (…) nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, un dattiloscritto inedito del 1973, che a p. 29, parlando di Policastro scriveva che: “Morto il Guiscardo nel 17 luglio 1085 a Cefalonia per epidemia, lasciò aRuggiero II,figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo II, il Ducato di Puglia e di Calabria.”. Non è corretto perchè si trattava di Ruggero I (detto Ruggero Borsa) e non di re Ruggero II. Da Wikipidia leggiamo che Ruggero detto Borsa fu  il figlio e il successore di Roberto il Guiscardo, il cavaliere normanno che fu duca di Puglia e Calabria e conquistatore della Sicilia. Sua madre fu Sichelgaita di Salerno, una potente principessa guerriera di stirpe longobarda. A garantirgli la successione al Guiscardo furono le abili manovre di Sichelgaita, che nel 1073 riuscì a convincere i baroni pugliesi a riconoscerlo erede in luogo di Boemondo, primogenito di Roberto nato dal primo matrimonio di questi con Alberada di Buonalbergo. Di lui lo storico inglese John Julius Norwich scrive “…Ruggero – detto Borsa a causa della sua inveterata mania nel contare e ricontare il proprio danaro – era un ragazzino tredicenne debole ed esitante che diede l’impressione che un’infanzia trascorsa con Roberto e Sichelgaita fosse stata già troppo per lui.”. Nel 1073, dunque, Ruggero fu proclamato erede, mentre il Guiscardo veniva colpito da malattia durante un soggiorno a Trani. Unico ad opporsi al riconoscimento del futuro duca fu Abelardo d’Altavilla, cugino di Ruggero in quanto figlio di Umfredo, fratello di Roberto. Questi rivendicò per sé il diritto alla successione, poiché il Guiscardo, nominato suo tutore alla morte di Umfredo, ne aveva arbitrariamente confiscato i possedimenti, tagliando fuori lui e suo fratello Ermanno dalla linea ereditaria. Dopo la morte del padre, Ruggero Borsa si ricongiunse con la madre a Cefalonia e insieme a lei fece ritorno in patria, dove in settembre, grazie anche al supporto dello zio Ruggero I di Sicilia, fu riconosciuto duca di Puglia e Calabria. Un avvento che non mancò di suscitare reazioni: Boemondo, il fratellastro scartato dalla successione, rispose con le armi all’ascesa di Ruggero e con l’appoggio del principe Giordano I di Capua occupò i castelli di Oria, Otranto e Taranto, prima di giungere ad un accordo di pace nel marzo del 1086. Dunque, Ruggero Borsa, sarà riconosciuto duca di Puglia e Calabria, a dispetto del fratellastro Boemondo, con l’aiuto dello zio re Ruggero I d’Altavilla, Gran-Conte di Sicilia e padre di Simone. Simone era figlio di Ruggero I d’Altaville e della sua terza moglie, Adelaide del Vasto. Da Wikipidia leggiamo che Adelaide del Vasto, anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato; i loro figli furono: 1. Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia. Simone d’Altavilla, noto anche come Simone di Sicilia (Palermo, 1093 – Mileto, 28 settembre 1105), fu il primogenito e successore designato di Ruggero I, Gran Conte di Sicilia, e di Adelaide del Vasto, la quale tenne la reggenza durante il suo breve regno. Simone ereditò la contea di Sicilia nel 1101, ancora molto giovane, e morì appena quattro anni dopo, nel 1105 a Mileto, dove fu sepolto nell’abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni. Gli successe il fratello, il grande Ruggero II, (dopo la reggenza della madre Adelasia fino al 1112) che sarebbe poi diventato Re di Sicilia. Infatti, che si trattasse di Ruggero Borsa, la notizia è plausibile, in quanto il “Simone” di cui si parla era figlio della seconda moglie di Ruggero I d’Altavilla, re di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo e dunque zio di Ruggero Borsa.  Simone, figlio di re Ruggero I morì nel 1105, e poi solo dopo la reggenza della madre Adelasia del Vasto.

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Nel 1080 Roberto, liberato già dalla scomunica, veniva di nuovo fatto Duca di Puglia e Calabria “per vexillum” e, fatta edificare la Cattedale di Salerno con marmi di paestum quando fu rinvenuto il corpo di S. Matteo Apostolo dall’Arcivescovo Alfano, fece scrivere nella facciata “Robertus Guiscardus Imperator Maximus”. Il papa si riservò la Marca di Fermo e Gisulfo il Principato di Salerno e di Amalfi. Morto il Guiscardo nel 17 luglio 1085 a Cefalonia per epidemia, lasciò a Ruggiero II, figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo, il Ducato di Puglia e di Calabria. Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa, figlio di Leone Conte Normanno, di unire il Cenobio di S. Veneranda a quello di S. Mercurio delle religiose di Roccagloriosa, perchè la di lui figlia Altrude entrò in quel chiostro. L’anno di consegna a Simone fu il 1152, anno in cui Policastro divenne Contea e Ruggiero II offrì al vescovo con perpetua investitura baronale, il Castello, detto da lui “De Rogerio” (corrispondente oggi a CASTELRUGGERO, frazione di Torre Orsaia, in Provincia di Salerno, a 20 km. da Policastro). Ruggiero era già Re di Puglia, Calabria e Sicilia dal 1130, anno di nascita del Regno di Napoli. I successori di Ruggiero furono: Guglielmo I (1154-1166) e Guglielmo II il Magnifico (1166-1189). Sotto quest’ultimo il vescovo Giovanni fece edificare il Campanile della Cattedrale (1167). L’Ughelli ci dà brevi notizie sulla distruzione e la riedificazione di Policastro: “In ora Lucaniae quam Principatum Citra etc….” (Ferdinando Ughellio, Tomo VII/Italia Sacra. Colum. 758; Cfr. P. Troyli: Historia generale del Reame di Napoli, T. I., p. 2^, p. 136, nota (e)……(Cfr. Alessandro Telesino: I, 3). Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria. Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154 subiva la distruzione da parte del Barbarossa. Federico Barbarossa della famiglia degli Hohenstaufen, imperatore dell’Alemagna, successe nel 1152 allo zio Corrado III nella casa di Svevia; sceso in Italia, ispiratosi agli alti ideali di Carlo Magno e di Ottone I, volle restaurare l’autorità imperiale. Incoronato Imperatore il 18 giugno 1155 a Roma da Adriano IV, intensificò la lotta contro ogni forma di indipendenza. Ecc…”

Il Cataldo (…) proseguendo il suo racconto su Policastro, a p. 29, scriveva pure che: In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa, figlio di Leone Conte Normanno, di unire il cenobio di S. Veneranda a quello di S. Mercurio delle religiose di Roccagloriosa, perchè la di lui figlia Altrude entrò in quel chiostro. Ecc..”.

L’Antonini (nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387), parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. Il Laudisio (8-9), nella sua ‘Synopsi’, riferisce di quel periodo: “Il Re Ruggero, fondatore di questo nostro Regno di Napoli, nel 1152,….nello stesso tempo, concesse al Vescovado il feudo di quel castello che da lui fu detto Castel Ruggero. Come risulta poi da un’antico manoscritto, poichè in un bosco adiacente si vedevano molto spesso degli orsi nelle vicinanze di una torre che vi era eretta, il luogo cominciò ad essere frequentato dai coloni che vi andavano a caccia, e così a poco a poco quel feudo da rustico divenne urbano e prese il nome di Torre Orsaia.”. Il Guzzo (…), scriveva: “Ruggero II, figlio di Ruggero I, portò a compimento l’opera di ricostruzione intrapresa dal padre e, nell’anno 1152, consegnò la rinata Policastro, insignita del titolo di Contea, a suo figlio bastardo Simone ed in questa stessa occasione Ruggero II offrì in dono alla sede Vescovile, insieme con la perpetua investitura baronale, il castello, detto da lui ‘De Rogerii’, corrispondente all’odierno centro di Castelruggiero…”. Secondo il Catalogo dei Baroni, pubblicato dal Borrelli (55), i feudatari e i signori del luogo che governarono in queste terre ed in particolare a Roccagloriosa, furono: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. Nel XIII secolo questo era uno dei castra exempia di Federico II di Svevia, e se ne riservava l’affidamento direttamente alla casta regnante. L’Ebner (…), nella sua Economia e società nel Cilento medievale, a p. 496, su alcune notizie su Rofrano ed il suo Cenobio: “Forse perchè direttamente dipendente dall’abbazia di Grottaferrata il cenobio non venne visitato nel 1458 dal visitatore apostolico dei monasteri basiliani, archimandrita, Atanasio Calceopilo, che visitò gli altri cenobi (S. Giovanni a Piro, S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano). Il feudo fu sempre tenuto dall’abbazia di Grottaferrata (4), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella Napolitano nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino (di Centola) e se Camillo Tutini, scriveva che Rofrano apparteneva al Conte Giacomo Gaetani. Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello. Per ribellione di costrui, il feudo fu avocato al fisco.”. Notizie storiche certe del borgo di Roccagloriosa si hanno a partire dal XIII quando Ruggero D’Apolla prima e Matteo Mansella poi vengono nominati ‘castellani’. In seguito il piccolo feudo passo sotto i Sanseverino, poi ai Carafa nel secolo XVI, ai Capece ed infine ai D’Afflitto. In seguito, anche altri autori e storici hanno scritto sui Sanseverino. In seguito, anche altri autori e storici hanno scritto sui Sanseverino. Ad esempio, Matteo Mazziotti (…), nella sua ‘Baronia del Cilento’, a pp. 116 e 117 (vedi immagine), sulla scorta del Di Meo (…) e, delle ‘Notizie storiche’ del Ventimiglia (…), riporta e cita l’episodio citato dall’Antonini (…), ma riguardo ad esso ci dice che il Monastero non era quello di S. Arcangelo a Celle di Bulgheria ma era quello di S. Michele Arcangelo a Perdifumo, che è un casale del Cilento, vicino Montecorice, il casale dove si ritirò Pietro Pappacarbone. Infatti, il Mazziotti, sull’episodio del miracolo di Pietro Pappacarbone sul figlio di Ruggero Sanseverino, scriveva che:

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(Fig…) Matteo Mazziotti (…), op. cit., pp. 116-117

Il Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa

Monastero di S. Mercurio

(Fig. 5) Particolare del Monastero di S. Mercurio citato nella carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘ (Fig. 2), di probabile epoca Aragonese (47), conservata all’Archivio di Stato di Napoli e da me scoperta e da me pubblicata per la prima volta.

Nella Carta del Cilento di epoca Aragonese conservata all’Archivio di Stato di Napoli (50), si vede che questo monastero si trovava vicino e tra il corso di due fiumi, quello dello “Sciarapotamo” ed un altro fiume più ad oriente, verso il casale di Roccagloriosa, forse corrispondente al corso del fiume Mingardo. Certa è la notizia del Volpe (25), in merito alla ricostruzione delle mura di Policastro dal 1085 al 1111, e della città, ad opera di Ruggero II figlio di Gisulfo che la consegnò nel 1152 al figlio Simone col titolo di Conte (4) e non si esclude che tale territorio fosse stato amministrato dal Visconte Boso (Visconte era colui che faceva le veci del Conte). Nello stesso periodo, il vescovo di Policastro (probabilmente il vescovo Arnaldo), diede facoltà al Conte Mausone di Roccagloriosa – figlio di Leone – Conte Normanno – di unire il Cenobio di San Veneranda e quello di San Mercurio di Roccagloriosa affinchè la sua figlia Altrude potesse entrarvi in clausura. Pare che questo vescovo Arnaldo, che pare sia stato il successore di Pietro Pappacarbone alla rinata Diocesi Paleocastrense, abbia autorizzato il signore del luogo, il Conte Normanno Mausone, figlio di Leone ad unire due conventi di monache. Questo si desume da alcuni documenti d’epoca Normanna di cui parleremo.  Un’altro documento d’epoca Normanna in cui figura il vescovo Arnaldo, fu citato dal Ronsini (10) e dall’Ebner (7) che, alla sua nota (29)“negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso (basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno dellastesura)”. L’Ebner (7), a p. 435, nel vol. II del suo “Chiesa, Baroni ecc..”, sulla scorta del Ronsini (10), scrive: “Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (…).”. Secondo l’Ebner (7), il nome di ‘Arnaldo’, “…Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (…).”, secondo il Ronsini (10), è “…ilnome nell’anatema contenuto nel documento”, ovvero il nome del Vescovo ‘Arnaldo’, che era contenuto nell’antico documento “istrumento”, o “testamento”, del Conte Mausone o Manso. L’Ebner (7), nel suo “Chiesa, baroni ecc…”, parlando di Roccagloriosa, a p. 416, scriveva: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (…), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti.”. L’Ebner, confermava la tesi del Ronsini, (10), secondo cui il nome del vescovo Arnaldo, appare sull’“Istrumento, di cui parleremo. Il Cappelletti (8), quindi, proprio sulla scorta dell’Ughelli (11) e del Di Meo (17), scrive che il vescovo ‘Arnaldo’, risulta testimone nell’anno 1111, alla donazione che ‘Adelasia’, Adelaide del Vasto, Regina – vedova di Re Ruggero I, e zia di Simone detto il Bastardo, figlio di Re Ruggiero II di Sicilia, a cui fu affidata la Contea di Policastro –  della “chiesa di santa Maria della Roccella” (forse il Monastero claustrale di S. Mercurio a Rocchetta, una frazione di Roccagloriosa).

Il Laudisio (9), nella sua ‘Synopsi‘, scritta nel 1831, sulla scorta dell’Ughelli (11), così si esprimeva di quel periodo storico: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tuttii vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”.

Il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 dell’edizione del Visconti (che la tradusse), forse sulla scorta dell’Ughelli (…), scriveva che: ” A Rocca Gloriosa c’era il monastero di S. Mercurio di cui abbiamo già parlato, ed a cui era unito l’altro di Santa Veneranda; ma poichè il monastero fu soppresso, il Vescovo Pietro Magri, in ottemperanza alle norme del Tridentino, ne assegnò  in perpetuo i beni al seminario diocesano. Il conte normanno Leone  aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo, poichè in seguito a varie vicende, essendo venuto in Italia l’eunuco Narsete con un esercito di bulgheri in aiuto di Belisario, alcuni di questi bulgheri, poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria. Però nel 550, non sentendosi sufficientemente sicuri, entrarono nel castello e si unirono a quelli che lo abitarono, e poichè il castello era ben munito ed era nella giurisdizione della diocesi della gloriosa Madre di Dio, lo chiamarono ‘Arce Gloriosa’ ossia ‘Rocca Gloriosa’. Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”.

Il Laudisio (….), riferisce una notizia tratta dal Sartorio (….), dall’Ughelli (….) e pure dall’Antonini (….). Dal punto di vista strettamente bibliografico, l’antico documento d’epoca Normanna, datato l’anno 1130, apprendiamo dall’Antonini (5) che fu citato dal Santorio (13). In seguito, nel 1659, la notizia fu ripresa nell”Italia Sacra’ dall’Ughelli (11) e poi in seguito ripreso dall’Antonini (5) e dal Laudisio (9). Il Santorio (13), in ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, nel 1601, scriveva in proposito: “distribuis in inopum necessitates fortunis, ad Sancti Mercurij coenobium confugit, fed urgentibus provinciae praesidis minacibus nuntijs, ne monachorum albo adscriberetur, illico recurrit ad monasterium Sancti Nazarij, ibique deposito cingulo, Christo militare incoepit, vigilatissimus & cibi, femper in procinctu, semper in castris, religionis, pietatis, charitatis, ac demissionis armis tectus cum hoste humani generis dimicare, non mislilibus, eminussue, fed cominus, pede collato, & mucrone fidei terribilis lacessere vel quiescentem, tunditur ab hoste, verbetatur, affligitur, vel illato terrore minatum, nec animo ipse strato succumbit, pedibus nudis, capite intecto, ferox, magnaq; alacritate martem poscens, fruiturque consuetudine multorum Sanctorum Monachorum, & non procul monasterio Sancto Mercurij, cellam in rupe praecelta delegit , dicataque Michaeli Archangelo ara, vitan longe asperrimam, ac laboriosissimam duxit celestium contemplatione conditam: ….”. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’. Paolo Emilio Santorio Casertano (13), che, nel 1601,  nella sua ‘Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii’, parlando dei Monasteri Basiliani, accennava ai luoghi frequentati da S. Nilo da Rossano, ha citato l’antica donazione Normanna ancora prima che ne parlasse l’Ughelli (11). Il Santorio (13), citava l’antico privilegio concesso al Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa dal conte Leone Manso o Mausone o Mansone, signore del luogo e poi ratificato da suo nipote il conte Guidone. Infatti, sulla scorta del ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601, l’Antonini (5), parlando di di Roccagloriosa, nella sua nota (1), riporta la notizia: ….che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) ecc..ecc..”.

Il Ronsini (…), trae alcune interessanti notizie di quell’epoca da un manoscritto di Paolo Tosone, il “Libro di memorie”. Infatti, l’Ebner (7), traendo notizie dal Ronsini (…) che citava il “Librodi memorie” di Paolo Tosone (avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino), continuando a parlare di Rofrano, scriveva: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (…) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc…Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615).”. Sul Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa nel secolo XII, ha scritto il sacerdote Agatangelo Romaniello (….) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 32 parlando della sua Roccagloriosa, riferendosi al “Mercurion”, in proposito scriiveva che: “Al centro di questa zona, fuori le mura di Roccagloriosa, all’inizio del secolo X, fioriva il monastero benedettino detto appunto di “S. Mercurio extra moenia” (44), ecc…”. Il Romaniello, a p. 32, nella nota (44) postillava che: “(44) La contrada è detta oggi “Seminario”, perchè quel monastero nel secolo scorso fu adibito a seminario estivo degli alunni di Policastro, come diremo in seguito.”. Dunque, il Romaniello, sulla scorta di altri autori scriveva che il monastero di S. Mercurio, nel secolo X era già fiorente ed era un monastero benedettino.

Su Roccagloriosa ha scritto Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario istorico-geografico ragionato del Regno di Napoli”, nel suo vol. III, a pp. 31-32-33, alla voce “Roccagloriosa”, in proposito scriveva che: “Terra in Principato Citeriore….: “Un tempo erano di rito greco rilevandosi dalle antiche sue chiese sotto il titolo di ‘S. Maria Greca’, e ‘S. Maria dè Martiri’. Vi sono tre casali, cioè Rocchetta, Celle ed Acquavena, alla distanza presso a 2 miglia. Fin dal IX secolo nel territorio di Roccagloriosa vi esistea un monistero di monache dell’ordine ‘Cisterciense’ sotto il titolo di ‘S. Mercurio’. Nel secolo XIV fu distrutto ad avviso dell’Ughelli: ‘Sancti monialium’, ‘nulla’, egli scrive: ‘quod enim erat in oppido Roccae Gloriosae Turcam substutulerunt’. Nel 1475, però ‘Guglielmo Sanseverino’ principe di Salerno e, padrone di Roccagloriosa, ottenne dal Pontefice Sisto IV la riedificazione di tal monistero dentro le mura dall’accennata terra come dalla sua bolla ‘Datum Romae apud S. Petrum anno Incarn.: Dominicae MCCCCLXXV sept. Kal. Junii diretta all’Abate ‘monasterii S. Joannis ad Pyrum’, Dioecesis Policastrensis’: Nel secolo XVI mancarono di nuovo le monache e le rendite dal detto monistero o badia furono dal Vescovo di Policastro annessate al seminario diocesano. Fin dal 1752 fu introdotto poi giudizio nella curia del Cappellano Maggiore intorno al patronato della badia istessa. Nel catalogo de’ baroni pubblicato dal dotto ‘Borrelli (I) dopo l’opera del ‘Marchese’ intitolata ‘Vindex Neapolitanae Nobilitatis’ si legge nella rubrica di ‘Rocca Gloriosa’ si legge che: ….”. Il Giustiniani a p. 32, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Pag. 56”:

Giustiniani, p. 34, vol. VIII, Roccagloriosa

Il chronicon del monaco di S. Mercurio

Nicola Corcia (…), a p….. del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789” dissertando sull’origine Pelasgica della Molpa, citava Eutropio e l’Antonini che parlando della Molpa citava più volte la Cronaca di S. Mercurio. Il Corcia, in proposito scriveva che: “…..ed il citato Cronista riferisce che ritiravasi nella città di Molpa……ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’, scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania -I Discorsi”, del 1700 (prima edizione per i tipi di Gessari) scriveva che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”.”. L’Antonini ha citato più volte la Cronaca del Monaco di S. Mercurio. Interessante è la citazione di Pietro Ebner (…), nel vol. II , a p. 172, quando nella sua nota (12), postillava che Il Racioppi (cit., I, p. 132, n. 3) la crede falsa.”. L’Ebner (…), nella sua nota (12), si riferisca a Giacomo Racioppi (…), che nel 18…., scrisse ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, dove, secondo l’Ebner (…), riteneva falsa la ‘Cronaca di S. Mercurio’, di cui parlava l’Antonini. Rileggendo l’edizione del 1902, del Racioppi (…), il vol. I, p. 132, non abbiamo trovato nulla in proposito. Ma, il Racioppi (…), effettivamente ci parla della ‘Cronaca di S. Mercurio’, nel vol. I, a p. 525, quando accenna alla città scomparsa di Molpa. Infatti, il Racioppi a p. 525 del vol. I, in proposito scriveva che: “Nient’altro per me noto dell’antica Molpa dei tempi ellenici o romani. Ma agli scrittori napoletani è nota qualcos’altra; ed è un erudito brano di cronaca inedita, che da un monistero del Cilento venne detta di San Mercurio; brano pubblicato dall’Antonini, nella quale cronaca, di un frate celentano del secolo IX, sarebbero le peregrine notizie d’Imperatori romani, che ebbero nascimento e dimora in quella città. La cronaca si dice inedita, ma è del tutto ignota, ed il brano è del tutto falso: e chi dei moderni ne ripete le notizie senza punto di dubbio (1), non ricorda lo stato della cultura nel secolo IX; pel quale è un anacronismo stridente la minuta erudizione del frate, che ivi parla di Pelasgi e di Tirreni! L’Antonini che inventa marmi letterati e titoli notarili a sostegno d’immaginarie città, non si smentisce, se allo stesso tempo inventa cronache del secolo IX.”. Poi, il Racioppi, dopo aver distrutto la figura dell’Antonini continua dicendo che: “E’ probabile che da questa città di Molpa (e non da Melfi della Lucania mediterranea) venne la popolazione che andò a formare Amalfi, in territorio appartenente al Ducato di Sorrento, il vico, l’oppido, il castello ecc..ecc..”. Dunque, il Racioppi non crede alla Cronaca del Monaco S. Mercurio e non crede all’Antonini ma crede nella leggenda del Camera. Di questa cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel IX secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”. Giuseppe Antonini (….), e la sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 132 e s., parlando dei Saraceni, in proposito scriveva che: Talvolta in alcuni luoghi non ve n’era alcuna, a cagione di quel pagamento, che loro si faceva, chiamato DACIUM dal ‘Monaco’ di San Mercurio; onde poi forse venne l’Italiana parola Dazio, e significava presso a’ Saraceni quella contribuzione in denaro, che loro si pagava, per rendere quel luogo immune dalle scorrerie, e dai saccheggiamenti; e talora anche quelle Terre, ove comunemente co’ Cristiani abitavano”.

Il sig. Agostino Carbone ed i frammenti della ‘Cronaca del Monaco di S. Mercurio’ imprestati all’Antonini

L’Antonini (…), nella II edizione della sua ‘La Lucania’, di Mazzarella Farao, parte II, p. 372, in proposito scriveva che: “La ‘Cronaca’ però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Sig. Agostino Carbone) chiarisce bastantemente questo fatto. Ecco come il ‘Monaco’ scrive: ecc..”L’Antonini (…) che, a p. 372, della parte II, della ‘La Lucania’, diceva che: “La ‘Cronaca’ però di ‘S. Mercurio’ (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone), ecc…”. Antonini (…), riferiva che alcuni frammenti dell’interessante ‘Chronica’ manoscritta del monaco che lui chiama di S. Mercurio, e che il Cammarano (…), ciama ‘Mercurio 2°’ o ‘Mercurio II’, gli fu imprestata e fatta vedere dal Signor Agostino Carbone. Chi fosse il Signor Agostino Carbone che possedeva dei frammenti di un ‘Chronicon’ medievale, scritto da un monaco che l’Antonini dice essere di ‘S. Mercurio’ ?. L’Antonini (…), dopo aver descritto il paese di Roccagloriosa, parla anche del Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, e scrive che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Il Monastero (se malamente non penso) era di Benedettini; e di questo la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse.”. Dunque, l’Antonini (…), nel cap. VIII, citava il sig. Agostino Carbone, allorquando ci parla di Roccagloriosa e del Monastero di S. Mercurio.

Antonini, p. 385

Secondo l’Antonini (…), che a p. 385, della sua “La Lucania”, riferendosi all’antichissimo Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, scriveva che: “…..e di questo la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse.”, intendeva chiaramente che il ‘Chronicon’, che lui chiama del Monaco di S. Mercurio e, imprestatagli dal sig. Agostino Carbone suo paesano, fosse da attribuire ad un monaco del monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, di cui ho già parlato ivi in un altro mio saggio. Il sacerdote Agatangelo Romaniello (…), nel suo libro   ‘Roccagloriosa nella tradizione e nella storia‘, nel 1986, a p. 34, parlando del monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, in proposito, nella sua nota (57), postillava che: “(57) L’Antonini (o.p., II, disc. VIII, p. 385) dice espressamente che il Monastero di S. Mercurio era benedettino. Ed egli afferma ciò in base a pochi frammenti di cronaca imprestatagli dal medico del luogo (di Roccagloriosa) Agostino Carbone.”. Stessa cosa scrivono l’Agatangelo P. e Falco Domenico (…), nel loro testo ‘Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa’, edito nel 1968, a p. 24, parlando di S. Nilo e del monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa. Dunque, dal padre Romaniello Agatangelo (…), apprendiamo che, al tempo dell’Antonini, il sig. Agostino Carbone, era di Roccagloriosa, come scriveva anche lo stesso Antonini “paesano di qui” ed sappiamo pure che egli era il medico condotto di Roccagloriosa. Sappiamo dunque, che il sig. Agostino Carbone, avesse imprestato all’Antonini, alcuni rimasti frammenti della Cronaca, che l’Antonini, dice essere stati scritti dal “Monaco di S. Mercurio”. Dunque, siccome il sig. Agostino Carbone era di Roccagloriosa e siccome a Roccagloriosa vi era l’antico monastero di S. Mercurio, dobbiamo dedurre che questo Monaco di S. Mercurio, fosse un monaco o un Abate del Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, su cui ho ivi scritto un mio saggio. Dunque, per la storia del ‘Chronicon’, citato dall’Antonini e per il suo autore ‘il monaco di S. Mercurio’, dobbiamo cercare nella storia di Roccagloriosa. Sappiamo che Centola, da cui dipendeva la Molpa, facesse parte della Diocesi di Capaccio, e sappiamo che un Vescovo di Capaccio si chiamava Carbone Bartolomeo, come dice nell’Indice dei nomi a p. 676, Pietro Ebner. Ebner (…), parla del vescovo Carbone Bartolomeo, a p. 282 e a p. 328. Può essere che questo antico manoscritto, di cui oggi, solo alcuni frammenti sono conservati nell’Archivio della Famiglia Lupo a Centola, siano giunti ai Lupo, a mezzo della famiglia Carbone di Centola. Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno, ecc..’, a p. 328, parlando della cronologia dei vescovi, scriveva che se ne parla negli “Atti del Sinodo Brancaccio” (p. 114) ad anno 1441 e ne parlava anche l’Ughelli (…) c. 473, XIX, e il Volpi (…) (pp. 72-73). Gli Atti del Sinodo Brancaccio, riguardano in parte la situazione creatasi dopo la visita di Atanasio Calceopoulos a Pattano, in cui si chiedeva al papa di mandare via il monaco Elia. Scrive Ebner che il vescovo Bartolomeo Carbone, morì nell’anno 1441. Sempre da Ebner (…), apprendiamo che un Carbone Biagio era parroco di Ceraso, proprio l’area da cui proveniva oltre che l’Ebner anche lo stesso Antonini. L’Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni ecc…”, parlando di Roccagloriosa, a p. 416, scriveva: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (…), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti.”.

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(Fig. 6) Chiesa di S. Giovanni a Roccagloriosa

Il ‘Monaco di S. Mercurio’, autore della sua ‘Chronica’ citato dall’Antonini

L’Antonini (…), a p. 396, cita di nuovo la ‘Chronica’ del “Monaco di S. Mercurio” e, dopo aver parlato di ciò che aveva scritto il Cluverio, sulla Molpa, scriveva che: “..cose: e pure verso il nono secolo (quando crediamo che scrivesse) il Monaco di S. Mercurio,…”. Il nipote di Antonini (…), Francesco Mazzarella Farao, nella sua opera postuma sulla “La Lucania” (II ° edizione del 1795), nella parte II, a p. 367, del Discorso VII, della sua ‘Lucania’, che, in proposito alla città scomparsa di Molpa, scriveva che ne parlava anche il monaco di S. Mercurio. Pietro Ebner (…), a p. 172, nella sua nota (13), postillava che: “(12) L’Antonini (cit. I, p. 372 sg.), trascrive un brano della ‘Cronaca di S. Mercurio’: Belisario ecc..”. Antonini (…), citava il ‘Chronicon’, il cui autore, secondo l’Antonini, lo chiamava il ‘Monaco di S. Mercurio’, cidandolo diverse volte e in diversi suoi Discorsi (capitoli) della sua ‘La Lucania. Dunque, qui l’Antonini, citava il passo della ‘Cronaca del Monaco di S. Mercurio’, quando nel IX secolo (l’Antonini credeva che detta ‘Chronaca’ manoscritta fosse stata scritta dal monaco nel IX secolo). Ma chi fosse l’autore della ‘Cronica’ di S. Mercurio, citata dall’Antonini, ovvero chi fosse l’Autore o il Monaco di S. Mercurio ?. Perchè l’Antonini (…), lo chiama Monaco di S. Mercurio ? A cosa si riferiva l’Antonini quando scriveva di questo monaco di S. Mercurio ?. Cosa era il S. Mercurio, da dove proveniva questo monaco ? Essendo un monaco, il S. Mercurio, a cui si riferiva l’Antonini, potrebbe essere un antico monastero o cenobio basiliano. Dunque, ma se si trattasse di un monastero, questo ‘S. Mercurio’, citato dall’Antonini, vorrebbe dire che il Cammarano aveva preso un abbaglio quando scriveva che non esisteva nessun Santo con questo nome, ovvero credendo che si trattava di un Santo, il Cammarano (…), si sbagliava. Sappiamo dunque, che il sig. Agostino Carbone, avesse imprestato all’Antonini, alcuni rimasti frammenti della ‘Cronaca’, che l’Antonini, dice essere stati scritti dal “Monaco di S. Mercurio”. Dunque, siccome il sig. Agostino Carbone era di Roccagloriosa e siccome a Roccagloriosa vi era l’antico monastero di S. Mercurio, dobbiamo dedurre che questo Monaco di S. Mercurio, fosse un monaco o un Abate del Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, su cui ho ivi scritto un mio saggio. Dunque, per la storia del ‘Chronicon’, citato dall’Antonini e per il suo autore “il monaco di S. Mercurio”, dobbiamo cercare nella storia di Roccagloriosa. Su Roccagloriosa, ho ivi pubblicato un mio saggio. Non sappiamo perchè l’Antonini (…), ritenesse che la ‘Cronaca del Monaco di S. Mercurio’, fosse del IX secolo. L’Antonini (…), a p. 396, cita di nuovo la ‘Chronica’ del “Monaco di S. Mercurio” e, dopo aver parlato di ciò che aveva scritto il Cluverio, sulla Molpa, scriveva che: “..cose: e pure verso il nono secolo (quando crediamo che scrivesse) il Monaco di S. Mercurio,…”. Padre Romaniello Agatangelo (…), poi pure il De Falco (…), scriveranno che, riferendosi alle scorrerie saracene che infestarono i nostri luoghi per tutto il VIII e IX secolo “poi, opo la venuta dei Normanni, le scorrerie cessarono del tutto. Proprio durante questo periodo si affemò in Lucania il monachesimo, il quale ebbe una vita florida in modo particolare nella cosiddetta zona del “Mercurion”… Prima del IX secolo, a causa delle scorrerie saracene, non era stato possibile la costruzione di monasteri nell’Italia meridionale….”. Forse la ‘Cronaca del Monaco di S. Mercurio’, ha a che fare con alcune donazioni che i duchi Longobardi, poi in seguito confermate dai duchi Normanni, fecero ad alcuni monasteri o cenobi basiliani del luogo. Molti documenti e fonti, attestano e confermano la presenza di S. Nilo da Grottaferrata, nel Monastero di S. Mercurio a Rocagloriosa, e molti di questi documenti, testimoniano le tantissime donazioni fatte ai tanti monasteri italo-greci del posto. Queste donazioni o privilegi, furono oggetto di notevole interesse dalla Badia di Cava, che nel X secolo era diventata una Baronia e che disponeva di un vasto patrimonio nel basso Cilento, fra cui i tanti monasteri italo-greci (cenobi basiliani e bizantini di rito greco) che furono ben presto riportati alla regola latina benedettina. In seguito, la storia di questi monasteri, come quello di S. Mercurio a Roccagloriosa, sarà la storia di monasteri passati in Commenda alla Curia Romana per disposizione papale e, via via portati al decadimento anche con la complicità della Curia locale che in questo caso è stata rappresentata dai diversi vescovi succedutisi nella Diocesi di Policastro. L’Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, poboli e baroni ecc..’, vol. II, scriveva a p. 435, in proposito che: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (…), per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’Università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’Abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il momastero anzidetto (1615). Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. Giovanni Antonio Santonio, (di Taranto), nominato vescovo di Policastro nel 1610. Il Laudisio (…), a p. 101 (vedi il Visconti), invece afferma che fu il vescovo Pietro Magri (non il vescovo Santonio, come scriveva l’Ebner) ad incorporare al Seminario. Inoltre, il Laudisio (…), parlando di Roccagloriosa, scriveva in proposito che: “Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S.. Giovanni di Gerusalemme (i Cavalieri dell’Ordine di Malta).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che: “(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”

Giuseppe Antonini (…), nel 1745, nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p….., dopo aver descritto il paese di Roccagloriosa e, parlando del suo Cenobio, a p. 334, scriveva che: “Il citato ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’ (si tratta del manoscritto sulla “vita di S. Nilo” a cui si rifà il testo di Paolo Emilio Santorio (…)), al fol. 7., fa menzione di tre Santi Uomini, che furono di questo Monistero a tempo di S. Nilo, e così li nomina: ‘Magnum Joannem, percelebrem Fantinum (1), & Angelica puritae Zachariam, ond’ entra il dubbio che il Monistero non fosse stato de’ Basiliani, altrimenti l’autor di questa vita parea, che non avesse a pigliarsi la pena di ragionar di Santi d’altro istituto. L’Abate Ughellio Italia Sacra tomo 6, fol. 143, scrive, che questo Monastero di monache fosse stato da Turchi ruinato: ‘Quod enim erat in Oppido Roccae gloriosae Turcae fuflulerunt’; ciò che non è vero, non essendosi mai Turchi tanto entro terra inoltrati; anzi sappiamo, che le moniche vi erano fin al MDLXV poichè in tal anno vi morì Suor Maria Sanseverino, e ne fu come Abate provveduto Fabio Lanario con Breve di Sisto V. che il secolarizzò. Ma verso il MDCI il Baron della Rocca (non avendo avuto ragione di ciò che Sisto aveva fatto) presentò in Badessa Suor Beatrice Pinella monaca Benedettina il Monistero.“. L’Antonini (…), sulla scorta del Santorio (…), nella sua nota (1), riguardo la notizia di un  “Romitorio”, fabbricato a Roccagloriosa da S. Nilo da Rossano, scriveva: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. La notizia tratta dal Santorio (…), in “hist. Carbon. Monast. fol. 29”, che è il testo rappresentato alla nostra nota (…), intitolato: ‘Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii’:

Giustiniani, p. 34, Roccagloriosa

Quale fosse il collegamento fra l’Antonini (…), la famiglia Lupo di Centola, con cui egli era imparentato e il sig. Agostino Carbone, che come scrive l’Agatangelo, era il medico di Roccagloriosa ai tempi dell’Antonini, fosse una certa parentela dell’Antonini con i Florio di Camerota. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dell’Ebner (…), che nel suo “Chiesa, popoli e baroni nel Cilento”, nel suo vol. II a p. 422, che, sulla scorta di Mazza A. (…), p. 113 (vedi nota (50), scrive che nel 1305, era signore di Roccagloriosa, Montecalvo e Buonalbergo Matteo Mansella (…). Leggiamo su Wikipedia che Giuseppe Antonini, nacque a Centola il 14 gennaio 1683 e morì a Giugliano il 6 gennaio 1765. Leggiamo invece, sul vol. I, del sacerdote Giovanni Cammarano (…), nella sua ‘Storia di Centola’, che a p. 81, in proposito scriveva: “Giuseppe Antonini nacque a Cuccaro Vetere il 1745. Non si conosce l’anno di morte.”. Sempre da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Antonini, barone di San Biase, fu avvocato ed erudito, che ha legato il suo nome allo studio della storia e della topografia della Lucania e del Cilento. I suoi studi furono trasfusi nell’opera La Lucania, Discorsi, pubblicata per la prima volta nel 1745. Nel 1795, ‘La Lucania’, ebbe la II edizione, per i tipi di Tomberli e fu pubblicata da suo nipote Francesco Mazzarella Farao. Giovanni Cammarano (…), è stato molto critico nei confronti di Antonini e a p. 81, scriveva che: “Uditore Giudiziario, era barone di S. Biase. Ebbe legami di parentela con la famiglia Lupo di Centola. Difatti, essendo figlio di una cugina di don Baldassarre Lupo e don Giovanni Andrea, era nipote di detti sacerdoti. Don D.A. Stanziona, attingendo all’AFL ci informa che a soli 21 anni scrisse “Appunti sulle nostre Terre” e richiamandosi a Venceslao I scrisse “una sortita in Venceslao I dal titolo La notte dell’Abate di Centola”. La cosa provocò una certa amarezza da parte di don Baldassarre Lupo e don Andrea Lupo (1787+1855), canonico di Bosco, ritenendo il fatto frutto di una fantasia., ritenendo quel fatto privo di verità. Nel 1773, a 29 anni pubblicò “Appunti storici sulle nostre terre (Cilento), che poi ampliandoli, ribattezzò con il titolo “La Lucania” (126) che pubblicò a Napoli il 1795 in seconda edizione. I fratelli Lupo ed anche zii ebbero a contestargli alcune notizie con forte critica per alcune lacune e per certe contraddizioni in riferimento alle nostre terre. Scrisse pure i ‘Quadernali’ per chiarire molti punti della sua Lucania, che non fece a tempo a pubblicare, come giustamente scrisse il suo pronipote Scipione Antonini. Ecc..”. Sull’Antonini (…), ha scritto Ruggero Moscati, ANTONINI, Giuseppe, barone di San Biase, Enciclopedia Italiana – I Appendice (1938), Istituto dell’Enciclopedia italiana Treccani. Vediamo ora cosa scriveva Ruggero Moscati sulla Treccani. Moscati scriveva che: ANTONINI, Giuseppe, barone di San Biase. – Erudito, nato a Centola (Salerno), il 14 gennaio 1683, morto a Giugliano, di cui era governatore, il 6 gennaio 1765. Nel 1745 diede alle stampe i suoi Discorsi sulla Lucania, che nel 1756 accrebbe e che nel 1790-91 il nipote Francesco Mazzarella Farao ripubblicò, arricchendoli di copiose annotazioni, difendendo l’opera e la memoria dell’A. dalle accuse di P. Magnoni e dei non pochi critici e detrattori. E infatti la Lucania, sfrondata dagl’inevitabili errori, si può considerare un lavoro diligente e per quel tempo pregevole per l’abbondanza del materiale storico e specie lapidario, per la prima volta raccolto ed edito. Altre opere dell’A. furono alcune Lettere polemiche a N. Lenglet du Fresnoy e al correttore di lui M. Fazio, nonché le Discussioni sulla Traslazione del corpo di S. Matteo a Salerno e sulla Cronologia dei vescovi Pestani di G. Volpi. Bibl.: F. A. Soria, Memorie storico critiche degli storici napoletani, Napoli 1781, pp. 41-42; P. Napoli-Signorelli, Vicende della coltura nelle Due Sicilie, VI, ivi 1811, pp. 275-77.  Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella parte III, nel ‘Discorso VIII’, parlando di Celle di Bulgheria, a p. 387, scriveva che il casale di ‘le Celle’ (Celle di Bulgheria), sia stato un casale di Roccagloriosa insieme a quello di Acquavena:  “Sull’occidental falda della montagna detta di Bulgheria sono due piccioli, ma ben abitati paesi la Poderia, e le Celle, il primo fu casale del vicino S. Severino, el secondo è della descritta Rocca. “. L’Antonini (…), scriveva che Celle di Bulgheria (“le Celle”), era un “casale della descritta Rocca” (riferendosi a Roccagloriosa)

Nel XII secolo, le nostre terre e la dominazione Normanna

Nel XII secolo, queste contrade erano dominate dai Normanni e dai parenti di Roberto il Guiscardo che si era impossessato di Policastro. Il Cilento, dopo il periodo Longobardo, nell’anno 1059, fu concesso in feudo a Roberto il Guiscardo da parte del suocero Gisulfo II, Principe di Salerno; nell’anno 1066, passò a Ruggero I figlio di Roberto; nell’anno 1095, passò a Ruggero II d’Altavilla (terzo figlio di Ruggero I) e a Simone (figlio di Ruggero I d’Altavilla e fratello di Ruggero) nell’anno 1152.

Le notizie e l’origine di alcuni documenti d’epoca Normanna

Molte notizie  storiche sui luoghi e feudi del basso Cilento ci giungono attraverso alcuni documenti prodotti nelle diverse Cause o liti pendenti dal secolo XV in poi, a seguito degli acquisti dei diversi feudatari succedutisi. Le donazioni e privilegi Normanni di cui abbiamo accennato, furono oggetto di revisione storica ed economica, proprio a causa di quelle liti. Sull’origine di alcune notizie storiche su Rofrano e su Roccagloriosa e, su i suoi monasteri, le origini di un testamento del conte Manso o Mansone, riferita dall’Antonini e dal Laudisio, poi in seguito ripresa dal Cataldo, dal Romaniello ecc…, devo precisare che essa deriva da alcuni documenti che fin dal 1434 furono presentati davanti alla Real Corte della Sommaria per liti pendenti fra le Università del luogo (Rofrano, Roccagloriosa) contro i vescovi di Policastro per le loro indebite usurpazioni, di cui parlerò in seguito. Le liti con la curia vescovile di Policastro ed i Capece e i Tosone. Nel 2013, mi recai presso l’Archivio Arcivescovile di Policastro dove il bibliotecario don Mario Scapolatempo mi fece fotocopiare il testo: “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune id Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti Nella Corte id Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Consigliere Comm. De Micco” pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. La relazione del commendatore De Micco (….) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. Il De Micco (….), a pp. 69-70, riferendosi all’atto del 7 aprile 1133, stipulato dai nipoti eredi del visconte Mansone, in proposito scriveva che: “veniva nel giudizio solenne del 1434, circa cinque secoli indietro, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – ‘prout in quondam privilegio testamenti seriosius continetur’ – ; veniva ancora nell’altro giudizio del 1687 innanzi al Vescovo di Marsico esaminato e tenuto a base dei diritti contestati fra Roccagloriosa ed il Seminario, e venuti infine nello stesso modo formalmente riconosciuto nel giudizio contro il Barone Paolo Tosone nel 1697 innanzi al S. R. Consiglio. Ecc…”. Dunque, il De Micco riassumendo alcune liti o cause civili pendenti dal 1434, scriveva che i documenti di cui abbiamo parlato si desumono dagli atti di queste liti. Per quanto riguarda uno dei due documenti, ovvero il testamento di Manso, il De Micco (….), nella sua relazione, a p. 6, in proposito scriveva che: “3°. Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, ufficio Politico, fra le ‘scritture della Curia del Cappellano Maggiore’, e proporiamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Iannis De Afflicto Baronis Roccaegloriosae contro D. Dominicum de Afflicto cessionarium terrae prae Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1° pandetta 2° N. 220”. Dunque, il De Micco trae il testamento di Mansone dalla causa civile del Barone D’Afflitto contro la curia vescovile di Policastro. Sempre il De Micco (….), a pp. 69-70, riferendosi all’atto del 7 aprile 1133, stipulato dai nipoti eredi del visconte Mansone, in proposito scriveva che: Sono queste le precise parole della Corte: “Detto testamento è estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, ufficio politico, tra le scritture del Cappellano Maggiore e propriamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Joannis de Afflicto Baronis Roccagloriosae contra praedictae et reverendum Seminarium Policastrensem’ 1753, vol. I pandetta 2 n. 270.”. Il De Micco, a p. 71, in proposito scriveva che: “Tal testamento si legge di essere scritto da Cioffo Reipublicae notario e di esserne presente l’originale nella Curia Vescovile di Policastro da Matteo d’Afflitto con podestà di restituirne la copia, e a 23 marzo 1589 di essersi intimata la stessa al Sindaco di Roccagloriosa.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435 parlando di Rofrano e, sulla scorta del Ronsini (….), in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, .…da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc…”. Ebner, a p. 435, nella nota (27) postillava che: “(27) Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29”. Pietro Ebner (….), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, scrivendo sulla vasta tenuta del Centaurino, forse già antica e longobarda donazione all’Abbazia di Rofrano, era fra i “…i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo ad interminabili controversie (89).”. L’Ebner, nella sua nota (89), dice che: “(89) V. D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano’, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS = Archivio di Stato di Salerno, è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV = Archivio della Diocesi di Vallo della Lucania) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Ebner, sulla scorta delle sentenze e delle liti fra i feudatari e la curia di Policastro chiariva alcune notizie rimaste frammentarie circa alcuni documenti esaminati in questo saggio. Ebner, sulla scorta del Ronsini scriveva che furono proprio questi atti dei processi intentati dai vari feudatari o università (antichi Comuni) di Rofrano e di Roccagloriosa contro i vescovi di Policastro che fecero conoscere alcune notizie sulle origini dei monasteri a Roccagloriosa. Secondo questi Atti, di cui parla anche il Ronsini (….) ed il “Libro delle memorie” di Placido Tosone, il conte Mansone era figlio del conte Leone, ma non era fratello di “Altruda” ma, ella era sua figlia. Inoltre, Ebner, sulla scorta di queste antiche sentenze scrive che nel 1133, Guido e Alessandro, che nel 1133 ratificarono il testamento di Mansone erano i suoi nipoti non i suoi figli. Ebner, parlando di Rofrano scrive diverse notizie molto diverse da quelle che sono state dette da Romaniello, dall’Antonini, dal Laudisio. Ebner, cita il Ronsini (10) che, nel suo “Cenni storici sul comune di Rofrano”, a p. 29 citava l’antico documento della ratifica del testamento di Mansone. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”,  a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Dunque, il Ronsini, parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 redatto e stipulato dal Notaio Mansione. I registri di don Placido Tosone, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Infatti, copia dell’istrumento, dell’atto, di ratifica del 1133 del testamento di Mansone è stato più volte citato a riprova negli Atti dei Processi di lite contro i Vescovi di Policastro. Il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (20), a p. 113 (Archivio Storico Attanasio), il ‘Cap. XII della Bonatenenza’, parla della Causa con i Capece e cita anche Lanario, una Sentenza di Nicola Siano, in cui erano convenuti i Capece.

Cervellino, p. 113

Gli antichi documenti Normanni, riguardando molte donazioni Normanne a diversi Monasteri ed Abbazie del luogo, essendo queste, insieme ai loro beni, date in seguito in commenda, furono citati e oggetto di liti e cause vertenti tra la Curia ed i Comuni limitrofi, come ad esempio la causa vertente e sorta tra l’episcopio di Policastro ed il Comune di Rofrano, citata dal Gaetani (….). Riguardo le cause vertenti e sorti tra l’episcopio di Policastro ed il Comune di Rofrano, il Gaetani (….), citava un lavoro del canonico Giuseppe Menta (19): “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano., redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento, citato dal sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici del Comune di Torraca”, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), postillava che: “….il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. (….). Alcuni di questi documenti che attestano antiche donazioni normanne furono fatte valere nei processi pendenti tra alcuni feudatari che acquistarono alcuni feudi o luoghi contro la curia Vescovile della Diocesi di Policastro che aveva usurpato alcuni beni non ecclesiastici come ad esempio la tenuta allodiale detta di “Cannamaria” (Centaurino) che il vescovo di Policastro Antonio Santonio che, nel 1615 inglobò nei beni del Seminario Vescovile a Roccagloriosa. Infatti, Pietro Ebner (…..), riguardo quest’altra lite, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 435, in proposito scriveva che: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31), per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’Università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’Abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il momastero anzidetto (1615). Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che: “(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Riguardo invece le liti tra il Seminario Vescovile di Roccagloriosa e quindi tra la Curia Vescovile di Policastro che ne curava gli interessi contro il Comune di Roccagloriosa, il sacerdote Romaniello Agatangelo (16) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”.

Nell’ottobre 1083, in un processo appare il “vice-comes” o visconte Manso o Mansone, forse, lo stesso Manso, visconte di Roccagloriosa e Padula che, nel 1130, sul letto di morte fa testamento e donerà a sua sorella Altrude il monastero di S. Mercurio

Uno dei primi documenti in cui appare il vice-conte (“vicecomes”) Manso è un documento dell’ottobre 1083. Come vedremo la figura di questo personaggio Normanno appare per la prima volta in un antico documento che era conservato negli Archivi dell’Abbazia di Cava de Tirreni. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 632, parlando del casale di “Casamastra” ad un certo punto cita Castelruggiero. Ebner riferendosi ai beni donati al cenobio italo-greco di S. Fabiano (o Flaiano), in proposito scriveva che: “Più interessante, anche per la procedura, il verbale di un placito (5) tenuto nell’arcivescovado di Salerno, nell’ottobre del 1083 (6). In esso è notizia di un processo, alla presenza di Sighelgaita, la bella e coraggiosa moglie di Rogerto il Guiscardo, in cui i contendenti erano l’abate cavense Pietro da Salerno da una parte e dall’altra Boso, viceconte del Cilento, in rappresentanza dello Stato. Quest’ultimo invitò il grande abate a chiarire dove “retineret et donimaret homines pertinentes reipublice de ipso loco cilento”. L’abate segnalò sei monasteri, dipendenti dal cenobio cavense, che avevano famiglie soggette, affermando con giuramento (venne prestato da “unum liberum hominem”) che tali famiglie erano vassalle della Badia prima dell’assedio di Salerno, anzi prima che Roberto “ad castram quod retunda dicitur advenisset”. Ciò è molto importante perchè anticipa di molto tempo del costituirsi dei beni della Badia del Cilento, dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero. Dal verbale si apprende inoltre che il viceconte invitò il priore del cenobio cavense Pietro a leggere singolarmente i nomi degli “homines” soggetti a ogni monastero. Esibito lo scritto contenente detti nomi, il viceconte fece giurare al priore (anche stavolta il giuramento è prestato da un “unum liberum hominem”) che effettivamente tutte quelle famiglie erano vassalle della Badia già prima che “supradictus dominus dux prephatam civitatem obsidendam venit cum ad ipsam Rotunda advenisset”. Dunque, l’Ebner citava la notizia di un antico documento “placido”, dell’ottobre 1083, in cui si ha notizia di un processo tra l’abate dell’Abbazia di SS. Trinità di Cava de Tirreni, Pietro Pappacarbone ed il viceconte del Cilento Boso. Processo tenutosi davanti alla principessa longobarda Sichelgaita, moglie di Roberto il Guiscardo. Ebner, dunque parlava di un documento (placido) dell’ottobre 1083 e nella sua nota (4) postillava che: “(4) I, ABC, XIII, 110, maggio a. 1082, Vedi Nocella.” e, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Ventimiglia, cit. Append., III, p. IX, sgg. = ABC, B 39, ottobre a. 1083, VII, Salerno.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 405, in proposito scriveva che: Nel processo celebrato nell’arcivescovado di Salerno, presenti, oltre la duchessa, l’arcivescovo Alfano, il vestatario del duca, Granato, “et plures alii homines”, il giudice Sico, assistito dal vice-conte del duca Manso, ordinò al priore del monastero cavense Pietro (l’abate era assente) di esibire gli elenchi delle famiglie soggette. Ecc…”. L’antico documento dell’ottobre 1083 riguarda un processo per il possedimento di  “Santa Maria de Gulia”, di cui ha parlato Amedeo la Greca (….), nel suo “Santa Maria de Gulia – Il monastero, le chiese etc…”, di recente ha chiarito alcuni aspetti dell’antico documento del 1083 e del monastero. Egli chiarisce pure che si trattava di un antico casale forse annesso al casale di S. Maria di Castellabate che divenne un possedimento dell’Abbazia di Cava de Tirreni. Tuttavia, a noi interessa l’antico documento del 1083, in cui si citano i due vicecomes Manso e Boso. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia etc…” parlando di un altro documento del 1086, in cui si confermavano le cose dette in questo del 1083, a p. 101, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Nel documento del 1083 (Ventimiglia, cit. Appen. p. IX) sono specificati i monasteri a cui le famiglie erano soggette: “videlicet monasteri sancti Arcangeli (49) et monasteri sancti Angeli (14) et monasteri sancti Zacharie (3) et monasteri sancte Marie, qui dicitur de Gulia (8), et monasteri sancti Magni (92) et monasteri sancti Fabiani (11)”. Barbara Visentin (….), “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale  secoli XI-XV”, parlando di “1. Santa Maria ‘de Gulia’. Sancta Maria de Gulia”, a pp. 160 e ssg. nessun accenno all’antico documento dell’ottobre 1083 ed al gastaldo o vice-vonte Manone ma, a pp. 163-164, in proposito scriveva che: “Nell’agosto del 1080 Roberto il Guiscardo, ‘per interventum domne Sikelgaite ducisse’, concede che tutti i vassalli del monastero di Cava, ovunque essi risiedano, specialmente quelli dei monasteri di Sant’Arcangelo, San Magno e Santa Maria ‘de gulia’, siano soggetti in tutto all’abbazia cavense (741). Tre anni più tardi, però, ‘Boso, vececomes de loco Cilento’, compare ‘in sacro salernitano archiepiscopio’ alla presenza del giudice Sicone, del ‘dominus Petrus’, monachus et prior monasterii Sancte et individue Trinitas, e di ‘plures alii homines’ per definire nuovamente i vassalli che spettano al monastero cavense e quelli che, invece, appartengono a Roberto, ‘gloriosissimo duci’ (742). In realtà Bosone, ‘pro parte reipublice’, lamenta dinanzi a Sichelgaita e allo stesso ‘dominus Petrus venerabilis abbas’ della Trinità, che il monastero ecc….Pietro ribadisce, di contro, la facoltà di esercitare il ‘dominium’ ecc….Il processo conferma ancora una volta all’abbazia cavense i vassalli dei monasteri di Sant’Arcangelo di Perdifumo, Sant’Angelo di Montecorice, San Zaccaria de lauris, e San Giovanni de Terresino.”. In questo passaggio la Visentin cita Boso ma non cita Mansone che pure è presente nel documento. La Visentin, a p. 163, nella sua nota (741) postillava che: “(741) AC, B 13 edito da Guillaume, Essai, Appendice, pp. VIII-IX e da Ménager, Recueil, pp. 105-108”. La Visentin, a p. 164, nella sua nota (742) postillava che: “(742) AC, B 33: ottobre 1083 pubblicato da D. Ventimiglia, Notizie storiche, cit. Appendice, pp. IX-XI e da Ménager, Recueil, n. 43, pp. 136-141.”

Placito del 1083, Ventimglia, p. 106, IX

(Fig…..) Documento dell’ottobre 1083 tratto da Ventimiglia Domenico, “Notizie storiche del castello dell’Abbate etc.”, Napoli, 1827, Appendice, III, p. IX

Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania”, Napoli, 1827, Appendice, III, p. IX e ssg. e questo documento dell’ottobre 1083, si trova anche nell’Archivio dell’Abbazia di Cava de Tirreni, con la collocazione: “B, 39”. Il Ventimiglia, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “Gisolfo principe di Salerno aveva donato coll’intero territorio al Monastero di Cava la Chiesa di S. Maria de Gulia, altrimenti detta de Giulia, dov’era il Casale dello stesso nome (f), i di cui abitanti uniti agli uomini di altri casali del Cilento il Duca Roberto Guiscardo nel  1080 al suddetto Monastero Cavense sottomise (g); anzi i nomi stessi degli abitanti del Casale nel Placito tenuto nell’Arcivescovado di Salerno coll’intervenimento di Sighelgaita moglie del divisato Duca nel 1083 furono descritti e riconosciuti di dominio del suddetto Monastero (a), verso del quale non volle mostrarsi non meno generoso il Duca Ruggiero Principe di Salerno colla conferma, che gli fece del Monastero di S. Maria de Giulia nel 1086 (b), ecc…”. Il Ventimiglia, a p. 7, nella sua nota (a) postillava che: “(a) Appendice de’ Monumenti, num. III, pag. IX.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia etc…” parlando di un altro documento del 1086, in cui si confermavano le cose dette in questo del 1083, a p. 101, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Nel documento del 1083 (Ventimiglia, cit. Appen. p. IX) sono specificati i monasteri a cui le famiglie erano soggette: “videlicet monasteri sancti Arcangeli (49) et monasteri sancti Angeli (14) et monasteri sancti Zacharie (3) et monasteri sancte Marie, qui dicitur de Gulia (8), et monasteri sancti Magni (92) et monasteri sancti Fabiani (11)”. Di questo documento hanno parlato pure i tre autori Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), nel loro  “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), che pubblicarono come doc. n. 51, a pp. 140-141 e ssg. Del documento del 1083 hanno parlato pure i tre autori Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), nel loro  “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), a pp. 141, postillavano che: “Sui monasteri cavensi nel Cilento di cui si parla nel documento v. CDC, X, p. XXI – Ed.: Ventimiglia, Notizie storiche, pp. IX-XI; Senatore, La cappella, pp. XII-XV. – Cfr.: Di Meo, Annali, VIII, p. 227; Portanova, I Sanseverino, p. 64 n. 78; Martini, Il diritto feudale, p. 210 n. 3, p. 216 n. 1, p. 224 n. 1; Acocella, La figura e l’opera di Alfano I, p. 55 n. 1; Id., Il Cilento dai Longobardi, p. 121 n. 186; Cuozzo, Riflessioni, p. 708; Ebner, Economia e Società, I, p. 60 n. 123, p. 62 n. 219, p. 82 n. 39, p. 99 n. 88, p. 103 n. 90, p. 108 n. 110, p. 125 n. 176, p. 130 n. 179, p. 130, p. 135 n. 194, p. 141 n. 206; Id. Storia di un feudo, p. 101; Id. Chiesa, p. 404 n. 86, p. 634 n. 17; Taviani-Carozzi, La principauté, II, p. 985 n. 63 e 64; Carlone, L’età medievale, p. 16 n. 6; Loré, Monasteri, p. 38 n. 107, p. 165 n. 41, p. 178 n. 87, p. 198 n. 152”. Riguardo il testo citato di Portanova si tratta di Gregorio Portanova (….), Il Castello di S. Severino nel secolo XIII e S.Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924 e, Gregorio Portanova, I Sanseverino e l’Abbazia cavense (1061 – 1324), Badia di Cava, 1977. Ebner postillava che: Il documento, edito dal Ventimiglia cit., Append., III, p. IX sgg., fu oggetto di studio da parte del SENATORE cit., Append., p. XII sgg.”. Ebner si riferiva all’opera di G. Senatore (…) ed al suo “La Cappella della chiesa di S. Maria sul Monte della Stella nel Cilento – Relazione storica con documenti”, Salerno, 1895. Oltre al processo dell’ottobre 1083, il “vice-comes” Manso o Mansone appare anche nell’altro processo che seguì nel 1084. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 404, in proposito scriveva che: “Al processo del 1083 (86) ne seguì un altro nel 1084 (87) che, pur rimettendo in discussione i beni che l’Abbazia possedeva nell’odierno Castellabate, mostra, più che il motivo addotto dalla sovrana, toni meno rigorosi per la procedura più spedita. Guidizi tenuti ambedue alla presenza dell’accorta, bella e coraggiosa sovrana di Salerno (88) e ambedue illuminanti sull’effettiva consistenza patrimoniale della Bada di Cava ecc…”. Ebner, a p. 404, nella sua nota (86) postillava che: “(86) ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Il documento, edito dal Ventimiglia cit., Append., III, p. IX sgg., fu oggetto di studio da parte del SENATORE cit., Append., p. XII sgg., del Racioppi cit., II, p. 98, dal Mattei Cerasoli (Una bolla di S. Gregorio VII, p. 183 sgg.) e dell’Acocella cit., RSS 1962, p. 77 sgg. estr.”. Pietro Ebner, vol. I, a p. 404, nella sua nota (87) postillava che: “(87) ABC, B, 34, aprile a. 1084, VII, Salerno”. Sempre Ebner postillava di Leone Mattei Cerasoli (….) e del suo “Una bolla di S. Gregorio VII“, p. 183. Dunque, Ebner, a p. 404, nella sua nota (86) postillava di Giacomo Racioppi (…..) e del suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, p. 98, dove però a p. 98, l’autore parla delle origini dei luoghi e fa riferimento alle antiche pergamene. Acocella, a p. 55 della parte I, nella sua nota (57) postillava di Racioppi: “(57) Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1889, vol. II, pp. 9 e sgg. Anche M. Mazziotti (op. cit., p. 103) aderisce alle tesi del Racioppi: ecc..”. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 121 e ssg., in proposito scriveva che: “c) Una vertenza giurisdizionale tra la curia ducale e la Badia. La genesi, le fasi, la conclusione di tale vicenda giurisdizionale sono contenute nell’importante ‘charta indicati’ dell’ottobre 1083 (186), di cui si è fatto talora cenno nelle pagine precedenti, e che adesso opportunamente conviene illustrare per l’importanza primaria che riveste, sia in riferimento alla storia del diritto e dell’economia, sia in rapporto alla storia della conquista normanna di Salerno. Ecco il contenuto del documento.”. Acocella, a p. 122, scriveva che: “Sono trascorsi più di sei anni dalla effettiva presa di possesso di Salerno da parte dei Normanni, e una spinosa vertenza giuridico-politica sta rendendo difficili da tempo i rapporti tra la Curia ducale e la Badia di Cava. Il viceconte del Duca nel Cilento Bosone, “Boso vicecomes domini nostri ducis de loco cilento “(187), aveva in precedenza, al cospetto della duchessa Sichelgaita e del conte Sicone (188) addebitato a Pietro Abate di Cava etc…”. Acocella, continuando il suo racconto a p. 124 scriveva che: “A conferire maggiore solennità all’atto e quasi a sottolineare l’importanza storica della decisione stanno nel palazzo arcivescovile (192) e la presenza a tutta la procedura della duchessa Sichelgaita, dell’Arcivescovo Alfano I e del ‘vestararius’ del duca, Granato (193)……L’attività politica e amministrativa, svolta da Sichelgaita in assenza del marito tenuto lontano da Salerno da importanti cure di guerra o di stato (194), ecc…”. Acocella, a p. 124, nella sua nota (194) postillava che: “(194) Cfr. C. De Blasiis, L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna, II, Napoli, 1864, pp. 292 sgg.”. Acocella, a p. 122, nella sua nota (187) postillava che: “(187) Non era finora noto tra i viceconti del venticinquennio 1065-90, che è il periodo studiato dal Garufi: l’esplicita attestazione che egli ha giurisdizione sul Cilento, coordinata con quanto s’è detto nel corso del nostro saggio, è utilissima a determinare l’effettiva attribuzione dei viceconti che non è chiarita da altri documenti. Cfr. C. A. Garufi, op. cit., 43 n…. Acocella postillava di Garufi e si riferiva al testo di C.A. Garufi, “Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI”, stà in “Archivio Storico Italiano”, a. XLVI, 1910. Riguardo il Garufi (….), l’Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: Il Garufi (121) rileva che….”, come vedremo innanzi e, nella sua nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. ecc..”. Acocella, a p. 364, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Cfr. C. A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del sec. XI. Studi storico-diplomatici’, in A.S.I., XLVI (1910), pp. 52-80, 290-343; p. 10 sg. dell’estr.; l’autore fa cenno della giurisdizione notarile del Cilento a p. 29. Vedi pure R. Poupardin, op. cit., p. 59.”. Dunque, il saggio del Garufi è stato pubblicato nella rivista dell’Archivio Storico Italiano, a. 1910, da pp. 52 a 80. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 124 e ssg., in proposito scriveva che: “Finalmente nell’ottobre 1083 si riunisce nel “in sacro Salernitano Archiepiscopio” una solenne assemblea – come si usava – per emettere la sentenza finale del faticoso ed importante processo. La presiede il conte e giudice Sicone, che ha l’assistenza del viceconte ducale Mansone (191).”. Acocella, a p. 124, nella sua nota (191) postillava che: “(191) Già noto per altri documenti: G. A. Garufi, art. cit., p. 43.”. Riguardo alla principessa Sichelgaita e la sua presenza al processo, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 404, nella sua nota (88) postillava che: “(88) La duchessa Sighelgaita sostituiva il marito, Roberto, impegnato in Oriente. Come è noto Roberto, preoccupato della potenza bizantina, salpò (a. 1081) verso Valona, conquistando Corfù. Sconfitto Alessio Commeno, conquistò Durazzo (a. 1082), ma richiesto d’aiuto da Gregorio VII, assediato da Errico IV, corse a Roma liberò il papa e, devastata la città, lo condusse con grandi onori a Salerno. Tornato in Oriente e riconquistata Corfù, morì nel corso dell’assedio di Cefalonia (a. 1085).”.

Nell’ottobre 1083, Manso o Mansone, vice-conte (“vicecomes”) o visconte ducale del conte e giudice Sico o Sicone e, visconte di Roccagloriosa e Padula (sussesso al padre Leone) che, nel 1130, prossimo alla morte fece testamento

Pietro Ebner (….) che, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, ne parla a p. 16 e a p. 98. Egli, parlando dell’epoca Normanna e dell’organizzazione politica del Principato di Salerno, a p. 98 in proposito scriveva che: “I ‘vece-comes’ invece, erano come i ‘ministeriales’, funzionari residenti, la cui carica continuò ad essere conferita anche in età normanna, come si rileva da un documento pubblicato dal Ventimiglia cit., III, ottobre 1083. Il vice-comes citato in questo documento (“Boso….vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis de loco Cilento”) pare tuttavia che avesse giurisdizione sull’intero territorio dipendende da Cilento (42). Nel ecc….”. Ebner, a p. 98, nella nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui una probabile sua giurisdizione malfitana.”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner postillava del vice-conte (“vice-comes”) Manso o Mansone, che troveremo nel 1130 a Roccagloriosa quando, sul letto di morte esprime le sue ultime volontà testamentarie, di cui parlerò innanzi. Il vice-conte ducale Maso o Mansone, era molto probabilmente di origini amalfitane e probabilmente un nipote o parente di un “gastaldo” chiamato Manso o Mansone che troveremo in alcuni documenti del 1014 e anche precedenti. Questo parente, chiamato anch’esso Manso o Mansone, appare nel documento (che il Ventimiglia chiama “placito”) dell’ottobre 1083 (pubblicato da Domenico Ventimiglia (….)). Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 405, in proposito scriveva che: “…..il giudice Sico, assistito dal vice-conte del duca Manso, ecc…”. Dunque, Manso era vice-conte del duca Roberto il Guiscardo ed assistiva il duca e giudice Sico o Sicone. Manso o Mansone appare al seguito della principessa longobarda Sichelgaita, seconda moglie di Roberto il Guiscardo. Manso o Mansone, è parte dei presenti all’Arcivescovado di Salerno e figura come il “vice-comes” ducale al seguito del Duca e giudice Sico o Sicone. Questo personaggio, funzionario (“vice-comes”) dello Stato ai tempi e dopo la conquista di Salerno ai tempi di Roberto il Guiscardo, potrebbe essere lo stesso di cui ci parla l’Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, quando ci dice che, nel 1110 fu autorizzato da Arnaldo, Vescovo della Diocesi di Policastro (?) ad unire i due monasteri di S. Leo e S. Veneranda in un unico Monastero, quello di S. Mercurio a Roccagloriosa. Manso o Mansone potrebbe essere lo stesso personaggio che, nel 1130, sul letto di morte fa testamento, di cui pure ho parlato in un altro mio saggio. Il “vice-comes” Manso o Mansone, oltre al processo dell’ottobre 1083, appare anche all’altro processo che seguì nel 1084. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 404, in proposito scriveva che: “Al processo del 1083 (86) ne seguì un altro nel 1084 (87) ecc…”. Pietro Ebner, a p. 98, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Pietro Ebner (….) nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che:  “(39) Alla stipula di atti riguardanti il territorio intervennero: il vicecomes Boso similiter vice comes suprascripti domini nostri ducis de loco Cilento (edito dal Ventimiglia, Append. III). Vi è notizia anche di manso vicecomes suprascripti domni nostri Ducis Roberto il Guiscardo (ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940?); ecc…”. Ebner si riferiva allo studioso Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, stà nella rivista in Rassegna Storica Salernitana (RSS), 1966, p. 66, di cui in seguito vedremo. Il La Greca, invece scrive che il testo di Acocella è in RSS, 1961, a. XXII, n. 1-4, pp. 35-82; a. XXIII, 1962, n. 1-4, pp. 45-132. Ebner postillava che nell’antico documento dell’ottobre 1083, oltre al vice-conte del Cilento Boso, figurava anche un altro “vicecomes” chiamato Manso, “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis”. Ebner postillava che di questo Manso, lo studioso Nicola Acocella “cit., p. 46, no. 120”, credeva “accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Infatti, l’Acocella (….), nella parte I (RSS, anno XXII), a p. 78, parlando dei gastaldi longobardi e dei viceconti normanni, in proposito a Mansone scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria perchè durò fino all’epoca Normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto, sul Cilento (120).”. Acocella, a p. 78, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Append., p. IX, sgg.: “Boso….suprascripti domini nostri ducis de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, il passo dell’Acocella è interessantissimo perchè ci parla di Manso, che egli credere sia nipote del gastaldo longobardo e Amalfitano Mansone. L’Acocella, parlando dei “vice-conti”, postillava che: “Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, per l’Acocella, il vice-conte Mansone citato nel documento del 1083 potrebbe essere nipote dell’altro Mansone gastaldo di Amalfi di cui ho accennato. Il Mansone del 1083 è il nipote del Mansone del 1014 ? Acocella dicedi si.

Nicola Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria, perchè durò fino all’epoca normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto sul Cilento (120). Il Garufi (121) rileva che le attribuzioni dei vice-conti, che pure dovettero essere notevoli, non sono chiare, perchè poco studiate. Anche alla illustrazione di questo problema ci lusinghiamo di portare un qualche contributo con queste pagine. La naturale successione cronologica dei documenti ci porta adesso a vedere praticamente in funzione – secondo il criterio finora seguito – gastaldi – ‘ministeriales’ e vice-conti ecc…”. L’Acocella, a p. 376, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Appendice de’ monumenti, p. IX sgg: “boso….vicecomes suprascripti domini nostri de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro cice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Acocella a p. 376, nella nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. Qualche cenno sui vice-conti, o visconti, del Regnum Italiae in C. G. Mor, op. cit., II, pp. 70-74.”. Dunque, Acocella postillava di Mor (….), riferendosi a C. G. Mor (….), ed il suo “Regnum Italiae”, vol. II, pp. 70-74. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 124 e ssg., in proposito scriveva che: “Finalmente nell’ottobre 1083 si riunisce nel “in sacro Salernitano Archiepiscopio” una solenne assemblea – come si usava – per emettere la sentenza finale del faticoso ed importante processo. La presiede il conte e giudice Sicone, che ha l’assistenza del viceconte ducale Mansone (191).”. Acocella, a p. 124, nella sua nota (191) postillava che: “(191) Già noto per altri documenti: G. A. Garufi, art. cit., p. 43.”. Acocella, riferendosi “al viceconte ducale Mansone” cita il Garufi. Acocella postillava di Garufi e si riferiva al testo di C. A. Garufi (….), “Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI”, stà in “Archivio Storico Italiano”, a. XLVI, 1910. Dunque, Mansone era gia da tempo conosciuto a corte come viceconte che assistiva alle sue funzioni, il conte Sicone. Riguardo il Garufi (….), l’Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: Il Garufi (121) rileva che….”, come vedremo innanzi e, nella sua nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. ecc..”. Acocella, a p. 364, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Cfr. C. A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del sec. XI. Studi storico-diplomatici’, in A.S.I., XLVI (1910), pp. 52-80, 290-343; p. 10 sg. dell’estr.; l’autore fa cenno della giurisdizione notarile del Cilento a p. 29. Vedi pure R. Poupardin, op. cit., p. 59.”. Dunque, il saggio del Garufi è stato pubblicato nella rivista dell’Archivio Storico Italiano (A.S.I.), a. 1910, da pp. 52 a 80.

Nel “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), pubblicato da Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), a pp. 140-141, presenta e parla del documento n. 51 ed in proposito si scrivevano che: “51. 1083, ottobre, Salerno. Boso viceconte per il Cilento del Duca Roberto e Pietro priore del monastero della SS. Trinità…..dell’Arcivescovo Alfano I e di Mansone viceconte ducale, giungono ad un accordo davanti al giudice Sicone, ecc…”. Dunque, “Manso vicecom (e)s s(upra)s”, nel CDC è citato Manso vicecomes ducale del duca Roberto il Guiscardo.

Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 632, in proposito scriveva che: “…..che effettivamente tutte quelle famiglie erano vassalle della Badia già prima che “supradictus dominus dux prephatam civitatem obsidendam venit cum ad ipsam Rotunda advenisset”. Ebner scriveva che il documento del 1083 è importante perchè in esso vi è notizia delle famiglie affittuarie (“vassalle”) dell’Abbazia già da tempo prima l’assedio di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo era molto importante perchè “anticipa di molto tempo del costituirsi dei beni della Badia del Cilento, dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 405, in proposito scriveva che: “Un uomo libero avrebbe dovuto giurare, nome dietro nome (92), essere notorio e a sua conoscenza diretta che le famiglie elencate erano appunto quelle dipendenti dai sei anzidetti cenobi, tutti soggetti al monastero cavense non nel momento che Roberto pose l’assedio alla città, ma, si badi, nel momento che decise di farlo muovendo dal castello “quod rotonda dicitur”, villaggio sito in diocesi di Policastro. Una più restrittiva limitazione, dunque, ad evitare la presentazione di qualche diploma concesso dal principe durante l’assedio. Nel processo celebrato nell’arcivescovado di Salerno, presenti, oltre la duchessa, l’arcivescovo Alfano, il vestatario del duca, Granato, “et plures alii homines”, il giudice Sico, assistito dal vice-conte del duca Manso, ordinò al priore del monastero cavense Pietro (l’abate era assente) di esibire gli elenchi delle famiglie soggette. Ecc…”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner credeva che il “castello castello “quod rotonda dicitur”, villaggio sito in diocesi di Policastro.”. Pietro Ebner scriveva che il “castello della Retonda o Rotonda, pare fosse nella Valle del Mingardo”, lo studioso Nicola Acocella credeva fosse l’odierno paese di Castelruggero. Pietro Ebner, parlando dell’antico documento scriveva che esso è importante perchè: “…..dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero”. Dunque, per noi questo documento dell’ottobre 1083, è interessante perchè in esso si cita il “castello di Retonda o di Rotonda” che pare, secondo lo storico Nicola Acocella si trattasse di un “castello” nella Valle del Mingardo ed in particolare corrispondesse all’odierno Castelruggero. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 123 e ssg., in proposito scriveva che: “La procedura, scelta dal conte Sicone prevedeva inoltre……che, allorchè il Duca era giunto al ‘castrum’ di Retonda (al ‘Rotunda’) nel procedere all’occupazione di Salerno, ecc……(Questa notizia dell’occupazione di Rotonda, che il Guiscardo investe nella rapida marcia su Salerno, sovverte tutte le induzioni che sul suo itinerario han fatto sin qui gli storici. Sulla base di questa indicazione ricostruiremo le linee della strategia attuata da Roberto nel 1076).”. Dunque, come segnala Ebner, Nicola Acocella (….), credeva che alcuni toponimi citati nell’antico documento, come ad esempio “il castello della Retonda o Rotonda” oltre a trovarsi nella Valle del Mingardo, corrispondessero, secondo l’Acocella, all’odierno casale di Castelruggero. Da notare che Castelruggero è un casale unito poi a Torre Orsaia, non molto distante dal casale di Roccagloriosa. Nel “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), pubblicato da Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), a p. 145, nella sua nota (1), riferendosi al toponimo “Rotunda (1)”, in proposito si scrive che: “(1) Castello oggi nel territorio di Olevano sul Tusciano”. Se fosse vera la corrispondenza con il casale di Castelruggero, come vuole l’Acocella, potrebbero essere attendibili le notizie storiche del conte Mansone di cui si è parlato in altri miei saggi. Dunque, è possibile che il casale o castello dell’attuale Castelruggero, ai tempi dei primi Normanni (a. 1083) sia stato la sede di un piccolo monastero benedettino legato o dipendente dall’Abbazia benedettina di SS. Trinità di Cava de Tirreni e, da qui, il legame con l’antico documento dell’ottobre 1083, il processo in cui figura un viceconte o visconte “Manso” che l’Acocella credeva fosse legato per parentela a Mansone, “gastaldo” (longobardo). Inoltre, come vedremo, questo Manso o Mansone, visconte normanno di Roccagloriosa e di Padula, che nel 1110 viene autorizzato da Arnaldo, vescovo di Policastro e che, nel 1130 fa testamento, da alcune notizie risulta che egli fosse figlio del conte normanno Leone, parente del Duca Roberto il Guiscardo.

Ebner, nel suo “Chiesa, etc…”, a p. 594, parlando di Sassano, non fa nessuno accenno a Mansone o all’antico documento del 1083 ed in proposito scriveva che: “Il Rocchi (2) segnalava la chiesa di “S. Zacheriae de Sassano in territori Diani” dei monaci italo-greci. Dalla Platea del monastero di S. Pietro del Tumusso di Montesano, già grangia del cenobio di S. Maria di Rofrano, a sua volta grangia della tuscolana abbazia di S. Maria di Grottaferrata, vi è una descrizione dei confini del feudo di S. Zaccaria di Sassano (3).”. Questo monastero, nel 1131, sarà citato nel cosiddetto “Crisobollo” di re Ruggero II e dunque esso sarà una delle dipendenze dell’antica abbazia di S. Maria di Rofrano e poi di Tuscolo. Infatti, Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assettoterritoriale nella prima età normanna’, a p. 83 così si esprimeva: Tale politica di promozione nei confronti delle istituzioni monastiche più prestigiose è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI secolo, di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di Padula (24).”. La Alaggio, a p. 84, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN, ‘Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”.

A Roccagloriosa le chiese di S. Maria greca e S. Maria dei Martiri

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 154, in proposito scriveva che: A Roccagloriosa vi era la chiesa di S. Maria greca e quella di S. Maria dei martiri, etc…”. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario istorico-geografico ragionato del Regno di Napoli”, nel suo vol. III, a pp. 31-32-33, alla voce “Roccagloriosa”, in proposito scriveva che: “Terra in Principato Citeriore….: “Un tempo erano di rito greco rilevandosi dalle antiche sue chiese sotto il titolo di ‘S. Maria Greca’, e ‘S. Maria dè Martiri’.”.

Nel 1101, le commende istituite da Ruggero Borsa e la prima Crociata

Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 101 riferendosi a Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Inoltre, Ruggero il Normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda* di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. L’interessante notizia tratta dal Laudisio non ha note bibliografiche neanche nella sua versione a cura del Visconti. Può darsi che la notizia provenga dall’Ughelli o dal Ladvocat (….). Su Roccagloriosa ha scritto pure Scipione Ammirato (….). Il scerdote Romaniello Agatangelo (….) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, nel capitolo “Le Commende”, in proposito scriveva che: “Intanto i principi normanni, Boemondo, fratello di Ruggiero, e suo nipote Tancredi, partendo per la Terra Santa, offrirono molto danaro e possessioni ai feudatari per compiere opere di beneficenza e propiziarsi la benevolenza di Dio. Il principe Ruggiero, nel 1101, investì i beni toccati a Roccagloriosa per fondare due commende: quella denominata di “San Giacomo” sita dove attualmente sorge il cimitero, e quella di “San Giovanni in Fonte” (l’attuale chiesa parrocchiale) con annesso un grande palazzo e con un’estensione di circa 1.000 tomoli di terreno (66). Queste commende furono donate all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, il quale si interessò a governarle fino al pricipio del secolo XVI. Allora la commenda di S. Giacomo non essendo stata ulteriormente restaurata, fu fatalmente vittima del tempo, almeno dopo il 1587, perchè nell’attuale cimitero ci conserva una pietra che porta quella data di restauro. Oggi su tutto lo spazio, dove anticamente sorgeva la chiesa ed annessi fabbricati della commenda, esiste il cimitero ordinato durante il periodo del governo francese (1806-1815). La chiesa della commenda di S. Giovanni diventò chiesa parrocchiale: perciò fu cedutta dall’Ordine dei Cavalieri, e venne restaurata dall'”Università”; difatti il frontale della chiesa reca ancora una lapide di pietra con la croce dei Cavalieri di Malta (67) e la scritta: “Universitas Roccaegloriosae 1520″. Sul portale si legge anche un’altra scritta che ricorda l’antichità della chiesa dedicata al Battista e restaurata la terza volta dal Comue nel 1763 (68).”. L’Agatangelo, a p. 37, nella sua nota (66) postillava che: “(66) Doc. in Arch. Parr.”. Agatangelo a p. 38, nella nota (67) postillava che: “(67) L’Ordine restò in Palestina fino al 1291, indi si trasferì a Cipro e poi a Rodi nel 1308: nel 1523 si trasferì a Malta e si denominò “Sovrano Ordine di Malta”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, vol. II, parlando di Roccagloriosa, a p. 424, in proposito scriveva che: “Le chiese di S. Giacomo (era dove ora sorge il cimitero) e di S. Giovanni in Fonte (croce di Malta: “Universitas Roccagloriosae 1520″). La chiesa venne restaurata ancora nel 1763.”.

L’Ordine degli Ospitalieri ed i monasteri di San Pietro di Licusati e S. Cono di Camerota

Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., ci parla anche dei due monasteri esistenti a Camerota. Il Pasanisi (…), parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“. Il Pasanisi testimonia la presenza a Camerota dell’Ospedale che dipendeva dall’antico monastero di S. Pietro di Licusati. La presenza a Camerota di una istituzione Ospedaliera dipendente da un monastero (di S. Pietro di Licusati) attesta la presenza nell’area degli Ospedalieri Gerolosomitani. E’ interessante ciò che scrive Orazio Campagna (….), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, sulla scorta di Francesco Russo (…), cita i Templari e cita l’Ordine degli Hospitalari, che come vedremo operavano anche nel territorio di Camerota già dai tempi dei Normanni ed in particolare nell’antico monastero di S. Pietro di Licusati. Orazio Campagna  (…), riguardo i Crociati, a p. 141, parlando di Majerà e di Scalea, in proposito scriveva che: “Oltre alle due chiese, nella Terra vi era un luogo di ricovero, detto “ospedale”, di cui, all’epoca del Vanni, restava il nome alla via (112). L’”ospedale” di Majerà, come quello di Scalea, fu istituzione assistenziale, collegata all’Ordine degli “Hospitalarii”, sorto per le crociate in Terra Santa (113). La Terra era raggiungibile da Napoli “per la Real Strada di Calabria con galesso, sino a S. Lorenzo della Padula” (114).“. Il Campagna (…), a p. 141, nella sua nota (113), postillava che: “(113) In un documento pontificio del 6 maggio 1149, presso l’Archivio della Badia di Cava, è ricordata l’”ecclesiam S. Marie de Hospitali”, “apud Diascaleam”, F. Russo, Regesto Vaticano, cit., Idem, Storia della Diocesi di Cassano, I, Napoli (Laurenziana), 1964. In Regesto di Gregorio X, 19 marzo 1272, si parla di “Templari” e “Hospitalarii”, F. Russo, Regesto Vaticano, etc, cit.”.

L’Ordine degli Ospetalieri Gerosolimitani

Il Guillaume a p. 77 (vedi p. 84 del testo di Ruocco), in proposito ai porti del Cilento, che dipendevano a quei tempi dall’Abbazia benedettina, parlando dell’Abbate S. Pietro Pappacarbone, scriveva che: “Gli ‘Ospidalieri di S. Giovanni di Gerusalemme’ erano appena nati in Palestina (1104). Dei pii mercanti di Amalfi avevano d’apprima fondato, nel 1084, (96) col consenso del Califfo d’Egitto, nei pressi del Santo Sepolcro, un monastero, conosciuto sotto il nome di ‘S. Maria della Latina’, come un ospizio o asilo per accogliere i poveri pellegrini. Al fine di attendere ad entrambi gli scopi, come attesta ‘Guglielmo da Tyr’, essi fecero trasferire dal loro paese a Gerusalemme dei monaci con il loro abbate. (97). Questi monaci, secondo ‘Giovanni da Vietri’, portavano l’abito nero (98). Essi seguivano, inoltre, la Regola di S. Benedetto secondo la Costituzione di Cluny; fatto che gli valse, da parte dell’abbate di Cluny, ‘Pietro il Venerabile’ (1123-56) delle lettere di felicitazione. (99) “Ora, chi non distinguerebbe, da tutti questi segni, i religiosi di Cava? Gli arditi navigatori Amalfitani, che a quell’epoca percorrevano il Mediterraneo facendo con l’Oriente un commercio così attivo, sapevano molto bene quali erano i meriti dei discepoli di Sant’Alferio Pappacarbone, la cui dimora principale non era che a qualche ora dal loro paese natale, e che, sulle stesse coste di Amalfi, avevano già molte chiese e priorati. (100)”. Così quando ebbero finito di costruire il monastero e lo spizio di ‘S. Maria della Latina’, essi si diressero, come è tradizione a Cava, dall’abate Pietro, pregandolo di voler prendere la direzione della loro istituzione…..il santo Abate il giorno in cui spedì in Palestina, accanto al sepolcro di Gesù Cristo, una colonia benedetina di Cava. (101). E non è tutto. Sempre secondo ‘Guglielmo di Tyr’, quando i Crociati si impadronirono di Gerusalemme (1099), trovarono nell’ospizio annesso al monastero di ‘Santa Maria della Latina’, un santo uomo, chiamato Gerardo, il quale, durante il tempo delle ostilità, ‘per ordine dell’abate e dei monaci’, serviva umilmente i poveri, (102) cosa che continuò a fare fino alla morte (1021). Il successore di Gerardo, ‘Raimondo du Puy’, cambiò un pò l’ordine nascente, e allo scopo di venire più efficacemente in aiuto ai pellegrini, ‘armò i frati dell’ospizio’. Da quì l’origine, insieme religiosa e militare, degli ‘Ospedalieri di S. Giovanni’ di Gerusalemme, meglio conosciuti tuttavia, a causa dei luoghi che in seguito abitarono, sotto il nome dei ‘Cavalieri di Rodi’ o ‘Cavalieri di malta’. Senza volerci occupare qui della questione, molto dibattuta, di saper se Gerardo, soprannominato Tom, fosse originario del villaggio di Scala, al di sopra di Amalfi, oppure di Marigues, in Provenza, notiamo che universalmente viene riconosciuto come il fondatore e il primo Gran Maestro dei ‘Fratelli Ospedalieri di S. Giovanni’. Ora, siccome fu ‘per ordine dell’abate e dei monaci’ di un monastero dipendente da Cava, che Gerardo cominciò la sua nobile e santa missione, non è giusto concludere, con uno dei più dotti figli di Cava, l’abate ‘Don Vittorino Manso’ (1541-1611), (103) con lo storico ‘Rodulfo’ (104) e con tanti altri ancora, (105) che è verso gli stessi religiosi di Cava che la Cristianità è debitrice dell’istituzione dei Cavalieri di Malta? Da allora partivano continuamente dal porto di Vietri, per Gerusalemme dei religiosi benedettini di Cava, che si andavano a prendere cura di Santa Maria della Latina e dell’ospizio dei pellegrini che ne dipendeva.”.

Guillaume, p. 77

(Fig…) Guillaume Paul (…), op. cit., p…..

Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (96) postillava che: “(96) Sicard. Cremon., ‘Chron., p. 586.”. Qui il Guillaume cita il ‘Chronicon’ di Sicardo di Cremona (…). Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (97) postillava che: “(97) quì il Guillaume cita il passo in latino tratto dal ‘Monasterium de Latina’. Bell. Sacr. Hist. lib. XVIII, c. IV ecc..p. 427, Bolla, 1549…”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (98) postillava che: “(98) In Ecclesiis seu Monasteriis de Latina ecc…Hist. Occid., c. 28.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (99) postillava che: “(99) Epist. lib. III 44,; cfr. Mabill., Ann. O. B., t. V. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (100) postillava che: “(100) L’Abbazia di Cava possedeva, sia ad Amalfi, sia nei dintorni, oltre diciassette chiese o monasteri. Parecchi in questo numero, furono donati all’abate Pietro (1079-1122). Vd in ‘Appendice’, la Lista dei Monasteri.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (101) postillava che: “(101) Gattola, nella sua ‘Storia dell’Abbazia di Monte Cassino’ (t. I, p. 491) assicura che furono i religiosi Cassinesi ad essere incaricati della cura di S. Maria della Latina’. Ma egli non ne fornisce alcuna prova, proprio lui che d’ordinario prova tanto bene tutto il resto..”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (102) postillava che: “(102) “…Et in xenodochia similiter (postquam Civitas fuit capta’) repertus ecc…”, Guglielmo di Tyr, op. cit., p. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (103) postillava che: “(103) “Alterum quo probatur Monachos Cavenses fuisse ecc..”, Anno Wion, Lig. Vit., p. 468. Ed. del 1595.”. Il Guillaume (…), sulla scorta di alcune fonti come Guglielmo di Tiro (…), e Ugo da Venosa (…), ed altri, sosteneva l’origine dell’Ordine Gerosolimitano di Malta, dalla fondazione del monastero di S. Maria della Latina a Gerusalemme e dell’Ospedale annesso fondati da alcuni frati neri che dipesero dall’Abazia di Cava dei Tirreni, e dal loro abate, Pietro Pappacarbone. I Cavalieri Ospitalieri (formalmente Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, detti anche Cavalieri di Cipro, Cavalieri di Rodi e come Cavalieri di Malta), è un ordine religioso cavalleresco nato intorno alla prima metà dell’XI secolo a Geusalemme. In seguito alla I Crociata divenne un ordine religioso cavalleresco cristiano dotato di un proprio statuto, secondo il costume del tempo. Quindi, nel 1113 papa Pasquale II lo rese autonomo e sovrano con il protettorato della Santa Sede. Se fino ad allora l’Ordine seguiva la Regola benedettina, piano piano iniziò ad osservare quella agostiniana. Infine, col maestro Raymond du Puy de Provence, l’Ordine si diede una regola propria, ispirata sempre a quella agostiniana. Ciò che appare inconfutabile è che l’Ordine Ospitaliero fu fondato dal Beato Gerardo de Saxo in seguito alla I° Crociata e il cui ruolo di fondatore fu confermato dalla bolla papale “Pie Postulatio Voluntatis” di papa Pasquale II del 15 febbraio 1113. Oltre questo esistono una decina di documenti coevi in cui è nominato Gerardo che acquisì terre e rendite per il suo Ordine per tutto il Regno di Gerusalemme e anche in Europa. La forza crescente dell’Islam alla fine costrinse i Cavalieri ad abbandonare i loro possedimenti storici in Gerusalemme. Dopo la caduta del regno di Gerusalemme (Gerusalemme stessa cadde nel 1187) i Cavalieri si trovarono confinati nella Contea di Tripoli (di Libano) e quando anche San Giovanni d’Acri venne catturata, nel 1291, l’Ordine cercò rifugio presso il Regno di Cipro. Assieme ai Cavalieri Templari, formatisi poco dopo nel 1119, gli Ospitalieri divennero uno dei più potenti gruppi cristiani nell’area. L’Ordine cominciò a distinguersi in battaglia contro i musulmani e i suoi soldati indossavano una sopravveste nera con una croce bianca. Dalla metà del XII secolo l’ordine era nettamente diviso tra membri militari e coloro che prestavano assistenza ai malati. Era ancora un ordine religioso e godeva di privilegi funzionali concessi dal papato, tra i quali l’indipendenza da ogni autorità che non fosse quella del papa stesso, l’esenzione dai tributi e la concessione di edifici religiosi. Sempre riguardo alla presenza degli Ospetalieri nelle nostre zone, in proposito risulta molto interessante ciò che scrive il Guillaume su “‘Margarito’, conte di Brindisi, di Malta e di Victoria, ammiraglio della flotta reale (1192), ecc..(24).”. Il Guillaume (…), a p. 145, nella sua nota (24), postillava che: “(24) I diplomi e le pergamene originali si trovano: ‘Arca Magna, Lett., I, L, ecc…; ‘Arca’ n. XXIV-XXXIV. Essi ammontano almeno a 1300; Cfr. del resto RODUL., Ms. 61., p. 112…; De Blasi, ‘Chron’., 1271-94, passim; Trinchera, Syllab., ecc…”.

Nel 1014, Manso o Mansone, ‘gastaldo’ longobardo del Cilento ai tempi di Guaimario IV

Intorno all’anno 1014, la contea di Roccagloriosa e di Padula era retta dal vice-conte o visconte normanno chiamato Manso o Mansone, che era successo al padre Leone, parente di Roberto il Guiscardo. Del conte Mansone abbiamo notizia nel documento dell’ottobre 1083, di cui ho parlato. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 632, in proposito scriveva che: “…..il verbale di un placito (5) tenuto nell’arcivescovado di Salerno, nell’ottobre del 1083 (6). In esso è notizia di un processo, alla presenza di Sighelgaita, la bella e coraggiosa moglie di Rogerto il Guiscardo, in cui i contendenti erano l’abate cavense Pietro da Salerno da una parte e dall’altra Boso, viceconte del Cilento, in rappresentanza dello Stato. Ecc..”. Ma, al processo tenutosi nell’ottobre del 1083, di cui parlerò in seguito, oltre al vice-conte del Cilento Boso ma era presente anche un vice-conte (“vicecomes”) Manso o Mansone, il quale, come vedremo in seguito, era probabilmente pure un nipote o un parente di un altro Manso o Mansone di origine Amalfitana che risultava essere un funzionario o “Gastaldo” già in epoca Longobarda e operante nell’area del Salernitano. Il documento del 1083 ci parla dei viceconti Boso e Mansone, in un processo svoltosi all’Arcivescovado di Salerno. Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, a p. 59, della parte I (RSS, 1961), in proposito scriveva che: “Il gastaldo Mansone non era la prima volta, nell’aprile 1014, ad essere investito nelle funzioni giurisdizionali nel distretto della Lucania. Aveva già da un decennio iniziato la sua carriera di pubblico ufficiale, continuando una tradizione antica della sua famiglia. Egli infatti è ricordato come “Mansus castaldus filius constantini filii mansoni comitis”, quando nel gennaio 1004 e nel gennaio 1009 s’è trovato come garante o testimone, rispettivamente a Salerno e ad Amalfi (CDC, IV 31, sg.; 157 sgg.): dal secondo documento che è uno strumento di divisione di terre a Fonti e che riguarda beni ereditari di Maria, sorella di Mansone, si ha ulteriore conferma che questi apparteneva a famiglia ragguardevole di Amalfi (67)”. Acocella, a p. 57, nella sua nota (67) postillava che: “(67) Da Amalfi, secondo un rilievo fatto dal Poupardin (op. cit., pag. 44, n. 4), furono talora tratti i funzionari preposti alle alte cariche del Principato Longobardo; tali cariche si trasmettevano, anche, come di padre in figlio: cfr. CDC, I, 213 sg. Di Amalfi, che per il suo filellenismo riuscì a salvaguardare la sua autonomia di fronte alle mire espansionistiche dei Longobardi, c’era a Salerno una fiorente colonia: cfr. E. Pontieri, La crisi di Amalfi medioevale, in “Studi s. Repubblica marinara di Amalfi”, Salerno, 1935, pp. 8 ssg., 16.”. Sempre l’Acocella, a p. 60, parlando di Mansone (zio), in proposito scriveva che:

Acocella, RSS, p. 60

Dunque, questo Manso o Mansone “gastaldo” dello Stato, presente in alcuni processi e atti al tempo di Guaimario IV e Gisulfo II, aveva una sorella chiamata Maria, dunque non è lo stesso Manso o Mansone di cui si parla nel placito del 1083, di cui parlerò innanzi. Riguardo il conte Manso o Mansone si ha notizia in Pietro Ebner (….) che, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno” parlando della divisione del territorio in epoca longobarda e dei “gastaldi”, a p. 16, nella sua nota (32) egli postillava che: “Naturalmente nei territori alle dirette dipendenze del “sacro palatio” erano funzionari che si avvicendavano secondo momenti di necessità. Della limitazione all’Alento dell’antico gastaldo di Lucania è notizia dai documenti cavensi. v., ad esempio, nel diploma di Gisulfo I il vocabolo ‘duo flumina’ che nel 950 è ubicato “acto lucaniano” e nel giugno 1047 (CDC, VII, p. 41 sgg.) “in finibus lucanie”. Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Ebner, a p. 16, postillava del “gastaldo” Manso negli anni di Gisulfo II. Ebner, a p. 16, della nota (32) postillava che: “(32)…..Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Questo personaggio chiamato Mansone, è un “vice-comes” o visconte normanno che appare anche in un documento del 1014 e che già da oltre dieci anni prima aveva iniziato la sua carriera amministrativa presso la corte del Duca Roberto il Guiscardo. Ma a quale documento si riferiva Ebner (….), quando a p. 16 postillava del “gastaldo” Manso negli anni di Gisulfo II. Ebner, a p. 16, della nota (32) postillava che: “(32)…..Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Ebner cita il “Codice Diplomaticus Cavensis” e dice che si tratta del vol. VII, doc. 3, pp. 122 e p. 128.  Notizia interessantissima questa del “gastaldo” Mansone nell’anno 1014, che risulta dal “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. VII, 3, pp. 122 e 128. Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, a p. 59, della parte I (RSS, 1961), in proposito scriveva che: “Anche un altro, importante monastero sui pendii della Stella, quello di S. Michele Arcangelo – che era stato oggetto della nota donazione di terreni fin dall’a. 963,…….Le stesse note toponomastiche e amministrative, e riguardanti lo stesso monastero (“in lucaniense finibus” ecc….) si leggeranno in un patto agrario di pastinato, stipulato su ordine del gastaldo Mansone, “per largietaten domni mansoni inclitus castaldus”, nell’aprile 1014 (66).”. Acocella, a p. 59, nella sua nota (66) postillava che: “(66) CDC, III, 122, sg. 238 sg; Il Monastero di S. Michele Arcangelo (detto nel 963 “in mons coraci”; ricordato di passaggio nel doc. del 994: ……………., e poi nelle carte dell’ottobre 1008, del 1014, ecc…”. Dunque, Acocella scriveva che nel documento dell’aprile del 1014, veniva ricordato il Monastero di S. Michele Arcangelo, di cui fu abate S. Pietro Salernitano e ciò risulta da un contratto di pastinato contratto davanti al gastaldo Mansone nel 1014. Pietro Ebner, a p. 98, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Pietro Ebner (….) nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che:  “(39) Alla stipula di atti riguardanti il territorio intervennero: il vicecomes Boso similiter vice comes suprascripti domini nostri ducis de loco Cilento (edito dal Ventimiglia, Append. III). Vi è notizia anche di manso vicecomes suprascripti domni nostri Ducis Roberto il Guiscardo (ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940?); ecc…”. Ebner si riferiva allo studioso Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, stà nella rivista in Rassegna Storica Salernitana (RSS), 1966, p. 66, di cui in seguito vedremo. Il La Greca, invece scrive che il testo di Acocella è in RSS, 1961, a. XXII, n. 1-4, pp. 35-82; a. XXIII, 1962, n. 1-4, pp. 45-132. Ebner postillava che nell’antico documento dell’ottobre 1083, oltre al vice-conte del Cilento Boso, figurava anche un altro “vicecomes” chiamato Manso, “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis”. Ebner postillava che di questo Manso, lo studioso Nicola Acocella “cit., p. 46, no. 120”, credeva “accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Infatti, l’Acocella (….), nella parte I (RSS, anno XXII), a p. 78, parlando dei gastaldi longobardi e dei viceconti normanni, in proposito a Mansone scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria perchè durò fino all’epoca Normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto, sul Cilento (120).”. Acocella, a p. 78, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Append., p. IX, sgg.: “Boso….suprascripti domini nostri ducis de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, il passo dell’Acocella è interessantissimo perchè ci parla di Manso, che egli credere sia nipote del gastaldo longobardo e Amalfitano Mansone. L’Acocella, parlando dei “vice-conti”, postillava che: “Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, per l’Acocella, il vice-conte Mansone citato nel documento del 1083 potrebbe essere nipote dell’altro Mansone gastaldo di Amalfi di cui ho accennato. Il Mansone del 1083 è il nipote del Mansone del 1014 ? Anche questo Mansone di Amalfi ?. Il castaldo amalfitano Mansone doveva essere un gastaldo che visse molti anni prima per avere un nipote chiamato Manso nel 1083. Dunque, l’Acocella (….) accostava questo vice-conte “temporibus”, chiamato Manso, per parentela di un suo zio gastaldo Mansone,  “per cui una probabile sua giurisdizione amalfitana”. Acocella dunque citava il “Gastaldo Mansone”. Cosa significhi una “probabile giurisdizione Amalfitana” e quale legame possa avere avuto con il vice-conte Mansone e Roccagloriosa ?. Indagando sull’affermazione dell’Acocella, ho trovato alcune note interessanti nel testo di Barbara Visentin (….), che nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale  secoli XI-XV”, a pp. 161-162 parlando della chiesa di “Fondazioni della Campania meridionale – Santa Maria de Gulia”, a Castellabate, in proposito scriveva che: “Le vicende del monastero di Santa Maria ‘ad gulie’ si inseriscono, quindi, in un contesto socio-economico particolarmente importante, legato alla presenza di una folta comunità amalfitana, interessata ad acquistare terre che possono costituire punti di appoggio strategici per il commercio, rappresentando la soluzione alle difficoltà di comunicazione e di approvvigionamento per l’asperità del paesaggio costiero aveva sempre creato (726). Fin dalla metà del X secolo i ‘marinai-contadini’ di Amalfi guardano alle terre cilentane e ai numerosi approdi che, lungo la linea di costa, si aprono tra le foci del Sele e del Mingardo, quali scali fondamentali per il commercio con l’Africa, alcuni dei quali attestati già in età antica (727). Il controllo delle terre che da Agropoli arrivano a CasalVelino avrebbe permesso agli ‘Atranenses’ e ai prodotti esportati di partire direttamente per le varie destinazioni, risparmiando i tempi e i costi del trasporto via-terra allo scalo più vicino (728), senza considerare poi l’opportunità di inserirsi in un ambiente ampiamente permeato dalla cultura e dalla spiritualità italo-greca (729). Bisogna, tuttavia, aspettare il 1051 per tornare ad avere notizie sul complesso di Santa Maria ‘ad gulie’, in un atto del 1086, infatti, si rintraccia la trascrizione di un documento più antico, secondo il quale il conte Sicone avrebbe venduto a Leone Atranense terre ‘in loco Lucanie’, iuxta rebus ecclesie Sancte Marie, ubi ad gulie dicitur. Nel settembre del 1086 Pietro de Blacta, filius quondam Leone, avrebbe rivendicato il possesso di ‘omnes res in quibus constructae sunt ecclesiae Sanctae Mariae de gulia, Sancti Angeli (730) et aliae’, dando vita ad una lite con il monastero cavense, al quale invece i beni e le chiese risultano donate dal principe Gisulfo II, riunito ‘in sacro Salernitano palatio’ con i suoi ‘fideles’, offre al …………….., terre appartenenti ai beni del ‘palatium’ (732).”. Dunque, in questo passaggio apprendiamo anche di un Leone Atranense. Ciò che è stato scritto dalla Visentin potrebbe avrere un collegamento con le rovine di un “Amalphi ruinata” ?. Forse uno dei porti della valle del Mingardo acquistato dagli Atranesi o Amalfitani ?. Un antico casale posto non lontano dal fiume Mingardo di cui ho parlato in un altro mio saggio dal titolo “Nel 339 d.C., la fondazione di Amalfi la Vecchia”. Forse un antico porto amalfitano o atranese, uno dei tanti della costa che risale verso Agropoli. Esistono diversi documenti del periodo successivo che attestano l’interesse dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava per gli approdi del basso Cilento. Nel saggio di Antonio Caputo (…), nel cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, vi è una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. La Greca ed altri (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Antonio Caputo (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi pure A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Dunque, il Caputo citava l’antico documento dove si parlava del commercio con i porti del Cilento che dipendevano dall’Abbazia cavense.

Nel 1110-1111, il conte normanno Leone, conte di Roccagloriosa e di Padula, padre del conte Manso o Mansone

Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 74 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti) parlando di Rocca Gloriosa, in proposito scriveva che: “II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte normanno Leone, ad ecc….”. Dunque, mons. Laudisio cita il conte normanno Leone, padre di Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula, di cui parlerò in seguito. Su questo personaggio, conte normanno parente di Roberto il Guiscardo, ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 680 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Nel 1094 Ruggiero, figlio di Troisio il normanno, donò (9) parte del monastero di Sant’Angelo costruito “in serra montis” di Tresino, con tutte le sue dipendenze, già di proprietà del conte Leone, figlio del conte Castaldo e dal principe Riccardo, figlio del principe Giordano, donato a Leone. Con un’altra donazione del 1098 il conte Senescalco offrì alla Badia la chiesa di S. Angelo di Tresino. Il monastero di Sant’Angelo sito su una collina (monte Tresino) tra Agropoli e Castellabate, a picco sul mare, era perciò di proprietà dei feudatari.”. Ebner, a p. 680, vol. II, nella nota (9) postillava che: “(9) I, ABC, D, 19, luglio a. 1098, VI”. Dunque, secondo un documento del 1094, Ruggero figlio di Troisio il normanno donò parte del monastero di Sant’Angelo di Tresino, sul monte Tresino. Il monastero di S. Angelo era proprietà del conte normanno Leone, figlio del conte Castaldo. Sempre secondo questo documento del 1094, il monastero di Sant’Angelo a Tresino era stato donato a Leone dal principe “Riccardo”, figlio del principe normanno Giordano. Ebner aggiunge pure che trovandosi il detto monastero a picco sul mare apparteneva ai feudatari. Dunque, il conte normanno “Leone” (padre del conte di Roccagloriosa Manso), era figlio del conte normanno “Castaldo”. Su questo “Ruggero” del documento del 1094, ha scritto Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, dove a p. 130, in proposito ai Normanni scriveva che: “Erede della circoscrizione di Cilento fu Ruggiero I, figlio di Torgisio II, che è elencato fra i testimoni della conferma del 1114, fatta all’omonimo zio Ruggiero; egli sposò Sica, figlia di Pandolfo conte di Capaccio (19, dalla quale ebbe Enrico I, che gli successe nei feudi di Sanseverino e di Cilento quando, nel 1121, decise di farsi monaco a Cava (2).”. Inoltre, sempre l’Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Dal verbale di un processo (12) celebrato nella Badia nel 1009 è notizia di un’annosa vertenza tra la Badia e Glorioso, figlio del conte Pandolfo, fratello del conte Mansone. L’abate assumeva che quest’ultimo e il figlio Gisulfo avessero donato alla badia beni a Licosa, Tresino e Staino, nonchè la quarta parte del cenobio di S. Zaccaria a li Lauri con quattro famiglie. Beni che l’abbate asseriva essergli stati confermati dallo stesso duca Ruggiero, possesso però contestato dal Glorioso. Costui finì per essere tacitato dall’abate Pietro con l’offerta di 300 tarì……Nel 1014 Landolfo, un altro figliuolo del conte Mansone, con i fratelli Guido e Alessandro, figliuoli di Gisulfo, già monaco a Cava, confermarono (14) la donazione fatta rispettivamente dai genitori e dal nonno della proprietà anche a Tresino e Staino.”. Ebner, a p. 681, nella nota (12) postillava che: “(12) I, ABC, XVIII, 105, agosto a. 1109, II, Monastero di Cava. Il Verbale richiama un processo celebrato a Salerno alla presenza del duca Ruggiero etc…”. Ebner, a p. 681, nella nota (14) postillava che: “(14) I, ABC, XIX, 97 gennaio a. 1114, VI.”. Dunque, questo passaggio di Ebner attesta che secondo questi documenti, il conte normanno Leone, oltre al conte Mansone avesse un altro figlio, ovvero il conte “Pandolfo”. Il conte normanno Pandolfo, fratello di Mansone e figlio di Leone, aveva un figlio chiamato Gisulfo, che si era fatto monaco a Cava de Tirreni nella Badia. Ebner scrive pure che secondo il documento del 1114, il conte “Landolfo” era un altro figlio di Mansone e poi aggiunge pure che “Gisulfo”, figlio di “Pandolfo”, avesse due figli chiamati “Guido” e “Alessandro”. Di questi tre personaggi normanni, Landolfo, Guido e Alessandro, ne parlerò in seguito in quanto essi confermeranno il lascito del conte Mansone al monastero di Roccagloriosa. Ebner, a p. 681, aggiunge che: “Nel 1116, il duca Guglielmo confermò (15) all’abate etc..”.

Nel 1110-1111, il Normanno Leone, conte di Roccagloriosa e di Padula

Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 74 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti) parlando di Rocca Gloriosa, in proposito scriveva che: “II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte normanno Leone, ad ecc….”. Dunque, il Laudisio in questo breve passaggio oltre a citare il II vescovo di Policastro, Arnaldo, cita anche il conte Normanno Leone, padre di Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula, di cui parlerò in seguito. Sebbene il Laudisio non riportasse alcun riferimento bibliografico circa la notizia di Arnaldo e del conte Leone, è molto probabile che abbia tratto la notizia dall’“Italia Sacra” di Ferdiando Ughelli (….). Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p…… (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), parlando di “Rocca Gloriosa”, in proposito scriveva che: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II. Arnaldo, nominato vescovo diPolicastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale edera entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 101 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), forse sulla scorta dell’Ughelli (…), scriveva che: ” A Rocca Gloriosa c’era il monastero di S. Mercurio di cui abbiamo già parlato, ed a cui era unito l’altro di Santa Veneranda; ma poichè il monastero fu soppresso, il Vescovo Pietro Magri, in ottemperanza alle norme del Tridentino, ne assegnò  in perpetuo i beni al seminario diocesano. Il conte normanno Leone  aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo, ecc…”. Dunque, il Laudisio ci parla di un certo “conte Normanno Leone”, il quale, a Roccagloriosa, che era un suo feudo, aveva fondato i due monasteri claustrali (monasteri femminili di monache) chiamati monasteri di Santa Veneranda e monastero di San Mercurio che, alla morte del figlio Manso o Mansone, nel 1130, secondo le sue volontà testamentarie e, con l’autorizzazione del vescovo di Policastro Arnaldo furono uniti in un unico monastero, il monastero di San Mercurio, sempre claustrale e femminile e con la prima badessa “perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale edera entrata come monaca in quest’ultimo convento”. Dunque, da ciò che leggiamo “Altrude” era figlia del Conte Manso o Mansone. Ma sulla figura di Altrude diremo innanzi. Secondo il Laudisio (….), il conte normanno Leone aveva fondato a Roccagloriosa, tre monasteri di monache, uno era quello di S. Mercurio, S. Leo e l’altro di S. Veneranda. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa a p. 416 cita l’antico documento Normanno del Conte Leone, citato dal Laudisio (9), ed in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (11), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti. Manca ogni dato archivistico circa il testamento di Leone.. Ebner, a p. 416, nella nota (11) postillava che: “(11) Laudisio cit. (Sinossi a cura di G.G. Visconti, p. 17) ecc…, poi a p. 47 sg. sul monastero di S. Mercurio unito a quello di S. Veneranda, sulla fondazione da parte del conte Leone dei due monasteri di monache, “quia in suo feudo”, sulla venuta dei bulgari che nel 550 si rifugiarono nel castello ecc….”. Ebner, cita un “testamento di Leone” e dice che di esso “manca ogni dato archivistico”. Dunque, la notizia tratta dal Laudisio di un conte normanno chiamato Leone che, ai suoi tempi, “aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo” di Roccagloriosa, dice Pietro Ebner che la notizia sarebbe tratta da un “testamento” e che di esso non vi è traccia. Ebner, però sbagliava quando scrive del “testamento di Leone”, in quanto il Laudisio e l’Antonini non si riferivano al “testamento” del conte normanno Leone ma si riferiva al testamento che lasciò il figlio di Leone, il conte Manso  o Mansone nel 1130, allorquando dovette morire. Del testamento di Manso o Mansone parlerò innanzi. Infatti, sulla fondazione del Monastero claustrale (femminile) di S. Mercurio, a Roccagloriosa, ha scritto il sacerdote Agatangelo Romaniello (….) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo”(64) che dotò di un’estesa zona di terreno per un circuito di 14 miglia alle falde del Monte Centaurino da cui scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano, e quello di “Santa Venere” lungo la strada che oggi porta a Torre Orsaia. Il signore del feudo di Rocca si interessò alla costruzione dei detti monasteri, ecc.. Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo.”. Nella sua nota (64), l’Agatangelo scrive: “(64) Siccome la chiesa di questo monastero fu dedicata a S. Anna e a Maria SS., il Cenobio fu denominato “Cannamaria”.”. Sulle origini di questo feudatario, il conte normanno Leone, parente di Roberto il Guiscardo aveva scritto nel 1745 anche il barone  Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p…… parlando del monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa ci dice del Conte Leo: “Manso Leone Signor del luogo”, parente di Roberto il Guiscardo (così scrive l’Antonini), di cui parlerò in seguito. Suo figlio il conte Mansone che continuò a dominare sulle nostre terre, aveva un fratello detto Landolfo (nel ‘Catalogus baronum’ del 1185 è detto ‘Landulfus de Rocca’) ed era sposato ad una donna chiamata Gaitellina. Il Conte Leone, oltre a Mansone aveva la figlia chiamata Altrude (sorella di Mansone). Dunque, il conte normanno Leone, parente di Roberto il Guiscardo, aveva tre figli: Mansone, Altrude e Landolfo. Secondo il ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185, i feudatari di Roccagloriosa (….), che governarono e signori del luogo: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. Altre notizie su questo conte non ne ho trovato. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 242 parlando di Padula in proposito scriveva che: “Nell’Archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula nell’età Longobarda, normanna e sveva. Nell’ASN notizie di Padula in un diploma di Gisulfo I, il quale “per rogum landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (fratello della madre del principe, Gaitelgrima, e capo della congiura del 973) dona terre e campi detti “candelaria de padule” all’abate Giovanni nel monastero del Salvatore “ad insula maris” di Napoli (4)”. Ebner, a p. 242, nella nota (4) postillava che: “(4) ASN, Catasto monasteri del Salvatore e di S. Pietro, f. 165 (edito dallo Schipa, cit., I, p. 55).”. Pietro Ebner (….), scriveva al riguardo: “Nella ricostituzione generale dei territori del regno, i Normanni conservarono la diocesi con i vecchi confini (notizia del Vescovo Arnaldo nel 1110, benchè politicamente il territorio, da Policastro verso il nord, venisse conservato alle dipendenze del giustiziere del Principato con sede a Salerno). I paesi, però anche linguisticamente continuarono a gravitare verso il Cilento e non verso la Basilicata e la Calabria, tanto meno verso Campagna, la cui diocesi non risponde nessun rilevante criterio geografico e storico-politico.”. Dalla Relazione di De Micco (18 – Fig. 11), apprendiamo che: Roberto il Guiscardo assegnò il territorio col castello al Conte Leone di stirpe Normanna, ecc…”. Il sacerdote Romaniello (….), scriveva che Roberto il Guiscardo aveva donato il feudo di Roccagloriosa al suo parente il conte normanno Leone che, al principio del secolo XII,  a Roccagloriosa, oltre al monastero maschile di San Mercurio che esisteva già da tempo e che era rimasto abbandonato in seguito alle incursioni di Narsete ecc…, volle fondarne altri due femminili, quello di “Santo Leo” e quello di “Santa Venere”. Anche padre Romaniello è molto chiaro sulle origini del feudo Normanno di Roccagloriosa che, dal conte Normanno, Leone, parente di Roberto il Guiscardo, fu ereditato dal figlio suo, il conte Manso o Mansone, che, nel 1130, prima di morire fece testamento e unificò i due monasteri laasciando la guida alla sorella Altrude. Secondo il Romaniello, sulla scorta del Laudisio e dell’Antonini, a p. 36 scriveva pure che il conte Normanno Leone, “…il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo”(64) ecc…Il signore del feudo di Rocca si interessò alla costruzione dei detti monasteri, anche perchè in quel periodo calamitoso, in seguito alle accennate invasioni e depredazioni saracene, il numero delle donne si riduceva sempre di più; e, per salvare queste, le invitava nei monasteri, dove gl’invasori, per il rispetto alle chiese e luoghi pii, non osavano mettere facilmente piede”. Nella sua nota (64), l’Agatangelo scrive: “(64) Siccome la chiesa di questo monastero fu dedicata a S. Anna e a Maria SS., il Cenobio fu denominato “Cannamaria”.”. Dunque, il Romaniello, riguardo il monastero femminile di S. Leo, fondato da Leone conte Normanno, postillava che siccome vi era una chiesetta in questo cenobio si chiamò “Cannamaria”. Dunque, i questo passaggio padre Romaniello conferma al principio del secolo XII, a Roccagloriosa, oltre al Monastero maschile di San Mercurio, da tempo abbandonato ma già preesistente da molto tempo, furono fatti edificare dal conte normanno Leone, i due monasteri femminili di “Santo Leo” e quello di “Santa Veneranda”. Dalla Relazione di De Micco (18), apprendiamo che: Roberto il Guiscardo assegnò il territorio col castello al Conte Leone di stirpe Normanna, il quale trasformò il Cenobio in tre monasteri di donne dello stesso ordine Benedettino. Ecc…”.

Nel XII secolo, il conte Leone ed il ripopolamento del nuovo monastero femminile e claustrale di San Mercurio (forse Benedettino) a Roccagloriosa

Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 101 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e, riferendosi ai due monasteri di S. Leo e di Santa Veneranda, in proposito scriveva che: Il conte normanno Leone  aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo, ecc…”Sul Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa nel secolo XII, ha scritto il sacerdote Agatangelo Romaniello (….) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 32 parlando della sua Roccagloriosa, riferendosi al “Mercurion”, in proposito scriiveva che: “Al centro di questa zona, fuori le mura di Roccagloriosa, all’inizio del secolo X, fioriva il monastero benedettino detto appunto di “S. Mercurio extra moenia” (44), ecc…”. Il Romaniello, a p. 32, nella nota (44) postillava che: “(44) La contrada è detta oggi “Seminario”, perchè quel monastero nel secolo scorso fu adibito a seminario estivo degli alunni di Policastro, come diremo in seguito.”. Dunque, il Romaniello, sulla scorta di altri autori scriveva che il monastero di S. Mercurio, nel secolo X era già fiorente ed era un monastero benedettino. Sul Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa nel secolo XII, ha scritto il sacerdote Agatangelo Romaniello (….) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, riferendosi al conte Leone, parente di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. Ecc..”. Il sacerdote Romaniello, sulla scorta di diversi autori,scriveva che nel secolo XII, esisteva ancora a Roccagloriosa l’antichissimo monastero maschile di Santo Mercurio, forse un cenobio basiliano che doveva trovarsi abbandonato. Secondo il Romaniello, il monastero di S. Mercurio, nel secolo XII, il nuovo feudatario del feudo di Roccagloriosa, il conte normanno Leone, parente di Roberto il Guiscardo lo fece ripopolare di monache clarisse. E’ molto probabile che con i Normanni l’ex cenobio basiliano di S. Mercurio, che in passato aveva ospitato S. Nilo, diventò un monastero Benedettino. Non sappiamo se questo monastero dipese direttamente dall’Abbazia della SS. Trinità di Cava dè Tirreni.

Nel XII secolo, i due monasteri di San Leo e Santa Veneranda detto di ‘Cannamaria’ a Roccagloriosa sulla strada per Torre Orsaia, rifondati dal conte Leone normanno

Nel XII secolo, i due monasteri di San Leo e Santa Veneranda detto di ‘Sant’Anna e Maria’ a Roccagloriosa sulla strada per Torre Orsaia rifondati dal conte Leone normanno

Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 101 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e, riferendosi ai due monasteri di S. Leo e di Santa Veneranda, in proposito scriveva che: Il conte normanno Leone  aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo, ecc…”. Sulla fondazione di due Monasteri femminili e claustrali a Roccagloriosa ha scritto il sacerdote Agatangelo Romaniello (….) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, riferendosi al conte Leone, parente di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo” (64)……, e quello di “Santa Venere” lungo la strada che oggi porta a Torre Orsaia. Ecc…”. Nella sua nota (64), l’Agatangelo scrive: “(64) Siccome la chiesa di questo monastero fu dedicata a S. Anna e a Maria SS., il Cenobio fu denominato “Cannamaria”.”. Dunque, il sacerdote Romaniello, sulla scorta di diversi autori, lasciava intendere che nel secolo XII, quando cioè il feudo di Roccagloriosa passò al conte normanno Leone, egli fece costruire due nuovi monasteri feminili e claustrali: il monastero di Santo Leo e quello di Santa Veneranda che si trovava luno la strada per Torre Orsaia e che in origine si chiamò di “Cannamaria”. Su questi due monasteri ha scritto pure il comm. De Micco (….), recentemente da me rintracciato all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, la Relazione del 1895 del Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli De Micco, nella Causa vertente tra ilPel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il De Micco, riferendosi alla vasta tenuta del Centaurino, a p. 6, in proposito scriveva che: “Fra gli immobili legati vi era compresa la tenuta allodiale o burgensatica di esso disponente Mansone, denominata ‘Cannamaria’ dal nome di uno dei detti tre Monasteri sotto il titolo di ‘S. Anna e Maria’, sita all’estremo del ‘feudo’ di Roccagloriosa, limitrofo in quel tempo al tenimento di Rofrano, ecc…”.

Nel secolo XII, Leone, conte normanno di Roccagloriosa e Padula e la sua vasta tenuta del Centaurino (?)

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania -Discorsi”, a p. 385, parlando di Roccagloriosa ci parla anche del monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa accenna alla vasta tenuta del Centaurino ed in proposito scriveva che: Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc….”. L’Antonini, nella sua nota (1), prosegue scrivendo: “Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione de’ P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Giovanni a Piro; il di cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto.”. Dunque, l’Antonini ci parla del “nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2)” e, poi aggiunge che Manso dona il possedimento che “ch’erano state di Gatullina sua moglie;”. Dunque, secondo l’Antonini, “Gatullina” era la moglie del vice-conte Manso. L’Antonini (….), a p. 385, a proposito del testamento di Mansone, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Con titolo di testamento soleansi tali donazioni chiamare in quei tempi. ‘Ambrosio Morles nelle note al Diploma del Re Veremondo’ sicuri ce ne fa (oltre tant’altri) colle seguenti parole: “Solemne bis etc…”. L’Antonini disserta sul documento di cui è a conoscenza e che chiama ‘testamento di Manso’. Dunque, l’Antonini scriveva del testamento del vice-conte normanno Manso  o Mansone che il 3 aprile 1130 fece testamento e dotò il Monastero di San Mercurio a Roccagloriosa della vasta tenuta del Centaurino: dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc..”. Secoli dopo l’Antonini, il sacerdote Agatangelo Romaniello (18), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p……, sulla scorta dell’Antonini (….), in proposito al monastero di S. Mercurio e riferendosi al conte Normanno Leone, in proposito scriveva che: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò  a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo” (…) che dotò di un’estesa zona di terreno per un circuito di 14 miglia alle falde del Monte Centaurino da cui scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano, e quello di “Santa Venere” lungo la strada che oggi porta a Torre Orsaia. Il signore del feudo di Rocca si interessò alla costruzione dei detti monasteri, ecc.. Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo.”. L’Agatangelo (18), traeva queste notizie e postillava nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Il sacerdote Romaniello, non ci parla del vice-conte normanno Manso o Mansone e del suo testamento ma scriveva che era ‘Leone normanno’ (parente del potente Roberto il Guiscardo). Il Laudisio, sebbene citasse la notizia del testamento di Mansone non dice nulla sulla tenuta del Centaurino e sulla dote concessa al Monastero di S. Mercurio. Ma chi fu a dotare l’antichissimo Monastero di San Mercurio (rinato), della vasta tenuta del Centaurino o “Cannamaria”, che come è stato più volte scritto apparteneva a “Gatullina” ?. Fu il conte Leone, di stirpe normanna e la moglie Gatullina o fu il figlio, il vice-conte normanno Manso o Mansone che nel 1130 fece testamento ?. Di un precedente lascito o testamento, precedente al testamento di Mansone, figlio di Leone, ha parlato Pietro Ebner (….) che, nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa a p. 416 citando ciò che aveva scritto Lorenzo Giustiniani (….), su Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (11), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti. Manca ogni dato archivistico circa il testamento di Leone.. Ebner, cita un “testamento di Leone” e dice che di esso “manca ogni dato archivistico”. Dunque, Ebner lascia intravvedere che il conte Mansone, nel 1130, nelle sue volontà testamentarie lasciò in dote la vasta tenuta del Centaurino o di “Cannamaria” alla sorella o figlia Altrude ed al Monastero riunito e rinato di San Mercurio a Roccagloriosa, lascito di beni che possedeva in seguito all’eredità del padre Leone e della madre Gatullina. Sulla figura del conte di stirpe Normanna Leone, signore di Roccagloriosa e di Padula al tempo di Roberto il Guiscardo e della moglie (?) Gatullina non abbiamo notizie certe se non le poche parole citate dall’Antonini. Dell’antichissimo Monastero di San Mercurio e dei suoi possedimenti abbiamo molte notizie storiche che si riferiscono a molto prima della venuta dei Normanni nel Regno. Abbiamo notizie del passaggio di S. Nilo, notizie tutte documentate ma della tenuta del Centaurino si conoscono alcune notizie perchè dopo il secolo XVI iniziarono ad esserci liti e cause con la Curia che cercò di impossessarsi del vasto possedimento forse lascito dei Longobardi al Monastero di S. Mercurio. Sappiamo che in origine il monastero di S. Mercurio era un monastero di Monaci maschi, forse un antico cenobio basiliano, inserito in un circuito di Monasteri Carbonensi. Infatti, il Romaniello, a p. 36, in proposito scriveva che: “Non si sa con precisione fino a quando i monaci abitarono nel monastero di S. Mercurio. Molto probabilmente lo abbandonarono definitivamente agli inizi del secolo XI, quando, a causa delle frequenti scorrerie saracene, la permanenza nel monastero si rese molto difficile per i monaci, i quali erano costretti spesso a girovagare ed a nascondersi nelle grotte e per le montagne boscose. Solo durante la dominazione normanna (1040-1198) i monaci poterono rirendere a vivere nel loro primiero splendore, perchè quelli impedirono energicamente le depredazioni saracene e sottrassero alla giurisdizione vescovile i monaci, i quali ebbero monasteri stabili, ampi, solidi e ben dotati, tali da permettere una più ordinata ed intensa operosità ascetica e culturale (63).”. Romaniello, a p. 36, nella nota (63) postillava che: “(63) Gassisi Sofronio, op. cit., p. 809”. Romaniello si riferiva al testo di Sofronio Gassisi (….), “I manoscritti di S. Nilo Juniore”, Roma, 1905; “Innografi italo-greci – Le poesie di S. Nilo Juniore e di Paolo monaco”, in “Oriente christianus”, n. 5 (1905), pp. 26-82.  Solo con la venuta dei Normanni diventò un monastero benedettino e claustrale per volontà del conte Leone. Addirittura il sacerdote Agatangelo Romaniello, a p. 36, riferendosi al conte Leone, in proposito scriveva che: “Leone normanno, …..che dotò di un’estesa zona di terreno per un circuito di 14 miglia alle falde del Monte Centaurino da cui scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano, ecc….”. Dunque, secondo il Romaniello, la vasta tenuta o possedimento del Monte Centaurino consisteva in una vasta tenuta di terreno che si estendeva per 14 miglia. Il Romaniello scrive pure che all’arrivo del nuovo feudatario, il conte normanno Leone, scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano”. Purtroppo l’interessante notizia non è suffragata da riferimenti bibliografici. Chi fossero questi ladri che derubavano e depredavano non si capsce. Forse ci si riferiva alla popolazione di Bulgari che avevano in precedenza occupato la rocca fortificata di Roccagloriosa.

Nel 17 febbraio 1100, Arnaldo, II vescovo di Policastro in una donazione di “Adalatia” (Adelasia), sposa di Ruggero Borsa e madre reggente di Guglielmo II di Puglia nel Ducato di Puglia e di Calabria

La notizia del vescovo ‘Arnaldo’, successore di Pietro da Salerno, proviene dall’Ughelli (…), che dal punto di vista bibliografico e storiografico, è stato il primo che ha citato le prime notizie circa i Vescovi della restaurata Diocesi Policastrense in epoca Normanna. La citazione di questo vescovo “Arnaldo”, riguarda sia Policastro e pure Roccagloriosa, come vedremo in seguito. I primi documenti d’epoca Normanna in cui figura un vescovo “Arnaldo Policastrense”, sono stati pubblicati per la prima volta dall’Ughelli (11), a p. 789 della sua ‘Italia Sacra’. Il sacerdote Giuseppe Cappelletti (….), nel suo “Le Chiese d’Italia”, in proposito scrive pure dei due documenti pubblicati dall’Ughelli (….) e scrive che in uno dei due documenti pubblicati dall’Ughelli si ha “La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace.”. Il Cappelletti scrive che questo vescovo chiamato “Arnaldo” figura testimone in una donazione del 17 febbraio 1110, in cui la contessa “Adelatia” (in Ughelli) “Adelasia” (in Cappelletti) donava al Vescovo di Squillace in Calabria la “chiesa di santa Maria della Roccella” (forse il Monastero claustrale di S. Mercurio a Rocchetta, una frazione di Roccagloriosa). Forse la donazione riguardava la chiesa di Santa Maria a Roccella Ionica. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 542, inizia a parlare dei “Policastrensses Episcopi”, ovvero dei Vescovi di Policastro:

Ferdinando Ughelli (…), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII (prima edizione), a p. 789 parlando del secondo vescovo di Policastro, ‘II. Arnaldus’, citava due documenti che lo citavano: “2 ARNALDUS (Arnaldo II) Policastrensis Episcopus testis fuit donaztionis Adalatia comitissa Siciliae & Calabria, quam fecit Petro Episcopo Squillacensi de Ecclesia sancta Maria de Roccella cum iuribus & pertinentijs fuis anno ab Incarnatione Domini 1110. 13. Kal. Martij Indictione 6. documentum dadibus in Episcopis Squillacensibus. Post Arnaldum qui successerit usqui ad Innocentij III. tempora non habemus. Legitur enim in eiusdem Pontificis regestro epistola ad Clarum, Populorum, Episcopumque Policastrensem ut benigne Cardinalem Apostolica Sedis Legatum suscipiant, & debitam reverentiam impendant, nomen autem Episcopi in ea non exprimitur.”:

Ughelli, p. 798, su Arnaldo

(Fig…..) Pag. 789 dell’Ughelli, Tomo VII, in cui parla dei Vescovi Paleocastrensi e di Arnaldus, II vescovo di Policastro e successore di Pietro Pappacarbone

la cui traduzione dovrebbe essere la seguente: “2. Arnaldo II vescovo di Policastro testimone della donazione di Adelasia contessa di Sicilia e Calabria, che ha fatto la chiesa di diritti Squillace Roccella di San Pietro pertinenze proprietà nell’anno del Signore 1110. 13. Id. Pomeriggio di marzo 6. Il documento dadibus i vescovi Squillace. dopo l’Arnaldo, che ha finora avanzato a Innocente III. tempi non erano così, che abbiamo. leggiamo nel dello stesso Pontefice regestro la lettera al popolo hanno la brillante, dei popoli, il vescovo Policastrense in modo che con gentilezza il cardinale, la Sede Apostolica, l’agente dell’impresa, e quali, e danno il dovuto rispetto e la spesa, il nome dei vescovi che vivono al suo interno, non siamo detto.”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, (II edizione, Coleti, 1601), parlando dei “Policastrensi Episcopi”, a pp. 542 e ssg. pubblicò la stessa notizia:

Ughelli, vol. VII Coleti, p. 561-562

Ughelli, vol. VII, p. 560

(Fig…..) Ferdinando Ughelli, “Italia Sacra”, Tomo VII (edizione Coleti), pp. 559-560 e 561-562, in cui parla dei Vescovi Paleocastrensi e di “Arnaldus”, II vescovo di Policastro e successore di Pietro Pappacarbone e parla della donazione di “Adelasia”

Ferdinando Ughelli (11), nella sua ‘Italia Sacra’ , a p. 789 (vol. VII, I edizione) parlando dei Vescovi che successero a Pietro Pappacarbone dopo la sua rinunzia citava due documenti d’epoca Normanna di cui ne pubblicava il testo in latino e la loro traduzione. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 560 parlando dei “Policastrenses Episcopi”, ovvero dei Vescovi di Policastro, citava un documento datato 17 febbraio 1110 ed un documento del 13 marzo 1110. Si tratta di una concessione o privilegio o atto di donazione in cui figurava tra i presenti un vescovo di Policastro chiamato “Arnaldo”. Di questo vescovo, la prima notizia certa risulta proprio da questo documento del 1110. L’Ughelli (11), riportava notizie sui primi vescovi della restaurata Diocesi Policastrense ed in particolare quando parla del successore di Pietro Pappacarbone, il vescovo Arnaldo, trae sue notizie da un antico documento Normanno che sarà poi pubblicato e tradotto dal greco in latino dal Di Meo (17). Il documento datato 17 febbraio 1110, in cui figura un “Arnaldus Palecastrensis” (forse il vescovo successore di Pietro Pappacarbone), che risulta testimone ad una donazione Normanna. I due documenti citati dall’Ughelli (11), due donazioni al vescovo di Squillace (in Calabria), da Adelasia, contessa di Sicilia e di Calabria. In una di queste cerimonie è citato testimone il vescovo di Policastro Arnaldo. Nel 1745, la notizia dell’Ughelli fu in seguito ripresa dall’Antonini. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a pp. 417-418, parlando e riferendosi a Policastro, sulla scorta dell’Ughelli e del Telesino (…), scriveva che: “Ma il Conte Ruggieri avendolo ampiamente ristorato, e rifatto, a Simone suo figlio bastardo lo diede. Il citato ‘Ughellio’ ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta. Ed è acciò distintamente veggasi, che questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; ecc…”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 542 pubblicava una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per esser quì trascritta.”. Dunque, l’Antonini, parlando di Policastro, cita la carta pubblicata nel 16….da Ferdinando Ughelli. Antonini scriveva che questa antica carta era talmente lunga che non si poteva pubblicare nella sua “La Lucania”. Dopo un secolo, nel 1866, il sacerdote Giuseppe Cappelletti (8), nel suo ‘Le Chiese d’Italia’ parlando della chiesa Paleocastrense scriveva che: “Poco dopo la rinunzia del vescovo San Pietro, ne fu sostituito il successore Arnaldo, non si sa in quale anno. La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace. Ne, dopo questa notizia, altra se n’ha di Arnaldo: ne dopo Arnaldo, di alcun altro vescovo si ha notizia pel lungo tratto di un secolo.”. Dunque, il Cappelletti scriveva che il vescovo “Arnaldo”, non si sa quando o in che anno fu nominato Vescovo della Diocesi di Policastro. Si sa solo che egli fu il successore di Pietro Pappacarbone, dopo la sua rinuncia a Vescovo di Policastro. Dunque, è molto probabile che sulla base di questa notizia, il nuovo vescovo “Arnaldo”, fu il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro. Il Cappelletti scrive pure dei due documenti pubblicati dall’Ughelli (….) e scrive che in uno dei due documenti pubblicati dall’Ughelli si ha “La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace.”. Il Cappelletti scrive che questo vescovo chiamato “Arnaldo” figura testimone in una donazione del 17 febbraio 1110, in cui la contessa “Adelatia” (in Ughelli) “Adelasia” (in Cappelletti) donava al Vescovo di Squillace in Calabria la chiesa di santa Maria della Roccella. Il sacerdote Cappelletti (…), quindi, proprio sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Di Meo (…), scrive che il vescovo Arnaldo, risulta testimone il 17 febbraio 1110, alla donazione che ‘Adelasia’, Adelaide del Vasto, Regina – vedova di Re Ruggero I, e zia di Simone detto il Bastardo, figlio di Re Ruggiero I d’Altavilla (fratello del Guiscardo), a cui fu affidata la Contea di Policastro –  della “chiesa di santa Maria della Roccella” (forse il Monastero claustrale di S. Mercurio a Rocchetta, una frazione di Roccagloriosa). Il sacerdote Rocco Gaetani (2), scriveva: “vedi De Meo, Annali del Regno di Napoli, vol. 3, p. 327. In effetti, forse vi è un errore di stampa del breve saggio del Gaetani (libretto introvabile ed in nostro possesso), non si tratta di “De Meo” ma di Alessandro Di Meo (17), che nel Tomo IX dei suoi “Annali Critici-Diplomatici del Regno di Napoli”, a p. 164 e s., parlando dell’anno di Cristo 1110, IND. III. B.”, ci parla dell’Ughelli (11) e dell’antico documento Normanno dove è citato il vescovo Paleocastrense Arnaldo. Secondo Alessandro Di meo (17), che li ripubblicò, in “Annali del Regno di Napoli, vol. 3, p. 327, nel Tomo IX dei suoi “Annali Critici-Diplomatici del Regno di Napoli”, a p. 164 e s., parlando dell’anno di Cristo 1110, IND. III. B.”si tratta di due documenti. Il primo documento, di cui parla l’Ughelli,  è datato 17 febbraio 1110, in cui figura un “Arnaldo paleocastrense” (forse il successore di Pietro Pappacarbone a vescovo di Policastro), che risulta testimone ad una donazione Normanna. Alessandro Di Meo (…), in proposito scriveva che: “5. Ughelli rapporta una Bolla del Papa a Pietro Vescovo di Squillace, che dice, ‘Pastor es per nos institutus Sc. Dat. Lat. per m. Joannis S.R.E.D.C. ac Bibl. Nonis Aprilis, Ind. III. An.D.Inc.MCX.Pont.D.Pascalis II. an. XI’“, e a p. 165 aggiunge: “Lo stesso Ughelli ne’ vescovi di Squillace (paese della Calabria in Provincia di Catanzaro) rapporta la seguente carta: ‘An. ab. Inc. MCX. XIII. Kal. Martii, Ind. III. Regnante in Sic. Calabr. Rogerio filio Rogerii Comitis, consigit ut statim post electionem Petri Squillacensis Episcopi, cum in Capella Messanae ad ipsam electionem convenissent Barones, quorum nomina inferius legentur; Adalasia Comitissa Sicilia, e Calabrie, supplens Rogerius filius eius.’, cioè Reggente per la minorità del figlio Ruggeri, ne approva la fatta elezione, presenti i Vescovi ‘Angelario’ di Catania, e ‘Arnaldo Paleocastrense’ , e i Baroni ‘Roberto Moretto’, Gosberto di Licia, Guglielmo di Altavilla, Tancredi di Siracusa, Goffredo di Ragusa, Roberto Avenelio, Rodolfo di Belcaco, Cristofero Ammirato; e la Carta fu scritta da ‘Buono’ Notajo. Colla Chiesa di Squillace si dona ancora ad esso Pietro eletto la Chiesa di ‘S. Maria di Roccella’ co’ suoi beni, come pria di morire la possedè ‘Girolamo’, che fu Abbate.”.

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(Fig…..)  Documento Normanno del 1110, in cui figura Arnaldo, tratto da Di Meo (…), Annali ecc…, Tomo IX, pp. 164 e 165 (citato dall’Ughelli, vedi Fig…..)

Il Cappelletti (8), quindi, proprio sulla scorta dell’Ughelli (11) e del Di Meo (17), scrive che il vescovo Arnaldo, risulta testimone nell’anno 1110, alla donazione che Adalasia Comitissa Sicilia, e Calabrie, supplens Rogerius filius eius.’, cioè Reggente per la minorità del figlio Ruggeri,..” (come scriveva il Di Meo). Ma chi era questa “Adalasia”, contessa di Sicilia e di Calabria, che, nell’anno 1110 era reggente nel Ducato di Sicilia e di Calabria al posto del figlio Ruggero minorenne ?.  L’Ughelli (…), scriveva che Arnaldo, veniva citato in una donazione al vescovo di Roccella, ai tempi di Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”. “Adalasia” o “Adalatia”, o “Adala” (come la chiama l’Ebner). Si tratta di Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero (detto Borsa) che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato ?. Dunque, “Adala” (come la vuole Pieto Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc..”, a pp. 92-93, nella sua nota (36) postillava che: “A Roberto il Guiscardo, quarto conte ecc…., Ruggero Borsa, come secondo duca (1085-11119 e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone.”. Questa “Adala”, dunque fu la reggente del Ducato di Puglia e di Calabria, per il figlio minorenne Guglielmo II di Puglia. Adala fu l’unica sposa di Ruggero detto Borsa che era a suo volta figlio di Roberto il Guiscardo e di Sichelgaita. Ebner, nel suo “Storia del feudo etc…”, a p. 92, in proposito scriveva che: “Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia a cui aspirava il cugino di Ruggero, già terzo conte di Sicilia per la morte del fratello Simone (a. 1113), ambedue figliuoli di Ruggero, il “Gra Conte” signore della Sicilia (a. 1101) e della Calabria (a. 1120).”. Dunque, Adala resse il Ducato di Puglia e di Calabria, per la minore età del figlio erede Guglielmo II di Puglia, dalla morte del marito Ruggero Borsa. Dalle parole di Ebner si evince il collegamento che facevano alcuni autori tra cui lo stesso Ughelli con il “Simone” di Policastro, di cui parlerò in seguito. Dunque, il documento o atto di donazione del 17 febbraio 1110, riguarda Adele di Fiandra, moglie di Ruggero Borsa e madre reggente del minorenne figlio erede al trono Guglielmo II di Puglia. Alla morte del marito Adelaide governò come reggente per il figlio dal 1111 al 1114 per poi morire un anno dopo nel mese di aprile del 1115.

Il  Cappelletti (8), nel 1866, forse sulla scorta del Di Meo (17) e dell’Ughelli (11), riporta le stesse notizie sul vescovo Arnaldo. Anche i due studiosi Richard e Giraud (14), scrivevano: “Quanto agli altri vescovi di Policastro vedasi l”Italia Sacra’ dell’Ughelli (11), tomo VII, p. 542.”. Forse si tratta dell’edizione Coleti dell’Ughelli, perchè a p. 542 del tomo VII, si parla della Diocesi Salernitana e di Pietro Pappacarbone. Giuseppe Cappelletti (8), nel suo ‘Le Chiese d’Italia’, a p. 369,  parla della Chiesa Paleocastrense e vi sono accenni a Pietro da Salerno. Il Cappelletti cita l’Ughelli, op. cit. (18), che pubblicava lettere e titoli dell’epoca in cui si parla di Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi (…), secondo cui è il Muratori (…) parlava della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori (…), ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, la prima citazione dell’antico documento in questione è di Ludovico Antonio Muratori (…), citato in seguito dal Troyli (…) e, poi da Ebner (…). Tratta da un codice manoscritto della Chiesa di Salerno:Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori (6), in Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss., V, col. 219 e seq. “Alphanus Archieps An. 1080.“, il Muratori (6), sulla scorta dell’Ughelli (…), pubblicava i ‘Fragmenta’ del Codice Amalfitano, (antico Codex manoscritto della Chiesa di Salerno), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno Alphanus Archieps An. 1080.”.

oppure si tratta di ‘Adelasia’, Adelaide del Vasto, Regina – vedova di Re Ruggero I (Ruggero Borsa), e zia di Simone detto il Bastardo (figlio di Re Ruggiero I d’Altavilla il fratello del Guiscardo), che tuttavia era già morto. Infatti, Simone, a cui gli era stata affidata la contea di Policastro, morì nel 1105 e quindi la donazione avvenuta nel 1111 o 1110, a cui risulta testimone un vescovo Paleocastrense, Arnaldo, fu fatta da Adelasia o Adelaide del Vasto, reggente dopo la morte del marito Ruggero I d’Altavilla, nel 1101. Alcuni ritengono che la chiesa “chiesa di santa Maria della Roccella”, a cui si riferisce la donazione di Adelasia (la madre di Simone e di Ruggero II), fosse il Monastero claustrale di S. Mercurio a Rocchetta, in una frazione di Roccagloriosa. Il Cappelletti (…), quindi, proprio sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Di Meo (…), scrive che il vescovo Arnaldo, risulta testimone nell’anno 1111, alla donazione che ‘Adelasia’, Adelaide del Vasto, Regina – vedova di Re Ruggero I, e zia di Simone detto il Bastardo, figlio di Re Ruggiero I d’Altavilla (fratello del Guiscardo), a cui fu affidata la Contea di Policastro. Riguardo la “chiesa di Santa Maria della Roccella”, segnalo che Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, a p. 93, in proposito scriveva che: “I nuovi elementi architettonici sono invece dati da una finestrella, sulla cortina meridionale, inscritta in un’arcata concentrica; forma supposta di età preniliana (34), ma che penso sia da accostare, pur continuando modi ravennati ed esarcali, con ignoti in Calabria, come analoghi tipi di aperture del periodo normanno, visibili, ad esempio in S. Giovanni dei Lebbrosi di Palermo o nella stessa chiesa della Roccella di Squillace (36).”. Il Cappelli, a p. 93, nella sua nota (36) postillava che: “(36) F. Valenti, L’arte nell’era Normanna, in “Il Regno Normanno”, Messina, (1932), fig. 80; A. Frangipane e C. Valente, La Calabria, Bergamo, 1929, fig. a pag. 39; G. Di Stefano, Monumenti della Sicilia Normanna, Palermo, 1955, tav. 30.”. Dunque, è molto probabile che la donazione di Adelasia si riferisca alla chiesa calabrese della Roccella di Squillace. La chiesa di Santa Maria della Roccella, a cui probabilmente si riferisce l’atto di donazione, non si trova nell’attuale comune di Squillace ma non è molto distante da questo e da Soverato. Posta in una posizione che domina l’alpia vallata che si affaccia sul Mar Ionio, nella Calabria centrale, è una Basilica detta appunto “della Roccella” che, si trova a Roccelletta, che si trova nell’attuale Comune di Borgia, in Provincia di Catanzaro e precisamente presso il “Parco Archeologico di Scolacium”, dove cioè sorgeva la città romana di Minerva Scolacium. Oggi il nome di Basilica della Roccella viene riferito a questi imponenti ruderi della chiesa di Santa Maria, edificata dai normanni tra la fine del XI e la prima metà del XII secolo. La chiesa, edificata sui resti della città romana di Scolacium a quel tempo dimenticata, è in stile romanico occidentale, ma conserva tuttavia forti influenze arabe e bizantine. Come le grandi basiliche normanne, anche l’edificio costruito a Roccelletta aveva una grande navata unica, lunga 73 metri e larga 25.

Nel 1110, Arnaldo, vescovo della Diocesi di Acerenza

Nicola Acocella (….), in “Salerno Medievale ed altri saggi” a cura di Antonella Sparano, nell’indice, a p. 669 troviamo “Arnaldo, vescovo di Acerenza, 44.“. Dunque, sendo l’Acocella (…), Arnaldo era vescovo di Acerenza, una delle Diocesi suffraganee di Salerno ai tempi dei Normanni e di Afano I. Nicola Acocella (….), nel suo “La figura e l’opera di Alfano I di Salerno (sec. XI)”, (si veda “Salerno Medievale ed altri saggi” a cura di Antonella Sparano), a p. 44, in proposito scriveva che: “A Policastro, una delle sedi di più rcente istituzione (o, meglio, ricostruzione, perchè l”ecclesia Buxentina’ è già ricordata in antico), Alfano prepose come vescovo, nel 1079 o anche prima, un santo monaco cavense, Pietro Pappacarbone (110). Questi era stato designato dalla volontà del clero e del popolo e dal principe Gisulfo; ed Alfano, seguendo la norma indicata dal papa Stefano, ratificò l’elezione con un lettera indirizzata al clero e al popolo di Bussento (111). La scelta dei presuli per le diocesi suffraganee da parte del Nostro fu sempre ispirata a criteri di superiore valutazione morale e religiosa, come è lecito dedurre da qualche altro documento relativo a nomine da lui effettuate. L’integrità della circoscrizione ecclesiastica dell’Archidiocesi rimase fuori discussione finchè strutturalmente saldo il Principato longobardo. Allorchè questo venne rapidamente sfaldandosi, anche l’unità giuridica dell’Archidiocesi venne chiamata in causa. S’è già accennato che Alfano tentò di ovviare a questo moto centrifugo facendo proclamare di nuovo da Alessandro II e da Gregorio VII l’ntica sudditanza di Conza a Salerno, contro il tentativo di sottrarnela. Ma la forza centrifuga prevarrà, in seguito alla scomparsa del Principato longobardo: Acerenza e Conza assurgeranno anch’esse al rango di archidiocesi, e nel 1099 saranno solo nominalmente riaggregate a Salerno, proclamata allora sede ‘primaziale’ (112): i vescovadi di Bisignano, Malvito, Cassano (di Calabria) saranno assoggettati direttamente a Roma; quello di Martorano aggregato a Cosenza, anche essa elevata ad archidiocesi; Nola sarà attribuita a Napoli. A questo fatale processo di aggregazione non assistette Alfano; perchè, anzi, egli tentò di rendere maggiormente articolata la distribuzione dei vescovadi della sua Archidiocesi, continuandosi ad avvalere – come s’era fatto negli anni precedenti – della facoltà, davvero singolare ma non eccezionale in quei tempi, di creare nuovi vescovati. Erano le conseguenze delle speciali clausole inserite nelle bolle di Leone IX e di Stefano IX. Due vescovati creò certamente Alfano; forse anche un terzo. Prima fu la volta di Sarno: marzo 1066. Eretta la diocesi ecc…(113).”. Acocella, a p. 44, nella sua nota (112) in proposito al Vescovo Arnaldo ed al Vescovado di Acerenza postillava che: “(112) Acerenza nel 1076 era ancora sede vescovile, contrariamente a quanto affermano taluni scrittori: cfr. la lettera di Gregorio VII del 14 marzo 1076 al ‘vescovo’ di Acerenza Arnaldo: Registrum, III, 11, in M.G.H., EE., ed. E. Caspar, Berlino, 1920, p. 271 sg.”. Dunque, l’Acocella, riguardo il ‘vescovo’ Arnaldo, cita la nota lettera di papa Gregorio VII ad Arnaldo vescovo di Acerenza del 14 marzo 1076. Acocella postilla della lettera del papa pubblicata in  Registrum, III, 11, in M.G.H., EE., ed. E. Caspar, Berlino, 1920, p. 271 sg.”, ovvero postilla che la lettera è pubblicata da Caspar C. (….), in “Monumenta Germaniae Historica” (M.G.H.). Acocella, ap. 44, nella sua nota (113) postillava che: “(113) F. Ughelli, VII, op. cit., col. 571 sg.; G. Giesebrecht, op. cit.; p. 68 sg.; G. Paesano, op. cit., I, 121; G.B. Gams, Series episcoporum Ecclesiae Catholicae, Ratisbona, 1873, p. 920; A. Adinolfi, Storia della Cava, Salerno, 1836, p. 147.”. Acocella però nel postillare del Gams (p. 920) si riferiva al vescovado di Sarno creato da Alfano. Riguardo il vescovado di Acerenza, G.B. Gams (…), nel suo ‘Series episcoporum Ecclesiae Catholicae’, Ratisbona, 1873, a pp. 912-913 ci parla del vescovado di Policastro ed a p. 912, in proposito scriveva che: “98. Polycastro (ant. Bussento): 561 Rusticus; NN., morto ante 593; 649 Sabbatius; Policastrum: 1079 S. Petrus Pappacarbone, res 1109, morto 4 III 1123; 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211; Gulielm., de Licio, O.S. Fr., c. 1122 ecc..”. Dunque, per il Gams, il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro (che successe a Pietro Pappacarbone) è: 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211;” dunque, nel 1110 e morto nel 1211. Pietro Ebner (….), scriveva al riguardo: “Nella ricostituzione generale dei territori del regno, i Normanni conservarono la diocesi con i vecchi confini (notizia del Vescovo Arnaldo nel 1110, benchè politicamente il territorio, da Policastro verso il nord, venisse conservato alle dipendenze del giustiziere del Principato con sede a Salerno). I paesi, però anche linguisticamente continuarono a gravitare verso il Cilento e non verso la Basilicata e la Calabria, tanto meno verso Campagna, la cui diocesi non risponde nessun rilevante criterio geografico e storico-politico.”. Da Wikipidia apprendiamo che l’Arcidiocesi di Acerenza il 4 maggio 1041 il vescovo di Acerenza Stefano (1029-1041), che appoggiava il catapano di Bari, morì combattendo sulle rive dell’Ofanto contro i primi Normanni che avevano conquistato la zona intorno a Melfi. In seguito a questa battaglia Acerenza fu conquistata dai Normanni e nel 1061 Roberto il Guiscardo ne fece una roccaforte, rendendola un centro di difesa da rappresaglie bizantine. Nel 1059 il vescovo Godano o Gelaldo partecipò al concilio di Melfi nel quale si distinse; per questo ottiene il titolo di arcivescovo. Questa notizia comunque non è confermata; infatti secondo altre fonti Acerenza divenne arcivescovado sotto papa Leone IX o sotto papa Niccolò II. Il 13 aprile 1068 papa Alessandro II emanò una bolla, diretta ad Arnaldo, arcivescovo di Acerenza, con la quale istituì una nuova provincia ecclesiastica comprendente, fra le altre, le diocesi di Venosa, Potenza, Tricarico, Montepeloso, Gravina, Matera, Tursi, Latiniano, San Chirico, Oriolo, lasciando sotto il controllo diretto della Santa Sede Montemurro e Armento. L’arcivescovo Arnaldo verso negli ultimi anni dell’XI secolo fece iniziare i lavori per la costruzione della cattedrale durante i quali furono ritrovate le reliquie di san Canio. Nel mese di maggio 1102 fu eletto arcivescovo Pietro al quale furono confermati i privilegi concessi ad Arnaldo. Nel 1106 papa Pasquale II scrisse all’arcivescovo Pietro per conferirgli i diritti metropolitici, assegnandogli come suffraganee le diocesi di Venosa, Gravina, Tricarico, Tursi e Potenza e l’uso del pallio nelle festività. Sempre da Wikipidia apprendiamo che questo Arcivescovo Arnaldo † (1066 – 1101 deceduto). Ne scrive il sacerdote Giuseppe Cappelletti (….), nel suo  Le Chiese d’Italia della loro origine sino ai nostri giorni, vol. XX, Venezia, 1866, pp. 415-431 e 435-452 e Francesco Lanzoni (….), nel suo Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza, 1927, pp. 299-300. Per quanto riguarda la Diocesi di Acerenza mi pare interessante segnalare ciò che scriveva Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo captolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica. Ecc…”.

Nel 1110, Arnaldo, (“Arnaldus Palecastrensis”) II (?) Vescovo della restaurata Diocesi di Policastro

Come si è già visto in recedenza, non è proprio corretto ciò che scriveva Pietro Ebner e cioè che non mutarono i confini della Diocesi. Abbiamo visto che dopo la rinuncia di Pietro da Salerno, i confini non mutarono subito e le parrocchie della Diocesi restarono trenta. Ad un certo punto, però, quindici delle trenta località citate nella lettera “pastorale” del presule e primate Alfano I, furono assegnate all’antica Diocesi di Talao e poi ancora a Cassano Ionica e tale rimasero. Dunque, nell’anno 1110, l’anno della nomina del secondo Vescovo della Diocesi di Policastro, i confini erano mutati e le parrocchie furono quindici. Fino a quell’anno però, fino al 1110, la Diocesi sarà amministrata dai vescovi Caputaquensi, ovvero Pestani che risiedevano a Capaccio. Dall’anno 1110, anno di nomina di Arnaldo, la Diocesi sarà retta ed amministrata dal nuovo presule, benchè, come scrive Pietro Ebner, nel suo “Economia e società nel Cilento medievale“, vol. I, p. 537, in proposito scriveva che: “Nella ricostituzione generale dei territori del regno, i normanni conservarono la diocesi con i vecchi confini (notizia del vescovo Arnaldo nel 1110, benchè politicamente il territorio, da Policastro verso il nord, venisse conservato alle dipendenze del giustiziere del Principato con sede a Salerno). I paesi però, anche linguisticamente continuarono a gravitare verso il Cilento e non verso la Basilicata e la Calabria, tanto meno verso Campagna, la cui Diocesi non risponde a nessun rilevante criterio geografico e storico-politico.”. Benchè l’Ebner (…), scrivesse che (notizia del Vescovo Arnaldo nel 1110,..)”, non dice nulla su di lui. L’Ebner, a sufragio della sua ipotesi citava il vescovo Arnaldo che sarà il secondo vescovo eletto della Diocesi di Policastro (anno 1111), in piena epoca Normanna. Da quell’anno in poi, la chiesa bussentina ebbe vescovi effettivi: troviamo Arnaldo nel 1111; Pietro e Oto, nel 1120; Goffredo nel 1139 e Giovanni nel 1172 (….). In questo saggio parlerò del vescovo ‘Arnaldo’ che figura in alcuni documenti d’epoca Normanna come Vescovo della Diocesi Paleocastrense ricostruita dopo la rinunzia di Pietro Pappacarbone. Sui vescovi (che successero a Pietro da Salerno), che hanno retto la Diocesi di Policastro Bussentino e l’Episcopato Bussentino – nel frattempo diventata ‘Dioceseos Paleocastrenses’, che nell’anno 1079, in cui fu consacrato il primo vescovo Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone dall’Arcivescovo di Salerno Alfano I, dopo la sua definitiva rinunzia, Pietro Ebner (…), scriveva in proposito che: “la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi Vescovi effettivi: Arnaldo nel 1111; Pietro e Oto nel 1120; Goffredo nel 1139; nel 1172 Giovanni”. Dopo la rinunzia di Pietro Pappacarbone a vescovo della rinata Diocesi di Bussento, chiamata con la sua venuta e nomina a presule di quella sede, ‘Paleocastrense’, poco si sa dei suoi successori. Pare che dopo la restaurazione della Diocesi di Policastro, in cui fu elevato a vescovo, Pietro Pappacarbone, il suo successore fu un certo ‘Arnaldo’. La prima notizia di un Vescovo della Diocesi di Policastro chiamato “Arnaldo” proviene dall’Ughelli (…), che, nel 1659, dal punto di vista bibliografico e storiografico, è stato il primo che ha citato le prime notizie circa i Vescovi della restaurata Diocesi Policastrense in epoca Normanna. Secondo l’Ughelli (….), questo Vescovo di Policastro chiamato “Arnaldo” doveva essere il 2° Vescovo della restaurata Diocesi di Policastro e che dovette succedere a Pietro Pappacarbone dopo la sua rinuncia. La prima citazione di questo vescovo “Arnaldo”, riguarda sia Policastro e pure Roccagloriosa, come vedremo in seguito. I primi documenti d’epoca Normanna in cui figura un vescovo “Arnaldo Policastrense”, sono stati pubblicati per la prima volta dall’Ughelli (11), a p. 789 della sua ‘Italia Sacra’. Il  Cappelletti (8), nel 1866, forse sulla scorta del Di Meo (17) e dell’Ughelli (11), riporta le stesse notizie sul vescovo Arnaldo. Anche i due studiosi Richard e Giraud (14), scrivevano: “Quanto agli altri vescovi di Policastro vedasi l”Italia Sacra’ dell’Ughelli (11), tomo VII, p. 542.”. Si tratta dell’edizione Coleti (2° edizione) dell’Ughelli (….), perchè a p. 542 del tomo VII, si parla della Diocesi Salernitana e di Pietro Pappacarbone. Giuseppe Cappelletti (8), nel suo ‘Le Chiese d’Italia’, a p. 369,  parla della chiesa Paleocastrense e vi sono accenni a Pietro da Salerno. Il Cappelletti cita l’Ughelli, op. cit. (18), che pubblicava lettere e titoli dell’epoca in cui si parla di Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi (…), secondo cui è il Muratori (…) parlava della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori (…), ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, la prima citazione dell’antico documento in questione è di Ludovico Antonio Muratori (…), citato in seguito dal Troyli (…) e, poi da Ebner (…). Tratta da un codice manoscritto della Chiesa di Salerno:Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori (6), in Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss., V, col. 219 e seq. “Alphanus Archieps An. 1080.“, il Muratori (6), sulla scorta dell’Ughelli (…), pubblicava i ‘Fragmenta’ del Codice Amalfitano, (antico Codex manoscritto della Chiesa di Salerno), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno Alphanus Archieps An. 1080.”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 542, inizia a parlare dei “Policastrensses Episcopi”, ovvero dei Vescovi di Policastro:

Ughelli, p. 798, su Arnaldo

(Fig…..) Pag. 789 dell’Ughelli, Tomo VII, in cui parla dei Vescovi Paleocastrensi e di Arnaldus, II vescovo di Policastro e successore di Pietro Pappacarbone

Molti secoli dopo dell’Ughelli (….), nel 1831, Mons. Nicola Maria Laudisio (9), Vescovo di Policastro, nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 74 (vedi edizione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale edera entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Secondo il Laudisio (9) e, l’Ebner (7), quindi, all’epoca della conquista Normanna dei nostri territori, dopo la nuova restaurazione della Diocesi Paleocastrense e precisamente nell’anno 1110, figurava un nuovo vescovo che successe al rinunciatario Pietro Pappacarbone, il nuovo vescovo ‘Arnaldo’, che resse la Diocesi di Policastro, mentre i due studiosi Natella e Peduto, scrivono che Arnaldo fu vescovo effettivo di Policastro nel 1111. La notizia del Laudisio è interessante ma egli non fornisce alcun riferimento bibliografico. Il Laudisio, riguardo il passo successivo che ci parla di Simone conte di Policastro e del 1152, cita e postilla di Ferdinando Ughelli (…). Il Laudisio (….), però, parlando ancora di Roccagloriosa, a p. 101 (vedi versione a cura di Visconti), in proposito scriveva che: ” A Rocca Gloriosa……Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. Ma anche in questo caso il Laudisio non postillava nulla a riguardo. La notizia di un vescovo di Policastro chiamato Arnaldo fu in seguito ripresa da diversi autori. Un altro studioso che accenna al vescovo Arnaldo è stato il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: Morto il Guiscardo nel 17 luglio 1085 a Cefalonia per epidemia, lasciò a Ruggiero II, figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo, il Ducato di Puglia e di Calabria. Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa, figlio di Leone Conte Normanno, di unire il Cenobio di S. Veneranda a quello di S. Mercurio delle religiose di Roccagloriosa, perchè la di lui figlia Altrude entrò in quel chiostro. Ecc..”. Dunque, il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), scriveva che: In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa ecc…”. Da Wikipidia, alla voce “cronostassi dei Vescovi di Policastro” leggiamo che al 2° posto risulta “Arnaldo”, menzionato nel 1111 (9). Wikipidia, nella nota (9) postillava che: “(9) Data riportata da Kehr; Gams e Tortorella indicano il 1110.” e pure che: “(9) I vescovi Pietro, Ottone, Goffredo e Giovanni I sono menzionati da Kehr, Italia pontificia, VIII, p. 371.”.

Kehr, Italia pontificia, vol. VIII, p. 371

(Fig….) Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371

Dunque, Wikipidia ci dice che Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, ci parla del vescovo Arnaldo, che figura nell’anno 1111. Nel 1873, G.B. Gams (…), nel suo ‘Series episcoporum Ecclesiae Catholicae’, Ratisbona, a pp. 912-913 ci parla del vescovado di Policastro ed a p. 912, in proposito scriveva che: “98. Polycastro (ant. Bussento): 561 Rusticus; NN., morto ante 593; 649 Sabbatius; Policastrum: 1079 S. Petrus Pappacarbone, res 1109, morto 4 III 1123; 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211; Gulielm., de Licio, O.S. Fr., c. 1122 ecc..”. Dunque, per il Gams, il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro (che successe a Pietro Pappacarbone) è: 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211;” dunque, nel 1110 e morto nel 1211. Secondo il Gams (….), Arnaldo fu vescovo della Diocesi di Policastro dal 1110 e morì nel 1211. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a pp. 417-418, parlando e riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: Il citato ‘Ughellio’ ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta. Ecc..”. Antonini citava la carta antichissima pubblicata dall’Ughelli (….) di cui ho già parlato e che riguarda una donazione del 17 febbraio 1110 in cui figura un vescovo di Policastro chiamato “Arnaldo”. Nel 1866, il sacerdote Giuseppe Cappelletti (8), nel suo ‘Le Chiese d’Italia’ parlando della chiesa di Policastro (‘Paleocastrense’) scriveva che: “Poco dopo la rinunzia del vescovo San Pietro, ne fu sostituito il successore Arnaldo, non si sa in quale anno. La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace. Ne, dopo questa notizia, altra se n’ha di Arnaldo: ne dopo Arnaldo, di alcun altro vescovo si ha notizia pel lungo tratto di un secolo.”. Dunque, il Cappelletti scriveva che il vescovo “Arnaldo”, non si sa quando o in che anno fu nominato Vescovo della Diocesi di Policastro. Si sa solo che egli fu il successore di Pietro Pappacarbone, dopo la sua rinuncia a Vescovo di Policastro. Dunque, è molto probabile che sulla base di questa notizia, il nuovo vescovo “Arnaldo”, fu il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro. Il Cappelletti scrive pure dei due documenti pubblicati dall’Ughelli (….) e scrive che in uno dei due documenti pubblicati dall’Ughelli si ha “La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace.”. Il Cappelletti scrive che questo vescovo chiamato “Arnaldo” figura testimone in una donazione del 17 febbraio 1110, in cui la contessa “Adelatia” (in Ughelli) “Adelasia” (in Cappelletti) donava al Vescovo di Squillace in Calabria la “chiesa di santa Maria della Roccella” (forse il Monastero claustrale di S. Mercurio a Rocchetta, una frazione di Roccagloriosa).

Pietro Ebner (7), nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un intero capitolo: “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e seguenti. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 333 parlando di Policastro in proposito scriveva che: “….in seguito all’intervenuta rinuncia del futuro grande abate cavense. La diocesi, pertanto continuò a essere tenuta, come prima, in amministrazione apostolica dai vescovi pestani, fino alla nomina del nuovo vescovo Arnaldo (a. 1110)(22). Nè i confini subirono modifiche in età normana, perchè il nuovo governo continuò a mantenere politicamente tutto quel territorio alle dirette dipendenze del giustiziere del Principato residente a Salerno.”. Ebner, a p. 333, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Ancora nel corrente secolo Policastro fu retto da vescovi della diocesi del Cilento. Ecc..”.

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa a p. 416 scriveva che: “Solo il Laudisio (11), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti. Manca ogni dato archivistico circa il testamento di Leone.. Ebner, a p. 416, nella nota (11) postillava che: “(11) Laudisio cit. (Sinossi a cura di G.G. Visconti, p. 17) ecc…, poi a p. 47 sg. sul monastero di S. Mercurio unito a quello di S. Veneranda, sulla fondazione da parte del conte Leone dei due monasteri di monache, “quia in suo feudo”, ecc….”. Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento’, parlando di Rofrano e delle cause e liti giudiziarie vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro e diversi comuni che vantavano diritti sulla tenuta allodiale del monte Centaurino e, riferendosi ad un altro vescovo successivo ad Arnaldo (forse un certo Guido), a p. 435, in proposito scriveva che: All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”.”. Ho citato il passaggio di Ebner che,  sebbene non riguardi il vescovo Arnaldo, egli, nel citare il Laudisio (….) e la sua notizia sul vescovo “Arnaldo” e l’autorizzazione che dava a Manso o Mansone ad unire due monasteri, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), ecc…”, scrivendo che aveva dei dubbi sulla “cronostassi dei Vescovi” citata dal Laudisio (….) e, per converso, segnalava quella del sacerdote Giuseppe Cataldo: mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) ecc…” riferendosi alla serie del Cataldo pubblicata nella Sinossi del Laudisio curata dal Visconti a p. 131. Non è proprio così. Il Cataldo (….) nella sua “Serie dei Vescovi di Policastro Bussentino dall’XI secolo ad oggi”, dopo aver citato Pietro Pappacarbone aggiungeva il secondo vescovo di Policastro e scriveva che: “2. Arnaldo ? 1110,….”. Anzi, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, parlando di “Ruggiero II, figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo, ecc..”, e riferendosi a dopo la morte del Guiscardo, in proposito scriveva che: Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa, figlio di Leone Conte Normanno, di unire il Cenobio di S. Veneranda a quello di S. Mercurio delle religiose di Roccagloriosa, perchè la di lui figlia Altrude entrò in quel chiostro. Ecc..”. Dunque, il Cataldo riferendosi a Ruggero Borsa (nipote del principe longobardo Gisulfo, vinto dal padre Roberto il Guiscardo) scriveva che egli prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte.”, ovvero il Cataldo spiegava che Ruggero Borsa avviò un serio programma di restauro delle fortificazioni di Policastro e la elevò a Contea donandola al figlio Simone che nominò Conte di Policastro. Forse in questo passaggio il Cataldo fa un pò di confusione. Sul “Simone, figlio di re Ruggero e conte di Policastro” ho scritto in altri miei saggi. Però andiamo per ordine. Il Cataldo aggiunge anche la notizia che In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo”I due studiosi Natella e Peduto (4) nel loro “Pixous-Policastro”, a p……., in proposito scrivono che: “Il Duomo di Policastro, aggiunto all’antica trichora, fu consacrato nell’anno 1079 dall’Arcivescovo di Salerno Alfano I, e la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi Vescovi effettivi: Arnaldo nel 1111; Pietro e Oto nel 1120; Goffredo nel 1139; nel 1172 Giovanni.”. I due studiosi, Natella e Peduto (4), sulle notizie dei vescovi della rinata Diocesi, succedutisi a Pietro Pappacarbone, pare che rimandino alla loro nota (71) che riguarda un testo di Paul Guillaume (56), L’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro’, e scrivono: “(71) La vita di S. Pietro, è opera di Ugone, abate di Venosa, autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140, tradotto in italiano da A. Ridolfi, sul finire del ‘500 ed edito dal Guillaume nel citato anno. ecc..”. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (19), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (19), venne pubblicato dal Guillaume (4). Natella e peduto (…), nella loro nota (71), sulla scorta del Keher (39) (vedi nota (70) che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I). I due studiosi Natella e Peduto (…), non hanno dato riferimenti precisi circa la datazione dell’anno 1111, quando scrivevano che dopo la rinunzia di Pietro Pappacarbone la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi Vescovi effettivi: Arnaldo nel 1111″ ma, citano l’Ebner (…), che nel saggio citato voleva che: “ha datato al 1066-1067 l’arrivo di Pietro in città.”. Dunque, i due studiosi Natella e Peduto (4), ritenevano che il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro fosse Arnaldo, vescovo effettivo nel 1111. I due studiosi (4), proseguendo sulle notizie su Policastro in quegli anni (secolo XI), citano il Volpe (29), con la frase: “Unico riferimento preciso nella breve storia di Policastro del Volpe (29) è la sua dichiarazione circa le mura della città formate sotto Ruggero II. Ma il Volpe (29), citando il manoscritto del Mannelli (6) e, sulla scorta del Malaterra (20), non riporta alcuna notizia circa i Vescovi citati dai due studiosi (4). Il Volpe (29), parla solo della consacrazione di Pietro da Salerno. Anche il Vassalluzzo (67), non dice nulla in proposito. Il Guzzo (26), non dice nulla in proposito e riporta la notizia di Policastro al tempo dell’ultimo dei vescovi citati dai due studiosi Natella e Peduto (4), ovvero il vescovo ‘Goffredo’ che resse la Diocesi nell’anno 1139 e ‘Giovanni‘ che resse la Diocesi nell’anno 1172, ma senza dare riferimenti bibliografici.

Nel 1119, la chiesa di “S. Juliano intra moenia Molpis”

Da Wikipidia leggiamo che in epoca medioevale ha inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.). Nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. L’abitato fu dunque fortificato dai Normanni con robuste difese tra cui il Castello della Molpa, una possente rocca i cui resti sono visibili ancora oggi. Nel corso del XII secolo a Molpa fu edificata la chiesa di San Giuliano, di cui ancora oggi restano alcuni ruderi. Da essi si deduce trattarsi di una chiesa bizantina, a pianta quadrata con abside tricora, probabilmente edificata dai monaci basiliani, che scacciati agli inizi dell’VIII secolo dall’Epiro dalla furia delle lotte iconoclaste, trovarono rifugio in Cilento accolti dai Longobardi. In zona, visibili ancora oggi, ci sono altre due chiese a pianta triconca: l’antica cattedrale di Policastro Bussentino e la chiesa di San Nicola de Donnis a Padula. I Normanni amministrarono il territorio fino al 1189. Tutte notizie molto interessanti ma non suffragate da notizie documentate. Secondo quanto ci fa notare il barone Giuseppe Antonini, molto probabilmente nel 1113, la chiesa ebbe dei danni in seguito di un saccheggio operato dai Saraceni, forse di Licosa. In seguito a questo fatto, la chiesa, nel 1119 ricevette un donazione per il ripristino edilizio delle mura, che vennero riparate e la chiesa fu dotata degli oggetti liturgici rubati dai Saraceni. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a p. 209, nel suo vol. IV, della sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, nel suo capitolo “8. Le prime chiese”, in proposito scriveva che: “Pur non conoscendo l’anno, sappiamo che nella città della Molpa vi erano tre chiese dedicate a S. Giuliano, S. Giovanni Battista e S. Andrea. (AFL). Delle tre sopravvivono vistosi ruderi della chiesa di San Giuliano, che era la principale e che poi fu sede della parrocchia (AFL). Delle altre due sopravvivono solo i nomi (AFL). Disfarsi della zavorra del passato, ecc….E così i superstiti della Molpa per non dimenticare lo splendore del passato anche della vita cristiana, costruiono a piè del massiccio, su cui sorgeva la molpa, in ricordo di una delle chiese, S. Andrea Apostolo, alla foce del Lambro una cappella, i cui ruderi ancora sono visibili. Come si apprende dall’AFL fu costruita dopo il 1464 da pescatori e mercanti. Essa fu visitata dal Vicario Generale Riccio Pepoli il 20 febbraio 1731 restaurata con l’obolo dei fedeli..”. Sempre il Cammarano, a pp. 211-212, scriveva “11) La parrocchia di San Giuliano. I ruderi di questa chiesa e qualche notizia di storia renderanno certamente piacevole il soffermarsi a parlare di quella che fu sede dell’ex parrocchia della Molpa. Mi sono recato varie volte alla sommità del massiccio, e per fortuna sempre in giornate di sole splendente, di mare calmo e di freschi venti ristoratori e non nascondo che mi sarei fermato a pernottarvi se vi fosse stato un ricovero, tanta è la bellezza del posto. A questa altezzza rievocare il suono della campana ecc..”. Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 37, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Della chiesa di S. Giuliano avanzano oggi solo pochi ruderi, dai quali sembra dedursi che fosse a pianta quadrata con abside tricora. Una chiesa con lo stesso titolo nei pressi di Caprioli è ricordata nel catasto onciario del 1754.”. La chiesa di San Juliano alla Molpa di Palinuro è di particolare interesse storico in quanto di essa l’Antonini ci informa di un documento risalente all’anno 1119. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a pp. 213-214, nel suo vol. IV, Cap. III: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, nella sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, riferendosi ai ruderi superstiti della chiesetta di S. Giuliano da lui visitati, in proposito scriveva che: “Difatti i muri perimetrali della chiesa, per tutto il loro svolgersi si sono conservati fino all’altezza di 2 metri. Nonostante i i secoli i muri larghi cm. 70, fatti di pietra calcarea e levigati dal vento e dalla salsedine del mare, sono ben solidi. E’ di forma rettangolare con la lunghezza di m. 23.40 e la larghezza di m. 15. Nella parte ovest, che guarda quindi verso il promontorio, che considero la parte anteriore, si aggancia un prolungamento di 2 muri dalla lunghezza di 7 metri e della larghezza di 1.40 restando tra i due muri uno spazio di m. 2.80. Sommando le misure dei muri e lo spazio si arriva a m. 5.40. Come si vede, rispetto al muro del vano chiesa, che è di m. 15.30 compresi i muri perimetrali, si restringe a m. 5.40 con in meno m. 9.90 rispetto al vano chiesa. Quando fu costruita la chiesa resta uno di quei misteri, di cui è ricca la città. Comunque innanzi a questo rudere imponente….. 

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Doveva essere molto antica questa chiesa parrocchiale posta sul lato est della Molpa, se Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi al Cammarano (…), a p. 569, parlando di Centola, scriveva che: “Chiesa di S. Giuliano, chiesa sulla Molpa, oggi con ruderi evidenti a est della cima; nel 1119 riceve la donazione di un podere dentro le mura della Molpa per le riparazioni necessarie alle mura e per la ricostruzione della dote liturgica a seguito della spoliazione operata dai saraceni nel 1113 circa; fu parrocchia di Pisciotta dal 1639 al 1731, quando fu visitata dal vicario del Vescovo di Capaccio; per questo sorse controversia tra il vescovo di Pisciotta e l’abate di Centola (Cammarano 133, II, 190 e IV, 198-205-209-211-214).”. Dunque, il Di Mauro (….), ci parla di antichi documenti in cui si parla di donazioni alla chiesa di S. Guiliano, chiesa sulla Molpa di Palinuro. Il Di Mauro (….) scrive che la chiesa di S. Giuliano sulla Molpa, fu parrocchia di Pisciotta dal 1639 al 1731, quando fu visitata dal vicario del Vescovo di Capaccio e per questa ingerenza, scrive il Di Mauro che il Cammarano, sorse una controversia tra il Vescovo di Pisciotta e l’Abate di Centola. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi al Cammarano (…), a pp. 574-575 parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla, nel 1754 vi possiede beni della Chiesa di S. Vito di Camerota (in Catasto Onciario Campania, p. 421)”. Infatti, il Cammarano (….), a p. 189 del vol. II , in proposito scriveva che: “7. Quarta lite. Si svolse tra il Vescovo Luigi Pappacoda e l’Abate Cesare De Bologna e il reggente della Badia per la sopravvenuta morte dell’Abate Cesare De Bologna. E’ stata possibile ricostruirla dall’esposto alla S. Congregazione, che l’Abate Filicaia (1642) fece a difesa dei privilegi, ecc…”. Il Cammarano a pp. 189-190, del vol. II, in proposito scriveva che: “Le relazioni diventarono tese per una decisione presa da Mons. Pappacoda (248) il quale dispose “che tutto il beneficio dell’ex chiesa parrocchiale S. Giuliano (249) della città della Molpa, venisse trasferito all’arcipretura di Pisciotta, avvalendosi, si disse, che Pisciotta costituì un casale della Molpa e che il feudo della Molpa era posseduto dalla famiglia Pappacoda col titolo di Marchese di Pisciotta e principe di Centola” (AFL)”. Il Cammarano, a p. 190, nella sua nota (249) postillava che: “(249) S. Giuliano: di questa chiesa parrocchiale sopravvivono vistosi ruderi. C’è ancora il perimetro fino all’altezza di due metri. E’ sita nella parte orientale della Molpa e quindi verso il fiume Mingardo.”. Infatti, riguardo il passaggio della parrocchia della chiesa di S. Giuliano a Pisciotta sappiamo che la richiesta del de Leyna non ebbe esito e nel 1578 il feudo di Molpa e Palinuro, con la terra di Pisciotta, fu venduto per 30.000 ducati a don Camillo Pignatelli, viceré di Sicilia. Nel 1583 la proprietà fu venduta dai Pignatelli ad Ettore Maderno di Monteleone, che a sua volta nel 1602 la vendette ad Aurelia della Marra, moglie di Cesare Pappacoda. La famiglia dei Pappacoda terrà il feudo di Pisciotta, Molpa e Palinuro, divenuto frattanto marchesato, fino al 1806. Riguardo il passaggio della parrocchia e della chiesa di S. Guiliano a Pisciotta, Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 37, nella nota (52) postillava pure che: “(52)…..Dalla platea della Molpa del 1666 risulta che il feudatario versava dieci ducati annui al beneficiario di San Giuliano per le terre da questi a lui censuate.”. La Platea della Molpa del 1666, è stata pubblicata dall’amico Massimino Iannone (….), nel suo “Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX”, pubblicato nel 2016. Francesco Barra, a p. 37, dopo aver parlato del casale di S. Serio alla Molpa e della “La distruzione del 1464 ricordata dall’Antonini, viene sostanzialmente confermata, anche se non si ha certezza precisa dell’anno (52).”.

Nel 1111, Arnaldo, II vescovo di Policastro autorizzò il visconte Manso o Mansone di unire i due monasteri di S. Mercurio e di S. Veneranda in un unico monastero femminile di S. Mercurio a Roccagloriosa

Mons Nicola Maria Laudisio (9), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro” (si veda versione a cura del Visconti), a p. 74 parlando dei vescovi della Diocesi di Policastro e, riferendosi al vescovo che successe a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altruda si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”Infatti, Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Roccagloriosa, a p. 416, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (9), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti.”. Mons. Laudisio, nel 1831 parlando dei vescovi della Diocesi di Policastro e, riferendosi al vescovo che successe a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva che “Arnaldo”, secondo il Laudisio, secondo Vescovo della restaurata Diocesi di Policastro nominato vescovo di Policastro nel 1110″ autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altruda si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”.Dunque, il Laudisio (….), ci dà un interessante notizia su Manso o Mansone. In primo luogo, il Laudisio dice che “Altruda” era figlia di Manso o Mansone. Inoltre, il Laudisio scriveva che sua figlia Altruda aveva era entrata nel monastero claustrale di monache di S. Mercurio a Roccagloriosa. Inoltre, il Laudisio riporta la notizia che il vice-conte o visconte Manso o Mansone fu autorizzato dal vescovo di Policastro Arnaldo ad unire i due monasteri esistenti a Roccagloriosa in un unico monastero, ovvero egli creò il nuovo monastero claustrale di monache detto di S. Mercurio. 

Nel 1119, Aldruda o Alderuna, badessa del Monastero di Monache di S. Mercurio a Roccagloriosa

Mansone, figlio di Leone e conte di Roccagloriosa e di Padula continuò a dominare sulle nostre terre, era sposato ad una donna chiamata Gaitellina ed aveva un fratello detto Landolfo (nel ‘Catalogus baronum’ del 1185 è detto ‘Landulfus de Rocca’) ed una sorella chiamata Altrude (per il Laudisio era sua figlia). La sorella di Mansone, Altrude, aveva due nipoti: Guidone e Alessandro che il 7 aprile 1133, ratificarono e confermarono il privilegio del 1130. Nel 1133, dominavano sulle nostre terre i due nipoti di Altrude (figlia di Mansone che nel 1130 era conte di Roccagloriosa e di Padula). Dobbiamo indagare sugli eredi del Conte Mansone, ovvero sui due nipoti di Altrude: Alessandro e suo figlio Guido o Guidone. Dobbiamo indagare sui due nipoti di Altrude: Alessandro nipote di Altrude e suo figlio Guido o Guidone (eredi del conte Mansone). Su questa donna vi sono poche notizie. Mons Nicola Maria Laudisio (9), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro” (si veda versione a cura del Visconti), a p. 74 parlando dei vescovi della Diocesi di Policastro e, riferendosi al vescovo che successe a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altruda si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”Infatti, Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Roccagloriosa, a p. 416, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (9), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti.”. Mons. Laudisio, nel 1831 parlando dei vescovi della Diocesi di Policastro e, riferendosi al vescovo che successe a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva che “Arnaldo”, secondo il Laudisio, secondo Vescovo della restaurata Diocesi di Policastro nominato vescovo di Policastro nel 1110″, autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altruda si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”.Dunque, il Laudisio (….), ci dà un interessante notizia su Manso o Mansone. In primo luogo, il Laudisio dice che “Altruda” era figlia di Manso o Mansone. Inoltre, il Laudisio scriveva che sua figlia Altruda aveva era entrata nel monastero claustrale di monache di S. Mercurio a Roccagloriosa. Inoltre, il Laudisio riporta la notizia che il vice-conte o visconte Manso o Mansone fu autorizzato dal vescovo di Policastro Arnaldo ad unire i due monasteri esistenti a Roccagloriosa in un unico monastero, ovvero egli creò il nuovo monastero claustrale di monache detto di S. Mercurio. Il barone Giuseppe Antonini (….), la chiama “Aldruda”, mentre il Laudisio la chima “Altruda”. Approfondiamo la questione. Il barone Giuseppe Antonini (….) che, nella sua “La Lucania – Discorsi” parlando di Roccagloriosa, a p. 385 (Discorso VIII), sulla scorta del ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601 parlando del Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, nella sua nota (1), riporta la notizia: Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; e volle che fosse data a Donne moniche; riserbando ai suoi eredi il diritto di presentarvi la Badessa dopo la morte d’Aldruda sua sorella, che allor egli nominò per la prima. Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso;”. Dunque, in questo primo passaggio a p. 385, l’Antonini scriveva che, nel 1130, “Aldruda” (così la chiamava), sorella del conte “Manso Leone Signor de luogo” (che fu nominata per prima badessa del Monastero femminile di S. Mercurio a Roccagloriosa, secondo le sue volontà testamentarie del fratello conte Manso o Mansone. L’Antonini, però, diversamente dal Laudisio scriveva che “Aldruda” era sorella di Manso e non la figlia come scrive il Laudisio. Sempre l’Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 372, in proposito scriveva di “Alderuna”. L’Antonini, a p. 372, ci parla di Alderuna e della donazione che ella fece nel 1119, come vedremo innanzi. L’Antonini, a p. 373 parla di un sacerdote “Presbitero Euphemio” e poi aggiunge “da Alderuna (I)”. Il barone Antonini (….), a p. 373, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Puotesi credere, che questa Alderuna fosse Longobarda, dal leggersi nel principio della donazione: “Et stetit pro Mundualdus Aliprand”, sapendosi che i Longobardi destinavano un Uomo col nome di Mundualdo per aver cura di non far ingannar le donne: Costume passato a noi, e fino a’ tempi di nostri Avi durato, siccome cogli esempj abbiamo provato altrove.”. “Et stetit pro Mundualdus Aliprand”, ovvero, Mundualdo, uomo longobardo si fermò di fronte ad Alderuna, donna longobarda che condeva al sacerdote Eufemio. Secondo l’Antonini questo uomo longobardo chiamato “Mondualdo” era un uomo che secondo l’antica usanza longobarda doveva aver cura di non far ingannar le donne”. L’Antonini a p. 373, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Quando questa parola ‘Nuper’ non voglia essere presa in troppo stretto senso, può significare: “Da pochi anni in quà”, e tal volta arrivare a dieci ed a venti. Può pastarci per i tempi bassi un luogo di S. Gregorio nel lib. 3 dè Dialoghi c. 26 ove ragionando di un solitario chiamato Mena, così scrive: “Nuper quidam venerabilis vir Menas nomine, solitariam vitam ducebat, qui nostrorum multis cognitus, ante hoc ferè post decennium defunctus”. Per gli antichi senza dubbio sarà sufficiente ‘Cicerone’ nel I. de Orat. Ivi di fresca cosa parlando dice: “In quibus eratis, qui nuper Romae fuit, Menedemus holpes meus.”.”. Riguardo la figura di “Alderuna”, che,  nel 1119, donò un podere, recentemente, nel 2017, Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 63, parlando del monte “Cellarano” o del toponimo “Kellerana” (Monte Bulgheria), in proposito scriveva che: “Non a caso, del resto, proprio in quest’area di Centola che guarda verso il Mingardo sussistono ancora oggi numerosi toponimi di chiara impronta basiliana: S. Basile, S. Sergio, S. Elia, S. Agata, S. Andrea, oltre che Macchia della Chiesa, storico possedimento fondiario dell’abbazia di S. M. degli Angeli di Centola. Sul lato opposto del Mingardo…….Ma sembra pure che i centri basiliani più importanti della zona fossero quelli, più a nord, di Roccagloriosa, e di Rofrano, il quale ultimo giunse a contare ben undici dipendenze (8).”. Il Barra (….), a p. 63, nella nota (8) postillava che: “(8) Scrive a questo proposito l’Antonini “Sul declinar di questa montagna chiamata di Bulgheria a tramontana trovasi Roccagloriosa; paese grande, ed in bellisimo sito allogato (…..). Nel 1130 Manso Leone Signor de luogo con suo testamento dotò la chiesa (di S. Mercurio) di buone rendite con la giurisdizione sopra famiglie e greggi di pecore che erano state della moglie Gatullina, e volle che fosse femminile, riservandosi alla famiglia il diritto di nomina della badessa dopo la morte d’Alruda sua sorella, che egli nominò per prima; ratifica del conte Guidone suo nipote.”. Dunque, in questo passaggio, il Barra ricorda la donazione di Manso al monastero femminile di S. Mercurio di Roccagloriosa e della sua sorella “Alruda” che dovette essere la prima badessa di questo antico Monastero di monache clarisse. Dunque, secondo il Barra, “Alruda”, la prima badessa del monastero di monache di Roccagloriosa era la sorella del conte Normanno Leone Manso. Francesco Barra, a p. 37, nella sua nota (52) postillava che: “(52) ‘La Lucania’, cit., p. 330. Attendibile ci pare pure l’atto di donazione del 1119 di un podere da parte della longobarda Alderuna al presbitero Eufemio della chiesa di “S. Juliano ad moenia Molpis”, “ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismaterium, et vestamentos que nuper disrobaverunt Agareni in depradatione praecalendatae Molpis”. Il documento proveniente dall’archivio di S. M. degli Angeli di Centola, ecc…”. Il Barra, a p. 37 proseguendo il suo racconto sulla donazione del 1119, in proposito scriveva pure che: “Alderuna può probabilmente identificarsi con quella Alruda che fu la prima badessa del monastero femminile di S. Mercurio di Roccagloriosa, fondato nel 1130 da suo fratello “Manso Leone, Signor del luogo”, che con suo testamento lo dotò “di buone rendite con la giurisdizione sopra famiglie e greggi di pecore che erano state della moglie Gatullina”, riservandosene il diritto di nomina delle badesse (G. Antonini, La Lucania, cit., pp. 385-86).”. Dunque, interessantissimo il passaggio del Barra che ci ricorda il personaggio di Alderuna. Dunque, Francesco Barra, riferendosi alla donazione del conte Manso al monastero di Roccagloriosa scriveva che “Alderuna” era longobarda, sorella del conte Leone Manso e, prima badessa del Monastero di monache clarisse di S. Mercurio a Roccagloriosa, fondato nel 1130 dal fratello Leone Manso. Secondo il Barra, “Alderuna”, era la stessa che nel 1119 donò un podere alla chiesa di S. Juliano a Molpa e che nel 1130 diventerà, per volere del fratello, la prima badessa del monastero femminile di S. Mercurio a Roccagloriosa. Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni ecc..’, a p. 435 parlando di Rofrano e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, scriveva che: Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28) si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Dunque, Ebner scrive che secondo questi Atti, di cui parla anche il Ronsini (….) ed il “Libro delle memorie” di Placido Tosone, il conte Mansone era figlio del conte Leone, ma non era fratello di “Altruda”, ma ella era sua figlia. Inoltre, Ebner, sulla scorta di queste antiche sentenze scrive che nel 1133, Guido e Alessandro, che nel 1133 ratificarono il testamento di Mansone erano i suoi nipoti non i suoi figli. Dunque, Guido e Alessandro secondo questi documenti erano cugini della badessa di S. Merurio Altrude. Dunque, Ebner scriveva che: “alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, etc…”.

Nel 1119, la donazione di ‘Alderuna o Aldruda’ (sorella o figlia (?) del conte Mansone) alla chiesa di “S. Juliano intra moenia Molpis”

Il barone Giuseppe Antonini che, nella sua “La Lucania – Discorsi” parlando della Molpa ci parla pure della donazione del 1119. Infatti, l’Antonini, a p. 372, in proposito scriveva che: “Mancandoci le notizie dè susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, chtabbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII. Allora cogli altri marittimi luoghi della Lucania fu dà Saraceni saccheggiata; sebbene altra distinzione non se ne sappia, che quella che si ricava dalla donazione fatta alla Chiesa di S. Jiuliano, “ad moenia Molpis, (cioè dentro le mura della Molpa) ‘etiam (&) tibi Euphemio Presbitero’ da Alderuna (2), ‘quae fuit quondam Remodii’, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, ‘ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismarium, & vasamentos, quos nuper (2) disrobaverunt Agareni in depraedatione praecalendatae Molpis’. Mi ha imprestato il Sig. Abate Gascone questa scrittura, che ha fatto sudar me, ed altri più pratici nell’interpretarla, perchè oltre di essere di confusissimo carattere, e mezzo cancellato dall’umido, e dal tempo, è piena di strane abbreviature, e scritta per metà con greci caratteri, che fa la confusione maggiore. La donazione è del MCXIX, e quindi noi argomentiamo, che ‘l saccheggiamento fosse seguito nel MCXIII., o circa quegli anni, dalla notizia che ci dà la ‘Cronaca Cavense’ manoscritta dè mali allora fatti alla Lucania dà Saraceni: ‘Anno MCXIII. Saraceni ab Africa venientes Lucaniam depopulantur’. Non passarono molti anni, che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani, e Saraceni nel viaggio di Sicilia ecc…”.

Antonini, p. 373

Dunque la notizia della donazione del 1119, viene dall’Antonini che vedeva un antico documento datato all’anno 1119 mostratogli dall’Abate Commendatario dell’Abbazia di S. Maria di Centola, Girolamo Gascone, che nel 1745, anno della prima edizione della “La Lucania” dell’Antonini aveva conservato nei ricchi archivi dell’antichissima abbazia benedettina. L’Antonini scrive che Gascone gli “imprestasse” l’antico atto di donazione che egli dice essere datato 1119. L’Antonini scriveva che l’antico documento “Mi ha imprestato il Sig. Abate Gascone questa scrittura, che ha fatto sudar me, ed altri più pratici nell’interpretarla, perchè oltre di essere di confusissimo carattere, e mezzo cancellato dall’umido, e dal tempo, è piena di strane abbreviature, e scritta per metà con greci caratteri, che fa la confusione maggiore.”. Dunque, l’antico documento d’epoca Normanna, fu mostrato all’Antonini dall’Abate Gascone, abate dell’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola, che come si è letto precedentemente possedeva una ricca biblioteca, ricca di testi manoscritti e di documenti e pergamene antichissime come il cosiddetto “Censuale”. Devo però precisare che l’Antonini, nelle precedenti pagine, ci parla di un ‘‘Chronicon’ medievale che egli chiama “Cronica” del Monaco di S. Mercurio e che attribuisce al secolo XII.  Si tratta del chronicon del Monaco di S. Mercurio, di cui il Cammarano scriveva a più riprese che nell’Archivio della Famiglia Lupo a Centola (AFL) se ne conservano le copie degli abbati successivi al monaco Mercurio, ovvero Venceslao I, come lo chiama il Cammarano. Il Cammarano, citando la chiesa di S. Giuliano, di oggi vi sono visibili ancora solo i ruderi, si riferiva al ‘Chronicon del Monaco di S. Mercurio’, di cui ho parlato anche in un altro mio saggio. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a p. 44, nel suo vol. II, Cap. III: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, nella sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, nel suo Cap. III, del vol. II, ci parla della “Cronica” (Chronicon) di Mercurio 1°, e a proposito della Chiesa di S. Giuliano sulla Molpa, scriveva che: “Mercurio è un personaggio chiave della storia di Centola. Dal documento storico “Cronica” da lui scritto risulta che visse da eremita nella laura, che, cedendo il posto al nascente cenobio, ne fu il primo abate. Ecc… E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che…….E’ lui ancora che ci fa sapere che ai suoi tempi erano visibili ancora le rovine delle chiese della Molpa, S. Giuliano, S. Andrea e S. Giovanni Battista. E come si fa a dubitare della notizia, quando ancora sono visibili vistosi ruderi della chiesa di S. Giuliano, che fu sede parrocchiale e della quale, purtroppo, in tutti gli scritti su Palinuro, nessuno ha dato il suo contributo storico ed archeologico per uscire almeno dagli steccati che limitano la conoscenza della Molpa ?. Ecc…”. Dunque, vediamo cosa scriveva in proposito l’Antonini. L’Antonini scriveva che alcune notizie storiche sulla Molpa si possono ricavare dalla “quella che si ricava dalla donazione fatta alla Chiesa di S. Jiuliano, ecc..”. Dunque, l’Antonini la chiama chiesa di San Juliano. L’Antonini scrive di aver visto un’antichissima pergamena che lui dice essere una donazione fatta nell’anno 1119 alla chiesa di S. Giuliano alla Molpa. Riguardol’antica donazione, l’Antonini aggiungeva pure che: La donazione è del MCXIX, e quindi noi argomentiamo, che ‘l saccheggiamento fosse seguito nel MCXIII., o circa quegli anni, dalla notizia che ci dà la ‘Cronaca Cavense’ manoscritta dè mali allora fatti alla Lucania dà Saraceni: ‘Anno MCXIII. Saraceni ab Africa venientes Lucaniam depopulantur’. Non passarono molti anni, che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani, e Saraceni nel viaggio di Sicilia ecc…”. Antonini, in questo passo ci parla della prima notizia ovvero che la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni presumibilmente, secondo i suoi alcoli nel 1113. Antonini scriveva nell’antichissima pergamena della “donazione” alla chiesa di S. Giuliano della Molpa, scritta per metà con greci caratteri”, si riportava o meglio egli leggeva il seguente testo: “ad moenia Molpis’, (cioè dentro le mura della Molpa) ‘etiam (&) tibi Euphemio Presbitero’ da Alderuna (2), ‘quae fuit quondam Remodii’, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, ‘ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismarium, & vasamentos, quos nuper (2) disrobaverunt Agareni in depraedatione praecalendatae Molpis’., il cui significato dovrebbe corrispondere al seguente testo: presso le mura di Molpis, e per te il sacerdote Eufemio, già dei Remodii, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, per il mantenimento di torri, calici, polli, crismari e vasi, che gli Agareni avevano recentemente scavato dalle depredazioni di Molpis.”. Il testo in latino cita un presbiterio (un sacerdote) chiamato Eufemio “già dei Remodii”. Egli a Molpa aveva un podere, un piccolo limitato pezzettino di terreno dove i Saraceni scavarono gli oggetti sacri che saccheggiarono presumibilmente nel 1113 e in seguito, nel 1119, avvenne la donazione per ricostituire gli oggetti sacri derubati dai Saraceni. L’Antonini, a p. 373 parla di un sacerdote “Presbitero Euphemio” e poi aggiunge “da Alderuna (I)”. Di Alderuna ho parlato prima. La notizia riferita dal Di Mauro (….), della donazione del 1119 è interessante ed è tratta dal Cammarano ma sia il Di Mauro che il Cammarano non forniscono riferimenti bibliografici dell’antico documento che risale al 1119, epoca della dominazione Normanna di Ruggero Borsa, ne si danno riferimenti per l’altra notizia dell’incursione e del saccheggio dei Saraceni nel 1113. Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 37, nella sua nota (52) postillava che: “(52) ‘La Lucania’, cit., p. 330. Attendibile ci pare pure l’atto di donazione del 1119 di un podere da parte della longobarda Alderuna al presbitero Eufemio della chiesa di “S. Juliano ad moenia Molpis”, “ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismaterium, et vestamentos que nuper disrobaverunt Agareni in depradatione praecalendatae Molpis”. Il documento proveniente dall’archivio di S. M. degli Angeli di Centola, ecc…”.

Nel 3 maggio 1130, il vasto possedimento di ‘Cannamaria’ poi detta del ‘Centaurino’ che Mansone diede in dote al monastero claustrale e benedettino di San Mercurio a Roccagloriosa

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania -Discorsi”, a p. 385, parlando di Roccagloriosa ci parla anche del monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa ed in proposito scriveva che: Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc…”. L’Antonini, nella sua nota (1), prosegue scrivendo: “Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione de’ P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Giovanni a Piro; il di cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto.”. Dunque, l’Antonini ci parla del “nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2)” e, poi aggiunge che Manso dona il possedimento che “ch’erano state di Gatullina sua moglie;”. Dunque, secondo l’Antonini, “Gatullina” era la moglie del vice-conte Manso. L’Antonini (….), a p. 385, a proposito del testamento di Mansone, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Con titolo di testamento soleansi tali donazioni chiamare in quei tempi. ‘Ambrosio Morles nelle note al Diploma del Re Veremondo’ sicuri ce ne fa (oltre tant’altri) colle seguenti parole: “Solemne bis etc…”. L’Antonini disserta sul documento di cui è a conoscenza e che chiama ‘testamento di Manso’. Dunque, l’Antonini scriveva del testamento del vice-conte normanno Manso  o Mansone che il 3 aprile 1130 fece testamento e dotò il Monastero di San Mercurio a Roccagloriosa della vasta tenuta del Centaurino: dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc..”. Secoli dopo l’Antonini, il sacerdote Agatangelo Romaniello (18), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p……, sulla scorta dell’Antonini (….), in proposito al monastero di S. Mercurio scriveva che: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò  a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo” (…) che dotò di un’estesa zona di terreno per un circuito di 14 miglia alle falde del Monte Centaurino da cui scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano, e quello di “Santa Venere” lungo la strada che oggi porta a Torre Orsaia. Il signore del feudo di Rocca si interessò alla costruzione dei detti monasteri, ecc.. Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo.”. L’Agatangelo (18), traeva queste notizie e postillava nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Il sacerdote Romaniello, non ci parla del vice-conte normanno Manso o Mansone e del suo testamento ma scriveva che era ‘Leone normanno’ (parente del potente Roberto il Guiscardo). Il Laudisio, sebbene citasse la notizia del testamento di Mansone non dice nulla sulla tenuta del Centaurino e sulla dote concessa al Monastero di S. Mercurio. Ma chi fu a dotare l’antichissimo Monastero di San Mercurio (rinato), della vasta tenuta del Centaurino o “Cannamaria”, che come è stato più volte scritto apparteneva a “Gatullina” ?. Fu il conte Leone, di stirpe normanna e la moglie Gatullina o fu il figlio, il vice-conte normanno Manso o Mansone che nel 1130 fece testamento ?. Di un precedente lascito o testamento, precedente al testamento di Mansone, figlio di Leone, ha parlato Pietro Ebner (….) che, nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa a p. 416 citando ciò che aveva scritto Lorenzo Giustiniani (….), su Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (11), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti. Manca ogni dato archivistico circa il testamento di Leone.. Ebner, cita un “testamento di Leone” e dice che di esso “manca ogni dato archivistico”. Dunque, Ebner lascia intravvedere che il conte Mansone, nel 1130, nelle sue volontà testamentarie lasciò in dote la vasta tenuta del Centaurino o di “Cannamaria” alla sorella o figlia Altrude ed al Monastero riunito e rinato di San Mercurio a Roccagloriosa, lascito di beni che possedeva in seguito all’eredità del padre Leone e della madre Gatullina. Sulla figura del conte di stirpe Normanna Leone, signore di Roccagloriosa e di Padula al tempo di Roberto il Guiscardo e della moglie (?) Gatullina non abbiamo notizie certe se non le poche parole citate dall’Antonini. Dell’antichissimo Monastero di San Mercurio e dei suoi possedimenti abbiamo molte notizie storiche che si riferiscono a molto prima della venuta dei Normanni nel Regno. Abbiamo notizie del passaggio di S. Nilo, notizie tutte documentate ma della tenuta del Centaurino si conoscono alcune notizie perchè dopo il secolo XVI iniziarono ad esserci liti e cause con la Curia che cercò di impossessarsi del vasto possedimento forse lascito dei Longobardi al Monastero di S. Mercurio. Sappiamo che in origine il monastero di S. Mercurio era un monastero di Monaci maschi, forse un antico cenobio basiliano, inserito in un circuito di Monasteri Carbonensi. Infatti, il Romaniello, a p. 36, in proposito scriveva che: “Non si sa con precisione fino a quando i monaci abitarono nel monastero di S. Mercurio. Molto probabilmente lo abbandonarono definitivamente agli inizi del secolo XI, quando, a causa delle frequenti scorrerie saracene, la permanenza nel monastero si rese molto difficile per i monaci, i quali erano costretti spesso a girovagare ed a nascondersi nelle grotte e per le montagne boscose. Solo durante la dominazione normanna (1040-1198) i monaci poterono rirendere a vivere nel loro primiero splendore, perchè quelli impedirono energicamente le depredazioni saracene e sottrassero alla giurisdizione vescovile i monaci, i quali ebbero monasteri stabili, ampi, solidi e ben dotati, tali da permettere una più ordinata ed intensa operosità ascetica e culturale (63).”. Romaniello, a p. 36, nella nota (63) postillava che: “(63) Gassisi Sofronio, op. cit., p. 809”. Romaniello si riferiva al testo di Sofronio Gassisi (….), “I manoscritti di S. Nilo Juniore”, Roma, 1905; “Innografi italo-greci – Le poesie di S. Nilo Juniore e di Paolo monaco”, in “Oriente christianus”, n. 5 (1905), pp. 26-82.  Solo con la venuta dei Normanni diventò un monastero benedettino e claustrale per volontà del conte Leone. Addirittura il sacerdote Agatangelo Romaniello, a p……, riferendosi al conte Leone, in proposito scriveva che: “Leone normanno, …..che dotò di un’estesa zona di terreno per un circuito di 14 miglia alle falde del Monte Centaurino da cui scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano, ecc….”. Dunque, secondo il Romaniello, la vasta tenuta o possedimento del Monte Centaurino consisteva in una vasta tenuta di terreno che si estendeva per 14 miglia. Il Romaniello scrive pure che all’arrivo del nuovo feudatario, il conte normanno Leone, scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano”. Purtroppo l’interessante notizia non è suffragata da riferimenti bibliografici. Chi fossero questi ladri che derubavano e depredavano non si capsce. Forse ci si riferiva alla popolazione di Bulgari che avevano in precedenza occupato la rocca fortificata di Roccagloriosa. Riguardo il possedimento della vastatenuta del Centaurino”, recentemente abbiamo rintracciato all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, la Relazione del 1895 del Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli De Micco, nella Causa vertente tra ilPel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895.

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La relazione del commendatore De Micco (18) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Napoli promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. E’ probabile che questo documento, trae notizie sull’antichissimo documento Normanno proprio dalla Sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro. Il Comm. De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, in proposito scriveva che: “Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, Ufficio Politico, fra le scritture della Curia del Cappellano Maggiore, e propriamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Joannis De Afficto Baronis Roccagloriosae contro D. Dominucum de Afficto cessionarium terrae prae col consenso di ‘Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1°, pandetta 2° N. 220.” e, nella sua nota (1), il De Micco postillava che il documento che ivi pubblichiamo è conservato: “Vol. 1° de’ documenti del Seminario fol. 1 e 4.”. Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, scriveva a p. 1 che: Il Conte Mansone, figlio del detto Leone, riunì in un solo i tre sodalizi, serbando il primitivo titolo di S. Mercurio. Indi esso Conte Mansone, con testamento del 3 maggio 1130 per notar Cioffi, legò diversi territori ‘in piena proprietà e dominio’ alla figlia ‘Altruda’, la quale si fece monaca in detto Monastero, ed ‘allo stesso Monastero’. Ecc…ecc..”. Dunque, il De Micco, traeva le interessanti notizie dal processo del barone d’Afflitto, barone di Roccagloriosa contro il Seminario di Policastro e scriveva che con testamento notaio Cioffi, il conte Mansone, il 3 maggio 1130 “legò diversi territori ‘in piena proprietà e dominio’ alla figlia ‘Altruda’”. Dunque, dagli atti dei vari processi e liti intentati contro il Seminario di Policastro a Roccagloriosa che aveva inglobato la vasta tenuta del Centaurino, si evince che l’origine del possedimento era una vasta tenuta di proprietà di Gatullina, che come dice l’Antonini era moglie di Mansone, conte di Roccagloriosa e di Padula. Il De Micco, scriveva in proposito a p. 6 che: “Fra gli immobili legati vi era compresa la tenuta allodiale o burgensatica di esso disponente Mansone, denominata ‘Cannamaria’ dal nome di uno dei detti tre Monasteri sotto il titolo di ‘S. Anna e Maria’, sita all’estremo del ‘feudo’ di Roccagloriosa, limitrofo in quel tempo al tenimento di Rofrano, che oggi pretendesi rivendicare da questo Comune. La detta tenuta di Cannamaria, come appresso dimostreremo, è precisamente quella che ora viene appellata ‘Centaurino’, della quale si contende….Questo latifondo ‘Cannamaria’ era allodiale, cioè scevro e libero da qualsivoglia servitù e vincolo feudale. Lo prova il fatto di averne il Conte Mansone disposto come di cosa propria….”.

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(Fig. 8) Estratto dal testamento del 3 maggio 1130 del Conte Mansone. Il De Micco (18), nella sua nota (1), postillava che il documento che ivi pubblichiamo è conservato: “Vol. 1° de’ documenti del Seminario fol. 1 e 4.”.

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(Fig. 9) Estratto dal testamento del 3 maggio 1130 del Conte Mansone. Il De Micco (18), nella sua nota (1), postillava che il documento che ivi pubblichiamo è conservato: “Vol. 1° de’ documenti del Seminario fol. 1 e 4.”.

