I ‘Saraceni’ nel Cilento

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(Fig. 1) Pagina miniata di un codice che illustra l’assalto dei Saraceni al Castello (Kastron bizantino) di Agropoli

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. In questo mio saggio, vorrei analizzare le notevoli testimonianze su ciò che hanno prodotto i Saraceni nel corso dei secoli, nel corso delle loro numerose incursioni, le cui testimonianze si fanno risalire alla guerra Gota e a Belisario.

LE FONTI

Il Chronicon Salernitanum

Pietro Ebner, a p. 16, nella nota (32) postillava: “(32) Se pure è dubbia la voce nel testo del Capitolare Siconolfo-Radelchi (‘Chronicon Salernitanum’), crit. edit. by Ulla Westerberg, Stocholm 1956, p. 85 sgg. e 219 sgg), etc…”. Ebner sul Chronicon salernitanum, a p. 27, in proposito scriveva che: “A partire dallo stesso compilatore del ‘Chronicon salernitanum’ (a. 978), quel monaco del monastero di S. Benedetto di Salerno che, etc…”. Sempre sul Chronicon Salernitanum, Ebner, a p. 277, in proposito scriveva: “Ma quest’ultimo titolo lo si legge solo nel ‘Chronicon Salernitanum’ dell’arcivescovo Romualdo (1153-1182) etc…”. Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze, 1954, p. 12, che il Chronicon ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

Il ‘Chronicon Salernitanum’ dell’Anonimo Salernitano

Piero Cantalupo cita il “Chronicon Salernitanum”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 77-78, riferendosi al longovardo duca di Benevento: Sicardo……….., occupò i litorali di Stabia e di Torre, depredò la costiera amalfitana e conquistò facilmente Amalfi, dalla quale moltissimi cittadini furono condotti a Salerno: “nell’intento di fare della stessa Amalfi un sobborgo di Salerno”, come dice il Cronista Salernitano (1).”. Il Cantalupo, a p. 77, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Chronicon Saler., cit., p. 73”. Il Cantalupo, a p. 72, nella sua nota (1) postillava che: “(1) U. WESTEMBERGH nella sua edizione critica del ‘Chronicon Salernitanum’ (A critical Edition with Studies on Literary and Historical Soruces and on Language, by Ulla Westembergh, Stockholm, 1956, in Studia Latina Stockholmiensia, III ,pp. 85 sg. ecc..”. Chi è l’Annalista Salernitano ?. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. L’Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29). Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal ‘Liber Pontificalis’, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nessun valore documentale va invece attribuito al Chronicon Cavense, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici Annales Cavenses): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a ‘Historia principum Langobardorum’ (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Come ha scritto lo storico Nicola Acocella, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – Chronicon Salernitanum (seconda metà del secolo X)”, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a pp. 84, nella nota (189) postillava: “(189)…..Analogamente Agropoli, nel Cilento settentrionale, è considerata in “finibus Graecarum”, punto di sbarco delle armate di Belisario e di Narsete, dove “due messi inviati da Bisanzio al principe Arechi” doverono dimorare prima di continuare il cammino verso Salerno, come ricorda papa Adriano in una lettera a re Carlo (cfr. P. Ebner, Economia e Società nel Cilento medievale, cit., I, cit., p. 3″.

Il Chronicon Cassinense o Chronicon Monasterii Casinensis

Il Chronicon Cassinese o ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense o Leone Marsicano. La Chronica sacri monasterii casinensis (“Cronaca del sacro monastero cassinese”), anche conosciuta come Chronica monasterii casinensis (“Cronaca del monastero cassinese”) o semplicemente Chronicon casinense (“Cronaca cassinese”), è una cronaca medievale redatta da Leone Marsicano (1046-1115) e poi “continuata” da Pietro Diacono (1107/1110-1159). Il testo tratta della storia dell’Abbazia di Montecassino dalla fondazione, ad opera di Benedetto da Norcia nel 529, fino al XII secolo, nonché delle vicende del territorio sottoposto all’Abbazia, ovvero lo stato feudale medievale della Terra Sancti Benedicti. La Chronica è suddivisa in quattro libri, l’ultimo dei quali venne redatto da Pietro Diacono diversi anni dopo la morte di Leone Marsicano. Per la redazione di questa cronaca medievale, Leone Marsicano, si servì della Chronaca di Romualdo Guarna Salernitano (…). L’originale in latino: “Chronica sacri monasterii casinensis”, Lutatiae Parisiorum, Ex Officina Ludovici Billaine 1668. Il Chronicon Cassinese, di Leone Ostiense, La Chronaca di Lupo Protospada, è stata pubblicata dal Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano, pp. 135.