Il De Micco, prosegue il suo racconto nella predetta Relazione (18), scrivendo: “Laonde è dal 1130, ossia ‘otto secoli’ circa, che le monache di S. Mercurio incominciarono a godere ‘legittimamente’ e ‘pacificamente’ la ‘vasta tenuta’ CANNAMARIA, a titolo di ‘proprietà assoluta’, sia fittandola e riscuotendone la decima parte del prodotto dai coloni che la coltivavano, e sia concedendola ‘in enfiteusi’ a piccole sezioni ed esigendo il canone; e questo dominio o possesso fu pienamente riconosciuto dal Comune di Roccagloriosa e Comuni viciniori. Tra i coloni e fittaioli della indicata tenuta ‘Cannamaria’, oggi ‘Centaurino’, vi fu pure l”Abate di Grottaferrata’ con gli ‘uomini del vicino paese di Rofrano. Questi coloni presero a coltivare la ‘parte della tenuta più prossima al loro tenimento’, con l’obbligo di corrispondere un ‘oncia’, ossia carlini d’argento 60 con scadenza a 25 dicembre di ciascun anno. Però essendosi resi morosi al pagamento, furono dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco convenuti in giudizio innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’, il quale, in vista dell’evidenza delle prove, con sentenza del 25 ottobre 1434 emise la relativa condanna. Giova quì appresso riportare alcuni brani di tale sentenza estratta del pari del Grande Archivio del Regno.”.

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“et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria ad dandum, tradendum, solvendum.”

(Fig. 11) Estratto della Sentenza di condanna nei confronti di alcuni coloni e affittuari di Rofrano del 25 ottobre 1434, convenuti in giudizio dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’ (estratta del pari del Grande Archivio del Regno) e, pubblicata nella Relazione del De Micco (18).

Nel 3 maggio 1130, Mansone, Conte di Roccagloriosa e di Padula, prossimo alla morte fa testamento e dota il Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa di diverse rendite e beni della moglie Gaitellina

Sappiamo di un altro documento d’epoca Normanna che riguarda le nostre terre. Uno dei quattro documenti Normanni che conosciamo e che riguardano le nostre zone, è l’‘Istrumento’ o Testamento con il quale, il figlio del conte Normanno Leone, il conte Manso o Mansone, il 3 Maggio 1130, prossimo a morire, fece testamento ed autorizzato dal Vescovo di Policastro Arnaldo unì i tre monasteri in un unico monastero di monache benedettine chiamato di S. Mercurio. All’epoca del vice-conte Mansone, a Roccagloriosa erano attivi tre monasteri, quello di S. Mercurio che il padre, il conte Leone aveva riattivato, e vi erano pure i due monasteri fondati dal padre di Mansone, il conte normanno Leone, che erano i monasteri di S. Leo e quello di S. Veneranda. Alla morte di Mansone, nel 1130, le sue ultime volontà pronunciate in un testamento furono quelle che i due monasteri di S. Leo e di S. Veneranda si riunissero nel Monastero claustrale e femminile di S. Mercurio, dove aveva preso i voti sua figlia Altrude, la quale, per espressa volontà del padre Mansone divenne nel 1130 la prima badessa del monastero di S. Mercurio, ricostituito. Inoltre, come vedremo innanzi, il conte Manso o Mansone, oltre a riunire in un unico Monastero gli altri due, lasciò una dote a detto Monastero di S. Mercurio. Sulla fondazione del nuovo monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, che esisteva già da molti secoli, e la riunione con gli altri due monasteri fondati dal conte normanno Leone, padre del vice-conte Manso  o Mansone, ha scritto il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania”, dove a p. 385, parlando di Roccagloriosa, in proposito scriveva che: Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo; sappiamo bene però chenell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; e volle che fosse data a Donne moniche; riserbando ai suoi eredi il diritto di presentarvi la Badessa dopo la morte d’Aldruda sua sorella, che allor egli nominò per la prima. Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso;”. Dunque, Antonini scriveva che nell’anno 1130, il vice-conte Manso o Mansone, signore di Roccagloriosa fece testamento. L’Antonini (….), a p. 385, nella sua nota (2) postillava che: “Con titolo di ‘testamento’ soleansi tali donazioni chiamare in quei tempi. “Ambrosio Morales nelle note al Diploma del Re Veremndo: sicuri ce ne fa ) oltre tanti altri) colle seguenti parole: Solemne bis temperibus, e multis postea sequentibus…”,ovvero che all’epoca, per “testamento” si intendeva una donazione. Oltre all’Antonini, in seguito sarà Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua ‘Synopsi’, scritta nel 1831, sulla scorta dell’Ughelli (11), a p. 74 (vedi versione curata da Giangaleazzo Visconti) riferendosi al vescovo Arnaldo, così si esprimeva: II. Arnaldo, nominato vescovo diPolicastro nel1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale edera entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Dunque, anche il Laudisio ci parla di questo documento del 1130. Il Laudisio accenna pure al vescovo Arnaldo di cui però non vi è traccia nella cronostassi dei vescovi di Policastro. Dell’autorizzazione concessa al vice-conte Manso, nel 1130, dal vescovo di Policastro “Arnaldo”, di cui si ha notizia dall’anno 1110, parlerò innanzi. Sulla fondazione del nuovo Monastero claustrale (femminile) di S. Mercurio, a Roccagloriosa, ha scritto il sacerdote Agatangelo Romaniello (13) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo, il quale il 3 Maggio 1130, prossimo a morire, fece testamento e dotò il monastero con tutte le sue terre annesse, con giurisdizione sui coloni del castello e con il numeroso gregge che apparteneva alla moglie Gaitellina, riservando ai suoi eredi il diritto di presentare la badessa dopo la morte di Altruda. Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. (65)”.L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Sull’origine della notizia di un testamento del conte Manso o Mansone, riferita dall’Antonini e dal Laudisio, poi in seguito ripresa dal Cataldo, dal Romaniello ecc…, devo precisare che essa deriva da alcuni documenti che fin dal 1434 furono presentati davanti alla Real Corte della Sommaria per liti pendenti fra le Università del luogo (Rofrano, Roccagloriosa) contro i vescovi di Policastro per le loro indebite usurpazioni, di cui parlerò in seguito. Le liti con la curia vescovile di Policastro ed i Capece, i Tosone ecc…Alcuni di questi documenti che attestano antiche donazioni normanne furono fatte valere nei processi pendenti.  Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, .…da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero anzidetto (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. In questi interessanti passaggi, l’Ebner, sulla scorta delle sentenze e delle liti fra i feudatari e la curia di Policastro chiariva alcune notizie rimaste frammentarie. Ebner, sulla scorta del Ronsini scriveva che furono proprio questi atti dei processi intentati dai vari feudatari o universita di Rofrano e di Roccagloriosa contro i vescovi di Policastro che fecero conoscere alcune notizie sulle origini dei monasteri a Roccagloriosa. Secondo questi Atti, di cui parla anche il Ronsini (….) ed il “Libro delle memorie” di Placido Tosone, il conte Mansone era figlio del conte Leone, ma non era fratello di “Altruda” ma, ella era sua figlia. Inoltre, Ebner, sulla scorta di queste antiche sentenze scrive che nel 1133, Guido e Alessandro, che nel 1133 ratificarono il testamento di Mansone erano i suoi nipoti non i suoi figli. Ebner, a p. 435, nella nota (27) postillava che: “(27) Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29”. Ebner, a p. 435, nella nota (29) postillava che: “(29) Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso (basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura).”. Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”.”. Dunque, Ebner riteneva il documento del 1133 della ratifica del testamento di Manso falso. Ebner, parlando di Rofrano scrive diverse notizie molto diverse da quelle che sono state dette da Romaniello, dall’Antonini, dal Laudisio. Ebner, cita il Ronsini (10) che, nel suo “Cenni storici sul comune di Rofrano”, a p. 29 citava l’antico documento della ratifica del testamento di Mansone. Il Ronsini (10) che in un suo pregevole scritto, a p. 29, scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel ‘Libro di memoria’.”. Dunque, il Ronsini, parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 per N. Mansione, contenuto nei “registri di don Placido Tosone”, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Infatti, copia dell’istrumento, dell’atto, di ratifica del 1133 del testamento di Mansone è stato più volte citato a riprova negli Atti dei Processi di lite contro i Vescovi di Policastro. Inoltre, devo pure precisare che questi documenti e notizie storiche oltre al citato Antonini (….) provengono pure dagli atti di processi e cause pendenti contro la curia di Policastro. Un interessante scritto in cui vengono riepilogate le vicende storiche ed i documenti dell’epoca Normanna che riguardarono i lasciti e le donazioni del conte normanno Leone (in particolare la donazione della tenuta di “Cannamaria”) è il libretto “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. La relazione del commendatore De Micco (18) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Napoli promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. E’ probabile che questo documento, trae notizie sull’antichissimo documento Normanno proprio dalla Sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro. Dalla Relazione anzidetta, traiamo l’immagine della Fig…. Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, dice che lo stesso: “Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, Ufficio Politico, fra le scritture della Curia del Cappellano Maggiore,e propriamente dal processo col titolo:‘Processus originalis Domini Joannis De Afficto Baronis Roccagloriosae contro D. Dominucum de Afficto cessionarium terrae prae col consenso di ‘Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1°, pandetta 2° N. 220.” e, nella sua nota (1), il De Micco postillava che il documento che ivi pubblichiamo è conservato: “Vol. 1° de’ documenti del Seminario fol. 1 e 4.”. Il De Micco (…), nella sua Relazione, a p. 9, scrive che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone ed Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130. ‘Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansionis nostri avi,…”, e poi prosegue nell’immagine di Fig……

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(Fig….) Trascrizione della ratifica del Testamento del conte Mansone, datato 7 aprile 1133

Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, scriveva a p. 1 che: “In sul finire del secolo VI i Bulgari, sulla vetta di una roccia nelle terre da essi occupate, costruirono un castello ed indi una Chiesa in onore della Beata Vergine Assunta in Cielo da cui il paese, che posteriormente vi surse, prese il nome di Roccagloriosa (Arx Gloriosa) ed i monaci Benedettini vi fondarono un Cenobio dal titolo di ‘S. Mercurio’ (1 – Antonini p. 385). Roberto il Guiscardo assegnò il territorio col castello al Conte Leone di stirpe Normanna, il quale trasformò il Cenobio in tre monasteri di donne dello stesso ordine Benedettino. Il Conte Mansone, figlio del detto Leone, riunì in un solo i tre sodalizi, serbando il primitivo titolo di S. Mercurio. Indi esso Conte Mansone, con testamento del 3 maggio 1130 per notar Cioffi, legò diversi territori ‘in piena proprietà e dominio’ alla figlia ‘Altruda’, la quale si fece monaca in detto Monastero, ed ‘allo stesso Monastero’. Ecc…ecc..”. Al momento conosciamo altri quattro documenti d’epoca Normanna, che riguardano le nostre zone, dominate dai signori Normanni ed il vescovo Arnaldo: 1) la donazione o testamento o Istrumento del Conte Normanno LeoneIl De Micco (…), nella sua Relazione, a p. 9, scrive che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone ed Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130. ‘Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansionis nostri avi,…”. Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, scrive che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; veniva nel giudizio solenne del 1434, …innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – prout in quodam privilegio testamenti seriosius continetur.”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone, confermarono e ratichificarono detto testamento. E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘ sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”.

Nel 1097, Boemondo, Ruggero Borsa e la 1° Crociata in Terra Santa

Da Wikipedia leggiamo che al Terzo concilio di Melfi, dal 10 al 17 settembre 1089, il Papa Urbano II propose la prima Crociata. Il Pontefice, insieme ai fratellastri normanni Ruggero Borsa e Boemondo I, gettò le basi per costituire una lega allo scopo di liberare dai musulmani la Terra Santa. Iniziò, così, la predicazione per la crociata, che fu formalmente indetta, in seguito, a Clermont. Nel 1096 Boemondo, insieme a suo zio Ruggero I il Gran Conte di Sicilia, stava assediando Amalfi che s’era rivoltata contro il duca Ruggero, allorché bande di Crociati cominciarono ad attraversare l’Italia per dirigersi in Terra Santa. Lo zelo crociato conquistò Boemondo: è possibile che egli abbia visto nella Prima Crociata l’opportunità di realizzare la politica paterna di una espansione verso oriente e avesse sperato, in una prima fase, di ritagliare per se stesso un principato orientale. Goffredo Malaterra con schiettezza afferma che Boemondo prese la Croce con l’intenzione di razziare e conquistare terre greche. Boemondo radunò un contingente normanno, forse la miglior compagine dello stuolo crociato, nonostante i numeri modoesti (il suo contingente assommava all’incirca a 500 uomini su un totale di circa 35.000 crociati). Alla testa del suo esercito egli traversò, partendo da Trani, il Mare Adriatico e, dopo essere sbarcato a Durazzo, si diresse per la Via Egnatia alla volta di Costantinopoli percorrendo, sotto la prudente scorta di Peceneghi inviatagli incontro dall’Imperatore di Costantinopoli, la via che egli aveva tentato di seguire nel 1084. Fece grande attenzione a osservare un atteggiamento “corretto” nei confronti di Alessio e quando arrivò a Costantinopoli nell’aprile 1097 rese omaggio feudale all’Imperatore. Si recò a Gerusalemme nel Natale del 1099, quando Dagoberto da Pisa fu eletto patriarca, forse al fine di impedire la crescita di un forte potere lotaringio nella città. Tutto faceva sembrare che Boemondo fosse destinato a gettare le fondamenta di un grande principato ad Antiochia che avrebbe potuto contenere Gerusalemme. Aveva un buon territorio, una buona posizione strategica e un esercito forte. Doveva però fronteggiare due grandi forze: l’Impero bizantino, che reclamava tutti i suoi territori appoggiato nella sua pretesa da Raimondo di Tolosa, e le forti municipalità musulmane del nord-est della Siria. Contro queste forze egli fallì. Nel 1100, nella battaglia di Melitene fu catturato dai Danishmendidi di Sivas e languì in prigione fino al 1103. Il cugino Tancredi prese il suo posto ma nel frattempo Raimondo s’installava con l’aiuto di Alessio a Tripoli e riusciva così a contenere l’espansione verso sud di Antiochia. Tancredi era figlio di Oddone Bonmarchis, detto Marchisius “il Buon Marchese”, della famiglia dei signori del Monferrato, e di Emma di Altavilla sorella di Roberto il Guiscardo. – Emma era anche il nome di una sorella di Boemondo I d’Altavilla, la cui omonimia ha spesso creato confusione in alcuni autori, i quali, confondendo il grado di parentela tra i due rampolli della casa normanna, hanno erroneamente indicato Tancredi quale nipote di Boemondo principe di Antiochia, anziché suo cugino – Da: Tancredus di Rodolfo di Caen.

Nel 1104, l’Ordine degli Hospitalieri o Cavalieri dell’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme

I Cavalieri Ospitalieri (formalmente Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, detti anche Cavalieri di Cipro, Cavalieri di Rodi e come Cavalieri di Malta), è un ordine religioso cavalleresco nato intorno alla prima metà dell’XI secolo a Geusalemme. In seguito alla I Crociata divenne un ordine religioso cavalleresco cristiano dotato di un proprio statuto, secondo il costume del tempo. Quindi, nel 1113 papa Pasquale II lo rese autonomo e sovrano con il protettorato della Santa Sede. Se fino ad allora l’Ordine seguiva la Regola benedettina, piano piano iniziò ad osservare quella agostiniana. Infine, col maestro Raymond du Puy de Provence, l’Ordine si diede una regola propria, ispirata sempre a quella agostiniana. Ciò che appare inconfutabile è che l’Ordine Ospitaliero fu fondato dal Beato Gerardo de Saxo in seguito alla I Crociata e il cui ruolo di fondatore fu confermato dalla bolla papale “Pie Postulatio Voluntatis” di papa Pasquale II del 15 febbraio 1113. Oltre questo esistono una decina di documenti coevi in cui è nominato Gerardo che acquisì terre e rendite per il suo Ordine per tutto il Regno di Gerusalemme e anche in Europa. La forza crescente dell’Islam alla fine costrinse i Cavalieri ad abbandonare i loro possedimenti storici in Gerusalemme. Dopo la caduta del regno di Gerusalemme (Gerusalemme stessa cadde nel 1187) i Cavalieri si trovarono confinati nella Contea di Tripoli (di Libano) e quando anche San Giovanni d’Acri venne catturata, nel 1291, l’Ordine cercò rifugio presso il Regno di Cipro. Assieme ai Cavalieri Templari, formatisi poco dopo nel 1119, gli Ospitalieri divennero uno dei più potenti gruppi cristiani nell’area. L’Ordine cominciò a distinguersi in battaglia contro i musulmani e i suoi soldati indossavano una sopravveste nera con una croce bianca. Dalla metà del XII secolo l’ordine era nettamente diviso tra membri militari e coloro che prestavano assistenza ai malati. Era ancora un ordine religioso e godeva di privilegi funzionali concessi dal papato, tra i quali l’indipendenza da ogni autorità che non fosse quella del papa stesso, l’esenzione dai tributi e la concessione di edifici religiosi. Paul Guillaume (…), sulla scorta di alcune fonti come Guglielmo di Tiro (…), e Ugo da Venosa (…), ed altri, sosteneva l’origine dell’Ordine Gerosolimitano di Malta, dalla fondazione del monastero di S. Maria della Latina a Gerusalemme e dell’Ospedale annesso fondati da alcuni frati neri che dipesero dall’Abazia di Cava dei Tirreni, e dal loro abate, Pietro Pappacarbone. Paul Guillaume (….), nel suo “Essai Historique sur l’Abbaye de Cava etc…”, a p. 77 (si veda p. 84 edizione a cura di Ruocco), in proposito ai porti del Cilento, che dipendevano a quei tempi dall’Abbazia benedettina, parlando dell’Abbate S. Pietro Pappacarbone, scriveva che: “Gli ‘Ospidalieri di S. Giovanni di Gerusalemme’ erano appena nati in Palestina (1104). Dei pii mercanti di Amalfi avevano d’apprima fondato, nel 1084, (96) col consenso del Califfo d’Egitto, nei pressi del Santo Sepolcro, un monastero, conosciuto sotto il nome di ‘S. Maria della Latina’, come un ospizio o asilo per accogliere i poveri pellegrini. Al fine di attendere ad entrambi gli scopi, come attesta ‘Guglielmo da Tyr’, essi fecero trasferire dal loro paese a Gerusalemme dei monaci con il loro abbate. (97). Questi monaci, secondo ‘Giovanni da Vietri’, portavano l’abito nero (98). Essi seguivano, inoltre, la Regola di S. Benedetto secondo la Costituzione di Cluny; fatto che gli valse, da parte dell’abbate di Cluny, ‘Pietro il Venerabile’ (1123-56) delle lettere di felicitazione. (99) “Ora, chi non distinguerebbe, da tutti questi segni, i religiosi di Cava? Gli arditi navigatori Amalfitani, che a quell’epoca percorrevano il Mediterraneo facendo con l’Oriente un commercio così attivo, sapevano molto bene quali erano i meriti dei discepoli di Sant’Alferio Pappacarbone, la cui dimora principale non era che a qualche ora dal loro paese natale, e che, sulle stesse coste di Amalfi, avevano già molte chiese e priorati. (100)”. Così quando ebbero finito di costruire il monastero e lo spizio di ‘S. Maria della Latina’, essi si diressero, come è tradizione a Cava, dall’abate Pietro, pregandolo di voler prendere la direzione della loro istituzione…..il santo Abate il giorno in cui spedì in Palestina, accanto al sepolcro di Gesù Cristo, una colonia benedetina di Cava. (101). E non è tutto. Sempre secondo ‘Guglielmo di Tyr’, quando i Crociati si impadronirono di Gerusalemme (1099), trovarono nell’ospizio annesso al monastero di ‘Santa Maria della Latina’, un santo uomo, chiamato Gerardo, il quale, durante il tempo delle ostilità, ‘per ordine dell’abate e dei monaci’, serviva umilmente i poveri, (102) cosa che continuò a fare fino alla morte (1021). Il successore di Gerardo, ‘Raimondo du Puy’, cambiò un pò l’ordine nascente, e allo scopo di venire più efficacemente in aiuto ai pellegrini, ‘armò i frati dell’ospizio’. Da quì l’origine, insieme religiosa e militare, degli ‘Ospedalieri di S. Giovanni’ di Gerusalemme, meglio conosciuti tuttavia, a causa dei luoghi che in seguito abitarono, sotto il nome dei ‘Cavalieri di Rodi’ o ‘Cavalieri di Malta’. Senza volerci occupare qui della questione, molto dibattuta, di saper se Gerardo, soprannominato Tom, fosse originario del villaggio di Scala, al di sopra di Amalfi, oppure di Marigues, in Provenza, notiamo che universalmente viene riconosciuto come il fondatore e il primo Gran Maestro dei ‘Fratelli Ospedalieri di S. Giovanni’. Ora, siccome fu ‘per ordine dell’abate e dei monaci’ di un monastero dipendente da Cava, che Gerardo cominciò la sua nobile e santa missione, non è giusto concludere, con uno dei più dotti figli di Cava, l’abate ‘Don Vittorino Manso’ (1541-1611), (103) con lo storico ‘Rodulfo’ (104) e con tanti altri ancora, (105) che è verso gli stessi religiosi di Cava che la Cristianità è debitrice dell’istituzione dei Cavalieri di Malta? Da allora partivano continuamente dal porto di Vietri, per Gerusalemme dei religiosi benedettini di Cava, che si andavano a prendere cura di Santa Maria della Latina e dell’ospizio dei pellegrini che ne dipendeva.”.

Guillaume, p. 77

(Fig…) Guillaume Paul (…), op. cit., p…..

Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (96) postillava che: “(96) Sicard. Cremon., ‘Chron., p. 586.”. Qui il Guillaume cita il ‘Chronicon’ di Sicardo di Cremona (…). Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (97) postillava che: “(97) quì il Guillaume cita il passo in latino tratto dal ‘Monasterium de Latina’. Bell. Sacr. Hist. lib. XVIII, c. IV ecc..p. 427, Bolla, 1549…”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (98) postillava che: “(98) In Ecclesiis seu Monasteriis de Latina ecc…Hist. Occid., c. 28.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (99) postillava che: “(99) Epist. lib. III 44,; cfr. Mabill., Ann. O. B., t. V. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (100) postillava che: “(100) L’Abbazia di Cava possedeva, sia ad Amalfi, sia nei dintorni, oltre diciassette chiese o monasteri. Parecchi in questo numero, furono donati all’abate Pietro (1079-1122). Vd in ‘Appendice’, la Lista dei Monasteri.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (101) postillava che: “(101) Gattola, nella sua ‘Storia dell’Abbazia di Monte Cassino’ (t. I, p. 491) assicura che furono i religiosi Cassinesi ad essere incaricati della cura di S. Maria della Latina’. Ma egli non ne fornisce alcuna prova, proprio lui che d’ordinario prova tanto bene tutto il resto..”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (102) postillava che: “(102) “…Et in xenodochia similiter (postquam Civitas fuit capta’) repertus ecc…”, Guglielmo di Tyr, op. cit., p. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (103) postillava che: “(103) “Alterum quo probatur Monachos Cavenses fuisse ecc..”, Anno Wion, Lig. Vit., p. 468. Ed. del 1595.”. Sempre riguardo alla presenza degli Ospetalieri nelle nostre zone, in proposito risulta molto interessante ciò che scrive il Guillaume su “‘Margarito’, conte di Brindisi, di Malta e di Victoria, ammiraglio della flotta reale (1192), ecc..(24).”. Il Guillaume (…), a p. 145, nella sua nota (24), postillava che: “(24) I diplomi e le pergamene originali si trovano: ‘Arca Magna, Lett., I, L, ecc…; ‘Arca’ n. XXIV-XXXIV. Essi ammontano almeno a 1300; Cfr. del resto RODUL., Ms. 61., p. 112…; De Blasi, ‘Chron’., 1271-94, passim; Trinchera, Syllab., ecc…”. Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta.”, di cui il Di Mauro (…), non cita i riferimenti bibbliografici. Orazio Campagna  (…), riguardo i Crociati, a p. 141, parlando di Majerà e di Scalea, in proposito scriveva che: “Oltre alle due chiese, nella Terra vi era un luogo di ricovero, detto “ospedale”, di cui, all’epoca del Vanni, restava il nome alla via (112). L’”ospedale” di Majerà, come quello di Scalea, fu istituzione assistenziale, collegata all’Ordine degli “Hospitalarii”, sorto per le crociate in Terra Santa (113). La Terra era raggiungibile da Napoli “per la Real Strada di Calabria con galesso, sino a S. Lorenzo della Padula” (114).. Il Campagna (…), a p. 141, nella sua nota (113), postillava che: “(113) In un documento pontificio del 6 maggio 1149, presso l’Archivio della Badia di Cava, è ricordata l’”ecclesiam S. Marie de Hospitali”, “apud Diascaleam”, F. Russo, Regesto Vaticano, cit., Idem, Storia della Diocesi di Cassano, I, Napoli (Laurenziana), 1964. In Regesto di Gregorio X, 19 marzo 1272, si parla di “Templari” e “Hospitalarii”, F. Russo, Regesto Vaticano, etc, cit.”.  Dunque, il Campagna, sulla scorta di Francesco Russo (…), cita i Templari e cita l’Ordine degli Hospitalari, che come vedremo operavano anche nel territorio di Camerota già dai tempi dei Normanni ed in particolare nell’antico monastero di S. Pietro di Licusati.

Nell’IX secolo, il Santuario di S. Michele Arcangelo a Caselle in Pittari, l’Ordine degli Ospitalieri ed i monasteri Benedettini

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, fa una strana ma interessante accostamento ad una notizia che riguarda la baronia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano ed il San Michele Arcangelo scolpito su una lastra di pietra a Caselle in Pittari, dove parlando delle baronie ecclesiastiche sorte nel Cilento ai tempi dei Normanni e delle prime crociate, scriveva in proposito che:  “…..e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Qui ancora si conserva una delle più antiche testimonianze artistiche medievali del Cilento: è una lastra di pietra, alta circa cm 90 con su scolpito a basso rilievo san Michele, in atto di trafiggere con la lancia il drago. Lo scudo crociato dell’Arcangelo regge nella sinistra, ci rimanda all’epoca della prima crociata con cui i Normanni parteciparono apportando un contributo determinante. E’ probabile quindi che l’opera sia stata scolpita agli inizi del XII secolo, in un ambiente ancora dominato dalla cultura longobarda (culto di San Michele) ma già aperto al nuovo fatto, le crociate appunto, che scossero anche emotivamente l’opinione pubblica.”. Dunque, Amedeo La Greca, parlando del noto bassorilievo lapideo che si trova dentro una grotta a Caselle in Pittari scriveva che, sebbene fosse un’opera del IX secolo, tempi longbardi: “Lo scudo crociato dell’Arcangelo regge nella sinistra, ci rimanda all’epoca della prima crociata con cui i Normanni parteciparono apportando un contributo determinante”. Dunque il La Greca ci rimanda all’epoca della prima Crociata, ed all’istituzione delle prime commende nel vallo di Diano e nel basso Cilento. Il ricordo che la I crociata in Terra Santa fu un’impresa di Boemondo d’Altavilla che fu in un certo senso aiutato dal fratellastro Ruggero Borsa che in quegli anni dominava sull’ex principato Longobardo di Salerno. Fu proprio in quegli anni che forse fu compilato il ‘Catalogus Baronum’ pubblicato prima dal Borrelli e poi dalla Jamison, in cui figurano molti feudatari delle baronie delle nostre terre, fra cui quella di Rofrano che possedeva anche Caselle in Pittari.

Nel 1101 o 1110, le commende di S. Giacomo e di S. Giovanni in Fonte, a Roccagloriosa istituite da Ruggero Borsa e la prima Crociata

Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 101 riferendosi a Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Inoltre, Ruggero il Normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda* di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. L’interessante notizia tratta dal Laudisio non ha note bibliografiche neanche nella sua versione a cura del Visconti. Può darsi che la notizia provenga dall’Ughelli o dal Ladvocat (….). Su Roccagloriosa ha scritto pure Scipione Mazzella Napolitano (….). Il Laudisio parlava delle commende istituite nel 1110 da “Ruggiero il Normanno, figlio di Roberto”, dunque il Laudisio si riferiva al figlio di Roberto il Guiscardo ed a suo fratello Boemondo detto d’Antiochia. A chi si riferiva il Laudisio ? Si iriferiva a Ruggero Borsa. Dove avesse tratto l’interessante notizia il Laudisio non ci è dato di sapere. A quale Crociata si riferiva il Laudisio ? . Il Laudisio ci dice dell’anno 1110. Da Wikipedia leggiamo che al Terzo concilio di Melfi, dal 10 al 17 settembre 1089, il Papa Urbano II propose la prima Crociata. Il Pontefice, insieme ai fratellastri normanni Ruggero Borsa e Boemondo I, gettò le basi per costituire una lega allo scopo di liberare dai musulmani la Terra Santa. Iniziò, così, la predicazione per la crociata, che fu formalmente indetta, in seguito, a Clermont. Il sacerdote Romaniello Agatangelo (….) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, nel capitolo “Le Commende”, in proposito scriveva che: “Intanto i principi normanni, Boemondo, fratello di Ruggiero, e suo nipote Tancredi, partendo per la Terra Santa, offrirono molto danaro e possessioni ai feudatari per compiere opere di beneficenza e propiziarsi la benevolenza di Dio. Il principe Ruggiero, nel 1101, investì i beni toccati a Roccagloriosa per fondare due commende: quella denominata di “San Giacomo” sita dove attualmente sorge il cimitero, e quella di “San Giovanni in Fonte” (l’attuale chiesa parrocchiale) con annesso un grande palazzo e con un’estensione di circa 1.000 tomoli di terreno (66). Queste commende furono donate all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, il quale si interessò a governarle fino al pricipio del secolo XVI. Allora la commenda di S. Giacomo non essendo stata ulteriormente restaurata, fu fatalmente vittima del tempo, almeno dopo il 1587, perchè nell’attuale cimitero ci conserva una pietra che porta quella data di restauro. Oggi su tutto lo spazio, dove anticamente sorgeva la chiesa ed annessi fabbricati della commenda, esiste il cimitero ordinato durante il periodo del governo francese (1806-1815). La chiesa della commenda di S. Giovanni diventò chiesa parrocchiale: perciò fu cedutta dall’Ordine dei Cavalieri, e venne restaurata dall'”Università”; difatti il frontale della chiesa reca ancora una lapide di pietra con la croce dei Cavalieri di Malta (67) e la scritta: “Universitas Roccaegloriosae 1520″. Sul portale si legge anche un’altra scritta che ricorda l’antichità della chiesa dedicata al Battista e restaurata la terza volta dal Comue nel 1763 (68).”. L’Agatangelo, a p. 37, nella sua nota (66) postillava che: “(66) Doc. in Arch. Parr.”. Agatangelo a p. 38, nella nota (67) postillava che: “(67) L’Ordine restò in Palestina fino al 1291, indi si trasferì a Cipro e poi a Rodi nel 1308: nel 1523 si trasferì a Malta e si denominò “Sovrano Ordine di Malta”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa, a p. 424, in proposito scriveva che: “Le chiese di S. Giacomo (era dove ora sorge il cimitero) e di S. Giovanni in Fonte (croce di Malta: “Universitas Roccagloriosae 1520″). La chiesa venne restaurata ancora nel 1763.”. Il Laudisio ci parla dell’anno 1110 mentre l’Agatangelo ci parla dell’anno 1101. Forse un errore di stampa.

L’Ordine degli Ospitalieri ed i monasteri di San Pietro di Licusati e S. Cono di Camerota

Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., ci parla anche dei due monasteri esistenti a Camerota. Il Pasanisi (…), parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“. Il Pasanisi testimonia la presenza a Camerota dell’Ospedale che dipendeva dall’antico monastero di S. Pietro di Licusati. La presenza a Camerota di una istituzione Ospedaliera dipendente da un monastero (di S. Pietro di Licusati) attesta la presenza nell’area degli Ospedalieri Gerolosomitani. E’ interessante ciò che scrive Orazio Campagna (….), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, sulla scorta di Francesco Russo (…), cita i Templari e cita l’Ordine degli Hospitalari, che come vedremo operavano anche nel territorio di Camerota già dai tempi dei Normanni ed in particolare nell’antico monastero di S. Pietro di Licusati. Orazio Campagna  (…), riguardo i Crociati, a p. 141, parlando di Majerà e di Scalea, in proposito scriveva che: “Oltre alle due chiese, nella Terra vi era un luogo di ricovero, detto “ospedale”, di cui, all’epoca del Vanni, restava il nome alla via (112). L’”ospedale” di Majerà, come quello di Scalea, fu istituzione assistenziale, collegata all’Ordine degli “Hospitalarii”, sorto per le crociate in Terra Santa (113). La Terra era raggiungibile da Napoli “per la Real Strada di Calabria con galesso, sino a S. Lorenzo della Padula” (114).“. Il Campagna (…), a p. 141, nella sua nota (113), postillava che: “(113) In un documento pontificio del 6 maggio 1149, presso l’Archivio della Badia di Cava, è ricordata l’”ecclesiam S. Marie de Hospitali”, “apud Diascaleam”, F. Russo, Regesto Vaticano, cit., Idem, Storia della Diocesi di Cassano, I, Napoli (Laurenziana), 1964. In Regesto di Gregorio X, 19 marzo 1272, si parla di “Templari” e “Hospitalarii”, F. Russo, Regesto Vaticano, etc, cit.”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati  fra componenti greche, in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità di sviluppo artigianale, soprattutto per l’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo.”. Dunque, Orazio Campagna, cita due documenti in cui si parla dell’Ordine degli Ospitalieri che come abbiamo visto aveva un ricovero anche a Camerota forse dipendente dal vicino monastero di S. Cono o dal vicino monastero di S. Pietro di Licasati. Entrambi i due documenti che cita il Camapagna (…), riguardano l’Ordine degli Ospitalieri e sono citati nel Regesto Vaticano per la Calabria di Francesco Russo (…). Il primo documento è una bolla pontificia del 6 maggio 1149, conservato alla Badia di Cava dei Tirreni (epoca di re Guglielmo I detto il Malo), mentre l’altro documento, si trova nel regesto di papa Gregorio X, del 19 marzo 1272 (epoca Svevo-Angioina). Orazio Campagna (….), a p. 264, parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Camerota fu baronia; della stessa trasse il predicato “Florius de Camarota”, barone e regio magistrato (128).”. Da Costantino Gatta (…), nella sua ‘Lucania illustrata’ e nell’opera postuma scritta dal figlio ‘Mamorie topografico-storico della Provincia di Lucania’ (vedi ristampa di Forni Editore, Bologna), a p. 292, parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Questa Terra col titolo di Marchesato, si possiede della Famiglia ‘Marchese’, non men Nobile, ed Illustre, che antica, come quella che trae l’origine dà Principi Normanni, (a) dalla qual generosa prosapia, ne fun sorti uomini valorosi, non sol nella condotta delle armi, che per letteratura: frà militari fu celebre ‘Tancredi’, figlio di Gio: ‘Marchese’, per le prodezze praticate nella Guerra Sacra, (b) nè fu minore nella virtù militare ‘Astone marchese’, che sconfisse nella Puglia una schiera di 4000 Saraceni. Ecc..”. Dunque il Gatta figlio ed anche il padre Costantino Gatta (…), parlando di Camerota, ed io penso sulla scorta del ‘Catalogus Baronum’ (vedi nella nota (a), dove egli postillava (‘Nel Registro della Regia Zecca di Napoli’), citava Tancredi, figlio di Giovanni Marchese, noto per la partecipazione alla I Crociata in Terra Santa. Credo che il Gatta, si riferisca a Tancredi d’Altavilla, nipote di Boemondo I d’Antiochia, che si imbarcarono con un grande esercito per la conquista di Gerusalemme. Chi fosse il Tancredi che il Gatta chiama Giovanni, ne ho parlato nel mio saggio “I Marchisio e i Florio”, ivi pubblicato. Il Gatta (…), ci dà anche un’altra importante notizia sulla Crociata e di personaggi legati a Camerota, quando nella sua nota (b), postillava che: “(b) L’Arcivescovo di Tiro nella Guerra Sacra”. Il Gatta, nella sua nota (b), si riferiva ad una cronaca del tempo scritta dall’Arcivescovo di Tiro (…). Guglielmo Arcivescovo di Tiro ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme’, “Belli sacri historia”, dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562, dove si può leggere dell’origine della famiglia Marchisio e di Tancredi figlio di Emma e di Odo. Guglielmo di Tiro, utilizzò largamente un’altra cronaca del tempo ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, di Alberto di Aix o di Aquisgrana (…). E’ forse da questa opera, da questo ‘Chronicon’ che proviene la notizia secondo cui i Crociati sostavano al monastero di S. Cono di Camerota e al monastero di S. Pietro di Licusati di Camerota, per poi imbarcarsi per la I Crociata organizzata da Boemondo d’Altavilla e Ruggero Borsa, fratellastri e figli di Roberto il Guiscardo, portando con se anche il nipote Tancredi d’Altavilla? O forse la notizia riguardava un’altra Crociata organizzata anni dopo.

Nel 1131, re Ruggero II d’Altavilla, con il “Crisobollo” conferma all’Abate Leonzio (al feudo di Rofrano e Grottaferrata e non al Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa) la vasta tenuta del ‘Centaurino’

La vasta tenuta detta di “Cannamaria” (il monte Centaurino) figura nella dote testamentaria che nel 1130, il conte Manso o Mansone dispose il lascito per il rifondato e riunito monastero claustrale di San Mercurio a Roccagloriosa di cui la figlia Altrude divenne Badessa. Il Centaurino figura nel testamento del conte Mansone come bene burgiansatico e allodiale. Questo vasto tenimento, forse era un lascito del conte Normanno Leone e sua moglie Gatullina al figlio erede Mansone. Non si sa. Ma questa vasta tenuta e possedimento feudale viene citato e figura fra i beni che re Ruggiero II d’Altavilla dona all’Abate Leonzio dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, ovvero risulta nel cosidetto “Crisobollo” di Re Ruggero II d’Altavilla. E’ un fatto da verificare e da approfondire come sia accaduto che un bene concesso all’Abbazia Tuscolana, da cui dipendeva quella di Rofrano, possa essere compreso nei beni privati di Mansone, conte di Roccagloriosa e di Padula. Il periodo è più o meno lo stesso. Il bene in questione risulta nella proprietà dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo per concessione di re Ruggero II e risulta pure nella proprietà del monastero di San Mercurio per testamento del conte Mansone. Forse in epoca Normanna, al tempo di re Ruggero II, l’antico Monastero di monaci di San Mercurio a Roccagloriosa dipendesse dal controllo dell’antica Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano che a sua volta dipendeva direttamente dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Con questo antichissimo privilegio, Re Ruggero II di Sicilia confermava le precedenti concessioni fatte all’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (l’odierna Frascati), da cui dipendeva l’antichissima Abbazia di Grottaferrata a Rofrano a cui erano stati concessi detti privilegi. Re Ruggero II, confermava le precedenti donazioni di possedimeni concessi da Ruggero I all’Abbazia di Rofrano. Fra questi posssedimenti vi era una grande tenuta boschiva chiamata il “Centaurino”. Giuseppe Barra (….), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, a p……, in proposito scriveva che: “Pietro Ebner fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino ecc..”. Il Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (3), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, p. 33,  che cita le controversie legali sorte dopo la vendita di alcuni beni dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati). Ebner (…), a p. 33, in proposito scriveva che: “E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, …..all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e del figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma in greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia. Un interessante documento redatto “in Palatio nostro Palermitano”, con il quale re Ruggiero confermava all'”honorando religioso domino Leontio abati Dei Genitricis Criptae Ferrata” i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo ad interminabili controversie (89). La tuscolana abbazia italo-greca di Grottaferrata era troppo importante perchè i sovrani normanni non ne potessero tollerare nei loro stati una grancia, sia pure economicamente forte come quella di Rofrano. Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita”. L’Ebner, nella sua nota (89), dice che: “(89) V. D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano’, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS = Archivio di Stato di Salerno, è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV = Archivio della Diocesi di Vallo della Lucania) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Dunque, come scriveva l’Ebner, la vasta tenuta del Centaurino, forse già antica e longobarda donazione all’Abbazia di Rofrano, era fra i “i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo ad interminabili controversie (89).”. Pietro Ebner (7), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”,vol. I, a p. 496 ci parla degli “Statuti di Rofrano” ed a p. 498 pubblica la trascrizione del cosiddetto “Crisobollo di re Ruggiero”, tratta dal Ronsini (….). Ebner, a p. 496, in proposito scriveva che: “Prime notizie sicure al diploma  di re Ruggiero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè del 1131, IX indizione (1). Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata (Ebner si riferisce al codice Cryptense Z δ XII), il re confermava all’abate Leonzio di quel cenobio (“tibi onorando religioso domino Leonzio, abbati sanctae Dei genitricis Criptae Ferrate ad nos profecto, ac supplicante (…) ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri, cum omnibus granciis, villis et pertinentiis suis”), le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc..dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (2).”Ebner, vol. I, a p. 496, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Descrizione precisa dei confini naturali e dei segni artificiali scolpiti su pietre, specialmente di quelli che racchiudevano la vasta tenuta denominata Centaurino, causa di annose liti tra i vescovi di Policastro, per conto del loro seminario, e i comuni di Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza, le cui terre confinavano con il Centaurino, che aveva preso nome ‘a fonte Centaurini’.”. Ebner si riferiva e parlava dell’antico documento di cui parlava l’Antonini (…) e l’Ebner (7), è chiamato “Crisobollo di Ruggero”. Si tratta di una donazione (diploma come lo chiama l’Ebner o Crisobollo come lo chiama la Follieri), fatta da Ruggero II d’Altavilla il Normanno, figlio di Ruggero I e Re di Sicilia, Leonzio, forse Abbate dell’Abbazia di Grottaferrata a Rofrano. L’Ebner, poi prosegue e riguardo all’antico documento Normanno del 1131, scriveva che:  “Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Abbiamo visto, però che, la vasta tenuta del Centaurino non era solo nei beni della chiesa di Rofrano e poi in seguito dell’Abbazia tuscolana ma faceva parte della disponibilità del conte Mansone. Come scrisse Pietro Ebner (7), il vasto possedimento del Centaurino, in seguito al passaggio del monastero di S. Mercurio al Seminario della Curia Vescovile di Policastro, diventò oggetto di liti pendenti davanti a diverse corti di giustizia. Diverse furono le cause vertenti dal XVIII secolo in poi, tra la Curia ed alcuni Comuni viciniori, per il possesso di alcuni antichissimi possedimenti dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e di altre Abbazie e Monasteri dei Comuni vicini. Tutti questi possedimenti e privilegi, tra cui anche quella del ‘Centaurino’, si potevano far ricondurre ai primi titoli concessi dai re Normanni ai monaci di alcune Abbazie e Monasteri sparsi sul nostro territorio, poi in seguito, caduti in disfacimento a causa dell’incuria ma soprattutto a causa dell’usurpazione che ne fecero alcuni baroni ed al trasferimento di questi beni alla Curia Romana. L’Ebner (7), a p. 435, nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, parlando di Policastro e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, sulla scorta del Ronsini (10), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (Ronsini (…), p. 29), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(…).”. Alla sua nota (27), l’Ebner, scrive che: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo, con il fisco per pagamenti contestati, con il principe di Bisignano per i confini di Sanza, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino.”Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 435, in proposito scriveva che: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31), per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’Università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’Abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il momastero anzidetto (1615). Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che: “(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Dalla Relazione redatta dal Consigliere De Micco (…), in una causa di confini, apprendiamo da p. 71 che: E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. Ritornando al diploma del 1131, del re Ruggero II, in cui figurano la vasta tenuta del Centaurino fra le precedenti donazioni confermate da re Ruggero II alla chiesa di Rofrano e di Grottaferrata, Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi etc..”, a p. 74 (vedi versione a cura di Visconti), in proposito scriveva che: “Il Re Ruggero, fondatore di questo nostro Regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò al rango di contea e la donò (52) al suo figlio illegittimo Simone; nello stesso tempo, concesse al Vescovado il feudo di quel castello che da lui fu detto Castel Ruggero. Come risulta poi da un’antico manoscritto, poichè in un bosco adiacente si vedevano molto spesso degli orsi nelle vicinanze di una torre che vi era eretta, il luogo cominciò ad essere frequentato dai coloni che vi andavano a caccia, e così a poco a poco quel feudo da rustico divenne urbano e prese il nome di Torre Orsaia (53).. Il Laudisio, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Ughell., cit., tomo 7, col. 758 (p. 542: Robertus, Normandus dux, ann. Christi 1065 eam destruxit, quam Rogerius rex magnificentius inde restituit ac comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit)”. Il Laudisio, nella sua nota (53) citava il Troyli, Historia Neapolitana, tomo I, part. 2, n. 66 (pp. 171-172: “…..”.”. La studiosa Giovanna Falcone (14), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127. Nel settembre del 1130 papa Anacleto II, concedendo al conte di Sicilia Ruggero II la dignità regia, fondava il nuovo Regno di Sicilia che includeva, oltre la Sicilia, la Calabria, il ducato di Puglia e le regioni fino a quel momento sottoposte all’autorità dei duchi normanni del Mezzogiorno peninsulare. Molto tempestivamente, quindi l’abate di Grottaferrata si premurò a richiedere al nuovo signore, il re Ruggero, la conferma dei possedimenti di Rofrano che fu concessa nell’aprile del 1131. Il documento è detto crisobollo perchè munito di sigillo d’oro.”. La Falcone, prosegue il suo racconto e scriveva: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobari di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”. Di seguito pubblico la trascrizione del “Crisobollo” tratta dal Ronsini (….), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, Salerno, 1873, p……, dove possiamo leggere che tra le località ed i possedimenti concessi da re Ruggero II d’Altavilla figurava anche la vasta tenuta del monte Centaurino:

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Riguardo il possedimento della vastatenuta del Centaurino”, recentemente abbiamo rintracciato all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, la Relazione del 1895 del Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli De Micco, nella Causa vertente tra ilPel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il comm. De Micco (….), nella sua Relazione a p. 73, riferendosi alla causa del Comune di Rofrano contro il Seminario di Roccagloriosa, in proposito si chiedeva: “Ed era lecito a lui mettere in dubbio l’autenticità del testamento del Conte Mansone; quando unico suo titolo era uno pseudo documento attribuito a Re Ruggiero, che si dice fatto originariamente in greco e presentato per la traduzione, per la prima volta dopo sette secoli, ignorandosi chi lo avesse custodito per così lungo tempo, e che era contestato e distrutto dal fatto del possesso del Seminario e dalla qualità di colono e lavoratore che aveva l’Abate di Grottaferrata di Rofrano ?.”. Giuseppe Barra (….), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, a p. 23, in proposito scriveva che: “Il re, dunque, confermò anche all'”ecclesiam sanctae marie rofrani sitam in partibus policastri” le sue “grantiis villis et pertinentiis”, e cioè i cenobi ecc…, due case a Salerno, il feudo del “Centaurino” posto tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza (35), ecc…”. Il Barra, a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Cfr. Breccia, p. 220“. Il Barra si riferiva a Gustavo Breccia, p. 220 del suo “Il monastero di S. Maria di Rofrano Grangia Criptense, note storiche”, in ‘Bollettino Cryptense’.

Nel 7 aprile 1133, la ratifica del testamento del conte Mansone, di Guidone e Alessandro, figli ed eredi del conte Mansone e di Gaitellina e nipoti di Altruda

Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, parlando di Roccagloriosa, a p. 385, riferendosi al “testamento” del conte Manso o Mansone del 1130, in proposito scriveva che: Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso; ecc…”Dunque, l’Antonini cita un certo “Conte Guidone nipote di Manso”. In precedenza abbiamo detto delle volontà testamentarie che nel 1130, prossimo alla morte, lasciò il conte Manso o Mansone, figlio del conte normanno Leone e conte di Roccagloriosa e Padula. Questo “Guidone” dovrebbe essere stato un nipote di Altrude e quindi figlio di Manso o Mansone. Antonini ci parla dei due nipoti di Altrude che il 7 aprile 1133 ratificarono il testamento del loro padre Manso estinto nel 1130. Il sacerdote Agatangelo Romaniello (16) parlando di Roccagloriosa, in proposito al testamento del conte Manso o Mansone, in proposito scriveva che: Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. “ (65). L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Dunque, il Romaniello sosteneva che una copia dall’originale del Testamento del conte Manso o Mansone e della sua ratifica trascritta dal sacerdote don Pantaleo Romaniello si conservavavo presso l’Archivio di Stato di Napoli. Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, .…da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che nel 1133, Guido e Alessandro, nipoti ed eredi del conte Mansone, forse i nuovi feudatari, confermarono il testamento e le volontà testamentarie volute dal conte Mansone prima di morire nell’anno 1130. Inoltre, Pietro Ebner scriveva che dal “Libro delle memorie” di Placido Tosone (vedi nota 28) (che aveva acquistato il feudo di Rofrano ed ereditò alcune liti tra il Comune e la Curia vescovile di Policastro), si apprende che in una lite, un giudizio contro il Vescovo di Policastro, al tempo della lite o del giudizio intentato contro la curia vescovile per il possesso della tenuta del Centaurino, il Vescovo di Policastro mostrò Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29”. Infatti, riguardo questo documento di ratifica del 7 aprile 1133, citato dal Laudisio e dall’Antonini e poi in seguito dal Romaniello, molte notizie  ci giungono attraverso i documenti prodotti nelle diverse Cause o liti pendenti dal secolo XV in poi, a seguito degli acquisti dei diversi feudatari succedutisi. Le donazioni e privilegi Normanni di cui abbiamo accennato, furono oggetto di revisione storica ed economica, proprio a causa di quelle liti. Sull’origine di alcune notizie storiche su Rofrano e su Roccagloriosa e, su i suoi monasteri, le origini di un testamento del conte Manso o Mansone, riferita dall’Antonini e dal Laudisio, poi in seguito ripresa dal Cataldo, dal Romaniello ecc…, devo precisare che essa deriva da alcuni documenti che fin dal 1434 furono presentati davanti alla Real Corte della Sommaria per liti pendenti fra le Università del luogo (Rofrano, Roccagloriosa) contro i vescovi di Policastro per le loro indebite usurpazioni, di cui parlerò in seguito. Le liti con la curia vescovile di Policastro ed i Capece, i Tosone ecc…Alcuni di questi documenti che attestano antiche donazioni normanne furono fatte valere nei processi pendenti. Il sacerdote Domenicantonio Ronsini (10), nel suo “Cenni storici sul comune di Rofrano”, a p. 29 citava l’antico documento della ratifica del testamento di Mansone e parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 per N. Mansione, contenuto nei “registri di don Placido Tosone”, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”,  a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Dunque, il Ronsini, parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri di don Placido Tosone, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Infatti, copia dell’istrumento, dell’atto, di ratifica del 1133 del testamento di Mansone è stato più volte citato a riprova negli Atti dei Processi di lite contro i Vescovi di Policastro. Inoltre, devo pure precisare che questi documenti e notizie storiche oltre al citato Antonini (….) e a ciò che aveva scritto il Ronsini (….), molte notizie provengono pure dagli atti di processi e cause pendenti contro la curia di Policastro. Un interessante scritto in cui vengono riepilogate le vicende storiche ed i documenti dell’epoca Normanna che riguardarono i lasciti e le donazioni del conte normanno Leone (in particolare la donazione della tenuta di “Cannamaria”) è il libretto “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. La relazione del commendatore De Micco (18) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. E’ probabile che questo documento, trae notizie sull’antichissimo documento Normanno proprio dalla Sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro. Nella Relazione del De Micco (18), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, TorreOrsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa, ove si scrive a p. 1, che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone e Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130.”, poi De Micco prosegue con la conferma dal testo in latino: “Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansonis nostri avi, …..”. Il consigliere di Cassazione Comm. De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone (la tenuta del Centaurino) riporta un estratto di una sentenza del 1600, scrive che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; veniva nel giudizio solenne del 1434, …innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – prout in quodam privilegio testamenti seriosius continetur.”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone, confermarono e ratichificarono detto testamento. E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘ sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”.

IMG_5666 - Copia

(Fig……) Copia della conferma del Testamento, datata 7 aprile 1133 del Conte Mansone tratta dal De Micco

Nel 7 aprile 1133, Landone di Rocca, fratello di Mansone, Guidone conte di Roccagloriosa e Padula e Alessandro, nipoti eredi del conte Mansone e figli di Gisulfo

Nel 7 aprile del 1131, dopo tre anni dalla morte di Manzo o Mansone, conte di Roccagloriosa e di Padula, il suo testamento del 1130, dove egli lasciava a suo figlia Altrude etc…, venne ratificato da suo fratello “Landone”, e dai suoi due nipoti “Guido” o “Guidone” e “Alessandro”. La ratifica del testamento di Manso, del 7 aprile 1133 del precedente testamento “Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, “fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio”. Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento’, a p. 435, anche sulla scorta del Ronsini (….) parlando di Rofrano e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, in proposito scriveva che: Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Dunque, Ebner parlando di Rofrano e sulla scorta del Ronsini (…) scriveva di “Guido e Alessandro”, nipoti del “conte Mansone” e figli di “Gisulfo” che dovrebbe essere stato un suo fratello. Indagando ancora sui tre feudatari che ratificarono il testamento di Mansone, mi chiedo chi fossero i tre feudatari che probabilmente ereditarono la giurisdizione sul feudo di Roccagloriosa ?. Entrambi figurano nel cosiddetto “Catalogus Baronum” che risale all’epoca di Guglielmo II detto il Malo. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiese Baroni e popolo del Cilento’, nel vol. II, a p. 416, parlando di Tortorella scriveva che: “Notizie sicure sono invece nel ‘Catalogus baronum’ (12) che segnala almeno 11 cavalieri dal predicato di Roccagloriosa.”. Ebner, a p. 416, nella nota (12) postillava che: “(12) ‘Catalogus’ cit., (Jamison, p. 103) nn. 560-565: Pietro Biviano (7 villani e con l’aumento ‘obtulit militem’ I); Pietro di Guaimario…., Lando (8 villani e con l’aumento un milite); Roberto, fratello di Lando, (2 villani e con l’aumento pure un milite); Landolfo di Rocca (4 villani e con l’aumento un milite); Guglielmo di Rocca, a dire del questore Alfano di Castellammare della Bruca (Velia), aveva 13 villani; mentre Fimiano ne aveva 4; Guido Capodomine 3; Raul di Rocca 3; Guido e Alessandro 3; ‘Gualterius rusticus villanum unum’. Cfr. Ebner, Economia e società cit., p. 241.”.

Un interessante scritto in cui vengono riepilogate le vicende storiche ed i documenti dell’epoca Normanna che riguardarono i lasciti e le donazioni del conte normanno Leone. Si tratta della Relazione “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, scrive che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; veniva nel giudizio solenne del 1434, …innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, pienamente confermato – prout in quodam privilegio testamenti seriosius continetur.”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone, confermarono e ratichificarono detto testamento. E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘ sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. La relazione del commendatore De Micco (…) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Napoli promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. E’ probabile che questo documento, trae notizie sull’antichissimo documento Normanno proprio dalla Sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro. Il De Micco (…), nella sua Relazione, a p. 9, scrive che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone ed Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130. ‘Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansionis nostri avi,…”. Il consigliere di Cassazione Comm. De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone (la tenuta del Centaurino), in proposito scriveva che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; ecc..”. Dunque, il 7 aprile 1133, gli eredi maschi del conte Manso o Mansone erano il fratello Landolfo di Rocca (che appare pure sul Catalogus baronum) ed i nipoti Guido e Alessandro. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone,……….E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. Dalla Relazione redatta dal Consigliere De Micco (…), in una causa di confini, apprendiamo da p. 71 che: E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. Dalla causa citata dal De Micco (…), apprendiamo che i personaggi della ratifica e conferma del  testamento del Conte Mansone, li troviamo citati e presenti nel ‘Catalogus Baronum’, compilato nel 1185, e pubblicato dalla Evelyn Jamison (…). Si tratta di Landulfo, fratello del Conte Mansone e figlio del Conte Normanno Leone (forse morto all’epoca) e pure si parla di Guidone, figlio di Alessandro (altro nipote di Leone e di Gaitellina sua moglie). Tutti militi di Rocca Gloriosa, come si può vedere nell’immagine tratta dal ‘Catalogus, pubblicato dalla Jamison.

de Rocca Gloriosae

(Fig….) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di Roccagloriosa, n. da 560 a 565

Dunque, dal ‘Catalogus Baronum’ si evince che dopo la morte di Manso o Mansone, signore di Roccagloriosa e di Padula, nel 1133, gli successero i due suoi figli (nipoti della sorella Aldrude, badessa del monastero feminile di S. Mercurio), Alessandro e Guidone e, dopo di essi la famiglia Morra. Dunque, nel ‘Catalogus baronum’ figuravano “Landolfo di Rocca (4 villani e con l’aumento un milite);”, e pure Guido e Alessandro 3;”. I feudatari della contea o del feudo di Roccagloriosa che successero al conte Manso o Mansone dopo la sua morte (a. 1130), dovrebbe figurare un certo “Landolfo di Rocca” che ritroviamo nel “Catalogus Baronum”. Secondo il ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185, i feudatari di Roccagloriosa (….), che governarono e signori del luogo: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Secondo il Catalogo dei Baroni, pubblicato dal Borrelli (….), i feudatari e i signori del luogo che governarono in queste terre ed in particolare a Roccagloriosa, furono: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. Il Conte Leone, oltre a Mansone aveva la figlia chiamata Altrude (sorella di Mansone), che a sua volta ebbe due nipoti: Guidone e Alessandro che il 7 aprile 1133, ratificarono e confermarono il privilegio del 1130. Nel 1133, dominavano sulle nostre terre i due nipoti di Altrude (figlia di Mansone che nel 1130 era conte di Roccagloriosa e di Padula). Dobbiamo indagare sui due nipoti di Altrude: Alessandro nipote di Altrude e suo figlio Guido o Guidone (eredi del conte Mansone). Il conte Mansone che continuò a dominare sulle nostre terre, aveva un fratello detto Landolfo (nel ‘Catalogus baronum’ del 1185 è detto ‘Landulfus de Rocca’) ed era sposato ad una donna chiamata Gaitellina. Dalla causa citata dal De Micco (…), apprendiamo che i personaggi della ratifica e conferma del  testamento del Conte Mansone, li troviamo citati e presenti nel ‘Catalogus Baronum’, compilato nel 1185, e pubblicato dalla Evelyn Jamison (…). Si tratta di Landulfo, fratello del Conte Mansone e figlio del Conte Normanno Leone (forse morto all’epoca) e pure si parla di Guidone, figlio di Alessandro (altro nipote di Leone e di Gaitellina sua moglie). Tutti militi di Rocca Gloriosa, come si può vedere nell’immagine tratta dal ‘Catalogus, pubblicato dalla Jamison. Sui tre feudatari del periodo post-Normanno, “Landone di Rocca”, “Guido” e “Alessandro” , Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, riferisce però delle notizie che sono in evidente contraddizione rispetto a quanto sin qui detto. Infatti, Ebner, nel vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: Nel 1114 Landolfo, un altro figliuolo del conte Mansone, con i fratelli Guido e Alessandro, figliuoli del fu Gisulfo, già monaco a Cava, confermarono (14) la donazione fatta rispettivamente dai genitori e dal nonno della proprietà anche a Tresino e Staino. Quest’ultimo e l’approdo di Tresino sono in genere sempre menzionati nei documenti che li riguardano. L’abate, però, forte della precedente risoluzione di vertenza, fece elevare la multa, in caso di controversia, a “mille auri solidos constantini”. Nel 1116, il duca Guglielmo confermo 815) all’abate Pietro, tra gli altri beni, anche quelli a Tresino, Licosa e Staino.”. Ebner, a p. 681, nella nota (12) postillava che: “(12) I, ABC, XVIII, 105, agosto a. 1109, II, Monastero di Cava. Il Verbale richiama un processo celebrato a Salerno alla presenza del duca Ruggiero etc…”. Ebner, a p. 681, nella nota (14) postillava che: “(14) I, ABC, XIX, 97 gennaio a. 1114, VI.”. Dunque, questo passaggio di Ebner attesta che secondo questi documenti, il conte normanno Leone, avesse un altro figlio oltre al conte Mansone, ovvero il conte “Pandolfo”. Il conte normanno Pandolfo, fratello di Mansone e figlio di Leone, aveva un figlio chiamato Gisulfo, che si era fatto monaco a Cava de Tirreni nella Badia. Ebner scrive pure che secondo il documento del 1114, il conte “Landolfo” era un altro figlio di Mansone e poi aggiunge pure che “Gisulfo”, figlio di “Pandolfo”, avesse due figli chiamati “Guido” e “Alessandro”. Di questi tre personaggi normanni, Landolfo, Guido e Alessandro, ne parlerò in seguito in quanto essi confermeranno il lascito del conte Mansone al monastero di Roccagloriosa. Ebner, a p. 681, aggiunge che: “Nel 1116, il duca Guglielmo confermò (15) all’abate etc..”. Sempre Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 115 parlando di “Licosa” in proposito scriveva che: Nel 1114, Landolfo, figlio del conte Mansone, e i fratelli Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo, poi monaco i cui resti vennero tumulati nel monastero cavense, dichiararono (10) che il rispettivo loro padre e avo “pro amore omnipotentis dei et pro salute animarum suarum” avevano offerto al monastero la quarta parte del monastero di S. Giorgio, costruito nel distretto di Cilento, …..e la quarta parte del monastero di S. Zaccaria a li Lauri. Tutto ciò insieme a quanto il predetto Mansone possedeva ad Acquavella, Licosa, Tresino e Staino.”. Sempre Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 123 parlando di “Li Lauri – S. Zaccaria a Li Lauri” in proposito scriveva che: “Nel 1143 le sorelle Itta e Sighelgaita, figlie del fu Glorioso, figlio del conte Pandolfo, alienarono (11) et…Del monastero di S. Zaccaria è poi notizia in un diploma (12) del duca Guglielmo di Salerno (1111-11279, figlio del duca Ruggiero, il quale confermò all’Abbazia cavense oltre la quarta parte del monastero di S. Giorgio, etc…ad Acquavella, Licosa Tresino e Staino. Beni, come abbiamo visto, già di Mansone e dei figli Gisolfo e Landolfo e poi di Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, e da essi donati al monastero Cavense.”. Dunque, il passaggio di Ebner è molto chiaro. Mansone aveva due figli: Gisolfo e Landolfo. Gisulfo aveva due figli: Guido e Alessandro. Guido e Alessandro erano nipoti di Mansone. Mansone aveva due figli: Gisolfo e Landolfo. Gisulfo aveva due figli: Guido e Alessandro. Guido e Alessandro erano nipoti di Mansone. Mansone era il nonno dei due fratelli Guido e Alessandro. Ebner scriveva che nel 1114, Landolfo, figlio del conte Mansone ed i due fratelli “Guido e Alessandro” entrambi figli di Gisulfo, “già monaco a Cava”, confermarono la donazione etc…Dunque, la notizia è del 1114 e ci parla di “Guidone” e “Alessandro”, fratelli e figli di Gisulfo, che si era già fatto monaco a Cava e ci dice pure che Guidone e Alessandro, erano entrambi nipoti di “Landolfo” (figlio del conte Mansone). Si tratta una notizia interessantissima che dovrebbe confermare la notizia storica riferita dall’Antonini e poi in seguito riferita dal Laudisio (…), della  riconferma del testamento del conte Mansone, avvenuta a detta del Laudisio per opera degli stessi personaggi ma nel 1133. Forse questo “Landone” (figlio del conte Mansone) era Landone di Rocca. Dunque, il conte “Mansone” era il nonno dei due fratelli “Guidone e Alessandro”. Ma se i due fratelli, figli di Gisulfo erano nipoti del conte Mansone, come hanno fatto a confermare la donazione di Tresino e Staino nel 1114 ? La notizia ci dice che il conte Mansone era già morto nel 1114. Dunque, se la notizia del monastero di Tresino, che riguarda l’anno 1114, significa che la notizia riportata dall’Antonini che nell’anno 1130, il conte Mansone faceva testamento non può essere accolta, in quanto è probabile che egli fosse già morto nel 1114.  Dunque, “i fratelli Guido e Alessandro, figliuoli del fu Gisulfo, già monaco a Cava”, già monaco a Cava nell’anno 1104, figlio di Pandolfo I conte di Capaccio era il padre dei due fratelli “Guido” e “Alessandro”. Il conte Pandolfo, fratello del conte Mansone, aveva due figli: Glorioso e un altro chiamato Gisulfo, che si era fatto monaco a Cava de Tirreni nella Badia. Ritornando al Mansone, fratello di “Pandolfo” ho già scritto che egli non era il primo Pandolfo ma suo figlio. Il conte normanno Pandolfo, fratello di Mansone e figlio di Leone, aveva un figlio chiamato “Gisulfo”, che si era fatto monaco a Cava de Tirreni nella Badia. Ebner scrive pure che secondo il documento del 1114, il conte “Landolfo” era un altro figlio di Mansone e poi aggiunge pure che “Gisulfo”, figlio di “Pandolfo”, avesse due figli chiamati “Guido” e “Alessandro”. Ebner, a p. 681, aggiunge che: “Nel 1116, il duca Guglielmo confermò (15) all’abate etc..”. Dunque, secondo i documenti citati da Ebner, il conte Mansone aveva un altro figlio chiamato “Landolfo” che poi è il “Landolfo” della conferma dell’atto del 1133 di cui vedremo innanzi, insieme ai due fratelli “Guido e Alessandro”, i quali confermano la donazione di Mansone al monastero di Roccagloriosa. Secondo il precedente passaggio di Ebner attesta che secondo questi documenti, il conte normanno Leone, avesse un altro figlio oltre al conte Mansone, ovvero il conte “Pandolfo”.

Nel 7 aprile 1133, Guido, vescovo di Policastro (?), appare nell’anatema della ratifica del testamento di Mansone

Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua prima edizione della “La Lucania – Discorsi”, parlando di Roccagloriosa, a pp. 385-386, riferendosi al “testamento” del conte Manso o Mansone del 1130, in proposito scriveva che: Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso; ecc…”. Il sacerdote Romaniello Agatangelo (16) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, in proposito scriveva che: Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. (65). L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Dunque, l’Agatangelo scriveva che il testamento di Mansone, visconte di Roccagloriosa, morto nel 1130, nel 7 aprile 1133 fu ratificato dai suoi nipoti ed eredi e scrive pure che sull’anatema dell’atto è scritto “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. Infatti, Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, sulla scorta del Ronsini (10), scriveva che: “Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava dell’anatema contenuto nell’atto di ratifica del testamento che: “(30) Nel documento del 1133 è detto “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”.”. Dunque, Ebner, presumento di conoscere l’atto di ratifica postillava che sull’atto vi era scritto che: “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”, che tradotto significa che: “Io sono il vescovo di Polycastro, insieme alla presenza del nostro clero, scomunicamo e anatemiamo tutti coloro che hanno voluto rompere o sminuire questi scritti”. Dunque, riferita la notizia possiamo soffermarci sull’altra notizia che il 7 aprile del 1133, la Diocesi di Policastro era retta dal Vescovo chiamato “Guido”. Chi era questo vescovo di Policastro chiamato Guido ?. In quegli anni (a. 1133), il Regno di Sicilia e dunque pure Policastro era posto sotto la dominazione Normanna di Ruggero II d’Altavilla. Pietro Ebner non solo riteneva il documento falso ma dubitava pure sul Vescovo di Policastro che intervenne alla stipula della ratifica, Guido. Ebner cita a riguardo la cronostassi dei Vescovi di Policastro indicata dal Laudisio nella sua “Sinossi” e l’altra che stilò il sacerdote Giuseppe Cataldo (….). Infatti, Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara.”. Dunque, Ebner, ritenendo falso il documento della ratifica del testamento del conte Manso o Mansone, dice pure che alla ratifica del documento intervenne il vescovo di Policastro “Guido”, di cui egli scrive “apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento”. Dunque, come ci fa notare l’Ebner, nella cronostassi della Diocesi di Policastro stilata dal sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nella “Sinossi etc…” del Laudisio (vedi versione a cura del Visconti): “Serie dei Vescovi di Policastro Bussentino dall’XI secolo ad oggi”, vediamo che nell’anno 1120, troviamo un “4. Ottone (Otho)?. 1120…” e “5. Goffredo?, 1139…”. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo, nella sua “serie dei Vescovi di Policastro dal XI secolo ad oggi” (pubblicata nella versione del Laudisio a cura del Visconti), scriveva che: “4. OTTONE (OTHO)?, 1120…5. GOFFREDO?, 1139; 6. GIOVANNI III?, 1166…; 7. GIOVANNI IV ?, 1172; 9. GERARDO Arciprete di Saponara – Saponara, 1211-18 ecc..”. E’ anche per questo motivo che l’Ebner ritiene anche la ratifica del testamento di Mansone un documento falso. Ebner scriveva pure che sia nella cronostassi dei vescovi di Policastro del Laudisio che in quella del Cataldo non vi è traccia di questo vescovo. Nel 1873, G.B. Gams (…), nel suo ‘Series episcoporum Ecclesiae Catholicae’, Ratisbona, a pp. 912-913 ci parla del vescovado di Policastro ed a p. 912, in proposito scriveva che: “98. Polycastro (ant. Bussento): 561 Rusticus; NN., morto ante 593; 649 Sabbatius; Policastrum: 1079 S. Petrus Pappacarbone, res 1109, morto 4 III 1123; 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211; Gulielm., de Licio, O.S. Fr., c. 1122; Giovanni di Castellomata 1221 ecc..”. Anche Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, in proposito scriveva che: Praeterea in Diptycho ecclesiae b. Matthaei Salernitanae (ed. Garufi in Fonti per la storia d’Italia LVI 231) adnotantur Petrus et Oto Paleocastrenses episcopi et in Necrologio eiusdem ecclesiae sub die iul. 25 a. 1139 depositio Goffridi Paleocastrensis ep. et sub die aug. 1 a. 1172 obitus Iahannis Polecastrensis ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), cuius memoriam servat inscriptio in turri campanaria ecclesiae cathedralis posita (ed. Laudisius p. 74). Etc..”. Di questi vescovi ho già parlato in altri miei saggi. Riguardo il testamento di Manso o Mansone, visconte di Roccagloriosa e l’atto o Istrumento di ratifica del 7 aprile 1133, i due documenti sono a noi noti in seguito alle diverse Cause o liti pendenti dal secolo XV in poi, a seguito degli acquisti dei diversi feudatari succedutisi. Le donazioni e privilegi Normanni, di cui abbiamo accennato furono oggetto di revisione storica ed economica, proprio a causa di quelle liti. Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, .…da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29”. Pietro Ebner scriveva che dal “Libro delle memorie” di Placido Tosone (vedi nota 28) (che aveva acquistato il feudo di Rofrano ed ereditò alcune liti tra il Comune e la Curia vescovile di Policastro), si apprende che in una lite, un giudizio contro il Vescovo di Policastro, al tempo della lite o del giudizio intentato contro la curia vescovile per il possesso della tenuta del Centaurino, il Vescovo di Policastro mostrò Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc..”. Infatti, il sacerdote Domenicantonio Ronsini (10), nel suo “Cenni storici sul comune di Rofrano”, a p. 29 citava l’antico documento della ratifica del testamento di Mansone e parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 per N. Mansione, contenuto nei “registri di don Placido Tosone”, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”,  a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Un interessante scritto in cui vengono riepilogate le vicende storiche ed i documenti dell’epoca Normanna che riguardarono i lasciti e le donazioni del conte normanno Leone (in particolare la donazione della tenuta di “Cannamaria”) è il libretto “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. La relazione del commendatore De Micco (….) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. E’ probabile che questo documento, trae notizie sull’antichissimo documento Normanno proprio dalla Sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro. Nella Relazione del De Micco (…), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa, ove si scrive a p. 1, che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone e Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130.”, poi De Micco prosegue con la conferma dal testo in latino: “Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansonis nostri avi, …..”. Per quanto riguarda uno dei due documenti, ovvero il testamento di Manso, il De Micco (….), nella sua relazione, a p. 6, in proposito scriveva che: “3°. Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, ufficio Politico, fra le ‘scritture della Curia del Cappellano Maggiore’, e proporiamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Iannis De Afflicto Baronis Roccaegloriosae contro D. Dominicum de Afflicto cessionarium terrae prae Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1° pandetta 2° N. 220”. Dunque, il De Micco trae il testamento di Mansone dalla causa civile del Barone D’Afflitto contro la curia vescovile di Policastro. Il consigliere di Cassazione Comm. De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone (la tenuta del Centaurino), riporta un estratto di una sentenza del 1600, scrive che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; veniva nel giudizio solenne del 1434, …innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – prout in quodam privilegio testamenti seriosius continetur.”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone, confermarono e ratichificarono detto testamento. E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘ sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”

Padre Agatangelo Romaniello (16), parlando della sua Roccagloriosa, riferendosi al testamento di Manso o Mansone, in proposito scriveva che: Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. (65)”.L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Dunque il Romaniello scriveva che nell’anno 1133, ai tempi di re Ruggero II d’Altavilla, i signori del luogo (i feudatari di Roccagloriosa) erano Alessandro e Guidone, figli del conte Manso o Mansone, fratello di Aldrude, badessa delmonastero femminile di S. Mercurio. I due fratelli, nel 1133 ratificarono il testamento del padre Manso “per benevolenza verso il vescovo di Policastro Guido”. Il Romaniello, a p….., nella sua nota (65) scrive che copia del documento fu trascritto dal sacerdote Pantaleo Romaniello, suo avo e conservato presso l’Archivio Parrocchiale di Roccagloriosa di cui l’originale esiste presso l’Archivio di Stato di Napoli.

Nel XII secolo, le Baronie cresciute con Guglielmo I detto il ‘Malo’

Felice Fusco (…), nel suo, ‘Quando la Storia tace: ‘Dalla ‘Sontia’ Lucana alla ‘Santia’, pubblicato nel 1992, a p. 205 parlando di Sanza, in proposito scriveva di Padula e diceva che: Eliminati i bizantini, Langobardi e Saraceni, l’Italia meridionale con la Sicilia divenne uno stato forte e unitario la cui amministrazione fu basata su ordinamenti feudali meticolosi e severi (164). Il Cilento con Guglielmo I d’Altavilla divenne la ‘Contea del Principato’, dalla quale nei primi decenni del XII secolo si staccarono le terre del Vallo di Diano che vennero aggregate alla ‘Contea di Marsico’. Nel Vallo i Normanni adottarono la politica della creazione di ‘clientele vassallatiche longobarde’, come dimostrano ampiamente i documenti della Badia di Cava: signori langobardi figurano a Padula (165), Sala (166), Diano (167), Atena (168).”. Il Fusco (…) a p. 205 nella sua nota (165) postillava che: “(165) C(odice) D(iplomatico) V(erginiano), a cura di P. Tropeano, I-IV, Montevergine, 1977-80, III, 341.”. Dunque, Felice Fusco ci parla della politica che adottarono i Normanni nelle nostre terre con Guglielmo I d’Altavilla, successore di Ruggero II di Sicilia, ovvero dopo la sua morte. Guglielmo I di Sicilia, detto il Malo fu re di Sicilia dal 1154 al 1166. «Guglielmo I (detto il Malo), successore di Ruggero, trascorse la maggior parte del suo periodo di regno in Palermo, e la maggior parte delle sue giornate – come sussurravano le malelingue – nei giardini e negli harem del suo palazzo. La presenza fisica del sovrano in Sicilia consentì perciò l’evolversi di un sistema amministrativo alquanto diverso, impostato su fondamenta ad un tempo arabe e bizantine». Il Fusco dunque, per la storia del Vallo di Diano citava il Codice Verginiano dove sono pubblicati oltre 6000 documenti conservati all’Abbazia di Montevergine che come sappiamo aveva acquistato buona parte dei possedimenti e dei beni della chiesa del Vallo di Diano. Fra questi documenti, la gran parte riguardano documenti dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni che in queste terre ebbe un ruolo fondamentale e possedeva tantissimi monasteri e grangie. Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 167, sulla scorta di Ebner (…), in proposito scriveva che: “A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere politico acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano quella del ‘vescovo-barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’igùmeno del cenobio greco di San Giovanni a Piro; e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Qui ancora si conserva una delle più antiche testimonianze artistiche medievali del Cilento: è una lastra di pietra, alta circa cm 90 con su scolpito a basso rilievo san Michele, in atto di trafiggere con la lancia il drago. Ecc…”. Secondo i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) pare che, Policastro fosse rimasta Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale (…), anche all’epoca di Federico II di Svevia. Pietro Ebner (…), sulla scorta di Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), scriveva in proposito:“La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum’, n. 492), con le sue undici dipendenze.”L’Ebner, alla sua nota (55) della p. 227, riguardo Policastro, dice: “Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Dunque, Pietro Ebner, scriveva che al tempo dei due re Guglielmi, Guglielmo I il Malo e re Guglielmo II il Buono, si formarono anche grazie ai due regnanti Normanni, delle vere e proprie Baronie ecclesiastiche, come quella molto potente dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, di Rofrano, di Policastro (di Torre Orsaja), ecc….Queste baronie, divennero via via molto potenti fino all’ascesa di Federico II di Svevia che le combattè cercando di riportarle nel loro giusto potere feudale. Nel 1189, dopo la morte di re Guglielmo II il Buono, sebbene la capitale del Regno di Sicilia fosse a Palermo, Salerno e le nostre terre, avevano ancora un ruolo particolare ed importante nel Regno. Lo dimostra la notizia che, nell’anno 1189, forse era già morto re Guglielmo II il Buono e ritroviamo Riccardo Florio di Camerota a fianco del suo collega Luca Guarna a derimere una controversia giudiziaria. Non abbiamo notizie certe in merito alla situazione nel Golfo di Policastro e delle altre Baronie sorte durante l’epoca dei due re Guglielmi. I principi e signori, oltre ad offrire feudi, beni e privilegi, donarono all’abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni o la proprietà o il diritto di patronato su chiese e monasteri. I vescovi ambivano di avere nelle loro diocesi i Cavensi per il bene che vi operavano. I papi, oltre la conferma delle donazioni, concessero il privilegio dell’esenzione. In questo modo l’abate di Cava dei Tirreni finì per avere una giurisdizione spirituale, dipendente solo dal Papa, sulle terre e sulle chiese di cui la Badia aveva la proprietà. Da parte sua Cava costituiva per i papi un caposaldo di cui potevano fidarsi pienamente, tanto da affidarle in custodia alcuni antipapi. Degli anni e della dominazione Normanna, Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 145, in proposito alla fine della dominazione Longobarda e agli albori della Baronia ecclesiastica dell’Abazia di Cava dei Tirreni, scriveva che: “Nel 1100, infine, per volontà di papa Urbano II, si stabilì, tramite uno strumento pubblico rogato nel castello di Agropoli, quali fossero i confini fra il territorio del vescovo pestano e quello della Badia di Cava che una ventina di anni dopo avrà il suo centro spirituale, economico e militare nel nuovo ‘castello dell’Abate’.”. Sempre il La Greca a p. 168, sciveva che: “Possesso della Badia di Cava erano gli approdi di ‘Santa Maria di Giulia’ (odierna San Marco), di ‘San primo di Cannicchio’ (a nord-ovest di Acciaroli), di Santa Maria di Pioppi (Pioppi), dello ‘Stagno’ (o ‘Marinelle’, a Tresino di Agropoli), del ‘Puzzillo’ (fra Santa Maria e San Marco di Castellabate) di Oliarola’ (Ogliastro marina) e San Matteo (alla foce dell’Alento), che rappresentarono il naturale sbocco di mercato dei prodotti agricoli in eccedenza dell’entroterra, gestito con oculatezza, soprattutto tramite costanti miglioramenti dei rapporti coi coloni che i benedettini seppero instaurare sulla scia della riforma agraria già operata a Sant’Arcangelo da Pietro da Salerno fin dal 1067.”

Nel 1143, Itta e Sighelgaita, figlie di Glorioso (figlio del conte Pandolfo) donarono Li Lauri ed il monastero di S. Zaccaria

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 123 parlando di “Li Lauri – S. Zaccaria a Li Lauri” in proposito scriveva che: “Nel 1143 le sorelle Itta e Sighelgaita, figlie del fu Glorioso, figlio del conte Pandolfo, alienarono (11) et…Del monastero di S. Zaccaria è poi notizia in un diploma (12) del duca Guglielmo di Salerno (1111-1127), figlio del duca Ruggiero, il quale confermò all’Abbazia cavense oltre la quarta parte del monastero di S. Giorgio, etc…ad Acquavella, Licosa Tresino e Staino. Beni, come abbiamo visto, già di Mansone e dei figli Gisolfo e Landolfo e poi di Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, e da essi donati al monastero Cavense.”.

NEL 1144, ROCCAGLORIOSA NEL ‘CATALOGUS BARONUM’

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiese Baroni e popolo del Cilento’, nel vol. II, a p. 416, parlando di Tortorella scriveva che: “Notizie sicure sono invece nel ‘Catalogus baronum’ (12) che segnala almeno 11 cavalieri dal predicato di Roccagloriosa.”. Ebner, a p. 416, nella nota (12) postillava che: “(12) ‘Catalogus’ cit., (Jamison, p. 103) nn. 560-565: Pietro Biviano (7 villani e con l’aumento ‘obtulit militem’ I); Pietro di Guaimario…., Lando (8 villani e con l’aumento un milite); Roberto, fratello di Lando, (2 villani e con l’aumento pure un milite); Landolfo di Rocca (4 villani e con l’aumento un milite); Guglielmo di Rocca, a dire del questore Alfano di Castellammare della Bruca (Velia), aveva 13 villani; mentre Fimiano ne aveva 4; Guido Capodomine 3; Raul di Rocca 3; Guido e Alessandro 3; ‘Gualterius rusticus villanum unum’. Cfr. Ebner, Economia e società cit., p. 241.”. Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Sui baroni e feudatari di Roccagloriosa, quelli citati nel “Catalogus Baronum” del Borrelli (….), ha scritto pure Lorenzo Giustiniani (….). Su Roccagloriosa ha scritto Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario istorico-geografico ragionato del Regno di Napoli”, nel suo vol. III, a pp. 31-32-33, alla voce “Roccagloriosa”, in proposito scriveva che: “Terra in Principato Citeriore….Nel catalogo de’ baroni pubblicato dal dotto ‘Borrelli (I) dopo l’opera del ‘Marchese’ intitolata ‘Vindex Neapolitanae Nobilitatis’ si legge nella rubrica di ‘Rocca Gloriosa’ si legge che: ….”. Il Giustiniani a p. 32, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Pag. 56”:

Giustiniani, p. 34, vol. VIII, Roccagloriosa

Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, scrive che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; veniva nel giudizio solenne del 1434, …innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, pienamente confermato – prout in quodam privilegio testamenti seriosius continetur.”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone, confermarono e ratichificarono detto testamento. E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘ sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”.

Dalla causa citata dal De Micco (…), apprendiamo che i personaggi della ratifica e conferma del  testamento del Conte Mansone, li troviamo citati e presenti nel ‘Catalogus Baronum’, compilato nel 1185, e pubblicato dalla Evelyn Jamison (…). Si tratta di Landulfo, fratello del Conte Mansone e figlio del Conte Normanno Leone (forse morto all’epoca) e pure si parla di Guidone, figlio di Alessandro (altro nipote di Leone e di Gaitellina sua moglie). Tutti militi di Rocca Gloriosa, come si può vedere nell’immagine tratta dal ‘Catalogus, pubblicato dalla Jamison.

Il Laudisio (…), parlando di Roccagloriosa, scriveva in proposito che: “Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme” (i Cavalieri dell’Ordine di Malta). Ma il Laudisio, non dà alcun riferimento a riguardo.

Dalla Relazione redatta dal Consigliere De Micco (…), in una causa di confini, apprendiamo da p. 71 che: E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. Dalla causa citata dal De Micco (…), apprendiamo che i personaggi della ratifica e conferma del  testamento del Conte Mansone, li troviamo citati e presenti nel ‘Catalogus Baronum’, compilato nel 1185, e pubblicato dalla Evelyn Jamison (…). Si tratta di Landulfo, fratello del Conte Mansone e figlio del Conte Normanno Leone (forse morto all’epoca) e pure si parla di Guidone, figlio di Alessandro (altro nipote di Leone e di Gaitellina sua moglie). Tutti militi di Rocca Gloriosa, come si può vedere nell’immagine tratta dal ‘Catalogus, pubblicato dalla Jamison.

de Rocca Gloriosae

(Fig….) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di Roccagloriosa, n. da 560 a 565

Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Per quanto riguarda le nostre terre e baronie, già l’Antonini (2), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, ecc..”. Secondo il Catalogo dei Baroni, pubblicato dal Borrelli (55), i feudatari e i signori del luogo che governarono in queste terre ed in particolare a Roccagloriosa, furono: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. Nel XIII secolo questo era uno dei castra exempia di Federico II di Svevia, e se ne riservava l’affidamento direttamente alla casta regnante. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al ‘Calento’ (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia. L’Ebner prosegue, scrivendo che:“Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. La studiosa Falcone (…), sulla scorta di Ebner (…), faceva notare che: “Con riferimento a questo e a numerosi altri casi di vescovi-abati-baroni, creati in particolare da Umfredo d’Altavilla e dal fratello Guglielmo nel corso della conquista normanna seguita alla presa di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo (1076), Pietro Ebner ha parlato di baronie ecclesiastiche (207).”. Infatti, l’Ebner, sulla scorta di Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”.

Nel 1171, Manso Salernitano e la moglie Guttualda, in un atto di vendita rogato a S. Marco Argentano

Riguardo Manso o Mansone ha scritto anche il sacerdote padre Francesco Russo (….), nel suo “Medici e veterinari Calabresi (sec. VI-XV) – Ricerche storico-bibliografiche”, pubblicato a Napoli, nel 1962 e, dove a p. 110, in proposito scriveva che: “Un ‘Pietro’ medico compare come teste in un documento rogato in S. Marco Argentano nel gennaio del 1171. Si tratta di un atto di vendita fatto da Manso Salernitano – abitante in Cassano – e dalla moglie Guttualda a Domenico, abate cistercense della Sambucina (55).”. Il Russo, a p. 110, nella sua nota (55) postillava che: “(55) Ivi (A. Pratesi, Carte latine di Abbazie calabresi, Città del Vaticano, 1958), p. 69-71. A voler tenere conto della donazione “ab incarnatione”, l’atto dovrebbe essere del genn. 1172.”. Il Russo postillava che l’atto di donazione in questione fu pubblicato nel testo di Alessandro Pratesi (….), Carte latine di Abbazie calabresi.

Roccagloriosa nell’età Sveva

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiese Baroni e popolo del Cilento’, nel vol. II, a p. 416, parlando di Tortorella scriveva che: “Vi sono poi alcuni documenti che riguardano Roccagloriosa e cioè 6 vendite e una permuta nel periodo 1257-1375 (13). Dell’età sveva ci è pervenuto l’elenco dei villaggi tenuti alla manutenzione del “castrum Rocce de Gloriosa” (14).”. Ebner, a p. 417, nella nota (1) postillava che: “(13) Ebner, Economia e Società, cit., I, p. 282. I 7 documenti di cui nel testo sono tutti inediti: ABC, LII, 107, aprile 1257, XV, vendita; LV 108, dicembre 1268, XI vendita; ABC, LVI 41, gennaio 1271, XIII, vendita; ABC, LXXVI, 49, novembre 1375, XVI, vendita; LXXVI 52; novembre 1375, XVI, vendita.”.

Nel 1230-1231, Federico II di Svevia, nomina i ‘provisores’ dei castelli del Principato, come quello di Policastro e tra questi abitanti di Tortorella, Sanza, Torraca, Rofrano, Rivello, Trecchina, Camerota

Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 53 in proposito scriveva che: “Fra i documenti normanni del 1150 e quelli angioini del 1278, è presente un’altra registrazione con un nome diverso, ma similare: l’Imperatore Federico II nel moninare i provsor’ dei castelli del Principato, indicò i paesi che dovevano contribuire alle spese di riparazione o di armamento. Per quello di Policastro tra gli altri paesi, impose i pagamenti anche a “Muchrone”. Ciò risulta dal Codice diplomatico Salernitano sotto l’anno 1230-31 (6).”. Il Gentile a p…., nella sua nota (6) postillava che: “(6) Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano, vol. I, pag. 156, 7, 8. Gli altri paesi che dovevano concorrere alle spese erano Tortorella, Sanza, Torraca, Rofrano, Rivello, Trecchina, Camerota. I provisores erano due: Agneo de Matuscio e Sanctoni de Montefuscoli.”. I nomi dei casali di Tortorella (“Terra Turturellae et eius casales seu castella, videlicet: Bactorum, Casalecti et Bactalearum’”, sono ricordati in un documento della ‘Cancelleria’ Federiciana pubblicato da Winkelmann (…) e poi dal Carucci (…), citato da Nicola Montesano (…). Parlando del Castello e della fortezza di Policastro, Pietro Ebner, a p. 336, dopo aver citato l’episodio della ‘Congiura dei baroni’ contro Federico II di Svevia, in cui venne coinvolto ed imputato il Conte Simone di Policastro, riferendosi all’Imperatore Federico II di Svevia, scriveva che: “Nel 1230-1231 nel nominare i ‘provisores’ dei castelli imperiali del Principato, Federico II elencò i villaggi e le baronie tenuti alla manutenzione del castello di Policastro (32).”. Ebner, a p. 336, nella sua nota (32), postillava che: “(32) Fidericus (…) Agneo de Matuscio et Sanctoni de Montefuscoli provisoribus castrorum, li costituisce provisores dei castrorum nostrum di Principato, Terra di Lavoro e Terra Beneventana (…) Castrum Policastri, ecc…”, e faceva riferimento al Carucci, vol. I, p. 89. Devo precisare però che il documento pubblicato a p. 89 del vol. I dal Carucci, riguarda la facenda del medico di Federico II e non dice nulla sui ‘provisores’ nominati per il “Castrum Policastri”. L’Ebner (…), scriveva che: Nel 1230-1231 nel nominare i ‘provisores’ dei castelli imperiali del Principato, Federico II elencò i villaggi e le baronie tenuti alla manutenzione del Castello di Policastro.”. (Carucci, vol. I, p. 156, come mostra l’immagine). Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, dove parlando di Casaletto a p. 21 in proposito scriveva che: “Durante il periodo di dominazione normanno-sveva un ordine impartito da Federico II obbligava gli abitanti di Tortorella nel ‘iusticiaratu Principatus et Terre Beneventane’ a partecipare ai lavori di restauro del castrum di Policastro: “In primis castrum Pulicastri debet reparari per homines Turturelle et per homines Conse, per homines Turracae, per homines Rustrani, item per homines Brigetti et Tuclani, qui sunt de iusticiaratu Basilicate; item potest reparari per homines Policastri, per homines Muclarone et per homines tocius baronie Camerate, que omnes terre sunt vicine Policastro, in quo nulla est fomiglia ordinata” (32).”. Il Montesano, a p. 21, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Acta Imperii Inedita – Eduard Winkelmann – Innsbruck – 1880, pag. 775.”. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, parlando dell’Imperatore Svevo Federico II e, soprattutto al periodo successivo alla ‘Congiura di Capaccio’ ed alla crudele repressione che ne seguì, in proposito scriveva che: Cercò poi di estromettere i feudatari dai castelli costruiti dopo il 1189, per cui non potevano avere avuto alcuna concessione e ne dispose l’obbligo di manutenzione, a cui dovevano partecipare i villaggi vicini e lontani che per qualsiasi titolo avevano relazione con essi. Tra alcuni dei principali castelli che ruotavano attorno alla proprietà regia vi era quello di Camerota e quello di Policastro, che ricadeva nelle pertinenze del feudo di Camerota, vi era anche quello di Roccagloriosa (distrutto dai Francesi nel 1806), alla cui manutenzione dovevano collaborare anche tutti gli uomini liberi del feudo di Castellammare della Bruca (Velia).”. Il Winkelmann (…), a p. 775, in proposito a questo documento di cui non riporta data ma lo mette in “STATUTA OFFICIORUM” dove a p. 768 scriveva docum. n. 1005 del 1241-1246, a p. 775 in proposito scriveva che: “Nomina castrorum et domorum imperialis ducatus Amalfie, Principatus et Terre Beneventane et nomina terrarum iusticairatus eiusdem, que sunt deputate ad reparacionem castrorum et domorum imperialum eorundem”:

Winkelmann, Acta Imperii Inedita, p. 775

(Fig…..) Winkelmann (…), Acta Imperii Inedita, op. cit., p. 775, documento di Federico II

Ciò risulta dal Codice Diplomatico Salernitano sotto l’anno 1230-31 (…). Si tratta di un documento tratto dalla Cancelleria Angioina ma riguarda un documento dell’epoca Federiciana, ovvero il documento in Carucci (…) a p. 156, vol. I, LXXVIII, dove il Carucci scrive 1230-31 ?”, Federico II nomina i ‘provisores’ dei castelli del Principato ecc..“. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento Medievale’, a p. 537, parlando di Policastro riportava la stessa notizia e in proposito scriveva che: Un documento di Federico II informa che alle opere dimanutenzione del castello erano tenute dalle famiglie di Camerota, Morigerati, Policastro,Rivello, Rofrano, Sanza, Torraca (di cui faceva parte sicuramente il piccolo centro di Sapri), Tortorella e Trecchina (10).“. Ebner (…), a p. 537, vol. I, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Carucci, Codice diplomatico salernitano, cit., p. 89.”.Ma Ebner si sbagliava perchè il Carucci a p. 89 del vol. I, parla della questione della nomina del vescovo a Policastro nel 1211.

Carucci, p. 89

(Fig…..) Carucci, op. cit., vol. I, p. 89

Stesso errore fanno i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “Passata nelle mani di Giovanni Ruffo nel 1229 (75), Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il corso del XIII secolo. La città era ambita da personalità del mondo politico ecclesiastico, più a causa della sua importanza castrense, strategica (da far valere ogni volta che nelle corti si preannunciasse un pericolo di rivolta o di guerra), che per dichiarare risorse economiche. Nel 1211, ad esempio, per vescovo di Policastro era designato il medico del Re di Sicilia, Giacomo, poi eletto (76); nel 1230-31 la città e il Castello dovevano essere riparati da uomini di Tortorella, Sanza, Torraca, Rofrano, Rivello, Trecchina, Policastro, Morigerati, Camerota, cioè da mezzo Cilento e da uomini della Lucania interna (77).”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (75), postillavano che: “(75) M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, cit., p. 8”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (76), postillavano che: “(76) C. Carucci, Codice diplomatico salernitano del sec. XIII, Roma, Fonti per la Storia, ecc.., 1931, vol. I, p. 89.”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (77), postillavano che: “(77) Carucci, op. cit., I., s.a.”. Lo studioso locale Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati‘, pubblicato nel 2001, a p. 52, in proposito a Morigerati all’epoca Angioina, dissertando sui diversi toponimi che Morigerati ha sulla documentazione d’epoca Angioina scriveva che: Per quello di Policastro tra gli altri paesi, impose i pagamenti anche a “Muchrone”. Ciò risulta dal Codice Diplomatico Salernitano sotto l’anno 1230-31 (6).”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIII, vol. I, pag. 156, 157, 158. Gli altri paesi che dovevano concorrere alle spese erano: Tortorella, Sanza, Torraca, Rofrano, Rivello, Trecchina, Camerota. I provisores erano due: Agneo de Mastuscio e Sanctoni de Montefuscoli.”. Il documento citato dal Gentile (…), nella sua nota (6), a p. 58, riguarda Federico II di Svevia ed è trascritto nel vol. I del Carucci Carlo (…), op. cit.,  a pp. 156-157-158 e come scrive lo stesso Carucci è tratto dalla Cancelleria Sveva trascritto dal Wilkelmann (…) “Acta Imperii”, n. 758. Il Gentile scriveva in proposito a tale documento pubblicato e tratto dal Carucci (…): “Fra i documenti normanni del 1150 e quelli angioini del 1278, è presente un’altra registrazione con un nome diverso ma similare: ecc..ecc…Per quello di Policastro tra gli altri paesi, impose i pagamenti anche a “Muchrone“. Carlo Carucci (…), nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, ovvero il vol. I: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”, egli scriveva dell’Imperatore Federico II. La notizia è tratta dal Carucci (…), nel suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, edito nel 1946, vol. I, ovvero il “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”, dove a pp. 156-157, pubblicava il documento del 1230-1231 (?), che fu pubblicato da Winkelmann (…) , in ‘Acta imperiali’, n. 764. Il Winkelmann (…), secondo il Carucci (…), in ‘Acta Imperii ecc..’, al n. 775 e, tratti da Sthamer Eduard (…), in ‘Die Verwaltung der Kastelle im Konigreig Sizilien unter Kaiser Friedrich II und Kar I von Anjou’, vol. I, II,III, Leipzig, 1914, pubblicò il documento del 1230-1231, tratto dai Registri della Cancelleria Svevo-Angioina, dove si elencavano i “Nomi dei castelli e dei palazzi della Corona imperiale esistenti nella provincia di Salerno durante la dominazione Sveva, col personale di custodia e coi nomi dei paesi obbligati alle spese di riparazione di essi.”. Secondo il Carucci, questo elenco di castelli e fortezze imperiali appartenenti alla casa regnante dell’Imperatore Federico II di Svevia, nella Provincia di Salerno, all’epoca Angionina di Carlo I e Carlo II, non subì modifiche, ma restò inalterato. Come possiamo leggere dal documento del 1230-1231, pubblicato anche dal Carucci a p. 156-157 del vol. I, nel “Castrum Policastri”, ed al suo castello, vi era addetto il seguente personale: “LXXVIII. – 1230-1231 ?. Federico II nomina i ‘provisores’ dei castelli del Principato, di Terra di Lavoro e della Tera beneventana e dà loro istruzioni circa il numero dei servienti di ciascun castello, circa le paghe da corrispondersi loro, le riparazioni eventuali da farsi, la coltivazione delle terre annesse ecc… Per ogni castello ordina si faccia un inventario di quanto possiede di armi, vettovaglie, animali ecc.., redatto in triplice copia, di cui una resti al castellano, l’altro presso i detti ‘provisores’, e il terzo si mandi alla regia curia.” Il Carucci (…), nella sua nota a tergo del documento postillava che: “Dal Winkelmann. ‘Acta imp.’, n. 764”, ma a p. 764 non pubblica questo documento. Il documento in questione pubblicato dal Winkelmann è a p. 775. Nel documento è scritto: “Fridericus etc. Agneo de Matuscio et Sanctoni de Montefuscolo, provisoribus etc…”.

Carucci, p. 156, vol. I

(Fig….) Carucci Carlo (…), op. cit., vol. I, p. 156 e s.

Il Carucci (…) a p. 157, aggiunge che: “Nomi dei castelli e dei palazzi della Corona imperiale esistenti nella provincia di Salerno durante la dominazione Sveva, col personale di custodia e coi nomi dei paesi obbligati alle spese di riparazione di essi. (Dal Winkelmann, ‘Acta Imperii’, pag. 775, e da Sthamer Eduard (…), in‘Die Verwaltung der Kastelle im Konigreig Sizilien unter Kaiser Friedrich II und Kar I von Anjou’, vol. I, II,III, Leipzig, 1914). Durante i regni di Carlo I e Carlo II d’Angiò lo statuto di essi non subì cambiamenti notevoli e i castelli del Principato insieme con quelli di terra di Lavoro, furono alla dipendenza dello stesso ‘provisor castrorum’.”. Nella parte del documento pubblicata a p. 157 del vol. I dal Carucci, si legge: “Castrum Policastri’ debet reparari per homines Turturelle et per homines Sanse, per homines Turrace, per homines Roffrani; item per homines Brigelli (Rivello ?) et Triclani (Trecchina), qui sunt de iustitieratu Basilicate; item potest reparari per homines Policastri, per omines Muclarone (Morigerati; nel 1294 Moregeranum) et per homines totius baronie Camerote, que omnes terre sunt vicine Policastro, in quo nulla est familia ordinata.”.

Carucci, p. 255

(Fig…) 1230-1231, in ‘Acta Imperii’ n. 775 di Winkelmann (…) e, in Carucci (..), vol. I, p. 157

Carucci, p. 160

Carucci, p. 160, nota (1)

(Fig….) Documento Federiciano, tratto dal Carucci (…), vol. I, pp. 156-157

Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “La contea di Policastro fu sempre considerata un caposaldo difensivo e per le comunità del Cilento e per Salerno, infatti, anche sotto Federico II il “castrum” subì rifacimenti, finanche col contributo della baronia di Camerota (79). Ecc…”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Nel Codice Diplomatico Salernitano, I.“. Sempre il Campagna (…), sulla scorta del ‘Codice Diplomatico Salernitano’, del Carucci (…), a p. 266, scriveva che: “Al ripristino di antichi castelli, ordinato da Federico II, la baronia di Camerota fu costretta a contribuire per il rifacimento delle fortezze di Policastro.”Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, p. 334, scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia. Dopo la congiura di Capaccio nel 1242, episodio in cui alcuni Baroni del Regno, primi tra questi, al solito, i Sanseverino, decidono di ribellarsi all’Imperatore Federico II di Svevia, che era stato scomunicato dal papa, e dopo il suo epilogo che avvenne a Capaccio in cui tutti i congiurati vennero sterminati, compreso Tommaso e Guglielmo Sanseverino.  I guasti del conflitto non rimesero circoscritti alla sola zona di Capaccio, ma incisero fortemente sulle condizioni di vita dell’intero Cilento.

Nel 1269, re Carlo I d’Angiò concede Tortorella ed i suoi casali di Battaglia e Casaletto, Sanza e Roccagloriosa a ‘Onorato di Moliers’, togliendoli al proditores Roberto di Tortorella

Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Nel lungo e turbinoso periodo iniziato con la ‘Congiura di Capaccio’ e continuato con la lotta di successione prima tra svevi e angioini e poi tra aragonesi e angioini (metà XIII secolo-inizio XIV secolo), purtroppo scarsamente documentato, Tortorella, con i suoi casali, fu soggetta a diversi passaggi di proprietà. Nel ‘Liber Donationum Caroli Primi’ databile alla seconda metà del XIII secolo (probabilmente 1269) si legge che il Re Carlo I d’Angiò concede il castrum di Tortorella, insieme a quello di Sanza e di Roccagloriosa, a Onorato di Moliers (33).”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Liber donationum, Reg. 7, f 96: Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa uncias VII et tarenos VII, wt bona quond, Costantie de Loriano, frumenti salma II, valoris tar. II (Et nominanturvaxalli dicti Guglielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basiluis de Agata, Philippa de Comite, Giulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, eg bona Roberti de Turturella, proditoris.”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni di stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Del ‘Liber Donationum Regni Caroli Primi’, ho parlato nel capitolo precedente dal titolo: “I documenti tratti dalla Cancelleria Angioina”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiese Baroni e popolo del Cilento’, a p. 675, parlando di Tortorella scriveva che: “Mancano notizie utili sul villaggio antecedentemente all’età angioina, quando se ne leggono diverse e interessanti. Già nel ‘Liber donationum’ vi è la concessione da parte di re Carlo dei feudi di Sanza e di Tortorella a Onorato di Moliers (1) insieme al feudo di Roccagloriosa e di altri beni. I ‘Registri’ ci informano anche di un’ordinanza che riguarda Onorato  circa i suoi vassalli di Sanza e di Tortorella (2), ecc..”. Ebner (…) a p. 675, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 96 = vol. II, p. 263, n. 116: “Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) ‘Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa pro unc. XXX, et bona Guglielmi de Villani, que habuit in Policastro, qui valent uncias VII et tarenos VII; et bona quond. Costantie de Loriano, frumenti salmas II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guilielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basilius de Agatha, Philippa de Comite, Gulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, et bona Roberti de Turturella, proditoris. Su quest’ultimo v. a Padula.”. L’Ebner (…), a p. 675, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Reg. 1272, XV ind., f 76 = vol. VIII, p. 149, n. 275.”. Infatti, rileggendo il vol. VIII della ricostruzione dei Registri angioini pubblicati dall’Accademia Pontaniana (del Filangieri) a cura di Jolanda Donsì Gentile (…), a p. 149, nel documento n. 275 del Registro XXXVII leggiamo che: “275. – (Mandatum pro Honorato de Moliens, de vassallis terrarum eius Sanse et Turturelle) (Reg. 1272, XV ind.,  f. LXXVI).”. La Donsì Gentile a tergo del documento postillava che esso era stato tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c., n. 609.”. Dunque, è attaverso questo documento tratto dalla Cancelleria angioina di re Carlo I d’Angiò, che veniamo a conoscenza di due “proditores” di ribelli partigiani probabilmente di Manfredi o di Corradino di Svevia: di Giovanni de Pisio di Policastro e di Roberto di Tortorella. Il milite Roberto di Tortorella, ex partigiano di Manfredi e forse anche di Corradino di Svevia, con Carlo Martello, riscatterà la sua posizione.

Roccagloriosa in un documento Angioino del 1271

Sul finire del XIII secolo, vi fu un arresto dello sviluppo di tutto il ‘Cilento‘ ed anzi il ritorno a condizioni di vita difficili a causa della ‘Guerra del Vespro’, la guerra tra gli Angioini (francesi) e gli Aragona (Spagnoli in Sicilia) che volevano impossessarsi del Regno di Napoli. Nel XIII secolo, alcuni centri del ‘basso Cilento‘ come Policastro e la baia ed il porto naturale di Sapri, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi che, dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. Nel XIII secolo la ‘Guerra del ‘Vespro’, ovvero la guerra tra Carlo II d’Angiò contro Pietro d’Aragona ed i saraceni Almugaveri che volevano conquistare il Regno di Napoli, si sviluppò a lungo sotto le mura di Castellabate e nel Cilento in generale, incidendo sulle condizioni già precarie delle popolazioni. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. Policastro, che era porto franco, riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare, avrà un ruolo di primissimo ordine. In un mio studio (1) che pubblicavo nel 1987, scrivevo: ” Roccagloriosa ed altri centri, compariranno su un documento tratto dai registri della Cancelleria angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. “ (1). Il piccolo borgo di Roccagloriosa, subì notevoli danni, tanto che compaare in un documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i ‘fuochi’ dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Il Carucci (55) e Del Mercato (54), riportano interessanti documenti dell’epoca angioina. Il Carucci (55) nel suo  Codice diplomatico salernitano del XIII secolo, cita un interessantissimo documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina e che il Del Mercato (54), riporterà più tardi in stralcio. Il Del Mercato (54), scriveva in proposito: “Per quantificare l’entità dei danni, prodotti dalla Congiura e dalle operazioni militari, basti pensare che in un documento del 1271, relativo alle terre del Regno, la cui popolazione era diminuita, è citato il Cilento che risultava avere una popolazione di 110 fuochiInfatti, nel documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (55) e dal Del Mercato (54), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie): “La popolazione era calata sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi (focolai, famiglie): “Cedola de focolaribus quae invenientur diminuita collationem factam : – riportiamo solo i centri del Golfo di Policastro Pissotta 27 (Pisciotta), Cuculum 477 (Cuccaro vetere ?), S. Severinus de Camerota 9 (S. Severino di Camerota), Cornetum 2 (Corneto), Camarota 77 (Camerota), Rofranum 2 (Rofrano), Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88 (Roccagloriosa), S. Johannes ad Pirum 6 (S. Giovanni a Piro), Policastrum 124 (Policastro), ecc…

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(Fig. 12) Documento (56) d’epoca Angioina, del 1271, pubblicato dal Del Mercato (54), dove si vedono le presenze focatiche registrate a  Roccagloriosa.

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(Fig. 12) Documento (56) d’epoca Angioina, del 1271, pubblicato dal Carucci (55), dove si vedono le presenze focatiche registrate a  Roccagloriosa.

p. 41

p. 42

(Figg. 12) Stesso documento Angioino del 1271 (56), pubblicato Minieri-Riccio (58), dove si vedono le presenze focatiche registrate a  Roccagloriosa.

Nel ……., il re Carlo II d’Angiò esenta il Casale di S. Giovanni a Piro ed altri per la riparazione del castello di Roccagloriosa

E’ proprio sulla scorta del Di Luccia che Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, ci informa di una serie di notizie e di documenti storici che riguardano l’antica Badia di S. Giovanni a Piro e non solo. La notizia dell’esclusione dalla chiamata dei cittadini per riparare i danni subiti, per la guerra, da Roccagloriosa (8). Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 13, f. 205 t = vol. VIII, p. 31, n. 18.”.

Nel 1305, i Marchisio, i Florio e i Mansella, a Roccagloriosa

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dell’Ebner (…), che nel suo “Chiesa, popoli e baroni nel Cilento”, nel suo vol. II a p. 422, che, sulla scorta di Mazza A. (…), p. 113 (vedi nota (50), scrive che nel 1305, era signore di Roccagloriosa, Montecalvo e Buonalbergo Matteo Mansella (…). Indagando sull’origine del borgo chiamato Buonalbergo, vediamo che Buonalbergo si pensa che sia stata fondata da alcuni profughi degli antichi villaggi di Mondingo, Pescolatro e Faiella distrutti dai Barbari. I quali profughi ospitati dai Cenobiti della vicina chiesa di S. Maria, sorta sulle rovine di un tempio pagano, avrebbero chiamato quel luogo Alibergo. Ciò poté avvenire verso il 1000, poiché nella prima metà di questo secolo trovasi per la prima volta mentovato un ‘Gerardo de Bonne Herberg’, primo signore normanno dell’antica contea di Ariano. Egli vien detto il Gran Conte e fu il primo a chiamare Roberto il Normanno con il soprannome di Guiscardo e gli diede in moglie la propria zia Alberada. Le notizie su Gerardo di Buonalbergo non sono molte, soprattutto per quanto riguarda le sue origini. Sappiamo che la sua famiglia era di origine normanna ed era imparentata con gli Altavilla. Suo padre, Ubberto (?), era il fratello di Alberada, la prima moglie di Roberto il Guiscardo. È attestato nelle fonti a partire dal 1047, quando incontra il Guiscardo e gli offre la mano di sua zia Alberada e il suo aiuto, con 200 cavalieri, per conquistare la Calabria. Secondo alcune fonti sarebbe stato lui a dare per prima l’appellativo di Guiscardo (volpe = astuto) a Roberto d’Altavilla. Nel 1053 partecipa alla battaglia di Civitate al fianco del Guiscardo. Dopo questa data la vediamo titolare della Contea di Ariano, che governò fino alla morte nel 1086. La notizia sul signore di Roccagloriosa: Matteo Mansella (…), tratta dal Mazza (…), e dall’Ebner (…), è da collegarsi ad un’altra notizia di cui ci parla il De Blasii (…). Il De Blasiis (…), sulla scorta del Trinchera (…), che li aveva già pubblicati, nella sua nota (1) di p. 54, ci parla anche dei due documenti: “Odo Marchisio era vivo nel Settembre del 1097 quando donò ad un monaco due Chiese in Calabria. Syllab. Graec. Memb. p. 80.“, riferendosi e citando l’antica pergamena, già pubblicata dal Trinchera (…). Poi aggiunge: “Egli ebbe oltre Emma un’altra moglie chiamata Sighelgaita, la quale nel 1126 si dice: Marchisia et uxor defuncti Odonis Marchisii, come rilevasi da un diploma Greco, ivi p. 128.“, riferendosi ad un altro privilegio dell’anno 1126, illustrato nell’altra immagine.  Il De Blasii (…), si riferisce a due antichissime pergamene del 1097 e del 1126 in cui figura il personaggio Normanno Odo Marchisii. Dei due documenti ci siamo già occupati in un nostro saggio ivi pubblicato, perché riguardano ‘Scidro’ ed il territorio tra Vibonati e Sapri. Nel 1097, Odo Marchisii, donava al monaco Sergio di Vibonati, il privilegio di poter costruire una chiesa o un monastero a ‘Scidro’. Ma come abbiamo potuto accertare e detto nel nostro saggio, riguardo l’origine del personaggio Normanno ‘Odo Marchisii’, egli era figlio di Emma (figlia di Alberada di Bonalbergo e di Roberto il Guiscardo) e di Oddone Bon Marchisio. Dunque, l’origine della famiglia Mansella (…), che dominò nel 1305 su Roccagloriosa, avvalora sempre di più la presenza all’epoca Normanna, sulle nostre terre delle famiglie dei Marchisio e dei Florio.

Nel 1305, ‘Noardo di Caro’, la fondazione della Commenda di S. Spirito, Priorato Gerosolimitano

Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 82, nella sua nota (8) postillava che: “(8) L’Antonini ricorda la famiglia de Caro di Roccagloriosa, che nel 1305 vi aveva fondato la Commenda di S. Spirito, affermando che “quando sia nobile tal famiglia troppo sarebbe qui il ridirlo, ma ne fan chiara testimonianza i feudi da tanti secoli posseduti, i privilegi, le cappellanie, suoi illustri parentadi &” (La Lucania, cit., vol. I, p. 387, nota). Ecc..”. Sulla famiglia De Caro il Barra (….), a p. 82, in proposito scriveva pure che: “Nel 1538, infatti, Girolamo Morra alienò definitivamente Sanseverino ad Annibale Antonini, antenato dello storico settecentesco, “cum castello, et castellano, et feria Sanctae Margaretae” (l’antica fiera di S. Margherita costituiva un evento commerciale di grande rilievo per tutto il basso Cilento, e la sua giurisdizione risultava quindi assai lucrosa)(7). Il feudo passò poi ai Tancredi, nel 1628 a Girolamo Albertini, nel 1679 a Vincenzo Vita, e infine, per successione ereditaria, ai de Caro (8).”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 387, in proposito scriveva che: “Fu patria similmente di Ottaviano di Caro, di antichissima famiglia (I), ch’essendo monaco Francescano, intervenne per uno dei Teologi nel Concilio di Trento, sebbene il Toppi erroneamente il faccia Napoletano.”. L’Antonini a p. 387, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Questa famiglia di Caro con diritto di patronato possiede uì una Commenda di S. Spirito con l’annessa prerogativa di Priorato fondata nel MCCCV da ‘Noardo di Caro'”. Sulla Commenda di S. Spirito ha scritto Agatangelo Romaniello (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, quando a p. 42, in proposito scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71). La chiesa di rito greco, dedicata a S. Nicola di Bari, era molto ampia ed affrescata: oggi si possono ammirare avanzi di archi ed affreschi di stile romanico e trecentesco (S. Michele, S. Giacomo, S. Caterina di Alessandria). Sull’antica basilica fu costruita e posteriormente restaurata una cappella in onore dello Spirito Santo, nella quale si conserva un sarcofago che riproduce in altorilievo la figura dell’eroe Marsilio de Caro, nipote di Noardo De Caro che fondò la chiesa nel 1396 (72). I fabbricati annessi alla chiesa della commenda di Santo Spirito, col passar degli anni, sono andati in rovina, ed oggi sui loro vecchi siti sono state costruite abitazioni. Quei fabbricati si estendevano fino ad essere attigui al palazzo della commenda di S. Giovanni: costituivano due vasti edifici con cisterne nei cortili, le cui aperture erano di un solo pezzo di pietra scalpellata.”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Ricordiamo in italiano l’epigrafe scolpita sul sarcofago esistente nella cappella: “Questa è l’immagine dell’eroe Marsilio De Caro, nipote di Noardo De Caro, il quale costruì per primo questa cappella con l’ospedale di Santo Spirito, e nell’anno del Signore 1396 la dotò con solidi beni del valore di oltre 100 oncie, e in essa riservò per i propri eredi in eterno il diritto di patronato”. Antonella Pellettieri (….), nel “La città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio” ed. Altrimedia, 2007, a p. 24,  in proposito scriveva che: “Della precettoria di Cuccaro si sa che era dedicata a S. Giovanni (16) e tra il 1378-80 fu assegnata a fra Matteo de Cara di Roccagloriosa, insieme alle case di Policastro, Roccagloriosa, Tortorella (17) e Moliterno, che dovevano essere commende di scarso valore, visto che per tutte nel 1378 il precettore versò al Tesoro 13 ducati di ‘responsiones’, e due anni dopo, soltanto per Rocca e per Cuccaro, la somma di 10 ducati, forse perchè le altre si erano ulteriormente impoverite. Riguardo alle altre piccole ‘domus’, si sa che la precettoria di Policastro (18) era intitolata a S. Giovanni, quella di Roccagloriosa (19) a S. Giacomo, e alla morte del Cara furono assegnate nuovamente insieme, con l’esclusione di Tortorella e Moliterno, a fra Antonio di Policastro, con atto del 21 ottobre 1384 (20); oltre a ciò si ha notizia di un precettore di Policastro nel 1424, il napoletano Antonio Casatini (21).”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Su Roccagloriosa, cfr. L. Giuistiniani, Dizionario geografico-ragionato, vol. VIII, pp. 33-35″. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, vol. VIII, a p. 34 ci parla di Roccagloriosa ed in proposito scriveva che: “Un tempo erano di rito greco rilevandosi dale antiche sue chiese sotto il titolo di ‘S. Maria Greca’, e ‘S. Maria de’ Martiri’. Vi sono tre casali, cioè ‘Rocchetta’, ‘Celle’ ed ‘Acquavena’. “. La Pellettieri scriveva che la Precettoria di Cuccaro fu affidata al frate Matteo de Cara di Roccagloriosa, forse de Caro, insieme alle “case” di Policastro, Roccagloriosa, Tortorella e Moliterno. La Pellettieri scrive che queste case dovevano essere di scarso valore visto che il De Cara, nel 1378 versò al Tesoro 13 ducati di ‘responsiones’, e, nel 1380, solo per Roccagloriosa versò 10 ducati. la Pellettieri, a p. 34, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Sulla località L. Giustiniani, Dizionario geografico-ragionato, vol. IX, p. 219.”.

Nel 1305, la Commenda di S. Spirito a Roccagloriosa e, la vasta tenuta boschiva detta “Maurici”

L’Agatangelo (…..) a p. 42 del suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia” parlando di Roccagloriosa e del de Caro, scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71).”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, secondo l’Agatangelo, la Commenda con priorato di S. Spirito a Roccagloriosa, fondata da Noardo di o de Caro nel 1305, fu dotata di un “esteso patrimonio con bosco, detto Maurici”, che aveva un’estensione di 400 tomoli di terreno e si trovava al di là del fiume Mingardo. Questo vasto territorio anche boschivo, non si trovava a Roccagloriosa ma si trovava “al di là del fiume Mingardo”. Su questo terreno detto “Maurici”,

Nel 1305, la chiesa di rito greco di San di Nicola di Bari e la Cappella De Caro a Rocchetta di Roccagloriosa

Agatangelo Romaniello (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, quando a p. 42, in proposito scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71). La chiesa di rito greco, dedicata a S. Nicola di Bari, era molto ampia ed affrescata: oggi si possono ammirare avanzi di archi ed affreschi di stile romanico e trecentesco (S. Michele, S. Giacomo, S. Caterina di Alessandria). Sull’antica basilica fu costruita e posteriormente restaurata una cappella in onore dello Spirito Santo, nella quale si conserva un sarcofago che riproduce in altorilievo la figura dell’eroe Marsilio de Caro, nipote di Noardo De Caro che fondò la chiesa nel 1396 (72). I fabbricati annessi alla chiesa della commenda di Santo Spirito, col passar degli anni, sono andati in rovina, ed oggi sui loro vecchi siti sono state costruite abitazioni. Quei fabbricati si estendevano fino ad essere attigui al palazzo della commenda di S. Giovanni: costituivano due vasti edifici con cisterne nei cortili, le cui aperture erano di un solo pezzo di pietra scalpellata.”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Ricordiamo in italiano l’epigrafe scolpita sul sarcofago esistente nella cappella: “Questa è l’immagine dell’eroe Marsilio De Caro, nipote di Noardo De Caro, il quale costruì per primo questa cappella con l’ospedale di Santo Spirito, e nell’anno del Signore 1396 la dotò con solidi beni del valore di oltre 100 oncie, e in essa riservò per i propri eredi in eterno il diritto di patronato”. Dunque, i due studiosi parlano della chiesa di San Nicola di Bari a Roccagloriosa, di rito greco, dove dicono che vi erano affreschi di San Michele Arcangelo. In una didascalia essi scrivono “affresco di stile romanico trecentesco” e questo dato si connette alla data di fondazione della commenda di S. Spirito. Di questi affreschi che i due studiosi dicono preesistenti alla cappella di S. Spirito, i due studiosi, a p. 27: “S. Michele, affresco di stile romanico trecentesco appartenente all’antica chiesa di S. Nicola di Bari annessa alla commenda di Santo Spirito”.

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I due studiosi a p. 21, 23 e 25 riportano delle foto dell’antica basilica di S. Nicola della commenda di Santo Spirito. I due studiosi, a p. 32 continuando il racconto scrivevano pure che: “I fabbricati annessi alla chiesa della commenda di Santo Spirito, col passare degli anni, sono andati in rovina, ed oggi sui loro vecchi siti sono stete costruite abitazioni. Quei fabbricati si estendevano fino ad essere attigui al palazzo della commenda di S. Giovanni: costituivano due vasti edifici con cisterne nei cortili, le cui aperture erano di un solo pezzo di pietra scalpellata. In quel tempo non esistevano fontane nel paese: nei cortili dei palazzi c’erano i pozzi, da cui si attingeva l’acqua per gli usi della casa.”. Della chiesa italo-greca di San Nicola di Bari a Rocchetta nessun accenno in “Visibile Latente”. Sulla chiesa di S. Nicola di Bari abbiamo le notizie che riguardano la fondazione della commenda di S. Spirito che risalgono all’epoca trecentesca ma io credo che essa si possa collocarea a molto prima del ‘300. Lo si vede dal campanile della chiesa che è molto simile a quello dell’altra chiesa antica che si trova a Roccagloriosa, la chiesa di S. Giovanni. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 424, parlando di Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Le chiese di S. Giacomo (era dove ora sorge il cimitero) e di S. Giovanni in Fonte (attuale parrocchiale) pare siano appartenute all’Ordine di Malta (croce di Malta: “Universitas Roccagloriosae 1520″). La chiesa venne restaurata ancora nel 1763 e ultimamente nel 1953. Cappelle: di S. Angelo (58), del Santo Spirito (59), di S. Antonio abate (60), di S. Sofia (scomparsa, solo la statua lapidea della Vergine col Bambino), del Rosario (ubicata dov’era la chiesa di S. Maria greca, nella quale si praticava il rito greco, come nella chiesa di S. Maria dei Martiri, fino al 1572). Gli inventari delle chiese della diocesi risultano abbastanza precisi e completi. Ad esempio è possibile stabilire che i beni della chiesa di San Giovanni Battista di Roccagloriosa rendevano 110 tomola di grano, ducati 42 di capitali e pesi per 641 messe……Nelle chiese (S. Maria greca e S. Maria dei martiri) si praticava il rito greco. Il Giustiniani, oltre a dire di Rocchetta (65) ecc…”. Sempre Ebner, a p. 426 parlando delle ‘Chiese’ scriveva che: “Il 20 gennaio 1630 mons. Feliceo da Morigerati …….”Eodem die post prandium” si recò a ‘Rocchetta’ visitandovi le cappelle di S. Nicola, S. Leonardo, S. Sofia, S. Antonio, S. Maria dei Martiri, S. Nicola vecchio, S. Mercurio, S. Cataldo, S. Maria delle Grazie, S. Giacomo (in costruzione dell’Ordine gerosolimitano), Assunzione, S. Maria Gloriosa “in arce Roccae”, ecc…”. Dunque, secondo la visita ad limina del vescovo di Policastro, mons. Feliceo, nel 1630, a Rocchetta vi era la cappella di S. Giacomo “(in costruzione dell’Ordine Gerosolimitano)”. Ebner, a p. 424, nella sua nota (59) postillava che: “(59) Pare fosse stata costruita nel 1305 e che avesse posseduto una notevole dimensione fondiaria”. Padre Agatangelo Romaniello ed il cav. Domenico Falco (….), nel loro “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, pubblicato nel 1968, a p. 32, in proposito scrivevano che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco detto “Maurici” di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (66). La chiesa di rito greco, dedicata a S. Nicola di Bari, era molto ampia ed affrescata: oggi si possono ammirare avanzi di archi ed affreschi di stile romanico e trecentesco (S. Michele, S. Giacomo, S. Caterina di Alessandria). Sull’antica basilica fu costruita e posteriormente restaurata una cappella in onore dello Spirito Santo, nella quale si conserva un sarcofago che riproduce in altorilievo la figura dell’eroe Marsilio De Caro (67).”. I due autori, a p. 32, nella nota (67) postillavano che: “(67) Trascriviamo le epigrafi del sarcofago: “HAEC EST IMAGO EROIS MARSILII DE CARO NEPOTIS NOTARII NOHARDI DE CARO, QUI PRIMO HANC CAPPELLAM CUM HOSPITALI SANCTI SPIRITUS AEDIFICAVIT ET IN ANNO DOMINI MCCCXCVI IN BONIS STABILIBUS VALORIS ULTRA CENTUM UNCIAS DONAVIT, IN QUA PRO SUIS HAEREDIBUS IN AETERNUM JUS PATRONATUS RESERVAVIT. QUI MARSILIUS NON MINUS IN TANTUM DE BONIS AUMENTAVIT ET ….DONAVIT”, il cui significato è il seguente: “QUESTA È L’IMMAGINE DELL’EROE DI MARSILIO DE CARO, NIPOTE DEL NOTAIO NOARDO DE CARO, CHE PER PRIMO HA COSTRUITO QUESTA CAPPELLA CON L’OSPEDALE DELLO SPIRITO SANTO, E NELL’ANNO DEI DOMINI 1396 LA DOTO’ CON SOLIDI BENI DEL VALORE DI OLTRE 100 ONCIE, E IN ESSA RISERVO’ PER I PROPRI EREDI IN ETERNO IL DIRITTO DI PATRONATO.”. Inoltre, sempre i due autori, a p. 32, nella nota (67) postillavano dell’altra epigrafe conservata nella Cappella De Caro a Rocchetta: “(67) “HOC EREXIT OPUS PRIMUM ET FATA SUORUM MARSILIUS CARO GENEROSO SANGUINE NATUS ANNO DOMINI MCDXCI”, il cui significato è il seguente: QUESTO STABILÒ L’OPERA PRIMA ED IL DESTINO DEL SUO CARO MORSILIO DI CARO SANGUE GENEROSO, NATO NELL’ANNO DEL SIGNORE 1491″.Recentemente, nel 2020 Salvatore Monetti di Battipaglia ed Editore ha pubblicato “Roccagloriosa tra Storia e Leggenda”, dove a pp. 87-88-89, in proposito scriveva che: “La Cappella dello Spirito Santo (De Caro) nacque sull’antica basilica di rito greco dedicata a San Nicola di Bari, purtroppo del patrimonio artistico originario restano solo alcuni archi in stile romanico e trecentesco, i fabbricati un tempo annessi alla chiesa che arrivavano fino all’attigua comenda di San Giovanni sono andati distrutti. Nella cappella si conserva un singolare gisant di Marsilio De Caro, vissuto nella seconda metà del Quattrocento. L’iscrizione riportata sul bordo della lastra sepolcrale così cita (?): “Ecc.. (Questa è l’immagine di Marsilio De Caro P. nipote del notaio Noardo (?) De Caro, il quale come primo fondò ed edificò questa cappella con l’ospedale dedicato a Santo Spirito e nell’anno del Signore Milletrecentonovantasei, dotò stabilmente del valore di oltre cento once. In questa cappella per i suoi eredi in eterno, riservò lo ius patronatus; il quale Marsilio con onorevole quantità di beni aumentò, edificò e dotò.). Il pavimento a scacchiera bianco e nero presente all’interno della Cappella porta con sé un profondo significato esoterico, più che un semplice elemento decorativo; era l’area dove avvenivano le iniziazioni e “simboleggia la vita umana, una scacchiera dove bene e male si combattono di continuo”. Oggi, il pavimento a mosaico è uno dei simboli più riconoscibili della massoneria ed è il pavimento rituale di ogni loggia massonica.”.

Nel 1369, Giacomo Morra, il feudo e la baronia di Sanseverino che comprendeva Rofrano, Caselle, Centola, Foria, Poderia, Roccagloriosa, S. Severino di Centola (secondo il Manzella Napolitano)

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre posseduto dai monaci, come si rileva da una sentenza (25 ottobre 1434) dell’abate di S. Giovanni a Piro (6). Probabilmente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella Napolitano nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano, ricorda  (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino di Camerota (poi di Centola).. Sempre Ebner in un altro testo scriveva che: “Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello. Per ribellione di costrui, il feudo fu avocato al fisco.”. Dunque dai Registri Angioini risulta che il feudo di Rofrano nel 1369 apparteneva a Giacomo Morra insieme a Caselle in Pittari, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rocca Gloriosa, e San Severino di Centola. Dunque, Ebner ricorda che Scipione Mazzella Napolitano (….), nel suo “Descrittione del Regno di Napoli”, del 1601, nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano, per l’anno 1369 ricordava Giacomo Morra (….), feudatario dei feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino di Camerota (poi di Centola). Infatti, dai Registri Angioini risulta che il feudo di Rofrano nel 1369 apparteneva a Giacomo Morra insieme a Caselle in Pittari, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rocca Gloriosa, e San Severino di Centola. Riguardo Giacomo Morra ed i suoi feudi ha scritto Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”, riferendosi alla Baronia di Sanseverino, Barra, a p. 80 e s., riferendosi a dopo Carlo II d’Angiò, in proposito scriveva che: “Successivamente il feudo passò in possesso a un’altra famiglia, strettamente legata da legami politici e familiari con i Sanseverino, i Morra, che lo detennero sino ai primi decenni del XVI secolo. Nel 1404 Francisco Morra ottenne l’investitura della baronia di Sanseverino e dei suoi casali (2). Ecc..”. Il Barra, a p. 80, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. il rarissimo volume ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli 1629, pp. 65-73. Avvertiamo che non ci soffermeremo sul periodo della dominazione feudale dei Morra a Sanseverino, perchè ne faremo oggetto di una trattazione specifica.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”. Infatti, si tratta del testo a stampa del 1629 di Marco Antonio de Morra, ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, pubblicato a Napoli, si veda p. 71. Ecco cosa scriveva Marco Antonio De Morra (…) dei casali di Centola e Forio, nel suo Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 70:

Morra, p. 70 su Centola

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, parlando di Caselle in Pittari, a p. 100, nella sua nota (113) postillava che: “(113) Il passo del ‘Liber Inquisitionum’ è riportato da Ebner (P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 647, nota 2: Enrico de Morra ebbe tre figli: Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due furono uccisi al tempo della Congiura di Capaccio, Ruggiero invece fu accecato e le terre suddette – il castello di Morra e di Caselle, la baronia di Corbella e feudi a Cilento – dal principe Manfredi furono concesse a Filippo Tornello; poi, dopo il ritorno del re, furono restituite al cieco Ruggiero). Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu Signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1369.”.

Nel 27 febbraio 1433, AMERICO SANSEVERINO, 1° conte di Capaccio e 1° barone del Principato Citeriore, duca di Laurino ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: Nel 1345, per successione, passarono ad Americo (28) i feudi di Padula, Laurino, Montesano, Ruvo, Loreto, Sansa, Caselle, Mariani, e Casettone. Poi nel 1417 Giovanna II confermò (29) a Tommasello Sanseverino la baronia di Laurino, ecc..ecc…..Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore. Oltre Capaccio, possedeva pure Acquara, Castelluccia, Camutta (Camerota?) con i suoi casali, Laurino, Magliano, Sacco, Trentinara, Caselle, Monteforte, Padula, Buonabitacolo, Manginario, Controne, Campora, Casalnuovo, Montesano e Sanza. Il 20 novembre 1441 Americo definì i confini dello “stato” di Laurino ecc…ecc…..Sposò Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco. Ecc..”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (30) postillava che: “(30) L’inedito privilegio è stato pubblicato nel mio ‘Economia e società’, cit.,  II, p. 212 sgg.”. Ebner, riguardo Arrigo Sanseverino scriveva pure che: Ad Amerigo Sanseverino successe Antonello che non ebbe prole, ecc..”. Pietro Ebner (…) nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento” a p. 610 del vol. I, parlando del casale di Capaccio, in proposito ad Americo o “Amerigo Sanseverino” Sanseverino scriveva che: “Scrive F. Campanile (45)…..La contea di Capaccio era stata assegnata ad Amerigo Sanseverino il 27 febbraio 1433, per i suoi meriti, da re Alfonso I d’Aragona (46). ….Ad Amerigo Sanseverino successe Antonello che non ebbe prole, per cui l’eredità passò al fratello Guglielmo, conte di Capaccio ancora nel 1486 (49). Per aver partecipato alla congiura dei Baroni, Guglielmo fu privato dei suoi beni (50).”. Ebner a p. 610 nella sua nota (45) postillava che: “(45) Campanile, cit. p. 158”. Ebner a p. 610 nella sua nota (47) postillava che: “(47) Pergamena di Roccagloriosa, n. XXI, p. 138 in Mazzoleni cit. Confermano e sottoscrivono il diploma Gaspare di Sanseverino, Antonello di Sanseverino, principe di Salerno, e Guglielmo di Sanseverino, conte di Capaccio.”.  Ebner a p. 610 nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Camera Summ.’, II , f. 85 t e 87 = Fonti aragonesi, vol. IV, p. 47, n. 160.”.

Mazzoleni, op. cit. RSS, p. 138, pergamena XX

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) si estendevano allo ‘Stato di Laurino’ (132), alle ‘Terre’ del Vallo meridionale e della valle del Mingardo (Stato di Roccagloriosa)(133) e del Bussento (‘Sansa, Casella e Monginàrium’ – Morigerati). Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134)…”. Felice Fusco, nella sua nota (132) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(132) ‘Li Lauri’ (Laurino) coi casali ‘Le Chiane Soprane’ (poi Piaggine), ‘Le Chiaine Sottane’ (dal 1873 Valle dell’Angelo), Fogna (dal 1931 Villa Littorio), ‘Zedalampe e Vio’ (scomparsi).”. Felice Fusco, nella sua nota (133) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(133) Il ‘castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di ‘Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’ (fr. F. Fusco, Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), in “E’uresis”, X – 1994, p. 159 e nota 10).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Infatti, il Fusco, nella sua nota (131) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico), da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Dunque, il Fusco, confermava le notizie dateci da Ebner e aggiungeva che Americo di Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia di suo zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Dalla moglie Margherita Sanseverino ebbe tre figli: GASPARE, ANTONELLO e GUGLIELMO di Sanseverino. Dunque, secondo l’Ebner (…), Americo Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Da Margherita ebbe tre figli: Gaspare che morì nel 1468, Antonello che diventò Princie di Salerno e morì nel 1476 e che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo e, Guglielmo Sanseverino, terzogenito. Dunque, secondo l’Ebner (…), Americo Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Da Margherita ebbe tre figli: Gaspare che morì nel 1468, Antonello che diventò Princie di Salerno e morì nel 1476 e che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo e, Guglielmo Sanseverino, terzogenito. Felice Fusco (…), sulla scorta dell’Ebner parla di due Americo Sanseverino: il primo è “Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’.”. Il secondo Americo Sanseverino è un altro Americo Sanseverino, figlio di Tommaso Sanseverino (figlio del primo Americo) “…e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) ecc…”. Dunque, il secondo Americo Sanseverino, quello in questione che nel 27 febbraio 1433, secondo l’Ebner, e nel 1443 secondo il Fusco, fu nominato da re Alfonso d’Aragona 1° Barone del Principato Citeriore, nacque da Tommaso Sanseverino (forse Tommaso III) che ebbe un altro figlio appunto chiamato Americo. Ma chi era questo Americo di Sanseverino ?. Secondo l’Ebner, egli sposò “Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco” ma non dice quando.  Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, sulla scorta dell’Ebner (…), a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. ….L’anno prima che Amerigo fosse nominato Conte di Capaccio iniziava la dominazione Aragonese (1442-1504) nel Regno di Napoli. Uno dei primi atti della nuova dinastia fu il primo censimento generale del Regno (1443) basato sui ‘fuochi’ ecc..ecc..”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (127) postillava che la notizia era tratta da: “(127) P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., II, p. 82”. Dunque, la notizia sulle date della successione dopo la morte del padre Tommaso (forse Tommaso III) di Sanseverino dovrebbe essere ulteriormente indagata e precisata. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel suo cap. 6 – Periodo Aragonese, parlando del periodo Aragonese e di Giovanni Sanseverino, a p. 150 e s.: “I. Nel parlamento generale indetto dal re Alfonso in Napoli nel 28 febbraio 1443 intervennero, fra gli altri baroni, Raimondo Orsini principe di Salerno e conte di Nola, Giovanni Sanseverino conte di Marsico e barone del Cilento ed Amerigo Sanseverino conte di Capaccio. Venne allora stabilita l’abolizione di ogni antica tassa ecc…ecc..”. Dunque, scrive il Mazziotti che Americo Sanseverino era presente alla convenzione promossa da re Alfonso I d’Aragona. Scrivendo la notizia, Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (30) postillava che: “(30) L’inedito privilegio è stato pubblicato nel mio ‘Economia e società’, cit.,  II, p. 212 sgg.”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo ‘Economia e società etc..’, a pp. 210-211-212, cita e ci parla delle n. 3 copie di questo privilegi concessi da Americo Sanseverino all’Università di Laurino e degli ‘Statuti di Laurino. Ebner a p. 211, in proposito scriveva che: “Per gentile concessione del sindaco di Laurino, dr. Giovanni Pesce, ho potuto trascrivere l’importante inedito privilegio di Americo Sanseverino, esistente nell’archivio municipale, la cui stesura pare sia da porsi al 20 novembre 1441, V indizione. Un documento notevole ecc..ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc…‘, a p. 210, parlando del Casale di Laurino, cita e parla di Americo Sanseverino ed in proposito ripete le stesse notizie ed errori di stampa contenute nel suo ‘Chiesa, popoli e baroni del Cilento etc..’. Infatti, l’Ebner, riguardo Americo Sanseverino, in poposito scriveva che: “Continuò ad essere posseduto dai Sanseverino, tra cui Tommaso, signore di Padula, e per successione Americo. Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo fu creato (27-2-1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore.”. Dunque anche in questo caso riscontriamo una discordanza di date in quanto quì scrive 27 febbraio 1433 mentre nell’altro testo scrive 17 febbraio 1433. Ma quando morì Americo Sanseverino ?. Quando successe alla sua morte il figlio Gaspare che morì nell’anno 1468 ?. Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, riferendosi ad Americo Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe Gaspare che morì, per cui il passaggio dei beni al fratello ecc…”Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, vol. III, a pp. 84-85-86 alla voce “Roccagloriosa” in proposito scriveva che:

Giustiniani, p. 33, Roccagloriosa

Giustiniani, p. 34, Roccagloriosa

Giustiniani, p. 34, vol. VIII, Roccagloriosa

Giuseppe Antonini (…), nel 1745, nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p….., dopo aver descritto il paese di Roccagloriosa e, parlando del suo Cenobio, a p. 334, scriveva che: “Il citato ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’ (si tratta del manoscritto sulla “vita di S. Nilo” a cui si rifà il testo di Paolo Emilio Santorio (…)), al fol. 7., fa menzione di tre Santi Uomini, che furono di questo Monistero a tempo di S. Nilo, e così li nomina: ‘Magnum Joannem, percelebrem Fantinum (1), & Angelica puritae Zachariam, ond’ entra il dubbio che il Monistero non fosse stato de’ Basiliani, altrimenti l’autor di questa vita parea, che non avesse a pigliarsi la pena di ragionar di Santi d’altro istituto. L’Abate Ughellio Italia Sacra tomo 6, fol. 143, scrive, che questo Monastero di monache fosse stato da Turchi ruinato: ‘Quod enim erat in Oppido Roccae gloriosae Turcae fuflulerunt’; ciò che non è vero, non essendosi mai Turchi tanto entro terra inoltrati; anzi sappiamo, che le moniche vi erano fin al MDLXV poichè in tal anno vi morì Suor Maria Sanseverino, e ne fu come Abate provveduto Fabio Lanario con Breve di Sisto V. che il secolarizzò. Ma verso il MDCI il Baron della Rocca (non avendo avuto ragione di ciò che Sisto aveva fatto) presentò in Badessa Suor Beatrice Pinella monaca Benedettina il Monistero.“.

Nel 3 settembre 1434 la sentenza e nel 25 ottobre 1434 la condanna dell’Abate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, delegato del Vescovo di Policastro per la tenuta di “Cannamaria” che condannava l’Abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano

Nel 1434 nacque una lite o controversia a causa della tenuta allodiale del Centaurino. Nell’Archivio di Stato di Napoli vengono conservati gli atti del processo sorto nel 1434 tra l’Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e l’Abbadessa del monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa. Per questa lite, il Vescovo di Policastro dell’epoca, Mons…………………… nominò suo delegato e giudice l’Abate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro che il 3 settembre 1434 emise la sentenza ed il 25 ottobre 1434 emise la condanna per l’Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano. Secondo gli atti del processo, l’Abbadessa del Monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa, a mezzo del suo procuratore legale, Notaio Tommaso de Franco, convenne in giudizio l’Abate di Rofrano davanti all’Abate del Monastero di S. Giovanni a Piro, delegato per la controversia dal Vescovo di Policastro dell’epoca. Nel testo conservato presso l’Archivio Diocesano di Policastro “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune id Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti Nella Corte id Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Consigliere Comm. De Micco” pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il Comm. De Micco (….) nella sua predetta Relazione (….), in proposito scriveva che: Tra i coloni e fittaioli della indicata tenuta ‘Cannamaria’, oggi ‘Centaurino’, vi fu pure l”Abate di Grottaferrata’ con gli ‘uomini del vicino paese di Rofrano. Questi coloni presero a coltivare la ‘parte della tenuta più prossima al loro tenimento’, con l’obbligo di corrispondere un ‘oncia’, ossia carlini d’argento 60 con scadenza a 25 dicembre di ciascun anno. Però essendosi resi morosi al pagamento, furono dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco convenuti in giudizio innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’, il quale, in vista dell’evidenza delle prove, con sentenza del 25 ottobre 1434 emise la relativa condanna. Giova quì appresso riportare alcuni brani di tale sentenza estratta del pari del Grande Archivio del Regno.”. La relazione del commendatore De Micco (….) che fu redatto per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro), a pp. 69-70, riferendosi all’atto del 7 aprile 1133, stipulato dai nipoti eredi del visconte Mansone, in proposito scriveva che: “veniva nel giudizio solenne del 1434, circa cinque secoli indietro, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – ‘prout in quondam privilegio testamenti seriosius continetur’ – ; ecc…”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……Ecc..”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 435 parlando di Rofrano e riferendosi alla lite o processo sorto tra il barone di Roccagloriosa e Rofrano per la nomina dell’Abadessa del Monastero claustrale di S. Mercurio, in proposito scriveva che: Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che:“(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”.

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(Fig…..) Estratto della Sentenza di condanna nei confronti di alcuni coloni e affittuari di Rofrano del 25 ottobre 1434, convenuti in giudizio dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’ (estratta del pari del Grande Archivio del Regno) e, pubblicata nella Relazione del De Micco (20). Il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (…), da p. 113 a p. 121, nel Cap. XII, ‘Della Bonatenenza‘, ci parla del titolo di Rofrano. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 435 parlando di Rofrano e riferendosi alla lite o processo sorto tra il barone di Roccagloriosa e Rofrano per la nomina dell’Abadessa del Monastero claustrale di S. Mercurio, in proposito scriveva che: Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che:“(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Riguardo questa sentenza, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre posseduto dai monaci, come si rileva da una sentenza (25 ottobre 1434) dell’abate di S. Giovanni a Piro (6).”. Ebner a p. 432, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. Ebner, ibid., I, p. 497, n. 4.”. Però l’Ebner, nello stesso testo, vol. I, a p. 497, non dice nulla in proposito ma parla di Altavilla. Ebner, nella sua nota (6) si riferiva al suo testo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, dove, infatti, a p. 497 parlando degli “Statuti di Rofrano”, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre tenuto dall’Abbazia di Grottaferrata (4), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa e Sanseverino (di Centola) etc…..Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello.”. Ebnner, nel vol. I, a p. 497, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Il 25 ottobre 1434, per sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro (“sententiamus, determinamus, decidemus et definemus ac condemnamus, de concilio multorum peritorum, ut supra dictum Abatem monasterii S. Mariae Gruttae Ferratae contumacem), l’abbazia di Grottaferrata venne condannata (ac homines universitatis Cagnamario) a pagare alla badessa del convento di S. Mercurio di Roccagloriosa ogni Natale ‘uncian in carolenis argenti boni et iusti ponders, sexaginta pro uncia et duobus pro tareno’.”.

Nel 3 settembre 1434 la sentenza e nel 25 ottobre 1434 la condanna dell’Abate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, delegato del Vescovo di Policastro per la tenuta di “Cannamaria” che condannava l’Abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che:  “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero anzidetto (1615). Nel giudizio, il seminario si avvalse della sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’abate del monastero di S. Maria di Gottaferrata di Rofrano (32). All’annessione del monastero di S. Mercurio si oppose l’università di Roccagloriosa che, nell’impossibilità di continuare la lite, cedette la facoltà di recupero del benefizio al barone Francesco d’Afflitto. Il vescovo di Policastro delegò quello di Marsico a decidere sulla lite. Questo vescovo stabilì (22 febbraio 1657) che poichè non era sicuro l’asserito jus patronato dell’università …..”. Ebner, a p. 435, nella nota (31) postillava che: “(31) Cfr. la Tav. 21 in Ebner, Economia e Società, cit. II.”. Infatti, Ebner, nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p……, propone la Tav. 21 dove è illustrato “21. Rofrano. Pianta dei molini, trappeti e fiumi”. Nel vol. II troviamo anche un’altro disegno manoscritto “22. Rofrano: Delimitazione del territorio compilata (1822) su documenti del 1547”Ebner, a p. 435, nella nota (32) postillava che:“(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre posseduto da dai monaci, come si rileva da una sentenza (25 ottobre 1434) dell’abate di S. Giovanni a Piro (6). Ecc..”. Pietro Ebner, a p. 432, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Ebner, Ibidem, I, p. 497, n. 4”. Però l’Ebner, nello stesso testo, vol. I, a p. 497, non dice nulla in proposito ma parla di Altavilla. Ebner, nella sua nota (6) si riferiva al suo testo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, dove, infatti, a p. 497 parlando degli “Statuti di Rofrano”, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre tenuto dall’Abbazia di Grottaferrata (4), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa e Sanseverino (di Centola) etc…..Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello.”. Ebner, nel vol. I, a p. 497, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Il 25 ottobre 1434, per sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro (“sententiamus, determinamus, decidemus et definemus ac condemnamus, de concilio multorum peritorum, ut supra dictum Abatem monasterii S. Mariae Gruttae Ferratae contumacem), l’abbazia di Grottaferrata venne condannata (ac homines universitatis Cagnamario) a pagare alla badessa del convento di S. Mercurio di Roccagloriosa ogni Natale ‘uncian in carolenis argenti boni et iusti ponders, sexaginta pro uncia et duobus pro tareno’.”. Nel 1434 nacque una lite o controversia a causa della tenuta allodiale del Centaurino. Nell’Archivio di Stato di Napoli vengono conservati gli atti del processo sorto nel 1434 tra l’Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e l’Abbadessa del monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa. Per questa lite, il Vescovo di Policastro dell’epoca, Mons…………………… nominò suo delegato e giudice l’Abate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro che il 3 settembre 1434 emise la sentenza ed il 25 ottobre 1434 emise la condanna per l’Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano. Secondo gli atti del processo, l’Abbadessa del Monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa, a mezzo del suo procuratore legale, Notaio Tommaso de Franco, convenne in giudizio l’Abate di Rofrano davanti all’Abate del Monastero di S. Giovanni a Piro, delegato per la controversia dal Vescovo di Policastro dell’epoca. Nel testo conservato presso l’Archivio Diocesano di Policastro “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune id Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti Nella Corte id Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Consigliere Comm. De Micco” pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il Comm. De Micco (….) nella sua predetta Relazione (….), in proposito scriveva che: Tra i coloni e fittaioli della indicata tenuta ‘Cannamaria’, oggi ‘Centaurino’, vi fu pure l”Abate di Grottaferrata’ con gli ‘uomini del vicino paese di Rofrano. Questi coloni presero a coltivare la ‘parte della tenuta più prossima al loro tenimento’, con l’obbligo di corrispondere un ‘oncia’, ossia carlini d’argento 60 con scadenza a 25 dicembre di ciascun anno. Però essendosi resi morosi al pagamento, furono dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco convenuti in giudizio innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’, il quale, in vista dell’evidenza delle prove, con sentenza del 25 ottobre 1434 emise la relativa condanna. Giova quì appresso riportare alcuni brani di tale sentenza estratta del pari del Grande Archivio del Regno.”. La relazione del commendatore De Micco (….) che fu redatto per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro), a pp. 69-70, riferendosi all’atto del 7 aprile 1133, stipulato dai nipoti eredi del visconte Mansone, in proposito scriveva che: “veniva nel giudizio solenne del 1434, circa cinque secoli indietro, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – ‘prout in quondam privilegio testamenti seriosius continetur’ – ; ecc…”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……Ecc..”.

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(Fig…..) Estratto della Sentenza di condanna nei confronti di alcuni coloni e affittuari di Rofrano del 25 ottobre 1434, convenuti in giudizio dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’ (estratta del pari del Grande Archivio del Regno) e, pubblicata nella Relazione del De Micco (20).

Il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (…), da p. 113 a p. 121, nel Cap. XII, ‘Della Bonatenenza‘, ci parla del titolo di Rofrano.

Nel 1 gennaio 1454, MARGHERITA DI SANSEVERINO, moglie di Americo di Sanseverino 1° conte di Capaccio, madre e balia di Gaspare, Antonello e Guglielmo

Felice Fusco (…), sulla scorta di Pietro Ebner (…), nella sua nota (131), riguardo i successori di Americo Sanseverino scriveva che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico), da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Arrico Sanseverino, 1° conte di Capaccio e della baronia del Principato Citeriore, si era sposato con sua cugina Margherita di Sanseverino, figlia dello zio Luca di Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Sposando Margherita, Arrico ebbe così la conte di Capaccio divenendone il primo conte. Da Margherita Americo ebbe tre figli: Gaspare, Antonello e Guglielmo. Alla morte di Americo, i tre figli era ancora minorenni e sarà la madre la loro balia e tutrice. Lo si rileva dal documento pubblicato dalla Jole Mazzoleni (…). Pietro Ebner a p. 610, nel suo “Chiesa, etc…”, parlando del casale di Laurino nella sua nota (45) postillava che: “(45) Campanile, cit. p. 158”. Ebner a p. 610 nella sua nota (47) postillava che: “(47) Pergamena di Roccagloriosa, n. XXI, p. 138 in Mazzoleni cit. Confermano e sottoscrivono il diploma Gaspare di Sanseverino, Antonello di Sanseverino, principe di Salerno, e Guglielmo di Sanseverino, conte di Capaccio.”. Secondo questo documento nel 1454, Guglielmo di Sanseverino ed i due fratelli erano ancora minorenni e sotto la tutela della madre.

Mazzoleni, op. cit. RSS, p. 138, pergamena XX

Ebner a p. 610 nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Camera Summ.’, II , f. 85 t e 87 = Fonti aragonesi, vol. IV, p. 47, n. 160.”.

La Mazzoleni (…), a p. 138, in un suo saggio sulle “Pergamene di Laurito” pubblicate nella R.S.S. (…), riguardo il documento n. XXI (pergamena n° 15), in proposito scriveva che: “XXI. 1454, 1 gennaio, II, Padula. Margherita di Sanseverino, contessa di Capaccio, madre di Gaspare di Sanseverino, conte di Capaccio e della baronia di Laurino e Cuccaro, conferma a Giacobello di monforte, suo suffeudatario in feudo nobile la metà del castello di Laurito già datogli da Francesco di Sanseverino nel 1438, 24 ottobre (v. n° 20) e gli rinnova l’investitura. Confermano e sottoscrivono il diploma baronale: Gaspare di Sanseverino, Antonello di Sanseverino, conte di Capaccio, Guglielmo di Sanseverino, conte di Capaccio. Perg. n° 15.”. Da questo documento pubblicato dalla Mazzoleni e trascritto a Padula, nel 1 gennaio 1454 e sottoscritto anchedai suoi tre figli minorenni di cui ella era la baia tutrice prima che raggiungessero la maggiore età. Dunque, da questo documento si evince che al 1 gennaio 1454, Arrico di Sanseverino era già morto e sua moglie Margherita di Sanseverino era diventata la balia e la tutrice dei beni dei suoi tre figli: Gaspare, Antonello e Guglielmo. Dunque, da questo documento risulta che i pupilli Gaspare, Antonello e Guglielmo, nel 1454 erano ancora sotto  la tutela della madre Margherita di Sanseverino, vedova e balia dei suoi tre figli.

Nel luglio 1475, la bolla di papa Sisto IV che concedeva a Guglielmo Sanseverino, signore di Roccagloriosa, di riedificare il monastero di ‘S. Mercurio fuori le mura’

Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario istorico-geografico ragionato del Regno di Napoli”, nel suo vol. III, a pp. 31-32-33, alla voce “Roccagloriosa”, in proposito scriveva che: Nel 1475, però ‘Guglielmo Sanseverino’ principe di Salerno e, padrone di Roccagloriosa, ottenne dal Pontefice Sisto IV la riedificazione di tal monistero dentro le mura dall’accennata terra come dalla sua bolla ‘Datum Romae apud S. Petrum anno Incarn.: Dominicae MCCCCLXXV sept. Kal. Junii diretta all’Abate ‘monasterii S. Joannis ad Pyrum’, Dioecesis Policastrensis’: Nel secolo XVI mancarono di nuovo le monache e le rendite dal detto monistero o badia furono dal Vescovo di Policastro annessate al seminario diocesano. Etc…”. Il barone Giuseppe Antonini (…), dopo aver descritto il paese di Roccagloriosa, parla anche del Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, e scrive che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Ecc….e quindi dopo tre secoli e più, cioè nel MCDLXXV il Pontefice Sisto IV confermando al Signor del luogo il dritto di presentar la Badessa, trasferì il Monastero dentro le mura; ed in quello che le monache lasciavano, fece passare ad abitarvi i PP. Zoccolanti.”.

Antonini, p. 386 su Roccagloriosa

(Fig…) Antonini (…), op. cit., p….

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle in Pittari all’epoca post Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….ecc….e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) si estendevano allo ‘Stato di Laurino’ (132), alle ‘Terre’ del Vallo meridionale e della valle del Mingardo (Stato di Roccagloriosa)(133) e del Bussento (‘Sansa, Casella e Monginàrium’ – Morigerati). Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134)…”. Felice Fusco, nella sua nota (133) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(133) Il ‘castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di ‘Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’ (fr. F. Fusco, Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), in “E’uresis”, X – 1994, p. 159 e nota 10).”. Felice Fusco (…), nella sua nota (133) citava se stesso ed il suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 156 e sgg. In questo saggio il Fusco a p. 159, scriveva in proposito che: Toccò così ad Americo Sanseverino (9), che nella prima metà del XV secolo era Signore dei due ‘Stati’ di Laurino e di Roccagloriosa (10) nonchè di ‘Sansa’, di Padula, di Buonabitacolo, di Montesano e di Casalnuovo, ridisegnare i confini della grande montagna, ecc…”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in Euresis, VIII (1992), p. 208), p. 208 e n. 202.”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il ‘Castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’.”. Dunque, il Fusco, sempre sulla scorta di Ebner ci informa e cita Guglielmo Sanseverino, terzogenito di Americo Sanseverino. Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, sulla scorta dell’Ebner (…), a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. ….L’anno prima che Amerigo fosse nominato Conte di Capaccio iniziava la dominazione Aragonese (1442-1504) nel Regno di Napoli. Uno dei primi atti della nuova dinastia fu il primo censimento generale del Regno (1443) basato sui ‘fuochi’ ecc..ecc..”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (127) postillava che la notizia era tratta da: “(127) P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., II, p. 82”. Dunque, la notizia sulle date della successione dopo la morte del padre Tommaso (forse Tommaso III) di Sanseverino dovrebbe essere ulteriormente indagata e precisata. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Posseduto dai Sanseverino, nel 1475 Guglielmo di Sanseverino, signore di Rocca, ottenne da Sisto IV di poter riedificare il monastero entro le mura (52). Guglielmo chiese pure Curia generale dei Frati minori di Roma di poter adattare a convento il monastero di S. Mercurio fuori le mura (53). Per ribellione poi di Guglielmo il feudo fu devoluto alla R. Corte. Nel 1501 re Alfonso II vendette il feudo a Giovanni B. Carafa, conte di Policastro. Dopo l’incursione di Dragut rais del 12 luglio 1552, Roccagloriosa aveva subito ecc…”. Ebner a p. 422, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Bolla: “Datum Romae apud S. Petrum anno incarnatione Domini MCCCCLXXV sept. Kal. junii..” indirizzata all’abate “monasteri S. Joannis ad Pyrum, Dioecesis Policastrensis”. Nel 1500 non vi erano più monache e le rendite della badia vennero annesse dal vescovo al seminario diocesano. ‘Contra: Agatangelo e Falco, p. 89 che affermano, invece, vi risiedessero fino al 1650 quando l’isolato venne adibito a palazzo baronale.”. Ebner a p. 422, nella sua nota (53) postillava che: “(53) Pare che i frati l’avessero abitato fino al 1806, quando il monastero fu soppresso. Assegnato al Comune fino al 1815, quando dietro richiesta del vescovo di Policastro re Ferdinando concesse l’isolato per adibirlo a seminario estivo (fino al 1926: frana). Restaurato dal parroco Pantaleo Romaniello, oggi è sede della Scuola Media.”. Riguardo la nota (…) dell’Ebner in cui citava i due autori di un testo su Roccagloriosa, si tratta di Agatangelo P. da Roccagloriosa e Cav. Falco Domenico, Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa, Salerno, del 1968, da cui, a pp. 34-35, parlando dei “Diversi signori del paese” attingiamo che: “Dopo i Normanni il Regno di Napoli passò ai Duchi di Svevia (1186), poi agli Angioini (1266), agli Aragonesi (1441) e alla Casa austriaco-spagnola (1503), che lo governò fino al 1700. I Sanseverino possedettero il feudo per circa un secolo, dal 1400 a quando Guglielmo, nella “congiura dei baroni”, si ribellò al re Alfonso d’Aragona e perdette i suoi diritti. Allora il feudo alla regia Camera. Ecc…”. Su Roccagloriosa, all’epoca Aragonese hanno scritto anche i due autori P. Agatangelo e il parroco Pantaleo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986. Agatangelo e Romaniello (…), sull’epoca aragonese a pp. 44-45, sul “Nuovo Monastero di S. Mercurio”, a Roccagloriosa, scrivevano che: “Nel 1475 i signori di Roccagloriosa, Guglielmo Sanseverino, e sua madre contessa di Capaccio, rivolsero una petizione alla Santa Sede per trasferire le monache cistercensi abitanti nel monastero di S. Mercurio fuori le mura (73) e dipendenti dalla abazia di S. Giovanni a Piro, in un nuovo monastero da costruirsi dentro le mura della città, perchè le monache di S. Mercurio venivano spesso molestate dagli uomini di passaggio che pronunziavano parole e discorsi osceni. Il papa Sisto IV, con bolla del luglio dello stesso anno (74), indirizzata all’abate di S. Giovanni a Piro e al Vicario vescovile di Policastro, Mons. Roberto De Vigentiis, concedeva quanto veniva richiesto, confermando al signore del luogo il diritto di presentare la badessa e permettendo che il vecchio monastero fuori le mura fosse concesso ai Frati Minori della Regolare Osservanza. Intanto un mese prima della petizione rivolta alla Santa Sede, e precisamente il 7 giugno 1475, il conte Sanseverino e sua madre avevano anche chiesto alla Curia  generale dei Frati Minori di S. Francesco in Roma di adattare a convento il monastero di S. Mercurio fuori le mura per farvi entrare i frati Osservanti (75). Il nuovo monastero di S. Mercurio (detto oggi “palazzo La Quercia”) fu subito costruito e vi andarono ad abitare le monache, le quali vi stettero per circa due secoli, fino a quando vennero a mancare, verso il 1650. Allora il monastero fu adattato a palazzo dai signori D’Afflitto, i quali, come abbiamo già accennato, lasciarono il castello e vi abitarono fino al principio del secolo XIX, ecc..ecc..”. I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 44 nella loro nota (73) postillavano che: “(73) Il paese era circondato da mura, e per uscire c’erano le porte vigilate di notte e di giorno. Si trovano ricordate: ‘porta la terra’, ‘porta mancaniello’, ‘porta Mingardo’, porta fontanella’.”. I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 46 nella loro nota (74) postillavano che: “(74) Una copia della Bolla si trova nell’Archivio parrocchiale.”.  I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 46 nella loro nota (75) postillavano che: “(75) Wadding Luca, ‘Annales Minorum’, Quaracchi 1931, t. 14, anno 1475, n. 31. Però in questo luogo citato si dice pure: “Se sia stato poi fatto così, non mi sono potuto accertare”. Cfr. pure Antonini G.,  disc. VIII, p. 385, in nota.”.

Nel 1475, a Roccagloriosa, il nuovo Monastero di ‘S. Mercurio fuori le mura’ o dei ‘Padri Zoccolanti fuori le mura’

L’Antonini (…), dopo aver descritto il paese di Roccagloriosa, parla anche del Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, e scrive che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Ecc….e quindi dopo tre secoli e più, cioè nel MCDLXXV il Pontefice Sisto IV confermando al Signor del luogo il dritto di presentar la Badessa, trasferì il Monastero dentro le mura; ed in quello che le monache lasciavano, fece passare ad abitarvi i PP. Zoccolanti.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Posseduto dai Sanseverino, nel 1475 Guglielmo di Sanseverino, signore di Rocca, ottenne da Sisto IV di poter riedificare il monastero entro le mura (52). Guglielmo chiese pure Curia generale dei Frati minori di Roma di poter adattare a convento il monastero di S. Mercurio fuori le mura (53). Ecc..”. Ebner a p. 422, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Bolla: “Datum Romae apud S. Petrum anno incarnatione Domini MCCCCLXXV sept. Kal. junii..” indirizzata all’abate “monasteri S. Joannis ad Pyrum, Dioecesis Policastrensis”. Nel 1500 non vi erano più monache e le rendite della badia vennero annesse dal vescovo al seminario diocesano. ‘Contra: Agatangelo e Falco, p. 89 che affermano, invece, vi risiedessero fino al 1650 quando l’isolato venne adibito a palazzo baronale.”. Ebner a p. 422, nella sua nota (53) postillava che: “(53) Pare che i frati l’avessero abitato fino al 1806, quando il monastero fu soppresso. Assegnato al Comune fino al 1815, quando dietro richiesta del vescovo di Policastro re Ferdinando concesse l’isolato per adibirlo a seminario estivo (fino al 1926: frana). Restaurato dal parroco Pantaleo Romaniello, oggi è sede della Scuola Media.”. Riguardo la nota (…) dell’Ebner in cui citava i due autori di un testo su Roccagloriosa, si tratta di Agatangelo P. da Roccagloriosa e Cav. Falco Domenico, Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa, Salerno, del 1968. Su Roccagloriosa, all’epoca Aragonese hanno scritto anche i due autori P. Agatangelo e il parroco Pantaleo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986. Agatangelo e Romaniello (…), sull’epoca aragonese a pp. 44-45, sul “Nuovo Monastero di S. Mercurio”, a Roccagloriosa, scrivevano che: “Nel 1475 i signori di Roccagloriosa, Guglielmo Sanseverino, e sua madre contessa di Capaccio, rivolsero una petizione alla Santa Sede per trasferire le monache cistercensi abitanti nel monastero di S. Mercurio fuori le mura (73) e dipendenti dalla abazia di S. Giovanni a Piro, in un nuovo monastero da costruirsi dentro le mura della città, perchè le monache di S. Mercurio venivano spesso molestate dagli uomini di passaggio che pronunziavano parole e discorsi osceni. Il papa Sisto IV, con bolla del luglio dello stesso anno (74), indirizzata all’abate di S. Giovanni a Piro e al Vicario vescovile di Policastro, Mons. Roberto De Vigentiis, concedeva quanto veniva richiesto, confermando al signore del luogo il diritto di presentare la badessa e permettendo che il vecchio monastero fuori le mura fosse concesso ai Frati Minori della Regolare Osservanza. Intanto un mese prima della petizione rivolta alla Santa Sede, e precisamente il 7 giugno 1475, il conte Sanseverino e sua madre avevano anche chiesto alla Curia  generale dei Frati Minori di S. Francesco in Roma di adattare a convento il monastero di S. Mercurio fuori le mura per farvi entrare i frati Osservanti (75). Il nuovo monastero di S. Mercurio (detto oggi “palazzo La Quercia”) fu subito costruito e vi andarono ad abitare le monache, le quali vi stettero per circa due secoli, fino a quando vennero a mancare, verso il 1650. Allora il monastero fu adattato a palazzo dai signori D’Afflitto, i quali, come abbiamo già accennato, lasciarono il castello e vi abitarono fino al principio del secolo XIX, ecc..ecc..”. I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 44 nella loro nota (73) postillavano che: “(73) Il paese era circondato da mura, e per uscire c’erano le porte vigilate di notte e di giorno. Si trovano ricordate: ‘porta la terra’, ‘porta mancaniello’, ‘porta Mingardo’, porta fontanella’.”. I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 46 nella loro nota (74) postillavano che: “(74) Una copia della Bolla si trova nell’Archivio parrocchiale.”.  I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 46 nella loro nota (75) postillavano che: “(75) Wadding Luca, ‘Annales Minorum’, Quaracchi 1931, t. 14, anno 1475, n. 31. Però in questo luogo citato si dice pure: “Se sia stato poi fatto così, non mi sono potuto accertare”. Cfr. pure Antonini G.,  disc. VIII, p. 385, in nota.”. A questo proposito devo riferire ciò che scriveva Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che:  “….poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero anzidetto (1615). Nel giudizio, il seminario si avvalse della sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’abate del monastero di S. Maria di Gottaferrata di Rofrano (32). All’annessione del monastero di S. Mercurio si oppose l’università di Roccagloriosa che, nell’impossibilità di continuare la lite, cedette la facoltà di recupero del benefizio al barone Francesco d’Afflitto. Il vescovo di Policastro delegò quello di Marsico a decidere sulla lite. Questo vescovo stabilì (22 febbraio 1657) che poichè non era sicuro l’asserito jus patronato dell’università …..”. Ebner, a p. 435, nella nota (31) postillava che: “(31) Cfr. la Tav. 21 in Ebner, Economia e Società, cit. II.”. Infatti, Ebner, nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p……, propone la Tav. 21 dove è illustrato “21. Rofrano. Pianta dei molini, trappeti e fiumi”. Nel vol. II troviamo anche un’altro disegno manoscritto “22. Rofrano: Delimitazione del territorio compilata (1822) su documenti del 1547”Ebner, a p. 435, nella nota (32) postillava che:“(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario istorico-geografico ragionato del Regno di Napoli”, nel suo vol. III, a pp. 31-32-33, alla voce “Roccagloriosa”, in proposito scriveva che: “Terra in Principato Citeriore….: “Un tempo erano di rito greco rilevandosi dalle antiche sue chiese sotto il titolo di ‘S. Maria Greca’, e ‘S. Maria dè Martiri’. Vi sono tre casali, cioè Rocchetta, Celle ed Acquavena, alla distanza presso a 2 miglia. Fin dal IX secolo nel territorio di Roccagloriosa vi esistea un monistero di monache dell’ordine ‘Cisterciense’ sotto il titolo di ‘S. Mercurio’. Nel secolo XIV fu distrutto ad avviso dell’Ughelli: ‘Sancti monialium’, ‘nulla’, egli scrive: ‘quod enim erat in oppido Roccae Gloriosae Turcam substutulerunt’. Nel 1475, però ‘Guglielmo Sanseverino’ principe di Salerno e, padrone di Roccagloriosa, ottenne dal Pontefice Sisto IV la riedificazione di tal monistero dentro le mura dall’accennata terra come dalla sua bolla ‘Datum Romae apud S. Petrum anno Incarn.: Dominicae MCCCCLXXV sept. Kal. Junii diretta all’Abate ‘monasterii S. Joannis ad Pyrum’, Dioecesis Policastrensis’: Nel secolo XVI mancarono di nuovo le monache e le rendite dal detto monistero o badia furono dal Vescovo di Policastro annessate al seminario diocesano. Fin dal 1752 fu introdotto poi giudizio nella curia del Cappellano Maggiore intorno al patronato della badia istessa. Nel catalogo de’ baroni pubblicato dal dotto ‘Borrelli (I) dopo l’opera del ‘Marchese’ intitolata ‘Vindex Neapolitanae Nobilitatis’ si legge nella rubrica di ‘Rocca Gloriosa’ si legge che: ….”. Il Giustiniani a p. 32, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Pag. 56”:

Giustiniani, p. 34, Roccagloriosa

Nel 1476, GUGLIELMO SANSEVERINO, 3° Conte di Capaccio, successe al fratello Antonello 

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino ed in particolare riferendosi alla successione dopo la morte di Gaspare Sanseverino, in proposito scriveva che: Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei Baroni. Ribelli nel 1487 ai Sanseverino venne avocata la contea, ecc..”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, riferendosi ad Antonello Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei baroni. Ecc…”. Secondo Pietro Ebner, Americo Sanseverino, che nel 1433 fu creato conte di Capaccio da re Alfonso I d’Aragona, sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico) e da questa ebbe tre figli: Gaspare, Antonello e Guglielmo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, parlando di Laurino all’epoca degli Statuti (epoca Aragonese), parlando di Gaspare Sanseverino che successe al fratello Antonello, ci parla pure di Guglielmo Sanseverino ed in proposito scriveva che: “Gli successe Gaspare che morì, per cui il passaggio dei beni al fratello Antonello (sposò Antonella Orsini del Balzo nel 1469) che morì senza eredi. Gli successe Guglielmo che prese parte alla congiura dei baroni. Ribelle nel 1487 gli fu tolta la contea, ma venne reintegrato nei suoi beni con privilegio di Ferrante II d’Aragona (30 ottobre) e da Ferdinando il Cattolico (27 Aprile e 7 maggio 1506). Ribelle ancora gli furono confiscati i beni da Ferdinando il Cattolico.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino ed in particolare riferendosi alla successione dopo la morte di Gaspare Sanseverino, in proposito scriveva che: Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei Baroni. Ribelli nel 1487 ai Sanseverino venne avocata la contea, ecc..”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”Dunque, dopo la morte di Antonello Sanseverino, Principe di Salerno, avvenuta nel 1469, gli successe il fratello Guglielmo. Ma, Guglielmo di Sanseverino, quando divenne 3° conte di Capaccio, quando successe nella contea al fratello Antonello morto senza eredi ?. Felice Fusco (…), sulla scorta di Pietro Ebner (…), nella sua nota (131), riguardo i successori di Americo Sanseverino ed in particolare il figlio Guglielmo che successe al fratello Antonello morto nel 1476, in proposito scriveva che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico). da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Dunque, se secondo Felice Fusco (…), la morte di Antonello avvenne nell’anno 1476, vien da se che Guglielmo di Sanseverino, successe al fratello Antonello dopo la sua morte avvenuta nel 1476. Ma è così ?. Dunque, secondo Pietro Ebner, Guglielmo Sanseverino successe al fratello Antonello Sanseverino, Principe di Salerno essendo lui morto senza eredi. Antonello e Guglielmo avevano partecipato alla ‘Congiura dei Baroni’ ma si era salvato solo il fratello terzogenito Guglielmo il quale, nel 1487, gli fu tolta la Contea, in un primo momento fu privato dei suoi beni come scrive sempre l’Ebner, ma il 30 ottobre 1487 venne reintegrato nei suoi beni con privilegio di Ferrante II d’Aragona e da Ferdinando il Cattolico il 27 Aprile e 7 maggio 1506. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 610 del vol. I, parlando del casale di Capaccio, in proposito ad Americo o “Amerigo” Sanseverino scriveva che: Ad Amerigo Sanseverino successe Antonello che non ebbe prole, per cui l’eredità passò al fratello Guglielmo, conte di Capaccio ancora nel 1486 (49). Per aver partecipato alla congiura dei Baroni, Guglielmo fu privato dei suoi beni (50).”. Ebner a p. 610 nella sua nota (45) postillava che: “(45) Campanile, cit. p. 158”. Ebner a p. 610 nella sua nota (47) postillava che: “(47) Pergamena di Roccagloriosa, n. XXI, p. 138 in Mazzoleni cit. Confermano e sottoscrivono il diploma Gaspare di Sanseverino, Antonello di Sanseverino, principe di Salerno, e Guglielmo di Sanseverino, conte di Capaccio.”. Secondo questo documento nel 1454, Guglielmo di Sanseverino ed i due fratelli erano ancora minorenni e sotto la tutela della madre.

Mazzoleni, op. cit. RSS, p. 138, pergamena XX

Ebner a p. 610 nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Camera Summ.’, II , f. 85 t e 87 = Fonti aragonesi, vol. IV, p. 47, n. 160.”.

Da questo documento pubblicato dalla Mazzoleni e trascritto a Roccagloriosa, nel 1 gennaio 1454 e sottoscritto anche “Confermano e sottoscrivono il diploma baronale: Gaspare di Sanseverino, Antonello di Sanseverino, conte di Capaccio, Guglielmo di Sanseverino, conte di Capaccio. Perg. n° 15.”. Dunque, da questo documento risulta che i pupilli Gaspare, Antonello e Guglielmo, nel 1454 erano ancora sotto  la tutela della madre Margherita di Sanseverino, vedova e balia dei suoi tre figli. Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, etc…‘, a p. 610 del vol. I, riguardo a Guglielmo scriveva pure che: per cui l’eredità passò al fratello Guglielmo, conte di Capaccio ancora nel 1486 (49).”. Ebner a p. 610 nella sua nota (49) postillava che: “(49) Lo si rileva da una lettera di re Ferrante trascritta dal Volpi p. 76 sg. e inviata a Guglielmo, conte di Capaccio, ad Antonello, principe di Salerno, a Gerolamo, principe di Bisignano, e agli ufficiali del Regno. Il re ordinò d’immettere nel possesso delle rendite del vescovado di Capaccio Lodovico Fonellet, eletto vescovo da Sisto IV.”. Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, etc…‘, a p. 610 del vol. I, riguardo a Guglielmo scriveva pure che: Per aver partecipato alla congiura dei Baroni, Guglielmo fu privato dei suoi beni (50).”. Ebner a p. 610, vol. I, nella sua nota (50) postillava che: “(50) Con Capaccio, Altavilla, Pisciotta, Calvello, Tito, ecc.., ‘Quint., 29, f. 117 e 226.”. Matteo Camera (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Poco dopo la città di Policastro veniva rimessa nel regio demanio, per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico; “a qui immediate (detta Città di Policastro) a curia tenebat”; ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1333-1334 lit. D. fol. 92; in an. 1333 lit. D. fol. 247 v. et an. 1340 lit. A. fol. 24, 37 v.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle in Pittari all’epoca post Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….ecc….e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) si estendevano allo ‘Stato di Laurino’ (132), alle ‘Terre’ del Vallo meridionale e della valle del Mingardo (Stato di Roccagloriosa)(133) e del Bussento (‘Sansa, Casella e Monginàrium’ – Morigerati). Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134)…”. Felice Fusco, nella sua nota (132) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(132) ‘Li Lauri’ (Laurino) coi casali ‘Le Chiane Soprane’ (poi Piaggine), ‘Le Chiaine Sottane’ (dal 1873 Valle dell’Angelo), Fogna (dal 1931 Villa Littorio), ‘Zedalampe e Vio’ (scomparsi).”. Felice Fusco, nella sua nota (133) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(133) Il ‘castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di ‘Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’ (fr. F. Fusco, Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), in “E’uresis”, X – 1994, p. 159 e nota 10).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Infatti, il Fusco, nella sua nota (131) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico), da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Il Fusco, confermava le notizie dateci da Ebner e aggiungeva che Americo di Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia di suo zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Dalla moglie Margherita Sanseverino ebbe tre figli: GASPARE, ANTONELLO e GUGLIELMO di Sanseverino. Secondo l’Ebner (…), Americo Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Da Margherita ebbe tre figli: Gaspare che morì nel 1468, Antonello che diventò Princie di Salerno e morì nel 1476 e che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo e, Guglielmo Sanseverino, terzogenito. Dunque, secondo l’Ebner (…), Americo Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Da Margherita ebbe tre figli: Gaspare che morì nel 1468, Antonello che diventò Principe di Salerno e morì nel 1476 e che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo e, Guglielmo Sanseverino, terzogenito.

Nel 1445, il feudo di Rofrano Giacomo Gaetani

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: Anche Camillo Tutini dice di Rofrano posseduto da conte Alemagna di Buccino, insieme con Balbano, Laviano, Ricigliano e S. Lorenzo, aggiungendo poi (p. 85) che Rofrano apparteneva al conte Giacomo Gaetani, notizia che troverebbe conferma in un documento aragonese del 1445. Dalle ‘Fonti aragonesi’, infatti, si apprende del conte di Fondi e del pagamento “pro feudali servicio seu adoha terre Rofrani que est Jacobi Gaetani fratris sui duc. sexaginta” (7).”. Sempre Ebner in un altro testo scriveva che: “Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello. Per ribellione di costrui, il feudo fu avocato al fisco.”. Riguardo a Giacomo Gaetani, Ebner, a p. 433, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Fonti Aragonese., 16 novembre 1445, Napoli = vol. IV, p. 50, n. 173: ‘Franciscus de Aquino etc (conte di Loreto e Satriano e Gran Camerario del Regno) etc…”.

Nel 1473, la bolla di papa Sisto IV per S. Giovanni a Piro

Nel suo pregevole studio sui documenti e codici provenienti dai monasteri Basiliani, raccolti da un erudito francese,  Montfaucon (…), Gastone Breccia (…), a p. 21, scriveva che tra i monasteri in esso citati vi è: Scrive il Montfaucon: “Regni vero Neapolitani et Siciliae diplomata non pauca vidimus in monasterio S. Basilii Romae, et aliquot ex scripsimus: ex iis vero novem selegimus, quod aliis praestantiora videantur, et typis damus ….” (21). Non sapremo mai, purtroppo, quanti fossero i “diplomata non pauca” che l’erudito francese ebbe sotto gli occhi. I documenti da lui trascritti provengono comunque soltanto da quattro monasteri, e precisamente: S. Giovanni di Piro (dioc. Policastro, documento latino del 1473); ecc…(22).”. Il Breccia (…), aggiungeva a p…..: “In ogni caso, dei quattro monasteri da cui provengono i documenti editi dal Montfaucon, tre sono compresi nell’elenco dell’Agresta e non pongono quindi ulteriori problemi, mentre il quarto (S. Giovanni di Piro) era “passato l’anno 1587 (…) sotto il dominio della Insigne Cappella Sistina”: (25) è probabile quindi che il documento in questione, forse con altri dello stesso archivio, sia giunto alla casa-madre romana molto prima della raccolta del Menniti (26).”. Il Breccia, nella sua nota (26), postillava che: ” (26) Di Luccia , L’abbadia (cit. n. 25), pp. 15-17, pubblica la bolla di Sisto IV (5 novembre 1473, la stessa edita in seguito anche dal Montfaucon e oggi parte del Vat. lat. 13118, pergamena n. 12) “ex originali in carta membrana desumptum, quod asservatur Romae in archivio collegii S. Basilii Magni”. Considerando che l’opera del Di Luccia apparve nel 1700 è molto improbabile che questo documento fosse stato portato al S. Basilio dal Menniti.”. Il Codice Vaticano Latino 13118, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma, non risulta digitalizzato, pertanto non è possibile pubblicare l’immagine della bolla originale del 1457, contenuta nel codice Vaticano latino 13118. Riguardo l’antico Codice menbranaceo del ‘500, si veda: Lilla, Salvatore, 1936-2015 ‘I manoscritti vaticani greci. Lineamenti di una storia del fondo’ (Studi e testi, 415), 2004; Rita Andreina, ‘Biblioteche e requisizioni librarie a Roma in età napoleonica: cronologia e fonti romane’, (Studi e testi, 470), 2012; Breccia, Gastone, 1962- ‘Archivum basilianum. Pietro Menniti e il destino degli archivi monastici italo-greci’, In Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 1991; Lilla, Salvatore, 1936-2015, ‘Codices Vaticani graeci 2648-2661’, In Miscellanea Biblioteque. Scrive sempre il Breccia (…), a pp. 23-24 che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Giovanni di Piro (bolla del 1473, habetur originalis (31); ecc..”. Nella sua nota (31), che riguarda il documento dell’Abazia di S. Giovanni a Piro, il Breccia (…), postillava che: “È la bolla pubblicata dal Di Luccia e dal Montfaucon (cfr. infra n. 69); è sopravvissuta e fa parte della raccolta di documenti oggi conservati alla Biblioteca Vaticana (Vat. lat. 13118, pergamena n. 12) riguardanti per la maggior parte il monastero del S. Giovanni di Stilo.”. Scrive sempre il Breccia (…), a p. 32 che: “Si può, a questo punto, fornire l’elenco dei documenti medievali di monasteri italo-greci conservati al S. Basilio de Urbe durante il generalato del Menniti. Due importanti manoscritti (Vat. gr. 2605 e Vat. lat. 10606) sono stati momentaneamente inclusi – per desiderio di completezza – senza che sia stata ancora provata la loro effettiva appartenenza all”archivum basilianum’, attribuzione che sarà oggetto del prossimo paragrafo. I documenti sono elencati in ordine alfabetico di provenienza. Tra parentesi vengono fornite le informazioni essenziali (data, originale o copia, greco o latino ecc.); in nota le indicazioni sulle edizioni critiche di quelli già pubblicati.”e, per quanto riguarda il documento che riguarda S. Giovanni a Piro, scrive in proposito a p. 35, dove cita il breve di Papa Sisto IV del 1473 e, scrive: S. Giovanni di Piro (68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473) (69).”. Il Breccia (…), nelle sue note (68) e (69), postillava in proposito: Il S. Giovanni di Piro non è più menzionato nell’elenco del 1551, di cui sopravvive una copia forse di mano del Menniti e certo prodotta al S. Basilio, attualmente a Parigi (Paris, lat. 13081, ff. 1-6; pubblicata da M o n t f a u c o n [cit. n. 18] p. 112 e ripubblicata più recentemente da Batiffol, L’abbaye [cit. n. 8] pp. 115-116). (69) Edizioni: 1. Di Luccia, ‘L’abbadia’ (cit. n. 25) pp. 15-17; 2. M o n t f a u c on (cit. n. 18) pp. 431-432.”

Di Luccia, Sisto IV

Di Luccia, p. 16

Di Luccia, p. 17

(Fig….) Di Luccia (…), la bolla papale di Sisto IV, pp. 15-16-17

Montfaucon, p. 431

Montfaucon, p. 432

(Fig….), il breve di papa Sisto IV, pubblicato dal Montfaucon (…), pp. 431-432

Nel 1501, re Alfonso II d’Aragona (?) vendette il feudo di Roccagloriosa a Giovan Battista Carafa per 3000 ducati

Riporto una notizia tratta dall’Ebner (…) che però ci lascia perplessi in quanto è riferibile ad Alfonso II d’Aragona che morì a Messina, alcuni mesi dopo l’ingresso a Napoli di Carlo VIII, re di Francia e  dopo aver abdicato in favore del figlio Ferdinando II d’Aragona, ovvero morì alcuni mesi dopo il 22 febbraio 1495. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: Nel 1501 re Alfonso II vendette il feudo a Giovanni B. Carafa, conte di Policastro.”. Mi chiedo come avesse fatto re Alfonso II a vendere il feudo di Roccagloriosa visto che morì il 18 dicembre 1495. Ebner a p. 422, nella sua nota (53) postillava che: “(53) Pare che i frati l’avessero abitato fino al 1806, quando il monastero fu soppresso. Assegnato al Comune fino al 1815, quando dietro richiesta del vescovo di Policastro re Ferdinando concesse l’isolato per adibirlo a seminario estivo (fino al 1926: frana). Restaurato dal parroco Pantaleo Romaniello, oggi è sede della Scuola Media.”. Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…), in proposito alla dominazione dei Sanseverino, e riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino,……Nel dì 11 agosto del 1498 il Re Ferrante donò la detta terra a Gaspare Saragusio, devoluto per ribellione di Guglielmo Sanseverino (Quint. 9 folio 153), la di cui figlia Giovanna la vendè poi a Giovan Vincenzo Caraffa (Quint. 17 fol. 38). Nel 1548 esso Caraffa la vendè a Giovan Giacomo Cosso col patto di retrovenderla. Ecc..”. Riguardo la nota (…) dell’Ebner in cui citava i due autori di un testo su Roccagloriosa, si tratta di Agatangelo P. da Roccagloriosa e Cav. Falco Domenico, Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa, Salerno, del 1968, da cui, a pp. 34-35, parlando dei “Diversi signori del paese” attingiamo che dopo la Congiura dei Baroni e dopo che il feudo passò alla Regia Camera: Ma nel 1501 il re Alfonso lo vendette a Giovanbattista Carafa, conte di Policastro, per 3000 ducati; Ecc..(31).”. Su Roccagloriosa hanno scritto anche i due autori Agatangelo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986. Agatangelo e Romaniello (…), sull’epoca aragonese a p. 35, in proposito scrivevano che: “Ma nel 1501 il re Alfonso lo vendette a Giovanbattista Carafa, conte di Policastro, per 3.000 ducati; ed il 25 maggio 1576, ad istanza dei creditori, i Carafa, vendettero il feudo a Giovanni-Antonio Lanario per 11.450 ducati.”.

Nel 1501, Giovan Battista Carafa, compra Roccagloriosa

Giovanni Carafa detto “la Morte” (pare per il suo aspetto disgustoso) (metà del XV secolo, 1530), era patrizio napoletano; signore di Rofrano e Mannia investito il 1 luglio 1490, ambasciatore a Venezia nel 1496 e in Ungheria nel 1498, 1° Conte di Policastro investito con privilegio datato: Sarno 4 febbraio 1496 (esecutivo dal 25 ottobre 1496), compra Roccagloriosa nel 1501, Signore di Rodio, Consigliere Regio, Provvisore Maggiore nel 1512, confermato di tutti i feudi il 31 ottobre 1518 (con l’aggiunta di Bosco e San Giovanni), Consigliere del Collaterale dal 22 maggio 1523.

Nel 1545, il Monastero claustrale di San Mercurio a Roccagloriosa

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(Fig. 7) Monastero e Seminario oggi di S. Mercurio a Roccagloriosa

Nel 1601, Paolo Emilio Santonio o ‘Santorii casertano’, nel suo “Historia Monasterii Carbonensis Ordinis Sancti Basilii”, citato dall’Antonini (….), a p. 334, sulla scorta di un manoscritto sulla “vita di S. Nilo” che l’Antonini chiama “il citato Anonimo Greco della vita di S. Nilo”, come scrive l’Antonini nella sua nota (I), riguardo la notizia di un “Romitorio” esistente a Roccagloriosa: “(I)….Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”, tratta dal Santorio (…), in “hist. Carbon. Monast. fol. 29”, l’Antonini, a p. 334, dove scriveva che: al fol. 7., fa menzione di tre Santi Uomini, che furono di questo Monistero a tempo di S. Nilo, e così li nomina:…”, nel fol. 29 della “Historia etc…”: ‘Magnum Joannem, percelebrem Fantinum (1), & Angelica puritae Zachariam, ond’ entra il dubbio che il Monistero non fosse stato de’ Basiliani, altrimenti l’autor di questa vita parea, che non avesse a pigliarsi la pena di ragionar di Santi d’altro istituto. L’Abate Ughellio Italia Sacra tomo 6, fol. 143, scrive, che questo Monastero di monache fosse stato da Turchi ruinato: ‘Quod enim erat in Oppido Roccae gloriosae Turcae fuflulerunt’; ciò che non è vero, non essendosi mai Turchi tanto entro terra inoltrati; anzi sappiamo, che le moniche vi erano fin al MDLXV poichè in tal anno vi morì Suor Maria Sanseverino, e ne fu come Abate provveduto Fabio Lanario con Breve di Sisto V. che il secolarizzò. Ma verso il MDCI il Baron della Rocca (non avendo avuto ragione di ciò che Sisto aveva fatto) presentò in Badessa Suor Beatrice Pinella monaca Benedettina il Monistero.“. Dunque, il Santorio, sulla scorta dell’antico Manoscritto dell”Anonimo Greco’, scriveva che il monastero di San Mercurio esisteva ancora nel 1545 che le moniche vi erano fin al MDLXV poichè in tal anno vi morì Suor Maria Sanseverino, e ne fu come Abate provveduto Fabio Lanario con Breve di Sisto V. che il secolarizzò.”.

Nel 1615, il vescovo di Policastro incorporò nel Seminario il monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, in proposito scriveva che:  “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero anzidetto (1615). Nel giudizio, il seminario si avvalse della sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’abate del monastero di S. Maria di Gottaferrata di Rofrano (32). All’annessione del monastero di S. Mercurio si oppose l’università di Roccagloriosa che, nell’impossibilità di continuare la lite, cedette la facoltà di recupero del benefizio al barone Francesco d’Afflitto. Il vescovo di Policastro delegò quello di Marsico a decidere sulla lite. Questo vescovo stabilì (22 febbraio 1657) che poichè non era sicuro l’asserito jus patronato dell’università …..”.

Nel 22 febbraio 1657, la Sentenza del Vescovo di Marsico

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 436, in proposito scriveva che:  All’annessione del monastero di S. Mercurio si oppose l’università di Roccagloriosa che, nell’impossibilità di continuare la lite, cedette la facoltà di recupero del benefizio al barone Francesco d’Afflitto. Il vescovo di Policastro delegò quello di Marsico a decidere sulla lite. Questo vescovo stabilì (22 febbraio 1657) che poichè non era sicuro l’asserito jus patronato dell’università di Rocca e suo Barone sul benefizio di S. Mercurio, il mancato consenso del patrono non poteva inficiare l’unione dei due benefici.”.

Nel 1679, i de Caro di Roccagloriosa

Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 82 parlando del la baronia e del feudo di Sanseverino di Centola, in proposito scriveva che: Nel 1538, infatti, Girolamo Morra alienò definitivamente Sanseverino ad Annibale Antonini, antenato dello storico settecentesco, “cum castello, et castellano, et feria Sanctae Margaretae” (l’antica fiera di S. Margherita costituiva un’evento commerciale di grande rilievo per tutto il basso Cilento, e la sua giurisdizione risultava quindi assai lucrosa. (7). Il feudo passò poi ai Tancredi, nel 1628 a Girolamo Albertini, nel 1679 a Vincenzo Vita, e infine, per successione ereditaria, ai de Caro (8)”. Il Barra, a p. 82, nella sua nota (8) postillava che: “(8) L’Antonini ricorda la famiglia de Caro di Roccagloriosa, che nel 1305 vi aveva fondato la Commenda di S. Spirito, affermando che “quando sia nobile tal famiglia troppo sarebbe qui il ridirlo, ma ne fan chiara testimonianza i feudi da tanti secoli posseduti, i privilegi, le cappellanie, suoi illustri parentadi &” (La Lucania, cit., vol. I, p. 387, nota). In termini tutt’altro che encomiastici, anzi decisamente sarcastici, si esprime invece Lorenzo Giustiniani a proposito del giurista Filippo Ferdinando de Caro, ricordando le numerose controversie legali da lui sostenute “a vindicare il feudo di Sanseverino, piccola terra non lungi da Cammarota”. Infatti “l’acquisto di tl feudo gli apportò la perdita del cervello; poichè essendogli riuscito di rinvenir memora, che quella terra preso avesse il nome della famiglia Sanseverina, e non da quel Sanseverino vicino Salerno, incominciò a prender l’impegno di ottenere il titolo di Principe, a muover litigio co’ feudatari convicini, pretendendo la preminenza di questo suo feudo su quello di Foria e di Centola. E comechè ne venn’egli in parte ad ottenere di que’ diritti, che forse gli eran dovuti, e non i maggiori da lui pretesi, incominciarono questi suoi pensieri a divenir delirij, e nel 1768 finì da matto i suoi giorni” (L. Giustiniani, Memorie istoriche degli scrittori legali del Regno di Napoli, Stamperia Simoniana, Napoli, 1787, vol. I, p. 224). A parziale giustificazione delle pretese del de Caro, va ricordato che già gli Albertini si erano auto-intotolati principi di Sanseverino. Il de Caro fu autore di un commentario alla sua edizione di Leonardo Ricci U.I.D. Neapolitani, Praexos formulariae Judicii executivi et ordinarii, Ex Typographia Januariii Roselli, Neapoli MDCCLVII e MDCCLIX, vv. 2. Per Sanseverino cfr. E. Buonom, San Severino di Centola, cit., che pubblica alle pp. 75-79 un apprezzo del feudo del 1786, tratto dall’archivio privato Albertini.”.

Il monastero dei Padri Zoccolanti fuori le mura a Roccagloriosa

Antonini, p. 386 su Roccagloriosa

(Fig…) Antonini (…), op. cit., p….

L’Antonini (…), dopo aver descritto il paese di Roccagloriosa, parla anche del Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, e scrive che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Ecc….e quindi dopo tre secoli e più, cioè nel MCDLXXV il Pontefice Sisto IV confermando al Signor del luogo il dritto di presentar la Badessa, trasferì il Monastero dentro le mura; ed in quello che le monache lasciavano, fece passare ad abitarvi i PP. Zoccolanti.”.

Nel 1682, don Placido Tosone acquistò il feudo di Rofrano e trovò numerose liti pendenti

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. II, a p. 435 e s., parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per ducati 10.100, con diminuzione del prezzo approvata dai creditori, da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Ecc…”.

Nel 1690, la lite tra il barone di Rofrano, don Paolo Tosone ed il Vescovo di Policastro

Pietro Ebner, a p. 435, nella nota (27) postillava che: “(27) Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo, con il fisco per pagamenti contestati, con il principe di Bisignano per i confini di Sanza, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino.”. Sempre Ebner, a p. 435, in proposito scriveva che: “Dal ‘Libro di memorie’ di Placido Tosone (28) si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29) Ecc…”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29.”. Infatti, il sacerdote Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 29, in proposito scriveva che: “Queste notizie del Feudalesimo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed in ispecie dell’istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furon verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel suo Libro di memoria. Il suo erede D. Scipione me l’ha gentilmente esibito, di che gli rendo pubbliche e distinte grazie (1).”. Il Ronsini, a p. 29, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Del Feudalismo tacuissem libenter nisi haec quoque pro patria essent (Livio). La Storia baronale da lume per risolvere alcune controversie Demaniali tuttor vive, e poi la storia ecc…”. Dunque, il Ronsini ci parla di un “Libro delle memorie”, che pare fosse stato manoscritto da don Placido Tosone e che nel 1690, Paolo Tosone, barone di Rofrano, suo successore ricontrollò le cose ivi scritte. Il Ronsini scrive che questo Libro fu il frutto di verifiche che, nel 1690, Paolo fece in occasione della lite pendente nel 1690 tra la Diocesi di Policastro, nella persona del Vescovo e la famiglia Tosone. Su Paolo Tosone, che il Ronsini scriveva essere stato il “successore immediato di don Placido Tosone”, però, ha scritto Francesco Barra (….), nel suo “Rofrano – terra della civiltà Greco-Bizantina”, a p. 60 in proposito scriveva che: “Il ‘Cedolario’ i informa delle sue prossime intestazioni. Da Nicola Tosone (morto il 23 agosto 1779) il feudo passò al figlio Paolo (8 marzo 1780).”. Il Ronsini scrive pure che l’erede di Paolo Tosone, don Scipione esibì al Ronsini il “Libro delle memorie”. Il Ronsini scriveva che nel 1690 si tenne davanti alla SRC di Napoli una lite, un processo tra don Paolo Tosone, barone di Rofrano ed il vescovo della Diocesi di Policastro, Mons. De Rosa. Nella “Serie dei Vescovi della Diocesi di Policastro”, il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), pubblicata nella versione curata dal Visconti della Sinossi del Laudisio, a p. 132, in proposito scriveva che: “49. Marco Antonio De Rosa, Cava de’ Tirreni, 1705-1709”. Il Cataldo lo pone come 49 esimo vescovo della Diocesi di Policastro, mentre mons. Laudisio (….), nella sua “Sinossi etc…” (si veda versione a cura del Visconti), a p. 87, in proposito scriveva che: “XLIII. Marco Antonio De Rosa, di Cava, nominato vescovo di Policastro nel 1705. Fu nipote del vescovo Tommaso De Rosa, suo predecessore, perciò sulla tomba di Tommaso De Rosa, sotto l’epigrafe a lui dedicata si legge etc…”. Si legge che fu vicario dello zio Tommaso.  Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni etc…”, vol. I, a p. 213 quando scrive che: “Un giudizio opposto viene espresso da mons. M.A. De Rosa sulla popolazione della contermine diocesi di Policastro ricadente nella provincia di Salerno e nel basso Cilento, quando nel 1707 scriveva che etc…”. Mi chiedo se la causa pendente contro il Tosone, Barone di Rofrano fosse il De Rosa, trattandosi di un vescovo che operava nel 1700 ?. Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 28 riferendosi all’acquisto del feudo da parte di don Placido Tosone, in proposito scriveva che: “Tosone col feudo ebbe il retaggio di numerose liti. Lo molestò Capece, che continuava a tenersi intestato il feudo, pretendendo invalida la vendita (1). Lo molestò il Fisco per pagamenti di pesi già soddisfatti dal Predecessore. Per chimeriche pretensioni sulla montagna del Centaurino, e S. Leo lo vessò M. De Rosa vescovo di Policastro, e colla scomunica durata otto anni, arma terribile una volta in mano ai Monarci, lo costrinse ad una incauta convenzione, con cui nel 1697 gli accordò il preteso dritto di decima, ch’era del Comune. Solo con tal ripiego si tolse di mezzo, lasciando noi sulle male peste, perchè la secolare lite ferve ancora. Lottò col Principe di Bisignano Barone di Sansa per controversi confini col luogo chiamato Lago di Levano, e vinse. Ma nelle molte liti che mosse all’Università di Rofrano sia per la privata dè molini, sia per voluti diritti sui beni Comunali, presso la Sommaria, ed il S. R.C., ebbe sempre torto. Sì perchè le pretensioni erano ingiuste, e per diritti usurpati dalla prepotenza degli antecessori, si perchè le idee avverse al sistema feudale già si avean fatto strada anche presso i Tribunali. Il feudalismo aveva fatto il suo tempo ecc…”. Pietro Ebner, a p. 436, in proposito scriveva che:  “Nel 1691 il vescovo pro-tempore di Policastro (mons. de Rosa), asserendo che i predecessori del barone di Rofrano Placido Tosone avevano usurpato il diritto di decima sul Centaurino, scomunicò quel barone rifiutando di adire il SRC o la Sacra Rota proposte dal Tosone.. Dunque, Ebner, sulla scorta del Ronsini scriveva che mons. De Rosa, vescovo di Policastro, nel 1691 scomunicò don Placido Tosone, barone del feudo di Rofrano. Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 28 riferendosi all’acquisto del feudo da parte di don Placido Tosone, in proposito scriveva che: “….e colla scomunica durata otto anni, arma terribile una volta in mano ai Monarci, lo costrinse ad una incauta convenzione, con cui nel 1697 gli accordò il preteso dritto di decima, ch’era del Comune. Solo con tal ripiego si tolse di mezzo, lasciando noi sulle male peste, perchè la secolare lite ferve ancora. Lottò col Principe di Bisignano Barone di Sansa per controversi confini col luogo chiamato Lago di Levano, e vinse. Ma nelle molte liti che mosse all’Università di Rofrano sia per la privata dè molini, sia per voluti diritti sui beni Comunali, presso la Sommaria, ed il S. R.C., ebbe sempre torto. Sì perchè le pretensioni erano ingiuste, e per diritti usurpati dalla prepotenza degli antecessori, si perchè le idee avverse al sistema feudale già si avean fatto strada anche presso i Tribunali. Il feudalismo aveva fatto il suo tempo ecc…”. La scomunica a Tosone durò otto anni. Dunque, nel 1699, Dopo otto anni dall’irrogata scomunica il barone si decise a chiedere il ‘jus decimandi’ sulla montagna di S. Leo (33), dichiarando, però, che il diritto era stato sempre esercitato liberamente dai suoi e dai suoi danti causa e chiarendo che la cessione del ‘jus decimandi’ era stata fatta solo perchè “viribus censurae compulsus et non aliter”, per cui si riservava il diritto di rivalersi del ‘jus’ ceduto. I baroni locali, però, conservavano il diritto di fida e diffida se Giacomo Tosone cedette (34) la fida sui terreni demaniali di Rofrano all’università di Afano per cinque ducati annui.”. Ebner, a p. 436, nella nota (33) postillava che: “(33) Istrumento per Notar Nunziante Grimaldi 22 febbraio 1697.”. Ebner, a p. 436, nella nota (34) postillava che: “(34) Notar Manzione, 19 gennaio 1728”.

La Platea dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a S. Giovanni a Piro

Nel suo “Esame della Platea del1695 (1)”, il Tancredi (24), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (20) del 1695, scriveva in proposito: “L’entità dei beni consiste in terreni coltivati da vassalli o custodi. Nel comprensorio di San Giovanni a Piro sono 1444, mentre in altre località sono 261. Sono compresi pure alcuni casalini  o case ed introiti vari (censi in grano, mosto, olio, ecc..). I vassalli sono 482, compreso i membri del Clero, a sè stante, con 13 sacerdoti singolarmente, una Congrega, un Monastero, 14 Cappelle. Le località extra sono 10: Bosco, Majera, Grisolia, Maratea, Trecchina, Rivello, Lentiscosa, Torraca, Roccagloriosa e Policastro.”.Il Tancredi (24), esaminando i beni descritti nell’antico documento (20) del 1695, scriveva in proposito: “Le località extra sono 10: Bosco, Majera, Grisolia, Maratea, Trecchina, Rivello, Lentiscosa, Torraca, Roccagloriosa e Policastro.”.  Dall’“Esame della Platea del1695 (1)”, del Tancredi (24), ed esaminando i Beni descritti nell’antico documento (20) del 1695, si vede che l’antichissima Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, possedeva a Roccagloriosa n. 2 beni tra i “vari”.

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(Fig. 12) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; L’immagine è tratta da Tancredi (24). Manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (20), si vede che figura anche Roccagloriosa con n. 2 beni “vari”, come si può ben vedere nell’immagine di Fig. 13 che illustra la pagina n. 169 della Platea, inedita e ivi pubblicato per la prima volta.

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(Fig. 13) Pag. 169, della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; Manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (20), si vede che figura anche Roccagloriosa.

La tenuta del Centaurino

Pietro Ebner, a p. 435, in proposito scriveva che:  “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) ecc…”. Ebner, a p. 435, nella nota (31) postillava che: “(31) Cfr. la Tav. 21 in Ebner, Economia e Società, cit. II.”. Infatti, Ebner, nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p……, propone la Tav. 21 dove è illustrato “21. Rofrano. Pianta dei molini, trappeti e fiumi”. Nel vol. II troviamo anche un’altro disegno manoscritto “22. Rofrano: Delimitazione del territorio compilata (1822) su documenti del 1547”

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(Fig. 19) Disegno del ‘700 su Rofrano, tratta da Ebner (3)

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(Fig. 20) Rofrano. Immagine tratta da Ebner (3)

Nel 1600, ad Acquavena, frazione di Roccagloriosa, il castello de Caro

Su un blog tratto dalla rete leggiamo che il “Castello De Caro”. E’ sito nel Comune di Roccagloriosa (Sa), precisamente nella frazione di Acquavena. E’ tutt’oggi abitato e si erge su una piccola altura del paese. Fu fondato nel 1600 come residenza estiva di campagna ed è rimasta tale fino agli inizi del XX sec. Nel corso della II guerra mondiale il barone Ferdinando De Caro, con la sua famiglia, decise di far diventare, il Castello di Acquavena, loro dimora abituale. Con il passar del tempo vicissitudini familiari portarono la moglie Enrica Tenderini a diventare unica erede, condizione che negli anni a seguire, passò ai figli Raffaele, Enza, Camilla e Giustina. L’ubicazione del castello permette una visione completa del paese. E’ possibile ammirare il golfo di Policastro, l’imponenza del monte Bulgheria e delle colline circostanti. Il tutto, agli occhi di un qualsiasi turista di passaggio, si presenta come un vero e proprio spettacolo naturale. Strutturalmente, anche nel rispetto delle testimonianze mappali, sono presenti due torri una posta ad est e l’altra ad ovest. Purtroppo solo quest’ultima è ancora esistente e ospita la cappella della famiglia. E’ presente un atrio centrale che divide l’ala, abitata, ad ovest da quella, fatiscente, ad est. Queste due ali del castello erano simmetriche sia nella struttura che, al piano superiore, nell’ utilizzo degli spazi dove erano presenti la zona notte e l’angolo di ritrovo. Al pianterreno l’ala est a suo tempo veniva utilizzata come piccolo stabilimento oleario e come stalla mentre l’ala ovest ospitava la cucina e la dispensa.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

(2) Gaetani Rocco, La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906, ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (…) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (20). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I., pp. 366-385. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (Archivio Storico Attanasio). Si veda pure: Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21 (Archivio Storico Attanasio).

(3) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323. Il Cappelli, nelle sue note a p. 345, dice: nota 20: Di Luccia P.P., op. cit., pp. 8; 3 (5.  Il Cappelli, nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Riguardo il Monastero di S. Elia, citato dal Robinson, abbiamo visto che viene citato in un testo di Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Rodotà, scrive: “S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”. Del Monastero di Carbone, poi ne parla anche il Santonio P.E., “Il monastero di Carbone”, Napoli, ed. Pellizzone, 1859 (…). Il Monastero di Carbone è stato uno dei più famosi Monasteri basiliani in Italia. In sostanza, secondo il Cappelli (…), il collegamento con il documento Normanno (…), è S. Nilo che abitò in questo Monastero basiliano del Carbone del Bosco e poi passò a vivere nell’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – a cui è collegato il documento (…), pubblicato dal Trinchera (…). Il Cappelli, nella la nota 21 dice: Trinchera F. (…), p. 80; poi alla nota (22), il Cappelli, scrive: “Laudisio N.M. (9), p. 73.”. Il Cappelli, nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Sul Monastero di Centola si veda p. 398.

(4) Natella P. Peduto P., Pixous – Policastro, estratto da ‘L’Universo’, rivista dell’I.G.M., ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.; Si veda pure: Gay J. (o Giulio), L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, Firenze, 1917, p. 253 e vedi pure Pontieri E., op. cit., 54.

(5) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

Capitolo XI del manoscritto inedito di Luca Mannelli, conservato alla BNN (11).

(6) Borrelli C., Catalogo dei Baroni, in Appendice al ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, Napoli, 1653.

(7) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.

(8) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831. Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda in proposito anche Visconti G.G. (a cura di), op. cit. (9 bis)

(9) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.  Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p…. (testo in latino) e p. 74 (la traduzione del Visconti del testo in latino), p. 74.

(10) Ronsini D.A., Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stab. Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Sala Bolognese, 1981, p. 19 e s.; il Ronsini, pubblica l’antico documento di donazione del 1131 nel ‘Documento A’, p. 69. Il Ronsini (10), a p. 29, scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel ‘Libro di memoria’.”.

(11) Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum), p. 542 e da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi ‘Paleocastren’ e riporta la notizia dell’elevazione a Contea di Policastro. Il Cappelletti (54), cita l’Ughelli e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”.  Riguardo il vescovo Arnaldo, successore di Pietro, ne parla a p. 789 e s. e per tutti i suoi successori.

(12) Giustiniani L., Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, Tomo VII, p. 225 e s. su Policastro e su Torre Orsaja e Castelruggiero, si veda Tomo IX, p. 215 e s.

(13) Santorio P.E., Historia CarboneMonasterii ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601,  foll. 29-30.  L’Antonini dice nelle sua nota (1) che dal Santorio: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’.

(14) Richard e Giraud, Dizionario universale delle Scienze Ecclesiastiche, opera compilatadai padri…, Napoli, 1848, ed. Stab. Tip. Batelli: su Policastro: p. 679.

(15) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952.

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(16) Agatangelo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986

(17) Di Meo A., Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1803, Tomo VIII, p. 179 e s.; riguardo le notizie intorno al Vescovo Arnaldo, si veda: Di Meo Alessandro, che nel Tomo IX, p. 164 e s., dove, parlando dell‘”anno di Cristo 1110, IND. III. B.”, ci parla di dell’Ughelli (18) e dell’antico documento Normanno dove è citato il vescovo Paleocastrense Arnaldo.

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(18) (Fig. 13) De Micco Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – Relazione nella Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, TorreOrsaia e Castelruggiero, anche resistenti, Nella Corte di CassazionediNapoli, Napoli, ed. Tipografia di Gennaro M. Priore, 1895 (Archivio Storico Attanasio e Archivio Diocesano di Policastro).

(19) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (2), a p. 154, alla nota (4) (nota 1), scrive in proposito al documento: “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96 (…) che, trae le dette notizie e questo documento dal Canonico Giuseppe Menta. Il Gaetani, op. cit. (2), p. 154, nota (4) (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (2), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (2), ma il Laudisio (9), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare  gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (….), scrive in proposito a p. 93 (…): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”.

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(Fig. 14) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; Manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (20)

(20) (Figg. 11-14) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il documento fu citato dal Gaetani R., op. cit. (4) e dal Cataldo (…). In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, a p. 154, alla nota (4) (nota 1), e dice di aver tratto lo stralcio del documento in questione dal suo amico Canonico Giuseppe Menta (…), che troviamo citato su un’antico testo scaricabile da Google libri gratis. Il Gaetani, op. cit., p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. ‘Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano’. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (…). Il Cataldo (..), nelle sue note (p. 19, nota n. 71), a proposito della “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a…”, scrive che essa è un manoscritto (Ms.), conservato all’A.D.P. (Archivio della Diocesi di Policastro). Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte da un documento: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (di Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. Si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 73 e s., si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”. Il Tancredi, alla nota (1), scrive: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. ecc..”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (…), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (…). Il Gaetani (…), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta (…). Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano (…). Le immagini che noi quì pubblichiamo (Figg. da n. 1 in poi), sono tratte dal manoscritto originale conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (Fig. 1), da cui abbiamo tratto le pagine finali che riguardano i possedimenti a Torraca e del territorio Saprese. 

(21) D’Amico V., I Bulgari trasmigranti in Italia nei secoli VI e VII dell’era Volgare, Campobasso, 1933, p. 44.

(22) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377. Si parla della Chiesa Paleocastrense e vi sono accenni a Pietro da Salerno. Egli cita l’Ughelli, op. cit. (18), che pubblicava lettere e titoli dell’epoca in cui si parla di Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò: “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”.

(23) De Giorgi Cosimo, Da Salerno al Cilento, ed. M. Cellini, Firenze, 1882, ristampa ed. Galzerano, dal titolo “Viaggi nel Cilento”; si veda la Valle del Mingardo Cap. X e la Valle del Bussento, Cap. XI, e s.; si veda p. 94.

(24) Tancredi L., Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978, e pure in ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 280. Si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, si veda “Esame della Platea del 1695″ (1), p. 73 e s.

(25) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X.

(26) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. L’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(27) Acocella N., Salerno medievale ed altri saggi, p. 485; Si veda pure Acocella N., Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, struttura amministrativa e agricola, Parte II, Salerno, 1963, p. 86 e s.

(28) Lo Curto V., Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(29) Guzzo A., Da Velia a Sapri, ed. Arti grafiche Palumbo e Esposito, Cava de’ Tirreni, 1978, p. 106.

(30) De Giorgi Cosimo, Da Salerno al Cilento, ed. M. Cellini, Firenze, 1882, ristampa ed. Galzerano, dal titolo “Viaggi nel Cilento”; si veda la Valle del Mingardo Cap. X e la Valle del Bussento, Cap. XI, e s.; si veda p. 94.

(31) Ugo Falcando, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri.

(32) Matthew D., I Normanni in Italia, ed. Laterza, Bari, 1992.

(33) Fazello T., Storia di Sicilia, II, 7, 1-3, pp. 52,55,56, si veda anche Alessandro di Telese, Storia di Ruggero II, I, 2.

(34) Cervellino L., Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per la sua retta Amministrazione, Napoli, Stamperia di Vincenzo Manfredi, 1776, si veda da p. 113 a p. 121, nel Cap. XII, ‘Della Bonatenenza‘, ci parla del titolo di Rofrano.

(35) Rocchi A., De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae inTusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, dove si trova il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio).

(36) Erich Caspar, Roger II. (1101-1154) und die Grundung der normannisch-sicilischen Monarchie, Innsbruck, 1904

(37) Ferdinand Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicilie, I-II, Paris, 1904

(38) Paul Fridolin Kehr, Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 (rist.), pp…..; (nota della Follieri): come informa F. Schneider, Neue Dokumentevornehmlich aus Sud-italien, stà in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 16 (1914), p. 1-54, precisamente p. 6;  Paul Fridolin Kehr, Italia pontificia, sive Repertorium privilegiorum et litterarum a Romanis pontificibus ante annum MCLXXXXVIII Italiae ecclesiis, monasteriis, civitatibus singulisque personis concessorum Regesta Pontificum Romanorum , ristampa, ed. Weidman, 1962

(39) Schneider Fedor, (nota della Follieri), come informa F. Schneider, Neue Dokumentevornehmlich aus Sud-italien, stà in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 16 (1914), p. 1-54, precisamente p. 6.

(40) Collura Paolo, Appendice al Regesto dei diploi del Re Ruggero compilato da ErichCaspar, in Atti del Congresso Internazionale di Studi Ruggeriani, Palermo, 1955, pp. 545-625, sotto il num. 36 (pp. 572-574)(da usare con cautela per le molte imprecisioni, postillava la Follieri).

(41) Minisci Teodoro, Ieromonaco, Santa Maria di Grottaferrata. La Chiesa e il monasero, Badia Greca di Grottaferrata, 1955

(42) Giovannelli Germano (Ieromano), Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano, stà in Bollettino della Baia di Grottaferata, Grottaferrata, n.s. n. 3 (1949), pp. 67-75; si veda pure dello stesso autore: vita di S. Nilo, e pure: Grottaferrata, stà in Bollettino della Baia di Grottaferata, Grottaferrata, n.s. n… (1955); si veda pure il Ronsini (5), op. cit. ed. Forni, e si tratta del Vol. III (1949), si veda da p. 94 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(43) Borsari S., Il monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia meridionale prenormanna, ed. Nella Sede dell’Istituto, 1963

(44) Codice Crypt. Z. δ. XII. E’ la Follieri (6), op. cit., a p. 49, ci dice che ci informa di questo antico codice. Il Codice Criptense del Cardinale Bessarione è un codice bombicino (in seta) e manoscritto in cui si trova il cosiddetto “Regestum Bessarionis”. Una specie di Platea o inventario fatto redigere dal Cardinale Bessarione, commendatario dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati), in cui venivano inventariati i beni usurpati all’Abbazia: “Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (2)..  Nella sua nota (2), la Follieri ci parla di padre Rocchi (11), che lo pubblicò. Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (6), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (…), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (26). Il Rocchi (11), che pubblicò il ‘Regestum Bessarionis’, contenuto nel  codice Crypt. Z.δ.XII, nel suo scritto a p. 513 è scritto: “CODEX DECIMUS SECUNDUS Z. δ. XII. Cod. ms. bombycin. saec. XV, costans foliis 98, quorum duo priora sunt membran. longitud. metri fere 0, 27, latitud. 0, 21, exaratus bono et nitido charactere, jussu D. Nicolai Perrotti ep. Sipontini, in Monasterio Cryptaferratae Vicarii Cardinalis Bessarionis, abatis Commendatarii perpetui. Scribi autem liber coeptus est d. XXVIII mensis Augusti an. MCDLXII, uti legitur in proemio. Initio autem libri appacta est imago ipsius Card. Bessarionis, quae ex antiqua tabula Biblioth. Vatic. curante Stephano Borgia a secretis Sacrae Congr. de Propaganda Fide an. MDCCLVII, aere cusa est. Porro Platea codex inscribitur vel etiam Regestum Bessarionis quorumcumque et ubique existentium Abbatiae Cryptoferratensis bonorum. Fol. 62. Veniunt pone Diplomata quae omnia sunt ‘pontificia’, praeter unum regium.”. Stiamo cercando la sua versione digitale e on-line sul sito della Biblioteca Apostolica Vaticana, dove esso probabilmente è conservato. La Follieri, ci informa che di questo codice ce ne parla Concetta Bianca (21), op. cit., in un suo pregevole studio sull’Abbazia di Grottaferrata. Purtroppo, la Follieri, ci informa che sia il documento autentico che quello di cui parlava il Ronsini che diceva conservato al Comune di Rofrano, non si trovano. La Follieri, scrive che: Il Cardinale Bessarione, non appena Papa Pio II gli ebbe affidata in commenda il monastero di S. Maria di Grottaferrata (28 Agosto 1462), si preoccupò di difendere e richiamare “i diritti della Badia sui possessi conculcati o usurpati” (1). Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (11). Lo stesso Bessarione dispose che si eseguisse una traduzione latina sia del testo greco sia delle iscrizioni dei sigilli di ‘nonnula iura et monimenta’: ci è così pervenuto il ‘transsumptum in pubblicam fornam redactum’, in versione latina, di un crisobollo greco concesso dal re normanno Ruggero II all’abate ‘Sanctae Dei Cryptaeferratae Domino Leontio’ nell’aprile dell”annus mundi 6639, indizione IX (= aprile 1131). Detto transunto fu eseguito in Roma il 16 novembre 1465 dal notaio ‘Henricus de Goch clericus Coloniensis dioecesis, a richiesta di Domenico de Dominicis vescovo di Brescia, referendario e vicario pontificio per Roma e circondario, per incarico del cardinale Bessarione. L’atto del 1465 non è stato tramandato però in originale , ma attraverso la copia autentica eseguita il 13 ottobre 1595 a cura del protonotario apostolico Camillo Borghese, su incarico di papa Clemente VIII e a richiesta di P. Giovanni Ceci, di Tuscolo, procuratore dell’Ordine Basiliano (…). A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…). Il testo del crisobollo fu pubblicato per la prima volta nella monografia che un benemerito erudito locale, il canonico Domenicantonio Ronsini, dedicò alla storia di Rofrano (5). Il canonico Ronsini (5), utilizzò, come egli stesso dichiara (…), una copia conservata nell’Archivio Comunale di Rofrano, esemplata sul documento del monastero di Montesano per Notar Ottone Francesco Martelli di Padula. L’opuscolo del Ronsini, uscito nel 1873 a Salerno, ebbe limitata diffusione: lo conobbe e lo utilizzò il P. Antonio Rocchi nel 1893 (11), ma lo ignorarono sia Erich Caspar (…) sia Ferdinand Chalandon (…). Il documento fu riscoperto da Paul Fridolin Kehr (…),  fu ripubblicato, sulla base del codice Criptense, da Fedor Schneider nel 1914 (15). Esso è registrato nell’appendice al Caspar redatto da Paolo Collura (16), ed è stato uilizzato sia da Horst Enzensberger nel suo lavoro sulla cancelleria e i documenti normanni dell’Italia meridionale e della Sicilia (17) sia da Carlrichard Bruhl, nella sua monografia sui documenti del Re Ruggero II (18). Recentemente lo ha ripubblicato, nelle sue preziose opere sulla storia economica ed ecclesiastica del Cilento, Pietro Ebner (3).. Del codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII), e del “Regestum Bessarionis”, ne ha parlato anche il Breccia (30) in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che l’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (30), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. “I documenti pontifici per Grottaferrata, si possono suddividere in due grandi famiglie. Prima di tutto vi sono infatti quelli di cui si curò inizialmente la copia presso il monastero stesso: il vero e proprio ‘Bullarium Cryptense’, rappresentato da un capostipite della metà del secolo XV – il cosiddetto ‘Regestum Bessarionis’, attuale codice  Crypt. Z. δ. XII, ff. 68-89 – e dal suo apografo, posteriore di circa 200 anni, oggi conservato nell’archivio della Badia con la segnatura 523. Entrambi questi manoscritti vennero poi utilizzati da Pietro Menniti per la redazione del ‘Bullarium Basilium‘ all’inizio del XVIII secolo (2), come pure per le copie sciolte oggi all’Archivio di Stato di Roma (3). La seconda e più numerosa famiglia è rappresentata invece dai documenti dell’Archivio Segreto Vaticano, rintracciati grazie allo schedario Garampi (4). Si tratta di più di 30 originali tramandati nelle varie serie dei ‘Registri’, cui ne vanno aggiunti altri tre compresi nei volumi dei ‘Diversa Cameralia’ e una copia isolata in un formulario del XV secolo (Arm. LIII): in tutto 38 documenti, soltanto 2 dei quali compaiono anche nei testimoni del ‘Bullarium Cryptense’ (5). Vengono elencati in ordine cronologico i documenti pontifici riguardanti il monastero di Grottaferrata emanati dall’epoca della sua fondazione ad opera di S. Nilo di Rossano (1004) fino alla concessione in commenda da parte di papa Pio II al cardinale Bessarione (1462)(6). Dunque vediamo cosa dice il Breccia nelle sue singole note dalla (2) alla nota (6): la nota (2): Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, vol. 32. Che il Menniti si sia servito sia dello Z. D. XII che del ms. 523 è provato dalle note apposte in margine al suo ‘Bullarium Cryptense’; nella  nota (3), scrive: Segnatura: Congregazioni religiose maschili. Basiliani di S. Basilio, busta 297, 2. Per uno sguardo d’insieme su questa prima famiglia dei documenti pontifici per Grottaferrata, cfr, infra, Tabella 1; nella nota (4), scrive: Cfr. infra, Tabella 2; nella nota (5), scrive: si tratta infatti dei nostri nn. 34 e 48 (rispettivamente Urbano IV, 1262 marzo 17: Reg. Vat. 26, f. 15v = Z-δ. XII, n. 19, f. 87v = ms. 523, n. 16, f. 23 = Fondo Basiliani, vol. 32, pp. 46-48, e Clemente VI, 1347, agosto 23: Reg. Vat. 180, f. 244v =  Z. δ. XII, n. 11, ff. 79v-81r = ms. 523, n. 8, ff. 11v-14r = Fondo Basiliani, vol. 32, pp. 64-69) per i quali cfr. infra a suo luogo; nella sua nota (6), scrive: Il regesto quì presentato è stato compilato essenzialmente sulla base dei vari testimoni della citata raccolta criptense e su quanto è stato possibile rinvenire nell’Archivio Segreto Vaticano grazie soprattutto allo ‘Schedario ‘Garampi’, ecc..ecc..”. Per la consultazione dei documenti all’Archivio Segreto Vaticano, si veda: ‘Sussidi per la consultazione dell’Archivio vaticano: lo schedario Garampi’, i Registri vaticani, i Registri lateranensi, le “Rationes camerae”, l’Archivio concistoriale, Nuova ed. riveduta e ampliata / a cura di Germano Gualdo Città del Vaticano : Archivio vaticano, 1989.

(45) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, ed. Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch – e-book, estratto a stampa da RM; si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destinodegli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105.

(46) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988, pp. 49 e s.; si veda pure: Follieri E., Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461 (Archivio Storico Attanasio).

(47) (Figg. 2-5) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, (…) e il Valerio (…), in un suo pregevole saggio. Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’. 

(48) Mabillon Jean, Annales Ordinis S. Benedicti, Parigi, 1703,

(49) Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S. Nilo”, 1947.

(50) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743.

(51) Arnaldo, II° vescovo della Diocesi di Policastro, vedi il saggio ivi pubblicato.

(52) Fittipaldi W., La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016.

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(53) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la suamemoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017.

(54) (Fig. 13) Del Mercato P.F. – Infante A., Cilento uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40.

(55) (Fig. 12) Carucci C.,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401 mentre il Vol. II ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994.

(56) (Figg. 12) “…Cedola de focolaribus que inveniuntur diminuta per collationem factam: “, datato 1 Dicembre 1271, era conservato al Grande Archivio di Napoli, oggi Archivio di Stato di Napoli. E’ un documento d’epoca Angioina, “….in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita”. Il documento Angioino è stato citato da Del Mercato P.F., Infante A. (…), Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (25).  Il Del Mercato, dice a p. 39, nota (25) che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Il documento è stato pubblicato anche dal Carucci C., Codice diplomatico salernitano del secolo XIII,  (…), vol. I, ovvero ” 1201-1281- Salerno durante la dominazione sveva e quella del primo angioino – a cura di Carlo Carucci”, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, p. 400 e 401, che postillava a p. 400 che era stato tratto da Minieri-Riccio  che a sua volta l’aveva tratto da “Napoli. Archivio di Stato. Reg. Ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, in Minieri Riccio, p. 41”.  Minieri-Riccio (…), op. cit. p. 41 e s., pubblica il documento a p. 41 sotto “Anno 1271, indizione 15°, dal 1 Settembre 1271 al 31 Agosto 1272”, e che nella sua nota (172), a p. 118, postillava che il documento era così collocato: “Reg. 1272 A. n. 13 fol. 186-187 t.”. Purtroppo, questo documento angioino non esiste in originale. Gli autori come il Minieri Riccio o il Filangieri, hanno pubblicato, solo la loro trascrizione integrale che è quella che ci resta.  Purtroppo, la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”. Riguardo i Registri Angioini all’Archivio di Stato di Napoli, i Registri di Carlo I d’Angiò, si veda Filangieri R., I registri della Cancelleria angioina ricostruiti, vol. I, a cura di R. Filangieri, Napoli 1950, reg. VI, 427 p. 299; si veda pure: Dierreu Paul, Les Archives Angevines de Naples, etude sur les Registres du Roi Charles I (1265-1285), par Paul Durrieu, Tomo I, Paris, ed. E. Thorin, 1886; Mazzoleni Jole……………………………………………

(57) Del Mercato P.F., Infante A., Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (24-25). Nella sua nota (25), a p. 39, postilla che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Ho scritto era perchè purtroppo la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”.

(58) Minieri-Riccio, Il Regno di Carlo I di Angiò negli anni 1271 e 1272 per Camillo Minieri-Riccio, Napoli, Tip. di R. Rinaldi e G. Sellitto, 1875, pp. 41 e s.

(59) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), R. Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Storico Attanasio).

(60) Schipa M., Storia del Principato Longobardo di Salerno, stà in ‘Archivio Storico per le Provincie Napoletane’, vol. XII, 1887, il volume originale molto raro, si può consultare presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, collocato: R.G.Storia.IV.15928; il testo (senza le note) è stato ristampato da Ripostes, con il titolo ‘Il Mezzogiorno d’Italia- Ducato di Napoli e Principato di Salerno’, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, 2002 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Schipa M., Il Principato Longobardo di Salerno, si veda p. 202 e s.; stà in Hirsch F.- Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(61) Hirsch F., Il Ducato di Benevento, stà in Hirsch F. – Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(62) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1802, Tomo VIII, p. 359, riguardo la Bolla di Amato, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”.

(63) Mazza A., p. 113, vedi nota (50) di Pietro Ebner (…), “Chiesa, popoli e baroni nel Cilento”, nel suo vol. II a p. 422.

(64) De Blasiis G., L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI, Napoli, ed. A. Dekten, 1873, vol. III, cap. II, p. 54.

(…) Mazziotti Matteo, La Baronia del Cilento,

(….) Wadding Luca, Annales Minorum, Quaracchi 1931, t. 14, anno 1475, n. 31

(…) Fusco Felice, Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento, a cura di Raffaele Ferdinando Marino, ed. Graf. Cantarella, Sala Consilina, 1996 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Fusco Felice, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in “Euresis”, VIII (1992); ‘Capitulationes et Pacta Terrae Rofrani, ovvero gli antichi Statuti municipali di Rofrano, ivi, XI (1995); si veda pure dello stesso autore: Fusco Felice, Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), in “E’uresis”, X – 1994, p. 159 e nota 10 (Archivio Attanasio)

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)

(….) Gassisi Sofronio, “I manoscritti di S. Nilo Juniore”, Roma, 1905; “Innografi italo-greci – Le poesie di S. Nilo Juniore e di Paolo monaco”, in “Oriente christianus”, n. 5 (1905), pp. 26-82.

Nel 1110, Arnaldo, II vescovo della ricostruita Diocesi di Policastro

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale e, non solo, metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo storico meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sulla nuova Latinizzazione in epoca Normanna ed in particolare la figura di “Arnaldo”, il vescovo che successe a Pietro Pappacarbone nella ricostruita Diocesi di Policastro.

Nel XI sec., le Diocesi ai tempi dei primi Normanni

Sulle Diocesi in Calabria e nel Cilento, Nicola Acocella (….), nel suo “La figura e l’opera di Alfano I di Salerno (sec. XI)”, (si veda “Salerno Medievale ed altri saggi” a cura di Antonella Sparano), a p. 44, in proposito scriveva che: “A Policastro, una delle sedi di più recente istituzione (o, meglio, ricostruzione, perchè l”ecclesia Buxentina’ è già ricordata in antico), Alfano prepose come vescovo, nel 1079 o anche prima, un santo monaco cavense, Pietro Pappacarbone (110). Questi era stato designato dalla volontà del clero e del popolo e dal principe Gisulfo; ed Alfano, seguendo la norma indicata dal papa Stefano, ratificò l’elezione con un lettera indirizzata al clero e al popolo di Bussento (111). La scelta dei presuli per le diocesi suffraganee da parte del Nostro fu sempre ispirata a criteri di superiore valutazione morale e religiosa, come è lecito dedurre da qualche altro documento relativo a nomine da lui effettuate. L’integrità della circoscrizione ecclesiastica dell’Archidiocesi rimase fuori discussione finchè strutturalmente saldo il Principato longobardo. Allorchè questo venne rapidamente sfaldandosi, anche l’unità giuridica dell’Archidiocesi venne chiamata in causa. S’è già accennato che Alfano tentò di ovviare a questo moto centrifugo facendo proclamare di nuovo da Alessandro II e da Gregorio VII l’antica sudditanza di Conza a Salerno, contro il tentativo di sottrarnela. Ma la forza centrifuga prevarrà, in seguito alla scomparsa del Principato longobardo: Acerenza e Conza assurgeranno anch’esse al rango di archidiocesi, e nel 1099 saranno solo nominalmente riaggregate a Salerno, proclamata allora sede ‘primaziale’ (112): i vescovadi di Bisignano, Malvito, Cassano (di Calabria) saranno assoggettati direttamente a Roma; quello di Martorano aggregato a Cosenza, anche essa elevata ad archidiocesi; Nola sarà attribuita a Napoli. A questo fatale processo di aggregazione non assistette Alfano; perchè, anzi, egli tentò di rendere maggiormente articolata la distribuzione dei vescovadi della sua Archidiocesi, continuandosi ad avvalere – come s’era fatto negli anni precedenti – della facoltà, davvero singolare ma non eccezionale in quei tempi, di creare nuovi vescovati. Erano le conseguenze delle speciali clausole inserite nelle bolle di Leone IX e di Stefano IX. Due vescovati creò certamente Alfano; forse anche un terzo. Prima fu la volta di Sarno: marzo 1066. Eretta la diocesi ecc…(113).”.

Le notizie e l’origine di alcuni documenti d’epoca Normanna

Molte notizie  storiche sui luoghi e feudi del basso Cilento ci giungono attraverso alcuni documenti prodotti nelle diverse Cause o liti pendenti dal secolo XV in poi, a seguito degli acquisti dei diversi feudatari succedutisi. Le donazioni e privilegi Normanni di cui abbiamo accennato, furono oggetto di revisione storica ed economica, proprio a causa di quelle liti. Sull’origine di alcune notizie storiche su Rofrano e su Roccagloriosa e, su i suoi monasteri, le origini di un testamento del conte Manso o Mansone, riferita dall’Antonini e dal Laudisio, poi in seguito ripresa dal Cataldo, dal Romaniello ecc…, devo precisare che essa deriva da alcuni documenti che fin dal 1434 furono presentati davanti alla Real Corte della Sommaria per liti pendenti fra le Università del luogo (Rofrano, Roccagloriosa) contro i vescovi di Policastro per le loro indebite usurpazioni, di cui parlerò in seguito. Le liti con la curia vescovile di Policastro ed i Capece e i Tosone. Nel 2013, mi recai presso l’Archivio Arcivescovile di Policastro dove il bibliotecario don Mario Scapolatempo mi fece fotocopiare il testo: “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune id Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti Nella Corte id Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Consigliere Comm. De Micco” pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. La relazione del commendatore De Micco (….) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. Il De Micco (….), a pp. 69-70, riferendosi all’atto del 7 aprile 1133, stipulato dai nipoti eredi del visconte Mansone, in proposito scriveva che: “veniva nel giudizio solenne del 1434, circa cinque secoli indietro, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – ‘prout in quondam privilegio testamenti seriosius continetur’ – ; veniva ancora nell’altro giudizio del 1687 innanzi al Vescovo di Marsico esaminato e tenuto a base dei diritti contestati fra Roccagloriosa ed il Seminario, e venuti infine nello stesso modo formalmente riconosciuto nel giudizio contro il Barone Paolo Tosone nel 1697 innanzi al S. R. Consiglio. Ecc…”. Dunque, il De Micco riassumendo alcune liti o cause civili pendenti dal 1434, scriveva che i documenti di cui abbiamo parlato si desumono dagli atti di queste liti. Per quanto riguarda uno dei due documenti, ovvero il testamento di Manso, il De Micco (….), nella sua relazione, a p. 6, in proposito scriveva che: “3°. Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, ufficio Politico, fra le ‘scritture della Curia del Cappellano Maggiore’, e proporiamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Iannis De Afflicto Baronis Roccaegloriosae contro D. Dominicum de Afflicto cessionarium terrae prae Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1° pandetta 2° N. 220”. Dunque, il De Micco trae il testamento di Mansone dalla causa civile del Barone D’Afflitto contro la curia vescovile di Policastro. Sempre il De Micco (….), a pp. 69-70, riferendosi all’atto del 7 aprile 1133, stipulato dai nipoti eredi del visconte Mansone, in proposito scriveva che: Sono queste le precise parole della Corte: “Detto testamento è estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, ufficio politico, tra le scritture del Cappellano Maggiore e propriamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Joannis de Afflicto Baronis Roccagloriosae contra praedictae et reverendum Seminarium Policastrensem’ 1753, vol. I pandetta 2 n. 270.”. Il De Micco, a p. 71, in proposito scriveva che: “Tal testamento si legge di essere scritto da Cioffo Reipublicae notario e di esserne presente l’originale nella Curia Vescovile di Policastro da Matteo d’Afflitto con podestà di restituirne la copia, e a 23 marzo 1589 di essersi intimata la stessa al Sindaco di Roccagloriosa.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435 parlando di Rofrano e, sulla scorta del Ronsini (….), in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, .…da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc…”. Ebner, a p. 435, nella nota (27) postillava che: “(27) Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29”. Pietro Ebner (….), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, scrivendo sulla vasta tenuta del Centaurino, forse già antica e longobarda donazione all’Abbazia di Rofrano, era fra i “…i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo ad interminabili controversie (89).”. L’Ebner, nella sua nota (89), dice che: “(89) V. D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano’, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS = Archivio di Stato di Salerno, è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV = Archivio della Diocesi di Vallo della Lucania) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Ebner, sulla scorta delle sentenze e delle liti fra i feudatari e la curia di Policastro chiariva alcune notizie rimaste frammentarie circa alcuni documenti esaminati in questo saggio. Ebner, sulla scorta del Ronsini scriveva che furono proprio questi atti dei processi intentati dai vari feudatari o università (antichi Comuni) di Rofrano e di Roccagloriosa contro i vescovi di Policastro che fecero conoscere alcune notizie sulle origini dei monasteri a Roccagloriosa. Secondo questi Atti, di cui parla anche il Ronsini (….) ed il “Libro delle memorie” di Placido Tosone, il conte Mansone era figlio del conte Leone, ma non era fratello di “Altruda” ma, ella era sua figlia. Inoltre, Ebner, sulla scorta di queste antiche sentenze scrive che nel 1133, Guido e Alessandro, che nel 1133 ratificarono il testamento di Mansone erano i suoi nipoti non i suoi figli. Ebner, parlando di Rofrano scrive diverse notizie molto diverse da quelle che sono state dette da Romaniello, dall’Antonini, dal Laudisio. Ebner, cita il Ronsini (10) che, nel suo “Cenni storici sul comune di Rofrano”, a p. 29 citava l’antico documento della ratifica del testamento di Mansone. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”,  a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Dunque, il Ronsini, parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 redatto e stipulato dal Notaio Mansione. I registri di don Placido Tosone, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Infatti, copia dell’istrumento, dell’atto, di ratifica del 1133 del testamento di Mansone è stato più volte citato a riprova negli Atti dei Processi di lite contro i Vescovi di Policastro.

Il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (20), a p. 113 (Archivio Storico Attanasio), il ‘Cap. XII della Bonatenenza’, parla della Causa con i Capece e cita anche Lanario, una Sentenza di Nicola Siano, in cui erano convenuti i Capece.

Cervellino, p. 113

Gli antichi documenti Normanni, riguardando molte donazioni Normanne a diversi Monasteri ed Abbazie del luogo, essendo queste, insieme ai loro beni, date in seguito in commenda, furono citati e oggetto di liti e cause vertenti tra la Curia ed i Comuni limitrofi, come ad esempio la causa vertente e sorta tra l’episcopio di Policastro ed il Comune di Rofrano, citata dal Gaetani (….). Riguardo le cause vertenti e sorti tra l’episcopio di Policastro ed il Comune di Rofrano, il Gaetani (….), citava un lavoro del canonico Giuseppe Menta (19): “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano., redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento, citato dal sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici del Comune di Torraca”, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), postillava che: “….il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. (….). Alcuni di questi documenti che attestano antiche donazioni normanne furono fatte valere nei processi pendenti tra alcuni feudatari che acquistarono alcuni feudi o luoghi contro la curia Vescovile della Diocesi di Policastro che aveva usurpato alcuni beni non ecclesiastici come ad esempio la tenuta allodiale detta di “Cannamaria” (Centaurino) che il vescovo di Policastro Antonio Santonio che, nel 1615 inglobò nei beni del Seminario Vescovile a Roccagloriosa. Infatti, Pietro Ebner (…..), riguardo quest’altra lite, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 435, in proposito scriveva che: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31), per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’Università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’Abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il momastero anzidetto (1615). Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che: “(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Riguardo invece le liti tra il Seminario Vescovile di Roccagloriosa e quindi tra la Curia Vescovile di Policastro che ne curava gli interessi contro il Comune di Roccagloriosa, il sacerdote Romaniello Agatangelo (16) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”.

Nel …….., Arnolfo, vescovo di Cosenza

Padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio – vol. primo dalle origini al 1500”., a pp. 193-194 e ssg., in proposito scriveva che: “Coll’avvento dei Normanni si apre un nuovo capitolo della storia calabrese, non solo in campo politico ma anche in campo religioso. …..Il primo a sperimentare i metodi sbrigativi del Guiscardo fu proprio il Metropolita greco della Calabria, Basilio, Arcivescovo di Reggio, al quale fin dal 1079 fu imposto di riconoscere la supremazia del Papa e il passaggio al rito latino. Poichè questi vi si oppose decisamente, il Duca lo scacciò da Reggio e, al suo posto – col consenso di Gregorio VII – pose Arnolfo, di evidente origine normanna (1). Questo però è l’unico caso, che attesti l’azione diretta del Guiscardo nell’estrema parte meridionale della Calabria e ciò in base all’accordo intervenuto col fratello Ruggero, per il quale il governo delle città toccava per metà all’uno e per metà all’altro. Abbiamo un’abbondante documentazione sull’opera da lui svolta, anche in campo religioso, nella valle del Crati, che era alla sua diretta dipendenza. Qui gli fu molto più facile raggiungere i suoi obiettivi, data la posizione della zona, posta ai confini con la Longobardia. Il fatto è che noi troviamo un Arcivescovo latino a Cosenza, di nome Arnolfo, fin dal 1056, anno della morte di Pietro, che probabilmente era di rito bizantino (2). Malvito, Chiesa di origine e di tradizioni latine, ricorda un Vescovo, di nome Lorenzo, nella consacrazione di S. Maria della Matina nel 1065 (3). Le cose invece procedettero in modo diverso per la Chiesa di Cassano. Questa infatti fu suffraganea di Reggio fino all’avvento dei Normanni; ma, in seguito alla conquista della Valle del Crati da parte del Guiscardo, fu data come suffraganea a Salerno, con la bolla di Stefano IX, del 24 marzo del 1058.”. Il Russo, a p. 194, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Il Papa infatti dà all’Arcivescovo di Salerno, Alfano, il potere di ordinare vescovi e preti “in Cosentia….et Visinianensi episcopatu et in Malvito….et in Martirano….et in Casiano”, che sono tutte Diocesi appartenenti alla Valle del Crati.”.

Dal giugno 1060 al 1078, Arnaldo nominato vescovo di Tricarico e la discussa bolla di Godano, Arcivescovo di Acerenza

Riguardo la Diocesi di Acerenza ai tempi dei Normanni di Roberto il Guiscardo e del Vescovo Arnaldo è interessante ciò che ha scritto padre Francesco Russo (….), nel suo “La Diocesi di Tricarico nel primo millenario della fondazione”, a p. 7, in proposito scriveva che: “Con la battaglia del 1048, combattuta sotto le mura di Tricarico da Roberto il Guiscardo contro i Bizantini, la città fu definitivamente tolta ai Greci e incorporata nel Ducato normanno di Puglia e Calabria. Il Guiscardo comprese l’importanza strategica di Tricarico e vi fece costruire la maestosa torre cilindrica ecc…I Normanni crearono prima la Contea di Montescaglioso, incorporandovi anche Tricarico; ecc…”. Poi continuando il suo racconto a pp. 17-18: Con l’avvento dei Normanni e precisamente nel 1059, Tricarico passa ufficialmente al rito latino: il suo Vescovo greco fu deposto, perchè neofito (probabilmente convertito dal giudaismo) e, con lui, fu deposto anche il Vescovo di Montepeloso – oggi Irsina – perchè adultero ed eletto simoniacamente. La Chiesa di Tricarico fu allora aggregata, come suffraganea – alla metropolia di Acerenza, che vi mandò, come primo vescovo latino, un menbro del suo Capitolo, di nome Arnaldo. Nell’anno seguente Godano, Arcivescovo di Acerenza, nella sua qualità di Metropolitano, e Arnolfo, Arcivescovo di Cosenza, nella veste di Vicario del Papa Nicolò II, riuniti a Tursi, determinarono i confini della Diocesi di Tricarico, alla quale aggregano temporaneamente quella di Montepeloso. L’autenticità della relativa bolla di Godano, datata da Acerenza giugno 1060, Indizione XIII e diretta ad Arnaldo, primo vescovo latino di Tricarico, è stata difesa da Mons. Antonio Zavarroni, ma negata da Alessandro Di Meo e da altri storici moderni. Crediamo tuttavia che – anche ammessa la sua falsità – non per questo siano da ritenere falsi tutti gli elementi, in essa contenuti, che, per altro, trovano conferma nei documenti pontifici posteriori.”. Dunque, il Russo scriveva che nel 1060, Arnaldo, un sacerdote o un monaco ‘membro del capitolo’ della Arcidiocesi e Metropolia di Acerenza, nel 1060 divenne il primo vescovo latino della nuova Diocesi di Tricarico. Secondo il Russo queste notizie si desumono dalla discussa “bolla di Godano” del 1060, ovvero la lettera indirizzata ad Arnaldo da Godano Arcivescovo di Acerenza. Il Russo continuando il suo racconto a p. 18 scriveva che: “In realtà i paesi, le chiese e i monasteri, ricordati nella bolla di Godano, ricorrono poi nelle bolle di conferma di Arnaldo, Arcivescovo di Acerenza, del 1097, nonchè dei Papi Alessandro II del 13 aprile 1068, di Pasquale II del 16 giugno 1102, di Callisto II del 7 ottobre 1123, ecc…”. Inoltre, il Russo, nella sua “Serie dei vescovi di Tricarico”, a p. 30 scriveva che: “ARNALDUS  1060-1078”. Il Russo, a p. 29, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Ughelli-Coleti, Italia Sacra, VII, 144 ss. 198; Migne, P. L., 1943; Racioppi, II, 220-221; Zavarroni, Esistenza e validità dei privilegi Normanni alla chiesa cattedrale di Tricarico, Napoli, 1749.”. Da Wikipidia, alla voce Diocesi di Acerenza leggiamo che nel 1059 il vescovo Godano o Gelaldo partecipò al concilio di Melfi nel quale si distinse; per questo ottiene il titolo di arcivescovo. Questa notizia comunque non è confermata; infatti secondo altre fonti Acerenza divenne arcivescovado sotto papa Leone IX o sotto papa Niccolò II. Il 13 aprile 1068 papa Alessandro II emanò una bolla, diretta ad Arnaldo, arcivescovo di Acerenza, con la quale istituì una nuova provincia ecclesiastica comprendente, fra le altre, le diocesi di Venosa, Potenza, Tricarico, Montepeloso, Gravina, Matera, Tursi, Latiniano, San Chirico, Oriolo, lasciando sotto il controllo diretto della Santa Sede Montemurro e Armento. Sul Vescovo “Arnaldo” ha scritto anche Biagio Cappelli (….), nel suo “Il Monachesimo basiliano ai confini calabro-Lucano”, a pp. 258-259, in proposito scriveva che: “Latinianon appare in una carta generalmente ritenuta di dubbia autenticità, a della quale non è stato possibile provarne la falsità in modo assoluto (12). Carta che sarebbe stata rilasciata da papa Alessandro II ad Arnaldo arcivescovo di Acerenza nel 1068 (13) nella quale Latinianon, insieme ad altre località nell’attuale Basilicata, viene menzionata, con Gravina, Matera, Tricarico, Tursi ed altre, come sede vescovile dipendente dalla chiesa acerentina.”. Il Cappelli, a p. 272, nella sua nota (12) postillava che: “(12) A. Di Meo, Annali critico-diplomatici etc., ad. ann. 1068; I Gay, op. cit., p. 514.”. Il Cappelli, a p. 272, nella sua nota (13) postillava che: “(13) F. Ughelli, Italia sacra, 2° ed., Venetiis, 1721, VII, p. 3.”. Infatti, Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali critico-diplomatici etc…”, vol. VIII, a p. 83, per l’anno 1068, in proposito scriveva che: “Famosa per le controversie è la Bolla di Alessandro II. in cui dicesi ‘Arnoldo’ consacrato in quest’anno Arcivescovo di Acerenza:

Di Meo, vol. VIII, p. 83

Riguardo la bolla del 1060 di Godano, Arcivescovo di Acerenza ad “Arnaldo”, primo vescovo nominato della nuova Diocesi di Tricarico ha scritto, padre Francesco Russo (….), nel suo “L’organizzazione ecclesiastica in Lucania alla fine del dominio bizantino e all’inizio di quello Normanno (sec. X-XI)- estratto da “Giacomo Racioppi e il suo tempo”.”., dove, a p. 350 parlando di Acerenza, in proposito scriveva che: Il Racioppi perciò conclude che l’elevazione a sede metropolitana cade tra il 1074 e il 1080 (26). Se ciò è vero l’autenticità della bolla del 1060 di Godano, preteso arcivescovo di Acerenza, va per aria, malgrado i sottili argomenti di Mons. Zavarroni nel difenderne l’autenticità. La stessa cosa deve dirsi della bolla di Alessandro II del 1068, in cui vengono ricordate le suffraganee di Acerenza.“. Il Russo (…), a p. 350, nella sua nota (26) postillava che: “(26) Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, II, 217.”. Infatti, il Racioppi giudica di dubbia autenticità, figura sempre il Vescovo Arnaldo. Racioppi a pp. 217-218, parlando di “Arnaldo” e di Acerenza, in proposito scriveva che: Il dato cronologico sarebbe pertanto accertato, se lo Zavarroni, vescovo di Tricarico, non avesse pubblicata una bolla del 1060 data da un arcivescovo a nome Godano di Acerenza al vescovo Arnaldo di Tricarico; e se nell’Ughelli stesso non fosse la famosa bolla di Alessandro II, del 1068, all’arcivescovo Arnaldo di Acerenza con l’indicazione di gran numero di chiese suffraganee (2). La prima del 1060, che avremo occasione di riferire fra breve, è ritenuta un’impostura manifesta dal critico Di Meo (3). La seconda, famosa per le controversie che suscitò pei Tribunali nell’anti-passato secolo, è pubblicata in miglior lezione dal Di Meo stesso; che dopo averla corretta sul luogo, cioè presso l’archivio episcopale acheruntino, conclude sembrargli per lo meno “spuria” (1). Ecc..”. Il Racioppi, nella nota (3) postillava: “(3) Annali, ad ann. 1060, n. 5”. Infatti,  Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali etc…”, per l’anno 1060, vol. VIII, a pp. 17-18-19 parla di questa bolla ed in proposito scriveva che: “5. Mons. Zavarroni pubblicò con sue note una lunga Bolla di ‘Godano’, Arcivescovo di ‘Acerenza’, ad ‘Arnaldo’, da lui sagrato Vescovo di ‘Tricarico’. In essa dice Godano, che bene ‘Constitatum hoc. frater Arnalde, Apostolica tibi autoritate conficere, ect…”. Dopo aver trascritto l’intera bolla il Di Meo scriveva che: “ann. Inc. MLX. mense Junii,Ind. XIII. Aggiunge il Zavarroni, come se stato fosse presente, che nel Concilio di Godano in Tursi, concorsero i Vescovi di Puglia, e Calabria, e furono prescritti, reintegrati, e stabiliti i limiti di più Diocesi, finora varj, per essere stati i luoghi ora in mano de’ Greci, ora in man de’ Latini. Ecc…,e, lo assoggettò ad Acerenza, innalzata ad Arcivescovado da’ Greci dal 978. Quì si che sproposita, Acerenza e, Monte Pisolo erano in dominio del Principe di Salerno, che non poteva riconoscere un Arcivescovo in Acerenza, il cui Vescovo era suffraganeo di Salerno, quale il vedemmo ancora nel 994, e come tale era nel 1051. Ecc..”. Sempre il Di Meo, riguardo la bolla di Godano del 1060, in proposito scriveva che: “Si rapporta ancora l’Inventario, fatto nel 1588. da Mons. Santonio, in cui notasi, ‘Bulla descriptionis Dioecesis Tricaricen, facta ab Arnaldo Archiepiscopo Acheruntino de anno 1060’. Ma che ha che fare ‘Arnaldo’ con Godano ? Rispondono, che si errò, leggendo Arnaldo per Godano. L’impostura fu ritoccata. Ecc…”. Dunque, il Di Meo citava Mons. Santonio. Il Di Meo si riferiva a mons. Sartonio (….), ovvero Giovan Battista Santonio (….), ed il suo “Visitatio Illustrissimi, et reverendissimi domini Joannis Baptistæ Santonio episcopi Tricaricensis” : anno 1588-89, recentemente ripubblicato da Giuseppe Filardi nel 2018.

Nel 1071, Arnaldo o Arnoldo, arcivescovo di Acerenza figura alla cerimonia di consacrazione dell’Abbazia di Montecassino

Francesco Russo (….), nel suo “L’organizzazione ecclesiastica in Lucania alla fine del dominio bizantino e all’inizio di quello Normanno (sec. X-XI)- estratto da “Giacomo Racioppi e il suo tempo”.”., dove, a p. 350, in proposito scriveva che: Acerenza non solo si rese autonoma, ma assunse anche il ruolo di metropoli – unica in tutta la Lucania – avente per suffraganee le chiese di Tursi, Tricarico, Venosa e Potenza. Ecc…..Il Racioppi rileva che nella consacrazione della chiesa di Montecassino nel 1071, ecc…”. Il Russo (…), a p. 350, nella sua nota (26) postillava che: “(26) Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, II, 217.”. Dunque, secondo il Russo, il Racioppi scriveva che “Arnaldo” figura tra i vescovi presenti, nel 1071 alla consacrazione del Monastero benedettino di Montecassino. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 217, in proposito scriveva che: nel novero dei prelati che assistettero alla dedicazione solenne della chiesa di Monte Cassino nel 1071, Arnaldo di Acerenza non è detto altrimenti che vescovo (1). Ecc…”. Il Racioppi, a p. 217, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Conf. Di Meo, ad ann. 1071. 3 – Invece ed erratamente, vien riferito tra gli Arcivescovi assistenti alla consacrazione, dall’Ughelli e dal Fimiani.”. Infatti, Alessandro Di Meo (….), nel suo “Annali Critici-Diplomatici del Regno di Napoli”, vol. VIII, a p. 105, in proposito scriveva che: “3. L’Abbate Cardinal Desiderio avendo intanto compito la Basilica di M. Casino; non solo ottette che venisse a consagrarla lo stesso Papa, ma costui….con lettere encicliche invitò tutti i Vescovi della Campania, del Principato, della Puglia e Calabria, e seco condusse più cardinali….Tra i dieci Arcivescovi vi furono tra i nostri…..Arnoldo di ‘Acerenza’ ecc..”. Dunque, il Di Meo lo chiamava ‘Arnoldo’ Arcivescovo di Acerenza. “Nel Codice dicesi fatta la Dedicazione ipso die Kal. Octobrium, Anno Inc. D. MLXXI. Ind. IX die Sabbati”. L’abbazia di Montecassino è un monastero benedettino sito sulla sommità di Montecassino, nel Lazio. È il secondo monastero più antico d’Italia dopo quello di Santa Scolastica. Sorge a 516 metri sul livello del mare. Fondata nel 529 da san Benedetto da Norcia sul luogo di un’antica torre e di un tempio dedicato ad Apollo, situato a 516 metri sul livello del mare, ha subito nel corso della sua storia un’alterna vicenda di distruzioni, saccheggi, terremoti e successive ricostruzioni. Dal Chronicon cassinese di Leone Marsicano sappiamo che l’abate Desiderio impiegò sforzi e capitali notevoli per la ricostruzione della chiesa abbaziale, compiuta nei soli cinque anni dal 1066 al 1071, utilizzando materiali lapidei provenienti da Roma e facendo venire da Costantinopoli anche mosaicisti e artefici vari. La maggior parte delle decorazioni — della chiesa e dei nuovi ambienti del monastero successivamente riedificati — erano costituite da pitture, in maggior parte perdute e delle quali conosciamo soltanto alcuni soggetti, come le Storie dell’Antico e Nuovo Testamento nell’atrio, di cui si conservano interamente i tituli scritti dall’arcivescovo di Salerno Alfano.

Nel 14 marzo 1076, papa Gregorio VII e la sua lettera ad Arnaldo, Arcivescovo di Acerenza

Francesco Russo (….), nel suo “L’organizzazione ecclesiastica in Lucania alla fine del dominio bizantino e all’inizio di quello Normanno (sec. X-XI)- estratto da “Giacomo Racioppi e il suo tempo”.”., dove, a p. 350, in proposito scriveva che: Il Racioppi rileva che…..il capo della chiesa acheruntina figura come vescovo e tale risulta anche nella bolla di Gregorio VII del 1074,…ecc..”. Il Russo (…), a p. 350, nella sua nota (26) postillava che: “(26) Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, II, 217.”. Dunque, secondo il Russo, il Racioppi scriveva che “Arnaldo” figura tra i vescovi presenti, nel 1071 alla consacrazione del Monastero benedettino di Montecassino. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 217, in proposito scriveva che: nella lettera del 1074 di Gregorio VII a questo stesso Arnaldo, gli è detto non altrimenti che vescovo. Ecc…”. Sulla bolla o la lettera di papa Gregorio VII ad “Arnaldo”, Vescovo di Acerenza, è da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi (…), secondo cui è il Muratori (…) parlava della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori (…), ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”. Nicola Acocella (….), nel suo “La figura e l’opera di Alfano I di Salerno (sec. XI)”, (si veda “Salerno Medievale ed altri saggi” a cura di Antonella Sparano), a p. 44, nella sua nota (112) in proposito al Vescovo Arnaldo ed al Vescovado di Acerenza postillava che: “(112) Acerenza nel 1076 era ancora sede vescovile, contrariamente a quanto affermano taluni scrittori: cfr. la lettera di Gregorio VII del 14 marzo 1076 al ‘vescovo’ di Acerenza Arnaldo: Registrum, III, 11, in M.G.H., EE., ed. E. Caspar, Berlino, 1920, p. 271 sg.”. Dunque, nella sua nota (112), l’Acocella postillava che nel 1076, Acerenza, contrariamente a quanto credevano alcuni, era ancora sede Vescovile. Acocella scrive pure che nel 14 marzo 1076, papa Gregorio VII scrive una lettera ad “Arnaldo”, Vescovo di Acerenza. Dunque, l’Acocella, riguardo il vescovo “Arnaldo”, cita la nota lettera di papa Gregorio VII ad Arnaldo vescovo di Acerenza del 14 marzo 1076. Acocella postilla della lettera del papa pubblicata in  Registrum, III, 11, in M.G.H., EE., ed. E. Caspar, Berlino, 1920, p. 271 sg.”, ovvero postilla che la lettera è pubblicata da Caspar C. (….), in “Monumenta Germaniae Historica” (M.G.H.). Acocella, ap. 44, nella sua nota (113) postillava che: “(113) F. Ughelli, VII, op. cit., col. 571 sg.; G. Giesebrecht, op. cit.; p. 68 sg.; G. Paesano, op. cit., I, 121; G.B. Gams, Series episcoporum Ecclesiae Catholicae, Ratisbona, 1873, p. 920; A. Adinolfi, Storia della Cava, Salerno, 1836, p. 147.”. Infatti, il sacerdote Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie per servire alla storia della chiesa Salernitana”, a p. 121, ci parla del Concilio di Melfi.

Nel 1079, la bolla di conferma ad Arnaldo, quale Vescovo della nuova Diocesi di Tricarico

Francesco Russo (….), nel suo “La Diocesi di Tricarico nel primo millenario della fondazione”, a p. 18 scriveva che: “In realtà i paesi, le chiese e i monasteri, ricordati nella bolla di Godano, ricorrono poi nelle bolle di conferma di Arnaldo, Arcivescovo di Acerenza, del 1097, nonchè dei Papi Alessandro II del 13 aprile 1068, di Pasquale II del 16 giugno 1102, di Callisto II del 7 ottobre 1123, ecc…”. Il Russo, a p. 29, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Ughelli-Coleti, Italia Sacra, VII, 144 ss. 198; Migne, P. L., 1943; Racioppi, II, 220-221; Zavarroni, Esistenza e validità dei privilegi Normanni alla chiesa cattedrale di Tricarico, Napoli, 1749.”. Dunque, il Russo scriveva che dopo la bolla di Godano, del 1060, dove figura “Arnaldo”, vi sono “la bolla di conferma di Arnaldo, Arcivescovo di Acerenza, del 1097”, dice pure che vi è “la bolla di papa Alessandro II del 13 aprile 1068”, ecc.. Da Wikipidia, alla voce ‘Diocesi di Acerenza’ leggiamo che il 13 aprile 1068 papa Alessandro II emanò una bolla, diretta ad Arnaldo, arcivescovo di Acerenza, con la quale istituì una nuova provincia ecclesiastica comprendente, fra le altre, le diocesi di Venosa, Potenza, Tricarico, Montepeloso, Gravina, Matera, Tursi, Latiniano, San Chirico, Oriolo, lasciando sotto il controllo diretto della Santa Sede Montemurro e Armento. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e Basilicata”, a p. 217 scriveva che: nell’Ughelli stesso non fosse la famosa bolla di Alessandro II, del 1068, all’arcivescovo Arnaldo di Acerenza con l’indicazione di gran numero di chiese suffraganee (2). Ecc…”. Il Racioppi, a p. 217, nella nota (2) postillava che: “(2) L’Ughelli stesso (vol. VII, col. 7 e 24) accenna ad una donazione del 1063, fatta dal Duca Roberto alla Santissima Trinità di Venosa, in cui si porta sottoscritto un Gerardo, Arcivescovo Acheruntino: ma nè egli pubblica il documento, nè dice dove si legge. Indicativamente all’Ughelli, il Fimiani e il Lupoli: ma il Di Meo, che l’accenna sulla fede dell’Ughelli medesimo (ad ann. 1062, 5), la dice un’impostura. – Per me, poichè non è pubblicato il documento, mi limito a dirlo inaccettabile.”.

Dopo l’anno 1097, i Sanseverino nelle nostre terre

Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Con l’arrivo dei Normanni e la graduale fine della dominazione bizantina, i papi procedettero alla riorganizzazione ecclesiastica di questi territori. Nicola Acocella (…), nel suo “……………………………….”, in proposito che: “Dopo l’anno 1097, nuove forze politiche ed egemoniche si affermarono nella zona…Tra i capi normanni, che miravano al dominio di essa si distinsero Troisio o Torgisio di Rota (che in seguito si disse S. Severino) e Guglielmo del Principato, che mirava a formarsi una signoria tra il Tanagro e il Golfo di Policastro. Spentasi la discendenza di Guglielmo, i discendenti di Torgisio rimasero padroni di gran parte del Cilento inferiore (41).”.

Dal 1111 al 1114, Adele di Fiandra (Adelasia), moglie di Ruggero Borsa e madre di Guglielmo II di Puglia, la sua reggenza per il Ducato di Puglia e Calabria

Da Wikipidia leggiamo che Adelaide di Fiandra (1064 (circa) – aprile 1115) fu regina consorte di Danimarca. Adelaide restò alla corte del fratello Roberto II di Fiandra fino al 1092 quando andò in moglie a Ruggero Borsa, Duca di Puglia. Con lui ebbe: Guglielmo detto Guglielmo II di Puglia che ereditò il Ducato di Puglia e Calabria dopo la morte del padre Ruggero Borsa nel 1111. Da Wikipidia leggiamo che nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia, da non confondere con Guglielmo II di Sicilia detto il “Buono”, figlio di Guglielmo I il Malo. Il duca Ruggero Borsa sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Adele (Ala, Alaina, Athela). Nella prima metà del 1092 sposò Ruggero Borsa, duca di Puglia e Calabria, e già nel maggio 1092 sottoscriveva una donazione del marito al monastero di S. Lorenzo d’Aversa. Dei tre figli avuti da questo matrimonio sopravvisse il solo Guglielmo: Luigi morì poco dopo la nascita, nel 1094, e Guiscardo verso il 1108. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) detto pure Guglielmo II di Puglia, figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1111 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postillava che: “(36)……e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ecc..”. Dunque, Pietro Ebner ci parla della reggenza di “Adala”, così chima la madre di Guglielmo II di Puglia, moglie di Ruggero Borsa e figlia di Roberto di Fiandra detto il Frisone. “Adala” o “Adelasia” o “Adalatia”. In un documento pubblicato dall’Ughelli (…), del 1100, che vedremo innanzi, la moglie di Ruggero Borsa, e madre di Guglielmo II di Puglia, viene detta: Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”, in cui compare il Vescovo Arnaldo (a. 1110).  Rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni; le ricche donazioni fatte all’abate Pietro di Cava, sostegno degli Altavilla nel Mezzogiorno, fanno però supporre che ne abbia cercato il potente appoggio. Aveva da poco lasciato la reggenza, quando morì nell’aprile 1114. Fonti e Bibl.: Regii Neapolitani Archivi Monumenta, V, Neapoli 1857, n. 445 a pp. 137-139, n. 454 app. 140-143, n. 456a pp. 144-146, n. 460 a p. 155, n. 477 a p. 203; Romualdi Salernitani Chronicon, in Rer. Italic. Script., 2° ediz., VII, 1, a cura di C. A. Garufi, pp. 200, 207; P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. XVI, XVIII; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, I, Paris 1907, pp. 298 s., 311, 313, 317.

Nel 1101, Simone di Sicilia (morto nel 1105), la reggenza della madre Adelaide del Vasto e la contea di Policastro

Simone d’Altavilla, noto anche come Simone di Sicilia (Palermo, 1093 – Mileto, 28 settembre 1105), fu il primogenito e successore designato di Ruggero I, Gran Conte di Sicilia, e di Adelaide del Vasto, la quale tenne la reggenza durante il suo breve regno. Simone ereditò la contea di Sicilia nel 1101, ancora molto giovane, e morì appena quattro anni dopo, nel 1105 a Mileto, dove fu sepolto nell’abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni. Gli successe il fratello, il grande Ruggero II, (dopo la reggenza della madre Adelasia fino al 1112) che sarebbe poi diventato Re di Sicilia. Dunque, la Contea di Sicilia, fu retta fino al 1112 dalla madre Adelaide del Vasto, in accordo con Ruggero Borsa, nipote di Ruggero I d’Altavilla, padre di Simone.  Da Wikipidia leggiamo che Adelaide del Vasto, anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato; i loro figli furono: 1. Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia.

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 302, in proposito scriveva che: “La prima violenta manifestazione della gelosia e del cozzo d’interessi fra le due comunità si ebbe nel 1110, a Messina, davanti ad un tribunale presieduto dalla contessa Adelasia, che reggeva la contea di Sicilia e Calabria per il minorenne Ruggero, il futuro Ruggero II………L’Abbate di S. Eufemia aveva denunciato il priore di Bagnara, Costanzo, e i suoi canonici, perchè, ……La reggente Adelasia, chiamati a sè ecc…”. Dunque, Pontieri la chiamava “Adelasia”, ultima moglie del “Gran Conte” di Sicilia (il conte Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo) e madre di Simone e di Ruggero II. Il Pontieri, nell’indice scriveva: “Adelaide (contessa) vedi Adelasia, pp. 168, ecc…”. Dunque, secondo il Pontieri la madre di Simone e di Ruggero, futuro re Ruggero II, la chimava “Adelaide” oppure “Adelasia”. Sempre il Pontieri (…), a p. 168 scriveva che: “Alle origini, però, ossia all’epoca del conte Ruggero e della reggenza della contessa Adelasia durante la minorità di Ruggero II (1062-1112), le signorie feudali d’una certa importanza furono nelle Calabrie poche, assai poche, e, per di più, con la testa personaggi legati da parentela ai conquistatori.”. Sempre il Pontieri a p. 227, in proposito scriveva che: “Scomparso il Guiscardo, l’erede duca Ruggero (cap. 42) non ha l’autorità e la forza occorrenti per reprimere le pretese del fratello Boemondo e i disordini della Puglia. E’ necessità ricorrere all’aiuto del Conte di Sicilia, il più forte ed il più autorevole dei signori normanni sopravvissuti al Guiscardo. Il conte Ruggero interviene e stabilisce la pace fra i due fratellastri (L. IV, cap. 4); nè in seguito egli si astiene dal ridare il suo appoggio al nipote duca Ruggero, ogni qual volta contro di lui insorgono feudatari riottosi, come Mihera e Guglielmo di Grantmesnil (cap. 9, 10, 21), o città insofferenti di freno, quali Cosenza, Rossano, Castrovillari (capp. 17, 22)…..il Duca di Puglia fa allo zio concessioni, che finiscono col rendere quest’ultimo unico signore della contea di Calabria e di Sicilia, annullando praticamente il legame feudale che la rendeva dipendente dal ducato di Puglia. Tutto sommato, nella crisi ininterrotta, che indebolì il ducato di Puglia in seguito alla morte del Guiscardo, il conte Ruggero accoglie in sè i destini della gente Normanna ed è vero sovrano ecc….Conte di Sicilia; egli stesso in terze nozze sposa Adelasia della casa degli Aleramici, nipote del famoso marchese d’Italia, Bonifazio del Vasto (cap. 14). Pure qualche atroce dolore non risparmia il suo cuore paterno: la moglie del figlio prediletto, sia pur ribelle una volta (L. III, cap. 36), dell’erede Giordano (L. IV, cap. 18). Ma Dio consola di lì a poco il Conte, perchè Adelasia gli dà il piccolo Simone, sul cui capo egli può riporre le sue speranze e conservargli il ricordo di un passato di lavoro e di stenti, dal quale è germinata la potenza presente (capitolo 19). Il conte Ruggero riorganizza la Chiesa in Sicilia e riporta nell’isola la vera fede ed il culto cristiano: ad opera di lui pastori degni tornano a sedere sulle ristabilite cattedre episcopali della Sicilia, a edificazione dei popoli pacificati (cap. 7). In nome di Lui papa Urbano II, nella ricordata bolla di Salerno del 1098, concede al conte Ruggero l’Apostolica Legazia in Calabria e nella Sicilia (cap. 29).”. Sempre il Pontieri (…), a pp. 374-375, in proposito scriveva che: “Ignoriamo quando Odobono, “le bon Marquiz”, sia venuto i n Sicilia. Neanche possiamo asserire se la sua persona sia da identificare con quell'”Othonus”, ricordato dal Malaterra fra coloro che nel 1079 valorosamente si batterono nell’assedio di Taormina e la ridussero alla capitolazione (27). Di positivo c’è che il nome “Ottone” e la qualificazione feudale di “marchese” richiamano non solo l’origine monferrina del suddetto o dei suddetti personaggi, ma altresì la loro discendenza da quella casa degli Aleramici, ossia dei marchesi per autonomasia in Italia, ad uno dei cui rami, quello dei Del Vasto, apparteneva la contessa Adelasia, che Ruggero I sposò nel 1087, passato a terze nozze (28). Fu l’incertezza del domani, provocata dalle lotte a sfondo patrimoniale che nel secolo XII misero l’uno contro l’altro i rami della vetusta casata feudale, la causa per cui parecchi cadetti di essa, generalmente designati con l’appellativo di ‘Marchisii’, discesero nell’Italia meridionale, si posero al servizio dei Normanni, che venivano sconvolgendo l’assetto politico del paese, e vi fecero fortuna. Uno di questi immigrati fu Odobono: la miglior riprova della prodezza con cui si battè e della potenza e del prestigio che gliene derivò, è data dal suo matrimonio con Emma d’Hauteville e dai feudi ottenuti in Sicilia.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Pontieri, La madre di re Ruggero: Adelasia del Vasto, contessa di Sicilia, regina di Gerusalemme, in questo volume, nel saggio seguente.”.

Nel 17 febbraio 1100, Arnaldo, II vescovo di Policastro era presente alla cerimonia di donazione della chiesa di S. Maria della Roccella che “Adalatia” (Adelasia, sposa di Ruggero Borsa e madre reggente di Guglielmo II di Puglia nel Ducato di Puglia e di Calabria) fece a Pietro, Vescovo di Squillace

La notizia del vescovo ‘Arnaldo’, successore di Pietro da Salerno, proviene dall’Ughelli (…), che dal punto di vista bibliografico e storiografico, è stato il primo che ha citato le prime notizie circa i Vescovi della restaurata Diocesi Policastrense in epoca Normanna. La citazione di questo vescovo “Arnaldo”, riguarda sia Policastro e pure Roccagloriosa, come vedremo in seguito. I primi documenti d’epoca Normanna in cui figura un vescovo “Arnaldo Policastrense”, sono stati pubblicati per la prima volta dall’Ughelli (11), a p. 789 della sua ‘Italia Sacra’. Il sacerdote Giuseppe Cappelletti (….), nel suo “Le Chiese d’Italia”, in proposito scrive pure dei due documenti pubblicati dall’Ughelli (….) e scrive che in uno dei due documenti pubblicati dall’Ughelli si ha “La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace.”. Il Cappelletti scrive che questo vescovo chiamato “Arnaldo” figura testimone in una donazione del 17 febbraio 1110, in cui la contessa “Adelatia” (in Ughelli) “Adelasia” (in Cappelletti) donava al Vescovo di Squillace in Calabria la “chiesa di santa Maria della Roccella” (forse il Monastero claustrale di S. Mercurio a Rocchetta, una frazione di Roccagloriosa). Forse la donazione riguardava la chiesa di Santa Maria a Roccella Ionica. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 542, inizia a parlare dei “Policastrensses Episcopi”, ovvero dei Vescovi di Policastro:

Ughelli, p. 542, vol. VII Coleti

Ferdinando Ughelli (…), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII (prima edizione), a p. 789 parlando del secondo vescovo di Policastro, ‘II. Arnaldus’, citava due documenti che lo citavano: “2 ARNALDUS (Arnaldo II) Policastrensis Episcopus testis fuit donaztionis Adalatia comitissa Siciliae & Calabria, quam fecit Petro Episcopo Squillacensi de Ecclesia sancta Maria de Roccella cum iuribus & pertinentijs fuis anno ab Incarnatione Domini 1110. 13. Kal. Martij Indictione 6. documentum dadibus in Episcopis Squillacensibus. Post Arnaldum qui successerit usqui ad Innocentij III. tempora non habemus. Legitur enim in eiusdem Pontificis regestro epistola ad Clarum, Populorum, Episcopumque Policastrensem ut benigne Cardinalem Apostolica Sedis Legatum suscipiant, & debitam reverentiam impendant, nomen autem Episcopi in ea non exprimitur.”:

Ughelli, p. 798, su Arnaldo

(Fig…..) Pag. 789 dell’Ughelli, Tomo VII, in cui parla dei Vescovi Paleocastrensi e di Arnaldus, II vescovo di Policastro e successore di Pietro Pappacarbone

la cui traduzione dovrebbe essere che: “2. Arnaldo II vescovo di Policastro testimone della donazione di Adelasia contessa di Sicilia e Calabria, che ha fatto la chiesa di diritti Squillace Roccella di San Pietro pertinenze proprietà nell’anno del Signore 1110. 13. Id. Pomeriggio di marzo 6. Il documento dadibus i vescovi Squillace. dopo l’Arnaldo, che ha finora avanzato a Innocente III. tempi non erano così, che abbiamo. leggiamo nel dello stesso Pontefice regestro la lettera al popolo hanno la brillante, dei popoli, il vescovo Policastrense in modo che con gentilezza il cardinale, la Sede Apostolica, l’agente dell’impresa, e quali, e danno il dovuto rispetto e la spesa, il nome dei vescovi che vivono al suo interno, non siamo detto.”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, (II edizione, Coleti, 1601), parlando dei “Policastrensi Episcopi”, a pp. 560 e ssg. pubblicò la stessa notizia: “2 ARNALDUS Policastrensis Episcopus testis fuit donationis Adalatiae comitissae Siciliae & Calabriae, quam fecit Petro Episcopo Squillacensi de Ecclesia sanctae Maria de Roccella cum juribus et pertinensiis suis anno Incarnatione Domini 11110. 13. Kal.Mart. Inditione 6. Documentum dalbimus in Episcopis Squillacensibus. Post Arnnaldum qui fuccesserit usque ad Innocentii III. tempora non habemus. Legiturenim in eiusdem Pontificis regestro epistola ad Clerum, Populum, Episcopumque Policastrensen ut benigno Cardinalem Apostolicae impedant Sedis Legatum suscipiant. et debitam reverentiam impedant; nomen autem Episcopi in ea non exprimitur.”,

Ughelli, vol. VII, p. 560

la cui traduzione dovrebbe essere la seguente: “2 ARNALDO, vescovo di Policastro, fu testimone del dono di Adalatia, contessa di Sicilia e Calabria, che fece a Pietro, vescovo di Squillace, della chiesa di S. Maria de Roccella, con i suoi diritti e pertinenze, nell’anno dell’Incarnazione di nostro Signore 11110. 13. Kal.Mart. Iscrizione 6. Condivideremo il documento con i Vescovi di Squillace. Dopo Arnaldo, morto fino a Innocenzo III. non abbiamo tempo. Hanno letto nell’albo dello stesso Pontefice una lettera al Clero, al Popolo e al Vescovo di Policastro, perché impediscano gentilmente al Cardinale della Sede Apostolica di riceverla come Ambasciatore. e impediscono la dovuta riverenza; ma in essa non è espresso il nome del vescovo.”.

Ughelli, vol. VII Coleti, p. 561-562

(Fig…..) Ferdinando Ughelli, “Italia Sacra”, Tomo VII (edizione Coleti), pp. 559-560 e 561-562, in cui parla dei Vescovi Paleocastrensi, di “Arnaldus”, II vescovo di Policastro e successore di Pietro Pappacarbone e parla della donazione di “Adelasia”.

Ferdinando Ughelli (11), nella sua ‘Italia Sacra’ , a p. 789 (vol. VII, I edizione) parlando dei Vescovi che successero a Pietro Pappacarbone dopo la sua rinunzia citava due documenti d’epoca Normanna di cui ne pubblicava il testo in latino e la loro traduzione. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 560 parlando dei “Policastrenses Episcopi”, ovvero dei Vescovi di Policastro, citava un documento datato 17 febbraio 1110 ed un documento del 13 marzo 1110. Si tratta di una concessione o privilegio o atto di donazione in cui figurava tra i presenti un vescovo di Policastro chiamato “Arnaldo”. Di questo vescovo, la prima notizia certa risulta proprio da questo documento del 1110. L’Ughelli (11), riportava notizie sui primi vescovi della restaurata Diocesi Policastrense ed in particolare quando parla del successore di Pietro Pappacarbone, il vescovo Arnaldo, trae sue notizie da un antico documento Normanno che sarà poi pubblicato e tradotto dal greco in latino dal Di Meo (17). Il documento datato 17 febbraio 1110, in cui figura un “Arnaldus Palecastrensis” (forse il vescovo successore di Pietro Pappacarbone), che risulta testimone ad una donazione Normanna. I due documenti citati dall’Ughelli (11), due donazioni al vescovo di Squillace (in Calabria), da Adelasia, contessa di Sicilia e di Calabria. In una di queste cerimonie è citato testimone il vescovo di Policastro Arnaldo. Nel 1745, la notizia dell’Ughelli fu in seguito ripresa dall’Antonini. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a pp. 417-418, parlando e riferendosi a Policastro, sulla scorta dell’Ughelli e del Telesino (…), scriveva che: “Ma il Conte Ruggieri avendolo ampiamente ristorato, e rifatto, a Simone suo figlio bastardo lo diede. Il citato ‘Ughellio’ ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta. Ed è acciò distintamente veggasi, che questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; ecc…”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 542 pubblicava una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per esser quì trascritta.”. Dunque, l’Antonini parlando di Policastro, cita la carta pubblicata nel 16….da Ferdinando Ughelli. Antonini scriveva che questa antica carta era talmente lunga che non si poteva pubblicare nella sua “La Lucania”. Il sacerdote Rocco Gaetani (2), scriveva: “vedi De Meo, Annali del Regno di Napoli, vol. 3, p. 327. In effetti, forse vi è un errore di stampa del breve saggio del Gaetani (libretto introvabile ed in nostro possesso), non si tratta di “De Meo” ma di Alessandro Di Meo (17), che nel Tomo IX dei suoi “Annali Critici-Diplomatici del Regno di Napoli”, a p. 164 e s., parlando dell’anno di Cristo 1110, IND. III. B.”, ci parla dell’Ughelli (11) e dell’antico documento Normanno dove è citato il vescovo Paleocastrense Arnaldo. Secondo Alessandro Di meo (17), che li ripubblicò, in “Annali del Regno di Napoli, vol. 3, p. 327, nel Tomo IX dei suoi “Annali Critici-Diplomatici del Regno di Napoli”, a p. 164 e s., parlando dell’anno di Cristo 1110, IND. III. B.”si tratta di due documenti. Il primo documento, di cui parla l’Ughelli,  è datato 17 febbraio 1110, in cui figura un “Arnaldo paleocastrense” (forse il successore di Pietro Pappacarbone a vescovo di Policastro), che risulta testimone ad una donazione Normanna. Alessandro Di Meo (…), in proposito scriveva che: “5. Ughelli rapporta una Bolla del Papa a Pietro Vescovo di Squillace, che dice, ‘Pastor es per nos institutus Sc. Dat. Lat. per m. Joannis S.R.E.D.C. ac Bibl. Nonis Aprilis, Ind. III. An.D.Inc.MCX.Pont.D.Pascalis II. an. XI’“, e a p. 165 aggiunge: “Lo stesso Ughelli ne’ vescovi di Squillace (paese della Calabria in Provincia di Catanzaro) rapporta la seguente carta: ‘An. ab. Inc. MCX. XIII. Kal. Martii, Ind. III. Regnante in Sic. Calabr. Rogerio filio Rogerii Comitis, consigit ut statim post electionem Petri Squillacensis Episcopi, cum in Capella Messanae ad ipsam electionem convenissent Barones, quorum nomina inferius legentur; Adalasia Comitissa Sicilia, e Calabrie, supplens Rogerius filius eius.’, cioè Reggente per la minorità del figlio Ruggeri, ne approva la fatta elezione, presenti i Vescovi ‘Angelario’ di Catania, e ‘Arnaldo Paleocastrense’ , e i Baroni ‘Roberto Moretto’, Gosberto di Licia, Guglielmo di Altavilla, Tancredi di Siracusa, Goffredo di Ragusa, Roberto Avenelio, Rodolfo di Belcaco, Cristofero Ammirato; e la Carta fu scritta da ‘Buono’ Notajo. Colla Chiesa di Squillace si dona ancora ad esso Pietro eletto la Chiesa di ‘S. Maria di Roccella’ co’ suoi beni, come pria di morire la possedè ‘Girolamo’, che fu Abbate.”.

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(Fig…..)  Documento Normanno del 1110, in cui figura Arnaldo, tratto da Di Meo (…), “Annali ecc…”, Tomo IX, pp. 164 e 165 (citato dall’Ughelli, vedi Fig…..)

Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali Critici-Diplomatici del Regno di Napoli”, a p. 164 e ssg. scriveva che, l’Ughelli aveva pubblicato due carte. La prima carta pubblicata dall’Ugheli è: “5. Ughelli rapporta una Bolla del Papa a Pietro Vescovo di Squillace, ecc…”. Il Di Meo scriveva che l’Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, edizione Coleti (2°) parlando dei “Vescovi di Squillace”, a p. 542 aveva pubblicato  la Bolla di Papa Pasquale II del 9 aprile 1110. Il Di Meo, a p. 165 scriveva pure che: “Lo stesso Ughelli ne’ vescovi di Squillace (paese della Calabria in Provincia di Catanzaro) rapporta la seguente carta: ‘An. ab. Inc. MCX. XIII. Kal. Martii, Ind. III. Regnante in Sic. Calabr. Rogerio filio Rogerii Comitis etcc…”. Il Di Meo scrive che l’Ughelli, cita pure un’altra carta del 13 marzo 1110, riferendosi ad un’altra carta in cui: “Colla Chiesa di Squillace si dona ancora ad esso Pietro eletto la Chiesa di ‘S. Maria di Roccella’ coi suoi beni, come pria di morire la possedè ‘Girolamo’ che ne fu Abbate.”. Come abbiamo visto, la donazione della chiesa di S. Maria di Roccella viene fatta all’eletto (da poco) Pietro eletto” oppure “Petri Squillacensis Episcopi”. Come scrive lo stesso Di Meo (….), a p. 164: ne approva la fatta elezione, presenti i Vescovi ‘Angelario’ di Catania, e ‘Arnaldo Paleocastrense’”. Dunque, secondo il Di Meo, sulla scorta dell’Ughelli, all’investitura del Vescovo della Diocesi di Squillace “Pietro”, era presente anche il Vescovo di Policastro “Arnaldo”. Dunque, secondo il Di Meo (….), nella seconda carta, quella del 17 febbraio 1110, la carta in cui si approva l’elezione di Pietro a Vescovo di Squillace, sono presenti alcuni personaggi dell’epoca e tra questi vi è il presule “Arnaldo”. Infatti, dopo circa un secolo, nel 1866, il sacerdote Giuseppe Cappelletti (8), nel suo ‘Le Chiese d’Italia’ parlando della chiesa Paleocastrense scriveva che: “Poco dopo la rinunzia del vescovo San Pietro, ne fu sostituito il successore Arnaldo, non si sa in quale anno. La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace. Ne, dopo questa notizia, altra se n’ha di Arnaldo: ne dopo Arnaldo, di alcun altro vescovo si ha notizia pel lungo tratto di un secolo.”. Dunque, il Cappelletti scriveva che il vescovo “Arnaldo”, non si sa quando o in che anno fu nominato Vescovo della Diocesi di Policastro ma attraverso la carta pubblicata dall’Ughelli, quella del 13 marzo 1110, si ha notizia di lui. Dunque, secondo alcuni, “Arnaldo”, potrebbe essere il successore di Pietro Pappacarbone, dopo la sua rinuncia a Vescovo di Policastro. Dunque, è molto probabile che sulla base di questa notizia, il nuovo vescovo “Arnaldo” fu il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro. Il Cappelletti scrive pure dei due documenti pubblicati dall’Ughelli (….) e scrive che in uno dei due documenti pubblicati dall’Ughelli si ha “La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace.”. Il Cappelletti scrive pure che questo vescovo chiamato “Arnaldo” figura testimone in una donazione del 17 febbraio 1110, in cui la contessa “Adelatia” (in Ughelli) “Adelasia” (in Cappelletti) donava al nuovo eletto Vescovo di Squillace “Pietro” la chiesa di santa Maria della Roccella, in Calabria. Dunque, il sacerdote Giuseppe Cappelletti (8), proprio sulla scorta dell’Ughelli (11) e del Di Meo (17), scrive che il vescovo Arnaldo, risulta testimone nell’anno 1110, alla donazione che Adalasia Comitissa Sicilia, e Calabrie, supplens Rogerius filius eius.’, cioè Reggente per la minorità del figlio Ruggeri,..” (come scriveva il Di Meo). Ma chi era questa “Adalasia”, contessa di Sicilia e di Calabria, che, nell’anno 1110 era reggente nel Ducato di Sicilia e di Calabria al posto del figlio Ruggero minorenne ?.  L’Ughelli (…), scriveva che Arnaldo, veniva citato in una donazione al vescovo di Roccella, ai tempi di Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”. “Adalasia” o “Adalatia”, o “Adala” (come la chiama l’Ebner). Si tratta di Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero (detto Borsa) che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato ?. Dunque, “Adala” (come la vuole Pieto Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc..”, a pp. 92-93, nella sua nota (36) postillava che: “A Roberto il Guiscardo, quarto conte ecc…., Ruggero Borsa, come secondo duca (1085-11119 e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone.”. Questa “Adala”, dunque fu la reggente del Ducato di Puglia e di Calabria, per il figlio minorenne Guglielmo II di Puglia. Adala fu l’unica sposa di Ruggero detto Borsa che era a suo volta figlio di Roberto il Guiscardo e di Sichelgaita. Ebner, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 92, in proposito scriveva che: “Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia a cui aspirava il cugino di Ruggero, già terzo conte di Sicilia per la morte del fratello Simone (a. 1113), ambedue figliuoli di Ruggero, il “Gra Conte” signore della Sicilia (a. 1101) e della Calabria (a. 1120).”. Dunque, Adala resse il Ducato di Puglia e di Calabria, per la minore età del figlio erede Guglielmo II di Puglia, dalla morte del marito Ruggero Borsa. Dalle parole di Ebner si evince il collegamento che facevano alcuni autori tra cui lo stesso Ughelli con il “Simone” di Policastro, di cui parlerò in seguito. Dunque, il documento o atto di donazione del 17 febbraio 1110, riguarda Adele di Fiandra, moglie di Ruggero Borsa e madre reggente del minorenne figlio erede al trono Guglielmo II di Puglia. Alla morte del marito Adelaide governò come reggente per il figlio dal 1111 al 1114 per poi morire un anno dopo nel mese di aprile del 1115. Il  Cappelletti (8), nel 1866, forse sulla scorta del Di Meo (17) e dell’Ughelli (11), riporta le stesse notizie sul vescovo Arnaldo. Anche i due studiosi Richard e Giraud (14), scrivevano: “Quanto agli altri vescovi di Policastro vedasi l”Italia Sacra’ dell’Ughelli (11), tomo VII, p. 542.”. Forse si tratta dell’edizione Coleti dell’Ughelli, perchè a p. 542 del tomo VII, si parla della Diocesi Salernitana e di Pietro Pappacarbone. Giuseppe Cappelletti (8), nel suo ‘Le Chiese d’Italia’, a p. 369,  parla della Chiesa Paleocastrense e vi sono accenni a Pietro da Salerno. Il Cappelletti cita l’Ughelli, op. cit. (18), che pubblicava lettere e titoli dell’epoca in cui si parla di Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi (…), secondo cui è il Muratori (…) parlava della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori (…), ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, la prima citazione dell’antico documento in questione è di Ludovico Antonio Muratori (…), citato in seguito dal Troyli (…) e, poi da Ebner (…). Tratta da un codice manoscritto della Chiesa di Salerno:Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori (6), in Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss., V, col. 219 e seq. “Alphanus Archieps An. 1080.“, il Muratori (6), sulla scorta dell’Ughelli (…), pubblicava i ‘Fragmenta’ del Codice Amalfitano, (antico Codex manoscritto della Chiesa di Salerno), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno Alphanus Archieps An. 1080.”. Oppure si tratta di ‘Adelasia’, Adelaide del Vasto, Regina – vedova di Re Ruggero I (Ruggero Borsa), e zia di Simone detto il Bastardo (figlio di Re Ruggiero I d’Altavilla il fratello del Guiscardo), che tuttavia era già morto. Infatti, Simone, a cui gli era stata affidata la contea di Policastro, morì nel 1105 e quindi la donazione avvenuta nel 1111 o 1110, a cui risulta testimone un vescovo Paleocastrense, Arnaldo, fu fatta da Adelasia o Adelaide del Vasto, reggente dopo la morte del marito Ruggero I d’Altavilla, nel 1101.

Nel 17 febbraio 1110, la chiesa di Santa Maria della Roccella a Roccagloriosa o in Calabria ?

Alessandro Di Meo (…), in proposito scriveva che: “5. Ughelli rapporta una Bolla del Papa a Pietro Vescovo di Squillace, che dice, ‘Pastor es per nos institutus Sc. Dat. Lat. per m. Joannis S.R.E.D.C. ac Bibl. Nonis Aprilis, Ind. III. An.D.Inc.MCX.Pont.D.Pascalis II. an. XI’“, e a p. 165 aggiunge: “Lo stesso Ughelli ne’ vescovi di Squillace……..Colla Chiesa di Squillace si dona ancora ad esso Pietro eletto la Chiesa di ‘S. Maria di Roccella’ co’ suoi beni, come pria di morire la possedè ‘Girolamo’, che fu Abbate.”. Dunque, il Di Meo parlando della donazione di Adelasia che donava a Pietro, da poco eletto Vescovo di Squillace, la chiesa di S. Maria Roccella con i suoi beni (che possedette l’Abate Girolamo). A quale chiesa si riferiva la donazione ?. Alcuni ritengono che la chiesa “chiesa di santa Maria della Roccella”, a cui si riferisce la donazione di Adelasia (la madre di Simone e di Ruggero II), fosse il Monastero claustrale di S. Mercurio a Rocchetta, in una frazione di Roccagloriosa. Il Cappelletti (…), quindi, proprio sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Di Meo (…), scrive che il vescovo Arnaldo, risulta testimone nell’anno 1111, alla donazione che ‘Adelasia’, Adelaide del Vasto, Regina – vedova di Re Ruggero I, e zia di Simone detto il Bastardo, figlio di Re Ruggiero I d’Altavilla (fratello del Guiscardo), a cui fu affidata la Contea di Policastro. Riguardo la “chiesa di Santa Maria della Roccella”, segnalo che Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, a p. 93, in proposito scriveva che: “I nuovi elementi architettonici sono invece dati da una finestrella, sulla cortina meridionale, inscritta in un’arcata concentrica; forma supposta di età preniliana (34), ma che penso sia da accostare, pur continuando modi ravennati ed esarcali, con ignoti in Calabria, come analoghi tipi di aperture del periodo normanno, visibili, ad esempio in S. Giovanni dei Lebbrosi di Palermo o nella stessa chiesa della Roccella di Squillace (36).”. Il Cappelli, a p. 93, nella sua nota (36) postillava che: “(36) F. Valenti, L’arte nell’era Normanna, in “Il Regno Normanno”, Messina, (1932), fig. 80; A. Frangipane e C. Valente, La Calabria, Bergamo, 1929, fig. a pag. 39; G. Di Stefano, Monumenti della Sicilia Normanna, Palermo, 1955, tav. 30.”. Dunque, è molto probabile che la donazione di Adelasia si riferisca alla chiesa calabrese della Roccella di Squillace. La chiesa di Santa Maria della Roccella, a cui probabilmente si riferisce l’atto di donazione, non si trova nell’attuale comune di Squillace ma non è molto distante da questo e da Soverato. Posta in una posizione che domina l’alpia vallata che si affaccia sul Mar Ionio, nella Calabria centrale, è una Basilica detta appunto “della Roccella” che, si trova a Roccelletta, che si trova nell’attuale Comune di Borgia, in Provincia di Catanzaro e precisamente presso il “Parco Archeologico di Scolacium”, dove cioè sorgeva la città romana di Minerva Scolacium. Oggi il nome di Basilica della Roccella viene riferito a questi imponenti ruderi della chiesa di Santa Maria, edificata dai normanni tra la fine del XI e la prima metà del XII secolo. La chiesa, edificata sui resti della città romana di Scolacium a quel tempo dimenticata, è in stile romanico occidentale, ma conserva tuttavia forti influenze arabe e bizantine. Come le grandi basiliche normanne, anche l’edificio costruito a Roccelletta aveva una grande navata unica, lunga 73 metri e larga 25.

Nel 1110, Arnaldo, (“Arnaldus Palecastrensis”) II (?) Vescovo della restaurata Diocesi di Policastro

In questo saggio parlerò del vescovo ‘Arnaldo’ che figura in alcuni documenti d’epoca Normanna come Vescovo della Diocesi Paleocastrense ricostruita dopo la rinunzia di Pietro Pappacarbone. Sui vescovi (che successero a Pietro da Salerno), che hanno retto la Diocesi di Policastro Bussentino e l’Episcopato Bussentino – nel frattempo diventata ‘Dioceseos Paleocastrenses’, che nell’anno 1079, in cui fu consacrato il primo vescovo Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone dall’Arcivescovo di Salerno Alfano I, dopo la sua definitiva rinunzia, Pietro Ebner (…), scriveva in proposito che: “la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi Vescovi effettivi: Arnaldo nel 1111; Pietro e Oto nel 1120; Goffredo nel 1139; nel 1172 Giovanni”. Dopo la rinunzia di Pietro Pappacarbone a vescovo della rinata Diocesi di Bussento, chiamata con la sua venuta e nomina a presule di quella sede, ‘Paleocastrense’, poco si sa dei suoi successori. Pare che dopo la restaurazione della Diocesi di Policastro, in cui fu elevato a vescovo, Pietro Pappacarbone, il suo successore fu un certo ‘Arnaldo’. La prima notizia di un Vescovo della Diocesi di Policastro chiamato “Arnaldo” proviene dall’Ughelli (…), che, nel 1659, dal punto di vista bibliografico e storiografico, è stato il primo che ha citato le prime notizie circa i Vescovi della restaurata Diocesi Policastrense in epoca Normanna. Secondo l’Ughelli (….), questo Vescovo di Policastro chiamato “Arnaldo” doveva essere il 2° Vescovo della restaurata Diocesi di Policastro e che dovette succedere a Pietro Pappacarbone dopo la sua rinuncia. La prima citazione di questo vescovo “Arnaldo”, riguarda sia Policastro e pure Roccagloriosa, come vedremo in seguito. I primi documenti d’epoca Normanna in cui figura un vescovo “Arnaldo Policastrense”, sono stati pubblicati per la prima volta dall’Ughelli (11), a p. 789 della sua ‘Italia Sacra’. Il  Cappelletti (8), nel 1866, forse sulla scorta del Di Meo (17) e dell’Ughelli (11), riporta le stesse notizie sul vescovo Arnaldo. Anche i due studiosi Richard e Giraud (14), scrivevano: “Quanto agli altri vescovi di Policastro vedasi l”Italia Sacra’ dell’Ughelli (11), tomo VII, p. 542.”. Si tratta dell’edizione Coleti (2° edizione) dell’Ughelli (….), perchè a p. 560 del tomo VII, si parla della Diocesi Salernitana e di Pietro Pappacarbone. Ferdinando Ughelli (…), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII (prima edizione), a p. 789 parlando del secondo vescovo di Policastro, “II. Arnaldus” citava due documenti che parlano anche di lui: “2 ARNALDUS (Arnaldo)(II = secondo) Policastrensis Episcopus testis fuit donaztionis Adalatia comitissa Siciliae & Calabria, quam fecit Petro Episcopo Squillacensi de Ecclesia sancta Maria de Roccella cum iuribus & pertinentijs fuis anno ab Incarnatione Domini 1110. 13. Kal. Martij Indictione 6. documentum dadibus in Episcopis Squillacensibus. Post Arnaldum qui successerit usqui ad Innocentij III. tempora non habemus. Legitur enim in eiusdem Pontificis regestro epistola ad Clarum, Populorum, Episcopumque Policastrensem ut benigne Cardinalem Apostolica Sedis Legatum suscipiant, & debitam reverentiam impendant, nomen autem Episcopi in ea nonexprimitur.”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 560, inizia a parlare dei “Policastrenses Episcopi”, ovvero dei Vescovi di Policastro:

Ughelli, p. 798, su Arnaldo

(Fig…..) Pag. 789 dell’Ughelli, Tomo VII, in cui parla dei Vescovi Paleocastrensi e di Arnaldus, II vescovo di Policastro e successore di Pietro Pappacarbone

la cui traduzione dovrebbe essere la seguente: “2 ARNALDO, vescovo di Policastro, fu testimone del dono di Adalatia, contessa di Sicilia e Calabria, che fece a Pietro, vescovo di Squillace, della chiesa di S. Maria de Roccella, con i suoi diritti e pertinenze, nell’anno dell’Incarnazione di nostro Signore 11110. 13. Kal.Mart. Iscrizione 6. Condivideremo il documento con i Vescovi di Squillace. Dopo Arnaldo, morto fino a Innocenzo III. non abbiamo tempo. Hanno letto nell’albo dello stesso Pontefice una lettera al Clero, al Popolo e al Vescovo di Policastro, perché impediscano gentilmente al Cardinale della Sede Apostolica di riceverla come Ambasciatore. e impediscono la dovuta riverenza; ma in essa non è espresso il nome del vescovo.”. Giuseppe Cappelletti (8), nel suo ‘Le Chiese d’Italia’, a p. 369,  parla della chiesa Paleocastrense e vi sono accenni a Pietro da Salerno. Il Cappelletti cita l’Ughelli, op. cit. (18), che pubblicava lettere e titoli dell’epoca in cui si parla di Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”. Come si è già visto in recedenza, non è proprio corretto ciò che scriveva Pietro Ebner e cioè che non mutarono i confini della Diocesi. Abbiamo visto che dopo la rinuncia di Pietro da Salerno, i confini non mutarono subito e le parrocchie della Diocesi restarono trenta. Ad un certo punto, però, quindici delle trenta località citate nella lettera “pastorale” del presule e primate Alfano I, furono assegnate all’antica Diocesi di Talao e poi ancora a Cassano Ionica e tale rimasero. Dunque, nell’anno 1110, l’anno della nomina del secondo Vescovo della Diocesi di Policastro, i confini erano mutati e le parrocchie furono quindici. Fino a quell’anno però, fino al 1110, la Diocesi sarà amministrata dai vescovi Caputaquensi, ovvero Pestani che risiedevano a Capaccio. Dall’anno 1110 (anno della notizia del vescovo Arnaldo), la Diocesi sarà retta ed amministrata dal nuovo presule, sebbene, come scriveva Pietro Ebner, nel suo “Economia e società nel Cilento medievale“, vol. I, p. 537, in proposito scriveva che: “Nella ricostituzione generale dei territori del regno, i normanni conservarono la diocesi con i vecchi confini (notizia del vescovo Arnaldo nel 1110, benchè politicamente il territorio, da Policastro verso il nord, venisse conservato alle dipendenze del giustiziere del Principato con sede a Salerno). I paesi però, anche linguisticamente continuarono a gravitare verso il Cilento e non verso la Basilicata e la Calabria, tanto meno verso Campagna, la cui Diocesi non risponde a nessun rilevante criterio geografico e storico-politico.”. Sebbene l’Ebner (…), scrivesse che (notizia del Vescovo Arnaldo nel 1110,..)”, non dice nulla su di lui. L’Ebner, a sufragio della sua ipotesi citava il vescovo Arnaldo che sarà il secondo vescovo eletto della Diocesi di Policastro (anno 1111), in piena epoca Normanna. Da quell’anno in poi, la chiesa bussentina ebbe vescovi effettivi: troviamo Arnaldo nel 1111; Pietro e Oto, nel 1120; Goffredo nel 1139 e Giovanni nel 1172 (….). Da Wikipidia, alla voce “cronostassi dei Vescovi di Policastro” leggiamo che al 2° posto risulta “Arnaldo”, menzionato nel 1111 (9). Wikipidia, nella nota (9) postillava che: “(9) Data riportata da Kehr; Gams e Tortorella indicano il 1110.” e pure che: “(9) I vescovi Pietro, Ottone, Goffredo e Giovanni I sono menzionati da Kehr, Italia pontificia, VIII, p. 371.”. Dunque, Wikipidia ci dice che Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, ci parla del vescovo Arnaldo, che figura nell’anno 1111.

Kehr, Italia pontificia, vol. VIII, p. 371

(Fig….) Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371

Infatti, Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, in proposito scriveva che: “Postea a Longobardis, ut videtur, eversus Buxentinus episcopatus iterum resurrexit saeculo XI, postquam Salernitanus archiepiscopus a Stefano IX pp. licentiam accepit episcopum in oppido Policastro ordinandi (cf. Salerno, Archiepisc. n. 21). Anno 1079 m. oct. Alfanus Salernitanus archiepiscopus, “sacerdotali clariclarique ordini et plebi consistenti Buxentinae, quae modo Paleocastrensis dicitur ecclesiae” privilegium dedit (ed. Laudisius p. 28). De Petro tertio abbate Cavensi, aliquando episcopo Policastrensi, ut eius Vita narrat, cf. supra p. 317 n.* 3not. Ex reliquis notus est Arnaldus a. 1111. Praeterea in Diptycho ecclesiae b. Matthaei Salernitanae (ed. Garufi in Fonti per la storia d’Italia LVI 231) adnotantur Petrus et Oto Paleocastrenses episcopi et in Necrologio eiusdem ecclesiae sub die iul. 25 a. 1139 depositio Goffridi Paleocastrensis ep. et sub die aug. 1 a. 1172 obitus Iahannis Polecastrensis ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), cuius memoriam servat inscriptio in turri campanaria ecclesiae cathedralis posita (ed. Laudisius p. 74). Etc..”, ovvero, la seguente traduzione: “In seguito, come sembra, il vescovado di Buxento fu rovesciato dai Longobardi, e risorge nell’XI secolo, dopo l’arcivescovo di Salerno da Stefano IX, pp ricevette il permesso di ordinare vescovo nella città di Policastro (cfr Salerno, Arcivescovo di Roma, n. 21). Nell’anno 1079 m. ottobre L’arcivescovo Alfanus di Salerno diede il privilegio di “essere distinto per l’ordine sacerdotale e per il popolo di Buxento, che oggi è chiamata Chiesa Paleocastrense” (ed. Laudisius p. 28). Su Pietro terzo abate di Cava, talvolta vescovo di Policastro, come racconta la sua Vita, cfr. sopra p. 317 n. Arnaldus è noto dall’anno 1111. Inoltre nel Dittico della Chiesa b. di Matteo di Salerno (a cura di Garufi in Fonti per la storia d’Italia 56 231) sono annotati da Pietro e Oto, vescovi di Palicastro, e nel Necrologio della stessa chiesa il giorno di luglio. 25 a. 1139 La deposizione di Goffridi di Paleocastrensis ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), la cui iscrizione ne conserva la memoria nel campanile della chiesa cattedrale (ed. Laudisius p. 74).”. Dunque, il Kehr scrive solo: Arnaldus è noto dall’anno 1111″. Dunque, il Kehr citava il vescovo Arnaldo e scriveva che nel testo: Praeterea in Diptycho ecclesiae b. Matthaei Salernitanae (ed. Garufi in Fonti per la storia d’Italia LVI 231)” veniva annotato da C. A. Garufi (vedi fig….) che: De Petro tertio abbate Cavensi, aliquando episcopo Policastrensi, ut eius Vita narrat, cf. supra p. 317 n.* 3not. Ex reliquis notus est Arnaldus a. 1111.”. Dunque, il Kehr pone Arnaldo secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro nel 1111 e non nel 1110. Riguardo la citazione del Garufi si tratta di Carlo Alberto Garufi (….), ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI) a cura di’, stà in‘Fonti per la storia d’Italia’, LVI, anno 1922, p. 231. Il Garufi ci parla del “Diptychon o Liber Vitae (dei secoli XI-XII)”, un antico codice membranaceo conservato nel Capitolo della Cattedrale di S. Matteo a Salerno.

Garufi, p. 230-231

Il Garufi, a p. 377, nei “Nomi non identificati”, riporta un “Arnaldus, Arnardus, Arnoldus 253 16 – 257 29 – 295 21 – pbr. (X-XI) 246 15. “. Tuttavia il Garufi indaga sui vescovi successivi al secondo, successivi ad Arnaldo. Nel 1873, G.B. Gams (…), nel suo ‘Series episcoporum Ecclesiae Catholicae’, Ratisbona, a pp. 912-913 ci parla del vescovado di Policastro ed a p. 912, in proposito scriveva che: “98. Polycastro (ant. Bussento): 561 Rusticus; NN., morto ante 593; 649 Sabbatius; Policastrum: 1079 S. Petrus Pappacarbone, res 1109, morto 4 III 1123; 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211; Gulielm., de Licio, O.S. Fr., c. 1122 ecc..”. Dunque, per il Gams, il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro (che successe a Pietro Pappacarbone) è: 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211;” dunque, vescovo nel 1110 e morto nel 1211. Secondo il Gams (….), Arnaldo fu vescovo della Diocesi di Policastro dal 1110 e morì nel 1211. Pietro Ebner (7), nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un intero capitolo: “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e seguenti. I due studiosi Natella e Peduto (4) nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 512, in proposito scrivono che: “Il Duomo di Policastro aggiunto all’antica trichora fu consacrato nell’anno 1079 dall’Arcivescovo di Salerno Alfano I, e la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi Vescovi effettivi: Arnaldo nel 1111; Pietro e Oto nel 1120; Goffredo nel 1139; nel 1172 Giovanni.”. I due studiosi, Natella e Peduto (4), sulle notizie dei vescovi della rinata Diocesi, succedutisi a Pietro Pappacarbone, pare che rimandino alla loro nota (71) che riguarda un testo di Paul Guillaume (56), L’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro’, e scrivono: “(71) La vita di S. Pietro, è opera di Ugone, abate di Venosa, autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140, tradotto in italiano da A. Ridolfi, sul finire del ‘500 ed edito dal Guillaume nel citato anno. ecc..”. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (19), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (19), venne pubblicato dal Guillaume (4). Natella e peduto (…), nella loro nota (71), sulla scorta del Keher (39) (vedi nota (70) che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I). I due studiosi Natella e Peduto (…), non hanno dato riferimenti precisi circa la datazione dell’anno 1111, quando scrivevano che dopo la rinunzia di Pietro Pappacarbone la chiesa bussentina ebbe da quell’anno in poi Vescovi effettivi: Arnaldo nel 1111″ ma, citano l’Ebner (…), che nel saggio citato voleva che: “ha datato al 1066-1067 l’arrivo di Pietro in città.”. Dunque, i due studiosi Natella e Peduto (4), ritenevano che il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro fosse Arnaldo, vescovo effettivo nel 1111. I due studiosi (4), proseguendo sulle notizie su Policastro in quegli anni (secolo XI), citano il Volpe (29), con la frase: “Unico riferimento preciso nella breve storia di Policastro del Volpe (29) è la sua dichiarazione circa le mura della città formate sotto Ruggero II. Ma il Volpe (29), citando il manoscritto del Mannelli (6) e, sulla scorta del Malaterra (20), non riporta alcuna notizia circa i Vescovi citati dai due studiosi (4). Il Volpe (29), parla solo della consacrazione di Pietro da Salerno. Anche il Vassalluzzo (67), non dice nulla in proposito. Il Guzzo (26), non dice nulla in proposito e riporta la notizia di Policastro al tempo dell’ultimo dei vescovi citati dai due studiosi Natella e Peduto (4), ovvero il vescovo ‘Goffredo’ che resse la Diocesi nell’anno 1139 e ‘Giovanni‘ che resse la Diocesi nell’anno 1172, ma senza dare riferimenti bibliografici. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 333 riferendosi alla restaurata Diocesi di Policastro in proposito scriveva che: “….in seguito all’intervenuta rinuncia del futuro grande abate cavense. La diocesi, pertanto continuò a essere tenuta, come prima, in amministrazione apostolica dai vescovi pestani, fino alla nomina del nuovo vescovo Arnaldo (a. 1110)(22). Nè i confini subirono modifiche in età normana, perchè il nuovo governo continuò a mantenere politicamente tutto quel territorio alle dirette dipendenze del giustiziere del Principato residente a Salerno.”. Ebner, a p. 333, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Ancora nel corrente secolo Policastro fu retto da vescovi della diocesi del Cilento. Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa a p. 416 scriveva che: “Solo il Laudisio (11), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti. Manca ogni dato archivistico circa il testamento di Leone.. Ebner, a p. 416, nella nota (11) postillava che: “(11) Laudisio cit. (Sinossi a cura di G.G. Visconti, p. 17) ecc…, poi a p. 47 sg. sul monastero di S. Mercurio unito a quello di S. Veneranda, sulla fondazione da parte del conte Leone dei due monasteri di monache, “quia in suo feudo”, ecc….”. Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento’, parlando di Rofrano e delle cause e liti giudiziarie vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro e diversi comuni che vantavano diritti sulla tenuta allodiale del monte Centaurino e, riferendosi ad un altro vescovo successivo ad Arnaldo (forse un certo Guido), a p. 435, in proposito scriveva che: All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”.”. Ho citato il passaggio di Ebner che,  sebbene non riguardi il vescovo Arnaldo, egli, nel citare il Laudisio (….) e la sua notizia sul vescovo “Arnaldo” e l’autorizzazione che dava a Manso o Mansone ad unire due monasteri, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), ecc…”, scrivendo che aveva dei dubbi sulla “cronostassi dei Vescovi” citata dal Laudisio (….) e, per converso, segnalava quella del sacerdote Giuseppe Cataldo: mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) ecc…”, riferendosi alla serie del Cataldo pubblicata nella Sinossi del Laudisio curata dal Visconti a p. 131. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a pp. 417-418, parlando e riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: Il citato ‘Ughellio’ ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta. Ecc..”. Antonini citava la carta antichissima pubblicata dall’Ughelli (….) di cui ho già parlato e che riguarda una donazione del 17 febbraio 1110 in cui figura un vescovo di Policastro chiamato “Arnaldo”. Nel 1866, il sacerdote Giuseppe Cappelletti (8), nel suo ‘Le Chiese d’Italia’ parlando della chiesa di Policastro (‘Paleocastrense’) scriveva che: “Poco dopo la rinunzia del vescovo San Pietro, ne fu sostituito il successore Arnaldo, non si sa in quale anno. La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace. Ne, dopo questa notizia, altra se n’ha di Arnaldo: ne dopo Arnaldo, di alcun altro vescovo si ha notizia pel lungo tratto di un secolo.”. Dunque, il Cappelletti scriveva che il vescovo “Arnaldo”, non si sa quando o in che anno fu nominato Vescovo della Diocesi di Policastro. Si sa solo che egli fu il successore di Pietro Pappacarbone, dopo la sua rinuncia a Vescovo di Policastro. Dunque, è molto probabile che sulla base di questa notizia, il nuovo vescovo “Arnaldo”, fu il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro. Il Cappelletti scrive pure dei due documenti pubblicati dall’Ughelli (….) e scrive che in uno dei due documenti pubblicati dall’Ughelli si ha “La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace.”. Il Cappelletti scrive che questo vescovo chiamato “Arnaldo” figura testimone in una donazione del 17 febbraio 1110, in cui la contessa “Adelatia” (in Ughelli) “Adelasia” (in Cappelletti) donava al Vescovo di Squillace in Calabria la “chiesa di santa Maria della Roccella” (forse il Monastero claustrale di S. Mercurio a Rocchetta, una frazione di Roccagloriosa). Molti secoli dopo dell’Ughelli (….), nel 1831, Mons. Nicola Maria Laudisio (9), Vescovo di Policastro, nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 74 (vedi edizione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale edera entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Secondo il Laudisio (9) e, l’Ebner (7), quindi, all’epoca della conquista Normanna dei nostri territori, dopo la nuova restaurazione della Diocesi Paleocastrense e precisamente nell’anno 1110, figurava un nuovo vescovo che successe al rinunciatario Pietro Pappacarbone, il nuovo vescovo ‘Arnaldo’, che resse la Diocesi di Policastro, mentre i due studiosi Natella e Peduto, scrivono che Arnaldo fu vescovo effettivo di Policastro nel 1111. La notizia del Laudisio è interessante ma egli non fornisce alcun riferimento bibliografico. Il Laudisio, riguardo il passo successivo che ci parla di Simone conte di Policastro e del 1152, cita e postilla di Ferdinando Ughelli (…). Il Laudisio (….), però, parlando ancora di Roccagloriosa, a p. 101 (vedi versione a cura di Visconti), in proposito scriveva che: ” A Rocca Gloriosa……Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. Ma anche in questo caso il Laudisio non postillava nulla a riguardo. La notizia di un vescovo di Policastro chiamato Arnaldo fu in seguito ripresa da diversi autori. Sui vescovi della Diocesi di Policastro, nel ……Gaetano Porfirio (….), nel suo “Policastro” (stà in Vincenzo D’Avino (….), ed il suo “Cenni storici sulle chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle Due Sicilie annotate etc…”, a p. 538, dopo aver detto dell’anno 1079 in cui Pietro Pappacarbone lasciò la cattedra vescovile di Policastro, in proposito scriveva che: “Da qui comincia a diradarsi quel buio che ricopre la cronaca della sede di Policastro, ed i nomi de’ vescovi che ne tennero l’indirizzo si veggono ora notati coi rispettivi stemmi nell’aula episcopale (1-2-3-4).” ma, il Porfirio non fa nessun accenno al vescovo Arnaldo.  Un altro studioso che accenna al vescovo Arnaldo è stato il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: Morto il Guiscardo nel 17 luglio 1085 a Cefalonia per epidemia, lasciò a Ruggiero II, figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo, il Ducato di Puglia e di Calabria. Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa, figlio di Leone Conte Normanno, di unire il Cenobio di S. Veneranda a quello di S. Mercurio delle religiose di Roccagloriosa, perchè la di lui figlia Altrude entrò in quel chiostro. Ecc..”. Dunque, il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), scriveva che: In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa ecc…”. Sul “Simone, figlio di re Ruggero e conte di Policastro” ho scritto in altri miei saggi. Però andiamo per ordine. Il Cataldo aggiunge anche la notizia che In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo”Il Cataldo (….) nella sua “Serie dei Vescovi di Policastro Bussentino dall’XI secolo ad oggi”, dopo aver citato Pietro Pappacarbone aggiungeva il secondo vescovo di Policastro e scriveva che: “2. Arnaldo ? 1110,….”. Anzi, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29, parlando di “Ruggiero II, figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo, ecc..”, e riferendosi a dopo la morte del Guiscardo, in proposito scriveva che: Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa, figlio di Leone Conte Normanno, di unire il Cenobio di S. Veneranda a quello di S. Mercurio delle religiose di Roccagloriosa, perchè la di lui figlia Altrude entrò in quel chiostro. Ecc..”. Dunque, sebbene il Cataldo lo chiamasse “Ruggiero II”, si riferiva a Ruggero Borsa, infatti egli era figlio di Roberto il Guiscardo e della sua seconda moglie Sichelgaita. Riferendosi dunque a Ruggero Borsa, il Cataldo scriveva che egli: prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre.”. Credo che il Cataldo incorra in confusione quando aggiunge che (Ruggero Borsa): “Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte.”. Ruggero Borsa ereditò il Ducato dal padre Roberto ma non ebbe figli chiamati Simone. Forse in questo passaggio il Cataldo fa un pò di confusione.

Nel 13 marzo 1110, Arnaldo, vescovo della Diocesi di Acerenza

Riguardo al citato vescovo “Arnaldo” e delle poche notizie che abbiamo sul presule ho scritto dei dubbi che espresse Pietro Ebner nel citarlo e parlandoci della “cronostassi dei vescovi della Diocesi di Policastro”. Ebner, sulla scorta del Laudisio riportava le notizie intorno ad “Arnaldo”, ma nel suo ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento’, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”.”. Dunque, Ebner avanzava dubbi sull’esistenza di questo Vescovo chiamato “Arnaldo”. Già in presedenza l’Ebner si era occupato dei presuli successori di Pietro Pappacarbone, sul quale, peraltro vi sono delle incertezze sulle date della sua elezione. In particolare vi sono diverse incertezze circa le date e le costituzioni di Diocesi all’epoca dei Normanni di Roberto il Guiscardo, sui presuli della ricostruita Diocesi di Policastro da parte dell’Arcivescovo di Salerno, Alfano I. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo VII (edizione Coleti), a p. 560, inizia a parlare dei “Policastrenses Episcopi”, ovvero dei Vescovi di Policastro: “2 ARNALDO, vescovo di Policastro, fu testimone del dono di Adalatia, contessa di Sicilia e Calabria, che fece a Pietro, vescovo di Squillace, della chiesa di S. Maria de Roccella, con i suoi diritti e pertinenze, nell’anno dell’Incarnazione di nostro Signore 11110. 13. Kal.Mart. Iscrizione 6. Condivideremo il documento con i Vescovi di Squillace. Dopo Arnaldo, morto fino a Innocenzo III. non abbiamo tempo. Hanno letto nell’albo dello stesso Pontefice una lettera al Clero, al Popolo e al Vescovo di Policastro, perché impediscano gentilmente al Cardinale della Sede Apostolica di riceverla come Ambasciatore. e impediscono la dovuta riverenza; ma in essa non è espresso il nome del vescovo.”. Il sacerdote Giuseppe Cappelletti (….), nel suo  Le Chiese d’Italia della loro origine sino ai nostri giorni, vol. XX, Venezia, 1866, pp. 415-431 e 435-452 e Francesco Lanzoni (….), nel suo Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza, 1927, pp. 299-300. Infatti, dopo circa un secolo, nel 1866, il sacerdote Giuseppe Cappelletti (8), nel suo ‘Le Chiese d’Italia’ parlando della chiesa Paleocastrense scriveva che: “Poco dopo la rinunzia del vescovo San Pietro, ne fu sostituito il successore Arnaldo, non si sa in quale anno. La prima notizia, che s’abbia di lui, è del 17 febbraio 1110, perchè in quel giorno trovavasi testimonio alla donazione della chiesa di santa Maria della Roccella, cui Adelasia contessa di Sicilia e di Calabria diede al vescovo Squillace. Ne, dopo questa notizia, altra se n’ha di Arnaldo: ne dopo Arnaldo, di alcun altro vescovo si ha notizia pel lungo tratto di un secolo.”. Dunque, il Cappelletti scriveva che il vescovo “Arnaldo”, non si sa quando o in che anno fu nominato Vescovo della Diocesi di Policastro ma attraverso la carta pubblicata dall’Ughelli, quella del 13 marzo 1110, si ha notizia di lui. Dunque, secondo alcuni, “Arnaldo”, potrebbe essere il successore di Pietro Pappacarbone, dopo la sua rinuncia a Vescovo di Policastro. Da Wikipidia apprendiamo che questo Arcivescovo Arnaldo † (1066 – 1101 deceduto). Dunque, se Arnaldo fosse deceduto nell’anno 1101, come poteva essere presente alla donazione della contessa “Adelasia” ? Questo “Arnaldo”, lo ritroviamo già molto tempo prima come Vescovo della Diocesi di Acerenza che come vedremo sarà sede suffraganea della sede “Metropolita” di Salerno. Nicola Acocella (….), in “Salerno Medievale ed altri saggi” a cura di Antonella Sparano, nell’indice, a p. 669 troviamo “Arnaldo, vescovo di Acerenza, 44.“. Dunque, secondo l’Acocella (…), Arnaldo era vescovo di Acerenza, una delle Diocesi suffraganee di Salerno ai tempi dei Normanni e di Afano I. Nicola Acocella (….), nel suo “La figura e l’opera di Alfano I di Salerno (sec. XI)”, (si veda “Salerno Medievale ed altri saggi” a cura di Antonella Sparano), a p. 44, nella sua nota (112) in proposito al Vescovo Arnaldo ed al Vescovado di Acerenza postillava che: “(112) Acerenza nel 1076 era ancora sede vescovile, contrariamente a quanto affermano taluni scrittori: cfr. la lettera di Gregorio VII del 14 marzo 1076 al ‘vescovo’ di Acerenza Arnaldo: Registrum, III, 11, in M.G.H., EE., ed. E. Caspar, Berlino, 1920, p. 271 sg.”. Dunque, nella sua nota (112), l’Acocella postillava che nel 1076, Acerenza, contrariamente a quanto credevano alcuni, era ancora sede Vescovile. Acocella scrive pure che nel 14 marzo 1076, papa Gregorio VII scrive una lettera ad “Arnaldo”, Vescovo di Acerenza. Dunque, l’Acocella, riguardo il vescovo “Arnaldo”, cita la nota lettera di papa Gregorio VII ad Arnaldo vescovo di Acerenza del 14 marzo 1076. Acocella postilla della lettera del papa pubblicata in  Registrum, III, 11, in M.G.H., EE., ed. E. Caspar, Berlino, 1920, p. 271 sg.”, ovvero postilla che la lettera è pubblicata da Caspar C. (….), in “Monumenta Germaniae Historica” (M.G.H.). Acocella, ap. 44, nella sua nota (113) postillava che: “(113) F. Ughelli, VII, op. cit., col. 571 sg.; G. Giesebrecht, op. cit.; p. 68 sg.; G. Paesano, op. cit., I, 121; G.B. Gams, Series episcoporum Ecclesiae Catholicae, Ratisbona, 1873, p. 920; A. Adinolfi, Storia della Cava, Salerno, 1836, p. 147.”. Acocella però nel postillare del Gams (p. 920) si riferiva al vescovado di Sarno creato da Alfano. Riguardo il vescovado di Acerenza, si veda G.B. Gams (…) che, nel suo ‘Series episcoporum Ecclesiae Catholicae’, Ratisbona, 1873, a pp. 912-913 ci parla del vescovado di Policastro ed a p. 912, in proposito scriveva che: “98. Polycastro (ant. Bussento): 561 Rusticus; NN., morto ante 593; 649 Sabbatius; Policastrum: 1079 S. Petrus Pappacarbone, res 1109, morto 4 III 1123; 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211; Gulielm., de Licio, O.S. Fr., c. 1122 ecc..”. Dunque, per il Gams, il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro (che successe a Pietro Pappacarbone) è: 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211;” dunque, nel 1110 e morto nel 1211. Pietro Ebner (….), scriveva al riguardo: “Nella ricostituzione generale dei territori del regno, i Normanni conservarono la diocesi con i vecchi confini (notizia del Vescovo Arnaldo nel 1110, benchè politicamente il territorio, da Policastro verso il nord, venisse conservato alle dipendenze del giustiziere del Principato con sede a Salerno). I paesi, però anche linguisticamente continuarono a gravitare verso il Cilento e non verso la Basilicata e la Calabria, tanto meno verso Campagna, la cui diocesi non risponde nessun rilevante criterio geografico e storico-politico.”. Da Wikipidia apprendiamo che l’arcivescovo Arnaldo verso negli ultimi anni dell’XI secolo fece iniziare i lavori per la costruzione della cattedrale durante i quali furono ritrovate le reliquie di san Canio. Ma chi era questo “Pietro” che fu eletto Vescovo della Diocesi di Squillace, di cui alla bolla di Papa Pasquale II ?. Da Wikipidia, alla voce Diocesi di Acerenza leggiamo che Pietro successe all’Arcivescovo Arnaldo. Nel mese di maggio 1102 fu eletto arcivescovo Pietro al quale furono confermati i privilegi concessi ad Arnaldo. Nel 1106 papa Pasquale II scrisse all’arcivescovo Pietro per conferirgli i diritti metropolitici, assegnandogli come suffraganee le diocesi di Venosa, Gravina, Tricarico, Tursi e Potenza e l’uso del pallio nelle festività. Da Wikipidia apprendiamo che l’Arcidiocesi di Acerenza il 4 maggio 1041 il vescovo di Acerenza Stefano (1029-1041), che appoggiava il catapano di Bari, morì combattendo sulle rive dell’Ofanto contro i primi Normanni che avevano conquistato la zona intorno a Melfi. In seguito a questa battaglia Acerenza fu conquistata dai Normanni e nel 1061 Roberto il Guiscardo ne fece una roccaforte, rendendola un centro di difesa da rappresaglie bizantine. Riguardo la Diocesi di Acerenza ed il Vescovo “Arnaldo” ha scritto padre Francesco Russo (….), nel suo “L’organizzazione ecclesiastica in Lucania alla fine del dominio bizantino e all’inizio di quello Normanno (sec. X-XI)- estratto da “Giacomo Racioppi e il suo tempo”.”., dove, a p. 350, in proposito scriveva che: “Di Acerenza l’Holtzmann etc…..Poichè essa era ai margini delle due metropolie – di Otranto e di Salerno – le fu relativamente facile rendersi autonoma dall’una e dall’altra, come fecero contemporaneamente Cosenza e Bisignano, marginali riguardo alle metropoli sia di Reggio che di Salerno. Acerenza non solo si rese autonoma, ma assunse anche il ruolo di metropoli – unica in tutta la Lucania – avente per suffraganee le chiese di Tursi, Tricarico, Venosa e Potenza. La stessa via seguì Conza, già sede di importante gastaldato, che, in Lucania, ebbe suffraganea la diocesi di Muro. Quando avvenne ciò ? E’ difficile stabilire una data. Il Racioppi rileva che nella consacrazione della chiesa di Montecassino nel 1071, il capo della chiesa acheruntina figura come vescovo e tale risulta anche nella bolla di Gregorio VII del 1074, mentre Lupo Protospada ricorda Arnaldo, nella qualifica di Arcivescovo di Acerenza nel 1080. Il Racioppi perciò conclude che l’elevazione a sede metropolitana cade tra il 1074 e il 1080 (26). Se ciò è vero l’autenticità della bolla del 1060 di Godano, preteso arcivescovo di Acerenza, va per aria, malgrado i sottili argomenti di Mons. Zavarroni nel difenderne l’autenticità. La stessa cosa deve dirsi della bolla di Alessandro II del 1068, in cui vengono ricordate le suffraganee di Acerenza.“. Il Russo (…), a p. 350, nella sua nota (26) postillava che: “(26) Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, II, 217.”. Dunque, riguardo “Arnaldo”, vescovo di Acerenza, padre Francesco Russo (….), nel suo “L’organizzazione ecclesiastica in Lucania alla fine del dominio bizantino e all’inizio di quello Normanno (sec. X-XI)- estratto da “Giacomo Racioppi e il suo tempo”.”., dove, a p. 350, in proposito scriveva che: Il Racioppi rileva che nella consacrazione della chiesa di Montecassino nel 1071, il capo della chiesa acheruntina figura come vescovo e tale risulta anche nella bolla di Gregorio VII del 1074, mentre Lupo Protospada ricorda Arnaldo, nella qualifica di Arcivescovo di Acerenza nel 1080. Ecc…”. Padre Russo riferisce che: mentre Lupo Protospada ricorda Arnaldo, nella qualifica di Arcivescovo di Acerenza nel 1080.”. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 217, in proposito scriveva che: “Nella cronica di Lupo Protospada (che era cittadino di Matera, o di città di lì intorno) viene nominato l’arcivescovo di Acerenza Arnaldo sotto l’anno 1080; ecc..”. Giacomo Racioppi (…), forse sulla scorta del Di Meo (….) segnalava che nel ‘chronicon’ di Lupo Protospata (….) è scritto che nell’anno 1080, Arnaldo venne nominato  arcivescovo della Diocesi di Acerenza. Racioppi segnalava che “Arnaldo” vescovo di Acerenza risultava presente, nel 1071 alla consacrazione del monastero benedettino di Montecassino, nel 1071. Racioppi scriveva che “Arnaldo” vescovo di Acerenza risulta anche nella bolla di papa Gregorio VII (Ildebrando da Soana), del 1074. Le notizie sono interessantissime perchè potrebbero confermare le notizie intorno al vescovo “Arnaldo”, forse successore a Pietro Pappacarbone nella Diocesi di Policastro che per l’appunto doveva forse dipendere dalla Diocesi Metropolita di Acerenza. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 217 continuando il suo racconto cita alcuni documenti che riguardano la Diocesi di Acerenza divenuta Metropolia. In questi documenti, che il Racioppi giudica di dubbia autenticità, figura sempre il Vescovo Arnaldo. Racioppi a pp. 217-218, in proposito scriveva che: “Nella cronica di Lupo Protospada (che era cittadino di Matera, o di città di lì intorno) viene nominato l’arcivescovo di Acerenza Arnaldo sotto l’anno 1080; nella lettera del 1074 di Gregorio VII a questo stesso Arnaldo, gli è detto non altrimenti che vescovo. Parrebbe adunque che entro questo breve periodo di anni fosse elevata a metropoli la sede di Acerenza; e l’induzione sarebbe confermata dall’altra notizia, che nel novero dei prelati che assistettero alla dedicazione solenne della chiesa di Monte Cassino nel 1071, Arnaldo di Acerenza non è detto altrimenti che vescovo (1). Il dato cronologico sarebbe pertanto accertato, se lo Zavarroni, vescovo di Tricarico, non avesse pubblicata una bolla del 1060 data da un arcivescovo a nome Godano di Acerenza al vescovo Arnaldo di Tricarico; e se nell’Ughelli stesso non fosse la famosa bolla di Alessandro II, del 1068, all’arcivescovo Arnaldo di Acerenza con l’indicazione di gran numero di chiese suffraganee (2). La prima del 1060, che avremo occasione di riferire fra breve, è ritenuta un’impostura manifesta dal critico Di Meo (3). La seconda, famosa per le controversie che suscitò pei Tribunali nell’anti-passato secolo, è pubblicata in miglior lezione dal Di Meo stesso; che dopo averla corretta sul luogo, cioè presso l’archivio episcopale acheruntino, conclude sembrargli per lo meno “spuria” (1). Dalla metropoli di Acerenza dipendono, negli ordinamenti gerarchici, quasi tutte le sedi episcopali della provincia di Basilicata, e propriamente (oltre a Matera che le fu unita) quelle di Tursi, di Tricarico, di Venosa, e di Potenza. Restano inoltre, qui e là, dei paesi, alcuni come Matera dipendenti dalla sede di Cassano-Jonio; altri come Lagonegro, Lauria, Rivello e Trecchina da Policastro.”. Il Racioppi, a p. 217, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Conf. Di Meo, ad ann. 1071. 3 – Invece ed erratamente,, vien riferito tra gli Arcivescovi assistenti alla consacrazione, dall’Ughelli e dal Fimiani.”. Il Racioppi, a p. 217, nella nota (2) postillava che: “(2) L’Ughelli stesso (vol. VII, col. 7 e 24) accenna ad una donazione del 1063, fatta dal Duca Roberto alla Santissima Trinità di Venosa, in cui si porta sottoscritto un Gerardo, Arcivescovo Acheruntino: ma nè egli pubblica il documento, nè dice dove si legge. Indicativamente all’Ughelli, il Fimiani e il Lupoli: ma il Di Meo, che l’accenna sulla fede dell’Ughelli medesimo (ad ann. 1062, 5), la dice un’impostura. – Per me, poichè non è pubblicato il documento, mi limito a dirlo inaccettabile.”. Racioppi, nella nota (3) postillava: “(3) Annali, ad ann. 1060, n. 5”. Il Racioppi, a p. 218, nella nota (1) postillava: “(1) Ad ann. 1068, 7 dice: “La pergamena che si conserva in Acerenza ha ciera di spuria se non si volglia copia: l’inchiostro è nero etc…“. Sulla bolla o la lettera di papa Gregorio VII ad “Arnaldo”, Vescovo di Acerenza, è da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi (…), secondo cui è il Muratori (…) parlava della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori (…), ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”. Lupo Protospata (1030 circa – 1102) è stato un cronista attivo in Puglia nel secolo XI. Lupo è considerato l’autore del Chronicon rerum in regno Neapolitano gestarum, una cronaca di fatti occorsi nel Mezzogiorno d’Italia dall’anno 855 al 1102: gli eventi più antichi furono attinti certamente dagli Annales Barenses, mentre maggiori dettagli si riscontrano per il periodo dal 1082 al 1102, in quanto contemporanei allo scrittore, in particolare, Lupo riporta con una certa attenzione, oltre a calamità e curiosità astronomiche (terremoto del 1087, cometa del 1098), gli eventi storici che portarono alla conquista normanna del Sud e fatti di rilevanza religiosa (il terzo sinodo di Melfi del 1089 e quello tenutosi a Bari nel 1099). Il Chronicon di Lupo fu poi utilizzato dall’Anonimo Barese per la stesura della sua Cronaca. Per alcune edizioni di Lupo Protospada, da Wikipidia leggiamo che: Antonio Caracciolo, Antiqui chronologi quatuor Herempertus Langobardus, Lupus Protospata, Anonymus Cassinensis, Falco Beneventanus cum appendicibus historicis, Napoli 1626; oppure si veda Lupi Protospatae Rerum in Regno neapolitano gestarum ab anno sal. 860 usque ad 1102 Breve Chronicon, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano 1724, pp. 37–49; Georg Heinrich Pertz, Lupi Protospatarii Chronicon, in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, V, Hannover 1844, pp. 51–63. Infatti, nel 1724, Antonio Ludovico Muratori (…), nel suo “Rerum Italicarum Scriptores”, vol. V, a pp. 37-49 pubblicò “Lupi Protospatae rerum i Regno Neapolitano gestarum, Ab Anno Sal. 860 usque ad 1102. Breve Chronicon”. Il Protospata, per l’anno 1080, a p. 45, in proposito scriveva che:

Cattnn

Come si è visto in precedenza, Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali Critici-Diplomatici del Regno di Napoli”, a p. 164 e ssg. scriveva che, l’Ughelli aveva pubblicato due carte. La prima carta pubblicata dall’Ugheli è: “5. Ughelli rapporta una Bolla del Papa a Pietro Vescovo di Squillace, ecc…”. Il Di Meo scriveva che l’Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, edizione Coleti (2°) parlando dei “Vescovi di Squillace”, a p. 542 aveva pubblicato  la Bolla di Papa Pasquale II del 9 aprile 1110. Il Di Meo, a p. 165 scriveva pure che: “Lo stesso Ughelli ne’ vescovi di Squillace (paese della Calabria in Provincia di Catanzaro) rapporta la seguente carta: ‘An. ab. Inc. MCX. XIII. Kal. Martii, Ind. III. Regnante in Sic. Calabr. Rogerio filio Rogerii Comitis etcc…”. Il Di Meo scrive che l’Ughelli, cita pure un’altra carta del 13 marzo 1110, riferendosi ad un’altra carta in cui: “Colla Chiesa di Squillace si dona ancora ad esso Pietro eletto la Chiesa di ‘S. Maria di Roccella’ coi suoi beni, come pria di morire la possedè ‘Girolamo’ che ne fu Abbate.”. Come abbiamo visto, la donazione della chiesa di S. Maria di Roccella viene fatta all’eletto (da poco) Pietro eletto” oppure “Petri Squillacensis Episcopi”. Come scrive lo stesso Di Meo (….), a p. 164: ne approva la fatta elezione, presenti i Vescovi ‘Angelario’ di Catania, e ‘Arnaldo Paleocastrense’”. Dunque, secondo il Di Meo, sulla scorta dell’Ughelli, all’investitura del Vescovo della Diocesi di Squillace “Pietro”, era presente anche il Vescovo di Policastro “Arnaldo”. Ma chi era questo vescovo di Policastro chiamato “Arnaldo” che è presente alla cerimonia di investitura del nuovo vescovo di Squillace chiamato “Pietro” e nominato da papa Pasquale II ?. Secondo il Di Meo (….), nella seconda carta, quella del 17 febbraio 1110, la carta in cui si approva l’elezione di Pietro a Vescovo di Squillace, sono presenti alcuni personaggi dell’epoca e tra questi vi è il presule “Arnaldo”. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, la prima citazione dell’antico documento in questione è di Ludovico Antonio Muratori (…), citato in seguito dal Troyli (…) e, poi da Ebner (…). Tratta da un codice manoscritto della Chiesa di Salerno:Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori (6), in Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss., V, col. 219 e seq. “Alphanus Archieps An. 1080.“, il Muratori (6), sulla scorta dell’Ughelli (…), pubblicava i ‘Fragmenta’ del Codice Amalfitano, (antico Codex manoscritto della Chiesa di Salerno), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno Alphanus Archieps An. 1080.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo captolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica. Ecc…”. Riguardo la Diocesi di Acerenza ed il Vescovo “Arnaldo” ha scritto padre Francesco Russo (….), nel suo “L’organizzazione ecclesiastica in Lucania alla fine del dominio bizantino e all’inizio di quello Normanno (sec. X-XI)- estratto da “Giacomo Racioppi e il suo tempo”.”., dove, a p. 349, in proposito scriveva che: “Al Guiscardo si deve la fondazione delle tre famose abbazie benedettine, poste in zone strategiche di rilievo, atte a trasformarsi in centri di irradazione della latinità: S. Eufemia, al centro della Piana omonima; S. Maria della Matina, al centro della Valle del Crati; La SS. Trinità di Venosa, al centro delle comunicazioni tra la Puglia e la Lucania. Le carte di fondazione di queste tre abbazie, sorte in breve spazio di tempo, contengono la lista di chiese e di monasteri greci, dati in dotazione a ciascuna di esse (22). Si veniva così ad inferire un colpo mancino alla supremazia incontrastata dei monaci greci in zone fortemente ellenizzate del Nicastrese, del Mercurion e del Latinianon.”. Il Russo a p. 348, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Per S. Eufemia cfr. E. Pontieri, L’Abbazia benedettina di S. Eufemia e l’abate Roberto di Grantmesnil, in Tra i Normanni nell’Italia Meridionale, Nuova Ediz., Napoli, 1924, 283-319; F. Russo, La Diocesi di Nicastro, Napoli, 1958, 82-85. Per S. Maria della Mattina, cfr. A. Pratesi, Carte Latine di Abbazie Calabresi, Città del Vaticano, 1958. Per la SS. Trinità di Venosa, cfr. Crudo G. La Badia della SS. Trinità di Venosa, Trani, 1899. Per tutte e tre cfr. Ménager, Les fondations monastiques de Robert Guiscard, in “Quellen u. Forsch.”, B. XXXIX (1959), p. 1-116.”.

Il Ducato di Puglia e di Calabria

Il Ducato di Puglia è una signoria normanna affidata per la prima volta al cavaliere Roberto il Guiscardo della famiglia Altavilla e costituita come entità territoriale come conte di Puglia, nella quale i normanni amministrano giustizia e battono moneta per privilegio pontificio nel 1059 nei territori corrispondenti alle attuali regioni Puglia, Basilicata e parte orientale e meridionale della Campania (dunque il basso Cilento). Il titolo di Duca di Puglia fu spesso unito a quello di Duca di Calabria e come tale rimase fino a quando i due ducati furono uniti alla Contea di Sicilia con Ruggero II per formare il Regno di Sicilia. Nell’estate dell’anno 1059 la Contea di Puglia si trasforma in Ducato come entità territoriale ben definita. Durante il primo concilio di Melfi, infatti, il pontefice Niccolò II, fermo restando la capitale a Melfi, nomina Roberto il Guiscardo Duca di Puglia e Calabria mediante accordi presi con il Trattato di Melfi e perfezionati con il Concordato di Melfi.  Nel 1077 la capitale del Ducato, unito al Ducato di Calabria, divenne Salerno. Questo ducato detto di Puglia e Calabria, che comprendeva gran parte del Mezzogiorno continentale, fu annesso nel 1130 al Regno di Sicilia da Ruggero II. Vera von Falkenhausen (…), nel suo  ‘I Longobardi Meridionali’, a p. 285, in proposito scriveva che: “Roberto il Giscardo non si tratenne molto a Salerno, ma per il figlio che gli succedette, il duca Ruggero Borsa, da parte materna nipote di Guaimario IV, l’eredità longobarda ebbe grande significato. Salerno fu la residenza principale sua e di suo figlio, il duca Guglielmo. Si sentivano a casa propria nella città, che anche nei decenni successivi non perdette il suo caratere longobardo. Il loro legame con l’antica capitale longobarda, che 300 anni prima Arechi II aveva reso residenza dei principi, si rivela anche nella morte; infatti, mentre Roberto il Guiscardo è sepolto nel monastero di famiglia dei Hauteville, la SS. Trinità di Venosa, i duchi Ruggero Borsa e Guglielmo si fecero inumare in S. Matteo, il duomo di Salerno (3).”. La Falkenhausen (…), a p. 285, nella sua nota (3), postillava in proposito che: “(3) ‘Romualdi Salernitani Chronicon’, a cura di C.A. Garufi, RIS, VII, Bologna, 1935, pp. 205-214.”.

Nel 1087, Ruggero I “Gran Conte” di Sicilia, Adelaide del Vasto (“Adelasia”), terza moglie e, la contea di Policastro

Da Wikipidia leggiamo che Adelasia del Vasto, nota anche come Adelaide, Azalaïs o Adelasia Incisa del Vasto (Piemonte, 1074 – Patti, 16 aprile 1118), fu la terza moglie di Ruggero d’Altavilla e la madre di re Ruggero II. Fu reggente della Gran Contea di Sicilia dal 1101 al 1112. Adelasia del Vasto (o Adelaide del Vasto) era figlia dell’aleramico Manfredi (o Manfredo), fratello di Bonifacio del Vasto, marchese di Savona e della Liguria Occidentale. Adelaide del Vasto ella la moglie di Ruggero I d’Altavilla, il “Gran conte di Sicilia”, era anche la madre del futuro re Ruggero II e di Simone primogenito che morì nel 1105 ed essa dovette reggere il regno di Sicilia fino al 1112, il Del Buono si riferiva a suo nipote Ruggero Borsa che nel frattempo aveva ereditato il Ducato di Puglia e di Calabria, alla morte del padre Roberto il Guiscardo. Nel 1087 Adelasia sposò a Mileto, in Calabria, il gran conte normanno Ruggero I di Sicilia, suggellando così un’alleanza tra aleramici e normanni. Adelasia giunse al porto di Messina in pompa magna su navi da cui sbarcarono dote, scorta e un nutrito seguito di suoi conterranei piemontesi che l’avevano seguita per insediarsi nella parte centro-orientale dell’isola. Fu una prima avanguardia di un flusso migratorio poi massicciamente favorito per decenni fino al XIII secolo, ancora oggi testimoniato dall’esistenza di alcune isole linguistiche alloglotte nel cuore della Sicilia, chiamate colonie lombarde, dove si parla un antico dialetto Gallo-Italico.

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a pp. 374-375, in proposito ad “Adelasia” scriveva che: “….ma altresì la loro discendenza da quella casa degli Aleramici, ossia dei marchesi per autonomasia in Italia, ad uno dei cui rami, quello dei Del Vasto, apparteneva la contessa Adelasia, che Ruggero I sposò nel 1087, passato a terze nozze (28).”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (28) postillava che:“(28) Pontieri, La madre di re Ruggero: Adelasia del Vasto, contessa di Sicilia, regina di Gerusalemme, in questo volume, nel saggio seguente.”. Dunque, secondo il Pontieri, il Gran Conte Ruggero I di Sicilia sposò “Adelasia” in terze nozze nel 1087.

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 302, in proposito scriveva che: Conte di Sicilia; egli stesso in terze nozze sposa Adelasia della casa degli Aleramici, nipote del famoso marchese d’Italia, Bonifazio del Vasto (cap. 14). Pure qualche atroce dolore non risparmia il suo cuore paterno: la moglie del figlio prediletto, sia pur ribelle una volta (L. III, cap. 36), dell’erede Giordano (L. IV, cap. 18). Ma Dio consola di lì a poco il Conte, perchè Adelasia gli dà il piccolo Simone, sul cui capo egli può riporre le sue speranze e conservargli il ricordo di un passato di lavoro e di stenti, dal quale è germinata la potenza presente (capitolo 19). Ecc..”.

Nel 1097, Odobono buon Marchese,

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a pp. 374-375, in proposito scriveva che: “Ignoriamo quando Odobono, “le bon Marquiz”, sia venuto i n Sicilia. Neanche possiamo asserire se la sua persona sia da identificare con quell'”Othonus”, ricordato dal Malaterra fra coloro che nel 1079 valorosamente si batterono nell’assedio di Taormina e la ridussero alla capitolazione (27). Di positivo c’è che il nome “Ottone” e la qualificazione feudale di “marchese” richiamano non solo l’origine monferrina del suddetto o dei suddetti personaggi, ma altresì la loro discendenza da quella casa degli Aleramici, ossia dei marchesi per autonomasia in Italia, ad uno dei cui rami, quello dei Del Vasto, apparteneva la contessa Adelasia, che Ruggero I sposò nel 1087, passato a terze nozze (28). Fu l’incertezza del domani, provocata dalle lotte a sfondo patrimoniale che nel secolo XII misero l’uno contro l’altro i rami della vetusta casata feudale, la causa per cui parecchi cadetti di essa, generalmente designati con l’appellativo di ‘Marchisii’, discesero nell’Italia meridionale, si posero al servizio dei Normanni, che venivano sconvolgendo l’assetto politico del paese, e vi fecero fortuna. Uno di questi immigrati fu Odobono: la miglior riprova della prodezza con cui si battè e della potenza e del prestigio che gliene derivò, è data dal suo matrimonio con Emma d’Hauteville e dai feudi ottenuti in Sicilia.”. Il Pontieri, a p. 375, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Pontieri, La madre di re Ruggero: Adelasia del Vasto, contessa di Sicilia, regina di Gerusalemme, in questo volume, nel saggio seguente.”.

Dal 1101 al 1112, Simone di Sicilia, la reggenza di sua madre Adelaide del Vasto (“Adelasia”) e, la contea di Policastro

Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1112). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei, tra cui il fratello Enrico del Vasto (che aveva sposato Flandina, figlia del marito), e di altra origine, fra cui soprattutto Cristobulo. Fu durante il periodo di reggenza che redasse ciò che oggi è conosciuto come il documento cartaceo più antico d’Europa. È il cosiddetto “Mandato di Adelasia“, scritto nel 1109. Si tratta di un documento bilingue, in greco nella sezione superiore e in arabo in quella inferiore, con cui si ordinava ai vicecomitali della terra di Castrogiovanni di proteggere il monastero di San Filippo di Demenna, sito nella valle di San Marco. Adelasia adottò la carta perché non si trattava di un diploma o di un privilegio ufficiale, per i quali veniva adoperata la più solenne pergamena, ma piuttosto di un atto di natura transitoria. L’uso della carta era già stato mediato dal mondo arabo. Il documento, prima conservato presso l’abbazia di San Filippo di Fragalà, venne poi acquistato dall’Archivio di Stato di Palermo, dove si trova tuttora. Adelasia del Vasto sposò nel 1087 Ruggero I di Sicilia, del quale fu la terza e ultima moglie e al quale diede quattro figli tra cui Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia ed il futuro re di Sicilia, il fratello minore Ruggero II d’Altavilla.

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 168, in proposito scriveva che: “Alle origini, però, ossia all’epoca del conte Ruggero e della reggenza della contessa Adelasia durante la minorità di Ruggero II (1062-1112), le signorie feudali d’una certa importanza furono nelle Calabrie poche, assai poche, e, per di più, con la testa personaggi legati da parentela ai conquistatori.”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 302, in proposito scriveva che: “La prima violenta manifestazione della gelosia e del cozzo d’interessi fra le due comunità si ebbe nel 1110, a Messina, davanti ad un tribunale presieduto dalla contessa Adelasia, che reggeva la contea di Sicilia e Calabria per il minorenne Ruggero, il futuro Ruggero II………L’Abbate di S. Eufemia aveva denunciato il priore di Bagnara, Costanzo, e i suoi canonici, perchè, ……La reggente Adelasia, chiamati a sè ecc…”. Dunque, Pontieri la chiamava “Adelasia”, ultima moglie del “Gran Conte” di Sicilia (il conte Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo) e madre di Simone e di Ruggero II. Il Pontieri, nell’indice scriveva: “Adelaide (contessa) vedi Adelasia, pp. 168, ecc…”. Dunque, secondo il Pontieri la madre di Simone e di Ruggero, futuro re Ruggero II, la chimava “Adelaide” oppure “Adelasia”.

Dal 1085 al 1111, Ruggero I, ‘Gran Conte’ di Sicilia, dopo la morte di Roberto il Guiscardo ricostruì e curò Policastro

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29 parlando di Policastro ai tempi dei Normanni, in proposito scriveva che: L’Ughelli ci dà brevi notizie sulla distruzione e la riedificazione di Policastro: “In ora Lucaniae quam Principatum Citra etc….” (Ferdinando Ughellio, Tomo VII/Italia Sacra. Colum. 758; Cfr. P. Troyli: Historia generale del Reame di Napoli, T. I., p. 2^, p. 136, nota (e)……(Cfr. Alessandro Telesino: I, 3). Ecc…”. Infatti, Ferdinando Ughelli (….), nel 17…., nella sua “Italia Sacra”, vol. VII, colonna 758, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “In Ora Lucaniae quam Principatum Citra appellant, Civitas Littoralis tota ferè diruta Policastrum vocatur…….Satis admodum ejus origo antiqua, nomen reticens à Graeco vocabulo, quali Magnum. Castrum. Ampiam suisse, indicant ejus vestigia, & ruina. Diversis enim ex varia fortuna Bellis cessit in paedam. Robertus Normannus Dux anno 1065. eam destruxit: quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam, filio suo notho dono dedit.”.

Catt

che tradotto significa: “Nella costa lucana, che chiamano principato di Citra, tutto lo stato litoraneo, quasi distrutto, è chiamato Policastrum. Il Castello Gli sono indicate le orme e le rovine del sabato. Perché dopo varie guerre cadde in una peda di varia fortuna. Il duca Roberto il Normanno la distrusse nell’anno 1065. Che Re Ruggero più magnificamente la restaurò, e, adornò del titolo di contea e la diede in dono a suo figlio al figlio bastardo.”. Ferdinando Ughelli (….), dopo aver scritto della distruzione di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo nel 1065, forse sulla scorta di Goffredo Malaterra, cronista del tempo, aggiungeva pure un’altra notizia interessante, ovvero che: Che Re Ruggero più magnificamente la restaurò, e, adornò del titolo di contea e la diede in dono a suo figlio al figlio bastardo.”. Dunque, l’Ughelli scriveva che in seguito alla distruzione del Guiscardo, che avvenne secondo l’Ughelli nel 1065, Policastro fu ricostruita più solida e bella da “Rogerius Rex”. A quale “Rugerius Rex” si riferiva l’Ughelli ?. A quale Ruggero Re si riferiva l’Ughelli ?. Su questo “Simone” ha scritto il Troyli (….), che, nel suo “Historia generale del Reame di Napoli”, vol. VII, a p. 136, in proposito scriveva che: “Ed ancorche poco indi il ‘Re Ruggiero I’ la facesse riedificare con il titolo di Contea, donandola ad un suo Bastardo, come ‘Ferdinando Ughellio (f) lo ragguaglia; ecc..”.

Cattura1

(Fig. 3) Pag. 136 del Troyli (…), che parla di Policastro e di Castel Ruggero

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a pp. 417-418, parlando e riferendosi a Policastro, sulla scorta dell’Ughelli e del Telesino (…), scriveva: “Ma il Conte Ruggieri avendolo ampiamente ristorato, e rifatto, a Simone suo figlio bastardo lo diede. Il citato Ughellio ne rapporta una carta, che i curiosi potran leggere, troppo lunga essendo per essere qui trascritta. Ed è acciò distintamente veggasi, che questo Simone fu non già legittimo di Ruggiero, ma bastardo, diremo, che due figli ebbe il Conte Ruggieri di questo nome, legittimo uno, e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’; e dell”Abbate Telesino, nel principio del libro I’ ce ne fu lasciata memoria con le seguenti parole:  “Huic quippe (cioè Ruggiero Juniore) unicus erat frater primogenitus nomine Simon, qui Patri obituro successurus erat.”. E poco dopo: “Factum est autem dum Simon Genitorque Rogerius vi numinis ad extrema pervenissent, Rogerius minimus ad potiendum Comitatum haeres succedit.”. Anche la ‘Cronaca di F. Corrado’ ce ‘l disse così: “Post hunc Simon ejus primogenitus filiorum Regnum eccepit, qui per paucos vixit annos”. Del Simone Signore di Policastro, che fu il Bastardo, spessissima menzione si trova fatta in ‘Falcando nella storia Sicola’ nè tempi di Re Guglielmo; e di lui, come di giusto, potente nimico aveva Majone tutto il possibil timore. Ma ritornando a Policastro, tal fu la cura di Ruggiero in ripararlo, e talmente lo rifece, che trentaquattro anni dopo, cioè nel (I) MXCIX precedente bolla di Pasquale II. Alfano Arcivescovo di Salerno vi fondò, e pose la Cattedra Vescovile da sua Metropoli dipendente e per Vescovo vi fece eleggere Pietro Pappacarbone etcc..”.

Antonini, p. 417

(Fig….) Pagine n. 416-417, tratte dalla ‘Lucania’ dell’Antonini (…), Discorso X, parte II.

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 (vedi edizione a cura del Visconti), non riferisce nulla di quel periodo se non la questione del vescovo “Arnaldo”. Solo, parlando di Roccagloriosa scriveva su Ruggero Borsa ed in proposito scriveva che: ” A Rocca Gloriosa…..Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. Il Laudisio (…), si riferiva a Ruggero Borsa in quanto parlava del suo fratellastro Boemondo (figlio anch’esso di Roberto il Guiscardo ma nato dalla prima moglie del Guiscardo, Abelarda di Buonalbergo). Dopo il Laudisio (….), anche altri autori hanno scritto della notizia dataci dall’Ughelli. Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), e del suo “Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento”, parlando di Policastro, a p. 117, in proposito scriveva che: Ma re Ruggiero I, restaurando in prosieguo e munendo di forti mura Policastro, donavala a Simone, suo figliolo naturale, con titolo di ‘Conte’, titolo, come giustamente notò il Mannelli (23), che raramente concedevasi, nè s’imponeva se non sopra città ragguardevoli.”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Cons. Cardinal de Luca, Adnot. ad Concil. Trident. disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Cons. Ughelli, Italia Sacra, tom. VII, col. 758”. Il Volpe, a p. 120, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Cons. Op. cit., vol. II, p. 149”. Dunque, il Volpe postillava dell’opera manoscritta del monaco agostiniano Luca Mannelli.  Si tratta di un manoscritto inedito, scritto da Luca Mannelli o Mandelli (…), conservato alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, di cui ivi pubbliciamo la pagina contrassegnata col n. 50 che vediamo illustrata in Fig….. Si tratta del manoscritto “Lucania sconosciuta”, che fu citato anche dal Gaetani (…) che lo ricopiò da Scipione Volpicella (…). Luca Mannelli (…), nel suo manoscritto “La Lucania sconosciuta”, ne parla nella pagina 50v, del Libro II, del Cap. IX. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ che, a pp. 28-29 parlando di Policastro ai tempi dei Normanni, in proposito scriveva che: Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone, col titolo di Conte. (Cfr. G. Volpe: Notizie storiche sul Cilento, p. 117; De Giorgi: Guida dell’Italia (Campania): T.C.I., p. 94). In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo, che diede facoltà al Conte Mansone di Roccagloriosa, figlio di Leone Conte Normanno, di unire il Cenobio di S. Veneranda a quello di S. Mercurio delle religiose di Roccagloriosa, perchè la di lui figlia Altrude entrò in quel chiostro. Ecc..”. Angelo Guzzo (…), nel suo “…………………….”, a p. 29, nelle sue note citando il Cataldo (…) e, sulla scorta del De Giorgi (….), scriveva in proposito che: “Ruggero II, figlio di Ruggero I, portò a compimento l’opera di ricostruzione intrapresa dal padre ecc…. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a pp. 512-513, in proposito scrivevano che: “Va anche riconfermata la nessuna attendibilità della distruzione di Policastro da parte dei Normanni, se questi poi dovranno di lì a poco rifare il tutto, e dare degna sede non solo ad autorità religiose del rango di Pietro e Alfano, ma alle civili, indispensabili ad un territorio ai confini com’era in quel momento Policastro. Unico riferimento preciso nella breve storia di Policastro del Volpe è da considerarsi la sua dichiarazione circa le mura della città, che vennero formate sotto Ruggero I (72), rifatte, per meglio dire, nella struttura che è attualmente visibile.”. I due studiosi a p. 513, nella nota (72) postillavano che: “(72) G. Volpe, Notizie storiche, cit.”. Dunque, i due studiosi, citando Giuseppe Volpe (….) scrivevano che le mura della città, che vennero formate sotto Ruggero I (72), rifatte, per meglio dire, nella struttura che è attualmente visibile”. E’ molto probabile che Ruggero I d’Altavilla, Gran Conte di Sicilia, in accordo con suo nipote Ruggero Borsa (erede del Ducato di Puglia), fece rifare, restaurare e rinforzare le già possenti mura che cingevano la città fortezza di Policastro, come del resto dimostra il toponimo di origine bizantina “polis-castrum” (città-fortezza). I due studiosi si soffermeranno per diverse pagine a parlare della murazione di Policastro in epoca Normanna. In quel periodo storico, dopo la morte di Roberto il Guiscardo, Conte di Calabria e Duca di Puglia avvenuta nel 1085, Policastro ed il Ducato di Puglia furono ereditati da uno dei due figli di Roberto il Guiscardo: Ruggero detto Borsa, il quale però fu in combutta e disaccordo per diversi anni con suo fratello maggiore Boemondo d’Antiochia. Dopo il 1085, dopo la morte di Roberto il Guiscardo e prima che Ruggero Borsa potesse ereditare il Ducato di Puglia e con esso Policastro, a causa della sua minore età (alla morte del padre non era ancora maggiorenne), vi fu un periodo di reggenza del Ducato da parte della madre, …………………, ultima moglie di Roberto il Guiscardo. Nel frattempo però, il fratello di Roberto il Guiscardo, Ruggero I di Sicilia, conosciuto anche come il Gran Conte Ruggero, il 22 giugno 1101 muore a Mileto in Sicilia. A questo punto bisognerebbe spiegare cosa centri re Ruggero I di Sicilia con il nipote Ruggero Borsa. Cioè ci sarebbe da chiedersi perchè l’Ughelli, che non mette alcun riferimento bibliografico, scrive che dopo la distruzione di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo, suo fratello Ruggero I d’Altavilla avrebbe dovuto ricostruirla ?. A spiegarlo vorrei citare il testo di Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “L’Abbazia benedettina di Sant’Eufemia”, a p. 227, in proposito scriveva che: “Scomparso il Guiscardo, l’erede duca Ruggero (cap. 42) non ha l’autorità e la forza occorrenti per reprimere le pretese del fratello Boemondo e i disordini della Puglia. E’ necessità ricorrere all’aiuto del Conte di Sicilia, il più forte ed il più autorevole dei signori normanni sopravvissuti al Guiscardo. Il conte Ruggero interviene e stabilisce la pace fra i due fratellastri (L. IV, cap. 4); nè in seguito egli si astiene dal ridare il suo appoggio al nipote duca Ruggero, ogni qual volta contro di lui insorgono feudatari riottosi, come Mihera e Guglielmo di Grantmesnil (cap. 9, 10, 21), o città insofferenti di freno, quali Cosenza, Rossano, Castrovillari (capp. 17, 22)…..il Duca di Puglia fa allo zio concessioni, che finiscono col rendere quest’ultimo unico signore della contea di Calabria e di Sicilia, annullando praticamente il legame feudale che la rendeva dipendente dal ducato di Puglia. Tutto sommato, nella crisi ininterrotta, che indebolì il ducato di Puglia in seguito alla morte del Guiscardo, il conte Ruggero accoglie in sè i destini della gente Normanna ed è vero sovrano ecc..”. Dunque, Policastro dopo la morte di Roberto il Guiscardo non doveva essere sotto lo stretto controllo di Ruggero Borsa, erede del Ducato di Puglia, dopo la morte del padre Roberto il Guiscardo ma è molto probabile che la notizia di Ughelli avesse dei riferimenti chiari ed inequivocabili allo zio Ruggero I d’Altavilla, Conte di Sicilia e di gran parte della Calabria. Certamente Policastro e con essa Roccagloriosa, dovette rappresentare per il Regno un importante testa di ponte, per cui i Normanni non permisero in questa città nessun tipo di autonomia nemmeno in campo religioso e lo si può vedere anche dagli interventi che ebbe in questa città il grande poeta latino Alfano (….). Più avanti, certa è la notizia del Volpe (….), in merito alla ricostruzione delle mura di Policastro dal 1085 al 1111, e della città, ad opera di Ruggero I d’Altavilla e Conte di Sicilia che la consegnò al figlio Simone con la reggenza della madre Adelasia o Adelaide del Vasto. Non si esclude che tale territorio fosse stato amministrato dal Visconte Boso (Visconte era colui che faceva le veci del Conte). Nello stesso periodo, il vescovo di Policastro, diede facoltà al Conte Mausone di Roccagloriosa – figlio di Leone – Conte Normanno – di unire il Cenobio di San Veneranda e quello di San Mercurio di Roccagloriosa affinchè la sua figlia Altrude potesse entrarvi in clausura.

Nel 1110-1111, il normanno Leone, conte di Roccagloriosa e di Padula

Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 74 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti) parlando di Rocca Gloriosa, in proposito scriveva che: “II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte normanno Leone, ad ecc….”. Dunque, il Laudisio in questo breve passaggio oltre a citare il II vescovo di Policastro, Arnaldo, cita anche il conte Normanno Leone, padre di Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula, di cui parlerò in seguito. Sebbene il Laudisio non riportasse alcun riferimento bibliografico circa la notizia di Arnaldo e del conte Leone, è molto probabile che abbia tratto la notizia dall’“Italia Sacra” di Ferdiando Ughelli (….). Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 74 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), parlando di “Rocca Gloriosa”, in proposito scriveva che: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 101 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), forse sulla scorta dell’Ughelli (…), scriveva che: ” A Rocca Gloriosa c’era il monastero di S. Mercurio di cui abbiamo già parlato, ed a cui era unito l’altro di Santa Veneranda; ma poichè il monastero fu soppresso, il Vescovo Pietro Magri, in ottemperanza alle norme del Tridentino, ne assegnò  in perpetuo i beni al seminario diocesano. Il conte normanno Leone  aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo, ecc…”. Dunque, il Laudisio ci parla di un certo “conte Normanno Leone”, il quale, a Roccagloriosa, che era un suo feudo, aveva fondato i due monasteri claustrali (monasteri femminili di monache) chiamati monasteri di Santa Veneranda e monastero di San Mercurio che, alla morte del figlio Manso o Mansone, nel 1130, secondo le sue volontà testamentarie e, con l’autorizzazione del vescovo di Policastro Arnaldo furono uniti in un unico monastero, il monastero di San Mercurio, sempre claustrale e femminile e con la prima badessa perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale edera entrata come monaca in quest’ultimo convento”. Dunque, da ciò che leggiamo “Altrude” era figlia del Conte Manso o Mansone. Ma sulla figura di Altrude diremo innanzi. Secondo il Laudisio (….), il conte normanno Leone aveva fondato a Roccagloriosa, tre monasteri di monache, uno era quello di S. Mercurio, S. Leo e l’altro di S. Veneranda. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa a p. 416 cita l’antico documento Normanno del Conte Leone, citato dal Laudisio (9), ed in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (11), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti. Manca ogni dato archivistico circa il testamento di Leone.. Ebner, a p. 416, nella nota (11) postillava che: “(11) Laudisio cit. (Sinossi a cura di G.G. Visconti, p. 17) ecc…, poi a p. 47 sg. sul monastero di S. Mercurio unito a quello di S. Veneranda, sulla fondazione da parte del conte Leone dei due monasteri di monache, “quia in suo feudo”, sulla venuta dei bulgari che nel 550 si rifugiarono nel castello ecc….”. Ebner, cita un “testamento di Leone” e dice che di esso “manca ogni dato archivistico”. Dunque, la notizia tratta dal Laudisio di un conte normanno chiamato Leone che, ai suoi tempi, “aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo” di Roccagloriosa, dice Pietro Ebner che la notizia sarebbe tratta da un “testamento” e che di esso non vi è traccia. Ebner, però sbagliava quando scrive del “testamento di Leone”, in quanto il Laudisio e l’Antonini non si riferivano al “testamento” del conte normanno Leone ma si riferiva al testamento che lasciò il figlio di Leone, il conte Manso  o Mansone nel 1130, allorquando dovette morire. Del testamento di Manso o Mansone parlerò innanzi. Infatti, sulla fondazione del Monastero claustrale (femminile) di S. Mercurio, a Roccagloriosa, ha scritto il sacerdote Agatangelo Romaniello (….) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo” (64) che dotò di un’estesa zona di terreno per un circuito di 14 miglia alle falde del Monte Centaurino da cui scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano, e quello di “Santa Venere” lungo la strada che oggi porta a Torre Orsaia. Il signore del feudo di Rocca si interessò alla costruzione dei detti monasteri, ecc.. Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo.”. Nella sua nota (64), l’Agatangelo scrive: “(64) Siccome la chiesa di questo monastero fu dedicata a S. Anna e a Maria SS., il Cenobio fu denominato “Cannamaria”.”. Sulle origini di questo feudatario, il conte normanno Leone, parente di Roberto il Guiscardo aveva scritto nel 1745 anche il barone  Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p…… parlando del monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa ci dice del Conte Leo: “Manso Leone Signor del luogo”, parente di Roberto il Guiscardo (così scrive l’Antonini), di cui parlerò in seguito. Suo figlio il conte Mansone che continuò a dominare sulle nostre terre, aveva un fratello detto Landolfo (nel ‘Catalogus baronum’ del 1185 è detto ‘Landulfus de Rocca’) ed era sposato ad una donna chiamata Gaitellina. Il Conte Leone, oltre a Mansone aveva la figlia chiamata Altrude (sorella di Mansone). Dunque, il conte normanno Leone, parente di Roberto il Guiscardo, aveva tre figli: Mansone, Altrude e Landolfo. Secondo il ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185, i feudatari di Roccagloriosa (….), che governarono e signori del luogo: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. Altre notizie su questo conte non ne ho trovato. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 242 parlando di Padula in proposito scriveva che: “Nell’Archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula nell’età Longobarda, normanna e sveva. Nell’ASN notizie di Padula in un diploma di Gisulfo I, il quale “per rogum landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (fratello della madre del principe, Gaitelgrima, e capo della congiura del 973) dona terre e campi detti “candelaria de padule” all’abate Giovanni nel monastero del Salvatore “ad insula maris” di Napoli (4)”. Ebner, a p. 242, nella nota (4) postillava che: “(4) ASN, Catasto monasteri del Salvatore e di S. Pietro, f. 165 (edito dallo Schipa, cit., I, p. 55).”. Pietro Ebner (….), scriveva al riguardo: “Nella ricostituzione generale dei territori del regno, i Normanni conservarono la diocesi con i vecchi confini (notizia del Vescovo Arnaldo nel 1110, benchè politicamente il territorio, da Policastro verso il nord, venisse conservato alle dipendenze del giustiziere del Principato con sede a Salerno). I paesi, però anche linguisticamente continuarono a gravitare verso il Cilento e non verso la Basilicata e la Calabria, tanto meno verso Campagna, la cui diocesi non risponde nessun rilevante criterio geografico e storico-politico.”. Dalla Relazione di De Micco (18 – Fig. 11), apprendiamo che: Roberto il Guiscardo assegnò il territorio col castello al Conte Leone di stirpe Normanna, ecc…”. Il sacerdote Romaniello (….), scriveva che Roberto il Guiscardo aveva donato il feudo di Roccagloriosa al suo parente il conte normanno Leone che, al principio del secolo XII,  a Roccagloriosa, oltre al monastero maschile di San Mercurio che esisteva già da tempo e che era rimasto abbandonato in seguito alle incursioni di Narsete ecc…, volle fondarne altri due femminili, quello di “Santo Leo” e quello di “Santa Venere”. Anche padre Romaniello è molto chiaro sulle origini del feudo Normanno di Roccagloriosa che, dal conte Normanno, Leone, parente di Roberto il Guiscardo, fu ereditato dal figlio suo, il conte Manso o Mansone, che, nel 1130, prima di morire fece testamento e unificò i due monasteri laasciando la guida alla sorella Altrude. Secondo il Romaniello, sulla scorta del Laudisio e dell’Antonini, a p. 36 scriveva pure che il conte Normanno Leone, “il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo” (64) ecc…Il signore del feudo di Rocca si interessò alla costruzione dei detti monasteri, anche perchè in quel periodo calamitoso, in seguito alle accennate invasioni e depredazioni saracene, il numero delle donne si riduceva sempre di più; e, per salvare queste, le invitava nei monasteri, dove gl’invasori, per il rispetto alle chiese e luoghi pii, non osavano mettere facilmente piede”. Nella sua nota (64), l’Agatangelo scrive: “(64) Siccome la chiesa di questo monastero fu dedicata a S. Anna e a Maria SS., il Cenobio fu denominato “Cannamaria”.”. Dunque, il Romaniello, riguardo il monastero femminile di S. Leo, fondato da Leone conte Normanno, postillava che siccome vi era una chiesetta in questo cenobio si chiamò “Cannamaria”. Dunque, i questo passaggio padre Romaniello conferma al principio del secolo XII, a Roccagloriosa, oltre al Monastero maschile di San Mercurio, da tempo abbandonato ma già preesistente da molto tempo, furono fatti edificare dal conte normanno Leone, i due monasteri femminili di “Santo Leo” e quello di “Santa Veneranda”. Dalla Relazione di De Micco (18), apprendiamo che: Roberto il Guiscardo assegnò il territorio col castello al Conte Leone di stirpe Normanna, il quale trasformò il Cenobio in tre monasteri di donne dello stesso ordine Benedettino. Ecc…”. Alle notizie precedenti dobbiamo aggiungere che i tre monasteri riattivati dal cone Leone, di stirpe Normanna, essi divennero Benedettini. Infatti, sempre il sacerdote Roaniello, a p. 30, in proposito scriveva che: “Nel 1070 gran parte del basso Cilento passò alle dipendenze della Badia di Cava dei Tirreni che assunse ben presto a gran splendore e continuò in forma più legale ed organizzata l’opera benefica iniziata dai monasteri benedettini e basiliani del basso Cilento, superando con risultati maggiori e migliori i mille particolarismi dei precedenti cenobi chiusi ed indipendenti tra loro (38).”. Il Romaniello, a p. 30, nella sua nota (38) postillava che: “(38) Nella biblioteca della Badia di Cava dei Tirreni esistono numerosi atti originali di concessioni e vendite di terreni datati dal secolo XI in poi: ne esistono appena nove riguardanti vendite di terreni appartenenti al comprensorio di Roccagloriosa (cfr. arca 53, 113; 76, 52; arca 86, 18; arca 86, 45).”.

Nel XII secolo, i due monasteri di San Leo e Santa Veneranda detto di ‘Cannamaria’ a Roccagloriosa sulla strada per Torre Orsaia, rifondati dal conte Leone normanno

Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 101 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e, riferendosi ai due monasteri di S. Leo e di Santa Veneranda, in proposito scriveva che: Il conte normanno Leone  aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo, ecc…”. Sulla fondazione di due Monasteri femminili e claustrali a Roccagloriosa ha scritto il sacerdote Agatangelo Romaniello (….) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, riferendosi al conte Leone, parente di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo” (64)……, e quello di “Santa Venere” lungo la strada che oggi porta a Torre Orsaia. Ecc…”. Nella sua nota (64), l’Agatangelo scrive: “(64) Siccome la chiesa di questo monastero fu dedicata a S. Anna e a Maria SS., il Cenobio fu denominato “Cannamaria”.”. Dunque, il sacerdote Romaniello, sulla scorta di diversi autori, lasciava intendere che nel secolo XII, quando cioè il feudo di Roccagloriosa passò al conte normanno Leone, egli fece costruire due nuovi monasteri feminili e claustrali: il monastero di Santo Leo e quello di Santa Veneranda che si trovava luno la strada per Torre Orsaia e che in origine si chiamò di “Cannamaria”. Su questi due monasteri ha scritto pure il comm. De Micco (….), recentemente da me rintracciato all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, la Relazione del 1895 del Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli De Micco, nella Causa vertente tra ilPel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il De Micco, riferendosi alla vasta tenuta del Centaurino, a p. 6, in proposito scriveva che: “Fra gli immobili legati vi era compresa la tenuta allodiale o burgensatica di esso disponente Mansone, denominata ‘Cannamaria’ dal nome di uno dei detti tre Monasteri sotto il titolo di ‘S. Anna e Maria’, sita all’estremo del ‘feudo’ di Roccagloriosa, limitrofo in quel tempo al tenimento di Rofrano, ecc…”.

Nel secolo XII, Leone, conte normanno di Roccagloriosa e Padula e la sua vasta tenuta del Centaurino (?)

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania -Discorsi”, a p. 385, parlando di Roccagloriosa ci parla anche del monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa accenna alla vasta tenuta del Centaurino ed in proposito scriveva che: Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc….”. L’Antonini, nella sua nota (1), prosegue scrivendo: “Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione de’ P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Giovanni a Piro; il di cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto.”. Dunque, l’Antonini ci parla del nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2)” e, poi aggiunge che Manso dona il possedimento che “ch’erano state di Gatullina sua moglie;”. Dunque, secondo l’Antonini, “Gatullina” era la moglie del vice-conte Manso. L’Antonini (….), a p. 385, a proposito del testamento di Mansone, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Con titolo di testamento soleansi tali donazioni chiamare in quei tempi. ‘Ambrosio Morles nelle note al Diploma del Re Veremondo’ sicuri ce ne fa (oltre tant’altri) colle seguenti parole: “Solemne bis etc…”. L’Antonini disserta sul documento di cui è a conoscenza e che chiama ‘testamento di Manso’. Dunque, l’Antonini scriveva del testamento del vice-conte normanno Manso  o Mansone che il 3 aprile 1130 fece testamento e dotò il Monastero di San Mercurio a Roccagloriosa della vasta tenuta del Centaurino: dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc..”. Secoli dopo l’Antonini, il sacerdote Agatangelo Romaniello (18), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p……, sulla scorta dell’Antonini (….), in proposito al monastero di S. Mercurio e riferendosi al conte Normanno Leone, in proposito scriveva che: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò  a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo” (…) che dotò di un’estesa zona di terreno per un circuito di 14 miglia alle falde del Monte Centaurino da cui scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano, e quello di “Santa Venere” lungo la strada che oggi porta a Torre Orsaia. Il signore del feudo di Rocca si interessò alla costruzione dei detti monasteri, ecc.. Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo.”. L’Agatangelo (18), traeva queste notizie e postillava nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Il sacerdote Romaniello, non ci parla del vice-conte normanno Manso o Mansone e del suo testamento ma scriveva che era ‘Leone normanno’ (parente del potente Roberto il Guiscardo). Il Laudisio, sebbene citasse la notizia del testamento di Mansone non dice nulla sulla tenuta del Centaurino e sulla dote concessa al Monastero di S. Mercurio. Ma chi fu a dotare l’antichissimo Monastero di San Mercurio (rinato), della vasta tenuta del Centaurino o “Cannamaria”, che come è stato più volte scritto apparteneva a “Gatullina” ?. Fu il conte Leone, di stirpe normanna e la moglie Gatullina o fu il figlio, il vice-conte normanno Manso o Mansone che nel 1130 fece testamento ?. Di un precedente lascito o testamento, precedente al testamento di Mansone, figlio di Leone, ha parlato Pietro Ebner (….) che, nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa a p. 416 citando ciò che aveva scritto Lorenzo Giustiniani (….), su Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (11), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti. Manca ogni dato archivistico circa il testamento di Leone.. Ebner, cita un “testamento di Leone” e dice che di esso “manca ogni dato archivistico”. Dunque, Ebner lascia intravvedere che il conte Mansone, nel 1130, nelle sue volontà testamentarie lasciò in dote la vasta tenuta del Centaurino o di “Cannamaria” alla sorella o figlia Altrude ed al Monastero riunito e rinato di San Mercurio a Roccagloriosa, lascito di beni che possedeva in seguito all’eredità del padre Leone e della madre Gatullina. Sulla figura del conte di stirpe Normanna Leone, signore di Roccagloriosa e di Padula al tempo di Roberto il Guiscardo e della moglie (?) Gatullina non abbiamo notizie certe se non le poche parole citate dall’Antonini. Dell’antichissimo Monastero di San Mercurio e dei suoi possedimenti abbiamo molte notizie storiche che si riferiscono a molto prima della venuta dei Normanni nel Regno. Abbiamo notizie del passaggio di S. Nilo, notizie tutte documentate ma della tenuta del Centaurino si conoscono alcune notizie perchè dopo il secolo XVI iniziarono ad esserci liti e cause con la Curia che cercò di impossessarsi del vasto possedimento forse lascito dei Longobardi al Monastero di S. Mercurio. Sappiamo che in origine il monastero di S. Mercurio era un monastero di Monaci maschi, forse un antico cenobio basiliano, inserito in un circuito di Monasteri Carbonensi. Infatti, il Romaniello, a p. 36, in proposito scriveva che: “Non si sa con precisione fino a quando i monaci abitarono nel monastero di S. Mercurio. Molto probabilmente lo abbandonarono definitivamente agli inizi del secolo XI, quando, a causa delle frequenti scorrerie saracene, la permanenza nel monastero si rese molto difficile per i monaci, i quali erano costretti spesso a girovagare ed a nascondersi nelle grotte e per le montagne boscose. Solo durante la dominazione normanna (1040-1198) i monaci poterono rirendere a vivere nel loro primiero splendore, perchè quelli impedirono energicamente le depredazioni saracene e sottrassero alla giurisdizione vescovile i monaci, i quali ebbero monasteri stabili, ampi, solidi e ben dotati, tali da permettere una più ordinata ed intensa operosità ascetica e culturale (63).”. Romaniello, a p. 36, nella nota (63) postillava che: “(63) Gassisi Sofronio, op. cit., p. 809”. Romaniello si riferiva al testo di Sofronio Gassisi (….), “I manoscritti di S. Nilo Juniore”, Roma, 1905; “Innografi italo-greci – Le poesie di S. Nilo Juniore e di Paolo monaco”, in “Oriente christianus”, n. 5 (1905), pp. 26-82.  Solo con la venuta dei Normanni diventò un monastero benedettino e claustrale per volontà del conte Leone. Addirittura il sacerdote Agatangelo Romaniello, a p……, riferendosi al conte Leone, in proposito scriveva che: “Leone normanno, …..che dotò di un’estesa zona di terreno per un circuito di 14 miglia alle falde del Monte Centaurino da cui scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano, ecc….”. Dunque, secondo il Romaniello, la vasta tenuta o possedimento del Monte Centaurino consisteva in una vasta tenuta di terreno che si estendeva per 14 miglia. Il Romaniello scrive pure che all’arrivo del nuovo feudatario, il conte normanno Leone, scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano”. Purtroppo l’interessante notizia non è suffragata da riferimenti bibliografici. Chi fossero questi ladri che derubavano e depredavano non si capisce. Forse ci si riferiva alla popolazione di Bulgari che avevano in precedenza occupato la rocca fortificata di Roccagloriosa.

Nel 1014, Manso o Mansone, ‘gastaldo’ longobardo del Cilento ai tempi di Guaimario IV

Intorno all’anno 1014, la contea di Roccagloriosa e di Padula era retta dal vice-conte o visconte normanno chiamato Manso o Mansone, che era successo al padre Leone, parente di Roberto il Guiscardo. Del conte Mansone abbiamo notizia nel documento dell’ottobre 1083, di cui ho parlato. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 632, in proposito scriveva che: “…..il verbale di un placito (5) tenuto nell’arcivescovado di Salerno, nell’ottobre del 1083 (6). In esso è notizia di un processo, alla presenza di Sighelgaita, la bella e coraggiosa moglie di Rogerto il Guiscardo, in cui i contendenti erano l’abate cavense Pietro da Salerno da una parte e dall’altra Boso, viceconte del Cilento, in rappresentanza dello Stato. Ecc..”. Ma, al processo tenutosi nell’ottobre del 1083, di cui parlerò in seguito, oltre al vice-conte del Cilento Boso ma era presente anche un vice-conte (“vicecomes”) Manso o Mansone, il quale, come vedremo in seguito, era probabilmente pure un nipote o un parente di un altro Manso o Mansone di origine Amalfitana che risultava essere un funzionario o “Gastaldo” già in epoca Longobarda e operante nell’area del Salernitano. Il documento del 1083 ci parla dei viceconti Boso e Mansone, in un processo svoltosi all’Arcivescovado di Salerno. Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, a p. 59, della parte I (RSS, 1961), in proposito scriveva che: “Il gastaldo Mansone non era la prima volta, nell’aprile 1014, ad essere investito nelle funzioni giurisdizionali nel distretto della Lucania. Aveva già da un decennio iniziato la sua carriera di pubblico ufficiale, continuando una tradizione antica della sua famiglia. Egli infatti è ricordato come “Mansus castaldus filius constantini filii mansoni comitis”, quando nel gennaio 1004 e nel gennaio 1009 s’è trovato come garante o testimone, rispettivamente a Salerno e ad Amalfi (CDC, IV 31, sg.; 157 sgg.): dal secondo documento che è uno strumento di divisione di terre a Fonti e che riguarda beni ereditari di Maria, sorella di Mansone, si ha ulteriore conferma che questi apparteneva a famiglia ragguardevole di Amalfi (67)”. Acocella, a p. 57, nella sua nota (67) postillava che: “(67) Da Amalfi, secondo un rilievo fatto dal Poupardin (op. cit., pag. 44, n. 4), furono talora tratti i funzionari preposti alle alte cariche del Principato Longobardo; tali cariche si trasmettevano, anche, come di padre in figlio: cfr. CDC, I, 213 sg. Di Amalfi, che per il suo filellenismo riuscì a salvaguardare la sua autonomia di fronte alle mire espansionistiche dei Longobardi, c’era a Salerno una fiorente colonia: cfr. E. Pontieri, La crisi di Amalfi medioevale, in “Studi s. Repubblica marinara di Amalfi”, Salerno, 1935, pp. 8 ssg., 16.”. Sempre l’Acocella, a p. 60, parlando di Mansone (zio), in proposito scriveva che:

Acocella, RSS, p. 60

Dunque, questo Manso o Mansone “gastaldo” dello Stato, presente in alcuni processi e atti al tempo di Guaimario IV e Gisulfo II, aveva una sorella chiamata Maria, dunque non è lo stesso Manso o Mansone di cui si parla nel placito del 1083, di cui parlerò innanzi. Riguardo il conte Manso o Mansone si ha notizia in Pietro Ebner (….) che, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno” parlando della divisione del territorio in epoca longobarda e dei “gastaldi”, a p. 16, nella sua nota (32) egli postillava che: “Naturalmente nei territori alle dirette dipendenze del “sacro palatio” erano funzionari che si avvicendavano secondo momenti di necessità. Della limitazione all’Alento dell’antico gastaldo di Lucania è notizia dai documenti cavensi. v., ad esempio, nel diploma di Gisulfo I il vocabolo ‘duo flumina’ che nel 950 è ubicato “acto lucaniano” e nel giugno 1047 (CDC, VII, p. 41 sgg.) “in finibus lucanie”. Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Ebner, a p. 16, postillava del “gastaldo” Manso negli anni di Gisulfo II. Ebner, a p. 16, della nota (32) postillava che: “(32)…..Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Questo personaggio chiamato Mansone, è un “vice-comes” o visconte normanno che appare anche in un documento del 1014 e che già da oltre dieci anni prima aveva iniziato la sua carriera amministrativa presso la corte del Duca Roberto il Guiscardo. Ma a quale documento si riferiva Ebner (….), quando a p. 16 postillava del “gastaldo” Manso negli anni di Gisulfo II. Ebner, a p. 16, della nota (32) postillava che: “(32)…..Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Ebner cita il “Codice Diplomaticus Cavensis” e dice che si tratta del vol. VII, doc. 3, pp. 122 e p. 128.  Notizia interessantissima questa del “gastaldo” Mansone nell’anno 1014, che risulta dal “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. VII, 3, pp. 122 e 128. Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, a p. 59, della parte I (RSS, 1961), in proposito scriveva che: “Anche un altro, importante monastero sui pendii della Stella, quello di S. Michele Arcangelo – che era stato oggetto della nota donazione di terreni fin dall’a. 963,…….Le stesse note toponomastiche e amministrative, e riguardanti lo stesso monastero (“in lucaniense finibus” ecc….) si leggeranno in un patto agrario di pastinato, stipulato su ordine del gastaldo Mansone, “per largietaten domni mansoni inclitus castaldus”, nell’aprile 1014 (66).”. Acocella, a p. 59, nella sua nota (66) postillava che: “(66) CDC, III, 122, sg. 238 sg; Il Monastero di S. Michele Arcangelo (detto nel 963 “in mons coraci”; ricordato di passaggio nel doc. del 994: ……………., e poi nelle carte dell’ottobre 1008, del 1014, ecc…”. Dunque, Acocella scriveva che nel documento dell’aprile del 1014, veniva ricordato il Monastero di S. Michele Arcangelo, di cui fu abate S. Pietro Salernitano e ciò risulta da un contratto di pastinato contratto davanti al gastaldo Mansone nel 1014. Pietro Ebner, a p. 98, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Pietro Ebner (….) nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che:  “(39) Alla stipula di atti riguardanti il territorio intervennero: il vicecomes Boso similiter vice comes suprascripti domini nostri ducis de loco Cilento (edito dal Ventimiglia, Append. III). Vi è notizia anche di manso vicecomes suprascripti domni nostri Ducis Roberto il Guiscardo (ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940?); ecc…”. Ebner si riferiva allo studioso Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, stà nella rivista in Rassegna Storica Salernitana (RSS), 1966, p. 66, di cui in seguito vedremo. Il La Greca, invece scrive che il testo di Acocella è in RSS, 1961, a. XXII, n. 1-4, pp. 35-82; a. XXIII, 1962, n. 1-4, pp. 45-132. Ebner postillava che nell’antico documento dell’ottobre 1083, oltre al vice-conte del Cilento Boso, figurava anche un altro “vicecomes” chiamato Manso, “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis”. Ebner postillava che di questo Manso, lo studioso Nicola Acocella “cit., p. 46, no. 120”, credeva “accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Infatti, l’Acocella (….), nella parte I (RSS, anno XXII), a p. 78, parlando dei gastaldi longobardi e dei viceconti normanni, in proposito a Mansone scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria perchè durò fino all’epoca Normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto, sul Cilento (120).”. Acocella, a p. 78, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Append., p. IX, sgg.: “Boso….suprascripti domini nostri ducis de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, il passo dell’Acocella è interessantissimo perchè ci parla di Manso, che egli credere sia nipote del gastaldo longobardo e Amalfitano Mansone. L’Acocella, parlando dei “vice-conti”, postillava che: “Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, per l’Acocella, il vice-conte Mansone citato nel documento del 1083 potrebbe essere nipote dell’altro Mansone gastaldo di Amalfi di cui ho accennato. Il Mansone del 1083 è il nipote del Mansone del 1014 ? Anche questo Mansone di Amalfi ?. Il castaldo amalfitano Mansone doveva essere un gastaldo che visse molti anni prima per avere un nipote chiamato Manso nel 1083. Dunque, l’Acocella (….) accostava questo vice-conte “temporibus”, chiamato Manso, per parentela di un suo zio gastaldo Mansone,  “per cui una probabile sua giurisdizione amalfitana”. Acocella dunque citava il “Gastaldo Mansone”. Cosa significhi una “probabile giurisdizione Amalfitana” e quale legame possa avere avuto con il vice-conte Mansone e Roccagloriosa ?. Indagando sull’affermazione dell’Acocella, ho trovato alcune note interessanti nel testo di Barbara Visentin (….), che nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale  secoli XI-XV”, a pp. 161-162 parlando della chiesa di “Fondazioni della Campania meridionale – Santa Maria de Gulia”, a Castellabate, in proposito scriveva che: “Le vicende del monastero di Santa Maria ‘ad gulie’ si inseriscono, quindi, in un contesto socio-economico particolarmente importante, legato alla presenza di una folta comunità amalfitana, interessata ad acquistare terre che possono costituire punti di appoggio strategici per il commercio, rappresentando la soluzione alle difficoltà di comunicazione e di approvvigionamento per l’asperità del paesaggio costiero aveva sempre creato (726). Fin dalla metà del X secolo i ‘marinai-contadini’ di Amalfi guardano alle terre cilentane e ai numerosi approdi che, lungo la linea di costa, si aprono tra le foci del Sele e del Mingardo, quali scali fondamentali per il commercio con l’Africa, alcuni dei quali attestati già in età antica (727). Il controllo delle terre che da Agropoli arrivano a CasalVelino avrebbe permesso agli ‘Atranenses’ e ai prodotti esportati di partire direttamente per le varie destinazioni, risparmiando i tempi e i costi del trasporto via-terra allo scalo più vicino (728), senza considerare poi l’opportunità di inserirsi in un ambiente ampiamente permeato dalla cultura e dalla spiritualità italo-greca (729). Bisogna, tuttavia, aspettare il 1051 per tornare ad avere notizie sul complesso di Santa Maria ‘ad gulie’, in un atto del 1086, infatti, si rintraccia la trascrizione di un documento più antico, secondo il quale il conte Sicone avrebbe venduto a Leone Atranense terre ‘in loco Lucanie’, iuxta rebus ecclesie Sancte Marie, ubi ad gulie dicitur. Nel settembre del 1086 Pietro de Blacta, filius quondam Leone, avrebbe rivendicato il possesso di ‘omnes res in quibus constructae sunt ecclesiae Sanctae Mariae de gulia, Sancti Angeli (730) et aliae’, dando vita ad una lite con il monastero cavense, al quale invece i beni e le chiese risultano donate dal principe Gisulfo II, riunito ‘in sacro Salernitano palatio’ con i suoi ‘fideles’, offre al …………….., terre appartenenti ai beni del ‘palatium’ (732).”. Dunque, in questo passaggio apprendiamo anche di un Leone Atranense. Ciò che è stato scritto dalla Visentin potrebbe avrere un collegamento con le rovine di un “Amalphi ruinata” ?. Forse uno dei porti della valle del Mingardo acquistato dagli Atranesi o Amalfitani ?. Un antico casale posto non lontano dal fiume Mingardo di cui ho parlato in un altro mio saggio dal titolo “Nel 339 d.C., la fondazione di Amalfi la Vecchia”. Forse un antico porto amalfitano o atranese, uno dei tanti della costa che risale verso Agropoli. Esistono diversi documenti del periodo successivo che attestano l’interesse dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava per gli approdi del basso Cilento. Nel saggio di Antonio Caputo (…), nel cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, vi è una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. La Greca ed altri (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Antonio Caputo (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi pure A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Dunque, il Caputo citava l’antico documento dove si parlava del commercio con i porti del Cilento che dipendevano dall’Abbazia cavense.

Nell’ottobre 1083, in un processo appare il “vice-comes” o visconte Manso o Mansone, forse, lo stesso Manso, visconte di Roccagloriosa e Padula che, nel 1130, sul letto di morte fa testamento e donerà a sua sorella Altrude il monastero di S. Mercurio

Uno dei primi documenti in cui appare il vice-conte (“vicecomes”) Manso è un documento dell’ottobre 1083. Come vedremo la figura di questo personaggio Normanno appare per la prima volta in un antico documento che era conservato negli Archivi dell’Abbazia di Cava de Tirreni. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 632, parlando del casale di “Casamastra” ad un certo punto cita Castelruggiero. Ebner riferendosi ai beni donati al cenobio italo-greco di S. Fabiano (o Flaiano), in proposito scriveva che: “Più interessante, anche per la procedura, il verbale di un placito (5) tenuto nell’arcivescovado di Salerno, nell’ottobre del 1083 (6). In esso è notizia di un processo, alla presenza di Sighelgaita, la bella e coraggiosa moglie di Rogerto il Guiscardo, in cui i contendenti erano l’abate cavense Pietro da Salerno da una parte e dall’altra Boso, viceconte del Cilento, in rappresentanza dello Stato. Quest’ultimo invitò il grande abate a chiarire dove “retineret et donimaret homines pertinentes reipublice de ipso loco cilento”. L’abate segnalò sei monasteri, dipendenti dal cenobio cavense, che avevano famiglie soggette, affermando con giuramento (venne prestato da “unum liberum hominem”) che tali famiglie erano vassalle della Badia prima dell’assedio di Salerno, anzi prima che Roberto “ad castram quod retunda dicitur advenisset”. Ciò è molto importante perchè anticipa di molto tempo del costituirsi dei beni della Badia del Cilento, dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero. Dal verbale si apprende inoltre che il viceconte invitò il priore del cenobio cavense Pietro a leggere singolarmente i nomi degli “homines” soggetti a ogni monastero. Esibito lo scritto contenente detti nomi, il viceconte fece giurare al priore (anche stavolta il giuramento è prestato da un “unum liberum hominem”) che effettivamente tutte quelle famiglie erano vassalle della Badia già prima che “supradictus dominus dux prephatam civitatem obsidendam venit cum ad ipsam Rotunda advenisset”. Dunque, l’Ebner citava la notizia di un antico documento “placido”, dell’ottobre 1083, in cui si ha notizia di un processo tra l’abate dell’Abbazia di SS. Trinità di Cava de Tirreni, Pietro Pappacarbone ed il viceconte del Cilento Boso. Processo tenutosi davanti alla principessa longobarda Sichelgaita, moglie di Roberto il Guiscardo. Ebner, dunque parlava di un documento (placido) dell’ottobre 1083 e nella sua nota (4) postillava che: “(4) I, ABC, XIII, 110, maggio a. 1082, Vedi Nocella.” e, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Ventimiglia, cit. Append., III, p. IX, sgg. = ABC, B 39, ottobre a. 1083, VII, Salerno.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 405, in proposito scriveva che: Nel processo celebrato nell’arcivescovado di Salerno, presenti, oltre la duchessa, l’arcivescovo Alfano, il vestatario del duca, Granato, “et plures alii homines”, il giudice Sico, assistito dal vice-conte del duca Manso, ordinò al priore del monastero cavense Pietro (l’abate era assente) di esibire gli elenchi delle famiglie soggette. Ecc…”. L’antico documento dell’ottobre 1083 riguarda un processo per il possedimento di  “Santa Maria de Gulia”, di cui ha parlato Amedeo la Greca (….), nel suo “Santa Maria de Gulia – Il monastero, le chiese etc…”, di recente ha chiarito alcuni aspetti dell’antico documento del 1083 e del monastero. Egli chiarisce pure che si trattava di un antico casale forse annesso al casale di S. Maria di Castellabate che divenne un possedimento dell’Abbazia di Cava de Tirreni. Tuttavia, a noi interessa l’antico documento del 1083, in cui si citano i due vicecomes Manso e Boso. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia etc…” parlando di un altro documento del 1086, in cui si confermavano le cose dette in questo del 1083, a p. 101, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Nel documento del 1083 (Ventimiglia, cit. Appen. p. IX) sono specificati i monasteri a cui le famiglie erano soggette: “videlicet monasteri sancti Arcangeli (49) et monasteri sancti Angeli (14) et monasteri sancti Zacharie (3) et monasteri sancte Marie, qui dicitur de Gulia (8), et monasteri sancti Magni (92) et monasteri sancti Fabiani (11)”. Barbara Visentin (….), “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale  secoli XI-XV”, parlando di “1. Santa Maria ‘de Gulia’. Sancta Maria de Gulia”, a pp. 160 e ssg. nessun accenno all’antico documento dell’ottobre 1083 ed al gastaldo o vice-vonte Manone ma, a pp. 163-164, in proposito scriveva che: “Nell’agosto del 1080 Roberto il Guiscardo, ‘per interventum domne Sikelgaite ducisse’, concede che tutti i vassalli del monastero di Cava, ovunque essi risiedano, specialmente quelli dei monasteri di Sant’Arcangelo, San Magno e Santa Maria ‘de gulia’, siano soggetti in tutto all’abbazia cavense (741). Tre anni più tardi, però, ‘Boso, vececomes de loco Cilento’, compare ‘in sacro salernitano archiepiscopio’ alla presenza del giudice Sicone, del ‘dominus Petrus’, monachus et prior monasterii Sancte et individue Trinitas, e di ‘plures alii homines’ per definire nuovamente i vassalli che spettano al monastero cavense e quelli che, invece, appartengono a Roberto, ‘gloriosissimo duci’ (742). In realtà Bosone, ‘pro parte reipublice’, lamenta dinanzi a Sichelgaita e allo stesso ‘dominus Petrus venerabilis abbas’ della Trinità, che il monastero ecc….Pietro ribadisce, di contro, la facoltà di esercitare il ‘dominium’ ecc….Il processo conferma ancora una volta all’abbazia cavense i vassalli dei monasteri di Sant’Arcangelo di Perdifumo, Sant’Angelo di Montecorice, San Zaccaria de lauris, e San Giovanni de Terresino.”. In questo passaggio la Visentin cita Boso ma non cita Mansone che pure è presente nel documento. La Visentin, a p. 163, nella sua nota (741) postillava che: “(741) AC, B 13 edito da Guillaume, Essai, Appendice, pp. VIII-IX e da Ménager, Recueil, pp. 105-108”. La Visentin, a p. 164, nella sua nota (742) postillava che: “(742) AC, B 33: ottobre 1083 pubblicato da D. Ventimiglia, Notizie storiche, cit. Appendice, pp. IX-XI e da Ménager, Recueil, n. 43, pp. 136-141.”

Placito del 1083, Ventimglia, p. 106, IX

(Fig…..) Documento dell’ottobre 1083 tratto da Ventimiglia Domenico, “Notizie storiche del castello dell’Abbate etc.”, Napoli, 1827, Appendice, III, p. IX

Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania”, Napoli, 1827, Appendice, III, p. IX e ssg. e questo documento dell’ottobre 1083, si trova anche nell’Archivio dell’Abbazia di Cava de Tirreni, con la collocazione: “B, 39”. Il Ventimiglia, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “Gisolfo principe di Salerno aveva donato coll’intero territorio al Monastero di Cava la Chiesa di S. Maria de Gulia, altrimenti detta de Giulia, dov’era il Casale dello stesso nome (f), i di cui abitanti uniti agli uomini di altri casali del Cilento il Duca Roberto Guiscardo nel  1080 al suddetto Monastero Cavense sottomise (g); anzi i nomi stessi degli abitanti del Casale nel Placito tenuto nell’Arcivescovado di Salerno coll’intervenimento di Sighelgaita moglie del divisato Duca nel 1083 furono descritti e riconosciuti di dominio del suddetto Monastero (a), verso del quale non volle mostrarsi non meno generoso il Duca Ruggiero Principe di Salerno colla conferma, che gli fece del Monastero di S. Maria de Giulia nel 1086 (b), ecc…”. Il Ventimiglia, a p. 7, nella sua nota (a) postillava che: “(a) Appendice de’ Monumenti, num. III, pag. IX.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia etc…” parlando di un altro documento del 1086, in cui si confermavano le cose dette in questo del 1083, a p. 101, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Nel documento del 1083 (Ventimiglia, cit. Appen. p. IX) sono specificati i monasteri a cui le famiglie erano soggette: “videlicet monasteri sancti Arcangeli (49) et monasteri sancti Angeli (14) et monasteri sancti Zacharie (3) et monasteri sancte Marie, qui dicitur de Gulia (8), et monasteri sancti Magni (92) et monasteri sancti Fabiani (11)”. Di questo documento hanno parlato pure i tre autori Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), nel loro  “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), che pubblicarono come doc. n. 51, a pp. 140-141 e ssg. Del documento del 1083 hanno parlato pure i tre autori Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), nel loro  “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), a pp. 141, postillavano che: “Sui monasteri cavensi nel Cilento di cui si parla nel documento v. CDC, X, p. XXI – Ed.: Ventimiglia, Notizie storiche, pp. IX-XI; Senatore, La cappella, pp. XII-XV. – Cfr.: Di Meo, Annali, VIII, p. 227; Portanova, I Sanseverino, p. 64 n. 78; Martini, Il diritto feudale, p. 210 n. 3, p. 216 n. 1, p. 224 n. 1; Acocella, La figura e l’opera di Alfano I, p. 55 n. 1; Id., Il Cilento dai Longobardi, p. 121 n. 186; Cuozzo, Riflessioni, p. 708; Ebner, Economia e Società, I, p. 60 n. 123, p. 62 n. 219, p. 82 n. 39, p. 99 n. 88, p. 103 n. 90, p. 108 n. 110, p. 125 n. 176, p. 130 n. 179, p. 130, p. 135 n. 194, p. 141 n. 206; Id. Storia di un feudo, p. 101; Id. Chiesa, p. 404 n. 86, p. 634 n. 17; Taviani-Carozzi, La principauté, II, p. 985 n. 63 e 64; Carlone, L’età medievale, p. 16 n. 6; Loré, Monasteri, p. 38 n. 107, p. 165 n. 41, p. 178 n. 87, p. 198 n. 152”. Riguardo il testo citato di Portanova si tratta di Gregorio Portanova (….), Il Castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924 e, Gregorio Portanova, I Sanseverino e l’Abbazia cavense (1061 – 1324), Badia di Cava, 1977. Ebner postillava che: Il documento, edito dal Ventimiglia cit., Append., III, p. IX sgg., fu oggetto di studio da parte del SENATORE cit., Append., p. XII sgg.”. Ebner si riferiva all’opera di Gennaro Senatore (…) ed al suo “La Cappella della chiesa di S. Maria sul Monte della Stella nel Cilento – Relazione storica con documenti”, Salerno, 1895. Oltre al processo dell’ottobre 1083, il “vice-comes” Manso o Mansone appare anche nell’altro processo che seguì nel 1084. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 404, in proposito scriveva che: “Al processo del 1083 (86) ne seguì un altro nel 1084 (87) che, pur rimettendo in discussione i beni che l’Abbazia possedeva nell’odierno Castellabate, mostra, più che il motivo addotto dalla sovrana, toni meno rigorosi per la procedura più spedita. Guidizi tenuti ambedue alla presenza dell’accorta, bella e coraggiosa sovrana di Salerno (88) e ambedue illuminanti sull’effettiva consistenza patrimoniale della Bada di Cava ecc…”. Ebner, a p. 404, nella sua nota (86) postillava che: “(86) ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Il documento, edito dal Ventimiglia cit., Append., III, p. IX sgg., fu oggetto di studio da parte del SENATORE cit., Append., p. XII sgg., del Racioppi cit., II, p. 98, dal Mattei Cerasoli (Una bolla di S. Gregorio VII, p. 183 sgg.) e dell’Acocella cit., RSS 1962, p. 77 sgg. estr.”. Pietro Ebner, vol. I, a p. 404, nella sua nota (87) postillava che: “(87) ABC, B, 34, aprile a. 1084, VII, Salerno”. Sempre Ebner postillava di Leone Mattei Cerasoli (….) e del suo “Una bolla di S. Gregorio VII“, p. 183. Dunque, Ebner, a p. 404, nella sua nota (86) postillava di Giacomo Racioppi (…..) e del suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, p. 98, dove però a p. 98, l’autore parla delle origini dei luoghi e fa riferimento alle antiche pergamene. Acocella, a p. 55 della parte I, nella sua nota (57) postillava di Racioppi: “(57) Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1889, vol. II, pp. 9 e sgg. Anche M. Mazziotti (op. cit., p. 103) aderisce alle tesi del Racioppi: ecc..”. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 121 e ssg., in proposito scriveva che: “c) Una vertenza giurisdizionale tra la curia ducale e la Badia. La genesi, le fasi, la conclusione di tale vicenda giurisdizionale sono contenute nell’importante ‘charta indicati’ dell’ottobre 1083 (186), di cui si è fatto talora cenno nelle pagine precedenti, e che adesso opportunamente conviene illustrare per l’importanza primaria che riveste, sia in riferimento alla storia del diritto e dell’economia, sia in rapporto alla storia della conquista normanna di Salerno. Ecco il contenuto del documento.”. Acocella, a p. 122, scriveva che: “Sono trascorsi più di sei anni dalla effettiva presa di possesso di Salerno da parte dei Normanni, e una spinosa vertenza giuridico-politica sta rendendo difficili da tempo i rapporti tra la Curia ducale e la Badia di Cava. Il viceconte del Duca nel Cilento Bosone, “Boso vicecomes domini nostri ducis de loco cilento “(187), aveva in precedenza, al cospetto della duchessa Sichelgaita e del conte Sicone (188) addebitato a Pietro Abate di Cava etc…”. Acocella, continuando il suo racconto a p. 124 scriveva che: “A conferire maggiore solennità all’atto e quasi a sottolineare l’importanza storica della decisione stanno nel palazzo arcivescovile (192) e la presenza a tutta la procedura della duchessa Sichelgaita, dell’Arcivescovo Alfano I e del ‘vestararius’ del duca, Granato (193)……L’attività politica e amministrativa, svolta da Sichelgaita in assenza del marito tenuto lontano da Salerno da importanti cure di guerra o di stato (194), ecc…”. Acocella, a p. 124, nella sua nota (194) postillava che: “(194) Cfr. C. De Blasiis, L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna, II, Napoli, 1864, pp. 292 sgg.”. Acocella, a p. 122, nella sua nota (187) postillava che: “(187) Non era finora noto tra i viceconti del venticinquennio 1065-90, che è il periodo studiato dal Garufi: l’esplicita attestazione che egli ha giurisdizione sul Cilento, coordinata con quanto s’è detto nel corso del nostro saggio, è utilissima a determinare l’effettiva attribuzione dei viceconti che non è chiarita da altri documenti. Cfr. C. A. Garufi, op. cit., 43 n…. Acocella postillava di Garufi e si riferiva al testo di C.A. Garufi, “Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI”, stà in “Archivio Storico Italiano”, a. XLVI, 1910. Riguardo il Garufi (….), l’Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: Il Garufi (121) rileva che….”, come vedremo innanzi e, nella sua nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. ecc..”. Acocella, a p. 364, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Cfr. C. A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del sec. XI. Studi storico-diplomatici’, in A.S.I., XLVI (1910), pp. 52-80, 290-343; p. 10 sg. dell’estr.; l’autore fa cenno della giurisdizione notarile del Cilento a p. 29. Vedi pure R. Poupardin, op. cit., p. 59.”. Dunque, il saggio del Garufi è stato pubblicato nella rivista dell’Archivio Storico Italiano, a. 1910, da pp. 52 a 80. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 124 e ssg., in proposito scriveva che: “Finalmente nell’ottobre 1083 si riunisce nel “in sacro Salernitano Archiepiscopio” una solenne assemblea – come si usava – per emettere la sentenza finale del faticoso ed importante processo. La presiede il conte e giudice Sicone, che ha l’assistenza del viceconte ducale Mansone (191).”. Acocella, a p. 124, nella sua nota (191) postillava che: “(191) Già noto per altri documenti: G. A. Garufi, art. cit., p. 43.”. Riguardo alla principessa Sichelgaita e la sua presenza al processo, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 404, nella sua nota (88) postillava che: “(88) La duchessa Sighelgaita sostituiva il marito, Roberto, impegnato in Oriente. Come è noto Roberto, preoccupato della potenza bizantina, salpò (a. 1081) verso Valona, conquistando Corfù. Sconfitto Alessio Commeno, conquistò Durazzo (a. 1082), ma richiesto d’aiuto da Gregorio VII, assediato da Errico IV, corse a Roma liberò il papa e, devastata la città, lo condusse con grandi onori a Salerno. Tornato in Oriente e riconquistata Corfù, morì nel corso dell’assedio di Cefalonia (a. 1085).”.

Nell’ottobre 1083, Manso o Mansone, vice-conte (“vicecomes”) o visconte ducale del conte e giudice Sico o Sicone e, visconte di Roccagloriosa e Padula (sussesso al padre Leone) che, nel 1130, prossimo alla morte fece testamento

Pietro Ebner (….) che, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, ne parla a p. 16 e a p. 98. Egli, parlando dell’epoca Normanna e dell’organizzazione politica del Principato di Salerno, a p. 98 in proposito scriveva che: “I ‘vece-comes’ invece, erano come i ‘ministeriales’, funzionari residenti, la cui carica continuò ad essere conferita anche in età normanna, come si rileva da un documento pubblicato dal Ventimiglia cit., III, ottobre 1083. Il vice-comes citato in questo documento (“Boso….vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis de loco Cilento”) pare tuttavia che avesse giurisdizione sull’intero territorio dipendende da Cilento (42). Nel ecc….”. Ebner, a p. 98, nella nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui una probabile sua giurisdizione malfitana.”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner postillava del vice-conte (“vice-comes”) Manso o Mansone, che troveremo nel 1130 a Roccagloriosa quando, sul letto di morte esprime le sue ultime volontà testamentarie, di cui parlerò innanzi. Il vice-conte ducale Maso o Mansone, era molto probabilmente di origini amalfitane e probabilmente un nipote o parente di un “gastaldo” chiamato Manso o Mansone che troveremo in alcuni documenti del 1014 e anche precedenti. Questo parente, chiamato anch’esso Manso o Mansone, appare nel documento (che il Ventimiglia chiama “placito”) dell’ottobre 1083 (pubblicato da Domenico Ventimiglia (….)). Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 405, in proposito scriveva che: “…..il giudice Sico, assistito dal vice-conte del duca Manso, ecc…”. Dunque, Manso era vice-conte del duca Roberto il Guiscardo ed assistiva il duca e giudice Sico o Sicone. Manso o Mansone appare al seguito della principessa longobarda Sichelgaita, seconda moglie di Roberto il Guiscardo. Manso o Mansone, è parte dei presenti all’Arcivescovado di Salerno e figura come il “vice-comes” ducale al seguito del Duca e giudice Sico o Sicone. Questo personaggio, funzionario (“vice-comes”) dello Stato ai tempi e dopo la conquista di Salerno ai tempi di Roberto il Guiscardo, potrebbe essere lo stesso di cui ci parla l’Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, quando ci dice che, nel 1110 fu autorizzato da Arnaldo, Vescovo della Diocesi di Policastro (?) ad unire i due monasteri di S. Leo e S. Veneranda in un unico Monastero, quello di S. Mercurio a Roccagloriosa. Manso o Mansone potrebbe essere lo stesso personaggio che, nel 1130, sul letto di morte fa testamento, di cui pure ho parlato in un altro mio saggio. Il “vice-comes” Manso o Mansone, oltre al processo dell’ottobre 1083, appare anche all’altro processo che seguì nel 1084. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 404, in proposito scriveva che: “Al processo del 1083 (86) ne seguì un altro nel 1084 (87) ecc…”.

Pietro Ebner, a p. 98, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Pietro Ebner (….) nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che:  “(39) Alla stipula di atti riguardanti il territorio intervennero: il vicecomes Boso similiter vice comes suprascripti domini nostri ducis de loco Cilento (edito dal Ventimiglia, Append. III). Vi è notizia anche di manso vicecomes suprascripti domni nostri Ducis Roberto il Guiscardo (ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940?); ecc…”. Ebner si riferiva allo studioso Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, stà nella rivista in Rassegna Storica Salernitana (RSS), 1966, p. 66, di cui in seguito vedremo. Il La Greca, invece scrive che il testo di Acocella è in RSS, 1961, a. XXII, n. 1-4, pp. 35-82; a. XXIII, 1962, n. 1-4, pp. 45-132. Ebner postillava che nell’antico documento dell’ottobre 1083, oltre al vice-conte del Cilento Boso, figurava anche un altro “vicecomes” chiamato Manso, “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis”. Ebner postillava che di questo Manso, lo studioso Nicola Acocella “cit., p. 46, no. 120”, credeva “accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Infatti, l’Acocella (….), nella parte I (RSS, anno XXII), a p. 78, parlando dei gastaldi longobardi e dei viceconti normanni, in proposito a Mansone scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria perchè durò fino all’epoca Normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto, sul Cilento (120).”. Acocella, a p. 78, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Append., p. IX, sgg.: “Boso….suprascripti domini nostri ducis de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, il passo dell’Acocella è interessantissimo perchè ci parla di Manso, che egli credere sia nipote del gastaldo longobardo e Amalfitano Mansone. L’Acocella, parlando dei “vice-conti”, postillava che: “Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, per l’Acocella, il vice-conte Mansone citato nel documento del 1083 potrebbe essere nipote dell’altro Mansone gastaldo di Amalfi di cui ho accennato. Il Mansone del 1083 è il nipote del Mansone del 1014 ? Acocella dicedi si. Nicola Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria, perchè durò fino all’epoca normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto sul Cilento (120). Il Garufi (121) rileva che le attribuzioni dei vice-conti, che pure dovettero essere notevoli, non sono chiare, perchè poco studiate. Anche alla illustrazione di questo problema ci lusinghiamo di portare un qualche contributo con queste pagine. La naturale successione cronologica dei documenti ci porta adesso a vedere praticamente in funzione – secondo il criterio finora seguito – gastaldi – ‘ministeriales’ e vice-conti ecc…”. L’Acocella, a p. 376, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Appendice de’ monumenti, p. IX sgg: “boso….vicecomes suprascripti domini nostri de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro cice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Acocella a p. 376, nella nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. Qualche cenno sui vice-conti, o visconti, del Regnum Italiae in C. G. Mor, op. cit., II, pp. 70-74.”. Dunque, Acocella postillava di Mor (….), riferendosi a C. G. Mor (….), ed il suo “Regnum Italiae”, vol. II, pp. 70-74. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 124 e ssg., in proposito scriveva che: “Finalmente nell’ottobre 1083 si riunisce nel “in sacro Salernitano Archiepiscopio” una solenne assemblea – come si usava – per emettere la sentenza finale del faticoso ed importante processo. La presiede il conte e giudice Sicone, che ha l’assistenza del viceconte ducale Mansone (191).”. Acocella, a p. 124, nella sua nota (191) postillava che: “(191) Già noto per altri documenti: G. A. Garufi, art. cit., p. 43.”. Acocella, riferendosi “al viceconte ducale Mansone” cita il Garufi. Acocella postillava di Garufi e si riferiva al testo di C. A. Garufi (….), “Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI”, stà in “Archivio Storico Italiano”, a. XLVI, 1910. Dunque, Mansone era gia da tempo conosciuto a corte come viceconte che assistiva alle sue funzioni, il conte Sicone. Riguardo il Garufi (….), l’Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: Il Garufi (121) rileva che….”, come vedremo innanzi e, nella sua nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. ecc..”. Acocella, a p. 364, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Cfr. C. A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del sec. XI. Studi storico-diplomatici’, in A.S.I., XLVI (1910), pp. 52-80, 290-343; p. 10 sg. dell’estr.; l’autore fa cenno della giurisdizione notarile del Cilento a p. 29. Vedi pure R. Poupardin, op. cit., p. 59.”. Dunque, il saggio del Garufi è stato pubblicato nella rivista dell’Archivio Storico Italiano (A.S.I.), a. 1910, da pp. 52 a 80.

Nel “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), pubblicato da Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), a pp. 140-141, presenta e parla del documento n. 51 ed in proposito si scrivevano che: “51. 1083, ottobre, Salerno. Boso viceconte per il Cilento del Duca Roberto e Pietro priore del monastero della SS. Trinità…..dell’Arcivescovo Alfano I e di Mansone viceconte ducale, giungono ad un accordo davanti al giudice Sicone, ecc…”. Dunque, “Manso vicecom (e)s s(upra)s”, nel CDC è citato Manso vicecomes ducale del duca Roberto il Guiscardo.

Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 632, in proposito scriveva che: “…..che effettivamente tutte quelle famiglie erano vassalle della Badia già prima che “supradictus dominus dux prephatam civitatem obsidendam venit cum ad ipsam Rotunda advenisset”. Ebner scriveva che il documento del 1083 è importante perchè in esso vi è notizia delle famiglie affittuarie (“vassalle”) dell’Abbazia già da tempo prima l’assedio di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo era molto importante perchè “anticipa di molto tempo del costituirsi dei beni della Badia del Cilento, dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 405, in proposito scriveva che: “Un uomo libero avrebbe dovuto giurare, nome dietro nome (92), essere notorio e a sua conoscenza diretta che le famiglie elencate erano appunto quelle dipendenti dai sei anzidetti cenobi, tutti soggetti al monastero cavense non nel momento che Roberto pose l’assedio alla città, ma, si badi, nel momento che decise di farlo muovendo dal castello “quod rotonda dicitur”, villaggio sito in diocesi di Policastro. Una più restrittiva limitazione, dunque, ad evitare la presentazione di qualche diploma concesso dal principe durante l’assedio. Nel processo celebrato nell’arcivescovado di Salerno, presenti, oltre la duchessa, l’arcivescovo Alfano, il vestatario del duca, Granato, “et plures alii homines”, il giudice Sico, assistito dal vice-conte del duca Manso, ordinò al priore del monastero cavense Pietro (l’abate era assente) di esibire gli elenchi delle famiglie soggette. Ecc…”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner credeva che il “castello castello “quod rotonda dicitur”, villaggio sito in diocesi di Policastro.”. Pietro Ebner scriveva che il “castello della Retonda o Rotonda, pare fosse nella Valle del Mingardo”, lo studioso Nicola Acocella credeva fosse l’odierno paese di Castelruggero. Pietro Ebner, parlando dell’antico documento scriveva che esso è importante perchè: “…..dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero”. Dunque, per noi questo documento dell’ottobre 1083, è interessante perchè in esso si cita il “castello di Retonda o di Rotonda” che pare, secondo lo storico Nicola Acocella si trattasse di un “castello” nella Valle del Mingardo ed in particolare corrispondesse all’odierno Castelruggero. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 123 e ssg., in proposito scriveva che: “La procedura, scelta dal conte Sicone prevedeva inoltre……che, allorchè il Duca era giunto al ‘castrum’ di Retonda (al ‘Rotunda’) nel procedere all’occupazione di Salerno, ecc……(Questa notizia dell’occupazione di Rotonda, che il Guiscardo investe nella rapida marcia su Salerno, sovverte tutte le induzioni che sul suo itinerario han fatto sin qui gli storici. Sulla base di questa indicazione ricostruiremo le linee della strategia attuata da Roberto nel 1076).”. Dunque, come segnala Ebner, Nicola Acocella (….), credeva che alcuni toponimi citati nell’antico documento, come ad esempio “il castello della Retonda o Rotonda” oltre a trovarsi nella Valle del Mingardo, corrispondessero, secondo l’Acocella, all’odierno casale di Castelruggero. Da notare che Castelruggero è un casale unito poi a Torre Orsaia, non molto distante dal casale di Roccagloriosa. Nel “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), pubblicato da Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), a p. 145, nella sua nota (1), riferendosi al toponimo “Rotunda (1)”, in proposito si scrive che: “(1) Castello oggi nel territorio di Olevano sul Tusciano”. Se fosse vera la corrispondenza con il casale di Castelruggero, come vuole l’Acocella, potrebbero essere attendibili le notizie storiche del conte Mansone di cui si è parlato in altri miei saggi. Dunque, è possibile che il casale o castello dell’attuale Castelruggero, ai tempi dei primi Normanni (a. 1083) sia stato la sede di un piccolo monastero benedettino legato o dipendente dall’Abbazia benedettina di SS. Trinità di Cava de Tirreni e, da qui, il legame con l’antico documento dell’ottobre 1083, il processo in cui figura un viceconte o visconte “Manso” che l’Acocella credeva fosse legato per parentela a Mansone, “gastaldo” (longobardo). Inoltre, come vedremo, questo Manso o Mansone, visconte normanno di Roccagloriosa e di Padula, che nel 1110 viene autorizzato da Arnaldo, vescovo di Policastro e che, nel 1130 fa testamento, da alcune notizie risulta che egli fosse figlio del conte normanno Leone, parente del Duca Roberto il Guiscardo.