Il Chronicon Cavense detto anche Annalista Salernitano

L’opera pubblicata dal Pratilli fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Il Barra (…), fornisce questa notizia e cita il ‘Chronicon Cavense’ che su wikipidia leggiamo essere un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli (…), antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il ‘Chronicon’ si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di ‘Annalista Salernitanus’, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. In uno scritto tratto dalla rete ho notato le seguenti parole: “Secoli dopo i monaci benedettini fondarono la Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C. La ricostruzione della chiesa, sempre ad opera dei benedettini, deve collocarsi tra il 1058 (anno in cui fu presumibilmente rifondata l’antica abbazia di San Nazario) e il 1104, quando il Barone di Novi assegnò alla badia di Cava la chiesa e l’annesso villaggio rurale.”. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451),…..Questi dettagli tuttavia sembra che debbano essere accettati con estrema riserva, se non totalmente rigettati. Il Chronicon Cavense di Pratilli, molto preso dal Duca d’Acquara (Tav. Cronol. Napoli, 1762, in I, passim.), portato alla luce da De Meo (Ann. Criti. Dipl. III, p. 185, ecc..), sotto il nome di ‘Annalista Salernitano’, dal luogo dove gli sembrò avesse scritto, in seguito ai numerosi dubbi sollevati dal dotto D. Salvatore Maria De Blasi (Lett. famil. Rosini, Napoli, 1786, in f., pp. 33, 47, 57, 72, 78, 94, ecc..); il Chronicon Cavense, diciamo, è stato attaccato come apocrifo e falso; etc…”. Rocco Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che esso è citato nell’Annalista Salernitano. Chi è l’Annalista Salernitano ?. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». La notizia di un ‘Aliprando de Bussentio’, nell’anno 825, citata dal Gaetani (…), trova conferma nel testo della ‘Chronicon Cavense’, pubblicato dal monaco Francesco Maria Pratilli, nel 1643, lo pubblicò. Alcuni autori, scrivono che questa è stata una falsificazione. Francesco Maria Pratilli (…),  lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Pratilli (…), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’, che contiene: “Chronicon Cavense ineditum cum notes Francesco Maria Pratilli, p. 381.”, a p. 390, scrive che: “A. 823. Leutarius Lugduici coronatur Augustus a Papa Pascali, Landulphus Gastaldus sit Comes & Sicopoles estruitur pro sui comitatus custodia (3).”. Il Pratilli, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Erchemperto, n. 9, to. I, huius operis, & to. 2. ubi de hoc ‘Landulfo’ plurima.”. Sempre il Pratilli, si legge: “A. 825. Moritur Pascalis (4). Et Paulo postea obiit Adulfhus Prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Bussentio (5).“. Il Pratilli, nella sua nota (4) a p. 390, postillava che: “(4) A. potius 824. ut Pagius, aliique evincunt.”, e poi nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Dunque, vediamo cosa scrisse l”Annalista Salernitano’ nel suo ‘Chronicon Cavense’. Il Chronicon, riporta la notizia citata dal Gaetani che nell’anno 825, muore il papa Pascale (4). Poi nello stesso anno morì Adolfo Paolo Preposito che fu sotituito Aliprando di Bussentio (5). Infatti, il Gaetani (…), scriveva che nell’anno 823 (e non 825), Aliprando di Bussentio, fu sollevato (fu sostituito) al governo della Badia di Salerno. Di cosa si parlava nel Chronicon ?.