Nel 1111, Arnaldo, II vescovo di Policastro autorizzò il visconte Manso o Mansone di unire i due monasteri di S. Mercurio e di S. Veneranda in un unico monastero femminile di S. Mercurio a Roccagloriosa

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia fornitaci da Mons Nicola Maria Laudisio (9) che, nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro” (si veda versione a cura del Visconti), a p. 74 parlando dei vescovi della Diocesi di Policastro e, riferendosi al vescovo che successe a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altruda si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”Infatti, Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Roccagloriosa, a p. 416, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (9), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti.”. Mons. Laudisio, nel 1831 parlando dei vescovi della Diocesi di Policastro e, riferendosi al vescovo che successe a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva che “Arnaldo”, secondo il Laudisio, secondo Vescovo della restaurata Diocesi di Policastro nominato vescovo di Policastro nel 1110″ autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altruda si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Dunque, il Laudisio (….), ci dà un interessante notizia su Manso o Mansone. In primo luogo, il Laudisio dice che “Altruda” era figlia di Manso o Mansone. Inoltre, il Laudisio scriveva che sua figlia Altruda aveva era entrata nel monastero claustrale di monache di S. Mercurio a Roccagloriosa. Inoltre, il Laudisio riporta la notizia che il vice-conte o visconte Manso o Mansone fu autorizzato dal vescovo di Policastro Arnaldo ad unire i due monasteri esistenti a Roccagloriosa in un unico monastero, ovvero egli creò il nuovo monastero claustrale di monache detto di S. Mercurio. Dunque, l’Ebner, sulla notizia che riguarda il monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa scriveva che: Di ciò manca ogni notizia”. Riguardo il Giustiniani (….), Ebner, a p. 416 si riferiva a Lorenzo Giustiniani (….) ed al suo “Dizionario Istorico-geografico del Regno di Napoli”, e a p. 415, riguardo Roccagloriosa, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Giustiniani cit., VIII, Napoli, 1804, p. 33”. Ma, il Giustiniani non riporta nulla che aggiunga a ciò che è stato già detto. Il Giustiniani, a p. 33 del vol. VIII, cita l’abate Ferdinando Ughelli (e la sua “Italia Sacra”) che ci parla del monastero di monache cistercensi ma non dice nulla riguardo la notizia di Manso o Mansone e dell’autorizzazione che gli diede, Arnaldo, dopo la sua elezione a vescovo nel 1110. Ma anche l’Ughelli (….) ed il Troyli (….), non forniscono riferimenti bibliografici sulla questione. La notizia che trae il Laudisio è tratta dalle notizie intorno al “testamento” del visconte Mansone, di cui ho già parlato ivi ed in altri miei saggi. Ulteriori utili riferimenti storiografici, li ritroviamo nella Relazione di De Micco (18 – Fig. 13), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa, di cui parleremo.

Nel 1113, i Saraceni ed il saccheggio della chiesa di “S. Juliano intra moenia Molpis”

Da Wikipidia leggiamo che in epoca medioevale ha inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.). Nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. L’abitato fu dunque fortificato dai Normanni con robuste difese tra cui il Castello della Molpa, una possente rocca i cui resti sono visibili ancora oggi. Nel corso del XII secolo a Molpa fu edificata la chiesa di San Giuliano, di cui ancora oggi restano alcuni ruderi. Da essi si deduce trattarsi di una chiesa bizantina, a pianta quadrata con abside tricora, probabilmente edificata dai monaci basiliani, che scacciati agli inizi dell’VIII secolo dall’Epiro dalla furia delle lotte iconoclaste, trovarono rifugio in Cilento accolti dai Longobardi. In zona, visibili ancora oggi, ci sono altre due chiese a pianta triconca: l’antica cattedrale di Policastro Bussentino e la chiesa di San Nicola de Donnis a Padula. I Normanni amministrarono il territorio fino al 1189. Tutte notizie molto interessanti ma non suffragate da notizie documentate. Secondo quanto ci fa notare il barone Giuseppe Antonini, molto probabilmente nel 1113, la chiesa ebbe dei danni in seguito di un saccheggio operato dai Saraceni, forse di Licosa. In seguito a questo fatto, la chiesa, nel 1119 ricevette un donazione per il ripristino edilizio delle mura, che vennero riparate e la chiesa fu dotata degli oggetti liturgici rubati dai Saraceni. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a p. 209, nel suo vol. IV, della sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, nel suo capitolo “8. Le prime chiese”, in proposito scriveva che: “Pur non conoscendo l’anno, sappiamo che nella città della Molpa vi erano tre chiese dedicate a S. Giuliano, S. Giovanni Battista e S. Andrea. (AFL). Delle tre sopravvivono vistosi ruderi della chiesa di San Giuliano, che era la principale e che poi fu sede della parrocchia (AFL). Delle altre due sopravvivono solo i nomi (AFL). Disfarsi della zavorra del passato, ecc….E così i superstiti della Molpa per non dimenticare lo splendore del passato anche della vita cristiana, costruiono a piè del massiccio, su cui sorgeva la molpa, in ricordo di una delle chiese, S. Andrea Apostolo, alla foce del Lambro una cappella, i cui ruderi ancora sono visibili. Come si apprende dall’AFL fu costruita dopo il 1464 da pescatori e mercanti. Essa fu visitata dal Vicario Generale Riccio Pepoli il 20 febbraio 1731 restaurata con l’obolo dei fedeli..”. Sempre il Cammarano, a pp. 211-212, scriveva “11) La parrocchia di San Giuliano. I ruderi di questa chiesa e qualche notizia di storia renderanno certamente piacevole il soffermarsi a parlare di quella che fu sede dell’ex parrocchia della Molpa. Mi sono recato varie volte alla sommità del massiccio, e per fortuna sempre in giornate di sole splendente, di mare calmo e di freschi venti ristoratori e non nascondo che mi sarei fermato a pernottarvi se vi fosse stato un ricovero, tanta è la bellezza del posto. A questa altezzza rievocare il suono della campana ecc..”. Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 37, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Della chiesa di S. Giuliano avanzano oggi solo pochi ruderi, dai quali sembra dedursi che fosse a pianta quadrata con abside tricora. Una chiesa con lo stesso titolo nei pressi di Caprioli è ricordata nel catasto onciario del 1754.”. La chiesa di San Juliano alla Molpa di Palinuro è di particolare interesse storico in quanto di essa l’Antonini ci informa di un documento risalente all’anno 1119. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a pp. 213-214, nel suo vol. IV, Cap. III: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, nella sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, riferendosi ai ruderi superstiti della chiesetta di S. Giuliano da lui visitati, in proposito scriveva che: “Difatti i muri perimetrali della chiesa, per tutto il loro svolgersi si sono conservati fino all’altezza di 2 metri. Nonostante i i secoli i muri larghi cm. 70, fatti di pietra calcarea e levigati dal vento e dalla salsedine del mare, sono ben solidi. E’ di forma rettangolare con la lunghezza di m. 23.40 e la larghezza di m. 15. Nella parte ovest, che guarda quindi verso il promontorio, che considero la parte anteriore, si aggancia un prolungamento di 2 muri dalla lunghezza di 7 metri e della larghezza di 1.40 restando tra i due muri uno spazio di m. 2.80. Sommando le misure dei muri e lo spazio si arriva a m. 5.40. Come si vede, rispetto al muro del vano chiesa, che è di m. 15.30 compresi i muri perimetrali, si restringe a m. 5.40 con in meno m. 9.90 rispetto al vano chiesa. Quando fu costruita la chiesa resta uno di quei misteri, di cui è ricca la città. Comunque innanzi a questo rudere imponente….. 

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Doveva essere molto antica questa chiesa parrocchiale posta sul lato est della Molpa, se Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi al Cammarano (…), a p. 569, parlando di Centola, scriveva che: “Chiesa di S. Giuliano, chiesa sulla Molpa, oggi con ruderi evidenti a est della cima; nel 1119 riceve la donazione di un podere dentro le mura della Molpa per le riparazioni necessarie alle mura e per la ricostruzione della dote liturgica a seguito della spoliazione operata dai saraceni nel 1113 circa; fu parrocchia di Pisciotta dal 1639 al 1731, quando fu visitata dal vicario del Vescovo di Capaccio; per questo sorse controversia tra il vescovo di Pisciotta e l’abate di Centola (Cammarano 133, II, 190 e IV, 198-205-209-211-214).”. Dunque, il Di Mauro (….), ci parla di antichi documenti in cui si parla di donazioni alla chiesa di S. Giuliano, chiesa sulla Molpa di Palinuro. Il Di Mauro (….) scrive che la chiesa di S. Giuliano sulla Molpa, fu parrocchia di Pisciotta dal 1639 al 1731, quando fu visitata dal vicario del Vescovo di Capaccio e per questa ingerenza, scrive il Di Mauro che il Cammarano, sorse una controversia tra il Vescovo di Pisciotta e l’Abate di Centola. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi al Cammarano (…), a pp. 574-575 parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla, nel 1754 vi possiede beni della Chiesa di S. Vito di Camerota (in Catasto Onciario Campania, p. 421)”. Infatti, il Cammarano (….), a p. 189 del vol. II , in proposito scriveva che: “7. Quarta lite. Si svolse tra il Vescovo Luigi Pappacoda e l’Abate Cesare De Bologna e il reggente della Badia per la sopravvenuta morte dell’Abate Cesare De Bologna. E’ stata possibile ricostruirla dall’esposto alla S. Congregazione, che l’Abate Filicaia (1642) fece a difesa dei privilegi, ecc…”. Il Cammarano a pp. 189-190, del vol. II, in proposito scriveva che: “Le relazioni diventarono tese per una decisione presa da Mons. Pappacoda (248) il quale dispose “che tutto il beneficio dell’ex chiesa parrocchiale S. Giuliano (249) della città della Molpa, venisse trasferito all’arcipretura di Pisciotta, avvalendosi, si disse, che Pisciotta costituì un casale della Molpa e che il feudo della Molpa era posseduto dalla famiglia Pappacoda col titolo di Marchese di Pisciotta e principe di Centola” (AFL)”. Il Cammarano, a p. 190, nella sua nota (249) postillava che: “(249) S. Giuliano: di questa chiesa parrocchiale sopravvivono vistosi ruderi. C’è ancora il perimetro fino all’altezza di due metri. E’ sita nella parte orientale della Molpa e quindi verso il fiume Mingardo.”. Infatti, riguardo il passaggio della parrocchia della chiesa di S. Giuliano a Pisciotta sappiamo che la richiesta del de Leyna non ebbe esito e nel 1578 il feudo di Molpa e Palinuro, con la terra di Pisciotta, fu venduto per 30.000 ducati a don Camillo Pignatelli, viceré di Sicilia. Nel 1583 la proprietà fu venduta dai Pignatelli ad Ettore Maderno di Monteleone, che a sua volta nel 1602 la vendette ad Aurelia della Marra, moglie di Cesare Pappacoda. La famiglia dei Pappacoda terrà il feudo di Pisciotta, Molpa e Palinuro, divenuto frattanto marchesato, fino al 1806. Riguardo il passaggio della parrocchia e della chiesa di S. Guiliano a Pisciotta, Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 37, nella nota (52) postillava pure che: “(52)…..Dalla platea della Molpa del 1666 risulta che il feudatario versava dieci ducati annui al beneficiario di San Giuliano per le terre da questi a lui censuate.”. La Platea della Molpa del 1666, è stata pubblicata dall’amico Massimino Iannone (….), nel suo “Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX”, pubblicato nel 2016. Francesco Barra, a p. 37, dopo aver parlato del casale di S. Serio alla Molpa e della “La distruzione del 1464 ricordata dall’Antonini, viene sostanzialmente confermata, anche se non si ha certezza precisa dell’anno (52).”.

Nel 1119, Aldruda o Alderuna, badessa del Monastero di Monache di S. Mercurio a Roccagloriosa

Mansone, figlio di Leone e conte di Roccagloriosa e di Padula continuò a dominare sulle nostre terre, era sposato ad una donna chiamata Gaitellina ed aveva un fratello detto Landolfo (nel ‘Catalogus baronum’ del 1185 è detto ‘Landulfus de Rocca’) ed una sorella chiamata Altrude (per il Laudisio era sua figlia). La sorella di Mansone, Altrude, aveva due nipoti: Guidone e Alessandro che il 7 aprile 1133, ratificarono e confermarono il privilegio del 1130. Nel 1133, dominavano sulle nostre terre i due nipoti di Altrude (figlia di Mansone che nel 1130 era conte di Roccagloriosa e di Padula). Dobbiamo indagare sugli eredi del Conte Mansone, ovvero sui due nipoti di Altrude: Alessandro e suo figlio Guido o Guidone. Dobbiamo indagare sui due nipoti di Altrude: Alessandro nipote di Altrude e suo figlio Guido o Guidone (eredi del conte Mansone). Su questa donna vi sono poche notizie. Mons Nicola Maria Laudisio (9), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro” (si veda versione a cura del Visconti), a p. 74 parlando dei vescovi della Diocesi di Policastro e, riferendosi al vescovo che successe a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altruda si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”Infatti, Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Roccagloriosa, a p. 416, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (9), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti.”. Mons. Laudisio, nel 1831 parlando dei vescovi della Diocesi di Policastro e, riferendosi al vescovo che successe a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva che “Arnaldo”, secondo il Laudisio, secondo Vescovo della restaurata Diocesi di Policastro nominato vescovo di Policastro nel 1110″, autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altruda si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”.Dunque, il Laudisio (….), ci dà un interessante notizia su Manso o Mansone. In primo luogo, il Laudisio dice che “Altruda” era figlia di Manso o Mansone. Inoltre, il Laudisio scriveva che sua figlia Altruda aveva era entrata nel monastero claustrale di monache di S. Mercurio a Roccagloriosa. Inoltre, il Laudisio riporta la notizia che il vice-conte o visconte Manso o Mansone fu autorizzato dal vescovo di Policastro Arnaldo ad unire i due monasteri esistenti a Roccagloriosa in un unico monastero, ovvero egli creò il nuovo monastero claustrale di monache detto di S. Mercurio. Il barone Giuseppe Antonini (….), la chiama “Aldruda”, mentre il Laudisio la chima “Altruda”. Approfondiamo la questione. Il barone Giuseppe Antonini (….) che, nella sua “La Lucania – Discorsi” parlando di Roccagloriosa, a p. 385 (Discorso VIII), sulla scorta del ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601 parlando del Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, nella sua nota (1), riporta la notizia: Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; e volle che fosse data a Donne moniche; riserbando ai suoi eredi il diritto di presentarvi la Badessa dopo la morte d’Aldruda sua sorella, che allor egli nominò per la prima. Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso;”. Dunque, in questo primo passaggio a p. 385, l’Antonini scriveva che, nel 1130, “Aldruda” (così la chiamava), sorella del conte “Manso Leone Signor de luogo” (che fu nominata per prima badessa del Monastero femminile di S. Mercurio a Roccagloriosa, secondo le sue volontà testamentarie del fratello conte Manso o Mansone. L’Antonini, però, diversamente dal Laudisio scriveva che “Aldruda” era sorella di Manso e non la figlia come scrive il Laudisio. Sempre l’Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 372, in proposito scriveva di “Alderuna”. L’Antonini, a p. 372, ci parla di Alderuna e della donazione che ella fece nel 1119, come vedremo innanzi. L’Antonini, a p. 373 parla di un sacerdote “Presbitero Euphemio” e poi aggiunge “da Alderuna (I)”. Il barone Antonini (….), a p. 373, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Puotesi credere, che questa Alderuna fosse Longobarda, dal leggersi nel principio della donazione: “Et stetit pro Mundualdus Aliprand”, sapendosi che i Longobardi destinavano un Uomo col nome di Mundualdo per aver cura di non far ingannar le donne: Costume passato a noi, e fino a’ tempi di nostri Avi durato, siccome cogli esempj abbiamo provato altrove.”. “Et stetit pro Mundualdus Aliprand”, ovvero, Mundualdo, uomo longobardo si fermò di fronte ad Alderuna, donna longobarda che condeva al sacerdote Eufemio. Secondo l’Antonini questo uomo longobardo chiamato “Mondualdo” era un uomo che secondo l’antica usanza longobarda doveva aver cura di non far ingannar le donne”. L’Antonini a p. 373, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Quando questa parola ‘Nuper’ non voglia essere presa in troppo stretto senso, può significare: “Da pochi anni in quà”, e tal volta arrivare a dieci ed a venti. Può pastarci per i tempi bassi un luogo di S. Gregorio nel lib. 3 dè Dialoghi c. 26 ove ragionando di un solitario chiamato Mena, così scrive: “Nuper quidam venerabilis vir Menas nomine, solitariam vitam ducebat, qui nostrorum multis cognitus, ante hoc ferè post decennium defunctus”. Per gli antichi senza dubbio sarà sufficiente ‘Cicerone’ nel I. de Orat. Ivi di fresca cosa parlando dice: “In quibus eratis, qui nuper Romae fuit, Menedemus holpes meus.”.”. Riguardo la figura di “Alderuna”, che,  nel 1119, donò un podere, recentemente, nel 2017, Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 63, parlando del monte “Cellarano” o del toponimo “Kellerana” (Monte Bulgheria), in proposito scriveva che: “Non a caso, del resto, proprio in quest’area di Centola che guarda verso il Mingardo sussistono ancora oggi numerosi toponimi di chiara impronta basiliana: S. Basile, S. Sergio, S. Elia, S. Agata, S. Andrea, oltre che Macchia della Chiesa, storico possedimento fondiario dell’abbazia di S. M. degli Angeli di Centola. Sul lato opposto del Mingardo…….Ma sembra pure che i centri basiliani più importanti della zona fossero quelli, più a nord, di Roccagloriosa, e di Rofrano, il quale ultimo giunse a contare ben undici dipendenze (8).”. Il Barra (….), a p. 63, nella nota (8) postillava che: “(8) Scrive a questo proposito l’Antonini “Sul declinar di questa montagna chiamata di Bulgheria a tramontana trovasi Roccagloriosa; paese grande, ed in bellisimo sito allogato (…..). Nel 1130 Manso Leone Signor de luogo con suo testamento dotò la chiesa (di S. Mercurio) di buone rendite con la giurisdizione sopra famiglie e greggi di pecore che erano state della moglie Gatullina, e volle che fosse femminile, riservandosi alla famiglia il diritto di nomina della badessa dopo la morte d’Alruda sua sorella, che egli nominò per prima; ratifica del conte Guidone suo nipote.”. Dunque, in questo passaggio, il Barra ricorda la donazione di Manso al monastero femminile di S. Mercurio di Roccagloriosa e della sua sorella “Alruda” che dovette essere la prima badessa di questo antico Monastero di monache clarisse. Dunque, secondo il Barra, “Alruda”, la prima badessa del monastero di monache di Roccagloriosa era la sorella del conte Normanno Leone Manso. Francesco Barra, a p. 37, nella sua nota (52) postillava che: “(52) ‘La Lucania’, cit., p. 330. Attendibile ci pare pure l’atto di donazione del 1119 di un podere da parte della longobarda Alderuna al presbitero Eufemio della chiesa di “S. Juliano ad moenia Molpis”, “ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismaterium, et vestamentos que nuper disrobaverunt Agareni in depradatione praecalendatae Molpis”. Il documento proveniente dall’archivio di S. M. degli Angeli di Centola, ecc…”. Il Barra, a p. 37 proseguendo il suo racconto sulla donazione del 1119, in proposito scriveva pure che: “Alderuna può probabilmente identificarsi con quella Alruda che fu la prima badessa del monastero femminile di S. Mercurio di Roccagloriosa, fondato nel 1130 da suo fratello “Manso Leone, Signor del luogo”, che con suo testamento lo dotò “di buone rendite con la giurisdizione sopra famiglie e greggi di pecore che erano state della moglie Gatullina”, riservandosene il diritto di nomina delle badesse (G. Antonini, La Lucania, cit., pp. 385-86).”. Dunque, interessantissimo il passaggio del Barra che ci ricorda il personaggio di Alderuna. Dunque, Francesco Barra, riferendosi alla donazione del conte Manso al monastero di Roccagloriosa scriveva che “Alderuna” era longobarda, sorella del conte Leone Manso e, prima badessa del Monastero di monache clarisse di S. Mercurio a Roccagloriosa, fondato nel 1130 dal fratello Leone Manso. Secondo il Barra, “Alderuna”, era la stessa che nel 1119 donò un podere alla chiesa di S. Juliano a Molpa e che nel 1130 diventerà, per volere del fratello, la prima badessa del monastero femminile di S. Mercurio a Roccagloriosa. Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni ecc..’, a p. 435 parlando di Rofrano e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, scriveva che: Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28) si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Dunque, Ebner scrive che secondo questi Atti, di cui parla anche il Ronsini (….) ed il “Libro delle memorie” di Placido Tosone, il conte Mansone era figlio del conte Leone, ma non era fratello di “Altruda”, ma ella era sua figlia. Inoltre, Ebner, sulla scorta di queste antiche sentenze scrive che nel 1133, Guido e Alessandro, che nel 1133 ratificarono il testamento di Mansone erano i suoi nipoti non i suoi figli. Dunque, Guido e Alessandro secondo questi documenti erano cugini della badessa di S. Merurio Altrude. Dunque, Ebner scriveva che: “alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, etc…”.

Nel 1119, la donazione di Alderuna o Aldruda, sorella del conte Mansone alla chiesa di “S. Juliano intra moenia Molpis”

Il barone Giuseppe Antonini che, nella sua “La Lucania – Discorsi” parlando della Molpa ci parla pure della donazione del 1119. Infatti, l’Antonini, a p. 372, in proposito scriveva che: “Mancandoci le notizie dè susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, chtabbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII. Allora cogli altri marittimi luoghi della Lucania fu dà Saraceni saccheggiata; sebbene altra distinzione non se ne sappia, che quella che si ricava dalla donazione fatta alla Chiesa di S. Jiuliano, “ad moenia Molpis, (cioè dentro le mura della Molpa) ‘etiam (&) tibi Euphemio Presbitero’ da Alderuna (2), ‘quae fuit quondam Remodii’, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, ‘ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismarium, & vasamentos, quos nuper (2) disrobaverunt Agareni in depraedatione praecalendatae Molpis’. Mi ha imprestato il Sig. Abate Gascone questa scrittura, che ha fatto sudar me, ed altri più pratici nell’interpretarla, perchè oltre di essere di confusissimo carattere, e mezzo cancellato dall’umido, e dal tempo, è piena di strane abbreviature, e scritta per metà con greci caratteri, che fa la confusione maggiore. La donazione è del MCXIX, e quindi noi argomentiamo, che ‘l saccheggiamento fosse seguito nel MCXIII., o circa quegli anni, dalla notizia che ci dà la ‘Cronaca Cavense’ manoscritta dè mali allora fatti alla Lucania dà Saraceni: ‘Anno MCXIII. Saraceni ab Africa venientes Lucaniam depopulantur’. Non passarono molti anni, che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani, e Saraceni nel viaggio di Sicilia ecc…”.

Antonini, p. 373

La notizia della donazione del 1119, viene dall’Antonini che vedeva un antico documento datato all’anno 1119 mostratogli dall’Abate Commendatario dell’Abbazia di S. Maria di Centola, Girolamo Gascone, che nel 1745, anno della prima edizione della “La Lucania” dell’Antonini aveva conservato nei ricchi archivi dell’antichissima abbazia benedettina. L’Antonini riportava il testo in latino che aveva letto trascritto sull’antico documento “chronicon del monaco di S. Mercurio”, che potette leggere imprestatogli dall’abate Gascone e, di cui ho già parlato. Riguardo la Molpa, l’Antonini scriveva che si aveva notizia di essa attraverso la : donazione fatta alla Chiesa di S. Jiuliano, “ad moenia Molpis,”. Le parole trascritte dell’Antonini dovrebbero corrispondere al seguente significato: “presso le mura di Molpis, e darti anche Eufemius, sacerdote di Alderuna, che fu un tempo un limite dei Remodius, per riparare le torri, le coppe, i polli, il crismario e i vasi che gli Agareni avevano recentemente demolito nelle depredazioni di Molpis.”, ovvero che Alderuna, nel 1119, fece dono ad Eufemio, sacerdote della chiesa di S. Giuliano presso Molpa, “che fu un tempo un limite dei Remodii”, (o che fu un tempo di Remodi), delle suppellettili (coppe, polli, crismario, vasi ecc…, che i Saraceni avevano distrutto nel corso delle loro frequenti incursioni sul litorale come quella del 1113. L’Antonini scrive che Gascone gli “imprestasse” l’antico atto di donazione che egli dice essere datato 1119. L’Antonini scriveva che l’antico documento “Mi ha imprestato il Sig. Abate Gascone questa scrittura, che ha fatto sudar me, ed altri più pratici nell’interpretarla, perchè oltre di essere di confusissimo carattere, e mezzo cancellato dall’umido, e dal tempo, è piena di strane abbreviature, e scritta per metà con greci caratteri, che fa la confusione maggiore.”. Dunque, l’antico documento d’epoca Normanna, fu mostrato all’Antonini dall’Abate Gascone, abate dell’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola, che come si è letto precedentemente possedeva una ricca biblioteca, ricca di testi manoscritti e di documenti e pergamene antichissime come il cosiddetto “Censuale”. Devo però precisare che l’Antonini, nelle precedenti pagine, ci parla di un ‘‘Chronicon’ medievale che egli chiama “Cronica” del Monaco di S. Mercurio e che attribuisce al secolo XII.  Si tratta del chronicon del Monaco di S. Mercurio, di cui il Cammarano scriveva a più riprese che nell’Archivio della Famiglia Lupo a Centola (AFL) se ne conservano le copie degli abbati successivi al monaco Mercurio, ovvero Venceslao I, come lo chiama il Cammarano. Il Cammarano, citando la chiesa di S. Giuliano, di oggi vi sono visibili ancora solo i ruderi, si riferiva al ‘Chronicon del Monaco di S. Mercurio’, di cui ho parlato anche in un altro mio saggio. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a p. 44, nel suo vol. II, Cap. III: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, nella sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, nel suo Cap. III, del vol. II, ci parla della “Cronica” (Chronicon) di Mercurio 1°, e a proposito della Chiesa di S. Giuliano sulla Molpa, scriveva che: “Mercurio è un personaggio chiave della storia di Centola. Dal documento storico “Cronica” da lui scritto risulta che visse da eremita nella laura, che, cedendo il posto al nascente cenobio, ne fu il primo abate. Ecc… E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che…….E’ lui ancora che ci fa sapere che ai suoi tempi erano visibili ancora le rovine delle chiese della Molpa, S. Giuliano, S. Andrea e S. Giovanni Battista. E come si fa a dubitare della notizia, quando ancora sono visibili vistosi ruderi della chiesa di S. Giuliano, che fu sede parrocchiale e della quale, purtroppo, in tutti gli scritti su Palinuro, nessuno ha dato il suo contributo storico ed archeologico per uscire almeno dagli steccati che limitano la conoscenza della Molpa ?. Ecc…”. Dunque, vediamo cosa scriveva in proposito l’Antonini. L’Antonini scriveva che alcune notizie storiche sulla Molpa si possono ricavare dalla “quella che si ricava dalla donazione fatta alla Chiesa di S. Jiuliano, ecc..”. Dunque, l’Antonini la chiama chiesa di San Juliano. L’Antonini scrive di aver visto un’antichissima pergamena che lui dice essere una donazione fatta nell’anno 1119 alla chiesa di S. Giuliano alla Molpa. Riguardo l’antica donazione, l’Antonini aggiungeva pure che: La donazione è del MCXIX, e quindi noi argomentiamo, che ‘l saccheggiamento fosse seguito nel MCXIII., o circa quegli anni, dalla notizia che ci dà la ‘Cronaca Cavense’ manoscritta dè mali allora fatti alla Lucania dà Saraceni: ‘Anno MCXIII. Saraceni ab Africa venientes Lucaniam depopulantur’. Non passarono molti anni, che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani, e Saraceni nel viaggio di Sicilia ecc…”. Antonini, in questo passo ci parla della prima notizia ovvero che la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni presumibilmente, secondo i suoi alcoli nel 1113. Antonini scriveva nell’antichissima pergamena della “donazione” alla chiesa di S. Giuliano della Molpa, scritta per metà con greci caratteri”, si riportava o meglio egli leggeva il seguente testo: “ad moenia Molpis’, (cioè dentro le mura della Molpa) ‘etiam (&) tibi Euphemio Presbitero’ da Alderuna (2), ‘quae fuit quondam Remodii’, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, ‘ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismarium, & vasamentos, quos nuper (2) disrobaverunt Agareni in depraedatione praecalendatae Molpis’., il cui significato dovrebbe corrispondere al seguente testo: presso le mura di Molpis, e per te il sacerdote Eufemio, già dei Remodii, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, per il mantenimento di torri, calici, polli, crismari e vasi, che gli Agareni avevano recentemente scavato dalle depredazioni di Molpis.”. Il testo in latino cita un presbiterio (un sacerdote) chiamato Eufemio “già dei Remodii”. Egli a Molpa aveva un podere, un piccolo limitato pezzettino di terreno dove i Saraceni scavarono gli oggetti sacri che saccheggiarono presumibilmente nel 1113 e in seguito, nel 1119, avvenne la donazione per ricostituire gli oggetti sacri derubati dai Saraceni. L’Antonini, a p. 373 parla di un sacerdote “Presbitero Euphemio” e poi aggiunge “da Alderuna (I)”. Di “Alderuna” ho parlato prima. La notizia riferita dal Di Mauro (….), della donazione del 1119 è interessante ed è tratta dal Cammarano ma sia il Di Mauro che il Cammarano non forniscono riferimenti bibliografici dell’antico documento che risale al 1119, epoca della dominazione Normanna di Ruggero Borsa, ne si danno riferimenti per l’altra notizia dell’incursione e del saccheggio dei Saraceni nel 1113. Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 37, nella sua nota (52) postillava che: “(52) ‘La Lucania’, cit., p. 330. Attendibile ci pare pure l’atto di donazione del 1119 di un podere da parte della longobarda Alderuna al presbitero Eufemio della chiesa di “S. Juliano ad moenia Molpis”, “ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismaterium, et vestamentos que nuper disrobaverunt Agareni in depradatione praecalendatae Molpis”. Il documento proveniente dall’archivio di S. M. degli Angeli di Centola, ecc…”.

Nel 3 maggio 1130, Mansone, Conte di Roccagloriosa e di Padula, prossimo alla morte facendo testamento dotò il Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa di diverse rendite e beni della moglie Gaitellina

Sappiamo di un altro documento d’epoca Normanna che riguarda le nostre terre. Uno dei quattro documenti Normanni che conosciamo e che riguardano le nostre zone, è l’Istrumento o Testamento con il quale, il figlio del conte Normanno Leone, il conte Manzo, il quale il 3 Maggio 1130, prossimo a morire, fece testamento e dotò il monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa con tutte le sue terre annesse, con giurisdizione sui coloni del castello e con il numeroso gregge che apparteneva alla moglie Gaitellina, riservando ai suoi eredi il diritto di presentare la badessa dopo la morte di Altruda, ecc.. Il documento d’epoca Normanna, datato 3 maggio 1130, riguarda il conte di Roccagloriosa Manso o Mausone o Manzo, figlio del conte Normanno Leone, che nel 1130, prima di morire, fece una donazione al Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa. Padre Agatangelo Romaniello (16), parlando della sua Roccagloriosa in un suo pregevole scritto, scriveva in proposito: “Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo, il quale il 3 Maggio 1130, prossimo a morire, fece testamento e dotò il monastero con tutte le sue terre annesse, con giurisdizione sui coloni del castello e con il numeroso gregge che apparteneva alla moglie Gaitellina, riservando ai suoi eredi il diritto di presentare la badessa dopo la morte di Altruda. Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. (65)”. L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Il sacerdote Romaniello ricorda la notizia tratta dal Laudisio (….) del testamento del 1130 del conte normanno Manso. Mons. Nicola Maria Laudisio (9), nella sua ‘Synopsi’, scritta nel 1831, sulla scorta dell’Ughelli (11), riferendosi al vescovo Arnaldo, così si esprimeva: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Il Laudisio (….), riferisce una notizia tratta dal Sartorio (….), dall’Ughelli (….) e pure dall’Antonini (….). Dal punto di vista strettamente bibliografico, l’antico documento d’epoca Normanna, datato l’anno 1130, apprendiamo dall’Antonini (5) che fu citato dal Santorio (13). In seguito, nel 1659, la notizia fu ripresa nell”Italia Sacra’ dall’Ughelli (11) e poi in seguito ripreso dall’Antonini (5) e dal Laudisio (9). Il Santorio (13), in ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, nel 1601, scriveva in proposito: “distribuis in inopum necessitates fortunis, ad Sancti Mercurij coenobium confugit, fed urgentibus provinciae praesidis minacibus nuntijs, ne monachorum albo adscriberetur, illico recurrit ad monasterium Sancti Nazarij, ibique deposito cingulo, Christo militare incoepit, vigilatissimus & cibi, femper in procinctu, semper in castris, religionis, pietatis, charitatis, ac demissionis armis tectus cum hoste humani generis dimicare, non mislilibus, eminussue, fed cominus, pede collato, & mucrone fidei terribilis lacessere vel quiescentem, tunditur ab hoste, verbetatur, affligitur, vel illato terrore minatum, nec animo ipse strato succumbit, pedibus nudis, capite intecto, ferox, magnaq; alacritate martem poscens, fruiturque consuetudine multorum Sanctorum Monachorum, & non procul monasterio Sancto Mercurij, cellam in rupe praecelta delegit , dicataque Michaeli Archangelo ara, vitan longe asperrimam, ac laboriosissimam duxit celestium contemplatione conditam: ….”. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’. Paolo Emilio Santorio Casertano (13), che, nel 1601,  nella sua ‘Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii’, parlando dei Monasteri Basiliani, accennava ai luoghi frequentati da S. Nilo da Rossano, ha citato l’antica donazione Normanna ancora prima che ne parlasse l’Ughelli (11). Il Santorio (13), citava l’antico privilegio concesso al Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa dal conte Leone Manso o Mausone o Mansone, signore del luogo e poi ratificato da suo nipote il conte Guidone. Infatti, sulla scorta del ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601, l’Antonini (5), parlando di di Roccagloriosa, nella sua nota (1), riporta la notizia: ….che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) ecc..ecc..”.

Antonini, p. 385

L’Antonini (5), sulla scorta del ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601, parlando di un monastero di Roccagloriosa, nella sua nota (1), riporta la notizia: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Il Monastero (se malamente non penso) era di Benedettini; e di questo la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse. L’avervi S. Nilo, ch’era Basiliano, abitato, e poi fabbricatovi da stesso un romitorio (1), ha fatto ad alcuni credere, che il Monastero fosse stato di Basiliani. Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; e volle che fosse data a Donne moniche; riserbando ai suoi eredi il diritto di presentarvi la Badessa dopo la morte d’Aldruda sua sorella, che allor egli nominò per la prima. Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso;”. L’Antonini (…) poi, sulla scorta del Santorio (…), in ‘Historia Carbone Monasterii’, fol. 29,  riporta nelle sue note (1): “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Poi aggiunge alla nota (2), sulla scorta dell’Ambrosio Morales nelle note al Diploma del Re Veremondo, riporta un passo del testamento del Conte Normanno Leone Manso e riguardo al testamento del conte Manso, nella sua nota (2), scrive: “Con titolo di ‘testamento’ soleansi tali donazioni chiamare in quei tempi. “Ambrosio Morales nelle note al Diploma del Re Veremndo: sicuri ce ne fa ) oltre tanti altri) colle seguenti parole: Solemne bis temperibus, e multis postea sequentibus…”, ovvero che all’epoca, per “testamento” si intendeva una donazione. L’Antonini (5), parlando dell’antico documento, scriveva in proposito: “la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse. ecc… (1).” e, nelle sua nota (1), postillava che traeva la notizia dal Santorio: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”.

Nel 7 aprile 1133, Guidone conte di Roccagloriosa e Padula e Alessandro, figli eredi del visconte Manso

Il Conte Leone, oltre a Mansone aveva la figlia chiamata Altrude (sorella di Mansone), che a sua volta ebbe due nipoti: Guidone e Alessandro che il 7 aprile 1133, ratificarono e confermarono il privilegio del 1130. Nel 1133, dominavano sulle nostre terre i due nipoti di Altrude (figlia di Mansone che nel 1130 era conte di Roccagloriosa e di Padula). Dobbiamo indagare sui due nipoti di Altrude: Alessandro nipote di Altrude e suo figlio Guido o Guidone (eredi del conte Mansone). Secondo il ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185, i feudatari di Roccagloriosa (….), che governarono e signori del luogo: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. Dunque, dal ‘Catalogus Baronum’ si evince che dopo la morte di Manso o Mansone, signore di Roccagloriosa e di Padula, nel 1133, gli successero i due suoi figli (nipoti della sorella Aldrude, badessa del monastero feminile di S. Mercurio), Alessandro e Guidone e, dopo di essi la famiglia Morra. Padre Agatangelo Romaniello (16), parlando della sua Roccagloriosa, riferendosi al testamento di Manso o Mansone, in proposito scriveva che: Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. (65)”. L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Dunque il Romaniello scriveva che nell’anno 1133, ai tempi di re Ruggero II d’Altavilla, i signori del luogo (i feudatari di Roccagloriosa) erano Alessandro e Guidone, figli del conte Manso o Mansone, fratello di Aldrude, badessa delmonastero femminile di S. Mercurio. I due fratelli, nel 1133 ratificarono il testamento del padre Manso “per benevolenza verso il vescovo di Policastro Guido”. Il Romaniello, a p….., nella sua nota (65) scrive che copia del documento fu trascritto dal sacerdote Pantaleo Romaniello, suo avo e conservato presso l’Archivio Parrocchiale di Roccagloriosa di cui l’originale esiste presso l’Archivio di Stato di Napoli. La ratifica del testamento di Manso, del 7 aprile 1133 del precedente testamento “Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, “fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio”. Pietro Ebner (7), citava l’antico documento che riteneva però falso. Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni ecc..’, sulla scorta del Ronsini (10), nella sua nota (29), riguardo l’antico documento, parlando di Rofrano e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, a p. 435 scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28 – Ronsini, p. 29), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero anzidetto (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. In questi interessanti passaggi, l’Ebner, sulla scorta delle sentenze e delle liti fra i feudatari e la curia di Policastro chiariva alcune notizie rimaste frammentarie. Ebner, a p. 435, nella nota (27) postillava che: “(27) Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29”. Ebner, a p. 435, nella nota (29) postillava che: “(29) Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso (basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura).”. Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”.”. Dunque, Ebner riteneva il documento del 1133 della ratifica del testamento di Manso falso. Ebner, parlando di Rofrano scrive diverse notizie molto diverse da quelle che sono state dette da Romaniello, dall’Antonini, dal Laudisio. Ebner, cita il Ronsini (10) che, nel suo “Cenni storici sul comune di Rofrano”, a p. 29 citava l’antico documento della ratifica del testamento di Mansone. Il Ronsini (10) che in un suo pregevole scritto, a p. 29, scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Dunque, il Ronsini, parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri di don Placido Tosone, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Infatti, copia dell’istrumento, dell’atto, di ratifica del 1133 del testamento di Mansone è stato più volte citato a riprova negli Atti dei Processi di lite contro i Vescovi di Policastro.  Gli antichi documenti Normanni, riguardando molte donazioni Normanne a diversi Monasteri ed Abbazie del luogo, essendo queste, insieme ai loro beni, date in seguito in commenda, furono citati e oggetto di liti e cause vertenti tra la Curia ed i Comuni limitrofi, come ad esempio la causa vertente e sorta tra l’episcopio di Policastro ed il Comune di Rofrano, citata dal Gaetani (2), da cui apprendiamo del lavoro del canonico Giuseppe Menta (19): “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il Gaetani (2), a p. 154, nota (4) (nota 1), di un suo pregevole scritto, citò la Relazione di Domenico Menta e scriveva: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. (19).

Nel 7 aprile 1133, la ratifica del testamento di Mansone, dei conti Normanni Guido e Alessandro, nipoti di Altruda (figlia di Leone)

L’Antonini (5), nella sua nota (1), di p…., e sulla scorta del ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601, parlando del testamento o “Istrumento”, ….che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo”, aggiungeva: “Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso;”Padre Romaniello Agatangelo (16), parlando di Roccagloriosa, in proposito al testamento del conte Leone, scriveva: Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. “ (65). L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Sempre l’Agatangelo (16), scriveva in proposito: “Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo, il quale il 3 Maggio 1130, prossimo a morire, fece testamento e dotò il monastero con tutte le sue terre annesse, con giurisdizione sui coloni del castello e con il numeroso gregge che apparteneva alla moglie Gaitellina, riservando ai suoi eredi il diritto di presentare la badessa dopo la morte di Altruda. Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. (65)”. L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava che: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. L’Ebner (7), alla sua nota (29), riguardo questo antico documento ed a una lite sorta tra la Diocesi di Policastro ed i Comuni limitrofi, in cui “Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29).”, postillava: “negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso (basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura)” . L’Ebner (7), citava l’antico documento che riteneva però falso. L’Ebner, a p. 435, nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni ecc..’, sulla scorta del Ronsini (10), parlando di Policastro e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (…). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (10, Ronsini, p. 29), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29).”, ed aggiunge che poi in seguito “Nel 1133, i nipoti del conte Mansone lo confermarono”. Ulteriori utili riferimenti storiografici, li ritroviamo nella Relazione di De Micco (18 – Fig. 13), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa, di cui parleremo. Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, che riporta un estratto di una sentenza del 1600, scrive che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; veniva nel giudizio solenne del 1434, …innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – prout in quodam privilegio testamenti seriosius continetur.”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone, confermarono e ratichificarono detto testamento. E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘ sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”Nella Relazione del De Micco (18 – Fig. 11), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, TorreOrsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa, ove si scrive a p. 1, che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone e Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130.”, poi De Micco prosegue con la conferma dal testo in latino: “Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansonis nostri avi, …..”.

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Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) Gaetani Rocco, La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento. In particolare il Gaetani, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (…) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (..). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385. ; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

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(3) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323. Il Cappelli, nelle sue note a p. 345, dice: nota 20: Di Luccia P.P., op. cit., pp. 8; 3 (5.  Il Cappelli, nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Riguardo il Monastero di S. Elia, citato dal Robinson, abbiamo visto che viene citato in un testo di Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Rodotà, scrive: S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”. Del Monastero di Carbone, poi ne parla anche il Santonio P.E., “Il monastero di Carbone”, Napoli, ed. Pellizzone, 1859 (…). Il Monastero di Carbone è stato uno dei più famosi Monasteri basiliani in Italia. In sostanza, secondo il Cappelli (…), il collegamento con il documento Normanno (…), è S. Nilo che abitò in questo Monastero basiliano del Carbone del Bosco e poi passò a vivere nell’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – a cui è collegato il documento (…), pubblicato dal Trinchera (…). Il Cappelli, nella la nota 21 dice: Trinchera F. (…), p. 80; poi alla nota (22), il Cappelli, scrive: “Laudisio N.M. (9), p. 73.”. Il Cappelli, nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Sul Monastero di Centola si veda p. 398.

(4) Natella P. Peduto P., Pyxous – Policastro, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.;

Gay Jules, L'Italie_méridionale_et_l'empire_byzantin,

(…) Gay Jules, L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, ed. Albert Fontemoing, 1904, vedi p. 524 sulla distruzione di Policastro e la traduzione a Nicotera. Successivamente tradotta in Italia, Firenze, 1917, ed. Libreria della Voce, p. 491 (citato da Ebner).

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(…) Gay Giulio, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, ristampa e presentazione a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, Lecce, 2011, p. 253  (Archivio Storico Attanasio); riguardo la diocesi di …………….., si veda dello stesso autore Gay I., Les Diocèses de Calabre à l’epoque byzantine, in «Revue d’Histoire et Littérature Religieuse», V (1900), p. 253.

(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

(5) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio ‘de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(Fig. 8) Capitolo XI del manoscritto inedito di Luca Mannelli, conservato alla BNN (11).

(6) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (2), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.

(7) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; Si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(8) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377. Si parla della Chiesa Paleocastrense e vi sono accenni a Pietro da Salerno. Egli cita l’Ughelli, op. cit. (18), che pubblicava lettere e titoli dell’epoca in cui si parla di Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”.

(9) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos his-torico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831. Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda in proposito anche Visconti G.G. (a cura di), op. cit. (9 bis)

(9 bis) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.  Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p…. (testo in latino) e p. 74 (la traduzione del Visconti del testo in latino), p. 74.

(10) Ronsini D. A., Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stab. Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Sala Bolognese, 1981, p. 19 e s.; il Ronsini, pubblica l’antico documento di donazione del 1131 nel ‘Documento A’, p. 69. Il Ronsini (10), a p. 29, scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel ‘Libro di memoria’.”.

(11) Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum), p. 542 e da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi ‘Paleocastren’ e riporta la notizia dell’elevazione a Contea di Policastro. Il Cappelletti (54), cita l’Ughelli e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”Riguardo il vescovo Arnaldo, successore di Pietro, ne parla a p. 789 e s. e per tutti i suoi successori.

(12) Giustiniani L., Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, Tomo VII, p. 225 e s. su Policastro e su Torre Orsaja e Castelruggiero, si veda Tomo IX, p. 215 e s.

(13) Santoro P.E., Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601,  foll. 29-30. L’Antonini dice nelle sua nota (1) che dal Santorio: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’.

(14) Richard e Giraud, Dizionario universale delle Scienze Ecclesiastiche, opera compilata dai padri…, Napoli, 1848, ed. Stab. Tip. Batelli: su Policastro: p. 679.

(15) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952.

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(16) Agatangelo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986

(17) Di Meo A., Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1803, Tomo VIII, p. 179 e s.; riguardo le notizie intorno al Vescovo Arnaldo, si veda: Di Meo Alessandro, che nel Tomo IX, p. 164 e s., dove, parlando dell‘”anno di Cristo 1110, IND. III. B.”, ci parla di dell’Ughelli (18) e dell’antico documento Normanno dove è citato il vescovo Paleocastrense Arnaldo.

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(18) (Fig. 7) De Micco Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – Relazione nella Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, TorreOrsaia e Castelruggiero, anche resistenti, Nella Corte di Cassazione di Napoli, Napoli, ed. Tipografia di Gennaro M. Priore, 1895.

(19) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (2), a p. 154, alla nota (4) (nota 1), scrive in proposito al documento: “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96 (…) che, trae le dette notizie e questo documento dal Canonico Giuseppe Menta. Il Gaetani, op. cit. (2), p. 154, nota (4) (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (2), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (2), ma il Laudisio (9), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare  gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (….), scrive in proposito a p. 93 (…): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”.

(20) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. L’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(21) D’Amico Vincenzo, I Bulgari trasmigranti in Italia nei secoli VI e VII dell’era Volgare, Campobasso, 1933, p. 44.

(22) Mazziotti Matteo, La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972, p. 114.

(23) Acocella Nicola, Salerno medievale ed altri saggi, p. 485; Si veda pure Acocella N., Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, struttura amministrativa e agricola, Parte II, Salerno, 1963, p. 86 e s.

(24) Ventimiglia, Memorie storiche del Principato di Salerno, si veda pure dello stesso autore: Memorie storiche dei casali del Castello dell’Abate, Napoli, 1827.

(25) Lo Curto V., Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002

(26) Guzzo Angelo, Da Velia a Sapri – itinerario costiero tra mito e storia, ed. arti Grafiche Palumbo, Cava de’ Tirreni, 1978

(27) De Giorgi Cesare, Da Salerno al Cilento, Firenze, 1882, ristampa ed. Galzerano, p. 94.

(28) Caruso G.B., Memorie istoriche di quanto è accaduto in Sicilia, Stamperia Gramignani, Palermo, I, 1787, parte II, vol. I, p. 122.

(29) Volpe Giuseppe, Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa anastatica della I edizione, ed. Ripostes, Atripalda (AV), 1998, Cap. X, e vedi p. 117

(30) Ugo Falcando, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri

(31) Barrio Gabriele, De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s.

(31) Alfano G. M., Istorica descrizione del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1823, p. 135

(32) Matthew D., I Normanni in Italia, ed. Laterza, Bari, 1992

(33) Urso C., Adelaide del Vasto, stà in Con animo virile, donne e potere nel Mezzogiorno medievale (secoli XI-XV), a cura di Patrizia Mainoni, ed. Viella, Roma, 2010, p. 58 e s.

(34) Fazello Tommaso, Storia di Sicilia, II, 7, 1-3, pp. 52,55,56, si veda anche Alessandro di Telese, Storia di Ruggero II, I, 2.

(35) Cervellino L., Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per la sua retta Amministrazione, Napoli, 1776, p. 113, si veda per l’Università di Rofrano.

(36) Rocchi A., De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, dove si trova il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio).

(37) Erich Caspar, Roger II. (1101-1154) und die Grundung der normannisch-sicilischen Monarchie, Innsbruck, 1904

(38) Ferdinand Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicilie, I-II, Paris, 1904

(39) Paul Fridolin Kehr, Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 (rist.), pp…..; (nota della Follieri): come informa F. Schneider, Neue Dokumente vornehmlich aus Sud-italien, stà in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 16 (1914), p. 1-54, precisamente p. 6;  Paul Fridolin Kehr, Italia pontificia, sive Repertorium privilegiorum et litterarum a Romanis pontificibus ante annum MCLXXXXVIII Italiae ecclesiis, monasteriis, civitatibus singulisque personis concessorum Regesta Pontificum Romanorum , ristampa, ed. Weidman, 1962

(40) Schneider Fedor, (nota della Follieri), come informa F. Schneider, Neue Dokumente vornehmlich aus Sud-italien, stà in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 16 (1914), p. 1-54, precisamente p. 6.

(41) Collura Paolo, Appendice al Regesto dei diploi del Re Ruggero compilato da Erich Caspar, in Atti del Congresso Internazionale di Studi Ruggeriani, Palermo, 1955, pp. 545-625, sotto il num. 36 (pp. 572-574)(da usare con cautela per le molte imprecisioni, postillava la Follieri).

(42) Horst Enzensberger (citato dalla Follieri),

(43) Carlrichard Bruhl (citato dalla Follieri),

(44) Minisci Teodoro, Ieromonaco, Santa Maria di Grottaferrata. La Chiesa e il monasero, Badia Greca di Grottaferrata, 1955

(45) Giovannelli G., Grottaferrata, 1955; si veda pure: Giovannelli, vita di S. Nilo,

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(46) Borsari S., Il monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia meridionale prenormanna, ed. Nella Sede dell’Istituto, 1963

(47) Codice Crypt. Z. δ. XII. E’ la Follieri (6), op. cit., a p. 49, ci dice che ci informa di questo antico codice. Il Codice Criptense del Cardinale Bessarione è un codice bombicino (in seta) e manoscritto in cui si trova il cosiddetto “Regestum Bessarionis”. Una specie di Platea o inventario fatto redigere dal Cardinale Bessarione, commendatario dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati), in cui venivano inventariati i beni usurpati all’Abbazia: “Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (2)..  Nella sua nota (2), la Follieri ci parla di padre Rocchi (11), che lo pubblicò. Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (6), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (11), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (26). Il Rocchi (11), che pubblicò il ‘Regestum Bessarionis’, contenuto nel  codice Crypt. Z.δ.XII, nel suo scritto a p. 513 è scritto: “CODEX DECIMUS SECUNDUS Z. δ. XII. Cod. ms. bombycin. saec. XV, costans foliis 98, quorum duo priora sunt membran. longitud. metri fere 0, 27, latitud. 0, 21, exaratus bono et nitido charactere, jussu D. Nicolai Perrotti ep. Sipontini, in Monasterio Cryptaferratae Vicarii Cardinalis Bessarionis, abatis Commendatarii perpetui. Scribi autem liber coeptus est d. XXVIII mensis Augusti an. MCDLXII, uti legitur in proemio. Initio autem libri appacta est imago ipsius Card. Bessarionis, quae ex antiqua tabula Biblioth. Vatic. curante Stephano Borgia a secretis Sacrae Congr. de Propaganda Fide an. MDCCLVII, aere cusa est. Porro Platea codex inscribitur vel etiam Regestum Bessarionis quorumcumque et ubique existentium Abbatiae Cryptoferratensis bonorum. Fol. 62. Veniunt pone Diplomata quae omnia sunt ‘pontificia’, praeter unum regium.”. Stiamo cercando la sua versione digitale e on-line sul sito della Biblioteca Apostolica Vaticana, dove esso probabilmente è conservato. La Follieri, ci informa che di questo codice ce ne parla Concetta Bianca (21), op. cit., in un suo pregevole studio sull’Abbazia di Grottaferrata. Purtroppo, la Follieri, ci informa che sia il documento autentico che quello di cui parlava il Ronsini che diceva conservato al Comune di Rofrano, non si trovano. La Follieri, scrive che: Il Cardinale Bessarione, non appena Papa Pio II gli ebbe affidata in commenda il monastero di S. Maria di Grottaferrata (28 Agosto 1462), si preoccupò di difendere e richiamare “i diritti della Badia sui possessi conculcati o usurpati” (1). Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (11). Lo stesso Bessarione dispose che si eseguisse una traduzione latina sia del testo greco sia delle iscrizioni dei sigilli di ‘nonnula iura et monimenta’: ci è così pervenuto il ‘transsumptum in pubblicam fornam redactum’, in versione latina, di un crisobollo greco concesso dal re normanno Ruggero II all’abate ‘Sanctae Dei Cryptaeferratae Domino Leontio’ nell’aprile dell”annus mundi 6639, indizione IX (= aprile 1131). Detto transunto fu eseguito in Roma il 16 novembre 1465 dal notaio ‘Henricus de Goch clericus Coloniensis dioecesis, a richiesta di Domenico de Dominicis vescovo di Brescia, referendario e vicario pontificio per Roma e circondario, per incarico del cardinale Bessarione. L’atto del 1465 non è stato tramandato però in originale , ma attraverso la copia autentica eseguita il 13 ottobre 1595 a cura del protonotario apostolico Camillo Borghese, su incarico di papa Clemente VIII e a richiesta di P. Giovanni Ceci, di Tuscolo, procuratore dell’Ordine Basiliano (…). A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…). Il testo del crisobollo fu pubblicato per la prima volta nella monografia che un benemerito erudito locale, il canonico Domenicantonio Ronsini, dedicò alla storia di Rofrano (5). Il canonico Ronsini (5), utilizzò, come egli stesso dichiara (…), una copia conservata nell’Archivio Comunale di Rofrano, esemplata sul documento del monastero di Montesano per Notar Ottone Francesco Martelli di Padula. L’opuscolo del Ronsini, uscito nel 1873 a Salerno, ebbe limitata diffusione: lo conobbe e lo utilizzò il P. Antonio Rocchi nel 1893 (11), ma lo ignorarono sia Erich Caspar (…) sia Ferdinand Chalandon (…). Il documento fu riscoperto da Paul Fridolin Kehr (…),  fu ripubblicato, sulla base del codice Criptense, da Fedor Schneider nel 1914 (15). Esso è registrato nell’appendice al Caspar redatto da Paolo Collura (16), ed è stato uilizzato sia da Horst Enzensberger nel suo lavoro sulla cancelleria e i documenti normanni dell’Italia meridionale e della Sicilia (17) sia da Carlrichard Bruhl, nella sua monografia sui documenti del Re Ruggero II (18). Recentemente lo ha ripubblicato, nelle sue preziose opere sulla storia economica ed ecclesiastica del Cilento, Pietro Ebner (3).. Del codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII), e del “Regestum Bessarionis”, ne ha parlato anche il Breccia (30) in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che l’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (30), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. “I documenti pontifici per Grottaferrata, si possono suddividere in due grandi famiglie. Prima di tutto vi sono infatti quelli di cui si curò inizialmente la copia presso il monastero stesso: il vero e proprio ‘Bullarium Cryptense’, rappresentato da un capostipite della metà del secolo XV – il cosiddetto ‘Regestum Bessarionis’, attuale codice  Crypt. Z. δ. XII, ff. 68-89 – e dal suo apografo, posteriore di circa 200 anni, oggi conservato nell’archivio della Badia con la segnatura 523. Entrambi questi manoscritti vennero poi utilizzati da Pietro Menniti per la redazione del ‘Bullarium Basilium‘ all’inizio del XVIII secolo (2), come pure per le copie sciolte oggi all’Archivio di Stato di Roma (3). La seconda e più numerosa famiglia è rappresentata invece dai documenti dell’Archivio Segreto Vaticano, rintracciati grazie allo schedario Garampi (4). Si tratta di più di 30 originali tramandati nelle varie serie dei ‘Registri’, cui ne vanno aggiunti altri tre compresi nei volumi dei ‘Diversa Cameralia’ e una copia isolata in un formulario del XV secolo (Arm. LIII): in tutto 38 documenti, soltanto 2 dei quali compaiono anche nei testimoni del ‘Bullarium Cryptense’ (5). Vengono elencati in ordine cronologico i documenti pontifici riguardanti il monastero di Grottaferrata emanati dall’epoca della sua fondazione ad opera di S. Nilo di Rossano (1004) fino alla concessione in commenda da parte di papa Pio II al cardinale Bessarione (1462)(6). Dunque vediamo cosa dice il Breccia nelle sue singole note dalla (2) alla nota (6): la nota (2): Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, vol. 32. Che il Menniti si sia servito sia dello Z. D. XII che del ms. 523 è provato dalle note apposte in margine al suo ‘Bullarium Cryptense’; nella  nota (3), scrive: Segnatura: Congregazioni religiose maschili. Basiliani di S. Basilio, busta 297, 2. Per uno sguardo d’insieme su questa prima famiglia dei documenti pontifici per Grottaferrata, cfr, infra, Tabella 1; nella nota (4), scrive: Cfr. infra, Tabella 2; nella nota (5), scrive: si tratta infatti dei nostri nn. 34 e 48 (rispettivamente Urbano IV, 1262 marzo 17: Reg. Vat. 26, f. 15v = Z-δ. XII, n. 19, f. 87v = ms. 523, n. 16, f. 23 = Fondo Basiliani, vol. 32, pp. 46-48, e Clemente VI, 1347, agosto 23: Reg. Vat. 180, f. 244v =  Z. δ. XII, n. 11, ff. 79v-81r = ms. 523, n. 8, ff. 11v-14r = Fondo Basiliani, vol. 32, pp. 64-69) per i quali cfr. infra a suo luogo; nella sua nota (6), scrive: Il regesto quì presentato è stato compilato essenzialmente sulla base dei vari testimoni della citata raccolta criptense e su quanto è stato possibile rinvenire nell’Archivio Segreto Vaticano grazie soprattutto allo ‘Schedario ‘Garampi’, ecc..ecc..”. Per la consultazione dei documenti all’Archivio Segreto Vaticano, si veda: ‘Sussidi per la consultazione dell’Archivio vaticano: lo schedario Garampi, i Registri vaticani, i Registri lateranensi, le “Rationes camerae”, l’Archivio concistoriale’, Nuova ed. riveduta e ampliata / a cura di Germano Gualdo Città del Vaticano : Archivio vaticano, 1989.

(48) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifii per il monastero di Grottaferrata, ed. Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch – e-book, estratto a stampa da RM; si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure dello stesso autore Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228, oppure Nuova Serie, vol. XLV, 1991, Luglio-Dicembre (Archivio Storico Attanasio).

(49) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988, pp. 49 e s.; si veda pure: Follieri E., Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461 (Archivio Storico Attanasio).

(51) Cervellino L., Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per la sua retta Amministrazione, Napoli, Stamperia di Vincenzo Manfredi, 1776, si veda da p. 113 a p. 121, nel Cap. XII, ‘Della Bonatenenza‘, ci parla del titolo di Rofrano.

(52) Mabillon Jean, Annales Ordinis S. Benedicti, Parigi, 1703,

(53) Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1947.

(54) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo il ‘Centaurino’, si veda il Capo VI, da p. 302 e s.

(55) Borrelli C., Catalogo dei Baroni, in Appendice al ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, Napoli, 1653.

Guillaume P.,

(56) Guillaume P., l’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, Cava dei Tirreni, 1876. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (19), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (19), venne pubblicato dal Guillaume (4). Si veda pure: Shipa M., Storia del Principato longobardo di Salerno, sta in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane, 12, 1887. Si veda pure: Natella P., Peduto P., ‘Pyoxus – Policastro’, stà in “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1973, Anno LIII, p. 512. Riguardo questo periodo e a Policastro, gli studiosi Natella e Peduto (4), sulla scorta del Keher (39) (vedi nota (70) che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I). Pietro Ebner, op. cit. (…), nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(57) “Restaurazione della Diocesi di Policastro, centri che la costituiscono, confini, beni.”, o la nota lettera episcopale detta “Bolla di Alfano I”, datata anno 1079 – lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I. L’esemplare conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, così di seguito collocata: “Sezione Documenti antichi, Cartella I, dalle origini al 1400” (secondo quanto ci ha riferito l’attuale Bibliotecario D. Pietro). L’Ebner (11), colloca l’esemplare (forse quello conservato all’Archivio Diocesano di Salerno): “bolla a. 166 /67”. L’antico documento, è citato in Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 (rist.), pp. 371-372. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno ‘Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss., V, col. 219 e seq. “Alphanus Archieps An. 1080.”. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i Fragmenta del Codice Amalfitano, dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno Alphanus Archieps An. 1080.“. Per la sua copia conservata all’ADP, si veda anche Laudisio N.M., op. cit. (4), nota (35) del testo del Visconti, p. 13 (testo in latino) e pp. 70-71 (la traduzione del Visconti del testo in latino). Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda pure Porfirio P., ‘Policastro’, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539. Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s.; Archivio dell’Abbazia della Ss. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.; Annales cavenses, a cura di F. delle Donne, Roma 2011, pp. 36-45, sub ann. 1097, 1106, 1110, 1118, 1123. P. Guillame, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371; P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in Scritti in memoria di Leopoldo Cassese, Napoli 1971, pp. 3-32; Id., Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma 1979, pp. 243 s.; G. Vitolo, Cava e Cluny, in L’Italia nel quadro della espansione europea del monachesimo cluniacense. Atti del Convegno internazionale di storia medioevale (Pescia… 1981), Cesena 1985, pp. 199-220, stampato anche in G. Vitolo – S. Leone, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del Codex diplomaticus Cavensis, Salerno 1983, pp. 35-44; H. Houben, L’autore delle Vitae quatuorum priorum abbatum cavensium, in Studi medievali, s. 3, XXVI (1985), pp. 871-879 poi ristampato in Medioevo monastico meridionale, Napoli 1987, pp. 167-175; G. Vitolo, La badia di Cava e gli arcivescovi di Salerno tra XI e XII secolo, in Rassegna storica salernitana, VIII (1987), dicembre, pp. 9-16; M. Galante, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; J.M. Sansterre, Figures abbatiales et distribution des rôles dans les Vitae quatuorum priorum abbatum Cavensium (milieu du XII siècle), in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age, CXI (1999), 1, pp. 61-104; V. Loré, Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151.  Il Cataldo (36), scriveva: “Questo documento storico (di cui esistono copie manoscritte nella Curia Vescovile di Policastro, una delle quali fu autenticata dal Vescovo Andrea De Robertis, con bollo a secco e firmata da lui e dal Can. Matteo Lombardo, Cancelliere, in Lauria il 20 gennaio 1745) proviene da un’antica pergamena della Curia Arcivescovile di Salerno, donde fu tratta copia nel 1737. In calce alla copia, vistata dal De Robertis, si legge: “Ab Archivio Mensae Episcopalis Salernitanae, et signanter a quodam antiquo Regestro in carta Pergamena scripto, inibi sistente, exhacta est praesens copia & meliori & et ad fide ego Clericus MATTHAEUS Episcopus Pastor Salernitanus, Apostolica Auctoritate pubblico Notarius in Archivio Romano descriptus , et CURIA ARCHIEPISCOPALIS SALERNITANAE Ordinarius ACTORUM MAGISTER, requisitis signavi & Salerni, 14 Octobris 1737. (Adest signum Notarii praedicti).”. Recentemente B. Moliterni, Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXXIX (2013), pp. 5-36 (29), sostiene che la copia più antica dell’originale della Lettera Pastorale di Alfano I è del XII sec., è conservata nel Manoscritto Vaticano Patetta (coll.: Ms. vat. Patetta 1621)(28) e, risale già al XVIII secolo (Fig. 8). Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s., che si può consultare e scaricare gratuitamente collegandosi al sito della Biblioteca Apostolica Vaticana: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Patetta.1621 (28). Dell’antico documento, il canonico Giuseppe Cataldo, lo pubblicava a pp. 129 e 130, in un suo pregevole studio rimasto inedito.

(58) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i Fragmenta del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Si veda sempre dello stesso autore ‘Antiquitate Italiae medii aevi’, Milano, 1741, Tomo IV, diss. XIX, col. 219 et seq., ‘Alphanus Archieps An. 1080′. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi, secondo cui è il Muratori che parla della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori, ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”.

(59) Ugone Abate di Venosa, Vitae quatur priorum abbatun Cavensium: Alferium, Leonis, Petris et Constabilis, manoscritto sulla vita di Pietro, verso il 1140, scritto in latino e tradotto in italiano dal Ridolfi sul finire del ‘500 (20). Si veda pure Guillame P., Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa.

(60) Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (59), venne pubblicato dal Guillaume (56).

(62) Moliterni B., Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXXIX (2013), pp. 5-36 (Archivio Attanasio). Recentemente il Moliterni, sostiene che la copia più antica dell’originale della Lettera Pastorale di Alfano I è del XII sec., è conservata nel Manoscritto Vaticano Patetta (coll.: Ms. vat. Patetta 1621)(61).

(63) Pietro Pappacarbone, nacque da nobile famiglia longobarda di Salerno. Pietro, nipote del primo abate Alferio I, dopo una permanenza a Cluny e la rinuncia al vescovado di Policastro, era abate di S. Arcangelo nel Cilento nel periodo tra l’agosto 1067 e il gennaio 1072, quando si andava affermando la congregazione cavense che riceveva in dono dal principe Gisulfo II altri monasteri. Richiamato a Cava in un periodo antecedente al mese di gennaio del 1073, Pietro venne nominato prima decano e poi, nel novembre 1078, abate della Santissima Trinità di Cava. Resse le sorti del monastero per ben 45 anni, modellando la congregazione cavense su quella di Cluny, pur senza dipendere minimamente da essa. Nel 1092 papa Urbano II, di passaggio da Salerno, fece visita all’abate Pietro che aveva conosciuto a Cluny, e consacrò la basilica. Morì il 4 marzo 1123 ed il suo corpo fu seppellito nella grotta Arsicia alla destra di sant’Alferio. Dal 1911 le reliquie del santo furono deposte sotto l’altare maggiore della basilica della Badia di Cava de’ Tirreni. Nel 1874 una reliquia del Santo fu donata dalla Badia di Cava alla diocesi di Policastro. La reliquia, conservata attualmente nella Cattedrale di santa Maria Assunta a Policastro Bussentino fu ricevuta dal vescovo di allora Mons. Giuseppe M. Cione, che tanto si era interessato per ottenerla.

(64) Fittipaldi W., La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016

(65) Aromando G. – Falcone Giovanna, Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017.

(66) Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1947.

(67) Vassalluzzo M., Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975 (Archivio Storico Attanasio).

(68) Volpi G., Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.

(69) Di Romualdo Guarna o Warna e del suo “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, si veda il Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani), Napoli. Scrive il Del Re nel suo ‘Proemio’ al “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, di Romualdo Guarna: Scrisse adunque il nostro Arcivescovo, oltre ad alcune opere ecclesiastiche, la storia delle nostre regioni, e prese origine dalla creazione del mondo. Il primo a dare in luce alcuni brani di questa Chronica fu il Baronio, il quale fu imitato da Felice Contilori, che ne pubblicò un altro piccolo brano: dal 1173 al 1178. Venne terzo il Caruso, e quella parte ne tolse che più aveva relazione con la Sicilia: dal 1159 al 1178. Ultimo fu il Muratori, il quale avrebbe pubblicato tutto quel tratto che discorre dal 926 al 1178, se il dotto uomo Giuseppe Antonio Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana ecc…”

(70) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), R. Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Storico Attanasio).

(71) Schipa M., Storia del Principato Longobardo di Salerno, stà in ‘Archivio Storico per le Provincie Napoletane’, vol. XII, 1887, il volume originale molto raro, si può consultare presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, collocato: R.G.Storia.IV.15928; il testo (senza le note) è stato ristampato da Ripostes, con il titolo ‘Il Mezzogiorno d’Italia- Ducato di Napoli e Principato di Salerno’, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, 2002 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Schipa M., Il Principato Longobardo di Salerno, si veda p. 202 e s.; stà in Hirsch F.- Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(72) Hirsch F., Il Ducato di Benevento, stà in Hirsch F. – Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(73) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1802, Tomo VIII, p. 359, riguardo la Bolla di Amato, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”.

(77) Balducci A., L’Archivio Diocesano di Salerno – Cenni sull’Archivio del Capitolo Metropolitano, Collana Storico Economica del Salernitano – Fonti IV, ed. a cura della Società Salernitana di Storia Patria, Parte I, Salerno, 1959, pp….. (Archivio Storico Attanasio).

(78) Il cronista Normanno Raoul di Caen o Jumiegès. Caen Rodolfo (Raoul de Caen), cronista dell’epoca Normanna, autore dell’opera: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’ (ma nota fino ad ora come ‘Gesta Tancredi’). Per l’opera di Caen, si veda Guizot M., Collection des memoires relatifs a l’Historire de France – Notice sur Raoul de Caen et Robert Le Moine – Faits et gestes du Prince Tancrede, Paris., ed. Chez J. – L-J. Briere, 1825, p…..Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen (13), lo chiamaMarchisio’. Caen è citato da alcuni studiosi tra cui il Musca (..); si veda The Gesta Normannorum Ducum of William of Jumièges, Orderic Vitalis and Robert of Torigni, edited and translated by Elisabeth M. C. Van Houts, Clarendon Press, Oxford, 1995. Si veda pure: ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562. Si veda pure: Histoire de Tancrede, par Raoul de Caen, stà in Collection des memoires, di M. Guizot, Paris, 1825.

(79) Racioppi Giacomo, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Deputazione di Storia patria per la Lucania, ed. Loescher, Roma, 1889; si veda la ristampa anastatica dell’edizione di Roma (2° ed.) del 1902, della Deputazione di Storia Patria per la Lucania, 1970, vol. II, p. 69. Nel mio studio per il P.R.G. del Comune di Sapri (1), alla nota (71) scrivevo del Racioppi sull’antico documento che diceva: “Ma io dubito dell’autenticità di questa carta”. Citavo il Racioppi anche nel mio studio: ” I Villaggi deserti del Cilento”, stà nella rivista ‘I Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13.

Il possedimento di Cannamaria (Centaurino)

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archi-vistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. 

La tenuta del Centaurino

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, in proposito scriveva che:  “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) ecc…”. Ebner, a p. 435, nella nota (31) postillava che: “(31) Cfr. la Tav. 21 in Ebner, Economia e Società, cit. II.”. Infatti, Ebner, nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p……, propone la Tav. 21 dove è illustrato “21. Rofrano. Pianta dei molini, trappeti e fiumi”. Nel vol. II troviamo anche un’altro disegno manoscritto “22. Rofrano: Delimitazione del territorio compilata (1822) su documenti del 1547”

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(Fig. 19) Disegno del ‘700 su Rofrano, tratta da Ebner (3)

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(Fig. 20) Rofrano. Immagine tratta da Ebner (3)

Le nostre terre nel XII secolo e la dominazione Normanna

Nel XII secolo, queste contrade erano dominate dai Normanni e dai parenti di Roberto il Guiscardo che si era impossessato di Policastro. Il Cilento, dopo il periodo Longobardo, nell’anno 1059, fu concesso in feudo a Roberto il Guiscardo da parte del suocero Gisulfo II, Principe di Salerno; nell’anno 1066, passò a Ruggero I figlio di Roberto; nell’anno 1095, passò a Ruggero II figlio di Ruggero I e a Simone figlio di Ruggero II nell’anno 1152. I feudatari di Roccagloriosa (3), che governarono e signori del luogo: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. L’Ebner (7), scriveva al riguardo: “Nella ricostituzione generale dei territori del regno, i Normanni conservarono la diocesi con i vecchi confini (notizia del Vescovo Arnaldo nel 1110, benchè politicamente il territorio, da Policastro verso il nord, venisse conservato alle dipendenze del giustiziere del Principato con sede a Salerno). I paesi, però anche linguisticamente continuarono a gravitare verso il Cilento e non verso la Basilicata e la Calabria, tanto meno verso Campagna, la cui diocesi non risponde nessun rilevante criterio geografico e storico-politico.”. Nella Relazione di De Micco (20 – Fig. 11), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa (Arx Gloriosa), si scrive a p. 1, che: ” In sul finire del secolo VI i Bulgari, sulla vetta di una roccia nelle terre da essi occupate, costruirono un castello ed indi una Chiesa in onore della Beata Vergine Assunta in Cielo da cui il paese, che posteriormente vi surse, prese il nome di Roccagloriosa (Arx Gloriosa) ed i monaci Benedettini vi fondarono un Cenobio dal titolo di ‘S. Mercurio’ (1 – Antonini p. 385). Roberto il Guiscardo assegnò il territorio col castello al Conte Leone di stirpe Normanna, il quale trasformò il Cenobio in tre monasteri di donne dello stesso ordine Benedettino. Il Conte Mansone, figlio del detto Leone, riunì in un solo i tre sodalizi, serbando il primitivo titolo di S. Mercurio. Indi esso Conte Mansone, con testamento del 3 maggio 1130 per notar Cioffi, legò diversi territori ‘in piena proprietà e dominio’ alla figlia ‘Altruda’, la quale si fece monaca in detto Monastero, ed ‘allo stesso Monastero’. Ecc…ecc..” (20)(Fig. 11). In questo saggio, parlerò di un documento che riguarda il Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, i signori del luogo Normanni ed alcune loro donazioni.

Carta del Cilento

(Fig. 2) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (2), conservata all’Archivio di Stato di Napoli

GE AA-1305 Feuille 6

(Fig. 3) Altra carta del Cilento, simile a quella da noi scoperta. Si trova conservata alla Biblioteca Nazionale di Francia

Il Centaurino

Il Monte Centaurino prende il nome dalla cima più alta in cui gli antichi scorgevano la forma di un piccolo Centauro (mostro della mitologia greca, con testa e busto umano groppa e zampe di cavallo). Il Monte Centaurino prende il nome dalla cima più alta in cui gli antichi scorgevano la forma di un piccolo Centauro (mostro della mitologia greca, con testa e busto umano groppa e zampe di cavallo). In un testo del Comune di Sanza, leggiamo che: “Il Centaurino è attraversato da numerosi corsi d’acqua, tutti affluenti del fiume Bussento e da molti altri torrenti e fontane, quali Vallone della Giumenta, Vallone Rosso, Vallone Persico, Fontana del Panniere, Fontana La Rosa, Fontana del Curillo. Il fiume assume un aspetto particolarmente suggestivo nelle località Ponte l’Abate, caratterizzato da un ponte di origine medioevale, la cui costruzione è da attribuire ai predecessori degli abati della ‘Badia di San Pietro Apostolo’. Il ponte aveva la funzione di collegare, attraverso la ‘strada regia’, Sanza a Caselle in Pittari e il sentiero di Brancato che conduce al vecchio mulino comunale, di cui si possono ammirare i ruderi, tra i quali le due grandi macine di pietra nelle quali veniva convogliata l’acqua del fiume Bussento, che alimentava il Mulino e le Ferriere.”. Il Monte Cervati ben delineato tra Cozzo della Croce, Monte Forcella, Monte Motola, Monte Faitella e la Raia del Pedale ed il gruppo Monte Centaurino. Il paesaggio assume particolare bellezza nelle località Ponte Inferno e Varco dell’Abete, che è il nome dell’albero omonimo. In vetta al Monte Cervato, le fasi tettoniche quaternarie hanno lasciato diverse tracce, forme interessanti si rilevano appena a est del Santuario della Madonna della Neve, ove si apre una cavità di origine carsica che è la dimora della Madonna della Grotta. Nel 1882, il noto geologo Cosimo De Giorgi (4), nel suo ‘Da Salerno al Cilento’, parlando della Valle del Mingardo e della Valle del Bussento, descrive alcuni luoghi che lui direttamente visitò su incarico del Real Corpo delle Miniere, per redigere la carta geologica del Cilento, sebbene il testo contenesse alcuni errori, come ad esempio il Ronsini (…), viene detto Ronzini, oltre ad alcuni opinabili giudizi sull’indole dei Cilentani ed in particolare sulle nostre contrade, tuttavia il testo di De Giorgi (…), rappresenta un utile complemento per capire la natura orografica del nostro territorio. Ecco cosa scriveva nel Capitolo XI a p. 175: “Partendo da Rofrano, verso Castelruggiero, appena usciti dal paese vedemmo il Monte Centaurino che divide la Valle del Mingardo da quella del Bussento. Questo monte che ha il suo omonimo nella Basilicata , si erge fino a 1432 metri sul livello del mare, ed è tutto coperto di querce, di faggi e di castagni. Profondi burroni solcano i suoi fianchi e da questi ha origine il fiume Bussento. L’aspetto di questa valle è veramente orrido e pittoresco. E’ chiusa, e come incassata, tra le pendici del Centaurino e del Cervati. Questo monte sorge a tramontana del Centaurino e spinge le sue cuspidi bianche fino a 1898 metri di altezza; e manda numerosi contrafforti che nella zona meridionale si chiamano ‘Campi’, Vallivoli’, ‘Rupe Val Palazzo’, ‘Fajatella’ ecc..tutti coperti di boschi. Da questo anfiteatro di monti, scende il Bussento verso l’altipiano di Sanza, gira le falde del piccolo Centaurino, traversa un burrone alla base della ‘Serra piana’, e sempre correndo nel fondo di una enorme spaccatura giunge al Monte Chianello o Pannello, a levante del paese di Caselle in Pittari. Quivi s’interna in una caverna, che pare un traforo da strada ferrata, e si perde nelle viscere del monte. Ecc..”. Il De Giorgi, a p. 167, parlando di Montano, scriveva: “Ad oriente sorge invece il Monte Fulgenti, che ha preso il nome da un paese oggi distrutto. Dietro questo Monte, si apre la Valle del Faraone tributaria di quella del Mingardo, ed in fondo il Monte Centaurino chiude il panorama con le sue pendici grige e azzurrognole. Laurito si vuole surta sulle rovine di Fulgentium, antica città distrutta dai Goti comandati da Alarico, e questo paese inferiore aveva una chiesa di rito greco”. Il Gatta (…), a p. 302 e s, dopo aver parlato di Montesano e Buonabitacolo, scriveva in proposito: “Scorre giù di detta Terra per una profonda Valle un Fiume le cui chiare e abbondevoli acque sgorgando dalle balze del Monte Centaurino (celebre per le miniere di durissimi Macigni) a guisa delle acque del Timauro o dell’Oronte nella Siria, strepitosamente precipitandosi s’ingojano da una sotterranea Spelonca nel territorio della Terra di Casella, e di nuovo sgorgone nelle valli, ….,vanno a butarsi a Mare vicino l’antica Policastro.”. L’Ebner (7), nel suo “Economia ecc..”, dopo aver parlato di un antico documento Normanno dell’anno 1131, la cui copia fu pubblicata per la prima volta dal Ronsini (8), e da lui stesso ripubblicato a p. 498 e s. e poi in seguito ripubblicato anche dalla Follieri (…), a cui peraltro abbiamo dedicato ivi un nostro saggio, nella sua nota (2), vol. I., a p. 496, in proposito ai possedimenti concessi, scriveva: “…la Descrizione precisa dei confini naturali e dei segni artificiali scolpiti su pietre, specialmente di quelli che racchiudevano la vasta tenuta denominata Centaurino, causa di annose liti tra i vescovi di Policastro, per conto del loro seminario, e i comuni di Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza, le cui terre confinavano con il Centaurino, che aveva preso nome ‘a fonte Centaurini’.”. Esaminando attentamente l’antica carta del Cilento da noi rintracciata all’Archivio di Stato di Napoli (2), illustrata nell’immagine della Fig. 1, si vedono citati alcuni toponimi locali che ritroviamo anche nell’antico documento d’epoca normanna del 1131, la donazione del Re Ruggero II all’Abbate Leonzio.

Monastero di S. Mercurio

Centaurino 2

(Fig. 5) Particolare della tenuta del Centaurino, tratto  dalla carta illustrata in Fig. 1 (2)

Nel secolo XI, Leone, conte normanno di Roccagloriosa e Padula e, la sua vasta tenuta allodiale del Centaurino o detta di “Cannamaria” (monte Centaurino)

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania -Discorsi”, a p. 385, parlando di Roccagloriosa ci parla anche del monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa accenna alla vasta tenuta del Centaurino ed in proposito scriveva che: Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc….”. Dunque, l’Antonini scriveva che il conte “Leone Signore del luogo” aveva unito i due monasteri di S. Leo e di S. Veneranda in un unico convento claustrale chiamato di S. Mercurio che, come vedremo amministrerà la tenuta allodiale del Centaurino, cioè i vasti possedimenti che erano stati di “Gatullina” e che vennero donati al monastero femminile di S. Mercurio di Roccagloriosa. L’Antonini parlando di Roccagloriosa e accennando al testamento del visconte normanno Mansone, ci parla anche della vasta tenuta del monte Centaurino che egli dice, Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc…”. Inoltre, l’Antonini, riferendosi sempre alla vasta tenuta del monte Centaurino (detta “Cannamaria”), nella nota (1) postillava che: “Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione de’ P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Giovanni a Piro; il di cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto.”. L’Antonini postillava che il Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa non era di padri Benedettini ma era un antico convento di monache, forse di clausura che per lungo tempo fu amministrato (sendo l’Antonini) dai monaci basiliani dell’Abbazia italo-greca di S. Giovanni a Piro, di cui si è parlato in altri miei saggi “la cura, e direzione de’ P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Giovanni a Piro”. Come nasce questa notizia storica ? Inoltre, i vasti possedimenti di “Gatullina” donati dal conte Leone, come ad esempio la tenuta di “Cannamaria” (il monte Centaurino), furono amministrati per lungo tempo dai monaci basiliani del monastero italo-greco di S. Giovanni a Piro ?. Sappiamo che la vasta tenuta di “Cannamaria” era posseduta dal monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa. E’ il testamento del conte Mansone che, nel 1131 prima di morire lasciò a sua figlia o sorella “Altrude” col patto che ella fosse la prima Badessa. Il testamento del 1131 del conte o visconte Mansone fu in seguito confermato dai due nipoti, Guido e Alessandro e dal fratello Landone. Ma sappiamo pure che prima del 1131, prima cioè che il conte Mansone, i possedimenti, già in precedenza erano stati donati al monastero di S. Mercurio dal padre del visconte Mansone, il conte normanno Leone. L’Antonini ci informa che i possedimenti donati all’antico monastero di S. Mercurio e cioè la vasta tenuta allodiale di “Cannamaria” apparteneva alla madre del visconte Mansone chiamata “Gatullina”. Su Gatullina abbiamo poche notizie ma ve ne è una che riguarda la zona di Padula. Andando a ritroso nel tempo, oltre al conte Leone, occupandoci della tenuta di “Cannamaria”, vediamo che questa vasta tenuta allodiale (il monte Centaurino) figura tra i vasti possedimenti che Ruggero II d’Altavilla, re di Sicilia, nel 1130 conferma a Leonzio, Abbate dell’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano. La donazione a Leonzio è un atto, un antico documento manoscritto in greco, del 1130 chiamato “Crisobollo di re Ruggero” di cui ho parlato in un altro mio saggio e riguarda la chiesa di Rofrano, ovvero l’antichissimo monastero italo-greco di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano che nel XII secolo era alle dirette dipendenze dell’omonima abbazia tuscolana fondata da S. Nilo. La prima notizia storica sulla tenuta allodiale di “Cannamaria” risale alle conferme di Ruggero Borsa, intorno all’anno 1080,  quella del cugino Ruggero II d’Altavilla nel 1131 e quella di Guglielmo I detto il Malo, del 1187. Oltre a queste conferme si ha la donazione che re Ruggero II d’Altavilla fece, nel 1131, a Leonzio, Abbate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo che era proprietaria del monastero o Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, nel documento del 1131 chiamato “Crisobollo di re Ruggero”, di cui ho parlato in un altro mio saggio. In questo antico documento che risale all’anno 1131, vengono confermate da re Ruggero II tutte le precedenti donazioni alla chiesa di Rofrano fatte nel 1080 da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e successivamente a re Ruggero II confermate da suo figlio Guglielmo I detto il Malo, di cui parlerò in seguito. E’ molto probabile che la tenuta di “Cannamaria”, che figura nel cosiddetto “Crisobollo di re Ruggero II” sia stato un territorio già donato in precedenza dai principi longobardi di Salerno alla chiesa di Rofrano, forse dal principe Guaimario V, di cui ho pure parlato in un altro mio saggio. La tenuta del monte Centaurino, detta di “Cannamaria”, che ai tempi del Principato Longobardo di Salerno faceva parte dei ricchi e vasti possedimenti di “Gaitellina” nasce come suo possedimento donatogli dal marito, il conte “Leone”, signore di Roccagloriosa e di Padula, come vedremo. Notizie certe e sicure sulla tenuta del monte Centaurino, non ve ne sono tante. L’origine di queste notizie storiche, compreso quella del testamento del conte Mansone dell’anno 1130, dove si parla della sua donazione al monastero claustrale e femminile di S. Mercurio deriva dalle numerose vertenze giudiziarie che nel XV secolo iniziarono a porsi tra la Curia Vescovile di Policastro, i Vescovi succedutisi e le diverse Università come quella di Roccagloriosa e di Rofrano che erano interessati al ricco possedimento e la vasta tenuta. Riguardo il vasto possedimento allodiale detto di “Cannamaria”, la montagna del Centaurino, di cui ho pure parlato in un altro mio saggio, a me pare di aver intravisto alcuni riferimenti storici che possano riguardare le sue origini, nelle parole di Mons. Nicola Maria Laudisio (….) che, nella sua “Sinossi etc..”, a p. 74 (vedi versione a cura di Visconti) riferendosi al casale di Torre Orsaia e Castel Ruggiero, in proposito scriveva che: Come risulta poi da un’antico manoscritto, poichè in un bosco adiacente si vedevano molto spesso degli orsi nelle vicinanze di una torre che vi era eretta, il luogo cominciò ad essere frequentato dai coloni che vi andavano a caccia, e così a poco a poco quel feudo da rustico divenne urbano e prese il nome di Torre Orsaia (53).. Il Laudisio, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Ughell., cit., tomo 7, col. 758 (p. 542: Robertus, Normandus dux, ann. Christi 1065 eam destruxit, quam Rogerius rex magnificentius inde restituit ac comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit)”. Il Laudisio, nella sua nota (53) citava il Troyli, Historia Neapolitana, tomo I, part. 2, n. 66 (pp. 171-172. La vasta tenuta detta di “Cannamaria” (il monte Centaurino) figura nella dote testamentaria che nel 1130, il conte Manso o Mansone dispose il lascito per il rifondato e riunito monastero claustrale di San Mercurio a Roccagloriosa di cui la figlia Altrude divenne Badessa. Il Centaurino figura nel testamento del conte Mansone come bene burgiansatico e allodiale. Questo vasto tenimento, forse era un lascito del conte Normanno Leone e sua moglie Gatullina al figlio erede Mansone. Non si sa. Ma questa vasta tenuta e possedimento feudale viene citato e figura fra i beni che re Ruggiero II d’Altavilla dona all’Abate Leonzio dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, ovvero risulta nel cosidetto “Crisobollo” di Re Ruggero II d’Altavilla, redatto nel 1131 a Palermo. E’ un fatto da verificare e da approfondire come sia accaduto che un bene concesso all’Abbazia Tuscolana, da cui dipendeva quella di Rofrano, possa essere compreso nei beni privati di Mansone, conte di Roccagloriosa e di Padula. Il periodo è più o meno lo stesso. Il bene in questione risulta nella proprietà dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo per concessione di re Ruggero II e risulta pure nella proprietà del monastero di San Mercurio per testamento del conte Mansone. Forse in epoca Normanna, al tempo di re Ruggero II, l’antico Monastero di monaci di San Mercurio a Roccagloriosa dipendesse dal controllo dell’antica Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano che a sua volta dipendeva direttamente dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Con questo antichissimo privilegio, Re Ruggero II di Sicilia confermava le precedenti concessioni fatte all’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (l’odierna Frascati), da cui dipendeva l’antichissima Abbazia di Grottaferrata a Rofrano a cui erano stati concessi detti privilegi. Re Ruggero II, confermava le precedenti donazioni di possedimeni concessi da Ruggero I all’Abbazia di Rofrano. Fra questi posssedimenti vi era una grande tenuta boschiva chiamata il “Centaurino”. 

Nel 1131, re Ruggero II d’Altavilla, con il Diploma detto “Crisobollo” conferma a Leonzio, Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano,  la vasta tenuta del ‘Centaurino’, nel documento detta di “Cannamaria”

Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 33, in proposito scriveva che: “……la concessione fatta ……all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze……, come si apprende dal diploma in greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia. Un interessante documento redatto “in Palatio nostro Palermitano”, con il quale re Ruggiero confermava all'”honorando religioso domino Leontio abati Dei Genitricis Criptae Ferrata” i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo ad interminabili controversie (89). La tuscolana abbazia italo-greca di Grottaferrata era troppo importante perchè i sovrani normanni non ne potessero tollerare nei loro stati una grancia, sia pure economicamente forte come quella di Rofrano. Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita”. L’Ebner, nella sua nota (88), dice che: “(88) Codice Z δ 12 di Grottaferrata, f 88 sgg. A ff 56 e 58 elenco minuzioso di tutti i vasti possedimenti che l’abbazia aveva a Rofrano ai tempi del cardinale Bessarione.”. Di questo codice manoscritto e rinascimentale parlo in un altro mio saggio. L’Ebner, nella sua nota (89), dice che: “(89) V. D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano’, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS = Archivio di Stato di Salerno, è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV = Archivio della Diocesi di Vallo della Lucania) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Dunque, come scriveva l’Ebner, la vasta tenuta del Centaurino, forse già antica e longobarda donazione all’Abbazia di Rofrano, era fra i “i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo ad interminabili controversie (89).”. Pietro Ebner (7), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”,vol. I, a p. 496 ci parla degli “Statuti di Rofrano” ed a p. 498 pubblica la trascrizione del cosiddetto “Crisobollo di re Ruggiero”, tratta dal Ronsini (….). Ebner, a p. 496, in proposito scriveva che: “Prime notizie sicure al diploma  di re Ruggiero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè del 1131, IX indizione (1). Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata (Ebner si riferisce al codice Cryptense Z δ XII), il re confermava all’abate Leonzio di quel cenobio (“tibi onorando religioso domino Leonzio, abbati sanctae Dei genitricis Criptae Ferrate ad nos profecto, ac supplicante (…) ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri, cum omnibus granciis, villis et pertinentiis suis”), le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc…..dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (2).”Ebner, vol. I, a p. 496, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Descrizione precisa dei confini naturali e dei segni artificiali scolpiti su pietre, specialmente di quelli che racchiudevano la vasta tenuta denominata Centaurino, causa di annose liti tra i vescovi di Policastro, per conto del loro seminario, e i comuni di Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza, le cui terre confinavano con il Centaurino, che aveva preso nome ‘a fonte Centaurini’.”. Di seguito pubblico la trascrizione del “Crisobollo” tratta dal Ronsini (….), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, Salerno, 1873, p……, dove possiamo leggere che tra le località ed i possedimenti concessi da re Ruggero II d’Altavilla figurava anche la vasta tenuta del monte Centaurino:

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Nel diploma del re Ruggero II, del 1131, detto “Crisobollo di re Ruggero” figura la vasta tenuta del Centaurino fra le precedenti donazioni confermate da re Ruggero II alla chiesa di Rofrano e di Grottaferrata. Giuseppe Barra (….), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, a p. 23, in proposito scriveva che: “Il re, dunque, confermò anche all'”ecclesiam sanctae marie rofrani sitam in partibus policastri” le sue “grantiis villis et pertinentiis”, e cioè i cenobi ecc…, due case a Salerno, il feudo del “Centaurino” posto tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza (35), ecc…”. Il Barra, a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Cfr. Breccia, p. 220“. Il Barra si riferiva a Gustavo Breccia, p. 220 del suo “Il monastero di S. Maria di Rofrano Grangia Criptense, note storiche”, in ‘Bollettino Cryptense’. La studiosa Giovanna Falcone (14), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127. Nel settembre del 1130 papa Anacleto II, concedendo al conte di Sicilia Ruggero II la dignità regia, fondava il nuovo Regno di Sicilia che includeva, oltre la Sicilia, la Calabria, il ducato di Puglia e le regioni fino a quel momento sottoposte all’autorità dei duchi normanni del Mezzogiorno peninsulare. Molto tempestivamente, quindi l’abate di Grottaferrata si premurò a richiedere al nuovo signore, il re Ruggero, la conferma dei possedimenti di Rofrano che fu concessa nell’aprile del 1131. Il documento è detto crisobollo perchè munito di sigillo d’oro.”.

Le precedenti donazioni del principe longobardo di Salerno Guaimario V, quella di Ruggero Borsa nel 1085, la conferma nel 1131 di re Ruggero II e la conferma nel 1187 di suo figlio Guglielmo I detto il Malo 

La studiosa Giovanna Falcone (14), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127. Etc…”. La Falcone, prosegue il suo racconto e scriveva: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”. Queste notizie erano già state date in precedenza da Pietro Ebner (….) che, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 33, in proposito scriveva che: “E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, …..all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e del figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma in greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) etc…”. Giuseppe Barra (….), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, a p……, in proposito scriveva che: “Pietro Ebner fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino ecc..”. Il Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (3), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, p. 33,  che cita le controversie legali sorte dopo la vendita di alcuni beni dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati). Si tratta di una donazione (diploma come lo chiama l’Ebner o “Crisobollo” come lo chiama la Follieri), fatta da Ruggero II d’Altavilla il Normanno, figlio di Ruggero I e Re di Sicilia, a Leonzio, forse Abbate dell’Abbazia di Grottaferrata a Rofrano. L’Ebner, poi prosegue e riguardo all’antico documento Normanno del 1131, scriveva che:  “Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”.

Nel XV secolo iniziarono le liti pendenti per il possedimento della tenuta allodiale del Centaurino

Alcune notizie  storiche sui luoghi e feudi del basso Cilento ci giungono attraverso alcuni documenti prodotti nelle diverse Cause o liti pendenti dal secolo XV in poi, a seguito degli acquisti dei diversi feudatari succedutisi. Le donazioni e privilegi Normanni di cui abbiamo accennato, furono oggetto di revisione storica ed economica, proprio a causa di quelle liti. Sull’origine di alcune notizie storiche su Rofrano e su Roccagloriosa e, su i suoi monasteri, le origini di un testamento del conte Manso o Mansone, riferita dall’Antonini e dal Laudisio, poi in seguito ripresa dal Cataldo, dal Romaniello ecc…, devo precisare che essa deriva da alcuni documenti che fin dal 1434 furono presentati davanti alla Real Corte della Sommaria per liti pendenti fra le Università del luogo (Rofrano, Roccagloriosa) contro i vescovi di Policastro per le loro indebite usurpazioni, di cui parlerò in seguito. Le liti con la curia vescovile di Policastro ed i Capece e i Tosone. Alcuni di questi documenti che attestano antiche donazioni normanne furono fatte valere nei processi pendenti tra alcuni feudatari che acquistarono alcuni feudi o luoghi contro la curia Vescovile della Diocesi di Policastro che aveva usurpato alcuni beni non ecclesiastici come ad esempio la tenuta allodiale detta di “Cannamaria” (Centaurino) che il vescovo di Policastro Antonio Santonio che, nel 1615 inglobò nei beni del Seminario Vescovile a Roccagloriosa. Come scrisse Pietro Ebner (7), il vasto possedimento del Centaurino, in seguito al passaggio del monastero di S. Mercurio al Seminario della Curia Vescovile di Policastro, diventò oggetto di liti pendenti davanti a diverse corti di giustizia. Diverse furono le cause vertenti dal XVIII secolo in poi, tra la Curia ed alcuni Comuni viciniori, per il possesso di alcuni antichissimi possedimenti dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e di altre Abbazie e Monasteri dei Comuni vicini. Tutti questi possedimenti e privilegi, tra cui anche quella del ‘Centaurino’, si potevano far ricondurre ai primi titoli concessi dai re Normanni ai monaci di alcune Abbazie e Monasteri sparsi sul nostro territorio, poi in seguito, caduti in disfacimento a causa dell’incuria ma soprattutto a causa dell’usurpazione che ne fecero alcuni baroni ed al trasferimento di questi beni alla Curia Romana. Pietro Ebner (…..), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 435, in proposito scriveva che: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31), per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’Università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’Abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il momastero anzidetto (1615). Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che: “(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Riguardo invece le liti tra il Seminario Vescovile di Roccagloriosa e quindi tra la Curia Vescovile di Policastro che ne curava gli interessi contro il Comune di Roccagloriosa, il sacerdote Romaniello Agatangelo (16) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 435 parlando di Rofrano e riferendosi alla lite o processo sorto tra il barone di Roccagloriosa e Rofrano per la nomina dell’Abadessa del Monastero claustrale di S. Mercurio, in proposito scriveva che: Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che:“(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Riguardo questa sentenza, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre posseduto dai monaci, come si rileva da una sentenza (25 ottobre 1434) dell’abate di S. Giovanni a Piro (6).”. Ebner a p. 432, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. Ebner, ibid., I, p. 497, n. 4.”. Però l’Ebner, nello stesso testo, vol. I, a p. 497, non dice nulla in proposito ma parla di Altavilla. Ebner, nella sua nota (6) si riferiva al suo testo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, dove, infatti, a p. 497 parlando degli “Statuti di Rofrano”, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre tenuto dall’Abbazia di Grottaferrata (4), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa e Sanseverino (di Centola) etc…..Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello.”. Ebnner, nel vol. I, a p. 497, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Il 25 ottobre 1434, per sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro (“sententiamus, determinamus, decidemus et definemus ac condemnamus, de concilio multorum peritorum, ut supra dictum Abatem monasterii S. Mariae Gruttae Ferratae contumacem), l’abbazia di Grottaferrata venne condannata (ac homines universitatis Cagnamario) a pagare alla badessa del convento di S. Mercurio di Roccagloriosa ogni Natale ‘uncian in carolenis argenti boni et iusti ponders, sexaginta pro uncia et duobus pro tareno’.”. L’Ebner (7), a p. 435, nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, parlando di Policastro e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, sulla scorta del Ronsini (10), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (Ronsini (…), p. 29), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(…).”. Alla sua nota (27), l’Ebner, scrive che: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo, con il fisco per pagamenti contestati, con il principe di Bisignano per i confini di Sanza, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino.”Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 435, in proposito scriveva che: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31), per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’Università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’Abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il momastero anzidetto (1615). Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che: “(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Riguardo le cause vertenti e sorti tra l’episcopio di Policastro ed il Comune di Rofrano, il Gaetani (….), citava un lavoro del canonico Giuseppe Menta (19): “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano., redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento, citato dal sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici del Comune di Torraca”, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), postillava che: “….il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. (….). Infatti, presso l’Archivio Arcivescovile di Policastro è conservato un testo che il bibliotecario don Mario Scapolatempo mi fece fotocopiare il testo: “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune id Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti Nella Corte id Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Consigliere Comm. De Micco” pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. La relazione del commendatore De Micco (….) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. Il De Micco (….), a pp. 69-70, riferendosi all’atto del 7 aprile 1133, stipulato dai nipoti eredi del visconte Mansone, in proposito scriveva che: “veniva nel giudizio solenne del 1434, circa cinque secoli indietro, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – ‘prout in quondam privilegio testamenti seriosius continetur’ – ; veniva ancora nell’altro giudizio del 1687 innanzi al Vescovo di Marsico esaminato e tenuto a base dei diritti contestati fra Roccagloriosa ed il Seminario, e venuti infine nello stesso modo formalmente riconosciuto nel giudizio contro il Barone Paolo Tosone nel 1697 innanzi al S. R. Consiglio. Ecc…”. Dalla Relazione redatta dal Consigliere De Micco (…), in una causa di confini, apprendiamo da p. 71 che: E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. Riguardo le numerose liti pendenti iniziate nel XV secolo a causa della vastatenuta del Centaurino”, recentemente abbiamo rintracciato all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, la Relazione del 1895 del Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli De Micco, nella Causa vertente tra ilPel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipografia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il comm. De Micco (….), nella sua Relazione a p. 73, riferendosi alla causa del Comune di Rofrano contro il Seminario di Roccagloriosa, in proposito si chiedeva: “Ed era lecito a lui mettere in dubbio l’autenticità del testamento del Conte Mansone; quando unico suo titolo era uno pseudo documento attribuito a Re Ruggiero, che si dice fatto originariamente in greco e presentato per la traduzione, per la prima volta dopo sette secoli, ignorandosi chi lo avesse custodito per così lungo tempo, e che era contestato e distrutto dal fatto del possesso del Seminario e dalla qualità di colono e lavoratore che aveva l’Abate di Grottaferrata di Rofrano ?.”. Dunque, il De Micco riassumendo alcune liti o cause civili pendenti dal 1434, scriveva che i documenti di cui abbiamo parlato si desumono dagli atti di queste liti. Per quanto riguarda uno dei due documenti, ovvero il testamento di Manso, il De Micco (….), nella sua relazione, a p. 6, in proposito scriveva che: “3°. Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, ufficio Politico, fra le ‘scritture della Curia del Cappellano Maggiore’, e proporiamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Iannis De Afflicto Baronis Roccaegloriosae contro D. Dominicum de Afflicto cessionarium terrae prae Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1° pandetta 2° N. 220”. Dunque, il De Micco trae il testamento di Mansone dalla causa civile del Barone D’Afflitto contro la curia vescovile di Policastro. Sempre il De Micco (….), a pp. 69-70, riferendosi all’atto del 7 aprile 1133, stipulato dai nipoti eredi del visconte Mansone, in proposito scriveva che: Sono queste le precise parole della Corte: “Detto testamento è estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, ufficio politico, tra le scritture del Cappellano Maggiore e propriamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Joannis de Afflicto Baronis Roccagloriosae contra praedictae et reverendum Seminarium Policastrensem’ 1753, vol. I pandetta 2 n. 270.”. Il De Micco, a p. 71, in proposito scriveva che: “Tal testamento si legge di essere scritto da Cioffo Reipublicae notario e di esserne presente l’originale nella Curia Vescovile di Policastro da Matteo d’Afflitto con podestà di restituirne la copia, e a 23 marzo 1589 di essersi intimata la stessa al Sindaco di Roccagloriosa.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435 parlando di Rofrano e, sulla scorta del Ronsini (….), in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, .…da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc…”. Ebner, a p. 435, nella nota (27) postillava che: “(27) Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29”. Pietro Ebner (….), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, scrivendo sulla vasta tenuta del Centaurino, forse già antica e longobarda donazione all’Abbazia di Rofrano, era fra i “…i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo ad interminabili controversie (89).”. L’Ebner, nella sua nota (89), dice che: “(89) V. D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano’, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS = Archivio di Stato di Salerno, è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV = Archivio della Diocesi di Vallo della Lucania) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Ebner, sulla scorta delle sentenze e delle liti fra i feudatari e la curia di Policastro chiariva alcune notizie rimaste frammentarie circa alcuni documenti esaminati in questo saggio. Ebner, sulla scorta del Ronsini scriveva che furono proprio questi atti dei processi intentati dai vari feudatari o università (antichi Comuni) di Rofrano e di Roccagloriosa contro i vescovi di Policastro che fecero conoscere alcune notizie sulle origini dei monasteri a Roccagloriosa. Secondo questi Atti, di cui parla anche il Ronsini (….) ed il “Libro delle memorie” di Placido Tosone, il conte Mansone era figlio del conte Leone, ma non era fratello di “Altruda” ma, ella era sua figlia. Inoltre, Ebner, sulla scorta di queste antiche sentenze scrive che nel 1133, Guido e Alessandro, che nel 1133 ratificarono il testamento di Mansone erano i suoi nipoti non i suoi figli. Ebner, parlando di Rofrano scrive diverse notizie molto diverse da quelle che sono state dette da Romaniello, dall’Antonini, dal Laudisio. Ebner, cita il Ronsini (10) che, nel suo “Cenni storici sul comune di Rofrano”, a p. 29 citava l’antico documento della ratifica del testamento di Mansone. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”,  a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Dunque, il Ronsini, parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 redatto e stipulato dal Notaio Mansione. I registri di don Placido Tosone, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Infatti, copia dell’istrumento, dell’atto, di ratifica del 1133 del testamento di Mansone è stato più volte citato a riprova negli Atti dei Processi di lite contro i Vescovi di Policastro.  

Nel 1110-1111, il conte normanno Leone, conte di Roccagloriosa e di Padula, padre del conte Manso o Mansone

Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 74 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti) parlando di Rocca Gloriosa, in proposito scriveva che: “II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte normanno Leone, ad ecc….”. Dunque, mons. Laudisio cita il conte normanno Leone, padre di Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula, di cui parlerò in seguito. Su questo personaggio, conte normanno parente di Roberto il Guiscardo, ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 680 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Nel 1094 Ruggiero, figlio di Troisio il normanno, donò (9) parte del monastero di Sant’Angelo costruito “in serra montis” di Tresino, con tutte le sue dipendenze, già di proprietà del conte Leone, figlio del conte Castaldo e dal principe Riccardo, figlio del principe Giordano, donato a Leone. Con un’altra donazione del 1098 il conte Senescalco offrì alla Badia la chiesa di S. Angelo di Tresino. Il monastero di Sant’Angelo sito su una collina (monte Tresino) tra Agropoli e Castellabate, a picco sul mare, era perciò di proprietà dei feudatari.”. Ebner, a p. 680, vol. II, nella nota (9) postillava che: “(9) I, ABC, D, 19, luglio a. 1098, VI”. Dunque, secondo un documento del 1094, Ruggero figlio di Troisio il normanno donò parte del monastero di Sant’Angelo di Tresino, sul monte Tresino. Il monastero di S. Angelo era proprietà del conte normanno Leone, figlio del conte Castaldo. Sempre secondo questo documento del 1094, il monastero di Sant’Angelo a Tresino era stato donato a Leone dal principe “Riccardo”, figlio del principe normanno Giordano. Ebner aggiunge pure che trovandosi il detto monastero a picco sul mare apparteneva ai feudatari. Dunque, il conte normanno “Leone” (padre del conte di Roccagloriosa Manso), era figlio del conte normanno “Castaldo”. Su questo “Ruggero” del documento del 1094, ha scritto Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, dove a p. 130, in proposito ai Normanni scriveva che: “Erede della circoscrizione di Cilento fu Ruggiero I, figlio di Torgisio II, che è elencato fra i testimoni della conferma del 1114, fatta all’omonimo zio Ruggiero; egli sposò Sica, figlia di Pandolfo conte di Capaccio (19, dalla quale ebbe Enrico I, che gli successe nei feudi di Sanseverino e di Cilento quando, nel 1121, decise di farsi monaco a Cava (2).”. Inoltre, sempre l’Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Dal verbale di un processo (12) celebrato nella Badia nel 1009 è notizia di un’annosa vertenza tra la Badia e Glorioso, figlio del conte Pandolfo, fratello del conte Mansone. L’abate assumeva che quest’ultimo e il figlio Gisulfo avessero donato alla badia beni a Licosa, Tresino e Staino, nonchè la quarta parte del cenobio di S. Zaccaria a li Lauri con quattro famiglie. Beni che l’abbate asseriva essergli stati confermati dallo stesso duca Ruggiero, possesso però contestato dal Glorioso. Costui finì per essere tacitato dall’abate Pietro con l’offerta di 300 tarì……Nel 1014 Landolfo, un altro figliuolo del conte Mansone, con i fratelli Guido e Alessandro, figliuoli di Gisulfo, già monaco a Cava, confermarono (14) la donazione fatta rispettivamente dai genitori e dal nonno della proprietà anche a Tresino e Staino.”. Ebner, a p. 681, nella nota (12) postillava che: “(12) I, ABC, XVIII, 105, agosto a. 1109, II, Monastero di Cava. Il Verbale richiama un processo celebrato a Salerno alla presenza del duca Ruggiero etc…”. Ebner, a p. 681, nella nota (14) postillava che: “(14) I, ABC, XIX, 97 gennaio a. 1114, VI.”. Dunque, questo passaggio di Ebner attesta che secondo questi documenti, il conte normanno Leone, avesse un altro figlio oltre al conte Mansone, ovvero il conte “Pandolfo”. Il conte normanno Pandolfo, fratello di Mansone e figlio di Leone, aveva un figlio chiamato Gisulfo, che si era fatto monaco a Cava de Tirreni nella Badia. Ebner scrive pure che secondo il documento del 1114, il conte “Landolfo” era un altro figlio di Mansone e poi aggiunge pure che “Gisulfo”, figlio di “Pandolfo”, avesse due figli chiamati “Guido” e “Alessandro”. Di questi tre personaggi normanni, Landolfo, Guido e Alessandro, ne parlerò in seguito in quanto essi confermeranno il lascito del conte Mansone al monastero di Roccagloriosa. Ebner, a p. 681, aggiunge che: “Nel 1116, il duca Guglielmo confermò (15) all’abate etc..”.

Nel 1110-1111, il Normanno Leone, conte di Roccagloriosa e di Padula

Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 74 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti) parlando di Rocca Gloriosa, in proposito scriveva che: “II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte normanno Leone, ad ecc….”. Dunque, il Laudisio in questo breve passaggio oltre a citare il II vescovo di Policastro, Arnaldo, cita anche il conte Normanno Leone, padre di Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula, di cui parlerò in seguito. Sebbene il Laudisio non riportasse alcun riferimento bibliografico circa la notizia di Arnaldo e del conte Leone, è molto probabile che abbia tratto la notizia dall’“Italia Sacra” di Ferdiando Ughelli (….). Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p…… (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), parlando di “Rocca Gloriosa”, in proposito scriveva che: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II. Arnaldo, nominato vescovo diPolicastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 101 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), forse sulla scorta dell’Ughelli (…), scriveva che: ” A Rocca Gloriosa c’era il monastero di S. Mercurio di cui abbiamo già parlato, ed a cui era unito l’altro di Santa Veneranda; ma poichè il monastero fu soppresso, il Vescovo Pietro Magri, in ottemperanza alle norme del Tridentino, ne assegnò  in perpetuo i beni al seminario diocesano. Il conte normanno Leone  aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo, ecc…”. Dunque, il Laudisio ci parla di un certo “conte Normanno Leone”, il quale, a Roccagloriosa, che era un suo feudo, aveva fondato i due monasteri claustrali (monasteri femminili di monache) chiamati monasteri di Santa Veneranda e monastero di San Mercurio che, alla morte del figlio Manso o Mansone, nel 1130, secondo le sue volontà testamentarie e, con l’autorizzazione del vescovo di Policastro Arnaldo furono uniti in un unico monastero, il monastero di San Mercurio, sempre claustrale e femminile e con la prima badessa “perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale edera entrata come monaca in quest’ultimo convento”. Dunque, da ciò che leggiamo “Altrude” era figlia del Conte Manso o Mansone. Ma sulla figura di Altrude diremo innanzi. Secondo il Laudisio (….), il conte normanno Leone aveva fondato a Roccagloriosa, tre monasteri di monache, uno era quello di S. Mercurio, S. Leo e l’altro di S. Veneranda. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa a p. 416 cita l’antico documento Normanno del Conte Leone, citato dal Laudisio (9), ed in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (11), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti. Manca ogni dato archivistico circa il testamento di Leone.. Ebner, a p. 416, nella nota (11) postillava che: “(11) Laudisio cit. (Sinossi a cura di G.G. Visconti, p. 17) ecc…, poi a p. 47 sg. sul monastero di S. Mercurio unito a quello di S. Veneranda, sulla fondazione da parte del conte Leone dei due monasteri di monache, “quia in suo feudo”, sulla venuta dei bulgari che nel 550 si rifugiarono nel castello ecc….”. Ebner, cita un “testamento di Leone” e dice che di esso “manca ogni dato archivistico”. Dunque, la notizia tratta dal Laudisio di un conte normanno chiamato Leone che, ai suoi tempi, “aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo” di Roccagloriosa, dice Pietro Ebner che la notizia sarebbe tratta da un “testamento” e che di esso non vi è traccia. Ebner, però sbagliava quando scrive del “testamento di Leone”, in quanto il Laudisio e l’Antonini non si riferivano al “testamento” del conte normanno Leone ma si riferiva al testamento che lasciò il figlio di Leone, il conte Manso  o Mansone nel 1130, allorquando dovette morire. Del testamento di Manso o Mansone parlerò innanzi. Infatti, sulla fondazione del Monastero claustrale (femminile) di S. Mercurio, a Roccagloriosa, ha scritto il sacerdote Agatangelo Romaniello (….) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo”(64) che dotò di un’estesa zona di terreno per un circuito di 14 miglia alle falde del Monte Centaurino da cui scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano, e quello di “Santa Venere” lungo la strada che oggi porta a Torre Orsaia. Il signore del feudo di Rocca si interessò alla costruzione dei detti monasteri, ecc.. Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo.”. Nella sua nota (64), l’Agatangelo scrive: “(64) Siccome la chiesa di questo monastero fu dedicata a S. Anna e a Maria SS., il Cenobio fu denominato “Cannamaria”.”. Sulle origini di questo feudatario, il conte normanno Leone, parente di Roberto il Guiscardo aveva scritto nel 1745 anche il barone  Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p…… parlando del monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa ci dice del Conte Leo: “Manso Leone Signor del luogo”, parente di Roberto il Guiscardo (così scrive l’Antonini), di cui parlerò in seguito. Suo figlio il conte Mansone che continuò a dominare sulle nostre terre, aveva un fratello detto Landolfo (nel ‘Catalogus baronum’ del 1185 è detto ‘Landulfus de Rocca’) ed era sposato ad una donna chiamata Gaitellina. Il Conte Leone, oltre a Mansone aveva la figlia chiamata Altrude (sorella di Mansone). Dunque, il conte normanno Leone, parente di Roberto il Guiscardo, aveva tre figli: Mansone, Altrude e Landolfo. Secondo il ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185, i feudatari di Roccagloriosa (….), che governarono e signori del luogo: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. Altre notizie su questo conte non ne ho trovato.

Pietro Ebner (….), scriveva al riguardo: “Nella ricostituzione generale dei territori del regno, i Normanni conservarono la diocesi con i vecchi confini (notizia del Vescovo Arnaldo nel 1110, benchè politicamente il territorio, da Policastro verso il nord, venisse conservato alle dipendenze del giustiziere del Principato con sede a Salerno). I paesi, però anche linguisticamente continuarono a gravitare verso il Cilento e non verso la Basilicata e la Calabria, tanto meno verso Campagna, la cui diocesi non risponde nessun rilevante criterio geografico e storico-politico.”. Dalla Relazione di De Micco (18 – Fig. 11), apprendiamo che: Roberto il Guiscardo assegnò il territorio col castello al Conte Leone di stirpe Normanna, ecc…”. Il sacerdote Romaniello (….), scriveva che Roberto il Guiscardo aveva donato il feudo di Roccagloriosa al suo parente il conte normanno Leone che, al principio del secolo XII,  a Roccagloriosa, oltre al monastero maschile di San Mercurio che esisteva già da tempo e che era rimasto abbandonato in seguito alle incursioni di Narsete ecc…, volle fondarne altri due femminili, quello di “Santo Leo” e quello di “Santa Venere”. Anche padre Romaniello è molto chiaro sulle origini del feudo Normanno di Roccagloriosa che, dal conte Normanno, Leone, parente di Roberto il Guiscardo, fu ereditato dal figlio suo, il conte Manso o Mansone, che, nel 1130, prima di morire fece testamento e unificò i due monasteri laasciando la guida alla sorella Altrude. Secondo il Romaniello, sulla scorta del Laudisio e dell’Antonini, a p. 36 scriveva pure che il conte Normanno Leone, “il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo”(64) ecc…Il signore del feudo di Rocca si interessò alla costruzione dei detti monasteri, anche perchè in quel periodo calamitoso, in seguito alle accennate invasioni e depredazioni saracene, il numero delle donne si riduceva sempre di più; e, per salvare queste, le invitava nei monasteri, dove gl’invasori, per il rispetto alle chiese e luoghi pii, non osavano mettere facilmente piede”. Nella sua nota (64), l’Agatangelo scrive: “(64) Siccome la chiesa di questo monastero fu dedicata a S. Anna e a Maria SS., il Cenobio fu denominato “Cannamaria”.”. Dunque, il Romaniello, riguardo il monastero femminile di S. Leo, fondato da Leone conte Normanno, postillava che siccome vi era una chiesetta in questo cenobio si chiamò “Cannamaria”. Dunque, i questo passaggio padre Romaniello conferma al principio del secolo XII, a Roccagloriosa, oltre al Monastero maschile di San Mercurio, da tempo abbandonato ma già preesistente da molto tempo, furono fatti edificare dal conte normanno Leone, i due monasteri femminili di “Santo Leo” e quello di “Santa Veneranda”. Dalla Relazione di De Micco (18), apprendiamo che: Roberto il Guiscardo assegnò il territorio col castello al Conte Leone di stirpe Normanna, il quale trasformò il Cenobio in tre monasteri di donne dello stesso ordine Benedettino. Ecc…”.

Nel 972 (?), Landolfo, fratello del principe Gisulfo I di Salerno donò all’abate Giovanni del monastero del Salvatore di Napoli alcune terre in Padula dette “Candelaria de padula”

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 242 parlando di “Padula” in proposito scriveva che: “Nell’Archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula in un diploma di Gisulfo I, il quale “per rogum landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (fratello della madre del principe, Gaitelgrima, e capo della congiura del 973) dona terre e campi detti “candelaria de padula” all’abate Giovanni del monastero del Salvatore “ad insula maris” di Napoli (4).”. Ebner, a p. 242, nella nota (4) postillava che: “(4) ASN, Catasto monasteri del Salvatore e di S. Pietro, f 165 (edito dallo Schipa, cit., ‘Principato’, p. 255, n. 23.”. Ebner si riferiva a Michelangelo Schipa (….), ed al suo “Storia del Principato longobardo di Salerno” pubblicato a Napoli, tipografia Giannini, 1887. Lo Schipa pubblicò il documento a p. 201 (non p. 255, forse su Ebner vi è un errore di stampa). Si tratta del documento n. 23. Lo Schipa, in proposito scriveva che: “(inedito) ( ? Anteriore alla congiura del 973) Gisulfo “per rogum Landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (fratello a Gaitelgrima e capo di quella congiura) dona terre e campi detti “Candelaria de Padula” al Monastero del Salvatore “ad insula maris” di Napoli, ove era abbate Giovanni – Dal Catasto citato del Monastero di S. Salvatore e di S. Pietro, f° 165″. Dunque, Pietro Ebner, sulla base di un documento dell’epoca di Gisulfo I, pubblicato da Michelangiolo Schipa (….), nel suo “Storia del Principato longobardo di Salerno”, a p. 255, n. 23, ci informa che in questo Diploma, rogato “per rogum landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (su richiesta di Landolfo, nostro carissimo zio) fratello della madre del principe, Gaitelgrima, e capo della congiura del 973″, donava terre all’abate del monastero del Salvatore a Padula. Il documento n. 23 pubblicato da Schipa (….), n. 23 non è a p. 225 ma a p. 201, dove lo Schipa, in proposito scriveva che: “(inedito) (? anteriore alla congiura del 973) Gisulfo “per rogum Landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (fratello della madre del principe Gaitelgrima e capo della congiura del 973) dona terre e campi detti “Candelaria de padula” al monastero del Salvatore “ad insula maris” di Napoli, ove era abbate Giovanni. Dal Catasto citato dei Monasteri di S. Salvatore e di S. Pietro f° 165″. Da Wikipedia leggiamo che Gisulfo I di Salerno era il maggiore dei figli di Guaimario II e della seconda moglie Gaitelgrima di Capua, fu associato al trono dal padre nel 943 e gli successe alla sua morte nel 946. In un primo momento fu posto sotto la reggenza della madre e di Prisco, tesoriere e conte di palazzo. Nel 974 Gisulfo fu detronizzato da un’insurrezione religiosa guidata dal fratello Landolfo. Il principe di Benevento e Capua, Pandolfo I Testadiferro, restaurò Gisulfo come suo vassallo, condizione in cui il principe salernitano restò fino alla morte, avvenuta tra la fine del 977 e l’inizio del 978. Con lui si estinse la dinastia dei Dauferidi, insediatasi sul trono di Salerno col principe Guaiferio nell’861.

Nel XII secolo, i due monasteri di San Leo e Santa Veneranda detto di ‘Sant’Anna e Maria’ a Roccagloriosa sulla strada per Torre Orsaia, rifondati dal conte Leone normanno

Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 101 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e, riferendosi ai due monasteri di S. Leo e di Santa Veneranda, in proposito scriveva che: Il conte normanno Leone  aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo, ecc…”. Sulla fondazione di due Monasteri femminili e claustrali a Roccagloriosa ha scritto il sacerdote Agatangelo Romaniello (….) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, riferendosi al conte Leone, parente di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo” (64)……, e quello di “Santa Venere” lungo la strada che oggi porta a Torre Orsaia. Ecc…”. Nella sua nota (64), l’Agatangelo scrive: “(64) Siccome la chiesa di questo monastero fu dedicata a S. Anna e a Maria SS., il Cenobio fu denominato “Cannamaria”.”. Dunque, il sacerdote Romaniello, sulla scorta di diversi autori, lasciava intendere che nel secolo XII, quando cioè il feudo di Roccagloriosa passò al conte normanno Leone, egli fece costruire due nuovi monasteri feminili e claustrali: il monastero di Santo Leo e quello di Santa Veneranda che si trovava luno la strada per Torre Orsaia e che in origine si chiamò di “Cannamaria”. Su questi due monasteri ha scritto pure il comm. De Micco (….), recentemente da me rintracciato all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, la Relazione del 1895 del Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli De Micco, nella Causa vertente tra ilPel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il De Micco, riferendosi alla vasta tenuta del Centaurino, a p. 6, in proposito scriveva che: “Fra gli immobili legati vi era compresa la tenuta allodiale o burgensatica di esso disponente Mansone, denominata ‘Cannamaria’ dal nome di uno dei detti tre Monasteri sotto il titolo di ‘S. Anna e Maria’, sita all’estremo del ‘feudo’ di Roccagloriosa, limitrofo in quel tempo al tenimento di Rofrano, ecc…”.

Nel secolo XII, Leone, conte normanno di Roccagloriosa e Padula e la sua vasta tenuta del Centaurino o detta di “Cannamaria”

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania -Discorsi”, a p. 385, parlando di Roccagloriosa ci parla anche del monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa accenna alla vasta tenuta del Centaurino ed in proposito scriveva che: Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc….”. L’Antonini, nella sua nota (1), prosegue scrivendo: “Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione de’ P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Giovanni a Piro; il di cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto.”. Dunque, l’Antonini ci parla del nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2)” e, poi aggiunge che Manso dona il possedimento che ch’erano state di Gatullina sua moglie;”. Dunque, secondo l’Antonini, “Gatullina” era la moglie del “Manso Leone Signor del luogo”. Antonini si riferiva al visconte “Manso” che nel 1130 fece testamento. Perchè lo chiama “Manso Leone Signore del luogo” ? Gatullina era la moglie del conte Leone o era la moglie di Manso ?.

L’Antonini (….), a p. 385, a proposito del testamento di Mansone, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Con titolo di testamento soleansi tali donazioni chiamare in quei tempi. ‘Ambrosio Morles nelle note al Diploma del Re Veremondo’ sicuri ce ne fa (oltre tant’altri) colle seguenti parole: “Solemne bis etc…”. L’Antonini disserta sul documento di cui è a conoscenza e che chiama ‘testamento di Manso’. Dunque, l’Antonini scriveva del testamento del vice-conte normanno Manso  o Mansone che il 3 aprile 1130 fece testamento e dotò il Monastero di San Mercurio a Roccagloriosa della vasta tenuta del Centaurino: dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc..”. Secoli dopo l’Antonini, il sacerdote Agatangelo Romaniello (18), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p……, sulla scorta dell’Antonini (….), in proposito al monastero di S. Mercurio e riferendosi al conte Normanno Leone, in proposito scriveva che: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò  a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo” (…) che dotò di un’estesa zona di terreno per un circuito di 14 miglia alle falde del Monte Centaurino da cui scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano, e quello di “Santa Venere” lungo la strada che oggi porta a Torre Orsaia. Il signore del feudo di Rocca si interessò alla costruzione dei detti monasteri, ecc.. Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo.”. L’Agatangelo (18), traeva queste notizie e postillava nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Il sacerdote Romaniello, non ci parla del vice-conte normanno Manso o Mansone e del suo testamento ma scriveva che era ‘Leone normanno’ (parente del potente Roberto il Guiscardo). Il Laudisio, sebbene citasse la notizia del testamento di Mansone non dice nulla sulla tenuta del Centaurino e sulla dote concessa al Monastero di S. Mercurio. Ma chi fu a dotare l’antichissimo Monastero di San Mercurio (rinato), della vasta tenuta del Centaurino o “Cannamaria”, che come è stato più volte scritto apparteneva a “Gatullina” ?. Fu il conte Leone, di stirpe normanna e la moglie Gatullina o fu il figlio, il vice-conte normanno Manso o Mansone che nel 1130 fece testamento ?. Di un precedente lascito o testamento, precedente al testamento di Mansone, figlio di Leone, ha parlato Pietro Ebner (….) che, nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa a p. 416 citando ciò che aveva scritto Lorenzo Giustiniani (….), su Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (11), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti. Manca ogni dato archivistico circa il testamento di Leone.. Ebner, cita un “testamento di Leone” e dice che di esso “manca ogni dato archivistico”. Dunque, Ebner lascia intravvedere che il conte Mansone, nel 1130, nelle sue volontà testamentarie lasciò in dote la vasta tenuta del Centaurino o di “Cannamaria” alla sorella o figlia Altrude ed al Monastero riunito e rinato di San Mercurio a Roccagloriosa, lascito di beni che possedeva in seguito all’eredità del padre Leone e della madre Gatullina. Sulla figura del conte di stirpe Normanna Leone, signore di Roccagloriosa e di Padula al tempo di Roberto il Guiscardo e della moglie (?) Gatullina non abbiamo notizie certe se non le poche parole citate dall’Antonini. Dell’antichissimo Monastero di San Mercurio e dei suoi possedimenti abbiamo molte notizie storiche che si riferiscono a molto prima della venuta dei Normanni nel Regno. Abbiamo notizie del passaggio di S. Nilo, notizie tutte documentate ma della tenuta del Centaurino si conoscono alcune notizie perchè dopo il secolo XVI iniziarono ad esserci liti e cause con la Curia che cercò di impossessarsi del vasto possedimento forse lascito dei Longobardi al Monastero di S. Mercurio. Sappiamo che in origine il monastero di S. Mercurio era un monastero di Monaci maschi, forse un antico cenobio basiliano, inserito in un circuito di Monasteri Carbonensi. Infatti, il Romaniello, a p. 36, in proposito scriveva che: “Non si sa con precisione fino a quando i monaci abitarono nel monastero di S. Mercurio. Molto probabilmente lo abbandonarono definitivamente agli inizi del secolo XI, quando, a causa delle frequenti scorrerie saracene, la permanenza nel monastero si rese molto difficile per i monaci, i quali erano costretti spesso a girovagare ed a nascondersi nelle grotte e per le montagne boscose. Solo durante la dominazione normanna (1040-1198) i monaci poterono rirendere a vivere nel loro primiero splendore, perchè quelli impedirono energicamente le depredazioni saracene e sottrassero alla giurisdizione vescovile i monaci, i quali ebbero monasteri stabili, ampi, solidi e ben dotati, tali da permettere una più ordinata ed intensa operosità ascetica e culturale (63).”. Romaniello, a p. 36, nella nota (63) postillava che: “(63) Gassisi Sofronio, op. cit., p. 809”. Romaniello si riferiva al testo di Sofronio Gassisi (….), “I manoscritti di S. Nilo Juniore”, Roma, 1905; “Innografi italo-greci – Le poesie di S. Nilo Juniore e di Paolo monaco”, in “Oriente christianus”, n. 5 (1905), pp. 26-82.  Solo con la venuta dei Normanni diventò un monastero benedettino e claustrale per volontà del conte Leone. Addirittura il sacerdote Agatangelo Romaniello, a p. 36, riferendosi al conte Leone, in proposito scriveva che: “Leone normanno, …..che dotò di un’estesa zona di terreno per un circuito di 14 miglia alle falde del Monte Centaurino da cui scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano, ecc….”. Dunque, secondo il Romaniello, la vasta tenuta o possedimento del Monte Centaurino consisteva in una vasta tenuta di terreno che si estendeva per 14 miglia. Il Romaniello scrive pure che all’arrivo del nuovo feudatario, il conte normanno Leone, scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano”. Purtroppo l’interessante notizia non è suffragata da riferimenti bibliografici. Chi fossero questi ladri che derubavano e depredavano non si capsce. Forse ci si riferiva alla popolazione di Bulgari che avevano in precedenza occupato la rocca fortificata di Roccagloriosa.

Nel 3 maggio 1130, il vasto possedimento di ‘Cannamaria’ poi detta del ‘Centaurino’ che Mansone diede in dote al monastero claustrale e benedettino di San Mercurio a Roccagloriosa

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania -Discorsi”, a p. 385, parlando di Roccagloriosa ci parla anche del monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa ed in proposito scriveva che: Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc…”. L’Antonini, nella sua nota (1), prosegue scrivendo: “Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione de’ P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Giovanni a Piro; il di cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto.”. Dunque, l’Antonini ci parla del “nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2)” e, poi aggiunge che Manso dona il possedimento che “ch’erano state di Gatullina sua moglie;”. Dunque, secondo l’Antonini, “Gatullina” era la moglie del vice-conte Manso. L’Antonini (….), a p. 385, a proposito del testamento di Mansone, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Con titolo di testamento soleansi tali donazioni chiamare in quei tempi. ‘Ambrosio Morles nelle note al Diploma del Re Veremondo’ sicuri ce ne fa (oltre tant’altri) colle seguenti parole: “Solemne bis etc…”. L’Antonini disserta sul documento di cui è a conoscenza e che chiama ‘testamento di Manso’. Dunque, l’Antonini scriveva del testamento del vice-conte normanno Manso  o Mansone che il 3 aprile 1130 fece testamento e dotò il Monastero di San Mercurio a Roccagloriosa della vasta tenuta del Centaurino: dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc..”. Secoli dopo l’Antonini, il sacerdote Agatangelo Romaniello (18), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p……, sulla scorta dell’Antonini (….), in proposito al monastero di S. Mercurio scriveva che: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò  a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo” (…) che dotò di un’estesa zona di terreno per un circuito di 14 miglia alle falde del Monte Centaurino da cui scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano, e quello di “Santa Venere” lungo la strada che oggi porta a Torre Orsaia. Il signore del feudo di Rocca si interessò alla costruzione dei detti monasteri, ecc.. Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo.”. L’Agatangelo (18), traeva queste notizie e postillava nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Il sacerdote Romaniello, non ci parla del vice-conte normanno Manso o Mansone e del suo testamento ma scriveva che era ‘Leone normanno’ (parente del potente Roberto il Guiscardo). Il Laudisio, sebbene citasse la notizia del testamento di Mansone non dice nulla sulla tenuta del Centaurino e sulla dote concessa al Monastero di S. Mercurio. Ma chi fu a dotare l’antichissimo Monastero di San Mercurio (rinato), della vasta tenuta del Centaurino o “Cannamaria”, che come è stato più volte scritto apparteneva a “Gatullina” ?. Fu il conte Leone, di stirpe normanna e la moglie Gatullina o fu il figlio, il vice-conte normanno Manso o Mansone che nel 1130 fece testamento ?. Di un precedente lascito o testamento, precedente al testamento di Mansone, figlio di Leone, ha parlato Pietro Ebner (….) che, nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa a p. 416 citando ciò che aveva scritto Lorenzo Giustiniani (….), su Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (11), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti. Manca ogni dato archivistico circa il testamento di Leone.. Ebner, cita un “testamento di Leone” e dice che di esso “manca ogni dato archivistico”. Dunque, Ebner lascia intravvedere che il conte Mansone, nel 1130, nelle sue volontà testamentarie lasciò in dote la vasta tenuta del Centaurino o di “Cannamaria” alla sorella o figlia Altrude ed al Monastero riunito e rinato di San Mercurio a Roccagloriosa, lascito di beni che possedeva in seguito all’eredità del padre Leone e della madre Gatullina. Sulla figura del conte di stirpe Normanna Leone, signore di Roccagloriosa e di Padula al tempo di Roberto il Guiscardo e della moglie (?) Gatullina non abbiamo notizie certe se non le poche parole citate dall’Antonini. Dell’antichissimo Monastero di San Mercurio e dei suoi possedimenti abbiamo molte notizie storiche che si riferiscono a molto prima della venuta dei Normanni nel Regno. Abbiamo notizie del passaggio di S. Nilo, notizie tutte documentate ma della tenuta del Centaurino si conoscono alcune notizie perchè dopo il secolo XVI iniziarono ad esserci liti e cause con la Curia che cercò di impossessarsi del vasto possedimento forse lascito dei Longobardi al Monastero di S. Mercurio. Sappiamo che in origine il monastero di S. Mercurio era un monastero di Monaci maschi, forse un antico cenobio basiliano, inserito in un circuito di Monasteri Carbonensi. Infatti, il Romaniello, a p. 36, in proposito scriveva che: “Non si sa con precisione fino a quando i monaci abitarono nel monastero di S. Mercurio. Molto probabilmente lo abbandonarono definitivamente agli inizi del secolo XI, quando, a causa delle frequenti scorrerie saracene, la permanenza nel monastero si rese molto difficile per i monaci, i quali erano costretti spesso a girovagare ed a nascondersi nelle grotte e per le montagne boscose. Solo durante la dominazione normanna (1040-1198) i monaci poterono rirendere a vivere nel loro primiero splendore, perchè quelli impedirono energicamente le depredazioni saracene e sottrassero alla giurisdizione vescovile i monaci, i quali ebbero monasteri stabili, ampi, solidi e ben dotati, tali da permettere una più ordinata ed intensa operosità ascetica e culturale (63).”. Romaniello, a p. 36, nella nota (63) postillava che: “(63) Gassisi Sofronio, op. cit., p. 809”. Romaniello si riferiva al testo di Sofronio Gassisi (….), “I manoscritti di S. Nilo Juniore”, Roma, 1905; “Innografi italo-greci – Le poesie di S. Nilo Juniore e di Paolo monaco”, in “Oriente christianus”, n. 5 (1905), pp. 26-82.  Solo con la venuta dei Normanni diventò un monastero benedettino e claustrale per volontà del conte Leone. Addirittura il sacerdote Agatangelo Romaniello, a p……, riferendosi al conte Leone, in proposito scriveva che: “Leone normanno, …..che dotò di un’estesa zona di terreno per un circuito di 14 miglia alle falde del Monte Centaurino da cui scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano, ecc….”. Dunque, secondo il Romaniello, la vasta tenuta o possedimento del Monte Centaurino consisteva in una vasta tenuta di terreno che si estendeva per 14 miglia. Il Romaniello scrive pure che all’arrivo del nuovo feudatario, il conte normanno Leone, scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano”. Purtroppo l’interessante notizia non è suffragata da riferimenti bibliografici. Chi fossero questi ladri che derubavano e depredavano non si capsce. Forse ci si riferiva alla popolazione di Bulgari che avevano in precedenza occupato la rocca fortificata di Roccagloriosa. Riguardo il possedimento della vastatenuta del Centaurino”, recentemente abbiamo rintracciato all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, la Relazione del 1895 del Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli De Micco, nella Causa vertente tra ilPel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895.

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La relazione del commendatore De Micco (18) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Napoli promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. E’ probabile che questo documento, trae notizie sull’antichissimo documento Normanno proprio dalla Sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro. Il Comm. De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, in proposito scriveva che: “Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, Ufficio Politico, fra le scritture della Curia del Cappellano Maggiore, e propriamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Joannis De Afficto Baronis Roccagloriosae contro D. Dominucum de Afficto cessionarium terrae prae col consenso di ‘Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1°, pandetta 2° N. 220.” e, nella sua nota (1), il De Micco postillava che il documento che ivi pubblichiamo è conservato: “Vol. 1° de’ documenti del Seminario fol. 1 e 4.”. Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, scriveva a p. 1 che: Il Conte Mansone, figlio del detto Leone, riunì in un solo i tre sodalizi, serbando il primitivo titolo di S. Mercurio. Indi esso Conte Mansone, con testamento del 3 maggio 1130 per notar Cioffi, legò diversi territori ‘in piena proprietà e dominio’ alla figlia ‘Altruda’, la quale si fece monaca in detto Monastero, ed ‘allo stesso Monastero’. Ecc…ecc..”. Dunque, il De Micco, traeva le interessanti notizie dal processo del barone d’Afflitto, barone di Roccagloriosa contro il Seminario di Policastro e scriveva che con testamento notaio Cioffi, il conte Mansone, il 3 maggio 1130 “legò diversi territori ‘in piena proprietà e dominio’ alla figlia ‘Altruda’”. Dunque, dagli atti dei vari processi e liti intentati contro il Seminario di Policastro a Roccagloriosa che aveva inglobato la vasta tenuta del Centaurino, si evince che l’origine del possedimento era una vasta tenuta di proprietà di Gatullina, che come dice l’Antonini era moglie di Mansone, conte di Roccagloriosa e di Padula. Il De Micco, scriveva in proposito a p. 6 che: “Fra gli immobili legati vi era compresa la tenuta allodiale o burgensatica di esso disponente Mansone, denominata ‘Cannamaria’ dal nome di uno dei detti tre Monasteri sotto il titolo di ‘S. Anna e Maria’, sita all’estremo del ‘feudo’ di Roccagloriosa, limitrofo in quel tempo al tenimento di Rofrano, che oggi pretendesi rivendicare da questo Comune. La detta tenuta di Cannamaria, come appresso dimostreremo, è precisamente quella che ora viene appellata ‘Centaurino’, della quale si contende….Questo latifondo ‘Cannamaria’ era allodiale, cioè scevro e libero da qualsivoglia servitù e vincolo feudale. Lo prova il fatto di averne il Conte Mansone disposto come di cosa propria….”.

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(Fig……) Estratto dal testamento del 3 maggio 1130 del Conte Mansone. Il De Micco (18), nella sua nota (1), postillava che il documento che ivi pubblichiamo è conservato: “Vol. 1° de’ documenti del Seminario fol. 1 e 4.”.

La tenuta del Centaurino nel testamento di Mansone, conte Normanno di Roccagloriosa

Riguardo il possedimento della vastatenuta del Centaurino”, recentemente abbiamo rintracciato all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, la Relazione del 1895 del Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli De Micco, nella Causa vertente tra il “Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, Nella Corte di Cassazione di Napoli (20), che, attraverso le Relazioni scritte per le vertenze giudiziarie sorte tra i Comuni e la Diocesi, fa luce sui passaggi storici che hanno caratterizzato questo anticihissimo possedimento. Nella Relazione di De Micco (20 – Fig. 10), riferendosi a Roccagloriosa (Arx Gloriosa), si scrive a p. 1 e s., che: ” In sul finire del secolo VI i Bulgari, sulla vetta di una roccia nelle terre da essi occupate, costruirono un castello ed indi una Chiesa in onore della Beata Vergine Assunta in Cielo da cui il paese, che posteriormente vi surse, prese il nome di Roccagloriosa (Arx Gloriosa) ed i monaci Benedettini vi fondarono un Cenobio dal titolo di ‘S. Mercurio’ (1 – Antonini p. 385). Roberto il Guiscardo assegnò il territorio col castello al Conte Leone di stirpe Normanna, il quale trasformò il Cenobio in tre monasteri di donne dello stesso ordine Benedettino. Il Conte Mansone, figlio del detto Leone, riunì in un solo i tre sodalizi, serbando il primitivo titolo di S. Mercurio. Indi esso Conte Mansone, con testamento del 3 maggio 1130 per notar Cioffi, legò diversi territori ‘in piena proprietà e dominio’ alla figlia ‘Altruda’, la quale si fece monaca in detto Monastero, ed ‘allo stesso Monastero’. Ecc…ecc..”. Il De Micco (20), parlando della donazione del conte Mansone, dice che lo stesso: “Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, Ufficio Politico, fra le scritture della Curia del Cappellano Maggiore, e propriamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Joannis De Afficto Baronis Roccagloriosae contro D. Dominucum de Afficto cessionarium terrae prae col consenso di ‘Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1°, pandetta 2° N. 220.” e, nella sua nota (1), il De Micco postillava che il documento che ivi pubblichiamo è conservato: “Vol. 1° de’ documenti del Seminario fol. 1 e 4.” (Fig. 6).Il De Micco (…), nella sua Relazione, a p. 9, scrive che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone ed Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130. ‘Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansionis nostri avi,…”, e poi prosegue nell’immagine

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(Fig….) Copia della conferma del Testamento del conte Mansone, datato 7 aprile 1133

Il De Micco, scriveva in proposito a p. 6 che: “Fra gli immobili legati vi era compresa la tenuta allodiale o burgensatica di esso disponente Mansone, denominata ‘Cannamaria’ dal nome di uno dei detti tre Monasteri sotto il titolo di ‘S. Anna e Maria’, sita all’estremo del ‘feudo’ di Roccagloriosa, limitrofo in quel tempo al tenimento di Rofrano, che oggi pretendesi rivendicare da questo Comune. La detta tenuta di Cannamaria, come appresso dimostreremo, è precisamente quella che ora viene appellata ‘Centaurino’, della quale si contende….Questo latifondo ‘Cannamaria’ era allodiale, cioè scevro e libero da qualsivoglia servitù e vincolo feudale. Lo prova il fatto di averne il Conte Mansone disposto come di cosa propria….”.

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(Fig. 6) Estratto dal testamento del 3 maggio 1130 del Conte Mansone. Nella sua nota (1), il De Micco postillava che il documento che ivi pubblichiamo è conservato: “Vol. 1° de’ documenti del Seminario fol. 1 e 4.”.

Nel 1131, re Ruggero II d’Altavilla, con il “Crisobollo” conferma a Leonzio, Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano,  la vasta tenuta del ‘Centaurino’, nel documento detta di “Cannamaria”

La vasta tenuta detta di “Cannamaria” (il monte Centaurino) figura nella dote testamentaria che nel 1130, il conte Manso o Mansone dispose il lascito per il rifondato e riunito monastero claustrale di San Mercurio a Roccagloriosa di cui la figlia Altrude divenne Badessa. Il Centaurino figura nel testamento del conte Mansone come bene burgiansatico e allodiale. Questo vasto tenimento, forse era un lascito del conte Normanno Leone e sua moglie Gatullina al figlio erede Mansone. Non si sa. Ma questa vasta tenuta e possedimento feudale viene citato e figura fra i beni che re Ruggiero II d’Altavilla dona all’Abate Leonzio dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, ovvero risulta nel cosidetto “Crisobollo” di Re Ruggero II d’Altavilla, redatto nel 1131 a Palermo. E’ un fatto da verificare e da approfondire come sia accaduto che un bene concesso all’Abbazia Tuscolana, da cui dipendeva quella di Rofrano, possa essere compreso nei beni privati di Mansone, conte di Roccagloriosa e di Padula. Il periodo è più o meno lo stesso. Il bene in questione risulta nella proprietà dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo per concessione di re Ruggero II e risulta pure nella proprietà del monastero di San Mercurio per testamento del conte Mansone. Forse in epoca Normanna, al tempo di re Ruggero II, l’antico Monastero di monaci di San Mercurio a Roccagloriosa dipendesse dal controllo dell’antica Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano che a sua volta dipendeva direttamente dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Con questo antichissimo privilegio, Re Ruggero II di Sicilia confermava le precedenti concessioni fatte all’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (l’odierna Frascati), da cui dipendeva l’antichissima Abbazia di Grottaferrata a Rofrano a cui erano stati concessi detti privilegi. Re Ruggero II, confermava le precedenti donazioni di possedimeni concessi da Ruggero I all’Abbazia di Rofrano. Fra questi posssedimenti vi era una grande tenuta boschiva chiamata il “Centaurino”. Giuseppe Barra (….), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, a p……, in proposito scriveva che: “Pietro Ebner fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino ecc..”. Il Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (3), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, p. 33,  che cita le controversie legali sorte dopo la vendita di alcuni beni dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati). Ebner (…), a p. 33, in proposito scriveva che: “E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, …..all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e del figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma in greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia. Un interessante documento redatto “in Palatio nostro Palermitano”, con il quale re Ruggiero confermava all'”honorando religioso domino Leontio abati Dei Genitricis Criptae Ferrata” i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo ad interminabili controversie (89). La tuscolana abbazia italo-greca di Grottaferrata era troppo importante perchè i sovrani normanni non ne potessero tollerare nei loro stati una grancia, sia pure economicamente forte come quella di Rofrano. Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita”. L’Ebner, nella sua nota (89), dice che: “(89) V. D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano’, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS = Archivio di Stato di Salerno, è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV = Archivio della Diocesi di Vallo della Lucania) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Dunque, come scriveva l’Ebner, la vasta tenuta del Centaurino, forse già antica e longobarda donazione all’Abbazia di Rofrano, era fra i “i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo ad interminabili controversie (89).”. Pietro Ebner (7), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”,vol. I, a p. 496 ci parla degli “Statuti di Rofrano” ed a p. 498 pubblica la trascrizione del cosiddetto “Crisobollo di re Ruggiero”, tratta dal Ronsini (….). Ebner, a p. 496, in proposito scriveva che: “Prime notizie sicure al diploma  di re Ruggiero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè del 1131, IX indizione (1). Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata (Ebner si riferisce al codice Cryptense Z δ XII), il re confermava all’abate Leonzio di quel cenobio (“tibi onorando religioso domino Leonzio, abbati sanctae Dei genitricis Criptae Ferrate ad nos profecto, ac supplicante (…) ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri, cum omnibus granciis, villis et pertinentiis suis”), le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc..dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (2).”Ebner, vol. I, a p. 496, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Descrizione precisa dei confini naturali e dei segni artificiali scolpiti su pietre, specialmente di quelli che racchiudevano la vasta tenuta denominata Centaurino, causa di annose liti tra i vescovi di Policastro, per conto del loro seminario, e i comuni di Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza, le cui terre confinavano con il Centaurino, che aveva preso nome ‘a fonte Centaurini’.”. Ebner si riferiva e parlava dell’antico documento di cui parlava l’Antonini (…) e l’Ebner (7) è chiamato “Crisobollo di Ruggero”. Si tratta di una donazione (diploma come lo chiama l’Ebner o Crisobollo come lo chiama la Follieri), fatta da Ruggero II d’Altavilla il Normanno, figlio di Ruggero I e Re di Sicilia, a Leonzio, forse Abbate dell’Abbazia di Grottaferrata a Rofrano. L’Ebner, poi prosegue e riguardo all’antico documento Normanno del 1131, scriveva che:  “Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Abbiamo visto, però che, la vasta tenuta del Centaurino non era solo nei beni della chiesa di Rofrano e poi in seguito dell’Abbazia tuscolana ma faceva parte della disponibilità del conte Mansone. Come scrisse Pietro Ebner (7), il vasto possedimento del Centaurino, in seguito al passaggio del monastero di S. Mercurio al Seminario della Curia Vescovile di Policastro, diventò oggetto di liti pendenti davanti a diverse corti di giustizia. Diverse furono le cause vertenti dal XVIII secolo in poi, tra la Curia ed alcuni Comuni viciniori, per il possesso di alcuni antichissimi possedimenti dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e di altre Abbazie e Monasteri dei Comuni vicini. Tutti questi possedimenti e privilegi, tra cui anche quella del ‘Centaurino’, si potevano far ricondurre ai primi titoli concessi dai re Normanni ai monaci di alcune Abbazie e Monasteri sparsi sul nostro territorio, poi in seguito, caduti in disfacimento a causa dell’incuria ma soprattutto a causa dell’usurpazione che ne fecero alcuni baroni ed al trasferimento di questi beni alla Curia Romana. L’Ebner (7), a p. 435, nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, parlando di Policastro e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, sulla scorta del Ronsini (10), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (Ronsini (…), p. 29), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(…).”. Alla sua nota (27), l’Ebner, scrive che: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo, con il fisco per pagamenti contestati, con il principe di Bisignano per i confini di Sanza, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino.”Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 435, in proposito scriveva che: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31), per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’Università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’Abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il momastero anzidetto (1615). Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che: “(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Dalla Relazione redatta dal Consigliere De Micco (…), in una causa di confini, apprendiamo da p. 71 che: E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. Ritornando al diploma del 1131, del re Ruggero II, in cui figurano la vasta tenuta del Centaurino fra le precedenti donazioni confermate da re Ruggero II alla chiesa di Rofrano e di Grottaferrata, Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi etc..”, a p. 74 (vedi versione a cura di Visconti), in proposito scriveva che: “Il Re Ruggero, fondatore di questo nostro Regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò al rango di contea e la donò (52) al suo figlio illegittimo Simone; nello stesso tempo, concesse al Vescovado il feudo di quel castello che da lui fu detto Castel Ruggero. Come risulta poi da un’antico manoscritto, poichè in un bosco adiacente si vedevano molto spesso degli orsi nelle vicinanze di una torre che vi era eretta, il luogo cominciò ad essere frequentato dai coloni che vi andavano a caccia, e così a poco a poco quel feudo da rustico divenne urbano e prese il nome di Torre Orsaia (53).. Il Laudisio, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Ughell., cit., tomo 7, col. 758 (p. 542: Robertus, Normandus dux, ann. Christi 1065 eam destruxit, quam Rogerius rex magnificentius inde restituit ac comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit)”. Il Laudisio, nella sua nota (53) citava il Troyli, Historia Neapolitana, tomo I, part. 2, n. 66 (pp. 171-172: “…..”.”. La studiosa Giovanna Falcone (14), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127. Nel settembre del 1130 papa Anacleto II, concedendo al conte di Sicilia Ruggero II la dignità regia, fondava il nuovo Regno di Sicilia che includeva, oltre la Sicilia, la Calabria, il ducato di Puglia e le regioni fino a quel momento sottoposte all’autorità dei duchi normanni del Mezzogiorno peninsulare. Molto tempestivamente, quindi l’abate di Grottaferrata si premurò a richiedere al nuovo signore, il re Ruggero, la conferma dei possedimenti di Rofrano che fu concessa nell’aprile del 1131. Il documento è detto crisobollo perchè munito di sigillo d’oro.”. La Falcone, prosegue il suo racconto e scriveva: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobari di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”. Di seguito pubblico la trascrizione del “Crisobollo” tratta dal Ronsini (….), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, Salerno, 1873, p……, dove possiamo leggere che tra le località ed i possedimenti concessi da re Ruggero II d’Altavilla figurava anche la vasta tenuta del monte Centaurino:

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Riguardo il possedimento della vastatenuta del Centaurino”, recentemente abbiamo rintracciato all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, la Relazione del 1895 del Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli De Micco, nella Causa vertente tra ilPel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipografia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il comm. De Micco (….), nella sua Relazione a p. 73, riferendosi alla causa del Comune di Rofrano contro il Seminario di Roccagloriosa, in proposito si chiedeva: “Ed era lecito a lui mettere in dubbio l’autenticità del testamento del Conte Mansone; quando unico suo titolo era uno pseudo documento attribuito a Re Ruggiero, che si dice fatto originariamente in greco e presentato per la traduzione, per la prima volta dopo sette secoli, ignorandosi chi lo avesse custodito per così lungo tempo, e che era contestato e distrutto dal fatto del possesso del Seminario e dalla qualità di colono e lavoratore che aveva l’Abate di Grottaferrata di Rofrano ?.”. Giuseppe Barra (….), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, a p. 23, in proposito scriveva che: “Il re, dunque, confermò anche all'”ecclesiam sanctae marie rofrani sitam in partibus policastri” le sue “grantiis villis et pertinentiis”, e cioè i cenobi ecc…, due case a Salerno, il feudo del “Centaurino” posto tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza (35), ecc…”. Il Barra, a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Cfr. Breccia, p. 220“. Il Barra si riferiva a Gustavo Breccia, p. 220 del suo “Il monastero di S. Maria di Rofrano Grangia Criptense, note storiche”, in ‘Bollettino Cryptense’.

Nel 7 aprile 1133, Landone di Rocca, fratello di Mansone, Guidone conte di Roccagloriosa e Padula e Alessandro, figli eredi del conte Mansone e Guido, Vescovo di Policastro

Sui feudatari della contea o del feudo di Roccagloriosa che successero al conte Manso o Mansone dopo la sua morte (a. 1130), dovrebbe figurare un certo Landolfo di Rocca che ritroviamo nel “Catalogus Baronum”. Il Conte Leone, oltre a Mansone aveva la figlia chiamata Altrude (sorella di Mansone), che a sua volta ebbe due nipoti: Guidone e Alessandro che il 7 aprile 1133, ratificarono e confermarono il privilegio del 1130. Nel 1133, dominavano sulle nostre terre i due nipoti di Altrude (figlia di Mansone che nel 1130 era conte di Roccagloriosa e di Padula). Dobbiamo indagare sui due nipoti di Altrude: Alessandro nipote di Altrude e suo figlio Guido o Guidone (eredi del conte Mansone). Il conte Mansone che continuò a dominare sulle nostre terre, aveva un fratello detto Landolfo (nel ‘Catalogus baronum’ del 1185 è detto ‘Landulfus de Rocca’) ed era sposato ad una donna chiamata Gaitellina. Secondo il ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185, i feudatari di Roccagloriosa (….), che governarono e signori del luogo: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. Dunque, dal ‘Catalogus Baronum’ si evince che dopo la morte di Manso o Mansone, signore di Roccagloriosa e di Padula, nel 1133, gli successero i due suoi figli (nipoti della sorella Aldrude, badessa del monastero feminile di S. Mercurio), Alessandro e Guidone e, dopo di essi la famiglia Morra. Padre Agatangelo Romaniello (16), parlando della sua Roccagloriosa, riferendosi al testamento di Manso o Mansone, in proposito scriveva che: Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. (65)”.L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Dunque il Romaniello scriveva che nell’anno 1133, ai tempi di re Ruggero II d’Altavilla, i signori del luogo (i feudatari di Roccagloriosa) erano Alessandro e Guidone, figli del conte Manso o Mansone, fratello di Aldrude, badessa delmonastero femminile di S. Mercurio. I due fratelli, nel 1133 ratificarono il testamento del padre Manso “per benevolenza verso il vescovo di Policastro Guido”. Il Romaniello, a p….., nella sua nota (65) scrive che copia del documento fu trascritto dal sacerdote Pantaleo Romaniello, suo avo e conservato presso l’Archivio Parrocchiale di Roccagloriosa di cui l’originale esiste presso l’Archivio di Stato di Napoli. La ratifica del testamento di Manso, del 7 aprile 1133 del precedente testamento “Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, “fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro,in favore del medesimo monastero di San Mercurio”. Pietro Ebner (7), citava l’antico documento che riteneva però falso. Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento’, a p. 435, anche sulla scorta del Ronsini (….) parlando di Rofrano e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, in proposito scriveva che: Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che nel 1133, Guido e Alessandro, nipoti del conte Mansone, forse i nuovi feudatari, confermarono il testamento e le volontà testamentarie volute dal conte Mansone prima di morire nell’anno 1130. Ebner, sulla scorta del Ronsini (….) scriveva che furono proprio questi atti dei processi intentati dai vari feudatari o universita di Rofrano e di Roccagloriosa contro i vescovi di Policastro che fecero conoscere alcune notizie sulle origini dei monasteri a Roccagloriosa. Secondo questi Atti, di cui parla anche il Ronsini (….) ed il “Libro delle memorie” di Placido Tosone, il conte Mansone era figlio del conte Leone, ma non era fratello di “Altruda” ma, ella era sua figlia. Inoltre, Ebner, sulla scorta di queste antiche sentenze scrive che nel 1133, Guido e Alessandro, che nel 1133 ratificarono il testamento di Mansone erano i suoi nipoti non i suoi figli. Inoltre, Ebner non solo riteneva il documento falso ma dubitava pure sul Vescovo di Policastro che intervenne alla stipula della ratifica, Arnaldo. Ebner cita a riguardo la cronostassi dei Vescovi di Policastro indicata dal Laudisio nella sua “Sinossi” e l’altra che stilò il sacerdote Giuseppe Cataldo (….). Infatti, Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”.”. Dunque, Ebner riteneva il documento del 1133 della ratifica del testamento di Manso falso. Ebner, parlando di Rofrano scrive diverse notizie molto diverse da quelle che sono state dette da Romaniello, dall’Antonini, dal Laudisio. Inoltre, devo pure precisare che questi documenti e notizie storiche oltre al citato Antonini (….) provengono pure dagli atti di processi e cause pendenti contro la curia di Policastro. Un interessante scritto in cui vengono riepilogate le vicende storiche ed i documenti dell’epoca Normanna che riguardarono i lasciti e le donazioni del conte normanno Leone (in particolare la donazione della tenuta di “Cannamaria”) è il libretto “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. La relazione del commendatore De Micco (18) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Napoli promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. E’ probabile che questo documento, trae notizie sull’antichissimo documento Normanno proprio dalla Sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro. Il De Micco (…), nella sua Relazione, a p. 9, scrive che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone ed Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130. ‘Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansionis nostri avi,…”. Il consigliere di Cassazione Comm. De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone (la tenuta del Centaurino), in proposito scriveva che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; ecc..”. Dunque, il 7 aprile 1133, gli eredi maschi del conte Manso o Mansone erano il fratello Landolfo di Rocca (che appare pure sul Catalogus baronum) ed i nipoti Guido e Alessandro. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone,……….E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. Su questi tre personaggi, “Landone di Rocca”, “Guido” e “Alessandro” ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: Nel 1014 Landolfo, un altro figliuolo del conte Mansone, con i fratelli Guido e Alessandro, figliuoli di Gisulfo, già monaco a Cava, confermarono (14) la donazione fatta rispettivamente dai genitori e dal nonno della proprietà anche a Tresino e Staino.”. Ebner, a p. 681, nella nota (12) postillava che: “(12) I, ABC, XVIII, 105, agosto a. 1109, II, Monastero di Cava. Il Verbale richiama un processo celebrato a Salerno alla presenza del duca Ruggiero etc…”. Ebner, a p. 681, nella nota (14) postillava che: “(14) I, ABC, XIX, 97 gennaio a. 1114, VI.”. Dunque, questo passaggio di Ebner attesta che secondo questi documenti, il conte normanno Leone, avesse un altro figlio oltre al conte Mansone, ovvero il conte “Pandolfo”. Il conte normanno Pandolfo, fratello di Mansone e figlio di Leone, aveva un figlio chiamato Gisulfo, che si era fatto monaco a Cava de Tirreni nella Badia. Ebner scrive pure che secondo il documento del 1114, il conte “Landolfo” era un altro figlio di Mansone e poi aggiunge pure che “Gisulfo”, figlio di “Pandolfo”, avesse due figli chiamati “Guido” e “Alessandro”. Di questi tre personaggi normanni, Landolfo, Guido e Alessandro, ne parlerò in seguito in quanto essi confermeranno il lascito del conte Mansone al monastero di Roccagloriosa. Ebner, a p. 681, aggiunge che: “Nel 1116, il duca Guglielmo confermò (15) all’abate etc..”.  

Nel 7 aprile 1133, la ratifica del testamento del conte Mansone, di Guidone e Alessandro, figli ed eredi del conte Mansone e di Gaitellina e nipoti di Altruda

Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, parlando di Roccagloriosa, a p. 385, riferendosi al “testamento” del conte Manso o Mansone del 1130, in proposito scriveva che: Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso; ecc…”Dunque, l’Antonini cita un certo “Conte Guidone nipote di Manso”. In precedenza abbiamo detto delle volontà testamentarie che nel 1130, prossimo alla morte, lasciò il conte Manso o Mansone, figlio del conte normanno Leone e conte di Roccagloriosa e Padula. Questo “Guidone” dovrebbe essere stato un nipote di Altrude e quindi figlio di Manso o Mansone. Antonini ci parla dei due nipoti di Altrude che il 7 aprile 1133 ratificarono il testamento del loro padre Manso estinto nel 1130. Il sacerdote Agatangelo Romaniello (16) parlando di Roccagloriosa, in proposito al testamento del conte Manso o Mansone, in proposito scriveva che: Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. “ (65). L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Dunque, il Romaniello sosteneva che una copia dall’originale del Testamento del conte Manso o Mansone e della sua ratifica trascritta dal sacerdote don Pantaleo Romaniello si conservavavo presso l’Archivio di Stato di Napoli. Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, .…da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che nel 1133, Guido e Alessandro, nipoti ed eredi del conte Mansone, forse i nuovi feudatari, confermarono il testamento e le volontà testamentarie volute dal conte Mansone prima di morire nell’anno 1130. Inoltre, Pietro Ebner scriveva che dal “Libro delle memorie” di Placido Tosone (vedi nota 28) (che aveva acquistato il feudo di Rofrano ed ereditò alcune liti tra il Comune e la Curia vescovile di Policastro), si apprende che in una lite, un giudizio contro il Vescovo di Policastro, al tempo della lite o del giudizio intentato contro la curia vescovile per il possesso della tenuta del Centaurino, il Vescovo di Policastro mostrò Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29”. Infatti, riguardo questo documento di ratifica del 7 aprile 1133, citato dal Laudisio e dall’Antonini e poi in seguito dal Romaniello, molte notizie  ci giungono attraverso i documenti prodotti nelle diverse Cause o liti pendenti dal secolo XV in poi, a seguito degli acquisti dei diversi feudatari succedutisi. Le donazioni e privilegi Normanni di cui abbiamo accennato, furono oggetto di revisione storica ed economica, proprio a causa di quelle liti. Sull’origine di alcune notizie storiche su Rofrano e su Roccagloriosa e, su i suoi monasteri, le origini di un testamento del conte Manso o Mansone, riferita dall’Antonini e dal Laudisio, poi in seguito ripresa dal Cataldo, dal Romaniello ecc…, devo precisare che essa deriva da alcuni documenti che fin dal 1434 furono presentati davanti alla Real Corte della Sommaria per liti pendenti fra le Università del luogo (Rofrano, Roccagloriosa) contro i vescovi di Policastro per le loro indebite usurpazioni, di cui parlerò in seguito. Le liti con la curia vescovile di Policastro ed i Capece, i Tosone ecc…Alcuni di questi documenti che attestano antiche donazioni normanne furono fatte valere nei processi pendenti. Il sacerdote Domenicantonio Ronsini (10), nel suo “Cenni storici sul comune di Rofrano”, a p. 29 citava l’antico documento della ratifica del testamento di Mansone e parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 per N. Mansione, contenuto nei “registri di don Placido Tosone”, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”,  a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Dunque, il Ronsini, parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri di don Placido Tosone, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Infatti, copia dell’istrumento, dell’atto, di ratifica del 1133 del testamento di Mansone è stato più volte citato a riprova negli Atti dei Processi di lite contro i Vescovi di Policastro. Inoltre, devo pure precisare che questi documenti e notizie storiche oltre al citato Antonini (….) e a ciò che aveva scritto il Ronsini (….), molte notizie provengono pure dagli atti di processi e cause pendenti contro la curia di Policastro. Un interessante scritto in cui vengono riepilogate le vicende storiche ed i documenti dell’epoca Normanna che riguardarono i lasciti e le donazioni del conte normanno Leone (in particolare la donazione della tenuta di “Cannamaria”) è il libretto “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. La relazione del commendatore De Micco (18) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. E’ probabile che questo documento, trae notizie sull’antichissimo documento Normanno proprio dalla Sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro. Nella Relazione del De Micco (18), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, TorreOrsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa, ove si scrive a p. 1, che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone e Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130.”, poi De Micco prosegue con la conferma dal testo in latino: “Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansonis nostri avi, …..”. Il consigliere di Cassazione Comm. De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone (la tenuta del Centaurino) riporta un estratto di una sentenza del 1600, scrive che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; veniva nel giudizio solenne del 1434, …innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – prout in quodam privilegio testamenti seriosius continetur.”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone, confermarono e ratichificarono detto testamento. E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘ sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”.

IMG_5666 - Copia

(Fig. 10) Copia della conferma del Testamento, datata 7 aprile 1133 del Conte Mansone

Nel 7 aprile 1133, Guido, vescovo di Policastro (?), appare nell’anatema della ratifica del testamento di Mansone

Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua prima edizione della “La Lucania – Discorsi”, parlando di Roccagloriosa, a pp. 385-386, riferendosi al “testamento” del conte Manso o Mansone del 1130, in proposito scriveva che: Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso; ecc…”. Il sacerdote Romaniello Agatangelo (16) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, in proposito scriveva che: Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. (65). L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Dunque, l’Agatangelo scriveva che il testamento di Mansone, visconte di Roccagloriosa, morto nel 1130, nel 7 aprile 1133 fu ratificato dai suoi nipoti ed eredi e scrive pure che sull’anatema dell’atto è scritto “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. Infatti, Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, sulla scorta del Ronsini (10), scriveva che: “Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava dell’anatema contenuto nell’atto di ratifica del testamento che: “(30) Nel documento del 1133 è detto “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”.”. Dunque, Ebner, presumento di conoscere l’atto di ratifica postillava che sull’atto vi era scritto che: “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”, che tradotto significa che: “Io sono il vescovo di Polycastro, insieme alla presenza del nostro clero, scomunicamo e anatemiamo tutti coloro che hanno voluto rompere o sminuire questi scritti”. Dunque, riferita la notizia possiamo soffermarci sull’altra notizia che il 7 aprile del 1133, la Diocesi di Policastro era retta dal Vescovo chiamato “Guido”. Chi era questo vescovo di Policastro chiamato Guido ?. In quegli anni (a. 1133), il Regno di Sicilia e dunque pure Policastro era posto sotto la dominazione Normanna di Ruggero II d’Altavilla. Pietro Ebner non solo riteneva il documento falso ma dubitava pure sul Vescovo di Policastro che intervenne alla stipula della ratifica, Guido. Ebner cita a riguardo la cronostassi dei Vescovi di Policastro indicata dal Laudisio nella sua “Sinossi” e l’altra che stilò il sacerdote Giuseppe Cataldo (….). Infatti, Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara.”. Dunque, Ebner, ritenendo falso il documento della ratifica del testamento del conte Manso o Mansone, dice pure che alla ratifica del documento intervenne il vescovo di Policastro “Guido”, di cui egli scrive “apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento”. Dunque, come ci fa notare l’Ebner, nella cronostassi della Diocesi di Policastro stilata dal sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nella “Sinossi etc…” del Laudisio (vedi versione a cura del Visconti): “Serie dei Vescovi di Policastro Bussentino dall’XI secolo ad oggi”, vediamo che nell’anno 1120, troviamo un “4. Ottone (Otho)?. 1120…” e “5. Goffredo?, 1139…”. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo, nella sua “serie dei Vescovi di Policastro dal XI secolo ad oggi” (pubblicata nella versione del Laudisio a cura del Visconti), scriveva che: “4. OTTONE (OTHO)?, 1120…5. GOFFREDO?, 1139; 6. GIOVANNI III?, 1166…; 7. GIOVANNI IV ?, 1172; 9. GERARDO Arciprete di Saponara – Saponara, 1211-18 ecc..”. E’ anche per questo motivo che l’Ebner ritiene anche la ratifica del testamento di Mansone un documento falso. Ebner scriveva pure che sia nella cronostassi dei vescovi di Policastro del Laudisio che in quella del Cataldo non vi è traccia di questo vescovo. Nel 1873, G.B. Gams (…), nel suo ‘Series episcoporum Ecclesiae Catholicae’, Ratisbona, a pp. 912-913 ci parla del vescovado di Policastro ed a p. 912, in proposito scriveva che: “98. Polycastro (ant. Bussento): 561 Rusticus; NN., morto ante 593; 649 Sabbatius; Policastrum: 1079 S. Petrus Pappacarbone, res 1109, morto 4 III 1123; 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211; Gulielm., de Licio, O.S. Fr., c. 1122; Giovanni di Castellomata 1221 ecc..”. Anche Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, in proposito scriveva che: Praeterea in Diptycho ecclesiae b. Matthaei Salernitanae (ed. Garufi in Fonti per la storia d’Italia LVI 231) adnotantur Petrus et Oto Paleocastrenses episcopi et in Necrologio eiusdem ecclesiae sub die iul. 25 a. 1139 depositio Goffridi Paleocastrensis ep. et sub die aug. 1 a. 1172 obitus Iahannis Polecastrensis ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), cuius memoriam servat inscriptio in turri campanaria ecclesiae cathedralis posita (ed. Laudisius p. 74). Etc..”. Di questi vescovi ho già parlato in altri miei saggi. Riguardo il testamento di Manso o Mansone, visconte di Roccagloriosa e l’atto o Istrumento di ratifica del 7 aprile 1133, i due documenti sono a noi noti in seguito alle diverse Cause o liti pendenti dal secolo XV in poi, a seguito degli acquisti dei diversi feudatari succedutisi. Le donazioni e privilegi Normanni, di cui abbiamo accennato furono oggetto di revisione storica ed economica, proprio a causa di quelle liti. Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, .…da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29”. Pietro Ebner scriveva che dal “Libro delle memorie” di Placido Tosone (vedi nota 28) (che aveva acquistato il feudo di Rofrano ed ereditò alcune liti tra il Comune e la Curia vescovile di Policastro), si apprende che in una lite, un giudizio contro il Vescovo di Policastro, al tempo della lite o del giudizio intentato contro la curia vescovile per il possesso della tenuta del Centaurino, il Vescovo di Policastro mostrò Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc..”. Infatti, il sacerdote Domenicantonio Ronsini (10), nel suo “Cenni storici sul comune di Rofrano”, a p. 29 citava l’antico documento della ratifica del testamento di Mansone e parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 per N. Mansione, contenuto nei “registri di don Placido Tosone”, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”,  a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Un interessante scritto in cui vengono riepilogate le vicende storiche ed i documenti dell’epoca Normanna che riguardarono i lasciti e le donazioni del conte normanno Leone (in particolare la donazione della tenuta di “Cannamaria”) è il libretto “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. La relazione del commendatore De Micco (….) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. E’ probabile che questo documento, trae notizie sull’antichissimo documento Normanno proprio dalla Sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro. Nella Relazione del De Micco (…), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa, ove si scrive a p. 1, che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone e Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130.”, poi De Micco prosegue con la conferma dal testo in latino: “Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansonis nostri avi, …..”. Per quanto riguarda uno dei due documenti, ovvero il testamento di Manso, il De Micco (….), nella sua relazione, a p. 6, in proposito scriveva che: “3°. Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, ufficio Politico, fra le ‘scritture della Curia del Cappellano Maggiore’, e proporiamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Iannis De Afflicto Baronis Roccaegloriosae contro D. Dominicum de Afflicto cessionarium terrae prae Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1° pandetta 2° N. 220”. Dunque, il De Micco trae il testamento di Mansone dalla causa civile del Barone D’Afflitto contro la curia vescovile di Policastro. Il consigliere di Cassazione Comm. De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone (la tenuta del Centaurino), riporta un estratto di una sentenza del 1600, scrive che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; veniva nel giudizio solenne del 1434, …innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – prout in quodam privilegio testamenti seriosius continetur.”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone, confermarono e ratichificarono detto testamento. E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘ sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”

Nel 1171, Manso Salernitano e la moglie Guttualda, in un atto di vendita rogato a S. Marco Argentano

Riguardo Manso o Mansone ha scritto anche il sacerdote padre Francesco Russo (….), nel suo “Medici e veterinari Clabresi (sec. VI-XV) – Ricerche storico-bibliografiche”, pubblicato a Napoli, nel 1962 e, dove a p. 110, in proposito scriveva che: “Un ‘Pietro’ medico compare come teste in un documento rogato in S. Marco Argentano nel gennaio del 1171. Si tratta di un atto di vendita fatto da Manso Salernitano – abitante in Cassano – e dalla moglie Guttualda a Domenico, abate cistercense della Sambucina (55).”. Il Russo, a p. 110, nella sua nota (55) postillava che: “(55) Ivi (A. Pratesi, Carte latine di Abbazie calabresi, Città del Vaticano, 1958), p. 69-71. A voler tenere conto della donazione “ab incarnatione”, l’atto dovrebbe essere del genn. 1172.”. Il Russo postillava che l’atto di donazione in questione fu pubblicato nel testo di Alessandro Pratesi (….), Carte latine di Abbazie calabresi.

Nel 3 settembre 1434 la sentenza e nel 25 ottobre 1434 la condanna dell’Abate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, delegato del Vescovo di Policastro per la tenuta di “Cannamaria” che condannava l’Abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che:  “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero anzidetto (1615). Nel giudizio, il seminario si avvalse della sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’abate del monastero di S. Maria di Gottaferrata di Rofrano (32). All’annessione del monastero di S. Mercurio si oppose l’università di Roccagloriosa che, nell’impossibilità di continuare la lite, cedette la facoltà di recupero del benefizio al barone Francesco d’Afflitto. Il vescovo di Policastro delegò quello di Marsico a decidere sulla lite. Questo vescovo stabilì (22 febbraio 1657) che poichè non era sicuro l’asserito jus patronato dell’università …..”. Ebner, a p. 435, nella nota (31) postillava che: “(31) Cfr. la Tav. 21 in Ebner, Economia e Società, cit. II.”. Infatti, Ebner, nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p……, propone la Tav. 21 dove è illustrato “21. Rofrano. Pianta dei molini, trappeti e fiumi”. Nel vol. II troviamo anche un’altro disegno manoscritto “22. Rofrano: Delimitazione del territorio compilata (1822) su documenti del 1547”Ebner, a p. 435, nella nota (32) postillava che:“(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre posseduto da dai monaci, come si rileva da una sentenza (25 ottobre 1434) dell’abate di S. Giovanni a Piro (6). Ecc..”. Pietro Ebner, a p. 432, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Ebner, Ibidem, I, p. 497, n. 4”. Però l’Ebner, nello stesso testo, vol. I, a p. 497, non dice nulla in proposito ma parla di Altavilla. Ebner, nella sua nota (6) si riferiva al suo testo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, dove, infatti, a p. 497 parlando degli “Statuti di Rofrano”, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre tenuto dall’Abbazia di Grottaferrata (4), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa e Sanseverino (di Centola) etc…..Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello.”. Ebner, nel vol. I, a p. 497, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Il 25 ottobre 1434, per sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro (“sententiamus, determinamus, decidemus et definemus ac condemnamus, de concilio multorum peritorum, ut supra dictum Abatem monasterii S. Mariae Gruttae Ferratae contumacem), l’abbazia di Grottaferrata venne condannata (ac homines universitatis Cagnamario) a pagare alla badessa del convento di S. Mercurio di Roccagloriosa ogni Natale ‘uncian in carolenis argenti boni et iusti ponders, sexaginta pro uncia et duobus pro tareno’.”. Nel 1434 nacque una lite o controversia a causa della tenuta allodiale del Centaurino. Nell’Archivio di Stato di Napoli vengono conservati gli atti del processo sorto nel 1434 tra l’Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e l’Abbadessa del monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa. Per questa lite, il Vescovo di Policastro dell’epoca, Mons…………………… nominò suo delegato e giudice l’Abate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro che il 3 settembre 1434 emise la sentenza ed il 25 ottobre 1434 emise la condanna per l’Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano. Secondo gli atti del processo, l’Abbadessa del Monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa, a mezzo del suo procuratore legale, Notaio Tommaso de Franco, convenne in giudizio l’Abate di Rofrano davanti all’Abate del Monastero di S. Giovanni a Piro, delegato per la controversia dal Vescovo di Policastro dell’epoca. Nel testo conservato presso l’Archivio Diocesano di Policastro “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune id Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti Nella Corte id Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Consigliere Comm. De Micco” pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il Comm. De Micco (….) nella sua predetta Relazione (….), in proposito scriveva che: Tra i coloni e fittaioli della indicata tenuta ‘Cannamaria’, oggi ‘Centaurino’, vi fu pure l”Abate di Grottaferrata’ con gli ‘uomini del vicino paese di Rofrano. Questi coloni presero a coltivare la ‘parte della tenuta più prossima al loro tenimento’, con l’obbligo di corrispondere un ‘oncia’, ossia carlini d’argento 60 con scadenza a 25 dicembre di ciascun anno. Però essendosi resi morosi al pagamento, furono dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco convenuti in giudizio innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’, il quale, in vista dell’evidenza delle prove, con sentenza del 25 ottobre 1434 emise la relativa condanna. Giova quì appresso riportare alcuni brani di tale sentenza estratta del pari del Grande Archivio del Regno.”. La relazione del commendatore De Micco (….) che fu redatto per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro), a pp. 69-70, riferendosi all’atto del 7 aprile 1133, stipulato dai nipoti eredi del visconte Mansone, in proposito scriveva che: “veniva nel giudizio solenne del 1434, circa cinque secoli indietro, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – ‘prout in quondam privilegio testamenti seriosius continetur’ – ; ecc…”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……Ecc..”.

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(Fig…..) Estratto della Sentenza di condanna nei confronti di alcuni coloni e affittuari di Rofrano del 25 ottobre 1434, convenuti in giudizio dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’ (estratta del pari del Grande Archivio del Regno) e, pubblicata nella Relazione del De Micco (20).

Il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (…), da p. 113 a p. 121, nel Cap. XII, ‘Della Bonatenenza‘, ci parla del titolo di Rofrano.

Nel 1682, don Placido Tosone acquistò il feudo di Rofrano e trovò numerose liti pendenti

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. II, a p. 435 e s., parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per ducati 10.100, con diminuzione del prezzo approvata dai creditori, da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Ecc…”.

Nel 1690, la lite tra il barone di Rofrano, don Paolo Tosone ed il Vescovo di Policastro

Pietro Ebner, a p. 435, nella nota (27) postillava che: “(27) Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo, con il fisco per pagamenti contestati, con il principe di Bisignano per i confini di Sanza, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino.”. Sempre Ebner, a p. 435, in proposito scriveva che: “Dal ‘Libro di memorie’ di Placido Tosone (28) si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29) Ecc…”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29.”. Infatti, il sacerdote Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 29, in proposito scriveva che: “Queste notizie del Feudalesimo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed in ispecie dell’istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furon verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel suo Libro di memoria. Il suo erede D. Scipione me l’ha gentilmente esibito, di che gli rendo pubbliche e distinte grazie (1).”. Il Ronsini, a p. 29, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Del Feudalismo tacuissem libenter nisi haec quoque pro patria essent (Livio). La Storia baronale da lume per risolvere alcune controversie Demaniali tuttor vive, e poi la storia ecc…”. Dunque, il Ronsini ci parla di un “Libro delle memorie”, che pare fosse stato manoscritto da don Placido Tosone e che nel 1690, Paolo Tosone, barone di Rofrano, suo successore ricontrollò le cose ivi scritte. Il Ronsini scrive che questo Libro fu il frutto di verifiche che, nel 1690, Paolo fece in occasione della lite pendente nel 1690 tra la Diocesi di Policastro, nella persona del Vescovo e la famiglia Tosone. Su Paolo Tosone, che il Ronsini scriveva essere stato il “successore immediato di don Placido Tosone”, però, ha scritto Francesco Barra (….), nel suo “Rofrano – terra della civiltà Greco-Bizantina”, a p. 60 in proposito scriveva che: “Il ‘Cedolario’ i informa delle sue prossime intestazioni. Da Nicola Tosone (morto il 23 agosto 1779) il feudo passò al figlio Paolo (8 marzo 1780).”. Il Ronsini scrive pure che l’erede di Paolo Tosone, don Scipione esibì al Ronsini il “Libro delle memorie”. Il Ronsini scriveva che nel 1690 si tenne davanti alla SRC di Napoli una lite, un processo tra don Paolo Tosone, barone di Rofrano ed il vescovo della Diocesi di Policastro, Mons. De Rosa. Nella “Serie dei Vescovi della Diocesi di Policastro”, il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), pubblicata nella versione curata dal Visconti della Sinossi del Laudisio, a p. 132, in proposito scriveva che: “49. Marco Antonio De Rosa, Cava de’ Tirreni, 1705-1709”. Il Cataldo lo pone come 49 esimo vescovo della Diocesi di Policastro, mentre mons. Laudisio (….), nella sua “Sinossi etc…” (si veda versione a cura del Visconti), a p. 87, in proposito scriveva che: “XLIII. Marco Antonio De Rosa, di Cava, nominato vescovo di Policastro nel 1705. Fu nipote del vescovo Tommaso De Rosa, suo predecessore, perciò sulla tomba di Tommaso De Rosa, sotto l’epigrafe a lui dedicata si legge etc…”. Si legge che fu vicario dello zio Tommaso.  Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni etc…”, vol. I, a p. 213 quando scrive che: “Un giudizio opposto viene espresso da mons. M.A. De Rosa sulla popolazione della contermine diocesi di Policastro ricadente nella provincia di Salerno e nel basso Cilento, quando nel 1707 scriveva che etc…”. Mi chiedo se la causa pendente contro il Tosone, Barone di Rofrano fosse il De Rosa, trattandosi di un vescovo che operava nel 1700 ?. Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 28 riferendosi all’acquisto del feudo da parte di don Placido Tosone, in proposito scriveva che: “Tosone col feudo ebbe il retaggio di numerose liti. Lo molestò Capece, che continuava a tenersi intestato il feudo, pretendendo invalida la vendita (1). Lo molestò il Fisco per pagamenti di pesi già soddisfatti dal Predecessore. Per chimeriche pretensioni sulla montagna del Centaurino, e S. Leo lo vessò M. De Rosa vescovo di Policastro, e colla scomunica durata otto anni, arma terribile una volta in mano ai Monarci, lo costrinse ad una incauta convenzione, con cui nel 1697 gli accordò il preteso dritto di decima, ch’era del Comune. Solo con tal ripiego si tolse di mezzo, lasciando noi sulle male peste, perchè la secolare lite ferve ancora. Lottò col Principe di Bisignano Barone di Sansa per controversi confini col luogo chiamato Lago di Levano, e vinse. Ma nelle molte liti che mosse all’Università di Rofrano sia per la privata dè molini, sia per voluti diritti sui beni Comunali, presso la Sommaria, ed il S. R.C., ebbe sempre torto. Sì perchè le pretensioni erano ingiuste, e per diritti usurpati dalla prepotenza degli antecessori, si perchè le idee avverse al sistema feudale già si avean fatto strada anche presso i Tribunali. Il feudalismo aveva fatto il suo tempo ecc…”. Pietro Ebner, a p. 436, in proposito scriveva che:  “Nel 1691 il vescovo pro-tempore di Policastro (mons. de Rosa), asserendo che i predecessori del barone di Rofrano Placido Tosone avevano usurpato il diritto di decima sul Centaurino, scomunicò quel barone rifiutando di adire il SRC o la Sacra Rota proposte dal Tosone.. Dunque, Ebner, sulla scorta del Ronsini scriveva che mons. De Rosa, vescovo di Policastro, nel 1691 scomunicò don Placido Tosone, barone del feudo di Rofrano. Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 28 riferendosi all’acquisto del feudo da parte di don Placido Tosone, in proposito scriveva che: “….e colla scomunica durata otto anni, arma terribile una volta in mano ai Monarci, lo costrinse ad una incauta convenzione, con cui nel 1697 gli accordò il preteso dritto di decima, ch’era del Comune. Solo con tal ripiego si tolse di mezzo, lasciando noi sulle male peste, perchè la secolare lite ferve ancora. Lottò col Principe di Bisignano Barone di Sansa per controversi confini col luogo chiamato Lago di Levano, e vinse. Ma nelle molte liti che mosse all’Università di Rofrano sia per la privata dè molini, sia per voluti diritti sui beni Comunali, presso la Sommaria, ed il S. R.C., ebbe sempre torto. Sì perchè le pretensioni erano ingiuste, e per diritti usurpati dalla prepotenza degli antecessori, si perchè le idee avverse al sistema feudale già si avean fatto strada anche presso i Tribunali. Il feudalismo aveva fatto il suo tempo ecc…”. La scomunica a Tosone durò otto anni. Dunque, nel 1699, Dopo otto anni dall’irrogata scomunica il barone si decise a chiedere il ‘jus decimandi’ sulla montagna di S. Leo (33), dichiarando, però, che il diritto era stato sempre esercitato liberamente dai suoi e dai suoi danti causa e chiarendo che la cessione del ‘jus decimandi’ era stata fatta solo perchè “viribus censurae compulsus et non aliter”, per cui si riservava il diritto di rivalersi del ‘jus’ ceduto. I baroni locali, però, conservavano il diritto di fida e diffida se Giacomo Tosone cedette (34) la fida sui terreni demaniali di Rofrano all’università di Alfano per cinque ducati annui.”. Ebner, a p. 436, nella nota (33) postillava che: “(33) Istrumento per Notar Nunziante Grimaldi 22 febbraio 1697.”. Ebner, a p. 436, nella nota (34) postillava che: “(34) Notar Manzione, 19 gennaio 1728”.

Il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (20), a p. 113 (Archivio Storico Attanasio), il ‘Cap. XII della Bonatenenza’, parla della Causa con i Capece e cita anche Lanario, una Sentenza di Nicola Siano, in cui erano convenuti i Capece.

Cervellino, p. 113

Il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (…), da p. 113 a p. 121, nel Cap. XII, ‘Della Bonatenenza‘, ci parla del titolo di Rofrano.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9 -10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) (Fig. 1) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig… che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio. Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’. 

(3) Borrelli C., Catalogo dei Baroni, in Appendice al ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, Napoli, 1653

(4) De Giorgi Cosimo, Da Salerno al Cilento, ed. M. Cellini, Firenze, 1882, ristampa ed. Galzerano, dal titolo “Viaggi nel Cilento”; si veda la Valle del Mingardo Cap. X e la Valle del Bussento, Cap. XI, e s.

(5) Cervellino L., Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per la sua retta Amministrazione, Napoli, Stamperia di Vincenzo Manfredi, 1776, si veda da p. 113 a p. 121, nel Cap. XII, ‘Della Bonatenenza‘, ci parla del titolo di Rofrano da p. 113 a p. 120.

(6) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo il ‘Centaurino’, si veda il Capo VI, da p. 302 e s.

(7) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.

(8) Ronsini Domenicantonio, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stab. Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Sala Bolognese, 1981, p. 19 e s.; il Ronsini, pubblica l’antico documento di donazione del 1131 nel ‘Documento A’, p. 69. Il Ronsini, a p. 29, scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel ‘Libro di memoria’.”.

(9) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

Capitolo XI del manoscritto inedito di Luca Mannelli, conservato alla BNN (10).

(10) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pixous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (2), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.

(11) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377. Si parla della Chiesa Paleocastrense e vi sono accenni a Pietro da Salerno. Egli cita l’Ughelli, op. cit. (18), che pubblicava lettere e titoli dell’epoca in cui si parla di Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”.

(12) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos his-torico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831. Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda in proposito anche Visconti G.G. (a cura di), op. cit. (9 bis)

(12 bis) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.  Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p…. (testo in latino) e p. 74 (la traduzione del Visconti del testo in latino), p. 74.

(13) Ughelli Ferdinando, Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum), p. 542 e da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi ‘Paleocastren’ e riporta la notizia dell’elevazione a Contea di Policastro. Il Cappelletti (54), cita l’Ughelli e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”.  Riguardo il vescovo Arnaldo, successore di Pietro, ne parla a p. 789 e s. e per tutti i suoi successori.

(14) Giustiniani Lorenzo, Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, Tomo VII, p. 225 e s. su Policastro e su Torre Orsaja e Castelruggiero, si veda Tomo IX, p. 215 e s.

(15) Santorio P.E., Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601,  foll. 29-30.  L’Antonini dice nelle sua nota (1) che dal Santorio: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’.

(16) Richard e Giraud, Dizionario universale delle Scienze Ecclesiastiche, opera compilata dai padri…, Napoli, 1848, ed. Stab. Tip. Batelli: su Policastro: p. 679.

(17) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952.

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(18) Romaniello Agatangelo, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986

(19) Di Meo A., Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1803, Tomo VIII, p. 179 e s.; riguardo le notizie intorno al Vescovo Arnaldo, si veda: Di Meo Alessandro, che nel Tomo IX, p. 164 e s., dove, parlando dell‘”anno di Cristo 1110, IND. III. B.”, ci parla di dell’Ughelli (18) e dell’antico documento Normanno dove è citato il vescovo Paleocastrense Arnaldo.

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(20) (Fig. 11) De Micco Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – Relazione nella Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, TorreOrsaia e Castelruggiero, anche resistenti, Nella Corte di Cassazione di Napoli, Napoli, ed. Tipografia di Gennaro M. Priore, 1895 (Archivio Storico Attanasio e Archivio Diocesano di Policastro). Il De Micco, parlando della donazione del conte Mansone, dice che lo stesso: “Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, Ufficio Politico, fra le scritture della Curia del Cappellano Maggiore, e propriamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Joannis De Afficto Baronis Roccagloriosae contro D. Dominucum de Afficto cessionarium terrae prae col consenso di ‘Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1°, pandetta 2° N. 220.” e, nella sua nota (1), il De Micco postillava che il documento che ivi pubblichiamo è conservato: “Vol. 1° de’ documenti del Seminario fol. 1 e 4.”. 

(21) Natella Pasquale – Peduto Paolo, Pixous – Policastro, estratto da ‘L’Universo’, rivista dell’I.G.M., ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.; Si veda pure: Gay J. (o Giulio), L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, Firenze, 1917, p. 253 e vedi pure Pontieri E., op. cit., 54.

(22) Gaetani Rocco, La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento. In particolare il Gaetani, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (…) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (..). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385. ; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

(23) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (2), a p. 154, alla nota (4) (nota 1), scrive in proposito al documento: “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96 (…) che, trae le dette notizie e questo documento dal Canonico Giuseppe Menta. Il Gaetani, op. cit. (2), p. 154, nota (4) (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (2), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (2), ma il Laudisio (9), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare  gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (….), scrive in proposito a p. 93 (…): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”.

(24) D’Amico Vincenzo, I Bulgari trasmigranti in Italia nei secoli VI e VII dell’era Volgare, Campobasso, 1933, p. 44.

(25) Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323. Il Cappelli, nelle sue note a p. 345, dice: nota 20: Di Luccia P.P., op. cit., pp. 8; 3 (5.  Il Cappelli, nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Riguardo il Monastero di S. Elia, citato dal Robinson, abbiamo visto che viene citato in un testo di Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Rodotà, scrive: S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”. Del Monastero di Carbone, poi ne parla anche il Santonio P.E., “Il monastero di Carbone”, Napoli, ed. Pellizzone, 1859 (…). Il Monastero di Carbone è stato uno dei più famosi Monasteri basiliani in Italia. In sostanza, secondo il Cappelli (…), il collegamento con il documento Normanno (…), è S. Nilo che abitò in questo Monastero basiliano del Carbone del Bosco e poi passò a vivere nell’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – a cui è collegato il documento (…), pubblicato dal Trinchera (…). Il Cappelli, nella la nota 21 dice: Trinchera F. (…), p. 80; poi alla nota (22), il Cappelli, scrive: “Laudisio N.M. (9), p. 73.”. Il Cappelli, nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Sul Monastero di Centola si veda p. 398.

(26) Minisci Teodoro, Ieromonaco, Santa Maria di Grottaferrata. La Chiesa e il monasero, Badia Greca di Grottaferrata, 1955

(27) Giovannelli Germano (Ieromano), Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano, stà in Bollettino della Baia di Grottaferata, Grottaferrata, n.s. n. 3 (1949), pp. 67-75; si veda pure dello stesso autore: vita di S. Nilo, e pure: Grottaferrata, stà in Bollettino della Baia di Grottaferata, Grottaferrata, n.s. n… (1955); si veda pure il Ronsini (5), op. cit. ed. Forni, e si tratta del Vol. III (1949), si veda da p. 94 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(28) Borsari S., Il monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia meridionale prenormanna, ed. Nella Sede dell’Istituto, 1963

(29) (16) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A.; si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228.

(30) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988, pp. 49 e s.; si veda pure: Follieri E., Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461 (Archivio Storico Attanasio).

(31) Mabillon Jean, Annales Ordinis S. Benedicti, Parigi, 1703,

(32) Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1947.

(33) Codice Crypt. Z. δ. XII. E’ la Follieri (6), op. cit., a p. 49, ci dice che ci informa di questo antico codice. Il Codice Criptense del Cardinale Bessarione è un codice bombicino (in seta) e manoscritto in cui si trova il cosiddetto “Regestum Bessarionis”. Una specie di Platea o inventario fatto redigere dal Cardinale Bessarione, commendatario dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati), in cui venivano inventariati i beni usurpati all’Abbazia: “Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (2)..  Nella sua nota (2), la Follieri ci parla di padre Rocchi (11), che lo pubblicò. Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (6), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (11), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (26). Il Rocchi (11), che pubblicò il ‘Regestum Bessarionis’, contenuto nel  codice Crypt. Z.δ.XII, nel suo scritto a p. 513 è scritto: “CODEX DECIMUS SECUNDUS Z. δ. XII. Cod. ms. bombycin. saec. XV, costans foliis 98, quorum duo priora sunt membran. longitud. metri fere 0, 27, latitud. 0, 21, exaratus bono et nitido charactere, jussu D. Nicolai Perrotti ep. Sipontini, in Monasterio Cryptaferratae Vicarii Cardinalis Bessarionis, abatis Commendatarii perpetui. Scribi autem liber coeptus est d. XXVIII mensis Augusti an. MCDLXII, uti legitur in proemio. Initio autem libri appacta est imago ipsius Card. Bessarionis, quae ex antiqua tabula Biblioth. Vatic. curante Stephano Borgia a secretis Sacrae Congr. de Propaganda Fide an. MDCCLVII, aere cusa est. Porro Platea codex inscribitur vel etiam Regestum Bessarionis quorumcumque et ubique existentium Abbatiae Cryptoferratensis bonorum. Fol. 62. Veniunt pone Diplomata quae omnia sunt ‘pontificia’, praeter unum regium.”. Stiamo cercando la sua versione digitale e on-line sul sito della Biblioteca Apostolica Vaticana, dove esso probabilmente è conservato. La Follieri, ci informa che di questo codice ce ne parla Concetta Bianca (21), op. cit., in un suo pregevole studio sull’Abbazia di Grottaferrata. Purtroppo, la Follieri, ci informa che sia il documento autentico che quello di cui parlava il Ronsini che diceva conservato al Comune di Rofrano, non si trovano. La Follieri, scrive che: Il Cardinale Bessarione, non appena Papa Pio II gli ebbe affidata in commenda il monastero di S. Maria di Grottaferrata (28 Agosto 1462), si preoccupò di difendere e richiamare “i diritti della Badia sui possessi conculcati o usurpati” (1). Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (11). Lo stesso Bessarione dispose che si eseguisse una traduzione latina sia del testo greco sia delle iscrizioni dei sigilli di ‘nonnula iura et monimenta’: ci è così pervenuto il ‘transsumptum in pubblicam fornam redactum’, in versione latina, di un crisobollo greco concesso dal re normanno Ruggero II all’abate ‘Sanctae Dei Cryptaeferratae Domino Leontio’ nell’aprile dell”annus mundi 6639, indizione IX (= aprile 1131). Detto transunto fu eseguito in Roma il 16 novembre 1465 dal notaio ‘Henricus de Goch clericus Coloniensis dioecesis, a richiesta di Domenico de Dominicis vescovo di Brescia, referendario e vicario pontificio per Roma e circondario, per incarico del cardinale Bessarione. L’atto del 1465 non è stato tramandato però in originale , ma attraverso la copia autentica eseguita il 13 ottobre 1595 a cura del protonotario apostolico Camillo Borghese, su incarico di papa Clemente VIII e a richiesta di P. Giovanni Ceci, di Tuscolo, procuratore dell’Ordine Basiliano (…). A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…). Il testo del crisobollo fu pubblicato per la prima volta nella monografia che un benemerito erudito locale, il canonico Domenicantonio Ronsini, dedicò alla storia di Rofrano (5). Il canonico Ronsini (5), utilizzò, come egli stesso dichiara (…), una copia conservata nell’Archivio Comunale di Rofrano, esemplata sul documento del monastero di Montesano per Notar Ottone Francesco Martelli di Padula. L’opuscolo del Ronsini, uscito nel 1873 a Salerno, ebbe limitata diffusione: lo conobbe e lo utilizzò il P. Antonio Rocchi nel 1893 (11), ma lo ignorarono sia Erich Caspar (…) sia Ferdinand Chalandon (…). Il documento fu riscoperto da Paul Fridolin Kehr (…),  fu ripubblicato, sulla base del codice Criptense, da Fedor Schneider nel 1914 (15). Esso è registrato nell’appendice al Caspar redatto da Paolo Collura (16), ed è stato uilizzato sia da Horst Enzensberger nel suo lavoro sulla cancelleria e i documenti normanni dell’Italia meridionale e della Sicilia (17) sia da Carlrichard Bruhl, nella sua monografia sui documenti del Re Ruggero II (18). Recentemente lo ha ripubblicato, nelle sue preziose opere sulla storia economica ed ecclesiastica del Cilento, Pietro Ebner (3).. Del codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII), e del “Regestum Bessarionis”, ne ha parlato anche il Breccia (30) in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che l’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (30), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. “I documenti pontifici per Grottaferrata, si possono suddividere in due grandi famiglie. Prima di tutto vi sono infatti quelli di cui si curò inizialmente la copia presso il monastero stesso: il vero e proprio ‘Bullarium Cryptense’, rappresentato da un capostipite della metà del secolo XV – il cosiddetto ‘Regestum Bessarionis’, attuale codice  Crypt. Z. δ. XII, ff. 68-89 – e dal suo apografo, posteriore di circa 200 anni, oggi conservato nell’archivio della Badia con la segnatura 523. Entrambi questi manoscritti vennero poi utilizzati da Pietro Menniti per la redazione del ‘Bullarium Basilium‘ all’inizio del XVIII secolo (2), come pure per le copie sciolte oggi all’Archivio di Stato di Roma (3). La seconda e più numerosa famiglia è rappresentata invece dai documenti dell’Archivio Segreto Vaticano, rintracciati grazie allo schedario Garampi (4). Si tratta di più di 30 originali tramandati nelle varie serie dei ‘Registri’, cui ne vanno aggiunti altri tre compresi nei volumi dei ‘Diversa Cameralia’ e una copia isolata in un formulario del XV secolo (Arm. LIII): in tutto 38 documenti, soltanto 2 dei quali compaiono anche nei testimoni del ‘Bullarium Cryptense’ (5). Vengono elencati in ordine cronologico i documenti pontifici riguardanti il monastero di Grottaferrata emanati dall’epoca della sua fondazione ad opera di S. Nilo di Rossano (1004) fino alla concessione in commenda da parte di papa Pio II al cardinale Bessarione (1462)(6). Dunque vediamo cosa dice il Breccia nelle sue singole note dalla (2) alla nota (6): la nota (2): Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, vol. 32. Che il Menniti si sia servito sia dello Z. D. XII che del ms. 523 è provato dalle note apposte in margine al suo ‘Bullarium Cryptense’; nella  nota (3), scrive: Segnatura: Congregazioni religiose maschili. Basiliani di S. Basilio, busta 297, 2. Per uno sguardo d’insieme su questa prima famiglia dei documenti pontifici per Grottaferrata, cfr, infra, Tabella 1; nella nota (4), scrive: Cfr. infra, Tabella 2; nella nota (5), scrive: si tratta infatti dei nostri nn. 34 e 48 (rispettivamente Urbano IV, 1262 marzo 17: Reg. Vat. 26, f. 15v = Z-δ. XII, n. 19, f. 87v = ms. 523, n. 16, f. 23 = Fondo Basiliani, vol. 32, pp. 46-48, e Clemente VI, 1347, agosto 23: Reg. Vat. 180, f. 244v =  Z. δ. XII, n. 11, ff. 79v-81r = ms. 523, n. 8, ff. 11v-14r = Fondo Basiliani, vol. 32, pp. 64-69) per i quali cfr. infra a suo luogo; nella sua nota (6), scrive: Il regesto quì presentato è stato compilato essenzialmente sulla base dei vari testimoni della citata raccolta criptense e su quanto è stato possibile rinvenire nell’Archivio Segreto Vaticano grazie soprattutto allo ‘Schedario ‘Garampi’, ecc..ecc..”. Per la consultazione dei documenti all’Archivio Segreto Vaticano, si veda: Sussidi per la consultazione dell’Archivio vaticano: lo schedario Garampi, i Registri vaticani, i Registri lateranensi, le “Rationes camerae”, l’Archivio concistoriale, Nuova ed. riveduta e ampliata / a cura di Germano Gualdo Città del Vaticano : Archivio vaticano, 1989.

(34) Fittipaldi W., La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016.

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(35) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G.,  L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004.

(36) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), R. Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Storico Attanasio).

(37) Schipa M., Storia del Principato Longobardo di Salerno, stà in ‘Archivio Storico per le Provincie Napoletane’, vol. XII, 1887, il volume originale molto raro, si può consultare presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, collocato: R.G.Storia.IV.15928; il testo (senza le note) è stato ristampato da Ripostes, con il titolo ‘Il Mezzogiorno d’Italia- Ducato di Napoli e Principato di Salerno’, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, 2002 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Schipa M., Il Principato Longobardo di Salerno, si veda p. 202 e s.; stà in Hirsch F.- Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(38) Hirsch F., Il Ducato di Benevento, stà in Hirsch F. – Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(38) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1802, Tomo VIII, p. 359, riguardo la Bolla di Amato, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”.

Nel 1131, il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II

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(Fig. 1) L’Italia meridionale nel Codice Marciano Greco 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia.

Gli studi

Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archi-vistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse.

Le precedenti donazioni dei re Normanni

E’ proprio attraverso alcuni documenti simili a quello di cui parlerò, proprio perchè in essi si parla di possedimenti e di confini di proprietà che possiamo trarre interessanti notizie storiche sulle nostre terre.In un altro mio scritto ivi publicato, dicevo che la grangia a Caselle in Pittari, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con l’atto di donazione o diploma detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. In seguito, le donazioni di Ruggero Borsa, confermate dal cugino re di Sicilia Ruggero II d’Altavilla, riconosciute all’abbazia di Tuscolo, vennero pure confermate dal figlio di Ruggero II, Guglielmo I d’Altavilla, con l’atto di donazione del 1181. Tutti i beni della chiesa di Rofrano, Laurito, Caselle e Morigerati, insieme anche ad altri monasteri dell’area appartenenti ai beni dell’Abbazia tuscolana, nel periodo della sua decadenza, furono unite come grangie ed andarono a costituire la “Platea dei beni e delle rendite”, della badia italo-greca di San Pietro al Tomusso di Montesano. La studiosa Giovanna Falcone (14), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127. Nel settembre del 1130 papa Anacleto II, concedendo al conte di Sicilia Ruggero II la dignità regia, fondava il nuovo Regno di Sicilia che includeva, oltre la Sicilia, la Calabria, il ducato di Puglia e le regioni fino a quel momento sottoposte all’autorità dei duchi normanni del Mezzogiorno peninsulare. Molto tempestivamente, quindi l’abate di Grottaferrata si premurò a richiedere al nuovo signore, il re Ruggero, la conferma dei possedimenti di Rofrano che fu concessa nell’aprile del 1131. Il documento è detto crisobollo perchè munito di sigillo d’oro.”. La Falcone, prosegue il suo racconto e scriveva: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobari di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”. Alla sua nota (197), la Falcone (…), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…). La studiosa continua: Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200). Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro ecc… (si veda nota 200). Il primo documento successivo al privilegio in cui risulti il rapporto di dipendenza di Rofrano dall’abbazia di Grottaferrata è un atto giudiziario del 1140, un ricorso presentato dai monaci al papa Innocenzo II contro il conte di Tuscolo Tolomeo II (204). Il documento, detto libello querulo, presenta una solennità speciale poichè registra la presenza di tutti monaci, non solo i residenti a Grottaferrata ma anche i preposti assegnati ai complessi patrimoniali più cospicui, compreso il preposto di Rofrano, Innocenzo. Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barne risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim'” (205). E’ pervenuta anche “una lettera di papa Alesandro IV datata 23 gennaio 1255 nella quale si conferma all’abate di Rofrano e ai suoi vassalli l’esenzione dei dazi riscossi nella città di Policastro (206).”  . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) ed i Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (3), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239.

“Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. La Falcone (10), continua: Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200). Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro ecc… (si veda nota 200).”. L’Antonini (…), riferiva che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Infatti, la Falcone (10), scriveva in proposito: Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim'” (205). E’ pervenuta anche “una lettera di papa Alesandro IV datata 23 gennaio 1255 nella quale si conferma all’abate di Rofrano e ai suoi vassalli l’esenzione dei dazi riscossi nella città di Policastro (206).”. Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (3) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (3), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. La studiosa Falcone (…), sulla scorta di Ebner (…), faceva notare che: Con riferimento a questo e a numerosi altri casi di vescovi-abati-baroni, creati in particolare da Umfredo d’Altavilla e dal fratello Guglielmo nel corso della conquista normanna seguita alla presa di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo (1076), Pietro Ebner ha parlato di baronie ecclesiastiche (207).”. Infatti, l’Ebner, sulla scorta di Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”L’Ebner, alla sua nota (55) della p. 227, riguardo Policastro, dice: “Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”.

Il ‘Crisobollo’ o sigillo (aureo con bulla) di “nonnula iura et monimenta” in greco

E’ proprio attraverso alcuni documenti simili a quello di cui parleremo oggi, proprio perchè in essi si parla di possedimenti e di confini di proprietà che possiamo trarre interessanti notizie storiche sulle nostre terre. Si tratta di un crisobolla’ o un privilegio concesso dal Re di Sicilia, il Normanno Ruggero II d’Altavilla, figlio di Ruggero I o Ruggero Borsa. Ruggero II di Sicilia, conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla, fu conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del ‘Regnum Siciliae’ indipendente. Il Crisobollo o bulla aurea o “nonnula iura monimenta” è un privilegio o concessione fatta da un re.  La ‘Crisobolla’, o ‘Bolla d’Oro’ (in latino: Bulla Aurea, in greco: Κρυσοβυλλὸς, leggi crysobyllòs), cioè “sigillo aureo”, era un particolare tipo di documento ufficiale in uso presso la Cancelleria Imperiale presso la corte Bizantina di Costantinopoli e adottato poi nel Medioevo anche presso le corti occidentali. Il termine deriva dal greco antico χρυσός (chrysos), cioè “oro”, e dal latino bulla, cioè “oggetto rotondo”, con riferimento al sigillo impresso in calce ai documenti ufficiali: dal sigillo stesso il termine passò ad indicare per estensione l’intero documento. Caratteristica della bolla aurea era l’impressione del sigillo in oro, ad indicare la particolare importanza dell’editto. Dalla tradizione bizantina l’uso della bolla si estese nel Medioevo in Europa occidentale con le Bolle pontificie, le Bolle imperiali e quelle emanate dagli altri sovrani occidentali. La maggior rarità con cui si ricorse all’uso dell’oro nell’emanazione delle Bolle in Occidente, fece sì che le Bolle d’Oro finissero per risultare collegate a documenti di particolare importanza.

Il ‘Crisobollo’ di Re Ruggero II d’Altavilla Re di Sicilia, dell’aprile del 1131

Crisobollo 7

(Fig. 3)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 89r del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata.

Si tratta di un antichissimo documento Normanno (datato Aprile anno 1131) che, come ha scritto la studiosa Enrica Follieri (14), nel suo studio dal titolo: “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di GrottaferrataAprile 1131″ è “…un crisobollo greco concesso dal re normanno Ruggero II all’abate ‘Sanctae Dei Cryptaeferratae Domino Leontio’ nell’aprile dell”annus mundi 6639, indizione IX (= aprile 1131).”. Si tratta di un documento Normanno datato aprile 1131, la cui copia eseguita nel 1710 da Pietro Menniti, su altre precedenti copie autentiche (Figg. 3-4-5-6-7-10), è inserita alla fine di una serie di “nonnula iura et monimenta” (privilegi concessi dai re Normanni), facenti parte del ‘Bullarium’, contenuto in un codice Cryptense dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo. L’Antonini (2), parlando di Rofrano, citava l’antichissimo documento Normanno che la Follieri (6), chiamerà “Crisobollo” di Re Ruggero II. L’Antonini (2), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, di un antichissimo documento Normanno. L’Antonini, scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovini ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (I), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monastero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo. Il Diploma che ho presso di me tradotto dal greco, porta la data dell’anno del Mondo 6639., che secondo il computo ordinario corrisponde all’anno di Cristo 1130., o 1131. (2).

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L’Antonini (…), a p. 388, della sua ‘Lucania’ (si veda la prima edizione del 1745), in proposito scriveva che: “confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini (…), nella sua nota (I), postillava che: (I) A tempo di Guglielmo il Buono l’Abate di Rofrano era anche il padrone di Casella, vedendosi dal Registro pubblicato dal P. Borrelli, che per essa, e per Rofrano offrì nella seconda spedizione di Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Poi nell’altra nota, l’Antonini, disserta sulla datazione dell’antico documento, come si può vedere nell’immagine. L’Antonini, si riferiva a re Ruggero II d’Altavilla, che, con il documento dell’aprile 1131, confermava all’Abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, i precedenti privilegi e concessioni fatte alla terra di Rofrano (o alla sua Abazia di Grottaferrata a Rofrano) da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e cugino di re Ruggero II di Sicilia e, concesse precedentemente anche da Guglielmo (detto Guglielmo II di Puglia), figlio di Ruggero Borsa. Con questo documento Normanno del 1131, Ruggero II d’Altavilla, Re di Sicilia, donava a Leonzio, Abate dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati), la terra di Rofrano con i suoi possedimenti e Monasteri e Abbazie e Grancie, confermando le precedenti donazioni fatte dai suoi avi Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo e padre di Simone e del futuro re Ruggero II, e forse anche privilegi donati dal figlio del Guiscardo, Ruggero Borsa, o da suo figlio il duca Guglielmo (duca di Puglia, morto nel 1127). La notizia della donazione di cui parla l’Antonini (2), è tratta da un antico documento Normanno, conosciuto come Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131″. Con questo documento Normanno, Ruggero II d’Altavilla, Re di Sicilia, nell’anno 1131, stando nel suo palazzo di Palermo, concedeva un diploma (un privilegio), a favore di Leonzio (forse l’abate dell’Abbazia S. Maria di Grottaferrata (a Tuscolo-Frascati), a favore dell’abate “Sanctae Dei Genitricis Cryptaferratae Domino Leontio”, che si era presentato da lui per supplicarlo. Scriveva l’Ebner (3), che con questo diploma, il re di Sicilia, Ruggero II: “confermava all’abate quanto era stato concesso al Cenobio di Rofrano e all’Abbazia Tuscolana dal suo antecessore Guglielmo e, prima ancora, dal cugino Ruggero.. L’antico documento di cui parliamo, confermava le concessioni fatte precedentemente alla Chiesa di S. Maria di Rofrano, dal cugino Ruggero I d’Altavilla (Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111) e dal di lui figlio duca Guglielmo (duca di Puglia, morto nel 1127). Dopo l’Antonini (2), questo documento, verrà ripreso più tardi dal Canonico Domenico Antonio Ronsini (5) che, in un suo pregevole studio su Rofrano, sarà il primo a pubblicarne il testo trascritto dal greco al latino, di cui parleremo. In seguito, l’Ebner (3) e recentemente nel 1988 la sudiosa Enrica Follieri (6), parleranno del documento Normanno.  Enrica Follieri (6), scrive che il contenuto del ‘crisobollo’ è il seguente: “Re Ruggero, stando nel suo palazzo di Palermo, concede a Leonzio, abate di S. Maria di Grottaferrata, che si è presentato da lui per supplicarlo, la chiesa di S. Maria di Rofrano, sita presso Policastro, con tutti i suoi diritti, grange e pertinenze, confermando le donazioni largite alla suddetta chiesa dal cugino Ruggero e dal di lui figlio duca Guglielmo”. La Follieri (6), sulla scorta dell’Antonini (…), si riferiva alle precedenti donazioni concesse da Ruggero Borsa, duca di Puglia, Calabria e Sicilia nel 1085, morto nel 1111 e dal di lui figlio duca Guglielmo (duca di Puglia, morto nel 1127). Ruggero Borsa, morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale Cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Alla sua morte il ducato fu ereditato dal figlio Guglielmo, il quale si rivelò un governante debole quanto e più di suo padre. Il dominio fu poi definitivamente ereditato da Ruggero II. Oltre al titolo ducale di Puglia e Calabria, Guglielmo ereditò dal padre Ruggero Borsa, anche lo stesso carattere debole e inetto. Durante il suo regno, egli, infatti, dimostrò tutta la sua inabilità al governo, che mise in pericolo la stabilità dei domini peninsulari degli Altavilla. Ben presto venne in conflitto con il cugino Ruggero II di Sicilia, uno scontro risolto solo con l’intervento di papa Callisto II che, nel 1121, riuscì a pacificare i due rivali. Guglielmo e Ruggero giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta del barone Giordano di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Nel 1125, ricevette dal papa Onorio II, l’investitura del Ducato di Puglia e Calabria. Quando nel luglio del 1127 Guglielmo, duca di Puglia, morì senza figli, Ruggero II, reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e conquistò senza difficoltà Amalfi e Salerno, dove venne incoronato. Quindi, secondo l’antico documento Normanno del 1131, re Ruggero II, confermò alla terra di Rofrano ed alla sua Abbazia (o a quella di Tuscolo), i precedenti privilegi dei suoi parenti Normanni, gli Altavilla. L’Ebner (3), a proposito del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, dell’aprile 1131, scriveva in proposito: Prime notizie sicure al diploma di Re Ruggero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè del 1131, IX indizione (5) – che fu pubblicato dal Ronsini (5), “Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata (Ebner si riferisce al codice Cryptense Z δ XII), il re confermava all’abate Leonzio di quel cenobio (“tibi onorando religioso domino Leonzio, abbati sanctae Dei genitricis Criptae Ferrate ad nos profecto, ac supplicante (…) ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri, cum omnibus granciis, villis et pertinentiis suis”), le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc..dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (…). Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. La studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo pregevole studio Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476, che si trova nel testo (vedi nota 11), in proposito alla baronia di Rofrano, scriveva: “Il castello di Rofrano fu governato dall’abate di Grottaferrata per più di tre secoli e, a dimostrazione del profondo legame che li ha legati e li lega tuttora, la locale chiesa di S. Maria assunse il titolo di S. Maria di Grottaferrata, vivo ancora oggi. Tale governo è documentato da esigue fonti archivistiche, alcune custodite nell’Archivio dell’abbazia, alcune presso altri istituti.”. Fra le fonti d’Archivio, che la Falcone (…) cita, vi è il privilegio di Ruggero II  d’Altavilla che concedeva all’abate Leonzio, su richiesta, la chiesa di S. Maria di Rofrano, sita nella diocesi di Policastro, con il suo cospicuo patrimonio formato da nove grange, cioè chiese dotate di terreni amministrati e gestiti direttamente da monaci. La studiosa Falcone (…), sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “…Nel settembre del 1130 papa Anacleto II, concedendo al conte di Sicilia Ruggero II la dignità regia, fondava il nuovo Regno di Sicilia che includeva, oltre la Sicilia, la Calabria, il ducato di Puglia e le regioni fino a quel momento sottoposte all’autorità dei duchi normanni del Mezzogiorno peninsulare. Molto tempestivamente, quindi l’abate di Grottaferrata si premurò a richiedere al nuovo signore, il re Ruggero, la conferma dei possedimenti di Rofrano che fu concessa nell’aprile del 1131. Il documento è detto crisobollo perchè munito di sigillo d’oro.”. L’Ebner (…), molti anni dopo, scriveva in proposito: Prime notizie sicure al diploma di Re Ruggero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè del 1131, IX indizione (…) – che fu pubblicato dal Ronsini (5), “Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata (Ebner si riferisce al codice Cryptense Z δ XII), il re confermava all’abate Leonzio di quel cenobio (“tibi onorando religioso domino Leonzio, abbati sanctae Dei genitricis Criptae Ferrate ad nos profecto, ac supplicante (…) ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri, cum omnibus granciis, villis et pertinentiis suis”), le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc..dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (…). Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”.

Caratteristiche e datazione del ‘Crisobollo’ di re Ruggero II

La studiosa Enrica Follieri (6), nel suo studio, ha scritto: “Sulle caratteristiche esterne del crisobollo fornisce alcune notizie il transunto del 1465: da esso apprendiamo che il documento  era su pergamena, in alcune parti corrosa per vetustà, scritto ‘litteris ac dictionibus graecis’ e, fornito di un sigillo d’oro (‘bulla aurea similiter antiqua et vetusta) pendente da fili di seta di color rosso. Su un lato del sigillo vi era l’immagine di Cristo sedente, fiancheggiata da una scritta in greco, tradotta nel transunto ‘Jesus Christus, sull’altro la figura del re, con la scritta in greco corrispondente alla frase ‘Rogerius Pius et Potens in Christo, Christianorum adiutor’. Questa descrizione del sigillo aureo richiama subito alla mente le caratteristiche dell’unica bolla aurea del Re Ruggero II giunta fino a noi, quella del diploma con cui il re normanno donava all’abate di Cava, Simeone, e ai suoi successori, la chiesa e il feudo di S. Michele nel territorio di Petralia, in Sicilia (21). Tale diploma in latino porta la data del febbraio 1131, ed è redatto a Palermo: esso dunque proviene dalla stessa località in cui risulta emanato il crisobollo per Grottaferrata, e lo procede nel tempo di soli due mesi. L’iconografia delle due facce della bolla è identica ecc..”.

La datazione dell’antico documento Normanno

L’Antonini (2), datava il documento: “Il diploma che ho presso di me tradotto dal greco, porta la data dell’anno del Mondo 6639., che secondo il computo ordinario corrisponde all’anno di Cristo, 1130 o 1131 (2). Sempre l’Antonini (2), riferiva che: (1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. L’Antonini (2), nella sua nota (1) di p. 388, sulla datazione dell’antico documento Normanno, vi era enorme differenza con il computo che aveva fatto Petavio Ratibn. Temp. par. lib. 3 e 2″, e dice che ivi egli scrive: Olimpias prima coepit anno periodi Juliani 3938, qui est 777. ante Christiantum aeteram.”. L’Antonini, sulla scorta del Fazello (…) e di Giovanni Villani il Fiorentino, reputa che l’antica donazione di Ruggero II, Re di Sicilia, sia databile all’anno 1131.  Quindi, nel 1130 o 1131, al tempo di Guglielmo II di Sicilia, detto il Buono (che era salito, nel maggio 1166 al trono appena dodicenne alla morte del padre Guglielmo II di Sicilia, sotto la tutela della madre), vennero confermati all’Abate Leonzio (dell’Abazia di Grottaferrata da cui dipendeva quella di Rofrano), alcuni privilegi e concessioni fatti anni prima da suo nonno Ruggiero II di Sicilia. L’Antonini (2), nella sua nota (2), sulla scorta del Fazello (…), scrive che: “Ruggieri fu coronato in Palermo nel MCXXIX; anzi che Gio: Villani il Fiorentino scrive, che Onorio II, fin dal MCXXV l’avesse dato il titolo di Re, onde vien ad essere prima di papa Innocenzo II, e dell’Antipapa Anacleto.”. Il Ronsini (5), riprende la notizia dell’Antonini e scrive: Ai tempi di Guglielmo il buono, l’Abate di Rofrano, offrì nella seconda spedizione di Terrasanta, cioè nel 1187, sei soldati e quindici servienti.”. L’Ebner (3), afferma che la notizia è tratta dal ‘Catalogus baronum’ (…), del Borrelli (…), dove sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Lo studioso Giovanni Scandizzo, scrive che: Da quel momento gli Abati di Grottaferrata ebbero la giurisdizione spirituale e civile su Rofrano, tanto che l’abate Nicola II, eletto proprio nel 1131, in una lapide ora conservata nel museo dell’Abbazia, fece scrivere: “Assunsi la carica di egumeno io, Nicola, signore di Grottaferrata e di Rofrano”. E il suo successore, Nicola III, che fu abate dal 1140 al 1153, viene definito rufranites, ossia rofranese, e questo testimonia lo stretto rapporto creatosi tra Grottaferrata e Rofrano. Questo rapporto durò fino alla seconda metà del XV secolo.”. Da quel momento gli Abati di Grottaferrata ebbero la giurisdizione spirituale e civile su Rofrano, tanto che l’abate Nicola II, eletto proprio nel 1131, in una lapide ora conservata nel museo dell’Abbazia, fece scrivere: “Assunsi la carica di egumeno io, Nicola, signore di Grottaferrata e di Rofrano”. E il suo successore, Nicola III, che fu abate dal 1140 al 1153, viene definito ‘rufranites’, ossia rofranese, e questo testimonia lo stretto rapporto creatosi tra Grottaferrata e Rofrano.

Storia del ‘Crisobollo di re Ruggero II’ (donazione all’abate Leontio)

La studiosa Enrica Follieri (6), scriveva in proposito che, il Cardinale Bessarione, oltre a far redigere il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”,….dispose che si eseguisse una traduzione latina sia del testo greco sia delle iscrizioni dei sigilli di ‘nonnula iura et monimenta’: ci è così pervenuto il ‘transsumptum in pubblicam fornam redactum’, in versione latina, di un crisobollo greco concesso dal re normanno Ruggero II all’abate ‘Sanctae Dei Cryptaeferratae Domino Leontio’ nell’aprile dell”annus mundi 6639, indizione IX (= aprile 1131). Detto transunto fu eseguito in Roma il 16 novembre 1465 dal notaio ‘Henricus de Goch clericus Coloniensis dioecesis, a richiesta di Domenico de Dominicis vescovo di Brescia, referendario e vicario pontificio per Roma e circondario, per incarico del cardinale Bessarione. L’atto del 1465 non è stato tramandato però in originale , ma attraverso la copia autentica eseguita il 13 ottobre 1595 a cura del protonotario apostolico Camillo Borghese, su incarico di papa Clemente VIII e a richiesta di P. Giovanni Ceci, di Tuscolo, procuratore dell’Ordine Basiliano (…). A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…).”. La Follieri, aggiungeva: “…ma lo ignorarono sia Erich Caspar (…) sia Ferdinand Chalandon (…). Il documento fu riscoperto da Paul Fridolin Kehr (…),  fu ripubblicato, sulla base del codice Criptense, da Fedor Schneider nel 1914 (69). Esso è registrato nell’appendice al Caspar redatto da Paolo Collura (…), ed è stato utilizzato sia da Horst Enzensberger nel suo lavoro sulla cancelleria e i documenti normanni dell’Italia meridionale e della Sicilia (…), sia da Carlrichard Bruhl, nella sua monografia sui documenti del Re Ruggero II (…). Recentemente lo ha ripubblicato, nelle sue preziose opere sulla storia economica ed ecclesiastica del Cilento, Pietro Ebner (3).”. Nella sua nota (2), la Follieri ci parla di padre Rocchi (11), che lo pubblicò. Nella sua nota (2), la Follieri ci parla di padre Rocchi (11), che lo pubblicò.

La copia del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, eseguita da Pietro Menniti nel 1710 (7)

Crisobollo 7

Crisobollo 6

(Figg. 3)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile 1131, copia del Menniti, particolare delle pagine 88r e 90v tratte dal “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata.

Crisobollo 1

(Fig. 3)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 89v del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata.

L’antico documento Normanno detto “Crisobollo di re Ruggero II”, è di estremo interesse per le nostre terre e per i possedimenti che in esso vengono elencati, per la toponomastica dei luoghi.  L’antichissimo documento Normanno del 1131: ‘Crisobollo di Ruggero II’, oltre al testo in latino di una sua copia: una copia conservata nell’Archivio Comunale di Rofrano, esemplata sul documento del monastero di Montesano per Notar Ottone Francesco Martelli di Padula.”, trascritta e pubblicata per la prima volta dal Ronsini (5), illustrato nelle due immagini di Figg. 8, oggi conosciamo ed abbiamo solo un esemplare che, come ci informa la Follieri (6), è : “la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’., il testo redatto dal Perotti, contenuto nel volume d’Archivio detto codice Cryptense Z.d. XII, di cui recentemente abbiamo ottenuto, su nostra richiesta la sua riproduzione digitale all’Archivio della Biblioteca del Monumento Nazionale dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, dove esso è conservato nell’ASMN, ‘Platee 1′, e che ivi pubblichiamo  per la prima volta è illustrato nelle immagini di Figg. 3-4-5-6-7-10. L’antichissimo documento Normanno dell’aprile 1131, dettoCrisobollo di Ruggero II’, la cui trascrizione eseguita dal Pietro Menniti (8), illustrato nelle immagini di Figg. 3-4-5-6-7-10, e transunto (trascritto), nel Codice Cryptense (Crypt. Z. δ. XII), è conservato all’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Frascati. Sul codice (Crypt. Z. d. XII), ha scritto la studiosa Enrica Follieri (6), nel suo studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131”. La Follieri (6), op. cit., a p. 49, ci dice che ci informa del codice Crypt. Z. δ. XII (10) e, che come scrive la studiosa Giovanna Falcone (13), la copia del ‘Crisobollo di re Ruggero II’ (7), che eseguì Pietro Menniti (8), il 20 Maggio 1710 (Figg. 3-4-5-6-7-10), fu inserita alla fine del volume d’archivio, nelle sue ultime pagine (dalla 88v alla 90v), del Bullarium”, che è una raccolta di “nonnula iura et monimenta” (privilegi concessi dai re Normanni) che si trova all’interno del  volume d’Archivio codice Z. d. XII (10), insieme legato nello stesso volume al “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae” o “Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo” o “Regestum Bessarionis”, del Cardinale Bessarione. Le immagini illustrate sono inedite e ivi pubblicate per la prima. Si tratta della copia pervenutaci e tradotta dal greco al latino da Pietro Menniti (8). Scrive Giovanna Falcone, op. cit. (13), p. 147 che: “La copia del Crisobollo si trova nel volume ‘Monastero di S. Maria di Grottaferrata’, Platee 1., il codice Cryptense Z. d. XII, che raccoglie insieme il  “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae” o Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Gottaferrata a Tuscolo, una Platea dei beni dell’Abbazia, o in inventario redatto dall’Arcivescovo Nicolò Perotti, su incarico del Cardinale Bessarione, fece redigere non appena fu nominato Commendatario dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati), ed il Bullarium”, che è una raccolta di “nonnula iura et monimenta” (privilegi concessi dai re Normanni), un insieme di privilegi d’epoca Normanna tra cui vi è alla fine, la copia del 1710 eseguita da Pietro Menniti (8) del “Crisobollo di re Ruggero II” (7).

Crisobollo 2

(Fig. 4)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 89r del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata.

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(Fig. 5)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 90v del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata.

Crisobollo 4

(Fig. 6)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 90r del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata.

Crisobollo 5

(Fig. 7)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 91v del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata.

Il Crisobollo di re Ruggero II, del 1131, pubblicato dal Ronsini (5)

Il documento normanno che pubblichiamo è quello pubblicato dal Ronsini (5), che dal punto di vista bibliografico è stato il primo a pubblicarne la sua trascrizione dal greco al latino. Riguardo l’antichissimo documento pubblicato dal Ronsini (5)(Figg. 8), la studiosa Enrica Follieri (6), nel suo studio dal titolo: “Il Crisobollo ecc…“, ci informa che: “Il testo del crisobollo fu pubblicato per la prima volta nella monografia che un benemerito erudito locale, il canonico Domenicantonio Ronsini, dedicò alla storia di Rofrano (5). L’opuscolo del Ronsini, uscito nel 1873 a Salerno, ebbe limitata diffusione: lo conobbe e lo utilizzò il P. Antonio Rocchi nel 1893 (…).”. Il Ronsini (…), a tergo del ‘Crisobollo’, che pubblicava come ‘Documento A’, scriveva in proposito che: “Questa concessione è ricordata in un’Epigrafe mezzo corrosa in ghirigori Longobardi apposta nel 1187 alla nicchia che racchiudeva il vetusto simulacro della SS. Vergine sotto il titolo di Grotta Ferrata. Fu tradotta dal Greco in Roma ed inserita in nuova pubblica scrittura, ed autenticata nel 1465 Indizione XIII a’ 16 Novembre giorno di Sabato, nell’An. II. del Pontificato di Paolo II. La copia conservata nell’Archivio Comunale per Notar Ottone Francesco Martelli di Padula exemplata est ob originali Instrumento Concessionis factae Venerabili Monasterio Cryptae Ferratae, injuncto, et ligato in principio Platae Venerabilis Monasterii de Montesano.”. Riguardo l’antichissimo documento pubblicato dal Ronsini (5)(Figg. 8), la studiosa Enrica Follieri (6), nel suo studio dal titolo: “Il Crisobollo ecc…“, ci informa che: Il canonico Ronsini (5), utilizzò, come egli stesso dichiara (…), una copia conservata nell’Archivio Comunale di Rofrano, esemplata sul documento del monastero di Montesano per Notar Ottone Francesco Martelli di Padula.”.  Purtroppo, la Follieri (6), ci informa che, sia il documento autentico che quello di cui parlava il Ronsini (5), che diceva conservato al Comune di Rofrano, non si trovano.

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(Figg. 8) ‘Crisobollo di Ruggero II’, dell’Aprile 1131 (6), pubblicato dal Ronsini (5), nell’appendice al suo testo: ‘Documento A’, p. 69 e s.

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(Fig. 9) Il ‘Crisobollo di Ruggero II’, dell’Aprile 1131, pubblicato dalla Follieri (6)

Nel 1131, re Ruggero II d’Altavilla, con il “Crisobollo” conferma all’Abate Leonzio (al feudo di Rofrano e Grottaferrata e non al Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa come nel testamento di Mansone) la vasta tenuta del ‘Centaurino’

La vasta tenuta detta di “Cannamaria” (il monte Centaurino) figura nella dote testamentaria che nel 1130, il conte Manso o Mansone dispose il lascito per il rifondato e riunito monastero claustrale di San Mercurio a Roccagloriosa di cui la figlia Altrude divenne Badessa. Il Centaurino figura nel testamento del conte Mansone come bene burgiansatico e allodiale. Questo vasto tenimento, forse era un lascito del conte Normanno Leone e sua moglie Gatullina al figlio erede Mansone. Non si sa. Ma questa vasta tenuta e possedimento feudale viene citato e figura fra i beni che re Ruggiero II d’Altavilla dona all’Abate Leonzio dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, ovvero risulta nel cosidetto “Crisobollo” di Re Ruggero II d’Altavilla. E’ un fatto da verificare e da approfondire come sia accaduto che un bene concesso all’Abbazia Tuscolana, da cui dipendeva quella di Rofrano, possa essere compreso nei beni privati di Mansone, conte di Roccagloriosa e di Padula. Il periodo è più o meno lo stesso. Il bene in questione risulta nella proprietà dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo per concessione di re Ruggero II e risulta pure nella proprietà del monastero di San Mercurio per testamento del conte Mansone. Forse in epoca Normanna, al tempo di re Ruggero II, l’antico Monastero di monaci di San Mercurio a Roccagloriosa dipendesse dal controllo dell’antica Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano che a sua volta dipendeva direttamente dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Con questo antichissimo privilegio, Re Ruggero II di Sicilia confermava le precedenti concessioni fatte all’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (l’odierna Frascati), da cui dipendeva l’antichissima Abbazia di Grottaferrata a Rofrano a cui erano stati concessi detti privilegi. Re Ruggero II, confermava le precedenti donazioni di possedimeni concessi da Ruggero I all’Abbazia di Rofrano. Fra questi posssedimenti vi era una grande tenuta boschiva chiamata il “Centaurino”. Giuseppe Barra (….), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, a p……, in proposito scriveva che: “Pietro Ebner fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino ecc..”. Il Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (3), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, p. 33,  che cita le controversie legali sorte dopo la vendita di alcuni beni dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati). Ebner (…), a p. 33, in proposito scriveva che: “E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, …..all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e del figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma in greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia. Un interessante documento redatto “in Palatio nostro Palermitano”, con il quale re Ruggiero confermava all'”honorando religioso domino Leontio abati Dei Genitricis Criptae Ferrata” i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo ad interminabili controversie (89). La tuscolana abbazia italo-greca di Grottaferrata era troppo importante perchè i sovrani normanni non ne potessero tollerare nei loro stati una grancia, sia pure economicamente forte come quella di Rofrano. Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita”. L’Ebner, nella sua nota (89), dice che: “(89) V. D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano’, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS = Archivio di Stato di Salerno, è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV = Archivio della Diocesi di Vallo della Lucania) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Dunque, come scriveva l’Ebner, la vasta tenuta del Centaurino, forse già antica e longobarda donazione all’Abbazia di Rofrano, era fra i “i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo ad interminabili controversie (89).”. Pietro Ebner (7), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”,vol. I, a p. 496 ci parla degli “Statuti di Rofrano” ed a p. 498 pubblica la trascrizione del cosiddetto “Crisobollo di re Ruggiero”, tratta dal Ronsini (….). Ebner, a p. 496, in proposito scriveva che: “Prime notizie sicure al diploma  di re Ruggiero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè del 1131, IX indizione (1). Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata (Ebner si riferisce al codice Cryptense Z δ XII), il re confermava all’abate Leonzio di quel cenobio (“tibi onorando religioso domino Leonzio, abbati sanctae Dei genitricis Criptae Ferrate ad nos profecto, ac supplicante (…) ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri, cum omnibus granciis, villis et pertinentiis suis”), le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc..dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (2).”Ebner, vol. I, a p. 496, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Descrizione precisa dei confini naturali e dei segni artificiali scolpiti su pietre, specialmente di quelli che racchiudevano la vasta tenuta denominata Centaurino, causa di annose liti tra i vescovi di Policastro, per conto del loro seminario, e i comuni di Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza, le cui terre confinavano con il Centaurino, che aveva preso nome ‘a fonte Centaurini’.”. Ebner si riferiva e parlava dell’antico documento di cui parlava l’Antonini (…) e l’Ebner (7) è chiamato “Crisobollo di Ruggero”. Si tratta di una donazione (diploma come lo chiama l’Ebner o Crisobollo come lo chiama la Follieri), fatta da Ruggero II d’Altavilla il Normanno, figlio di Ruggero I e Re di Sicilia, a Leonzio, forse Abbate dell’Abbazia di Grottaferrata a Rofrano. L’Ebner, poi prosegue e riguardo all’antico documento Normanno del 1131, scriveva che:  “Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Abbiamo visto, però che, la vasta tenuta del Centaurino non era solo nei beni della chiesa di Rofrano e poi in seguito dell’Abbazia tuscolana ma faceva parte della disponibilità del conte Mansone. Come scrisse Pietro Ebner (7), il vasto possedimento del Centaurino, in seguito al passaggio del monastero di S. Mercurio al Seminario della Curia Vescovile di Policastro, diventò oggetto di liti pendenti davanti a diverse corti di giustizia. Diverse furono le cause vertenti dal XVIII secolo in poi, tra la Curia ed alcuni Comuni viciniori, per il possesso di alcuni antichissimi possedimenti dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e di altre Abbazie e Monasteri dei Comuni vicini. Tutti questi possedimenti e privilegi, tra cui anche quella del ‘Centaurino’, si potevano far ricondurre ai primi titoli concessi dai re Normanni ai monaci di alcune Abbazie e Monasteri sparsi sul nostro territorio, poi in seguito, caduti in disfacimento a causa dell’incuria ma soprattutto a causa dell’usurpazione che ne fecero alcuni baroni ed al trasferimento di questi beni alla Curia Romana. L’Ebner (7), a p. 435, nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, parlando di Policastro e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, sulla scorta del Ronsini (10), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (Ronsini (…), p. 29), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(…).”. Alla sua nota (27), l’Ebner, scrive che: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo, con il fisco per pagamenti contestati, con il principe di Bisignano per i confini di Sanza, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino.”Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 435, in proposito scriveva che: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31), per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’Università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’Abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il momastero anzidetto (1615). Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che: “(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Dalla Relazione redatta dal Consigliere De Micco (…), in una causa di confini, apprendiamo da p. 71 che: E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. Ritornando al diploma del 1131, del re Ruggero II, in cui figurano la vasta tenuta del Centaurino fra le precedenti donazioni confermate da re Ruggero II alla chiesa di Rofrano e di Grottaferrata, Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi etc..”, a p. 74 (vedi versione a cura di Visconti), in proposito scriveva che: “Il Re Ruggero, fondatore di questo nostro Regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò al rango di contea e la donò (52) al suo figlio illegittimo Simone; nello stesso tempo, concesse al Vescovado il feudo di quel castello che da lui fu detto Castel Ruggero. Come risulta poi da un’antico manoscritto, poichè in un bosco adiacente si vedevano molto spesso degli orsi nelle vicinanze di una torre che vi era eretta, il luogo cominciò ad essere frequentato dai coloni che vi andavano a caccia, e così a poco a poco quel feudo da rustico divenne urbano e prese il nome di Torre Orsaia (53).. Il Laudisio, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Ughell., cit., tomo 7, col. 758 (p. 542: Robertus, Normandus dux, ann. Christi 1065 eam destruxit, quam Rogerius rex magnificentius inde restituit ac comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit)”. Il Laudisio, nella sua nota (53) citava il Troyli, Historia Neapolitana, tomo I, part. 2, n. 66 (pp. 171-172: “…..”.”. La studiosa Giovanna Falcone (14), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127. Nel settembre del 1130 papa Anacleto II, concedendo al conte di Sicilia Ruggero II la dignità regia, fondava il nuovo Regno di Sicilia che includeva, oltre la Sicilia, la Calabria, il ducato di Puglia e le regioni fino a quel momento sottoposte all’autorità dei duchi normanni del Mezzogiorno peninsulare. Molto tempestivamente, quindi l’abate di Grottaferrata si premurò a richiedere al nuovo signore, il re Ruggero, la conferma dei possedimenti di Rofrano che fu concessa nell’aprile del 1131. Il documento è detto crisobollo perchè munito di sigillo d’oro.”. La Falcone, prosegue il suo racconto e scriveva: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobari di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”. Di seguito pubblico la trascrizione del “Crisobollo” tratta dal Ronsini (….), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, Salerno, 1873, p……, dove possiamo leggere che tra le località ed i possedimenti concessi da re Ruggero II d’Altavilla figurava anche la vasta tenuta del monte Centaurino:

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Riguardo il possedimento della vastatenuta del Centaurino”, recentemente abbiamo rintracciato all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, la Relazione del 1895 del Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli De Micco, nella Causa vertente tra ilPel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il comm. De Micco (….), nella sua Relazione a p. 73, riferendosi alla causa del Comune di Rofrano contro il Seminario di Roccagloriosa, in proposito si chiedeva: “Ed era lecito a lui mettere in dubbio l’autenticità del testamento del Conte Mansone; quando unico suo titolo era uno pseudo documento attribuito a Re Ruggiero, che si dice fatto originariamente in greco e presentato per la traduzione, per la prima volta dopo sette secoli, ignorandosi chi lo avesse custodito per così lungo tempo, e che era contestato e distrutto dal fatto del possesso del Seminario e dalla qualità di colono e lavoratore che aveva l’Abate di Grottaferrata di Rofrano ?.”. Giuseppe Barra (….), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, a p. 23, in proposito scriveva che: “Il re, dunque, confermò anche all'”ecclesiam sanctae marie rofrani sitam in partibus policastri” le sue “grantiis villis et pertinentiis”, e cioè i cenobi ecc…, due case a Salerno, il feudo del “Centaurino” posto tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza (35), ecc…”. Il Barra, a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Cfr. Breccia, p. 220“. Il Barra si riferiva a Gustavo Breccia, p. 220 del suo “Il monastero di S. Maria di Rofrano Grangia Criptense, note storiche”, in ‘Bollettino Cryptense.

Pietro Minniti e le sue copie e trascrizioni dei sigilli di ‘Nonnula iura et monimenta’

La studiosa Enrica Follieri (…), in un suo pregevole studio su un antico documento Normanno di notevole importanza per le nostre terre, op. cit., a p. 49, scriveva in proposito che: “Il Cardinale Bessarione, non appena Papa Pio II gli ebbe affidata in commenda il monastero di S. Maria di Grottaferrata (28 Agosto 1462), si preoccupò di difendere e richiamare “i diritti della Badia sui possessi conculcati o usurpati” (1). Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (11). Lo stesso Bessarione dispose che si eseguisse una traduzione latina sia del testo greco sia delle iscrizioni dei sigilli di ‘nonnula iura et monimenta’: ci è così pervenuto il ‘transsumptum in pubblicam fornam redactum’, in versione latina, di un crisobollo greco ecc…”. Sempre la Follieri (…), riferendosi agli antichi documenti e donazioni all’Abazia di Grottaferrata, continua dicendo che: Detto transunto….L’atto del 1465 non è stato tramandato però in originale , ma attraverso la copia autentica….A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…).”. Scrive la studiosa Giovanna Falcone (…) il volume d’Archivio, codice Z. d. XII, ovvero il volume d’Archivio detto: “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, in cui sono legati insieme la Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria Abatis Cryptaferratae”, in cui, sono legati e contiene insieme la ‘Platea dei beni’ dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, del Cardinale Bessarione ed il ‘Bullarium’ (i privilegi concessi dai re Normanni, dove si trova anche il “Crisobollo di Re Ruggero II”), redatto nella stessa epoca e, conservato all’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Frascati. Infatti, degli antichissimi documenti o privilegi (anche d’epoca Normanna) di donazioni fatte all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, ne ha parlato anche il Breccia (…), che scrivendo riguardo il codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII)(…), e del “Regestum Bessarionis”, in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che l’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (…), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. Siccome la studiosa Enrica Follieri, circa la copia del ‘Crisobollo’, eseguita dal Minniti (…), ci informava che: “A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, …..informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…).”. Infatti, è lo stesso Ronsini (…), il primo a pubblicare la trascrizione della copia del ‘Crisobollo’, eseguita al Minniti, scriveva in proposito: “Fu tradotta dal Greco in Roma ed inserita in nuova pubblica scrittura, ed autenticata nel 1465 Indizione XIII a’ 16 Novembre giorno di Sabato, nell’An. II. del Pontificato di Paolo II. La copia conservata nell’Archivio Comunale per Notar Ottone Francesco Martelli di Padula exemplata est ob originali Instrumento Concessionis factae Venerabili Monasterio Cryptae Ferratae, injuncto, et ligato in principio Platae Venerabilis Monasterii de Montesano.”. Quindi, apprendiamo dal Ronsini (…), che la copia del ‘Crisobollo’, eseguita da Pietro MinnitiFu tradotta dal Greco in Roma ed inserita in nuova pubblica scrittura, ed autenticata nel 1465 Indizione XIII a’ 16 Novembre giorno di Sabato, nell’An. II. del Pontificato di Paolo II.”. Il Ronsini (…), ci informa pure, notizia poi in seguito confermataci dalla Follieri (…), che la copia del ‘Crisobollo’, eseguita dal Minniti nel 1710 (utilizzando la copia autentica del 1595), “La copia conservata nell’Archivio Comunale per Notar Ottone Francesco Martelli di Padula exemplata est ob originali Instrumento Concessionis factae Venerabili Monasterio Cryptae Ferratae, injuncto, et ligato in principio Platae Venerabilis Monasterii de Montesano.”. Sappiamo che la copia del ‘Crisobollo’, eseguita dal Minniti (…), fu data ed utilizzata dai Certosini, nell’atto di acquisto del Monastero di Montesano “fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…).”. Come scriveva il Ronsini (…), l’Atto di acquisto del Monastero di Montesano sulla Marcellana in Provincia di Salerno (centro nel Vallo di Diano), era: “Instrumento Concessionis factae Venerabili Monasterio Cryptae Ferratae, injuncto, et ligato in principio Platae Venerabilis Monasterii de Montesano.”. Inoltre, apprendiamo dal Ronsini (…), notizia poi confermata dall’esame della Follieri (…), che la copia del ‘Crisobollo’, eseguita dal Minniti (…), nel 1710, fu utilizzata dal Notaio Ottone Francesco Martelli di Padula per esemplare (copiare e confermare) il suo Atto di acquisto che eseguì per i Certosini che nel 1728, acquistarono il Monastero di Montesano e, conservata nell’Archivio del Comune. Non capiamo bene se il Ronsini (…), si riferisse all’Archivio del Comune di Rofrano o di Montesano. La Follieri (…), nel suo pregevole studio sul ‘Crisobollo‘, scriveva: “Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…).” e, nella sua nota (4): “Il privilegio di cui questa è una copia è stato dato alli PP. Certosini che han comprato Montesano. hoggi 26 ottobre 1728′. Si tratta di Certosini del grande Monastero di S. Lorenzo di Padula.”.  E noi aggiungiamo che si trattava dell’Atto di acquisto (Istrumento) che i certosini della Certosa di Padula, il 26 ottobre 1728, fecero redigere dal Notaio Ottone Francesco Martelli di Padula per l’acquisto della Grangia di S. Pietro al Tamusso a Montesano sulla Marcellana. La Follieri (…), che nel suo pregevole studio sul ‘Crisobollo‘, scriveva che non era riuscito a tovare il documento, citato dal Ronsini (…), sebbene alcuni di Rofrano si fossero attivati. Infatti, la studiosa Falcone (…), scriveva in proposito alla copia del ‘Crisobollo’ del Minniti: “La copia del Crisobollo è stata fisicamente aggiunta alla fine del ‘Bullarium’ del notaio Tegliazio a completare la serie. Delle due copie che l’hanno preceduta si è conservata notizia soltanto della seconda, risalente al 1595. Una nota posta nell’angolo inferiore dell’ultima pagina trascritta dal Minniti, ma di mano diversa, informa che “il privilegio di cui questa è una copia è stato dato alli P (adri) Certosini che han comprato Montesano hoggi 26 ottobre 1728”. Poi quest’ultimo documento riguardante l’amministrazione della grangia di S. Pietro al Tomusso in Montesano, datato 27 ottobre 1728 (Atti e carteggio dei procuratori, doc. n. 660), il procuratore della Certosa di S. Maria degli Angeli di Roma dichiara ricevere dal procuratore del Monastero di Grottaferrata, per consegnarli al priore della Certosa di S. Lorenzo, diversi documenti relativi ai beni di Montesano compresa “la copia antica dell’investitura del conte Ruggiero”. Di tale copia presumiamo si sia servito il Canonico Domenicantonio Ronsini nel suo libro ‘Cenni storici sul comune di Rofrano del 1873 in cui il documento è pubblicato per la prima volta, ma essa non era più reperibile al tempo dello studio della professoressa Follieri.”

 Crisobollo 6

(Fig. 10) Note a tergo del Minniti nella sua copia del ‘Crisobollo’.

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(Fig. 11) Note a tergo di altra mano nella copia del ‘Crisobollo’ del Minniti.

La Falcone, ci informa quindi che la copia del ‘Crisobollo’, redatta dal Minniti, fu consegnata, insieme a diversi altri documenti relativi ai beni di Montesano, al Priore dei certosini della Certosa di S. Lorenzo a Padula per l’acquisto della Grangia di S. Pietro al Tomusso o Tumusso in Montesano sulla Marcellana, appartenente fino a quel momento all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Infatti, questa Grangia, faceva parte degli antichi possedimenti dell’Abbazia Tuscolana e la si trova citata nella platea dei beni che va sotto il nome “Regesto Bessarionis”, di cui abbiamo parlato in un nostro saggio ivi pubblicato. La studiosa Falcone (…), riguardo questi documenti, scriveva che: “La documentazione prodotta a Montesano dall’amministrazione dei procuratori e pervenuta in possesso dell’Abbazia di Grottaferrata subito dopo la vendita dei beni nel 1728, ha richiesto un minuzioso lavoro di riordinamento basato sulla comprensione dei singoli documenti, ognuno dei quali ecc…La prima serie è denominata “Atti e carteggio dei procuratori” e comprende il ricco materiale di carte sciolte formato da atti notarili e giudiziari, scritture contabili e amministrative, lettere, documenti scritti o ricevuti dai procuratori che si sono succeduti ininterrottamente in quella funzione a cominciare da fratel Nilo nominato nel lontano 1462 dall’abate Pietro Vitali. Al fondo sono stati assegnati inoltre documenti conservati ‘ab origine’ presso il monastero di Grottaferrata che, a seguito del roirdinamento, hanno integrato e completato, a volte solo virtualmente nella ricomposizione operata nell’inventario, i documenti giunti da Montesano per fornire l’Archivio oggi denominato ‘ Grangia di S. Pietro di Tumusso in Montesano’. Si tratta di documenti fondamentali che formano la serie denominata ‘Privilegio, platee e inventario dei beni’ comprendente il privilegio di Ruggero II – di cui, come abbiamo già detto, si possiede un’unica copia in lingua latina del 1710 legata ad un volume del sec. XV contenente la Platea ed il Bullarium del cardinale Bessarione – e le platee, cioè i catasti dei beni, redatte, due per disposizione dei cardinali commendatari Alessandro Farnese nel 1576 e Francesco Barberini nel 1628, ed una terza nel 1704 ad opera del procuratore Paolo Manfrone pervenuta in forma di miniatura. L’ultima platea è stata realizzata nel 1710 dal procuratore Nilo Mangi. L’originale è conservato presso l’Archivio storico diocesano di Vallo della Lucania ed una copia fonostatica è stata donata dal direttore, mons. Carmine Troccoli, all’archimandita di Grottaferrata Emiliano Fabbricatore in visita a Rofrano nel 2004 in occasione del Millenario dell’Abbazia.”.

Il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, contenuto nel codice Crypt. Z. δ. XII (10)

Il codice Crypt. Z.d. XII, è del XV secolo, ed è un codice bombicino (in seta) e manoscritto. La Follieri (6), scriveva che: Il Cardinale Bessarione, non appena Papa Pio II gli ebbe affidata in commenda il monastero di S. Maria di Grottaferrata (28 Agosto 1462), si preoccupò di difendere e richiamare “i diritti della Badia sui possessi conculcati o usurpati” (1). Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis'” (6). Nella sua nota (2), la Follieri ci parla di padre Rocchi (11), che lo pubblicò. Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (6), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (11), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (26). L’antico documento Normanno detto “Crisobollo di re Ruggero II”, che, come ci informa la Follieri (6), è : “…e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’.”, il testo redatto dal Perotti, ovvero il codice Cryptense Z.d. XII, di cui recentemente abbiamo ottenuto, su nostra richiesta la sua riproduzione digitale all’Archivio della Biblioteca del Monumento Nazionale dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, dove esso è conservato nell’ASMN, ‘Platee 1′, e che ivi pubblichiamo  per la prima volta è illustrato nelle immagini di Figg. 3-4-5-6-7-10. La Follieri (6), op. cit., a p. 49, ci dice che ci informa del codice Cryptense (Crypt. Z. δ. XII) (10), insieme ai ‘Nonnula’ e al ‘Bullarium’ degli antichi privilegi Normanni concessi all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata come ad esempio la copia del Menniti (8), del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, si trova legato e insieme anche il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, o la Platea o Inventario (Registro o elenco) “La Platea dei beni monastici”, dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, redatta nel 1462  dall’Arcivescovo Nicolò Perotti, vicario generale del Cardinale Commendatario Bessarione e, conservato nella Biblioteca dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, sotto “Platee 1” (Figg. 23), che in seguito, fu pubblicato dal padre Rocchi (…). Il Rocchi (11), riguardo il Codice Cryptense, redatto dal Perotti, ci informava che: Don Nicola Perrotti Arcivescovo Sipontini e nell’Abbazia di Grottaferrata (Cryptaferratae) aiutante del Cardinale Bessarionis, Abate commendatari immortale. Ho cominciato a scrivere il libro d. 28 o agosto. 1457, come si legge nel prologo. Appacta l’inizio del libro è l’immagine di una carta. Bessarionis consiglio di amministrazione della Biblioteca antica del segretario della Sacra Congregazione di Propaganda Fide del Vaticano o cura di Stefano Borgia, an. 1757, coniate in aria. La strada sul pad ha diritto ad alcun e ovunque Regestum Bessarionis Abbatiæ Cryptoferratensis buona esistente. Fol. 62. I diplomatici vengono a mettere tutti che sono un vescovo di un re.”Il Rocchi (11), riguardo il “Regestum Bessarionis”, contenuto nel volume di Archivio detto codice Crypt. Z.δ.XII, a p. 513, scrive: ” CODEX DECIMUS SECUNDUS Z. δ. XII. Cod. ms. bombycin. saec. XV, costans foliis 98, quorum duo priora sunt membran. longitud. metri fere 0, 27, latitud. 0, 21, exaratus bono et nitido charactere, jussu D. Nicolai Perrotti ep. Sipontini, in Monasterio Cryptaferratae Vicarii Cardinalis Bessarionis, abatis Commendatarii perpetui. Scribi autem liber coeptus est d. XXVIII mensis Augusti an. MCDLXII, uti legitur in proemio. Initio autem libri appacta est imago ipsius Card. Bessarionis, quae ex antiqua tabula Biblioth. Vatic. curante Stephano Borgia a secretis Sacrae Congr. de Propaganda Fide an. MDCCLVII, aere cusa est. Porro Platea codex inscribitur vel etiam Regestum Bessarionis quorumcumque et ubique existentium Abbatiae Cryptoferratensis bonorum. Fol. 62. Veniunt pone Diplomata quae omnia sunt ‘pontificia’, praeter unum regium.” .

Reg.bess. 5

(Fig. 12) “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata

Nel 1131, il monastero di Santa Maria di Vito a Fogna di Laurino

Antonio Tortorella (….), laureatosi a Salerno con il Prof. Paolo Peduto: “Padula – un insediamento medievale nella Lucania bizantina” che pubblicò nel 1983. Il Tortorella, nel capitolo quarto: “Nasce Padula”, a p. ….., in proposito scriveva che: “Verso Occidente rispetto a ‘San Luca’ è la “Carrara de santo Bartomeo” o “santo Bartolomeo” (123), vicino al ‘Tumusso’ (124): v’era una fondazione chiesastica (125) che agevolmente si lega alla devozione per san Bartolomeo di Rossano, il discepolo di San Nilo Juniore e cofondatore di Grottaferrata (126), e si potrebbe assegnare fors’anche agl’inizi dell’undicesimo secolo. All’abate Leonzio di Grottaferrata nel 1131 venne donato il monastero di San Pietro ‘de Tumusso’ (127) insieme con altri in Lucania e nella Calabria settentrionale, da Ruggiero secondo, conformemente a un diploma in greco dato nel ‘Palazzo’ di Palermo; il monastero, con San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Vito a Fogna di Laurino, rimase alla Badia basiliana fino al 1728 (128). Ma esso già nel documento del dodicesimo secolo era identificato nel territorio di Montesano, a Prato Comune o ‘Varchèra’, dove ancora è la cappella di San Pietro accanto alle strutture dell’antico cenobio – adibite oggi, con profonde alterazioni ad uso agricolo ed abitativo – come si desume etc…”. In primo luogo il Tortorella errava quando afferma che “nel 1131 venne donato il monastero di San Pietro ‘de Tumusso’ (127) insieme con altri in Lucania”, in quanto all’abate Leonzio, Ruggero II d’Altavilla donò all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, il monastero di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano che già possedeva tutti gli altri che vengono elencati nel documento del 1131 chiamato “Crisobollo di re Ruggero II”.  Inoltre, questi monasteri, (donati a Grottaferrata), compreso il monastero di S. Maria di Vito a Fogna in Laurino, già dipendevano dal monastero di S. Maria di Rofrano, esssendo sue dipendenze, da prima del 1131. Infatti, si evince dal “Crisobollo di re Ruggero II” che re Ruggero II confermava a Leonzio le precedenti donazioni di Ruggero Borsa del 1111 e di re Guglielmo I del 1127. Questo monastero già esisteva nel 1111. Il Tortorella (….), a p. 58, nella nota (127) postillava che: “(127) Cfr. A. Rocchi, De Coenobio Cryptoferratensi, Tusculi, 1893, pp. 97-98, dov’è la traduzione latina del documento (ch’è forse quella copiata a Roma dal notaio in Padula Ottone Francesco Martelli il quindici marzo 1720 e allegata alle ‘Carte riguardanti la vendita del Monistero di S. Maria di Grotta ferrata al Monistero di S. Lorenzo della grancia di S. Pietro in Montesano, S. Zaccaria in Sassano e S. Maria di Vito in Laurino’, conservate nell’Archivio di Stato di Napoli, fondo “Monasteri soppressi”, serie “S. Lorenzo della Padula”, busta 5615, e conosciuta dallo studioso basiliano attraverso un duplicato, custodito nell’Archivio comunale di Rofrano e pubblicato da D. Ronsini, Cenni storici del Comune di Rofrano, Salerno, Stabilimento Tipografico Nazionale, 1873, documento A, pp. 69-72), il quale in originale è nel ‘Codice Z delta 12 dell’Archivio della Badia greca di Grottaferrata.”. A questo punto, però il Tortorella, postillava che: “Ma a Grottaferrata non è stato possibile consultare la carta greca di Ruggero secondo”. Il Crisobollo di re Ruggero II conservato a Grottaferrata è stato da me pubblicato ivi in un mio saggio.  Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Laurino”, a p. 88, nella nota (47) postillava che: “(88)…..S. M. di Grottaferrata a Rofrano, …….Chiesa, questa, che era assai fiorente con le sue 11 grancie, tra cui la chiesa di S. Maria de Vita in località S. Vito di Fogna (Villa Littorio).”. Sempre Ebner, a p. 84, in proposito scriveva pure che: “Lo “stato” di Laurino, costituitosi con l’assenso di re Ladislao,…..Esso constava di Laurino e di cinque casali, e cioè Laurino Piaggine, etc…Fogna o Fonga, e di due casali scomparsi: Zedalampe, nei pressi del vallone Ripeti (37), e Vito, grancia sempre della tuscolana Badia italo-greca di Grottaferrata, ma dipendente prima dalla badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano e poi del cenobio di S. Pietro al Tumusso di Montesano (v.). Di ambedue questi abitati erano visibili ancora le rovine nella seconda metà del ‘700.”. Dunque, il casale di Vito a Fogna, dice Ebner era a Villa Littorio. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Fonga (Villa Littorio)”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Maggiori notizie sulla badia di S. Maria di Vito sita al di sotto del villaggio di Fogna, verso Bellosguardo, nella località detta Vito. In origine monastero indipendente di monaci italo-greci, divenne grancia della grande abbazia tuscolana greca di Grottaferrata che nel periodo della sua decadenza la unì come grancia alla badia italo-greca di S. Pietro al Tumusso di Montesano. Questa badia negli ultimi tempi vi teneva un monaco per il mantenimento del culto e l’amministrazione dei beni. Va ricordato che della badia di S. Maria è già notizia nel diploma in greco (v. la trascrizione in latino Cap. V, 4) di re Ruggiero di Sicilia rilasciato a Palermo nell’anno 6639 = 1131, quando i beni esistenti anche nel territorio dell’odierno Cilento, dipendenti dalla badia italo-greca di S. Maria di Rofrano, vennero riconosciuti di proprietà dell’abbazia greca di Grottaferrata (“In primis, grancia Sanctae Mariae de Vito, qua est in tenimento seu territorio Laurini”). Con questo diploma re Ruggiero confermava le donazioni fatte dal cugino Ruggiero e dal figlio di costui, Guglielmo. Beni tutti poi ceduti alla Certosa di Padula (v.). Nel 1709 pd. Nicola Maranci, procuratore del monastero di S. Pietro di Montesano dei pd. basiliani chiese alla R. Camera di consentire l’istituzione di un inventario dei beni appartenenti al monastero di S. Pietro, tra i quali la grancia di S. Maria di Vito di Fogna. Tre le copie dell’inventario di cui è notizia: una era “in banca di Basile per un processo tra l’università di Laurino e quella di Rofrano”; una seconda è all’ASS., la terza nell’ADV. Dalla Platea si evince che solo otto persone (sei analfabeti e due artigiani) denunziarono di possedere beni di S. Maria a Fogna (terreni e case). Oltre i diritti annessi al feudo, di cui l’agronomo Collarelli dichiarò di aver disegnata la pianta, i beni erano costituiti da più arborati (tomola 19.4) da un terreno lavorativo (tomola due) e una casa (6).”.

FUGENTI (Laurito), villaggio scomparso ed uno dei tanti possedimenti del monastero di S. Maria di Rofrano ma già sede di un antico monastero basiliano

Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388 parlando delle origini di Rofrano Nuovo (egli la distingue da Rofrano Vetere), in proposito scriveva che: “Vi si ridusse ancora quella gente, che abitava fra certe balze fra Laurito, e Rofrano, chiamate Fugento, onde la terraaccresciuta di abitatori venuti a stabilirvisi da i due testè nominati luoghi, motivi ebbero i Padri d’esserne contenti.”.

Antonini, p. 388

Il barone Antonini è scritto: “Dall’altra banda si trova un luogo chiamato ‘Fulgente’, ove ancora un ruinato Castello, ed alcune grotte sono; indizio, che nè rimoti torbidi secoli la gente vi si era ridotta ad abitare.”. Dunque, l’Antonini scriveva che il nuovo Rofrano, quello dell’abbazia di S. Maria, era cresciuto di popolazione grazie a due siti abbandonati ma esistenti in origine: “Rofrano Vetere” dove si stanziarono genti provenienti dalle vicine “balze fra Laurito e Rofrano”, ovvero dal vicino “Fugenti”. Riguardo “Fugenti”, è interessante ciò che scriveva Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 106 parlando del casale di Laurito, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (30)…..Nel luogo detto Fulgente, il Giustiniani afferma che vi fossero ruderi di un castello e grotte dove pare si fossero rifugiate delle famiglie per sottrarsi alle incursioni nemiche.”. Ebner, a p. 106, nella nota (30) postillava che: “(30) Giustiniani, cit., V. Napoli, 1802, p. 293”. Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario Historico-ragionato del Regno‘, nel vol. VIII, pp. 61-62, scriveva su Rofrano che: “Si avvisa l’Antonini (2), p. 388, che l’avessero fatta edificare i PP. Basiliani, i quali vi avevano un Romitorio, richiamandovi ad abitare anche taluni che erano in certe balze fra ‘Laurito’, e Rofrano detto ‘Fugento’. Etc…. Nel luogo detto “Fulgente” il Giustiniani (…), sulla scorta dell’Antonini (…), afferma che vi fossero ruderi di un castello e grotte dove pare si fossero rifugiate delle famiglie per sottrarsi alle incursioni nemiche. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando di Rofrano (nuovo), in proposito scriveva che: “Alle famiglie che lo costituirono si unirono quelle di Rofrano e quelle dello scomparso Fugento, un abitato esistente tra Rofrano e Laurino e di cui è cenno nell’anzidetto diploma di re Ruggiero.”. Domenicantonio Ronsini (…..), nel 1873, nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano” parlando di Rofrano Vetere, a p. 13 scriveva che: “..,e vi si formarono una mediocre agglomerazione con altre avveniticci di un paese, sito su di una balza tra Rofrano, e Laurino che vien chiamato ‘Fugento’ in ‘Diploma di Ruggiero (Antonini, Lucania).”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 33 parlando di Forìa, in proposito scriveva che: “L’Antonini (2), dopo aver accennato al luogo detto Fulgente (parte opposta dell’Antilia) con le rovine di un castello e alcune grotte “indizio che nè rimoti torbidi secoli la gente vi si era ridotta ad abitare”, dice di Forìa etc…”. Ebner, a p. 33, nella nota (2) postillava che: “(2) Antonini, cit., I, p. 347”.  Infatti, l’Antonini, a p. 347, in proposito scriveva che: “Sorge fra Laurito, e Montana una ben alta montagna, chiamata Antilia: ove alcune abitazioni furono un tempo: oggi di essa appena picciolissime vestigia si vedono, e dal citato Berardino Rota, vien così ricordata: “Teque etiam Antilie passis, te moesta capillis, Quam Pan erudiit, susceptam Molphide Nynpha”. Dall’altra banda si trova un altro luogo chiamato Fulgente; ove ancora un ruinato Castello, ed alcune grotte sono; indizio, che ne’ rimoti torbidi secoli la gente vi si era ridotta ad abitare. Da Laurito, ritornando a Mezzogiorno, sulle colline a manca del Rubicante, o sia Melphi, e camminando quattro miglia trovasi la Foria, etc…”. Il Ronsini (…), sulla scorta dell’Antonini (…), cita un vecchio centro chiamato ‘Fugenti’. Nella descrizione dei luoghi, il Ronsini, scrive che il Monte Rotondo – posto a Nord-ovest di Rofrano nuovo è quel monte che segue il monte Pedale (che è la base dell’alto e nevoso Monte Cervato), e che “presenta un lato a cilindro brullo di vegetazione, e di roccia ove bianca, ove rossastra. Il Rotondo si abbassa in una gola detta ‘Vesoli’ (Vae soli!) per cui s’immette il ponente maestro da noi chiamato Salernitano.”. Amedeo ed Emilio La Greca con Antonio Di Rienzo (…..), nel loro “Viaggio nel Cilento etc…”, a p. 197, in proposito scrivevano che: “Laurito. Nella zona oggi detta Fulgente e sulle pendici del Monte Centaurino (m. 1432) si scorgono ancora molte grotte che oggi fungono da riparo notturno ai piccoli greggi. Queste furono le “laure” dei monaci greci che tra il IX e il X secolo risalirono il corso del Mingardo in cerca di luoghi appartati, per pregare. Il loro centro era l’icòna di S. Filippo. Più tardi in epoca longobarda vi fu costruito un castello, del quale la prima notizia risale al 947 (1). Esso segnò l’inizio di un centro abitato che venne indicato col nome di “Castellum Lauretum”. Questo toponimo racchiude le due caratteristiche del luogo, cioè di un gruppo di “laure” e di centro fortificato. In seguito a calamità naturali, i pochi abitanti del Castello si rifugiarono poco più a Levante, dove ricostruirono le case. Quivi sorse anche la chiesa di San Filippo nella quale ancora si possono ammirare affreschi del XIV secolo. I Lauretani ancora oggi sono molto devoti a questo Santo e legati all’antica cappella.”. L’anticihissimo centro detto ‘Fugento’, oggi scomparso fu espressamente citato nell’antico documento Normanno detto ‘Crisobollo di re Ruggero II’. Sia l’Antonini (…) che il Ronsini (…), dicono che Fugenti è citato nel ‘Crisobollo di re Ruggero II’ (documento A, pubblicato dal Ronsini). Il documento del 1131, vi è scritto: “qui dicitur Monacorum, illinc vengit ad campum Castagneti, qui dicitur de Pissotanis, inde recte pergit , et ferit timpam nuncupatam de Laurito, ascenditque per eamdem timpam, quae est prope ‘Fugentum’ per situm Fugenti ex parte, qua aqua descendit, et defluit per spinam usque ad ejusdem  Fugenti ‘Lavandaram’, et ascendit per candem  Lavandaram ad timpam, quae de ‘Serra Nigella’ digitur et de Serra Nigella pergit ad ‘Pentonem’, inde progreditur per pedes Rupis Sanctae Mariae, inde pergit recte usque ad decollam ‘Castaneolam’. Ecc..”, che tradotto dal latino in italiano significa: “Ha detto Monaco vengo sul campo del ‘Castagneto’ campo, che ha chiamato il Pissotanis, da lì proseguire dritto, e colpisce il timpa chiamato dal Laurita, saliva per la stessa timp, che è vicino al ‘fatto la loro dalla posizione di Fugen, in parte, con la quale l’acqua scendeva, e scorre verso il basso attraverso la spina dorsale, per quanto riguarda, per migliorare la sua Fugen ‘Lavandaram‘, e salì sul ~ cantare la Lavandaram al timpa, che è di cifre del ‘Serra Nigella’, e fuori di essa erano al Serra NigellaPenton‘, da cui procede attraverso un Rupis piedi della Beata Vergine Maria, ha poi avanzato dritto fino a Decollescastaneola‘..

Intestazione Crisobollo del Minniti

(Fig….) Crisobollo di re Ruggero – intestazione – copia del Menniti

Giuseppe Barra (…), nel suo “Rofrano – Terra della Civiltà Greco-Bizantina”, a p. 8 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “La zona montuosa si può descrivere con queste righe, del 1881, di Cosimo De Giorgi: “Ad oriente sorge il Monte Fulgenti, che ha preso il nome da un paese distrutto. Dietro questo monte si apre la Valle del Faraone che più a valle si denomina “del Mingardo”, ed in fondo il Monte Centaurino chiude il panorama colle sue pendici etc…”. Sempre il Barra, a p. 15, in proposito scriveva che: “Proprio in quel periodo, intorno a quel cenobio, fedeli, lavoratori e pastori, provenienti da Rofrano Vetere e da Fugento, un paese posto tra Laurino e Rofrano Vetere, iniziarono ad aggregarsi.”. Il geologo Cosimo De Giorgi (….), nel 1881, nel suo “Viaggio nel Cilento – gli uomini, le donne, la terra etc…” con prefazione di Giuseppe Galzerano (….), a pp. 167 e ssg., a proposito della Valle del Mingardo, scriveva: “Una bella escursione volli fare da Montano al Monte Antilia ch’è a ridosso del paese…….Un picco bizzarro, a mò di piramide, è denominato il ‘Campanaro delle Giungole’, e rizza il suo bianco pinnacolo a circa 40 m. di altezza su questo altipiano Ad oriente sorge invece il Monte Fulgenti, che ha preso il nome da un paese oggi distrutto. Dietro questo monte si apre la Valle del Faraone tributaria di quella del Mingardo, ed in fondo il Monte Centaurino chiude il panorama colle sue pendici grige e azzurrognole. Il Monte Bulgheria di quassù domina tutto, dalla ‘gola della Dragara’ fino alla ‘marina di Scari’ ed allo sbcco del Bussento. Riguardo alle origini di Montano si vuole dagli eruditi che sia surto dopo la distruzione di Velia; origine che vien pretesa da quasi tutti i paesi di questo circondario. Bernardino Rota nel primo libro delle sue Metamorfosi così cantava di Montano “Deflevit longum calamis Montana paternis”. Da Montano, la via piega verso Laurito, …..attraversai questi luoghi il 19 maggio 1881 tra Montano e Laurito non vi era che una via mulattiera, e correva su frane molto pericolose. Fra le altre ricordo quella della ‘contrada Cammarana’ che mi fece venire i brividi”. Questa contrada è citata nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II. Il De Giorgi (….), a pp. 169-170 parlando poi di Laurito, scriveva: “Il monte Fulgenti, lo ripara dalla tramontana. Il paese resta 260 m. più basso di Montano. La tradizione vorrebbe che gli abitanti di Velia, abbandonando la città distrutta, si fossero sparsi nelle valli del fiume Lambro e del Mingardo. Alcuni posero la loro stabile dimora in un bosco di lauri che stava a ridosso del Monte Fulgenti, e avrebbero creato il paese dandogli il nome di Laurito. Il certo è che per lungo tempo il paese restò diviso in due borgate: quella superiore si vuole surta sulle rovine di ‘Fulgentium’, antica città distrutta dai Goti comandati da Alarico. Questi due paesi nei tempi di mezzo conservarono giurisdizione diversa: quella superiore ebbe una chiesa propria e di rito latino; e l’inferiore la sua di rito greco. Della prima non si ha più traccia; la seconda si conserva ancora sebbene in gran parte distrutta e rinnovata. Riguardo la feudalità, dopo la Congiura dei Baroni, alla quale i Lauritani presero parte, e dopo che furono giustiziati, ….fu concessa ai Monforte. In questo paese fu adottata la prima casa della dottrina cristiana nel 1618 da Filippo Romanelli e Tommaso Monforte. L’edificio resta in un luogo amenissimo, fuori Laurito, lungo la via di Rofrano, alla salita del Carmine. Dopo la soppressione del 1867, i PP. Dottrinari furno espulsi dal Convento.”

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ”Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sa- pri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Attanasio).

(2) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Storico Attanasio).

(3) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s., mentre riguardo la notizia citata da Falcone che l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239; la Follieri, continua dicendo: “Per la storia di Rofrano si veda, oltre al Ronsini, Ebner, ‘Chiesa Baroni e…’, II, pp. 431-444. La chiesa di S. Maria, ufficiata da clero secolare che a lungo mantenne il rito greco, danneggiata e abbandonata dalla fine del secolo scorso ecc..”  (Archivio Storico Attanasio).

(4) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio).

(5) Ronsini D.A., Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stab. Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Sala Bolognese, 1981, p. 19 e s.; il Ronsini, pubblica l’antico documento di donazione del 1131 nel ‘Documento A’, p. 69 (Archivio Storico Attanasio).

(6) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988, pp. 49 e s.; si veda pure: Follieri E., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in Follieri E., ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461 (Archivio Storico Attanasio).

(7) (Figg. 3-4-5-6-7-10) ‘Crisobollo di Ruggero II, dell’Aprile 1131. Le immagini illustrate sono inedite e ivi pubblicate per la prima volta. Si tratta della copia pervenutaci e tradotta dal greco al latino da Pietro Menniti (8). Scrive Giovanna Falcone, op. cit. (…), p. 147 che: “La copia del Crisobollo si trova nel volume ‘Monastero di S. Maria di Grottaferrata’, Platee 1.”. La Falcone scrive che la copia del ‘Crisobollo’, che eseguì Pietro Menniti, il 20 Maggio 1710 (Figg. 3-4-5-6-7-10, che fu inserita alla fine del volume d’archivio, nelle sue ultime pagine (dalla 88v alla 90v), del ‘Bullarium’, dei privilegi concessi dai re Normanni che si trova all’interno del  volume d’Archivio codice Z. d. XII (…), che contiene il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, in cui sono legati insieme la Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, del Cardinale Bessarione ed il ‘Bullarium’, redatto nella stessa epoca e, conservato all’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Frascati.

(8) Menniti Pietro, Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. La studiosa Enrica Follieri (6), scriveva in proposito alla copia pervenutaci del  ‘Crisobollo di Re Ruggero II’ che: “A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…).”. Del codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII), e del “Regestum Bessarionis”, ne ha parlato anche il Breccia (…) in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che all’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (…), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. “I documenti pontifici per Grottaferrata, si possono suddividere in.. ‘Bullarium Cryptense’, rappresentato da un capostipite della metà del secolo XV – il cosiddetto ‘Regestum Bessarionis’, attuale codice  Crypt. Z. δ. XII, ff. 68-89 – e dal suo apografo, posteriore di circa 200 anni, oggi conservato nell’archivio della Badia con la segnatura 523. Entrambi questi manoscritti vennero poi utilizzati da Pietro Menniti per la redazione del ‘Bullarium Basilium’ all’inizio del XVIII secolo (2), come pure per le copie sciolte oggi all’Archivio di Stato di Roma (3)”. Dunque vediamo cosa dice il Breccia nelle sue singole note dalla (2) alla nota (6): la nota (2): Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, vol. 32. Che il Menniti si sia servito sia dello Z. D. XII che del ms. 523 è provato dalle note apposte in margine al suo ‘Bullarium Cryptense’; nella  nota (3), scrive: “Segnatura: Congregazioni religiose maschili. Basiliani di S. Basilio, busta 297, 2. Per uno sguardo d’insieme su questa prima famiglia dei documenti pontifici per Grottaferrata, cfr, infra, Tabella 1; nella nota (4), scrive: Cfr. infra, Tabella 2; nella nota (5), scrive: si tratta infatti dei nostri nn. 34 e 48 (rispettivamente Urbano IV, 1262 marzo 17: Reg. Vat. 26, f. 15v = Z-δ. XII, n. 19, f. 87v = ms. 523, n. 16, f. 23 = Fondo Basiliani, vol. 32, pp. 46-48, e Clemente VI, 1347, agosto 23: Reg. Vat. 180, f. 244v =  Z. δ. XII, n. 11, ff. 79v-81r = ms. 523, n. 8, ff. 11v-14r = Fondo Basiliani, vol. 32, pp. 64-69) per i quali cfr. infra a suo luogo; nella sua nota (6), scrive: Il regesto quì presentato è stato compilato essenzialmente sulla base dei vari testimoni della citata raccolta criptense e su quanto è stato possibile rinvenire nell’Archivio Segreto Vaticano grazie soprattutto allo ‘Schedario ‘Garampi’, ecc..ecc..”. Per la consultazione dei documenti all’Archivio Segreto Vaticano, si veda: Sussidi per la consultazione dell’Archivio vaticano: lo schedario Garampi, i Registri vaticani, i Registri lateranensi, le “Rationes camerae”, l’Archivio concistoriale, Nuova ed. riveduta e ampliata / a cura di Germano Gualdo Città del Vaticano : Archivio Vaticano, 1989″.

(9) (Figg. 8) ‘Crisobollo di Ruggero II, dell’aprile 1131, pubblicato dal Ronsini (5), nell’appendice al suo testo: ‘Documento A’, p. 69 e s. Forse fu pubblicato dal Muratori. Riguardo questo antico documento Normanno, il Ronsini (32), op. cit., che dal punto di vista bibliografico è stato il primo a pubblicarne la sua trascrizione dal greco al latino, a p. 72, scrive che: “Questa concessione è ricordata in un’Epigrafe mezzo corrosa in ghirigori Longobardi apposta nel 1187 alla nicchia che racchiudeva il vetusto simulacro della SS. Vergine sotto il titolo di Grotta Ferrata. Fu tradotta dal Greco in Roma ed inserita in nuova pubblica scrittura, ed autenticata nel 1465 Indizione XIII a’ 16 Novembre giorno di Sabato, nell’An. II. del Pontificato di Paolo II. La copia conservata nell’Archivio Comunale per Notar Ottone Francesco Martelli di Padula exemplata est ob originali Instrumento Concessionis factae Venerabili Monasterio Cryptae Ferratae, injuncto, et ligato in principio Platae Venerabilis Monasterii de Montesano.”. L’Antonini (2), nella sua ‘Lucania’, Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, a proposito di Rofrano, è il secondo a parlare, dopo il Muratori, dell’antico documento Normanno.  Sarà il canonico Domenico Antonio Ronsini, op. cit. (5) che, in un suo pregevole studio su Rofrano, sarà il primo a pubblicarlo. Il Ronsini (5), riprende la notizia dell’Antonini (2) e lo pubblica. In seguito, l’Ebner, op. cit. (3) e recentemente nel 1988 dalla sudiosa Prof. Enrica Follieri, op. cit. (6) pubblicò uno studio nel 1988 sul Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata. L’Antonini (2), datava il documento: “Il diploma che ho presso di me tradotto dal greco, porta la data dell’anno del Mondo 6639., che secondo il computo ordinario corrisponde all’anno di Cristo, 1130 o 1131 (2). Sempre l’Antonini (2), riferiva che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. L’Antonini (2), nella sua nota (1) di p. 388, sulla datazione dell’antico documento Normanno, vi era enorme differenza con il computo che aveva fatto “Petavio Ratibn. Temp. par. lib. 3 e 2″. L’Antonini, sulla scorta del Fazello (19) e di Giovanni Villani il Fiorentino, reputa che l’antica donazione di Ruggero II di Sicilia sia databile all’anno 1131. L’Ebner, op. cit., a p. 496, scriveva in proposito: ” Con questo documento , che trascriviamo dal codice di Grottaferrata, il re confermava ….”. Il codice di Grottaferrata citato dall’Ebner (…), è il codice Crypt. Z. δ. XII. (26), di cui ci ha parlato la Follieri (…). L’Ebner, pubblicò il documento in ‘Economia e società ecc..’, op. cit. (3), I, pp. 498-502 (Archivio Storico Attanasio).

Reg.bessarionis, ultima pagina

(10) (Figg. 13) Codice Cryptense (Crypt. Z. δ. XII). Il codice Crypt. Z.d. XII, è del XV secolo, ed è un codice bombicino (in seta) e manoscritto. Il codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, è un volume d’Archivio, conservato nell’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati) (AMNG), collocato in “Platee 1”, viene generalmente detto “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”. Questo volume d’Archivio, contiene sostanzialmente due inventari. Il primo è  il“Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae” e il “Bullarium Cryptense”. E’ la studiosa Enrica Follieri (…), op. cit., a p. 49, ci dice che ci informa di questo antico codice. Il primo è sostanzialmente un Inventario o Platea dei beni monastici appartenuti all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, inventario che fece redigere il Cardinale Bessarione, come scrive la studiosa Enrica Follieri (…):Il Cardinale Bessarione, non appena Papa Pio II gli ebbe affidata in commenda il monastero di S. Maria di Grottaferrata (28 Agosto 1462), si preoccupò di difendere e richiamare “i diritti della Badia sui possessi conculcati o usurpati” (1). Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (11). Lo stesso Bessarione dispose che si eseguisse una traduzione latina sia del testo greco sia delle iscrizioni dei sigilli di ‘nonnula iura et monimenta’: ci è così pervenuto il ‘transsumptum in pubblicam fornam redactum’, in versione latina, di un crisobollo greco concesso dal re normanno Ruggero II all’abate ‘Sanctae Dei Cryptaeferratae Domino Leontio’ nell’aprile dell”annus mundi 6639, indizione IX (= aprile 1131). Detto transunto fu eseguito in Roma il 16 novembre 1465 dal notaio ‘Henricus de Goch clericus Coloniensis dioecesis, a richiesta di Domenico de Dominicis vescovo di Brescia, referendario e vicario pontificio per Roma e circondario, per incarico del cardinale Bessarione. L’atto del 1465 non è stato tramandato però in originale , ma attraverso la copia autentica eseguita il 13 ottobre 1595 a cura del protonotario apostolico Camillo Borghese, su incarico di papa Clemente VIII e a richiesta di P. Giovanni Ceci, di Tuscolo, procuratore dell’Ordine Basiliano (…). A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…). Il testo del crisobollo fu pubblicato per la prima volta nella monografia che un benemerito erudito locale, il canonico Domenicantonio Ronsini, dedicò alla storia di Rofrano (5). Il canonico Ronsini (5), utilizzò, come egli stesso dichiara (…), una copia conservata nell’Archivio Comunale di Rofrano, esemplata sul documento del monastero di Montesano per Notar Ottone Francesco Martelli di Padula. L’opuscolo del Ronsini, uscito nel 1873 a Salerno, ebbe limitata diffusione: lo conobbe e lo utilizzò il P. Antonio Rocchi nel 1893 (11), ma lo ignorarono sia Erich Caspar (…) sia Ferdinand Chalandon (…). Il documento fu riscoperto da Paul Fridolin Kehr (…),  fu ripubblicato, sulla base del codice Criptense, da Fedor Schneider nel 1914 (15). Esso è registrato nell’appendice al Caspar redatto da Paolo Collura (16), ed è stato uilizzato sia da Horst Enzensberger nel suo lavoro sulla cancelleria e i documenti normanni dell’Italia meridionale e della Sicilia (17) sia da Carlrichard Bruhl, nella sua monografia sui documenti del Re Ruggero II (18). Recentemente lo ha ripubblicato, nelle sue preziose opere sulla storia economica ed ecclesiastica del Cilento, Pietro Ebner (3).”. Nella sua nota (2), la Follieri ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (6), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (11), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (26). Il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, o la Platea o Inventario (Registro o elenco) “La Platea dei beni monastici”, dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, redatta nel 1462  dall’Arcivescovo Nicolò Perotti, vicario generale del Cardinale Commendatario Bessarione e, conservato nella Biblioteca dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, sotto “Platee 1” (Figg. 23), che in seguito, fu pubblicato dal padre Rocchi (…). Il Rocchi (11), riguardo il Codice Cryptense, redatto dal Perotti, ci informava che: Don Nicola Perrotti Arcivescovo Sipontini e nell’Abbazia di Grottaferrata (Cryptaferratae) aiutante del Cardinale Bessarionis, Abate commendatari immortale. Ho cominciato a scrivere il libro d. 28 o agosto. 1457, come si legge nel prologo. Appacta l’inizio del libro è l’immagine di una carta. Bessarionis consiglio di amministrazione della Biblioteca antica del segretario della Sacra Congregazione di Propaganda Fide del Vaticano o cura di Stefano Borgia, an. 1757, coniate in aria. La strada sul pad ha diritto ad alcun e ovunque Regestum Bessarionis Abbatiæ Cryptoferratensis buona esistente. Fol. 62. I diplomatici vengono a mettere tutti che sono un vescovo di un re.”Il Rocchi (11), riguardo il “Regestum Bessarionis”, contenuto nel volume di Archivio detto codice Crypt. Z.δ.XII, a p. 513, scrive: “CODEX DECIMUS SECUNDUS Z. δ. XII. Cod. ms. bombycin. saec. XV, costans foliis 98, quorum duo priora sunt membran. longitud. metri fere 0, 27, latitud. 0, 21, exaratus bono et nitido charactere, jussu D. Nicolai Perrotti ep. Sipontini, in Monasterio Cryptaferratae Vicarii Cardinalis Bessarionis, abatis Commendatarii perpetui. Scribi autem liber coeptus est d. XXVIII mensis Augusti an. MCDLXII, uti legitur in proemio. Initio autem libri appacta est imago ipsius Card. Bessarionis, quae ex antiqua tabula Biblioth. Vatic. curante Stephano Borgia a secretis Sacrae Congr. de Propaganda Fide an. MDCCLVII, aere cusa est. Porro Platea codex inscribitur vel etiam Regestum Bessarionis quorumcumque et ubique existentium Abbatiae Cryptoferratensis bonorum. Fol. 62. Veniunt pone Diplomata quae omnia sunt ‘pontificia’, praeter unum regium.” . Scrive la studiosa Giovanna Falcone il volume d’Archivio, codice Z. d. XII, ovvero il volume d’Archivio detto: “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, in cui sono legati insieme la Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria Abatis Cryptaferratae”, in cui, sono legati e contiene insieme la ‘Platea dei beni’ dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, del Cardinale Bessarione ed il ‘Bullarium’ (dei privilegi concessi dai re Normanni, dove si trova anche il “Crisobollo di Re Ruggero II”), redatto nella stessa epoca e, conservato all’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Frascati. Il Codice Cryptense del Cardinale Bessarione è un codice bombicino (in seta) e manoscritto in cui si trova il cosiddetto “Regestum Bessarionis”. Una specie di Platea o inventario fatto redigere dal Cardinale Bessarione, commendatario dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati), in cui venivano inventariati i beni usurpati all’Abbazia: “Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (2).. Del codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII), e del “Regestum Bessarionis”, ne ha parlato anche il Breccia (30) in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che l’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (30), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. “I documenti pontifici per Grottaferrata, si possono suddividere in due grandi famiglie. Prima di tutto vi sono infatti quelli di cui si curò inizialmente la copia presso il monastero stesso: il vero e proprio ‘Bullarium Cryptense’, rappresentato da un capostipite della metà del secolo XV – il cosiddetto ‘Regestum Bessarionis’, attuale codice  Crypt. Z. δ. XII, ff. 68-89 – e dal suo apografo, posteriore di circa 200 anni, oggi conservato nell’archivio della Badia con la segnatura 523.”. Il testo di questo codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, fu redatto dal Perotti, di cui recentemente abbiamo ottenuto, su nostra richiesta la sua riproduzione digitale all’Archivio della Biblioteca del Monumento Nazionale dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, dove esso è conservato nell’ASMN, ‘Platee 1′, e che ivi pubblichiamo  per la prima volta è illustrato nelle immagini di Figg. 2-3-4, ecc..

(11) Il ‘Bullarium Cryptense’, il ‘Bullarium Basilium’ del Menniti.  Il codice Cryptense Crypt. Z.d. XII, oltre alla ‘platea dei beni..’, e oltre al “Regestum Bessarionis”, contiene il “Bullarium Cryptense”, un inventario di copie di antichi documenti manoscritti, trascritti da Pietro Menniti (…), su incarico di………….che raccolse ed inventariò diversi documenti manoscritti di privilegi o donazioni fatte nei secoli passati all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Fra questi documenti, contenuti nel ‘Bullarium Cryptense’, vi è anche una copia di un antico documento Normanno detto ‘Crisobollo di re Ruggero II’. L’antico documento Normanno detto “Crisobollo di re Ruggero II”, che, come ci informa la Follieri (6), è : “…e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’.. La Follieri (6), op. cit., a p. 49, ci dice che ci informa del codice Cryptense (Crypt. Z. δ. XII) (10), insieme ai ‘Nonnula’ e al ‘Bullarium’ degli antichi privilegi Normanni concessi all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata come ad esempio la copia del Menniti (8), del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, si trova legato e insieme anche il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”. Del ‘Crisobollo di re Ruggero II’,  abbiamo già parlato in un nostro saggio ivi pubblicato. Scrive la studiosa Giovanna Falcone il volume d’Archivio, codice Z. d. XII, ovvero il volume d’Archivio detto: “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, in cui sono legati insieme la Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria Abatis Cryptaferratae”, in cui, sono legati e contiene insieme la ‘Platea dei beni’ dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, del Cardinale Bessarione ed il ‘Bullarium’ (i privilegi concessi dai re Normanni, dove si trova anche il “Crisobollo di Re Ruggero II”), redatto nella stessa epoca e, conservato all’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Frascati. Del codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII), e del “Regestum Bessarionis”, ne ha parlato anche il Breccia (30) in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che l’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (30), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. “I documenti pontifici per Grottaferrata, si possono suddividere in due grandi famiglie. Prima di tutto vi sono infatti quelli di cui si curò inizialmente la copia presso il monastero stesso: il vero e proprio ‘Bullarium Cryptense’, rappresentato da un capostipite della metà del secolo XV – il cosiddetto ‘Regestum Bessarionis’, attuale codice  Crypt. Z. δ. XII, ff. 68-89 – e dal suo apografo, posteriore di circa 200 anni, oggi conservato nell’archivio della Badia con la segnatura 523. Entrambi questi manoscritti vennero poi utilizzati da Pietro Menniti per la redazione del ‘Bullarium Basilium’ all’inizio del XVIII secolo (2), come pure per le copie sciolte oggi all’Archivio di Stato di Roma (3). La seconda e più numerosa famiglia è rappresentata invece dai documenti dell’Archivio Segreto Vaticano, rintracciati grazie allo schedario Garampi (4). Si tratta di più di 30 originali tramandati nelle varie serie dei ‘Registri’, cui ne vanno aggiunti altri tre compresi nei volumi dei ‘Diversa Cameralia’ e una copia isolata in un formulario del XV secolo (Arm. LIII): in tutto 38 documenti, soltanto 2 dei quali compaiono anche nei testimoni del ‘Bullarium Cryptense’ (5). Vengono elencati in ordine cronologico i documenti pontifici riguardanti il monastero di Grottaferrata emanati dall’epoca della sua fondazione ad opera di S. Nilo di Rossano (1004) fino alla concessione in commenda da parte di papa Pio II al cardinale Bessarione (1462)(6). Dunque vediamo cosa dice il Breccia nelle sue singole note dalla (2) alla nota (6): la nota (2): Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, vol. 32. Che il Menniti si sia servito sia dello Z. D. XII che del ms. 523 è provato dalle note apposte in margine al suo ‘Bullarium Cryptense’; nella  nota (3), scrive: Segnatura: Congregazioni religiose maschili. Basiliani di S. Basilio, busta 297, 2. Per uno sguardo d’insieme su questa prima famiglia dei documenti pontifici per Grottaferrata, cfr, infra, Tabella 1; nella nota (4), scrive: Cfr. infra, Tabella 2; nella nota (5), scrive: si tratta infatti dei nostri nn. 34 e 48 (rispettivamente Urbano IV, 1262 marzo 17: Reg. Vat. 26, f. 15v = Z-δ. XII, n. 19, f. 87v = ms. 523, n. 16, f. 23 = Fondo Basiliani, vol. 32, pp. 46-48, e Clemente VI, 1347, agosto 23: Reg. Vat. 180, f. 244v =  Z. δ. XII, n. 11, ff. 79v-81r = ms. 523, n. 8, ff. 11v-14r = Fondo Basiliani, vol. 32, pp. 64-69) per i quali cfr. infra a suo luogo; nella sua nota (6), scrive: “Il regesto quì presentato è stato compilato essenzialmente sulla base dei vari testimoni della citata raccolta criptense e su quanto è stato possibile rinvenire nell’Archivio Segreto Vaticano grazie soprattutto allo ‘Schedario ‘Garampi’, ecc..ecc..”. Per la consultazione dei documenti all’Archivio Segreto Vaticano, si veda: Sussidi per la consultazione dell’Archivio vaticano: lo schedario Garampi, i Registri vaticani, i Registri lateranensi, le “Rationes camerae”, l’Archivio concistoriale, Nuova ed. riveduta e ampliata / a cura di Germano Gualdo Città del Vaticano : Archivio Vaticano, 1989.

(12) Rocchi A., De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, che contiene il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio).

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(13) Pera L., Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, si veda p. 147 e s. e si veda p. 379 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(14) Falcone G., Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476, stà in Aromando G. e Falcone G., op. cit. (13), p. 147 e s. (Archivio Storico Attanasio).

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(15) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G.,  L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004.

(16) Minisci Teodoro, Ieromonaco, Santa Maria di Grottaferrata. La Chiesa e il monasero, Badia Greca di Grottaferrata, 1955 (Archivio Storico Attanasio).

(17) Giovannelli Germano (Ieromano), Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano, stà in Bollettino della Baia di Grottaferata, Grottaferrata, n.s. n. 3 (1949), pp. 67-75; si veda pure il Ronsini (5), op. cit. ed. Forni, e si tratta del Vol. III (1949), si veda da p. 94 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(18) Bianca Concetta, L’Abbazia di Grottaferrata e il cardinale Bessarione, stà in Bollettino della Baia di Grottaferata, n.s. 41 (1987), pp. 135-152 (Archivio Storico Attanasio).

(19) Barra G., Rofrano, Terra della civiltà Greco-Bizantina, ed. Il Saggio, Eboli, 2017 (Archivio Storico Attanasio).

(20) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A.; si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228.

(21) Muratori A.L., Annali d’Italia dal principio dell’era volgare sino all’anno MDCCXLIX, Prato, Tipografia Giachetti, 1868.

(22) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (..), a p. 154, alla nota 4 (nota 1). Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (…), ma il Laudisio (…), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare  gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (…), scrive in proposito a p. 93 (…): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.“. Per cercare di capire a quali documenti si riferisse il Gaetani e prima ancora il Menta, rileggendo ciò che scrive l’Ebner (…), a p. 435, su Policastro, a proposito delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, egli, sulla scorta del Ronsini (5), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29). Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. L’Ebner, alla nota (27), scrive: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo di Rofrano, con il fisco per pagamenti contestati, con il Principe di Bisignano per i confini di Sanza e, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino (…).. Alla nota (28), dice che: “ne scrive il Ronsini (5)  a p. 29.”. Alla nota (29), scrive: “Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso, basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura.”. L’Ebner alla nota (30), scrive: “La cronostassi del Laudisio parla del 1110 al 1211 (Gerardo Arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (vedi Sinossi, cit. p. 131, sg.), elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto: “Ego Guido Policastrensis episcopus, ecc…”. Pertanto, rileggendo il Ronsini (5), a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. L’Ebner, traendo notizie dal Ronsini che citava il “Libro di memorie” di Placido Tosone, avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino. L’Ebner (3), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. Tuttavia il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (9), a p. 113 (Archivio Storico Attanasio).

(23) Borsari S., Il monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia meridionale prenormanna, ed. Nella Sede dell’Istituto, 1963

(24) Cervellino L., Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per la sua retta Amministrazione, Napoli, Stamperia di Vincenzo Manfredi, 1776, si veda da p. 113 a p. 121, nel Cap. XII, ‘Della Bonatenenza‘, ci parla del titolo di Rofrano (Archivio Storico Attanasio).

(25) Falkenhausen Vera von, Aspetti economici dei monasteri bizantini in Calabria (sec. X-XI), stà in ‘Calabria bizantina’, aspetti sociali ed economici, ed. Parallelo 38, Grafica Meridionale, Vibo Valenzia, 1977, p. 32 (Archivio Storico Attanasio).

(26) Erich Caspar, Roger II. (1101-1154) und die Grundung der normannisch-sicilischen Monarchie, Innsbruck, 1904

(27) Ferdinand Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicilie, I-II, Paris, 1904

(28) Paul Fridolin Kehr, Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 (rist.), pp…..; (nota della Follieri): come informa F. Schneider, Neue Dokumente vornehmlich aus Sud-italien, stà in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 16 (1914), p. 1-54, precisamente p. 6;  Paul Fridolin Kehr, Italia pontificia, sive Repertorium privilegiorum et litterarum a Romanis pontificibus ante annum MCLXXXXVIII Italiae ecclesiis, monasteriis, civitatibus singulisque personis concessorum Regesta Pontificum Romanorum , ristampa, ed. Weidman, 1962

(29) Schneider Fedor, (nota della Follieri), come informa Schneider F., Neue Dokumente vornehmlich aus Sud-italien, stà in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 16 (1914), p. 1-54, precisamente p. 6. Scrive la Follieri che in questo testo cit., pp. 20-23, num. 3 (osservazioni ivi alle pp. 6-7). L’opera del Ronsini (scrive la Follieri), rimane inaccessibile allo Schneider ecc.. e poi aggiunge: “per la sua trascrizione egli si servì della copia di Pietro Menniti nel Crypt. Z. d. XII.”.

(30) Collura Paolo, Appendice al Regesto dei diplomi del Re Ruggero compilato da Erich Caspar, in ‘Atti del Congresso Internazionale di Studi Ruggeriani’, Palermo, 1955, pp. 545-625, sotto il num. 36 (pp. 572-574)(la Follieri postillava a riguardo: da usare con cautela per le molte imprecisioni).

(31) Horst Enzensberger, Beitrage zum Kanzlei-und Urkundenwesen der normannischen Herrscher Unteritaliens und Sizilien, Kalmunz 1971 (Munchn. Hist Studien, Abt. Geschichtl. Hilfswiss, 9), pp. 35, 91.

(32) Carlrichard Bruhl, Unkunden und Kanzlei Koming Rogers II. fon Sizilien, Koln-Wien 1978 (Studien zu den normannisch-staufischen Herrscherurkenden Siziliens, 1), pp. 22 nota 88, 24, nota 106, 76, nota 208 (sigla Co 36); traduzione italiana ampliata e corretta (di qui innanzi la sola citata – Bruhl, Diplomi di cancelleria – ): C. Bruhl, Diplomi e cancelleria di Ruggero II, Palermo 1983 (Accademia di Scienze lettere e arti di Palermo), pp. 17, nota 88, 19 nota 106, 64 nota 208.

(33) Fazello T., Storia di Sicilia, II, 7, 1-3, pp. 52,55,56, si veda anche Alessandro di Telese, Storia di Ruggero II, I, 2.

(34) Guillaume P., Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, pp. XXX-XXXII; descrizione del sigillo ivi, pp. 105-106 (Archivio Storico Attanasio).

(35) Agatangelo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986 (Archivio Storico Attanasio).

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(36) De Micco Consigliere – Relazione nella Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, TorreOrsaia e Castelruggiero, anche resistenti, Nella Corte di Cassazione di Napoli, Napoli, ed. Tipografia di Gennaro M. Priore, 1895 (Archivio Storico Attanasio).

(37) (Fig. 18) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e da me pubblicata per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio).

(38) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo il ‘Centaurino’, si veda il Capo VI, da p. 302 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(39) Fittipaldi W., La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016

(40) Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1947.

(41) Borrelli C., Catalogo dei Baroni, in Appendice al ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, Napoli, 1653 (Archivio Storico Attanasio).

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(42) Jamison E.M., Italy medieval and modern a histori, ed. Clarendon, Oxford, 1019, p…..(Archivio Storico Attanasio); si veda pure  Evelyn Jamison, Additional Work on the Catalogus baronum, Bullettino dell’Istituto Storico Italiano, LXXXIII, 1971, pp. 1–63.

(43) Barone N., La badia di Grottaferrata sotto la protezione dei re angioini di Napoli, in ‘Archivio della Società Romana di Storia Patria, XXVII (1905), pp. 217-222.

(44) Pagliara N., ‘Grottaferrata e Giuliano della Rovere’, stà in ‘Quaderni dell’Istituto di Storia dell’Architettura’, 13 (1989), pp. 19-42.

(45) Abbondanza R., Arcamone, Aniello,  in Dizionario biografico degli Italiani, 3, 1961, pp. 738-739.

(46) Nella sua nota (200), la Falcone, scrive:Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), cfr. G. Breccia, Bullarium Cryptense. I documenti pontifici per il Monastero di Grottaferrata, in Le storie e la memoria. In onore di Arnold Esch, 2002, p. 29; e in ‘Santa Maria e il Cardinale Bessarione, op. cit. pp. 10 e 380.”

(47) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), R. Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Storico Attanasio).

(48) Schipa M., Storia del Principato Longobardo di Salerno, stà in ‘Archivio Storico per le Provincie Napoletane’, vol. XII, 1887,il volume originale molto raro, si può consultare presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, collocato: R.G.Storia.IV.15928; il testo (senza le note) è stato ristampato da Ripostes, con il titolo ‘Il Mezzogiorno d’Italia- Ducato di Napoli e Principato di Salerno’, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, 2002 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Schipa M., Il Principato Longobardo di Salerno, si veda p. 202 e s.; stà in Hirsch F.- Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(49) Hirsch F., Il Ducato di Benevento, stà in Hirsch F. – Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(50) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1802, Tomo VIII, p. 359, riguardo la Bolla di Amato, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”.

(51) Aubè Pierre, Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo, Paris, 2001, traduzione di Daniele Ballarini, ed per Il Giornale – Biblioteca Storica (Archivio Storico Attanasio).

Il Muratori in ‘Rerum Italicarum Scriptores, vol. VI, p. 863 e sgg., pubblicava la Chronaca di Ottone Abate di San Biagio, in particolare la notizia citata dall’Antonini è  nel Cap. XXXIX (39), si legge dell’anno MCXCIII (1197). 

(52) Tramontana S., La Monarchia Normanna e Sveva, stà in AAVV., ‘Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico’, Storia d’Italia a cura di G. Galasso, UTET, vol. III, su Simone connestabile conte di Policastro, si veda pp. 623-625-629 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Tramontana Salvatore, Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., ed. Carocci, Roma, 2000, p…. (Archivio Storico Attanasio).

(53) Garufi C.A., Gli Aleramici e i Normanni in Sicilia e nelle Puglie, in Centenario della nascita di Michele Amari, I, Palermo 1910, (scrive il Di Stefano di vedere vol. I, p. 47 sgg.); del Garufi si veda pure: Garufi C.A., Arabi e Italiani nel Millennio, Palermo, 1912; si veda pure: Guarna Romualdo, Romualdi Salernitani Chronicon : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav. : facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino : Bottega d’Erasmo, 1973.

(54) Falcone Beneventano, fu un importante cronachista per gli anni tra il 1102 ed il 1144 nel Mezzogiorno. La sua opera, il Chronicon Beneventanum, di cui è andato perduto l’inizio e, probabilmente, anche la fine, racconta in forma annalistica la storia di Benevento e, dal 1127, dell’ascesa di Ruggero II di Sicilia tra le potenze dell’epoca. È abbastanza affidabile in quanto testimone oculare, ma dalla parte dei longobardi e dei beneventani che, da oltre un secolo, avevano visto crescere la potenza dei normanni.

(55) Del Re G., Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol I, si veda da p. 90.

(56) Alessandro Telesino (…), a cui probabilmente si rifà l’Ughelli (…), Alessandro Telesino o di Telese (in latino: Alexander Telesinus; … – 1136), fu l’abate di San Salvatore, in Telese. È ricordato soprattutto come cronachista e storico dell’epoca Normanna. Alessandro successe all’abate Giovanni alla guida dell’Abbazia, certamente prima del 1127. Si dimostrò uomo colto e astuto. Ad Alife conobbe Matilde di Altavilla, sorella di Ruggero II di Sicilia e moglie del conte Rainulfo III di Alife. Diventato amico della contessa, scrisse la sua opera più importante, la Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie, biografia accurata di re Ruggero II, una biografia di Ruggero II di Sicilia che copre in dettaglio gli anni successivi al 1127 e fino al 1136, ove termina bruscamente. Fu scritta su commissione della sorella del sovrano, Matilda, moglie di Rainulfo di Alife, e si tratta senz’altro di propaganda a favore del re normanno, anche se Rainulfo era il peggior nemico di Ruggero. Si abbina bene con la cronaca del suo contemporaneo Falcone Beneventano, che si oppone invece a Ruggero. Ludovico Antonio Muratori (…), pubblicò il suo manoscritto. Nel V volume dell’edizione palatina del ‘Rerum Italicarum Scriptores’, lo conteneva da p. 607. Il Muratori (…), scrive: “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae Regis’ libri quatuor, in praesenti edizione cum veteribus collati, et summa Capitum ad Lectorum commodum distincti ac exornati p. 607”, il Muratori, dice di pubblicare nel suo libro IV, il manoscritto del Telesino, le gesta del re Ruggero di Sicilia, a p. 607. Il testo del Muratori è il fascicolo n. 211, e credo che il testo di Alessandro Telesino sia contenuto nel fascicolo successivo pubblicato dal Muratori, ovvero il fascicolo n. 213. Alexandri Telesini Coenobii Abbatis De Rebus Gestis Rogerii Siciliae Regis e Alexandri Abbatis Telesini Alloquium ad Regem Rogerium in: ‘Rerum Italicarum Scriptores’ a cura di Ludovico Antonio Muratori, vol. V, Milano 1724, pp. 609–645. Ludovico Antonio Muratori (…), pubblicò il suo manoscritto. Nel V volume dell’edizione palatina del ‘Rerum Italicarum Scriptores’, lo conteneva da p. 607. Il Muratori (…), scrive: “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae Regis’ libri quatuor, in praesenti edizione cum veteribus collati, et summa Capitum ad Lectorum commodum distincti ac exornati p. 607”. Il testo del Muratori è il fascicolo n. 211, e credo che il testo di Alessandro Telesino sia contenuto nel fascicolo successivo pubblicato dal Muratori, ovvero il fascicolo n. 213. Alexandri Telesini De rebus gestis Rogerii Siciliae regis”, è stato pubblicato in Giuseppe Del Re, ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani’, vol. I, Napoli 1845, pp. 82–156. Per Alessandro di Telese, Storia di Ruggero II, I, 2 (si dovrebbe trattare del Del Re).

Le grangie di S. Fantino e di S. Nicola nel territorio Saprese

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche della epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo Piano Regolatore Generale di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. In questo studio, pubblichiamo alcuni interessantissimi documenti inediti – le cui immagini originali – sebbene fosse stato più volte citato dagli studiosi – non sono mai state pubblicate. I documenti (…………)(Figg……..), citati in questo studio – il primo del XII secolo (Fig. 1) – e gli altri, quasi coevi tra loro, del XVIII secolo – sono le uniche testimonianze in cui – per ragioni strettamente economiche – viene fatta una prima ricostruzione storica dei luoghi e dei possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e attraverso queste uniche testimonianze – i cui originali pubblichiamo per la prima volta – dal punto di vista bibliografico e storiografico, rappresentano un unicum. Un documento unico per la nostra storia, pubblicato da uno studioso nel 1865. Si tratta di un documento dell’anno 1097 – un privilegio Normanno concesso nel territorio sapresein cui si fa riferimento a ‘Scido’ ed a un monaco di Vibonati (Figg. 1-2-3), andato perso nelle note vicende belliche (…), ma pubblicato nel 1865 dal Trinchera (…) (Fig. 1).

Cattura

Scido e S. Phantini

(Fig. 1) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco,  tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (…).

Nel 1097, un documento Normanno cita “Scido” e “S. Phantini”

Biagio Cappelli (13), nel ….., nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, parlando del monachesimo basiliano nelle nostre zone, cita un antico dcumento pubblicato dal Trinchera (…). L’antico documento datato anno 1097, da cui abbiamo tratto le immagini che pubblichiamo (Fig. 1-2-3), era stato pubblicato nel 1865 dal Trinchera (14), nel suo ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, del 1865, dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Si tratta di un antichissimo documento datato Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (7), che tradotto è: Nel mese di Settembre indizione VI. Odo Marchisius, dà al monaco Sergio la facoltà di costruire sante chiese nel luogo santo Phantinus e santa Ciriaca con la possibilità di costruire case per i monaci.”. Questo antichissimo documento è di estrema importanza per la collocazione temporale e la ricostruzione storica sul territorio e di ciò che già il Di Luccia (…), affermava sulle due Grancie di S. Nicola e di S. Fantino (o S. Infantino) nel territorio saprese, che facevano parte della platea dei beni (possedimenti) appartenuti all’antica Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – di cui abbiamo già parlato in un altro nostro studio. L’antico documento (…), che pubblichiamo (Figg. 1-2-3), già pubblicato dal Trinchera (3) – non in originale ma trascritto e tradotto dal greco al latino –  andrebbe ulteriormente indagato. Il documento del 1097, pubblicato dal Trinchera (3), fa luce su alcune notizie storiche in epoca Normanna, che riguardano il nostro territorio e, cita il toponimo di Scido – che noi crediamo fosse il toponimo che indica il luogo di Sapri. Il documento Normanno del XII secolo (…), è forse una delle poche testimonianze medievali del territorio e sebbene fu pubblicato dal Trinchera (…) nel 1865, è stato del tutto ignorato o sconosciuto dagli studiosi locali. L’antico documento è stato citato per la prima volta da Biagio Cappelli (…). L’antico documento del XII secolo, restituisce un modesto contributo alla ricostruzione storica del nostro territorio nel medioevo e, delle scarse fonti anche alla luce dei documenti esaminati dal Di Luccia (…), allorquando si occupò di una causa pendente con il vescovado Bussentino e, delle scarse fonti e riferimenti bibliografici per le notizie storiche da lui forniteci –  delle notizie che egli riporta sull’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, sui suoi antichi possedimenti – documenti e fonti mai del tutto ritrovati. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, questo antico documento rappresenta un unicum.

Le origini e la storia del territorio attraverso la storia dei possedimenti dell’Abbazia basiliana di San Giovanni a Piro

Le notizie di alcuni possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a Giovanni a Piro nel territorio Saprese e le sue origini, di cui parleremo – sono molto più antiche del documento (3) del Notaio Domenico Magliano. Il Cappelli (13), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, cita un documento di estrema importanza per la collocazione temporale e la ricostruzione storica sul territorio di ciò che già il Di Luccia (5), affermava sulle due Grancie di S. Nicola e di S. Fantino ( o S. Infantino) nel territorio Saprese. Il Cappelli (13), oltre a citare importanti notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro, parlando della Grangia di S. Fantino, trae importanti notizie dal Trinchera (14) che nel 1865, pubblicava ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae’, dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Il Cappelli (13), sulla scorta del Trinchera (14) a proposito della Cappella e della Grangia di S. Fantino, che secondo il Di Luccia (3), faceva parte dei possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Nel Cilento, infatti, il culto di San Fantino è pienamente documentato dalla denominazione di S. Fantino che prima possedeva la località dove sorse l’abitato di S. Giovanni a Piro, dipendente dal monastero basiliano omonimo, dal quale dipendeva anche una chiesetta campestre, a S. Fantino dedicata (5), e di cui rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. Chiesetta che è ricordata in un documento, forse degli inizi del secolo XII (18), con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (7-8), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ed all’altra di S. Ciriaca.” (14-18). Stando all’antico documento membranaceo del XII secolo (18) (datato anno 1097), pubblicato dal Trinchera (14), un abitante di Vibonati, il monaco Milano Sergio, aveva ricevuto da Odo Marchese, il permesso – Sigillum factum – di costruire un monastero intorno alla chiesetta campestre dedicata a S. Fantino, di cui, scive il Cappelli (13), rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. Il documento: “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (18), pubblicato dal Trinchera (14), è un antichissimo documento manoscritto in greco su pergamena (membrana), datato Settembre 1097 (XII secolo), tratto da antichissimi codici membranacei manoscritti in greco, risalenti a prima dell’anno ‘1000, oggi andati persi o dispersi a causa degli eventi bellici dell’ultima guerra Mondiale, i cui bombardamenti colpirono l’Archivio di Stato di Napoli, dove essi erano conservati e catalogati dallo studioso Francesco Trinchera (14). L’antichissimo documento (18), ci riporta di molti secoli indietro nella ricostruzione storica delle origini delle nostre terre e per la localizzazione di un antica cappella di S. Fantino nel territorio saprese. L’antico documento pubblicato da Trinchera (14), recita e parla di “trado tibi venerabile templum sancti patris nostri Phantini de Scido”. Dunque, l’antico documento parla della S. Fantino di Scido. A parte la citazione di ‘Scido’ – il documento chiama il luogo Scido – è interessante perchè il luogo non è Vibonati ma è ‘Scido’,  quindi, probabilmente Sapri o nel territorio ad esso limitrofo. Le notizie intorno a S. Fantino ed ai possedimenti dell’antichissima Abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, dopo questo documento si fanno più labili. Il Cappelli (…), nella sua nota (21), cita l’interessantissimo ed antico documento (…), pubblicato dal Trinchera (…) e, aggiunge anche la citazione bibliografica che riguarda il personaggio di ‘Odo Marchisii’, citato nell’antico documento del 1097. Il Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (21), oltre a citare l’antico documento che fu pubblicato dal Trinchera (…), nel 1865 (…), cita anche gli studi di Gertrude Robinson (…), dove dice: “(21) La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the Greek monastery of St. Elias and St. Anastastasius of Carbone, in “Orientalia Christiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone).”. Biagio Cappelli (…), parlando di S. Fantino e del Cilento meridionale, cita l’antichissimo documento ma dice solo che: con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ecc..” , e a questo punto ci siamo incuriositi:

Nel 1097 a ‘Scido’ la chiesetta di ‘Sancti Phantini’ (S. Fantino)

Cattur

(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

Cattura

(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

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(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

Odo Marchisii, p. 82

(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

Nel 1097, la ‘Scido’ citata in un antico documento Normanno

Dunque, stando a Biagio Cappelli (…), che parlando di S. Fantino e del Cilento meridionale, scriveva sull’antico documento pubblicato dal Trinchera (…): con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ecc..”. Stando all’antico documento (…), datato anno 1097 (XII secolo), pubblicato dal Trinchera (…), il monaco Milano Sergio, abitante in Vibonati, nell’anno 1097, riceveva daOdo Marchisius’, il privilegio – Sigillum factumdi costruire un monastero intorno alle predetta chiesetta campestre dedicata a S. Fantino a Scido’ – e, di cui – il Cappelli (…), dice – rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. L’antica pergamena d’epoca Normanna, manoscritta in greco (…) – stando alla traduzione dal greco al latino che fa il Trinchera (…) (Fig. 2), recita e parla di “trado tibi venerabile templum sancti patris nostri Phantini de Scido”. L’antico documento (…) (Fig. 2), parla della Cappella di S. Fantino a ‘Scido’. Secondo l’antica pergamena, nell’anno 1097, il monaco ‘Sergio’, abitante di Vibonati, poteva costruire un monastero intorno ad un’antica cappella dedicata a S. Phantino (S. Fantino), a ‘Scido’. La citazione di un monastero da costruire a ‘Scido’ – il documento chiama il luogo ‘Scido’ – è interessante perchè il toponimo dovrebbe indicare un luogo che, nella tradizione popolare e nella bibliografia antiquaria viene generalmente indicato posto a Sapri. Riguardo al toponimo di ‘Scido‘, citato nell’antica pergamena dell’anno 1079 (…) e, della sua localizzazione a Sapri o vicino il suo antico porto o baia naturale, è interessante notare quale fosse il toponimo di Sapri o del Porto di Sapri, all’epoca Normanna. Se la notizia fosse confermata, secondo l’antico documento membranaceo (…), Sapri, nell’anno 1097, era chiamato con il nome di ‘Scido’.

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(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

Esaminiamo meglio il toponimo (nome di luogo) di ‘Scido‘, citato nell’antico documento del 1097. A quale luogo si riferisce il toponimo ‘Scido’ citato/a nell’antica pergamena greca?. Secondo la traduzione del Cappelli (…), il monaco Sergio, era un abitante di Vibonati e quindi il Cappelli (…), accosta Vibonati (del monaco Sergio), al “templum sanctae patris nostri Phantini de Scido”, citata nella pergamena manoscritta in greco. Secondo il Cappelli (…), l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, possedeva una chiesetta campestre dedicata a S. Fantino, posta in una contrada tra Torraca e Vibonati (Fig. 2). Quindi è lo stesso Cappelli (…), che dal testo in greco dell’antica pergamena del 1097, riteneva si tratti della cappella dedicata a S. Fantino e sita a ‘Scido’ e, siccome si parla di un monaco ‘Sergio’, abitante di Vibonati, il Cappelli (2), crede si tratti di una cappella (dedicata a S. Fantino), postra nelle campagne tra Torraca (territorio di Sapri) e Vibonati. La ‘Scido’ citata, è sicuramente un luogo vicino Vibonati o Bonati. La notizia, andrebbe ulteriormente indagata ma, non ci sono motivi per non ritenere la ‘Scido’ – citata nell’antico documento (…) – non fosse Sapri. Si deve dire che in Calabria, in provincia di Catanzaro, alle propaggini dell’Aspromonte, vi è una località chiamata Scido, ma non crediamo che l’antico documento d’epoca Normanna si riferisca allo Scido in Calabria, in quanto nell’antica pergamena, oltre a Scido, si citava un monaco di Vibone e si citava una cappella di S. Fantino, luoghi e cose che sappiamo essere nella nostra area, dove anche il Cappelli (…), li colloca. Il Cappelli (…), però, oltre ad accennare al personaggio di “Odo Marchisii”, citato nell’antico documento del 1097, pubblicato nel 1865 dal Trinchera (…), a p. 323, sosteneva che, il monaco Sergio Milano, abitante a Vibonati: “…che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), e fa risalire questa notizia dal Laudisio (…). Il Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (22), postillava che la notizia della tradizione locale è tratta dal Laudisio (…), op. cit., p. 34. Il Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (22), postillava che: “(21) F. Trinchera, op. cit., p. 80.” e, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica synopsis…N.M. Laudisii etc, Neapoli, 1931, pp. 34 e s.; v. in questo volume ‘Il monachesimo basiliano e la grecità medievale etc.”. Dunque secondo il Cappelli (…), il Laudisio (…), sosteneva che, il piccolo borgo medievale di Vibonati, era voluto dalla tradizione locale, costituito da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani dei monasteri italo-greci del posto. E’ un’interessantissima notizia che si incrocia con altre nostre recente intuizioni che, meritano ulteriori approfondimenti. La pergamena in questione (Figg. 1-2-3), è datata anno 1097. Nell’area, dominava da poco Roberto il Guiscardo che morì di malattia il 17 luglio nel 1085 durante l’assedio di Cefalonia, dando l’avvio della sua successione ai due fratellastri eredi Boemondo figlio di Alberada di Buonalbergo, prima moglie del Guiscardo e Ruggero Borsa che poi diventerà il successore di Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo. L’antica pergamena del 1097 (…), è un privilegio o concessione di un ‘Odo Marchisii’, un nobile personaggio Normanno che come vedremo aveva sposato la sorella di Boemondo. Quindi il nobile personaggio normanno citato nell’antica pergamena del 1097, che interessa Sapri, è il cognato di Roberto il Guiscardo. Roberto il Guiscardo, nel 1053, ripudierà la prima moglie, la madre di Boemondo, Alberada di Buonalbergo, per sposare la principessa Longobarda Sighelgaita, dalla quale avrà Ruggero Borsa e Guido (nato nel 1061), che vedremo reggerà le sorti di Policastro. Abbiamo già visto in altri nostri saggi, ivi pubblicati, come Ruggero Borsa, avrà una notevole influenza sui nostri territori, ma solo dal momento che lui sarà l’effettivo successore di suo padre Roberto. Fino a che il Guiscardo, però, sarà in vita, i suoi primi figli Emma e Boemondo, avranno un ruolo, sia pur secondario ma restavano sempre i suoi primi figli.  Nel 1073, Ruggero fu proclamato erede, mentre il Guiscardo veniva colpito da malattia durante un soggiorno a Trani, ma dopo la morte di suo padre nel 1085, Boemondo, il fratellastro scartato dalla successione, rispose con le armi all’ascesa di Ruggero e con l’appoggio del principe Giordano I di Capua, prima di giungere ad un accordo di pace nel marzo del 1086. Boemondo diventò di fatto coreggente insieme al fratello, ma già nell’estate del 1087 diede vita ad una nuova ribellione contro il fratellastro. Insomma in quegli anni, il dominio di Ruggero Borsa, non era assoluto e quindi, l’Odo Buonmarquis (cognato di Boemondo), aveva un certo peso.   Ma qual’è il collegamento storico dell’antica pergamena (membrana) medievale d’epoca Normanna, dell’anno 1097 (…), con i monasteri Calabresi, dove essa era conservata ?. Il De Blasiis (…), forse sulla scorta del Trinchera (…), sempre nella sua nota (1) di p. 54, ci parla anche dei due documenti che quì abbiamo pubblicato: Odo Marchisio era vivo nel Settembre del 1097 quando donò ad un monaco due Chiese in Calabria. Syllab. Graec. Memb. p. 80.”, riferendosi e citando l’antica pergamena, già pubblicata dal Trinchera (…). Poi aggiunge: “Egli ebbe oltre Emma un’altra moglie chiamata Sighelgaita, la quale nel 1126 si dice: Marchisia et uxor defuncti Odonis Marchisii, come rilevasi da un diploma Greco, ivi p. 128.“, riferendosi ad un altro privilegio dell’anno 1126.

Nel 1481, la ‘bolla’ del vescovo di Policastro Gabriele Godano o Guidano

Nel 1982, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa baroni e popolo nel Cilento’, a p. 592, citava un documento del 1481. Pietro Ebner (…), invece, scriveva in proposito ad un altro documento datato 1481. Ebner (…), scriveva che: “Nell’archivio della Badia di Cava vi è la Bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98.”. Pietro Ebner (…), postillando “I, ABC”, si riferiva ad un documento “I = inedito” e proveniente dall’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni (ABC).

ARCA LXXXV 98

(Fig….) La bolla inedita del 1481, di Gabriele Guidano, vescovo di Policastro (Archivio Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni (Arca, LXXV, 98) (Archivio Storico Attanasio).

Nella bolla, leggiamo che: “Gabriel Guidanus a filiu magister Sanctullus grangis de civitate Policastrj afferunt ………………..civitatis loro lo porto de Saprj que ad prie est Riscoperta ecc..”. Il documento del 1481, è di estrema importanza per la storia di Sapri e di Torraca, in quanto, esistono solo pochissimi documenti d’età precedente che riguardano Torraca, datati e precedenti all’anno 1481, o che riguardano un periodo antecedente a quello citato nella storia di Torraca dal Gaetani (…), che ci parla della baronia di Torraca degli ‘Scondito’, risalente al più tardi ‘1500. Da mie personali ricerche, effettuate presso l’archivio dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità a Cava de Tirreni, risulta che l’antico documento, fosse collocato in ‘Arca’ (le Arche sono dei grandi manoscritti eseguiti dai monaci, dove essi registravano e sistemavano tutti i documenti), LXXXV (n. 85), n. 98.  Ebner, non diceva quale fosse il vescovo di Policastro che aveva emesso la bolla nell’aprile 1481, inoltre, come Ebner stesso dice, il documento era inedito. La bolla del vescovo di Policastro, dell’Aprile 1481, citata da Ebner a p. 592, vol. II, e nella sua nota (14), non è citato dal Laudisio (…) e, neppure dal Gaetani (…), che pure riportò diverse notizie su Sapri e Torraca. Inoltre, Ebner (…), riporta la notizia così com’è senza specificare chi fosse il vescovo di Policastro. Il documento del 1481, è di estrema importanza per la storia di Sapri e di Torraca, in quanto, esistono solo pochissimi documenti, riguardanti Torraca, datati e precedenti all’anno 1481, o che riguardano un periodo antecedente a quello citato nella storia di Torraca dal Gaetani (…), che ci parla della baronia di Torraca degli ‘Scondito’, risalente al più tardi ‘1500. Come vedremo innanzi, prima del documento citato da Ebner, del 1481, vi sono alcuni documenti che come vedremo fanno risalire Torraca a Biancuccia Mercadante e al comune di Laurito, pubblicati dalla Jole Mazzoleni (…), tutti documenti sconosciuti al Gaetani (…). Infatti, come scrive il Gaetani (…), che non lo cita affatto, in proposito a Torraca, nel suo ‘La fede degli avi nostri ecc..’, nelle sue ‘Note storiche’, a p. 283, nella sua nota (24), in propsito scriveva che: “(24) Famiglia Palamolla (da G. Palamolla, pag. 19-20) del Can. Dott. Rocco Gaetani. Torraca fu feudo baronale sin dall’età angioina. Dal Cedularia del grande Archivio di Stato di Napoli, risultano i seguenti baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; ecc…”Il Gaetani (…), un erudito locale e sacerdote di Torraca, ci informa che detta cappella “fu fatta costruire anche dal nostro Barone, con sussidi ecc…”, ma il Gaetani, faceva riferimento al documento “Visitatio Episcopi Felicei”, del 1635, dove si citava Dezio Palamolla. Dunque, secondo il documento datato 1635, non possiamo dire, quale fosse il Barone di Torraca nell’anno 1481, anno in cui, secondo una ‘bolla’ del Vescovo di Policastro, fu concesso a Mastro Santillo Grandi di costruire una cappella di Santa Maria di Porto Salvo. Dai ‘Cedularia’ dell’Archivio di Stato di Napoli, risultano baroni di Torraca, nel 1500, fino al 1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca”, come scrive il Gaetani a p. 283 del suo ‘Giovan Giacomo ecc.’. Un documento del 1481, epoca aragonese, conservato nell’Archivio della Badia benedettina di Cava dei Tirreni (…), è stato citato da Pietro Ebner (…). Si tratta della bolla del Vescovo di Policastro  che concedeva a Mastro Santillo Grandi di costruire una Cappella a Sapri dal titolo di ‘Santa Maria di Porto Salvo’, di cui il Gaetani (…), affermava essere stata costruita per volontà del Barone di Torraca Decio Palamolla. La notizia fu da me pubblicata nel lontano 1987 in un mio scritto a stampa (1). Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel 1982, a p. 592, parlando di Sapri, citava la Cappella di S. Maria al porto di Sapri”, costruita delle campagne del territorio Saprese, all’epoca facente parte del feudo e della Baronia di Torraca e, di cui il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo  ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, a p. …, scriveva che fosse voluta dal Barone di Torraca Dezio Palamolla. Lo attesta un documento del 1535, la “Visitatio Episcopi Felicei”, di cui parlerò. Il Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, a pp. 42-43, scriveva che:

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(Fig…) Documento tratto dal verbale “Visitatio Episcopi Felicei”, del 2 dicembre 1635 citato dal Gaetani (…) e conservato nell’Archivio della Diocesi di Policastro (A.D.P.)

Dal sito dell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni, leggiamo che i documenti pubblici (Bolle papali o vescovili, diplomi di imperatori, re e signori feudali) si trovano nell’arca magna in numero di oltre 700, ordinati anch’essi cronologicamente. Dunque, la bolla del vescovo di Policastro citata da Pietro Ebner dovrebbe trovarsi nell’‘Arca Magna’. Ebner, riguardo gli antichi documenti provenienti dalla Badia di Cava de Tirreni, citava il Codice Diplomatico Cavense. Il Codex diplomaticus cavensis (abbreviazione bibliografica CDC; in italiano: Codice diplomatico cavense, o cavese) è un progetto editoriale attivo nel campo della storia dell’Italia meridionale e della Langobardia Minor, iniziato nel 1873 e proseguito con andamento irregolare. Il progetto persegue l’obiettivo della pubblicazione esaustiva dell’intero corpus diplomatico e documentario custodito nell’archivio della Badia benedettina della Santissima Trinità, situata a Cava dei Tirreni. La consistenza dell’archivio si dipana su oltre 15.000 pergamene, a partire dalla prima scrittura che risale al 792. A tale patrimonio membranaceo è da aggiungere una mole consistente di documenti su carta. Nella nota (1), si postillava che: “(1) Biblioteca e archivio della Badia dal sito ufficiale dell’Abbazia”. Il documento (…), citato da Ebner, è di estrema importanza per la storia di Sapri e del feudo di Torraca, essendo un documento datato nell’anno 1481. In quell’anno, l’apprezzo di Sapri, era feudo della Baronia di Torraca. La cappella di Santa Maria di Porto Salvo, di cui parliamo in questo nostro saggio, era stata costruita, non sappiamo quando, nel territorio Saprese, facente parte all’epoca del feudo di Torraca che, insieme ad altri piccoli centri, faaceva parte della restaurata Diocesi Paleocastrense (la rinata Diocesi di Policastro Bussentino). Riguardo il vescovo di Policastro, a cui si riferisce l’antico documento del 1481, io credo si trattasse del vescovo Gabriele Guidano. Di sicuro, sappiamo da un documento notarile redatto dalla Curia Vescovile di Policastro, citato dal Gaetani (…), che nel 1481, il vescovo di Policastro Gabriele Guidano (…), concesse di costruire la Cappella di Santa Maria di Porto Salvo nel territorio di Torraca, sulle colline limitrofe a Sapri, all’epoca chiamata “Porto di Torraca” e, il suo feudo. Da mie personali ricerche, effettuate presso l’archivio dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità a Cava de Tirreni, risulta che l’antico documento, fosse collocato in ‘Arca’ (le Arche sono dei grandi manoscritti eseguiti dai monaci, dove essi registravano e sistemavano tutti i documenti), LXXXV (n. 85), n. 98. inoltre, come ho già detto, Ebner, non diceva chi fosse il vescovo di Policastro. Da mie personali ricerche nel prestigioso archivio Cavense, si trattava di “Gabriele Guidano” (così lo riporta il Laudisio a p. 77, della sua ‘Synopsi’ vedi versione curata dal Visconti), essendo sul documento citato un certo “Gabriel Godanus. Infatti, il Laudisio (…), scriveva: “XXII. Gabriel Guidanus Licensies, episcopus anno 1491.“. Padre Leone dell’Abbazia benedettina, assicura che Gabriele Guidano (così l’ha chiamato lui), fosse stato vescovo di Policastro dall’anno 1481 al 1484. Secondo la cronostassi dei vescovi riportata dal Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis)’, edita nel 1831, a p. 76 (si veda la versione curata dal Visconti), all’epoca del documento, datato anno 1481, il vescovo di Policastro,  doveva essere il n. XX Gabriele Altilio, lucano che, nell’anno 1471,  successe ad Enrico Languaro che era stato nominato vescovo della Diocesi Paleocastrense il 1467. Il Laudisio (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “L’Altilio, dopo essere stato precettore del principe Ferrandino, figlio del re Alfonso II, fu nominato vescovo di Policastro nel 1471.“. Dunque, secondo la cronostassi del Laudisio, nell’anno 1481, l’anno del documento citato da Ebner, doveva essere vescovo di Policastro Gabriele Altilio. Ma quì c’è un errore. Secondo il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, in un suo datiloscritto inedito del 1973, in proposito a p. 40, scriveva che: “Nell’8 gennaio 1493 Mons. Altilio veniva eletto vescovo di Policastro, come si rileva da due lettere di Ferdinando II (9 e 14 gennaio) e dalla bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano.”. Dunque, anche la versione del Cataldo discordava da quella del vescovo Laudisio. Sempre il Cataldo (…), a p. 171, nel suo capitolo dedicato alla serie dei vescovi di Policastro, in proposito scriveva che: “21, Gabriele Guidano, di Lecce, 1471-1485.”. Dunque, secondo la cronostassi del Cataldo, archivista della Diocesi di Policastro, Mons. Gabriele Guidano, di Lecce, fu vescovo di Policastro dal 1471 al 1485, e dunque ciò che afferma il Cataldo, sconfessa quanto sia scritto nella ‘Synossi’ del Laudisio e conferma l’antico documento d’epoca aragonese, citato da Ebner. Siccome che l’Ebner, che lesse il documento inedito del 1481, forse proprio sulla scorta del Laudisio, notando l’erore nella sua cronostassi, non citò il vescovo Gabriele Guidano, come invece assicura essere scritto, padre Leone. Il Laudisio (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “XXII. Gabriele Guidano, di Lecce, nominato vescovo di Policastro nel 1491.”. Forse un errore di stampa ?. Sempre il Laudisio, continuando la sua cronostassi dei vescovi Policastrensi, in proposito scriveva che: “XXIII. Bernardino Laureo, di Spoleto, nominato vescovo ed assegnato alla diocesi di Policastro nel 1504.”. Dunque, se la cronostassi del Laudisio è corretta, il vescovo di Policastro Gabriele Guidano, dovette esserlo fino al 1504. Tuttavia, il padre Leone, assicura che sul documento è scritto il nome del vescovo di Policastro “Gabriel Godanus”. Ma, a chi appartenesse o dipendesse il territorio nelle campagne Sapresi, dove Mastro Santillo Grandi, poteva costruire la cappella, nel 1481 ?. A chi appartenesse o da chi dipendesse il territorio di Torraca e quello Saprese negli anni della dominazione Aragonese ?. Di sicuro il feudo di Torraca ed il porto di Sapri passarono alla famiglia Scondito ai primi del ‘500. Nel 1587, il territorio saprese che, apparteneva alla baronia dei Palamolla di Torraca (signori di Scalea) e, la Curia vescovile e con il Conte di Policastro, vi furono sempre continui conflitti legali. Di sicuro, sappiamo da un documento notarile redatto dalla Curia Vescovile di Policastro, citato dal Gaetani (…), che nel 1481, il Vescovo Gabriele Guidano (…), concesse di costruire la Cappella di Santa Maria di Porto Salvo nel territorio di Torraca, sulle colline limitrofe a Sapri, all’epoca chiamata “Porto di Torraca” e, il suo feudo. Il vescovo di Policastro nel 1481, assicura padre Leone dell’Abbazia Cavense, era Mons. Gabriele Guidano, che concedeva a Mastro Santillo Grandi, di costruire una una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. Ebner, che citava il documento del 1481, faceva riferimento anche al periodo ed alla contea di Policastro concessa da Ferrante d’Aragona ad Antonello Petrucci che a sua volta la concesse al figlio Giovanni Antonio. Dunque, secondo Ebner (…), nel 1481, la contea di Policastro apparteneva ai Petrucci, e tale rimase fino al 1496, quando passò ai Carafa. Il Gaetani (…), un erudito locale e sacerdote di Torraca, ci informa che detta cappella “fu fatta costruire anche dal nostro Barone, con sussidi ecc…”, ma il Gaetani (…), faceva riferimento al documento “Visitatio Episcopi Felicei”, del 1635, dove si citava Dezio Palamolla. Dunque, secondo il documento datato 1635, non possiamo dire, quale fosse il Barone di Torraca nell’anno 1481, anno in cui, secondo una bolla del Vescovo di Policastro, fu concesso a Mastro Santillo Grandi di costruire una cappella di Santa Maria di Porto Salvo. Ebner (…), scriveva che: “Dell’età aragone si intuiscono notizie dalla costituzione della contea di Policastro concessa da re Ferrante al suo primo ministro Antonello Petruciis, il quale, con il consenso del re, associò il figlio Giovanni Antonio alla contea che ormai si estendeva, in un unico complesso, da Novi oltre Policastro. Il ‘Cedolario’, a proposito di Sapri, rinvia a Policastro. Nell’archivio della Badia di Cava vi è la Bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98., ovvero sosteneva che la bolla del Vescovo fosse conservata nell’Archivio dell’Abbazia benedettina di Cava dè Tirreni. Il documento (…), citato da Ebner, è di estrema importanza per la storia di Sapri, essendo un documento del 1481. In quell’anno, l’apprezzo di Sapri, era feudo della Baronia di Torraca. La cappella di Santa Maria di Porto Salvo, di cui parliamo in questo nostro saggio, non sappiamo quando fu costruita nel territorio Saprese, facente parte all’epoca del feudo di Torraca che, insieme ad altri piccoli centri, faceva parte della restaurata Diocesi Paleocastrense (la rinata Diocesi di Policastro Bussentino). Ebner, che citava il documento del 1481, faceva riferimento anche al periodo ed alla contea di Policastro concessa da Ferrante d’Aragona ad Antonello Petrucci che a sua volta la concesse al figlio Giovanni Antonio. Dunque, secondo Ebner (…), nel 1481, la contea di Policastro apparteneva ai Petrucci, e tale rimase fino al 1496, quando passò ai Carafa. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), riguardo alla contea di Policastro ed ai Petrucci, sulla scorta di Matteo Camera (…), a p. 515, in proposito scrivevano che: “Nel 1465 il conte Antonello Petrucci, figlio di contadini di Teano, segretario di re Ferrante, acquistò Policastro per 5.000 ducati. Suo figlio Giovanni Antonio, prese le parti dei baroni cospiranti contro Ferrante nel 1485-86, e aprì le porte della città ecc..”. La congiura fu ordita nel 1485 dal principe di Salerno Antonello dei Sanseverino. Questi, consigliato da Antonello Petrucci, Francesco Coppola, Luigi dei Gesualdo da Caggiano riunì intorno a sé molte famiglie feudatarie di signori e baroni del regno della fazione guelfa favorevoli agli angioini, tra cui oltre i Sanseverino si ricordano i Caracciolo principi di Melfi. Dunque secondo Matteo Camera, e i due studiosi, la contea di Policastro e forse anche il territorio saprese, furono soggette ai Petrucci almeno fino al 1487, ovvero fino a qualche anno prima che scoppiasse la ‘Congiura dei Baroni’, in cui i Petrucci furono trucidati. Giovanni Antonio Petrucci, conte di Policastro. – Uomo politico e poeta (n. 1456 circa – m. Napoli 1486); secondogenito di Antonello. Fu accademico Pontaniano.  Il padre gli cedette la contea di Policastro e gli procurò la mano di Sveva Sanseverino, figlia del conte di Lauria e nipote del principe di Salerno, proprio quando costoro ordivano la congiura contro re Ferrante. Coinvolto nella caduta del padre, fu condannato alla decapitazione. Scrisse una collana di 83 sonetti ispirati alle sue drammatiche vicende e alla sua visione della vita, che furono pubblicati da Enrico Perito (…), nel suo ‘La Congiura de Baroni e il Conte di Policastro‘. Ebner (…), però, sempre a p. 592, aggiungeva che: “La contea di Policastro, avocata al fisco per fellonia, dopo l’arresto e la decapitazione di Antonello venne poi concessa da re Ferdinando (25 ottobre 1496) a Giovanni Carafa.”. Dunque, in seguito ai fatti della “Congiura dei Baroni”, la contea di Policastro ed il porto di Sapri, sarebbero appartenuti ai Petrucci solo fino al 1496, quando re Ferrante d’Aragona la concede in feudo ai Carafa che la possedette fino all’unità d’Italia. Secondo l’Ebner, a p. 592, “il 3 ottobre 1770 la figlia di Gerardo Carafa e della congiunta Ippolita Carafa, Teresa, ebbe quale unica erede intestato Policastro con titolo di Conte, e di duca, Libonati, Sapri e Santa Mericina o Marina e con i casali di S. Cristoforo e Capitello. Successivamente Teresa Carafa ebbe intestata varie giurisdizioni ecc..”. Il documento del vescovo Guidano, conservato negli Archivi dell’Abbazia di Cava dè Tirreni, è dell’Aprile del 1481, qualche anno prima (a. 1485), in cui i Petrucci parteciparono alla ‘Congiura dei baroni’ e, persero la contea di Policastro. Secondo i due studiosi Natella e Peduto (…), a p. 515, la contea di Policastro, fu rivenduta dal re, che demanializzò Policastro “nel 1496 a Giovanni Carafa, detentore del feudo nella prima metà del XVI secolo (81).”. Rileggendo Ebner, che a p. 668, parlava di Torre Orsaia, aprendiamo che “Nel 1524 Giovanni Carrafa, conte di Policastro, convenne innanzi la Real Camera della Sommaria il vescovo di Policastro assumendo di essere il legittimo feudatario di Torre Orsaia. I Carrafa….esibirono infatti, i capitoli originali concessi da Antonello de Petruciis…., le firme del re, che furono riconosciute autentiche da tre persone qualificate nel 1544. O. Pasanisi (9), che pubblicò gli statuti locali di Torre Orsaia, ecc..”. Nel 2018, lo studioso Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino. Il figlio del povero Gaspare, Francesco, che si era schierato apertamente con Alfonso d’Aragona, riuscì a recuperare la maggior parte delle terre tolte dai D’Angiò-Durazzo al padre. Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), che nel 1445 Francesco Sanseverino era duca di Scalea, 3° Conte di Lauria e signore di Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Verbicaro, Trebisacce, Laino, Orsomarso. A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria:

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Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Dunque, secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della contea dei Sanseverino di Lauria. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza.

Nel 1541, “l’apprezzo di Sapri” nella Causa di limiti vertente tra i Palamolla di Torraca ed il Conte di Policastro Carafa redatto da Pietro Gaglierano

Oltre alle liti che sorsero tra la Curia Vescovile, le Abbazie basiliane come quella di San Giovanni a Piro, i suoi ampi possedimenti, anche nel territorio Saprese, e i Carafa, conti di Policastro, sorsero delle liti anche fra gli stessi feudatari del posto, come ad esempio la lite riportata in un documento del 1541. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia secondo cui nell’Archivio di Stato di Napoli esistono gli atti di una vertenza giudiziaria sorta nel 1551: la Causa di possesso e di limiti del 1551, che fu intentata davanti alla Real Corte di Napoli da Carafa, Conte di Policastro ed i feudatari di Torraca, i Palamolla. I Palamolla di Scalea detenevano la Baronia ed il Feudo di Torraca e dunque anche l’attuale territorio di Sapri. Nel 1541, il notaio Pietro Gaglierano, compilò “l’apprezzo di Sapri”, una dettagliata descrizione dei beni, dei terreni e delle proprietà, e dei confini dell’apprezzo di Sapri, posto nel feudo di Torraca che, in passato appartenevano e dipendevano dall’antica Abbazia di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. La notizia, proviene da Rocco Gaetani (10), che nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, a p. 9, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “Si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente (1).”. Il Gaetani, a p. 10, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Processi della causa vertente tra la casa di Palamolla e il Conte di Policastro dipendente dagli atti del Patrimonio del duca di Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso Vincenzo Quaranta. Fol. 161, vol. I. Grande Archivio di Stato, Napoli.”. Il documento citato dal Gaetani (…) si trova conservato nell’Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”. Il Gaetani, prosegue il suo racconto:  “Sono state sempre del barone di Torraca il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi baroni di Torraca e posseduti da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri” (2).”. Il Gaetani (…), a p. 10, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Fol. 217, P.O. Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. F. Palamolla, pronipote di Decio. Copia tratta dall’originale. Grande Archivio di Stato di Napoli.”. Dunque, secondo l’antico documento notarile (…), nel 1541, il territorio di Sapri (il feudo i Sapri) era ‘un’apprezzo’, posseduto dal Barone di Torraca Decio Palamolla e, che il suo pronipote Don Francesco Palamolla, nel 1541, presentò istanza alla Real Corte di Napoli, ed intentò una causa di confini con il Conte di Policastro. Secondo l’antico documento notarile, il territorio del feudo di Sapri, confinava con Vibonati e con Tortorella “Sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente.. Il Gaetani (…), scrive pure che secondo il documento del notaio Pietro Gaglierano (…), sono appartenute al barone di Torraca “…il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino,…”. Dunque, nel territorio dell’appezzo di Sapri, erano compresi le contrade di S. Martino, della Fenosa e di S. Domenica. Dopo il 1587, come scrive il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Ecc…”. Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “.

Gli antichissimi possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro

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(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; Manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (3).

Questo studio, ha il duplice scopo di restituire agli studiosi un documento originale conservato all’Archivio della Diocesi di Policastro, fino ad oggi rimasto inedito e, nel contempo – attraverso l’antico documento, testimonianza del nostro passato, vorrebbe restituire un breve tratto della nostra storia. In questo studio, pubblichiamo anche un altro interessantissimo documento inedito – le cui immagini originali – sebbene fosse stato più volte citato dagli studiosi, fino ad oggi è rimasto inedito. Si tratta, come vedremo di un documento notarile del 1695-96, redatto dal Notaio Domenico Magliano (3) (Figg………………..). Si tratta di un documento citato più volte da alcuni studiosi di storia locale come il Gaetani (4) che, pubblicò uno stralcio trascritto. Il documento (3) in questione “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96. L’antico documento notarile manoscritto su carta vergata, del 1695-96 – di cui quì pubblichiamo alcune pagine originali che riguardano i possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro, posti nel territorio Saprese – al tempo della redazione notarile, apparteneva al territorio di Torraca ed alla baronia dei Palamolla –  è conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (A.D.P.)(3) (Figg. da….. a s.). Pubblichiamo per la prima volta alcune pagine tratte dal manoscritto originale conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, avuto per gentile concessione dal Bibliotecario – Segretario –  Don Pietro Scapolatempo. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (3) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che, come scriveva il Palazzo (15): “…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei due enti.”. Scrive poi in proposito l’Ebner (19): L’ampia memoria storica legale del Di Luccia, dimostrò le indebite usurpazioni subite dalla badia dei poteri spirituali e temporali sul casale.”, che senza alcun dubbio spettavano alla Commenda basiliana per la sua stessa natura di Baronato. Infatti, proprio a causa di queste controversie legali e delle usurpazioni dei Conti Carafa della Spina – foraggiate dalla Curia Vescovile di Policastro – che il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (7-8), nella sua ‘Synopsi’ ecc.. , scritta poi nel 1831, ha scritto quasi nulla sul Cenobio basiliano, sulla sua lunga storia e sui suoi possedimenti nel territorioDopo il 1587, come scrive il Di Luccia (5) e il Palazzo (15): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Poi esiste l’altro documento citato, il ‘Trattato historico legale’,  scritto dall’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia nel 1700 (3) che, nel 1669, fu incaricato dall’amministrazione della Cappella romana del SS. Presepe (Cappella Sistina) – a cui era passata nel 1587 per Commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (3) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che come scriveva il Palazzo (15): “…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei due enti.”. Scrive poi in proposito l’Ebner (19): L’ampia memoria storica legale del Di Luccia, dimostrò le indebite usurpazioni subite dalla badia dei poteri spirituali e temporali sul casale.”, che senza alcun dubbio spettavano alla Commenda basiliana per la sua stessa natura di Baronato. Infatti, proprio a causa di queste controversie legali e delle usurpazioni dei Conti Carafa della Spina – foraggiate dalla Curia Vescovile di Policastro – che il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (7-8), nella sua ‘Synopsi’ ecc.. , scritta poi nel 1831, ha scritto quasi nulla sul Cenobio basiliano, sulla sua lunga storia e sui suoi possedimenti nel territorio.”. Dal Di Luccia (…), apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte da: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622..

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(Fig….) Pag….. della ‘Platea dei beni ecc..’ – indice alfabetico dei nomi dei titolari dei beni affittati.

Nel 1695-96, le “Località Extra” possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, citati nella “Platea dei beni e delle rendite etc..” redatta dal notaio Domenico Magliano

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…), a p. 305, parlando del ‘Mercurion’ : “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Patirion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc..(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Torraca che:  “(51) Di Torraca, posta a difesa del “Portus”, viene ricordato il monastero di S. Fantino (D. Martire, ecc…).  Il Cappelli (…), citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè: 

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Martire D., p. 151

(Figg…) Martire Domenico (…), op. cit., pp. 150-151

Ricordiamo tuttavia, anche p. 151 del Martire (…), dove nell’elenco dei monasteri dipendenti dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro, aggiunge “14. S. Fantino a Torraca.”. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, Domenico Martire (…), nel suo ‘La Calabria sacra e profana’, nel 1876, citava i monasteri di S. Fantino a Torraca ed il Monastero di S. Nicola a Sapri (?), e le poneva come grangie dell’antico monastero di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Infatti, il Martire (…), scriveva che “11- Monastero di San Giovanni a Pero, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma.”. Il Martire (…), traeva dette notizie dal Di Luccia, e infati scriveva che: “17 S. Costantino alle Tracchine. Pietro di Lucca nella sua Moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3 fa menzione di altri monastei chiamati Badie ecc..”, e va avanti con un altro elenco di altri monasteri. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo: ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, parlando di Torraca, a pp. 151-152 ecc.. fa luce (…) su un antico documento manoscritto conservato presso l’Archivio Diocesano di Policastro e citato pure dal Di Luccia (….). Si tratta di un documento del 1695 (….): “La Platea dei beni e delle rendite dell’Abbadia di S. Giovanni a Piro”, compilata nel 1695 dal notaio Domenico Magliano. Questo documento è di estrema importanza anche per Sapri in quanto in esso vengono elencati i beni e le rendite di tutti i possedimenti che dipendevano dall’antica Abbazia italo-greca prima e poi benedettina di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Il sacerdote Rocco Gaetani, a p. 152 parlando di S. Fantino morto a Tessalonica, in proposito così scriveva che: “Nè incuria degli uomini, nè l’audacia del tempo sono giunte a distrugere le robuste pareti della sua Chiesa fabbricata in mezzo a una vasta tenuta, la quale vi signoreggiava sontuosamente. La ricca Grancia di San Fantino a Torraca con le Grance di San Benedetto a Policastro, di San Gaudioso a Rivello, di San Nicola in Maratea, di San Costantino a Trecchina, di San Pietro in Maiera, di San Nicola in Grisolia appartennero alla doviziosa e antica Abbadia dè monaci Basiliani (43) di San Giovanni a Piro, che ebbe vicende or prospere or infauste, fino a che Sisto V nel 1587, con speciale bolla, l’unì ed incorporò alla insigne cappella del Santo Presepe eretta dentro la grande basilica di Santa Maria Maggiore (2). L’Abbadia Basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina, com’oggi si osserva involta di erbe e roveti. Tolgo da importante documento del 1695, la descrizione del tempietto e dei limiti delle sue larghe e molte possessioni. La Venerabile Cappella di S. Fantino dimostra magnificenza ecc…”. Dunque è proprio in questo passo che il Gaetani si richiama all’“importante documeno del 1695”. Il Gaetani a pp. 153-154 riporta il passo della descrizione della detta cappella e del territorio o possedimenti in Torraca (ma io dico in territorio Saprese) che appartenevano alla Grancia di S. Fantino. Il Pietro di Lucca citato dal Martire è Pietro Marcellino Di Luccia (…), che nel 1700 scrisse il suo L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Dai tre documenti citati (3-17-18), quasi contemporanei tra loro e, scritti a causa delle controversie sorte e, le usurpazioni subite – si possono trarre le notizie storiche sull’Abbazia e sulla storia del nostro territorio di cui l’Abbazia è stata testimone da lunghi secoli. Dopo il 1587, come scrive il Di Luccia (5) e il Palazzo (15): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi.”. Il documento (3), di cui il Gaetani (4), riporta alcuni passi, verrà citato poi in seguito studiato anche dal Cataldo (9). Il documento (3), di cui quì pubblichiamo alcune pagine originali, descrive i limiti ed i confini nel territorio Saprese – all’epoca Porto di Torraca –  dei possedimenti appartenuti all’anticihissima abbazia basiliana S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Il documento notarile della fine del ‘600, conferma alcune notizie sui possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro nel territorio Saprese, citate dal Di Luccia (5), circa la presenza nel territorio Saprese delle due Grangie di S. Nicola e di S. Fantino (S. Phantini) (5). Questi possedimenti – tra cui le grangie di S. Nicola e di S. Fantino, esistevano dall’anno 1000, ma purtroppo se ne riparlerà solo in occasione di alcune cause pendenti tra i conti Carafa della Spina di Policastro e la Curia. Il documento notarile manoscritto (3) del 1695-96, “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro”, redatta dal Notaio Domenico Magliano, oggi conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, è particolarmente interessante per la storia di molti centri della zona. Dall’“Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (6), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (3) del 1695, scriveva in proposito: “Le località extra sono 10: Bosco, Majera, Grisolia, Maratea, Trecchina, Rivello, Lentiscosa, Torraca, Roccagloriosa e Policastro.”

S. Fantino 1

(Fig. 3) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (3) – Particolare tratto da pag. 163 che riporta i possedimenti a Torraca.

Nel 1587, il territorio saprese che, apparteneva alla baronia dei Palamolla di Torraca (signori di Scalea) e, la Curia vescovile, vi furono sempre continui conflitti legali (…). Il Gaetani (4), a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano.” (10). Luigi Tancredi (6), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990′, pubblicato nel 1991, nel capitolo “Esame della Platea del 1695” (1), p. 73 e s., esaminando i Beni descritti nell’antico documento (3) del 1695, scriveva in proposito: “La Platea manoscritta,…….E’ un libro o Registro di Amministrazione…….manca l’esatta ubicazione e la misura estensiva in ettari. Semplicemente è indicata la contrada (in loco dicto…) ed i confini con altri beni o poderi (juxta bona…, fine…).”. Dall’Esame della “Platea dei Beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro”, Luigi Tancredi, riassumendo in un quadro prospettico i beni che possedeva l’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro nelle “Località Extra” e, dunque anche quei beni posti nel territorio di Torraca (all’epoca territorio saprese appartenente al feudo di Torraca (a. 1695-96)), scriveva che a Torraca vi erano: “n. 48 terreni.”, che molto probabilmente erano i terreni che dipendevano dalle due grangie di S. Nicola di Sapri e di S. Fantino di Torraca. Come scrive lo stesso Tancredi (6), manca l’esatta ubicazione e la misura estensiva in ettari e veniva indicata la località dove si trovavano detti beni e la relativa sola contrada “in loco dicto” ed i confini con altri beni o poderi “juxta bona…,fine…”. E’ dunque dall’esame accurato dei confini ed indagando ulteriormente potremo ubicare il sito esatto delle due grangie o di questi terreni e poderi, di cui al momento non si conosce l’esatta ubicazione. Al momento si conosce solo una cappella dal titolo di S. Fantino che si trova a Torraca ma essa non è la Grancia di S. Nicola a Sapri e la Grancia di S. Fantino a Torraca (territorio di Sapri) di cui parla la Platea dei beni e delle rendite, dell’anno 1695-96 e che verranno citate ai primi del ‘700 dal Di Luccia (…) e dal Martire (…), in seguito. Addirittura, il documento (la pag….) contenuta nella detta “Platea dei beni etc…”, che riguarda il “territorio Extra” di Torraca, ci parla, come vedremo, di una “Badia di S. Fantino”, Badia che ancora oggi non è stato possibile individuarne l’esatta ubicazione. Luigi Tancredi (6), nel suo ‘L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990′, pubblicato nel 1991, nel capitolo “Esame della Platea del 1695” (1), p. 73 e s., nella sua nota (1), scriveva che: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. ecc..”. Sul documento (3), abbiamo dedicato un altro nostro saggio ivi pubblicato dal titolo: “La Platea dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro nell’Archivio Diocesano di Policastro.”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, l’antico documento (3), è stato più volte citato per la prima volta dal Gaetani (4), di cui parleremo. Dopo il Palazzo (…) ed il Cataldo (…), che la citarono, il Tancredi (…), in un suo pregevole studio “Esame della Platea del 1695 (1)” (…), la esaminò, scrivendo nelle sue note: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806.”. Nel suo “Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (6), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (3) del 1695, scriveva in proposito: “L’entità dei beni consiste in terreni coltivati da vassalli o custodi. Nel comprensorio di San Giovanni a Piro sono 1444, mentre in altre località sono 261. Sono compresi pure alcuni casalini  o case ed introiti vari (censi in grano, mosto, olio, ecc..). I vassalli sono 482, compreso i membri del Clero, a sè stante, con 13 sacerdoti singolarmente, una Congrega, un Monastero, 14 Cappelle. Le località extra sono 10: Bosco, Majera, Grisolia, Maratea, Trecchina, Rivello, Lentiscosa, Torraca, Roccagloriosa e Policastro.”. Nel suo “Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (6), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (3) del 1695, scriveva in proposito: “La Platea manoscritta, comprende n. 170 fogli (= 340 pagine, recto (r.) et verso (v.), complete quasi tutte, formato protocollo. Fu redatta dal Sig. Domenico Magliano Notaio di S. Giovanni a Piro negli anni 1695-96. E’ un libro o Registro di Amministrazione. Inizia con un indice alfabetico dei nomi dei titolari dei beni affittati, procede un cappelletto storico legale di 5 pagine, e segue l’esposizione dei fondi rustici, indicati col termine di generico di beni (bona) e relative rendite (in ducati, carlini, grana e tarì). Alla fine di ogni pagina c’è il risultato complessivo (totale parziale). I beni (bona) sono generalmente indicati secondo il tipo di coltivazione o produzione (vigne, castagneti, oliveti, orti, ecc..); manca l’esatta ubicazione e la misura estensiva in ettari. Semplicemente è indicata la contrada (in loco dicto…) ed i confini con altri beni o poderi (juxta bona…, fine…).”. Nel 1587, il territorio saprese che, apparteneva alla baronia dei Palamolla di Torraca (signori di Scalea) e, la Curia vescovile, vi furono sempre continui conflitti legali (10-11-12-13). Il Gaetani (4), a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano.” (10).

IMG_4842 - Copia

(Fig….) I Beni dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro secondo il Tancredi (6).

Le Grancie di S. Nicola a Sapri e di S. Fantino nel territorio Saprese, ora Torraca, possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro

Pietro Ebner (…) parlando del cenobio basiliano di San Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Il Di Luccia (citt., p. 3) afferma che l’abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva la grancia a Sapri di S. Nicola, senza specificare però l’epoca di fondazione.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, e diversi altri effetti, possiede la Terra di S. Gio: a Piro, quale è Baronia essendo copiosa d’anime, e di ottimo Clero con sua Giurisdizione, e perchè viene al presete occupata da Monsig. di Policastro, perciò ad effetto di far vedere la verità del fatto, ho determinato di fare una digressione nell’origine di detta Abbadia, e Terra, ecc…” .

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(Fig….) Di Luccia P.M., op. cit.,  p. 3

Il Di Luccia (…), affermava che l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, possedeva a Sapri la grancia di San Nicola e la grancia di S. Fantino a Torraca, ma non specificava niente altro. Incominciamo col dire subito che la citazione del Di Luccia (…), poi in seguito confermata da Domenico Martire (…) e dal Cappelli (…), dei due possedimenti  “…di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca”, la grangia di S. Fantino veniva citata a Torraca perchè Sapri o il suo “Porto”, all’epoca del Di Luccia (…), 1700, era ancora posto nel territorio dell’Università o Baronia o Feudo di Torraca, allora dei  Palamolla. Dunque, la grancia di S. Fantino, si trovava nel territorio Saprese. La notizia di della grancia di S. Fantino a Torraca, è citata anche in seguito dal Gaetani (…) che, in proposito, fa luce.  Il Gaetani (…) nel suo libro su Torraca: ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, riporta uno stralcio dell’antico documento notarile manoscritto del 1695 (3) il quale, parla della Grancia di San Fantino’, che apparteneva in origine all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, quindi confermando la notizia del Di Luccia (…), descrivendone limiti e confini nel territorio saprese. Il documento (…), descrive le Grancie di S. Fantino e di S. Nicola, site nel porto di Torraca (o di Sapri) che, però erano molto più antiche del documento in questione. Il documento del 1695-96, del notaio Domenico Magliano (…) è, quasi contemporaneo di altri due importantissimi documenti che riguardano la storia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e dei suoi possedimenti. Si tratta di due importantissimi ed unici documenti da cui è possibile trarre alcune uniche notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni Battista a  S. Giovanni a Piro ed i suoi possedimenti sul nostro territorio ed in particolare in quello Saprese. Dal documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (…), conservato nell’Archivio Diocesano di Policastro, di cui il Gaetani (…), ha pubblicato un piccolo stralcio trascritto e, di cui ivi pubblico alcune pagine originali, si possono trarre interessantissime notizie storiche sulle origini ed i possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e su alcuni suoi possedimenti nel territorio Saprese e di Torraca. Infatti, questo documento (…), è interessante anche per la storia di Sapri,  dell’Università (Comune) di Torraca e quindi del territorio Saprese a cui in quel tempo apparteneva. Il Gaetani (…), in proposito alla ‘Cappella di S. Fantino‘, pubblicò il passo trascritto del documento illustrato in Figg….., tratto dal documento notarile del Magliano (…), del 1695. Il documento illustrato nell’immagine di Fig…., si legge, nel territorio di Torraca. La quì sottoscritta Badia di S. Fantino e ducati annue rendite in doti dieci carlini sottoposto a due terzi è stata venduta dal Rag: Zifao al Don Francesco Falci di Napoli, come da Istrumento del Rag. Notaro Nunzio Pacileo di Napoli, al quale a me presentato. Die Xma (decima) gbri ibgS (?), con ordine e dal D. Falce ceduto alli fratelli D: Zif… D: Filippo ed Alfieri e D: Francesco Brandi di Torraca; anche Pasquale Falce. Cappella di S. Fantini, sita et posta in Tra (terra) Torraca Provinciae Salernitana et Diocesis Paleocastrens, et Grancia ….de alys est et est annesa et unita Abb.e (Abbazia) …..Joanni a Pyro Abba acque est annesa S. Capp. e Presepy in Basilica S. Maria Maiory de Urbe quoque ……concessi fuerunt con………..Rev. D. Egidio Sorrentino…..Joanny a Pyro……….ecc… D. Michele Brancaleone et F.sco Tomaso Mercadante..”.

S. Fantino

(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (…) – Particolare tratto da pag. 163 che riporta i possedimenti a Torraca

Sappiamo che questi antichi edifici sorgevano nel territorio Saprese che all’epoca dipendeva dall’Università o Feudo che apparteneva ai Palamolla di Torraca. Dunque, la ‘platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro’ redatta dal Notaio Domenico Magliano nel 1695-96, citata e trascritta in parte dal Gaetani (…), riguardo il possedimento di Torraca, diceva che quì (riferendosi al feudo di Torraca), vi era la “sottoscritta Badia di S. Fantino” fu venduta dal Ragioniere Zifao a Francesco Falci di Napoli per ‘ducati annue rendite in doti dieci carlini sottoposto a due terzi’, con Atto pubblico (Istrumento) del Rag. Notaro Nunzio Pacileo di Napoli, e aggiunge “al quale a me presentato. La ‘Platea’ continua e dice che Don Francesco Falce di Napoli, cedette la detta Badia di S. Fantino “alli fratelli D: Zif… D: Filippo ed Alfieri e D: Francesco Brandi di Torraca; anche Pasquale Falce.”. Sempre nella “Platea”, leggiamo che: “Cappella di S. Fantini, sita et posta in Tra (terra) Torraca Provinciae Salernitana et Diocesis Paleocastrens, ecc..”. Dunque, in questo passo, la Platea dei beni redatta nel 1695-96 dal notaio Domenico Magliano, ci informa che a Torraca o nel suo feudo vi erano a quei tempi distintamente tre edifici: la Badia di S. Fantino, la Cappella di S. Fantino e la grancia di S. Fantino. Riguardo la grancia di S. Fantino, la platea dei beni e delle rendite (…), redatta dal notaio Domenico Magliano nel 1695-96, dice che: “….et Grancia ….de alys est et est annesa et unita Abb.e (Abbazia) …..Joanni a Pyro Abba acque est annesa S. Capp. e Presepy in Basilica S. Maria Maiory de Urbe quoque ……concessi fuerunt con………..Rev. D. Egidio Sorrentino…..Joanny a Pyro……….ecc… D. Michele Brancaleone et F.sco Tomaso Mercadante..”, ovvero dice che la Grancia di S. Fantino posta nel feudo di Torraca dipendeva dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro che era stata annessa (aggregata) alla Cappella del Presepe dalla Basilica di Santa Maria Maggiore con …… ……… ..Rev. Gilles D. Sorrentino ..Joanny da Pyro ……… … … .ecc D. Michele Brancaleone e F.sco Tomaso Mercadante”. Chi erano i due notabili Reverendo Egidio Sorrentino, Michele Brancaleone e Tomaso Mercadante ?.

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(Fig. 4) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (5) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.

La strada vicinale della ‘Verdesca’ citata dal Fischetti

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(Fig….) Un ponte d’epoca medievale posto lungo un sentiero che da località Mocchie di Sapri risale verso Torraca. L’immagine ci è stata inviata dal Gruppo di escursionisti di Sapri “Golfo Trek”.

Pare che questa strada vicinale o sentiero risalisse dalla località ‘Mocchie’ a Sapri, su per il monte Olivella, attraverso i territori nel Comune di Torraca e da lì proseguiva verso Torraca o verso il Fortino del Cervaro, si chiamasse “Verdesca”, forse la stessa strada carovaniera che attraversava la contrada della “Carnale”, dove furono trovati dai G.A.S., antichissimi insediamenti Enotri e Lucani, in gran parte distrutti dall’incuria delle autorità preposte  per il passaggio della condotta del gas metano. Andrebbe ulteriormente indagata la presenza di alcune strade mulattiere presenti sul nostro territorio in quanto esse sono state frequentate in epoche in cui si è persa la memoria del tempo. Infatti, questa strada vicinale ed alpestre, prima che arrivasse nei pressi di Torraca, a metà strada, si trova un sito oggi chiamato “Agriturismo S. Fantino”. Io credo che l’intera area fosse stata anticamente l’area dove sorgeva la grancia di S. Fantino, di cui ho già parlato ivi in un altro mio saggio. La probabile epoca di fondazione della grancia di S. Fantino, può riferirsi molto probabilmente all’anno 1097, allorquando, secondo una pergamena d’epoca normanna, veniva concesso a Sergio, monaco di Vibonati, di costruire una cappella a S. Fantino, che doveva essere una località posta tra Sapri e Torraca, come risulta dall’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna) illustrata nella Fig. 2, di cui ho parlato.

Cattura

(Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

La testimonianza della strada vicinale e di campagna detta la “Verdesca”, ci è data da uno dei principali protagonisti dello sbarco a Sapri dei ‘trecento’ di Carlo Pisacane, il giudice di Vibonati Gaetano Fischetti (…), che nel suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857’, scritto nel 1877 per ingraziarsi il Ministro degli Interni, da poco eletto, Giovanni Nicotera. Il Fischetti (…), a p. 35, parlando della notte in cui Pisacane sostava a Sapri, in proposito scriveva che: “…ed io con pochi amici mi avviai sopra Torraca per la via cosiddetta della ‘Verdesca’, impraticabile quasi, montuosa ed alpestre assai, per evitare la solita via pubblica, laddove quelli avessero voluto inseguirmi.”. Nella tradizione orale popolare, nel nostro dialetto, il termine di “Verdesca”, stà ad indicare un pesce di mare, una specie di pescecane simile allo squalo. Sempre nella tradizione popolare orale, vi è un termine simile “Ventresca”, la pancia o la pelle del ventre di un certo tipo di squalotto di mare. La strada “Verdesca”, verrà poi in seguito, nel 1907, citata anche dal Bilotti (…), il quale a p. 198, in proposito al giudice scriveva che: “Il Fischietti.. (e anche quì il Bilotti erra il cognome del giudice Vibonatese), effettivamente aveva fatto prodigi di attività: partito da Sapri poco prima della mezzanotte, percorse a piedi e con la paura nell’anima, la quasi impraticabile via detta ‘Verdesca’, la quale benchè fatta di alpestri e pericolosi sentieri, era da preferire alla strada ordinaria….”. Con l’indagine geo-storica, possiamo stabilire quale e dove fosse questa stradina o sentiero di campagna, assai disagevole per i tempi a cui si riferiscono i fatti di Pisacane. Si trattava di un percorso o un sentiero di campagna che risaliva le campagne in direzione di Torraca, che partendo dalla località a Sapri detta le “Mocchie”, risalisse verso Torraca. Dalla località detta le “Mocchie” a Sapri, posta subito dopo la contrada saprese della “Marinella”, si inerpicano due sentieri che risalgono alle pendici del Monte dell’Olivella, verso i territorio di Torraca. Io credo che le “Mocchie”, dove ancora oggi è rimasto un gruppo di antichissime case, molte di queste solo recentemente ristrutturate, sia una contrada di Sapri prossima ad un molo o un antico porticciolo. La contrada delle “Mocchie”, infatti, si trova quasi a ridosso della vecchia spiaggia o insenatura formatasi del torrente detto “Brizzi”, di cui ancora oggi non si conosce l’esatto significato dell’etimo. Il torrente “Brizzi” e il suo alveo, dopo un lungo percorso dalle montagne poste nel Comune di Tortorella a confine con quello di Torraca e di Sapri, scende a valle e sversa le sue acque a Sapri e, lungo il suo percorso attraversa la contrada delle “Mocchie” che è posta quasi posta di fronte alla collina dell’altra antica contrada del “Timpone”. Recentemente, alcuni membri del locale gruppo di Trekking di Sapri “Golfo Trek” hanno percorso e smacchiato questo vecchio sentiero che risale poprio dalle Mocchie e si inerpica tra balze e dirupi verso il territorio un tempo di Torraca. Io credo che il nome di questo sentiero fosse proprio quello di “Verdesca”, il nome che citava il Bilotti (…) e prima ancora il giudice vibonatese Fischetti (…). Lungo questo percorso vi sono alcuni ruderi di un ponte medievale che lasciano pensare ad un’antichissima frequentazione e forse, come io credo, questo sentiero doveva essere quello che collegava il piccolissimo approdo delle Mocchie con l’antichissima grangia di “S. Fantino”, dipendente dal cenobio basiliano di San Giovanni a Piro. Della grangia di S. Fantino (…), come vedremo, ci parlano gli antichissimi documenti ma i suoi ruderi non sono stati mai individuati. Infatti, risalendo l’immagine satellitale con l’amico Giamberto del locale gruppo di escursionisti, si può vedere che nel territorio prossimo più a Sapri che a Torraca, si scorgono dei duderi o degli edifici che lasciano pensare all’antica grancia di S. Fantino, di cui parla il Di Luccia (…) e il Martire (…), ma che non è stata mai del tutto localizzata. L’antica grancia o masseria o addirittura l’Abbadia di S. Fantino di cui si parla in antichi testi, non solo esisteva dall’epoca Normanna come attesta l’antica pergamena del 1097 pubblicata dal Trinchera (…) e poi dal Cappelli (…), ma era posta nel territorio di Sapri, divenuto solo nei primi del ‘500 appartenente al feudo di Torraca. Credo pure che questo percorso sia proprio quello che percorrevano i monaci abitanti dell’antica grangia di S. Fantino per scendere al porto di Sapri che forse era posto proprio nella contrada detta le “Mocchie”, per il trasporto via mare delle merci essendo questo piccolo ma nascosto e sicuro approdo collegato con i piccoli porti della costa velina. Non sono mai state del tutto individuate alcune cappelle e costruzioni religiose di cui ci parlano alcuni studiosi locali nei primi del ‘900 come il Gallotti (…) e il Gaetani (…). Molte costruzioni si pensa fossero nel territorio di Torraca ma solo perchè il territorio di Sapri, fu delineato nei suoi attuali confini solo dopo l’Unità d’Italia, ma in realtà alcune costruzioni o manufatti citati dal Cappelli (…), dal Martire (…), ecc.., si trovavano prossimi al territorio saprese, ovvero posti si nella campagne ma molto prossimi al vicino piccolo approdo della costa saprese. Infatti, nell’antichità per il trasporto delle merci e per i traffici si preferiva percorrere le vie marittime anzicchè quelle sulla terra ferma molto più frequentate ed insicure. I monaci lo sapevano bene. Nell’anticihità le località e le comunità rivierasche erano molto più fiorenti e popolate rispetto a quelle interne che si ripopolarono specialmente dopo la Guerra del Vespro e sopratutto in epoca Vicereale a discapito di quelle rivierasche che al contrario si spopolarono. I documenti ci parlano di una grangia o di un piccolo cenobio di monaci basiliani o benedettini, la grangia di S. Fantino, che doveva essere attiva e fiorente all’epoca medievale ovvero XII-XIII secolo.

Tortorella e Torraca

(Fig…) Particolare delle nostra costa e del nostro territorio tratto dalla della Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). La carta è inedita e da me scoperta alla fine degli anni ’70 e fatta riprodurre nel 1981 dall’ASN, dove essa ancora è conservata.

Infatti, il Gaetani (4), nel suo ‘La fede degli Avi nostri o Ricordi storici della chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, a pp. 152-153, nel trascrivere il testo di alcune pagine tratte dal documento del 1695-96 redatto dal notaio Domenico Magliano “La Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, che riguardavano la chiesa di S. Fantino a Torraca e la grancia di S. Fantino posta in territorio saprese, in proposito trascriveva che: “La Venerabile Cappella di S. Fantino……stimandosi che tal edificio sia stato costrutto in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi vien detta la marina, et porto di Sapri, perchè s’aprì il monte, et entrò il mare;…”. Dunque secondo il testo della ‘Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro’, che era stata redatta nel 1695-96, Sapri ed il suo territorio era chiamato: “….che hoggi vien detta la marina, et porto di Sapri, perchè s’aprì il monte, et entrò il mare;…”. Sapri era detto “la marina e porto di Sapri”, ovvero un piccolo porto che i monaci basiliani usarono per i loro traffici fin dall’antichità.

Nel 1466, un cimitero di fanciulli a “S. Fantino” citato nello Statuto n. 41 dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro redatti da Teodoro Gaza

Le origini dei possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, e delle Grancie di San Nicola a Sapri e di S. Fantino sita nel porto di Torraca (o di Sapri), sono molto più antiche del documento del Notaio Domenico Magliano, la “Platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a piro del 1695-96” (3), citata dal Gaetani (4) e, di cui il Gaetani (…) pubblicò alcuni passi dei documenti ivi contenuti, manoscritti. Riguardo alcuni possedimenti nelle “Località Extra”, come quelli nel “Portus Saprorum” (all’epoca territorio di Torraca), come le Grangie di S. Fantino e quella di S. Nicola a Sapri – citate nell’antico documento notarile del 1695-96 (3)), venivano citate anche in uno dei 9 Statuti o Capitoli aggiunti ai 47 Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, pubblicati dal Di Luccia (…) e dal Cataldo (…). Il Cataldo (…), sulla scorta del Di Luccia (…), segnala che Teodoro Gaza (…), il 7 ottobre 1466, compilò gli Statuti o Capitoli della Terra di S. Giovanni a Piro. Il Cataldo (9), dice che gli Statuti “…comprendevano 47 articoli”, redatti dal Gaza in qualità di Abbate pro-tempore, per regolare la vita dell’Università (Comune Aragonese) di S. Giovanni a Piro e dell’Abbazia e, a cui ne vennero aggiunti altri 9 capitoli dagli Abati d’Aragona e De Bacio – successori del Gaza –  e tolti due da Monsignor De Nigro. Scrive sempre Ebner (…), sulla scorta del Di Luccia (…), a p. 490 che “…chiamato a Roma, il Gaza venne sostituito temporaneamente dal canonico di Policastro Francesco del Nero (20) che per ordine dell’abbate commendatario cancellò i capp. 46, 47 e 49. L’abate de Vio modificò il cap. 37, Alfonso d’Aragona sostituì il cap. 44 con il 54……Il 27 dicembre 1468 venne nominato abate mons. Andrea del Nero, per rinuncia del cardinale Bessarione con breve di Paolo III (21). Seguì Alfonso d’Aragona, figlio naturale di re Ferrante (22).”. Sulla visita di Atanasio Calkeopulos ho dedicato ivi un mio saggio. Ebner (…), nel vol. II, a p. 490, nella sua nota (20), postillava che:“(20) Ebner, Economia e società cit., II, p. 415 sg. Capp. 46-48. A p. 416, manca, per errore tipografico, il cap. 48: “Costituimo, che nulla persona si ponga ecc..ecc..”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 491, nella sua nota (21), postillava che: “(21) Dal processo anzidetto conservato nell’Archivio della Cappella romana (f 152). Cfr. Di Luccia, p. 17 sgg.”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 491, nella sua nota (22), postillava che:“(22) Ebner, Storia cit., p. 449. Alfonso d’Aragona era stato nominato dal re vescovo di Chieti, ma la nomina non venne mai confermata dalla santa Sede. Alfonso fu poi (1489) anche abate commendatario della badia di S. Maria di Pattano (v.) che, con suo decreto, il re aveva avocata alla sua giurisdizione.”. Al capitolo o Statuto n. 41, pubblicato dal Di Luccia a p. 39, si scrive: “Constituimo, che li peccerilli da sette anni in giuso, che moreno siano sepelliti a S. Fantino, & chi se mette dentro l’Ecclesia paga tarì…. Dunque, lo statuto n. 41, parla di un cimitero a S. Fantino. Secondo gli Statuti (aggiunti) dell’Abbazia di San Giovanni a Piro, alla Grancia di San Fantino (a Sapri), doveva esserci un cimitero dove si dovevano seppellire i bambini morti al di sotto dei sette anni. Ma si trattava del S. Fantino di cui l’Abbazia possedeva una Grangia a Torraca (o territorio saprese)?. Era il S. Fantino di cui parla il Di Luccia (…) ?.Scrive il Tancredi (…), a p. 60 che Teodoro Gaza “Fu il grande organizzatore del Cenobio Basiliano, in fase di decadenza. Procurò ogni mezzo per ricondurre all’antico splendore. Per regolare la vita dei due enti, dettò i celebri “Statuti”, che costituirono il “Diritto positivo” dell’Abbadia e dell’Università poichè contenevano norme di diritto Civile, Penale, Amministrativo, di Pubblica sirurezza ed altre norme relative alla tutela della proprietà, dell’igiene, al sistema tributaro ed all’amministrazione della giustizia, che, con il concorso degli esperti di diritto era nelle mani dell’Abate….Detti statuti del 7 ottobre 1466, Ind. XI, contenevano 49 articoli con altri 7 aggiunti dagli altri commendatori e una nota notarile, per opportune modifiche agli articoli precedenti. Esaminando questi provvedimenti di natura prettamente economica, ecc…”. Ecco ciò che scriveva il Tancredi sugli Statuti del Gaza da cui si evince che nel 1466, vi era un S. Fantino. A S. Giovanni a Piro, vi era una località chiamata S. Fantino, ma non è dimostrato che il S. Fantino a cui è riferito il cimitero di fanciulli citato nello statuto n. 41, sia da riferire a S. Giovanni a Piro. Se come io credo si tratti di un possedimento dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, posto nelle “località Extra”, come si evince dalla “Platea dei beni etc…” del 1695-96, siccome gli Statuti, tra l’Università di S. Giovanni a Piro e la Baronia ecclesiastica dell’Abbazia basiliana – compilati da Teodoro Gaza – pubblicati dal Di Luccia (…) – risalgono al 1466 e, lo Statuto n. 41 che riguarda proprio la  Grancia di S. Fantino, dimostra che la grangia di S. Fantino nel territorio Saprese esisteva già nel 1466, epoca di fondazione degli Statuti redatti dall’Abbate pro-tempore Teodoro Gaza. Ma la grancia di S. Fantino a cui si riferiva lo statuto n. 41 era la Grancia di S. Fantino posta nel territorio saprese citata anche nella “Platea dei Beni e delle rendite etc..” redatta dal notaio Magliano nel 1695-96 ?. Io credo che lo Statuto n. 41, si riferisca ad una grancia dipendente dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro, posta nel territorio saprese (di Torraca all’epoca) e non si riferisse alla chiesa di S. Fantino posta nella terra di S. Giovanni a Piro. Infatti, Pietro Ebner (…), sulla scorta del Di Luccia, parlando di S. Giovanni a Piro, nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 493 scriveva in proposito che: “Il Di Luccia (p. 479 trascrive la “Instruccione et ordinatione date a voi Donno Ieronimo Sursaya per nui Antonio Terracina Apostolico protonotario et Commendatore de l’Abbatia de S. Ianne a Piro e S. Pietro de Lycusate” per cui il predetto doveva che eseguiate le volontà testamentarie di certo Francesco di cui manca il cognome; di “far acconciare e reparare dall’Università la Ecclesia de S. Fantino”. Dunque il Di Luccia ci parla di una chiesa di S. Fantino posta nel territorio di S. Giovanni a Piro e non ci parla di una Grancia e dunque come io credo lo statuto n. 41 si riferisce alla grancia di S. Fantino posta nel territorio di Torraca (ma in realtà si tratta del territorio saprese. Di certo si ha un ulteriore documento dell’epoca degli statuti che confermerebbe una grangia nel territorio saprese. Nel 1982, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa baroni e popolo nel Cilento’, a p. 592, citava un documento del 1481. Pietro Ebner (…), invece, scriveva in proposito ad un altro documento datato 1481. Ebner (…), scriveva che: “Nell’archivio della Badia di Cava vi è la Bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98.”. Pietro Ebner (…), postillando “I, ABC”, si riferiva ad un documento “I = inedito” e proveniente dall’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni (ABC).

ARCA LXXXV 98

(Fig….) La bolla inedita del 1481, di Gabriele Guidano, vescovo di Policastro (Archivio Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni (Arca, LXXV, 98) (Archivio Storico Attanasio).

Nella bolla, leggiamo che: “Gabriel Guidanus a filiu magister Sanctullus grangis de civitate Policastrj afferunt ………………..civitatis loro lo porto de Saprj que ad prie est Riscoperta ecc..”. Il documento del 1481, è di estrema importanza per la storia di Sapri e di Torraca. Secondo gli Statuti (aggiunti) dell’Abbazia di San Giovanni a Piro, alla Grancia di San Fantino (a Sapri), doveva esserci un cimitero dove si dovevano seppellire i bambini morti al di sotto dei sette anni. Lo studioso locale Josè Magaldi (…), nel 1928, nel suo libretto inedito ‘Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni’, che scrisse su incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, in proposito scriveva che: “In contrada S. Giovanni, a ridosso della collina d’Ischitello, sorse anche un piccolo tempio che appartenne fino all’anno 1778 al clero di Torraca e il cui sotterraneo divenne cimitero antico del luogo: la fossa comune.”. Dunque, Josè Magaldi (…), che si occupò degli scavi archeologici a S. Croce scriveva che a ridosso della collina del vallone “Ischitello” nella contrada saprese di S. Giovanni, sorse un piccolo tempio che era appartenuto fino al 1778 al clero di Torraca e che il cui sotterraneo divenne cimitero antico del luogo:la fossa comune.”. Vi era un cimitero a San Fantino? Lo Statuto n. 41 non sembra così strano se consideriamo che il vecchio cimitero o camposanto o fossa comune, di Sapri, non era dove si trova attualmente ma i defuni venivano seppelliti in una fossa comune posta sotto l’antica chiesetta di S. Giovanni che come scriveva il Magaldi (…), fino al 1778 apparteneva al clero di Torraca.  Già molti anni prima, nel 1891, il dott. Nicola Gallotti (…), nel suo ‘Condizioni igienico sanitarie di Sapri’, riguardo il vecchio cimitero “Camposanto”, scriveva che: ”Il Camposanto di Sapri, non solo è in posizione antigienica….io credo non avesse neppure la distanza dall’abitato….verso il 1825 proponevo al Consiglio Comunale di provvedere al più presto a spostare il Camposanto di Sapri in altro luogo che siadistante dal centro abitato. Debbo pur far notare come la ferrovia, di cui si è già parlato, lambisce quasi il Camposanto di Sapri.”. Il Gallotti che era medico, lamentava la posizione del preesistente e vecchio cimitero di Sapri e ne auspicava il suo spostamento in luogo più salubre, ma conferma il fatto che il vecchio cimitero o “fossa comune” fosse ubicato lungo la dorsale ferroviaria. Mia zia Maria, nata nel 1923, racconta che il vecchio cimitero fosse posto ove oggi è la chiesetta della Madonna della ‘Trovatella’. Ai primi del ‘900, il cimitero di Sapri, si trovava sulle colline di Sapri, sulla dorsale che sale verso Torraca, dove oggi viene chiamata la località ‘Trovatella’. Fino ai primi dell’800, il vecchio cimitero di Sapri era dove oggi si trova una chiesetta dedicata alla Madonna della Trovatella, da cui prende il nome l’omonima borgata di Sapri. Quando in seguito all’ultimo conflitto mondiale, in mezzo al cimitero ed alla piccola cappella annessa e l’ossario, fu ritrovata intatta una statuina della Madonna, che la popolazione venera chiamandola ‘Trovatella’, venne poi costruita la piccola chiesetta proprio dove sorgeva il vecchio cimitero di Sapri. Riguardo il “tempietto che nel 1778 apparteneva al clero di Torraca”, come scriveva il Magaldi (…), nel 1909, il Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 54, scriveva della chiesa di S. Giovanni Battista: “Ubicata nel versante occidentale del Porto, attualmente presso la stazione ferroviaria, all’inizio di via Kennedy, fu eretta nel primo ‘600 dal Barone Decio Palamolla, per la celebrazione della S. Messa ogni domenica con incarico affidato al clero di Torraca, che riceveva appositi sussidi (4). La manutenzione era diligentemente curata da parte del clero stesso, al quale corrispondevano le decime 72 persone di Sapri (5). Da pochi frammentari documenti del primo ‘700, come il libro della contabilità della chiesa parrocchiale di Torraca, dai primi di settembre del 1706 alla fine dell’agosto 1707, si rileva che il procuratore D. Gaetano Magaldi pagava 4 carlini all’anno al principalista Nicola Comes e 16 carlini a Biase Brando per il servizio prestato nella cappella (6)….Nel 1778 sorse una causa fra il Clero di Torraca e quello di Sapri: il cosiddetto ‘frigidum meum ac tuum’ (9). Il 5 agosto, nella Curia Vescovile di Policastro si compose la lite tra i due Procuratori, D. Carmine Magaldi di Torraca e D. Domenico Pellegrino di Sapri, ecc….Dalle relazioni vescovili appare che la Cappella era di antico patronato della famiglia Lancetta e a cura del clero torracchese (11). “. Il Tancredi (…), a p. 55, nella sua nota (4) postillava che: “(4) A.D.P.: SS. Visite Pastorali U. Feliceo (5.3.1632). In quest’anno era parroco di Torraca D. Giovanni Antonio Brando.”. Il Tancredi (…), a p. 56, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Gaetani Rocco, op. cit., pag. 39-40 e nota (1), citante l’atto di giudizio del 1779.”.

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(Fig. 9) Alcuni documenti della Famiglia Brando di Sapri, pubblicati su Facebook da Domenico Smaldone.

Nel 1689, i confini del territorio della Grancia di S. Fantino in ‘Terra di Torraca’ (territorio di Sapri ?)

La Grancia di S. Fantino, nel 1689, dipendeva sempre dall’Abbadia di S. Giovanni a Piro, i cui beni erano stati però incamerati dalla Cappella del SS. Presepe eretta dentro la sacrosanta Basilica di S. Maria Maggiore – quindi gestiti dalla Chiesa – e non più dipendente dagli Abbati dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro come era in origine e, che secondo il Gaetani (4): “L’Abbadia basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina”. La ‘Grangia’, secondo il Visconti (…): “Era particolarmente nelle Abbazie benedettine, il magazzino destinato alla conservazione dei prodotti agricoli che i monaci ricavavano dai loro terreni. Faceva parte di solito, del complesso monastico, ma nei monasteri dei Cistercensi, a causa dello sviluppo delle abbazie, la grangia venne costruita anche in località non lontane dall’Abbazia stessa, ed ospitava i conversi che sotto la guida di un monaco anziano erano addetti ai lavori nei campi.”. Il Gaetani (4), che, in proposito alla ‘Grancia di San Fantino’, possedimento dell’antica Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, sita nel territorio Saprese (Torraca), pubblicò anche la trascrizione del contenuto del documento (5) illustrato nell’immagine di Fig. 9 (pag…..), dove si descrivono i confini del territorio della ‘Grancia di S. Fantino’ riferendosi al documento (…), da cui trae il passo, nel suo ‘La fede degli Avi nostri o Ricordi storici della chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, a pp. 152-153, in proposito pubblicava la trascrizione del testo estratto di una o due pagine tratte dal documento del 1695-96 redatto dal notaio Domenico Magliano “La Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, che riguardavano la chiesa di S. Fantino a Torraca e la grancia di S. Fantino posta in territorio saprese: “Tolgo da importante documento del 1695, la descrizione del tempietto e dei limiti delle sue larghe e molte possessioni.”. Dunque, il Gaetani (…), a pp. 152-153, scrive che sulla scorta del suo amico Canonico Domenico Menta, cita e si riferisce alla “Platea di Beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro, del 1695-96”, redatta dla notaio Domenico Magliano, trascrivendone il testo di alcune pagine: “La Venerabile Cappella di S. Fantino dimostra magnificenza di spesa nell’edificio per essere d’ampiezza et altezza con pietre d’intaglio tuti i fondamenti; li quattro cantoni, ed il frontespitio, et anco un arco sopra l’altare medesimente di pietre scarpellate, stimandosi che tal edificio sia stato costrutto in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi vien detta la marina, et porto di Sapri, perchè s’aprì il monte, et entrò il mare; la detta Cappella era diuta senza tetto, et per divozione del Santo fu l’anni passati sotto lì 16 d’agosto 1689 ricorso dal Rev. D. D. Michele Brandaleone alla f. m. di P. P. Innocenco XI et commesso al q.m. mons. Rosa Vesc.vo di Policastro, et incaricato dal suddetto D. Michele, il quale n’ebbe cura, et con l’entrate di detta Cappella rifece le mura, la ricoverse, fece l’astraco Porte et Altare et di più di suo proprio, e per sua divotione ci fece intempiata, valtaltare, carta di gloria et candelieri.”, poi continua la trascrizione del testo che riguarda i confini della Grancia di S. Fantino: “Incomincia il territorio di detta Grancia, sita et posta nel territorio di detta Terra di Torraca, da Ponente vi è il vallone che sparte la foresta de Cercole del Barone della Torraca detto lo Saracino, et và a basso per detto vallone insino allo vallone detto della Chiusa della Sorba, poi saglie per la via pubblica, per sopra il scariazzo di m.ro Francesco Brando, et circuisce detta via detto territorio, et poi circuisce la Chiusura, che fu del q.m D. Flaminio Barra renditia à detta Grancia et per sopra la vigna fu di Mario Campanella, che hoggi si possiede dal Abbate D. Francesco Magaldo, et p. sopra la Chiusura del D.co Tommaso Mercadante, per sopra la vigna di Francesco di Loise, per sopra la vigna di Gio Tommaso Brando, per sopra la vigna di D. Daniele mangia, per sopra le Castagne, et cerque di Luca Palamolla, et Domenico mercadante pe sopra le Cerque furno di q.m. Cesare Brando, per sopra la Chiusura della Coia, poseduta da Francesco Brando di Celio, per sopra le Cerque di D. Giacomo Antonio Brando, et per sopra la terra possedeva il q.m Gio. Antonio Alias Cisina, hoggi devoluta à dètta Grancia et scende al’ vallone sparte la foresta del Barone, da parte di Ponente chiamata la foresta dello Saraceno (1).”. Dalla descrizione delle terre annesse alla Grancia di S. Fantino, dei confini del suo territorio e dei proprietari confinanti che riporta il Gaetani, non siamo riusciti ad individuare l’esatta sua localizzazione che aveva nel 1695-96. Possiamo solo dire in proposito che la Grancia di S. Fantino si trovava nel territorio Saprese (Terra di Torraca) a ridosso del vallone di S. Martino o di Ischitello, un tempo chiamato “Piscitello” come ci dice lo stesso Gaetani (…) e, che detti terreni confinavano con i possedimenti del Barone Palamolla (“Barone della Torraca detto lo Saracino”), da cui dipendeva l’intero territorio Saprese.

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(Fig. 9) Pag…. della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (3) – In questo documento si descrive la Grancia di S. Fantino ed i suoi confini, posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro nel territorio Saprese (Torraca).

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(Fig. 10) Pag. 160 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti in Terra di Torraca: ‘Grancia di S. Fantino’.

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(Fig. 11) Pag. … della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti in Terra di Torraca e della ‘Grancia di S. Fantino’.

S. Nilo e S. Fantino

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 86, in proposito scriveva che: “Intorno alla metà del X secolo, all’epoca dei SS. Cristoforo, Macario e Saba, il culto dell’Arcangelo Michele, praticato nella “Regione mercuriense”, era noto oltre i confini della stessa. Nell’agiografia dei Santi siculi è detto che l’Arcangelo apparve in sogno a Cristoforo di Collesano, e lo sollecitò a lasciare la Sicilia, a rintracciare e ricostruire la sua chiesa diruta (22). Cristoforo giunse al Mercurio; rintracciò il vecchio tempio (un tempietto in grotta!) di S. Michele, e, tagliata la boscaglia che lo ricopriva, lo riedificò. Qui fu raggiunto dalla moglie Bella o Calì e dai figli Saba e Macario, che, seguiti da altri profughi, costruirono alcune celle per i monaci. Sorgeva, così, il cenobio basiliano di S. Michele, che fu ben presto abbandonato per essere stato edificato vicino al mare, per cui esposto al pericolo delle incursioni saracene. Fin dalla fondazione vi accorse un gran numero di monaci, tanto che Cristoforo fu costretto, ma soprattuto per il terrore delle incursioni, a rifugiarsi in un luogo inaccessibile, lungo il Lao, ed edificarvi un altro cenobio. Fu costruito presso Papasidero, ripristinando una chiesetta diruta, nota per il culto che quelle genti vi professavano a S. Stefano protomartire (23). Il martirologio fu tantaparte del monachsimo orientale! Durante la permanenza di Saba al monastero di S. Michele, la “Regione mercuriense” era fiorente di istituzioni monastiche, di “città e castelli”, anche alle frange della stessa (24), dove si propagò la fama della sua santità e dei suoi miracoli. Fu qui che gli giunse una pesante richiesta di soccorso, a causa  d’una invasione di locuste, che infestavano il territorio del Mercurio e, contemporaneamente, quello di Ajeta (25). Saba partì, ma, lungo il viaggio per Ajeta, si fermò nel monastero dei Siracusis (26), e lasciò che latri monaci proseguissero per liberare quelle terre dagli ortotteri. Anche Saba, come Cristoforo, volle recarsi da pellegrino a Roma, e, lasciato il monastero di S. Michele, scese nella marina del Mercurio per imbarcarsi (279. Intorno al 940, Nicola da Rossano, abbandonata la famiglia, si era rifugiato “ai monasteri che erano intorno al Mercurio” (28). Da monaco, prese il nome di Nilo, come l’omonimo Sinaita. L’immediata ingiunzione del “governatore di tutta la regione” (29) agli igumeni di non tonsurare il neofito rivela l’egemonia bizantina in atto su gran parte del territorio longobardo. Difatti, la riscossa imperiale che, aveva avuto inizio con la dinastia macedone di fine secolo IX, si era esaurita solo nella seconda metà del X. Niceforo Foca, 963-969, aveva sottomesso, anche se per breve durata, finanche i Longobardi di Benevento (30). Tuttavia, nonostante la situazione fluttuante ed incerta alle frange del Principato, il potere del basileus non doveva comprendere la Lucania centro-occidentale (31), se Nilo fece perdere le sue tracce, rifugiandosi nel monastero di S. Nazario, presso Celle di Bulgheria, territorio “sottoposto ad un principato straniero” (32), quello longobardo di Salerno. Come si vede, caratteristica peculiare del monachesimo basiliano furono i buoni rapporti con le Eparchie, anche se poste in terrotorio diverso per potere politico. Dopo un triennio di permanenza fra la comunità del monastero eparchico o dell’igumeno Fantino, Nilo, intorno al 943-944, si ritirò a vita eremitica nella spelonca di S. Michele Arcangelo e, successivamente, in altra “piccola caverna, che egli di propria mano si era scavata” (33). Vi dimorò per un decennio, modellandosi alla santità con l’ascesi e la rigida osservanza di pratiche religiose, come “i molti digiuni”, le veglie, le prostazioni, i maltrattamenti innumerevoli” (34). La permanenza nella grotta di S. Michele Arcangelo costituì per Nilo l’ingresso alla santità; l’ingresso fra i grandi della Chiesa. Vi trasorreva le giornate lavorando e pregando con ritmo intensissimo. “Dallo spuntare del giorno – come dice il Bios (35) – sino all’ora di terza (le nove) scriveva con carattere corsivo, minuto e compatto usando una scrittura sua particolare, riempendo un quaderno al giorno, per adempire il divino precetto di lavorare” (36), ecc..”Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Cozza-Luzi, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, Roma, 1893.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (23), postillava che: “(23) Cozza-Luzi, op. cit.; Martire D., La Calabria sacra e profana, cit., I, pag. 308; S. Napolitano, Ricordi dell’asetismo bizantino in Papasidero, estratto da “BBGG”, n.s., vol. XXX, (1976), p. 119″. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (24), postillava che: “(24) Sebbene le genti vivessero sotto l’incubo delle incursioni, la costa annoverava le città di Yele, Cirella, Blanda, Buxentum, che non potevano essere del tutto spopolate.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(25) Ajeta deve la sua origine ad insediamenti monastici, VI-VII secolo, sulla collina, ora, detta “Itavetere”. L’attuale centro è successivo. Per P. Guillou, Ajeta era una “turma” del “Thema” di Calabria, in “Calabria bizantina”, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (26), postillava che: “(26) Fondato a Scalea da monaci profughi, dopo la conquista musulmana di Siracusa (878), B. Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini calabro lucani, Napoli, 1963”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (27), postillava che: “(27) I viaggi marittimi, piccolo cabotaggio, lungo la costa tirrenica sono continuati fino alla seconda metà del XIX secolo, quando vennero sostituiti dalla ferrovia.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (28), postillava che: “(28) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (29), postillava che: “(29) Idem, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (30), postillava che: “(30) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale, Caserta, 1930; G. Schlumberger, L’Epopee Byzantine à la fin du dixieme siecle, I-II, Paris, 1925; Idem, Un Empereur Byzantin au dixieme siecle, Nicephore Phocas, Pais, 1890; I. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, etc, Paris, 1904.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (31), postillava che: “(31) Attualmente, gran parte compresa nella provincia di Salerno”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (32), postillava che: “(32) G. Giovanelli, op. cit.,  Idem, Il monastero di S. Nazario ed il Baronato di Rofrano, in “BBGG”, III, (1949); B. Cappelli, I basiliani nel Cilento superiore, in “BBGG”, XVI (1962).”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (33), postillava che: “(33) La grotta di S. Michele Arcangelo va ubicata fra i “Casalini di Santo Michele”, sullo sperone roccioso alla destra del fiume Abatemarco. Era difficilmente reperibile. Il Santo “passava ccc…(G. Giovanelli). Sarà stata una grotta-rifugio e dei primi cristiani della vicinissima Polis, e della diaspora monastica orientale del VII secolo. Vi si praticava, certamente, il culto antichissimo e popolare di S. Michele, se nell’Arcangelo trassero il toponimo Serra Bonangelo e Sant’Angelo, se una bellissima grotta, sulla destra del Corvino, ecc…”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (34), postillava che: “(34) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(35) Idem, op. cit.”. Sempre il Campagna, a p. 88, in proposito a S. Fantino scrivevava che: “Si allontanò ancora per trasferirsi, ammalato, nel monastero del “beao Fantino” (42), quando un tumore lo aggredì “negli organi vocali, così da renderlo completamente afono” (43). Nello stesso monastero si recava per festeggiare con la comunità monastica alcune ricorrenze liturgiche. Riceveva, ogni settimana, il pane del “grande Fantino”, pane che spesso sostituiva con legumi cotti, carrube (44), bacche di mirto e di corbezzoli. Ripagava il dono del pane ” con il lavoro delle sue mani, i libri trascritti da lui (45). I pochi resti manoscritti vengono considerati dalla Congregazione dei Riti come “reliquie Venerande”. Con le pratiche religiose e con l’ascetismo avviò alla santità, nella stessa spelonca, i primi discepoli, Stefano e Giorgio. Sarebbe stata, quella grotta, “una vita serena, lieta e piena di spirituale diletto” (46) per Nilo, se la minaccia delle incursioni saracene non si fosse addensata all’orizzonte, tante che “il grande Fantino” andava predigendo che “le chiese sarebbero divenute stalle di asini e di giumenti e profanate; i monasteri verrebbero dati alle fiamme e istrutti, ed i libri corrosi dalle muffe, diverrebbero inservibili ed illeggibili” (47).”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (42), postillava che: “(42) Non è facile ubicare il monastero eparchico o del “beato Fantino”. Resti antichissimi, precedenti quelli del nucleo e della torretta in cima al colle, affiorano sul costone, ad occidente. Poichè il Bìos dice che Nilo, ammalato, vedeva passare davanti alla cella un frate che andava a pescare, è opinabile che sorgesse ad occidente della fortezza, da dove si può scorgere un tatto del Lao, particolarmente pescoso.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (43), postillava che: “(43) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op, cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (44), postillava che: “(44) Nei pressi di Abatemarco, una contrada conserva il toponimo di “Carruba”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (45), postillava che: “(45) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (46), postillava che: “(46) Idem, op. cit.”. Il Campagna, a p. 88, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Idem, op. cit.”.

Nel 1577, Leandro Alberti voleva che Policastro avesse origine da Velia

Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 345, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (82) ripete dall’Antonini che Policastro, nel Medioevo nota come ‘Paleocastrum, Policastrum, Pollicastrum, è sita su una collina bagnata dal mare, e che è città vescovile suffraganea di Salerno, dalla quale dista 76 miglia. Respinge l’opinione dell’Ughelli e del di Luccia che “la vogliono figlia dell’antica Velia”, che ubica a Castellammare della Bruca; riporta il brano di Goffredo Malaterra (83) sulla distruzione da parte di Guglielmo il Guiscardo e dice che il vescovo e i canonici se ne vanno a maggio a Torre Orsaia, tornandovi a dicembre. Ecc…”. Ebner, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. VII, p. 224 parlando di Policastro, scriveva: “L’Abate ‘Ferdinando Ughelli’ e, poi il dott. Pietro Marcellino di Luccia, la vogliono figlia dell’antica Velia (2); ma figlia di Velia è certamente Castellammare della Bruca (3), posto in dubbio, non senza meraviglia dall’Egizio, nella lettera diretta all’Abbate Langhet colla quale gli va correggendo gli errori presi nella sua geografia toccante il nostro Regno”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi il suo articolo, t. 3, pag. 302.”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi la sua scrittura intitolata: L’Abadia di S. Gio a Piro, stampata in Roma nel 1700, in 4 pag. 4 seg.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita alla sa. maestà ……Trattato historico-legale etc…”, nel 1700, a p. 7, in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia; E benchè trà l’antichi Scrittori sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, o pure ne Brutij, nientedimeno io adherendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: ‘E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania’, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone lib. 6 e tanto narra Ferdinando Ughelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’. Ecc…”. Dunque, Pietro Marcellino di Luccia scriveva che Leandro Alberti (…..), nella sua “Descrittione di tutta l’Italia & Isole pertinenti ad essa”, del 1577 parlando di Policastro scriveva che vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia”e che scriveva anche che: E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania”. Sempre su Policastro, il Di Luccia scrive che ne aveva parlato anche il Burdonio (….), il quale, nella sua “Italia” scriveva che Policastro essere vicino Palinuro”. Il Di Luccia, a p. 7 aggiunge pure che: E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’.”. Il Di Luccia citava pure il Burdonio (….). Questo autore non sono riuscito a capire chi fosse. E’ citato anche da Ottavio Beltrano (….), nella sua “Breve descrizione del Regno di Napoli”, a p. 251 dove parla di Policastro ed anche da altri autori. Il Di Luccia cita anche l’Abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra”.

Di Luccia, p. 7 su Policastro

Nel 1695-96, Il documento notarile non parla della città ‘Avenia’, ma parla della città di Velia

Scarfone (34), a proposito di ‘Avenia’, cita il Tancredi (6) e nella sua nota (6), scrive: “L’origine di questa antica leggenda locale si perde nella notte dei tempi. Nonostante ciò, è stata spesso ricordata non solo a Sapri ma anche nel territorio circostante. È il caso di una resoconto trascritto, nel 1695, dal notaio Domenico Magliano al fine di un censimento dei beni e delle rendite appartenenti all’Abbadia di San Giovanni a Piro ubicata nell’omonimo centro urbano di San Giovanni a Piro (SA) distante circa 20 km da Sapri (SA). Lo stesso, dopo aver descritto lo stato di conservazione della cappella di San Infantino ubicata questa nel territorio di Torraca (SA) avanza anche un probabile periodo di costruzione affermando che […] tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Avenia, distrutta ed ingoiata dal mare, che oggi viene detta la Marina et Porto di Sapri, perché s’aprì il monte et entrò il mare […]. Il documento viene riportato da TANCREDI L., in Sapri giovane e antica 1985, pp. 353: 280.“. Ma, il Gaetani (4), correttamente scriveva: “tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia”. Infatti, l’antico documento notarile parla della città di Velia, non della città di Avenia. Il Tancredi (6), traendo alcune notizie proprio da questo documento (3) che cita, erroneamente parlava dell’antica ‘città di Avenia’ (vedi nota 4 di p. 23). Il Tancredi (6), al posto di “Velia“ (così scrive il Gaetani riferendo dell’antico documento notarile) , a p. 23, erroneamente vuole che fosse “Avenia“. Ma l’antico documento notarile non parlava dell’antica ‘città d’Avenia’ come scrive il Tancredi ma parla dell’antica ‘città di Velia’.

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(Fig. 7) Pag. 164 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti in Terra di Torraca: ‘Grancia di S. Fantino’.

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(Fig. 8) Pag…. della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti in Terra di Torraca: ‘Grancia di S. Fantino’.

Il culto di S. Vito martire o “Lucano” e il territorio con forti influssi ascetici e presenze di monaci iconoduli o basiliani

La leggenda narra che S. Vito passo da Sapri. All’epoca, a Sapri, nell’antico borgo marinaro della “Marinella”, vi era un pozzo, dove alcuni, avendovi attinto l’acqua si ammalarono essendo questa avvelenata e furono salvati da S. Vito, il quale, fece chiudere il pozzo. Al termine dei festeggiamenti avviene un emozionante spettacolo pirotecnico. La statua del Santo rimane esposta per 8 giorni e poi è riposta nell’importante spazio a essa dedicato. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 253, parlando di Sapri, del “Portus”, in proposito scriveva che: “Il culto di S. Vito martire (46) e, presso il Bussento, quello di S. Lorenzo, il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca, lasciano presupporre presenze basiliane sulla costa, prima e dopo la latinizzazione del rito greco (47).”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (46), postillava che: “(46) S. Vito fu martirizzato il 15 giugno del 305 nei pressi del Sele. Il martirio costituiva l’ideale e l’emblema dei basiliani. Cfr. H. Delahaye, Les origines du culle des martyrs, op. cit.”. Oltre all’interessantissima proposta del Campagna che lascia intravvedere particolari influssi ascetici e presenze basiliane sul nostro territorio, soprattutto lungo la costa ed all’epoca che precede la latinizzazione, il Campagna, sulla scorta del Delahaye (…), vuole suffragare l’interessante ipotesi, scrivendo che il martirio di S. Vito costituiva l’ideale e l’emblema dei monaci basiliani. Devo però tuttavia precisare che sia il Cappelli (…), che pure ha scritto sull’argoento, che il Borsari (…), non hanno detto molto anzi quasi nulla su S. Vito martire o S. Vito Lucano. Certo è che alcune testimonianze significative come le notizie storiche intorno alla presenza di Bacchilo tra Sapri e Maratea, la presenza di S. Vito martire a Paestum e forse Velia, l’antica Elea, la tradizione popolare orale che vede la presenza di S. Vito martire o lucano nelle nostre contrade, l’opera di cristainizzazione di S. Paolo Apostolo, ecc.., la presenza di alcune opere basiliane, o centri ascetici di cui la nostra regione, forse quella del “Latinanion” e del “Mercurion”, la citazione di antichissimi monasteri basiliani nelle campagne tra Sapri e Torraca, mettono in connessione l’antichissima baia naturale di Sapri, all’epoca delle prime colonie greche nell’Italia Meridionale e, prima della latinizzazione dell’area, da parte dei primi vescovi cristiani, con l’influsso ascestico dei primi monaci basiliani e, come io credo, aprono nuovi scenari. Queste notizie andrebbero ulteriormente indagate e meritano una più approfondita analisi. Il Campagna, cita il il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca”, che fu citato per la prima volta dal Di Luccia (…) e da Domenico Martire (…) poi in seguito, è tuttavia una interessante notizia storica. Orazio Campagna (…), a p. 253, parlando di Sapri e, del “Portus”, in proposito scriveva che: “Il culto di S. Vito martire (46) e, presso il Bussento, quello di S. Lorenzo, il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca, lasciano presupporre presenze basiliane sulla costa, prima e dopo la latinizzazione del rito greco (47).”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (46), postillava che: “(46) S. Vito fu martirizzato il 15 giugno del 305 nei pressi del Sele. Il martirio costituiva l’ideale e l’emblema dei basiliani. Cfr. H. Delahaye, Les origines du culle des martyrs, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Nel 1979, “Portus” era parrocchia aggregata alla diocesi di Policastro latinizzata, in G. Cataldo, op. cit. La grangia di S. Nicola di Sapri viene posta dal Martire (La Calabria sacra e profana, cit., I, pag. 150, rist. anast., Roma, 1973) alle dipendenze del monastero di S. Giovanni a Piro.”. Il Campagna riferisce della citazione di Domenico Martire (…), che nel 1877, parlando dei monasteri basiliani nel Prinicpato Citra e in Calabria, riferiva di alcuni monasteri nella nostra area ed in particolare scriveva dei due monasteri citati dal Di Luccia (…), che ci parlò dell’Abbazia di San Giovanni a Piro. Il Di Luccia (…) ed il Martire, scrissero che a Sapri, vi erano due monasteri antichissimi dipendenti dall’Abbazia dei monaci basiliani di S. Giovanni a Piro. Il Martire (…), sulla scorta del Di Luccia (…) scriveva: “13. S. Nicola a Sapri”. Di questo argomento mi sono occupato nel mio sagio ivi: “Le grangie di S. Fantino e di S. Nicola nel territorio di Sapri.”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…), a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, scriveva che: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Patirion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc..(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), scriveva più o meno la stessa cosa del Cappelli (…), postillando su Torraca che:  “(51) Di Torraca, posta a difesa del “Portus”, viene ricordato il monastero di S. Fantino (D. Martire, ecc…).  Il Cappelli (…), citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè:ecc..ecc…”, vedi Fig……Ricordiamo tuttavia, anche p. 151 del Martire (…), dove nell’elenco dei monasteri dipendenti dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro, aggiunge “14. S. Fantino a Torraca.”.

Il culto di S. Sofia a Torraca

Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 (v. Fig….), che posseggo,

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parlando di Policastro e della sua antica sede episcopale, a pp. 24-25, scriveva che: “La seconda cosa degna di molto studio per gli agiografi è il culto di S. Sofia, sempre diffuso nei luoghi che ricordano immigrazioni di cattolici dalla Grecia; ma chi sia la S. Sofia, che ha un culto così esteso nelle chiese occidentali d’Italia, ed in modo particolare…….Checchè sia delle varie opinioni sulla santa Sofia, nella Diocesi di Policastro, precipuamente in Poderia, in Roccagloriosa ed in Torraca è celebre il culto di una santa Sofia. Fattisi i nostri ad indagare chi Ella fosse, a niuno meglio potevano rivolgersi che al dottissimo ellenista ed agiografo, il chiarissimo abate di Grottaferrata D. Giuseppe Cozza Luzi, il quale soddisfece ampiamente alla richiesta dell’illustre arciprete canonico Giovanni De Sanctis, facendo conoscere la memoria di una insigne s. Sofia greca, della quale benchè gli atti non esistano, pure il nome è celebratissimo, ed attesa la moltitudine dei prodigi nel restituire la sanità gl’infermi fu distinta col nome di ‘Sofia’ ………(curatrice), il perchè si disse dai greci ‘Thaumaturga’. (24).”. Il Gaetani, nella sua nota (24), a p. 29, postillava che: “(24) Cf. l’Officia recitanda in civit. et dioec. Polycastrensi. Die XV Maij. In festo s. Sofiae. Monitum ad futuram rei memoriam. – E’ tuttora in Torraca un luogo che chiamasi s. Sofia, ove la Santa in un tempietto a lei innalzato veniva onorata con speciale culto. Mi piace ricordare, come ho attinto delle scarsissime carte del nostro Archivio, che ai 30 luglio 1656 in occasione di un morbo contagioso che crudelmente mieteva vittime, i pii Torracchesi fecero pubblico voto alla Beata Vergine dè Cortici, a s. Rocco ed a s. Sofia di pagare annualmente sei ducati col peso di trenta Messe piane.”. Il Gaetani, prosegue il suo racconto, scrivendo che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….”. Il Gaetani (…), cita il Cozza Luzi Giuseppe (…), che, nel 1880, scrisse ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, ovvero scrisse la storia delle vite dei due santi Macario e Saba, che passarono nel Cilento e da cui si possono trarre interessanti notizie sui monaci basiliani come S. Fantino e S. Nilo, qui nel basso Cilento.

La Cappella di San Fantino a Torraca e il monachesimo basiliano nel nostro territorio

S. Fantino

Il documento illustrato nell’immagine di Fig. 4, si legge, nel territorio di Torraca. La quì sottoscritta Badia di S. Fantino e ducati annue rendite in doti dieci carlini sottoposto a due terzi è stata venduta dal Rag : Zifao al Don Francesco Falci di Napoli, come da Istrumento del Rag. Notaro Nunzio Pacileo di Napoli, al quale a me presentato. Die Xma (decima) gbri ibgS (?), con ordine e dal D. Falce ceduto alli fratelli D: Zif… D: Filippo ed Alfieri e D: Francesco Brandi di Torraca; anche Pasquale Falce. Cappella di S. Fantini, sita et posta in Tra (terra) Torraca Provinciae Salernitana et Diocesis Paleocastrens, et Grancia ….de alys est et est annesa et unita Abb.e (Abbazia) …..Joanni a Pyro Abba acque est annesa S. Capp.e Presepy in Basilica S. Maria Maiory de Urbe quoque ……concessi fuerunt con………..Rev. D. Egidio Sorrentino…..Joanny a Pyro……….ecc… D. Michele Brancaleone et F.sco Tomaso Mercadante..”. Il Gaetani (4), in proposito alla ‘Cappella di S. Fantino, pubblicò il passo trascritto del documento illustrato in Figg….., tratto dal documento notarile del Magliano (3), del 1695. Sappiamo che questi antichi edifici sorgevano nel territorio Saprese che all’epoca dipendeva dall’Università (Comune) di Torraca, che apparteneva ai Baroni Palamolla. Il documento notarile del Magliano (3), fu citato dal Gaetani (4), che in proposito alla ‘Grancia di San Fantino’, possedimento dell’antica Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, pubblicò il contenuto del documento illustrato nelle Figg. 4 e 6: La Venerabile Cappella di Santo Infantino dimostra magnificenza di spesa nell’edificio per essere di ampiezza et altezza con pietre d’intaglio tutti i fondamenti, i quattro cantoni et il frontespizio, et anco un arco sopra l’altare medesimo di pietre scalpellate, stimandosi che tale edificio sia stato costruito in tempo di opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che oggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, perchè s’aprì il monte ed entrò il mare; la detta cappella era diruta, senza tetto, et per divozione del Santo fu l’anni passati sotto lì 16 d’agosto 1689 ricorso dal Rev. mo D. Michele Brandaleone alla f.m. di P.P. Innocenzo XI et commesso al q.m. mons. Rosa Vescovo di Policastro ecc….

S.Fantino2

(Fig. 5) Particolare di pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (5) – il documento che descrive la ‘Cappella di S. Fantino’ e “la sua magnificenza ecc..”

Chiesa di S. Fantino

(Fig….) La cappella di S. Fantino a Torraca

A Torraca, vi sono i resti di una piccola cappella dedicata a S. Fantino, compagno di S. Nilo, che pare fosse morto proprio a Torraca. Vi sono poi, fuori dall’abitato, in località “San Fantino“, i resti di una chiesetta un tempo intitolata a San Fantino, monaco e santo basiliano che ha operato nel Cilento. Della cappella torrachese di San Fantino oggi non restano che muri spogli, dai quali si può ancora riconoscere l’abside. Di questa cappella ne parlerà Biagio Cappelli, come vedremo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiese baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 663-664, parlando di Torraca, citava il monaco S. Fantino, scrivendo che: “Scrive il Cappelli (1) che il santo monaco Fantino (Infantino) visse nel Mercurion, ma tra il 951-952 si trasferì nell’odierno Cilento meridionale presso Torraca, dove morì e dove, in una piccola chiesa sono le sue spoglie. (v. p. 664) Poichè, come afferma padre Germano Giovannelli (2) S. Fantino Junior di Tauriana fece “a ritroso quell’itinerario, che nei secoli VIII e IX avevano tenuto i loro confratelli, trasferendosi nell’Italia meridionale in cerca di pace e di tranquillità per sfuggire alle persecuzioni iconoclaste”, è da supporre che quì si tratti di S. Fantino il grande, igumeno del Mercurion, che fu amico affettuoso di S. Nilo.”. Ebner, nella sua nota (1) a p. 663, postillava che: “(1) Il Cappelli, pp. 183 e 322. Le notizie riferite dal Cappelli sono le uniche che abbiamo su S. Fantino, eccetto la notizia del Di Luccia (p. 3) che afferma che l’Abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva a Torraca la grancia di S. Fantino. Ma v. il toponimo “S. Fantino” il località aprica nel territorio di S. Barbara che presuppone iivi il passaggio o una cella monastica; se non altro una sosta del santo nel monastero italo-greco di S. Barbara. Cfr. quanto ne ho detto nella mia Storia cit., p. 457 e nel volume di Economia e Società, cit., p. 67.”. Sempre l’Ebner (…), nella sua nota (2) a p. 664, postillava che: “(2) G. Giovannelli, S. Nilo, cit., p. 161 (S. Fantino Junior) e ‘passim’ per S. Fantino il grande.”. Riguardo il monaco S. Fantino, Ebner, segnalava che se ne attestava il suo passaggio Ma v. il toponimo “S. Fantino” il località aprica nel territorio di S. Barbara che presuppone iivi il passaggio o una cella monastica;”. Ritornando alle parole di Pietro Ebner (…), che, riguardo il monaco S. Fantino, citava il Cappelli (…). Ebner, scriveva che il santo monaco Fantino (Infantino) visse nel Mercurion, ma tra il 951-952 si trasferì nell’odierno Cilento meridionale presso Torraca, dove morì e dove, in una piccola chiesa sono le sue spoglie. (v. p. 664).”. Il Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, a p. 323, scriveva che: “Questo S. Infantino o S. Fantino è l’altro e diverso dai due S. Fantino, juniore e seniore, di Tauriana. In esso identificherei l’omonimo monaco e maestro che S. Nilo di Rossano trovò al Mercurion e che intorno al 951-952, come ho dimostrato altrove (19), si trasferì nel Cilento meridionale dove si spense.”. E qui, il Cappelli, non dice che S. Fantino si spense a Torraca, ma parla del Cilento meridionale dove si era trasferito. Il Cappelli, proseguendo il suo racconto, ci fornisce un’importantissima notizia riguardo il documento del 1097 (…), di cui parleremo in seguito e, parla di Torraca. Il Cappelli (…), nella sua nota (19), a p. 344, postillava di vedere il suo saggio nello stesso volume. Infatti, nel suo saggio sui tre santi: S. Fantino, S. Nilo e S. Nicodemo, il Cappelli, parla di S. Fantino a p. 188, e scriveva che: “Rimanendo il suo ricordo in una piccola chiesa di cui rimangono resti e titolo nei pressi di Torraca: memoria che si riallaccia ai titoli di un cenobio e di una chiesa, già nei pressi di Cerchiara il primo e di S. Basile l’altra, che forse ricordano i luoghi della sua nascita e della sua prima giovinezza (26).”. Il Cappelli (…), nella sua nota (26) di p. 197, cita Francesco Russo, Il Santuario della Madonna delle Armi, Roma, 1951, pp. 13 ss. ecc..Il Cappelli (…), a p. 187, ci fornisce una interessante e utile notizia riguardo questo monaco S. Fantino, dove scriveva che: “Ad ogni modo sia questa fonte, sia un’altra leggenda in lingua italiana, esistente nel Collegio Basiliano di Roma e comunicata sulla fine del seicento da don Pietro Menniti abate generale dei monaci basiliani a Domenico Martire, che dell’una e dell’alta si servì per il suo cenno biografico di S. Fantino, oltre a fissare la data di morte del santo al 965 (21), aggiungono poco o nulla a quanto è contenuto nella ‘Vita di S. Nilo’ dalla quale penso dipendessero ambedue.”. Il Cappelli (…), nella sua nota (21), a p. 197, postillava che: “(21) D. Martire, op. cit. p. 133.”. L’opera citata dal Cappelli nella sua nota (21) è di Domenico Martire, che nel….., scrisse ‘Calabria Sacra e Profana’, che citava anche il Di Luccia (…):

Martire, p. .....PNG

Domenico Martire (…), a p. 133, parlando della morte di S. Fantino, nella sua nota (9), postillava che: “(9) ‘Circa gli anni gbs’.  – Ma sarebbe meglio dirsi l’anno 975, come si può riflettere nella desolazione universale della Calabria, di detto anno 986, e di più nella ‘Cronologia’ di S. Nilo, come nella sua Vita sarà posta, donde appare che dopo morto S. Fantino, egli partito fosse dal Mercurio, ed andato a fondare il Monastero di S. Adriano nel distretto di Bisignano.”.

La via S. Paolo che da secoli collegava il territorio Saprese a quello di Vibonati o Vibone

la via s. paolo da vibonati cimitero alle capannelle

(Fig….) La via S. Paolo, vista dal satellite

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Vibonati, è stato da secoli collegato con il territorio saprese, da una strada interpoderale, di campagna, che corre lungo la dorsale costiera, all’altezza delle ‘Capannelle’. Proprio l’attuale località denominata ‘le Capannelle’, è limitrofa ad un’altra località che un tempo doveva essere abitata e, nelle cui prossimità dovevano preesistere diverse necropoli. Proprio nei pressi, negli anni ’70, furono scoperti diversi sacelli, tanto da farci ipotizzare la preesistenza di città scomparse. Le località di ‘S. Martino’ e del ‘Fortino’, ecc.., poste sulle alture di Sapri, a metà strada con la vicina Torraca, la località dei ‘Cordici’, scende dal crinale ……….del versante saprese e in alto, verso le ‘Capannelle’, esiste una stradina, indicata sulle mappe come ‘via S. Paolo’, che corre lungo il crinale, oltrepassa l’attuale Cimitero di Sapri, arriva fino alle ‘Ginestre’ e si prolunga fino al cimitero di Vibonati. Doveva essere la strada che in origine collegava le campagne interne dei due centri.

Le dipendenze dall’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo

Anche queste notizie, intorno alle origini dei due calogerati di S. Cono e di S. Giovanni a Piro, andranno ulteriormente indagate. Dunque, il Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), scriveva che a Camerota vi era l’Abbazia minore basiliana, l’Abbazia di S. Pietro che dipendeva dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, di cui ci siamo occupati nel nostro saggio ivi pubblicatosu “I possedimeni di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che nel 1804, il Giustiniani (…), segnalò che “E’ notizia però che tra le “minores Abbatiae Basilianae, una S. Petri (dipendesse) Archimandrite S. Mariae de Cryptae Ferrata in Tuscolano, apud Roman.”. Ebner (…), nella sua nota (4), postillava che: “(4) Giustiniani, V, Napoli, 1802, p. 269.”. E’ molto probabile che l’antica  Abbazia basiliana di S. Pietro a Licusati, sia stata posta alle dipendenze e sotto la giurisdizione dell’Archimandita dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo vicino Roma, fondata da S. Nilo da Rossano.  Licusati faceva parte del distretto amministrativo civile di Policastro, ma il vescovo di Policastro non aveva giurisdizione a Licusati, perché la baronia era di rito greco. Dipendeva attraverso un archimandrita direttamente da Roma per le cose ecclesiastiche e dal duca di Salerno e dal re per le cose civili. Il Laudisio (…), sulla scorta del Platino, ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platino, Historia Platinae de vitis Pontificum, del 1573 (vedi sua nota (47)), riguardo il casale di Camerota, scriveva che intorno al XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati…Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello. Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Giovanni a Piro….I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa.” (si vedano le note nn. 47-48-49-50-51 del Laudisio (…)). La notizia riferitaci dal Laudisio (…), circa i beni delle due Abbazie minori basiliane, quella di S. Pietro a Licusati e quella di S. Giovanni a Piro, scriveva che:  I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa.”. Il Laudisio (…), alla sua nota (47) dice di aver tratto la notizia dal testo di Platino, ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platina (…), Historia Platinae de vitis Pontificum, del 1573, dove a p. 150 parla della vita di papa Stefano IX:

Platine, p. 150.PNG

(Fig…) Platina (…) ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, 1573, p. 150

Nel 1739, a Sapri in località S. Martino vi erano beni e le dipendenze dell’antico Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano passati poi alle dipendenze del Monastero certosino di S. Lorenzo di Padula

Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nella sua “Sapri giovane e antica”, a p. 93 parlando di Sapri e dei documenti conservati nei Catasti Onciari dell’Archivio di Stato di Napoli, per il 1742 ci parla di un altro interessante documento (“Rivela”) del 1739 ed in proposito scriveva che: “Nel medesimo Volume n. 4342 dei Catasti Onciari, per l’anno 1742, si trova la Rivela riguardante la Grancia di Policastro per i beni posseduti in Sapri. Riportiamo per estratto: “Io Fr’ Placido M. a Cirino, Certusino Laico del Monistero di S. Lorenzo della Padula, Attual Granciero della Grancia di Policastro….rivelo come fra li beni che essa Grancia possiede, tiene un territorio di capacità (ettari ?) cento incirca, sito nelle Pertinenze della Terra di Sapri, e perciò alli Deputati di detta Terra di Sapri fò la pres.te mia Rivela di detto territorio chiamato vulgarmente S.to Martino, quale l’anno 1739 con….fu detto Territorio tutto censuato a Censo emfiteutico per annui docatiSi come per Istrumento rogato con tutte le solite solennità, per mano di Not.ro Gio. Ant. Brandi…”. La citazione del Tancredi di una ‘Rivela’ dove si descrivono le proprietà della Grancia del Monastero di S. Francesco di Policastro è interessante perchè in esso vi è la prova che ancora nel 1739 vi erano a Sapri possedimenti di proprietà e dipendenza della “Grancia” o Monastero di S. Francesco di Policastro, Grancia del Monastero di S. Lorenzo di Padula. Sappiamo che il Monastero della Certosa di S. Lorenzo di Padula possedeva i beni dell’antica Abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano e con questi beni passarono al Monastero di S. Lorenzo di Padula alcune “grancie” che appartenevano all’antico Monastero italo-greco di Rofrano. Il documento del 1731 citato dal Tancredi (….), conservato nei Catasti Onciari dell’Archivio di Stato di Napoli è firmato, è una dichiarazione del “grancero”, “Io Fr’ Placido M. a Cirino, Certusino Laico del Monistero di S. Lorenzo della Padula, Attual Granciero della Grancia di Policastro…”, che: “rivelo come fra li beni che essa Grancia possiede, tiene un territorio di capacità (ettari ?) cento incirca, sito nelle Pertinenze della Terra di Sapri, e perciò alli Deputati di detta Terra di Sapri fò la pres.te mia Rivela di detto territorio chiamato vulgarmente S.to Martino, quale l’anno 1739 con….fu detto Territorio tutto censuato a Censo emfiteutico per annui docatiSi ecc…”e che tale dichiarazione “come per Istrumento rogato con tutte le solite solennità, per mano di Not.ro Gio. Ant. Brandi…”. Dunque, secondo il documento rogato dal Notaio Giovanni Antonio Brandi di Vibonati, oggi conservato nel Volume n. 4342 dei Catasti Onciari, per l’anno 1742, ci parla dei bani posseduti nel 1739 a Santo Martino a Sapri posseduti dalla grancia di Policastro dipendente dal Monastero di S. Lorenzo di Padula. Il documento ci dice che questi beni e terreni siti a Santo Martino a Sapri erano stati affittati (a censo emfiteutico). Il “granciero” di Policastro, il Certusino laico del Monastero di S. Lorenzo di Padula, granciero della grancia di Policastro, frate Placido M. a Cirino, dichiarava i beni posseduti in Sapri dalla Grancia di Policastro. La Grancia di Policastro era il Monastero di S. Francesco d’Assisi, grancia del Monastero Certosino di S. Lorenzo di Padula al quale erano passati tutti i beni dell’antico Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, in seguito di S. Maria di Grottaferrata di Tuscolo, poi in seguito passata all’Arcamone per vendita e poi in sguito ancora passati al monastero di Padula. Nel 26 ottobre 1728, la Certosa di S. Lorenzo a Padula acquistò Montesano e il monastero basiliano di S. Pietro al Tomusso dall’Abbazia italo-greca di Grottaferrata a Grottaferrata, un tempo Grancia del monastero italo-greco di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano. E’ con l’acquisto del Monastero di S. Pietro al Tumusso che la Certosa di Padula diviene proprietaria di tutti i beni che un tempo appartenevano ai due Monasteri di Rofrano e di S. Giovanni a Piro. Infatti, il frate certosino del monastero di Policastro di cui parla il documento dipendeva dalla Certosa di Padula. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 339 parlando di Policastro in proposito scriveva che: “A Policastro, oltre quella di S. Giovanni a Piro, vi era una grancia di S. Lorenzo di Padula (55).”. Ebner a p. 339, nella sua nota (55) postillava che: “(55) Sacco cit., I, p. 97, col. 2.”. Ebner si riferiva al testo di Antonio Sacco (…) ed il suo ‘La Certosa di Padula disegnata, descritta e narrata su documenti inediti, con speciale riguardo alla topografia, alla storia e all’arte della contrada’. Il documento citato dal Tancredi è interessantissimo anche per Sapri e per il suo territorio perchè è la testimonianza che molti beni presenti nel territorio saprese non appartenevano alla Baronia dei Carafa o dei Palamolla ma erano dipendenze dell’antichissimo Monastero italo-greco di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano. Da Domenico Martire (….), però leggiamo che a Sapri vi era una grancia detta di “13. S. Nicola a Sapri”. Inoltre riguardo Policastro il Martire (….), riporta “12. S. Benedetto a Policastro” e non riporta il Monastero di S. Francesco. Dunque, il granciero che faceva la dichiarazione al Catasto nel 1731 a quale grancia o monastero dipendeva ? Di sicuro era un Monastero di Policastro e di sicuro gestiva un Monastero grancia o dipendenza di S. Lorenzo di Padula. Domenico Martire (…) nel 1877, a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, e cioè: …….1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo nel territorio di Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, il Martire (….), oltre ad elencare per Policastro, la “grancia” di “6. S. Matteo nel territorio di Policastro”, che era una grancia dell’antico monastero di S. Maria di Rofrano, elenca pure alcune grancie o dipendenze dell’antico Monastero di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro che pure era grancia di S. Maria di Rofrano. Il Martire (….) a p. 151 elenca “11. Monastero di S. Giovanni a Pera, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepe di Roma:”, e quindi elenca “13. S. Nicola a Sapri” e pure “12. S. Benedetto a Policastro”. Il Martire aggiunge anche “14. S. Fantino alla Torraca”. Dunque, secondo il Martire (…) che scriveva anche sulla scorta del Di Luccia (….), a Sapri vi erano due grangie, quella di S. Nicola e quella di S. Fantino, entrambi grangie del monastero di S. Giovanni a Piro che a sua volta era una grangia del monastero di S. Maria di Rofrano. A Sapri, l’antica località di S. Martino è localizzata al di sopra della località “Fortino” e si estende fino alla località “Pietradame“. Vi passa pure l’antica via interpoderale S. Paolo che arrivava pare fino a Policastro.

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Il culto di S. Sofia a Torraca

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli ecc…’, nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, op. cit., pp. 24-25.”. Infatti, il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica Bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 (v. Fig….), che posseggo,

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parlando di Policastro e della sua antica sede episcopale, a pp. 24-25, scriveva che: “La seconda cosa degna di molto studio per gli agiografi è il culto di S. Sofia, sempre diffuso nei luoghi che ricordano immigrazioni di cattolici dalla Grecia; ma chi sia la S. Sofia, che ha un culto così esteso nelle chiese occidentali d’Italia, ed in modo particolare…….Checchè sia delle varie opinioni sulla santa Sofia, nella Diocesi di Policastro, precipuamente in Poderia, in Roccagloriosa ed in Torraca è celebre il culto di una santa Sofia. Fattisi i nostri ad indagare chi Ella fosse, a niuno meglio potevano rivolgersi che al dottissimo ellenista ed agiografo, il chiarissimo abate di Grottaferrata D. Giuseppe Cozza Luzi, il quale soddisfece ampiamente alla richiesta dell’illustre arciprete canonico Giovanni De Sanctis, facendo conoscere la memoria di una insigne s. Sofia greca, della quale benchè gli atti non esistano, pure il nome è celebratissimo, ed attesa la moltitudine dei prodigi nel restituire la sanità gl’infermi fu distinta col nome di ‘Sofia’ ………(curatrice), il perchè si disse dai greci ‘Thaumaturga’. (24).”. Il Gaetani, nella sua nota (24), a p. 29, postillava che: “(24) Cf. l’Officia recitanda in civit. et dioec. Polycastrensi. Die XV Maij. In festo s. Sofiae. Monitum ad futuram rei memoriam. – E’ tuttora in Torraca un luogo che chiamasi s. Sofia, ove la Santa in un tempietto a lei innalzato veniva onorata con speciale culto. Mi piace ricordare, come ho attinto delle scarsissime carte del nostro Archivio, che ai 30 luglio 1656 in occasione di un morbo contagioso che crudelmente mieteva vittime, i pii Torracchesi fecero pubblico voto alla Beata Vergine dè Cortici, a s. Rocco ed a s. Sofia di pagare annualmente sei ducati col peso di trenta Messe piane.”. Il Gaetani, prosegue il suo racconto, scrivendo che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….”. Il Gaetani (…), cita il Cozza Luzi Giuseppe (…), che, nel 1880, scrisse ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, ovvero scrisse la storia delle vite dei due santi Macario e Saba, che passarono nel Cilento e da cui si possono trarre interessanti notizie sui monaci basiliani come S. Fantino e S. Nilo, qui nel basso Cilento.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

(2) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 593. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo le famiglie di Camerota, si veda p. 239, tomo I. Riguardo la famiglia Marchese di Camerota, si veda: vol. I, p. 120. Riguardo la notizia del Malaterra, su Policastro in epoca Normanna si veda p. 537. Si veda pure: Hirsh – Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002.

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(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; Manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (…).

(3) (Figg. da n…………………..) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il documento fu citato dal Gaetani R., op. cit. (4) e dal Cataldo (9). In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96“ (3), a p. 154, alla nota (4) (nota 1), e dice di aver tratto lo stralcio del documento in questione dal suo amico Canonico Giuseppe Menta (17), che troviamo citato su un’antico testo scaricabile da Google libri gratis. Il Gaetani, op. cit., p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. ‘Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano’. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (17). Il Cataldo (9), nelle sue note (p. 19, nota n. 71), a proposito della “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a…”, scrive che essa è un manoscritto (Ms.), conservato all’A.D.P. (Archivio della Diocesi di Policastro). Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte da un documento: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (di Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. Si veda pure: Tancredi Luigi (…), L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 73 e s., si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”. Il Tancredi, alla nota (1), scrive: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. ecc..”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (…), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (17). Il Gaetani (4), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta (17). Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano (17). Le immagini che noi quì pubblichiamo (Figg. da n. 1 in poi), sono tratte dal manoscritto originale conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (Fig. 1), da cui abbiamo tratto le pagine finali che riguardano i possedimenti a Torraca e del territorio Saprese. 

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(4) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 (Archivio Storico Attanasio) o si veda pure la ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

Di Luccia

(5) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (9) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

Tancredi Luigi

(6) Tancredi L., Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978, e pure in ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 280. Il Tancredi, parlando dell’antica città di Avenia, cita il documento notarile (3) (vedi nota 4 di p. 23), al posto di “Velia“, riporta “Avenia“, p. 23; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, si veda “Esame della Platea del 1695” (1), p. 73 e s. (Archivio Storico Attanasio)

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(7) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831 (Archivio Storico Attanasio)

(8) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.

(9) Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

(10) Gaetani Rocco, op.cit. (4), p. 9, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano.”. Il documento citato dal Gaetani si trova in: Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”.

(11) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P.O.: “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. F. Palamolla.”.

(12) Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, Aprile 1481, XV, LXXXV, 98; e citata da Ebner P., op. cit., vol. II, p. 592.

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(13) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, Deputazione di storia patria per la Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, Cap. IX, pp. 323. Il Cappelli poi nelle sue note a p. 345, dice: nota (20): Di Luccia P.M., op. cit., pp. 8; 3. Poi la nota (21): Trinchera F. (14), p. 80; poi la nota (22): Laudisio N.M. (7-8), pp. 34 e s. Si veda pure Cappelli, B., “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci”, ‘Bollettino Badia di Grottaferrata’, n. 8, vol. XI, 1957, p…. e,  stà in Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, …

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(14) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli eccc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..

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(15) Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006, p. 23.

(16) Natella P. Peduto P., Pixous – Policastro, estratto dalla rivista dell’I.G.M. ‘L’Universo’, ed. I.G.M., Firenze, Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512.

(17) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (4), a p. 154, alla nota 4 (nota 1), scrive in proposito al documento: “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (3) (Figg. 1-2-3-4-5-6-7-8-9-10-11 ecc..) che, trae le dette notizie e questo documento dal Canonico Giuseppe Menta. Il Gaetani, op. cit. (4), p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (4), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta, che redasse la “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani (4), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il canonico Giuseppe Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (4), ma il Laudisio (7-8), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare  gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (7-8), scrive in proposito a p. 93 (8): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”. Per cercare di capire a quali documenti si riferisse il Gaetani e prima ancora il Menta, rileggendo ciò che scrive l’Ebner (…), a p. 435, su Policastro, a proposito delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, egli, sulla scorta del Ronsini (…), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29). Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. L’Ebner, alla nota (27), scrive: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo di Rofrano, con il fisco per pagamenti contestati, con il Principe di Bisignano per i confini di Sanza e, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino (31).”. Alla nota (28), dice che: “ne scrive il Ronsini (…)  a p. 29.”. Alla nota (29), scrive: “Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso, basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura.”. L’Ebner alla nota (30), scrive: “La cronostassi del Laudisio parla del 1110 al 1211 (Gerardo Arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (vedi Sinossi, cit. p. 131, sg.), elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto: “Ego Guido Policastrensis episcopus, ecc…”. Pertanto, rileggendo il Ronsini (…), a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Quindi, l’Ebner, traendo notizie dal Ronsini che citava il Libro di memorie di Placido Tosone, avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino. L’Ebner (…), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. Tuttavia il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (30), a p. 113.

Nel 1079, un documento Normanno del 1079, pubblicato dal Trinchera

(18) (Fig. 1) Settembre 1097 (XII secolo) – “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.”. Il documento è stato pubblicato dal Trinchera F., op. cit. (14), pp. 80-81-82. Dovrà essere ulteriormente indagata l’origine dell’antica pergamena (7) membranacea, manoscritta, d’epoca Normanna, pubblicato dal Trinchera (Figg. 1-2-3) nel 1865 (3). Il Trinchera, pubblicava l’antico documento (7), nel suo ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’ (Fig. 6)(3), dove si riportano gli antichi documenti membranacei dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo – come quello di cui parliamo (7) – che, trae da: “ex membrana Archivi Neapolitani – n.° 8”, conservati all’Archivio di Stato di Napoli. Il documento (7) membranaceo pubblicato dal Trinchera (Figg. 1-2-3) è un’antica pergamena manoscritta medievale (membranaceo), che il Trinchera (3), nella sua nota (3), afferma, provenisse dall'”Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco, Documenti pag. XVIII.”, contenuta nell’ “ex membrana Archivi Neapolitani – n.° 8″. Il Trinchera, ritrovò, ordinò e, pubblicò le antiche carte greche contenute in un armadio della ‘Sezione Diplomatica’, conservate presso l’Archivio di Stato (ex Grande Archivio Regio) di Napoli – di cui egli era Direttore Generale (3). L’antico documento membranaceo, manoscritto in greco e, pubblicato e tradotto in latino dal Trinchera (3),  a p. 80, è il n. LXIV, intitolato: “Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (7) (Figg. 1-2-3), è la membrana n. 64 o pagina XVIII, contenuta in un fondo di carte greche, proveniente dalle Carte e diplomi del Monastero di S. Stefano al Bosco”, contenuta nel volume n. 8 e, conservato negli ‘Archivi Napoletani’. Dell’antica pergamena, oggi rimane la sua trascrizione pubblicata dal Trinchera (3), in quanto l’antichissimo fondo di carte greche, secondo Salemme – attuale Direttore dell’Archivio – il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andato distrutto, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera..”. Sull’origine dell’antica pergamena (7), il Trinchera (3) a p. XXV, a proposito dell’antico documento (7) membranaceo n. 64 (Membrana 64 o LXIV, postillava che:

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“Membrana LXIV. Quoniam Odonis Marchisii mentio habetur in membrana anni 1126 a nobis edita sub num. XCVIII, in qua Sichelgaita vidua dicitur eiusdem Odonis, atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucca edito (3) inter testes ipse Odo se subscribit, ideo nos anco membranam anno 1097, in cuius mense Septembri indictio VI decurrebat, et Odonem in vivis egisse ex memorata subscriptione regii diplomatis constat, signandam coniecimus.“, che tradotto significa: “Membrana LXIV. Per Odones Marchisii (Odone Marchisio) si fa menzione della membrana dell’anno 1126 che abbiamo pubblicato sotto il numero “XCVIII – anno 1126 – mese di Luglio – Indizione IV” (Fig. 4, pubblicato a p. 128), in cui Sighelgaita marchisia e la vedova di Odonis Marchisii conferma che il Leone di S. Maria della Torre (a Leone il Priore degli Eremiti) è stato quello di concedere alcune aziende agricole agli Eremiti e, la lettera del conte Ruggero dell’anno 1098 un Vargas-Macciucea è contenuto tra i testimoni se stesso, Odo stesso a firmare, è quindi abbiamo membrana per l’anno 1097, nel mese di Settembre, dell’Indizione VI e Odo fatto in un avallo di vita del brevetto citato costante confinamento firma.”. Dunque, il Trinchera (…), nell’Introduzione al suo testo ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae’, che pubblicò nel 1831, commentava il documento n. 64 (LXIV) del 1097 (…) e, citava anche il personaggio di Odo Marchisio, dicendo che esso era menzionato anche nell’altro documento pubblicato a pp. 128-129, il XCVIII, del Luglio 1126, di cui parleremo in seguito. Il Trinchera (…), data il nostro documento LXIV nella VI Indizione del mese di Settembre dell’anno 1097. Il Trinchera (…), nella sua Introduzione, ci dice pure che questo documento del 1097, assomiglia al documento pubblicato a pagina XVIII del testo di Vargas-Macciucca. L’antico documento membranaceo d’epoca Normanna (7), ci parla di un ‘Odo Marchisius’ (Figg. 1-2-3) o ‘Odone Marchisio’. Quì il Trinchera (…), sempre a p. XXV, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Vargas-Macciucca, ‘Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco’, Documenti pag. XVIII.”. Dunque, il Trinchera (…), cita il testo di Francesco Vargas-Macciucca, ‘Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco’. Il Trinchera (…), nella sua nota (3), cita il Documento pubblicato a pagina XVIII, del testo di Vargas-Macciucca (44) ‘Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco’, Napoli, stamperia Simoniana, 1765, dove in Appendice, a p. XVIII, riportava questo documento:

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(Fig….) Vargas-Macciucca F. (…), documento a p. XVIII

(19) Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1979, Tomo II, p. 409;

(20) Porfirio G., Policastro, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili, vescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539.

(21) Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(22) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (16) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (2), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (…), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit., dice nella sua nota 59 a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Pare che il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (…). Si veda pure Padiglione C. (…), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata “La Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine” (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio (7-8), nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”. Sempre il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (23), op. cit., oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, op. cit. (4), trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (23), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (4), scriveva in proposito: Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.  Sul manoscritto di Mannelli, abbiamo pubblicato ivi lo studio: “Il manoscritto inedito di Luca Mannelli”, dove abbiamo pubblicato tutte le pagine del manoscritto originale conservato alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, recentemente acquisiti nel nostro Archivio. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, conservato e richiesto alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, su nostra richiesta e che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r e 51v. 

(23) Volpicella Luigi, Notamento delle Opere relative alla Storia ed alla Topografia della Provincia di Basilicata tratto da un lavoro inedito intitolato: La Biblioteca Storica e Topografica del Regno di Napoli, raccolta e pubblicata nel 1795 da Lorenzo Giustiniani, ed ora corretta, accresciuta ed in miglior ordine disposta ecc..estratto dal Giornale Economico-letterario della Basilicata, nuova serie, anno 1852, fascicolo terzo.

(24) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio), “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione MAFFEI, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527)

(25) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377

(26) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, Cap. XXXVII e s.; stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(27) Laurent M.H. – Guillou G., Le liber ‘visitationis’ d’Athanase ChalkeopoulosContribution a listoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano, 1960.

(28) Cardinal de Luca, Adnotationes ad Concilii Tridentini, Disc. VIII, n. 25 e disc. XIV, n. 21, stà nella nota (21) del Volpe G., op. cit. (23), p. 120 (non sappiamo a quale autore si riferisca, forse a Matteo Egizio, nipote dell’Antonini.

(29) Ronsini D.A., Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stab. Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Sala Bolognese, 1981, p. 19 e s.; il Ronsini, pubblica l’antico documento di donazione del 1131 nel ‘Documento A’, p. 69.

(30) Cervellino L., Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per la sua retta Amministrazione, Napoli, 1776, p. 113, si veda per l’Università di Rofrano.

(31) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

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(…) Ebner Pietro,  “Pietro Ebner – Studi sul Cilento”, vol. II, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli (SA), 1990 ristampato nel 1999 (Archivio Storico Attanasio)

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(32) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(…) Ebner Pietro, Economia e Società nel Cilento Medievale, vol. II, p. 337. Si veda pure p. 537 e s. su Policastro (Archivio Storico Attanasio).

(33) Frecciae Marini, De Subfendis, in de Origine Baronum, Venezia, ed. De Bottis, 1597, 3.28, parla di Abbas Sancti Joannis ad Pirum.

(34) Scarfone A., “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in “Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia”, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA;

(35) Follieri Enrica, ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988; si veda pure: Follieri E., Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del ‘Crisobollo’, cap. XVII, da p. 433-461.

(36) Fittipaldi W., La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016

(37) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017.

(38) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), R. Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Storico Attanasio).

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(39) Schipa Michelangelo, Storia del Principato Longobardo di Salerno, stà in ‘Archivio Storico per le Provincie Napoletane’, vol. XII, 1887,il volume originale molto raro, si può consultare presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, collocato: R.G.Storia.IV.15928; il testo (senza le note) è stato ristampato da Ripostes, con il titolo ‘Il Mezzogiorno d’Italia- Ducato di Napoli e Principato di Salerno’, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, 2002 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Schipa M., Il Principato Longobardo di Salerno, si veda p. 202 e s.; stà in Hirsch F.- Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(40) Hirsch F., Il Ducato di Benevento, stà in Hirsch F. – Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(41) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1802, Tomo VIII, p. 359, riguardo la Bolla di Amato, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”.

(42) Santoro P.E., Il monastero di Carbone, Napoli, ed. Pellizzone, 1859, che parla del Monastero del Carbone.

(43) Il Trinchera (…), citava una causa intentata dallo Studio Legale dei Vargas-Macciuccea. (42) Il Trinchera (…), scriveva che l’antico privilegio del 1097, provenisse dall’Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco”, scriveva: “…atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subs-criptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.”. Di ‘Vargas-Macciuccea’, ne parla il testo ‘Biografia universale antica e moderna’, Venezia, 1827, vol. XXXIV, che a p. 219, scrive: “L’avvocato Duca de Vargas Machuca, Marchese … X. 1708, Avvocato fiscale dell’Udienza della Calabria Ultra con Privilegio dato a…che, nel 1749, passò alla carica di Presidente della Regia Camera della Sommaria e, che nel Luglio del 1752, fu promosso a quello dell’avvocato fiscale del Real Patrimonio, dove in una causa, fu costretto a confutare alcune carte, che i Certosini di S. Stefano del Bosco in loro favore vantavano.” che, pubblicò “Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco”, Napoli, stamperia Simoniana, 1765. Infatti, nella Causa fiscale in questione, il ‘Vargas-Macciuccea’, esaminò e relazionò sul grande patrimonio di alcuni Monasteri poi in seguito soppressi (vedi nota sui Vargas-Macciuccea). Tra questi antichissimi privilegi, vi era anche l’antica pergamena (85), pubblicata dal Trinchera (84). L’antica pergamena del 1079, si trovava in una Certosa in Calabria, la Certosa di S. Stefano del Bosco in Calabria. La certosa di Serra San Bruno (anche Certosa dei Santi Stefano e Bruno) è un monastero certosino situato vicino all’omonima cittadina inprovincia di Vibo Valenzia. Nel 2003, Francesco Volpe, nel pubblicare un manoscritto inedito di Francesco Antonio Ventimiglia, un antico manoscritto apocrifo dell’erudito di Vatolla. Il manoscritto, “Cilento illustrato”, è uno dei documenti posseduti dallo stesso Volpe, in quanto lui stesso scrive, consegnato alla sua moglie dai due eredi dei Ventimiglia di Vatolla, e che per questo si salvò dalla scomparsa prima della morte dei due eredi di famiglia Ventimiglia. Il Volpe (…), scrive che a Vatolla, la famiglia Ventimiglia, aveva allestito una ricca ed opulenta biblioteca ed in particolare un copioso archivio di antichissime pergamene e privilegi. La ricca biblioteca privata dei Ventimiglia di Vatolla, fu studiata ed esaminata anche Matteo Mazziotti e  da Pietro Ebner che spesso la frequentava. Il Volpe, a proposito dei Vargas-Macciuccea, scriveva in proposito: “La biblioteca di famiglia, che si era già costituita con un primo nucleo proveniente dal vicino convento francescano e che poi, proprio con Francesco Antonio, acquisì il vastissimo fondo dei Vargas Macciucca, che allora tenevano il feudo di Vatolla col munifico marchese Francesco. Questi testi figurano oggi nella biblioteca Ventimiglia della nostra Università e su taluni si può ancora rilevare qualche chiosa annotata da Francesco Antonio.”. Dunque, sui Vargas-Macciucca, il Volpe, dice che i Ventimiglia di Vatolla nel 1700, acquisirono il vasto fondo di carte e che oggi questo fondo di carte, si trova all’Università di Salerno. Infatti, il Volpe, scrive che: “Dopo la morte di Francesco Antonio, i suoi discendenti conservarono in ogni generazione la sua passione bibliofila, continuando ad ampliare la raccolta con testi pregiati, fino a portarla a consistenza dei settemila volumi donati all’Università di Salerno nel 1973.”Il duca TOMMASO Vargas Macciucca, marchese di Vatolla, Cavaliere Gerosolimitano, Grande di Spagna, Regio Consigliere, Giudice della Gran Corte della Vicaria, nel 1777 divenne confratello dell’ Augustissima Compagnia della Disciplina della Santa Croce, prima arciconfraternita laicale sorta a Napoli nel 1290 con il silenzioso auspicio del Pontefice Nicolò III, al secolo Giovanni Gaetano Orsini (1216 † 1280), ricordato anche da Dante (Inferno, XIX, 70-72).

Vargas-Macciucca

(44) Vargas-Macciucca, Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco, Napoli, stamperia Simoniana, 1765.

Martire Domenico

(…) Martire D., La Calabria Sacra e Profana, Cosenza, 1877, vol. I, pp. 150 e s.

(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211.

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(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Cervellino L., Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per la sua retta Amministrazione, Napoli, 1776, p. 113, si veda per l’Università di Rofrano.

(…) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli nel 1975 – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci. Della carta in questione, abbiamo ivi pubblicato lo studio: “Sapri in una carta manoscritta e inedita dell’epoca Aragonese”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti.

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(…) Gallotti Nicola, Sapri nella storia e nella tradizione popolare, Napoli, Tip. G. Golia, 1899, pp. 39-40.  Si veda pure: Gallotti N., Condizioni igienico sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lagonegrese, 1891, pp. da 23 a 27 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Magaldi Josè, Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni, Incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, Sapri, Marzo 1928, Anno VI; questo scritto di cui noi possediamo una copia donataci dall’autore, è inedita ma depositata a Salerno. Il Magaldi scrisse detta relazione a seguito dei lavori di scavo per conto della Regia Soprintentenza che si tennero a S. Croce nel 1928. Nello scritto, il Magaldi racconta che i rinvenimenti maggiori si ebbero nel 1884, in occasione delle opere e lavori che portavano a  compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, con Sindaco il dott. Nicola Gallotti che nel 1899, scrisse diversi libretti (…) (Archivio Attanasio)

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)

I ‘Saraceni’ nel Cilento

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(Fig. 1) Pagina miniata di un codice che illustra l’assalto dei Saraceni al Castello (Kastron bizantino) di Agropoli

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. In questo mio saggio, vorrei analizzare le notevoli testimonianze su ciò che hanno prodotto i Saraceni nel corso dei secoli, nel corso delle loro numerose incursioni, le cui testimonianze si fanno risalire alla guerra Gota e a Belisario.

LE FONTI

Il Chronicon Salernitanum

Pietro Ebner, a p. 16, nella nota (32) postillava: “(32) Se pure è dubbia la voce nel testo del Capitolare Siconolfo-Radelchi (‘Chronicon Salernitanum’), crit. edit. by Ulla Westerberg, Stocholm 1956, p. 85 sgg. e 219 sgg), etc…”. Ebner sul Chronicon salernitanum, a p. 27, in proposito scriveva che: “A partire dallo stesso compilatore del ‘Chronicon salernitanum’ (a. 978), quel monaco del monastero di S. Benedetto di Salerno che, etc…”. Sempre sul Chronicon Salernitanum, Ebner, a p. 277, in proposito scriveva: “Ma quest’ultimo titolo lo si legge solo nel ‘Chronicon Salernitanum’ dell’arcivescovo Romualdo (1153-1182) etc…”. Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze, 1954, p. 12, che il Chronicon ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

Il ‘Chronicon Salernitanum’ dell’Anonimo Salernitano

Piero Cantalupo cita il “Chronicon Salernitanum”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 77-78, riferendosi al longovardo duca di Benevento: Sicardo……….., occupò i litorali di Stabia e di Torre, depredò la costiera amalfitana e conquistò facilmente Amalfi, dalla quale moltissimi cittadini furono condotti a Salerno: “nell’intento di fare della stessa Amalfi un sobborgo di Salerno”, come dice il Cronista Salernitano (1).”. Il Cantalupo, a p. 77, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Chronicon Saler., cit., p. 73”. Il Cantalupo, a p. 72, nella sua nota (1) postillava che: “(1) U. WESTEMBERGH nella sua edizione critica del ‘Chronicon Salernitanum’ (A critical Edition with Studies on Literary and Historical Soruces and on Language, by Ulla Westembergh, Stockholm, 1956, in Studia Latina Stockholmiensia, III ,pp. 85 sg. ecc..”. Chi è l’Annalista Salernitano ?. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. L’Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29). Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal ‘Liber Pontificalis’, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nessun valore documentale va invece attribuito al Chronicon Cavense, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici Annales Cavenses): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a ‘Historia principum Langobardorum’ (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Come ha scritto lo storico Nicola Acocella, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – Chronicon Salernitanum (seconda metà del secolo X)”, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a pp. 84, nella nota (189) postillava: “(189)…..Analogamente Agropoli, nel Cilento settentrionale, è considerata in “finibus Graecarum”, punto di sbarco delle armate di Belisario e di Narsete, dove “due messi inviati da Bisanzio al principe Arechi” doverono dimorare prima di continuare il cammino verso Salerno, come ricorda papa Adriano in una lettera a re Carlo (cfr. P. Ebner, Economia e Società nel Cilento medievale, cit., I, cit., p. 3″.

Il Chronicon Cassinense o Chronicon Monasterii Casinensis

Il Chronicon Cassinese o ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense o Leone Marsicano. La Chronica sacri monasterii casinensis (“Cronaca del sacro monastero cassinese”), anche conosciuta come Chronica monasterii casinensis (“Cronaca del monastero cassinese”) o semplicemente Chronicon casinense (“Cronaca cassinese”), è una cronaca medievale redatta da Leone Marsicano (1046-1115) e poi “continuata” da Pietro Diacono (1107/1110-1159). Il testo tratta della storia dell’Abbazia di Montecassino dalla fondazione, ad opera di Benedetto da Norcia nel 529, fino al XII secolo, nonché delle vicende del territorio sottoposto all’Abbazia, ovvero lo stato feudale medievale della Terra Sancti Benedicti. La Chronica è suddivisa in quattro libri, l’ultimo dei quali venne redatto da Pietro Diacono diversi anni dopo la morte di Leone Marsicano. Per la redazione di questa cronaca medievale, Leone Marsicano, si servì della Chronaca di Romualdo Guarna Salernitano (…). L’originale in latino: “Chronica sacri monasterii casinensis”, Lutatiae Parisiorum, Ex Officina Ludovici Billaine 1668. Il Chronicon Cassinese, di Leone Ostiense, La Chronaca di Lupo Protospada, è stata pubblicata dal Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano, pp. 135.

Il Chronicon Cavense detto anche Annalista Salernitano

L’opera pubblicata dal Pratilli fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Il Barra (…), fornisce questa notizia e cita il ‘Chronicon Cavense’ che su wikipidia leggiamo essere un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli (…), antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il ‘Chronicon’ si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di ‘Annalista Salernitanus’, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. In uno scritto tratto dalla rete ho notato le seguenti parole: “Secoli dopo i monaci benedettini fondarono la Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C. La ricostruzione della chiesa, sempre ad opera dei benedettini, deve collocarsi tra il 1058 (anno in cui fu presumibilmente rifondata l’antica abbazia di San Nazario) e il 1104, quando il Barone di Novi assegnò alla badia di Cava la chiesa e l’annesso villaggio rurale.”. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451),…..Questi dettagli tuttavia sembra che debbano essere accettati con estrema riserva, se non totalmente rigettati. Il Chronicon Cavense di Pratilli, molto preso dal Duca d’Acquara (Tav. Cronol. Napoli, 1762, in I, passim.), portato alla luce da De Meo (Ann. Criti. Dipl. III, p. 185, ecc..), sotto il nome di ‘Annalista Salernitano’, dal luogo dove gli sembrò avesse scritto, in seguito ai numerosi dubbi sollevati dal dotto D. Salvatore Maria De Blasi (Lett. famil. Rosini, Napoli, 1786, in f., pp. 33, 47, 57, 72, 78, 94, ecc..); il Chronicon Cavense, diciamo, è stato attaccato come apocrifo e falso; etc…”. Rocco Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che esso è citato nell’Annalista Salernitano. Chi è l’Annalista Salernitano ?. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». La notizia di un ‘Aliprando de Bussentio’, nell’anno 825, citata dal Gaetani (…), trova conferma nel testo della ‘Chronicon Cavense’, pubblicato dal monaco Francesco Maria Pratilli, nel 1643, lo pubblicò. Alcuni autori, scrivono che questa è stata una falsificazione. Francesco Maria Pratilli (…),  lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Pratilli (…), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’, che contiene: “Chronicon Cavense ineditum cum notes Francesco Maria Pratilli, p. 381.”, a p. 390, scrive che: “A. 823. Leutarius Lugduici coronatur Augustus a Papa Pascali, Landulphus Gastaldus sit Comes & Sicopoles estruitur pro sui comitatus custodia (3).”. Il Pratilli, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Erchemperto, n. 9, to. I, huius operis, & to. 2. ubi de hoc ‘Landulfo’ plurima.”. Sempre il Pratilli, si legge: “A. 825. Moritur Pascalis (4). Et Paulo postea obiit Adulfhus Prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Bussentio (5).“. Il Pratilli, nella sua nota (4) a p. 390, postillava che: “(4) A. potius 824. ut Pagius, aliique evincunt.”, e poi nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Dunque, vediamo cosa scrisse l”Annalista Salernitano’ nel suo ‘Chronicon Cavense’. Il Chronicon, riporta la notizia citata dal Gaetani che nell’anno 825, muore il papa Pascale (4). Poi nello stesso anno morì Adolfo Paolo Preposito che fu sotituito Aliprando di Bussentio (5). Infatti, il Gaetani (…), scriveva che nell’anno 823 (e non 825), Aliprando di Bussentio, fu sollevato (fu sostituito) al governo della Badia di Salerno. Di cosa si parlava nel Chronicon ?.

Giovanni Diacono (Johannes Diaconus) o Giovanni di Napoli

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 127 parlando del duca di Napoli, Andrea, in proposito scriveva che: Né lo facevano solamente di loro voglia, ma spesso ancora dagli stessi Italiani chiamati, e poi tenuti (2) a proprio soldo, come fece Andrea Duca di Napoli, per servirsene contro Sicardo Principe di Benevento. Leggesi questo in Giovanni Diacono, nei ‘Vescovi di Napoli’ in Giovanni: Pro quibus commotus Andreas Dux, directo Apocrifario, validissimam Saracenorum hostem ascivit’.”. L’Antonini si riferiva al testo di Giovanni Diacono (….), “Gesta Episcoparum Neapolitanorum”, nei “Vescovi di Napoli” egli scriveva che: “Pro quibus commotus Andreas Dux, directo Apocrifario, validissimam Saracenorum hostem ascivit”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 77, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Giovanni Diacono, ‘Gesta Episcoporum Neapolitanorum’, in M.G.H., SS. RR. LL. et Ital., cit., c. 57, 431.”. Il testo citato dal Cantalupo, “Gesta Episcoporum Neapolitanorum” (Storia dei Vescovi Napoletani), il chronicon di Giovanni Diacono è contenuto e pubblicato nel testo di Monumenta Germanica Hitalicarum. Secondo il Cantalupo, il testo di Giovanni Diacono è contenuto nella raccolta “Monumenta Germaniae Historica”, SS. RR. LL. et Ital., c. 57, fol. 431. Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Diacono, o Giovanni di Napoli (seconda metà del IX secolo – inizi X secolo), è stato uno storico italiano. Rettore della diaconia di San Gennaro, è autore di una cronaca dei vescovi napoletani o, perlomeno, di una parte della stessa (quella del periodo 763-872). L’opera è un’importante fonte storica che offre ragguagli sui rapporti tra Napoli, Roma, i principati longobardi e l’Impero Bizantino. Redasse anche degli Acta di santi.Sulla Treccani on-line leggiamo che egli è stato un Cronista napoletano (seconda metà sec. 9º – inizî sec. 10º). Rettore della diaconia di S. Gennaro, scrisse una cronaca dei vescovi napoletani (con aspetti di storia universale) o meglio la parte più importante di essa (763-872): veridica come narrazione di fatti e notevole per il buon latino, illumina la storia delle relazioni di Napoli con Roma, i principati longobardi e Bisanzio. Scrisse pure alcuni Acta di santi. Recentemente però è apparso sulla rete il testo di Luigi Andrea Berto (….). Berto, nella prefazione al suo testo scriveva: “Nell’alto Medioevo Napoli subì drastiche modificazioni. Da zona di frontiera dell’impero bizantino diventò una delle più rilevanti potenze nel Meridione. Nell’ottavo e nono secolo i Napoletani avevano inoltre ottenuto la piena indipendenza da Costantinopoli, evitato di essere assorbiti dai Franchi e dai Longobardi di Benevento e di subire disastrose distruzioni ad opera dei musulmani. I testi riuniti in questo volume (le uniche opere cronachistiche scritte a Napoli prima del XIV secolo) ripercorrono le vite di tutti i vescovi di Napoli, dal semileggendario Aspreno (I secolo) ad Atanasio II (fine IX secolo) che furono furono messe per iscritto in questo periodo di fondamentale importanza per la città. La disponibilità di pochissime informazioni sui prelati partenopei fino all’ottavo secolo fece sì che la prima parte di questo testo sia poco più che una lista. Molto più dettagliata e ricca di informazioni, non soltanto sui vescovi, è invece la sezione successiva, particolarità che la rende una fonte estremamente preziosa per ricostruire la storia della Napoli altomedievale.”. Sul cronicon di Giovanni Diacono ha scritto anche Matteo Mazziotti (….), nel suo “La baronia del Cilento”, a p. 42, che parlando di Agropoli, in proposito scriveva: “…..stanto al racconto di Giovanni Diacono, ivi i Saraceni sarebbero stati prima di impossessarsi del Castello di Agropoli (4).”. Mazziotti, a p. 42, nella nota (4) postillava: “(4) Licosae latitabant. Giovanni Diacono, Chronicon episcoporum sanctae neapolitanae ecclesiae. (Raccolta di varie cronache e diari, Vol. 3° pag. 86).”. Dunque, il titolo del cronicon di Diacono non è quello indicato dal Cantalupo ma è “Chronicon episcoporum sanctae neapolitanae ecclesiae”. Nel testo “Collectio Salernitana”, di AA.VV., tomo I, 1852, Napoli, a p. 518, in proposito è scritto: “Altra prova di ciò trovasi nella prefazione che il cel. Muratori prepose all’opera ‘Chronicon Episcoporum sanctae Napolitanae Ecclesiae’ scritta da Giovanni Diacono nella chiesa di S. Gennaro di Napoli verso il cadere del IX secolo. Questo dotto napolitano compose quella cronaca nella sua gioventù, e poscia molte altre opere scrisse e tradusse e fra le altre voltò dal greco al latino l’opera ‘Acta Sanctorum Eustratii et Sociorum’. “.

Una fonte: Costantino VII Porfirogenito

Da Wikipedia leggiamo che Costantino VII Flavio, detto il Porfirogenito (in greco medievale: Κωνσταντῖνος Ζ΄ Φλάβιος Πορφυρογέννητος, Kōnstantinos VII Flāvios Porphyrogennētos; Costantinopoli, 18 maggio 905– Costantinopoli, 9 novembre 959), è stato un sovrano, scrittore e studioso bizantino, formalmente Basileus dei Romei dal 9 giugno 911 al 12 maggio 912 e poi dal 6 giugno 913 fino alla sua morte. Colto e intelligente, si disinteressò per gran parte della propria vita delle questioni politiche, lasciando l’effettivo potere imperiale nelle mani dei suoi reggenti e co-imperatori, per poi riappropriarsene solo dopo oltre trent’anni dalla formale ascesa al trono. Benché sovrano debole e facilmente influenzabile nelle questioni militari e governative, di cui si occupava solo in maniera puramente teorica, sotto il suo regno si ebbe una crescita culturale senza precedenti, alimentata dalla sua passione per la scrittura e per lo studio. Fecondo autore, redasse almeno due saggi sull’amministrazione imperiale e sul cerimoniale bizantino, commissionandone molti altri e facendo redigere con zelo nuove edizioni dei capolavori della storiografia classica. Tuttavia, nonostante la sua apparentemente poco rilevante attività politico-militare, affidando la gestione ed il comando delle armate a valenti generali diede una spinta decisiva alla grande restaurazione bizantina in Anatolia e nei Balcani, completata da suo nipote Basilio II. Costantino VII dedicò gran parte della propria vita allo studio della letteratura classica greco-romana, redigendo personalmente quattro opere; il De cerimoniis aulae byzantinae, il De administrando imperio, il De thematibus, e un’estesa biografia sul nonno Basilio I. Tuttavia la sua attività è considerata rilevante non perché espanse la conoscenza della civiltà bizantina nei vari campi del sapere, ma perché puramente «compilatoria», atta cioè alla preservazione della cultura classica o greco-medievale; al fine di educarlo dedicò inoltre i propri scritti al figlio Romano II. De ceremoniis (titolo completo: De ceremoniis aulae byzantinae talvolta riportato come caeremoniis o cerimoniis) è il titolo latino di un’opera dell’imperatore bizantino Costantino VII Porfirogenito (913-959), parzialmente rivista e aggiornata sotto Niceforo II Foca (963-969), forse sotto la supervisione di Basilio, il Parakoimomenos (Περὶ τῆς βαςιλείου Τάξεως). Il testo descrive le procedure cerimoniali, anche nei più minuti dettagli, dalla prospettiva degli ufficiali di corte ed altri argomenti nella misura in cui facevano parte della vita quotidiana di Costantinopoli. Una delle sue appendici è il Tre trattati sulle spedizioni militari imperiali. De administrando imperio è un’opera scritta tra il 948 e il 952 dall’imperatore bizantino Constantino VII. Costantino fu un imperatore-studioso, sotto il quale vi fu una rinascita dell’insegnamento e della vita intellettuale nell’Impero bizantino. Scrisse molte altre opere, tra cui De ceremoniis, un trattato sull’etichetta e le procedure della corte imperiale, e una biografia di suo nonno Basilio I. La traduzione del titolo dell’opera è Dell’amministrazione dell’impero; il titolo originale è Πρὸς τὸν ἴδιον υἱὸν Ῥωμανόν (Pros ton ìdion hyiòn Rōmanòn, “Al nostro proprio figlio Romano”) ed era destinato ad essere un manuale di politica interna ed estera per il suo figlio e successore, l’imperatore Romano II. Contiene dei consigli sul funzionamento del multietnico impero e sul modo di combattere i nemici esterni. Vi sono combinate due opere precedenti di Costantino, Περὶ ἔθνων (Perì èthnōn, “Riguardo ai popoli”), in cui si parla della storia e delle caratteristiche delle nazioni confinanti con l’impero, e Περὶ θεμάτων (Perì themàton, “Riguardo alle province”), che si occupa degli eventi da poco accaduti nelle province. Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, riferendosi a Camerota, in proposito scriveva che: Dovea forse così Camerota esser uno dè cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua Istoria al ‘num 55.’ scrive essere in Italia in mano dè Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, che…etc…. Nel manoscritto del marchese di S. Giovanni (Marcello Bonito ?) è scritto: Fra le altre città (parlando del dio saraceno) occuparono Camerota sopra il mare in luogo alto e sicuro, e neppure vicino al mare Agropolis, ed i suoi cittadini sono ancora rozzi ai nostri tempi, e conservano i costumi del Saraceni.”. Dunque, la notizia riferita dal Pasanisi prima e da Ebner e dal Vassalluzzo e dal Guzzo dopo è tratta da un passo di Porfirogenita (….) che è riportato dall’Antonini. Secondo il Porfirogenita (….), Camerota, nell’anno 868 doveva essere uno dei 150 luoghi, che chiama “munita Oppida” occupati dai Saraceni o musulmani stanziatisi pure ad Agropoli.

Il Chronicon Cavense detto anche Annalista Salernitano

L’opera pubblicata dal Pratilli fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Il Barra (…), fornisce questa notizia e cita il ‘Chronicon Cavense’ che su wikipidia leggiamo essere un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli (…), antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il ‘Chronicon’ si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di ‘Annalista Salernitanus’, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. In uno scritto tratto dalla rete ho notato le seguenti parole: “Secoli dopo i monaci benedettini fondarono la Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C. La ricostruzione della chiesa, sempre ad opera dei benedettini, deve collocarsi tra il 1058 (anno in cui fu presumibilmente rifondata l’antica abbazia di San Nazario) e il 1104, quando il Barone di Novi assegnò alla badia di Cava la chiesa e l’annesso villaggio rurale.”. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451),…..Questi dettagli tuttavia sembra che debbano essere accettati con estrema riserva, se non totalmente rigettati. Il Chronicon Cavense di Pratilli, molto preso dal Duca d’Acquara (Tav. Cronol. Napoli, 1762, in I, passim.), portato alla luce da De Meo (Ann. Criti. Dipl. III, p. 185, ecc..), sotto il nome di ‘Annalista Salernitano’, dal luogo dove gli sembrò avesse scritto, in seguito ai numerosi dubbi sollevati dal dotto D. Salvatore Maria De Blasi (Lett. famil. Rosini, Napoli, 1786, in f., pp. 33, 47, 57, 72, 78, 94, ecc..); il Chronicon Cavense, diciamo, è stato attaccato come apocrifo e falso; etc…”. Rocco Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che esso è citato nell’Annalista Salernitano. Chi è l’Annalista Salernitano ?. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». La notizia di un ‘Aliprando de Bussentio’, nell’anno 825, citata dal Gaetani (…), trova conferma nel testo della ‘Chronicon Cavense’, pubblicato dal monaco Francesco Maria Pratilli, nel 1643, lo pubblicò. Alcuni autori, scrivono che questa è stata una falsificazione. Francesco Maria Pratilli (…),  lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Pratilli (…), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’, che contiene: “Chronicon Cavense ineditum cum notes Francesco Maria Pratilli, p. 381.”, a p. 390, scrive che: “A. 823. Leutarius Lugduici coronatur Augustus a Papa Pascali, Landulphus Gastaldus sit Comes & Sicopoles estruitur pro sui comitatus custodia (3).”. Il Pratilli, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Erchemperto, n. 9, to. I, huius operis, & to. 2. ubi de hoc ‘Landulfo’ plurima.”. Sempre il Pratilli, si legge: “A. 825. Moritur Pascalis (4). Et Paulo postea obiit Adulfhus Prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Bussentio (5).“. Il Pratilli, nella sua nota (4) a p. 390, postillava che: “(4) A. potius 824. ut Pagius, aliique evincunt.”, e poi nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Dunque, vediamo cosa scrisse l”Annalista Salernitano’ nel suo ‘Chronicon Cavense’. Il Chronicon, riporta la notizia citata dal Gaetani che nell’anno 825, muore il papa Pascale (4). Poi nello stesso anno morì Adolfo Paolo Preposito che fu sotituito Aliprando di Bussentio (5). Infatti, il Gaetani (…), scriveva che nell’anno 823 (e non 825), Aliprando di Bussentio, fu sollevato (fu sostituito) al governo della Badia di Salerno. Di cosa si parlava nel Chronicon ?. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’Francesco Maria Pratilli (Santa Maria Capua Vetere, 10 ottobre 1689 – Napoli, 30 novembre 1763) è stato un prete, archeologo e antiquario italiano, membro dell’Accademia Ercolanese, noto per il suo lavoro di realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Paul Fredolin Kehr (…), nel suo ‘Regesta Pontificum Romanorum, Italia Pontificia, vol. VIII, Regnum Normannorum- Campania’, pubblicato nel 1935, a p. 364, del suo vol. VIII, in proposito al Monastero di S. Benedetto di Salerno scriveva che: De primis eius temporibus nihil nisi notitia quaedam exstant in Chronico Cavensi a F.M. Pratilli impudentissime conficto (ed. Pellegrini Hist. principum Langobardorum IV 386 sq.). Sed non solum, quae ibi de privilegiis Leonis III, Gregorii IV, Leonis ecc…”. Scrive sempre il Kehr (…) che: “Chronico Casinensi uberiores notitias legimus de monasterio s. Benededicto Salernitano, quod iam olim cum Casinensi coenobio coniunctum fuisse fuisse videtur; narrat enim Waimarium principem Basilio exabbati ecc..”. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Kopke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il ‘Chronicon Cavense’, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolph Kopke. La fabbricazione del ‘Chronicon Cavense’ è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’“forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. Si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Dunque il Kehr (…), scriveva che ricche informazioni sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, provengono anche dall’altro ‘Chronicon’, detto “Chronicon Cavensis”E’ un’opera spuria che alcuni ritengono costruita dal Pratilli (…). Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Fredolin Kehr (….) scriveva che le prime notizie in assoluto che arrivano per il Monastero di S. Benedetto si possono estrapolare da un antico Chronicon pubblicato dal Pratilli e poi in seguito ripubblicato dal Pellegrino nel 1710.

Il ‘Chronicon Salernitanum’ o ‘Anonimi Salernitani’

I due studiosi Crisci e Campagna (….), a p. 35, postillavano a riguardo che: “Il ‘Chronicon’ fu scritto non molto dopo il 974, perchè descrive eventi che dalla metà del 700 (747) si fermano a questa data, è, parlando della morte di Adelchi, avvenuta nell’878, dice che è passato un centinaio di anni. Fu pubblicato dal Pratilli, nella ‘Historia Principum Longobardorum, Napoli, 1750, II, 37-323. Altra pubblicazione, non completa, fu fatta da C. Pellegrino, integrata da L. A. Muratori, ‘Rerum Italicarum Scriptores, t. II, p. II. Il Pertz, seguendo il ‘Codice Vaticano Latino 5001, ha dato una edizione critica col titolo di ‘Anonimo Salernitano’ in M.G.H., ed. 1839. Ed è la migliore edizione.”. Sempre il Crisci ed il Campagna (…), a p. 52, in proposito scrivevano che: “Il ‘Chronicon Salernitanum’ è il primo documento che ci tramandi i nomi di alcuni vescovi (1): di quelli che ressero la diocesi nel periodo storico di cui l’autore narra gli eventi: dalla metà del 700 (747 circa) al 974.”. Il ‘Chronicon Salernitanum’, o ‘Anonimi Salernitani’, è un’opera raccolta nel Codice Vaticano Latino 5001, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana a Roma e, la pagina che interessa è la p. 147 r che quì pubblico:

Cod. Vat. lat. 5001, p. 147r

(Fig…) Codice Vaticano Latino n. 5001, contenente il “Chronicon Salernitanum”, p. 145r

Nel codice ms. Vaticano Latino n. 5001, che riporta in forma amanuense la trascrizione del ‘Chronicon Salernitanum’, a p. 145, leggiamo che: “Iam fati Salernitani, qui Benevento exiliati degebant, ad Georgium patricium clanculo perrexerunt, et in hunc modum verba promserunt: ” Quid dabitis nobis, si nos munitam Salernitanam urbem sub vostra diccione commictimus? ” Ad hec patricius cum magno gaudio plurima et precipua dona promittebat. Illi vero subiunserunt: ” Statue die quam illuc clam magno exercitu pergamus, quia nos incunctanter promictimus illius civitatis fores pate esse facturos. ” Ille patricius ut talia auribus aurisset, valde gavisus est, atque ut id fieret, omnimodis gratulabatur, et sine mora per Calabrie Apulieque fines misit, et exercitus coadunavit, faciens famam, ut super Agarenos, qui illo in tempore in Gariliano degebant, ex improviso irrueret. In tempesta noctis, quando fexi gravi sopore opprimuntur, dictus ille patricius cum magno apparatu Salernum venit, licet Beneventani cum eo mixti venerunt. Sed dum non procul menia properarunt, illi vero exiliati fores urbis properarunt, et arte qua poterant porte pate fecerunt, et ocius patricius Georgio promulgarunt. Ille namque valde sese perturbavit, atque idipsum unum ex suis ad explorandam urbem iterum misit; sed dum et ille eadem verba retulisset, sagacissimus ille presul Petrus, qui sanctam Beneventanam sedem illo in tempore preerat, huiusmodi verba exorsus est: ” Pro qua re nos huc fatigasti, et minime nobis que clam in pectore gerebas enodasti? Pro certo scitote, quia si hanc urbem furtim ingredimur, omnes ibidem pariter periemus, et dum tripudiare satagis, veremur, ne veniat detrimentum. ” Dum hec et hiis similia presul predictus verba repeteret, idipsum et Beneventani exinde inter se susurrarent, patricius ille nefandiximus menu perculsus, ceterique Argivi in fugam conversi sunt. De civitate vero omnimodis nil que Greci gesserant compererunt. Illi vero conductores malorum, qui fuerant orti ex vico cui Saranianus nomen est, [duperati] dum superati essent, per eundem vicum perrexerunt, uxores liberosque suppellectileque secum gestantes, Beneventi fines abierunt.”, che tradotto più o meno è: “La sorte dei Salernitani, che furono esiliati da Benevento, andò in segreto dal patrizio Giorgio, e così parlò: “Che cosa ci darai, se abbiamo messo in imbarazzo la città fortificata di Salerno sotto la tua giurisdizione? A questo il patrizio promise con grande gioia molti doni e doni speciali, ma aggiunsero: “Decidi il giorno che dovremmo andarci con un grande esercito, perché noi senza esitazione promettiamo che le porte di quello stato saranno aperte”. “Quel patrizio fu molto contento di aver sentito tali cose nelle sue orecchie, e si congratulò con lui in ogni modo che potesse essere fatto; e senza indugio mandò attraverso i territori della Calabria e della Puglia, e radunò un esercito, facendo un rapporto, come gli Agareni, che in quel tempo abitavano in Gariliano, all’improvviso nella tempesta della notte, quando io m’ero addormentato, furono sopraffatti da un sonno profondo, e il detto patrizio venne a Salerno con una grande schiera, sebbene i Beneventani si mescolò con lui venne. e il patrizio Giorgio subito propose un proclama, perché si turbò molto, e mandò uno dei suoi seguaci a perlustrare di nuovo la città: ma mentre anche lui aveva ripetuto le stesse parole, quell’accorto vescovo Pietro, che regnò a quella volta la santa sede di Benventa, cominciò con queste parole: per qual motivo ci hai stancato fin qui, e sbrogliato le cose che non avevi affatto nel nostro petto? Tu sai per certo che se entriamo in questa città di nascosto, periremo lì tutti insieme; Mentre il predetto direttore ripeteva queste e simili parole, e di lì i beneventani sussurravano tra loro la stessa cosa, il patrizio fu sorpreso dal delitto del menù, e gli altri Argivi furono messi in fuga. che il nome è Saranianus, mentre i duperati furono sconfitti, marciarono per lo stesso villaggio e, portando con sé mogli e figli e mobili di casa, si diressero verso i territori di Benevento.”. Da Wikipedia leggiamo che il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia Minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il principe di Salerno Gisulfo. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, E’cole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, Ecole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Per il ‘Chronicon Salernitanum’, si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’, “forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. A questo proposito, dobbiamo anche segnalare, che l’evento o il prodigio a cui si fa riferimento è dell’anno 954, e che nell’anno 823, vi era un abate del monastero di S. Benedetto di Salerno che non viene menzionato dalle cronache, e si tratta di un certo “Aliprando di Bussento”, che fu citato dal sacerdote Rocco Gaetani, (…), e di cui abbiamo parlato in un nostro saggio ivi pubblicato. Questo “Aliprando de Busentio”, era citato in un altro Chronicon, o meglio, un ‘Chronicon’ pubblicato dal Pratilli (…), che la storiografia vuole da non confondere con il ‘Chronicon Salernitanum’, a cui fa riferimento tutta la storia del rinvenimento. L’altro ‘Chronicon’ di cui parliamo, dove si cita un certo “Aliprando de Busentio”, è la cronistoria spuria dell’ “Annalista Salernitano”, citato più volte anche da Antonini. E’ stato accertato che l’Annalista Salernitano, doveva essere un monaco o un Abate del monastero di S. Benedetto di Salerno. L’anonimo autore del Chronicon Salernitanum’ narra di un evento avvenuto qualche decennio prima della sua compilazione, del quale egli fu forse testimone diretto (…), ma del quale non precisa il dato cronologico, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda la traslazione (…): la tradizionale datazione di entrambi gli eventi al 954 è indicata dagli ‘Annales Cavenses’ (…) e dagli Annales Beneventani, ed è accolta dai cronisti successivi. Infatti, negli ‘Annales Cavenses’, si apprende la data 954: ‘Annales Cavenses’, p. 188: 954: «Hoc anno corpus beati Mathei apostoli translatum est apud Salernum». ‘Annales Beneventani’, p. 175: 954: «Translatum est corpus sancti Matthaei in Salernum». La data del 954 è peraltro accettata dalla critica odierna, anche sulla base di elementi testuali e cronologici impliciti nella narrazione dell’ignoto cronista salernitano. La data del 6 maggio, per celebrazione della traslazione delle reliquie, è invece attribuita per via di tradizione e da tempo immemorabile. Il Chronicon Salernitanum’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto (….). Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12. L’opera ha potuto beneficiare, così, della tradizione amanuense: una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. In tempi recenti da essa hanno largamente attinto storici della Longobardia meridionale come Wilhelm von Giesebrecht, Ferdinand Hirsch (…), Michelangelo Schipa (…). Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, ………………Anche il Muratori (…), pubblicò il ‘Chronicon Salernitanum’, o ‘Anonimi Salernitani’, una cronaca del X secolo, da non confondere con il ‘Cronicon Cavense’, costruito (dicono) dal Pratilli. Il ‘Chronicon Salernitanum’ è la più antica testimonianza della tradizione, tra quelle sopravvissute, è, al capitolo 165, il ‘Chronicon Salernitanum’, cronaca apocrifa (anonima) della seconda metà del X secolo, scritta all’incirca nel 978. ‘Translatio sancti Mathei’. Un dettagliato racconto della traslazione è contenuto anche nella Translatio sancti Mathei apostoli et evangeliste’, un testo della latinità medievale tramandato in un codice membranaceo risalente agli anni a cavallo tra XI e XII secolo, conservato nella sala Capitolare della cattedrale di Benevento (…). Per il ‘Chronicon Beneventanum’, si veda: Alfred Poncelet (…), Catalogus codicum hagiographicorum latinorum bibliothecae Capituli ecclesiae cathedralis Beneventanae, pp. 343, 352. Il racconto della ‘translatio’ beneventana fu poi incorporato nella liturgia salernitana, forse già in età normanna, al tempo dell’arcivescovo di Salerno Alfano I: il Breviarium Salernitanae Ecclesiae’ la contiene interamente, fatta eccezione per una variante iniziale che Acocella tende ad attribuire a un errore nella compilazione amanuense del Breviario (…). Il Breviarium Salernitanae Ecclesiae’ (Breviarium officii ecclesiastici secundum usum sacre Salernitane ecclesie factum a domino Romoaldo venerabili secundo Salernitano archiepiscopo) fu forse opera di Romualdo II Guarna ed è «rimasto in uso fino al 1586 e [di esso] ancor oggi la Chiesa salernitana si serve per alcune ufficiature dei santi locali» (Massimo Oldoni, Romualdo Guarna). L’anonimo autore del Chronicon Salernitanum’ narra di un evento avvenuto qualche decennio prima della sua compilazione, del quale egli fu forse testimone diretto (…), ma del quale non precisa il dato cronologico, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda la traslazione (…): la tradizionale datazione di entrambi gli eventi al 954 è indicata dagli ‘Annales Cavenses’ (…) e dagli Annales Beneventani, ed è accolta dai cronisti successivi. Infatti, negli ‘Annales Cavenses’, si apprende la data 954: ‘Annales Cavenses’, p. 188: 954: «Hoc anno corpus beati Mathei apostoli translatum est apud Salernum». ‘Annales Beneventani’, p. 175: 954: «Translatum est corpus sancti Matthaei in Salernum». La data del 954 è peraltro accettata dalla critica odierna, anche sulla base di elementi testuali e cronologici impliciti nella narrazione dell’ignoto cronista salernitano. La data del 6 maggio, per celebrazione della traslazione delle reliquie, è invece attribuita per via di tradizione e da tempo immemorabile. Tuttavia, dobbiamo pure segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Acocella dunque, riferendosi al rinvenimento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, scriveva che si trattava di “invenzione” e che essi furono rirovati in una chiesetta distrutta dai barbari. Tuttavia, riguardo la traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, ne ha parlato Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, che, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, …………….L’Acocella (…), pubblicò parte del codice Vaticano Latino 5001, che riportava il ‘Chronicon Salernitano”. Pietro Ebner, riguardo il ‘Chronicon Salernitanum’, a p. 28, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, scriveva in proposito che: “Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia.”. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto.

Il manoscritto del Marchese di S. Giovanni (Marcello Bonito, Principe di Casapesenna)

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87′. leggonsi le seguenti parole: “Inter caetera oppida (parlando de’ Saraceni) occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolin, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudes, & Saracenicos mores conservant”.”. Su questo manoscritto ha scritto Giuseppe Antonini (….), nel 1745 che, nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’.”. Antonini scriveva che il “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”, alla sua epoca (anno 1745) apparteneva al nipote del Marchese, ovvero al Principe di Casapisella. Sempre l’Antonini, riporta un’altra notizia tratta dal “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”. Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 412 parlando di Policastro, continuando il suo racconto sui Saraceni ed il ribat di Camerota, in proposito scriveva che: “Partirono poi da Camerota nel 915. quando, uniti agli Agropolitani, saccheggiarono  Policastro, ed in Africa tornaronsi.”. Sempre l’Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 416-417 parlando di Policastro, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Appunto cinquant’anni prima, cioè nel 915 era stata saccheggiata la città da Saraceni d’Acropoli e da que’ di Camerota, come si ha dal citato ‘Manoscritto’ del Marchese di S. Gio: ove parlandosi della distruzione di Pesto nel fol. 121 si leggono le seguenti parole: “Anno 915………”. E’ interessante ciò che scrisse in proposito il sacerdote Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano – perchè la strage dei connazionali sulle sponde del Garigliano ecc…”. Dunque, in questo passaggio il Ciociano cita l’Anonimo Salernitano. Dunque, secondo il Ciociano, il manoscritto del “marchese di S. Giovanni”, dovrebbe rifarsi alle notizie tratte dall’Anonimo Salernitano. Il “manoscritto del Marchese di S. Gio:”, come lo chiama l’Antonini, è stato citato anche da Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), ecc…”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di marchese di S. Giovanni di Celsito. Su un blog in rete leggiamo che Francesco Vargas-Machuca, nel 1757 sposò donna Vincenza Bonito, figlia di Francesco principe di Casapesenna e Maria Saluzzo Carafa, principessa di Lequile. Nel 1767 fu decorato da re Ferdinando IV di Borbone marchese di Vatolla, feudo ereditato da casa Rocca. Ricordiamo che i Rocca ospitarono Giambattista Vico nel loro palazzo a Vatolla. A Vatolla, nel Palazzo dei Vargas-Machuca (….), vi è il Museo Vichiano. Dunque, Francesco Vargas-Machuca, nel 1756 sposò una Bonito, figlia di Francesco Principe di Casapesenna. Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di marchese di S. Giovanni di Celsito. Riguardo Marcello Bonito, Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 643 parlando di Casalvelino, in proposito scriveva che: “…se nel 1640 era già di proprietà della nobile famiglia amalfitana dei Bonito, tra cui Marcello (n. 16 agosto 1631)(21) e Lorenzo, signore di Torchiara. etc..”. L’Antonini cita il manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni. Il manoscritto, che all’epoca dell’Antonini (a. 1745, anno della sua prima edizione) sarebbe appartenuto al nipote del marchese Marcello Bonito ovvero al Principe di “Casapisella”. Non si tratta di “Casapisella” ma di Casapesenna. Pompeo Sarnelli (….), nella sua “Guida de’ Forestieri etc…”, del 1697, a p……., in proposito scriveva che: “5. D. Marcello Bonito: Marchese di S. Giovanni, Cavaliere dell’Abito di Calatrava: La sua Libreria è molto rara per molti manoscritti, particolarmente per le cose appartenenti al Regno di Napoli da Carlo d’Angiò a quella parte; e per conseguenza difficili a ritrovarsi in un altro Museo.”. Pietro Ebner (….), a proposito di questa ultima notizia nella sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Di questo autore, e manoscritto ne parla Matteo Camera (….), nella sua “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I, p. 130. Il Camera, a p……. , nella sua nota (2), postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli etc….”: così da un manoscritto di D. Marcello Bonito Marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie).”. Dunque si tratta del marchese Marcello Bonito. Forse l’Antonini si riferiva a Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di “Marchese di S. Giovanni di Celsito”. Nel testo del ……“Della Città e, del Regno di Napoli”, a p. 57, in proposito si scriveva che: “In quest’anno corrente, che si darà alle stampe questo libro, è passato a miglior vita D. Marcello Bonito, buon Cavaliere di Calatrava, il quale oltre essere virtuosissimo Cavaliere, e di forma pontualità ornato, si era con molta fatica applicato nell’Istorie di questo Regno, e nell’intelligenza dei Reali Registri, e perciò fatta radunanza de’ libri e manoscritti di Spesa, ……se ne legge la tradizione in un altro libro dato alle stampe sotto nome d’altr Autore, nacque questo virtuoso Cavaliere da…..Marchese di San Giovanni etc…”. Pietro Ebner a p. 643, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Camera Matteo, cit., p. 645”. Matteo Camera (…), nel suo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi”, a p. 645, dove ci parla di Marcello Bonito, Archivista della Real Zecca di Napoli e filantropo per l’opera postuma di Carlo De Lellis. Da una ricerca sulla rete ed in particolare su alcune annotazioni di un manoscritto di Giovanni d’Alife del 1760 conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, dalla sua scheda si evince che: Il manoscritto riporta trascrizioni di documenti relativi alla storia del Regno di Napoli e della famiglia d’Alitto di Abruzzo Citra, tratti prevalentemente da manoscritti di Marcello Bonito, come si ricava da un’annotazione a c. 4r: “Da un volume grande M.S del Sig.r D. Marcello Bonito, intitolato Monumenta Neapolitanae Civitatis”. Dunque secondo la scheda bibliografica di collocazione di un altro manoscritto si evince che Marcello Bonito possedeva un manoscritto di suo notamenti intitolato “Monumenta Neapolitanae Civitatis”. Marcello Bonito, marchese di S. Giovanni e cavaliere di Calatrava (Napoli 1631-1711), appartenente ad una nobile famiglia di Amalfi, fu archivista del Regno; incaricò Carlo De Lellis di effettuare numerosi spogli di documenti dell’Archivio della Zecca, che furono raccolti in 30 volumi contenenti i Notamenti della Cancelleria Angioina, le scritture della Cancelleria Aragonese ed altri documenti tratti dai processi del Sacro Regio Consiglio. La collezione del Bonito fu acquistata succesivamente dal Minieri Riccio ed in seguito da una libreria antiquaria di Milano che non ne conservò l’unità. Per le fonti per Marcello Bonito: C. MINIERI RICCIO, “Notizie biografiche e bibliografiche degli scrittori napoletani fioriti nel sec. XVII per Camillo Minieri Riccio. Milano-Napoli, 1875, II, p. 35. Infatti, il Minieri Riccio, nella sua opera sulle biografie degli scrittori a p. 35 del vol. II, in proposito scriveva di Marcello Bonito che: “3° Memorie per le ragioni per l’illustri signori Principe di Casapesella e Duca d’Isola con l’illustre Piazza del Seggio di Nido. MS.”. Dunque, il Minieri Riccio scrive che il Marcello Bonito aveva scritto questo manoscritto dal titolo: Memorie per le ragioni per l’illustri signori Principe di Casapesella e Duca d’Isola con l’illustre Piazza del Seggio di Nido”, forse proprio il manoscritto da lui acquistato tratto dai notamenti annotati dal De Lellis e citato dall’Antonini. Per le fonti per Marcello Bonito e i manoscritti di Bonito: CONSOLI FIEGO, op. cit., pp. 96-98; per Carlo de Lellis: C. DE LELLIS, “I sunti del Registro 1271 A di Carlo I. D’Angiò…” Caserta, Premiato Stabilimento Tipografico Sociale, 1893. Sulla Treccani on-line alla voce di Carlo De Lellis leggiamo che il De Lellis si avviò agli studi giuridici e alla poesia, ma presto cominciò ad applicarsi per intero alle ricerche archivistiche, stimolato e protetto da Marcello Bonito, archivario del Regno, mentre le sue amicizie con Niccolò Toppi, ecc..Dunque, Marcello Bonito era Archivista del Regno al Grande Archivio della Zecca a Napoli. Bonito ed altri facilitarono e incentivarono le ricerche di Carlo De Lellis. Nel 1670 il De Lellis aveva pubblicato un’altra opera, il Supplimento all’Historia della famiglia Blanch scritta da D. Camillo Tutini, stampata a Napoli. Tale famiglia era quella materna di Marcello Bonito. Ancora a proposito del Tutini, il De Lellis compose una Apologia contro D. Camillo Tutino per il libro dell’Origine de’ Seggi, in due volumi manoscritti (Napoli, Bibl. naz., X. B. 25 e X. B. 26). Nell’introduzione a quest’opera è inserita una biografia del Tutini, verso il quale il D. non nasconde la sua avversione, accusandolo di ignoranza, di malignità e persino di natura depravata; narra poi il De Lellis, il quale si dimostrò sempre fedelissimo al governo spagnolo, della posizione assunta dal Tutini durante i fatti del 1647, nel corso dei quali, egli afferma, fu prima partigiano del duca di Guisa, poi lo tradì con una lettera al re di Francia nella quale il duca veniva accusato di badare ai suoi interessi e non a quelli della Corona; perseguitato – continua il De Lellis – dai Francesi, che giustiziarono i suoi complici, e dagli Spagnoli, Tutini fu costretto a fuggire a Roma. Il De Lellis, “con una costanza da sbalordire” (De Laurentiis, Manoscritti…, p. 179), eseguì lo spoglio di tutti i volumi ancora reperibili al suo tempo appartenenti alle Cancellerie angioina, aragonese e vicereale, oltre ai più importanti processi trattati innanzi al Regio Consiglio, sulle orme di quanti prima di lui, nella seconda metà del ‘500 e all’inizio del’600, si erano occupati di quel materiale ricavandone genealogie (P. Vincenti, C. Tutini, B. Chioccarelli e altri) o dedicandosi come lui agli spogli dei registri (G. Bolvito, C. Pagano, C. D’Afflitto, ecc.). Per il De Laurentis si tratta di C. De Laurentiis, Manoscritti di scrittori chietini presso l’Arch. di Stato, le biblioteche e i privati in Napoli, in La Rivista abruzzese di scienze, lettere ed arti, XII (1897), pp. 179, 199 s.. Il De Lellis compilò ben 28 volumi di repertori, di cui undici riguardanti la Cancelleria angioina (1266-1435); i primi sette volumi erano tratti dai quattrocentotrentasei registri esistenti a quel tempo, ai quali era stato dato un ordinamento, anche se confuso, nel 1568; i due successivi volumi riguardavano i fascicoli, mentre gli ultimi due le arche in pergamena e quelle in carta; questi ultimi due repertori vennero compilati tra il 1680 e il febbraio 1682, mentre il D. era detenuto a Castel Nuovo. I repertori rimasero, insieme ad altro materiale riunito da Marcello Bonito (e cioè i notamenti compilati da C. Pagano, C. D’Afflitto e G. G. Di Transo), per oltre un secolo e mezzo in casa Bonito, e furono acquistati nel 1850 da C. Minieri Riccio che ne pubblicò parecchi (cfr. Gli atti perduti…, a cura di R. Filangieri, pp. XVIII s.). Nel 1882 li acquistò Angelo Broccoli, che iniziò la pubblicazione dei registri nell’Archivio storico campano (I, 1889), ma si limitò al registro 1271 A della Cancelleria angioina, al secondo privilegio di re Ferrante I d’Aragona (1487-1488) della Cancelleria aragonese, e al primo privilegio del gran capitano (1503) della Cancelleria spagnola. Dagli eredi del Broccoli il materiale fu acquistato dallo Stato nel 1925, e posto nell’Archivio di Stato di Napoli. Parte di esso andò distrutta durante la seconda guerra mondiale. Il De Lellis compilò un repertorio ampio e organico solo di una parte dei registri; di tutti gli altri eseguì un repertorio parziale o relativo solo a qualche documento. Dei registri presi in considerazione, ventidue riguardavano Carlo II (1285-1309), diciannove Roberto d’Angiò (1309-1343), sette Carlo d’Angiò duca di Calabria e ventidue sua figlia Giovanna I; questi ultimi ebbero un repertorio quasi completo solo da parte del De Lellis. Si può ritenere che con questi repertori venne recuperato oltre un terzo del materiale perduto nel 1701, quando, durante i tumulti che seguirono la congiura del principe di Macchia, il popolo in rivolta penetrò in Castel Capuano e incendiò sessanta registri angioini insieme ad altro materiale ivi custodito.

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. IV, sui Saraceni ad Agropoli, a p. 90, nella nota (2) postillava che: “(2) L’Antonini (op. cit., pp. 412 e 417) riporta il brano di un manoscritto appartenuto al marchese di S. Giovanni, Marcello Bonito ( e che fu poi di M. Camera, lo storico di Amalfi; cfr. C. Carucci, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1922, n. 4, p. 124): “Anno 915….etc…”……Il testo, pur infiorettato di particolari fantastici, quali la distribuzione di Paestum ed il sacco di Policastro, mostra una sostanziale credibilità. Il Mazziotti (op. cit., p. 80), seguendo il Di Meo ed il falso ‘Chronicon Cavense’ (Cfr. M. Schipa, Storia…., cit., n. 2, p. 185), ritarda l’uscita dei Saraceni da Agropoli al 28 sett. 1028. Nello stesso errore è caduto anche P. Ebner (Storia…., cit., p. 273).”. Infatti, Carlo Carucci (….), nel suo ‘La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, a p. 124, in proposito scriveva che: In un manoscritto del tempo, pubblicato dall’Antonini (4) è detto che i Saraceni, dopo la battaglia sul Garigliano etc….”. Il Carucci, a p. 124, nella nota (4) postillava: “(4) Il manoscritto era del marchese di S. Giovanni, Marcello Bonito, ed era posseduto dallo scrittore amalfitano, Matteo Camera, di cui V. l’opera ‘Città e Ducato di Amalfi’, I, pag. 130. Cfr. Antonini, op. cit., X, pag. 417; Gatta, Memorie della Lucania, pag. 265; Zappullo, Storia di Napoli, cap. III, pag. 448.”. Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi etc…, vol. I., a p. 130, nella sua nota (2) postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli permanere, sacratissima nocte S. Joannis Baptistae tacito pede venientes nocturno aggressu civitatem Paestanam somnolentam copiunt, atque discripiunt, et discedentes ignem submittunt”: così in un antico ms di D. Marcello Bonito marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie) a fol. 12.”.

Camera Matteo, Storia ducato di Amalfi, vol. I, p. 130 sui Saraceni e Bonito Marcello

Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I., p. 130

Nell’827, l’occupazione Araba della Sicilia

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, da pp. 127 a p. 132, in proposito scriveva che: “I Longobardi intanto (per rimetterci in via) tenevano quasi tutta l’Italia, a riserba di quella parte che si è detto, che obbediva agli Imperadori di Oriente (2), quando (3), circa gli anni di Cristo DCCCLXIII. o secondo la più vera opinione, (I) molti anni prima, grandissimo numero di Saraceni (gente che altre volte avendo servito gli Imperadori, si ribellò poi a tempo di Giuliano (2) per difetto di paghe) partito dall’Africa, poco men che tutta la Sicilia oppresse. Etc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Dall’inizio della seconda metà del 600, ad ogni primavera-estate, spedizioni saracene dall’Africa Settentrionale venivano dirette verso le coste della Sicilia: primi tentativi d’invasione, che si concludevano con rapine e stragi. Con lo sbarco saraceno a Mazara, 827, ebbe inizio la conquista vera e propria della Sicilia. Dopo la resa di Siracusa, 878, ebbe inizio la politica rinunciataria dell’Impero, e la difesa dell’isola fu sostenuta dai monaci e dalle popolazioni locali.”. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli torri e borghi della costa Cilentana”, a pp. 28-29-30-31, in proposito scriveva che: Essi infatti, occupata la Sicilia dall’anno 827 all’anno 853, si erano spostati gradatamente sulla terra ferma, costituendo un pericolo costante, specie per le città poste sul mare (6).”. Il Vassalluzzo, a p. 28, nella sua nota (6) postillava che: “(6) M. Amari, Storia dei musulmani della Sicilia……………..”. Da Wikipedia leggiamo che Il dominio islamico sulla Sicilia (Ṣiqilliyya) iniziò con lo sbarco a Capo Granitola presso Campobello di Mazara nell’827, fino alla completa conquista dell’isola con l’occupazione di Taormina nel 902. La conquista normanna della Sicilia iniziò nel 1061, con lo sbarco a Messina, e Palermo, centro principale del potere musulmano in Sicilia, cadde nel 1072. Noto, ultimo centro ancora in mano ai musulmani, cadde nel 1091. Precedentemente, intorno al 700, era stata occupata l’isola di Pantelleria da ʿAbd al-Malik b. Qaḥṭān. Già a partire dal VII secolo l’isola aveva subito molte incursioni musulmane, dopo che gli Arabi si erano attestati sulla sponda africana del mar Mediterraneo dove esistevano piccoli regni berberi, sconfitti dal condottiero ʿUqba b. Nāfiʿ intorno al 685 a seguito della celebre “cavalcata” che lo portò fino alle sponde atlantiche del sud del Marocco. Conquistata parte della Spagna, le isole di Malta e Pantelleria, la Sicilia era ritenuta strategica per il controllo del Mediterraneo a discapito dei rivali Bizantini. Nell’805, il patrizio imperiale di Sicilia Costantino firmò una tregua di dieci anni con Ibrāhīm b. al-Aghlab, emiro d’Ifrīqiya (nome che gli invasori arabi dettero alla romana Provincia Africa), ma questo non fu un impedimento per i corsari provenienti dall’Africa e della Spagna musulmana ad attaccare ripetutamente tra l’806 e l’821 la Sardegna e la Corsica. Nell’812 il figlio di Ibrāhīm, ʿAbd Allāh I b. Ibrāhīm, ordinò un’invasione vigorosa della Sicilia, ma le sue navi furono prima ostacolate dall’intervento di Gaeta e Amalfi, e poi distrutte in gran parte da una tempesta. Tuttavia, essi riuscirono a conquistare l’isola di Lampedusa e, nel mar Tirreno, a depredare e devastare Ponza e Ischia. Un ulteriore accordo tra il nuovo patrizio Gregorio e l’Emiro stabilì la libertà di commercio tra l’Italia meridionale e l’Ifrīqiya. Dopo un ulteriore attacco di Muḥammad b. ʿAbd Allāh, cugino dell’emiro Ziyādat Allāh nell’819, sulle fonti non sono citati attacchi musulmani verso la Sicilia fino all’827. L’invasione ebbe inizio il 17 giugno dell’827 e lo stuolo composto da arabi, berberi e persiani fu affidato al qādī di Qayrawān, Asad b. al-Furāt, grande giurisperito malikita autore della notissima Asadiyya, di origine persiana del Khorāsān. Secondo la successiva cronaca araba di Shihāb al-Dīn Aḥmad ibn ‘Abd al-Wahhāb al-Nuwayrī, adattata al fine di mostrare un originale intento conquistatore. Gli Arabi del resto, erano molto vicini, in quanto installati sulla sponda africana del Mediterraneo. ‘Ifriqiya’ (cioè l’Africa del Nord) ha ormai il volto musulmano, ed è governata da emiri locali in pratica autonomi come in Spagna. La Sicilia è inoltre bersaglio molto interessante, in quanto, sottraendo ai Bizantini le basi navali dislocate sulla costa meridionale dell’isola, gli Arabi avrebbero il pieno controllo sul traffico navale nel Mediterraneo centro-occidentale. Nell’827 d.C. i Califfi Aghlabidi (Abbasidi) di Kairuan, odierna Tunisia, iniziarono la conquista della Sicilia. La successiva invasione dei Saraceni, nell’Italia Peninsulare, fu agevolata dalla sete di potere e di denaro dei signorotti locali. Infatti nell’836 il Console di Napoli Andrea, chiamò i Saraceni Abbasidi per difendersi da Sicone, Principe Longobardo di Benevento. In cambio dell’aiuto Andrea concesse ai Saraceni di fortificare un ribat a Punta Licosa. Il Console di Napoli passerà alla storia, per essere stato il primo ad ingaggiare truppe mercenarie musulmane nel Meridione Italico nell’Età Medievale. Sullo scacchiere geopolitico dellItalia Centro-Meridionale, formato dall’attuale Campania, Lazio e Molise, ai primi del IX secolo d.C. si muovevano: L’Impero Carolingio di Carlo I Magno; il neo Stato Pontificio; l’Impero Bizantino(Impero Romano d’Oriente) attestato nei suoi avamposti nella Calabria Meridionale, nel Ducato di Napoli e nel ‘kastron’ di Agropoli; i Longobardi alleati dei Beneventani, Salernitani e Capuani; la Repubblica Marinara di Amalfi e le città marittime di Gaeta e Sorrento, senza una specifica alleanza, giacché trafficavano con tutti, anche con i Saraceni. In questo caos, fatto di intrecci politici, di interessi personali e di impure alleanze, fu facile per i Saraceni creare numerose cellule islamiche sul nostro territorio, per poi lanciare lo Jihad finale a Roma, capitale della Cristianità. Lo sbarco avviene a Mazara del Vallo, al comando della spedizione vi è Assad Ibn al-Firat che punta su Siracusa, la capitale, che però resiste. Cade Girgenti (Agrigento) e dopo un anno di lotta si arrende Palermo, che diventerà capitale. Siamo nell’831. Successive sono la resa di Messina, Modica, Ragusa, passano dieci anni prima che si arrenda Castrogiovanni e venti prima che si arrenda Siracusa. Nell’882 i Bizantini furono cacciati dai Saraceni, i quali costruirono un ribàt (nuova fortificazione): da qui partivano gli attacchi ai paesi vicini fino a Salerno. Da Wikipedia leggiamo che la discesa dei Longobardi venne arrestata dai Bizantini solo con grandi difficoltà: ma Costantinopoli non poté evitare del tutto gli attacchi dei Saraceni. Nell’812 d.C. si registrò la prima incursione saracena sulle coste calabresi, che colpì Reggio, capitale del Thema; l’ultima ci sarà solo nel 1793, a danno di Pizzo e Tropea. Certo la presenza araba fu sempre limitata negli spazi e nel tempo, perlopiù consistendo, appunto, in incursioni e saccheggi. Vennero catturate in modo effimero dagli Arabi Tropea, Santa Severina e Amantea (13) dall’839 all’885. La conquista della Calabria da parte dei guerrieri normanni vassalli del papa emarginò il pericolo arabo. Sotto il dominio bizantino, tra la fine del IX e l’inizio del X secolo, la Calabria fu una delle prime regioni d’Italia a introdurre la produzione di seta in Europa. Secondo André Guillou, i gelsi per la produzione di seta grezza furono introdotti nell’Italia meridionale dai bizantini alla fine del IX secolo. Intorno al 1050, il tema della Calabria contava 24.000 gelsi coltivati per le loro foglie e il loro numero tendeva ad espandersi. Saraceno è un termine utilizzato a partire dal II secolo d.C. sino a tutto il Medioevo per indicare i popoli provenienti dalla Penisola arabica o, per estensione, di religione musulmana.

La presenza araba sulle nostre coste e sua influenza nella cultura del posto

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo: Ancora oggi si possono notare negli usi e nei costumi, come pure nel dialetto di queste popolazioni, che esistono residui di civiltà araba. Per esempio l’uso che hanno i pescatori per la lavorazione delle reti da pesca, che si poteva vedere ancora a Sapri fino a pochi anni fa. La tipica posizione, poggiando tutto il peso del corpo sui talloni dei piedi. Vi sono poi pure, alcuni termini dialettali di origine araba ancora in uso a Sapri: ‘Tumminu’ (tomolo), ‘zerreiare’ (chiudere), ‘cammisa’ (camicia), ‘sceddecare’ (il battere le ali della gallina), ‘catu’ (secchio), ‘alliffato’ (attillato), ‘scimmuzzo’ (tuffo nell’acqua del mare), ecc…(129) Molte delle cause che produssero i ‘villaggi deserti’ del Cilento, vanno ricercate nel rapporto mare-terra-incursioni barbaresche, nelle guerre e per le conseguenze dovute alle pestilenze, alle carestie, al banditismo ed alla ripresa feudale.”. Nel mio studio, nella nota (129) postillavo che: (129) Rohlfs G., Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L.A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996.”Ancora oggi si possono notare negli usi e nei costumi, come pure nel dialetto di queste  popolazioni, che esistono residui di civiltà araba. Per esempio l’uso che hanno i pescatori per la lavorazione delle reti da pesca, che si poteva vedere ancora a Sapri fino a pochi anni fa. La tipica posizione, poggiando tutto il peso del corpo sui talloni dei piedi. Vi sono poi pure, alcuni termini dialettali di origine araba ancora in uso a Sapri: ‘Tumminu’ (tomolo), ‘zerreiare’ (chiudere), ‘cammisa’ (camicia), ‘sceddecare’ (il battere le ali della gallina), ‘catu’ (secchio ), ‘alliffato’ ( attillato), ‘scimmuzzo’ ( tuffo nell’acqua del mare), ecc… (…).

L’influenza araba nel nostro territorio

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (….), sulla scorta di Amari (….), in proposito scriveva che: “Ma se i Musulmani portarono all’Italia meridionale tanto danno e produssero tra la popolazione non meno spavento, è pure innegabile ed incontestabile la loro influenza positiva sulla civiltà delle nostre zone. Ancora oggi, infatti, negli usi e nel linguaggio in modo particolare, esistono tra noi residui di civiltà araba.”. La notevole influenza araba per le popolazioni locali dell’epoca, si può desumere dalla presenza di alcuni usi e termini dialettali. Infatti, ancora oggi si possono notare negli usi e nei costumi, come pure nel dialetto di queste popolazioni, l’esistenza di residui di civiltà araba. Per esempio l’uso che hanno i pescatori per la lavorazione delle reti da pesca, che si poteva vedere ancora a Sapri fino a pochi anni fa. La tipica posizione, poggiando tutto il peso del corpo sui talloni dei piedi. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli torri e borghi della costa Cilentana”, a pp. 28, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Diamo qui di seguito un saggio dei termini arabi ancora in uso nel Cilento: ‘Tumminu’(tomolo), ‘zerreiare(chiudere), ‘cammisa’(camicia), ‘sceddecare’ (il battere le ali della gallina), ‘catu’(secchio), ‘alliffato’( attillato), ‘scimmuzzo( tuffo nell’acqua del mare). Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli torri e borghi della costa Cilentana”, a pp. 28-29-30-31, in proposito scriveva che: “Con il passare del tempo, i Saraceni ebbero tanta influenza tra noi che, nelle zone controllate dalla loro potenza, arrivarono persino a coniare monete, alcune d’oro ed altre d’argento, con la loro impronta; monete che resistettero sul mercato fino alla morte di re Manfredi. Gli stessi re normanni si servirono di codeste monete, lasciando da una parte il nome del re e dell’altra motti arabici (2). Vero è che la loro opera di razzia fu richiesta, talvolta, dagli stessi governanti, come si verificò quando la romana Napoli li chiamò contro i Longobardi al tempo di Sicardo, principe di Benevento (3). La minaccia dei barbareschi aveva posto le popolazioni delle nostre contrade cilentane sotto il continuo incubo, ragion per cui esse avvertirono il bisogno di difendersi per mezzo di fortificazioni. “Sorsero così – scrive il Cilento – torri e castelli, quei castelli medievali che la trasfigurazione romantica innalzò a lieto ritrovo di cavalieri e di trovatori, ma che nella miseria di questi tempi furono soltanto nude e grigie fortezze, triste rifugio di rozzi uomini armati”. Ma se i musulmani portarono all’Italia meridionale tanto danno e produssero tra la popolazione non meno spavento, è pure innegabile ed incontestabile la loro influenza positiva sulla civiltà delle nostre zone. Ancora oggi, infatti, negli usi e nel linguaggio in modo particolare, esistono tra noi residui di civiltà araba (4). D’apprincipio, la loro era stata una difesa affidata all’iniziativa privata, e perciò stesso approssimativa; ma con l’avvento dei Longobardi, dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini, degli Aragonesi e degli Spagnoli, nel territorio da essi conquistato, si portò avanti un organico e ben definito piano di protezione contro il pericolo dei predoni. I Saraceni avevano visitato più volte la costa del Cilento. Essi infatti, occupata la Sicilia dall’anno 827 all’anno 853, si erano spostati gradatamente sulla terra ferma, costituendo un pericolo costante, specie per le città poste sul mare (6). Perciò Amalfi, Napoli, Gaeta e Sorrento, allo scopo di stabilire una massiccia opposizione ai continui attacchi e alle frequenti razzie dei barbareschi, avevano stretto una Lega tra di loro. Fu proprio in forza di questa alleanza che i Saraceni poterono essere snidati a Punta Licosa, dove si erano arroccati nell’anno 845 (7). Cacciati di quì (da Licosa) i sacceggiatori ripararono in Agropoli, luogo assai idoneo e per posizione naturale e per strategia. Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a dismisura negli anni, tanto da fare di questo centro una potente roccaforte saracena nell’anno 882 (8). Da Agropoli, i Saraceni, in continuo contatto con i fratelli stazionanti in Sicilia ed in Africa, si studiarono di impadronirsi per sempre del Principato di Salerno e l’occasione venne loro offerta dalle continue discordie esistenti tra i principi Longobardi di Capua, di Salerno e di Benevento. Si mossero così con il piano di occupare ed espugnare i nostri castelli ed in parte riuscirono nel loro intento (9). Nell’anno 909, altri Saraceni si trovano in Agropoli, la gran parte dei quali si era unita al gruppo di Ibraim-ibn-Abmed, provenienti dalla Calabria. I restanti saranno i pochi superstiti assoldati dalla Repubblica napoletana (10). Quando nell’anno 1016, assediarono ancora una volta Salerno, i Saraceni scesero anche ad Agropoli e a Capaccio (11)”. Il Vassalluzzo, a p. 28, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Paruta F., Sicilia illustrata, pp. 155-156. Cilento N., I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X, in “Archivio Storico Napoletano”, n.s. XXXVIII (1958), pp. 109 sgg.”. Il Vassalluzzo, a p. 28, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Pontieri E., Il Principato Longobardo di Salerno – il problema saracenico – in “Rivista di Studi Salernitani”, I, Salerno, 1968, pp. 77-79.”. Il Vassalluzzo, a p. 28, nella sua nota (3) postillava che: “(3) HIRSCH F., – SCHIPA M., La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno – Ristampa con introd. e bibliografia a cuura di Acocella Nicola, Roma, 1968, pagg. 100, 109, e 141.”. Il Vassalluzzo, a p. 28, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Amari M., op. cit., Vol. III, pag. 886 e sgg. Orlando G., Storia di Nocera dè Pagani, vol. I, Napoli, 1884, pag. 311 e sg. Ecc…”. Il Vassalluzzo, a p. 30, nella sua nota (7) postillava che: “(7) HIRSCH F., – SCHIPA M., op. cit., pag. 109. Orlando G., op. cit. pag. 317. Lo storico nocerino parla di un’altra alleanza tra i principi di Capua e di Salerno, i duchi di Gaeta, di Napoli e di Amalfi, con l’aiuto del naviglio dei Greci, alleanza che, nell’anno 914, valse a sconfiggere i Saraceni al Garigliano, loro ordinaria dimora e, adesso, loro ultimo rifugio. Negli anni precedenti i predoni avevano commesso soprusi di ogni genere. Non avevano risparmiati neppure i giovinetti, che essi rapivano come ostaggi. Ecco quanto si trova scritto in Orlando, op. cit., p. 319, citando un documento custodito nell’Archivio Cavense: “Si johanne filio meo,, ecc..ec…”. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Hirsch F. Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, p. 96 e 97; Cilento N., op. cit., p. 184.”. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Ebner P., Agricoltura e pastorizia a Velia e suo entroterra dai tempi più remoti al tramonto della feudalità, in R.S.S., anno 1965, p. 62; Cfr. pure Londolini A., Le Repubbliche del mare, Roma, 1963, p. 131.”. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Amari M., op. cit., vol. I., p. 344.”. Il Vassalluzzo per l’opera di Amari si riferiva a: Michele Amari (…), ‘Storia dei Mussulmani in Sicilia’, vol. I, II edizione, p. 187, mentre il Vassalluzzo, postillava per p. 344, del vol. I, di Amari. Riguardo invece la citazione di Nicola Cilento (…), si ci riferiva all’opera: ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’, p. 184. Sulla scorta del ‘Chronicon Salernitanum’, un antico manoscritto apocrifo (…), che fu pubblicato nel 1600 dal Pratilli (…), sappiamo che a Salerno i Saraceni c’erano stati dall’882 all’885, all’anno 898 (si veda cap. 151, 547 e Amari M., op. cit. (…), vol. I, p. 463 e 464), nell’anno 1001 (si veda Hirsch-Schipa, op. cit., p. 180), mentre il Pertz (…), scrive nell’anno 1016. Anche Pietro Ebner (….), ne parla in ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 20 e s. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, vol. VIII, a p. 56 scriveva che: “ROCCHETTA, casale di ‘Roccagloriosa’. Si vuole surto dalla distruzione di un antico paese, ch’era nelle sue vicinanze, ove a distanza di circa un miglio verso oriente ne mostrano tuttavia i suoi avanzi. Non si può accettare qual nome avesse però avuto il suddetto paese, nè tampoco l’epoca in cui venne a mancare. Se deesi prestar credenza all’Antonini (I), egli dice quando i Saraceni vennero in Lucania tra i luoghi che occuparono furono Rivello, Castelsaraceno, Armento, LA ROCCHETTA, Camerota ed Agropoli; val quanto dice di essere stato esistente nel secolo IX: ma donde mai l’Antonini prese una tale notizia nominando la figlia, e non la madre ?. Egli è certo che Rocchetta surse nel territorio di Roccagloriosa, che ha qualche antichità, e la stessa denominazione di ‘Rocchetta’, indica essere stata posteriormente edificata. Si potrebbe soltanto credere che quelli della Rocca, si seppero così ben chiudere, e difendere, da non fare occupare il loro paese da essi ‘Saraceni’.”. Il Giustiniani a p. 56, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Part. 1 Disc. 8, p. 130. Ed. 1785”. Dunque secondo il barone Giuseppe Antonini (….), e la sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 130 e s. sosteneva che i Saraceni vennero in Lucania, essi “occuparono furono Rivello, Castelsaraceno, Armento, LA ROCCHETTA, Camerota ed Agropoli;”.

Pietro Ebner (….), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a pp. 23-24, parlando del porto di Salerno, in proposito scriveva che: “5. L’allentarsi delle incursioni musulmane nel Mezzogiorno (e particolarmente nelle regioni mancanti di efficienti presidi, come di certo lo stesso territorio in parola) era stato favorito dalla lungimirante politica di uno tra i più grandi principi di Salerno, Gisulfo I, che un destino crudele doveva stroncare proprio quando stava per toccare l’acme della sua ascesa. (50). …….Quel magnifico porto dove convergevano per i loro commerci la Campania marittima, i Longobardi dell’interno e i mercanti delle coste pontificie, del Jonio (specie Taranto) e i più intraprendenti di quell’indefinibile territorio tra l’Alento e la Calabria bizantina; ma dove attaccavano anche le svelte sagene dei Greci di Calabria e di Sicilia nonché le navi dei Musulmani della tunisina bianca ‘Al-Mahdhìyah (dall’immenso porto capace di settecento galee), della splendida Palermo dei numerosi minareti o di Cefalù dal falcato porto. Vi trafficavano principalmente, perché privi di sufficiente retroterra, gli Amalfitani, malgrado i mutevoli rapporti politici determinati dall’ansia di appropriarsi dei rispettivi ricchi mercati, da cui il ripetersi di scontri, dei quali è viva l’eco nei cronisti del tempo. Frequenti, perciò, gli abordaggi dei pirati, immancabili con i Musulmani (53) dell’impero fatimita (54), che con quelli delle Baleari e di Spagna avevano ricostruiti, accrescendoli, gli antichi strategici possedimenti fenici, trasformando l’antico Mediterraneo greco e romano in mare arabo. E nel mondo islamico Salerno, forse più Amalfi, era nota prima dell’841, quando i Saraceni, “pestis agarena”, impresero a correre il Mezzogiorno d’Italia per trarre schiavi, donne e bottino. Annidatisi al Garigliano e ad Agropoli (55), ne partivano per frequenti razzie nei dintorni, lasciando poi tracce del loro passaggio e della loro permanenza in viventi toponimi (Novi: l’arabo bizantino ‘Gelbison’; Agropoli: ‘campo saraceno’)(56) e in non poche parole del loro vocabolario. Ma, se ovunque, a difesa, sorsero castelli e “grigie fortezze, triste rifugio di rozzi uomini armati”, bisogna pur riconoscere che agli Arabi va il merito di aver fatto apprendere l’uso dei numeri, l’utilissimo calcolo aritmetico arabo-indiano per la registrazione delle attività commerciali, e della conoscenza a Salerno delle opere mediche e di Aristotele e Tolomeo che solo alla fine del Medioevo gli studiosi europei, specialmente gli Italiani, riscoprivano negli originali. E’ notizia che svolsero traffici persino in mare aperto (57), prima che Salerno e Amalfi riuscissero a inserirsi in quello straordinario movimento di affari che portò a reciproci privilegi nei diversi scali, occultamente sollecitati dalla genialità commerciale e dall’intraprendenza del mondo ebraico che continuò a prosperare malgado soprusi o violenze, tollerati o subìte. L’iperattività del giovane sovrano di Salerno, le multiformi sue capacità avevano destato non poco interesse negli stessi ambienti e mercati musulmani, dai quali l'”opulenta Salerno” dei follari di Gisulfo I acquistava merce pregiate per la stessa Bisanzio, specialmente dalla Sicilia più bizantina e che appunto in quel tempo (a. 948) era diventata emirato indipendente ed ereditario. Ricche e varie le mercanzie che affluivano alla “platea mercimonium” nei pressi di Porta Elino, il mercato da cui la “Fiera” che tuttora si svolge “infra mensem septembris sub titulo Beati Matthei Apostoli patrocinio” (58)”. Ebner, a p. 23, nella nota (50) postillava: “(50) “Salerno” 1968, fasc. I-2, p. 18 sgg.”. Ebner, a p. 23, nella nota (53) postillava: “(53) Muslim = totalmente sottomessi”. Ebner, a p. 23, nella nota (54) postillava: “(54) Al-Màdhi, fondatore della dinastia, imperava su tutta l’Africa settentrionale.”. Ebner, a p. 24, nella nota (55) postillava: “(55) V. Cilento, cit., p. 148 sgg., p. 163, p. 175 sgg. e p. I. Per il Cilento passarono i trentamila africani di Abd-Allah nell’871 “crudeliter dilaniabant”, dice Erchemperto, Historia, 51, p. 257, ad an. 879, risalendo la Calabria verso Salerno. Nell’882 una nuova lega campana, promossa dal papa, li costrinse dopo essersi fermati a punta Licosa (“Licosa latitabant”, dice G. Diacono), a trincerarsi ad Agropoli (“saraceni agropolitani”) dove fondarono una colonia permanente “deinde per iuga montium degebat, omniaque demoliebantur”, ricorda il ‘Chronicon salernitanum’. “. Ebner, a p. 24, nella nota (56) postillava: “(56) Mandelli, cit., f. 100: “Dell’habitazione de’ Saraceni in Agropoli, ne rimane perpetua memoria non pure presso de’ Scrittori, ma anco de’ Cittadini, poi che nel piano sotto la terra, vi si veggono vestigia di molte habitazioni et il campo saracino vien detto anco oggigiorno; segno evidente, che non essendo capace il recinto del piccolo colle di tanta moltitudine gran parte habitasse nel piano, fortificandovisi all’uso militare”.”. Ebner, a p. 24, nella nota (57) postillava: “(57) A. Pertusi, “Settim. di studio del centro ital. di studi sull’alto medioevo”, Spoleto, 18-23 aprile 1963. Per quanto attiene a problemi oggetto di queste ricerche e discussi nelle “Settimane” anzidette, v. RSS 1967 e 1968-1969.”.

Matteo Mazziotti (….), nel suo “La  baronia del Cilento”, a p. 29 parlando del casale di “Agropoli”, in proposito scriveva che: “II. Uno degli avvenimenti più conosciuti della storia di Agropoli è l’occupazione della città da parte dei Saraceni. Costoro, passati dall’Africa in Sicilia nell’anno 810, s’erano dipoi imparoniti di Taranto e da là facevano continue scorrerie sulla costa dell’Ionio e del Tirreno. Etc…”.

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(Fig….) L’Italia annessa al Codice greco Vaticano Urbinate greco 83 – particolare delle nostre coste e dei toponimi citati

Bizantini, il ducato longobardo di Benevento ed i Saraceni

E’ ipotizzabile che nel X sec. questo territorio appartenesse al castaldato longobardo della Lucania occidentale detto “Bricia”.  Sulla metà del IX secolo – quando il ducato di Benevento è diviso in due parti, e sorge, autonomo, il Principato di Salerno – la zona maritima della della bassa Italia e molti centri restarono sotto l’egida dell’Impero Bizantino, mentre l’interno fu dominato e controllato dai Longobardi, meno che l’estrema penisola della Calabria di oggi (l’antico Bruzio) che restarono bizantini. In un primo momento troviamo Policastro che appartiene al ducato di Benevento (Radelchi) e si delimita il nuovo Principato di Salerno mediante l’indicazione dei Castaldati che giacevano ai confini del nuovo Principato. Infatti Policastro, dall’839 al 1076, fu assegnato al Principe Siginulfo. Pertanto ancora dubbio è il confine con il territorio bizantino. Dobbiamo tener presente che queste terre sono ancora confinanti con la Calabria occidentale – che a quell’epoca appartennero all’Impero di Bisanzio – pertanto, volendo accreditare l’ipotesi secondo cui il fiume Alento fu il confine tra il Castaldato di Lucania e quello di Laino ( in Calabria), dobbiamo ritenere che questo territorio – anche in epoca più tarda – cioè quando i Longobardi si impossessarono dell’intera Italia Meridionale – non doveva essere controllato direttamente dai Longobardi. Il loro dominio durò oltre cinque secoli, ed a testimonianza della loro presenza, vi sono alcuni toponimi dialettali il cui etimo è chiaramente di derivazione longobarda. Nel 1959, lo studioso Nicola Cilento (…) pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’, dove diceva esattamente ciò che scrisse poi il Vassalluzzo, ma riferendosi ai secoli IX e X, epoca in cui le nostre terre erano in parte controllate dai Bizantini e per buona parte controllate dai Longobardi. I Longobari, furono i principali protagonisti. Il Cilento (…), a p. 109, così descriveva le nostre terre a quel tempo: “Accostati in un’assurda coesistenza troviamo stati indigeni autonomi e dominazioni longobarde bizantine musulmane: nell’interno i principati longobardi di Benevento Salerno e Capua; sulle coste tirreniche i ducati autonomi di Napoli Amalfi Gaeta e Sorrento; nell’estreme punte della penisola i due temi bizantini di Calabria e di Puglia; nella Sicilia i musulmani. Si tratta dunque di una carta politica assai frammentaria, ma al tempo stesso assai ricca di vitalità storica per il contrasto delle differenti e composite civiltà. I bizantini, da lor parte, sia attraverso la tutela che esercitavano sui ducati autonomi costieri, sia attraverso i domini diretti in Puglia e in Calabria, non avevano rinunziato alla loro presenza in Italia. Infine una nuova forza storica si era inserita nel Mediterraneo rompendone il preesistente equilibrio: sulle sue coste e nele grandi isole gli arabi avevano creato un vasto impero. Essi però nella prima metà del secolo ottavo avevano dovuto segnare il passo nel loro impeto di conquista a Pointiers e sotto le mura di Costantinopoli. Tale il teatro politico nell’Italia meridionale e del mondo che la circondava.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, ecc..’, parlando dei ruderi del ‘Kastrum’ di Castrocucco, nell’antica Lucania, a p. 245, in proposito scriveva che: “Iniziata da Leone, il Filosofo, fu proseguita dai suoi successori, che sottomisero al basileus la Calabria fino a Taranto e la Lucania orientale fino al Sinni e al Bradano, anzi il generale Niceforo Foca aveva sottomesso, anche se per poco, i Longobardi del Beneventano (6). Fu nel Golfo di Policastro, fra frange incerte del Thema di Calabria ed i particolarismi longobardi campani, che si ebbe la sostituzione dei gastaldi coi tumarchi o, più spesso, la tacita convivenza fra loro con l’applicazione d’un diritto misto (7).”. Il Campagna, a p. 246, nella sua nota (6), postillava che: “(6) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia Meridionale, op. cit.; J. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, Paris, 1904”. Il Campagna, a p. 246, nella sua nota (7), postillava che: “(7) J. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, Paris, 1904, op. cit.; L. Bréhier, Le Mond Byzantin, les Institution de l’Empire byzantin, Paris, 1949.”. Ricordiamo tutte le notizie che abbiamo intorno al VI secolo e la nascita di alcuni enclavi cattolici, come Paestum, Velia e Buxentum. Come andrebbero ulteriormente indagate le origini delle incursioni barbaresche o saracene sulle nostre plaghe e la notizia secondo cui i bizantini, nel VIII secolo, si mossero contro le armate franche di Carlo Magno che invece cercava di conquistare il Regno longobardo in Italia.

Nel IX secolo, le frequenti incursioni sulle nostre coste di Arabi, i Longobardi di Benevento e del Principato di Salerno

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Vi furono degli inutili tentativi di riconquista, nel 963 e 1038, da parte imperiale. Nel 902, anno della caduta di Taormina (83), lo stratego di Sicilia (Bisanzio non voleva rassegnarsi alla perdita dell’isola) risiede a Reggio, ma nel 918 viene già menzionato uno “strategos” di “Calabria”, segno evidente che il “thema” di Sicilia era, di nome, rappresentato dal “ducato” di Calabria, promosso, per l’occasione, a “thema” (84). Nel 965 cadde Rametta, ultima importante testa di ponte del Cristianesimo isolano (85).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (83), postillava che: “(83) A. Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, a c. di C.A. Nallino, I-III, Catania, 1933-1939; F. Gabrieli, Arabi e Bizantini nel Mediterraneo Centrale, in “Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Arch. Muratoriano”, 76 (1964).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (84), postillava che: “(84) A. Pertusi, Il “thema” di Calabria, etc…, in “Calabria bizantina”, Reggio C., 1974″. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (85), postillava che: “(85) L’episodio è tristemente ricordato da S. Nilo nel Codice Cript. ……, XX (395).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 78, in proposito scriveva che: “Con l’avvento a Costantinopoli della dinastia macedone (Basilio I, 867-886), avvenne una ristrutturazione del potere bizantino nel nostro Mezzogiorno, soprattutto in Calabria, dopo la perdita della Sicilia (92).”. Il Campagna, a p. 78, nella nota (92) postillava: “(92) Dopo il 902, il metropolita di Reggio sarebbe stato anche arcivescovo di Trinacria, formalmente, o per la protezione dei nuclei cristiani dell’Isola, non sottoposti ai Saraceni. G. Lancia Di Brolo, Storia della Chiesa in Sicilia, Palermo, 1880. Il Campagna, a p. 78, nella nota (93) postillava: “(93) M. Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, II, Catania, 1955”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno. Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Siconolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e Sicilia; Siconolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Alla divisione del territorio, 849, tra Radelchi e Siconolfo era presente Ludovico II, re dei Franchi, (88). La spartizione a Sud, toccava il Golfo di Policastro, seguendo una linea, Est-Ovest, che da monte Mula scendeva per la cima di “Donna Salerno” di Majerà, fino a toccare “Monte Salerno” di Cirella, sul Tirreno. Nella spartizione, a Radelchi toccò il Principato di Benevento, a Siconolfo, quello di Salerno (89). Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90). Già nell’831, con l’avvenuta conquista del porto di Palermo, venivano ad essere facilitate le incursioni sulle coste del continente. A nulla valsero l’impegno di Ludovico II, lo sforzo di papa Giovanni VIII per la realizzazione di una lega antisaracena: le coste, soprattutto, venivano flagellate ad ondate da incursioni islamiche, ora di Sicilia, ora d’africa, avvantaggiate dagli stanziamenti fortificati, installati sullo stesso continente (91).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (86), postillava che: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza Saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse in ricordo, venera “Santo Foca”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (87), postillava che: “(87) parla di una località nei pressi di Praja, detta ‘Saracinello’ e cita anche il testo di Lomonaco”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Fin dal tempo di Carlo Magno, il ducato longobardo di Benevento godeva di una semi-autonomia, con impegno (formale) di sudditanza all’impero Carolingio. M. Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, Idem, Storia del Principato Longobardo di Salerno, in Arch. Stor. Prov. Napoli, XII, 1887.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Siconolfo, coniò moneta a Salerno, senza indicazione di data. Suo è il solidus, da collocare intorno all’849; ha nel “diritto” il busto del principe, nel rovescio la croce.”. Dunque, secondo il Campagna (…), che scriveva sulla scorta del Pochettino (…), sempre nella metà dell’800, i Saraceni, “Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi”, “ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Sappiamo come è importante la Toponomastica dei luoghi, dove ancora permangono oscuri significati ed in proposito faccio notare che nei pressi di Villammare, di cui mi sono occupato per la presenza di Torre Petrosa o della Petrosa, in contrada “Carbone“, vi è una località denominata sulle carte “Piano delle Donne” o “delle Piane”. Dunque, Orazio Campagna, sulla scorta di Pochettino (…) e di Michelangelo Schipa (…), afferma che nella metà dell’800 (IX secolo), le nostre terre, diventarono teatro delle peggiori sciagure dovute alla presenza di popolazioni bulgare, e soprattutto musulmane. Nuclei di popolazioni Saracene, si erano stanziati ad Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86)”. Infatti, il Campagna, cita il generale Niceforo Foca e nella sua nota (86), postillava in proposito che: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza Saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse in ricordo, venera “Santo Foca”. Dunque, il Campagna, sulla scorta di Michele Amari (…), riteneva che dopo l’anno 831, in cui fu conquistato dagli Arabi, il porto di Palermo le coste, soprattutto, venivano flagellate ad ondate da incursioni islamiche, ora di Sicilia, ora d’africa, avvantaggiate dagli stanziamenti fortificati, installati sullo stesso continente (91).”. Il Campagna, sempre a p. 77, aveva già scritto che “già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86).”, ovvero, il Campagna, scriveva che verso la metà dell’800, ad Agropoli, era sorto uno stanziamento fortificato di Saraceni, diventato forse un piccolo emirato. Infatti, il Campagna, sulla scorta del Pochettino (…), nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Dunque, secondo il Campagna ed il Pochettino, l’antica città di Bussento, fu distrutta dai Saraceni nell’anno 850-851.

Nell’823 d. C., “Aliprando del Bussentio” divenne abate dell’Abbazia benedettina di San Benedetto di Salerno (notizia tratta dal Chronicon Cavense)

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di un egumeno chiamato Aliprando che nel secolo IX, passava alla Badia di Cava dè Tirreni. Interessante è la citazione di Gaetani (…), che, sulla scorta dell’Annalista Salernitano, scrive che nel IX secolo, e precisamente nell’anno 823 d.C., vi era un certo ‘Aliprando’ (che crede essere un Longobardo), passasse alla Badia di Cava. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, riguardo i cenobi basiliani nelle nostre terre, ai tempi delle frequenti e devastanti incursioni Saracene, nell’VIII e IX secolo, a p. 22, parlando della chiesa Bussentina e della città di Bussento, scriveva che: “…, ne deploriamo la distruzione tra il secolo VII e il X per l’ira dei Saraceni, di cui le nostre spiagge furono compassionevoli teatri. Si sa che quei barbari si avanzarono fino a Ostia, che distrussero tra le altre le celebri chiese di Pozzuoli e di Miseno con tanta irreparabile rovina, che la seconda più non risorse, e la prima raccolse appena le sue monumentali reliquie in quella parte del territorio della città, che una volta ne fu semplicemente cittadella; lo squallore si sparse pure sulla vecchia Cuma, la quale, divenuta orribile covo saracinesco finì per non mai più risorgere. Gli stessi gemiti potremmo emettere sulle Chiese littorali fra il Sele ed il Bussento, e la medesima scena è d’uopo ci rappresentiamo nell’VIII o nel IX o nel X secolo della Chiesa Bussentina. Aggiungiamo solamente che l’annalista salernitano parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato dall’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (…), nel suo libretto introvabile, a p. 29, aggiungeva che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. L’incursione araba ebbe echi e costernazione in queste terre tanto da essere citata nella Vita di S. Saba di Collesano e dei monaci bizantini che vivevano nel Mercurion.

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(Figg….) Rocco Gaetani (…), pp. 22-25

Il Gaetani (…), a p. 25, parlando della Diocesi di Buxentum al tempo del IX secolo, scriveva che secondo il cronista detto “Annalista Salernitano”: “….parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato all’Abbadia di Salerno;..”, ovvero scriveva che il monaco benedettino “Aliprando de Bussentio”, nell’anno ‘823, “fu sollevato all’Abbazia di Salerno”, ovvero fu eletto abate all’Abbadia di Salerno. Il Gaetani, sulla scorta del passo contenuto nel ‘Chronicon Cavense’, un ‘Chronicon’ scritto ed attribuito all’‘Annalista Salernitano’ citava il monaco ‘Aliprando di Bussento’ o ‘Buxento’ che al tempo di Papa Pasquale I°, fu nominato Abate dell’Abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno. Dunque, il Gaetani si riferiva all’abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno, ormai scomparsa. Il sacerdote Rocco Gaetani nel suo libretto introvabile, a p. 29, riguardo questo “nobile cenobita” (Aliprando de Bussentio) aggiungeva pure che: “Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. Dunque, in questo passaggio, il Gaetani dice che questo “Aliprando” fosse un monaco longobardo proveniente da un cenobio basiliano del Bussento, il quale, nel IX secolo diventava Abate dell’Abbazia di Salerno. Anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), parlando di S. Marina dice a p. 32, scriveva che: “Un altro convento, fondato pure ai tempi di S. Francesco, fu quello di S. Marina, con annessa chiesa dedicata a S. Maria della Croce, che ancora esiste. Questo paese, sede del comune di cui fa parte Policastro, sorse verso il secolo VIII ed ebbe origine da alcune famiglie scampate dalla persecuzione iconoclasta durante la dominazione dei Greci, sotto gli imperatori Leone Isaurico e Costantino Capronimo (726-843).”. Il Cataldo, a p. 34, parlando dei Conventi francescani, scriveva che: “Da Policastro uscì un monaco benedettino nel ‘824, di nome ALEPRANDO DE BUXENTIO, che fu Abate nel Convento di Salerno.”. Dunque, anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), sulla scorta del Gaetani citava questo ‘ALEPRANDO’ e scriveva che egli uscì da Policastro quale monaco benedettino nell’anno ‘824 e diventò abate di un Convento di Salerno senza specificare quale fosse questo “Convento”. Dunque, il Cataldo, sulla scorta del Gaetani scriveva che questo “ALEPRANDO DE BUXENTIO” fosse un “monaco benedettino” che, nell’anno ‘824 fosse uscito da un qualche convento di Policastro. Cerchiamo di capire ora la provenienza della notizia dataci dal sacerdote Rocco Gaetani. Il Gaetani (…), a p. 25, parlando della Diocesi di Bussento scriveva che al tempo del IX secolo, secondo il cronista detto “Annalista Salernitano”: “….parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato all’Abbadia di Salerno;..”, ovvero scriveva che il monaco benedettino “Aliprando de Bussentio”, nell’anno ‘823, “fu sollevato all’Abbazia di Salerno”, ovvero fu eletto abate all’Abbadia di Salerno. Il Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che è citato nell’‘Annalista Salernitano’. Chi è l’”Annalista Salernitano” ?. A quale autore si riferiva il Gaetani dandoci l’interessante notizia.

La notizia di ‘Aleprand de Busentio’ tratta dal Chronicon Cavense o Annalista Salernitano

Il sacerdote Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, pubblicato nel 1852,  a p. 35, del suo vol. I, che, riguardo il monastero o cenobio basiliano, in seguito diventata abbazia benedettina, di S. Benedetto a Salerno, nella sua nota (2) di p. 35, vol. I, postillava che: “(2) Le memorie relative alla fondazione ed alle vicende del detto monastero si trovano raccolte in un opera di cui si leggono in fronte queste parole: “Collectum per Petrum de Salernum Cancellarium, et Girbertum Archivarium sub. P. Abbate”. Il Pratillo la distingue col nome di cronaca cavense ma il Padre De Meo, riflettendo che quasi tutta l’opera fu combinata in esso Monastero di Salerno, pretende doversi allo scrittore della medesima darsi piuttosto la caratteristica di Annalista Salernitano.”. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’Francesco Maria Pratilli (Santa Maria Capua Vetere, 10 ottobre 1689 – Napoli, 30 novembre 1763) è stato un prete, archeologo e antiquario italiano, membro dell’Accademia Ercolanese, noto per il suo lavoro di realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Paul Fredolin Kehr (…), nel suo ‘Regesta Pontificum Romanorum, Italia Pontificia, vol. VIII, Regnum Normannorum- Campania’, pubblicato nel 1935, a p. 364, del suo vol. VIII, in proposito al Monastero di S. Benedetto di Salerno scriveva che: De primis eius temporibus nihil nisi notitia quaedam exstant in Chronico Cavensi a F.M. Pratilli impudentissime conficto (ed. Pellegrini Hist. principum Langobardorum IV 386 sq.). Sed non solum, quae ibi de privilegiis Leonis III, Gregorii IV, Leonis ecc…”. Scrive sempre il Kehr (…) che: “Chronico Casinensi uberiores notitias legimus de monasterio s. Benededicto Salernitano, quod iam olim cum Casinensi coenobio coniunctum fuisse fuisse videtur; narrat enim Waimarium principem Basilio exabbati ecc..”. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Kopke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il ‘Chronicon Cavense’, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolph Kopke. La fabbricazione del ‘Chronicon Cavense’ è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’“forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. Si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Dunque il Kehr (…), scriveva che ricche informazioni sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, provengono anche dall’altro ‘Chronicon’, detto “Chronicon Cavensis”E’ un’opera spuria che alcuni ritengono costruita dal Pratilli (…). Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Fredolin Kehr (….) scriveva che le prime notizie in assoluto che arrivano per il Monastero di S. Benedetto si possono estrapolare da un antico Chronicon pubblicato dal Pratilli e poi in seguito ripubblicato dal Pellegrino nel 1710. Si tratta del “Chronicon Cavensis”, di cui ho già detto, in quanto questo è proprio il ‘Chronicon’, citato dal Gaetani (…), quando riporta la notizia di ‘Aleprand de Busentio’. Questo ‘Chronicon’ apocrifo, è detto dall’Antonini (…) e dal Di Meo (…) “Annalista Salernitano”. La notizia di un ‘Aliprando de Bussentio’, nell’anno 825, citata dal Gaetani (…), trova conferma nel testo del ‘Chronicon Cavense’, pubblicato dal monaco Francesco Maria Pratilli (…). Francesco Maria Pratilli (…), nella suo ‘Historia principum Langobardorum’, che contiene: “Chronicon Cavense ineditum cum notes Francesco Maria Pratilli, p. 381.”a p. 390, scrive che: “A. 823. Leutarius Lugduici coronatur Augustus a Papa Pascali. Landulphus Gastaldus fit Comes, & Sicopoles estruitur pro sui comitatus custodia (3). A. 825. Moritur Pascalis (4). Et paulo postea obiit Adulphus Prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Busentio (5).”. Il Pratilli (…), a p. 390, vol. IV, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Erchemp. n. 9. to. I huius operis, & to. 2., ubi de hoc ‘Landulfo plurima’.”. Il Pratilli (…), a p. 390, vol. IV, nella sua nota (4), postillava che: “(4) A. potius 824. ut Pagius, aliique evincunt.”. Il Pratilli (…), a p. 390, vol. IV, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’”.

Pratilli, p. 390

(Fig…) Camillo Pellegrino (….), vol. IV, p. 390 dove pubblica Pratilli F.M., ‘Historia Longobardorum etc.’, dove si cita un “Aleprand de Busentio”.

Dunque, la frase dell’“Annalista Salernitano”, probabile autore apocifo del “Chronicon Cavense”, dove scriveva che: A. 825. Moritur Pascalis (4). Et paulo postea obiit Adulphus prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Busentio (5).”, che riportava la notizia di un “Aliprand de Busentio”, (pare) sulla scorta di Erchemperto (….), tradotto è: “A. 825. Pascale muore. E poco dopo morì il preposto Adulphus, il quale fu sostituito da Aleprand de Busentio (5)”. Dunque, secondo il chronicon dell”Annalista Salernitano (Cronicon Cavense), nell’anno ‘825 moriva papa Pasquale I. Poco dopo la morte di papa Pasquale I morì pure Adolfo, preposto dell’abbazia di S. Benedetto di Salerno, “al quale fu sostituito Aleprand de Busentio (5).”, ovvero che, al posto di Adolfo subentrò Aliprando di Bussento. Il Pratilli scriveva anno 825 (che era morto papa Pasquale I) e aggiungeva “subito dopo ecc..ecc..”. Come è stato già detto, questo monaco chiamato “Aliprando” secondo il “Chronicon Cavense” scritto ed attribuito al cronista ‘Annalista Salernitano’, si riporta la notizia che, riferendosi a dopo l’anno ‘825 “Et paulo postea obiit Adulphus prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Busentio (5).”, ovvero che il preposto Adolfo fu sostituito da Aliprando di Bussento. A quale abbazia di cui era abate Adolfo si riferiva l’Annalista Salernitano ? In quale abbazia l’Aliprando andò a sostituire alla sua morte l’abate ‘Adulphus’ ?. Di sicuro si tratta di un’antica abbazia di Salerno, forse un’abbazia benedettina di Salerno. Forse si tratta e ci si riferiva all’abbazia di S. Benedetto di Salerno ormai scomparsa. Mi chiedo se questo ‘Aleprando de Busentio’ o Aliprando era un vescovo o un egumeno dell’allora cenobio basiliano, poi diventato il monastero benedettino di San Benedetto a Salerno, di cui non si conosce l’esatta data di fondazione ?. Riguardo l’“Aliprando de Busentio”, segnalo che il Muratori (…), nel suo ‘Rerum scriptores etc…’, a p. 1128, nell’Indice dei nomi, indica un “Elipandi Toletani Episcopi barensio”. Come scriveva il Balducci, Andrea Sinno scriveva sulla scorta di Alessandro Di Meo (….) che, nel suo ‘Annali, critico diplomatici nel Regno di Napoli’, Tomo III, a p. 327, cita l’episodio citato dal Gaetani (…) ed in proposito scriveva che: “Nell’Annalista Salernitano, dopo i fatti dell’823.,  si legge: ‘An. 825. moritur Paschalis….Et paulo post obiit Adulphus Praepositus’ (di S. Bendetto di Salerno), ‘cui supstitutus est Aleprand de Busentio; e poi segue l’anno 827. Credo certo, che il Trascrittore lesse 825. per 824. Il Pratillo interpreta ‘Cosenza’ per ‘Busentio’; ma doveva sapere ameno Livio, e da Strabone la famosa Città ‘Busento’ dopo Palinuro nella Lucania, che nel 499., e 504. avea Vescovo ‘Rustico’, che nel 592.,  secondo S. Gregorio (Ep. 43., al. 29., Ind. IO.) era Chiesa Vescovile, ma allora Sede vacante; e nel 649. aveva vescovo ‘Sabbazio’.”.

Di Meo, Annali, III, p. 327

(Fig…..) Di Meo Alessandro, ‘Annali, critico diplomatici nel Regno di Napoli’, Tomo III, a p. 327

La notizia citata dal Gaetani, ci viene confermata dal Di Meo (…), il quale, nel suo ‘Annali, critico diplomatici nel Regno di Napoli’, Tomo III, a p. 327, cita l’episodio citato dal Gaetani (…) ed in proposito scriveva che: “Nell’Annalista Salernitano, dopo i fatti dell’823.,  si legge: ‘An. 825. moritur Paschalis….Et paulo post obiit Adulphus Praepositus’ (di S. Bendetto di Salerno), ‘cui supstitutus est Aleprand de Busentio; e poi segue l’anno 827. Ecc…”. Dunque, il Di Meo (…), sulla scorta del chronicon dell’‘Annalista Salernitano‘, in questo breve passaggio riferendosi all’anno di Cristo ‘824, anno in cui muore papa Pasquale I, ci dice che “Adulphus Praepositus (di S. Benedetto di Salerno)” viene sostituito da “Aliprand de Busentio”. Dunque, la notizia dataci dal Gaetani è confermata dal Di Meo (….). Dunque, secondo il chronico dell”Annalista Salernitano’ (che era stato pubblicato dal Pratilli (….), pare che dopo la morte di papa Pasquale I e pure di Adolfo che pure morì subito dopo, questo monaco chiamato “Aleprand de Busentio” lo sostituì alla giuda del monastero di S. Benedetto. Dunque, Adolfo che giudava il Monastero di S. Benedetto, alla sua morte che avvenne subito dopo la morte di papa Pasquale I° venne sostituito da “ALEPRAND DE BUSENTIO (5).”. La frase dell’‘Annalista Salernitano’, pubblicata dal Pratilli (…) e riportata dal Di Meo, si riferisce a dopo i fatti dell’anno 823. In esso si legge:  “An. 825. moritur Paschalis….Et paulo post obiit Adulphus Praepositus’ (di S. Bendetto di Salerno), ‘cui supstitutus est Aleprand de Busentio”. Dopo questa frase, scrive il Di Meo: “dopo segue l’anno 827.”.  Traducendo la frase riportata dal Di Meo (…), che è la stessa trascritta e pubblicata dal Pratilli (…), si legge che Is. 825. Pasqua …. morì poco dopo la morte Adulph Superior (S. Bendetto di Salerno), che è supstitute Aleprand di Busentio“, ovvero che, nell’anno 825, moriva il papa Pasquale I, che morì dopo poco la morte dell’Abate Adolfo (dice il Di Meo: di S. Benedetto di Salerno), che fu “supstitute” da “Aliprand di Busentio”, alla direzione del Monastero o Abbazia. Il Di Meo (….) scriveva che è l'”Aliprando de Bussentio” che sostituirà il defunto ‘Adulfhus’ preposto del papa Pasquale al governo di S. Benedetto di Salerno. Infatti, il Di Meo (…), a p. 327, scriveva “Praepositus (di S. Benedetto di Salerno). Dunque, rileggendo e traducendo correttamente la frase contenuta nel ‘Chronicon’ dell’Annalista Salernitano, nell’anno 825, moriva il papa Pasquale I e pure ‘Adulfhus Prepositus’ (Adolfo), suo preposto alla Badia di S. Benedetto di Salerno, che verrà sostituito da Aliprando de Bussentio. Cerchiamo di capire chi era questo “Adulphus” che alla sua morte fu sostituito dal monaco di Bussento Aliprando e a quale abbazia di Salerno si riferisse l’Annalista Salernitano. In primo luogo l”Annalista Salernitano’ riferendosi agli anni che vanno dall”825, in cui muore papa Pasquale I. Come abbiamo potuto leggere dall’Annalista Salernitano è chiaramente citato questo “Aleprand de Busentio” ma non è chiaro in quale monastero egli divenne Abate dopo la morte dell’abate Adulphus”. Abbiamo pure visto che, trattandosi di un chronicon medioevale che racconta la storia del monastero di S. Benedetto di Salerno, il Di Meo (…) confermava la notizia poi in seguito data dal Gaetani di un “Aliprando de Bussentio”. Ma vediamo ora tra gli autori che ci parlarono dell’antico monastero di S. Benedetto di Salerno vi fossero degli accenni a questi due Abati: ‘Adulphus’ e ‘Aliprando’. Si trattava del monastero ormai da secoli scomparso di S. Benedetto a Salerno ?. Vediamo ora cosa scriveva Antonio Balducci (….), nel suo “L’Abbazia salernitana di S. Benedetto” pubblicata in ‘Rassegna Storica Salernitana’, serie XXIX, anno 1968. Il Balducci parlando delle origini dell’abbazia di S. Benedetto di Salerno, parlando della “3. Serie cronologica degli abbati di S. Benedetto”, a p. 27, dopo aver parlato di un primo Abbate detto Guibaldo per l’anno 794, in proposito scriveva che: “Sempre sulla falsariga del Di Meo (5) Sinno pone all’anno 820 un Adolfo, preposito del nostro monastero, dicendo che a questi venne affidata l’amministrazione dei beni dati all’ospedale di S. Massimo da un tale Adelmo, arciprete di Salerno, del quale Adolfo era zio (6). E’ difficile, per non dire impossibile, accettare questa notizia data dal Pratilli e ripetuta per vera dal Di Meo e dal Sinno, quanto si abbia presente l’inoppugnabile documento del C.D.C. (7) dell’anno 868 in cui si legge ecc…”. Il Balducci (…), a p. 27, nella sua nota (4) postillava che: “(4) A. Sinno, Vicende dei Benedettini….in Salerno, in “Arch. St. Prov. di Salerno”, 1924, fasc. I-II, p. 69.”. Il Balducci (…), a p. 27, nella sua nota (5) postillava che: “(5) A. Di Meo, Annali Crit. Diplom., Napoli, 1797, III, 310, n. 5. “. Il Balducci (…), a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) l. c., p. 65. “. Dunque, il Balducci (….) citava il saggio di Andrea Sinno (….): “Vicende dei Benedettini e di S. Massimo in Salerno”. Il Balducci opina più volte sull’assunto del Sinno affermando che egli scrisse sulla falsariga di Di Meo (….) che pure viene più volte chiamato in causa. Riguardo queste notizie riferite dal Di Meo e confermate dal Sinno, Antonio Balducci (….), nel suo “L’Abbazia salernitana di S. Benedetto” pubblicata in ‘Rassegna Storica Salernitana’, serie XXIX, anno 1968, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: E’ difficile, per non dire impossibile, accettare questa notizia data dal Pratilli e ripetuta per vera dal Di Meo e dal Sinno, quando si abbia presente l’inoppugnabile documento del C.D.C. (7) dell’anno 868 in cui si legge che Guaiferio principe, figlio di Daiferio, dopo aver fondata la chiesa di S. Massimo, ecc…ecc…E’ poi assai dubbia l’affermazione che l’affermazione che l’amministrazione dei beni fosse stata affidata ad un altrimenti sconosciuto Adolfo, preposito di S. Benedetto nell’anno 820.”. Dunque il Balducci non solo negava l’esistenza dei Adelmo, Adolfo e non parla mai di Aliprando di Bussento. Pare che il Balducci abbagliato dal fatto che riteneva false le affermazioni e le notizie conteute nel ‘Chronicon Cavense’ dell”Annalista Salernitano’, non prende proprio in considerazione la notizia di un Aliprando de Busentio. Solo a p. 30, il Balducci continuando il suo racconto sulla cronologia degli Abati di S. Benedetto in proposito scriveva che: “…, ricordiamo che indubbiamente nell’868, a capo del nostro monastero vi era un vero ‘abbate’, sebbene ne ignoriamo il nome, e non un preposito, ciò che indica autonomia ed indipendenza da altro monastero.”. Dunque, il Balducci riconosce che nell’anno 868 vi era un abbate di cui però dice “ne ignoriamo il nome” eppure l”Annalista Salernitano lo dice chiaramente essere ‘Aliprando de Bussentio’. Infatti, se Aliprando diventerà Abate del Monastero di S. Benedetto nell’anno ‘824 o ‘825, alla giovane sua età, significa che nell’anno ‘868 come scrive il Balducci, Aliprando avrebbe retto il Monastero per altri 40 anni. Non mi pare improbabile che questo sia accaduto. Il Balducci, dopo aver detto di questo fantomatico abbate nell’anno ‘868 salta poi agli anni 941-954 a p. 31. Il Sinno (….), sulla scorta del Di Meo non parla di questo monaco ‘Aliprando de Bussentio’ ma parla di “Adulphus”. La figura del “Preposito” (Preposto) “Adulphus” è importante per il collegamento temporale a quella di “Aliprand de Busentio” (così detto nella traduzione del Pratilli (….), dell’Annalista Salernitano. Andrea Sinno (….), sulla scorta del Di Meo (….), a p. 65 (e non p. 69 come scrive il Balducci) parlando dell’Ospedale di S. Massimo, nel suo capitolo: “6. Ospedale di S. Massimo” e, riferendosi all’anno ‘820, in proposito scriveva che: “L’Annalista di Salerno, nell’anno su indicato, ci dice: “Adelmo Arciprete di Salerno edificò in essa Città lo Spedale di S. Massimo vicino al nostro Monastero di S. Benedetto, a cui, per mano del Giudice Rotfredo, donò tutti i suoi beni e ne diede l’amministrazione ad Adolfo Preposito del Monastero di S. Benedetto, ch’era suo zio (1).”. Dunque, viene scritto che secondo il chronicon dell”Annalista Salernitano’, nell’anno ‘820, l’Arciprete di Salerno Adelmo donò tutti i suoi beni allo zio Adolfo che era il “Preposito” del Monastero di S. Benedeto di Salerno. Dunque, il Sinno (….) parlando del Monastero di S. Benedetto scriveva di questo preosito Adolfo che era zio di Adelmo. Il Pratilli (….), a p. 390, nella trascrizione del ‘Chronicon Cavense’ dell”Annalista Salernitano’, nella sua nota (4) postillava che: “(4) A. potius 824. at Pagius, aliique evincunt.” (ma altri inconfutabili) e, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Il Gaetani (…), in proposito scriveva che: “‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato all’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”. Inoltre, il Pratilli, nella sua nota (4) a p. 390, postillava che: “(4) A. potius 824. at Pagius, aliique evincunt.” (ma altri inconfutabili) e, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Dunque, riguardo la notizia del Pratilli di questo ‘Aliprando de Busentio’, a p. 390, vol. IV, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’”. Il Pratilli (….), nella sua nota (5) a quale “Busentio” si riferiva ? Forse si riferiva ad un Aliprando de Busentio’ riferendosi ad un ‘Busentio’ di Cosenza cioè in Provincia di Cosenza ?. Non credo sia probabile si trattasse di un ‘Aliprando’ proveniente da Bussento di Cosenza. A questo interrogativo ci viene incontro lo stesso Di Meo (….) che, continuando il suo racconto, contraddice il Pratilli (…), che aveva pubblicato il ‘Chronicon’ dell'”Annalista Salernitano”, non solo scriveva che: “Credo certo che il Trascrittore lesse 825 a 824.”, ma, riguardo a ciò che aveva scritto il Pratilli (…) aggiungeva pure che: “Il Pratillo, interpreta ‘Cosentia’ per ‘Busentio’, ecc..ecc..”. Il Di Meo (…), aggiunge che: “ma dovea sapere almeno da Livio e, da Strabone, la famosa Città Bussento dopo Palinuro nella Lucania, che nel 499, e 504, avea Vescovo ‘Rustico’ che, nel 592 secondo S. Gregorio (Ep. 43., al. 29., Ind. IO) era Chiesa Vescovile, ma allora Sede vacante; e nel 649 avea Vescovo ‘Sabbazio’.”. Dunque, il Di Meo, contrariamente a quanto credeva il Pratilli, scriveva che l”Aliprand de Busentio‘, citato nel ‘Chronicon’ dell’“Annalista Salernitano”, non fosse Cosenza, come credeva Pratilli, ma si trattasse di Policastro Bussentino, l’antica Buxentum. Dunque, anche il Di Meo (….) opinò sulla nota (5) del Pellegrino (….) che pubblicava il ‘chronicon Cavense’ dell’Annalista Salernitano. Dunque, riguardo l’antico monastero di S. Benedetto di Salerno a cui si riferiva la citazione del Gaetani (….) confermata essere dal Di Meo (….) essere il monastero di S. Benedetto di Salerno (come vedremo). Così il Di Meo, oltre a confermare la notizia citata dal Gaetani di un “Aleprand de Busentio”, ci parla anche della sede vescovile di Policastro Bussentino (all’epoca ‘Buxentum’), e ci dice di alcuni Vescovi presenti nei diversi Concili.

Il Monastero e poi Abbazia di S. Benedetto a Salerno

La chiesa di San Benedetto si trova nell’omonima via San Benedetto a Salerno e faceva parte del monastero benedettino (ora adibito a caserma), ad esso era collegato un imponente acquedotto, le cui tracce più evidenti sono ancora visibili in via Arce e costruito, secondo la leggenda popolare, dal mago salernitano Pietro Barliario in una sola notte e con l’aiuto dei diavoli, da ciò deriva la sua denominazione di “Ponti del Diavolo”. Oggi una parte del monastero ospita il Circolo Unificato di presidio Militare e il Museo Archeologico Provinciale. La prima notizia dell’ esistenza risale all’868, quando vengono citati in un atto giuridico che attribuiva alcune terre al convento. Non si sa chi sia il fondatore: secondo alcuni la chiea era già esistente in epoca paleocristiana, ma appare più verosimile che ad edificarla fosse stato Arechi II o il figlio Grimoaldo III alla fine dell’VIII secolo. L’opera pubblicata dal Pratilli fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Nell’884 il monastero, distrutto dalle scorrerie dei Saraceni, venne ricostruito dall’abate Angelario ed in poco tempo divenne punto di riferimento per il mondo religioso dell’Italia Meridionale. Sull’antico Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Kehr (…), citato pure dai due studiosi Crisci e Campagna (…), a pp. 364 e ssg., ci parla del Monastero  ed in proposito ci dà dei buoni riferimenti bibliografici: “Paesano I 33 sq. 39 sq. 58 sq. II 258 sq.”. Infatti, un altro autore che ci parlò della frase dell’Annalista Salernitano, citato dal Di Meo (…), è stato il sacerdote Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, pubblicato nel 1852,  a p. 35, del suo vol. I, che, riguardo il monastero o cenobio basiliano, in seguito diventata abbazia benedettina, di S. Benedetto a Salerno, nella sua nota (2) di p. 35, vol. I, postillava che: “(2) Le memorie relative alla fondazione ed alle vicende del detto monastero si trovano raccolte in un opera di cui si leggono in fronte queste parole: “Collectum per Petrum de Salernum Cancellarium, et Girbertum Archivarium sub. P. Abbate”. Il Pratillo la distingue col nome di cronaca cavense ma il Padre De Meo, riflettendo che quasi tutta l’opera fu combinata in esso Monastero di Salerno, pretende doversi allo scrittore della medesima darsi piuttosto la caratteristica di Annalista Salernitano.”. Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana’, citato anche dal Crisci e Campagna (…), a p. 33 e sgg. del suo vol. I, ci parla del Monastero di S. Benedetto di Salerno ed in proposito, sulla scorta dell”“Annalista Salernitano”. Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, pubblicato nel 1852,  nel suo vol. I, a pp. 34-35 parlando delle munifiche donazioni che il figlio del fu Tatone o Tettone al tempo di Carlo Magno e di Pipino figlio di Carlo: “…, a fine di soddisfare alla Divina Giustizia per le sue peccata, fè larga donazione di beni alla chiesa di S. Benedetto edificata sotto Benevento, e largì al suddetto sacro cenobio, e per esso a Gisolfo Abbate di Montecassino e successore di Teodemaro (da cui esso Monistero di Salerno dipendeva), campi, prati, servi ed altri averi (1). Resti tuttavia qui a far notare, qual riguardo mostrasse pel sacro stabilimento di cui si parla, il suddetto Sovrano Longobardo. Si è già veduto di sopra, come di lui padre ed antecessore nel principato ornato avesse Salerno ecc… (2).”. Il Paesano (…), a p. 35, nella sua nota (1), postillava che: “(1) E’ tal donazione rapportata dal Gattola, con queste indicazioni: “Actum Benev. Anno IX. Pr. D. Grim. mens. Jan. V. Ind.”. Dunque, il Paesano (…), scriveva che le memorie e le notizie storiche sull’antica Abbazia benedettina di S. Benedetto, si trovano raccolte in un opera apocrifa che il Pratilli (…), chiamava “Chronicon Cavese”, che il Di Meo, giudicava essere più vicina all’“Annalista Salernitano”. I due studiosi Generoso Crisci e Angelo Campagna (…), nella loro ‘Salerno Sacra‘, nel capitolo dedicato ai Monasteri, a p. 387-388-389, ci parlano dell’antico monastero di S. Benedetto di Salerno, a cui si riferiva la citazione dell’“Annalista Salernitano”, che ci parlava di un ‘Aleprando de Busentio’. I due studiosi, a p. 377, in proposito scrivevano che: “S’ignora l’origine di questa celebre abbazia benedettina. Essa ha una parte importante nella storia religiosa e civile di Salerno. Fu centro luminoso di studi ai tempi dei Longobardi e dei Normanni (1). Il Cottineau (2) la dice fondata nel 793, restaurata nel sec. IX da Angelario, abate di Montecassino, alle cui dipendenze sarebbe stata messa da Gisulfo I, Principe di Salerno (946-977). Non sembra da escludersi l’ipotesi che ne sia stato fondatore Arechi II, già tanto benemerito di Salerno per l’erezione di S. Pietro a Corte (758-787). La prima notizia sicura è data dal Codice Diplomatico Cavese (3). Nell’atto costitutivo di S. Massimo dell’868, il fondatore Guaiferio prescrive che in caso di inadempienza, da parte degli eredi del Vescovo, di determinate condizioni “….volo ut veniat in potestate abbatis Sancti Benedicti” (4). E in un istrumento di vendita di terre in Salerno dello stesso anno è ancora ricordato “iuxta plateam a parte superioris monasterii S. Benedecti…” (5). Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari”. L’ipotesi del Di Meo (7), che cioè fino al 931 fosse ‘prepositura’ alle dipendenze di Montecassino e in quest’anno elevata, sotto Guaimario II, ad ‘Abbazia’ indipendente, di cui, secondo il Paesano (8), primo Abbate sarebbe stato un Alfano, patrizio salernitano, non è suffragata da documenti. Pietro Diacono, nel ‘Chronicon Cassinese’ la dice “cella”, e Leone Ostiense “Abbazia” e chiama il superiore “Abate” e non “preposito” (1). Nel 938 è a capo di tutti i monasteri, chiese e celle dipendenti, del Principato di Salerno e delle Calabrie (2). Ecc…ecc..”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (1), postillavano che: “(1) Kehr, 364”. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, nella loro nota (2), postillavano che: “(2) Cottineau, Repertoire topo-bibliographique des Abbayes et prieures, Macon, 1939, v. 2; Di Meo, VIII, 9; Lubin, 352. G. Carucci, S. Gregorio VII, Salerno, 1885, 65, la dice fondata nel 725 dal Longobardo Guibaldo Salernitano divenuto più tardi primo abate e preposto; A. Mazza, 65, ne fa risalire la fondazione all’anno 694 per volere di Cesario Console Patrizio Romano; A. Sinno, in “Archivio Storico per la Provincia di Salerno”, a. I, 1921, fasc. I, 30, nel 974.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (3), postillavano che: “(3) E. Giani, in “Rassegna Storica Salernitana”, 1959, 100, riporta senza citare però alcuna fonte, la seguente notizia: “21 agosto 803 Indolfo, Conte di Potenza, moriva a Salerno e prima di morire donò al Convento di S. Benedetto…il Casale di S. Donato. Nell’813 o 814 Ainolfo si recò a Roma per ottenere dal Papa la conferma del cenobio”.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (4), postillavano che: “(4) C.D.C., I, 79-82. In altro documento dell’882 si legge: “…..in praescripto loco iuxta platea a supra santo benedicto…” C.D.C., I, 110.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (5), postillavano che: “(5) Ind. Perg. Cav., 1, 63.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (6) postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (7), postillavano che: “(7) Di Meo, VIII, 9.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (8), postillavano che: “(8) Paesano, I, 58”. I due studiosi (…), a p. 389, nella loro nota (1), postillavano che: “(1) Chron. Casin., lib. 2, c. 69; ibid., lib. 3, c. 14; Lubin, 352; Codex Taxarum Camer. Apost.”. Dunque, i due studiosi, fanno una buona analisi sulle notizie storiche che riguardano l’antico Monastero di S. Benedetto di Salerno, ma della notizia di un ‘Aliprando de Busentio’, nessuna traccia. Essi ricordano che il Cottineau (…), fissò la sua fondazione nel 793 e non si esclude l’ipotesi che stia stata fondata da Arechi II. La prima notizia sicura è data dal ‘Codice Diplomatico Cavense’, in cui si fa riferimento ad una donazione avvenuta nell’803. Il ‘Chronicon Salernitanum’ riferisce che il monastero o l’Abbazia di S. Benedetto di Salerno, nell’884, fu distrutta dai Saraceni e che nell’886 fu restaurata da Angelario, abate di Montecassino. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, in proposito citavano Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari” e, nella loro nota (6), postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. Tuttavia, sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Kehr (…), citato pure dai due studiosi Crisci e Campagna (…), a pp. 364 e ssg., ci parla del Monastero  ed in proposito ci dà dei buoni riferimenti bibliografici: “Lubin, p. 352. – Lancellotti Hist. Olivet. p. 351 sq. – Gattula Hist. abb. Cassinen. p. 219. – Di Meo Annali VII, 96. VIII 165 et pass. – Paesano I 33 sq. 39 sq. 58 sq. II 258 sq. – Morcaldi una bolla di Urbano II p. 127 sq.”. Ivi riporto di seguito la p. 219 del Gattula (…), dove parla del monastero di S. Bendetto a Salerno:

Gattula, p. 219

(Fig…) Gattula (…), p. 219

Sull’antico Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Di Meo (…), nei suoi ‘Annali etc’, VII, p. 96, ci parla ancora del Monastero di S. Benedetto a Salerno ed in proposito scriveva che: ” 2. Contemporaneamente, come ci va dicendo l’Annalista di Salerno, ‘Pandone Conte di Laurino donò al nostro Monisterio della Cava la corte di S. Elia, e sue pertinenze, un molino nel rivo in Furari, un trapezzo (forse, trappeto) in Rota con suo Oliveto, detto, ecc…Il Pr. Guaiferio (1. Guaimario) assegnò al nostro Monistero, e al B. Alferio nuovi Cenobj, e delle Celle per tutto il principato, cb’ era stati distrutti dà Saraceni. Ma Guaiferio Maione, e Megenolfo, nipoti di detto Principe, occuparono il Monistero di S. Benedetto dentro Salerno per abitarvi, e ‘l Monastero di…..fu tolto dal Principe. Così il tanto famoso Monistero di S. Benedetto, Capo di tanti Monisteri, passò, ma per poco tempo, ad esser Palazzo dè laici. * Da quest’anno in poi, fino al 1085. non vi è alcun dubbio che la Chronaca egregia, additata dal Nostro col nome di ‘Annalista Salernitano’, fu scritta nella SS. Trinità della Cava. Ecc..”.

Cattura

(Fig…..) Carta dell’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626 – particolare della carta 66r con le nostre coste e con indicati i toponimi del nostro litorale ed entroterra, citati in greco.

Le incursioni dei Saraceni ed i numerosi monasteri distrutti

Nicola Cilento (…), nel suo “Italia meridionale longobarda”, a p. 109, così descriveva le nostre terre a quel tempo: “Accostati in un’assurda coesistenza troviamo stati indigeni autonomi e dominazioni longobarde bizantine musulmane: nell’interno i principati longobardi di Benevento Salerno e Capua; sulle coste tirreniche i ducati autonomi di Napoli Amalfi Gaeta e Sorrento; nell’estreme punte della penisola i due temi bizantini di Calabria e di Puglia; nella Sicilia i musulmani. Si tratta dunque di una carta politica assai frammentaria, ma al tempo stesso assai ricca di vitalità storica per il contrasto delle differenti e composite civiltà. I bizantini, da lor parte, sia attraverso la tutela che esercitavano sui ducati autonomi costieri, sia attraverso i domini diretti in Puglia e in Calabria, non avevano rinunziato alla loro presenza in Italia. Infine una nuova forza storica si era inserita nel Mediterraneo rompendone il preesistente equilibrio: sulle sue coste e nele grandi isole gli arabi avevano creato un vasto impero. Essi però nella prima metà del secolo ottavo avevano dovuto segnare il passo nel loro impeto di conquista a Pointiers e sotto lemura di Costantinopoli. Tale il teatro politico nell’Italia meridionale e del mondo che la circondava.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno. Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Siconolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e Sicilia; Siconolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Alla divisione del territorio, 849, tra Radelchi e Siconolfo era presente Ludovico II, re dei Franchi, (88). La spartizione a Sud, toccava il Golfo di Policastro, seguendo una linea, Est-Ovest, che da monte Mula scendeva per la cima di “Donna Salerno” di Majerà, fino a toccare “Monte Salerno” di Cirella, sul Tirreno. Nella spartizione, a Radelchi toccò il Principato di Benevento, a Siconolfo, quello di Salerno (89). Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (87), postillava che: “(87) parla di una località nei pressi di Praja, detta ‘Saracinello’ e cita anche il testo di Lomonaco”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Fin dal tempo di Carlo Magno, il ducato longobardo di Benevento godeva di una semi-autonomia, con impegno (formale) di sudditanza all’impero Carolingio. M. Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, Idem, Storia del Principato Longobardo di Salerno, in Arch. Stor. Prov. Napoli, XII, 1887.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Siconolfo, coniò moneta a Salerno, senza indicazione di data. Suo è il solidus, da collocare intorno all’849; ha nel “diritto” il busto del principe, nel rovescio la croce.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Sappiamo come è importante la Toponomastica dei luoghi, dove ancora permangono oscuri significati ed in proposito faccio notare che nei pressi di Villammare, di cui mi sono occupato per la presenza di Torre Petrosa o della Petrosa, in contrada “Carbone“, vi è una località denominata sulle carte “Piano delle Donne” o “delle Piane”. Il Chronicon Salernitanum’ riferisce che l’Abbazia di S. Benedetto di Salerno, nell’884, fu distrutta dai Saraceni e che nell’886 fu restaurata da Angelario, abate di Montecassino. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo del Cilento’, vol. I, a p. 37, ci parla dei Vescovi nelle nostre terre. Ebner scriveva che: “Se è piuttosto facile risalire all’origine e all’evolversi dei cenobi italo-greci, non altrettanto agevole è definire i periodi storici entro cui ha agito il clero diocesano. I primi documenti pervenutici risalgono all’848; di questi pochissimi riguardano le valli del Tanagro e del Bussento, molti invece i rapporti dei Benedettini cavensi con i cenobi italo-greci da cui ereditarono strutture e pertinenze. Sono proprio le pergamene di Cava che ci aiutano infatti a configurare la gerarchia ecclesiastica della diocesi tra il IX e l’XI secolo adombrata dal prevalere della presenza monastica. Del X secolo abbiamo notizia di soli cinque vescovi (73).”. Ebner (…), nella sua nota (73), a p. 37, vol. I, postillava che: “(73) Diversamente dal Volpi (uno), dall’Ughelli (uno) e dal Gams (nessuno), il Di Meo dice di quattro vescovi e il Kehr di tre. E cioè Paolo nel 932, Giovanni (954-963) che è il vescovo della transazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, Pietro (967) di cui dicono il Mandelli e il Kehr, Pando (977-979) e Lando (989) che permutò terreni per restaurare la cattedrale di Capaccio.”. Avevamo già precedentemente scritto dei Vescovi di Bussento, ma ci pare singolare questo “Pando (977-979)”che Ebner (…), scrive sia un Vescovo che riguarda i restauri per la chiesa di Capaccio. Sappiamo che, in quegli anni, l’Episcopato Bussentino, dipendeva dall’Episcopato di Capaccio, e sappiamo pure che l’opera del cosidetto ‘Annalista Salernitano’, il ‘Chronicon Cavense’, fosse una falsificazione del Pratilli (…). Non sappiamo l’origine bibliografica della citazione di un “Pando”, che fa l’Ebner.

apicella_assaltodeisaraceni

(Fig….) Pagina miniata di un codice che illustra l’assalto dei Saraceni al Castello (Kastron bizantino) di Agropoli.

L’incursione araba ebbe echi e costernazione in queste terre tanto da essere citata nella Vita di S. Saba di Collesano e dei monaci bizantini che vivevano nel Mercurion. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.“. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Il Giustiniani (…), però, non parlava delle incursioni Saracene dell’VIII e IX secolo, che distrussero la già fragile Diocesi di ‘Buxentum’, ma parlava di una cruenta incursione avvenuta nell’anno 915. Tuttavia, dobbiamo pure segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…”. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, parlando dell’Abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno, in proposito citavano Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari”.” e, nella loro nota (6), postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. Nel 1959, lo studioso Nicola Cilento (…), pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’, dove diceva esattamente ciò che scrisse poi il Vassalluzzo, ma riferendosi ai secoli IX e X, epoca in cui le nostre terre erano in parte controllate dai Bizantini e per buona parte controllate dai Longobardi. I Longobardi, furono i principali protagonisti. I due studiosi, dunque, traggono dal ‘Chronicon Salernitanum’, l’interessante notizia della distruzione dei Saraceni che nell’anno 884 e 886, distrussero Salerno e l’Abbazia benedettina di S. Benedetto. Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 122, in proposito scriveva che: “Molti anni passarono prima che i Longobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevan ben delle scorrerie (4) etc…”. Antonini, a pp. 124-125, continuando il suo racconto scriveva che: “Fu la Lucania sotto il dominio de’ Principi di Benevento di razza Longobarda fino all’anno DCCCXVI. specialmente la parte, che riguarda il mar Tirreno. Ricavasi ciò dal ‘Capitolare’ di Sicardo, ove al cap. 13. dando la pace a Giovanni Vescovo eletto di Napoli, ed ad Andrea Maestro de’ soldati, o sia Duce, dice: “Et hoe stetit etc…”. Ma poi, nel DCCCLI. allorchè seguì la famosa divisione di quel Principato; la maggior parte della nostra Regione toccò al Principe di Salerno, siccome si vede nel Capitolare di Radelchi, num. 9. onde falsissimo si manifesta (come in molti altri fatti è chiaro) etc…”. Antonini, continuando ancora il suo racconto sulla Lucania, da pp. 127 a p. 132, in proposito scriveva che: “I Longobardi intanto (per rimetterci in via) tenevano quasi tutta l’Italia, a riserba di quella parte che si è detto, che obbediva agli Imperadori di Oriente (2), quando (3), circa gli anni di Cristo DCCCLXIII. o secondo la più vera opinione, (I) molti anni prima, grandissimo numero di Saraceni (gente che altre volte avendo servito gli Imperadori, si ribellò poi a tempo di Giuliano (2) per difetto di paghe) partito dall’Africa, poco men che tutta la Sicilia oppresse. Da quest’Isola non molto dopo passarono in Calabria, dove con varia fortuna, ora battendo i Greci, ora dai Greci battuti, altri in vari luoghi mediterranei si stabilirono; ed altri verso il mare Interno camminando, quelle terre occuparono, che loro meglio piacquero, o che poterono minor resistenza fare; giacchè dove vi erano Longobardi non era così facile l’espugnazione. Fra’ primi luoghi, che occuparono nella Lucania, furono Rivello, Castel Saraceno, Armento, La Rocchetta, Camerota ed Agropoli. Ma numero maggiore, nel DCCCXIV. ne fece venir dall’Africa, Romano, Imperador di Costantinopoli, per ridurre i Lucani, i Pugliesi ed i Calabresi, che gli negavano l’obbedienza, avendolo per un usurpatore: E sebbene dopo molti contratti riuscito gli fosse il disegno,  venne con tutto ciò di là a non molto tempo quasi ad annientarsi il Greco (I) dominio di quei luoghi. Biondo, nella etc….Fece più insolente questi barbari il favore che loro dava Lotario,  che quant’unque già da Lodovico suo padre fosse stato fin dall’anno DCCCXVII. associato all’Imperio, fu creduto uno dei maggiori nimici che l’Italia avesse avuto. Lo stesso Mabillon. Ann. Bened. lib. 38. non potè astenersi di dirlo: “Ille vero adeo etc….”.   E queste cose facevansi intorno all’anno DCCCXXXVI. Il maggior male che da questa nazione avesse allora l’Italia, fu l’aver mostrata ad altri della loro razza la via di venir a proprio talento; onde questa, onde questa parte di essa fu per anni e secoli Lacerata: ‘Saraceni de Africa in Apulia navigio singulis annis veniebant’, scrive ‘Oderico Vitale’, nel lib. 3, hist. Eccl. Né lo facevano solamente di loro voglia, ma spesso ancora dagli stessi Italiani chiamati, e poi tenuti (2) a proprio soldo, come fece Andrea Duca di Napoli, per servirsene contro Sicardo Principe di Benevento. Leggesi questo in Giovanni Diacono, nei ‘Vescovi di Napoli’ in Giovanni: Pro quibus commotus Andreas Dux, directo Apocrifario, validissimam Saracenorum hostem ascivit’. Nella guerra, ch’ebbe Arechi, o Radelchi Principe di Salerno con Siconolfo, ne fece venir degli altri, e:  ‘Totum non modo Principatum (son parole del Baronio all’anno DCCCXIII.) verum etiam Italiae Regnum dissentione sua, ferro, et igne per annos ferme triginta demoliti sunt’. Siconolfo, per aiutarsi, anch’egli ne chiamò di Spagna, altro considerabil numero, che stragi peggiori nella nostra lucania commisero. Di questi, e de’ danni da essi fatti, fa ‘Erchemperto’ nell’anno DCCCXLVIII. bastante menzione. La stima che gli Italiani di questi barbari facevano, li rese così insolenti, e superbi, che coniavano delle monete col di loro impronto etc…(p. 131). Talvolta non ve n’era alcuna a cagione di quel pagamento, che a loro si faceva, chiamato DACIUM dal ‘Monaco di S. Mercurio’; onde poi sorse venne l’Italiana parola Dazio, e significava presso a’ Saraceni quella contribuzione in denaro, che loro si pagava, per rendere un luogo immune dalle scorrerie, e dai saccheggiamenti;”.

Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I., p. 130 non parla dell’anno 892 ma scrive che l’attacco a Paestum avvenne nella notte del 23 giugno 916. Il Camera, però a p. 130, introduce l’altra notizia che riguardava il ribat di Agropoli, ed i Saraceni, prima della strage del Garigliano:  I quali dopo tante gelosia, congiure, guerre ed esautorazioni scambievoli, rimasi indeboliti, fecero risoluzioni affatto disperate e barbare, con chiamare in soccorso i Saraceni, che non dovevan essere troppo viaggiare per giungere dalle coste dell’Africa o dalla Sicilia (vedi pag. 100). D’altronde, cosa poteva attendersi da quegli Infedeli che non conoscevano alcun vincolo morale…..Sempre avidi di preda e di conquista essi vi vennero assolutamente per rovir tutto: loro riuscendo di approfittarsi della debolezza dei Principi di quel tempo,…..Se si univano coi Salernitani, danneggiavano il territorio di Napoli e di Capua, e se si confederavano coi Napoletani, Benevento e Salerno erano rovinate dalle loro scorrerie: “Agareni omnia denudabunt. Et quando cum Salernitanis pacem inebant, Neapolitanos, Capuanosque graviter affligebant; et quando Neapolitanis pacem debant, urbem Salernitanam, seu Beneventanam hostiliter atterebant” (1).”. Il Camera a p. 130, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Anonymi Salernitani, Chronic., cap. 145.”.

Nel 832, Sicardo, Principe longobardo del Principato di Benevento

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 79, riferendosi alla morte di Sicone, in proposito scriveva che: Gli successe il figlio Sicardo, che, continuando le ostilità contro i territori bizantini, isolati e mancanti di aiuti dall’Oriente, dove l’imperatore Teofilo era costretto a difendersi da Bulgari e Musulmani, costrinse Napoli ad un tributo, occupò i litorali di Stabia e di Torre, depredò la costiera amalfitana e conquistò facilmente Amalfi, dalla quale moltissimi cittadini furono condotti a Salerno: “nell’intento di fare della stessa Amalfi un sobborgo di Salerno”, come dice il Cronista Salernitano (1).”. Il Cantalupo, a p. 77, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Chronicon Saler., cit., p. 73”. Il Cantalupo, a p. 72, nella sua nota (1) postillava che: “(1) U. WESTEMBERGH nella sua edizione critica del ‘Chronicon Salernitanum’ (A critical Edition with Studies on Literary and Historical Soruces and on Language, by Ulla Westembergh, Stockholm, 1956, in Studia Latina Stockholmiensia, III ,pp. 85 sg. ecc..”. Da Wikipedia leggiamo che Sicardo (… – 839) è stato un principe longobardo, principe di Benevento dall’832. Sicardo fu il figlio e successore di Sicone I di Benevento, diventando l’ultimo sovrano del principato beneventano prima che avvenisse la definitiva separazione dal dominio di Salerno. Una breve riunificazione si ebbe solo sotto Pandolfo Testadiferro dal 977 al 981. Durante il suo regno, dapprima esiliò il fratello maggiore Siconolfo a Taranto costringendolo al sacerdozio, poi combatté ripetutamente contro i Saraceni e le città vicine, specialmente contro Sorrento, Napoli e Amalfi, e rappresentò la massima potenza economica e militare di tutta l’Italia meridionale.

Nell’836, il duca di Napoli Andrea chiamò i Saraceni dell’isola di Licosa

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 77-78, in proposito scriveva che: Il duca di Napoli Andrea (834-840), di fronte al pericolo rappresentato dalle rinnovate mire espansionistiche del principato beneventano, che ormai minacciava l’estrema sopravvivenza della sua città, fu costretto, mancandogli la possibilità di ricorrere ai Bizantini d’Oriente o ai Franchi, a chiedere aiuto ai Saraceni di Sicilia: “…..pro quibus commotus Andreas dux, directo apocrifario, validissimam Saracenorum hostem ascivit (3). L’intervento degli Arabi indusse Sicardo alla pace, che venne stipulata con un Capitolare il 4 luglio dell’836 (1). Il testo di questo trattato merita particolare attenzione, in quanto Sicardo, pur riconoscendo ai Napoletani piena libertà di traffici nel territorio longobardo, si premurava di puntualizzare: “…e ciò sia, purchè da ora in poi per qualsivolglia circostanza le vostre navi non si trattengano nelle zone della Lucania o dovunque entro i nostri confini…….Considerato che…ecc…ecc…; poichè l’area costiera della Lucania Occidentale, “in finibus nostris”, che Sicardo intendeva preservare non può essere che quella fra l’Alento e punta Licosa, essendo il restante litorale da Licosa al fiume Solofrone certamente controllato dai Bizantini di Agropoli e dal Solofrone al Sele privo, allora, di approdi confacenti all’ancoraggio di navi, si può concludere, mettendo tutto ciò in relazione con la sicura notizia che gli Arabi erano annidati alla Licosa nell’846 (2), che il presente brano costituisce un’indiretta testimonianza della presenza dei Saraceni alla Licosa già nell’836. Che i Napoletani abbiano potuto favorire un’insediamento di Arabi in questa località si comprende facilmente, ove si consideri che si liberavano da pericolosi vicini pur tenendoli a portata di mano, stanziati su di na terra di frontiera, dove, per di più, fungevano da forza deterrente contro la crescente minaccia longobarda. Napoli riusciva a respirare! ma aveva aperto le porte dell’Italia centro meridionale ai predoni più feroci che avessero fino ad allora solcato i nostri mari e, cosa ben più grave, aveva introdotto e sancito per i Cristiani l’uso di lanciarsi contro l’un l’altro crudeli bande di mercenari saraceni. Dal loro covo legalizzato della Licosa gli Arabi, a loro volta, ebbero tutto l’agio di osservare da vicino l’evolversi degli avvenimenti….”. Il Cantalupo, a p. 77, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Giovanni Diacono, ‘Gesta Episcoporum Neapolitanorum’, in M.G.H., SS. RR. LL. et Ital., cit., c. 57, 431.”.

Nell’836-837 (IX sec. d.C.), la guerra tra Sicardo ed Andrea II, duca di Napoli che chiamò i Saraceni della Licosa

La guerra tuttavia continuò lo stesso e nell’837 si aggiunse il duca Andrea II di Napoli, che per la prima volta chiamò in suo aiuto i Saraceni, dando inizio ad una “tradizione” seguita da molti altri principi cristiani. Nell’838 riuscì inoltre a sottomettere Amalfi attaccandola dal mare, e ne deportò parecchi abitanti a Salerno. Malgrado l’attitudine alla guerra, Sicardo fu anche un alacre patrocinatore di nuove costruzioni. A lui si deve l’edificazione di una nuova chiesa a Benevento, che egli volle valorizzare facendola sede delle reliquie di San Bartolomeo, appositamente trafugate ai Saraceni grazie all’ingaggio di alcuni mercanti amalfitani. Dopo la presa di Amalfi si impossessò anche delle reliquie di Santa Trofimena, riportate di recente alla loro sede originaria da Minori. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 77, riferendosi al principe beneventano e longobardo Sicardo, in proposito scriveva che: Il duca di Napoli Andrea (834-840), di fronte al pericolo rappresentato dalle rinnovate mire espansionistiche del principato beneventano, che ormai minacciava l’estrema sopravvivenza della sua città, fu costretto, mancandogli la possibilità di ricorrere ai Bizantini d’Oriente o ai Franchi, a chiedere aiuto ai Saraceni di Sicilia: “…..pro quibus commotus Andreas dux, directo apocrifario, validissimam Saracenorum hostem ascivit (3). Ecc…”. Il Cantalupo, a p. 77, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Giovanni Diacono, ‘Gesta Episcoporum Neapolitanorum’, in M.G.H., SS. RR. LL. et Ital., cit., c. 57, 431.”. Il testo citato dal Cantalupo, il chronicon di Giovanni Diacono è contenuto e pubblicato nel testo di Monumenta Germanica Hitalicarum. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 78, riferendosi al principe beneventano e longobardo Sicardo, in proposito scriveva che: “…..si può concludere, mettendo tutto ciò in relazione con la sicura notizia che gli Arabi erano annidati alla Licosa nell’846 (2), che il presente brano costituisce un’indiretta testimonianza della presenza dei Saraceni alla Licosa già nell’836. Che i Napoletani abbiano potuto favorire un’insediamento di Arabi in questa località si comprende facilmente, ove si consideri che si liberavano da pericolosi vicini pur tenendoli a portata di mano, stanziati su di na terra di frontiera, dove, per di più, fungevano da forza deterrente contro la crescente minaccia longobarda. Napoli riusciva a respirare! ma aveva aperto le porte dell’Italia centro meridionale ai predoni più feroci che avessero fino ad allora solcato i nostri mari e, cosa ben più grave, aveva introdotto e sancito per i Cristiani l’uso di lanciarsi contro l’un l’altro crudeli bande di mercenari saraceni. Dal loro covo legalizzato della Licosa gli Arabi, a loro volta, ebbero tutto l’agio di osservare da vicino l’evolversi degli avvenimenti….”. Il Cantalupo, nella sua nota (1) si riferiva al “Pactum Sicardi”, citato nel chronicon di Giovanni Diacono (….) e pubblicato  nel testo di Monumenta Germanica Hitalicarum. Il Cantalupo, a p. 78, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi p. 80 ed, ibidem, n. 2.”. Infatti, Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 79-80, in proposito scriveva che: “Nell’836, come abbiamo visto, il duca napoletano Andrea si era servito dei Saraceni per stornare dalle sue terre la minaccia di Sicardo di Benevento, dando ad essi la possibilità di insediarsi a Punta Licosa ed iniziando quei rapporti con gli arabi di Sicilia che avrebbero giovato poi allo sviluppo della potenza marinara di Napoli. L’occasione per porre un durevole stanziamento sulla terraferma fu, però, offerta ai Musulmani dalle lotte civili che scoppiarono all’interno del principato beneventano nell’839, all’indomani dell’uccisione di Sicardo, perito in una congiura promossa dal suo tesoriere Radelchi, che si impadronì del potere. Ecc..”.

Nel 840, i Saraceni in Calabria ed i loro Emirati

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 80, in proposito scriveva che: “…..ne approfitto nell’839 Amalfi per rendersi indipendente dal giogo beneventano, ne approfittarono nell’840 i Saraceni di Sicilia, che, rinforzati da Africani e da Cretesi, corsero saccheggiando le coste dello Ionio e la Puglia, occuparono Taranto, distrussero una flotta veneziana inviata contro di loro dall’imperatore bizantino Teofilo (829-842), penetrarono nell’Adriatico e giunsero fino ad Ancona ed alle isole della Dalmazia. Nello stesso anno altre bande musulmane invasero la Calabria ed occuparono S. Severina, Tropea ed Amantea, che divenne sede di un Emiro. Radelchi, nell’841 assoldò una banda di questi predoni provenienti dalla Libia, condotti dal berbero Hablah ad Halfun, la cui prima impresa fu quella di strappare Bari allo stesso Radelchi. Ecc..”Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu il secolo delle più feroci devastazioni nel sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Tropea, Santa Severina e, a Nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno. Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Sichenolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e di Sicilia; Sichenolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Ecc..“. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (86) postillava che: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse un ricordo, venera “Santo Foca”.

Nel 841, i Saraceni a punta Licosa e poi si trasferirono ad Agropoli

Pietro Ebner (….), ne parla in ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a pp. 23-24, parlando del porto di Salerno, in proposito scriveva che: “5…..E nel mondo islamico Salerno, forse più Amalfi, era nota prima dell’841, quando i Saraceni, “pestis agarena”, impresero a correre il Mezzogiorno d’Italia per trarre schiavi, donne e bottino. Annidatisi al Garigliano e ad Agropoli (55), ne partivano per frequenti razzie nei dintorni, lasciando poi tracce del loro passaggio etc…”. Ebner, a p. 24, nella nota (55) postillava: “(55) V. Cilento, cit., p. 148 sgg., p. 163, p. 175 sgg. e p. I. Etc…”. Ebner citando “Cilento” si riferiva a Nicola Cilento ed a p. 14, nella nota (24) postillava: “(24) Cilento Nicola, Italia meridionale longobarda, Napoli, 1966.”. Anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Sichenolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e di Sicilia; Sichenolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Ecc..“.

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiese baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando delle Diocesi e clero dopo il mille, a p. 47, in proposito scriveva che: “Circa la data del trasferimento della sede diocesana da Paestum a Capaccio si fanno varie ipotesi, come quella ad esempio del Gatta (1) che la colloca tra l’877-882 epoca in cui visse Giovanni VIII (872-882), o il Gams quando afferma: “930 diruta Paestum, sedes traslata est (Cathedral S. Maria Maggiore)”(2). Una cosa è certa, i “saraceni agropolitani” di cui parlano le Cronache avevano razziato anche la pianura pestana: “omnia denudabant (…e) per iuga moncium degebant omniaque demoliebant” e “per Beneventum Salernitanasque fines peragrant”(3). Nella notte di S. Giovanni del 892 i musulmani di Sicilia pare abbiano assalito Paestum devastandolo e incendiandolo. Essi si fermarono a Licosa, secondo Erchemperto (v. G. Diacono “Licosa latitabant”) e poi ad Agropoli, importante osservatorio geografico proiettato sul golfo salernitano. E’ presumibile che sotto il loro incalzare le popolazioni abbandonassero la pianura per rifugiarsi in zona più tranquilla e ciò anche in considerazione del fatto che Paestum aveva perduto la sua originaria fertilità a causa soprattutto degli acquitrini defluiti dal degrado del fiume Salso ricordato tra l’altro da Strabone (5).”. Ebner, a p. 47, vol. I, nella nota (1) postillava: “(1) C. Gatta, Memorie topografice-storiche della provincia di lucania, Napoli, 1732, p. 267.”. Ebner, a p. 47, vol. I, nella nota (2) postillava: “(2) Chronicon saler. cit., par. 42 e 94.”.

Nel 842, Siconolfo ed i Saraceni

Fra Radelchi e Siconolfo scoppiò una lunga e accesa guerra che portò all’intervento armato in Italia dei mercenari musulmani. Fu infatti Radelchi il primo a chiamare in proprio soccorso i Saraceni nell’841, seguito poi dallo stesso Siconolfo che fece altrettanto contro il suo rivale, al quale inflisse nell’843 una pesante sconfitta alle Forche Caudine. La guerra per la successione durò oltre dieci anni, durante i quali i saraceni seminarono ovunque devastazioni, assalendo e depredando molte chiese. Riguardo i Saraceni, Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 80, in proposito scriveva che: “Siconolfo, a sua volta, nell’842 chiamò al suo servizio un altro contingente di predoni, oriundi di Spagna e rifugiati a Creta, condotti da un certo Apolaffar. La lotta arse furiosa e i Saraceni, in appoggio dell’una e dell’altra fazione ma, principalmente a danno di entrambe, approfittarono dell’anarchia dello Stato Beneventano per porsi in pianta stabile a Salerno ed a Benevento, dove, col pretesto di proteggerli taglieggiavano i principi, vessavano le popolazioni, saccheggiavano monasteri e chiese, ed agivano da veri padroni del paese. Ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Sichenolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e di Sicilia; Sichenolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Ecc..“.

L’Isola di Licosa

Licosa è una frazione del Comune di Castellabate in Provincia di Salerno, costituita da un promontorio denominato Enipeo da Licofrone o Posidio da Strabone che ospita un vasto parco forestale di macchia mediterranea. Come si può vedere dall’immagine di Fig. 4, l’isolotto ha la classica forma della mezza Luna che è stato da sempre il simbolo degli Arabi Musulmani. Il nome deriva dal greco Leukosia (Λευκωσία, pron. lefkosía in greco moderno) che significa “bianca”, e la leggenda vuole che Leukosia sia una delle tre sirene che Ulisse incontrò nel suo viaggio, nell’Odissea omerica. Il toponimo è quindi strettamente correlato con quello della capitale cipriota Nicosia (Lefkosía in greco, Lefkoşa in turco) e, con quello del comune Siciliano di Nicosia. Nell‘846 Licosa fu roccaforte di pirati Saraceni, che furono sconfitti proprio nella decisiva ‘battaglia di Licosa‘ da una coalizione di poteri locali che comprendeva tutti i soggetti danneggiati dalle incursioni musulmane: il Ducato di Napoli, il Ducato di Amalfi, il Ducato di Gaeta e il Ducato di Sorrento. Nel 1028 i Saraceni furono scacciati dalla zona definitivamente dal principe Guaimario III di Salerno. In proposito dell’isola di Licosa, Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “nè le tradizioni intorno a ‘Molpa’, sita forse ad un paio di chilometri da Palinuro, nè quelle intorno a Leucosia (4), anche a non tener conto d’alltro che dell’onomastica certamente greca, debbono esser ritenute in tutto prove di fondamento (1)….Etc…”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (4) postillava che: “(4) Plin. N. H., III, 7; “contra Paestanum sinum Leucosia est, a Sirene ibi sepulta nominata”, e Stabone. Geog. VI, 252, traducendo dalla citata ediz.: “di quì (da Pesto) a chi naviga, viene innanzi, a breve distanza dal continente, l’isola Leucosia, così nominata da una delle Sirene, la quale fu gettata in quel luogo, quando quelle si precipitarono nel mare profondo” e Dionigi di Alicarnasso, Antichità romana, (ed. Kiessling e Prou, Parigi 1886), al lib. I dice che Leucosia era cugina di Enea e morì nell’isolotto che è di rimpetto alla punta detta oggi di Licosa.”. Il Carucci, a p. 46, nella nota (1) postillava che: “(1) Il Champault, op. cit., cerca di determinare le terre toccate da Ulisse nella sua perigrinazione e dimostra che la spiaggia delle Sirene deve ricercarsi presso Punta Licosa e non nelle isolette Sirenuse presso la punta della Campanella. Nè è scarsa di valore la denominazione di un luogo presso Licosa – Teresino – che, anche nella tradizione popolare, significa ‘tre sirene’.”. Il Carucci, a p. 43, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Champault, Pheniciens et Grecs en Italie d’auprès l’Odyssée, Paris, Leoroux, 1896.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiese baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Licosa, a p. 114, in proposito scriveva che: “Il toponimo richiama la leggenda delle sirene (1), una delle tre (Partenope, poi eponima di Napoli, Leucosia e Ligea) che diede nome all’isoletta (2) davanti a Punta Licosa (oggi, poche case) l’antico promontorio Enipeo di Licofrone (3) e Posidio per Strabone (4).”. Ebner, a p. 114, nella nota (1) postillava: “(1) Divinità ctonie, benevoli se si riusciva a placarle, che ammaliavano con il loro dolcissimo canto (Odissea, XIV) i naviganti sulle coste dell’Italia meridionale (Sirenuse: isolette di Licosa, S. Pietro e Galletta).”. Ebner, a p. 114, nella nota (2) postillava: “(2) Isola, della sirena: Licofrone 223; Strabone, VI, 252; Pseudo Aristot., de adm. ausc., II, 103; Ovidio, Metam., XIV, 708; Silio Ital., VIII, 578; Stefano, s.v.; Eustat., 177 (in Dion. Per.). Detta “isola piana”, Corcia cit., II, p. 47; Riccio Enea: Dionigi D’Alic., I, 53; Solino, II, 13, per cui il nome dell’isola.”. Ebner, a p. 114, nella nota (3) postillava: “(3) Licofrone, Cass., V, 722”. Ebner, a p. 114, nella nota (4) postillava: “(4) Strabone, VI, 252, la oppose a quello delle Sirene col quale delimita il golfo Posidoniate.”. Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a pp. 143-144, parlando della Marina di Leucosia, in proposito scriveva che: “A breve distanza spunta dall’infido elemento la celebre isoletta della bianca Sirena Leucosia (3), pretesa cugina di Enea, quivi, come si vuole, sepolta (4). Quest’isoletta è oggi unita al continente.”. Il Volpe, a p. 147, nella nota (3) postillava: “(3) Giustamente Apollonio, nel VI dell’Argonautica, seguendo Omero, ‘Florida e fertile’ chiama quest’isola…”Est insula protinus illis ‘Fertilis’, aspectu et ‘Florens’, calvere canorae Sirenes illam, proles Acheloia”.”. Il Volpe, a p. 147, nella nota (4) postillava: “(4) Contra paestanum sinum Leucosia est, a Sirena ibi sepulta appellata (Plin. lib. III, cap. 7) – Festo però crede di essere stata l’isola così detta da una cugina di Enea a nome ‘Leucosia’, quivi sepolta.”.

isolotto di Leucosia

(Fig…..) Isola Licosa

sicilia idrisi 2

(Fig….) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi

Nel 846, i Saraceni e la battaglia navale di Licosa

Da Wikipedia leggiamo che la battaglia navale di Licosa, combattuta nell’anno 846 presso l’omonimo promontorio, oppose ai Saraceni una coalizione di ducati indipendenti del Meridione d’Italia, ispirata e guidata dal Duca di Napoli Sergio I. Dell’alleanza facevano parte alcuni di quei soggetti politici la cui spiccata propensione marittima era minacciata dai danni subiti a causa delle incursioni saracene: oltre al Ducato bizantino di Napoli, essa comprendeva le potenze marinare di Amalfi, Gaeta e Sorrento. La battaglia che si combatté a Punta Licosa nell’846 non fu un evento isolato: essa costituiva l’atto conclusivo di una campagna navale iniziata nella primavera di quello stesso anno, con la quale si voleva rendere più sicura la navigazione nelle rotte navali dai porti del mar Tirreno, minacciata dalle scorrerie dei pirati musulmani, le cui basi erano nei numerosi covi presenti sulla costa. Tra i rifugi in cui erano insediati i pirati, vi era, nell’attuale Cilento, quello su Punta Licosa, considerato la loro roccaforte in Campania. Prima di puntare su Licosa, l’alleanza aveva già riconquistato l’isola di Ponza, caduta in possesso dei Saraceni nello scorcio iniziale di quello stesso anno. Lo scontro si concluse con il successo della coalizione dei ducati campani, a cui fecero seguito altre vittoriose iniziative navali che videro sempre protagoniste le potenze marinare di Amalfi, Gaeta, Napoli e Sorrento. Le campagne militari si susseguirono a più riprese fino all’849, anno della storica Battaglia di Ostia. Nonostante le vittorie della coalizione anti-saracena, gli effetti sortiti dalle campagne militari non furono definitivi: infatti, già nell’851 si registrava in Campania una ripresa e una recrudescenza delle azioni di pirateria, favorite dalle tradizionali e mai sopite rivalità che opponevano i soggetti politici dell’Italia meridionale e della Langobardia Minor. Queste divisioni storiche, nella migliore delle ipotesi, impedivano l’unità di intenti necessaria per sconfiggere in modo definitivo il fenomeno piratesco. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “I Saraceni avevano visitato più volte la costa del Cilento. Essi infatti, occupata la Sicilia dall’anno 827 all’anno 853, si erano spostati gradatamente sulla terra ferma, costituendo un pericolo costante, specie per le città poste sul mare (6). Perciò Amalfi, Napoli, Gaeta e Sorrento, allo scopo di stabilire una massiccia opposizione ai continui attacchi e alle frequenti razzie dei barbareschi, avevano stretto una Lega tra di loro. Fu proprio in forza di questa alleanza che i Saraceni poterono essere snidati a Punta Licosa, dove si erano arroccati nell’anno 845 (7). Cacciati da qui, ….etc…”. Il Vassalluzzo, a p. 30, nella nota (7) postillava: “(7) HIRSCH F. – SCHIPA M., op. cit., pag. 109. Orlando G., op. cit., pag. 317. Lo storico nocerino parla di un’altra alleanza tra i principi di Capua e di Salerno, i duchi di Gaeta, di Napoli e di Amalfi, con l’aiuto del naviglio dei Greci, alleanza che, nell’anno 914, valse a sconfiggere i Saraceni al Garigliano, la loro ordinaria dimora e, adesso, loro ultimo rifugio. Negli anni precedenti i predoni avevano commesso soprusi di ogni genere. Non avevano risparmiato neppure i giovinetti, che essi rapivano come ostaggi. Ecco cosa si trova scritto in Orlando, op. cit., pag. 319, citando un documento custodito nell’Archivio Cavense: “Si johanne filio meo, in ista terra regressus fuerit, etc…(S. Massimo di Salerno).”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (7) postillava di (7) Hisch F. – Schipa Michelangelo, La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno,  ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141. Il Vassalluzzo citava G. Orlando (….), ovvero Orlando Gennaro (….) ed il suo “Storia di Nocera de’ Pagani”, vol. I, Napoli, 1884, p. 317. Riguardo al testo di Nicola Cilento (….), il Vassalluzzo, a p. 29, nella nota (5) postillava: “(5) Cilento N., Italia meridionale longobarda, Milano, Napoli, pag. 184.”. Nicola Cilento (….), ha scritto sui Saraceni, nel 1959 e, pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiese baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Licosa, a p. 114, in proposito scriveva che: “G. Diacono (5), nella sua ‘Cronaca’, ricorda che nell’anno 845 una spedizione araba assalì le isole di Ponza e di Licosa a cui seguì la spedizione del duca napoletano Sergio.”. Ebner, a p. 114, nella nota (5) postillava: “(5) G. Diacono, Chronic. episc. neap., I, p. 315. Cfr. Amari, Storia cit., I, p. 364.”. Ebner citando “G. Diacono” si riferiva al chronicon di Giovanni Diacono. Da Wikipedia leggiamo che Sergio I di Napoli (… – Napoli, 864) fu duca di Napoli dall’840 all’864. Il terzo figlio maschio, Cesario, fu protagonista della Battaglia di Ostia (849) come comandante della flotta napoletana. Michele Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, Le Monnier, 1854, Vol. I, p. 364, in proposito scriveva che: “Con novello furore i musulmani assalirono l’Italia meridionale l’ottocento quarantasei. Insuperbiti per aver tagliato a pezzi l’esercito bizantino (a. 845) in Sicilia, spinsero gli assalti con evidente unità di disegno, le forze della colonia siciliana e dell’Africa. Le prime si mostrarono a un tempo sul mare Ionio e sul Tirreno: da una parte nevevano grosso presidio a Taranto (1), dall’altro si afforzavano al capo della Licosa che termina a mezzodì il golfo di Salerno; e occupavano Ponza, nè curavansi ormai se spiacesse ai Napoletani. Perchè, non temendosi più i Bizantini, e non contandovi per anco le bandiere di Pisa e di Genova, signoreggiavano quel mare la confederazione di Napoli e la colonia di Palermo, con forze non disuguali, con interessi comuni e interessi contrari: fieri amici che avean riguardo, non paura l’un dell’altro; tenean la mano all’elsa della spada, e talvolta la sguainavano, ma presto tornavano in pace. Dopo la presa di Ponza, Sergio console di Napoli vi approdò con le sue navi e quelle di Gaeta, Amalfi e Sorrento; scacciò i Musulmani da quell’isola e dalla Licosa. Rifuggitisi in Palermo, i Musulmani tornarono con più forte armata, occuparono il castel di Miseno si presso a Napoli (2), e pur non furon sturbati.”. Amari, a p. 364, nella nota (1) postillava: “(1) Ibd- el- Athir nel capitolo “Delle guerre dei Musulmani in Sicilia” Ms. A, tomo II, fog. 2 e MS. C., tomo IV, fog. 212 recto, dopo la presa di Lentini scrive: “……….etc… Non esito ad aggiungere una r e a leggere Tàrant, corrispondendo tutti gli altri elementi etc…”. Amari, a p. 364, nella nota (2) postillava: “(2) Johannis Diaconi, Chronicon Episcopum Sanctae Neapolitanae Ecclesiae, presso il Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte II, p. 315; dal quale è superfluo dire che ho tolto i soli avvenimenti, non le riflessioni ch’io ne traggo. Il cronista narra in continuazione l’assalto di Roma, ed io non so perchè il Muratori negli Annali abbia rierito le fazioni di Ponza all’845.”. L’Amari, prosegue il suo racconto parlando della battaglia di Ostia, dove fu protagonista nel 849, Cesario, il figlio del duca di Napoli Sergio I. Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia”, a p. 67, in proposito scriveva che: “I coloni di Palermo, padroni ormai di mezza Sicilia e inorgogliti da una recente grande vittoria sui greci, nell’846 credettero poter solcare a loro posta il Tirreno, dove il papa non aveva navi e poche ne aveva il marchese di Toscana o di Lucca, scaduta Pisa dall’antica importanza nè ancora avviata alla nuova più famosa grandezza. Non presentate dalla riviera ligure che borgate aperte, prive ancora di attività marinaresca, quasi sole le bandiere di Gaeta, di Napoli, di Sorrento e di Amalfi si vedevano sventolare in quel mare. La navigazione musulmana per tanto a nord della Sicilia minacciava principalmente queste città; e tanto più appariva un’offesa ai napoletani, in quanto sin’allora eran corsi rapporti pacifici e di alleanza tra loro e gl’infedeli. Occupata da questi Licosa, sulla punta che chiude a mezzodì il golfo di Salerno, e fortificata al solito loro a base di ulteriori operazioni, veleggiavano verso settentrione: probabilmente devastarono un’altra volta Ischia, certo s’impadronirono di Ponza. Gaeta come Amalfi guiridicamente rimanevano tuttora membri del ducato napoletano, come questo restava membro del thema di Sicilia e parte dell’impero Orientale: Gaeta etc….”. Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia”, a p. 68, in proposito scriveva che: “E il duca Sergio infatti condusse ai luoghi più infestati le navi amalfitane e gaetane, oltre le sue di Napoli e di Sorrento; della quale, da una posteriore leggenda agiografica, trasparirebbe tribuno un Gregorio Brancaccio, nobilissimo napoletano: persona, per altro, sicuramente esistita. E vinse i pirati, forse anche nel golfo di Napoli; certo, in quello di Gaeta; ridiscese nell’altro di Salerno e, snidatili da Licosa, rese libere tutte le coste e le isole della Campania (846).”.

Dall’845, i Saraceni ed il Califfato di Agropoli

Castello di Agropoli

(Fig. 2) Castello di Agropoli

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (51), sulla scorta del Ventimiglia (52), ha riportato alcune interessanti notizie sulla presenza Araba nelle nostre terre. Vassalluzzo, nella sua nota (12) di pag. 18, scriveva: “Ventimiglia F.A., op. cit. pagg. 104, 105. Lo storico cilentano (riferendo il Cronista Cavense all’anno 879, a proposito dei Saraceni, che vengono in Agropoli e in Capaccio, dove si scrive: et Lucaniam rupis bocheturris expugnavit) ecc…”. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “I Saraceni avevano visitato più volte la costa del Cilento. Essi infatti, occupata la Sicilia dall’anno 827 all’anno 853, si erano spostati gradatamente sulla terra ferma, costituendo un pericolo costante, specie per le città poste sul mare (6). Perciò Amalfi, Napoli, Gaeta e Sorrento, allo scopo di stabilire una massiccia opposizione ai continui attacchi e alle frequenti razzie dei barbareschi, avevano stretto una Lega tra di loro. Fu proprio in forza di questa alleanza che i Saraceni poterono essere snidati a Punta Licosa, dove si erano arroccati nell’anno 845 (7). Cacciati da qui, i saccheggiatori ripararono in Agropoli, luogo assai idoneo e per posizione naturale e per strategia. Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a dismisura negli anni, tanto da fare di questo centro una potente roccaforte saracena nell’anno 882 (8). Da Agropoli, i Saraceni, in continuo contatto con i fratelli stazionanti in Sicilia ed in Africa, si studiarono di impadronirsi per sempre del Principato di Salerno e l’occasione venne loro offerta dalle continue discordie esistenti tra i principi Longobardi di Capua, di Salerno e di Benevento. Si mossero così con il piano di occupare ed espugnare i nostri castelli ed in parte riuscirono nel loro intento (9).. Il Vasalluzzo, a p. 30, nella sua nota (6) postillava: “(6) T.C.I., L’Italia storica, Milano, 1961, pag. 118. Orlando G., op. cit., pag. 309. Cilento N., op. cit., pag. 177.”. Riguardo Orlando, il Vassalluzzo, a p. 28, nella nota (4) postillava: “(4)….Orlando G., Storia di Nocera de’ Pagani, vol. I, Napoli, 1884, pag. 311 e sg.”. Il titolo completo dell’opera è Orlando Gennaro, “Storia di Nocera de’ Pagani – Dalla nascita della città moderna all’Unità d’Italia”, Napoli, 1884, vol. I-II-III. Il Vassalluzzo, a p. 30, nella nota (7) postillava: “(7) HIRSCH F. – SCHIPA M., op. cit., pag. 109. Orlando G., op. cit., pag. 317. Lo storico nocerino parla di un’altra alleanza tra i principi di Capua e di Salerno, i duchi di Gaeta, di Napoli e di Amalfi, con l’aiuto del naviglio dei Greci, alleanza che, nell’anno 914, valse a sconfiggere i Saraceni al Garigliano, la loro ordinaria dimora e, adesso, loro ultimo rifugio. Negli anni precedenti i predoni avevano commesso soprusi di ogni genere. Non avevano risparmiato neppure i giovinetti, che essi rapivano come ostaggi. Ecco cosa si trova scritto in Orlando, op. cit., pag. 319, citando un documento custodito nell’Archivio Cavense: “Si johanne filio meo, in ista terra regressus fuerit, etc…(S. Massimo di Salerno).”. I vescovi dominarono la città di Agropoli per tutta l’epoca medioevale, insieme ai centri di Ogliastro ed Eredita, e ai villaggi di Lucolo, Mandrolle, Pastina, San Marco di Agropoli e San Pietro di Eredita, che componevano il feudo di Agropoli. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Hirsch F. Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, p. 96 e 97; Cilento N., op. cit., p. 184.”. Il Vassalluzzo, a p. 31, nella nota (9) postillava: “(9) Ebner P., Agricoltura e pastorizia a Velia e suo entroterra dai tempi più remoti al tramonto della feudalità, in R.S.S., anno 1965, pag. 62. Cfr. pure Landolini A., Le repubbliche del mare, Roma, 1963, pag. 131.”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (7) postillava di (7) Hisch F. – Schipa Michelangelo, La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno,  ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141. Il Vassalluzzo citava G. Orlando (….), ovvero Orlando Gennaro (….) ed il suo “Storia di Nocera de’ Pagani”, vol. I, Napoli, 1884, p. 317. Riguardo al testo di Nicola Cilento (….), il Vassalluzzo, a p. 29, nella nota (5) postillava: “(5) Cilento N., Italia meridionale longobarda, Milano, Napoli, pag. 184.”. Nicola Cilento (….), ha scritto sui Saraceni, nel 1959 e, pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’. Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia”, a p. 68, in proposito scriveva che: “E il duca Sergio infatti condusse ai luoghi più infestati le navi amalfitane e gaetane, oltre le sue di Napoli e di Sorrento; della quale, da una posteriore leggenda agiografica, trasparirebbe tribuno un Gregorio Brancaccio, nobilissimo napoletano: persona, per altro, sicuramente esistita. E vinse i pirati, forse anche nel golfo di Napoli; certo, in quello di Gaeta; ridiscese nell’altro di Salerno e, snidatili da Licosa, rese libere tutte le coste e le isole della Campania (846).”. Sulla scorta del ‘Chronicon Salernitanum’, un antico manoscritto apocrifo (50), che fu pubblicato nel 1600 dal Pratilli (61), sappiamo che a Salerno i Saraceni c’erano stati dall’882 all’885, all’anno 898 (si veda cap. 151, 547 e Amari M., op. cit. (53), vol. I, p. 463 e 464). Matteo Mazziotti (….), nel suo “La baronia del Cilento”, a p. 42, in proposito scriveva che: “Però nelle storie non si ha alcuna notizia dei luoghi fino all’anno 882, quando i Saraceni presero Agropoli, donde il loro dominio si estese per lungo tratto della costa fino al promontorio della Licosa. Anzi, stanto al racconto di Giovanni Diacono, ivi i Saraceni sarebbero stati prima di impossessarsi del Castello di Agropoli (4).”. Mazziotti, a p. 42, nella nota (4) postillava: “(4) Licosae latitabant. Giovanni Diacono, Chronicon episcoporum sanctae neapolitanae ecclesiae. (Raccolta di varie cronache e diari, Vol. 3° pag. 86).”. Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi etc…, vol. I., pp. 121-122 e ssg., riferendosi al duca di Napoli, Attanasio, in proposito scriveva che: “Per disfarsi adunque da questi dannosi nemici, Attanasio, chiamò in suo aiuto Guaimario principe di Salerno, i Capuani ed altri popoli vicini, cui riuscì poi di snidarli di là a viva forza. Vinti, ma non perduti di animo, i Saraceni volsero in Agropoli (nel Cilento), ove si afforzarono ed ebbero vita per quasi quarant’anni!; scorrendo ed infestando, non solo i paesi littorali del golfo di Salerno, ma ben anco quelli posti in sulle spiagge di Calabria. In breve gli stessi Saraceni di Agropoli spiccarono una banda loro nella terra di Cetara, dove pigliò posto, e si distese lungo quel seno di mare sino alla cala detta di Fuonti, con tartassare miseramente i luoghi vicino Salerno, senza che il principe Guaimario od altro se ne prendesse pena – etc…”. La notizia dataci dal Camera è oltremodo interessante. Il Camera scriveva che ai tempi di Guaimario, principe longobardo di Salerno e del duca di Napoli, Attanasio, i Saraceni da tempo stanziatisi ad Agropoli formarono una banda che andò a stabilirsi a Cetara nel ducato di Amalfi (nella cala detta di Fuonti) e da lì spesso partivano per incursioni violente a Salerno e nelle sue vicinanze.  Da Wikipedia leggiamo che nell’893 aveva nominato co-reggente suo figlio Guaimario II, che tenne le sorti del principato durante la lunga assenza di suo padre. Al suo ritorno, scoppiò in città una rivolta istigata da una fazione napoletana supportata da Atanasio, ma i due Guaimari riuscirono a stroncarla. Come se la rivolta filo-napoletana non fosse già abbastanza, ad angustiare ulteriormente il popolo salernitano fu la condotta amministrativa di Guaimario I, divenuto particolarmente cattivo e dispotico, forse traumatizzato dall’accecamento e dalle vicissitudini della sua cattività avellinese: così, tra il 900 e il 901, Guaimario II persuase il padre affinché si ritirasse a vita privata (emulando suo padre Guaiferio) presso il monastero di San Massimo ove morì entro pochi mesi.

Nell’847, l’imperatore Lotario e suo figlio Ludovico II cotro i Saraceni

Da Wikipedia leggiamo che designato re d’Italia nell’839, nell’844, secondo gli Annales Bertiniani, fu inviato dal padre in Italia con il compito di restaurare l’autorità imperiale a Roma e in quella città fu incoronato da papa Sergio II, il 15 giugno 844. I Saraceni, con i loro attacchi in Italia Meridionale, nell’846 erano giunti a minacciare Roma e nel mese di agosto avevano saccheggiato la basilica di San Pietro, che si trovava fuori le mura, profanando la tomba del primo apostolo. Ludovico intervenne, ma fu sconfitto dai Saraceni e a stento riuscì a raggiungere Roma. I saraceni, secondo una leggenda riportata negli Annales Bertiniani, nell’847 perirono tutti a seguito di un naufragio ed il loro bottino, disperso in mare, fu ritrovato in parte sul litorale e riconsegnato a San Pietro. Nell’847 il padre Lotario ideò una spedizione contro i Saraceni, che avevano occupato il Beneventano, avvicinandosi nuovamente a Roma. Egli pose Ludovico al comando della stessa, che riuscì nell’848 a sconfiggere i saraceni e a liberare Benevento.

Nel 850-851, i Saraceni distrussero l’antica Bussento

Da Wikipedia leggiamo che la divisione segnò l’inizio di un periodo di grave crisi, complicata dalle ribellioni autonomistiche di gastaldi e piccoli feudatari, dalle incursioni dei Saraceni e dai tentativi di riconquista dell’Impero bizantino, che riuscì a strappare al già indebolito Principato di Benevento gran parte della Puglia. Tra i potentati locali che emersero in questa fase, particolarmente influente divenne la Signoria di Capua. Negli anni successivi si contarono diversi tentativi di riunificare l’antico ducato, ma i successi di Atenolfo I (899) e di Pandolfo I Testa di Ferro (971) si rivelarono effimeri. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirela, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Il Campagna, a p. 78, nella sua nota (90) postillava che: “(90) Pochettino G., I Longobardi nell’Italia Meridionale (570-1080), Napoli, 1930.“.

Nell’863 (Antonini), 868 (Porfirogenita), i Saraceni occuparono Rivello, Camerota ed Agropoli, che divennero un loro avamposto

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(Fig. 1) Pagina miniata di un codice che illustra l’assalto dei Saraceni al Castello (Kastron bizantino) di Agropoli

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, da p. 129 parlando dei Saraceni in Lucania, in proposito scriveva che: “I Longobardi intanto (per rimetterci in via) tenevano quasi tutta l’Italia, a riserba di quella parte che si è detto, che obbediva agli Imperadori di Oriente (2), quando (3), circa gli anni di Cristo DCCCLXIII. o secondo la più vera opinione, (I) molti anni prima, grandissimo numero di Saraceni (gente che altre volte avendo servito gli Imperadori, si ribellò poi a tempo di Giuliano (2) per difetto di paghe) partito dall’Africa, poco men che tutta la Sicilia oppresse. Da quest’Isola non molto dopo passarono in Calabria, dove con varia fortuna, ora battendo i Greci, ora dai Greci battuti, altri in vari luoghi mediterranei si stabilirono; ed altri verso il mare Interno camminando, quelle terre occuparono, che loro meglio piacquero, o che poterono minor resistenza fare; giacchè dove vi erano Longobardi non era così facile l’espugnazione. Fra’ primi luoghi, che occuparono nella Lucania, furono Rivello, Castel Saraceno, Armento, La Rocchetta, Camerota ed Agropoli.”. Dunque, da ciò che leggiamo, sembrerebbe che l’Antonini, a p. 129 si riferisse ai Longobardi ma egli si riferiva ai Saraceni che, provenienti dalla Sicilia da loro occupata, si erano man mano trasferiti anche nella vicina Calabria, dove, spesso guerreggiarono con i dominatori dell’epoca che erano i Bizantini. Infatti, l’Antonini scrive che “Fra’ primi luoghi, che occuparono nella Lucania, furono Rivello, Castel Saraceno, Armento, La Rocchetta, Camerota ed Agropoli.”. La Calabria era sotto il dominio ed il controllo dei Bizantini. I Saraceni però riuscrirono a crearsi dei loro stabili avamposti a Rivello, a Camerota e ad Agropoli. Dunque, lo stabilimento dei Saraceni a Rivello avvenne in epoca longobarda e Bizantina, e secondo l’opinione di Antonini ciò accadde nell’anno 863 o addirittura molti anni prima. L’Antonini scriveva che ciò accadde in seguito all’occupazione Araba della Sicilia. Mons. Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’. leggonsi le seguenti parole: ‘Inter caetera oppida (parlando dei Saraceni) ‘occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolim, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudies, & Saracenicos mores conservant.’. Dovea forse così Camerota esser uno dè cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua Istoria al ‘num 55.’ scrive essere in Italia in mano dè Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., etc…”. Nel manoscritto del marchese di S. Giovanni (Marcello Bonito ?) è scritto: Fra le altre città (parlando del dio saraceno) occuparono Camerota sopra il mare in luogo alto e sicuro, e neppure vicino al mare Agropolis, ed i suoi cittadini sono ancora rozzi ai nostri tempi, e conservano i costumi del Saraceni.”:

Antonini, p. 411, su Camerota

(Fig….) Antonini G., La Lucania, Discorsi, vol. I, p. 412

Dunque, secondo l’Antonini, nel manoscritto del Marchese di S. Giovanni Bonito (…), pagina 87 è scritto che: “Inter caetera oppida (parlando de’ Saraceni) occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolin, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudes, & Saracenicos mores conservant” che tradotto e riferendosi ai Saraceni dovrebbe significare: “Tra gli altri paesi occuparono Camerota al di sopra del mare in luogo alto e sicuro, e neppure al mare di Agropolis;…”. Dunque, l’Antonini cita un passo tratto dal manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito”. Si tratta di un manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni. L’Antonini scriveva che questo manoscritto, nel 1745 apparteneva “oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote etc….”. Antonini cita la pagina 87 del manoscritto. Di questo autore e del suo manoscritto ne parla Matteo Camera (….), nella sua “Storia di Amalfi”. Il Camera, a p……. , nella sua nota (2), postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli etc….”: così da un manoscritto di D. Marcello Bonito Marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie)”. Dunque si tratta del Marchese Marcello Bonito. Sul manoscritto di Marcello Bonito (….), il “marchese di San Giovanni”, come lo chiama l’Antonini, ho già scritto. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: “E mentre i capi Longobardi costituiscono dei ducati, che tendono a distaccarsi dalla sfera del potere regio, i Saraceni infestano le coste. Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Quarantesette anni il tempo del malessere. Ecc…”. Forse in questo passaggio il Ciociano trae le notizie dall’Anonimo Salernitano e dalla sua cronaca che cita subito dopo. Sulla notizia che: Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Ecc..”, aveva scritto Antonini, a p. 412 continuando il suo racconto scriveva che: “Doveva forse così Camerota esser uno dei cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua storia al num. 55. scrive esser in Italia in mano de’ Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, ecc..”. Antonini, a p. 412, nella nota (I) postillava: “(I) L’autorità di Porirogenneta non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt’. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1). Ciò non impedì peraltro, secondo ritenne, sulla scorta di un antico manoscritto, l’Antonini, che non fosse non occupata dai saraceni quando nel secolo IX sbarcarono dalla Sicilia occupando più punti del continente. Doveva essere anzi, egli aggiunse, uno dei 150 ‘munita castra’ che Porfirogeneta nella sua Storia al numero 55, scrive essere nel 868 nelle loro mani, luoghi che poi lasciarono dopo la loro strage, nel 915, al Garigliano (2).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Il Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (2) postillava che: “(2) A riprova della loro permanenza a Camerota, con illazione arbitraria, nel manoscritto si afferma che “adhuc ad nostra tempora huius cives et saracenicos mores conservant”. G. Antonini, op. cit., vol. I, pag. 412.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno.”, e poi aggiunge che: “Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Dunque, il Campagna, oltre ad Amantea e Agropoli aggiunge anche Policastro. Orazio Campagna, a p. 77, nella nota (86) postillava: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse in ricordo, venera “Santo Foca”. Orazio Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Nel 965 cadde Rametta, ultima importante testa di ponte del Cristianesimo isolato (85).”. Il Campagna, a p. 77, nella nota (85) postillava: “(85) L’episodio è tristemente ricordato da S. Nilo nel Cod. Cript. β α, XX (395).”. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: “I Saraceni infestano le coste. Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Quarantasette anni: il tempo del malessere. E nel 915 i Saraceni si allontanano da Camerota ed esigono il ‘dacium’, la moderna tangente, per rendere il luogo sicuro e fuori da qualsiasi saccheggio. Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano -Etc…”. Dunque, in questo passaggio il Ciociano cita l’Anonimo Salernitano.

Nel 870, i ribat (“munita Oppida”) dei Saraceni di Agropoli a Cetara

Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi etc…, vol. I., pp. 121-122 e ssg., riferendosi al duca di Napoli, Attanasio, in proposito scriveva che: “Per disfarsi adunque da questi dannosi nemici, Attanasio, chiamò in suo aiuto Guaimario principe di Salerno, i Capuani ed altri popoli vicini, cui riuscì poi di snidarli di là a viva forza. Vinti, ma non perduti di animo, i Saraceni volsero in Agropoli (nel Cilento), ove si afforzarono ed ebbero vita per quasi quarant’anni!; scorrendo ed infestando, non solo i paesi littorali del golfo di Salerno, ma ben anco quelli posti in sulle spiagge di Calabria. In breve gli stessi Saraceni di Agropoli spiccarono una banda loro nella terra di Cetara, dove pigliò posto, e si distese lungo quel seno di mare sino alla cala detta di Fuonti, con tartassare miseramente i luoghi vicino Salerno, senza che il principe Guaimario od altro se ne prendesse pena – etc…”. La notizia dataci dal Camera è oltremodo interessante. Il Camera scriveva che ai tempi di Guaimario, principe longobardo di Salerno e del duca di Napoli, Attanasio, i Saraceni da tempo stanziatisi ad Agropoli formarono una banda che andò a stabilirsi a Cetara nel ducato di Amalfi (nella cala detta di Fuonti) e da lì spesso partivano per incursioni violente a Salerno e nelle sue vicinanze.

Nel 870, i ribat (“munita Oppida”) di Venosa, Matera e Canosa furono conquistati dai Bizantini

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: Dovea forse così Camerota esser uno dè cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua Istoria al ‘num 55.’ scrive essere in Italia in mano dè Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879. anche Amantea, Tropea, e S. Severina, che loro furon tolte da Niceforo, Capitano dell’Imperador Basilio, per relazione dello stesso ‘Porfirogenneta’. Etc…”:

Antonini, p. 411, su Camerota

(Fig….) Antonini G., La Lucania, Discorsi, vol. I, p. 412

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412 continuando il suo racconto scriveva che: “…..’munita Oppida’, che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879. anche Amantea, Tropea, e S. Severina, che lor furon tolte da Niceforo, Capitano dell’Imperador Basilio, per relazione dello stesso ‘Porfirogenneta’.”. Antonini, a p. 412, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’autorità di ‘Porfirogeneta’ non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt'”. Proseguendo il suo racconto l’Antonini scrive sui “munita Oppida” di cui parlava il Porfirogenneta e dice che: “che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879 ecc…”. Antonini, a p. 412, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’autorità di ‘Porfirogeneta’ non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt'”. Pietro Ebner (….), ne parla in ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a pp. 23-24, in proposito scriveva che: “5. ….Frequenti, perciò, gli abordaggi dei pirati, immancabili con i Musulmani (53) dell’impero fatimita (54), che con quelli delle Baleari e di Spagna avevano ricostruiti, accrescendoli, gli antichi strategici possedimenti fenici, trasformando l’antico Mediterraneo greco e romano in mare arabo. Ebner, a p. 24, nella nota (55) postillava: “(55) V. Cilento, cit., p. 148 sgg., p. 163, p. 175 sgg. e p. I. Per il Cilento passarono i trentamila africani di Abd-Allah nell’871 “crudeliter dilaniabant”, dice Erchemperto, Historia, 51, p. 257, ad an. 879, risalendo la Calabria verso Salerno.”.

Nel 871, i Bizantini e Ludovico II conquistano Bari

Nell’871-72, Salerno subì un lungo assedio da parte dei musulmani e malgrado la forte resistenza del principe Guaiferio, la città riuscì a liberarsi solo grazie all’intervento dell’imperatore Ludovico II, che ottenne in ostaggio i figli del principe quale pegno di fedeltà. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 33, in proposito scriveva che:  “Si deve a Basilio I, il fondatore della dinastia macedone, il ripristino della sovranità imperiale su ampie porzioni dell’Italia meridionale, la quale nella prospettiva costantinopolitana riacquista rilevanza strategica man mano che si profila come ineluttabile la conquista aglabita della Sicilia (827-902). Il nuovo processo di espansione prende avvio in seguito alla riconquista di Bari, il cui emirato islamico cade sotto i colpi decisivi della flotta bizantina e delle forze di terra dell’imperatore latino Ludovico II (871)(91). Etc…”Il Bulgarella, a p. 33, nella nota (91) postillava che: “(91) G. Musca, Ludovico II, Basilio I e la fine dell’emirato di Bari, in Archivio Storico Pugliese, n.s., XIX (1966), pp. 168 ss.; A.A. Vasiliev, Byzance et les Arabes, II, 1 ediz. franc. Bruxelles 1968, p. 14 ss. “. Il Bulgarella, a p. 33, nella nota (92) postillava che: “(92) J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier jusqu’a la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, 1904, p. 136 ss.; V. Von Falkenhausen, op. cit., p. 20 ss.”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “Organizzazione dello spazio e vicende del popolamento*”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 44 e ssg., in proposito scriveva che: Incerto è anche il ruolo da assegnare alle incursioni saracene: sebbene la tradizione storiografica, che risale agli storici eruditi del Settecento, parli di danni gravissimi arrecati dai Saraceni ad ‘Atina, Consilinum e Tegianum’ (4), non sono riuscito a trovare nelle fonti narrative del tempo altro che un accenno indiretto ad un loro passaggio per il Vallo di Diano. Riferisce infatti il ‘Chronicon Salernitanum’ che nell’anno 871 “Agarenorum rex (….), Abdila cum sexaginta duo mila pugnatorum ‘per Calabriam Salernum venit”(5), ma nell’agosto dell’anno seguente, dopo undici mesi di assedio, fu costretto a rinuncare alla conquista della città per l’arrivo dell’Imperatore Ludovico II (6). Etc…..Più valore ha il dato fornitoci da una carta cavense del giugno 1115 che, a proposito della chiesa di S. Maria ‘de Matuniano’ presso Teggiano, dice che essa ‘ab antiquis temporibus destructa fuit a barbaris’ (10), anche se non è da scartare del tutto l’ipotesi che i barbari del nostro documento possano essere i Germani del V-VI secolo (11). Tuttavia se i dati finora noti, presi singolarmente, non permettono di giungere a conclusioni sicure circa il passaggio dei Saraceni per il Vallo di Diano, nel loro insieme mi sembra che lo rendano alquanto probabile, per cui non è da escludere che anch’essi abbiano potuto avere la loro parte nel provocare la degradazione del paesaggio agrario della valle e la profonda decadenza della sua struttura urbana, i cui episodi più significativi furono la scomparsa di Marcellianum, ancora esistente come sede vescovile verso la metà del sec. VI (12), e di ‘Consilinum’, di cui Cassiodoro attesta ancora l’esistenza nel secolo VI (13); a ciò bisogna aggiungere che l’Atena medievale occupò solo una ristretta area di quella che era stata una delle più importanti città lucane, cioè quella adiacente all’antica cittadella (14).”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (3) postillava che: “(3) G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV, cit., pp. 7 sgg.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (4) postillava: “(4) C. Gatta, La Lucania illustrata, Napoli, 1723, p. 57; F. Lenormant, A’ travers l’Apulie et la lucanie, Paris, 1883, vol. II, p. 70.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (5) postillava che: “(5) Ed. Westembergh, Stockolm 1956, cap. 111, p. 124.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (6) postillava che: “(6) “At Agareni mutuentes adventum Francorum, ilico super suum iam dictum regem irruunt, eumque comprehendunt, manusque vinxerunt, et in navem retrudunt, et iter arripiunt. Sed prius enim quam fugam arriperet nefanda genius, huiusmodi signum de celo Redemptor multis ostendit: faculam igneam permaximam prepete cursum in medio navium iecit, quam mox secuta est tempestas, que cunctas liburnas frustatim dirrupit. Alii vero Calabriam aderunt, eamque intra se divisam repperientes, funditus depopularunt”. (ivi, cap. 118, p. 132). In verità il passo è interpretato da A. Di Meo, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età, IV, Napoli, 1798, p. 258, nel senso che tutti i Saraceni si imbarcano, ma parte annegano e parte approdano in Calabria, il che, tra l’altro, è in contraddizione con quanto è detto nel citato cap. 111 del Chronicon Salernitanum, sulla base del quale lo stesso Di Meo afferma che i Saraceni arrivarono a Salerno risalendo dalla Calabria. Credo invece che il passo in questione vada interpretato nel senso che gli assediati costringono il loro re ad imbarcarsi su una delle navi che evidentemente avevano appoggiato dal mare la marcia dei Saraceni, mentre il grosso dell’esercito, formato secondo il cronista salernitano da ben 62.000 uomini, fa ritorno in Calabria percorrendo l’antica strada Reggio-Capuam, che nel Medioevo, come è noto, fu la strada ppercorsa dai grandi eserciti che si dirigevano verso l’estremo sud della penisola.”. Il Vitolo, a p. 45, nella nota (10) postillava che: “(10) AC XX, 30 (1115, giugno). L’espressione si ritrova anche in AC XX, 28 e 29; si tratta però di due falsi, sui quali si veda C. Carlone, I principi Guaimario e i monaci cavensi nel vallo di Diano, in “Archivi e Cultura”, X (1976), pp. 47-66.”. Il Vitolo, a p. 47, nella nota (11) postillava che: “(11) E’ da tenere presente infatti che nelle fonti documentarie del Salernitano i Saraceni non sono mai chiamati barbari, mentre invece le fonti narrative usano le espressioni: ‘Saraceni, Agareni, Hismaelitae, Poeni, Hispani, Pagani. Per quel che ne so, l’espressione ‘barbari’ è usata soltanto dall’autore della ‘Translatio’ di S. Matteo, il quale riferisce che le reliquie dell’evangelista furono ritrovate nel 954 in una chiesa presso Casalvelino ‘a barbaris destructa’ (G. Talamo Atenolfi, I testi medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100). Come aggettivo riferito ai Saraceni, barbari si ritrova in un documento del febbraio del 882, in cui si parla di un abitante di Nocera che non poteva raggiungere Salerno ‘pro ista generationes barbaras saracenorum, unde in cibitate ista salernitana circumclusi sumus’ (CDC I, 110).”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (12) postillava che: “(12) V. più avanti, p. 127”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (13) postillava: “(13) Citazione in V. Bracco, Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV (1958), pp. 169 sg.”.

Nel 875-878 (?), i Saraceni di Licosa, Agropoli e Paestum per Costantino Gatta ed il Volpi e la nuova sede Episcopale Caputaquense

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiese baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando delle Diocesi e clero dopo il mille, a p. 47, in proposito scriveva che: “Circa la data del trasferimento della sede diocesana da Paestum a Capaccio si fanno varie ipotesi, come quella ad esempio del Gatta (1) che la colloca tra l’877-882 epoca in cui visse Giovanni VIII (872-882), o il Gams quando afferma: “930 diruta Paestum, sedes traslata est (Cathedral S. Maria Maggiore)”(2).”. Ebner, a p. 47, vol. I, nella nota (1) postillava: “(1) C. Gatta, Memorie topografiche-storiche della provincia di Lucania, Napoli, 1732, p. 267.”. Ebner, a p. 47, vol. I, nella nota (2) postillava: “(2) Chronicon saler. cit., par. 42 e 94.”. Il Gatta sosteneva che la distruzione di Paestum da parte dei Saraceni avvenne durante il pontificato di papa Giovanni VIII. Da Wikipedial eggiamo che Giovanni VIII (Roma, 820 circa – Roma, 16 dicembre 882) è stato il 107º papa della Chiesa cattolica dal 14 dicembre 872 fino alla sua morte. È spesso considerato come uno dei più importanti pontefici del IX secolo, insieme a Niccolò Magno. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche-storiche della Provincia di Lucania”, a p. 267, in proposito scriveva che: “E perchè in avvenire non vi è più memoria de’ Vescovi Pestani, si può argomentare che dopo detto secolo tal Città distrutta fusse, come realmente accadde nel regnare di Basilio Macedone Imperatore di Oriente, tenendo il pontificato il suddetto Giovanni VIII. che fu negli anni 875. in circa: dopo di che i di lui Vescovi non più di Pesto, ma di Capaccio si nominarono per aver quivi fermata la sede dopo la rovina della loro Metropoli (a). E che circa tal tempo Ella distrutta fusse, oltre gli testimoni de’ Scrittori, si deduce chiaramente dall’invenzione del deposito del Glorioso di S. Matteo, che fu ritrovato nell’anno 954 fra le rovine e desolazione di detta città, come attesta’ M. Antonio Marsilio Colonna’ (b), qual Sacro Corpo immantinente fu legato nella Chiesa Cattedrale della nuova Città detta ‘Capaccio’ per opera del di lui Vescovo, etc…”. Il Gatta a p. 267, nella nota (a) postillava: “(a) Giuseppe Volpi, Cronologia de’ Vescovi di Capaccio; Michele Zappulla, nel cap. di Capaccio nella Storia di Napoli.”. Il Gatta a p. 267, nella nota (b) postillava: “(b) M. Antonio Marsilio Colonna, de Vita et gestis Matthei Apost., cap. 7.”. Di questo autore ho parlato nell’altro mio saggio sul monaco Attanasio e le sacre spoglie dell’apostolo Matteo. Il Gatta cita più volte Giuseppe Volpi (…), nel suo “Cronologia de’ Vescovi di Capaccio etc…”, parlando di Paestum, in proposito scriveva che: “…………………”.

Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a pp. 40-41, in proposito scriveva che: “Non lungi da Pesto, come già dissi, vittima del saracinesco furore, fioriva un tempo Capaccio-vetere. Gli storici, che di questa città scrissero, opinarono che venisse fondata distrutta che fu Pesto nel 930 secondo alcuni, oppure nel 915 come altri con più ragione credettero. Il dotto P. Mannelli, nel suo pregevolissimo manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’, che tuttora giace inedito negli scaffali della biblioteca nazionale, pel primo la volle fondata da ‘quei pestani che si ebbero la sorte di sottrarsi all’eccidio de’ saraceni agropolitani’. “Non pare, egli scrive (1), che tutti fossero concordi ove principalmente fermarsi dovessero, etc…..Così tenne M. Zappullo (2), lo stesso vollero Costantino Gatta (3), il Volpi (4) e tra i moderni il Marchesano (5) ed il professore Longobardi (6). Ma gli addotti scrittori a partito ingannaronsi nello stabilire che ciò avvenne dopo l’eccidio di Pesto; in vero, qualora Capaccio sorse distrutta che fu Pesto, ne viene conseguentemente che prima del secolo decimo non dovrebbe farsi menzione di siffatta città: or questo appunto è falso come sono per dimostrare. La cronaca cavense, anno 794, ne attesta che Guibaldo, preposito del cenobio benedettino di Salerno, otteneva dal principe Grimaldo molti doni etcc… – più chiara menzione vi è di Capaccio nell’anno 878, secondo la medesima cronaca cavense, ove leggesi: “Anno 878. Saraceni denuo Roman et Calabriam escurrunt et incendunt, et in Sal. principatum usque ad Agropoles et ‘Capaqueum’ fundibus devastant, et Lucaniam, ruptis bocheturis espugnant”.”. Dunque, per il Volpe, Capaccio esisteva già molto prima della devastazione dei Saraceni agropolitani accaduta dopo la strage del Garigliano.

Nel 879, Niceforo Foca che conquistò i ribat (“munita oppida”) di Amantea, Tropea, e S. Severina

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: Dovea forse così Camerota esser uno dè cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua Istoria al ‘num 55.’ scrive essere in Italia in mano dè Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879. anche Amantea, Tropea, e S. Severina, che loro furon tolte da Niceforo, Capitano dell’Imperador Basilio, per relazione dello stesso ‘Porfirogenneta’.”.

Antonini, p. 411, su Camerota

(Fig….) Antonini G., La Lucania, Discorsi, vol. I, p. 412

Antonini, a p. 412, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’autorità di ‘Porfirogeneta’ non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt'”. Sulle incursioni Saracene sul nostro territorio ha scritto pure Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…”. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu il secolo delle più feroci devastazioni nel sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Tropea, Santa Severina e, a Nord di Policastro, Agropoli (86). Ecc..“. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (86) postillava che: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse un ricordo, venera “Santo Foca”. Da Wikipedia leggiamo che nell’812 d.C. si registrò la prima incursione saracena sulle coste calabresi, che colpì Reggio, capitale del Thema; l’ultima ci sarà solo nel 1793, a danno di Pizzo e Tropea. Certo la presenza araba fu sempre limitata negli spazi e nel tempo, perlopiù consistendo, appunto, in incursioni e saccheggi. Vennero catturate in modo effimero dagli Arabi Tropea, Santa Severina e Amantea (12) dall’839 all’885. La conquista della Calabria da parte dei guerrieri normanni vassalli del papa emarginò il pericolo arabo. Wikipedia, nella nota (12) postillava: “(12) “Amantea” è tra l’altro il nome arabo dell’antica Nepezia: viene da Al Mantiah, La Rocca. Gabriele Turchi, Storia di Amantea, Cosenza 2002.”. Da Wikipedia, alla voce “Amantea” leggiamo che nel medioevo i greci bizantini, quando conquistarono la Calabria, fondarono nell’area dell’attuale Amantea vecchia una cittadella fortificata chiamata Nepetia (Νεπετία). Nepetia fu conquistata dagli arabi nel IX secolo, che la costituirono capitale di emirato e la ribattezzarono Al-Mantiah. Quando, nell’885, Niceforo Foca riconquistò la città, rimase il nome di Amantea. La cittadina fu elevata a sede vescovile finché non venne accorpata, sul finire dell’XI secolo, alla diocesi di Tropea.

Nel 882 d.C.Atanasio II, Vescovo-Duca di Napoli (877-889)

Atanasio II salito al potere, mantenne l’alleanza, fatta di intrighi e scorrerie, con i Saraceni di Agropoli. Li utilizzava per i lavori sporchi, ci faceva commerci e gli chiedeva una “tangente” per le rapine che compivano. Il Vescovo di Napoli scagliò i Saraceni di Agropoli contro Guaimario I di Salerno e dei continui attacchi a Salerno, abbiamo delle testimonianze riportate dalla“Historia Langobardorum Beneventanorum” di Erchemperto (….) e da altri documenti dell’epoca. Eccone alcune: Per acquistare il cibo, in una Salerno assediata dai Saraceni di Agropoli, una donna salernitana si lamentava perché era stata costretta ad alienare alcuni beni immobili; Un’altra donna si disperava che i suoi due figli, garanti per una vendita, non erano presenti perché, uno era stato catturato dai Saraceni e l’altro era a Nocera, città assediata dalle orde mussulmane. Quando Papa Giovanni VIII minacciò di scomunicare ed assalire Atanasio II, per la sua alleanza con i Saraceni di Agropoli, questi, per meglio difendersi, assoldò da Palermo un esercito di Mussulmani comandati dal condottiero Sicham. I Saraceni Siciliani subito giunsero a Napoli e costruirono un Ribat alle falde del Vesuvio, da dove iniziarono a razziare ferocemente l’hinterland napoletano. Atanasio II, pentendosi di averli chiamati, strinse alleanza con Salerno e Capua. Nell’autunno dell’882 assalì e scacciò dalle falde del Vesuvio i Saraceni Siciliani, che si rifugiarono, rafforzandoli, nei Ribat di Agropoli e del Garigliano. Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia”, fu pubblicato da Michelangelo Schipa (….), ci parla dei musulmani di Camerota ma ci parla dei musulmani stabilitisi nel ribat di Agropoli, i quali, negli anni 882 e 883, al seguito del Duca di Napoli Attanasio, funestarono la Campania. Infatti, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: Per seguire tal colpo, Atanasio, compose una nuova lega: di “tutte le genti marittime” (compresovi quindi il nuovo principe di Salerno Guaimario) e di “tutti i capuani della città e dei castelli” (così Erchemperto). Assaliti da questo complesso di forze i mercenari nel loro accampamento, quelli che scamparono al macello, ritraendosi traverso il principato salernitano, etc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La  baronia del Cilento”, a pp. 29-30 (non è p. 80 come scriveva il Cantalupo che confuse con 30), parlando del casale di “Agropoli”, in proposito scriveva che: “II…..Attanasio vescovo di Napoli, che aveva usurpato anche l’ufficio ed il titolo di duca, invocò l’aiuto di quei barbari nelle sue contese col Conte di Capua, ed essi accorsero portando ovunque stragi e ruine. L’indegno vescovo, scomunicato dal papa per tale alleanza e atterrito dall’opera devastratrice degli infedeli, infranse i patti e, collegatosi invece col Principe di Salerno e con i Capuani, assalì il campo dei Saraceni nei dintorni di Napoli presso il Vesuvio e li sbaragliò. I Saraceni si diedero alla fuga e, battendo in ritirata per la limitrofa provincia di Salerno, si ricoverarono ad Agropoli (1) etc…”. Il Mazziotti, a p. 29, nella nota (1) postillava: “(1) Schipa, Storia del princ. di Salerno, pag. 210.”.

Nel 882, i Saraceni ad Agropoli ivi si stabilirono fondando un ribat

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 30, riferendosi ai Saraceni ed ad Agropoli, in proposito scriveva che: Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a dismisura negli anni, tanto da fare di questo centro una potente roccaforte saracena nell’anno 882 (8).”. Il Vassalluzzo, a p. 30, nella sua nota (7), riferendosi agli anni precedenti al 914 postillava che: “(7) HIRSCH F., – SCHIPA M., op. cit., pag. 109. Ecc… Negli anni precedenti i predoni avevano commesso soprusi di ogni genere. Non avevano risparmiati neppure i giovinetti, che essi rapivano come ostaggi. Ecco quanto si trova scritto in Orlando, op. cit., p. 319, citando un documento custodito nell’Archivio Cavense: “Si johanne filio meo, ecc..ec…”. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Hirsch F. Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, p. 96 e 97; Cilento N., op. cit., p. 184.”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (7) postillava di (7) Hisch F. – Schipa Michelangelo, La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno,  ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141. Infatti, Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia”, fu pubblicato da Michelangelo Schipa (….), ci parla dei musulmani di Camerota ma ci parla dei musulmani stabilitisi nel ribat di Agropoli, i quali, negli anni 882 e 883, al seguito del Duca di Napoli Attanasio, funestarono la Campania. Infatti, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Per seguire tal colpo, Atanasio, compose una nuova lega: di “tutte le genti marittime” (compresovi quindi il nuovo principe di Salerno Guaimario) e di “tutti i capuani della città e dei castelli” (così Erchemperto). Assaliti da questo complesso di forze i mercenari nel loro accampamento, quelli che scamparono al macello, ritraendosi traverso il principato salernitano, fecero sosta ad Agropoli, rimpetto a Salerno, in fondo alla curva meridionale del golfo. E, quivi fortificatisi secondo l’uso, di lì si sparsero a saccheggiare e a distruggere, disertando i campi circostanti, che si coprirono di rovi e di sterpi; pronti ad aiutare a lor modo chi li chiamasse. E una chiamata ebbero subito dall’ipato Gaetano Docibile contro il molesto vicino Pandonolfo. Il papa, per scongiurare gli effetti ecc….Poi fatto dai figli di Landonolfo, suoi alleati e congiunti di Guaimario di Salerno, spodestare e imprigionare il conte del Garigliano Landone II, nuovo conte di Capua; mosse quelli di Agropoli contro il principato di Salerno, che ne sarebbe rimasto soggiogato in tutto, se a difesa non fossero accorsi i bizantini, tornati ormai da Bari a dominare gran parte della Puglia e della Calabria.”. Sempre lo Schipa, a p. 98, in proposito scriveva pure: “Il principe Guaimario allora era lontano dal suo stato. Premuto sempre più tra i coloni di Agropoli, i napoletani e i bizantini, che, dalla Puglia avanzando nel beneventano, non celavano le loro mire d’ulteriore espansione, aveva giudicato minor pericolo riparare spontaneamente all’ombra degli augusti d’Oriente. E, tolto a compagno il giovane Landone, figlio di Landolfo di Suessula, era partito per Costantinopoli (887).”. Pietro Ebner (….), ne parla in ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a pp. 23-24, parlando del porto di Salerno, in proposito scriveva che: “5….E nel mondo islamico Salerno, forse più Amalfi, era nota prima dell’841, quando i Saraceni, “pestis agarena”, impresero a correre il Mezzogiorno d’Italia per trarre schiavi, donne e bottino. Annidatisi al Garigliano e ad Agropoli (55), ne partivano per frequenti razzie nei dintorni, lasciando poi tracce del loro passaggio e della loro permanenza in viventi toponimi (Novi: l’arabo bizantino ‘Gelbison’; Agropoli: ‘campo saraceno’)(56) e in non poche parole del loro vocabolario.”. Ebner, a p. 24, nella nota (55) postillava: “(55) V. Cilento, cit., p. 148 sgg., p. 163, p. 175 sgg. e p. I. Per il Cilento passarono i trentamila africani di Abd-Allah nell’871 “crudeliter dilaniabant”, dice Erchemperto, Historia, 51, p. 257, ad an. 879, risalendo la Calabria verso Salerno. Nell’882 una nuova lega campana, promossa dal papa, li costrinse dopo essersi fermati a punta Licosa (“Licosa latitabant”, dice G. Diacono), a trincerarsi ad Agropoli (“saraceni agropolitani”) dove fondarono una colonia permanente “deinde per iuga montium degebat, omniaque demoliebantur”, ricorda il ‘Chronicon salernitanum’. “. Ebner, a p. 24, nella nota (56) postillava: “(56) Mandelli, cit., f. 100: “Dell’habitazione de’ Saraceni in Agropoli, ne rimane perpetua memoria non pure presso de’ Scrittori, ma anco de’ Cittadini, poi che nel piano sotto la terra, vi si veggono vestigia di molte habitazioni et il campo saracino vien detto anco oggigiorno; segno evidente, che non essendo capace il recinto del piccolo colle di tanta moltitudine gran parte habitasse nel piano, fortificandovisi all’uso militare”.”. Pietro Ebner (….), ne parla in ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a pp. 275-276, parlando di Agropoli e della nascente diocesi di Capaccio, in proposito scriveva che: “2….Tuttavia, è ben difficile che i “Saraceni agropolitani” delle Cronache, e cioè quei Musulmani di Sicilia che risalendo la Calabria (a. 882) verso Salerno si erano trincerati ad Agropoli, da dove “per iuga montium – ricorda il ‘Chronicon Salernitanum – degebant ominiaque demoliebantur”, non abbiano razziato anche la pianura pestana. Per cui è da presumere che le popolazioni abbandonassero la pianura per i colli e i pianori montani certamente più sicuri. Anche perchè la pianura non era più l’ubertosa di un tempo e la città non più celebrata “città delle rose” due volte fiorenti all’anno (21). Città e pianura diventate insalubri per l’accrescersi dei pantani e degli acquitrini formatisi per il mancato defluire verso il mare del Salso (le alluvioni avevano elevato la linea di spiaggia),…..Preda dell’anofele, etc…”.

Nel 882, i Saraceni ad Agropoli ed il trasferimento della sede episcopale a Capaccio

Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a p. 52, parlando di Agropoli, in proposito scriveva che: “Ma nell’anno 882 di Cristo, stabilitisi i Saraceni in Agropoli, sì degna sede venne soppressa ed aggregata a quella di Pesto-Capaccio; onde ‘Episcopus Paestanus Caputaquensis etc..’, come leggesi nelle bolle vescovili. Tali barbari, scrive il “chiaro Volpe (4), sconfitti da Pandolfo alle radici del Vesuvio, recaronsi ad occupare Agropoli nell’anno di Cristo 879 circa (5), ove per molti anni si trattennero facendo continue scorrerie per quei luoghi, sicchè acquistarono il nome di ‘Saraceni agropolitani’ (6). In questo tempo avvenne che parte di essi; richiesti in soccorso da Dicibile, duca di Gaeta, vi si recarono formando il loro accampamento presso il Garigliano. Ivi pure più tempo si trattenero, finchè Atenolfo, conte di Capua, mal soffrendo la loro condotta e le continue ruberie, che vi facevano, col soccorso di altri (7), tutti gli uccise in quel luogo medesimo. A tal funesto annunzio quel di Agropoli erano, temendo che non fosse ad essi la stessa sorte spettata, cercarono di abbandonare quel luogo, dopo di avere, nel buio della notte, saccheggiata ed incendiata Pesto”. Il loro numero era sì grande, che il recinto della città non potendoli tutti contenere, fu mestieri spiegare le tende in vasta pianura, che ancora ai nostri giorni il nome conserva di ‘Campo de’ Saraceni’ (8).”. Il Volpe, a p. 55, nella nota (5) postillava: “(5) Ciò avvenne ben tre anni dopo, cioè nell’anno 882. Imperocchè se nell’888,, seondo Erchemperto, Attanasio si unì coi figli di Pandolfo, e dopo molti avvenimenti si apporta l’andamento dei Saraceni in Agropoli, non potè questo avvenire prima dell’882. Errarono dunque l’Antonini ed il Volpe quando scrissero che i saraceni si fermarono la prima volta in Agropoli nell’autunno del 879, allorchè da Pandolfo alle radici del vesuvio furono sconfitti.”. Il Volpe, a p. 54, nella nota (6) postillava che: (6) Nel Castello di Agropoli si osserva un pezzo di marmo, ove sono intagliati alquanti caratteri arabici, ora appena intellegibili, opera certamente dei saraceni che un tempo vi abitarono.”.

Nel 882, il ribat (“munita Oppida”) dei Saraceni di Agropoli a Cetara

Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi etc…, vol. I., pp. 121-122 e ssg., riferendosi al duca di Napoli, Attanasio, in proposito scriveva che: “Per disfarsi adunque da questi dannosi nemici, Attanasio, chiamò in suo aiuto Guaimario principe di Salerno, i Capuani ed altri popoli vicini, cui riuscì poi di snidarli di là a viva forza. Vinti, ma non perduti di animo, i Saraceni volsero in Agropoli (nel Cilento), ove si afforzarono ed ebbero vita per quasi quarant’anni!; scorrendo ed infestando, non solo i paesi littorali del golfo di Salerno, ma ben anco quelli posti in sulle spiagge di Calabria. In breve gli stessi Saraceni di Agropoli spiccarono una banda loro nella terra di Cetara, dove pigliò posto, e si distese lungo quel seno di mare sino alla cala detta di Fuonti, con tartassare miseramente i luoghi vicino Salerno, senza che il principe Guaimario od altro se ne prendesse pena – etc…”. La notizia dataci dal Camera è oltremodo interessante. Il Camera scriveva che ai tempi di Guaimario, principe longobardo di Salerno e del duca di Napoli, Attanasio, i Saraceni da tempo stanziatisi ad Agropoli formarono una banda che andò a stabilirsi a Cetara nel ducato di Amalfi (nella cala detta di Fuonti) e da lì spesso partivano per incursioni violente a Salerno e nelle sue vicinanze.

Nel 882, Guaimario II sventò un assalto dei Saraceni a Salerno

Matteo Mazziotti (….), nel suo “La  baronia del Cilento”, a pp. 29-30 (non è p. 80 come scriveva il Cantalupo che confuse con 30), parlando del casale di “Agropoli”, in proposito scriveva che: “II. I Saraceni si diedero alla fuga e, battendo in ritirata per la limitrofa provincia di Salerno, si ricoverarono ad Agropoli (1) fortificandosi, nell’anno 882, da prima in un campo che porta ancora il nome di campo saraceno, e poi su l’altura allora quasi inespugnabile. Da là infestarono ancora per molti anni l’intera provincia e specialmente la pianura di Salerno, spargendo ovunque la desolazione ed il terrore e tentarono con l’inganno di prendere anche Salerno. Molti di essi, simulando di essere mercanti, ed occultando le armi, vi si recarono con il divisamento di impadronirsene la notte, per sorpresa. Il loro disegno andò fallito, perchè il Principe di Salerno, Guaimario II, posto sull’avviso da un fido gastaldo, stette con i suoi in arme e, per sicurezza dei cittadini, fece accende grandi fuochi nelle piazze principali della città e vigilare i passi dei Saraceni (1). Etc…”. Il Mazziotti, a p. 29, nella nota (1) postillava: “(1) Schipa, Storia del princ. di Salerno, pag. 210.”. Il Mazziotti, a p. 30, nella nota (1) postillava: “(1) Cronaca Salernitana, c. 151-547; Schipa, op. cit., pag. 225.”. Da Wikipedia leggiamo che nell’893 aveva nominato co-reggente suo figlio Guaimario II, che tenne le sorti del principato durante la lunga assenza di suo padre. Al suo ritorno, scoppiò in città una rivolta istigata da una fazione napoletana supportata da Atanasio, ma i due Guaimari riuscirono a stroncarla. Come se la rivolta filo-napoletana non fosse già abbastanza, ad angustiare ulteriormente il popolo salernitano fu la condotta amministrativa di Guaimario I, divenuto particolarmente cattivo e dispotico, forse traumatizzato dall’accecamento e dalle vicissitudini della sua cattività avellinese: così, tra il 900 e il 901, Guaimario II persuase il padre affinché si ritirasse a vita privata (emulando suo padre Guaiferio) presso il monastero di San Massimo ove morì entro pochi mesi.

Nel 882, Camerota e la roccaforte dei Saraceni

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 581, parlando di Camerota,  riferendosi al Guzzo ed al Cirelli scriveva che: “Si è detto poi che i saraceni di Calabria sbarcarono alla marina di Camerota e che risalendo la collina distrussero il villaggio dove “stabilirono una rocca forte”, di cui manca ogni notizia (5). Si è scritto pure (6) che i Saraceni di Agropoli e Camerota saccheggiarono Policastro nel 915.”. Ebner (…), a p. 581, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Guzzo (cit., pp. 80 e 104) malauguratamente non cita la fonte.”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri, etc’, a p. 80, dopo aver detto che verso la prima metà del IX secolo, i Saraceni dell’Africa settentrionale, nell’anno 845 essi avevano stabilito il loro covo alla Punta della Licosa, ecc.., scriveva che: “Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a tal punto, da fare di questo centro una potentissima roccaforte saracena nell’anno 882 (9).”. Guzzo, nella sua nota (9), postillava che la notizia era tratta da:  “(9) Hirsch F. – Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, pagg. 96-97.”. Il Guzzo, sempre a p. 80, continuando il suo racconto, scriveva che: Qualche anno dopo, altri Saraceni, provenienti dalle coste della Calabria, sbarcavano sulla spiaggia di Camerota, raggiungevano rapidamente il centro abitato e, dopo aver saccheggiato, devastato e dato alle fiamme tutto ciò che vi si trovava, causando sgomento e terrore negli abitanti sfuggiti alla morte, vi stabilivano una nuova roccaforte.”. Il Guzzo, mentre nella prima notizia dei musulmani a Licosa citava Hirsch e Schipa, in questa notizia, invece, non fornisce alcun riferimento. Il Guzzo scrive che qualche anno dopo l’anno 882, altri “Saraceni”, provenienti dalla Calabria, sbarcarono su una spiaggia di Camerota e dopo aver raggiunto il piccolo borgo lo incendiarono e lo saccheggiarono. Il Guzzo non forniva nessun riferimento bibliografico.

Nel 884, il generale Bizantino Niceforo Foca e la riconquista dei territori, come Policastro

Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 33, in proposito scriveva che:  E, proprio per ovviare ai danni conseguenti alla perdita di Siracusa (878), si concreta di lì a poco in una campagna militare che, al comando del generale Niceforo Foca il Vecchio riconquista Amantea, Tropea e Santa Severina, occupate dai Saraceni, e ripristina l’antica unità politica dei territori lambiti dal Golfo di Taranto, congiungendo la Calabria settentrionale alla Lucania orientale e parte della Puglia, giacché in tali regioni si verifica, in pari tempo, un riflusso dei longobardi (92). Erc…”. Il Bulgarella, a p. 33, nella nota (92) postillava che: “(92) J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier jusqu’a la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, 1904, p. 136 ss.; V. Von Falkenhausen, op. cit., p. 20 ss.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 88-89, in proposito scriveva che: “Proprio in quell’anno, però, una grossa schiera ne uscì nuovamente e, unitasi ad altre provenienti dal Garigliano, assieme andarono a soccorrere i loro correligionari di Calabria, dove il generale bizantino Niceforo Foca dava l’assalto agli ultimi trinceramenti arabi: Tropea ed Amantea, sul Tirreno, e S. Severina sullo Ionio. I Bizantini tra l’884 e l’886 riconquistarono tutta la Calabria fino a Bussento, che da allora si disse Policastro (2), tutta la Puglia fino a Manfredonia e la lucania orientale, tra le valli del fiume Crati e Bradano, fino ad Acerenza, occupando così molti territori che erano o erano stati dei Longobardi. Nel frattempo il vescovo Atanasio, procacciatisi aiuti militari dai Bizantini e fatto venire un nuovo contingente di Saraceni da Agropoli, mise insieme un esercito, col quale si diede ad assaltare ora Capua ora Salerno dall’autunno dell’884 alla primavera dell’885. Sia i Capuani che i Salernitani però, ecc…ecc…“. Il Cantalupo, a p. 89, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi n. 6, p. 99.”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron’, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Abbiamo già rilevato come l’ultima fase della riconquista, operata dallo stratego Niceforo Foca tra l’884 e l’886, avesse fissato i nuovi confini dell’Impero d’Oriente approssimativamente a nord della linea: Policastro (6), Lagonegro, Marsico Vetere, Viggiano, Tricarico, Acerenza (7) ed, in Puglia, a sud della linea Foggia, Manfredonia. I Greci avevano così strappato ai Longobardi di Salerno tutti i territori dei gastaldati meridionali, quali comparivano nella Divisione dell’849, cioè quelli di Taranto, Latiniano, Cassano e Cosenza, nonchè parte di quello di Laino. Questi territori, uniti a quelli già Bizantini, costituirono in un primo tempo i due “temi” di Longobardia e Calabria, poi, a partire dal 975, furono ripartiti nei tre “temi” di Longobardia, Lucania (1) e Calabria, ecc…”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron’, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Novi, oggi Novi Velia, è menzionata per la prima volta nel 1005: “nobe finibus salernitanis” (Schipa, Storia…., cit., Appendice, doc. 33), ma solo nel 1103 è ricordato un Guglielmo de Mannia, signore del “castello” quod dicitur nove (ABC, D, 41).”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 17 ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 15 in proposito scriveva che: “E’ difficile che gli inviati del governo percorressero l’intero territorio se l’esistenza di alcuni cenobi italo-greci ancora nel X secolo era ignota non solo all’Ordinario pestano, ma allo stesso “sacro palatio” (30). Non è da escludere, però, che anche al territorio in parola il governo  avesse preposto funzionari residenti; certamente dopo la costituzione del bizantino “tema” di Calabria, provincia riconquistata all’impero da Niceforo Foca tra l’855/6. Ecc…La riconquista bizantina si arrestò su una naturale linea di difesa di cui, come vedremo, si fruì utilmente nel XIII e XIX secolo. Confini indefinibili, che avevano indotto i principi di Salerno a dotare l’antico “gastaldato di Lucania” (32) di un assetto politico-amministrativo più consono alla sua peculiare posizione geografica. I documenti mostrano l’esistenza di due sole circoscrizioni, gli ‘actus’ che costituivano il fisco statale, su cui ancora s’indaga: dal Solofrone all’Alento (a. 963: “in finibus lucania”) e dall’altra riva di questo fiume agli indefinibili confini di cui si è detto e perciò avocato alle dirette dipendenze del “sacro palatio” (nel 947, 992, 1005 sempre “in finibus salernitanis”)(33). Del primo distretto divenne naturale sede Cilentum (34), come si rileva dalle pergamene cavensi, del secondo Novi (a. 1005: “pertinentia de Nobe”), benchè nel 1052 il gastaldato risiedesse nell’odierno Vallo (v.). Ecc..(p. 17). Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero dei nuovi ecc…Sulla (p. 18) immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’, ‘Massicelle ecc..”. I due studiosi Generoso Crisci e Angelo Campagna (…), nella loro ‘Salerno Sacra‘, nel capitolo dedicato ai Monasteri, a p. 387-388-389 parlano dell’antico monastero di S. Benedetto di Salerno, a cui si riferiva la citazione dell’“Annalista Salernitano”, che ci parlava di un ‘Aleprando de Busentio’ e, a p. 377, in proposito scrivevano che: Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari”. Ecc…ecc..”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (6) postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (7), postillavano che: “(7) Di Meo, VIII, 9.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (8), postillavano che: “(8) Paesano, I, 58”. I due studiosi (…), a p. 389, nella loro nota (1), postillavano che: “(1) Chron. Casin., lib. 2, c. 69; ibid., lib. 3, c. 14; Lubin, 352; Codex Taxarum Camer. Apost.”. Il ‘Chronicon Salernitanum’ riferisce che il monastero o l’Abbazia di S. Benedetto di Salerno, nell’884, fu distrutta dai Saraceni e che nell’886 fu restaurata da Angelario, abate di Montecassino. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, in proposito citavano Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari” e, nella loro nota (6), postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. Tuttavia, sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Kehr (…), citato pure dai due studiosi Crisci e Campagna (…), a pp. 364 e ssg., ci parla del Monastero  ed in proposito ci dà dei buoni riferimenti bibliografici: “Lubin, p. 352. – Lancellotti Hist. Olivet. p. 351 sq. – Gattula Hist. abb. Cassinen. p. 219. – Di Meo Annali VII, 96. VIII 165 et pass. – Paesano I 33 sq. 39 sq. 58 sq. II 258 sq. – Morcaldi una bolla di Urbano II p. 127 sq.”. Ivi riporto di seguito la p. 219 del Gattula (…), dove parla del monastero di S. Bendetto a Salerno:

Nell’885, Praja a Mare, la “PLAGA SCLAVORUM”, la spiaggia degli Schiavoni

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il cenobio di S. Nazario”, a pp. 44 e ss. parlando di Nicola da Rossano (S. Nilo), in proposito scriveva che: Il viaggio di Nicola nella sua prima parte si svolge per aspre contrade interne e tra erti e boscosi monti. Quasi certamente per evitare non grandi incontri con masnade musulmane frequenti sempre sulle coste del Tirreno dove, anzi, poco a nord del Mercurion hanno degli stanziamenti fissi, come Saracinello e Saraceno. E se di questo ne rimane la denominazione ad una contrada a nord-ovest di Tortora, del primo se ne conserva il nome ed il ricordo nelle immediate vicinanze di ‘Praja Sclavorum’ sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31). Etc…”. Dunque, in questo passaggio il Cappelli scrive che le “masnade di musulmani frequenti sulle coste del Tirreno, anzi,  poco a nord del Mercurion hanno degli stanziamenti fissi, come Saracinello e Saraceno”, aggiunge pure che: “…..‘Praja Sclavorum’ sorta al tempo di Niceforo Foca etc…”. Dunque, secondo il Cappelli, la “Plaga Sclavorum” (la spiaggia di Praia a Mare) si popolò di popolazioni Slave (egli li chiama “Sloveni”) al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31)”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (31) postillava che: “(31) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N.S. della Grotta a Praia degli Schiavoni etc.., Napoli, 1958, p. 4; O. Dito, La popolazione calabrese dai più antichi tempi ai nostri giorni, in “Calabria Vera”, n. s. IV (Reggio Calabria, 1923), p. 104; Carta d’Italia del T.C.I., 1:250000, fol. 42″. Il testo di Oreste Dito è “Calabria. Disegno storico della vita e della cultura calabrese dai tempi più antichi ai nostri giorni”.  Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a p. 59 e ss. parlando di S. Saba e di S. Nilo, in proposito scriveva che: Un’altra notevole invasione saracena si ripetè poco dopo negli anni 955-56. Ma è lecito connettere questa nuova invasione musulmana con quelle che rinnovandosi di tanto in tanto provocarono, secondo la sua Vita, l’allontanamento del beato dalla regione del Mercurion ? Sembra di no. E’ più giusto, mi pare, ricollegare quegli intermittenti fastidi che a S. Nilo oramai davano le saltuarie incursioni saracene, con quelle sporadiche apparizioni che i Musulmani fecero negli anni immediatamente seguenti al 952 in tutti i luoghi di Calabria, e più che altro, è da credere, al Mercurion prossimo a quella parte della costiera tirrenica, e cioè dall’attuale Praia a Mare a risalire verso settentrione, dove gli infedeli, anche dopo la battaglia del Garigliano, risiedevano si può dire in permanenza. Etc…”. Dunque, il Cappelli ci parla di uno stanziamento stabile e permanente di Saraceni, sulla fascia costiera e nei piccoli borghi marinari della Calabria settentrionale da Praia a Mare risalendo verso il basso Cilento.  Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, a pp. 220 e ss. parlando di Nicola da Rossano (S. Nilo), in proposito scriveva che: “Alla fine del sec. XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171), Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che molto probabilmente significa come quella famiglia fosse originaria del luogo dalla cui denominazione greca avevano derivato la sua arma. Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi presso Petricella e 15 villani al monastero basiliano di S. Elia profeta sito presso il mare alle pendici dei monti di Aieta, nei pressi dell’odierna Praia a Mare, che appare circondata da cenobi di rito greco i quali tutti contribuirono alla persistenza della grecità nella zona intorno alla terra che svela nel nome stesso la sua origine bizantina (3).”. Il Cappelli, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) F. Trinchera, Syllabus Graecorum Membranarum, Neapoli, Typis, ecc., p. 250.”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) D. Martire, La Calabria sacra e profana, Cosenza, 1877, I., pp. 317 e 319; ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii juniorum a Sicilia…’ (illustravit J. Coza-Luzi), Romae, 1893, p. 51. Tra i documenti pubblicati da F. Trinchera, op. cit., 15 provengono da Aieta; V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. D. della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta etc..’ Napoli, 1958, p. 16.”. Il Cappelli citava Vincenzo Lomonaco. Infatti, Vincenzo Lomonaco, nel suo “Monografia sul Santuario di Nostra Signora della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta e sul Comune di Aieta in Provincia di Cosenza”, a pp. 4-7, in proposito scriveva che: “I Saraceni invasero quelle contrade, e vi fondarono, pochi passi lungi dal mare un paesetto, che addimandarono Saracinello (3), di cui ora non rimangono, che le sole ruine…..Sulla frontiera del tenimento Calabro si vede una spiaggia popolata di bei casini……A cavaliere della spiaggia suddetta si scorge una montagna, nella cui cavità accorre frequente popolo diverso di abiti e di costumanze. Il nome del villaggio è ‘Praja degli Schiavi (Plaga Sclavorum), cosi detto degli Schiavi o degli Schiavoni, che molti secoli fa vi lasciarono una piccola colonia. Niuno ignora il commercio che esercitarono in quei lidi i legni Dalmatini, e precisamente Ragusei, i quali son chiamati anche oggidì Sclavi e Schiavoni. Il monte che siede a cavaliere del vasto lido e del paesetto, ed in gran parte lo domina; contiene nel so grembo un’ampia grotta incavata dal vivo sasso, divisa in più scompartimenti, ove si adora l’immagine di Maria SS. sotto il titolo di nostra Donna della grotta (1). Etc…”. Il Lomonaco, a p. 4, nella nota (3) postillava che: “(3) Vedasi la nostra nota 4 alla Canzone per S. M. Neap. 1836.”. Il Lomonaco, a p. 5, nella nota (1) postillava: “(1) Nel Poliorama Pittoresco, nel 1837 t. II, n. 5, p. 39 fu stampata in litografia la figura del suddetto santuario con una breve descrizione da noi fatta, si del villaggio che della grotta; la quale descrizione venne inserita sotto la voce di ‘Aieta’ nel dizionario geografico-storico-civile del Regno delle Due Sicilie del Sig. Mastriani, Napoli, 1838, t. 2 e dell’Omnib. di Napoli, 1856, p. 191.”. Il Lomonaco a p. 16, in proposito scriveva pure che: “Nella Praja degli Schiavi esisteva un’antichissimo monastero di Basiliani, di cui oggigiorno appena si veggono le ruine.“.  Il Lomonaco prosegue il suo racconto e a p. 7 scriveva che: “Le pie contribuzioni dei fedeli del Comune di Ajeta, nel cui perimetro è compreso nella spiaggia della ‘Praja degli Schiavi’ etc….Appartenendo il villaggio della Praja degli Schiavi al Comune di Ajeta che è sito tra una corona di montagne lungi dalla strada consolare, il santuario, di cui finora abbiam favellato, è rimasto ignoto a gran parte del nostro regno…..Per appagar la giusta curiosità dei lettori, riporteremo quì volentieri un frammento dell’opera di P. Ludovico Marafioti (1), intitolata ‘Sacra iconologia della Madonna per li Regni di Napoli e Sicilia (lib. 2, cap. 4). – “Nell’anno 1326 un bastimento Raguseo – carico di Turchi” , etc….diceva che: “passando per la Plaia degli Schiavi (così chiamano li naviganti la spiaggia di Ajeta) etc…”. Il Lomonaco cita anche un aneddoto dell’anno 1326 che dice essere stato riportato da Padre Ludovico Marafioti (….), nel suo “Sacra Iconologia della Madonna per li Regni di Napoli e Sicilia”, lib. 2, cap. 4. C’è anche Girolamo Marafioti (….) ed il suo “Calabria etc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 222, in proposito scriveva che: “PRAIA A MARE (m 5 s.l.m.) dal 1928 Comune, a cui furono aggregate Ajeta e Tortora, fino al 1937 (115). Dalle ultime propaggini occidentali del monte Vingiolo, al di sotto delle grotte, si estendeva la “Plaga Sclavorum” (116), da cui il toponimo Praia. Gli SCLAVONI, stanziati in più località della costa (117), erano giunti nel Sud della Penisola durante il ducato longobardo di Aione (118). Si erano insediati nella “Plaga” su preesistenti, ma certamente sparuti, nuclei di origine arcaica. Difatti, tutta la zona rivela manifestazioni umane antichissime, ad incominciare dal Paleolitico Inferiore, a cui sono ascrivibili le “Amigdale” rinvenute in contrada “Rosaneto” di Tortora (119).”. Il Campagna, a p. 222, nella nota (116) postillava che: “(116) Della “Plaga”, con eccezione di “piana”, “contrada”, “regione”, scrisse V. Lomonaco, Monografia, etc., op. cit., Il Lomonaco riporta Marafioti”. Il Campagna, a p. 222, nella nota (117) postillava che: “(117) “Schiavo” è contrada di Majerà, dove l’insediamento “scalvone” avvenne su piccolo agglomerato magno-greco, presso una sorgente, ora proprietà eredi Giovanni Biondi e Luigi Casella. “Castel Schiavo”, sulla sinistra di Abatemarco, m. 967 s.l.m., è il “Castellum de Sclavis” riportato in un “Privilegium” di Enrico IV, riconfermato da Costanza e da Federico II alla Congregazione Florense, in D. Martire, La Calabria sacra e profana, cit., pag. 116 e ssg. Sulla costa è molto diffusa la coltura del fico, dal frutto color marrone, dolcissimo, noto come fico “schiaviello”. Nella seconda metà del XVI secolo, nell’imporre nuove tassazioni per un più completo sistema di torri marittime, il vicerè don Parafan de Rivera, duca di Alcalà, disponeva che Schiavoni ed Albanesi delle coste venissero tassati per metà canone, in G. Valente, Le torri costiere, etc., op. cit., p. 29″. Si tratta del testo di Gustavo Valente, Le Torri costiere della Calabria. Il Campagna, a p. 222, nella nota (118) postillava che: “(118) “Aione reggeva il ducato (Benevento) da ormai un anno e cinque mesi quando con molte navi sopraggiunse un esercito di Sclavi che si attendarono non lontano da Siponto (Sipontum, presso Manfredonia) e di nascosto da tutti cominciarono a scavare delle buche intorno all’accampamento….”, P. Diacono, Storia dei Longobardi, IV, 44, Milano, 1974; Idem (sugli Sclavi), IV, 7,10, 24, 28, 37 bis, 40; V, 22-23; VI, 24-26, 45, 51-52. Aione era succeduto ad Arichis nel ducato di Benevento, intorno al 641. Gli SCLAVONI, dal latino medioevale Sclavus, erano gli abitanti della Sclavonia, detta anche Slavonia, da cui Venezia traeva il maggior profitto nel commercio degli schiavi, in A. Peronaci, Evoluzione storica dei termini e dei concetti di servus, di scalvus, etc., in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, pag. 456.”. Dunque, il Campagna cita Paolo Diacono e la sua “Storia dei Longobardi” dove spesso il cronista cita i popoli Slavi. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, a p. 63, parlando della cittadina calabrese di Scalea, in proposito scriveva che: “I Greci, tuttavia, non dovevano essere l’unica etnia del territorio di Scalea, ma da alcuni indizi emerge una situazione assai più complessa. Abbiamo visto infatti che i Bizantini insediarono nel territorio anche gruppi di etnie diverse rispetto a quella greca (Armeni, Slavi, Arabi). Di insediamenti slavi nella zona, infine, abbiamo testimonianza del toponimo Schiavo, presso Buonvicino, nella tradizione locale che vuole l’abitato di Praia originario da uno stanziamento militare slavo (Plaga Sclavorum) e nel cognome Loschiavo, molto diffuso nella zona. Della presenza araba potrebbe essere testimonianza il toponimo Fischia, etc…”.

Nel 885, la nascita di “Plaga Sclavorum” al tempo di Niceforo Foca

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il cenobio di S. Nazario”, a pp. 44 e ss. parlando di Nicola da Rossano (S. Nilo), in proposito scriveva che: “….‘Praja Sclavorum’ sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31). Etc…”. Dunque, il Cappelli scriveva che la “Plaga Sclavorum” (o Praia a Mare), sorse al tempo di Niceforo Foca (…..). Il Cappelli, sulla scorta del Lomonaco scriveva che la “Plaga Sclavorum” (la spiaggia di Praia a Mare) si popolò di popolazioni Slave (egli li chiama “Sloveni”) al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31)”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (31) postillava che: “(31) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N.S. della Grotta a Praia degli Schiavoni etc.., Napoli, 1958, p. 4; O. Dito, La popolazione calabrese dai più antichi tempi ai nostri giorni, in “Calabria Vera”, n. s. IV (Reggio Calabria, 1923), p. 104; Carta d’Italia del T.C.I., 1:250000, fol. 42″. Il testo di Oreste Dito è “Calabria. Disegno storico della vita e della cultura calabrese dai tempi più antichi ai nostri giorni”. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, a p. 43 e ssg., in proposito scriveva che: “Nell’885-886, infatti, venne investito del comando in Italia il più celebre genio militare dell’epoca: Niceforo Foca, detto il Vecchio, per distinguerlo dal più famoso nipote omonimo, l’imperatore Niceforo II Foca (963-969). Egli giunge in Italia con un poderoso esercito, composto oltre che dalle forze di tutti i themata occidentali (Tracia, Macedonia, Cefalonia e Longobardia), anche da truppe scelte di quelli orientali, a cui si aggiunsero truppe armene guidate dal famoso (o meglio famigerato) Diakonitzis. Costui un tempo era stato seguace e sostenitore di Chrysochir, capo degli ertici pauliciani, una setta che per anni aveva dato filo da torcere alle truppe imperiali in Anatolia. Solo nell’872, infatti, Cristoforo, cognato dell’imperatore Basilio I e domestikos etc….Con le forze così considerevoli, dunque, ben presto le potenti roccaforti musulmane della Calabria, una dopo l’altra sarebbero state costrette ad aprirgli le porte. Sbarcato a Taranto, Niceforo si diresse rapidamente sul teatro delle operazioni e, congiunte le sue forze a quelle di Stefano, riuscì a sconfiggere i Saraceni presso Amantea, che subito si sottomise. Dopo questo successo, probabilmente sfruttando l’effetto sorpresa e lo scoraggiamento del nemico, si diresse a sud contro Tropea, anch’essa da anni nelle mani dei Saraceni. Superata anche qui in breve tempo la resistenza musulmana, decise di sferrare il colpo risolutivo e attaccare l’inespugnabile fortezza di Santa Severina……Dopo la morte di Basilio I (29 agosto 886), venne richiamato dall’Italia dal nuovo imperatore Leone VI e nominato domestikos della Scholai, per condurre la guerra contro i Bulgari. Sembra, tuttavia, che Niceforo abbia avuto il tempo di consolidare le sue conquiste, sia calabresi che lucane, e di predisporre un  nuovo assetto politico e militare: ll fatto che questa riorganizzazione potrebbe essere stata completata dal suo successore, Teofilatto, non muta sostanzialmente la sua portata e il suo valore. Vi sono molti indizi che deporrebbero a favore di una vasta riorganizzazione politico-amministrativa della Calabria in quest’epoca, con donazioni di terre ai veterani e fondazione di nuovi insediamenti urbani (Kastra) e comunità di villaggio (chorìa). Etc….

Padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, che, a pp. 55-56, in proposito scriveva che: “Nel breve tratto, in cui la Lucania è bagnata dal Tirreno, è ‘Maratea’, che gli storici locali vogliono subentrata a ‘Blanda’, anche se con scarsa attendibilità (14). La sua posizione infatti è tutt’altro che favorevole ad un’ipotesi del genere. Col tempo si è venuta a formare Maratea Inferiore, che oggi porta il nome di ‘Marina di Maratea’, alla quale sono aggregati i due casali di ‘Acquafredda’ e ‘Cersuta’. ‘Tortora’ ed ‘Aieta’ non hanno origine diversa da quella degli altri borghi medievali: furono i Saraceni che, nel secolo IX muovendo dai due emirati di Amantea e di Agropoli, costrinsero gli abitanti di Blanda a rifugiarsi in luogo più interno e sicuro, sulla montagna. Le testimonianze più antiche dell’esistenza di Tortora non vanno oltre il secolo XII. Nel suo territorio sorse più tardi ‘Tortorella’.

Nell’892 (la notte di S. Giovanni), alla mezzanotte, i Saraceni di Agropoli attaccarono e distrussero Paestum

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiese baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando delle Diocesi e clero dopo il mille, a p. 47, in proposito scriveva che: “Circa la data del trasferimento della sede diocesana da Paestum a Capaccio si fanno varie ipotesi,…..etc….Una cosa è certa, i “saraceni agropolitani” di cui parlano le Cronache avevano razziato anche la pianura pestana: “omnia denudabant (…e) per iuga moncium degebant omniaque demoliebant” e “per Beneventum Salernitanasque fines peragrant”(3). Nella notte di S. Giovanni del 892 i musulmani di Sicilia pare abbiano assalito Paestum devastandolo e incendiandolo. Essi si fermarono a Licosa, secondo Erchemperto (v. G. Diacono “Licosa latitabant”) e poi ad Agropoli, importante osservatorio geografico proiettato sul golfo salernitano (4). E’ presumibile che sotto il loro incalzare le popolazioni abbandonassero la pianura per rifugiarsi in zona più tranquilla e ciò anche in considerazione del fatto che Paestum aveva perduto la sua originaria fertilità a causa soprattutto degli acquitrini defluiti dal degrado del fiume Salso ricordato tra l’altro da Strabone (5).”. Ebner a proposito di questa ultima notizia nella sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Carlo Carucci (….), nel suo ‘La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, a p. 124, in proposito scriveva che: “Gli Abitanti di Agropoli poi, quando il villaggio fu occupato dai Saraceni, si rifugiarono nei vicini monti, iniziando la formazione di varie piccole borgate, tra cui Ogliastro ed Eredita, che poi restarono alla dipendenza di Agropoli, quando i Saraceni andaron via (3). Nei primi anni del sec. X ance Pesto, che per altro quasi nulla più conservava dell’antica grandezza, soggiacque ai Saraceni agropolitani.”.  Il Carucci, a p. 124, nella nota (3) postillava: “(3)……

Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: “Era appena incominciato il X secolo dell’era volgare e sulla cattedra di pietro sedeva il pontefice Giovanni X, quando i Saraceni agropolitani (14), antichi ed audaci popoli dell’Arabia (15), etc…”. Il Volpe (….), a p. 32, nella nota (14) postillava: “(14) L’anonimo salernitano, dopo di aver detto ‘atque Acropoli morarunt, deinde per iuga montium degebant, omniaque demoliebantur’, li chiama egli pure ‘saracenos acropolitanos’.”.

Nel 903, Atenolfo ed altri contro i Saraceni del Gariglianno

Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia”, a pp. 104-105, in proposito scriveva che: “Scomparsa oramai, non si sa come nè quando, dal principato salernitano la colonia di Agropoli, unica infestatrice rimaneva quella del Garigliano, sciolta da ogni legame col resto della società musulmana, oltre forse ad aumenti recatile dai confratelli d’Agropoli, da altre bande prima liberamente operanti e da reliquie della recente invasione. E tocca ad Atenolfo, conte di Capua ed ora anche principe di Benevento, il merito dell’iniziativa d’un impresa intesa a liberarne il paese, come tocca a Napoli e ad Amalfi il merito d’averla secondata. Il solito interesse egoistico mantenne all’incontro nell’alleanza deg’infedeli gl’ipati di Gaeta, Docibile e Giovanni. Atenolfo I, dunque, nel giugno 903 con Gregorio IV di Napoli e con gli amalfitani ….passò il Garigliano etc…”.

Nel 909, Ibrahim-Ibhn-Abhmed, proveniente dalla Calabria occupò Camerota che diventò una sua roccaforte

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 31, in proposito scriveva che: Nell’anno 909, altri Saraceni si trovano ad Agropoli, la ran parte dei qual si era unita al gruppo di Ibraim-ibn-Abmed, provenienti dalla Calabria. I restanti saranno i pochi superstiti assoldati dalla Repubblica Napoletana (10).”. Il Vassalluzzo, a p. 31, nella nota (10) postillava: “(10) Amari M., op. cit., vol. I, pag. 344.”. Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 104, dove scriveva che: “Nell’anno 909, altri Saraceni, al seguito del potente Capo arabo Ibrahim-Ibhn-Abhmed, provenienti dalla Calabria, dopo aver saccheggiato ed incendiato Camerota, vi fondarono una nuova, munitissima roccaforte che manda nelle tenebre sinistri bagliori di fuoco, si dirigono minacciosamente su “Skarius” (20).”. Il Guzzo, a p. 105, nella sua nota (20), postillava che: “(20) F. Cirelli, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835, pag. 36.”. Ebner, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Cirelli, cit, p. 36. Anche il Cirelli non cita la fonte.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a pp. 78-79, in proposito scriveva che: “Con l’avvento a Costantinopoli della dinastia macedone (Basilio I, 867-886), avvenne una ristrutturazione del potere bizantino nel nostro Mezzogiorno, soprattutto in Calabria, dopo la perdita della Sicilia (92). Tuttavia, le incursioni continuarono, soprattutto quando, domata la rivolta tra Arabi di Sicilia ed Agabliti d’Africa (900), assunse il potere Abu^l-Abbas ‘Abdallàh, che, l’anno seguente conquistò Reggio. Richiamato in patria Abul-Abbas, nel settembre-ottobre del 902 veniva assediata Cosenza da Ibrahim II, la cui morte naturale, 23 ottobre, salvò la città. Nel 913 furono condotte furiose incursioni lungo le coste della Calabria dal governatore arabo della Sicilia, Ahmed ben Qurhub. Dopo l’incursione contro Reggio (918), si giunse ad una pace concordata, che stabiliva il versamento d’un vergognoso tributo agli Arabi, da parte bizantina. Sanguinose scorrerie con deportazioni si susseguirono, ininterrottamente, sulle coste, in tutta la prima metà del 900; a nulla valsero i tributi, che furono, puntualmente corrisposti (93). Etc..”. Il Campagna, a p. 78, nella nota (92) postillava: “(92) Dopo il 902, il metropolita di Reggio sarebbe stato anche arcivescovo di Trinacria, formalmente, o per la protezione dei nuclei cristiani dell’Isola, non sottoposti ai Saraceni. G. Lancia Di Brolo, Storia della Chiesa in Sicilia, Palermo, 1880. Il Campagna, a p. 78, nella nota (93) postillava: “(93) M. Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, II, Catania, 1955”.

Nel ‘914, Blanda, secondo il Troyli fu distrutta dai Saraceni

Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “89. Rivello…..– L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dell’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi: “Iterum. Velia. Renovata. Rivelium Constans. Monumentum.” Nel territorio due fontane, l’una detta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso….. – Rotale della stessa origine che ‘Ruoti’.”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; etc…”. L’identificazione di Blanda con il sito di Maratea, fu ripresa nel secolo successivo da Placido Troyli (10), dall’Antonini (27) e più tardi da Domenico Romanelli (25): « Non in altro sito adunque convien riporre Blanda, che a Maratea, un miglio distante dal mare, siccome opinò saggiamente l’Olsteino, esatto dal detto di si degno amico a credere che Maratea fusse l’antica Blanda, non potrà persuadermelo altri, per il motivo di anzi accennato ». Il Romanelli (25) ed il Troyli (10), credono il sito di Blanda sia quello di Maratea, riferendosi alla lettera del papa (11)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile…e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (25-11). Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 9-10 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,….Lo storico Troilo dice che i Saraceni fierissimi nemici dei Cristiani, dopo di aver devastate le marine del regno, distrussero anche nella Lucania, Grumento, Blanda, Tebe, Pandosia nel 914 dell’Era Cristiana. Il coro di Blanda, in legno di noce, venne trasportato a Tortora ove si conservò fino a 28 anni or sono, ma attualmente si trova nel museo di Budapest, come opera preziosa venduta inconsciamente da un incompetente ecclesiastico agli stranieri.…..Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro. …..(scrive a p. 12): Troilo Abate Placido libro 1 pag. 171.”. Il Curzio si riferiva all’opera dell’abate Placido Troyli (….), “Historia generale del Reame di Napoli”, vol. I, parte II, dove a p. 171 ci parla dei popoli Sirini, Orsentani, Sontini e Volcentani e sempre a p. 171 parlando dei popoli “Sirini” egli scriveva che: “..( o Sirino come altri lo chiamano) abitavano e sorsi sovra Lauria, vicino alle foci del Fiume Siri detto in oggi corrottamente ‘Sinno’. Essendo ivi stata anticamente la Terra di Siruci, che in lingua del paese presentemente si addimanda ‘Siluci’. Quale poi distrutta, e gli Abitatori giti ad abitare in Lauria; in Feudo nobile il Luogo si permutò, ed alla mensa vescovile di Policastro si ascrisse.. Dunque, la citazione del Curzio non ha senso perchè il Troyli si riferisce alla distrutta e antica città di Siluci ed a Lauria non alla distruzione dei Saraceni. Il Troyli parla di Blanda a pp. 162 e ssg., ma non dice nulla della distruzione dei Saraceni. Monsignor Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934 scrisse la stessa notizia di Lauria, ed in proposito a p. 11 scriveva che: ‘’Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro.…..(scrive a p. 12): Troilo Abate Placido libro 1 pag. 171.”. L’identificazione di Blanda con il sito di Maratea, fu ripresa nel secolo successivo da Placido Troyli (10), dall’Antonini (27) e più tardi da Domenico Romanelli (25): « Non in altro sito adunque convien riporre Blanda, che a Maratea, un miglio distante dal mare, siccome opinò saggiamente l’Olsteino, esatto dal detto di si degno amico a credere che Maratea fusse l’antica Blanda, non potrà persuadermelo altri, per il motivo di anzi accennato ». Il Romanelli (25) ed il Troyli (10), credono il sito di Blanda sia quello di Maratea, riferendosi alla lettera del papa (11)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile…e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (25-11).

Le devastanti incursioni Saracene nell’VIII e IX secolo d. C.

Nel 915 d.C. Papa Giovanni X riuscì a costituire una Santa Alleanza alla quale aderirono: Berengario I, Re d’Italia (888-924); il Patrizio Nicola Picingli, inviato dell’Imperatore di Bisanzio, Costantino VII; Alberigo, Marchese di Spoleto; i Principi Landolfo I e Atenolfo II, figli e successori di Atenolfo I di Benevento; Guaimario II, nuovo Principe di Salerno; Giovanni, Duca di Gaeta; Gregorio IV, Duca di Napoli. L’esercito Cristiano, con a capo Papa Giovanni X, al grido “Dio è con noi” sbaragliò e mise in fuga i Saraceni dal Garigliano. Finalmente “lo nero periglio che vien dal mare” era stato sconfitto e disperso nell’Italia Meridionale. Solo nel XIV secolo grazie ad una Crociata voluta da Papa Bonifacio VIII contro l’ultimo ribat in Sicilia, terminò la presenza Saracena in Italia. A questo punto gli Arabi vorrebbero invadere l’Italia Continentale, ma sono divisi da essa dallo Stretto di Messina. Per questo nuovo capitolo della storia ci vengono incontro le cronache latine del IX e dell’ XI secolo. Si parla di Saraceni a Brindisi, a Taranto. Soggette a scorrerie saracene furono la Sardegna e la Corsica, ma maggiormente la Calabria, la Campania e il Molise dove gli Arabi si insediarono per qualche tempo. Si ricordano il sacco del Monastero di Montecassino e quelli delle Basiliche di San Pietro e San Paolo a Roma e ancora, nel 935, erano in Liguria a Genova. Gli Arabi risalivano anche l’Adriatico verso Ancona, spingendosi fino a Cherso. Vanno considerati durevoli i due emirati di Taranto e Bari (dall’ 847 all’ 871). Nel 915 i Saraceni furono cacciati e Agropoli tornò in mano ai vescovi, che intanto si erano stabiliti a Capaccio. Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, a pp. 5-6-7 parlando di “Pesto”, in proposito scriveva che: “Vogliono, che questa Città fosse stata una delle quattordici colonie de’ Romani in Italia, che qui fossero vissuti Zenofonte e Parmenide celebri Filosofi, secondo il parere di Dionisio e Diodoro, che M. Tullio Cicerone vi havesse fatto una Villa, e che li suoi cittadini havessero guerreggiato con Annibale, Alarico, Gensorico, e Totila, e con gran valore havessero resistito ad Alessandro Molosso Rè degli Epiroti, & a Pirro suo figliolo. In questa città fiorì anche la Santità, mentre ebbe S. Vito Martire, che morì per la Fede di Cristo, come vuole Paolo Reggio Vescovo di Vico Equense, e dopo tante, e altre sue tralasciate glorie nell’ano 930, fu invasa da Saraceni, e da quelli abbattuta in modo che di una Città sì bella tenuta inespugnabile per molti secoli, e del suo circuito di quattro miglia, non furono lasciati, se non le mura in piedi.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli Studi in Italia”, V, 1882, p. 336.”. Rocco Gaetani (…), però, nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, non parla affatto di Policastro ma, parla dell’antica Bussento (Buxentum), il cui toponimo, solo in seguito fu trasformato in Policastro. Invece, il sacerdote di Torraca, Rocco Gaetani (…), ne parlava nel suo: ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli ecc..’, dove, sulla scorta del manoscritto di Luca Mannelli (…), citava la notizia della distruzione di Policastro (forse Bussento), da parte dei Saraceni nell’anno 915 d.C.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram‘”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Riguardo le notizie tratte dal ‘ms’, manoscritto, del “Marchese di S. Giovanni”, il Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. vol. VII, p. 224, ci parlava del Manoscritto di Luca Mannelli (…), che riportava alcune interessantissime notizie sulla nostra zona. Per il Manoscritto del Mannelli, si veda pure: Rocco Gaetani (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.

Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, riguardo i cenobi basiliani nelle nostre terre, ai tempi delle frequenti e devastanti incursioni Saracene, nell’VIII e IX secolo, a p. 22, parlando della chiesa Bussentina e della città di Bussento, scriveva che: “…, ne deploriamo la distruzione tra il secolo VII e il X per l’ira dei Saraceni, di cui le nostre spiagge furono compassionevoli teatri. Si sa che quei barbari si avanzarono fino a Ostia, che distrussero tra le altre le celebri chiese di Pozzuoli e di Miseno con tanta irreparabile rovina, che la seconda più non risorse, e la prima raccolse appena le sue monumentali reliquie in quella parte del territorio della città, che una volta ne fu semplicemente cittadella; lo squallore si sparse pure sulla vecchia Cuma, la quale, divenuta orribile covo saracinesco finì per non mai più risorgere. Gli stessi gemiti potremmo emettere sulle Chiese littorali fra il Sele ed il Bussento, e la medesima scena è d’uopo ci rappresentiamo nell’VIII o nel IX o nel X secolo della Chiesa Bussentina. Aggiungiamo solamente che l’annalista salernitano parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato dall’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (…), nel suo libretto introvabile, a p. 29, aggiungeva che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. L’incursione araba ebbe echi e costernazione in queste terre tanto da essere citata nella Vita di S. Saba di Collesano e dei monaci bizantini che vivevano nel Mercurion.

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(Figg….) Rocco Gaetani (…), pp. 22-25

Il Volpe (28), traendo alcune notizie dal manoscritto dal Mannelli (27), scriveva a riguardo Policastro: “Più tardi, nè primi del decimo secolo, come risulta da un prezioso manoscritto citato dall’Antonini (7), fu depredata e bruciata dai saraceni Agropolitani (a. 915). I due studiosi Natella e Peduto (10), citano una notizia del Volpe (23), secondo cui, nell’anno 915, gli Agareni (Saraceni), –  che si erano stabiliti ad Agropoli già dall’anno 882, creandone un loro spalto fortificato – attaccarono Bussento – per la seconda volta nella sua storia – incendiandola e distruggendola. I due studiosi (10), sulla scorta del Volpe (28), scrivevano di quel periodo e su Policastro: ” Secondo una notizia non molto attendibile Policastro – seconda volta nella sua storia – venne incendiata e distrutta dai Saraceni (Arabi) di Agropoli nel 915 e, postillavano: La notizia va destituita di ogni fondamento in quanto si basa su opere spurie e falsi settecenteschi.”. La notizia che Policastro fosse stato distrutta dai Saraceni di Agropoli, nell’anno 915, è una notizia riferia dal Volpe (28), che la traeva dal manoscritto del Mannelli (27) che a sua volta traeva alcune interessanti notizie storiche del periodo dal Malaterra (34). Non siamo del tutto daccordo con la tesi dei due studiosi Natella e Peduto (10), che non credevano a queste notizie in quanto ritenevano il manoscritto del Mannelli (27), “un falso settecentesco”. Abbiamo ritrovato e pubblicato il manoscritto di Luca Mannelli (27), a cui si rifaceva una certa bibliografia antiquaria come il Volpe (28), ed abbiamo visto che alcune notizie storiche che esso riporta sono tratte dal monaco benedettino Goffredo Malaterra (34). Tuttavia, questo periodo andrà ulteriormente indagato. Il Gaetani (22), nel suo: ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli ecc..’, parlando dell’assalto dei Saraceni che Bussento aveva subito, così scriveva in proposito a p. 23: si che non potesser come prima a lor voglia venire a danneggiar queste riviere, particolarmente havendogli i fratelli Normanni tolta la Sicilia; cominciò a rihabitarsi il già rovinato Bussento sotto il nuovo nome di Policastro. Il Gaetani (22), nel suo saggio: ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto ecc..”, sulla scorta del manoscritto del Mannelli (27), scriveva: “Fece perdita del suo antico nome dopo che fu da’ Saraceni disfatta, et essendo dagli habitatori poi riedificata, acuistò quel nuovo, il che si fa manifesto da una Bolla d’Alfano ecc…(pp. 10-11). Laonde questa città maritima e tanto fuor di mano da essi (si riferiva ai Longobardi), non fu assalita ma fu posseduta da’ Greci Monarchi. Non però così gli avvenne nei secoli seguenti, quando i Saraceni, vennero a danni d’Italia, perchè quasi al contrario prevalendo più di forze marittime, che terrestri, così come le città mediterranee facean contro di essi gagliarda difesa, così le marittime restavan esposti a colpi del lor furore, languendo homai fuor di misura l’Imperio Greco (p. 22). Potendo quei sacrileghi Barbari con grande agevolezza far vela dall’Africa, anzi dalla vicina Sicilia chh’haveano occupata a danni d’Italia: et in diverse volte, hor assalendo una hor un’altra Città, espugnarono et abbatterono quasi tutte le marittime di questo e dell’altro lido del mare Jonio, e particolarmente di questa Buxento, restandone nelle sue rovine anco sepolto il nome. Non ho ritrovato in ques’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notizia di quei tempi; sol puotesi dire di certo che fu dai Saraceni diroccata. Discacciati finalmente quei Cani dall’Italia, dove in qalche parte eransi annidati; et affrenati dallo sforzo de’ Cristiani, si che non potessero come prima a lor voglia venire a danneggiare queste riviere, particolarmente havendogli i fratelli Normanni tolta la Sicilia; cominciò a rihabitarsi il già rovinato Bussento sotto nuovo nome di Policastro.”. Il Gaetani (22), sempre nel suo saggio sul manoscritto del Mannelli (27), a pp. 24-25, riporta il passo del Mannelli, quando l’Agostiniano analizza la notizia tratta dal libro III, Cap. VIII del Malaterra (34), in cui si parla degli Africani che distruggono la città calabrese di Nicotera: “Africani Saraceni e familia Regis Punicis ex ejus edicto navibus per naves Piratarum more vela ventis committentes maritima litora versus Siciliam, et Calabriam insidiatum vadunt; sique Junio mense in vigilia B. Petri apud Nicotrum ecc..”. Infatti, il Laudisio (6), sulla scorta di Pietro Giannone (64), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”.

7

(Fig…..) La pagina originale che parla dei Saraceni tratta dal manoscritto del Mannelli (27)

Nel 915, i Saraceni del Garigliano e Atenulfo di Capua alla battaglia del Garigliano

Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I., p. 130 riferendosi agli avvenimenti che seguirono dopo la strage del “Traetto”, una località vicino al Garigliano, in proposito scriveva che: “Chi non sa quanti danni e sciagure non ci costò il soggiorno lunghissimo dei Saraceni acquartierati nelle vicinanze del Garigliano ed in Agropoli ? I primi eran divenuti insolenti, e perniciosi a tal segno, che Atenulfo principe di Capua, per isnidarli di là, ebbe a ricorrere a Costantino IX Porfirogenito, imperatore d’Occidente. Alle truppe che egli inviò si unì un corpo considerevole di Greci; ed alle forze si riunirono le milizie del papa Giovanni X, di Guaimario principe di Salerno, di Gregorio duca di Napoli, e di Giovanni duca di Gaeta. Questi differenti corpi avendo formata tra essi una lega formidabile, vennero ad attaccare i Saraceni a tutt’oltranza; cui ne fecero un’orribile carneficina, e forzarono i pochi ch’erano scampati dalla morte, di abbandonare quel luogo (915). Ecc…”. Il Camera citava Atenulfo di Capua. Atenolfo si alleò allora con Amalfi e Gregorio IV di Napoli e attaccò senza risultati di rilievo i musulmani del Traetto nel 903. Traetto o Traietto è il nome d’una località sita sulla foce del fiume Garigliano, attiva come colonia militare musulmana nel IX-X secolo. Nel 903 un tentativo di eliminare tale colonia musulmana fallì miseramente, come pure nel 908, quando Atenolfo I, principe di Capua (887 – 910) effettuò un nuovo tentativo dopo aver ottenuto l’alleanza di Napoletani e Amalfitani.

Nel 915, la lega anti-Saraceni del Garigliano

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (51), sulla scorta del Ventimiglia (52), ha riportato alcune interessanti notizie sulla presenza Araba nelle nostre terre. Vassalluzzo, nella sua nota (12) di pag. 18, scriveva: “Ventimiglia F.A., op. cit. pagg. 104, 105. Lo storico cilentano (riferendo il Cronista Cavense all’anno 879, a proposito dei Saraceni, che vengono in Agropoli e in Capaccio, dove si scrive: et Lucaniam rupis bocheturris expugnavit) ecc…”. Scrive sempre il Vassalluzzo: “I Saraceni avevano visitato più volte la costa del Cilento. Essi infatti, occupata la Sicilia dall’anno 827 all’anno 853, si erano spostati gradatamente sulla terra ferma, costituendo un pericolo costante, specie per le città poste sul mare (6). Perciò Amalfi, Napoli, Gaeta e Sorrento, allo scopo di stabilire una massiccia opposizione ai continui attacchi e alle frequenti razzie dei barbareschi, avevano stretto una Lega tra di loro. Fu proprio in forza di questa alleanza che i Saraceni poterono essere snidati a Punta Licosa, dove si erano arroccati nell’anno 845 (7).”. Il Vasalluzzo, a p. 30, nella sua nota (6) postillava: “(6) T.C.I., L’Italia storica, Milano, 1961, pag. 118. Orlando G., op. cit., pag. 309. Cilento N., op. cit., pag. 177.”. Riguardo Orlando, il Vassalluzzo, a p. 28, nella nota (4) postillava: “(4)….Orlando G., Storia di Nocera de’ Pagani, vol. I, Napoli, 1884, pag. 311 e sg.”. Il titolo completo dell’opera è Orlando Gennaro, “Storia di Nocera de’ Pagani – Dalla nascita della città moderna all’Unità d’Italia”, Napoli, 1884, vol. I-II-III. Il Vassalluzzo, a p. 30, nella nota (7) postillava: “(7) HIRSCH F. – SCHIPA M., op. cit., pag. 109. Orlando G., op. cit., pag. 317. Lo storico nocerino parla di un’altra alleanza tra i principi di Capua e di Salerno, i duchi di Gaeta, di Napoli e di Amalfi, con l’aiuto del navglio dei Greci, alleanza che, nell’anno 914, valse a sconfiggere i Saraceni al Garigliano, la loro ordinaria dimora e, adesso, loro ultimo rifugio. Negli anni precedenti i predoni avevano commesso soprusi di ogni genere. Non avevano risparmiato neppure i giovinetti, che essi rapivano come ostaggi. Ecco cosa si trova scritto in Orlando, op. cit., pag. 319, citando un documento custodito nell’Archivio Cavense: “Si johanne filio meo, in ista terra regressus fuerit, etc…(S. Massimo di Salerno).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Hirsch F. Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, p. 96 e 97; Cilento N., op. cit., p. 184.”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (7) postillava di (7) Hisch F. – Schipa Michelangelo, La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno,  ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141. Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I., p. 130 riferendosi agli avvenimenti che seguirono dopo la strage del “Traetto”, una località vicino al Garigliano, in proposito scriveva che: “Chi non sa quanti danni e sciagure non ci costò il soggiorno lunghissimo dei Saraceni acquartierati nelle vicinanze del Garigliano ed in Agropoli ? I primi eran divenuti insolenti, e perniciosi a tal segno, che Atenulfo principe di Capua, per isnidarli di là, ebbe a ricorrere a Costantino IX Porfirogenito, imperatore d’Occidente. Alle truppe che egli inviò si unì un corpo considerevole di Greci; ed alle forze si riunirono le milizie del papa Giovanni X, di Guaimario principe di Salerno, di Gregorio duca di Napoli, e di Giovanni duca di Gaeta. Questi differenti corpi avendo formata tra essi una lega formidabile, vennero ad attaccare i Saraceni a tutt’oltranza; cui ne fecero un’orribile carneficina, e forzarono i pochi ch’erano scampati dalla morte, di abbandonare quel luogo (915). Ecc…”. Nel 910 papa Giovanni X e Landolfo I si mossero per organizzare una Lega cristiana per liberare i territori dell’Italia centro-meridionale dai musulmani del Traetto, convincendo a unirsi a loro Zoe, quarta moglie e vedova dell’Imperatore bizantino Leone VI, oltre ad Alberico II di Spoleto, duca di Camerino (912-954) e a Berengario, duca del Friuli e re d’Italia. Le truppe così radunate marciarono nel 915 contro il Traetto, rafforzati da Pugliesi, Calabresi, forti della competenza militare dello stratega bizantino Niccolò Picingli – sostenuto da una flotta inviata dall’imperatore bizantino Costantino VII – che per parte sua aveva convinto il principe di Salerno e i duchi di Napoli e Gaeta a partecipare all’impresa. Al termine di tre mesi di assedio, i musulmani capitolarono, causando essi stessi la distruzione per incendio della colonia nell’agosto del 915. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 79, in proposito scriveva che: Oltre al tentativo di Ottone II, i cui ideali di paladino antisaraceno sono discutibili, azioni congiunte contro gli Arabi, già dai primi del secolo, erano state organizzate dal papato, che nella battaglia del Garigliano, 915, era riuscito a collegare Bizantini, aristocrazie meridionali e Alberico di Spoleto.”.

Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi etc..”, a p. 273, parlando della sede vescovile di Agropoli, in proposito scriveva: “Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltano quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tuttora noto come “Campo Saraceno” (10), abbandonato quando vennero sconfitti (20 settembre 1028) da Guaimario di Salerno e Pandolfo di Capua (11).”. Ebner, a p. 273, nella nota (10) postillava: “(10) Schipa, Storia, p. 210.”. Ebner, a p. 273, nella nota (11) postillava: “(11) Di Meo, cit., VII, ad anno 1028.”.

Nel giugno del 915 (916 ?) (nella notte di S. Giovanni), i Saraceni del ribat di Agropoli si unirono ai Saraceni del ribat di Camerota, che abbandonarono e, andarono a saccheggiare Paestum, Velia, Molpa e Policastro (secondo l’antico manoscritto del marchese di S. Giovanni pubblicato dall’Antonini)

La prima notizia della distruzione di Policastro da parte dei Saraceni, nell’anno 915, ci viene dal barone di S. Biase, il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’. leggonsi le seguenti parole: etc…”. L’Antonini, a pp. 412 parlando di Policastro, continuando il suo racconto sui Saraceni ed il ribat di Camerota, in proposito scriveva che: “Partirono poi da Camerota nel 915. quando, uniti agli Acropolitani, saccheggiarono  Policastro, ed in Africa tornaronsi.”.

Antonini, p. 411, su Camerota

Dunque, l’Antonini riferiva queste notizie sui Saraceni che apprese leggendo il manoscritto del “Marchese di S. Giovanni Bonito” (scriveva) ed infatti, l’Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 416-417, nella sua nota (2), riferendosi a “Policastro Bussentino” postillava che: “(2) Appunto cinquant’anni prima, cioè nel CMXV. era stata saccheggiata Città da’ Saraceni d’Acropoli e di Camerota, come si ha dal citato ‘Manoscritto’ del Marchese di S. Gio: ove parlandosi della distruzione di Pesto nel fol. 121 si leggono le seguenti parole: “Anno 915…………Cum proinde resciverint ex duedecim Ismaelitis, qui in parva navicula eruperant, occidionalem pugnam ad flumen Garelianum, timentes amplius in Agropoli permanere, Sacratissima nocte S. Joannis Baptistae tacito pede venientes nocturno aggressu Civitatem sonnolentam (cioè Pesto) capium atque discripiunt, et discedentes, ignem submittunt. Inde coaduvatis fratis de Camerota, eodem filentio discedunt, et Pellicastrum capiunt, et depraedantur, eorum navigia de praeda onerando ad litora Africae consugerunt.”.”. L’Antonini, nella sua nota (2), a pp. 416-417 postillava riportando il brano tratto dal ‘manoscritto’ del Marchese di S. Giovanni, di cui ho parlato in un altro mio saggio. Dunque, queste sono le parole del manoscritto di S. Giovanni trascritte dall’Antonini nella nota (2) a p. 417, quando il marchese parla dell’incursione di Pesto nell’anno 915 da parte dei Saraceni. Secondo l’Antonini, il marchese Giovanni Bonito (….), Marchese di Calatrava, in un suo manoscritto, di cui ho già parlato, nel fol. 121, parlando della distruzione di Paestum da parte dei Saraceni, dopo la sconfitta subita sul Garigliano nel 915, riportava la seguente notizia: Nell’anno 915…..Quando i dodici Ismaeliti, fuggiti su una piccola barca, si ritirarono dalla battaglia occidentale presso il fiume Garelia, temendo di proseguire ancora ad Agropoli, nella notte più sacra di San Giovanni Battista vennero con piede silenzioso di notte assalirono e catturarono la città addormentata (cioè Pesto) e gridarono, e quando si ritirarono, si sottomisero al fuoco. Di là, unitisi ai fratelli di Camerota, partirono allo stesso modo, e preso Pellicastrum, e dopo essere stato saccheggiato, le loro barche, cariche di bottino, navigarono verso le coste dell’Africa.”. Dunque, il “manoscritto del Marchese di S. Giovanni” ci racconta dei Saraceni di Agropoli, in seguito alla grave sconfitta che i Saraceni d’Africa subirono al Garigliano, si unirono a quelli che stanziavano al ribat di Camerota e, nella notte di S. Giovanni del (e qui alcuni riportano una data ed altri un altra data, ma in ogni caso si tratta dell’anno 915), fecero un’incursione a Policastro. Le parole in latino del manoscritto sono riportate anche dal Cantalupo. Dunque esiste un manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni, cavaliere di Calatrava appartenente ad una nobile famiglia di Amalfi e Scala. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. IV, sui Saraceni ad Agropoli, a p. 90, nella nota (2) postillava che: “(2) L’Antonini (op. cit., pp. 412 e 417) riporta il brano di un manoscritto appartenuto al marchese di S. Giovanni, Marcello Bonito ( e che fu poi di M. Camera, lo storico di Amalfi; cfr. C. Carucci, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1922, n. 4, p. 124): “Anno 915….cum proinde resciverint ex duodecim Ismaelitis, qui in parva navicula eruperant, occidionalem pugnam ad flumen Garelianum, timentes amplius in Agropoli permanere, sacratissima nocte S. Johannis Baptistae tacito pede venientes nocturnu aggressu Civitatem somnolentam (cioè Paestum) capiunt atque diripiunt, et discendentes, ignem submittunt. Inde coadunatis fratribus de Camerota, eodem silentio discedunt et Pellicastrum capiunt et depraedantur, eorum navigia de praeda onerando ad litora Africae confugerunt.”. Il testo, pur infiorettato di particolari fantastici, quali la distribuzione di paestum ed il sacco di Policastro, mostra una sostanziale credibilità. Il Mazziotti (op. cit., p. 80), seguendo il Di Meo ed il falso ‘Chronicon Cavense’ (Cfr. M. Schipa, Storia…., cit., n. 2, p. 185), ritarda l’uscita dei Saraceni da Agropoli al 28 sett. 1028. Nello stesso errore è caduto anche P. Ebner (Storia…., cit., p. 273).”. Credo che il Cantalupo citando lo Schipa si riferisca al testo “Storia del Principato Longobardo di Salerno”, pubblicato a Napoli, nel 1887, sebbene però lo Schipa, in questo testo, a p. 185 non riporta nessuna nota e ci parla della caduta di Gisulfo II. Carlo Carucci (….), nel suo ‘La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, a p. 124, in proposito scriveva che: “Gli Abitanti di Agropoli poi, quando il villaggio fu occupato dai Saraceni, si rifugiarono nei vicini monti, iniziando la formazione di varie piccole borgate, tra cui Ogliastro ed Eredita, che poi restarono alla dipendenza di Agropoli, quando i Saraceni andaron via (3). Nei primi anni del sec. X anche Pesto, che per altro quasi nulla più conservava dell’antica grandezza, soggiacque ai Saraceni agropolitani. Questi, saputa la sconfitta dei loro connazionali sul Garigliano, temendo l’istessa sorte, per desiderio di bottino, assalirono Pesto, la saccheggiarono e ne misero in fuga gli abitanti. In un manoscritto del tempo, pubblicato dall’Antonini (4) è detto che i Saraceni, dopo la battaglia sul Garigliano ‘nolentes amplius in Agropoli permanere, sacratissima nocte S. Johannis Baptistae tacito pede venientes nocturnu aggressu civitatem somnolentam capiunt atque diripiunt, et discendentes, ignem submittunt’.”. Il Carucci, a p. 124, nella nota (4) postillava: “(4) Il manoscritto era del marchese di S. Giovanni, Marcello Bonito, ed era posseduto dallo scrittore amalfitano, Matteo Camera, di cui V. l’opera ‘Città e Ducato di Amalfi’, I, pag. 130. Cfr. Antonini, op. cit., X, pag. 417; Gatta, Memorie della Lucania, pag. 265; Zappullo, Storia di Napoli, cap. III, pag. 448.”. Anche Pietro Ebner (…), nel suo “Chiese baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando delle Diocesi e clero dopo il mille, sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Il “Manoscritto del marchese di S. Giovanni” è appartenuto a Matteo Camera. Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I., p. 130 scriveva che l’attacco a Paestum avvenne nella notte del 23 giugno 916. Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi etc…, vol. I., p. 130 riferendosi agli avvenimenti che seguirono dopo la strage del Garigliano, in proposito scriveva che: “Chi non sa quanti danni e sciagure non ci costò il soggiorno lunghissimo dei Saraceni acquartierati nelle vicinanze del Garigliano ed in Agropoli ?………….Tuttavolta quegl’Infedeli ch’eran rimasi in possedimento di Agropoli, spaventati dalla tremenda catastrofe provata dai loro correligionarii, risolsero di abbandonare quella stazione, e di ritirarsi in Africa. Ma prima d’eseguire tale loro progetto, essi vollero dare il sacco ed il guasto alla celebre città di Pesto, situata poco lungi da Agropoli. Di fatti, verso la mezzanotte del 23 giugno 916 giunsero defilati a sorprendere e ad impadronirsi della città; la quale, dopo aver saccheggiata, vi appiccarono il fuoco, che la consumò quasi interamente (2). Alla distruzione di Pesto, i superstiti abitatori, insieme ai coloni dei suoi dintorni si trasmutarono in gran parte nell’estremo lido occidentale di questa Costiera, dove diedero origine alla terra di Positano, dalla voce greca alterata TTAISTANO e dal fenicio …………., allusivi a ‘Nettuno’ (3).” :

Camera Matteo, Storia ducato di Amalfi, vol. I, p. 130 sui Saraceni e Bonito Marcello

Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi etc…”, vol. I., p. 130

Il Camera, a p. 130, nella sua nota (2) postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli permanere, sacratissima nocte S. Joannis Baptistae tacito pede venientes nocturno aggressu civitatem Paestanam somnolentam copiunt, atque discripiunt, et discedentes ignem submittunt”: così in un antico ms di D. Marcello Bonito marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie) a fol. 12.”che, tradotto dovrebbe significare: I Saraceni, non volendo restare più a lungo in Agropoli, nella notte santissima di S. Giovanni Battista, venuti di notte con piede silenzioso, assalirono la sonnolenta città di Paestum, e la cinsero d’assedio; etc…”.  Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: “I Longobardi, che estendono l’invasione fino all’Italia meridionale non sono tanto forti da poter sostituire i Bizantini in tutta la penisola, che resta divisa tra gli uni e gli altri. I Saraceni infestano le coste. Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Quarantasette anni: il tempo del malessere. E nel 915 i Saraceni si allontanano da Camerota ed esigono il ‘dacium’, la moderna tangente, per rendere il luogo sicuro e fuori da qualsiasi saccheggio. Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano – perchè la strage dei connazionali sulle sponde del Garigliano, è orribile, nella lotta organizzata dal pontefice Giovanni X. E prima di far ritorno in Africa, depredano Paestum, Velia, Molpa e Policastro. “Sacratissima nocte S. Joannis Baptistae” dell’anno 916, saccheggiano Paestum. Dopo Velia, che subirà tante altre piraterie barbaresche, da indurre gli abitanti ad un esodo continuo, anche per l’insicurezza delle coste, l’inefficienza dei porti e l’inquinamento della zona….I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464…….I saccheggi dei Saraceni, quelli del 915 terminano a Policastro Bussentino, con fatti drammatici che vanno oltre il fantastico.”. Dunque, in questo passaggio il Ciociano cita l’Anonimo Salernitano. Dunque, secondo il Ciociano, il manoscritto del “marchese di S. Giovanni”, dovrebbe rifarsi alle notizie tratte dall’Anonimo Salernitano. Il “manoscritto del Marchese di S. Gio:”, come lo chiama l’Antonini, è stato citato anche da Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), ecc…”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Dunque, secondo il Giustiniani in questo manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni, ci parla delle incursioni dei Saraceni a p. 121. Sul “manoscritto” del marchese di S. Giovanni ho già scritto ma non è stata approfondita la notizia del Ciociano che riteneva quel passo su Camerota fosse stato tratto dall’Anonimo Salernitano. Sulle notizie tratte dall’antico manoscritto del Marchese di S. Giovanni ha scritto pure il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: “Era appena incominciato il X secolo dell’era volgare e sulla cattedra di pietro sedeva il pontefice Giovanni X, quando i Saraceni agropolitani (14), antichi ed audaci popoli dell’Arabia (15), saputa l’orribile strage che era avvenuta de’ loro connazionali là sulle sponde del Garigliano, temendo toccasse egual sorte, avidi di bottino e rotti in ogni misfare, assalirono nel buio della notte l’indifesa Pesto e la saccheggiarono (anno 916, o come altri vuole 930). In un prezioso manoscritto di quel secolo, citato dall’Antonini, parlandosi della distruzione di Pesto, si legge: “Anno 915 – Cum proinde resciverint ex duodecim ismaelitis, qui in parva navicula erupetimentes amplius in Agropoli permanere, sacratissima nocte S. Johanni Baptista tacito pede venientes nocturno aggressu Civitatem somnolentam (cioè Pesto) capiunt atque diripiunt, ed discedentes, igni submittunt, etc…”(16). I miseri cittadini sorpresi nel sonno e quasi del tutto spogli, sbandaronsi qua e colà in cerca di asilo e di salvezza, riparando principalmente nei vicini monti, ove poi, com’è tradizione, ampliarono Capaccio vecchio e Giungano, che non istimo quì descrivere di proposito, dovendone far cenno nel seguente capitolo.”. Il Volpe, a pp. 40-41, in proposito scriveva che: “Non lungi da Pesto, come già dissi, vittima del saracinesco furore, fioriva un tempo Capaccio-vetere. Gli storici, che di questa città scrissero, opinarono che venisse fondata distrutta che fu Pesto nel 930 secondo alcuni, oppure nel 915 come altri con più ragione credettero. Il dotto P. Mannelli, nel suo pregevolissimo manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’, che tuttora giace inedito negli scaffali della biblioteca nazionale, pel primo la volle fondata da ‘quei pestani che si ebbero la sorte di sottrarsi all’eccidio de’ saraceni agropolitani’. “Non pare, egli scrive (1), che tutti fossero concordi ove principalmente fermarsi dovessero, etc…..Così tenne M. Zappullo (2), lo stesso vollero Costantino Gatta (3), il Volpi (4) e tra i moderni il Marchesano (5) ed il professore Longobardi (6).”.  Il Volpe (….), a p. 32, nella nota (14) postillava: “(14) L’anonimo salernitano, dopo di aver detto ‘atque Acropoli morarunt, deinde per iuga montium degebant, omniaque demoliebantur’, li chiama egli pure ‘saracenos acropolitanos’.”. Il Volpe, a p. 32, nella nota (16) postillava: “(16) Cons. Antonini, discorsi sulla Lucania, disc. X, pag. 417”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini, ci parla del manoscritto del marchese di S. Giovanni a p. 417, della sua “La Lucania – Discorsi”, cap. X, nella nota (I) di pag. 416 (vedi Antonini, ed. Gessari, 1745). Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 69 (vedi versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: Ma tutte le calamità si avventarono con forza sempre maggiore su queste regioni nei secoli tristemente luttuosi delle scorrerie dei Saraceni. Ecc….; nel giugno del 915 i Saraceni distrussero per la prima volta Policastro; ecc..”. Questi passaggi storici, furono poi in seguito ripetuti dal sacerdote Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro”, sulla scorta del Laudisio a p. 538 continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: I Saraceni la distrusero per la prima volta da cima a fondo nel 915; etc…. I due studiosi Natella e Peduto (…), scrivevano di quel periodo e su Policastro: ” Secondo una notizia non molto attendibile Policastro – seconda volta nella sua storia – venne incendiata e distrutta dai Saraceni (Arabi) di Agropoli nel 915 (….)“. I due studiosi nella loro nota (63) postillavano che: Volpe G., op. cit., La notizia va destituita di ogni fondamento in quanto si basa su opere spurie e falsi settecenteschi.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio e riferendosi alla migrazione di monaci dalla Sicilia verso la Calabria e da questa regione a causa delle frequenti scorrerie dei Saraceni a p. 18 in proposito scriveva che: Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Calabria, nel corso dell’IX secolo furono costretti a spostarsi di nuovo a causa del “…succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Proseguendo il suo racconto Ebner parla dell’anno 915 e delle frequenti scorrerie di Saraceni e cita il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92, quando nella sua nota (40) a p. 19 postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure Cozza-Luzi ecc..”. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92 scriveva che: “…………………………”.

Nel 915, i Saraceni a Centola e dintorni, nel chronicon del Monaco di S. Mercurio dell’Abbazia di S. Maria di Centola e la richiesta del dacium

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 131, in proposito scriveva che: La stima che gli Italiani di questi barbari facevano, li rese così insolenti, e superbi, che coniavano delle monete col di loro impronto etc……Talvolta in alcuni luoghi non ve n’era alcuna a cagione di quel pagamento, che a loro si faceva, chiamato DACIUM dal ‘Monaco di S. Mercurio’; onde poi sorse venne l’Italiana parola Dazio, e significava presso a’ Saraceni quella contribuzione in denaro, che loro si pagava, per rendere un luogo immune dalle scorrerie, e dai saccheggiamenti; e talora anche quelle Terre, ove comunemente co’ Cristiani abitavano.”. Antonini citava un passo della cronaca di S. Mercurio, un antichissimo chronicon scritto in latino da un monaco che forse fu uno dei primi abati dell’Abbazia di S. Maria di Centola. Il monaco fornisce interessanti notizie storiche sull’abbazia e parla anche della presenza dei Saraceni a Camerota e nel circondario. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: E nel 915 i Saraceni si allontanano da Camerota ed esigono il ‘dacium’, la moderna tangente, per rendere il luogo sicuro e fuori da qualsiasi saccheggio. Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano -Etc…”. Dunque, il Ciociano riporta la stessa notizia dell’Antonini ma non l’attribuisce al monaco di S. Mercurio ma l’attribuisce all’Anonimo Salernitano, così detto il chronicon Cevense pubblicato dal Pratilli.

L’origine di alcuni centri del basso Cilento che la tradizione vuole dovuta alla fuga dei superstiti della distruzione della città di Velia, l’antica Elea che fuggirono nei luoghi interni della Lucania come Rivello

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), (vedi la versione a cura di Visconti), sulla scorta di Pietro Giannone (…), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), sulla scorta di Pietro Giannone (…), a p. 84 (vedi la versione a cura del Visconti), scriveva in proposito di Rivello che: “Infine più a sud si scorge un altro castello antico che si innalza sulla cima di un colle, dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Ecc... Dunque, Mons. Laudisio (…), a p. 29 (v. versione a cura di Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Jann., Historia Civile Neap., tomo I, lib. 4, cap. 4 (P. Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, pp. 331-332: Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine Cosenza con tutte le altre mediterranee furono da’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi etc…”. Ma in questo passaggio il Giannone ci parla dell’epoca Longobarda. Tuttavia, il Laudisio scriveva che a Rivello, i suoi cittadini si vantano di discendere dall’antica città di Velia, però poi aggiunge che: “Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi.”. Dunque, il Laudisio scriveva che, quando nel 915, quando i Saraceni di Camerota e di Agropoli, per ritorsione alla strage del Garigliano e, prima di fuggire in Calabria, incendiarono e distrussero Velia e Policastro, i cittadini di Velia, in fuga andarono a rifugiarsi nel castello Longobardo di Rivello, dove esisteva già dai tempi dei Longobardi del VI secolo, un castra munitissimo e fortificato. Il Laudisio, sempre a p. 84, in proposito aggiungeva che: Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Il Laudisio, a p. 84, aggiunge che: “Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia, e la Sacra Congregazione del Concilio nei suoi decreti emanati il 22 gennaio e il 28 maggio 1746 chiama, pur essa, Rivelia questa città.”. Proseguendo il suo racconto il Laudisio parla di un magnifico ipogeo che si trova come fondamenta della chiesa di S. Nicola di Mira a Rivello. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello posta in una collina. Questa sino all’anno MDLXXXI (2) è stata con una Parrocchia e col Clero di rito Greco; onde malamente scrive l”Abbate Ughellio’ che anche a suo tempo, cioè circa MDCLVI, durasse. Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante..

Antonini, p. 441 su Maratea

L’Antonini, proseguendo il suo racconto sulla visita a Rivello, parla di antiche e numerose rovine tanto da fargli dubitare che l’antica città di Blanda non fosse a Maratea da ubicarsi ma a Rivello. l’Antonini (…), a p. 441, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ne libri dè battezzati della Parocchia di S. Maria del Poggio, dopo il fol. 13, si trova una ricevuta che fa in detto anno il procuratore del Vescovo di Policastro di ducati nove, e tre tareni al Clero di Rivello per otto Preti Greci.”. Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, (nel 1700, dunque, molto prima dell’Antonini e del Laudisio), a p. 6 parlando di Policastro ai tempi dell’antica romana Buxentum (Bussento), a p. 7, in proposito  scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che, Policastro fosse stata edificata per le sue ruine della suddetta Velia; E benché tra l’antichi Scrittori, sia controversia se Policastro sia nella Lucania, o pure ne’ Bruzij, nientedimeno io aderendo all’opinione del sudetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “E’ Policastro città della Lucania, nobile Città, ornata della dignità Ducale, la qual passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus termine della Lucania, così dice Alfonso Bonaccioli nella prima parte della Geografia di Strabone nel lib. 6 e tanto narra Ferdinando Vghelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo dice Virgilio “Portusque require Velinos”. E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”.

Alberti Leandro, p. 198

Alberti Leandro, p. 199

(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199

Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 180 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Il nostro Falcone riferisce che “tuttochè siano trascorsi più di due mila anni, a questi abitatori di Nerulo è rimasta fissa la tradizione continuata e non interrotta, che i fondatori di questa patria furono alcuni fuggitivi o banditi” – che egli suppone provenienti dalla distrutta Velia, ovvero dai Coni, i quali erano pure quivi accasati assieme con gli Enotri. Noi non possiamo andare tanto oltre, poichè, fuori della sufferita ragione filologica, nessuna altra guida abbiamo nel tenebroso cammino circa la fondazione e la denominazione dell’antico Nerulo.”. Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “89. Rivello…..– L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dell’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi: “Iterum. Velia. Renovata. Rivelium Constans. Monumentum.” Nel territorio due fontane, l’una detta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso….. – Rotale della stessa origine che ‘Ruoti’.”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; etc…”.

Nel 929 (X sec. d. C.), Guaimario II e la riconquista dei territori Bizantini, come Policastro che fu conquistata e passò ai Longobardi

Nel 929 Guaimario ritirò la propria alleanza con Bisanzio, contro cui mosse guerra in appoggio a Landolfo I di Benevento. In base agli accordi presi, Guaimario e Landolfo attaccarono unitamente la Puglia, le cui conquiste andarono a Landolfo, e la Campania, da cui Guaimario ottenne nuovi territori. Ma l’alleanza fra i due principi si rivelò ben presto un insuccesso, al punto che Landolfo cambiò strategia e chiamò a proprio sostegno il duca Teobaldo di Spoleto. Anche quest’alleanza risultò fallimentare e fu rotta intorno al 930. Guaimario tornò allora dalla parte dei bizantini, persuaso a questo passo dal protospatario Epifanio. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 99, in proposito scriveva che: Sappiamo, però che già nel 929 il principe Guaimario II, rinunciando al titolo di patrizio imperiale, mosse all’assalto delle terre greche di Puglia e di Calabria insieme a Landolfo I, principe di Benevento, e riuscì a recuperare “molti castelli”(5), di questi ignoriamo il nome, ma fra essi doveva esserci certamente Policastro, che in seguito riappare in mano ai Longobardi di Salerno (6). Costoro, perduto per sempre Laino e scomparso l’omonimo gastaldato, riorganizzarono proprio attorno alla munita Policastro la residua regione della Bricia, che allora comprendeva le aree litoranee situate fra quella fortezza, appunto, e la foce dell’Alento, ed era limitata a Nord ed a Nord-est dalle terre appartenenti alle rocche di Novi e di Laurito (a. 947)(7), entrambe ‘in finibus salernitanis’.”. Il Cantalupo, a p. 100, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La prima notizia certa di questo possesso è del 1052 (v. p. 116).”. Il Cantalupo, a p. 116, riferendosi al nuovo ed ultimo principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, dopo la morte di Guaimario V, nel 1052, in proposito scriveva che: “Il nuovo principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; quanto ai propri fratelli, concesse a Guido la città di Policastro ed il castello di S. Severino sul fiume Mingardo (5).”. Il Cantalupo, a p. 116, nella nota (5) postillava: “(5) L’identificazione del S. Severino menzionato da AMATO (v. qui p. 123) con S. Severino sul Mingardo (‘Sanctus Severinus de Camerota; a. 1291), piuttosto che con S. Severino Rota, a nord di Salerno, è sostenuta dall’Acocella (Il Cilento…., cit. I, 50) sulla scia del Lenormant. A favore di questa tesi è la maggiore vicinanza del castello del Mingardo alla città di Policastro, che era l’altro feudo di Guido.”. Dunque, da Amato di Montecassino verrebbe la notizia che nel 1052, Gisulfo II confermò al fratello Guido la contea di Policastro che quindi doveva già da tempo essere nei possessi della casa Longobarda. Anche Angelo Gentile, a p. 40, sulla scorta dell’Ebner scriveva che: “Nel 929 i Longobardi riuscirono ad occupare Policastro scacciando definitivamente i soldati di Bisanzio. Nonostante il clima di insicurezza i monaci basiliani cercarono, sempre di diffondere il rito greco ad iniziativa del patriarca Anastasio, su sollecitazione di Niceforo Foca (anno 968), infatti costituì i calogerati di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro, incentivandolo anche in altri paesi, come ad esempio a Morigerati, Poderia, Roccagloriosa, a Torraca (11) dove esistevano chiese dedicate a S. Sofia e S. Fantino e così a Lentiscosa dove esiste una chiesa magnificamente affrescata, e sfuggita all’attenzione dei più (12), dedicata a S. Maria ad Martires, ecc…”. Il Gentile a p……, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Gaetani R., L’antica Bussento oggi Policastro Bussentina e la sede episcopale, Gli studi in Italia, V, p. 366 e segg. ed Ebner P., Economia e Società ecc…”.

Nel 930, l’incursione musulmana dei Saraceni a Paestum ed il trasferimento della sede diocesana a Capaccio

Pietro Ebner (….), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a pp. 275-276, parlando di Agropoli e della nascente diocesi di Capaccio, in proposito scriveva che: “2. Allo stato, è piuttosto difficile stabilire la data sicura del trasferimento della sede della diocesi da Paestum a Capaccio. Il Gatta (p. 267) collocò l’evento ai tempi di Giovanni VIII (877-882), il Gams, ricordato Florentino (a. 499) e Giovanni, che asserisce deceduto nel 649, aggiunge “930, diruta Paestum, sedes traslata est (Cathedral S. Mariae Maggiore)” a Capaccio. Tuttavia, è ben difficile che i “Saraceni agropolitani” delle Cronache, e cioè quei Musulmani di Sicilia che risalendo la Calabria (a. 882) verso Salerno si erano trincerati ad Agropoli, da dove “per iuga montium – ricorda il ‘Chronicon Salernitanum – degebant ominiaque demoliebantur”, non abbiano razziato anche la pianura pestana. Per cui è da presumere che le popolazioni abbandonassero la pianura per i colli e i pianori montani certamente più sicuri. Anche perchè la pianura non era più l’ubertosa di un tempo e la città non più celebrata “città delle rose” due volte fiorenti all’anno (21). Città e pianura diventate insalubri per l’accrescersi dei pantani e degli acquitrini formatisi per il mancato defluire verso il mare del Salso (le alluvioni avevano elevato la linea di spiaggia),…..Preda dell’anofele, la città intorno al 930 era pressoché inabitabile quando i Saraceni la raggiungessero con una più massiccia incursione. Gli annuari vaticani, infatti, non parlano della diocesi pestana benché della diocesi Caputaquen(sis) al XII secolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiese baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando delle Diocesi e clero dopo il mille, a p. 47, in proposito scriveva che: “Circa la data del trasferimento della sede diocesana da Paestum a Capaccio si fanno varie ipotesi, come quella ad esempio del Gatta (1) che la colloca tra l’877-882 epoca in cui visse Giovanni VIII (872-882), o il Gams quando afferma: “930 diruta Paestum, sedes traslata est (Cathedral S. Maria Maggiore)”(2). Una cosa è certa, i “saraceni agropolitani” di cui parlano le Cronache avevano razziato anche la pianura pestana: “omnia denudabant (…e) per iuga moncium degebant omniaque demoliebant” e “per Beneventum Salernitanasque fines peragrant”(3). Nella notte di S. Giovanni del 892 i musulmani di Sicilia pare abbiano assalito Paestum devastandolo e incendiandolo. Essi si fermarono a Licosa, secondo Erchemperto (v. G. Diacono “Licosa latitabant”) e poi ad Agropoli, importante osservatorio geografico proiettato sul golfo salernitano (4). E’ presumibile che sotto il loro incalzare le popolazioni abbandonassero la pianura per rifugiarsi in zona più tranquilla e ciò anche in considerazione del fatto che Paestum aveva perduto la sua originaria fertilità a causa soprattutto degli acquitrini defluiti dal degrado del fiume Salso ricordato tra l’altro da Strabone (5).”. Ebner a proposito di questa ultima notizia nella sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: I miseri cittadini sorpresi nel sonno e quasi del tutto spogli, sbandaronsi qua e colà in cerca di asilo e di salvezza, riparando principalmente nei vicini monti, ove poi, com’è tradizione, ampliarono Capaccio vecchio e Giungano, che non istimo quì descrivere di proposito, dovendone far cenno nel seguente capitolo.”. Il Volpe, a pp. 40-41, in proposito scriveva che: “Non lungi da Pesto, come già dissi, vittima del saracinesco furore, fioriva un tempo Capaccio-vetere. Gli storici, che di questa città scrissero, opinarono che venisse fondata distrutta che fu Pesto nel 930 secondo alcuni, oppure nel 915 come altri con più ragione credettero. Il dotto P. Mannelli, nel suo pregevolissimo manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’, che tuttora giace inedito negli scaffali della biblioteca nazionale, pel primo la volle fondata da ‘quei pestani che si ebbero la sorte di sottrarsi all’eccidio de’ saraceni agropolitani’. “Non pare, egli scrive (1), che tutti fossero concordi ove principalmente fermarsi dovessero, etc…..Così tenne M. Zappullo (2), lo stesso vollero Costantino Gatta (3), il Volpi (4) e tra i moderni il Marchesano (5) ed il professore Longobardi (6). Ma gli addotti scrittori a partito ingannaronsi nello stabilire che ciò avvenne dopo l’eccidio di Pesto; in vero, qualora Capaccio sorse distrutta che fu Pesto, ne viene conseguentemente che prima del secolo decimo non dovrebbe farsi menzione di siffatta città: or questo appunto è falso come sono per dimostrare. La cronaca cavense, anno 794, ne attesta che Guibaldo, preposito del cenobio benedettino di Salerno, otteneva dal principe Grimaldo molti doni etcc… – più chiara menzione vi è di Capaccio nell’anno 878, secondo la medesima cronaca cavense, ove leggesi: “Anno 878. Saraceni denuo Roman et Calabriam escurrunt et incendunt, et in Sal. principatum usque ad Agropoles et ‘Capaqueum’ fundibus devastant, et Lucaniam, ruptis bocheturis espugnant”.”. Dunque, per il Volpe, Capaccio esisteva già molto prima della devastazione dei Saraceni agropolitani accaduta dopo la strage del Garigliano.

Nel 942, le incursioni musulmana dei Saraceni in Calabria

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 79, in proposito scriveva che: A Frassineto, 942, intervennero Ugo di Provenza e la flotta bizantina. Ovviamente, non furono queste azioni a salvaguardare il Mezzogiorno della Penisola da un’occupazione islamica permanente. Peso decisivo ebbero le fazioni che tennero divisi gli Arabi Aglabiti dai Fatimiti; le lotte per la successione al governatorato della Sicilia; la mancanza d’intesa nelle operazioni belliche fra Saraceni di Sicilia e d’Africa. Tuttavia, le incursioni, le razzie, le deportazioni, le distruzioni furono tante e d’una tale ferocia che un’occupazione completa e duratura, forse, sarebbe stata meno grave per le popolazioni locali. Alcune delle antiche città costiere, semidistrutte nelle varie incursioni, sopravvissero, ma sfitticamente, forse perché avevano recepito fra le proprie mura nuclei islamici; altre furono rase al suolo, e i cittadini dispersi diedero vita a nuove comunità intorno a castelli, su dirupi inaccessibili: la caratteristica realtà urbana, ancora viva su ispide colline, non lontano dal mare. Anche la “Mercuria civitas” (95), la città eparchica del monachesimo basiliano, con nei pressi numerosi ed inespugnabili castelli, il capoluogo della “Regione”, fu distrutta durante le incursioni del 951.. Il Campagna, a p. 78, nella nota (93) postillava: “(93) M. Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, II, Catania, 1955”. Il Campagna, a p. 79, nella nota (95) postillava: “(95) Vita di S. Leoluca, Act. Martii, I (1668).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a pp. 89-90 , in proposito scriveva che: “Non dobbiamo dimenticare i numerosi insediamenti stabili. Fra i più vicini alle nostre coste, Agropoli, Amantea, Toropea, mentre toponimi, diffusi qua e là nel golfo di Policastro, ci rivelano l’entità non trascurabile di presenze saracene, che, forse, valsero ad attutire l’impeto e la ferocia dei razziatori. Se il thema di Calabria non restò a lungo sotto il dominio saraceno e se le incursioni ebbero tristi conseguenze, ma limitate nel tempo, si deve, come si è detto, ai conflitti fra Arabi Aglabiti e Fatimiti, alle discordie per la successione al governatorato della Sicilia, agli attriti fra gli Arabi della Sicilia e quelli dell’Africa del Nord. La difesa dei centri costieri, più che su coordinamento di forze, si basò sull’arroccamento su cime inaccessibili e di non facile espugnazione. Prevalse il particolarismo delle comunità calabresi anche nella difesa, che va imputato, oltre che a cause etniche di origine, alla capacità e alla debolezza degli strateghi, alla presenza stabile di mercenari saraceni incuneati sulle coste, alle non assopite mire egemoniche degli imperatori germanici (51). Per un secolo e mezzo, seconda metà IX – fine X, incursioni di “Agareni” (52) si alternarono in Calabria e alle frange del dominio longobardo (53), che o interessarono direttamente la “Regione mercuriense” o questa ne avvertì i riflessi negativi. I monaci si rifugiarono, parte nei domini longobardi di Salerno (54), parte rientrò all’Athos, vera diaspora di riflusso (55), altri restarono sulla breccia a difendere i nuclei abbarbicati su inaccessibili pietraie.”. Il Campagna, a p. 91, nella nota (52) postillava: “(52) Tali erano creduti i Saraceni, cioè discendenti da Agar, schiava di Abramo e madre di Ismaele.”. Il Campagna, a p. 90, nella nota (53) postillava: “(53) N. Cilento, I Saraceni nell’Italia Meridionale nei sec. IX e X, in “ASPN”, 1959; F. Gabrieli, Arabi e Bizantini nel Mediterraneo Centrale, in “Bull. Ist. Stor. Ital. M.E. e Arch. Mur.”, 1964; U. Rizzitano, Gli Arabi in Italia, in “Occidente e l’Islam nell’alto medioevo”, I, Spoleto, 1965.”. Il Campagna, a p. 90, nella nota (54) postillava: “(54) P. Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, Roma, 1973; B. Cappelli, I Basiliani nel Cilento Superiore, in “BBGG”, XVI, Grottaferrata, 1962; J. Cozza- Luzi, op. cit.”.

Nel 951-52, Ammar, fratello di Hasan ben Alì, metteva a ferro e a fuoco Reggio Calabria

Nel 951-52, le nostre terre subirono un’invasione musulmana e saracena guidata da Abu-l-Kasem-Ibn-Alì che si battè su tutta la Calabria settentrionale nel 951 e che ritrovatasi nella primavera dell’anno seguente  portò sotto le mura di Gerace alla morte del patrizio bizantino Melakenos, comandante dell’esercito bizantino. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a pp. 79-80, in proposito scriveva che: “La stessa Bisanzio, lottando per propria sopravvivenza, non fu in grado d’intervenire fino al 951, anche se con esito disastroso per l’impero. Nel luglio-settembre dello stesso anno, Arabi di Sicilia e d’Africa scorazzavano liberamente per le nostre contrade. Nel 952 Reggio era sotto il dominio di Hasan ben ‘Alì. Il fratello ‘Ammar, intorno al 957, insanguinava, razziando le coste della regione. Il naufragio della flotta musulmana sulla rotta della Sicilia e la morte per annegamento di ‘Ammar determinarono un periodo di tregua fino al 963, quando Manuele Foca intervenne in soccorso di Taormina e di Rametta, in rivolta. Presso quest’ultima località il Foca morì, combattendo……Alcune delle antiche città costiere, semidistrutte nelle varie incursioni, sopravvissero, ma asfitticamente, forse perché avevano recepito fra le proprie mura nuclei islamici; altre furono rase al suolo, e i cittadini dispersi diedero vita a nuove comunità intorno a castelli, su dirupi inaccessibili: la caratteristica realtà urbana, ancora viva su ispide colline, non lontano dal mare. Anche la “Mercuria civitas” (95), la città eparchica del monachesimo basiliano, con nei pressi numerosi ed inespugnabili castelli, il capoluogo della “Regione”, fu distrutta durante le incursioni del 951.. Il Campagna, a p. 79, nella nota (95) postillava: “(95) Vita di S. Leoluca, Act. Martii, I (1668).”. Un’altra notevole invasione saracena si ripetè poco dopo negli anni 955-56. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 89, in proposito scriveva che: “Difatti, per un anno, 951-952, il thema di Calabria e frange del thema di Lucania furono messi a ferro e a fuoco da scatenate orde saracene. L’Impero, assente in questo periodo dall’Occidente per difendere se stesso dalle mire egemoniche bulgare (921-924), dagli attacchi arabi in Armenia (923) e contro le isole (922), intervenne solamente nel 951 con un’armata condotta dal “patrizio” Malacheno, allo scopo di portare aiuto a Pascalio, stratego del thema di Calabria. L’azione congiunta calabro-bizantina si concluse con un disastro, mentre gli Arabi, siculi ed africani, dopo la vittoria irruppero sulle nostre coste, luglio-settembre 951. Lo stesso governatore della Sicilia, Hasan ben ‘Alì, si impossessò di Reggio (48). Tra il luglio ed il settembre del 951, la “Regione mercuriense” fu devastata. A nulla valsero i muniti castelli e le fortezze di cui disponeva la difesa. Nilo, con la morte nel cuore, osservava “dall’alto della spelonca il polverio e la turba scorazzante dei Saraceni. I monasteri furono “dati alle fiamme e distrutti”; finanche l’eremo di S. Michele fu profanato. L’eremo, come dice il Bìos, era “nelle vicinanze della via dove passavano gli eserciti” (49). I predoni portarono via al Santo la pelle di ricambio che appendeva all’ingresso della spelonca; l’usarono per riempirla “di pere selvatiche”(50), di cui ancora la zona abbonda. Con la distruzione dei monasteri della “Regione mercuriense” e la fuga dei monaci, allentò il ritmo delle opere civili, le seminagioni, la mietitura; il raccolto marcì nei campi etc…. Il Campagna, a p. 89, nella nota (48) postillava: “(48) A. Pertusi, Il “thema” di Calabria, etc.., in Atti I e II Inc. Studi Biz., in “Calabria Bizantina”, Reggio C., 1974.”. Il Campagna, a p. 89, nella nota (49) postillava: “(49) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, Badia di Grottaferrata, 1967”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando della grotta di S. Michele dove si ritirò in eremitaggio S. Nilo, a pp. 88-89, in proposito scriveva che: “Sarebbe stata, quella nella grotta, “una vita serena, lieta e piena di spirituale diletto”(46) per Nilo, se la minaccia delle incursioni saracene non si fosse addensata all’orizzonte, tanto che il “grande Fantino” andava predicendo che “le chiese sarebbero divenute stalle di asini e di giumenti e profanate; i monasteri verrebbero dati alle fiamme e distrutti, ed i libri corrosi dalle muffe, diverrebbero inservibili ed illeggibili”(47)”. Il Campagna, a p. 88, nella nota (46) postillava: “(46) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, Badia di Grottaferrata, 1966.”. Il Campagna, a p. 89, nella nota (47) postillava: “(47) Idem, op. cit.”. Il Campagna, a p. 89, nella sua nota (48), postillava che: “(48) A. Pertusi, Il Thema di Calabria, etc, in Atti I e II Inc. Studi Biz., in “Calabria Bizantina”, Reggio C., 1974.”. Il Campagna, a p. 89, nella sua nota (49), postillava che: “(49) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 89, nella sua nota (50), postillava che: “(50) Idem, op.cit.”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 284-285 in proposito scriveva che: “….Nel 952 non appena risuonarono al Mercurion gli echi della rapida e sanguinosa avanzata che in Calabria andavano compiendo le orde musulmane condotte dall’emiro El-Hasan (22), gli asceti viventi nella regione, colmi di terrore e di orrore, si sparsero intorno alla ricerca di altri e più sicuri rifugi. S. Fantino ed altri fratelli continuando le antiche relazioni tra i due centri ascetici si trasferirono nella regione sul Golfo di Policastro (23); S. Saba con i suoi monaci e la sua famiglia, tra cui il padre S. Cristoforo ed il fratello S. Macario, si avviarono verso una zona che non sembra abbia prima di essi avuto rapporti con il Mercurion. Infatti risalendo il corso del Mercure-Lao e discendendo quindi nell’alta valle del Sinni penetrarono nella regione del Latinianon (24).”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Historia et laudes SS Saba et Macarii etc, op. cit., p. 17, ; J. Gay, L’Italia meridionale e l’impero bizantino etc., (trad. ital.), Firenze, 1917, p. 200.”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Vita di S. Nilo etc., cit., p. 42; per le relazioni del mercurion con la “regione dei principi” o con “le parti di sopra” o con “la regione superiore” che indicano sempre il Cilento meridionale, vedi ‘Vita di S. Nilo etc.’, pp. 8; 18; 42 e il mio scritto ‘S. Nilo, S. Fantino, S. Nicodemo’, in questo volume.”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (24) postillava che: “(24) Historia et laudes SS. Saba et Macarii etc., op. cit., pp. 17 s. e in questo volume: ‘Alla ricerca del Latinianon’.”. Il Cappelli (5), parlando della vita di S. Nilo, scriveva in proposito: “saltuarie incursioni saracene, con quelle sporadice apparizioni che i Musulmani fecero negli anni immediatamente seguenti al 952 in tutti i luoghi della Calabria, e più che altro, è da credere, al Mercurion prossimo a quella parte della costiera tirrenica, e cioè all’attuale Praja a Mare a risalire verso settentrione, dove gli infedeli, anche dopo la battaglia del Garigliano, risiedevano si può dire in permanenza.“.  Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 89 , in proposito scriveva che: “Seguirono altre feroci incursioni. Nel 957, con ‘Ammar, fratello di Hasan ben ‘Alì, le razzie resero ancora più asfittica la vita sulle coste. Tributi imposti dai Saraceni venivano esatti da sparuti castelli e da castra sottomessi.. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 79, in proposito scriveva che: Nel 952 Reggio era sotto il dominio di Hasan ben ‘Alì. Il fratello ‘Ammar, intorno al 957, insanguinava, razziando le coste della regione. Il naufragio della flotta musulmana sulla rotta della Sicilia e la morte per annegamento di ‘Ammar determinarono un periodo di tregua fino al 963, quando Manuele Foca intervenne in soccorso di Taormina e di Rametta, in rivolta. Presso quest’ultima località il Foca morì, combattendo.”.

Nel 952, l’invasione araba della Sicilia, S. Cristoforo, S. Saba, S. Macario, la migrazione di monaci in Calabria e nel Cilento e la fondazione di monasteri

Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente , dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; Marchionibus 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Macario Abate, o San Macario di Collesano (Collesano, … – Oliveto Citra, 1005), fu un monaco italiano; è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Secondo la tradizione avvalorata da studi recenti, si ritiene che San Macario sia nato a Collesano,[senza fonte] attualmente in provincia di Palermo. Egli visse durante la dominazione araba della Sicilia, iniziata nell’827, quando Eufemio da Messina chiamò gli arabi, e terminata nel 1061 con la conquista di Roberto il Guiscardo. Secondo Francesco Ciccone, San Macario il Grande sarebbe vissuto tra l’VIII e il IX secolo, cioè agli inizi della dominazione araba in Sicilia. Questa cronologia non può essere accettata per il semplice fatto che San Saba, fratello di San Macario, dopo la morte del padre Cristoforo (941) si recò a Roma, ove morì nel monastero di San Cesario del Palatino il 6 febbraio 995.[senza fonte]. Per quanto riguarda l’onomastica, il nome Macario (dal greco makarios = beato o felice) era senza dubbio un nome comunemente usato tra i cristiani del vicino Oriente, quindi il nome del nostro San Macario si inserisce nel solco della tradizione monastica orientale (vi erano stati numerosi altri San Macario), visto che la Sicilia e quasi l’intero territorio dell’Italia meridionale rimasero possedimenti dell’Impero d’oriente fino alla conquista normanna. San Macario appartenne a una famiglia singolare, in quanto tutti i componenti di questa (moglie e marito più i due figli) sono venerati come santi: San Cristoforo da Collesano e Kalì, San Saba il Giovane e Macario. Il primo a lasciare casa e beni materiali, d’accordo con la moglie, fu il padre Cristoforo, seguito, non molto tempo dopo, dai figli Saba e Macario. Essi abbracciarono la vita religiosa secondo le direttive e lo spirito ascetico di San Niceforo. Anche Kalì si ritirò in vita ascetica per formare una piccola comunità femminile. Dopo Collesano, il gruppo dei tre, Cristoforo, Saba e Macario, fu per qualche tempo a San Filippo d’Argira ove costruì anche una chiesa dedicata a San Michele Arcangelo. Facendosi più pesante il controllo della vita religiosa da parte degli arabi e forse anche per una sopraggiunta epidemia, nel 941 i tre si allontanarono dalla Sicilia e si portarono nel Mercurion, la zona intermedia tra Calabria e Basilicata. A Laino Castello prima, e nella fortezza di San Lorenzo sul Sinni dopo, trovarono rifugio. Qui si spense Cristoforo il 17 dicembre del 990, assistito dai figli e dalla moglie. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Saba da Collesano, santo. – Nacque probabilmente nei primi due decenni del X secolo da Cristoforo e da Kale, a Collesano, in provincia di Palermo. Rispetto alle condizioni sociali della famiglia dalle fonti si desume solo che il padre Cristoforo non era indigente e possedeva dei terreni. Fu educato da maestri locali, che lo istruirono in materia di religione. In data non precisabile, ma quando Saba e suo fratello Macario erano ancora molto giovani, il padre decise di farsi monaco presso il monastero di S. Filippo di Agira (in provincia di Enna), il più importante centro di spiritualità italo-greca in Sicilia (Historia et laudes…, a cura di I. Cozza-Luzi, 1893, pp. 7, 73; anche per le notizie successive sulla vita di Saba la fonte principale è la sua agiografia). La fama della santità di Cristoforo, mandato dall’egumeno Niceforo a restaurare l’eremo di S. Michele in Ktisma, spinse numerose persone a dedicarsi alla vita monastica, tra cui i suoi due figli Saba e Macario, che si fecero tonsurare anch’essi presso S. Filippo (la madre Kale più tardi fondò un cenobio femminile). Le straordinarie virtù del giovane Saba furono presto notate da Niceforo, il quale lo pose presto a capo della comunità di S. Michele di Ktisma al posto del padre. La fama del monaco come fondatore di monasteri è testimoniata inoltre da un suo ritratto nella chiesa di S. Maria della Sperlonga a Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno (Falla Castelfranchi, 2002, p. 152). In data non precisabile Cristoforo decise di partire per un pellegrinaggio a Roma e Saba si trovò alla guida di questa rete di istituzioni religiose. Si recò poi a sua volta a visitare le tombe degli apostoli quando il padre tornò in Italia meridionale e in seguito si ritirò in una cella presso S. Lorenzo sul Sinni.”. Sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su  S. Saba, ha scritto il Troccoli (…) che, nel 1986, nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, parlando del “Latinianon”, a p. 47 scriveva che: “Più o meno contemporaneamente all’arrivo di di questo nutrito gruppo monastico, la parte centrale della Basilicata veniva percorsa da altri due asceti itineranti: S. Luca di Demenna e S. Vitale di Enna che erano penetrati nella regione dalla parte jonica della Calabria Settentrionale. Etc…”.  Il Troccoli, cita alcuni autori che parlarono della regione del ‘Latinianon’, tra cui spiccano quelli del Cappelli, G. Caterini, N. Ferrante. Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 47-48, in proposito scriveva che: “Posta ai confini tra la Basilicata e la Calabria, e, nel X secolo, tra i temi di Calabria e di Longobardia (104), questa regione, il cui nome molto probabilmente si ricollega al culto che tra i Longobardi, specie del principato di Benevento, ebbe S. Mercurio, martire di Cappadocia (105), fu tra il X e l’XI secolo un centro intensissimo di vita monastica. Qui si sabilirono, o almeno si fermarono per un certo tempo, tutti i più importanti esponenti della vita monastica dell’Italia bizantina, ed entro i suoi brevi confini (106) sorsero tanti monasteri, laure ed eremitaggi, che esso, secondo un termine ormai divenuto luogo comune, fu una nuova “Tebaide”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 42-43 cita diverse volte Lagonegro. Il Cappelli a p. 43, in proposito scriveva che: “La corrente migratoria ascetica dopo la totale occupazione musulmana della Sicilia si avvia in un primo momento verso la penisola balcanica; ma appena può notare una certa sicurezza nella difesa dell’Italia meridionale risale su per il continente in due ondate principali. Una di esse fa capo e muove dalla Terra d’Otranto. L’altra che si avvia dal mare di Reggio giunta che è ad ingrossare le schiere dei penitenti già stanziati nel Mercurion (26), si irradia di qui ancora in due direzioni. La prima va verso levante nella regione del Latiniano, posta nell’alta valle del Sinni, e poi più a nord: a monte Raparo e fino al Vulture incontrandosi ad oriente di questi luoghi con gli asceti venienti dalla Terra d’Otranto o risaliti lungo le coste joniche; la seconda avanza verso settentrione: a Lagonegro e poi in pieno dominio longobardo tra i monti ed in prossimità delle coste marittime del Cilento (27). Etc…”. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (26) postillava che: “(26) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc, pp. 14-82”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 284-285 in proposito scriveva che: “….Nel 952 non appena risuonarono al Mercurion gli echi della rapida e sanguinosa avanzata che in Calabria andavano compiendo le orde musulmane condotte dall’emiro El-Hasan (22), gli asceti viventi nella regione, colmi di terrore e di orrore, si sparsero intorno alla ricerca di altri e più sicuri rifugi. Etc…”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Historia et laudes SS Saba et Macarii etc, op. cit., p. 17, ; J. Gay, L’Italia meridionale e l’impero bizantino etc., (trad. ital.), Firenze, 1917, p. 200.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Un’ulteriore scorreria saracena nel 951-952, legata alla disastrosa campagna in Calabria del patrizio Malakeinos, costrinse Saba a muoversi nuovamente verso nord, questa volta nella regione del Latiniano in Lucania. Anche qui il religioso si dedicò alla rifondazione di un monastero presso un’antica cappella dedicata a s. Lorenzo nelle vicinanze del fiume Sinni, la cui guida affidò in seguito al fratello Macario per alternare periodi di eremitismo a periodi di vita comunitaria. Tale alternanza, tipica di questa fase del monachesimo greco in Italia meridionale, caratterizzò tutto il resto dell’esperienza religiosa di Saba fino alla sua morte.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, continuando il suo racconto cita di nuovo l’eparchia di Lagonegro ed in proposito scriveva che: “Va, infine rilevato che l’irradiazione di forme monastiche greche in un’area soggetta per tradizione alla presenza e all’influenza del monachesimo benedettino è frutto anche di una tendenza degli stessi asceti italo-greci a non trascurare Amalfi, Salerno e Roma. Si tratta di una tendenza già preannunciata, agl’inizi del X secolo, da Sant’Elia di Enna, rifugiatosi ad Amalfi durante l’espugnazione aglabita di Taormina, e successivamente da San Saba.”. Riguardo la fuga di alcuni monaci dalla Sicilia, ha scritto Paolo Lamma (….), citato dal Bulgarella a p. 40 nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo  ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemme (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di una spedizione dei franchi, di fronte ai quali il patrizio Romano, ecc…”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 86, in proposito scriveva che: “Intorno alla metà del X secolo, all’epoca dei SS. Cristoforo, Macario e Saba, …..Nell’agiografia dei Santi siculi è detto che l’Arcangelo apparve in sogno a Cristoforo di Collesano, e lo sollecitò a lasciare la Sicilia, a rintracciare e ricostruire la sua chiesa diruta (22). Cristoforo giunse al Mercurio; rintracciò il vecchio tempio (un tempietto in grotta!) di S. Michele, e, tagliata la boscaglia che lo ricopriva, lo riedificò. Qui fu raggiunto dalla moglie Bella o Calì e dai figli Saba e Macario, etc…”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Cozza-Luzi, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, Roma, 1893.”. Anche l’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a p. 192 in proposito scriveva che: “Anche il Monachesimo – che ebbe sempre in Lagonegro fede e favore  vi si stabilì in tempi remotissimi; e già nello stesso Cap. IX abbiamo discorso dei ‘Frati Solitari’ e di S. Macario Abate, i quali, secondo appare da un Codice della Biblioteca Vaticana che noi non abbiamo potuto consultare, cacciati dalla Sicilia dai Saraceni, verso la fine del secolo VIII ed i principi del IX, si spinsero fino a Lagonegro, dove fondarono un monastero, che vuolsi essere quello di S. Maria degli Angeli, etc…”. Sulla questione delle date di arrivo di questi monaci che il Pesce chiama “Solitari”, il Pesce, sulla scorta del Falcone, cita il Ciccone (…). Sulla cronologia proposta dal Ciccone (…), però, faccio notare che su wikipedia, alla voce ‘S. Macario’ leggiamo che: “Secondo Francesco Ciccone, San Macario il Grande sarebbe vissuto tra l’VIII e il IX secolo, cioè agli inizi della dominazione araba in Sicilia. Questa cronologia non può essere accettata per il semplice fatto che San Saba, fratello di San Macario, dopo la morte del padre Cristoforo (941) si recò a Roma, ove morì nel monastero di San Cesario del Palatino il 6 febbraio 995.[senza fonte].”. Pesce a p. 89, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma, 1908.”. Don Francesco Ciccone, Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra San Macario Abate e novena, 1907. Don Ciccone, nativo di Teora, era Arciprete curato di Santa Maria della Misericordia in Oliveto Citra. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89 in proposito scriveva che: In un opuscolo contenente ‘Cenni biografici di S. Macario Abate, tradotti da un codice della Biblioteca Vaticana’, ho desunto che quel Santo, figlio di S. Cristoforo e fratello di S. Saba, vissuto tra la fine dell’8° ed i principi del 9° secolo, appartenne ad un ordine monastico detto dei ‘Solitari, i quali, cacciati dalla Sicilia, loro culla, dai Saraceni, chiesero ricovero e passarono nel continente presso Reggio. “Ma i Saraceni – scrive l’agiografo – si spingono fin nella media Italia, ed i perseguitati Solitari fuggono di nuovo e fissano la loro dimora a Lagonegro, dove fondano un bel monastero, del quale, dopo la morte di S. Cristoforo, diviene capo S. Saba. In tale tempo, sedatisi alquanto gli Ismaeliti, i buoni Monaci ebbero un pò di tregua, ed il nuovo Monastero potè accogliere tanti e tanti uomini desiderosi d’abbandonare le terrene vanità per consacrarsi alla vita contemplativa. Di S. Saba ha intanto necessità di recarsi a Roma, e S. Macario viene nominato Superiore della cenobitica famiglia….Ma non andò a lungo e gli Ismaeliti continuarono a infestare quei luoghi della bassa Italia, e, spingendosi fino a Lagonegro, costrinsero quegli abitanti a fuggire atterriti. Obbligati a fuggire pur essi i poveri perseguitati Solitari trovarono ospitalità in quel di Salerno, nè lo scrittore precisa il luogo” (1). Se queste notizie, desunte da un Codice della Biblioteca Vaticana, sono esatte – nè a me è stato possibile meglio accertarle – il Monastero fondato nel 9° secolo in Lagonegro dai Solitari deve appunto essere quello della Madonna degli Angeli, il quale così avrebbe origine antichissima. Certo s’è pure che nel mille vi presero stanza i Padri Benedettini sotto il titolo di S. Gerolamo, quando il succedersi dei barbari invasori, le incessanti persecuzioni e l’insidie dei tempi insicuri spingevano i più deboli, dall’animo mite ed ascetico, ad appartarsi dal mondo e porsi, fra i cilicii e le pertinenze, in più diretta comunicazione con la Divinità.”. In questi passi il Pesce a p. 89, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma, 1908.”. Il Pesce, in questo suo scritto si riferisce pure al manoscritto di Falcone (…). Si tratta di un manoscritto in lingua latina che recentemente Carlo Calza (…), ne ha curato l’edizione per i tipi di Zaccara. Si tratta del manoscritto di Alessandro Falcone (…) e del suo ‘Delle notizie con discorsi istorici e riflessivi per la città di Lagonegro principiata la raccolta del dottore Alessandro Falcone’.

LA CALABRIA BIZANTINA E SARACENA

Da Wikipedia leggiamo che in Calabria, in questo periodo storico fiorì il cenobitismo, col sorgere in tutto il territorio di innumerevoli chiese, eremi e monasteri nei quali moltitudini di monaci basiliani calabro-greci si dedicarono alla trascrizione di testi classici e religiosi. Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i Bizantini e gli Arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (san Nilo da Rossano, san Gregorio da Cerchiara ecc.). Sotto il dominio bizantino, tra la fine del IX e l’inizio del X secolo, la Calabria fu una delle prime regioni d’Italia a introdurre la produzione di seta in Europa. Secondo André Guillou, i gelsi per la produzione di seta grezza furono introdotti nell’Italia meridionale dai bizantini alla fine del IX secolo. Intorno al 1050, il tema della Calabria contava 24 000 gelsi coltivati per le loro foglie e il loro numero tendeva ad espandersi. Mentre la coltivazione del gelso muoveva i primi passi nel resto d’Italia, la seta prodotta in Calabria raggiunse il picco del 50% dell’intera produzione italo-europea. Poiché la coltivazione del gelso era difficile nell’Europa settentrionale e continentale, i commercianti acquistavano in Calabria materie prime per finire i prodotti e rivenderli a un prezzo migliore. Gli artigiani della seta genovese usavano la seta calabrese per la produzione di velluti.

NEL 952, S. SABA, I SARACENI, TORTORA E L’ORIGINE DI TORTORELLA

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 678 parlando di Tortorella, scriveva in proposito che: “Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitesi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi casali, dei baroni Carrafa della Stadera che lasciarono tristi ricordi di tirannia e di soprusi” (sono ancora visibili i resti del palazzo marchesale), del palazzo del barone Gallotti, della chiesa più volte restaurata e dell’antica chiesa di S. Vito fuori dell’abitato.”. Ebner, a p. 678, nella nota (20) postillava: “(20) Tancredi, Il Golfo, cit., p. 72 sgg.”. Ebner si riferiva al testo di Luigi Tancredi (….), “Il Golfo di Policastro – Itinerario tra sogno e realtà”, pubblicato nel 1975 (la prima delle sue pubblicazioni). Ebner, a p. 678, nella nota (21) postillava che: “(21) Casaletto Spartano, ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, a p. 199, in proposito scriveva che: “Alcuni studiosi locali sostengono che vi fossero rifugiate alcune famiglie di Tortora, paese del cosentino, per sfuggire alle incursioni ed alle razzie dei pirati saraceni che infestavano, all’epoca, il litorale tirrenico inferiore. Il luogo sarebbe apparso loro naturalmente ben protetto, per cui avrebbero deciso di fermarvisi stabilmente, iniziando una nuova vita (1).”. Il Guzzo, a p. 199, nella nota (1) postillava che: “(1) A. Fulco, Memorie storiche di Tortora – Napoli – pag. 18”. Si tratta di Amedeo Fulco (….), e del suo “Memorie storiche di Tortora”. Infatti, Amedeo Fulco, nel ….., a pp. 41-42-43, riferendosi a S. Saba di Collesano ed ai Saraceni nel 952, in proposito scriveva che: “Tuttavia maggiori nubi si adensavano sulla Calabria e se n’ebbe sentore nella primavera dell’anno successivo 952, quando l’Emiro musulmano ricomparve scortato da una flotta e sconfisse duramente per terra e per mare i Bizantini dopo lunga e sanguinosa battaglia, conclusasi il 7 maggio, nella quale Malacheno trovò gloriosa morte e Pascalio riuscì a stento a salvarsi. Tutta la Calabria, fino al Crati e al Lao, fu allora preda dei Mulsulmani che saccheggiarono ecc….E fu proprio dal Mercurion che San Saba sotto l’incubo dell’avanzata musulmana che minacciava, ecc…. San Saba dovete giungere con la schiera dei profughi che andava sempre più ingrossandosi lungo la dolorosa peregrinazione, a Scalea, da qui alla marina di Aieta, quindi a Blanda, e, risalendo la valle del fiume Noce, nell’amena contrada di Tortora che dal suo nome fu chiamata San Savo e vi fu eretta una cappella. Niente di più verosimile dunque che una parte dei Blandani, se non la maggior parte di essi, seguissero, atterriti, e sfiduciati come erano, il Santo monaco che si fermò in territorio di Lagonegro, dove fondò un monastero (quod et muris quasi propugnaculis munivit) e che i Balandani si stabilissero quali a Tortorella, quali a Battaglia che sono località prossime al centro lucano di Lagonegro. E’ un’ipotesi plausibile che avvalora come si può notare, la tradizione, la quale, per essere costantemente tramandata di generazione in generazione, deve necessariamente avere un fondo di verità. Altri Blandani, e forse quelli ecc…ecc…”. Dunque, il Fulco fa derivare l’origine di Tortorella, Battaglia e Casaletto dai profughi “Blandani” (la vecchia Tortora) ai tempi delle frequenti e turbolente invasioni dei Saraceni in lotta contro i Bizantini (anno 952 di cui ci parla il Porfirogenito). Il Guzzo, senza alcun fondamento, a p. 200 scriveva che: “Tale tesi, però oltre a non trovare conferma in storici più accreditati, appare poco probabile, trattandosi di ua zona molto lontana dalla terra di provenienza, quando le difficoltà per gli spostamenti erano notevolissimi. E’ più facile supporre, invece, che si sia trattato di una colonia agricolo-pastorale.”. Dunque, il Guzzo, in sostanza prima lo nega e poi la concede. In effetti, la tesi del Fulco era già stata ampiamente affermata da Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti, traduzione di p. 16) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno (XI secolo) scriveva che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…. Riguardo i centri del Mercurion e la tesi del Fulco, Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro – lucani”, a p. 44 riferendosi al viaggio di San Nilo, in proposito scriveva che: “Tentiamo ora di rifare, sia pure a grandi linee e per quanto è possibile, l’itinerario che …..Il viaggio di Nicola nella sua prima parte si svolge per aspre strade interne e tra erti e boscosi monti. Quasi certamente per evitare non graditi incontri con masnade musulmane frequenti sempre sulle coste del Tirreno dove, anzi, poco a nord del Mercurion hanno degli stanziamenti fissi, come Saracinello e Saraceno. E se di questo ne rimane la denominazione ad una contrada a nord-ovest di Tortora, del primo se ne conserva il nome ed il ricordo nelle immediate vicinanze di Praia a Mare la quale è la vecchia Plaga Sclavorum sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31). Così dopo aver raggiunto con tutta probabilità raggiunto verso settentrione la zona che rimane tra Lauria e Lagonegro e levante Trecchina e Rivello a ponente, ecc…”. Il Cappelli, a p. 2, nella nota (31) postilava che: “(31) Vedi Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. S. della Grotta a Praia degli Schiavi, etc., Napoli, 1858, p. 4; O. Dito, La popolazione calabrese dai più antichi tempi ai nostri giorni, in “Calabria vera”, n. s. IV (Reggio di Clabria, 1923), p. 104; ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 66 e ss., in proposito scriveva che: Aggiunge S. Bartolomeo che gli igumeni, atterriti da queste minacce, “deliberarono di mandarlo in altro monastero sottoposto a un principato straniero”, cioè a S. Nazario, sito “nel dominio dei principi” (‘en tois meresi ton prinkipion) di Salerno, (232) chiarisce meglio il più antico sinissario di Grottaferrata. Cenno preziosissimo perché oltre ad assicurarci che in quei tempi la valle del Lao con l’eparchia monastica del Mercurion erano sottoposte a Bisanzio, (233), etc…”. Ebner, a pp. 66, nella nota (232) postilla che: “(232) Codex Criptensis B, beta II, f 175. Anche l’odierna Praia a mare era in mano bizantina. Il Cappelli cit., p. 44 rileva che a Praia era “la vecchia Plaga Sclavorum sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani” che si erano insediati a Saracinello e a Saraceno. Perla biografia relativa, v. a p. 52 del Cappelli.”. Padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, che, a pp. 55-56, in proposito scriveva che: “Nel breve tratto, in cui la Lucania è bagnata dal Tirreno, è ‘Maratea’, che gli storici locali vogliono subentrata a ‘Blanda’, anche se con scarsa attendibilità (14). La sua posizione infatti è tutt’altro che favorevole ad un’ipotesi del genere. Col tempo si è venuta a formare Maratea Inferiore, che oggi porta il nome di ‘Marina di Maratea’, alla quale sono aggregati i due casali di ‘Acquafredda’ e ‘Cersuta’. ‘Tortora’ ed ‘Aieta’ non hanno origine diversa da quella degli altri borghi medievali: furono i Saraceni che, nel secolo IX muovendo dai due emirati di Amantea e di Agropoli, costrinsero gli abitanti di Blanda a rifugiarsi in luogo più interno e sicuro, sulla montagna. Le testimonianze più antiche dell’esistenza di Tortora non vanno oltre il secolo XII. Nel suo territorio sorse più tardi ‘Tortorella’.

Nel 957, le incursioni dei Saraceni in Calabria di Ammar, fratello di Hassan ben Alì,

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a pp. 79-80, in proposito scriveva che: Nel 952 Reggio era sotto il dominio di Hasan ben ‘Alì. Il fratello ‘Ammar, intorno al 957, insanguinava, razziando le coste della regione. Il naufragio della flotta musulmana sulla rotta della Sicilia e la morte per annegamento di ‘Ammar determinarono un periodo di tregua fino al 963, quando Manuele Foca intervenne in soccorso di Taormina e di Rametta, in rivolta. Presso quest’ultima località il Foca morì, combattendo.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 89, in proposito scriveva che: Seguirono altre feroci incursioni. Nel 957, con ‘Ammar, fratello di Hasan ben ‘Alì, le razzie resero ancora più asfittica la vita sulle coste. Tributi imposti dai Saraceni venivano esatti da sparuti castelli e da castra sottomessi.”.

Nel 963, Manuele Foca, in soccorso di Rametta morì

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a pp. 79-80, in proposito scriveva che: Il naufragio della flotta musulmana sulla rotta della Sicilia e la morte per annegamento di ‘Ammar determinarono un periodo di tregua fino al 963, quando Manuele Foca intervenne in soccorso di Taormina e di Rametta, in rivolta. Presso quest’ultima località il Foca morì, combattendo.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Vi furono degli inutili tentativi di riconquista, nel 963 e 1038, da parte imperiale. Nel 902, anno della caduta di Taormina (83), lo stratego di Sicilia (Bisanzio non voleva rassegnarsi alla perdita dell’isola) risiede a Reggio, ma nel 918 viene già menzionato uno “strategos” di “Calabria”, segno evidente che il “thema” di Sicilia era, di nome, rappresentato dal “ducato” di Calabria, promosso, per l’occasione, a “thema” (84). Nel 965 cadde Rametta, ultima importante testa di ponte del Cristianesimo isolano (85).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (83), postillava che: “(83) A. Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, a c. di C.A. Nallino, I-III, Catania, 1933-1939; F. Gabrieli, Arabi e Bizantini nel Mediterraneo Centrale, in “Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Arch. Muratoriano”, 76 (1964).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (84), postillava che: “(84) A. Pertusi, Il “thema” di Calabria, etc…, in “Calabria bizantina”, Reggio C., 1974″. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (85), postillava che: “(85) L’episodio è tristemente ricordato da S. Nilo nel Codice Cript. ……, XX (395).”. Da Wikipedia leggiamo che Manuele Foca, parlando dell’assedio di Rametta, l’assedio fu guidato dai due cugini Kalbiti Al-Hasan ibn Ammar al-Kalbi e Aḥmad b. Ḥasan Abi l-Husayn. Nel 962 Ahmad assediò e distrusse Taormina, vendendo l’intera popolazione come schiavi e colonizzando l’area con reinsediamenti musulmani[1]. Dopo la caduta di Taormina, i Kalbiti si spostarono a nord, iniziando l’assedio di Rometta l’anno successivo. La città inviò un emissario all’imperatore bizantino Niceforo II Foca, chiedendo aiuti militari e provviste. Niceforo rispose equipaggiando una flotta di circa 40.000 uomini, molti dei quali veterani della conquista bizantina di Creta, sotto il comando di Niceta Abalante, mentre la cavalleria era comandata da Manuel Foca[1]. Nell’ottobre del 964, l’assedio fu rafforzato dalle truppe berbere guidate dal governatore della Sicilia, al-Hasan ibn Ali al-Kalbi. Il 25 ottobre, i bizantini e i musulmani si scontrano: i primi ebbero inizialmente il controllo della battaglia, tuttavia i musulmani furono presto in grado di sconfiggerli, presumibilmente uccidendo più di un quarto delle forze nemiche, compreso Manuel. I bizantini sopravvissuti tentarono di tornare alla loro flotta a Messina, ma caddero in un’imboscata alla partenza nella battaglia dello Stretto e furono sconfitti. Senza rinforzi, Rometta non riuscì a difendersi dai Kalbiti e cadde nel maggio del 965[3][5].

Nel 964, il generale Niceforo Foca e la pace col califfo al-Mu’izz (966-967)

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 89, in proposito scriveva che: “Tributi imposti dai Saraceni venivano esatti da sparuti castelli e da castra sottomessi. Lo stesso Niceforo Foca, dopo la sconfitta del 964 presso Rametta, fu costretto a stipulare un trattato di pace col califfo al-Mu’izz (966-967). Negli anni tra il 975 e il 981, i Saraceni in Sicilia si spinsero nel territorio dei principati longobardi. Nel thema di Calabria e alle frange del thema di lucania, per un secolo e mezzo, si alternarono a brevi periodi di pace feroci scorrerie, con permanenze di Saraceni più o meno prolungate.”. Da Wikipedia leggiamo che Niceforo Foca, generale bizantino (sec. 9º-10º), si segnalò contro i Bulgari e gli Arabi, sotto i regni di Basilio I e di Leone VI (867-912). Nell’885 con una fortunata spedizione contro gli Arabi riconquistò la Calabria; riorganizzò poi i dominî bizantini della Puglia. Sempre da Wikipedia leggiamo che Niceforo II Foca Imperatore bizantino, è stato generale (m. 969), si distinse togliendo Creta agli Arabi (961); divenne imperatore (963) per acclamazione dell’esercito e d’intesa con l’imperatrice vedova Teofano; condusse quasi ogni anno campagne militari, fortunate sul momento ma non risolutive, a oriente contro gli Hamdanidi di Aleppo (conquista di Antiochia, 969), ad occidente contro i Bulgari, contro i quali si alleò col principe di Kiev. Sempre dalla rete scopriamo che l’Imperatore d’Oriente, Basilio II è stato figlio (957-1025) di Romano II, gli successe nel 963, sotto la reggenza della madre Teofano e avendo a fianco coimperatori prima Niceforo Foca, secondo marito della madre, e poi (969) il generale Giovanni […] Zimisce; preso in mano il governo nel 976, dopo aver consolidato il potere contro la nobiltà feudale insofferente dell’autorità imperiale, attaccò (986) i Bulgari. Sconfitto, riprese più tardi la guerra.

Il Chronicon Cavense detto anche Annalista Salernitano

L’opera pubblicata dal Pratilli fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Il Barra (…), fornisce questa notizia e cita il ‘Chronicon Cavense’ che su wikipidia leggiamo essere un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli (…), antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il ‘Chronicon’ si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di ‘Annalista Salernitanus’, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. In uno scritto tratto dalla rete ho notato le seguenti parole: “Secoli dopo i monaci benedettini fondarono la Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C. La ricostruzione della chiesa, sempre ad opera dei benedettini, deve collocarsi tra il 1058 (anno in cui fu presumibilmente rifondata l’antica abbazia di San Nazario) e il 1104, quando il Barone di Novi assegnò alla badia di Cava la chiesa e l’annesso villaggio rurale.”. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451),…..Questi dettagli tuttavia sembra che debbano essere accettati con estrema riserva, se non totalmente rigettati. Il Chronicon Cavense di Pratilli, molto preso dal Duca d’Acquara (Tav. Cronol. Napoli, 1762, in I, passim.), portato alla luce da De Meo (Ann. Criti. Dipl. III, p. 185, ecc..), sotto il nome di ‘Annalista Salernitano’, dal luogo dove gli sembrò avesse scritto, in seguito ai numerosi dubbi sollevati dal dotto D. Salvatore Maria De Blasi (Lett. famil. Rosini, Napoli, 1786, in f., pp. 33, 47, 57, 72, 78, 94, ecc..); il Chronicon Cavense, diciamo, è stato attaccato come apocrifo e falso; etc…”. Rocco Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che esso è citato nell’Annalista Salernitano. Chi è l’Annalista Salernitano ?. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». La notizia di un ‘Aliprando de Bussentio’, nell’anno 825, citata dal Gaetani (…), trova conferma nel testo della ‘Chronicon Cavense’, pubblicato dal monaco Francesco Maria Pratilli, nel 1643, lo pubblicò. Alcuni autori, scrivono che questa è stata una falsificazione. Francesco Maria Pratilli (…),  lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Pratilli (…), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’, che contiene: “Chronicon Cavense ineditum cum notes Francesco Maria Pratilli, p. 381.”, a p. 390, scrive che: “A. 823. Leutarius Lugduici coronatur Augustus a Papa Pascali, Landulphus Gastaldus sit Comes & Sicopoles estruitur pro sui comitatus custodia (3).”. Il Pratilli, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Erchemperto, n. 9, to. I, huius operis, & to. 2. ubi de hoc ‘Landulfo’ plurima.”. Sempre il Pratilli, si legge: “A. 825. Moritur Pascalis (4). Et Paulo postea obiit Adulfhus Prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Bussentio (5).“. Il Pratilli, nella sua nota (4) a p. 390, postillava che: “(4) A. potius 824. ut Pagius, aliique evincunt.”, e poi nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Dunque, vediamo cosa scrisse l”Annalista Salernitano’ nel suo ‘Chronicon Cavense’. Il Chronicon, riporta la notizia citata dal Gaetani che nell’anno 825, muore il papa Pascale (4). Poi nello stesso anno morì Adolfo Paolo Preposito che fu sotituito Aliprando di Bussentio (5). Infatti, il Gaetani (…), scriveva che nell’anno 823 (e non 825), Aliprando di Bussentio, fu sollevato (fu sostituito) al governo della Badia di Salerno. Di cosa si parlava nel Chronicon ?. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’Francesco Maria Pratilli (Santa Maria Capua Vetere, 10 ottobre 1689 – Napoli, 30 novembre 1763) è stato un prete, archeologo e antiquario italiano, membro dell’Accademia Ercolanese, noto per il suo lavoro di realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Paul Fredolin Kehr (…), nel suo ‘Regesta Pontificum Romanorum, Italia Pontificia, vol. VIII, Regnum Normannorum- Campania’, pubblicato nel 1935, a p. 364, del suo vol. VIII, in proposito al Monastero di S. Benedetto di Salerno scriveva che: De primis eius temporibus nihil nisi notitia quaedam exstant in Chronico Cavensi a F.M. Pratilli impudentissime conficto (ed. Pellegrini Hist. principum Langobardorum IV 386 sq.). Sed non solum, quae ibi de privilegiis Leonis III, Gregorii IV, Leonis ecc…”. Scrive sempre il Kehr (…) che: “Chronico Casinensi uberiores notitias legimus de monasterio s. Benededicto Salernitano, quod iam olim cum Casinensi coenobio coniunctum fuisse fuisse videtur; narrat enim Waimarium principem Basilio exabbati ecc..”. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Kopke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il ‘Chronicon Cavense’, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolph Kopke. La fabbricazione del ‘Chronicon Cavense’ è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’“forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. Si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Dunque il Kehr (…), scriveva che ricche informazioni sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, provengono anche dall’altro ‘Chronicon’, detto “Chronicon Cavensis”E’ un’opera spuria che alcuni ritengono costruita dal Pratilli (…). Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Fredolin Kehr (….) scriveva che le prime notizie in assoluto che arrivano per il Monastero di S. Benedetto si possono estrapolare da un antico Chronicon pubblicato dal Pratilli e poi in seguito ripubblicato dal Pellegrino nel 1710.

Nel 966, i cenobi basiliani forse “Obedientie” benedettine di S. Mauro in Centulis o Cellulis e, di S. Bendetto in Centulis dipendenti dal monastero benedettino di S. Benedetto in Salerno, Ermerico, suo preposto che nel 966 fuggì per l’attacco dei Saraceni

Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna” che, a p. 180, in proposito scriveva pure che: “Ed intanto, mentre altri monasteri sorgevano tra’ monti, intorno a Salerno (2), nel 966, un tal Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis, distrutto questo monastero dai Saraceni, ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3). Etc…”. Carucci, a p. 180, nella nota (3) postillava: “(3) Paesano, I, pag. 73. Il ritiro di Ermerico nella valle metelliana ci è riferito dal ‘Chronicon cavense pubblicato nel 1753 dal Pratilli (Hist. Princ. long. IV, 381-451). A questa cronaca però i dotti non danno alcuna autorità.”. Dunque, il Carucci scriveva che queste notizie intorno al monaco Ermerico, provenivano dal chronicon medievale ‘Chronicon cavense’ che egli dice di dubbia autorità. Dunque, scondo il documento del 966, che cita il Carucci, Ermerico era stato preposto del monastero di S. Mauro in Centulis. Carucci riporta la notizia che, nel 966 (notizia tratta dal Chronicon Cavense), Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis (dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), fuggì e andò a fondare un monastero nella valle Metelliana. Sul monaco “Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis”, Pietro Ebner riporta una notizia. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, a p. 151, in proposito scriveva che: “Della chiesa di S. Pietro di Cannicchio, donata al monastero italo-greco di S. Magno (S. Mango) dai principi Giovanni e Guaimario, è notizia da un documento del 994 (v. oltre).”. Secondo il ‘Chronicon Cavense’ del Pratilli, il monastero di S. Mauro in Centulis, fu distrutto dai Saraceni e subito dopo, il suo preposto, Ermerico, nel 966 “ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 69 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola avanza delle ipotesi circa le origini di questo antico Monastero. Francesco Barra (…), a p. 69, riferendosi sempre all’Abbazia di S. Maria di Centola e all’antico documento dell’anno 1086 (di cui parlerò in seguito) citato dall’Antonini a p. 387, in proposito scriveva che: “Il documento, solo assai parzialmente riportato dall’Antonini, non specifica neppure se si trattasse di un cenobio basiliano o benedettino. In realtà, la rilevanza stessa della donazione….etc…” e fin quì fa riferimento al documento del 1086, e proseguendo scriveva che:  ….e la mancanza di riferimenti antecedenti all’abbazia fanno pensare a una fondazione ‘ex novo’, avvenuta di recente, forse sulle rovine del monastero di “S. Benedetto in Centulis”, distrutto dai saraceni nel 966.”. Barra, sulla scorta del Chronicon Cavense credeva che nel 966 o subito dopo il monastero benedettino di Centola fu rifondato sulle rovine del precedente monastero o cenobio basiliano di “S. Benedetto in Centulis”, monastero dipendente dal monastero di S. Benedetto di Salerno e di cui fu preposto Ermerico. Dunque, il monastero di cui era preposto Ermerico erano le “Cellae” di S. Mauro in Centulis che dipendeva dal monastero di S. Benedetto di Salerno. Barra, a p. 69, nella sua nota (16), postillava che: “(16) E’ questa una questione ancora tutta da approfondire. Ricordiamo solo che sui monti tra Cava e Salerno, secondo il ‘Chronicon Cavense’ (tuttavia di dubbia autorità) si rifugiò nel 966 con i suoi monaci “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente” (A. Di Meo, ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23; etc…”. Barra, in questo passaggio riferiva la notizia tratta dal “Chronicon Cavense” (cronicon apocrifo pubblicato dal Pratilli), che riferiva che, nel 966, il preposto del monastero di “S. Mauro in Centulis” (che era una dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), Ermerico, “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”….”fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”. Dunque, il Chronicon Cavense riferiva la notizia che a causa delle frequenti incursioni saracene, nell’anno 966 sui monti tra Cava e Salerno, insieme ai suoi compagni, si rifugiò il monaco  “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”. Il Barra scrive che la notizia fu data dal Di Meo (…), nel suo  ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23. Infatti, il Di Meo, nel tomo VII a p. 23, in proposito scriveva che: “Nè questo Monistero fu edificato dal Pr. Guaimario III. come credono quei dotti, ma sibbene molto prima di lui, col consenso del Pr. Gisolfo I. e di Gregorio Abb. di S. Benedetto di Salerno, fu edificato da Ermerico. Era costui Preposito del Monistero di ‘S. Mauro in Centulis’, ed essendo stato quel suo monistero distrutto da’ Saraceni; n’ edificò un altro in Metilliano della Cava nell’anno 966. come in quell’anno si disse. Nel 987 Leucio Etc…”.

Di Meo, tomo 7, p. 23

Dunque, il Di Meo scriveva che il monastero di S. Benedetto di Salerno fu fondato da “Ermerico”, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis. Il Di Meo scriveva pure che il monastero di “S. Mauro in Centulis”, qualche tempo prima del 966, era stato distrutto dai Saraceni, forse Saraceni di Agropoli. Infatti, il Di Meo (….), nel vol. VI, a p. 35 in proposito scriveva che: “4. Segue a dire l’Annalista Salernitano, che Ermerico ‘Preposito del Monistero di S. Mauro’ in Centulis, distrutto da’ Saraceni, col consenso del principe Gisolfo,e del nostro Abbate, edificò etc…”. Barra, a p. 69, nella sua nota (16) continuava a postillare che: “(16) …..D. De’ Guidobaldi, ‘Affreschi della Trinità di Cava, Accantoncelli, Napoli, 1869, p. 4; Guillaume P., ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, pp. 11-12). Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35).”. Barra postillava pure che: “Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI). Da queste pur frammentarie e incerte notizie, emerge un quadro complessivo di ripiegamento del monachesimo benedettino nel basso Cilento intorno al Mille, e che nel vuoto lasciato s’inserirono i basiliani, meno strutturati e meno esigenti.”. Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (16), postillava che: “(16)…Guillaume P., ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, pp. 11-12).”. Infatti, Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a pp. 11-12, parlando delle origini dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava scriveva che: “L’origine dell’Abbazia della Trinità di Cava risale all’inizio dell’XI secolo. Un santo religioso nato a Salerno e formatosi a Cluny, di nome Adelferio o più comunemente ‘Alferio’ (Alferius) ne fu il vero fondatore e il primo abate (1011). Tuttavia, già prima di lui, dei pii solitari avevano abitato il luogo dove doveva fiorire il famoso monastero benedettino che ci occupa. Dell’abbazia di Montecassino, la più antica casa dell’ordine benedettino, sembrano essere partiti i primi abitanti della Cava (1), cioè la grotta di Metellianum (2).”. Il Guillaume, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451), è alle devastanti incursioni dei Saraceni che la S. Trinità di Cava dovrebbe la sua origine. Nell’incursione dell’anno 966, questi distrussero, al di là del ‘Silarus o Sele, non lontano da Paestum, il piccolo monastero di S. Mauro in Centulis (o Cellulis ?), che dipendeva da quello di S. Benedetto di Salerno. I pochi religiosi che sfuggirono al massacro si rifugiarono nei boschi e nelle montagne. Ermerico’, loro priore, col consenso dell’abate di S. Benedetto e del principe di Salerno Gisulfo I (933-77), si ritirò ai piedi del Monte Finestra, nella grotta di Metellianum e qui costruì una cella o monastero: “A. 966….Ermericus Praep. Cellae S. Mauri in Centulis a Saracenis destructae Cellam prope Salernum ad latus Fenestellae montis fecit cum Gisulfi et Abbatis nostri consensu”. (Op. cit., p. 415; cf. De Blasi, Chron., an. 966; Adinolfi, Stor. della Cava, p. 217, ecc..).”. Il Barra riporta anche la seguente notizia: “Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35). Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI). Da queste pur frammentarie e incerte notizie, emerge un quadro complessivo di ripiegamento del monachesimo benedettino nel basso Cilento intorno al Mille, e che nel vuoto lasciato s’inserirono i basiliani, meno strutturati e meno esigenti.”. L’ipotesi labile ma interessante del Barra sulle probabili origini dell’antico Monastero benedettino di ‘S. Maria in Centulis‘, andrebbe ulteriormente indagata. Giuseppe Pesano (….), nel suo “Memorie per servire alla storia della chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 73 riporta la notizia: “…fra questi Giovanni di Salerno…Fu sotto il governo di un tal Prelato, ch’ebbe la prima origine il celebre Monistero della SS. Trinità di Cava. Ermerico già Preposto del Cenobio di s. Mauro in Centulis, distrutto dalle irruzioni dei Saraceni tal sacro stabilimento, recossi in Salerno e “col consenso del Principe Gisolfo e del nostro Abbate (scrive l’Annalista Salernitano) etc…”. Dunque, il Pesano riporta la notizia sulla scorta dell’“Annalista Salernitano”, cronista dell’epoca che viene detto anche “Chronicon Cavense”, che fu pubblicato dal Pratilli. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’. Inoltre, Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (16), riguardo l’ipotesi che si potesse trattare del monastero di ‘S. Maria in Centulis’ postillava e ci ricorda che: Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI)….”. Infatti, Paul Guillaume (…), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. LXXXVI, in Appendice, nell’elenco troviamo scritto: “E. s. Maur in ‘Planula’, pr. Salerne, (anno)….1187 (De Meo, anno 1187, 4).”. Dunque, secondo la storia di S. Mauro, casale del Cilento, vi era un eremo Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C.”.

Nel 968, l’Imperatore Niceforo Foca ed il patriarca Attanasio e la costituzione del calogerato di S. Cono a Camerota

Nel 968, l’Imperatore d’Oriente Alessio Niceforo Foca, con il patriarca Anastasio, tenta di imporre il rito greco a quello latino. I due studiosi Natella e Peduto (….), nel loro pregevole studio “Pixous-Policastro”, a p. 511, in proposito, scrivevano che: “Nel 968 Niceforo Foca, per il tramite del patriarca greco Anastasio, si sforzò di sostituire al latino il rito greco in tutta la zona (64), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro, le due badie basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro.”. I due studiosi, nella loro nota (64), postillavano che la notizia era tratta dal Porfirio (…). Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Ecc…”. L’Ebner (…), nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli Studi in Italia”, V, 1882, p. 336.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “La ricostruzione di quest’ultima diocesi, perchè la sua fondazione, come la velina e la vibonese, era attribuita dalla tradizione addirittura all’apostolo Paolo (ma legati itineranti) era stata determinata dal diffondersi in quel territorio dell’influenza delle locali abbazie italo-greche. Già nel 968, infatti, a seguito delle sollecitazioni di Niceforo Foca, tese ad ampliare la pratica del rito greco nelle regioni contermini a quelle riconquistate, il patriarca Anastasio aveva costituito i calogerati di Camerota e di S. Giovanni a Piro e le badie di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Eventi che avevano preoccupato Roma perchè dalla zona confinata di Policastro era facile l’ingresso di religiosi e famiglie di Calabria nel Principato, ritenuto dai pontefici romani baluardo e porta dell’Urbe. Da alcuni decenni la Chiesa seguiva con vigile attenzione il diffondersi del rito orientale nel Mezzogiorno e nel Principato. Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, che pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica…….Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quella di S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A Policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, ……..Ecc…”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Il sacerdote Giuseppe Volpi (…), nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).”. Qui il Volpi, scrive sulla scorta del quasi coevo Laudisio (…). Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.” che,  corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Il Laudisio (…), a p. 69, proseguendo il suo racconto, scriveva che: “Nel 968 Niceforo Foca cerca con tutti i mezzi di eliminare completamente il rito latino e di sostituirvi quello bizantino (29).”. Il Laudisio (…), a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (29), postillava che: “(29) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca (…), nel suo ‘Adnotationes ad Concilium Tridentinum’, disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. Una delle sue principali opere è stata ‘Adnotationes practicae ad S. Concilium Tridentinum’ (Colonia, 1684), citata anche al Laudisio (…), dove si raccontava che nel 968, L’Imperatore d’Oriente (bizantino) Alessio Niceforo Foca, servendosi del Patriarca greco Anastasio, si sforzò di sostituire in tutto il ‘basso Cilento’ al rito latino quello greco (…), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono e di Camerota e di S. Giovanni a Piro e, le sue Badie Basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), ne parla nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, p……., riferisce alcune notizie circa la fondazione dei calogerati di S. Cono a Camerota e di S. Giovanni a Piro, riferendo ciò che aveva già scritto il Laudisio (…). Pietro Ebner (…), scriveva che in età bizantina, venne costituito il calogerato di S. Cono, però mette fra parentesi che si trattava della Badia di S. Pietro. La Badia di S. Pietro, come vedremo e, di cui ho scritto in un altro saggio ivi, è l’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Licusati è un paese che da sempre faceva parte dell’Università o Comune di Camerota a poi in seguito diventò Comune autonomo. Infatti, nel territorio di Camerota, esisteva anche la Badia di S. Giovanni, grangia dell’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Tuttavia, qualche notizia in più sull’antico cenobio basiliano di S. Cono o S. Iconio, possiamo ricavarla dalle ‘visitatio Episcopali’, eseguite dai vescovi di Policastro prima del ‘600. In ogni caso, centri monastici, come il Monastero di S. Cono a Camerota, soppresso, ed ormai scomparso e di cui forse rimangono pochi ruderi, esisteva ancora nel 1458, anno in cui fu toccato dalla visita apostolica di Atanasio Calkeopoulos. Biagio Cappelli (…), riferendosi al 1458, anno della visita apostolica ordinata da papa Callisto III, a p. 400, scriveva che: “Il che ci porta a considerare come, venuti meno quelli che furono gli importanti centri monastici arroccati intorno a Cerchiara e ad Oriolo e nella valle del Sarmento, ancora riuscivano a mantenersi i monasteri dell’asprissima regione di monte Mula, ecc…, nonchè gli altri del montuoso Cilento, S. Maria di Centola, S. Cono di Camerota, S. Giovanni a Piro e S. Maria di Pattano. Circostanza questa che non avrebbe potuto verificarsi se nei predetti luoghi il basilianesimo non avesse avuto lontane e robuste radici. E che inoltre ci indica come ancora nel quattrocento la regione di monte Mula veniva ad essere in relazione ed in contatto con l’altra del Cilento i cui monasteri estendevano le loro propaggini in terra calabrese: dato che a Majerà ed a Grisolia, le quali rimangono rimangono immediatamente alle spalle del luogo dove sorgeva il cenobio di S. Ciriaco, esistevano due grangie dipendenti dal monastero di S. Giovanni a Piro (8) dominante il luminoso golfo di Policastro.”. Il Cappelli (…), a p. 400, nella sua nota (8), postillava che la notizia era tratta dal Di Luccia (…), a p. 312, nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’, nel 1700. Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota.  Giovannelli (…), a pp. 137-138, parlando del viaggio di S. Nilo, nel basso Cilento, nella sua nota (25), postillava che: “L’itinerario, che tenne in questo viaggio fu, grosso modo, probabilmente, il seguente: Partito dal Mercurio, seguendo il corso del fiume “Mercure-Lao e passando per Papasidero, sboccò alla spiaggia di Scalea. Di qui costeggiando il mare, risalì per Maratea e Sapri fino a Camerota. E lasciato il mare sulla sua sinistra, s’internò per la via di Celle di Bulgheria-Rocca Gloriosa, raggiungendo S. Mauro-La Bruca, ed infine il monastero di S. Nazario, (Gay, op. cit., p. 270).”. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” ( I monaci greci in Calabria ecc.., v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata. Dunque, nel 1760, il Rodotà (…), sulla scorta di padre Agresta (…), fra i monasteri di rito greco, non cita il monastero di S. Cono di Camerota. La feroce invasione saracena del 976 e degli anni seguenti capeggiata dall’emiro Abu-l-Kasem-Ibn-Alì, che respinse il corpo di sbarco bizantino ed inseguendo l’esercito nemico fin nella valle del Crati. Il Cappelli, scriveva in proposito: “…capo Palinuro, dove fu anche un abitato omonimo (3), chiude a nord il Golfo di Policastro, che spesse volte fu meta di incursioni musulmane; una delle quali vi sorprese Nicola di Rossano in viaggio verso il monastero di S. Nazario.” (5). Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 87, in proposito scriveva che: “Niceforo Foca, 963-969, aveva sottomesso, anche se per breve durata, finanche i Longobardi di Benevento (30).”. Il Campagna, a p. 87, nella nota (30) postillava: “(30) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia Meridionale, Caserta, 1930; G. Schlumberger, L’Epopée Byzantine à la fin du dixieme siecle, I-II, Paris, 1925; Idem, Un Empereur Byzantin au dixieme siecle, Nicéphore Phocas, Paris, 1890; I. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzanti, etc…., Paris, 1904”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 89 , in proposito scriveva che: “Lo stesso Niceforo Foca, dopo la sconfitta del 964 presso Rametta, fu costretto a stipulare un trattato di pace col califfo al-Mu’izz (966-967).”.

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 69 (vedi versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: Ma tutte le calamità si avventarono con forza sempre maggiore su queste regioni nei secoli tristemente luttuosi delle scorrerie dei Saraceni. Ecc….; nel giugno del 915 i Saraceni distrussero per la prima volta Policastro; ecc..” e, proseguendo il suo racconto scriveva che: “…; nel 968 Niceforo Foca cerca con tutti i mezzi di eliminare completamente il rito latino e di sostituirvi quello bizantino (29 di p. 10 versione Visconti). “. Infatti, per l’altra notizia, quella di Niceforo Foca, il Laudisio, a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Card. de Luc., Annot. ad Concil. Trid., disc. 8, num. 25, et disc. 14, n. 21.”. Questi passaggi storici, furono poi in seguito ripetuti dal sacerdote Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro”, sulla scorta del Laudisio a p. 538 continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: I Saraceni la distrusero per la prima volta da cima a fondo nel 915; mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (1).”. Il Porfirio (…) a p. 538 nella sua nota (2) postillava che: “(1) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. Nella nota (1), il Porfirio (…), cita il Cardinale De Luca (…). Ma come abbiamo visto la citazione del Cardinale De Luca (….), riguarda l’altro notizia, quella di Niceforo Foca e l’anno 968. La notizia del Laudisio (….), fu tratta dal Volpi (….), che a sua volta l’aveva tratta dal manoscritto di Luca Mannelli (…). Giuseppe Volpi (…), nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “fu depredata e bruciata dai saraceni agropolitani (a. 915); mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).. I due studiosi Natella e Peduto nella loro nota (63) postillavano che: Volpe G., op. cit., La notizia va destituita di ogni fondamento in quanto si basa su opere spurie e falsi settecenteschi.”. Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.” che,  corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca (….), nel suo Adnotationes ad Concilium Tridentinum’disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. La notizia che Policastro fosse stato distrutta dai Saraceni di Agropoli, nell’anno 915, è una notizia riferita dal sacerdote Giuseppe Volpe (…), che la traeva dal manoscritto del Mannelli (…) che a sua volta traeva alcune interessanti notizie storiche del periodo dal Malaterra (…). Dopo il Laudisio ed il Volpe, pare che la notizia fosse stata riportata anche dal Giustiniani (….).

Nel 975, i temi Bizantini di Longobardia, Lucania e Calabria

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 100, in proposito scriveva che: Questi territori, uniti a quelli già Bizantini, costituirono in un primo tempo i due “temi” di Longobardia e Calabria, poi, a partire dal 975, furono ripartiti nei tre “temi” di Longobardia, Lucania (1) e Calabria, diendenti dal catapano residente a Bari; cosicchè, prossima alla Lucania ‘Occidentale’ longobarda, si trovò per un certo tempo a coesistere una Lucania ‘Orientale’ bizantina (2). Questa comprendeva le regioni del Latiniano (3) e  del Mercurio (4), ed aveva come centro principale Tursi. Ecc…”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Novi, oggi Novi Velia, è menzionata per la prima volta nel 1005: “nobe finibus salernitanis” (Schipa, Storia…., cit., Appendice, doc. 33), ma solo nel 1103 è ricordato un Guglielmo de Mannia, signore del “castello” quod dicitur nove (ABC, D, 41).”. Piero Cantalupo (….), a p. 100, nella nota (2) postillava: “(2) La Lucania bizantina scompare in seguito alla conquista normanna della Calabria (1051-1059).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 89, in proposito scriveva che: Negli anni tra il 975 e il 981, i Saraceni in Sicilia si spinsero nel territorio dei principati longobardi. Nel thema di Calabria e alle frange del thema di lucania, per un secolo e mezzo, si alternarono a brevi periodi di pace feroci scorrerie, con permanenze di Saraceni più o meno prolungate.”.

Nel 981-982, S. Saba, nel viaggio per raggiungere l’Imperatore  Ottone II a Roma per conto del catepano bizantino di Puglia, Romano fu attaccato dai Saraceni e dovette rifugiarsi ad Amalfi

Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Saba da Collesano, santo. – In seguito Saba compì altri viaggi, motivati però da missioni diplomatiche o da nuove scorrerie arabe che lo costrinsero a cercare rifugio a settentrione. In corrispondenza della spedizione antisaracena di Ottone II (981-82), per es., il catepano d’Italia Romano, la cui identificazione risulta dubbia (Falkenhausen, 1967; trad. it. 1978, pp. 86, 188), chiese al monaco di intercedere presso l’imperatore per scongiurare una sua invasione in Calabria, che sarebbe stata motivata da sommosse delle popolazioni latinofone del Catepanato contro il governo bizantino. Tale missione diplomatica sarebbe databile alla prima metà del 981. Durante il viaggio il monaco fu però costretto dagli attacchi dei saraceni a rifugiarsi ad Amalfi, dove fondò un eremitaggio. Dovette tornare in Calabria per prendersi cura degli anziani genitori, ma, una volta spirati questi ultimi, riprese le sue peregrinazioni che lo condussero a Lagonegro, località in cui costituì un monastero dedicato all’apostolo Filippo. Successivamente ulteriori attacchi lo spinsero a trasferirsi nel territorio di Salerno, dove con i suoi discepoli diede vita a un’altra comunità religiosa. Saba si trovò così a gestire una rete di monasteri diffusi tra Calabria, Basilicata e Campania. Mantenne inoltre relazioni con altre figure oggetto di venerazione nel mondo italo-greco: nel 984 assistette, per esempio, al trapasso di s. Luca di Demenna (Vita S. Lucae Abbatis, 1794, col. 341). Oltre a ciò egli si trovò di nuovo, alla fine della sua vita, a svolgere un ruolo nelle vicende politiche dell’Italia meridionale alla fine del X secolo.”. Su San Saba e la notizia di un viaggio a Roma dall’Imperatore Ottone II e sua madre Teofano ha scritto anche Domenico Martire (…), nella sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, pubbicato a Cosenza, 1877, s. II, a pp. 320-321 parla di “38. S. Saba di Colassai” e s., in proposito scriveva che: “E perchè nuovamente ritornarono i Saraceni a devastare i paesi della nostra Calabria, S. Saba con i suoi monaci partitosi, andò a ritirarsi in una Spelonca vicino Salerno (21). Quivi unitosi il grido della sua venuta, corsero tutte quelle genti, ch’eran da varie infermità e dagli spiriti maligni vessate, e ne otennero le grazie conformi ai loro bisogni. Fra gli altri vi capitò il Principe di Salerno (22) a pregarlo che si compiacesse andare in Roma dal Re dei Latini, che più anni tenuto avea il suo figlio prigione per ostaggio. E mosso a pietà di lui, vi andò e ottenne la grazia. Ritrovandosi dello stesso modo in mani del detto Re dei Latini il figlio del Patrizio d’Amalfi (23), fu nuovamente il Santo pregato e ripregato ad ottenere la grazia della scarcerazione. Partito poi per Roma giunse al Monastero di S. Cesario (24). Recatosi dal Vescovo Giovanni (25), costui ottenne dal detto Re il giovinetto dal Patrizio desiderato.”. Il Martire (…) a pp. 324-325, nella sua nota (22) postillava che: “(22) ‘Il Principe di Salerno’ – Chi fosse costui potrassi raccapezzare dal catalogo dei Principi di detta città appo Engenio, fol. 46. E si congettura che fosse un tal Giovanni, che governò dall’anno 984 al 993, là dove fa menzione di aver ricuperato lo Stato. E nella venuta degli Imperatori Ottone II. e III. nel Regno contro i Greci e i Saraceni, sarà facile che avessero contro i Principi di Salerno e anche di Amalfi proceduto a qualche fatto.”. Dunque, il Martire, sulla scorta di Cesare d’Engenio Caracciolo (…..), nel suo “Descrizione del Regno di Napoli”, scrive il Martire, quando parla nel ‘Catalogo’ dei Principi di Salerno, pag. 46.

Nel 12 luglio 982, la battaglia di Ottone II contro i Saraceni d’Africa e di Spagna

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 89 , in proposito scriveva che: “Negli anni tra il 975 e il 981, i Saraceni di Sicilia si spinsero nel territorio dei principi longobardi. Nel thema di Calabria e alle frange del thema di Lucania, per un secolo e mezzo, si alternarono a brevi periodi di pace feroci scorrerie, con permanenze di Saraceni più o meno prolungate.. Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a pp. 78-79, in proposito scriveva che: Dal 975 al 981, Abu el Kàsem organizzò numerose incursioni dalla Sicilia, che estese financo in territorio longobardo. Per questo motivo (ma pare che abbia anche influito la rivolta di città e castelli bizantini contro lo stratega Romano) i principi longobardi chiesero l’aiuto di Ottone II. L’imperatore sassone fu sconfitto dai Saraceni di Abu el Kasem presso capo Stilo (94), il 12 luglio 982. Oltre al tentativo di Ottone II, i cui ideali di paladino antisaraceno sono discutibili,…etc…”. Il Campagna, a p. 79, nella nota (94) postillava: “(94) Il “Cocynthum promontorium” di Plinio (N.H., III, 10), presso cui scorre lo Stilaro. Nella battaglia del 12 luglio 982, Abul el Kàsem, successo nell’emirato di Palermo al fratello Ahmed (970), morì trafitto sul campo, dopo aver combattuto eroicamente. Sull’ubicazione della battaglia, Stilo o Capo Colonne (presso il tempio di Hera Lacinia), non si è raggiunta la certezza storica, per la vaga interpretazione di …………..(Aschlumberg e Gay)…..F. Gabrieli, Gli Arabi, Firenze, 1957; Anonimo Salernitano, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, t. I.; D. Leuzzi, La Calabria e i Musulmani, in “CL”, a. XIV, n. 3-4; F. Gabrieli, I Saraceni in Calabria, in “AC”, Roma. 1959, XXIV, 337-360″. Angelo Bozza (…) nel suo “Lucania – Studi Storici-Archeologici”, pubblicato a Rionero nel 1888, nel vol. I a p. 356, ripercorrendo le tappe principali della storia lucana, in proposito all’anno 919 e sulla scorta di Pietro Giannone (….), cita un Guaimario Principe di Salerno e scriveva che: “Landulfo e Guaimario principi di Benevento e Salerno confederati, rompono la battaglia ad Ascoli Ursileo Stradigò di Bari, il quale vi è ucciso, ed invadono la Puglia e la Lucania ritenendole sette anni. I  Greci riacquistano la puglia e la Calabria dai Principi di Benevento e di Salerno, dopo averli disfatti in battaglia presso Matera. I Saracini prendono e danno alle fiamme Cosenza (a. 965). Tornano in uso i cognomi delle famiglie lungo tempo disusati (Giannone). Ottone I fa per parecchi anni 968-871 guerra contro l’Imperatore greco della Puglia, Lucania e Bruzia. Ottone II con grosso esercito scende nell’Italia meridionale, ed unite le forze di Pandolfo Capodiferro principe di Benevento prende Taranto. Ma riportata una grave rotta ecc…L’Imperatore greco Basilio II rimasto vincitore, assicura per qualche tempo il dominio della Puglia e della Lucania con quello dei Bruzii. E’ probabile che in seguito a questa vittoria, succeduta alle molte contese con i due Ottoni, la vanaglioria greca imponesse il nome di ‘Basilicata’ alla ‘Lucania’ dal nome dell’Imperatore (a. 982). Si estendeva a quest’epoca il dominio greco a tutta la Puglia, la ‘Iapigia’, la ‘Messapia’, la ‘Lucania orientale’ ed i ‘Bruzii’; un Catapano con altri poteri residente a Troja da essi edificata reggeva queste provincie, e da esso ebb il nome la ‘Capitanata’.”. Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia”, a p. 126, in proposito scriveva che: “Frattanto i musulmani …….

Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche-storiche della Provincia di Lucania”, a p. 267, in proposito scriveva che: “E perchè in avvenire non vi è più memoria de’ Vescovi Pestani, si può argomentare che dopo detto secolo tal Città distrutta fusse, come realmente accadde nel regnare di Basilio Macedone Imperatore di Oriente, tenendo il pontificato il suddetto Giovanni VIII. che fu negli anni 875. in circa: dopo di che i di lui Vescovi non più di Pesto, ma di Capaccio si nominarono per aver quivi fermata la sede dopo la rovina della loro Metropoli (a). E che circa tal tempo Ella distrutta fusse, oltre gli testimoni de’ Scrittori, si deduce chiaramente dall’invenzione del deposito del Glorioso di S. Matteo, che fu ritrovato nell’anno 954 fra le rovine e desolazione di detta città, come attesta’ M. Antonio Marsilio Colonna’ (b), qual Sacro Corpo immantinente fu legato nella Chiesa Cattedrale della nuova Città detta ‘Capaccio’ per opera del di lui Vescovo, etc…”. Il Gatta a p. 267, nella nota (a) postillava: “(a) Giuseppe Volpi, Cronologia de’ Vescovi di Capaccio; Michele Zappulla, nel cap. di Capaccio nella Storia di Napoli.”. Il Gatta a p. 267, nella nota (b) postillava: “(b) M. Antonio Marsilio Colonna, de Vita et gestis Matthei Apost., cap. 7.”. Di questo autore ho parlato nell’altro mio saggio sul monaco Attanasio e le sacre spoglie dell’apostolo Matteo.

Nel 1016, i Saraceni a Salerno ed Agropoli (?)

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 31, in proposito scriveva che: Quanto all’anno 1016 assediarono ancora una volta Salerno, i Saraceni scesero anche ad Agropoli e a Capaccio (11).”. Il Vassalluzzo, a p. 31, nella nota (11) postillava: “(11) Camera M., Istoria della città e della costiera di Amalfi, Napoli, 1836, vol. I, pag. 121. A Salerno i Saraceni c’erano stati dall’882 all’885 (Cfr. Chronic. Salern., c. 134, 539) nell’anno 898 (capp. 151, 547 e Amari M.; op. cit., vol. I, pagg. 463 e 464), nell’anno 1001 (Cfr. Hirsch-Schipa, op. cit.; pag. 180). Pertz, Annali del monastero di S. Sofia in Benevento, Scriptores, t. III, pag. 177, anno 1016. Ebner P., Monasteri bizantini nel Cilento, in R.S.S., anno 1967, pag. 108, nota 48 e Storia di un feudo del Mezzogiorno, Roma, 1973, pagg. 20 e sgg.”. Mons. D. Damiano (….), nel suo “Maratea nella storia, nella luce e nella fede”, a p. 31, in proposito a Blanda scriveva che: “Le altre, distrutte dalle invasioni barbariche, lasciano completamente al buio. Ma si sa dall’annalista di Cava dei Tirreni che nell’anno 1113 i Saraceni, provenienti dall’Africa, spopolarono Paestum, e gli abitanti sottrattisi dalla strage si annidarono sulla cima del vicino monte Calpazio, dove fecero sorgere un villaggio che si chiamò Capaccio e dove i Vescovi pestani, ritrovarono sicuro rifugio, trasferirono la loro sede.”. Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia”, a p. 128, in proposito scriveva che: I musulmani tornati alle correrie e alle conquiste, oltre a minacciare Benevento, Capua e Napoli (1002), assaltarono Taranto (1003) e assediarono Bari (1004). La difesa che di questa importante città fece il catapano Gregorio Tracaniotis non impedì che la fame risolvesse gli assediati ad arrendersi, allorchè il doge di Venezia Pietro Orseolo II, sopraggiunto con una poderosa flotta, assalì e sconfisse gli assedianti e liberò la capitale dell’Italia greca. Ma il pericolo musulmano non fu l’ultimo ostacolo alla potenza dei bizantini.”.

Nel 28 settembre 1028, i Saraceni Agropoli furono sconfitti da Guaimario V e Pandolfo di Capua (?)

Piero Cantalupo nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, quando a p. 90, nella nota (2) postillava che: “(2)…..Il Mazziotti (op. cit., p. 80), seguendo il Di Meo ed il falso ‘Chronicon Cavense’ (Cfr. M. Schipa, Storia…., cit., n. 2, p. 185), ritarda l’uscita dei Saraceni da Agropoli al 28 sett. 1028. Nello stesso errore è caduto anche P. Ebner (Storia…., cit., p. 273).”. Dunque, secondo il Cantalupo, il Mazziotti ritarda la fuga dei Saraceni da Agropoli al 28 settembre 1028. Infatti, Matteo Mazziotti (….), nel suo “La  baronia del Cilento”, a p. 30 (non è p. 80 come scriveva il Cantalupo che confuse con 30), parlando del casale di “Agropoli”, in proposito scriveva che: “II…..Non è noto con esattezza quanto tempo essi avessero dimorato in Agropoli; alcuni autori dicono per circa 40 anni; certo è che, dall’epoca in cui vi si insediarono, la città perdette la sede vescovile che fu trasferita a Capaccio. La loro dimora in Agropoli terminò con una grave sconfitta, che vi riportarono nel 28 settembre 1028 per opera di Guaimario principe di Salerno e di Pandolfo principe di Capua, che, trionfanti e carichi di preda, tornarono a Salerno. Nel feroce combattimento fu ferito il conte Maghenolfo, il quale morì dieci giorni dopo in Pyrano di Agropoli. Dopo tale disfatta i Saraceni non si tennero più sicuri colà e si ritirarono in Sicilia e nell’Africa.”. Il Mazziotti, a p. 30, nella nota (2) postillava: “(2) Cronista Salernitano, riportato dal Di Meo  Annali, vol. 7°, anno 1028.”. Credo che il Cantalupo citando lo Schipa si riferisca al testo “Storia del Principato Longobardo di Salerno”, pubblicato a Napoli, nel 1887, sebbene però lo Schipa, in questo testo, a p. 185 non riporta nessuna nota e ci parla della caduta di Gisulfo II. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi etc..”, a p. 273, parlando della sede vescovile di Agropoli, in proposito scriveva: “Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltano quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tuttora noto come “Campo Saraceno” (10), abbandonato quando vennero sconfitti (20 settembre 1028) da Guaimario di Salerno e Pandolfo di Capua (11).”. Ebner, a p. 273, nella nota (10) postillava: “(10) Schipa, Storia, p. 210.”. E’ molto strano che Ebner, a p. 80, nella nota (8) postillasse: “(8) Schipa, Storia, e Mezzogiorno, p. 169”. Ebner, a p. 273, nella nota (11) postillava: “(11) Di Meo, cit., VII, ad anno 1028.”. Dunque, Ebner, sulla scorta dello Schipa scriveva che Agropoli fu abbandonato dai Saraceni “quando vennero sconfitti (20 settembre 1028) da Guaimario di Salerno e Pandolfo di Capua (11).”. Dunque, sia Ebner che il Cantalupo riportano la notizia tratta dallo Schipa che si rifaceva al “Chronicon Cavense” del Pratilli, ci parlano del principe longobardo di Salerno, Guaimario e di Pandolfo di Capua. A quale Guaimario si riferiscono ?. I due autori a quale “Storia” dello Schipa si riferivano ?. Forse si riferivano all’opera di Michelangelo Schipa (….), “Storia del principato longobardo di Salerno”. Ma in questo testo, a p. 185 non si parla di questo avvenimento ma si parla del racconto di Amato di Montecassino circa l’assedio di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo. Ebner, a p. 273, nella nota (11) postillava: “(11) Di Meo, cit., VII, ad anno 1028.”. Infatti, Di Meo (….), nei suoi “Annali”, vol. VII, anno 1028, a pp. 124 e 125, in proposito scriveva che: “In quest’anno Guaimario Pr. di Salerno, e Pandolfo di Capua, diressero una terribil rocta a’ Saraceni vicino Agropoli, a’ 28 del Settembre; e trionfanti e carichi di preda fecero ritorno in Salerno. Il Conte Magenolfo vi restò ferito, e morì 10 giorni dopo in Pyrano di Agropoli. I fratelli Saliperto, Guiselgardo, ed Erimanno Conti di Malliano donarono al nostro Monistero (della Cava) più beni per la Chiesa; e per il riottoso de’ Monaci ed una corte con casaline, e quattro vigne di Pesto Nero. Così l’Annalista Salernitano.”. Dunque, la notizia ci è pervenuta dall’Annalista Salernitano o Chronista Cavense. Vediamo ora a quale Guaimario si riferiva la notizia. Sempre il Di meo a p. 123, introducendo l’anno 1028 scriveva di “Pandolfo IV Pr. di Capua” e poi anche “Guaimario IV suo figlio Pr. di Sal. XI. da 21 Settembre.”. Da Wikipedia leggiamo che nel 1028 i Saraceni furono scacciati dalla zona definitivamente dal principe Guaimario III di Salerno. Dunque, si tratterebbe di Guaimario III principe longobardo di Salerno. Sul Guaimario della notizia devo però precisare che Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia etc…”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Dell’opera sua alla restaurazione del cognato, Guaimario IV non potè vedere gli effetti, perchè cessò di vivere dopo meno d’un anno (marzo 1027), lasciando lo stato al figlio Guaimari V, quattordicenne al più: descrittoci come principe valoroso, cortese e liberale più del padre e fornito d’ogni virtù etc….Guidato nei primi passi, per quattro o cinque mesi, dalla madre Gaitelgrima, sotto l’influenza di costei ebbe amico e concorde lo zio di Capua, sicchè Amato etc…Era allora stato incoronato imperatore a Roma Corrado II (26 marzo 1027).”. Infatti, da Wikipedia leggiamo che nel 1028 i Saraceni furono scacciati dalla zona definitivamente dal principe Guaimario III di Salerno. Guaimario III (spesso indicato come Guaimario IV) associò al trono il figlio maggiore, Giovanni III, avuto dalla prima moglie Porpora di Tabellaria (m. 1010 ca.), ma questi morì nel 1018. La co-reggenza fu affidata allora al secondogenito Guaimario, avuto dalla seconda moglie Gaitelgrima, sorella di Pandolfo di Capua. Dunque, si tratta di Guaimario V (spesso indicato come Guaimario IV). Guaimario IV, spesso indicato come Guaimario V (1013 circa – Salerno, 3 giugno 1052), fu principe di Salerno (dal 1027) e di Capua (1038-1047), duca di Amalfi (dal 1039), Gaeta (1040-1041) e Sorrento (dal 1040) e duca di Puglia e Calabria (1043-1047). Nel 1036 accadde qualcosa che avrebbe segnato l’inizio delle ostilità fra i due principi. Gli giunse infatti voce che il principe Pandolfo IV di Capua, soprannominato il Lupo degli Abruzzi, zio materno ed alleato, aveva tentato di violentare sua nipote. Nel frattempo, Guaimario si era avvicinato ai Normanni, appena comparsi nel meridione d’Italia, ricevendo l’omaggio del loro capo Rainulfo Drengot, in precedenza vassallo di Pandolfo e ora disertore. Così Guaimario ottenne il fondamentale supporto dei Normanni, potenza nascente nel Mezzogiorno. Probabilmente nel 1026 il principe di Salerno ebbe anche una figlia, Gaitelgrima, che successivamente sposò i fratelli Drogone e Umfredo d’Altavilla, conti di Puglia. L’assedio della flotta saracena ha dato origine ad una leggenda, “la Leggenda dei Due Fratelli”. Quando i Saraceni sbarcarono a Salerno scese in battaglia il più forte di loro, Rajan, che sfidò a duello il più forte tra i salernitani, Umfredo. I due combatterono valorosamente dall’alba al tramonto. A sera, esausti e morenti, scoprirono di avere al collo lo stesso simbolo, cioè di essere fratelli, separati tanti anni prima. Il cavaliere Umfredo narrato nella leggenda era in realtà un cavaliere normanno, ed è vissuto qualche anno dopo l’avvenuta battaglia, nell’anno 1010-1057. La leggenda difatti è stata creata proprio per mettere in risalto quanto i normanni prevalessero militarmente in quel periodo. Si tratta di Umfredo d’Altavilla. John Julius Norwich, I Normanni nel Sud 1016-1130. Mursia: Milano 1971 (ed. orig. The Normans in the South 1016-1130. Longmans: London, 1967).

Il Capitolo IX del Libro II del manoscritto di Luca Mannelli (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli

Si tratta di frammenti del manoscritto inedito ‘Lucania sconosciuta’, scritto dal monaco Agostiniano P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S. Agostino Cavati dall’originale che si conservava in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine. Oggi il manoscritto è conservato Napoli, alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, nella Sezione Manoscritti, con la seguente collocazione: XVIII, 24 – cc. 47-51. Il Bracco (12), op. cit., dice nella sua nota (59) a proposito del Mandelli. Il Bracco (12), op. cit., dice nella sua nota (59) a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Il manoscritto del Mannelli, è rimasto inedito ed introvabile per molto tempo. Si tratta di un’esemplare proveniente dalla Biblioteca del Museo di San Martino, ms. S. Mart. 371. Il manoscritto del Mannelli viene citato anche dal Natella e Peduto (10) che dice: “Lucania sconosciuta, (ms in Biblioteca Nazionale di Napoli, XVIII, 24 – cc. 47-51).”. Arturo Didier (11), scriveva in proposito: ”la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un dianese ecc..ecc..”. Ecco la pagina 50r originale del manoscritto di Luca Mannelli (…), che riguarda Policastro e che abbiamo pubblicato ivi in un altro nostro saggio:

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(Fig….) Pagina n. 50r, tratta dal Libro II, Cap, IX del manoscritto del Mannelli (…)

Il Tancredi (18), sulla scorta dell’Ughelli (33) e anche del Cappelli (9), parlando dell’etimo di “A Pyro”, cita il codice Vaticano Latino 9239: ‘Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae’, 1482, conservato e consultabile sul sito digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano:  https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.9239. Il codice Vaticano Latino 9239, illustrato nell’immagine di Fig. 2, parla dell’origine di alcuni toponimi in Italia meridionale, tra cui quello antichissimo di S. Giovanni a Piro che, secondo l’antico tον απειρον dovrebbe significare (= l’infinito o il remoto).

Cod.Vat.Lat.9268, p. 1

(Fig. 9) Il codice Vaticano latino 9239, Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, del 1482 – particolare della pagina che spiega l’origine del toponimo ‘ab Pyro’.

Nel ……….., i Saraceni nel Cilento

Sulla scorta del ‘Chronicon Salernitanum’, un antico manoscritto apocrifo (50), che fu pubblicato nel 1600 dal Pratilli (61), sappiamo che a Salerno i Saraceni c’erano stati dall’882 all’885, all’anno 898 (si veda cap. 151, 547 e Amari M., op. cit. (53), vol. I, p. 463 e 464), nell’anno 1001 (si veda Hirsch-Schipa, op. cit., p. 180), mentre il Pertz (…), scrive nell’anno 1016. Anche Ebner (19), ne parla in ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 20 e s. Il Vassalluzzo (51), sulla scorta dell’Archivio Cavense (Arca L., n. 23), scrive ancora: “Altre scorrerie essi faranno al tempo di Federico II, di Carlo d’Angiò (57), degli Aragonesi (17) e degli Spagnoli (58). Sempre dal Vassalluzzo (52), leggiamo: “Sappiamo che nel 1113 la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni e, nel 1135, da Ruggiero II d’Altavilla, che la smantellò nelle sue mura, per punire gli abitanti impossessatisi arbitrariamente dei resti di una nave con un tesoro ivi naufragata.“. Il Vassalluzzo, parlando di Molpa, scrive che: “Sappiamo di certo che nel 1113 la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni e, nel 1135, da Ruggiero II, che la smantellò nelle sue mura, per punire gli abitanti impossessatisi arbitrariamente dei resti di una nave ivi naufragata.”.

Nel 1052, i cenobi basiliani forse “Obedientie” benedettine di S. Mauro in Centulis o Cellulis e, di S. Bendetto in Centulis dipendenti dal monastero benedettino di S. Benedetto in Salerno, e Lorenzo preposto che fu ucciso in una attacco dei Saraceni

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 69 e s., in proposito scriveva che: “Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35).”.

Nel 1059-60, l’origine di alcuni paesi dopo le incursioni saracene: Bosco, San Giovanni a Piro ecc…

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI e, prima della caduta dell’ ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. La notizia che alcuni paesi, sono sorti in epoca Normanna, nel 1059-60, a seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto, tratta dal Laudisio (…). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli ecc…’, nel suo vol. II, a p. 332, parlando delle distruzioni di Policastro, scriveva che: “, ricorda quella della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera) scrive il Gay (19).. Ebner, nella sua nota (19), postillava che la notizia era tratta dal Jules Gay: “I Gay (è J. non è I) Gay, L’Italie Meridionale ecc.., ed. italiana, Firenze, 1917, op. cit., p. 491.“.

Nel 1113, un documento di Aieta

Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a p. 144, in proposito scriveva che: “Segue la ‘Marina di Ogliastro’ (Ogliastrum), poco in verità frequentata, ma d’aria balsamica e salubre tra i monti e il mare. Vi chiuse i suoi giorni, nel 1748, Francesco Maria, patrizio cosentino, padre di quel Domenico, il quale sopraffatto da grave colluvie di debiti, riserbandosi il nudo titolo di marchese, vendeè, l’anno 1768, la terra di Aieta, in provincia di Cosenza, a Domenicantonio Spinelli, principe di Scalea (5). Quivi si vuole esistesse ne’ tempi andati il ‘Casale di Oliarola, di che è parola in un documento del 1113 (6).”. Il Volpe, a p. 147, nella nota (5) postillava: “(5) Cons. Monografia sul Santuario di nostra Donna della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta ecc..per Vincenzo Lomonaco”. Il Volpe, a p. 147, nella nota (6) postillava: “(6) Ventimiglia, Notizie ecc…, pag. 73. Appendice dei monumenti, n. VI, pag. XXVI.”.

La Torre della Petrosa a Villammare

Fu proprio a causa di queste frequenti e continue incursioni barbaresche di Saraceni che lungo le coste del Cilento, continuamente funestato da questo imprevedibile flagello, che furono costruite delle Torri di avvistamento a protezione delle umili ed indifese popolazioni. Su questo argomento, abbiamo parlato nel nostro studio ivi pubblicato: “Le Torri costiere costruite lungo il litorale Saprese”, dove però abbiamo cercato di dimostrare che alcune delle Torri costruite lungo il litorale del Cilento, in realtà esistevano già dall’epoca Angioina e poi in seguito rinforzate in epoca Aragonese. Moltissime di queste Torri d’avvistamento, furono costruite anche a causa e soprattutto della Guerra del Vespro. In occasione della Guerra che si combattè tra gli Angioini e gli Aragonesi, che per molti e lunghi anni, si contesero il Regno di Napoli proprio e soprattutto sulle nostre coste ed il nostro entroterra, il ‘basso Cilento’, rappresentò una prima linea di difesa Angioina contro le offensive Aragonesi. Una di queste era quella detta Torre del Bondormire’, che oggi non esiste più, ma che si può vedere citata in una carta d’epoca Aragonese e forse Angioina illustrata nell’immagine di Fig. 7 – ma la cui costruzione risale all’epoca Angioina. Un’altra delle Torri costruite e conosciute già in epoca Angioina e comunque più antica dell’epoca Vicereale, è la ‘Torre detta della Petrasia’, illustrata nell’immagine seguente, costruite nel luogo di Petrosa’ nei pressi di Villammare.

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(Fig. 10) ‘Torre della Petrosa’ a Villammare – torre d’avvistamento militare a difesa delle coste.

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Infatti, andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci da Amari e Schiapparelli (59), dove nella traduzione dall’arabo del testo scritto del ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, del geografo al-Idrisi (12-59), scrivono che nel suo libro, il geografo Idrisi, cita anche il porto di Sapri. La notizia, fu data per la prima volta dagli studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto nel loro ‘Pyxous-Policastro’ (10), che parlando del Volpe (28) e delle mura di Policastro Bussentino al tempo dei Normanni del Roberto il Guiscardo, confermavano la notizia di solide mura e fortificazioni a Policastro, nel testo scritto in arabo del Libro del Re Ruggero del 1154, che descriveva gli scali marittimi più noti della Sicilia e del Regno Normanno dei primi del secolo XI. Il testo arabo del 1154, del geografo al-Idrisi, cita anche lo scalo marittimo di Sapri. Secondo i due studiosi Amari e Schiapparelli (59), al-Idrisi, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo, scrive: “Da Policastro ad ‘.tr.b.s (2) (Petrosa), conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.” (12). Poi aggiungono: ” Da questo Capo a qast.r.k.lì (Castrocucco) tredici miglia” . Nella nota (2), Amari e Schiapparelli scrivono: “Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.”.  La citazione del toponimo ‘Petrasia’ e, di una Torre della ‘Petrosa’, vicinissime, in epoca Aragonese, ci fa pensare – secondo la traduzione del testo in arabo dei due studiosi Amari e Schiapparelli, del Libro di Re Ruggero del 1154 – non indichi un toponimo o nome di luogo di un porto o di uno scalo marittimo – in questo caso Sapri – ma, il toponimo  ‘.tr.b.s (‘Petrosa’) – noi crediamo indichi il toponimo del luogo nei pressi di Villammare dove è stata costruita  la  Torre costiera di difesa dell’omonima località, conosciuta dal geografo arabo di Re Normanno Ruggero d’Altavilla, nel XII secolo e, che la distanza indicata dal geofrafo al-Idrisi (Edrisi) – Da Policastro a Petrosa (59) (Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri)… conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.” – si riferisse alla distanza tra due Torri di avvistamento, di cui gli Arabi dovevano ben guardarsi nel caso di attacco. La citazione del toponimo di Capo Bianco’, quando più avanti – nella nota (2), Amari e Schiapparelli scrivono: “Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.”, credo si riferisca alla Località ad oriente di Sapri, dove alla fine del ‘500, fu costruita la ‘Torre di Capobianco‘, altra Torre cavallara di avvistamento – forse già esistente e chiamata Torre del Lubertino, poi fatta rinforzare verso la fine del ‘500, dai Vicerè Spagnoli.

Nel 1222, S. Francesco d’Assisi si fermò ad Agropoli

Francesco nasce ad Assisi tra il 1181 e il 1182 Morirà nella stessa città nel 1226. Fondatore di un ordine mendicante, da cui preso il nome, per le sua umiltà passa alla storia come il ‘poverello di Assisi’. La memoria si celebra il 4 ottobre. Nel 1939, papa Pio XII, insieme a Santa Caterina da Siena, lo proclama ‘patrono d’Italia’. Secondo la tradizione, San Francesco parlò alle creature del cielo e del mare. Agli uccelli ed ai pesci e lo fece nei pressi dell’abitato di Agropoli da uno scoglio che oggi ne porta il nome. Su di esso sorge una croce a perenne memoria. Sempre secondo la tradizione, pare che il mare in tempesta, nonostante la sua impetuosa potenza, mai supera con le onde questo scoglio. Sulla terraferma, invece, si trova il luogo dove è esistito il convento. Nel Cilento altre importanti testimonianze architettoniche francescane si trovano a Gioi. La presenza dei frati nel territorio ha sempre contribuito alla crescita culturale e spirituale. L’ordine dei francescani, in particolare, godeva di una grande stima in quanto seguaci del ‘Santo di Assisi’. Il luogo, inoltre, special modo in passato, era di certo animato da una discreta vitalità, tanto che nei pressi del convento hanno preso vita due importanti fiere. Una è quella di ‘San Francesco’ che un tempo si ripeteva dal 2 al 4 ottobre. L’altra è quella delle ‘Palme’ la Domenica che precede la Pasqua. Mentre la prima ravvia la memoria del Santo, la seconda ha assunto importanza per dimensioni e sacralità grazie alla collocazione primaverile che favoriva l’afflusso di mercanti e visitatori: si festeggiava l’inizio della tiepida stagione. I pellegrini provenienti anche da zone distanti, dopo aver partecipato alle funzioni si approvvigionavano tra le bancarelle allestite nelle immediate vicinanze del convento sulla via che porta a Laureana. Pietro Ebner (…) a p. 113, parlando del clero regolare nel basso Cilento, scriveva che: “Nel ‘200, quando già si cominciava ad affievolire l’espansione benedetina sorsero i quattro grandi Ordini dei Mendicanti (francescani (3), domenicani (4), carmelitani (5) e agostiniani (6) che lentamente andavano approdando nella zona con i valori evangelici e con una notevole forza aggrregante.”. Ebner a p. 113 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Erano chiamati cordiglieri in Francia, frati scalzi in Germania e frati grigi in Inghilterra. Fu nella ricostruita chiesa della Porziuncola che S. Francesco (sett. 1181/2 – 3/4 ottobre 1226, canonicato nel 1228) scoprì la sua vocazione leggendo il Vangelo di Matteo (X, 7.10) e applicandolo letteralmente con “parole che come il fuoco toccavano il cuore”. Scrisse nella Prima Regola “che i confratelli ecc..ecc..”. Orazio Campagna (…), a p. 206, in proposito scriveva che: “Ciò che ancora restava sulla costa del mondo monastico greco venne, gradualmente, sostituito dai nuovi ordini latini: il francescano e il domenicano. Fu proprio un discepolo di S. Francesco, il beato Pietro Cathin da S. Andrea, della diocesi di Faenza, che nella prima metà del XIII secolo diffuse l’Ordine dei Minori in Calabria, fondando i monasteri di Scalea, Castrovillari, Corigliano, Amantea, Crotone (36).”. Le incursioni turchesche dei secoli XV e XVI riaprirono la piaga dell’insicurezza e del terrore ecc..”. Il Campagna, a p. 206, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Il monastero di Scalea era abitato da “un sol frate Conventuale”, all’epoca del Martire (‘La Calabria Sacra e Profana, cit., II). Fu soppresso nel 1653 con la bolla di Innocenzo X, in C. Manco, ‘Scalea – prima e dopo -, op. cit., ecc..ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi’, pubblicato nel 1973, a p. 273, parlando delle Diocesi Caputaquensi, scriveva che: “La tradizione narra che ad Agropoli ecc…, che nel 1222 vi sbarcasse anche S. Francesco d’Assisi cui fu dedicato poi un monastero (12).”. Ebner a p. 273 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazziotti, cit., p. 28.”. Ebner si riferiva all’opera di Matteo Mazziotti, ‘La Baronia del Cilento etc…’, p. 28. Infatti, Matteo Mazziotti (…), nella sua opera citata, a p. 28, parlando della fondazione di Agropoli e delle leggende intorno ad essa, in proposito scriveva che: Narra anche la leggenda che in Agropoli, nel 1222, predicò San Francesco d’Assisi e che nel luogo ove egli predicava fu innalzato il monastero tuttora esistente a lui dedicato. Ecc…”. Il Mazziotti, a p. 28, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Gian Nicola Del Mercato, ‘Commento a gli Statuti del Cilento’, opera inedita esistente presso i discendenti di lui.”. Angelo Bozza (…), nella sua “Lucania”, nel vol. I, a p. 362, per l’anno 1176, in proposito scriveva che: “Molti abitanti di Lagonegro sono puniti per avere insultati e derubati i Legati dell’imeratore Federico che di là transitavano per recarsi alla corte di Guglielmo. S. Francesco d’Assisi, di passaggio per Agropoli e luoghi vicini, opera molti miracoli. Guglielmo II invia la sua flotta con gran numero d’armati e di viveri in Terra Santa per aiuto dei crociati, sotto il comando di Gualtieri di Moac. Di questa spedizione fan parte i baroni Lucani, annoverati dal Borrelli nel suo catalogo generale come anche nell’altra del 1188.”. Da uno scritto sul web di Giuseppe Conte, leggiamo che secondo la tradizione il convento francescano fu fondato da San Bernardino da Siena nella prima metà del XV secolo. Situato tra le frazioni di San Martino (Laureana) e Rocca (Lustra, territorio da cui oggi dipende amministrativamente), popolarmente viene identificato anche con l’accostamento a questo piccolo centro, un tempo cuore pulsante del Cilento Antico (il convento di Rocca). Diverse sono le tracce architettoniche dei francescani nel territorio (ad Agropoli, a Gioi). Spesso tratteggiate da laboriose leggende. Ciò nonostante ad acquisire maggiore notorietà nel tempo è stato senz’altro il convento di Lustra. Non a caso è ricordato proprio come ‘San Francesco del Cilento’. Tuttavia nel corso dei secoli ha subito diversi ampliamenti. E’ variata anche la sua importanza. Strutturalmente, dalla porta centrale si accede alla chiesa, mentre sul lato sinistro si trova l’ingresso per il chiostro. All’interno si conservano bellissimi affreschi, alcuni meritevoli di restauro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 751 parla di un monastero italo-grco soppresso, quello di S. Francesco di Cuccaro Vetere. Sempre Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, parla di S. Francesco d’Assisi a p. 43 e a p. 113.

Nel 1464, Camerota origina dalla scomparsa della città della Molpa secondo Scipione Mazzella

Secondo alcuni, l’origine del borgo di Camerota sia dovuta alla distruzione della città della Molpa. Infatti, nel 1601, Scipione Mazzella Napolitano (….), parlando di Camerota e di altri luoghi nel “Principato Citra”, a p. 79, del suo “Descrittione del Regno di Napoli”, in proposito scriveva che: “Scorgesi poi sopra un’alto monte Cammerota picciol terra, edificata (come dicono alcuni) dalle reliquie dell’antica città della Molpa, che poco discosto li stà.”. Sulle parole del Mazzella ha opinato Onofrio Pasanisi. Intanto questo passaggio del Mazzella è interessante perchè ci parla anche della “città” scomparsa della “Molpa” che sappiamo sia esistita. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Circa le origini, Scipione Mazzella afferma che Camerota sarebbe sorta sulle rovine dell’antica “città di Molpa” che poco discosta le sta”. ‘Descrizione del regno di Napoli’, Napoli, MDCI, pag. 79. Si fa riflettere intanto che detta Molpa, continuamente provata invero dalle incursioni, fu completamente distrutta solo nel 1464, quando cioè Camerota da secoli già esisteva. Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Dunque, il Pasanisi ci fa notare e opinava che la notizia del Mazzella di una probabile origine del casale di Camerota dovuta alla fuga degli abitanti di Molpa non abbia fondamento in quanto l’ultima distruzione della Molpa avvenne nel 1464, quando le cronache registrano l’incursione barbaresca di Dragut Pascià. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464. E lo scrittore Scipione Mazzella mette in riferimento l’estrema fine di Molpa, all’origine di Camerota, “che poco discosta le sta”. Riferimento immaginario: Camerota, nel 1464, ha già molti fuochi.”. Ciociano e prima ancora il Pasanisi facevano notare che nel 1464 Camerota contava diverse famiglie originarie del luogo e l’indagine focatica condotta su documenti anteriori al 1464 dimostra l’esistenza di Camerota da molti secoli prima. Può darsi, coe io credo che la distruzione della città di Molpa, che pure esisteva ed era fiorente, un città sorta alle falde del fiume Mingardo ed in parte sulla collina del promontorio, fece si che i casali vicini come Lentiscosa, Camerota e Licusati fossero scelti dai pochi scampati alla distruzione della Molpa. Sappiamo anche di Centola che si ingrandì proprio in seguito alle prime distruzioni della Molpa.

Nell’11 giugno 1464, una incursione dei Saraceni d’Africa e la distruzione della Molpa

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 375-376-377, in proposito scriveva che: “….sua ruina, poichè non essendo più tale, che potesse in quei confusi, scelerati tempi sicura mantenervisi la gente, cominciò pian piano a mancar di abitatori; e quei casali (I) ch’erano della Città dipendenti, pure cominciarono a fare lo stesso, in modo che nella final sua ruina del MCDLXIV pochi abitati ve ne erano. Finalmente toccolle vedere l’ultima sua desolazione, poichè essendo la notte degli undeci di Giugno MCDLXIV. sbarcati nel porto di Palinuro molti Saraceni d’Africa, sollecitamente e col dovuto silenzio s’avviarono alla Molpa….

Antonini, p. 375

Antonini, p. 375

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330, in proposito scriveva che: “Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV. fu dà Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora che Pisciotta un picciolo Casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2) suo Cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc..”. L’Antonini a p. 330 nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”Sulla distruzione della Molpa e di Pisciotta nel 1474 ha postillato anche il Gaetani (…) a p. 28, nella sua nota (9): “(9) Pisciotta fu accresciuta da Molpesi nel 1474 quando la Molpa fu saccheggiata e ditrutta da Corsari d’Africa. Riferisce l’Antonini (vol. I, p. 330) che allora Pisciotta era un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una Relazione fatta da Notar Gio. Antonio Ferrigno, suo cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territori, tutto essendo della Molpa.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta scriveva che: “In un ‘ms’ conservato nella Cancelleria della SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7).”. Ebner per SRC si riferiva alla Real Camera della Sommaria di Napoli. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta, nella sua nota (7) postillava che: “(7) G.A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ‘ms’ della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Il Ducato di Monteleone fu un’entità feudale esistita in Calabria tra il XVI secolo e gli inizi del XIX secolo. Il suo territorio corrispondeva agli odierni comuni di Vibo Valentia e di San Gregorio d’Ippona, nella medesima provincia. Istituito nel 1527, fu dominio della famiglia Pignatelli, fino all’abolizione del feudalesimo avvenuto nel Regno di Napoli nel 1806. Anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a p. 575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che fu saccheggiata: “…dai saraceni a più riprese (680-705-802-828-931-1113),…..ed infine dai pirati saraceni nel 1464, quando anche Pisciotta, apparteneva alla Molpa.”. Anche Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: I saraceni d’Africa le diedero il colpo di grazia intorno al 1464; sbarcati di notte e guadagnata la vetta in perfetto silenzio, assalirono la città e la saccheggiarono, portando via insieme al bottino, donne e uomini in catene. I superstiti allora fuggirono sulle montagne per accrescere i casali di Pisciotta, di Centola e di Cuccaro. Il tempo fece il resto.”. Su questa distruzione della Molpa, di Camerota ecc.., ha scritto anche Onofrio Pasanisi (…), nel suo saggio ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII. Questa notizia viene riportata pure dal sacerdote Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, dove, a p. 165 parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Alla fine, nel 1464, in occasione del saccheggio da essa subito per mano degli Arabi del Barbarossa, che nella notte dell’11 giugno l’assalirono violentemente, scacciandone gli abitanti e traendone prigionieri altri, i superstiti, dimoranti dapprima in “pagliare”, si ritirarono, come abbiamo detto innanzi, nel casale di Pisciotta (14).”. Il Vassalluzzo, a p. 165, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Silvestri A., La popolazione del Cilento nel 1489, Salerno, 1956, pag. XII.”. E’ strano che il Vassalluzzo chiami questo corsaro d’Africa “Barbarossa”. Il Vassalluzzo, sempre in riferimento a questa notizia, a p. 152, parlando di Pisciotta, in proposito scriveva che: “Il suo sviluppo, questo borgo, lo ebbe verso la seconda metà del XV secolo, quando, nell’anno 1464, assalito e distrutto dai corsari musulmani il castello della Molpa, gli abitanti superstiti si rifugiarono su queste balze e ingrossarono il numero della popolazione già ivi esistente (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 152, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cirelli F., op. cit., pag. 64. Giustiniani L., op. cit., t. VII, p. 205.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, a p. 206, del vol. VII, in proposito scriveva che: “Nel territorio di ‘Pisciotta’ non vi è nessun segno di antico, e si vuole dall’accennato Antonini essere stato dapprima un picciol casale della ‘Molpa’ secondo appare da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2), ed avea pochi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della ‘Molpa’. Quando questa città si distrusse nel 1464, da corsari di Affrica accrebbe poi di popolo la suddivisata ‘Pisciotta’. Nel catalogo dè Baroni sotto Guglielmo II si fa menzione di un tal Niel de ‘Pissocta’.”. Il Giustiniani, a p. 206, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Questa Relazione è negli atti del Duca di ‘Montelione’ nel S.R.C. in banca di ‘Litto’, presso lo scrivano Santelia.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Circa le origini, Scipione Mazzella afferma che Camerota sarebbe sorta sulle rovine dell’antica “città di Molpa” che poco discosta le sta”. ‘Descrizione del regno di Napoli’, Napoli, MDCI, pag. 79. Si fa riflettere intanto che detta Molpa, continuamente provata invero dalle incursioni, fu completamente distrutta solo nel 1464, quando cioè Camerota da secoli già esisteva. Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464. E lo scrittore Scipione Mazzella mette in riferimento l’estrema fine di Molpa, all’origine di Camerota, “che poco discosta le sta”. Riferimento immaginario: Camerota, nel 1464, ha già molti fuochi.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 72, in proposito scriveva che: “I Saraceni, carichi di preda e seguiti da una lunga fila di schiavi, fecero ritorno nel porto di Palinuro e, prima che la notizia della loro feroce aggressione si diffondesse nei luoghi vicini, salparono alla volta dell’Africa (17). Gli abitanti scampati alla loro rapace avidità si diedero precipitosamente alla macchia e, dopo aver dimorato dapprima in “pagliare”, si rifugiarono in vari centri del circondario. La maggior parte di essi andò ad accrescere Pisciotta; altri si stabilirono nella vicina Centola; altri ancora nel piccolo casale di Castelluccio, a Camerota ed altri luoghi ancora (18). Il Re Ferrante (Ferdinando I d’Aragona) mosse lamentele a Maometto II, in Costantinopoli, per la distruzione della Molpa, ma tutto fu inutile, in quanto Maometto si scusò adducendo a discolpa la sua insufficiente autorità a punire che egli aveva nei confronti delle popolazioni dell’Africa (quali erano appunto i Saraceni)(19).”. Il Guzzo, a p. 72, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Cirelli F., Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato – Napoli – 1835- p. 64”. Il Guzzo, a p. 72, nella sua nota (19) postillava che: “(19) G. Antonini – Op. cit., Vol. I – pag. 377; Archivio di Stato di Napoli – Sommaria Partium – 21 – c. 151.”

Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464. E lo scrittore Scipione Mazzella mette in riferimento l’estrema fine di Molpa, all’origine di Camerota, “che poco discosta le sta”. Riferimento immaginario: Camerota, nel 1464, ha già molti fuochi.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 72, in proposito scriveva che: “I Saraceni, carichi di preda e seguiti da una lunga fila di schiavi, fecero ritorno nel porto di Palinuro e, prima che la notizia della loro feroce aggressione si diffondesse nei luoghi vicini, salparono alla volta dell’Africa (17). Gli abitanti scampati alla loro rapace avidità si diedero precipitosamente alla macchia e, dopo aver dimorato dapprima in “pagliare”, si rifugiarono in vari centri del circondario. La maggior parte di essi andò ad accrescere Pisciotta; altri si stabilirono nella vicina Centola; altri ancora nel piccolo casale di Castelluccio, a Camerota ed altri luoghi ancora (18). Il Re Ferrante (Ferdinando I d’Aragona) mosse lamentele a Maometto II, in Costantinopoli, per la distruzione della Molpa, ma tutto fu inutile, in quanto Maometto si scusò adducendo a discolpa la sua insufficiente autorità a punire che egli aveva nei confronti delle popolazioni dell’Africa (quali erano appunto i Saraceni)(19).”. Il Guzzo, a p. 72, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Cirelli F., Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato – Napoli – 1835- p. 64”. Il Guzzo, a p. 72, nella sua nota (19) postillava che: “(19) G. Antonini – Op. cit., Vol. I – pag. 377; Archivio di Stato di Napoli – Sommaria Partium – 21 – c. 151.”.

Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: I saraceni d’Africa le diedero il colpo di grazia intorno al 1464; sbarcati di notte e guadagnata la vetta in perfetto silenzio, assalirono la città e la saccheggiarono, portando via insieme al bottino, donne e uomini in catene. I superstiti allora fuggirono sulle montagne per accrescere i casali di Pisciotta, di Centola e di Cuccaro. Il tempo fece il resto.”. Interessante, a questo proposito è ciò che scrisse il barone Giuseppe Antonini nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 376, dove in proposito scriveva che: “Altri andarono alla vicina Centola; parte n’andò in Cuccaro nove miglia lontano, e ‘l rimanente ne’ vicini altri luoghi (siccome a ciascuno meglio tornò grado) si disperde. Non dispiaccia nuovamente riferire le parole di ‘Merola’ su di questa distruzione: “Post Palinuri promontorium, in monte, qui mari imminet, ruinae conspiciuntur Oppidi Molpae a praedonibus subversi ad Melphin fluvium praeterfluentem”. Ci lasciò la stessa notizia ‘Leandro Alberti’, che cominciò a scrivere dell’Italia nel MDXXV., onde fresca era allora la memoria di sua ruina. Fece Re Ferrante alte doglianze di questo fatto in Costantinopoli con Maometto II, ma per allora gli fù risposto: che non avendo ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 319, parlando di ‘Pisciotta’ scriveva che: “Sia Cirelli (17) che il Giustiniani (18) ritengono che dopo la distruzione di Molpa ad opera dei corsari d’Africa (1464) si cercasse di rinforzare il più difendibile villaggio di Pisciotta che nel ‘400 faceva parte dei feudi dei Sanseverino, ecc..”.

Nel 1464, Pisciotta e la Molpa nella ‘Cronaca’ (o Relazione) del notaio Giovanni Antonio Ferrigno

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta scriveva che: “In un ‘ms’ conservato nella Cancelleria della SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7).”. Ebner per SRC si riferiva alla Real Camera della Sommaria di Napoli. Ebner (…), a p. 318, nella sua nota (7) scriveva che: “(7) G.A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ‘ms’ della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Riguardo l’antico documento citato da Ebner nella sua nota (7), ovvero il ms. del notaio G.A. Ferillo o Ferrigno, un cronicon sull’origine di Pisciotta, ha postillato anche il Gaetani (…) a p. 28, nella sua nota (9): “(9) Pisciotta fu accresciuta da Molpesi nel 1474 quando la Molpa fu saccheggiata e ditrutta da Corsari d’Africa. Riferisce l’Antonini (vol. I, p. 330) che allora Pisciotta era un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una Relazione fatta da Notar Gio. Antonio Ferrigno, suo cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territori, tutto essendo della Molpa.”. Il Barone Antonini (…), infatti, a p. 330, in proposito scriveva che: “Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV. fu dà Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora che Pisciotta un picciolo Casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2) suo Cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc..”.

Antonini, p. 330

Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 parlando di “Pisciotta”, in proposito scriveva che: “Due miglia poi sul mare, è la grossa Terra di Pisciotta (I), con un Monistero di Frati Francescani….ed a’ giardini danno, malamente dal Signor Gatta allogata nel ‘Vallo di Novi’ al fol. 300 della sua ‘Lucania Illustrata’. Tutte le frutta, e l’oglio sopra tutto, che in quantità grande produce, io lo ripongo fra i più belli del Regno. Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV fu da Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora Pisciotta un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno suo Cittadino (2), avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc... L’Antonini a p. 330 nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”. Riguardo questo documento o relazione, l’Antonini ne parla anche a p. 348. Pietro Ebner (…), ne accenna anche nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 322 parlando di Pisciotta in proposito scriveva che: “L’Antonini (37) contesta al Gatta ecc…e le rovine di Molpa distrutta nel 1494 dai “Corsari d’Africa”. Allora Pisciotta era, secondo il Ferrigno, casale della Molpa e contava pochi abitanti.”. Riguardo la relazione del Ferrino citata dall’Ebner a p. 322, vol. II, sempre parlando di Pisciotta egli a p. 318 nella sua nota (7) postillava che: “(7) In un ms conservato nella Cancelleria del SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7) G. A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ms della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Il Ducato di Monteleone fu un’entità feudale esistita in Calabria tra il XVI secolo e gli inizi del XIX secolo. Il suo territorio corrispondeva agli odierni comuni di Vibo Valentia e di San Gregorio d’Ippona, nella medesima provincia. Istituito nel 1527, fu dominio della famiglia Pignatelli, fino all’abolizione del feudalesimo avvenuto nel Regno di Napoli nel 1806. Riguardo questo manoscritto, Pietro Ebner (…), a p. 172, parafrasando l’Antonini, nella sua nota (12), postillava sulla ‘Cronaca di S. Mercurio’, scriveva che: L’Antonini (p. 375) attribuisce a Molpa tre casali (S. Serio, Boregana e Castelluccio) e forse ancora un altro (Trivento), di cui non vi è altra notizia che quella citata dall’Antonini del 1546 (tavola Valente, f. 215, del processo innanzi al SRC tra Anonio Caracciolo e i suoi Creditori).”.

Postille di Antonini, p. 375

L’Antonini (…), a p. 375, parte II, II edizione della ‘La Lucania’

L’Antonini (…), a p. 375, riguardo questi luoghi, nella sua nota (2), postillava che: “Questi casali erano S. Serio, Busagano, Castelluccio, siccome vedesi dalla relazione che ne fa nel MDXLVI (1546) il Tavolario Valente, posta al f. 215, del Processo del S. Consiglio ‘Inter Cassan. dram Oliverio, & creditores D. Antonii Caraccioli in Banca de Litto, scriba Santelia, ed in questi siti oggi appena si trova vestigio.”. Dunque, riepilogando, se nella sua nota (2), a p. 330, l’Antonini postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”, sempre l’Antonini, a p. 375, nella sua nota (2) postillava che: nel MDXLVI (1546) il Tavolario Valente, posta al f. 215, del Processo del S. Consiglio ‘Inter Cassan. dram Oliverio, & creditores D. Antonii Caraccioli in Banca de Litto, scriba Santelia, ed in questi siti oggi appena si trova vestigio.”, ovvero che l’Antonini ci dice che il manoscritto del Notaio originario di Pisciotta Giovanni Antonio Ferrigno doveva essere allegato in un Processo del Sacro Consiglio per Don Antonio Caracciolo…….

Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, a p. 206, del vol. VII, in proposito scriveva che: “Nel territorio di ‘Pisciotta’ non vi è nessun segno di antico, e si vuole dall’accennato Antonini essere stato dapprima un picciol casale della ‘Molpa’ secondo appare da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2), ed avea pochi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della ‘Molpa’. Quando questa città si distrusse nel 1464, da corsari di Affrica accrebbe poi di popolo la suddivisata ‘Pisciotta’. Nel catalogo dè Baroni sotto Guglielmo II si fa menzione di un tal Niel de ‘Pissocta’.”. Il Giustiniani, a p. 206, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Questa Relazione è negli atti del Duca di ‘Montelione’ nel S.R.C. in banca di ‘Litto’, presso lo scrivano Santelia.”.

Incursioni Saracene sulle coste del Cilento nei secoli seguenti

Le incursioni saracene e turche, come quella del 1543, ad opera del turco Khair-Ed Din e la seconda del 1552 ad opera di Dragut Pascià, e quelle che si susseguirono lungo le nostre coste fino al XVIII secolo, depredando e devastando questi umili borghi, furono tanto funeste da indurre nel 1532, il Vicerè spagnolo Don Pedro da Toledo a costruire lungo tutta la costa del Regno, una serie ininterrotta di torri vedette. Purtroppo, le costruzioni di queste torri, non solo fu deleteria per le umili finanze di queste popolazioni, ma si rivelarono inutili poichè  furono realizzate troppo tardi, quando ormai le popolazioni della costa si erano spostate all’interno. Infatti, si spiega così lo spopolamento di moltissimi centri costieri e del conseguente ripopolamento dei centri collinari limitrofi. Turghud Alì, o Dragut, Turghut Reis, Darghout Rais, Turhud Rais, Dargut è stato un ammiraglio e corsaro ottomano. Fu un comandante navale ottomano e il successore di Khayr al-Din detto il Barbarossa. Viceré di Algeri, Signore di Tripoli, si fece chiamare Spada vendicatrice dell’Islam. Policastro subì due distruzioni ad opera dei due turchi-ottomani: la prima nel 1534 e la seconda nel 1552. Nel corso di quest’ultima invasione fu distrutto il Convento di S. Francesco del XII sec., i cui ruderi sono tuttora visibili ad oriente dell’abitato.

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(Fig. 13) Convento di S. Francesco d’Assisi a Policastro Bussentino – XI secolo.

Il Vassalluzzo (51), scriveva in proposito: “In questo tempo, cioè verso la prima metà del secolo XVI, le spiagge del Cilento, e in generale tutta la costa dell’Italia meridionale, erano infestate dalle frequenti scorrerie dei Turchi, che incendiavano e depredavano tutto (24). Questi guidati da Ariadeno Barbarossa, con le loro navi corsare, facevano razzia sulle coste dei mari Ionio e Tirreno, bruciandone paesi e traendone prigionieri e schiavi gli abitanti. Nel 1544, la ciurmaglia del Barbarossa, che si trovava nel Golfo di Salerno, da una tempesta fu scacciata nel Golfo di Policastro, dove saccheggiò tutti i villaggi circostanti. Nell’anno 1552, l’armata turca, al comando di Dragut, dopo il saccheggio di Policastro, e paesi vicini, assalì anche Camerota: ne incendiò il castello e sparse dovunque terrore e paura (55).”. Il Laudisio (6), parlando di Policastro all’epoca dell’episcopato di Monsignor Massanella, scriveva in proposito: Nel 1533, per la terza volta, Policastro, fu distrutta e saccheggiata dal pirata Ariadeno Barbarossa, e per la quarta volta nel 1552 dal musulmano Dragut pascià; infatti, il 10 luglio 1552, decimo dell’indizione – era un sabato sera – una flotta musulmana di 123 navi gettò le ancore nel Golfo di Policastro, ed esattamente presso la località che è chiamata ‘Oliva’ (forse la spiaggia dell’Oliveto tra Sapri e Villammare). Il giorno dopo, domenica, verso le ore 15, i musulmani sbarcarono più veloci delle acquile e misero a ferro e a fuoco Policastro, e contemporaneamente alcuni di essi saccheggiarono e distrussero Vibonati, S. Marina e S. Giovanni a Piro, altri Bosco, Torre Orsaja, Rocca Gloriosa e Castel Ruggero, inseguendone gli abitanti sui monti e uccidendoli in luoghi deserti. Quanti furono i morti e quanti i prigionieri! Quante le sciagure! Quanti raccolti furono bruciati nei campi! Il martedì successivo, il 13 luglio, passarono a Camerota dirigendosi a Policastro, che pure distrussero. Il mercoledì si riposarono sulla spiaggia di Policastro, e di lì il giorno dopo, giovedì, salparono di sera, così come di sera erano giunti, e si diressero con le loro navi verso Napoli….I cittadini di Policastro, superstiti, divennero simili agli arieti che non ritrovano i loro pascoli. E andarono via, e alcuni si rifugiarono a S. Cristoforo, altri fondarono sulla cima di un monte il villaggio della Civita. Si legge in un antico manoscritto (27) che soltanto trenta persone rimasero a Policastro.”. Il Laudisio, nella sua nota (66), scrive: “Then., cap. IV, vers. 19 (Velociores fuerunt persecutores nostri aquilis caeli: super montes persecuti sunt nos, in deserto insidiati sunt nobis” e poi nella nota (67) dice: “Ex protocollo notarii Antonii de Onofrio, pag. 1, in arch. Matr. Eccl. oppidi Sansii, Caputaq. dioec.”. Fu proprio a causa di queste frequenti e continue incursioni barbaresche di Saraceni che i Vicerè Spagnoli, emanarono un ordine per la costruizione su tutta la costa del Cilento, di alcune nuove Torri cavallare e d’avvistamento di cui abbiamo parlato nel nostro studio: “Le Torri costiere costruite lungo il litorale Saprese”, dove però abbiamo cercato di dimostrare che alcune delle Torri costruite lungo il litorale del Cilento, quelle già preesistenti perchè costruite in epoca Angioina e forse ancora prima della Guerra del Vespro, furono rinforzate, mentre altre coma la Torre di Capobianco fu una delle Torri d’avvistamento fatte costruire dai Viverè Spagnoli. 

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ‘I Corsivi’, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

Gay Jules, L'Italie_méridionale_et_l'empire_byzantin,

(2) Gay I, L’Italie meridionale et l’Impire byzantine etc, Paris, 1904 e si veda pure:

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(3) Schipa M., Storia del Principato longobardo di Salerno , sta in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane, 12, 1887. Si veda pure: Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, 1923, pag. 96 e 97, si veda pure: a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002.

(4) Zancani-Muntuoro P., Siri-Sirino-Pixunte, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’,  XVIII, 1949, pp. 15 e s.

(5) Rohlfs G., ‘Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria’, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996; si veda pure: Rohlfs G., Scavi linguistici della Magna Grecia, Roma MCMXXXIII; si veda pure: Rohlfs G., Colonie galloitaliche sul Golfo di Policastro (Galloitalienische Sprachkolonien am Golf von Policastro (Lukanien), in Zeitschrift fur Romanische Philologie, 61, 1941, pp. 79-113, stà in Rohlfs G.,  Studi linguistici sulla Lucania e sul Cilento, ed. Congedo, Galatina (LE), 1988, ristampa anastatica, pp. 39 e s.

(6) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos hi- storico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 69 e p. 73 del testo di Visconti, p. 17 e s.

(7) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s.

(8) Borsari S., Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane’, Napoli, 1950-1951, p. 2

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(9) Cappelli, B., “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci”, ‘Bollettino Badia di Grottaferrata’, n. 8, vol. XI, 1957, p…. e,  stà in Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, con introduzione di E. Pontieri, Deputazione di storia patria per la Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, Cap. IX, pp. 295 e s.; il Cappelli, parla del Codice greco Laurenziano XI, 9, a p. 298 e p. 306 e, nelle sue note a p. 310 e 312, nota (43); sul Monastero di Centola si veda p. 398.  Il Tancredi, cita poi l’Ughelli (…) e poi nella sua nota (8), parlando dell’etimo di “A Pyro”, cita di nuovo il  Cappelli che per parlare dell’etimo, trae la notizia dal Codice greco Latino del 1482, Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, Cod. Vaticano Latino 9239. Si tratta del codice manoscritto latino, di cui ha parlato Salvatore Gemelli, op. cit. (33).

(10) Natella P. Peduto P., ‘Pixous – Policastro’, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 508 e s. ; si veda anche Porfirio (10).

(11) AAVV, Calabria bizantina, aspetti sociali ed economici, Atti del terzo incontro di studi bizantini, ed. Parallelo 38, Reggio Calabria, 1978.

(12) (Fig. 7) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, di el-Idrisi, stà in Brancaccio G., Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda: 1- Il libro del Re Ruggero di al-Idrisi, cap. 4, p. 79; Per il Libro di Re Ruggero di al-Idrisi si veda: Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition; si veda anche: Edrisi, Il Libro di Ruggero, nella traduzione di U. Rizzitano, ed. Flaccovio, Palermo, 1994, pp. 91-92; si veda pure il testo del francese Jaubert nel 1840, che si basò su diversi manoscritti del Libro di Re Ruggero, ha fatto una mirabile traduzione del testo scritto in arabo; si veda pure: Santagati L., La Sicilia di al-Idrisi ne il Libro di Re Ruggero, ed. Salvatore Sciascia, Caltanisetta, 2010.

(13) (Fig. 11) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81. La segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (7). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (7) scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’.

(14) Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti.

(15) Douglas Norman, Vecchia Calabria (Old Calabria), ed. La Conchiglia, 1915.

(16) Porfirio P., Policastro, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539.

(17) Trinchera Francesco, Codice Aragonese, 1866-1874, vol. II, pp. 101-102

(18) Rodotà P., Dall’origine, progresso e stato del rito greco in Italia etc, Roma, 1758, ss. II.

(19) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592; si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medie-vale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II.

(20) Guzzo Angelo, Da Velia a Sapri – itinerario costiero tra mito e storia, ed. arti Grafiche Palumbo, Cava de’ Tirreni, 1978, pp. 122-123 e s.; si veda pure: Guzzo A., Sulla rotta dei Saraceni – la difesa anticorsara sulle coste del Cilento, ed. Palladio, Salerno.

(21) Douglas Norman, Vecchia Calabria (Old Calabria), ed. La Conchiglia, 1915.

(22) Gaetani Rocco, La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 2000; il Gaetani, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (27) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96“. Si veda pure dello stesso autore: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21; si veda pure: Gaetani R., Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, Tip. del Senato, 1914, ristampa a cura di Rossella Gaetani, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento Salerno, 2000

Tancredi Luigi

(23) Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (5). Il Tancredi, parlando di “A Pyro”, trae l’etimo dal codice greco Latino del 1482, il ‘Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae’ (Cod. Vaticano Latino 9239), di cui parlò anche Salvatore Gemelli, op. cit. (36).

(24) Racioppi Giacomo, Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania, Roma, Hoescher, pp. 102 e 134.

(25) Venditti Arnaldo, Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, E.S.I., Napoli, 1972.

(26) Bertaux, L’art dans l’Italie meridionale, Tomo I: De la fin de l’Empire romain à la Conquete de Charles d’Angjou, ed. A. Fontemoing, Paris, 1904.

(27) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. Il manoscritto è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (4), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (12), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (…). Si veda pure Padiglione C. (…), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata ‘la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine’ (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”.

(28) Volpe Giuseppe, Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa anastatica della I edizione, ed. Ripostes, Atripalda (AV), 1998, p. 117

(29) Palazzo Ferdinando, Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro e cenni storici su S. Giovanni a Piro, Bosco e Scario, con prefazione di Alfonso Tesauro, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961, ristampa anastatica 2006, p. 18 e s.

(30) Caffi A., Santi guerrieri di Bisanzio nell’Italia meridionale, app. a P. Orsi, le chiese basiliane nella Calabria, Firenze, 1929, p. 295.

Di Luccia

(31) Di Luccia Paolo Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (8) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(32) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s.

(33) Ughelli Ferdinando, Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(34) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, Cap. XXXVII e s.; stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002. Si veda in proposito, libro III, Cap. 7.

(35) Lipinsky Angelo, La Stauroteca di Gaeta, già nel Cenobio di S. Giovanni a Piro, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, vol. XI, 1957; si veda pure dello stesso autore: Enkolpia cruciformi orientali in Italia, II, Campania, in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, n. s., vol. XI, 1957, p. 91.  

(36) Gemelli S., Il sito ed il ruolo di Polsi dal sec. XII a metà del sec. XVIII, In Calabria nobilissima. Periodico di arte, storia e letteratura calabrese 1979-80.

(37) Troisi C., I monasteri di rito greco-bizantino del Cilento nell’alto medioevo, da ‘Racconti di vita Cilentana’, stà Vassalluzzo M., Cilento a occhio nudo’, a cura di, ed. Massimo Villone, Roccapiemonte, 1987, p. 179 e s.

(38) Rocco A., La vita di S. Nilo Abate, fondatore della Badia di Grottaferrata, scritta da S. Bartolomeo suo discepolo, ed. Desclee Lefebre, Roma, 1904, p….

(39) Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(40) Batiffol P., L’Abbaye de Rossano etc…”L’Abbazia di Rossano, contributo alla storia della Vaticana, Paris, 1891; la notizia sul codice Laurenziano XI, 9, stà in “Inventario dei manoscritti dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata”, p. 143 e s., riporta l’inventario per il Cardinale Bessarione, estratto dal codice Cryptensis Z, D, XII, pubblicata dal padre Antonio Rocchi.

(41) Devreesse R., Les manuscripts grecs de l’Italie meridionale etc., ristampa ed. Città del Vaticano, (Studi e testi 183), 1955, p. 32; si veda pure lo stesso, II le Fonds Coslin, ed. Imprimerie National, 1845

(42) Mercati G., Per la storia dei manoscritti greci etc, Città del Vaticano, 1935 (Studi e testi 68).

(43) Diacono Paolo, Historia Longobardorum, VI, 29.

(44) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377.

(45) Cardinal de Luca, Adnotationes ad Concilii Tridentini, Disc. VIII, n. 25 e disc. XIV, n. 21, stà nella nota (21) del Volpe G., op. cit. (23), p. 120 (non sappiamo a quale autore si riferisca, forse a Matteo Egizio, nipote dell’Antonini).

(….) Card. de Luca G.B., Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21; si tratta del testo: “Adnotationes ad Concilium Tridentinum”. Il Laudisio (…), ed il Porfirio, postillavano che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”, che poi del resto corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca, nel suo ‘Adnotationes ad Concilium Tridentinum’, disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. Nacque a Venosa nel 1614 discendente della nobile famiglia dei conti di Chieti: studiò a Salerno e all’Università di Napoli, dove si addottorò in legge; apprezzato giureconsulto e canonista, esercitò la pratica forense prima a Napoli e poi a Roma, dove abbracciò lo stato ecclesiastico e venne nominato da papa Innocenzo XI uditore del Sommo Pontefice e segretario dei Memoriali (1676). Una delle sue principali opere è stata ‘Adnotationes practicae ad S. Concilium Tridentinum’ (Colonia, 1684)

(46) Falkenhausen Vera von, Aspetti economici dei monasteri bizantini in Calabria (sec. X-XI), stà in ‘Calabria bizantina’, aspetti sociali ed economici, ed. Parallelo 38, Grafica Meridionale, Vibo Valenzia, 1977, p. 32

(47) Palladio (Palladius Helenopolitanus), La storia Lausiaca, pp. 22, 40, 63,68; “S. Nilo, calcolava un nomisma per salterio copiato”, cit. in Falkenhausen, op. cit. (46), p. 32

(48) Vita di S. Nilo Abate etc.., ; si veda pure in proposito: Gassisi S.,  I manoscritti autografi di S. Nilo juniore etc., Roma, in «Oriens Christianus», 4 (1904), pp. 308-370. 3 e 1905, pp. 39 e ss.

(49) Erchemperto, Historia Langobardorum Beneventanorum, si veda: Storia dei Longobardi (Sec. IX), a cura di A. Carucci, ed. Ripostes, Salerno, 2003 (Archivio Attanasio)

(50)

(51) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s.

(52) Ventimiglia F. A., Cilento illustrato, con introduzione a cura di Francesco Volpe, Quaderni di Storia del Mezzogiorno, ristampa ed. E.S.I., Ercolano, 2003 (Archivio Storico Attanasio). Purtroppo, questo manoscritto inedito, pubblicato da Francesco Volpe, risulta per molte parti spurio. Nel Libro quinto, il Cap. I, è dedicata alla “Successione dei Baroni in ciascuna Terra della fellonia del Principe di Salerno fin oggi“, ma è pubblicata solo la prima delle sue pagine manoscritte che parla della Baronia di Rocca. Del Ventimiglia, si veda pure: ‘Delle memorie del Principato di Salerno. Parte prima dall’anno 840 fino al 1127′, ed. Raimondi, Napoli, 1788; si veda pure: Prodromo alle Memorie del Principato di Salerno, nel quale ricostruiva la storia di Salerno dalle origini fino al 840.

(53) Amari Michele, Storia dei Musulmani di Sicilia, II edizione con note di Carlo Alfonso Nallino, Vol. I-II, ed. Romeo Prampolini, Catania, 1933 – XI.; si veda anche vol. I, p. 344

(54) Hisch F. – Schipa Michelangelo, La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno,  ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141.

(55) Camera Matteo, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, vol. I, p. 121.

(56) Orlando G., Soria di Nocera de’ Pagani, vol. I, Napoli, 1884, p. 311.

(57) Santoro G., Le Torri costiere della Campania, stà in ‘Napoli Nobilissima’, anno 1967, vol. VI, pag. 38; si veda pure: Santoro G., L’Economia della Provincia di Salerno nell’opera della Camera di Commercio (1862-1962), Salerno, 1966.

(58) Coniglio G., I Vicerè di Napoli, Napoli, 1967, p. 108; si veda pure Laudisio N.M., op. cit. (6), p. 66 e Pesce C., Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1913, p. 227; si veda pure Pasanisi O., Camerota e i suoi casali sino ai giorni nostri, Napoli, 1964, p. 13. (3) Pasanisi O., La costruzione generale delle torri marittime della Real Camera di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926; vedi pure Santoro L., Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI; vedi pure Vassalluzzo M., Castelli, Torri e borghi della costa cilentana, ed. Edicon, Castel S. Giorgio, 1975, p. 39; vedi pure Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativava, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.

(59) Amari Michele – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ com- pilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition. Il testo di Amari e Schiapparelli (2), può essere scaricato dal sito: https://ia802604.us.archive. org/16/items/litaliadescritta00idrsuoft/litaliadescritta00idrsuoft.pdf. , che resta un’ottima traduzione del testo arabo scritto da Edrisi.

(60) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), mentre il Vol. II ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994.

(61) Pratilli Francesco Maria, noto per il suo lavoro realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel ‘600 da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo».

(…) Capasso Bartolomeo, La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

(…) Pellegrino C., Apparato alle antichità di Capua, ovvero discorso della Campania Felice, Napoli, ed. Sauio, 1651. Si veda pure dello stesso autore: Historia principum Longobardorum, Tomo III, Napoli, ed. de Simone, 1751

(62) Troyli P. P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53. Vedi pure: Paolo Diacono, Historia, miscellanea, Lib. XIII; oppure Laudisio N. M., Sinossi della Daiocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Roma, edizioni di Storia e letteratura, 1976, egli sostiene che il Bussento detto ‘Basentium’ dal Paolo Diacono, sia il nostro Bussento.

(63) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952.

(64) Giannone Pietro, Istoria Civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, Tomo I, lib. 4, Cap. 4, pp. 331-332

(65) Pomponio Mela, De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (35), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV. Recentemente abbiamo ottenuto la riproduzione dall’originale del testo, conservato alla Biblioteca Nazionale di Monaco in Austria.

(66) Del Mercato P.F., Infante A., Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40. il Del Mercato, dice a p. 39 che il Registro XXXI (Reg. 31), tratto dalla Cancelleria Angioina, datato 1271, è tratto dal Carucci, op. cit., p. 236. Il documento fu pubblicato e tratto dal Carucci C., La guerra del Vespro, p. 236, si veda pure Carucci C., Codice diplomatico salernitano del XIII secolo,  Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223. Si veda su Policastro p. 89 e pp. 147 e 252 e s.

(67) Silvestri A., ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, a cura della Società Salernitana di Storia Patria – Fonti II – Salerno, 1956 e, l’edizione del 1965; si veda pure: Silvestri A., Aspetti di vita economica nel Cilento alla fine del Medioevo, Società Salernitana di Storia Patria, ed. Pietro Laveglia, Nocera Inferiore, 1989; si veda pure: Silvestri A., La contrastata giurisdizione feudale del Vescovo di Policastro sulla terra di Torre Orsaia, stà in ‘Rassegna Storica Salernitana, ed. Pietro Laveglia, Salerno, n. 27 (1997)(ritampa) o LVII dalla fondazione, pp. 279 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(…) L‘”Annalista Salernitano”, citato dal Gaetani. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’ ): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Köpke. Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo»L’Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29).

(…) Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal ‘Liber Pontificalis’, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, Ecole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Come ha scritto lo storico Nicola Acocella, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. 

(…) Acocella Nicola, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, Salerno, 1954, a p. 12

(…) (dalla Treccani:) COSTANTINO VII, Porfirogenito, imperatore doriente. – Della dinastia armeno-macedonica: porfirogeniti furono detti in Bisanzio tutti i principi “nati nella porpora”, cioè da genitore regnante; ma nella comune tradizione storica quel titolo rimase legato solo al nome di lui, che, nato nel 905, successe al padre Leone VI il Filosofo nel 912 e regnò fino al 959, ma non esercitò mai un’azione personale sul governo. Questo fu tenuto prima dallo zio Alessandro (marzo 912-giugno 913); poi da un consiglio di reggenza del quale furono a capo, fino all’ottobre 913, il patriarca Nicola, dal 913 al 919, nel quale anno C. fu dichiarato maggiorenne, dall’imperatrice madre Zoe, e, infine, da Romano Lacapeno, un generale di origine armena che riuscì prima a far sposare la propria figlia Elena al giovane principe e quindi a farsi associare al trono e incoronare come imperatore. Il regno di Romano Lacapeno (v.) durò fino al 944. Per tutto questo periodo C. rimase nell’ombra, dedito esclusivamente agli studî storico-letterarî. Si riscosse dal suo torpore quando si rese evidente che Romano tendeva a soppiantare la dinastia armeno-macedonica, fondata da Basilio I. Allora con subdola abilità, C. spinse prima i figli e associati di Romano a insorgere contro il padre, che fu deposto (16 dicembre 944), poi, appoggiandosi alla famiglia dei Foca, rivali dei Lacapeno, si sbarazzò dei figli di Romano che, come il padre, furono confinati in un convento (27 gennaio 945). Da allora C. rimase solo capo dello stato, ma il governo fu retto effettivamente dall’imperatrice Elena e dal suo favorito Basilio, detto ὁ πετεινός. Morì il 9 novembre 959. Costantino VII deve la sua celebrità soprattutto alla sua attività letteraria. Le opere che noi possediamo, in parte composte da lui stesso, in parte da altri per impulso e anche in collaborazione di lui, sono, malgrado i loro difetti di contenuto e di forma, pregevolissime: le une come fonti capitali per la storia dell’Impero nella seconda metà del sec. IX e nella prima metà del X, le altre come raccolta di preziose reliquie della letteratura greca classica. Appartengono al primo gruppo: Dei temi (Περὶ ϑεμάτων) o provincie bizantine, interessante sotto il riguardo geografico ed etnografico, ma essendo compilata principalmente su fonti più antiche, l’opera deve essere confrontata con le altre liste ufficiali; Dell’amministrazione dell’Impero, d’inestimabile valore per la storia dei popoli finitimi dell’Impero; Delle cerimonie della corte bizantina (Περὶ βασιλείου τάξεως); Vita di Basilio, in tono assai elogiativo del suo avo, rappresentato come l’ideale dell’ottimo principe. È aggiunta come quinto libro alla Continuazione di Teofane, scritta, come pure la storia di Genesio, per ordine di C. Vanno considerate come compilazioni di opere più antiche fatte per ordine di C. e divise in separati manuali scientifici: Collezione agraria (Γεωπονικά) in 20 libri, condotta sui Geoponici di Anatolio e Cassiano Basso; Collezione medica (‘Ιατρικά) in 297 capitoli, fatta da Teofane Nonno principalmente su Oribasio; Collezione zoologica, tratta da Aristotele sull’epitome di Aristofane di Bisanzio, da Eliano e Timoteo di Gaza; Collezione storica, la più estesa e più importante delle enciclopedie costantiniane, che conteneva gli estratti degli storici greci da Erodoto a Teofilatto Simocatta distribuiti per materia (riguardante generalmente la corte e lo stato) in cinquantatré libri. Disgraziatamente ci sono pervenuti, e non completamente, soltanto quattro libri: Delle ambascerie, Della virtù e del vizio, Delle sentenze, Delle insidie. Anche i Basilici (Τὰ βασιλικά) furono ampliati e riveduti sotto C. che rinnovò l’università di Costantinopoli chiamandovi a insegnare i migliori professori. Cultore delle belle arti (fu pittore e musico), eresse, restaurò, abbellì numerosi edifici sacri e profani. Edizioni: Il De Thematibus e il De administrando imperio, Bonn 1840, e in Migne, Patrol. Graeca, CXIII; il De Ceremoniis aulae byzantinae, Bonn 1829-30, e in Migne, ibidem, XCII; la Vita Basilii, in ed. di Theophans contin., Bonn 1838, pp. 211-380, e in Migne, ibidem, CXC, coll. 225-369; Geoponica, ed. da H. Beckh, Lipsia 1895; Iatrica, in Theophanis Nonni, De curatione morborum, ed. J.S. Bernard, Gotha 1794-95; Historia animalium, ed. Sp. Lampros, in Supplementum Aristotelicum, I,1, Berlino 1885. Sugli Hippiatrica, probabilmente compilati per ordine di Michele III e di Costantino VIII, v. Corpus hippiatricorum graecorum, ed. Oder- Hoppe, Lipsia 1924-27; Excerpta historica iussu imp. Constantini Porphyrogeniti, ed. Boissevain-De Boor-Büttner Wobst-De Roos, I-IV, Berlino 1903-1910. Bibl.: A. Rambaud, L’empire grec au dixième siècle: Constantin Porphyrogénète, Parigi 1870; Krumbacher, Geschichte der byzantinischen Litteratur, 2ª ed., Monaco 1897, pp. 252-264; L. Cohn, in Pauly-Wissowa, Real-Encycl., IV (1901), coll. 1033-1040. Sugli scritti vedi, in particolare: J.B. Bury, in Gibbon, Decline and fall of the Roman Empire, VI, Londra 1902, appendix 3-4; id., The treatiseDe administrando imperio“, in Byzantinische Zeitschrift, XV (1906), pp. 517-577; H. Kretschmayr, in Byzant. Zeitschrift, XIII (1904), pp. 482-489 (sul De thematibus e sul De administrando imperio); J.B. Bury, in English Historical Review, XXII (1907), pp. 210-227, 417-439; J. Ebersolt, Le grand Palais de Constantinople et le Livre des cérémonies, Parigi 1910 (sul De Ceremoniis); E. Täubler, Zur Beurteilung der Konstantinischen Excerpta, in Byzant. Zeitschrift, XXV (1925), pp. 25-40 (sugli Excerpta historica).

Il manoscritto del Marchese di S. Giovanni (Marcello Bonito, Principe di Casapesenna)

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87′. leggonsi le seguenti parole: “Inter caetera oppida (parlando de’ Saraceni) occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolin, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudes, & Saracenicos mores conservant”.”. Su questo manoscritto ha scritto Giuseppe Antonini (….), nel 1745 che, nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’.”. Antonini scriveva che il “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”, alla sua epoca (anno 1745) apparteneva al nipote del Marchese, ovvero al Principe di Casapisella. Sempre l’Antonini, riporta un’altra notizia tratta dal “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”. Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 412 parlando di Policastro, continuando il suo racconto sui Saraceni ed il ribat di Camerota, in proposito scriveva che: “Partirono poi da Camerota nel 915. quando, uniti agli Agropolitani, saccheggiarono  Policastro, ed in Africa tornaronsi.”. Sempre l’Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 416-417 parlando di Policastro, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Appunto cinquant’anni prima, cioè nel 915 era stata saccheggiata la città da Saraceni d’Acropoli e da que’ di Camerota, come si ha dal citato ‘Manoscritto’ del Marchese di S. Gio: ove parlandosi della distruzione di Pesto nel fol. 121 si leggono le seguenti parole: “Anno 915………”. E’ interessante ciò che scrisse in proposito il sacerdote Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano – perchè la strage dei connazionali sulle sponde del Garigliano ecc…”. Dunque, in questo passaggio il Ciociano cita l’Anonimo Salernitano. Dunque, secondo il Ciociano, il manoscritto del “marchese di S. Giovanni”, dovrebbe rifarsi alle notizie tratte dall’Anonimo Salernitano. Il “manoscritto del Marchese di S. Gio:”, come lo chiama l’Antonini, è stato citato anche da Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), ecc…”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Antonini scriveva che il “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”, alla sua epoca (anno 1745) apparteneva al nipote del Marchese, ovvero al Principe di Casapisella.  Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di marchese di S. Giovanni di Celsito. Su un blog in rete leggiamo che Francesco Vargas-Machuca, nel 1757 sposò donna Vincenza Bonito, figlia di Francesco principe di Casapesenna e Maria Saluzzo Carafa, principessa di Lequile. Nel 1767 fu decorato da re Ferdinando IV di Borbone marchese di Vatolla, feudo ereditato da casa Rocca. Ricordiamo che i Rocca ospitarono Giambattista Vico nel loro palazzo a Vatolla. A Vatolla, nel Palazzo dei Vargas-Machuca (….), vi è il Museo Vichiano. Dunque, Francesco Vargas-Machuca, nel 1756 sposò una Bonito, figlia di Francesco Principe di Casapesenna. Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di marchese di S. Giovanni di Celsito. Riguardo Marcello Bonito, Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 643 parlando di Casalvelino, in proposito scriveva che: “…se nel 1640 era già di proprietà della nobile famiglia amalfitana dei Bonito, tra cui Marcello (n. 16 agosto 1631)(21) e Lorenzo, signore di Torchiara. etc..”. L’Antonini cita il manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni. Il manoscritto, che all’epoca dell’Antonini (a. 1745, anno della sua prima edizione) sarebbe appartenuto al nipote del marchese Marcello Bonito ovvero al Principe di “Casapisella”. Non si tratta di “Casapisella” ma di Casapesenna. Pompeo Sarnelli (….), nella sua “Guida de’ Forestieri etc…”, del 1697, a p……., in proposito scriveva che: “5. D. Marcello Bonito: Marchese di S. Giovanni, Cavaliere dell’Abito di Calatrava: La sua Libreria è molto rara per molti manoscritti, particolarmente per le cose appartenenti al Regno di Napoli da Carlo d’Angiò a quella parte; e per conseguenza difficili a ritrovarsi in un altro Museo.”. Pietro Ebner (….), a proposito di questa ultima notizia nella sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Di questo autore, e manoscritto ne parla Matteo Camera (….), nella sua “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I, p. 130. Il Camera, a p……. , nella sua nota (2), postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli etc….”: così da un manoscritto di D. Marcello Bonito Marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie)”. Dunque si tratta del marchese Marcello Bonito. Forse l’Antonini si riferiva a Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di “Marchese di S. Giovanni di Celsito”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 332 parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad anno 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ms (18).”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Dunque, secondo il Giustiniani in questo manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni, ci parla delle incursioni dei Saraceni a p. 121. Nel testo del ……“Della Città e, del Regno di Napoli”, a p. 57, in proposito si scriveva che: “In quest’anno corrente, che si darà alle stampe questo libro, è passato a miglior vita D. Marcello Bonito, buon Cavaliere di Calatrava, il quale oltre essere virtuosissimo Cavaliere, e di forma pontualità ornato, si era con molta fatica applicato nell’Istorie di questo Regno, e nell’intelligenza dei Reali Registri, e perciò fatta radunanza de’ libri e manoscritti di Spesa, ……se ne legge la tradizione in un altro libro dato alle stampe sotto nome d’altr Autore, nacque questo virtuoso Cavaliere da…..Marchese di San Giovanni etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 643, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Camera Matteo, cit., p. 645”. Matteo Camera (…), nel suo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi”, a p. 645, dove ci parla di Marcello Bonito, Archivista della Real Zecca di Napoli e filantropo per l’opera postuma di Carlo De Lellis. Da una ricerca sulla rete ed in particolare su alcune annotazioni di un manoscritto di Giovanni d’Alife del 1760 conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, dalla sua scheda si evince che: Il manoscritto riporta trascrizioni di documenti relativi alla storia del Regno di Napoli e della famiglia d’Alitto di Abruzzo Citra, tratti prevalentemente da manoscritti di Marcello Bonito, come si ricava da un’annotazione a c. 4r: “Da un volume grande M.S del Sig.r D. Marcello Bonito, intitolato Monumenta Neapolitanae Civitatis”. Dunque secondo la scheda bibliografica di collocazione di un altro manoscritto si evince che Marcello Bonito possedeva un manoscritto di suo notamenti intitolato “Monumenta Neapolitanae Civitatis”. Marcello Bonito, marchese di S. Giovanni e cavaliere di Calatrava (Napoli 1631-1711), appartenente ad una nobile famiglia di Amalfi, fu archivista del Regno; incaricò Carlo De Lellis di effettuare numerosi spogli di documenti dell’Archivio della Zecca, che furono raccolti in 30 volumi contenenti i Notamenti della Cancelleria Angioina, le scritture della Cancelleria Aragonese ed altri documenti tratti dai processi del Sacro Regio Consiglio. La collezione del Bonito fu acquistata succesivamente dal Minieri Riccio ed in seguito da una libreria antiquaria di Milano che non ne conservò l’unità. Per le fonti per Marcello Bonito: C. MINIERI RICCIO, “Notizie biografiche e bibliografiche degli scrittori napoletani fioriti nel sec. XVII per Camillo Minieri Riccio. Milano-Napoli, 1875, II, p. 35. Infatti, il Minieri Riccio, nella sua opera sulle biografie degli scrittori a p. 35 del vol. II, in proposito scriveva di Marcello Bonito che: “3° Memorie per le ragioni per l’illustri signori Principe di Casapesella e Duca d’Isola con l’illustre Piazza del Seggio di Nido. MS.”. Dunque, il Minieri Riccio scrive che il Marcello Bonito aveva scritto questo manoscritto dal titolo: Memorie per le ragioni per l’illustri signori Principe di Casapesella e Duca d’Isola con l’illustre Piazza del Seggio di Nido”, forse proprio il manoscritto da lui acquistato tratto dai notamenti annotati dal De Lellis e citato dall’Antonini. Per le fonti per Marcello Bonito e i manoscritti di Bonito: CONSOLI FIEGO, op. cit., pp. 96-98; per Carlo de Lellis: C. DE LELLIS, “I sunti del Registro 1271 A di Carlo I. D’Angiò…” Caserta, Premiato Stabilimento Tipografico Sociale, 1893. Sulla Treccani on-line alla voce di Carlo De Lellis leggiamo che il De Lellis si avviò agli studi giuridici e alla poesia, ma presto cominciò ad applicarsi per intero alle ricerche archivistiche, stimolato e protetto da Marcello Bonito, archivario del Regno, mentre le sue amicizie con Niccolò Toppi, ecc..Dunque, Marcello Bonito era Archivista del Regno al Grande Archivio della Zecca a Napoli. Bonito ed altri facilitarono e incentivarono le ricerche di Carlo De Lellis. Nel 1670 il De Lellis aveva pubblicato un’altra opera, il Supplimento all’Historia della famiglia Blanch scritta da D. Camillo Tutini, stampata a Napoli. Tale famiglia era quella materna di Marcello Bonito. Ancora a proposito del Tutini, il De Lellis compose una Apologia contro D. Camillo Tutino per il libro dell’Origine de’ Seggi, in due volumi manoscritti (Napoli, Bibl. naz., X. B. 25 e X. B. 26). Nell’introduzione a quest’opera è inserita una biografia del Tutini, verso il quale il D. non nasconde la sua avversione, accusandolo di ignoranza, di malignità e persino di natura depravata; narra poi il De Lellis, il quale si dimostrò sempre fedelissimo al governo spagnolo, della posizione assunta dal Tutini durante i fatti del 1647, nel corso dei quali, egli afferma, fu prima partigiano del duca di Guisa, poi lo tradì con una lettera al re di Francia nella quale il duca veniva accusato di badare ai suoi interessi e non a quelli della Corona; perseguitato – continua il De Lellis – dai Francesi, che giustiziarono i suoi complici, e dagli Spagnoli, Tutini fu costretto a fuggire a Roma. Il De Lellis, “con una costanza da sbalordire” (De Laurentiis, Manoscritti…, p. 179), eseguì lo spoglio di tutti i volumi ancora reperibili al suo tempo appartenenti alle Cancellerie angioina, aragonese e vicereale, oltre ai più importanti processi trattati innanzi al Regio Consiglio, sulle orme di quanti prima di lui, nella seconda metà del ‘500 e all’inizio del’600, si erano occupati di quel materiale ricavandone genealogie (P. Vincenti, C. Tutini, B. Chioccarelli e altri) o dedicandosi come lui agli spogli dei registri (G. Bolvito, C. Pagano, C. D’Afflitto, ecc.). Per il De Laurentis si tratta di C. De Laurentiis, Manoscritti di scrittori chietini presso l’Arch. di Stato, le biblioteche e i privati in Napoli, in La Rivista abruzzese di scienze, lettere ed arti, XII (1897), pp. 179, 199 s.. Il De Lellis compilò ben 28 volumi di repertori, di cui undici riguardanti la Cancelleria angioina (1266-1435); i primi sette volumi erano tratti dai quattrocentotrentasei registri esistenti a quel tempo, ai quali era stato dato un ordinamento, anche se confuso, nel 1568; i due successivi volumi riguardavano i fascicoli, mentre gli ultimi due le arche in pergamena e quelle in carta; questi ultimi due repertori vennero compilati tra il 1680 e il febbraio 1682, mentre il D. era detenuto a Castel Nuovo. I repertori rimasero, insieme ad altro materiale riunito da Marcello Bonito (e cioè i notamenti compilati da C. Pagano, C. D’Afflitto e G. G. Di Transo), per oltre un secolo e mezzo in casa Bonito, e furono acquistati nel 1850 da C. Minieri Riccio che ne pubblicò parecchi (cfr. Gli atti perduti…, a cura di R. Filangieri, pp. XVIII s.). Nel 1882 li acquistò Angelo Broccoli, che iniziò la pubblicazione dei registri nell’Archivio storico campano (I, 1889), ma si limitò al registro 1271 A della Cancelleria angioina, al secondo privilegio di re Ferrante I d’Aragona (1487-1488) della Cancelleria aragonese, e al primo privilegio del gran capitano (1503) della Cancelleria spagnola. Dagli eredi del Broccoli il materiale fu acquistato dallo Stato nel 1925, e posto nell’Archivio di Stato di Napoli. Parte di esso andò distrutta durante la seconda guerra mondiale. Il De Lellis compilò un repertorio ampio e organico solo di una parte dei registri; di tutti gli altri eseguì un repertorio parziale o relativo solo a qualche documento. Dei registri presi in considerazione, ventidue riguardavano Carlo II (1285-1309), diciannove Roberto d’Angiò (1309-1343), sette Carlo d’Angiò duca di Calabria e ventidue sua figlia Giovanna I; questi ultimi ebbero un repertorio quasi completo solo da parte del De Lellis. Si può ritenere che con questi repertori venne recuperato oltre un terzo del materiale perduto nel 1701, quando, durante i tumulti che seguirono la congiura del principe di Macchia, il popolo in rivolta penetrò in Castel Capuano e incendiò sessanta registri angioini insieme ad altro materiale ivi custodito.

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(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Camerota e i suoi casali sino ai giorni nostri’, ed. G. Caldo, Napoli, 1964, p. 7 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla R. Corte di Napoli nel secolo XVI, stà in “Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa”, Napoli, ITEA, 1926 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: I Capitoli concessi dal feudatario di Camerota nel periodo della rivoluzione detta di Masaniello’, stà in “Rassegna Storica Salernitana”, a. XII (1951), 1-4, pp. 93-108; dello stesso autore si veda pure: ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le Torri marittime della Molpa e Palinuro’, in “Archivio Storico per la provincia di Salerno”, IV, 1934 (Archivio Attanasio).

(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della memoria, ed. ‘Centro di promozione culturale per il Cilento’, Acciaroli, 2007 (Archivio Attanasio)

(….) Gentile Angelo, Storie e tradizioni popolari del santuario di Santa Rosalia di Lentiscosa, ed. Poligraf, 1983; si veda pure dello stesso autore: Gentile Angelo, Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati, ed. Palladio 1988 (Archivio Storico Attanasio); si veda dello stesso autore: Gentile Angelo, Morigerati, ed. Palladio, Salerno, 2001 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Tra Capo Infreschi e Capo Palinuro’, ed. Palladio, Salerno, 1984 (Archivio Attanasio)

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(…) AA.VV., ‘Temi per una Storia di Licusati’ (a cura di A. La Greca, A. Capano, D. Chieffallo, G. Chirichiello), ed. Cento di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 2013, p. 42 (Archivio Attanasio)

 

Nel 1020, i Codici miniati manoscritti nel monastero di S. Giovanni a Piro

Plut. XI.09, pag. 1

(Fig. 1) Codice Laurenziano XI, 9, dell’anno 1001-1010 (Plut.11.09, alla BMLF), copiato dal monaco Lucà per l’igumeno Isidoro del Monastero di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro (31).

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse.

Introduzione

Gastone Breccia (…), nell’introduzione ad un suo pregevole saggio sull’“Archivum Basilianum”, di Pietro Menniti (…), nel corso della sua lunga permanenza quale Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. Nel suo saggio, Breccia (…): Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci”, oltre a delineare una piccola storia dell’attività del Menniti, ci racconta dei codici e antichi documenti greci (pergamene, privilegi, nonnula et monimenta ecc…, tanti dei quali provenienti dagli antichi monasteri basiliani, quasi tutti posti nell’Italia Meridionale, commendati dalla Santa Sede nel XVI secolo e poi soppressi dalle leggi Napoleoniche nel 1809. Il Breccia (…), scriveva che: “…Tra editi e inediti  sono conosciuti più di mille documenti greci medievali provenienti dall’Italia meridionale e dalla Sicilia. Si sono conservati in originale, in copia medievale o moderna, oppure in traduzione latina o italiana. (…). Una parte di questo materiale d’archivio, che si estende lungo un arco di circa quattro secoli (dalla fine del X a tutto il XIV secolo), proviene dai monasteri del meridione della penisola e della Sicilia: monasteri greci – ovvero, secondo la denominazione adottata dall’occidente, monasteri ‘ordinis Sancti Basilii’depositari per lungo tempo, dopo la fine della dominazione diretta dell’Impero d’Oriente, del rito e della cultura liturgica Bizantina in terra d’Italia. I documenti seguirono, com’è naturale, una sorte di rapida e irreversibile decadenza, che interessò il monachesimo italo-greco nel suo complesso a partire dall’età Angioina. Dal resoconto della vita apostolica di Atanasio Calceopulo (1457), il quale,…..ci mostra ben 36 dei 55 monasteri visitati senza più traccia di fondi archivistici.”. Uno di questi monasteri visitati da Atanasio fu proprio quello di S. Giovanni Battista a San Giovanni a Piro, che si presentava come scrive l’Ebner (…), con soli due monaci. “Alla fine del ‘600, di fronte alla situazione di pressochè totale abbandono in cui versavano gli Archivi monastici dell”ordo Sancti Basilii’, venne intrappreso un importante quanto isolato tentativo di salvare i fondi superstiti raccogliendoli in due Archivi centrali: il ‘San Basilio de Urbe per quanto riguardava i monasteri d’Italia meridionale e l’altro per quelli provenienti dai monasteri della Sicilia. Responsabile di questa decisione fu Pietro Menniti, Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia  dal 1696 al 1718.  Le vicende storiche successive, tuttavia, ne vanificarono in gran parte l’opera: l’archivio del SS. Salvatore andò perduto in circostanze non chiare mentre quello del S. Basilio, in seguito alla soppressione del monastero durante la dominazione napoleonica (1810), venne trasferito a Parigi e quindi parzialmente disperso; quanto ne sopravvisse, restituito alla Santa Sede dopo il Congresso di Vienna, è l’oggetto principale di questo studio. Originali greci e latini, copie moderne, traduzioni: i resti di un archivio che era già, a sua volta, una raccolta di relitti. Il tentativo di recupero intrapreso dal Menniti è dunque un passaggio fondamentale nella tradizione moderna della documentazione italo-greca. È il solo sforzo compiuto per impedirne la dispersione completa, o il completo abbandono; la misura stessa della sua riuscita e del suo fallimento possono almeno in parte indicare quanto fosse ancora reperibile attorno al 1700 e quanto fosse già perduto o avesse preso strade diverse, in particolare quella delle collezioni private delle grandi famiglie romane. Il primo problema che si pone affrontando lo studio della raccolta mennitiana è quello di identificare i fondi d’archivio effettivamente raggiungibili dalla raccolta stessa; in altre parole, determinare quali monasteri basiliani sopravvivessero alla fine del XVII secolo in Italia meridionale. A questo proposito esiste una testimonianza apparentemente piuttosto precisa, anche se di circa vent’anni più antica: Apollinare Agresta, generale dell’ordine basiliano prima del Menniti, fornisce infatti nella sua Vita del protopatriarca S. Basilio Magno (pubblicata a Roma nel 1681) un elenco dettagliato dei monasteri ancora esistenti
in Italia meridionale. Questi gli estremi rappresentanti della grande tradizione cenobitica italo-greca: – in Basilicata: S. Elia di Carbone (diocesi di Anglona);
– nella Calabria Citeriore: S. Maria del Patir (presso Corigliano Calabro) e S. Adriano (presso S. Demetrio Corone, entrambi nella diocesi di Rossano);- nella Calabria Ulteriore ecc…Gli archivi di questi monasteri, ancora esistenti nel 1681, erano quindi raggiungibili dalla raccolta del Menniti; a meno che, naturalmente, qualcuno di essi non fosse stato soppresso proprio nell’ultimo ventennio del XVII secolo. Ad essi andranno eventualmente aggiunti – qualora sia dimostrabile caso per caso – altri monasteri non inclusi per errore nell’opera dell’Agresta. L’elenco ora riportato costituisce dunque una prima base utile per definire quali documenti potessero trovarsi effettivamente conservati al S. Basilio de Urbe. Accanto ad esso possiamo subito collocare le poche testimonianze dirette sulla composizione dell’archivio della casa-madre basiliana: quella di Bernard de Montfaucon, che all’inizio del ‘700 trascrisse nove diplomi greci e quattro latini “ex
instrumentis monasterii S. Basilii Romae”, e quella di Pietro Menniti, il quale sia nel suo “Bullarium Basilianum” che in una raccolta, purtroppo mutila, di privilegi imperiali e reali (Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani XXXIIP0) dà alcuni ragguagli sulla composizione dell’archivio stesso. Non sapremo mai, purtroppo, quanti fossero i “diplomata non pauca” che l’erudito francese ebbe sotto gli occhi. I documenti da lui trascritti provengono comunque soltanto da quattro monasteri,
e precisamente: S. Giovanni di Piro (dioc. Policastro, documento latino del 1473); ecc..”
.
Per il documento di San Giovanni a Piro, il Breccia (…), a p. 35, scriveva: “S. Giovanni di Piro (68) 1. VaL lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” e, nelle sue note 68 e 69 postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u , Le Liber Visitationis… (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246. Il Calceopulo trovò a S. Giovanni di Piro cinque monaci, uno dei quali espresse opinioni decisamente poco lusinghiere sul cardinale Bessarione e sui Greci in generale, per il quale motivo venne trasferito al monastero di S. Maria di Carrà. Forse distratto da questo avvenimento, il Calceopulo non si curò di stendere l’usuale inventario dei beni del monastero, per cui nulla sappiamo sulla presenza e l’eventuale consistenza di un fondo d’archivio. Il S. Giovanni di Piro non è più menzionato nell’elenco del 1551, di cui sopravvive una copia forse di mano del Menniti e certo prodotta al S. Basilio, attualmente a Parigi (Paris, lat. 13081, ff. 1-6; pubblicata da M o n t f a u c o n [cit. n. 18] p. 112 e ripubblicata più recentemente da Batiffol, L’abbaye [cit. n. 8] pp. 115- 116). Edizioni: 1. Di Lucia, L’abbadia (cit. n. 25) pp. 15-17; 2. M o n t f a u c on (cit. n. 18) pp. 431-432.”. Riguardo la pergamena del 1473, pubblicata dal Di Luccia (…), il Breccia (…), nelle sue note 25 e 26, postillava a riguardo che: P. M. Di Lucia, L’abbadia di S. Giovanni a Piro, Roma 1700, p. 15. La cappella citata è quella del SS. Presepe in S. Maria Maggiore, eretta e riccamente dotata da Sisto V. Di L u c i a , L’abbadia (cit. n. 25), pp. 15-17, pubblica la bolla di Sisto IV (5 novembre 1473, la stessa edita in seguito anche dal Montfaucon e oggi parte del Vat. lat. 13118, pergamena n. 12) „ex originali in carta membrana desumptum, quod asservatur Romae in archivio collegii S. Basilii Magni”. Considerando che l’opera del Di Lucia apparve nel 1700 è molto improbabile che questo documento fosse stato portato al S. Basilio dal Menniti.”. Purtroppo, il documento del 1473 (la pergamena n. 12), contenuta nel Codice Vaticano Latino 13118 e conservata alla Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), non è stato possibile riprodurlo in quanto esso non è stato digitalizzato. Dunque, il documento pubblicato dal Menniti (…), nel suo “Archivum Basilianum”, citato dal Breccia (…), è la Bolla di Papa Sisto IV, del 1473, con cui il papa, ………………….Il documento citato, del 1473, che riguarda il Cenobio basiliano di San Giovanni Battista a San Giovanni a Piro, è una copia che come dice il Breccia (…): “…forse di mano del Menniti e certo prodotta al S. Basilio, attualmente a Parigi (Paris, lat. 13081, ff. 1-6.”, fu rintracciato dal Menniti (…), pubblicato prima dal Di Luccia (…), e poi in seguito dal de Montfaucon (…) e dal Batifol (…), a pp. 115-116, che ripubblicò i documenti rintracciati dal Menniti e poi pubblicati dal de Montfaucon (…).  Di questo antico documento ne parla anche Salvatore Lilla (…), che ha elencato ed esaminato gli antichi documenti presenti negli Archivi Vaticani.

Montfaucon, p. 431

Montfaucon, p. 432

(Fig….) La bolla di Sisto IV, il documento del 1473, di cui si parlava riguardo al Menniti e a San Giovanni a Piro), tratta da de Montfaucon Bernard (…) ‘Palegraphia graeca’, libro VI, pp. 431-432.

Padre Marco Petta, dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), a p. 97, scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che 9 furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Battifol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”. 

Le cittadelle ascetiche ed i cenobi basiliani del ‘Merkurion’

Nell’VIII secolo, nelle nostre terre le cose cambiano radicalmente. L’egemonia ed il controllo longobardo del Ducato di Benevento, va continuamente rafforzandosi rispetto alla precedente penetrazione greco-bizantina. Molte aree dell’Italia Meridionale continuano a restare sotto l’esclusivo controllo di Bisanzio ma, il controllo dei principi Longobardi di Benevento, Capua, Amalfi, Salerno e Puglia, con l’aiuto della curia romana, si affermeranno definitivamente sulla regione. Dal punto di vista storiografico, le vicende storiche di quel periodo s’intrecciano con la caduta del Principato Longobardo, la penetrazione del monachesimo basiliano e la nascita di Cenobi e Lauree a seguito delle continue lotte teologiche e religiose tra il Papato cristiano e gli Imperatori bizantini d’Oriente. In questo periodo vedremo la nascita delle cittadelle ascetiche del ‘Mercurion’ con la venuta di monaci benedettini come S. Nilo da Rossano e S. Fantino. Sempre a questo periodo si fa ascendere il ripopolamento di alcuni centri interni alle falde del Monte Bulgheria da parte di gente e popolazioni ariane (Bulgare), giunte in queste terre desolate nel VII secolo, stanziatesi al seguito del loro Principe, il Khan Alsec e, chiamate da Grimoaldo I, del ducato Longobardo di Benevento. Le popolazioni Bulgare, sul nostro territorio, controllato dai Longobardi ma ancora ambito dai Bizantini nel VII secolo, continuarono a restare e a ripopolare centri interni anche in seguito alle prime conquiste Normanne di Roberto il Guiscardo, nell’VIII secolo fino a buona parte dell’anno mille. In quegli anni, il Principato Longobardo di Salerno, da cui queste terre dipendevano, stava definitivamente crollando, sotto la pressione dei Franchi di Carlo Magno e degli Imperatori bizantini dell’Impero romano d’Oriente. L’ultimo principe Longobardo fù Adelchi (detto anche Adalgiso o Adelgiso), figlio di Desiderio, duca longobardo di Brescia che assunse la corona nel ‘756, Adelchi fu associato al regno del padre nel 759, per assicurarne la pacifica successione. Dal racconto di un cronista dell’epoca, Teophane, traiamo alcune notizie storiche di quel periodo. Tra VIII e IX secolo, i possedimenti in Italia dell’Impero bizantino si riducono progressivamente al solo ducato di Calabria, che comprende, da una parte la Calabria a sud della valle del Crati, e dall’altra Gallipoli e Otranto sulla fascia costiera pugliese. Nel 753 infatti il sovrano dei longobardi Astolfo, annette alle proprie competenze diversi territori bizantini, mentre Reggio con buona parte della Calabria restano sotto l’amministrazione di Bisanzio. Niceforo I, è stato patriarca di Costantinopoli dall’806 all’815, assurgendo a tale dignità sotto l’impero di Niceforo I (Foca), imperatore romano d’Oriente ma, venne deposto sotto Leone V l’Armeno per essersi opposto all’Iconoclastia di questo imperatore. Niceforo I, scrisse alcune opere religiose e storiche che riguardano la controversia iconoclastica e furono composte tra l’814 e poco dopo l’820, tra cui la cronaca storica ‘Ioannis Antiocheni Fragmenta ex historia chronica’. In quegli anni, Anastasio fu nominato patriarca di Costantinopoli e, poiché appoggiava l’iconoclastia, la sua lettera sinodica a papa Gregorio II venne respinta dal Pontefice, che gli intimò di abbandonare l’eresia. Il successivo pontefice, papa Gregorio II, scrisse ad Anastasio e all’Imperatore, attaccando la loro politica iconoclasta: a dire del pontefice, era «invasor sedis Constantinopolitanae» (cioè, non era un patriarca legittimo, che aveva occupato illegalmente il proprio seggio). In quegli anni, il patriarca di Costantinopoli Anastasio I, convinto assertore delle politiche religiose bizantine nell’Italia Longobarda e cristiana, soppresse antichi cenobi basiliani sorti e fondati dai monaci nelle nostre terre. A quell’epoca, in un territorio ancora sotto le mire espansionistiche dei Greci-bizantini ed in piena guerra iconoclasta, ‘i frati basiliani’ che avevano contribuito a formare nelle nostre terre vere e proprie cittadelle ascetiche, scrive il Palazzo (24), sulla stregua del Di Luccia (27) cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’ Imperatore Costantino Copronimo che succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò con i- naudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove, essendo stati reinte-grati nel loro ministero dal valore della spada Normanna, come dice il Di Luccia, fra gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (“Cenobi”), tra i quali quello di S. Giovanni a Piro..”. Porfirio (10), così scriveva a riguardo della Sede episcopale Bussentina di Buxentum (Bussento), in seguito ‘Paleocastro’ Ne queste calamità per la sopravvenuta signoria de’ Greci scemarono punto; imperciocchè sotto gl’ imperatori Leone Isaurico e Costantino Copronimo, acerrimi distruttori di sacre immagini, non poche furono le violenze che quivi si perpetrarono, dalle quali non ultime al certo fu quella con cui Anastasio patriarca greco, all’ombra degli imperiali favori, moltissime chiese della Lucania alla sua cattedra aggregò con invereconda prepotenza e detestabile ambizione. Con tutto ciò e non ostante la fondazione di due Abbazie, addimanda una S. Cono di Camerota, e l’altra di S. Giovanni a Piro (ab Epiro), levatevi dai Calogeri orientali, quivi dalla persecuzioni cacciati, pure la Chiesa busentina, lungi dal piegarsi al greco rito, si tenne mai sempre ferma nella sua fede alla sede di Roma (..) (.. – Anastasi. Bibl. in papa Paulo, opud Bern. hist. haer. tomo 2, seculo 8, pag. 399). Ma non ebbero quì termine i duri travagli inchè traboccò l’infelice regione Lucana, Leone detto il sapiente (ann. 887) confermò l’atto di violenza , nel secolo anteriore (VIII) dal patriarca Anatasio consumato“. Le notizie riportate dal Porfirio (10), circa le usurpazioni delle nascenti cittadelle ascetiche di monaci iconoduli, cacciati dall’Impero bizantino d’Oriente e stabilitisi nelle nostre terre, è vera. Fu proprio questo patriarca di Costantinopoli, Anastasio che al tempo di Costantino V, si comportò come un Esarca. La nascita e la diffusione del monachesimo greco sono legate innanzitutto, com’è naturale, alla presenza di popolazione di lingua e di cultura greca nelle regioni in cui il fenomeno si sviluppò. Abbiamo visto come la colonizzazione nelle nostre terre di popolazioni Bulgare (acerrimi nemici dei Bizantini), venute nel VII secolo, invitate e protette dal duca Longobardo Grimoaldo I, noi crediamo, abbiano richiamato in queste terre anche monaci basiliani. Tale presenza affonda le sue radici molto indietro nei secoli fino quasi a collegarsi alla prima colonizzazione greca dell’Italia meridionale, quando alcune regioni della nostra penisola erano divenute così floride economicamente e culturalmente vivaci, da essere a buon diritto considerate le migliori colonie della Grecia antica. Secondo alcuni studiosi la tradizione magno-greca sarebbe sopravvissuta nell’Italia meridionale, seppure tacitamente e sotto forma di substrato linguistico, per tutta la tarda antichità e fino all’alto Medioevo, quando nuove immigrazioni dall’Oriente greco-bizantino sarebbero giunte a rinsaldarla con la loro presenza, non massiccia ma culturalmente decisiva. Ricerche linguistiche sull’origine dei dialetti neogreci, parlati a lungo in aree appartenenti un tempo alla Magna Grecia, avrebbero dimostrato infatti la persistenza di alcuni termini risalenti a un greco più antico rispetto a quello bizantino. A questa ipotesi tuttavia se ne contrappongono altre che negano qualsiasi continuità linguistico-culturale nella grecità meridionale, a favore invece di una totale latinizzazione delle regioni del Sud durante i secoli della tarda antichità. Di converso, invece, il Patriarca Anastasio, fece di tutto per mortificare quelle comunità in quanto esse erano dichiaratamente anti-iconoclaste. In ogni caso, a partire dai secoli VII-VIII, sembra sia stato proprio il monachesimo a favorire l’incremento della popolazione greca, soprattutto in Sicilia e Calabria, più limitatamente in Campania e in Puglia dove la graduale e continua integrazione longobarda finì per dare a queste terre una fisionomia marcatamente latina. Già nel corso del VII secolo è attestata in Sicilia la presenza di un certo numero di igumeni (in greco bizantino: “abati”), e quindi di monasteri greci. Sembra inoltre che Calabria e Sicilia durante l’VIII secolo siano state meta di immigrazioni di profughi orientali, vittime dell’iconoclastia, come dimostra il fatto che, tra il Consiglio di Nicea del 787 e quello di Costantinopoli dell’869, i monaci di Calabria erano tutti greci. Le invasioni persiane o arabe o anche le persecuzioni che nel secolo VII seguirono il monotelismo, corrente filosofico-religiosa che vedeva nel Cristo due nature ma un’unica volontà (thélelema), potrebbero aver causato immigrazioni di elementi di lingua greca e di religione ortodossa, provenienti dalle estreme province orientali dell’Impero come Siria, Palestina o Egitto. Più tardi, nel 731, la decisione attribuita all’imperatore Leone III di aggregare le diocesi di Calabria e di Sicilia al patriarcato di Costantinopoli, staccandole dalla dipendenza e dal controllo della Chiesa di Roma, dovette dare certamente nuovi impulsi all’elemento greco e quindi allo sviluppo del monachesimo di tradizione bizantina in quelle regioni, attraverso i frequenti spostamenti di monaci e prelati da Oriente verso Occidente. Quando nella seconda metà del secolo IX i Bizantini riaffermarono il proprio dominio sull’Italia meridionale, sottraendo agli Arabi numerose cittadine costiere in Puglia, Calabria e Campania e ai Longobardi grandi porzioni di territorio interno tra Puglia e Basilicata, il monachesimo greco si espanse allora notevolmente, contribuendo anzi in maniera decisiva al processo di “bizantinizzazione”, vale a dire di integrazione e di penetrazione della lingua e della cultura greca nel tessuto sociale delle regioni poste sotto la diretta amministrazione bizantina. Piccoli ma numerosi monasteri sorsero allora nelle aree più fortemente grecizzate dal punto di vista demografico: la Sicilia orientale, rimasta più a lungo bizantina durante la conquista araba della parte centro-occidentale dell’isola; la Calabria meridionale nella zona a nord di Reggio e settentrionale al confine con la Lucania; e infine la Terra d’Otranto in Puglia. In particolare sul confine calabro-lucano, tra le montagne del cosiddetto ‘Merkourion’, erano sorte così tante unità eremitiche e piccoli monasteri, ben riparati grazie alle asperità naturali del territorio, da far assimilare questa zona ad altre aree monastiche dell’Impero bizantino, come il monte Athos o il monte Olimpo in Bitinia. L’origine di alcuni centri dell’entroterra del basso Cilento, risale a molto prima del secolo IX. Il Borsari (4), e poi in seguito il Guzzo (15) ed il Palazzo (24), che riferivano la notizia, voleva che i monaci basiliani: “in seguito alla lunga e feroce lotta iconoclasta che gli Imperatori bizantini d’Oriente condussero negli anni compresi tra il 726 e l’842 d.C., sbarcarono sulle nostre coste, provenienti dall’Epiro, ove conducevano severa vita claustrale, numerose schiere di monaci di S. Basilio. Negli anni tra l’827 ed il 1000 d.C., essi fondarono circa 500 Cenobi sparsi un pò ovunque in tutto il Meridione, in città, borghi, campagne e contrade. Verso l’anno 990 d.C. fondarono, nella località detta ‘Cesareto’ l’Abbadia di San Giovanni Battista.. Il Palazzo (24), scriveva in proposito: “Detti Frati Basiliani, cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’Imperatore Costantino Copronimo (718-775), che, succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò, con inaudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove essendo stati “reintegrati nel loro ministero dal valore della spada Normanna”, come dice il Di Luccia, fra  gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (Cenobi), tra i quali, quello di San Giovanni a Piro sotto il titolo di San Giovanni Battista.”. I due studiosi Natella e Peduto (5), scrivevano di quel periodo e su Policastro: ” Secondo una notizia non molto attendibile Policastro – seconda volta nella sua storia – venne incendiata e distrutta dai Saraceni (Arabi) di Agropoli nel 915 (23). Ma i due studiosi, alla loro nota (63 – che corrisponde alla nostra nota 23), postillavano: Volpe G., op. cit., La notizia va destituita di ogni fondamento in quanto si basa su opere spurie e falsi settecenteschi.”. La notizia che Policastro fosse stato distrutta dai Saraceni di Agropoli, nell’anno 915, è una notizia riferia dal Volpe (23), che la traeva dal manoscritto del Mannelli (22) che a sua volta traeva alcune interessanti notizie storiche del periodo dal Malaterra (30). Non siamo del tutto daccordo con la tesi dei due studiosi Natella e Peduto, che non credevano a queste notizie in quanto ritenevano il manoscritto del Mannelli “un falso settecentesco”. Invece, come noi crediamo, vi è del vero nelle parole del monaco benedettino Goffredo Malaterra (30) da cui trasse alcune notizie il Mannelli (23), il cui manoscritto fu ritrovato ‘spurio’ dall’Antonini – e forse copiato. Il Volpe (23), traendo alcune notizie dal manoscritto dl Mannelli (22) che dice essere stato citato dall’Antonini (3), scriveva a riguardo Policastro: “fu depredata e bruciata dai saraceni agropolitani (a. 915); mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso, per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli estremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (45).”. Tuttavia, questo periodo andrà ulteriormente indagato. Il Natella e Peduto scrivono: Nel 968 Niceforo Foca, per il tramite del patriarca greco Anastasio (forse mio avo), si sforzò di sostituire al latino il rito greco in tutta la zona (10), con la costituzione dei calogerati di S. Cono a Camerota e di S. Giovanni a Piro, le due badie basiliane di S. Pietro e di S. Giovanni Battista a Policastro.”. Il Tancredi (18), riporta in proposito un passo del saggio del Cappelli (5-31), che nel 1957, scriveva: Nel 570 i Longobardi, chiedendo il perdono a Dio delle loro colpe, avevano donato alla Chiesa il territorio di S. Giovanni; qui i monaci Basiliani scelsero la zona del Cesareto per coltivarla, incrementando gli armenti e assicurando, così, al Cenobio una notevole risorsa economica, costituendo esso un vero Baronato, investito di poteri feudali. A tal fine sembra che siano stati individuati sul posto i coloni di Roccagloriosa e di Celle di Bulgheria, che precedevano la comunità bizantina e che, poi rimasti a S. Giovanni a Piro, avrebbero formato il primo nucleo di abitanti ecc..”Pietro Ebner (14), su S. Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Il villaggio, nel passato, era noto per l’omonima fiorente Badia di S. Giovanni Battista, la cui fondazione sembra possa porsi anche prima del 990. Esso è ubicato alle falde del monte Bulgheria, toponimo ci ricorda l’immigrazione bulgara in Italia del 667 (43))”. Il Laudisio (2), sulla scorta del Malaterra (30) e del Mannelli (22), scriveva che nel XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati.…Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello. Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Giovanni a Piro….I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa.”. Si veda note nn. 47-48-49-50-51 del Laudisio (2). Notizie poi in seguito, confermate dall’’Ebner (14), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Natuaralmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Il Tancredi (18), sulla scorta dell’l’Ughelli (29) e anche del Cappelli (5), parlando dell’etimo di “A Pyro”, cita il codice Vaticano Latino 9239: Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, 1482, conservato e consultabile sul sito digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano:  https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.9239. Il codice Vaticano Latino 9239, illustrato nell’immagine di Fig. 2, parla dell’origine di alcuni toponimi in Italia meridionale, tra cui quello antichissimo di S. Giovanni a Piro che, secondo l’antico tον απειρον dovrebbe significare (= l’infinito o il remoto).

 Cod.Vat.Lat.9268, p. 1

pag. 2

(Fig. 2) Il codice Vaticano latino 9239, Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, del 1482 – particolare della pagina che spiega l’origine del toponimo ‘ab Pyro’.

Il Cenobio Basiliano di S. Giovanni Battista a San Giovanni a Piro  

cenobio

(Fig…) La Torre dell’Abazia di San Giovanni Battista a San Giovanni a Piro

La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020 allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9. Vi era anche il Monastero di S. Maria sul luogo dell’odierno cimitero di Centola. S. Nilo, in occasione della sua permanenza nel monastero lucano, essendo molto ben voluto dai regnanti Normanni dell’epoca, ricevette numerosi privilegi e diversi ne fece ricevere ai Monasteri basiliani in Calabria, prima che egli passò a vivere – come riteneva il Cappelli (…), nel Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro. E’ proprio la presenza di monaci basiliani e dei Cenobi – molti provenienti dalle Calabrie – che ipotizzano il legame all’antica pergamena (…) ed alle notizie in essa contenute. I forti legami, attestati dai continui lasciti e privilegi, con i Principi Normanni ed alcuni monaci basiliani provenienti dalle Calabrie, in seguito, stabilitisi nelle nostre terre, come S. Nilo da Rossano – forse dovuti alle incombenti minaccie nelle terre Calabre – spiega i due privilegi, in cui viene citato il nobile Normanno Oddone Bon Marchise. Il Guzzo (15), ed il Palazzo (24), sulla scorta del Borsari (4) e del Cappelli (5), fanno risalire l’origine “Verso l’anno 990 d.C. fondarono, nella località detta ‘Cesareto’ l’Abbadia di San Giovanni Battista.” e, il Borsari (4), scriveva che: “Già nel X sec. d.C., a S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente facendone risalire la fondazione al ‘990 dai monaci di San Basilio Magno.”. Pietro Ebner (14), su S. Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Il villaggio, nel passato, era noto per l’omonima fiorente Badia di S. Giovanni Battista, la cui fondazione sembra possa porsi anche prima del 990, ecc..“. Soffermiamoci sulla probabile datazione dell’anno ‘990, della probabile origine del Cenobio, avanzata dal Borsari (4), in quanto non vi sono notizie certe in merito ma che dovrà essere ulteriormente indagata. La probabile datazione della venuta a S. Giovanni a Piro dei monaci basiliani, si fa risalire all’anno 915, in seguito ad una violenta incursione saracena (arabi) che subì anche questo ameno e nascosto centro dell’entroterra cilentano. La notizia fu riferita dal Volpe (23) che, sulla scorta del manoscritto del Mannelli (22) (che traeva le sue dotte notizie dal Malaterra (30)), raccontava di una feroce incursione dei Saraceni di Agropoli, avvenuta nell’anno 915. Ma come si è potuto arrivare alla datazione della fondazione del Cenobio basiliano? Innanzitutto va detto che questo periodo storico per quanto riguarda la nostra zona è stato non sufficientemente indagato, come pure non è stato sufficientemente chiarita la notizia tratta dal Porfirio (10), in seguito riferita da Natella e Peduto (5): “Nel 968 Niceforo Foca, per il tramite del patriarca greco Anastasio (forse mio avo), si sforzò di sostituire al latino il rito greco in tutta la zona (10), con la costituzione dei calogerati di S. Cono a Camerota e di S. Giovanni a Piro, le due badie basiliane di S. Pietro e di S. Giovanni Battista a Policastro.“. Anche la tesi sostenuta da Natella e Peduto secondo cui “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco”. Noi crediamo che la penetrazione di monaci iconoduli e basiliani nella nostra area sia avvenuta molto tempo prima dell’XI secolo, come pure, vi sono elementi che confortano la tesi secondo cui elementi di rito greco siano stati all’origine di queste aree che pur mantenendosi Longobarde e poco Bizantine, sono state da molti secoli addietro al secolo X un’enclave italo-greca, altrimenti non si spiegherebbero gli interventi papalini come la lettera del Vescovo Felice di Agropoli.

I Monasteri benedettini, S. Nilo, S. Fantino, S. Bartolomeo

Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Nel corso di questi studi e delle nostre continue ricerche sulle origini e sulle vicende storiche che hanno caratterizzato il periodo medievale dei secoli IX e X, si è visto che, nel IX secolo, nel nostro entroterra, sorsero delle vere e proprie cittadelle ascetiche e monastiche, dedite anche alla copisteria amanuense di antichi codici greci miniati. Essi, si andarono ingrandendo con l’avvicendarsi della dominazione Normanna a quella Longobarda. Con la presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI e, dopo la caduta dell’ ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, le cittadelle ascetiche del ‘Mercurion’ – che il Cappelli (5), credeva doversi identificare con le nostre zone, si rafforzano alcune manifatture tipiche di quei tempi, come ad esempio la manifattura dei Codici miniati e manoscritti, ovvero la copia amanuense di antichissimi codici greci, che in questo modo ci venivano tramandati prima della scoperta della stampa a caratteri mobili. Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie sulle origini del monachesimo basiliano e delle cittadelle ascetiche sorte in alcuni centri del nostro entroterra intorno al X secolo e, di una scuola di copisteria di monaci amanuensi, esistita nel Monastero o Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, a cui abbiamo dedicato lo studio: “Il monachesimo Italo-greco alle falde del Monte Bulgheria” e, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. I due studiosi Natella e Peduto, in un loro pregevole studio (6), scrivevano in proposito: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (44), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (4).”. Queste terre rivestono un’importanza fondamentale per lo studio dell’anacoretismo dell’Italia meridionale tanto da indurre alcuni studiosi, a credere che quì doveva trovarsi il Cenobio di S. Nazario fondato da S. Nilo (25) e più precisamente nei pressi del Monte Bulgheria (26).

S. Nilo, S. Bartolomeo ed i Monasteri sorti sulla nostra terra

L’Antonini (…), nel Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, a proposito di Rofrano, dopo il Muratori (…), è il secondo a parlare e, scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovini ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (1), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monastero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. Pietro Ebner (…), scriveva in proposito: “Certamente l’abitato (Rofrano Vetere) riprese vita dopo l’arrivo dei religiosi italo-greci estendendosi intorno alla chiesa di S. Maria, ubicata dove poi sorse il palazzo baronale (v. nel sugello del Comune il monaco prostrato ai piedi della Vergine Maria, leggenda in esergo).”L’Ebner (…), a proposito dell’Abazia di Rofrano, scriveva: Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Ebner (3), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 33 , parlando del Prinicipe longobaro Guaimario V, scriveva che: Guaimario V, il quale da giovanetto, quando viveva con i conti di Tuscolo, alle cui cure era stato affidato (85), aveva avuto dimestichezza con i religiosi di Grottaferrata dove aveva conosciuto, e venerava, S. Bartolomeo il biografo di S. Nilo.”. Quindi, l’Ebner, a p. 33, parlando della del principe Longobardo Guaimario V, nella sua nota (87), scriveva che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25”, da cui traeva le notizie circa i precedenti rapporti avuti dal clan di S. Nilo, già ai tempi del X secolo, con i principi longobardi. Giovanelli, riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo,  discepolo e biografo di S. Nilo nel XII secolo.  Lo Ieromonaco di Grottaferrata, Germano Giovanelli (…), nel 1949, scrisse alcuni saggi sull’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e le sue dipendenze da quella di Tuscolo (attuale Frascati) a cui lui stesso dipendeva. Nel suo saggio ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano‘, che troviamo anche nella ristampa del libro del Ronsini (…), per i tipi di Forni, oppure nell’altro suo saggio ‘San Bartolomeo abbate di Grottaferrata’, che scrisse nel 1942, egli, sulla scorta del Padre Antonio Rocchi (…)(si vedano le due note (23-24, dove si indica da p. 17-19 e da p. 121-122, della ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che: “Il titolo col relativo feudo baronale saranno dati all’Abate di Grottaferrata per doppio motivo: cioè, e per dotare il monastero di S. Nazario dei mezzi necessari per la sua piena consistenza, ed a memoria di quel tirannello feudale, che nel ‘bios’ (23) è detto (χωμηδ), che aveva la signoria di quella regione, di cui Rofrano costituiva il centro più importante, del quale nel ‘bios’ si ricorda la tragica morte predetta dal Santo a castigo delle sue malefatte.”. Nella nota (25), il Giovanelli (…), dice che detta notizia è tratta dal suo scritto su ‘S. Bartolomeo ecc..’., dove ci parla anche di S. Nilo e del suo biografo e discepolo, Bartolomeo e, scriveva che:  “…la Casa Ducale di Gaeta, ove ancora si conservava viva memoria del Santo Padre Nilo ( il loro avi i duchi Giovanni III ed Emilia avevano fatto visita al Santo durante la sua dimora decennale nel Monastero di Serperi nel 995)(24)…”. Con ciò scritto, padre Giovanelli, racconta che la casa dei Duchi longobardi di Gaeta, conservavano la viva memoria di S. Nilo da Rossano, allorquando, nell’anno 995, dimorò per dieci anni, insieme al suo discepolo Bartolomeo, nel Monastero di Serperi a Gaeta, per poi recarsi in seguito a fondare il Monastero di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo (odierna Frascati).  Ebner (…), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, sulla scorta di padre Giovanelli (…) e, del Fedele (vedi nota (85), Fedele, op. cit. e nella ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata dal Rocchi (…), p. 131 e s.), a p. 33, parlando del Principe longobaro Guaimario V, scriveva pure che: Guaimario V, il quale da giovanetto, quando viveva con i conti di Tuscolo, alle cui cure era stato affidato (85), aveva avuto dimestichezza con i religiosi di Grottaferrata dove aveva conosciuto, e venerava, S. Bartolomeo il biografo di S. Nilo.”.

tratto dalla Vita di S. Nilo.PNG

(Fig. 3) Note a tergo della pagina n. 121, tratta dalla ‘Vita di S. Nilo’ (bios), manoscritto del biografo e discepolo di S. Nilo, S. Bartolomeo di Grottaferrata, pubblicata dal Rocchi (…).

La presenza di S. Nilo nei nostri monasteri ed i feudatari Normanni

Questo argomento è stato da noi trattato in un nostro saggio ivi pubblicato, dove traendo alcune interessanti notizie su alcuni monasteri sorti nelle nostre terre e su alcuni documenti e privilegi Normanni che attestano la presenza di S. Nilo nella nostra terra ed alcune famigliedi feudatari Normanni, come la famiglia dei Marchisio. Nel nostro saggio dal titolo: “Scido (Sapri ?) in un documento d’epoca Normanna del 1097”, ci occupammo di un’antica pergamena normanna del 1097, pubblicato dal Trinchera (84) e citato dal Cappelli (…). Si tratta di un documento unico per la nostra storia, pubblicato dal Trinchera (84), nel 1865. Si tratta di un documento dell’anno 1097 – un privilegio Normanno concesso nel territorio sapresein cui si fa riferimento a ‘Scido’ ed a un monaco di Vibonati (Figg……), andato perso nelle note vicende belliche (85), ma pubblicato nel 1865 dal Trinchera (84). Il Cappelli (…), parlando del monachesimo basiliano nelle nostre zone, cita un antico documento pubblicato dal Trinchera (84). L’antico documento del 1097, da cui abbiamo tratto le immagini che pubblichiamo (Fig. 4), era stato pubblicato nel 1865 dal Trinchera , nel suo ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’ (84), dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Si tratta di un antichissimo documento datato Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (85). Questo antichissimo documento è di estrema importanza per la collocazione temporale e la ricostruzione storica sul territorio e di ciò che già il Di Luccia affermava sulle due Grancie di S. Nicola e di S. Fantino (o S. Infantino) nel territorio saprese, che facevano parte della platea dei beni (possedimenti) appartenuti all’antica Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – di cui abbiamo già parlato in un altro nostro studio.

Odo Marchisii 1097

Cattura

(Fig. 4) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco,  tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (3).

Sull’origine dell’antica pergamena (85), il Trinchera (84), scriveva che provenisse dall’Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco”, scriveva: “…atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subs-criptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.”. Insomma, pare che l’antica pergamena, provenisse da un’antico monastero in Calabria. Il Trinchera (…), per l’origine di questo antichissimo privilegio Normanno, fa riferimento ad una causa intentata dallo Studio Legale dei Vargas-Macciuccea. Dello Studio Legale degli Avvocati ‘Vargas-Macciuccea’, ne parla il testo ‘Biografia universale antica e moderna’, Venezia, 1827, vol. XXXIV, che a p. 219, scrive: “L’avvocato Duca de Vargas Machuca, Marchese … X. 1708, Avvocato fiscale dell’Udienza della Calabria Ultra con Privilegio dato a…che, nel 1749, passò alla carica di Presidente della Regia Camera della Sommaria e, che nel Luglio del 1752, fu promosso a quello dellavvocato fiscale del Real Patrimonio, dove in una causa, fu costretto a confutare alcune carte, che i Certosini di S. Stefano del Bosco in loro favore vantavano.” che, pubblicò “Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco”, Napoli, stamperia Simoniana, 1765. Infatti, nella Causa fiscale in questione, il Vargas-Macciuccea, esaminò e relazionò sul grande patrimonio di alcuni Monasteri poi in seguito soppressi (vedi nota sui Vargas-Macciuccea). Tra questi antichissimi privilegi, vi era anche l’antica pergamena (85), pubblicata dal Trinchera (84). L’antica pergamena del 1079, si trovava in una Certosa in Calabria, la Certosa di S. Stefano del Bosco in Calabria. La certosa di Serra San Bruno (anche Certosa dei Santi Stefano e Bruno) è un monastero certosino situato vicino all’omonima cittadina inprovincia di Vibo Valenzia. Ma qual’è il collegamento storico dell’antica pergamena (membrana) medievale d’epoca Normanna dell’anno 1097 (…), con i monasteri Calabresi, dove essa era conservata ?. Il De Blasiis (…), forse sulla scorta del Trinchera (…), sempre nella sua nota (1) di p. 54, ci parla anche dei due documenti che quì abbiamo pubblicato: Odo Marchisio era vivo nel Settembre del 1097 quando donò ad un monaco due Chiese in Calabria. Syllab. Graec. Memb. p. 80.”, riferendosi e citando l’antica pergamena, già pubblicata dal Trinchera (…). Poi aggiunge: “Egli ebbe oltre Emma un’altra moglie chiamata Sighelgaita, la quale nel 1126 si dice: Marchisia et uxor defuncti Odonis Marchisii, come rilevasi da un diploma Greco, ivi p. 128.“, riferendosi ad un altro privilegio illustrato nell’altra immagine.

Odonis Marchisii, i

Il legame con l’antica pergamena ed il luogo dove essa era conservata, verrà svelato da una citazione dello studioso Robinson (citato dal Cappelli nella sua nota (21) a p. 345), nella sua ‘History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone’ (81). Robinson (…), affermava che “La famiglia Marchese….fu una delle benefattrici del monastero del Carbone” e, questa notizia conferma che l”Odo Marchisius’ – di cui si parla nell’antica pergamena – fosse collegato con l’antico Monastero del Carbone in Calabria. Infatti, molte notizie storiche dell’epoca sono state tratte da pergamene d’epoca Normanna, appartenute ad organizzazioni ecclesiastiche di cui tutto il Mezzogiorno dell’epoca era disseminato – Monasteri soppressi molti secoli dopo con la venuta di Giuseppe Bonaparte. Il Cappelli (…), sulla scorta del Robinson (…) e del Rodotà (13), collega l’antica pergamena Normanna (…), all’antico monastero di S. Elia e Anastasio di Carbone, in quanto, nel luogo soggiornò S. Nilo da Rossanoche in seguito passò a vivere nel monastero basiliano dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Noi crediamo che il legame tra l’antica pergamena d’epoca Normanna e le nostre terre, fosse la presenza di  S. Nilo nelle nostre terre. S. Nilo, fu discepolo di S. Fantino che viveva nel ‘Mercurion’ che, il Cappelli (…), ritiene fosse vissuto nelle nostre terre. Si narra che S. Nilo, si ritirò in un recondito eremo e in una caverna dove c’era un altare consacrato a san Michele Arcangelo, vicino ‘Mercurion’. Quì doveva trovarsi il Cenobio di S. Nazario fondato da S. Nilo (…) e più precisamente nei pressi del Monte Bulgheria (79).

La scuola di copisteria amanuense sorta nei monasteri benedettini della nostra terra

Il Cappelli (5), riferiva che: “La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020, allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9, per Isidoro, prete e igumeno del monastero di S. Giovanni a Piro” ecc... Il codice in questione, copiato nel XI secolo dal monaco Lucà per il prete Isidoro, igumeno del monastero o Cenobio Italo-greco (basiliano) di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Il Cappelli (5), citando un antichissimo codice greco rintracciato dal Batiffol (40), il Laurenziano XI, 9 (il Cappelli lo chiama ‘Innocenziano’), scriveva che: “…con questo codice che ci tramanda anche il ricordo di uno dei suoi primi igumeni, viene ad inserirsi nel fermento culturale che intorno al mille pervadeva i cenobi bizantini dell’intera zona posta sugli odierni confini di Calabria, Basilicata e Campania.”. Esaminiamo cosa dice il Cappelli. Il Cappelli, sostiene che nell’anno 1020, il monaco Luca, copiava il codice greco “Innocenziano XI,9”, di cui parleremo, e lo copiava per un l’igumeno (monaco) Isidoro, dell’Abazia di S. Giovanni a Piro. Ma chi era il monaco Luca e quale è il nesso con S. Nilo da Rossano ?.  Giovanelli (…), racconta che S. Nilo, insieme al suo discepolo e biografo Bartolomeo, nell’anno 995, dimorarono circa 10 anni nel Monastero di Serperi a Gaeta, per poi recarsi in seguito a fondare il Monastero di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo (odierna Frascati). Secondo la Treccani, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano”, Bartolomeo di Grottaferrata, Santo, nacque a Rossano Calabro e come S. Nilo, da una nobile famiglia calabrese, che seguì, ritirandosi nella solitudine del Monastero di Serperi presso Gaeta, mutando il nome di Basilio in quello monastico di Bartolomeo. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo, insieme fondò la badia greca di Grottaferrata, ed alla morte di S. Nilo nell’anno 1004, si rifiutò di assumerne la successione. Ma, morto il terzo abate (igumeno) Cirillo, accettò la direzione del monastero, che sotto di lui si mantenne un centro importante di cultura. Egli viene anzi considerato come confondatore del monastero, per il quale dettò il tipico (v.). Per suo consiglio il pontefice Benedetto IX avrebbe rinunciato alla tiara e si sarebbe ritirato a Grottaferrata, conducendovi vita penitente. Morì circa l’anno 1065. Abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la ‘vita di S. Nilo’ (bios), che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca o Lucà, settimo abate di Grottaferrata. Ebner (…), a p. 33, del suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno’, parlando della del principe Longobardo Guaimario V, nella sua nota (87), scriveva che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25”. Giovanelli (…), traeva alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo,  discepolo e biografo di S. Nilo nel XII secolo.  Lo Ieromonaco di Grottaferrata, Germano Giovanelli (…), nel 1949, scrisse alcuni saggi sull’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e le sue dipendenze da quella di Tuscolo (attuale Frascati) a cui lui stesso dipendeva. Nel suo saggio ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano‘, che troviamo anche nella ristampa del libro del Ronsini (…), per i tipi di Forni, oppure nell’altro suo saggio ‘San Bartolomeo abbate di Grottaferrata’, che scrisse nel 1942, egli, sulla scorta del Padre Antonio Rocchi (…)(si vedano le due note (23-24, dove si indica da p. 17-19 e da p. 121-122, della ‘Vita di S. Nilo’. I fatti riportati dal Giovanelli, sono tratti dalla biografia o ‘bios’ o ‘vita di S. Nilo’, che fu scritta dal suo biografo e discepolo, S. Bartolomeo. Nella nota (25), il Giovanelli (…), dice che detta notizia è tratta dal suo scritto su ‘S. Bartolomeo ecc..’. Padre Giovanelli (…), sulla scorta di padre Antonio Rocchi (…), ovvero sulla scorta del ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, tradotta dal greco da padre Antonio Rocchi (…), nel 1904, scrive che “l’Egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata, narra nel suo ‘bios’”, ovvero l’egumeno Luca, biografo e narratore della vita (‘bios’) di S. Bartolomeo di Grottaferrata. S. Nilo da Rossano, prima di andare a fondare l’Abbazia Italo-greca di Grottaferrata, si fermò per alcuni anni in alcuni monasteri italo-greci del basso Cilento, come quelli di S. Nazario a Cuccaro Vetere e quello di S. Giovanni a Piro (5-37). Sappiamo che il codice greco in questione, fosse appartenuto a S. Nilo da Rossano. La presenza di S. Nilo nella nostra zona e che egli avesse posseduto il codice (31), citato dal Cappelli (5), è attestato da alcune evidenze storiche, come ad esempio il fatto che egli sia vissuto nove anni a Gaeta, dove oggi si trova conservata una bellissima Stauroteca (33), già prima al Monastero di S. Giovanni a Piro (34). Lipinsky (33), dimostrò che la ‘Stauroteca’ di Gaeta, proveniva proprio da S. Giovanni a Piro ed è quindi probabile – come afferma il Cappelli (5), che S. Nilo da Rossano, visse e conobbe i monasteri italo-greci della nostra area. Il Cappelli (5), è stato uno dei maggiori fautori della tesi del passaggio di S. Nilo (37) da queste parti e che le cittadelle ascetiche del ‘Mercurion’, dovessero identificarsi proprio nelle nostre zone. La presenza di S. Nilo da Rossano, nelle nostre zone, è ricordata dall’Antonini (3), che a p. 385, della sua ‘Lucania’, traendo delle notizie da “Autore greco della vita di S. Nilo, fol. 73 e 7(36), cita un episodio su S. Nilo, vicino il Monte Bulgheria. Gli studiosi – tra cui il Batiffol (40), il Devreesse (41), il Mercati (42), il Borsari (4) ed il Cappelli (5), fanno risalire l’origine di alcuni codici greci, conservati nelle maggiori Biblioteche  d’Italia, scritti proprio nell’Abazia di San Giovanni Battista a San Giovanni a Piro. Si tratta di codici amanuensi, manoscritti e miniati di grande interesse in quanto essi risalgono ad una scuola calligrafica ed amanuense datata all’anno 1000. Gli studi intorno a questi antichissimi codici, se confermati, attesterebbero ed avvalorerebbe l’ipotesi, di una scuola amanuense di Codici miniati a S. Giovanni a Piro che doveva avere nell’X e XI secolo, una fiorente comunità religiosa. Le cittadelle ascetiche e monastiche di origine Italo-greca, erano delle comunità religiose che vivevano in Monasteri o Cenobi (basiliani) che in seguito, nel XI secolo, con l’avvento dei Normanni, si ingrandirono e divennero sempre più prosperi, dando un valido contributo alla povera economia dei luoghi. S. Nilo, aveva iniziato da giovane l’attività di copiatore amanuense calligrafo a Rossano Calabro, dove questa attività era fiorente nei primi del medioevo e poi l’ha proseguita nei monasteri del Cilento dove si fermò dopo essere stato tonsurato monaco. Considerato il numero e la fattura, questi antichissimi codici miniati, risalenti all’anno 1000, avvalorerebbero la tesi che, nel XI secolo, e forse ancora prima, a S. Giovanni a Piro, S. Nilo, aveva dato vita ad una Scuola di monaci amanuensi che copiavano antichissimi codici greci. Nilo da Rossano, battezzato con il nome di Nicola, è detto anche Nilo il Giovane (Rossano, 910 – Tusculum, 26 Settembre 1004), è stato monaco basiliano, eremita, abate, amanuense e fondatore dell’abbazia di S. Maria di Grottaferrata. L’Antonini, sulla scorta dell’ ‘Autore Greco della vita di S. Nilo’, riporta un episodio che racconta del Santo aggredito perchè fu creduto un Bulgaro a causa del suo abbigliamento. Il Rocco (36), tradusse e pubblicò un’antichissimo codice greco scritto da un monaco greco Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo (che fondò la celebre Badia di Grottaferrata), dove si citano gli episodi riferiti dall’Antonini. Il testo di Rocco è una fedele versione in italiano fatta sul testo greco in originale. Rocco, scriveva: Tre versioni latine sono fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal Metius ep. Thermul. di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc. Tom. VI, Paris, 1729) la terza del Caryophilus archiep. Iconien. da luì stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il eh. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo ecc..”La studiosa Vera von Falkenhausen (46), trando questa interessante notizia dalla ‘Storia Lausiaca’ di Palladius Helenopolitanus (47), sosteneva che “S. Nilo copiava manoscritti”. Infatti, Palladio, scriveva che S. Nilo, calcolava un nomisma per salterio copiato”. S. Nilo, quando si recò nel Monastero di S. Nazario – che il Cappelli (5), aveva individuato in un monastero a Cuccaro Vetere –  e fu tonsurato monaco: “si applicò a scrivere versi, componendo il Kondakion in onore di S. Nilo Sinaita, e alla traduzione di codici. Per il cui continuo esercizio poi nelle verdi solitudini del Mercurion, si riforniva a Rossano, dove solo poteva trovarli, della pergamena e dell’altro materiale necessario al suo lavoro (48). Notizia questa preziosa in quanto ci fornisce una ulteriore conferma che in questa città l’arte calligrafica era nel medioevo assai coltivata..

Il Codice Laurenziano o Innocenziano XI, 9.

Il Cappelli (5), riferiva di un’antico codice greco, scoperto dal Batiffol (40), il codice greco ‘Laurenziano XI, 9′. In un suo pregevole studio, Pierre Batiffol (40), pubblicò l’“Inventario dei manoscritti dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata”, dove si riportano i codici miniati e manoscritti, conservati all’Abbazia di Grottaferrata, fondata da S. Nilo. Il Batiffol (40), trae l’inventario da quello che nel 1600, fu redatto per il Cardinale Bessarione, Commendatario del Vaticano, che fu estratto dal codice ‘Cryptensis Z, D, XII’ (…), da padre  Antonio Rocchi (…). In seguito, nel 1957, Biagio Cappelli (5), sulla scorta di altri studiosi tra cui il Borsari (4), il Batiffol (40), il Devreesse (41), il Mercati (42), scorrendo il detto catalogo dei codici conservati nella Badia greca di Grottaferrata, “e, l’altro di quelli in parte appartenuti al monastero del ‘Patiron’ di Rossano pubblicato dal Batiffol (40), nonchè il volume del Cardinale Mercati (42), dedicato alla storia dei codici greci  di varie abbazie basiliane (1)”, si imbattè in vari manoscritti come il: ” a) Codice Vaticano greco 2048, il b) Vaticano greco 2082, il c) Vaticano greco 1611, il d) Vaticano greco 1217 del secolo XII, il codice e) Laurenziano XI, 9, e il f) codice Criptense.”. Biagio Cappelli, in un suo pregevole studio “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci” (…), scriveva che: “La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020, allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9, per Isidoro, prete e igumeno del monastero di S. Giovanni a Piro” ecc..“.  Il Cappelli (5), citava l’antichissimo codice greco rintracciato dal Batiffol (40), il ‘Laurenziano XI, 9’ e, scriveva che fu “…copiato nell’anno della fondazione del mondo 6529 (= 1020) dal monaco Luca per Isidoro prete ed igumeno del monastero di S. Giovanni  τον απειρονe poi aggiungeva la notazione: “Nel descrivere il codice laurenziano XI, 9, il Batiffol (40) annotava che il monastero di S. Giovanni τον απειρον, gli rimaneva sconosciuto. Non vi è dubbio invece che il monastero di cui l’amanuense trascriveva la denominazione allora corrente, che sicuramente deriva dalle varie forme volgari di a Pera, ad Piram, de Piro, a Piro, è proprio da identificare con quello ricco e noto di S. Giovanni a Piro (…). Il quale con questo codice che ci tramanda anche il ricordo di uno dei suoi primi igumeni, viene ad inserirsi nel fermento culturale che intorno al mille pervadeva i cenobi bizantini dell’intera zona posta sugli odierni confini di Calabria, Basilicata e Campania.”Il Cappelli (5), annotava (vedi nota 44 a p. 312), in proposito: “Avevo scritto questa parte del lavoro allorchè ho potuto vedere che anche Devreesse R., op. cit., p. 32, n. 6, ricollega il monastero cui apparteneva questo codice con l’odierno abitato di S. Giovanni a Piro. Devreesse R., op. cit., p. 11, non è però rigorosamente esatto allorchè oltre ad avvicinare cronologicamente il codice Laurenziano XI, 9, al vaticano greco 2030 (v. G. Mercati, op. cit. , pp. 209 ess.) anch’esso scritto nel 1020 da un monaco Marco chierico del monastero di S. Sozonte, nei pressi dell’attuale S. Sosti, pone questo nella medesima S. Giovanni a Piro. S. Giovanni a Piro, ora in Campania rientrava, all’epoca in cui furono scritti i codici, nei territori longobardi, S Sosti in Calabria, invece, in quelli bizantini. Su S. Sozonte v. anche ecc…”. Il Cappelli scrive che il “Codice e) Laurenziano XI, 9, contenente le Omelie di San Giovanni Crisostomo, Vite di santi ed altro. Copiato nell’anno della fondazione del mondo 6529 (= 1020) dal monaco Luca per Isidoro prete ed igumeno del monastero di S. Giovanni  τον απειρον, esso appartenne per qualche tempo ad un frate Ambrogio di Reggio che lo aveva acquistato a Messina per 13 tarì il 28 agosto del 1385, allorchè il papa Urbano VI era in visita presso quella città (6).”. Ebner (14), sulla scorta del Cappelli (5), riferiva che: “La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020, allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9, per Isidoro, prete e igumeno del monastero di S. Giovanni a Piro” e, vi era anche il Monastero di S. Maria sul luogo dell’odierno cimitero di Centola.”. Quindi l’Ebner, lo chiama  Innocenziano XI, 9″ non “Laurenziano XI, 9“, come invece lo chiamava Cappelli (5) e prima ancora il Batiffol (40). La ricerca ci ha condotto a rintracciare alcuni codici miniati e manoscritti in greco, forse quelli rintracciati dal Cappelli (5) nell’Abbazia Italo-greca di Grottaferrata, fondata da S. Nilo di Rossano che, il Cappelli (5) segnalava chiamandolo “Laurenziano XI, 9″ (31). Nel corso della ricerca, abbiamo rintracciato ben cinque codici miniati manoscritti greci che riguardano la copia di un antichissimo codice greco scritto da San Crisostomo, dove riporta le sue omelie sull’esegesi delle antiche Scritture (lettere o Epistole) dei Santi Apostoli. Il codice Innocenziano XI, 9, è un codice greco, copia di un antichissimo codice scritto da Giovanni Crisostomo, che riportava le sue omelie sulle lettere dell’apostolo Matteo. Gli studiosi, fanno risalire l’origine dei codici da noi individuati al Santo Lucà. Il ‘monaco Lucà’, copiava il codice ‘Laurenziano XI, 9’, per il prete Isidoro, igumeno del monastero di S. Giovanni a Piro. Il Cappelli, riferiva che Isidoro è stato uno dei primi igumeni dell’antica Abbazia di S. Giovanni τον απειρον e poi aggiunge che “il Laurenziano XI, 9, copiato nell’anno della fondazione del mondo 6529 (= 1020) dal monaco Luca per Isidoro prete ed igumeno del monastero di S. Giovanni  τον απειρον.”, e poi ancora, riferendosi al monaco Luca aggiunge: “Nel descrivere il codice laurenziano XI, 9, il Batiffol (40) annotava he il monastero di S. Giovanni τον απειρον, gli rimaneva sconosciuto. Non vi è dubbio invece che il monastero di cui l’amanuense trascriveva la denominazione allora corrente..”. Per il Cappelli, lo scriptorium del monaco Luca era a S. Giovanni a Piro, dove passò a vivere anche S. Nilo (37) che poi portò con se all’Abbazia di Grottaferrata, diversi manoscritti e codici miniati.  La notizia dell’esistenza di questi codici greci, copiati dal monaco Lucà, e la probabile presenza a S. Giovanni a Piro nel XI secolo, di una scuola amanuense, andrebbe ulteriormente indagata ma se le notizie sin qui fossero confermate, considerato il gran numero e la fattura, dei codici individuati in diverse Biblioteche, e considerato che essi vengono attrinuiti a questo monaco Lucà, potrebbe avvalorare la tesi che, nel XI secolo, a S. Giovanni a Piro, S. Nilo, aveva dato vita ad una scuola di copisteria di monaci amanuensi che ricopiavano antichi codici greci. Infatti,  sulla scheda bibliografica del codice ‘Vaticano greco’ 2000 (Vat.gr.2000), è scritto che si tratta di un certo monaco Lucà, Santo Teodoro sacerdote, copista del Reg.Gr.Pii.II.35″ (37). Quindi, secondo alcuni studiosi che hanno esaminato il codice ‘Vaticano greco 2000’, si tratta del monaco copista Lucà, Santo Teodoro Studita sacerdote. I codici greci, da noi rintraccati alla Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze, sono una ventina. Sono tutti datati tra l’anno 1001 all’anno 1010 e, collocati nel Fondo Plutei (che è un fondo di codici appartenuto a Lorenzo dei Medici): con la seguente collocazione: ‘Plut.11.09’, come ad esempio, i codici:  XXX (Fig. 1)(31); il XXVI e il XXXII. Quasi tutti i codici del Fondo Plutei XI, 9, della BMLF (31), sono codici greci provenienti dalla Scuola amanuense di S. Giovanni a Piro. Oltre ai tre codici della Laurenziana, abbiamo individuato altri due codici greci simili, che sono il Codice Vaticano greco 2000 (37), citato dal Tancredi (18) e, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana e il codice A1, conservato alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna (32)(Figg. 3-4-6). Il codice Laurenziano XI, 9, citato dal Cappelli, è un codice miniato manoscritto, datato anno 1020, copia di un altro codice greco molto più antico che riporta alcune omelie scritte da Giovanni Crisostomo, II Patriarca di Costantinopoli, sull’esegesi delle antiche Scritture degli Apostoli, come quelle di S. Matteo. Il codice Laurenziano XI, 9, eseguito dal nell’anno 1020 (XI secolo) dal monaco Lucà per il prete Isidoro, igumeno del monastero di San Giovanni Battista a San Giovanni a Piro, è uno dei codici greci appartenuto nel XIII secolo a S. Nilo da Rossano. Infatti, questo antichissimo codice è stato rintracciato dal Batiffol (40) e poi in seguito citato dal Cappelli (5), tra quelli ritrovati nell’antica Abbazia Italo-greca di Grottaferrata, fondata da S. Nilo che sappiamo, visse alcuni anni della sua vita nel ‘Mercurion’, individuato proprio nelle cittadelle ascetiche del nostro entroterra. Collegandoci al sito della biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze, questo codice greco si trova nel Fondo Plutei XI, 09, che si trovano tutti digitalizzati e consultabili on-line. Tra i codici segnati con Plut.XI.09, quasi tutti riguardano le omelie di Giovanni Crisostomo, sulle lettere di alcuni Apostoli, come il codice greco Innocenziano XI, 9, che parla delle lettere di S. Matteo Apostolo, è datato anno 1001 e 1010: ‘XXX. Ioannis Chrysostomi in Oziam orationes V’, di cui, nella sua scheda bibliografica è scritto: “Codice realizzato nel 1020/1021 nel cenobio di S.Giovanni a Piro (sul golfo di Policastro), ecc..”,  di cui quì pubblichiamo la prima pagina illustrata nell’immagine di Fig. 1 (31).

Plut. XI.09, pag. 1

(Fig. 5) Codice Laurenziano XI, 9, dell’anno 1001, copiato dal monaco Lucà per l’igumeno Isidoro del Monastero di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro (31).

Pluteo

(Fig. 5) Codice Laurenziano XI, 9, dell’anno 1001-1010 (Plut.11.09, alla BM-LF), copiato dal monaco Lucà per l’igumeno Isidoro del Monastero di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro (31).

2 – altro Codice manoscritto alla Biblioteca Laurenziana di Firenze

Un altro codice miniato manoscritto in greco, le omelie di Giovanni Crisostomo, su alcune lettere dei Santi Apostoli, è la copia eseguita nel XI secolo dal monaco Santo Lucà di un manoscritto molto più antico, di Giovanni Crisostomo e, conservato pure questo alla Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze, con identica collocazione ‘Plut.11.09’, è il codice datato anch’esso anno 1001-1010: “XXVI. Eiusdem [Ioannis Chrysostomi] De incomprehensibili sermones IX”. La scheda bibliografica dice in proposito: “Codice realizzato nel 1020/1021 nel cenobio di S. Giovanni a Piro (nel Golfo di Policastro)”, che può essere consultato collegandosi al link: http://teca.bmlonline.it/ImageViewer/servlet/ImageViewer?idr=TECA0000613550&keyworks=Plut.11.09#page/55/mode/thumb

3 – altro Codice manoscritto alla Biblioteca Laurenziana di Firenze

Un altro codice miniato manoscritto in greco, eseguito nel XI secolo dal monaco Lucà, la copia di un codice greco molto più antico delle omelie di Giovanni Crisostomo e anche esso conservato alla Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze, con identica collocazione Plut. 11.09, è il codice datato anch’esso anno 1001-1010: “XXXII. Eiusdem [Ioannis Chrysostomi] in salutationem S. Paschatis”. La scheda bibliografica dice in proposito: “Codice realizzato nel 1020/1021 nel cenobio di S. Giovanni a Piro (nel Golfo di Policastro)”, che può essere consultato collegandosi al link: http://teca.bmlonline.it/ImageViewer/servlet/ImageViewer?idr=TECA0000613562&keyworks=Plut.11.09#page/1/mode/1up

4 – Il codice greco manoscritto Vaticano greco 2000

Un’altro codice greco manoscritto dal monaco Lucà, che nel XI secolo, copiava un codice greco molto più antico sulle omelie di S. Giovanni Crisostomo e che pare sia appartenuto a S. Nilo e forse uscito dalla scuola di Codici miniati che doveva esistere nei primi anni dell’anno mille nel monastero basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, è il Codice Vaticano greco 2000 (Vat.gr.2000). Questo codice è consultabile sul sito della biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma, collegandosi al sito: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.gr.2000, la cui scheda bibliografica dice in proposito: “Citazioni bibliografiche: 1) Lucà, Santo Teodoro sacerdote, copista del Reg.Gr.Pii.II.35. Appunti su scribi e committenti di manoscritti greci, In Bollettino della Badia greca di Grottaferrata 2001.”, illustrato nell’immagine della Fig. 7 (37).

 Cod. Vat. gr. 2000

(Fig. 6) Codice Vaticano greco 2000 alla Biblioteca Apostolica Vaticana (37), probabilmente proveniente dalla scuola amanuense di S. Giovanni a Piro

Codice Vat. gr. 2000

(Fig. 6) Codice Vaticano greco 2000 alla Biblioteca Apostolica Vaticana (37), probabilmente proveniente dalla scuola amanuense di S. Giovanni a Piro

5 – Il codice alla Biblioteca dell’Arciginnasio di Bologna (32)

Da una ricerca effettuata, abbiamo individuato un altro codice simile a quello citato dal Cappelli. Il codice in questione è illustrato nelle immagini di Figg. 3-4-6 e, risale al XI secolo: Omelie di san Giovanni Crisostomo sui capp. I-XLV del Vangelo di san Matteo”, che oggi si conserva  alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna (32).  L’antico codice conservato a Bologna (32), è un codice membranaceo, di cc. 363, scritto su due colonne di linee 34. Il codice è legato in assi ricoperte di tutta pelle con l’intestazione sul dorso: HOMILIE / D. JO. CHRYSOSTOMI / IN D. / MATTHEUM / M. S. GRECE / IN PERGAMENA. Dalla scheda della Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna, leggiamo: Nel XIII secolo appartenne ad un monaco Nilo.”. (32) (Figg. 3-4-6). Non sappiamo se il Cappelli si riferisse a questo codice quando parlava di un codice dell’anno 1020, copiato per l’igumeno del monastero di S. Giovanni a Piro, ma di sicuro questo antico codice, conservato a Bologna ed il codice ‘Innocenziano XI, 9’, citato dal Cappelli, dovranno essere ulteriormente indagati.

C

(Fig. 7) Codice greco di Omelie di Giovanni Crisostomo sui capp. I-XLV del Vangelo di san Matteo, del sec. XI, conservato alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna; collocazione: A 1

CaCat

(Fig. 8) Codice greco dell’XI sec., copia delle omelie di Giovanni Crisostomo sui capp. I-XLV del Vangelo di san Matteo, del sec. XI, conservato alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ‘I Corsivi’, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio).

(Fig. 2) Il codice Vaticano Latino 9239, Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, del 1482 – particolare della pagina che spiega l’origine del toponimo ‘ab Pyro’. (39) Il codice, sulla scorta dell’Ughelli (…), fu citato dal Palazzo, op. cit. (…) e, poi dal Tancredi, op. cit. (18) che, nella sua nota (8), parlando dell’etimo di “A Pyro”, cita di nuovo il  Cappelli (5), Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, 1482, Cod. Vaticano Latino 9239. Si tratta del codice manoscritto latino, di cui ha parlato Salvatore Gemelli, op. cit. (33).

(2) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos hi- storico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 69 e p. 73 del testo di Visconti, p. 17 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(3) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s.

(4) Borsari S., Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane’, Napoli, 1950-1951, p. 2 (Archivio Storico Attanasio).

(5) Cappelli, B., “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci”, ‘Bollettino Badia di Grottaferrata’, n. 8, vol. XI, 1957, p…. e,  stà in Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, con introduzione di E. Pontieri, Deputazione di storia patria per la Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, Cap. IX, pp. 295 e s. (Arcivio Storico Attanasio). Il Cappelli, parla del Codice greco Laurenziano XI, 9, a p. 298 e p. 306 e, nelle sue note a p. 310 e 312, nota (43); sul Monastero di Centola si veda p. 398.  Il Tancredi, cita poi l’Ughelli (…) e poi nella sua nota (8), parlando dell’etimo di “A Pyro”, cita di nuovo il  Cappelli che per parlare dell’etimo, trae la notizia dal Codice greco Latino del 1482, Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, Cod. Vaticano Latino 9239. Si tratta del codice manoscritto latino, di cui ha parlato Salvatore Gemelli, op. cit. (33).

(6) Natella P. Peduto P., ‘Pixous – Policastro’, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 508 e s. ; si veda anche Porfirio (10).

(7) AAVV, Calabria bizantina, aspetti sociali ed economici, Atti del terzo incontro di studi bizantini, ed. Parallelo 38, Reggio Calabria, 1978.

(8) Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti.

(9) Douglas Norman, Vecchia Calabria (Old Calabria), ed. La Conchiglia, 1915.

(10) Sac. Porfirio Gaetano, Policastro, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539.

(11) Rohlfs G., Scavi linguistici della Magna Grecia, Roma, MCMXXXIII

(12) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino (Archivio Storico Attanasio).

(13) Rodotà Pietro Pompilio., Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma, ed. Salomoni, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, e poi anche 1763 (Archivio Storico Attanasio), ci parla nel suo capitolo dedicato al Monastero di S. Maria di Grottaferrata e ‘Dei Monasteri nel Reame di Napoli’, ci parla di S. Nilo e del Monastero di S. Elia. Secondo il Cappelli (…), che lo cita, nella sua nota (21) a p. 345, trae notizie dal Robinson (…), riguardo il Monastero di S. Elia, che cita il testo di Rodotà. Rodotà, scrive: S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”. Del Monastero di Carbone, poi ne parla anche il Santoro P.E., Il monastero di Carbone, Napoli, ed. Pellizzone, 1859. Il Monastero di Carbone è stato uno dei più famosi Monasteri basiliani in Italia. Il Cappelli, collega il documento Normanno (7), con S. Nilo che abitò in questo Monastero basiliano del Carbone del Bosco e poi passò a vivere nell’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – a cui è collegato il documento (7), pubblicato dal Trinchera (…).

(14) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592; si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II.

(15) Guzzo A., Da Velia a Sapri – itinerario costiero tra mito e storia, ed. arti Grafiche Palumbo, Cava de’ Tirreni, 1978, pp. 122-123 e s.

(16) AAVV, Calabria bizantina, aspetti sociali ed economici, Atti del terzo incontro di studi bizantini, ed. Parallelo 38, Reggio Calabria, 1978.

(17) Douglas Norman, Vecchia Calabria (Old Calabria), ed. La Conchiglia, 1915.

(18) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano. Il Gaetani, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (27) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96“. Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385.

(18) Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (5). Il Tancredi, parlando di “A Pyro”, trae l’etimo dal codice greco Latino del 1482, il ‘Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae’ (Cod. Vaticano Latino 9239), di cui parlò anche Salvatore Gemelli, op. cit. (33).

(19) Racioppi G., Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania, Roma, Hoescher, pp. 102 e 134.

(20) Venditti A., Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, E.S.I., Napoli, 1972.

Bertaux

(21) Bertaux, L’art dans l’Italie meridionale – De la fin de l’Impire Romain a la conquete de Charles d’Anjou, Ecole de Francaise de Rome, Paris, ed. Fontemoing, 1904.

(22) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. Il manoscritto è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (4), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (12), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (…). Si veda pure Padiglione C. (…), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata ‘la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine’ (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”.

(23) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa anastatica della I edizione, ed. Ripostes, Atripalda (AV), 1998, p. 117.

(24) Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro e cenni storici su S. Giovanni a Piro, Bosco e Scario, con prefazione di Alfonso Tesauro, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961, ristampa anastatica 2006, p. 18 e s.

(25) Gay I, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, Firenze, 1917, p. 253 e vedi pure Pontieri E., op. cit., 54.

(26) Caffi A., Santi guerrieri di Bisanzio nell’Italia meridionale, app. a P. Orsi, le chiese basiliane nella Calabria, Firenze, 1929, p. 295.

(27) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (8) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(28) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s.

(29) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(30) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, Cap. XXXVII e s.; stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

Innocenziano

(Fig. 5) Codice Laurenziano XI, 9, dell’anno 1001-1010 (Plut.11.09, alla BMLF), copiato dal monaco Lucà per l’igumeno Isidoro del Monastero di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro (31).

(31) (Figg……) Codice Laurenziano XI, 9, illustrato nell’immagine e, citato da Biagio Cappelli, nel suo saggio: “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci”, che stà in ‘Bollettino Badia di Grottaferrata’, n. 8, vol. XI, 1957 e, nel saggio op. cit., p……(5), pp. 295 e s.; in particolare il Cappelli, parla del Codice greco Laurenziano XI, 9, a p. 298 e p. 306 e, nelle sue note a p. 310 e 312, nota (43). Recentemente, abbiamo chiesto alla Biblioteca Medicea-Laurenziana e Palatina di Firenze ed abbiamo avuto risposta dalla Dr. Scipioni, che ha scritto: “il codice di cui lei parla è in effetti un manoscritto facente parte delle raccolte della Laurenziana: la corretta segnatura è Plut.11.9.”. Collegandoci al sito della Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze, i codici greci in questione sono quelli del Fondo Plutei. La loro corretta segnatura è Plut. XI. 09, e ve ne sono tantissimi digitalizzati e quindi consultabili on-line. Tra i codici segnati con Plut.XI.09, solo alcuni riguardano alcune omelie di Giovanni Crisostomo, sulle lettere di Matteo Apostolo. Ad esempio, il Plut. XI.09, datato anno 1001 e 1010, ‘XXX. Ioannis Chrysostomi in Oziam orationes V’, di cui, nella sua scheda bibliografica è scritto: “Codice realizzato nel 1020/1021 nel cenobio di S. Giovanni a Piro (sul golfo di Policastro).”. Fra le citazioni bibliografiche, segnaliamo: “Testi medici e tecnico-scientifici del mezzogiorno greco / Santo Lucà, in La produzione scritta tecnica e scientifica nel Medioevo: libro e documento tra scuole e professioni : atti del convegno internazionale di studio dell’Associazione italiana dei paleografi e diplomatisti, Fisciano-Salerno (28-30 settembre 2009) / a cura di Giuseppe De Gregorio e Maria Galante ; con la collaborazione di Giuliana Capriolo e Mario D’Ambrosi , Spoleto , Fondazione Centro italiano di studi sull’Alto Medioevo , 2012 (Studi e ricerche ; 5) , p. 551-605 e 3 cc. di tavv. (FI 100 C. 606 (5))”. Esso è consultabile e scaricabile, collegandosi al link: http://teca.bmlonline.it/ImageViewer/servlet/ImageViewer?idr=TECA0000613558&keyworks=Plut.11.09#page/1/mode/1up. Si veda pure: Flecchia Mario, La traduzione di Burgundio Pisano delle omelie di S. Giovanni Crisostomo sopra Matteo, ed. Università Cattolica del Sacro Cuore, 1952.

Cattura 1 

(Fig. 9) Codice Laurenziano XI, 9, dell’anno 1001-1010 (Plut.11.09, alla BMLF), copiato dal monaco Lucà per l’igumeno Isidoro del Monastero di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro (31).

(31) Sul codice Laurenziano XI, 9, e su Lucà, Santo, si veda pure: Testi medici e tecnico-scientifici del mezzogiorno greco / Santo Lucà, in La produzione scritta tecnica e scientifica nel Medioevo: libro e documento tra scuole e professioni : atti del convegno internazionale di studio dell’Associazione italiana dei paleografi e diplomatisti, Fisciano-Salerno (28-30 settembre 2009) / a cura di Giuseppe De Gregorio e Maria Galante; con la collaborazione di Giuliana Capriolo e Mario D’Ambrosi, Spoleto, Fondazione Centro italiano di studi sull’Alto Medioevo, 2012, p. 551-605 e 3 cc. di tavv., Studi e ricerche ; 5 (FI 100 C. 606 (5)) Codice realizzato nel 1020/1021 nel cenobio di S.Giovanni a Piro (sul golfo di Policastro); si veda pure: Baldi, Davide, Florilegio agiografico, ascetico e crisostomico : Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 11.9, in San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata : storia e immagini / a cura di Filippo Burgarella ; testi di Alessia Adriana Aletta … [et al.], Roma, 2009, p. 123-128 (FI 100 Mostre 257); Estesa descrizione codicologica, testuale e storico-artistica del manoscritto con bibliografia aggiornata. Ripr. delle cc. 200v e 282r ; Lucà, Santo, Sulla sottoscrizione in versi del Vat. gr. 2000 (ff. 1-154) / Santo Lucà, Roma, Quasar, 2009 (FI 100 MA.14.40) Codice italo-greco che contiene una sottoscrizione metrica in caratteri epigrafici; si veda pure: I palinsesti di Messina: indagine preliminare / Maria Teresa Rodriquez, in Libri palinsesti greci: conservazione, restauro digitale, studio : atti del convegno internazionale, Villa Mondragone – Monte Porzio Catone – Università di Roma “Tor Vergata” – Biblioteca del Monumento Nazionale di Grottaferrata, 21-24 aprile 2004 / a cura di Santo Lucà, Roma, Comitato nazionale per le celebrazioni del millenario della fondazione dell’Abbazia di S. Nilo a Grottaferrata, 2008, p. 201-213 (FI 100 20.3.931); Contiene una “imago clipeata” alla c. 245 del Dionigi Aeropagita  ; si veda pure: Canart, Paul; Perria, Lidia, Les écritures livresques des XIe et XIIe siècles / Paul Canart, Lidia Perria, in Études de paléographie et de codicologie. 2 / Paul Canart ; reproduites avec la collaboration de Maria Luisa Agati e Marco D’Agostino, Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, 2008, p. 933-1000, Studi e testi ; 450 (FI 100 C.338 (451)) Abstract: Nella lista dei manoscritti presi in considerazione, di origine italo-greca  ; si veda pure: Ceresa, Massimo; Lucà, Santo, Frammenti greci di un Dioscoride Pedanio e Aezio Amideno in una edizione a stampa di Francesco Zanetti (Roma, 1576) / Massimo Ceresa, Santo Lucà, in Miscellanea Bibliothecae apostolicae Vaticanae. 15 , Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, 2008, p. 191-229, Studi e testi ; 453 (FI 100 C. 338 (453)) Codice nel quale è presente l’uso dell’azzurro tipico della produzione greca dell’Italia meridionale; si veda ancora: Leroy, Julien; Delouis, Olivier; Voicu, Sever J., Études sur les Grandes catéchèses de s. Théodore Studite / Julien Leroy ; édition par Olivier Delouis ; avec la participation de Sever J. Voicu, Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, 2008 (Studi e testi ; 456) (FI 100 C.338 (456)) Esempio di decorazione di iniziali in stile italo greco frequente anche in manoscritti beneventani; Baldi Davide, Sulla storia di alcuni codici italogreci della Biblioteca Laurenziana / D. Baldi, “Nea Rhome”, 4, 2007, p. 357-381 (FI 100 P.488 (altro es. MI.94.3)) Abstract: Descrizione del manoscritto e della sua storia

(32) (Figg. 3-4-6) Questo è un codice greco che risale al XI secolo: Omelie di san Giovanni Crisostomo sui capp. I-XLV del Vangelo di san Matteo”, che oggi si conserva  alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna. Si tratta di  un codice membranaceo, di cc. 363, scritto su due colonne di linee 34. Il codice è legato in assi ricoperte di tutta pelle con l’intestazione sul dorso: HOMILIE / D. JO. CHRYSOSTOMI / IN D. / MATTHEUM / M. S. GRECE / IN PERGAMENA. Dalla scheda bibliografica leggiamo: “I titoli e le lettere iniziali delle omelie sono ornati e coloriti in oro, rosso e altri colori. Al testo è premesso un indice di argomenti. Allo scritto furono apposte in vari punti annotazioni in lingua latina del secolo XV e XVI e sul margine superiore della c. 70 alcune parole in lingua ebraica. Nel XIII secolo appartenne ad un monaco Nilo; reca l’ex libris Cornaro e pervenne in biblioteca attraverso il lascito dell’abate Antonio Magnani. ‘Inventario dei manoscritti della biblioteca Comunale dell’Archiginnasio di Bologna’ (serie A), a cura di Carlo Lucchesi, I, Firenze, Leo S. Olschki, 1924 (Inventari dei manoscritti delle Biblioteche d’Italia, a cura di Albano Sorbelli, 1930), p. 9-10. Collocazione: A 1″. L’Abate Antonio Magnani, nel 1811, fece un lascito testamentario al Municipio di Bologna, e quindi alla Biblioteca dell’Arciginnasio che oggi conserva l’importante Fondo di libri e scritti e materiali di lavoro dell’abate Antonio Magnani, collezionista e bibliofilo, ex gesuita ed ex bibliotecario dell’Istituto delle Scienze di Bologna. Si tratta in particolare di: componimenti in poesia e in prosa (di argomento sacro e profano), appunti di storia, geografia, scienze, fisica, storia dell’arte, prediche, orazioni e conferenze, elogi, traduzioni di opere di Antonio Gallonio, Cicerone e Tertulliano, manoscritti con riflessioni sulla tragedia e sulla commedia, traduzioni di tragedie di Euripide e Sofocle. Sono inoltre presenti carte relative alla Biblioteca comunitativa Magnani, assimilabili a quelle conservate nell’archivio della Biblioteca comunale dell’Archiginnasio (sezione I), con cataloghi di manoscritti e codici, note di spese per lavori al palazzo dell’Archiginnasio, elenchi di libri, avvisi manoscritti e stampati, ed infine scritti in prosa e in versi di Lodovico Tanari databili agli anni 1716-1717. Il codice può essere consultato e catturato, collegandosi al sito:  http://badigit.comune.bologna.it/books/A01/scorri.asp?direction=first.

Codice

(Fig. 10) Omelie di San Giovanni Crisostomo sui capp. I-XLV del Vangelo di san Matteo, del sec. XI, conservato alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna; collocazione: A 1.

(33) Lipinsky Angelo, La Stauroteca di Gaeta, già nel Cenobio di S. Giovanni a Piro, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, vol. XI, 1957; si veda pure dello stesso autore: Enkolpia cruciformi orientali in Italia, II, Campania, in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, n. s., vol. XI, 1957, p. 91.  

(34) Gemelli S., Il sito ed il ruolo di Polsi dal sec. XII a metà del sec. XVIII, In Calabria nobilissima. Periodico di arte, storia e letteratura calabrese 1979-80.

(35) Troisi C., I monasteri di rito greco-bizantino del Cilento nell’alto medioevo, da ‘Racconti di vita Cilentana’, stà Vassalluzzo M., Cilento a occhio nudo’, a cura di, ed. Massimo Villone, Roccapiemonte, 1987, p. 179 e s.

(36) Rocco A., La vita di S. Nilo Abate, fondatore della Badia di Grottaferrata, scritta da S. Bartolomeo suo discepolo, ed. Desclee Lefebre, Roma, 1904, p….

(37) Codice Vaticano greco 2000 (Vat.gr.2000), la cui scheda bibliografica della Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), dove esso è conservato, dice in proposito: “Citazioni bibliografiche: 1) Lucà, Santo Teodoro sacerdote, copista del Reg.Gr.Pii.II.35. Appunti su scribi e committenti di manoscritti greci, In Bollettino della Badia greca di Grottaferrata 2001; 2) Si veda pure Breccia, Gastone, 1962- Dalla “regina delle città”. ‘I manoscritti della donazione di Alessio Comneno a Bartolomeo da Simeri’, In Bollettino della Badia greca di Grottaferrata 1997 e, Breccia, Gastone, 1962- Alle origini del Patir. Ancora sul viaggio di Bartolomeo da Simeri a Costantinopoli, In Rivista di studi bizantini e neoellenici 1998, ecc…Questo codice è consultabile sul sito della biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma, collegandosi al sito: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.gr.2000

(38) Schipa M., Storia del Principato longobardo di Salerno , sta in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane, 12, 1887. Si veda pure: Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002 (Archivio Storico Attanasio).

(39) Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017 (Archivio Storico Attanasio).

(40) Batiffol P., L’Abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane, “L’Abbazia di Rossano, contributo alla storia della Vaticana, Paris, 1891; la notizia sul codice ‘Laurenziano XI, 9’, stà in “Inventario dei manoscritti dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata”, p. 143 e s., riporta l’inventario o Platea dei beni per il Cardinale Bessarione, estratto dal codice Cryptensis Z, D, XII (…), pubblicato dal padre Antonio Rocchi (…).

(41) Devreesse R., Les manuscripts grecs de l’Italie meridionale etc., ristampa ed. Città del Vaticano, (Studi e testi 183), 1955, p. 32; si veda pure lo stesso, II le Fonds Coslin, ed. Imprimerie National, 1845, consultabile collegandosi al link: http://www.internetculturale.it

(42) Mercati G., Per la storia dei manoscritti greci etc, Città del Vaticano, 1935 (Studi e testi 68).

(43) Diacono Paolo, Historia Longobardorum, VI, 29

(44) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377

(45) Cardinal de Luca, Adnotationes ad Concilii Tridentini, Disc. VIII, n. 25 e disc. XIV, n. 21, stà nella nota (21) del Volpe G., op. cit. (23), p. 120 (non sappiamo a quale autore si riferisca, forse a Matteo Egizio, nipote dell’Antonini.

(46) Falkenhausen Vera von, Aspetti economici dei monasteri bizantini in Calabria (sec. X-XI), stà in ‘Calabria bizantina’, aspetti sociali ed economici, ed. Parallelo 38, Grafica Meridionale, Vibo Valenzia, 1977, p. 32

(47) Palladio (Palladius Helenopolitanus), La storia Lausiaca, pp. 22, 40, 63,68; “S. Nilo, calcolava un nomisma per salterio copiato”, cit. in Falkenhausen, op. cit. (46), p. 32

(48) Vita di S. Nilo Abate etc.., ; si veda pure in proposito: Gassisi S.,  I manoscritti autografi di S. Nilo juniore etc., Roma, 1905, pp. 39 e ss.

(49) Volpi G., Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.

(50) Laurent M.H. – Guillou G., Le liber ‘visitationis’ d’Athanase ChalkeopoulosContribution a listoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano, 1960.

(60) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A.; si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure dello stesso autore Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228 (Archivio Storico Attanasio).

(61) Menniti Pietro, Didatterio basiliano – ovvero istruzioni per la buona educazione de’ Novizi, e Professi della religione di S. Basilio Magno, ed. De Martiis, Roma, 1710.

(62) Can. Ronsini DomenicoAntonio, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stab. Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Sala Bolognese, 1981, p. 19 e s.; il Ronsini, pubblica l’antico documento di donazione del 1131 nel ‘Documento A’, p. 69.

(63) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988; si veda pure: Follieri E., Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461.

(64) Fittipaldi W., La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016

(65) Mabillon Jean, Annales Ordinis S. Benedicti, Parigi, 1703,

(66) Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1947

(67) Fittipaldi W., La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016 (Archivio Storico Attanasio).

(68) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G.,  L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004, mensile di cultura, edito dal Centro Culturale Studi Storici, Eboli, 1996-2008, anno I-XIII, nn. 1-145.

(69) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), R. Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Storico Attanasio).

(70) Schipa M., Storia del Principato Longobardo di Salerno, stà in ‘Archivio Storico per le Provincie Napoletane’, vol. XII, 1887,il volume originale molto raro, si può consultare presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, collocato: R.G.Storia.IV.15928; il testo (senza le note) è stato ristampato da Ripostes, con il titolo ‘Il Mezzogiorno d’Italia- Ducato di Napoli e Principato di Salerno’, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, 2002 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Schipa M., Il Principato Longobardo di Salerno, si veda p. 202 e s.; stà in Hirsch F.- Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(71) Hirsch F., Il Ducato di Benevento, stà in Hirsch F. – Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(72) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1802, Tomo VIII, p. 359, riguardo la Bolla di Amato, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”.

Mai Angelo

(73) Mai Angelo, Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis, stà in ‘Nova Patrum bibliotheca’, VI, 2, Roma, 1853, pp. 514-530; che secondo la Treccani, non si tratta di S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma di un S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina (morto il 19 agosto 1030), l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533.

(74) Fedele P., Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i Principi di Salerno, stà in ‘Archivio della Regia Società Romana di Storia Patria’, XXVII, 1905, pp. 5-21.

(75) Nella sua nota (199), la Falcone scrive: “BAV, Archivio Barberini, Pergamene, I.3, edito da T. vonSickel, Documenti per la storia ecclesiastica e civile di Roma, in ‘Studi e documenti di storia e diritto, a. VII (1886), fasc. 2, pp. 105-109.”.  Per la nota (200), la Falcone, scrive:Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), cfr. G. Breccia, Bullarium Cryptense. I documenti pontifici per il Monastero di Grottaferrata, in Le storie e la memoria. In onore di Arnold Esch, 2002, p. 29; e in ‘Santa Maria e il Cardinale Bessarione, op. cit. pp. 10 e 380.”.

(76) Il ‘Bullarium Cryptense’, il ‘Bullarium Basilium’ del Menniti.  Il codice Cryptense Crypt. Z.d. XII, oltre alla ‘platea dei beni..’, e oltre al “Regestum Bessarionis”, contiene il “Bullarium Cryptense”, un inventario di copie di antichi documenti manoscritti, trascritti da Pietro Menniti (…), su incarico di………….che raccolse ed inventariò diversi documenti manoscritti di privilegi o donazioni fatte nei secoli passati all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Fra questi documenti, contenuti nel ‘Bullarium Cryptense’, vi è anche una copia di un antico documento Normanno detto ‘Crisobollo di re Ruggero II’. L’antico documento Normanno detto “Crisobollo di re Ruggero II”, che, come ci informa la Follieri (6), è : “…e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’.. La Follieri (6), op. cit., a p. 49, ci dice che ci informa del codice Cryptense (Crypt. Z. δ. XII) (10), insieme ai ‘Nonnula’ e al ‘Bullarium’ degli antichi privilegi Normanni concessi all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata come ad esempio la copia del Menniti (8), del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, si trova legato e insieme anche il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”. Del ‘Crisobollo di re Ruggero II’,  abbiamo già parlato in un nostro saggio ivi pubblicato. Scrive la studiosa Giovanna Falcone il volume d’Archivio, codice Z. d. XII, ovvero il volume d’Archivio detto: “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, in cui sono legati insieme la Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria Abatis Cryptaferratae”, in cui, sono legati e contiene insieme la ‘Platea dei beni’ dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, del Cardinale Bessarione ed il ‘Bullarium’ (i privilegi concessi dai re Normanni, dove si trova anche il “Crisobollo di Re Ruggero II”), redatto nella stessa epoca e, conservato all’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Frascati. Del codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII), e del “Regestum Bessarionis”, ne ha parlato anche il Breccia (30) in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che l’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (30), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. “I documenti pontifici per Grottaferrata, si possono suddividere in due grandi famiglie. Prima di tutto vi sono infatti quelli di cui si curò inizialmente la copia presso il monastero stesso: il vero e proprio ‘Bullarium Cryptense’, rappresentato da un capostipite della metà del secolo XV – il cosiddetto ‘Regestum Bessarionis’, attuale codice  Crypt. Z. δ. XII, ff. 68-89 – e dal suo apografo, posteriore di circa 200 anni, oggi conservato nell’archivio della Badia con la segnatura 523. Entrambi questi manoscritti vennero poi utilizzati da Pietro Menniti per la redazione del ‘Bullarium Basilium’ all’inizio del XVIII secolo (2), come pure per le copie sciolte oggi all’Archivio di Stato di Roma (3). La seconda e più numerosa famiglia è rappresentata invece dai documenti dell’Archivio Segreto Vaticano, rintracciati grazie allo schedario Garampi (4). Si tratta di più di 30 originali tramandati nelle varie serie dei ‘Registri’, cui ne vanno aggiunti altri tre compresi nei volumi dei ‘Diversa Cameralia’ e una copia isolata in un formulario del XV secolo (Arm. LIII): in tutto 38 documenti, soltanto 2 dei quali compaiono anche nei testimoni del ‘Bullarium Cryptense’ (5). Vengono elencati in ordine cronologico i documenti pontifici riguardanti il monastero di Grottaferrata emanati dall’epoca della sua fondazione ad opera di S. Nilo di Rossano (1004) fino alla concessione in commenda da parte di papa Pio II al cardinale Bessarione (1462)(6). Dunque vediamo cosa dice il Breccia nelle sue singole note dalla (2) alla nota (6): la nota (2): Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, vol. 32. Che il Menniti si sia servito sia dello Z. D. XII che del ms. 523 è provato dalle note apposte in margine al suo ‘Bullarium Cryptense’; nella  nota (3), scrive: Segnatura: Congregazioni religiose maschili. Basiliani di S. Basilio, busta 297, 2. Per uno sguardo d’insieme su questa prima famiglia dei documenti pontifici per Grottaferrata, cfr, infra, Tabella 1; nella nota (4), scrive: Cfr. infra, Tabella 2; nella nota (5), scrive: si tratta infatti dei nostri nn. 34 e 48 (rispettivamente Urbano IV, 1262 marzo 17: Reg. Vat. 26, f. 15v = Z-δ. XII, n. 19, f. 87v = ms. 523, n. 16, f. 23 = Fondo Basiliani, vol. 32, pp. 46-48, e Clemente VI, 1347, agosto 23: Reg. Vat. 180, f. 244v =  Z. δ. XII, n. 11, ff. 79v-81r = ms. 523, n. 8, ff. 11v-14r = Fondo Basiliani, vol. 32, pp. 64-69) per i quali cfr. infra a suo luogo; nella sua nota (6), scrive: “Il regesto quì presentato è stato compilato essenzialmente sulla base dei vari testimoni della citata raccolta criptense e su quanto è stato possibile rinvenire nell’Archivio Segreto Vaticano grazie soprattutto allo ‘Schedario ‘Garampi’, ecc..ecc..”. Per la consultazione dei documenti all’Archivio Segreto Vaticano, si veda: Sussidi per la consultazione dell’Archivio vaticano: lo schedario Garampi, i Registri vaticani, i Registri lateranensi, le “Rationes camerae”, l’Archivio concistoriale, Nuova ed. riveduta e ampliata / a cura di Germano Gualdo Città del Vaticano : Archivio Vaticano, 1989.

Regestum Bessarionis

(77) Codice Cryptense (Crypt. Z. δ. XII). Il codice Crypt. Z.d. XII, è del XV secolo, ed è un codice bombicino (in seta) e manoscritto. Il codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, è un volume d’Archivio, conservato nell’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati) (AMNG), collocato in “Platee 1”, viene generalmente detto “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”. Questo volume d’Archivio, contiene sostanzialmente due inventari. Il primo è  il“Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae” e il “Bullarium Cryptense”. E’ la studiosa Enrica Follieri (…), op. cit., a p. 49, ci dice che ci informa di questo antico codice. Il primo è sostanzialmente un Inventario o Platea dei beni monastici appartenuti all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, inventario che fece redigere il Cardinale Bessarione, come scrive la studiosa Enrica Follieri (…):Il Cardinale Bessarione, non appena Papa Pio II gli ebbe affidata in commenda il monastero di S. Maria di Grottaferrata (28 Agosto 1462), si preoccupò di difendere e richiamare “i diritti della Badia sui possessi conculcati o usurpati” (1). Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (11). Lo stesso Bessarione dispose che si eseguisse una traduzione latina sia del testo greco sia delle iscrizioni dei sigilli di ‘nonnula iura et monimenta’: ci è così pervenuto il ‘transsumptum in pubblicam fornam redactum’, in versione latina, di un crisobollo greco concesso dal re normanno Ruggero II all’abate ‘Sanctae Dei Cryptaeferratae Domino Leontio’ nell’aprile dell”annus mundi 6639, indizione IX (= aprile 1131). Detto transunto fu eseguito in Roma il 16 novembre 1465 dal notaio ‘Henricus de Goch clericus Coloniensis dioecesis, a richiesta di Domenico de Dominicis vescovo di Brescia, referendario e vicario pontificio per Roma e circondario, per incarico del cardinale Bessarione. L’atto del 1465 non è stato tramandato però in originale , ma attraverso la copia autentica eseguita il 13 ottobre 1595 a cura del protonotario apostolico Camillo Borghese, su incarico di papa Clemente VIII e a richiesta di P. Giovanni Ceci, di Tuscolo, procuratore dell’Ordine Basiliano (…). A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…). Il testo del crisobollo fu pubblicato per la prima volta nella monografia che un benemerito erudito locale, il canonico Domenicantonio Ronsini, dedicò alla storia di Rofrano (5). Il canonico Ronsini (5), utilizzò, come egli stesso dichiara (…), una copia conservata nell’Archivio Comunale di Rofrano, esemplata sul documento del monastero di Montesano per Notar Ottone Francesco Martelli di Padula. L’opuscolo del Ronsini, uscito nel 1873 a Salerno, ebbe limitata diffusione: lo conobbe e lo utilizzò il P. Antonio Rocchi nel 1893 (11), ma lo ignorarono sia Erich Caspar (…) sia Ferdinand Chalandon (…). Il documento fu riscoperto da Paul Fridolin Kehr (…),  fu ripubblicato, sulla base del codice Criptense, da Fedor Schneider nel 1914 (15). Esso è registrato nell’appendice al Caspar redatto da Paolo Collura (16), ed è stato uilizzato sia da Horst Enzensberger nel suo lavoro sulla cancelleria e i documenti normanni dell’Italia meridionale e della Sicilia (17) sia da Carlrichard Bruhl, nella sua monografia sui documenti del Re Ruggero II (18). Recentemente lo ha ripubblicato, nelle sue preziose opere sulla storia economica ed ecclesiastica del Cilento, Pietro Ebner (3).”. Nella sua nota (2), la Follieri ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (6), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (11), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (26). Il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, o la Platea o Inventario (Registro o elenco) “La Platea dei beni monastici”, dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, redatta nel 1462  dall’Arcivescovo Nicolò Perotti, vicario generale del Cardinale Commendatario Bessarione e, conservato nella Biblioteca dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, sotto “Platee 1” (Figg. 23), che in seguito, fu pubblicato dal padre Rocchi (…). Il Rocchi (11), riguardo il Codice Cryptense, redatto dal Perotti, ci informava che: “Don Nicola Perrotti Arcivescovo Sipontini e nell’Abbazia di Grottaferrata (Cryptaferratae) aiutante del Cardinale Bessarionis, Abate commendatari immortale. Ho cominciato a scrivere il libro d. 28 o agosto. 1457, come si legge nel prologo. Appacta l’inizio del libro è l’immagine di una carta. Bessarionis consiglio di amministrazione della Biblioteca antica del segretario della Sacra Congregazione di Propaganda Fide del Vaticano o cura di Stefano Borgia, an. 1757, coniate in aria. La strada sul pad ha diritto ad alcun e ovunque Regestum Bessarionis Abbatiæ Cryptoferratensis buona esistente. Fol. 62. I diplomatici vengono a mettere tutti che sono un vescovo di un re.”Il Rocchi (11), riguardo il “Regestum Bessarionis”, contenuto nel volume di Archivio detto codice Crypt. Z.δ.XII, a p. 513, scrive: “CODEX DECIMUS SECUNDUS Z. δ. XII. Cod. ms. bombycin. saec. XV, costans foliis 98, quorum duo priora sunt membran. longitud. metri fere 0, 27, latitud. 0, 21, exaratus bono et nitido charactere, jussu D. Nicolai Perrotti ep. Sipontini, in Monasterio Cryptaferratae Vicarii Cardinalis Bessarionis, abatis Commendatarii perpetui. Scribi autem liber coeptus est d. XXVIII mensis Augusti an. MCDLXII, uti legitur in proemio. Initio autem libri appacta est imago ipsius Card. Bessarionis, quae ex antiqua tabula Biblioth. Vatic. curante Stephano Borgia a secretis Sacrae Congr. de Propaganda Fide an. MDCCLVII, aere cusa est. Porro Platea codex inscribitur vel etiam Regestum Bessarionis quorumcumque et ubique existentium Abbatiae Cryptoferratensis bonorum. Fol. 62. Veniunt pone Diplomata quae omnia sunt ‘pontificia’, praeter unum regium.” . Scrive la studiosa Giovanna Falcone il volume d’Archivio, codice Z. d. XII, ovvero il volume d’Archivio detto: “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, in cui sono legati insieme la Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria Abatis Cryptaferratae”, in cui, sono legati e contiene insieme la ‘Platea dei beni’ dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, del Cardinale Bessarione ed il ‘Bullarium’ (dei privilegi concessi dai re Normanni, dove si trova anche il “Crisobollo di Re Ruggero II”), redatto nella stessa epoca e, conservato all’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Frascati. Il Codice Cryptense del Cardinale Bessarione è un codice bombicino (in seta) e manoscritto in cui si trova il cosiddetto “Regestum Bessarionis”. Una specie di Platea o inventario fatto redigere dal Cardinale Bessarione, commendatario dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati), in cui venivano inventariati i beni usurpati all’Abbazia: “Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (2).. Del codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII), e del “Regestum Bessarionis”, ne ha parlato anche il Breccia (30) in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che l’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (30), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. “I documenti pontifici per Grottaferrata, si possono suddividere in due grandi famiglie. Prima di tutto vi sono infatti quelli di cui si curò inizialmente la copia presso il monastero stesso: il vero e proprio ‘Bullarium Cryptense’, rappresentato da un capostipite della metà del secolo XV – il cosiddetto ‘Regestum Bessarionis’, attuale codice  Crypt. Z. δ. XII, ff. 68-89 – e dal suo apografo, posteriore di circa 200 anni, oggi conservato nell’archivio della Badia con la segnatura 523.”. Il testo di questo codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, fu redatto dal Perotti, di cui recentemente abbiamo ottenuto, su nostra richiesta la sua riproduzione digitale all’Archivio della Biblioteca del Monumento Nazionale dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, dove esso è conservato nell’ASMN, ‘Platee 1′, e che ivi pubblichiamo  per la prima volta è illustrato nelle immagini di Figg. 2-3-4, ecc..

(78) Rocchi A., De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, che contiene il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio).

(79) Capalbi Vito, Sugli archivi delle due Calabrie ulteriori, rapido cenno, Napoli, Tipografia di Porcelli, 1845, introduzione e p. 6 e s.

(80) Tromby Benedetto, Storia critica cronologica diplomatica del Patriarca di S. Brunone e del suo Ordine Cartusiano, Napoli, presso Vincenzo Orsino, 1877, Tomo VII.  

(81) Robinson Gertrude, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, stà in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195, è citato dal Cappelli (…), che nella sua nota (21) a p. 345, dice che secondo il Robinson: “La famiglia Marchese, fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”.

(82) Pertusi Agostino, Aspetti organizzativi e culturali dell’ambiente monacale greco dell’Italia meridionale, in ‘L’eremitismo in Occidente nei secoli XI e XII’, in Atti della seconda Settimana Internazionale di studio (Mendola 30 Agosto- 6 settembre 1962), Milano, 1963, pp. 383-417.

(83) Lubin A., Abbatiarum Italiae brevis notitia, Roma, 1693 (Archivio storico Attanasio).

(84) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli eccc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..

(85) (Fig…….) Settembre 1097 (XII secolo) – “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cy-riacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.”. Il documento è sta-to citato dal Cappelli (…), p. 323 (vedi note 21 e 22) e, pubblicato dal Trinchera F., op. cit. (…), pp. 80-81-82. Il Trinchera (3), trae l’antico documento da: “ex membrana Archivi Neapolitani – n.° 8″. Il Trinchera (3), nella sua nota al testo, a p. XXV, parlando del documento ““Membrana LXIV. Quoniam Odonis Marchisii mentio habetur in membrana anni 1126 a nobis edita sub num. XC-VIII, in qua Sichelgaita vidua digitur eiusdem Odonis, atque in Ro-gerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subscriptiones regii diplomatis constant, signan-dam coniecimus.”, e alla nota (3) dice: “Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco, Documenti pag. XVIII.”. L’antico documento membranaceo è scritto in greco ed è stato tradotto in latino dal Trinchera. Riguardo l’origine dell’antica pergamena (membrana), del 1079, pubblicata dal Trinchera (…), si veda lo stesso Trinchera: ‘Archivi Napoletani, relazione per il Ministro della Pubblica Istruzione’, Napoli, Stamperia del Fibreno, 1872, pp. 241, Tav. VI, “pergamenne latine de’ monasteri soppressi”, conservati nella Sezione Diplomatica dell’Archivio di Stato di Napoli, all’epoca del Trinchera e pubblicati in 6 vol. in “Regii Neapolitani Archivi monumenta edita ac illustrata 1845-1861”. Recentemente abbiamo chiesto all’Archivio di Stato di Napoli, la fotoriproduzione del documento ed abbiamo appreso la triste notizia (sic!) dal dott. Fernando Salemme dell’ASN che ci rispondeva : “Gentile Professore, Il fondo Pergamene Greche, originali tratti effettivamente dagli archivi di Cava, Montecassino e Montevergine, un tempo sezioni del nostro Istituto, era composto da 326 volumi con documenti dall’anno 885 all’anno 1304: il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andata distrutta, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera, in accordo col progetto di pubblicare integralmente i documenti anteriori alla Monarchia Normanna: in questo modo la distruzione del fondo avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, per le notisime vicende dell’incendio della villa di San Paolo Belsito, ci ha lasciato almeno la conoscenza del testo ma pochissime immagini pubblicate in appendice all’opera stessa. Di questo importantissimo fondo per la storia medievale dell’Italia Meridionale restano nel nostro Museo alcuni repertori antichi: – Museo 99 C 49 – Regesti dei Voll. 3-7 delle pergamene anteriore alla monarchia.”

(86) Il Trinchera (…), citava una causa intentata dallo Studio Legale dei Vargas-Macciuccea. Il Trinchera (…), scriveva che l’antico privilegio del 1097, provenisse dall’Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco”, scriveva: “…atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subs-criptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.”. Di ‘Vargas-Macciuccea’, ne parla il testo ‘Biografia universale antica e moderna’, Venezia, 1827, vol. XXXIV, che a p. 219, scrive: “L’avvocato Duca de Vargas Machuca, Marchese … X. 1708, Avvocato fiscale dell’Udienza della Calabria Ultra con Privilegio dato a…che, nel 1749, passò alla carica di Presidente della Regia Camera della Sommaria e, che nel Luglio del 1752, fu promosso a quello dellavvocato fiscale del Real Patrimonio, dove in una causa, fu costretto a confutare alcune carte, che i Certosini di S. Stefano del Bosco in loro favore vantavano.” che, pubblicò “Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco”, Napoli, stamperia Simoniana, 1765. Infatti, nella Causa fiscale in questione, il ‘Vargas-Macciuccea’, esaminò e relazionò sul grande patrimonio di alcuni Monasteri poi in seguito soppressi (vedi nota sui Vargas-Macciuccea). Tra questi antichissimi privilegi, vi era anche l’antica pergamena (85), pubblicata dal Trinchera (84). L’antica pergamena del 1079, si trovava in una Certosa in Calabria, la Certosa di S. Stefano del Bosco in Calabria. La certosa di Serra San Bruno (anche Certosa dei Santi Stefano e Bruno) è un monastero certosino situato vicino all’omonima cittadina inprovincia di Vibo Valenzia. Nel 2003, Francesco Volpe, nel pubblicare un manoscritto inedito di Francesco Antonio Ventimiglia (…), un antico manoscritto apocrifo dell’erudito di Vatolla. Il manoscritto, “Cilento illustrato”, è uno dei documenti posseduti dallo stesso Volpe, in quanto lui stesso scrive, consegnato alla sua moglie dai due eredi dei Ventimiglia di Vatolla, e che per questo si salvò dalla scomparsa prima della morte dei due eredi di famiglia Ventimiglia. Il Volpe (…), scrive che a Vatolla, la famiglia Ventimiglia, aveva allestito una ricca ed opulenta biblioteca ed in particolare un copioso archivio di antichissime pergamene e privilegi. La ricca biblioteca privata dei Ventimiglia di Vatolla, fu studiata ed esaminata anche Matteo Mazziotti e  da Pietro Ebner che spesso la frequentava. Il Volpe, a proposito dei Vargas-Macciuccea, scriveva in proposito: “La biblioteca di famiglia, che si era già costituita con un primo nucleo proveniente dal vicino convento francescano e che poi, proprio con Francesco Antonio, acquisì il vastissimo fondo dei Vargas Macciucca, che allora tenevano il feudo di Vatolla col munifico marchese Francesco. Questi testi figurano oggi nella biblioteca Ventimiglia della nostra Università e su taluni si può ancora rilevare qualche chiosa annotata da Francesco Antonio.”. Dunque, sui Vargas-Macciucca, il Volpe, dice che i Ventimiglia di Vatolla nel 1700, acquisirono il vasto fondo di carte e che oggi questo fondo di carte, si trova all’Università di Salerno. Infatti, il Volpe, scrive che: “Dopo la morte di Francesco Antonio, i suoi discendenti conservarono in ogni generazione la sua passione bibliofila, continuando ad ampliare la raccolta con testi pregiati, fino a portarla a consistenza dei settemila volumi donati all’Università di Salerno nel 1973.”Il duca TOMMASO Vargas Macciucca, marchese di Vatolla, Cavaliere Gerosolimitano, Grande di Spagna, Regio Consigliere, Giudice della Gran Corte della Vicaria, nel 1777 divenne confratello dell’ Augustissima Compagnia della Disciplina della Santa Croce, prima arciconfraternita laicale sorta a Napoli nel 1290 con il silenzioso auspicio del Pontefice Nicolò III, al secolo Giovanni Gaetano Orsini (1216 † 1280), ricordato anche da Dante (Inferno, XIX, 70-72).

Vargas-Macciucca.PNG

(87) Vargas-Macciucca, Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco, Napoli, stamperia Simoniana, 1765.

(88) Sulla Certosa di S. Bruno, prima Monastero di S. Stefano del Bosco, si veda pure l’inedito ‘Martyrologium Cartusianum singulis mensibus iuxta calendarii formam accomodatum’, tradito nel ms. cartaceo Brancacciano II C 11 (Biblioteca Nazionale di Napoli), opera di Camillo Tutini (1594-1667) a cura di Pietro De Leo per i tipi di Rubbettino, ristampa anastatica – 2008, opera strettamente connesso al Martirologio della Certosa di Santo Stefano del Bosco. Tutini, è un erudito la cui esperienza personale nella Certosa di San Martino a Napoli, legata a quella di Serra San Bruno in Calabria, dove riposano le spoglie del Santo fondatore, l’avevano spinto ad approfondire la storia di quell’ordine eremitico, del quale sembra aver fatto parte in gioventù, inserendo anche una breve cronaca del monastero calabrese nel ‘Prospectyus historiae ordinis Carthusiani. Additum est Breue chronicon Monasterij S. Stephani de Nemore eiusdem ordinis. Nec non series Carthusiarum per orbem…….Noi crediamo che l’origine del nostro documento fosse diversa. Secondo la nota (21) al testo del Cappelli (…), si trattava dell’antichissimo Monastero basiliano di S. Elia e Anastasio di Carbone.

Rodotà P.P., Dell_origine_progresso_e_stato_presente, Libro II

(89) Rodotà Pietro Pompilio, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma, ed. Salomoni, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, e poi anche 1763 (Archivio Storico Attanasio), ci parla nel suo capitolo dedicato al Monastero di S. Maria di Grottaferrata e ‘Dei Monasteri nel Reame di Napoli’, ci parla di S. Nilo e del Monastero di S. Elia. Secondo il Cappelli (…), che lo cita, nella sua nota (21) a p. 345, trae notizie dal Robinson (…), riguardo il Monastero di S. Elia, che cita il testo di Rodotà. Rodotà, scrive: S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”

(90) Santoro Paolo Emilio, Historia Monasteri Carbonensis, Ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601, che parla del Monastero del Carbone. Del Monastero di S. Elia a Carbone (PZ), ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”.

Spena M., Storia_del monastero di Carbone

(91) Spena Marcello, Paolo Emilio Santoro, Storia del Monastero di Carbone dell’Ordine di S. Basilio, Napoli, 1831, ma questa II edizione, ed. Pellizzone, 1859 (Archivio Storico Attanasio da Google libri), che parla del Monastero del Carbone. Del Monastero di S. Elia in Carbone, ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”.

(92) Lilla Salvatore, I manoscritti vaticani greci, lineamenti di storia del fondo, Città del Vaticano, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), 2004 (Archivio Storico Attanasio), dove troviamo una seria e completa disamina dei Codici e pergamene greche conservate negli Archivi del Vaticano.

(93) de Montfaucon Bernard, Paleographia graeca, lib. V, pp. 431-432; citato da Ventimiglia F.A., e da Breccia (16), dove si parla delle pergamene greche provenienti dagli archivi dei monasteri italo-greci. Scriveva il Breccia (16), che: “Il S. Giovanni di Piro non è più menzionato nell’elenco del 1551, di cui sopravvive una copia forse di mano del Menniti e certo prodotta al S. Basilio, attualmente a Parigi (Paris, lat. 13081, ff. 1-6; pubblicata da M o n t f a u c o n [cit. n. 18] p. 112 e ripubblicata più recentemente da Batiffol, L’abbaye [cit. n. 8] pp. 115- 116). Edizioni: 1. Di Lucia, L’abbadia (cit. n. 25) pp. 15-17; 2. M o n t f a u c on (cit. n. 18) pp. 431-432.”.

(94) M. H. LAURENT- A. GUILLOU, Le “Liber Visitationis” d’Athanase Chalkeopoulos (1457-1458), Città del Vaticano 1960

Nel 1819, Il rilievo di Sapri del Tenente Blois

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archi-vistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’Istituto Geografico Militare di Firenze, che lo conserva, un disegno manoscritto del 1819 (Figg. 2-3) che fu pubblicato da Giulio Schmiedt (2) nel 1975.

Sapri

(Fig. 1) La baia ed il porto naturale di Sapri vista dal satellite

Sapri in due studi di Giulio Schmiedt

Lo studioso  Giulio Schmiedt (2), nel 1975, pubblicò un interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, dal titolo Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Parte II- I Porti delle Colonie Greche’ pubblicato a Firenze nel 1975. Schmiedt (2), gà molti anni prima, nel 1972 aveva pubblicato un altro interessante studio sui porti della Magna Grecia ed aveva citato quello di S. Croce a Sapri. Si tratta dello studio ‘Il livello antico del Mar Tirreno – Testimonianze dei resti archeologici, a cura di’ (2.1). Nello studio ‘Antichi porti d’Italia’, lo Schmiedt (2), riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicame che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino” (riferendosi al punto ove si trova il Faro Pisacane) (2), a cui abbiamo dedicato lo studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti e che vediamo illustrato nella foto del satellite di Fig. 1.

Nel 1à gennaio 1819, Sapri rappresentato in un disegno dipinto a colori dal Tenente Colonnello Blois del Genio Napoletano

Nel suo studio, Schmiedt (2) a pp. 78-79 pubblicò un particolare del disegno di cui mi occupo ed è quello illustrato nella fig. 6:

(Fig. 6)

Il disegno pubblicato da Giulio Schmiedt (2) era stato tratto da un disegno dipinto e acquerellato su carta bambagina illustrato nell’immagine di Figg. 2-3 che illustra un rilievo di Sapri eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano (5). Schmiedt (2), in proposito scriveva che: Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, e aggiungeva pure che: un vecchio schizzo eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”. Il disegno pubblicato dallo Schmiedt (2) a pp. 78-79, è un particolare tratto dal disegno in scala maggiore di cui oggi pubblico l’immagine digitale integrale (vedi Fig. 2), già pubblicata nel 2014, ma non integralmente, da Antonio Scarfone in un suo studio sulla baia di Sapri: “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”. Di questo disegno mi ero occupato già nel lontano 1987 (1) in occasione della pubblicazione di un mio studio sulle origini e la storia di Sapri, poi in seguito approfondito nella mia “Relazione Storico-Urbanistica di Sapri” redatta per il nuovo Piano Regolatore di Sapri. Si tratta di un disegno dipinto a colori acquerellato su carta che illustra e rappresenta del rilievo in scala 1:5000 della baia naturale di Sapri e del piccolo centro abitato nel 1819, ai tempi della rivincita Borbonica sul Regno delle Due Sicilie che era stato occupato in precedenza da Gioacchino Murat cognato di Napoleone Bonaparte. Il disegno in questione illustrato nell’immagine della Fig. 3, di cui, lo Schmiedt (2) nel 1975, aveva pubblicato un particolare delle costa nord di Sapri è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Presso la Sezione “Stampe Antiche” (n. 141142) del Nuovo Archivio di Firenze è scritto: “‘Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: “cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno”. 

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(Fig. 2) “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: “cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno”. Il disegno dipinto a colori che rappresenta Sapri è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, Sezione ‘Stampe Antiche’: (n. 141142).

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(Fig. 3) “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819; particolare dell'”Antico molo dir.”.

Giulio Schmiedt, nel suo interessantissimo studio di Fig…. (2) parlando del ‘Portolano del Mediterraneo’, a pag. 79, nella nota (176), si riferisce al ‘Compasso de navigare’ (Fig….)(…), e poi aggiunge e cita il testo di P. Luigi Cavalcanti, ‘Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie’, 1846 che, a p. 46 parla degli scali marittimi nel Golfo di policastro (5). Schmiedt, parlando dello scalo di Policastro a p. 78, sembra si riferisca ad un ‘Portolano del Mediterraneo’, moderno. Certo risulta strana la citazione di un ‘Sinus Laus’ e di un ‘Vibo ad Sicam’. Non sappiamo se Schmiedt, si riferiva al ‘Compasso de navigare‘.  Schmiedt (2), a p. 63, parlando di Punta Campanella e Punta Licosa, cita il Compasso (132) e poi a p. 79, lo cita nuovamente (176), citando anche il testo che ne parla: di P. Luigi Cavalcanti, Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie, 1846 (5).

Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini sulle ‘Pilae‘ in località S. Croce

Il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (3), nel 1745, nella sua ‘Lucania’, così descrive le preesistenze che vide in località Santa Croce a Sapri, tra cui le ‘Pilae’, in proposito a p….. scriveva che:  “Il porto, ch’è di figura semicircolare, ha quasi due miglia di circonferenza, e la sua bocca è di circa mezzo miglio, guardando per dritto a mezzo giorno; quindi è, che spirando quei venti, i legni non sono sicuri nel porto. Avevano a questo difetto rimediato gli antichi (che ben il conobbero) col fare un gran riparo di scogli all’imboccatura di esso, che ricevendo di fronte gli urti delle tempestose onde, faceva, che al di dentro tutto stasse in calma: di questo riparo pochissimo oggi n’è rimasto, ed appena si vede sott’acqua, essendo il di più stato consumato, e roso; ma se mai al Governo piacesse di fare stendere un piccolo braccio, o di scogli, o di fabbrica verso la Torre chiamata Buondormire, che sta ad occidente, lo che costerebbe pochissimo, si farebbe allo Stato ed a’ forestieri ancora un gran benefizio, perché i navilj, che vanno, o vengono da Calabria, da Sicilia, da Puglia, da Malta, avrebbero ove ricoverarli; non essendoci adesso da Messina fino a Baja porto né così capace, né più opportuno; ed in tal caso converrebbe ancor nettar il porto stesso, che presentemente…”.

Ricordiamo che in quegli anni, nel 1817, quindi due anni prima che fosse delineato e redatto il disegno dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano, a Sapri venne istituito il Consolato Britannico (Fig. 4).

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(Fig. 4) Regolamento del Consolato Britannico di Sapri, datato 1817 – frontespizio.

Nate bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ” Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sa- pri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16.

(1) Attanasio Francesco, “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Re-golatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Attanasio)

(2) Schmiedt Giulio, Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Parte II- I Porti delle Colonie Greche, stà nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, pp. 78-79 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore:

(2) Schmiedt Giulio, Il livello antico del Mar Tirreno – Testimonianze dei resti archeologici, a cura di, Firenze, ed. Olshki, 1972 (Archivio Attanasio)

(3) (Fig. ..) Trattasi del più antico portolano conosciuto, di autore anonimo e chiamato: ‘Lo Compasso de navegare’, o Codice Hamilton 396, datato a metà del secolo XIII (incipit porta la data del 1296 ma è molto più antico, forse delineato venti anni prima e su documenti molto più antichi). Pubblicato da B. R. MOTZO sotto il titolo: “Il Compasso da Navigare, opera italiana detta metà del secolo XIII”, stà in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, Cagliari, voI. VIII, 1947. Recentemente è stato tradotto da Debanne A., Lo Compasso de navegare, Edizione del Codice Hamilton 396, Editore Peter Lang Gmbh, Internationaler Verlag Der W, 2011. Oggi, il codice Hamilton 396 è conservato alla Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino. Si veda quì pubblicato lo studio ad esso dedicato. Schmiedt G., op. cit. (2), pp. 78-79, a pag. 78, quando parla di Sapri, alla voce ‘il Portolano del mediterraneo’, l’autore alla nota (172): “Cfr. op. cit., supra, p. 166”, che rimanda alla nota (171) – “Nel Portolano del Mediterraneo (Basso Tirreno e Ionio occidentale) a p. 166 viene esplicitamente ricordato che le isobate dei m 5 passano a m 600 da Policastro.”. Il ‘Portolano del Mediterraneo’, a cui si riferisce lo Schmiedt, forse è quello citato alla nota (166) di p. 77. Lo cita nelle pagine precedenti in alcune note,  e fa esplicito riferimento al ‘Compasso de navegare’, per es. alla nota (132). Si veda pure: P. Luigi Cavalcanti, Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie, 1846, Napoli, Reale Tipografia Militare. Inoltre, si veda pure: il ‘Portolano del Mediterraneo’ del Lamberti, del 1865; il Portolano attribuito ad Alvise ca de Mosto, bollettino. Società Geografica italiana, 1893 e O. Marinelli, Atlante dei tipi geografici, I.G.M., Firenze, 1815.

(4)(Figg. 2-3) Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, disegno e dipinto a colori su carta fu citato da Giulio Schmiedt (2), op. cit. (3), p. 78-79. Lo Schmiedt, alla nota 173 di p. 78, scriveva in proposito: un vecchio schizzo ecc.. eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molodi “Le Cammerelle”. Questo disegno dipinto a colori è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, Sezione ‘Stampe Antiche’: (n. 141142) “‘Porto di Sapri’, Rilievo originaleeseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’anticoporto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: “cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno”.

(5) P. Luigi Cavalcanti, Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1846 (Archivio Storico Attanasio), p. 46 (Archivio Attanasio)

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(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime della R. Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in “Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa”, Napoli, ed. I.T.E.A., 1926, pp. 423-442; dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Attanasio)

(7) Santoro Lucio, Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI (Archivio Attanasio)

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(8) Guzzo Angelo, Sulla rotta dei Saraceni – La Difesa anticorsara sulla costa del Cilento, ed. Palladio (Archivio Storico Attanasio), p….

(9) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e borghi della costa cilentana, ed. Edicon, Castel S. Giorgio, 1975 (Archivio Storico Attanasio), p. 39 (Archivio Attanasio)

(10) Cisternino R., Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativa, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino’, 

(11) per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.

(12) Caffaro Adriano, Le prime fortificazioni della costa cilentana, ed. Palladio, 1989. Vedi anche: Caffaro A., Le fortificazioni primo-ottocentesche della costa Cilentana attraverso alcuni disegni inediti, ed. Palladio, Salerno, 1989. Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro A., op. cit. Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro (Archivio Attanasio).

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(13) Beguinot Corrado, Il Cilento – Problemi urbanistici, ed. del Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, collana diretta da Ruggero Moscati, VIII, Napoli, 1960 (Archivio Attanasio).

(14) Scarfone Antonio, “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in ‘Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA (Archivio Attanasio)

(15) (Fig…..) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita, fu da me pubblicata nellAnalisi: “Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, , per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1998 (1)

Le ‘Pilae’ di S. Croce sono simili alle strutture di Villa della Nave a Serapo

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(Fig. 1) “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno;  vecchio schizzo pubblicato dallo Schmiedt (4), è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, Sezione ‘Stampe Antiche’: (n. 141142)(10).

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sulla nuova Latinizzazione in epoca Normanna e le restaurate Diocesi tra cui quella di Policastro. Già nel lontano 1987, facevo notare come esistesse una forte similitudine con le strutture emerse e semisommerse di due Ville d’epoca romana del litorale Laziale con quelle a S. Croce, dette ‘Pilae’. L’intuizione mi venne da uno studio di Giulio Schmiedt (2) che, nel 1972, pubblicò un interessantissimo studio. Schmiedt (2),  parlando di alcune ville romane del litorale laziale (Figg. 3-5-6-7), illustrava alcune strutture emerse e semisommerse di alcune ville romane, come la Villa della Nave a Serapo. Ripropongo ai lettori, la mia vecchia intuizione nata dal confronto delle immagini pubblicate da Schmiedt (2)(Figg. 3-5-6-7), con le preesistenze archeologiche d’epoca romana a S. Croce a Sapri. Schmiedt (2- Figg. 3-5-6-7), parlava di alcune ville romane sul litorale Laziale ed in particolare  della Villa della Nave a Serapo (località di Gaeta), oggi detta Villa del patrizio romano Gneo Fonteio che assomigliano alle strutture semisommerse dette ‘Pilae’ a S. Croce a Sapri.

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(Fig. 2) “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819; particolare dell'”Antico molo dir.“(10).

Le strutture semisommerse (Pilae) della Villa di Gneo Fonteio a Serapo di Gaeta

Lo studio, curato da Giulio Schmiedt (4), in un’altro suo  pregevole studio sugli ‘Antichi porti d’Italia’ (4), nel 1975, per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicam e che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino” (riferendosi alle strutture semisommerse a S. Croce, dette ‘Pilae’) (4). Nel suo pregevole studio, Giulio Schmiedt (2), pubblicò alcune immagini illustrate nella Figg. 3-5-6-7, che illustrano alcune strutture semisommerse di una Villa d’epoca romana del litorale Laziale. Le immagini delle Figg. 3-5-6-7 – pubblicate da Scmiedt (2), che illustrano la villa romana di Gneo Fonteio o “Villa della Nave”, “che fronteggia la cala detta della Nave”, posta sul limite occidentale della spiaggia di Serapo, località di Gaeta, sul litorale Laziale – come la chiama lo stesso Schmiedt (2), dimostrano come le strutture preesistenti a Sapri, in località S. Croce, dette ‘Pilae’, si somiglino notevolmente.

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(Fig. 3) Villa della Nave o Villa del patrizio romano Gneo Fonteio a Serapo, presso Gaeta – rilievo aereo dei resti delle strutture semisommerse “sovrastrutture. 1,2,3,4,5 ecc…”; l’immagine è stata pubblicata nello studio di Giulio Schmiedt (2).

Resti della villa Nave o di Gneo Fonteio a Serapo a Gaeta

(Fig. 4) Cala della Nave a Serapo, località di Gaeta – resti della Villa d’epoca romana di Gneo Fonteio o ‘Villa della Nave’ – come la chiama Giulio Schmiedt (2), visti dal satellite. Come si può ben vedere, queste strutture semisommerse, somigliano alle strutture semisommerse dette ‘Pilae’, poste lungo il litorale Saprese ed illustrate nella Figg. 8-9-10-11-12.

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(Fig. 5) Villa della Nave o Villa del patrizio romano Gneo Fonteio a Serapo, presso Gaeta – Veduta delle strutture semisommerse illustrate nel disegno del rilievo di Fig. 3 “sovrastrutture. 1,2,3,4,5 ecc…”; l’immagine è stata pubblicata nello studio di Giulio Schmiedt (2).

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(Fig. 6) Villa marittima di Sperlonga – Resti delle strutture semisommerse illustrate nel disegno del rilievo di Fig. 3 “sovrastrutture. 1,2,3,4,5 ecc…”; l’immagine è stata pubblicata nello studio di Giulio Schmiedt (2).

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(Fig. 7) Villa della Nave o Villa del patrizio romano Gneo Fonteio a Serapo, presso Gaeta – Veduta delle strutture semisommerse illustrate nel disegno del rilievo di Fig. 3 “sovrastrutture. 1,2,3,4,5 ecc…”; l’immagine è stata pubblicata nello studio di Giulio Schmiedt (2).

La notevole somiglianza con alcune strutture semisommerse a Serapo con le ‘Pilae‘ a S.Croce a Sapri,  è  suffragata anche e soprattutto – a nostro avviso – da alcune evidenze strutturali e fotografiche illustrate da Giulio Schmiedt (2), che nel 1972, parlava di alcune ville romane sul litorale laziale.

Le strutture semisommerse a S. Croce, dette ‘Pilae’

Le immagini illustrate nelle Figg. 3-5-6-7, pubblicate da Giulio Schmiedt (2), nel 1972, illstrano alcune strutture della ‘Villa della Nave’ o villa del patrizio romano Gneo Fonteio a Serapo (località di Gaeta). In particolare, l’immagine illustrata in Fig. 3, pubblicata dallo Schmiedt (2), illustra il disegno del rilievo in pianta, dove con la lettera “C si indicano i resti di sovrastrutture 1,2,3,4,5 = fondazioni sommerse di una veranda sul mare” che, come possiamo vedere dal raffronto delle altre immagini di Figg. 8-9-10-11-12, che illustrano le strutture a S. Croce, dette ‘Pilae’, si somigliano notevolmente. Le strutture semisommerse di S. Croce, sono molto simili a quelle della Villa della Nave a Serapo.  Secondo lo Schmiedt (2), le strutture della villa d’epoca romana del patrizio Gneo Fonteio, sono delle strutture o “fondazioni sommerse di una veranda sul mare”. In realtà, le strutture delle ville romane sul litorale laziale, e le ‘Pilae’ a S. Croce, sono delle strutture (costruzioni) semisommerse, forse portuali. Anche se oggi, in ambedue i casi, questre strutture, sono semisommerse, ovvero, in parte immerse nell’acqua del mare ed affiorano per pochi centimetri fuori il pelo dell’acqua, esse, rappresentano delle opere che in antichità si elevavano per diversi metri dal pelo dell’acqua di mare –  dove gettavano le loro forti fondazioni – e costituivano una poderosa costruzione – i cui piloni – andavano a costituire una passerella o di una veranda sul mare – come vuole lo Schmiedt. Credo si tratti di una struttura portuale utilizzata a mò di passerella elevata per l’attracco ed il ricovero dei navigli e che nel contempo era anche e soprattutto un sia molo flangiflutti a difesa delle violente mareggiate nei giorni di forte vento di libeccio. Infatti, a Sapri, si può vedere come nei giorni di forte vento di libeccio, il mare in burrasca, scarica e dirige tutta la sua violenta forza delle sue onde, proprio verso la direzione delle ‘Pilae’, costruite in quel punto per proteggere i piccoli legni ricoverati nel porticciolo della villa patrizia di S. Croce. Inoltre, dette strutture, sono semisommerse in quanto, esse, costituiscono la porzione in acqua – cioè le fondazioni di questi poderosi piloni. Cio è dimostrato dalla tipologia costruttiva e dai materiali utilizzati per la loro costruzione. Si vede chiaramente come queste strutture, siano nate per essere state costruite immerse nell’acqua del mare, dall’uso della malta idraulica utilizzata – la pozzolana – per le costruzioni in acqua. Infatti, le ‘pilae’ a S. Croce, sono per metà costruite con mattoni di tufo legati da un’impasto di inerte e pozzolana, fino al pelo dell’acqua di mare, mentre la parte che oggi affiora dal mare si vede costruita con diversi materiali: ciotoli di pietra locale mista ad una poltiglia di calce normale. Ecco cosa scrivevo in un mio studio Relazione per il nuovo Piano Regolatore di Sapri (1): “Proseguendo oltre, i resti del criptoportico delle ‘Cammarelle’, si concludono poco prima di un corpo di fabbrica ortogonale alla linea di spiaggia e proteso verso il mare, ovvero si protende sommerso sui fondali antistanti per circa mt. 30. Sono i resti di strutture affioranti dall’acqua del mare, in numero di cinque e disposti a difesa dei venti di libeccio. (Fig….). Queste strutture che il Napoli non voleva essere portuali (….), sono strutture murarie sommerse di una veranda sul mare simili a quelle di altre ville romane del litorale laziale (…), come quelle di Sperlonga e di Villa della Nave a Serapo (Fig….), simili a quelle presenti a Sapri, le cui strutture di fondazione sommerse ed affioranti dal mare sono costruite con mattoni di tufo e malta pozzolanica, la cui presenza testimonia inequivocabilmente la sua funzione di immersione,mentre,al di sopra del livello medio dell’acqua la costruzione avviene con pietre calcaree e malta cementizia. Queste strutture, nella tradizione orale locale venivano chiamate ‘Pile’ (Pilae). Nel 1928, l’Ing. G. Magaldi, redasse per incarico della Soprintendenza alle Antichità e Scavi della Campania un “Cenno storico archeo logico della città di Sapri” e pubblicava una planimetria particolareggiata (Fig….) ove indicava i rinvenimenti a S.Croce e, descriveva gli scavi e i ritrovamenti del 1884,in occasione dell’apertura della strada provinciale (ex SS 18) e,quelli effettuati nel 1906 in occasione della costruzione ecc..”

Cattura

(Fig. 8) Strutture semisommerse dette ‘Pilae’, a S. Croce a Sapri, molto simili a quelle della villa a Serapo

Le Pilae a S. Croce

(Fig. 9) Strutture semisommerse dette ‘Pilae’, a S. Croce a Sapri, molto simili a quelle della villa a Serapo

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(Fig. 10) Strutture semisommerse dette ‘Pilae’, in località S. Croce a Sapri

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(Fig. 11) Strutture semisommerse dette ‘Pilae’, a S. Croce a Sapri, molto simili a quelle della villa a Serapo

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(Fig. 12) Magaldi J., op. cit. (12), copia del suo rilievo dei rinvenimenti in occasione degli scavi del 1928.

L’Antonini sulle ‘Pilae’

Il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (3), nel 1745, nella sua ‘Lucania’, così descrive le preesistenze che vide a S. Croce, tra cui le ‘Pilae’:  “Il porto, ch’è di figura semicircolare, ha quasi due miglia di circonferenza, e la sua bocca è di circa mezzo miglio, guardando per dritto a mezzo giorno; quindi è, che spirando quei venti, i legni non sono sicuri nel porto. Avevano a questo difetto rimediato gli antichi (che ben il conobbero) col fare un gran riparo di scogli all’imboccatura di esso, che ricevendo di fronte gli urti delle tempestose onde, faceva, che al di dentro tutto stasse in calma: di questo riparo pochissimo oggi n’è rimasto, ed appena si vede sott’acqua, essendo il di più stato consumato, e roso; ma se mai al Governo piacesse di fare stendere un piccolo braccio, o di scogli, o di fabbrica verso la Torre chiamata Buondormire, che sta ad occidente, lo che costerebbe pochissimo, si farebbe allo Stato ed a’ forestieri ancora un gran benefizio, perché i navilj, che vanno, o vengono da Calabria, da Sicilia, da Puglia, da Malta, avrebbero ove ricoverarli; non essendoci adesso da Messina fino a Baja porto né così capace, né più opportuno; ed in tal caso converrebbe ancor nettar il porto stesso, che presentemente…”.

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Questo cippo funerario da Sapri, del I sec. d.C., menziona il duovir des(ignatus) Lucio Sempronio Prisco (71), e attesta che la colonia (Vibo) era retta da magistrati annuali, i duoviri, tipici delle colonie latine; forse la città ricevette anche una colonia di veterani al tempo delle guerre civili. L’iscrizione porta un buon sostegno all’ipotesi della colonia di Vibo, e non occorre attribuire il personaggio, come è stato fatto, a Blanda o a Bussento. Etc…”. E’ interessante l’ipotesi del La Greca sulle origini della città di Vibone, che in sostanza riprende ciò che aveva in precedenza scritto e creduto l’Antonini. Non è chiaro se il La Greca, nel riferirsi alle rovine di S. Croce si riferisca ad una città di origine sabellica o Lucana o si riferisca alla colonia latina di Vibona. Si è visto che, sebbene si propenda per l’ipotesi della Villa romana di S. Croce appartenente come proprietà ai “Sempronii”, duumviri, probabilmente parenti a Tiberio Sempronio Longo, della colonia romana di Buxentum, non ritengo valida l’ipotesi che i “Sempronii”, probabilmente proprietari della villa di Sapri, ricoprissero la carica di duumviri (o duumviro edile) per disporre della colonia di Vibo ma essi disponevano della colonia romana e Sillana di Buxentum. Il La Greca, a p. 34 continuando il suo discorso sull’area di S. Croce scriveva pure che: “Ricerche recenti nell’area della villa romana di Santa Croce a Sapri (72)  hanno stabilito che il livello del mare in epoca storica era più basso dell’attuale di circa 1,80 m. La linea di costa tuttavia presentava qui un andamento particolare, e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto, l’area successiva del lungomare, che oggi ospita edifici abitativi moderni, costituiva allora una piccola insenatura marina.”. Il La Greca, a p. 34, nella nota (72) postillava: “(72) Toccaceli 2003”. Il La Greca, a p. 34, nella nota (72) si riferiva al testo del geologo Romeo Toccaceli (….), ed a p….., nella bibliografia scriveva: “(72) TOCCACELI 2003 = R. M. TOCCACELI, Evidenze geoarcheologiche della variazione del livello del mare in età storica: l’insediamento romano di S. Croce (Sapri – Golfo di Policastro), in ALBORE LIVADIE – ORTOLANI 2003, pp. 255-264. TRA LAZIO E CAMPANIA 1995 = AA. VV., Tra Lazio e Campania.”, su cui contenuto nutro dei dubbi. Il La Greca si riferisce ad uno studio geomorfologico del geologo Romeo Toccaceli di Sapri che, nel 2003 riteneva che “…il livello del mare in epoca storica era più basso dell’attuale di circa 1,80 m.”. Il Toccaceli (ed in questo caso il La Greca, ritenevano che in epoca storica, senza peraltro specificare quale epoca storica a cui si riferisse, il livello del mare era più basso di circa mt. 1, 80. Dunque, essi ritenevano che nell’antichità, l’area delle rovine di S. Croce, il livello del mare era molto più basso dell’attuale, tanto che, il La Greca affermava che in epoca antica: “La linea di costa tuttavia presentava qui un andamento particolare, e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto, l’area successiva del lungomare, che oggi ospita edifici abitativi moderni, costituiva allora una piccola insenatura marina.”. Il La Greca riteneva che il molo frangiflutti (le pilae) e le “cammerelle”, in epoca antica non erano bagnate dal mare, ovvero erano all’asciutto. Se pur ammettendo l’evidenza geologica che nell’antichità la linea costa presentasse un andamento particolare, non mi pare possibile, invece che “un andamento particolare”, l’avesse pure la linea orografica del sottosuolo di Sapri e della baia di Sapri. Inoltre, ammettendo per buona l’ipotesi e gli studi di Toccaceli da cui risuta che tutta la villa ed il molo (le pilae), rovine che insistono nell’area di S. Croce, in parte sommersi dall’acqua, siano state in epoca antica  “e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto”, mi chiedo come risulta possibile che, la tipologia costruttiva del molo frangiflutti (dalla tradizione chiamato le “Pile” (da “Pilae”, ovvero pilone) denoti una diversa tipologia costruttiva adatta alle costruzioni marine ?. Mi spiego meglio. Dall’analisi della costruzione della Pilae, un molo frangiflutti costruito a protezione delle opere prossime alla battigia del mare a S. Croce, si vede chiaramente quale sia stato sempre il livello del mare. Le “Pilae”, di Sapri sono costituite da una porzione posta sotto l’acqua del mare e, un’altra porzione che affiora dal livello del mare, visibile al visitatore. Esse sono state costruite con due tipologie costruttive diverse tra loro. La porzione di opera sottomarina è stata costruita usando una malta idraulica a base di pozzolana. Questo dimostra che i romani costruirono le “Pilae” nell’acqua del mare che, all’epoca, già era presente. Infatti, l’opera serviva a proteggere la piccola insenatura dai flutti marini, marosi, che in certi giorni di burrasca si vedono infrangersi proprio verso la Pilae. Dunque, se a S. Croce, il livello del mare è stato, come io credo, almeno dall’epoca romana come è attualmente, ne va da se che l’ipotesi del La Greca e di altri non hanno fondamento. A S. Croce, il mare c’è sempre stato così come lo vediamo ora e con lo stesso livello. Era talmente sostanziale la presenza del mare che i romani dovettero costruire il molo frangiflutti a divesa dei venti di mezzogiorno particolarmente rovinosi nelle giornate di burrasca. Felice Grippa (….), nel suo Sapri –  Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 73 e 74, venivano pubblicati due disegni ricostruttivi della villa d’epoca romana che mostrano chiaramente la Villa disposta all’asciutto e su un pianoro leggermente rialzato rispetto alla linea della battigia del mare. La ricostruzione dell’autore dei disegni, però, nella sua ricostruzione a volo d’uccello (dall’alto) della villa di S. Croce, non tiene minimamente conto delle opere portuali, del criptoportico delle “Camerelle” e del molo frangiflutti. Le evidenze archeologiche in sito denotano, è vero, delle opere murarie ad un livello superiore a quello marino ma queste costituiscono un tutt’uno con le opere murarie sottostanti, quelle cioè che si vedono dalla battigia del mare, che sono opere portuali e che, nel caso del molo frangiflutti (chiamato Pila), posto un pò più avanti, erano opere costruite con le loro fondamenta nel mare stesso, dunque opere portuali.

Nate bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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(2) (Figg. 3-5-6-7-8) Schmiedt G., ‘Il livello antico del Mar Tirreno – testimonianze dei resti archeologici, Firenze, Leo S. Olschki editore, 1972; le immagini sono tratte dal Cap. 5 – “Da Anzio alla foce del F. Garigliano” e, sono le immagini della ” e- Villa della Nave a Serapo”, o villa del patrizio romano Gneo Fonteio a Serapo (località di Gaeta), e sono: la n. 146 di p. 134, che illustra un disegno del rilievo dall’alto di Villa della Nave o villa del patrizio romano Gneo Fonteio. In particolare, lo Schmiedt, pubblica la Fig. 3 che corrisponde alla Fig. 146 a p. 134; la Fig. 5, corrisponde alla Fig. 149, a p. 137; la Fig. 6, corrisponde alla Fig. 148, a p. 136; la Fig. 7, corrisponde alla Fig. 147, publicata a p. 135.

(3) Antonini G., La Lucania, I Discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, pp……..

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(4) (Fig. 10) Schmiedt G., Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Parte II- I Porti delle Colonie Greche, stà nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975 (che noi possediamo in originale), pp. 78-79. Lo studioso  Giulio Schmiedt, nel 1975, pubblicò un’interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Nel suo studio, sugli ‘Antichi porti d’Italia’ (2), lo Schmiedt, riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicam e che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino” (riferendosi al punto ove si trova il Faro Pisacane).

(5) Mazzella Napolitano S., Descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1568, p. 79 che oggi si può scaricare gratis da:  https://books.google.it/books?id=Z5wDWIysb_0C&pg=PA250&dq=scipione+mazzella+napolitano,+descri&hl=it&sa=X&redir_esc=y#v=onepage&q=scipione%20mazzella%20napolitano%2C%20descri&f=false.

(6) Curzio N., Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dal-l’Etna ai sette colli, estratto dal Pensiero Cattolico, Manduria, 1910, cap. XIV, p. 29.

(7) Greco G., Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32.

(8)  Johannowsky W., Atti XXII Congresso sulla Magna Grecia, Taranto, 1982, p. 422; si veda pure 1983b;  si veda pure dello stesso autore: ‘Le Ville romane dell’età imperiale‘, stà  in: Itinerari turistico culturali in Campania, n. 3, Società Editrice Napoletana, pp. 116, Napoli.

(9) Scarfone A., “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in “Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia”, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA;

(10) (Figg. 1-2) “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, tratto da Schmiedt G., ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia’, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79. Schmiedt, alla nota 173 di p. 78, scrive in proposito: “un vecchio schizzo eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”. Il disegno originale è conservato all’I.G.M. di Firenze – Nuovo Archivio, Sede S. Marco, classificazione catastale, 75-11, armadio 93, cartella 82, doc. n. 52, scans. 93, e si può ottenere la sua fotoriproduzione digitale andando sul sito: https://www.igmi.org/carte-antiche/digitale_300_dpi/carta-1507626269.46?searchterm=Genio+Napoletano

(11) Beguinot C., Il Cilento – Problemi urbanistici, ed. del Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, collana diretta da Ruggero Moscati, VIII, Napoli, 1960.

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(12) Magaldi Josè, Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni, Incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, Sapri, Marzo 1928, Anno VI; questo scritto di cui noi possediamo una copia donataci dall’autore, è inedita ma depositata a Salerno.