Giovanni Diacono (Johannes Diaconus) o Giovanni di Napoli

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 127 parlando del duca di Napoli, Andrea, in proposito scriveva che: Né lo facevano solamente di loro voglia, ma spesso ancora dagli stessi Italiani chiamati, e poi tenuti (2) a proprio soldo, come fece Andrea Duca di Napoli, per servirsene contro Sicardo Principe di Benevento. Leggesi questo in Giovanni Diacono, nei ‘Vescovi di Napoli’ in Giovanni: Pro quibus commotus Andreas Dux, directo Apocrifario, validissimam Saracenorum hostem ascivit’.”. L’Antonini si riferiva al testo di Giovanni Diacono (….), “Gesta Episcoparum Neapolitanorum”, nei “Vescovi di Napoli” egli scriveva che: “Pro quibus commotus Andreas Dux, directo Apocrifario, validissimam Saracenorum hostem ascivit”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 77, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Giovanni Diacono, ‘Gesta Episcoporum Neapolitanorum’, in M.G.H., SS. RR. LL. et Ital., cit., c. 57, 431.”. Il testo citato dal Cantalupo, “Gesta Episcoporum Neapolitanorum” (Storia dei Vescovi Napoletani), il chronicon di Giovanni Diacono è contenuto e pubblicato nel testo di Monumenta Germanica Hitalicarum. Secondo il Cantalupo, il testo di Giovanni Diacono è contenuto nella raccolta “Monumenta Germaniae Historica”, SS. RR. LL. et Ital., c. 57, fol. 431. Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Diacono, o Giovanni di Napoli (seconda metà del IX secolo – inizi X secolo), è stato uno storico italiano. Rettore della diaconia di San Gennaro, è autore di una cronaca dei vescovi napoletani o, perlomeno, di una parte della stessa (quella del periodo 763-872). L’opera è un’importante fonte storica che offre ragguagli sui rapporti tra Napoli, Roma, i principati longobardi e l’Impero Bizantino. Redasse anche degli Acta di santi.Sulla Treccani on-line leggiamo che egli è stato un Cronista napoletano (seconda metà sec. 9º – inizî sec. 10º). Rettore della diaconia di S. Gennaro, scrisse una cronaca dei vescovi napoletani (con aspetti di storia universale) o meglio la parte più importante di essa (763-872): veridica come narrazione di fatti e notevole per il buon latino, illumina la storia delle relazioni di Napoli con Roma, i principati longobardi e Bisanzio. Scrisse pure alcuni Acta di santi. Recentemente però è apparso sulla rete il testo di Luigi Andrea Berto (….). Berto, nella prefazione al suo testo scriveva: “Nell’alto Medioevo Napoli subì drastiche modificazioni. Da zona di frontiera dell’impero bizantino diventò una delle più rilevanti potenze nel Meridione. Nell’ottavo e nono secolo i Napoletani avevano inoltre ottenuto la piena indipendenza da Costantinopoli, evitato di essere assorbiti dai Franchi e dai Longobardi di Benevento e di subire disastrose distruzioni ad opera dei musulmani. I testi riuniti in questo volume (le uniche opere cronachistiche scritte a Napoli prima del XIV secolo) ripercorrono le vite di tutti i vescovi di Napoli, dal semileggendario Aspreno (I secolo) ad Atanasio II (fine IX secolo) che furono furono messe per iscritto in questo periodo di fondamentale importanza per la città. La disponibilità di pochissime informazioni sui prelati partenopei fino all’ottavo secolo fece sì che la prima parte di questo testo sia poco più che una lista. Molto più dettagliata e ricca di informazioni, non soltanto sui vescovi, è invece la sezione successiva, particolarità che la rende una fonte estremamente preziosa per ricostruire la storia della Napoli altomedievale.”. Sul cronicon di Giovanni Diacono ha scritto anche Matteo Mazziotti (….), nel suo “La baronia del Cilento”, a p. 42, che parlando di Agropoli, in proposito scriveva: “…..stanto al racconto di Giovanni Diacono, ivi i Saraceni sarebbero stati prima di impossessarsi del Castello di Agropoli (4).”. Mazziotti, a p. 42, nella nota (4) postillava: “(4) Licosae latitabant. Giovanni Diacono, Chronicon episcoporum sanctae neapolitanae ecclesiae. (Raccolta di varie cronache e diari, Vol. 3° pag. 86).”. Dunque, il titolo del cronicon di Diacono non è quello indicato dal Cantalupo ma è “Chronicon episcoporum sanctae neapolitanae ecclesiae”. Nel testo “Collectio Salernitana”, di AA.VV., tomo I, 1852, Napoli, a p. 518, in proposito è scritto: “Altra prova di ciò trovasi nella prefazione che il cel. Muratori prepose all’opera ‘Chronicon Episcoporum sanctae Napolitanae Ecclesiae’ scritta da Giovanni Diacono nella chiesa di S. Gennaro di Napoli verso il cadere del IX secolo. Questo dotto napolitano compose quella cronaca nella sua gioventù, e poscia molte altre opere scrisse e tradusse e fra le altre voltò dal greco al latino l’opera ‘Acta Sanctorum Eustratii et Sociorum’. “.

Una fonte: Costantino VII Porfirogenito

Da Wikipedia leggiamo che Costantino VII Flavio, detto il Porfirogenito (in greco medievale: Κωνσταντῖνος Ζ΄ Φλάβιος Πορφυρογέννητος, Kōnstantinos VII Flāvios Porphyrogennētos; Costantinopoli, 18 maggio 905– Costantinopoli, 9 novembre 959), è stato un sovrano, scrittore e studioso bizantino, formalmente Basileus dei Romei dal 9 giugno 911 al 12 maggio 912 e poi dal 6 giugno 913 fino alla sua morte. Colto e intelligente, si disinteressò per gran parte della propria vita delle questioni politiche, lasciando l’effettivo potere imperiale nelle mani dei suoi reggenti e co-imperatori, per poi riappropriarsene solo dopo oltre trent’anni dalla formale ascesa al trono. Benché sovrano debole e facilmente influenzabile nelle questioni militari e governative, di cui si occupava solo in maniera puramente teorica, sotto il suo regno si ebbe una crescita culturale senza precedenti, alimentata dalla sua passione per la scrittura e per lo studio. Fecondo autore, redasse almeno due saggi sull’amministrazione imperiale e sul cerimoniale bizantino, commissionandone molti altri e facendo redigere con zelo nuove edizioni dei capolavori della storiografia classica. Tuttavia, nonostante la sua apparentemente poco rilevante attività politico-militare, affidando la gestione ed il comando delle armate a valenti generali diede una spinta decisiva alla grande restaurazione bizantina in Anatolia e nei Balcani, completata da suo nipote Basilio II. Costantino VII dedicò gran parte della propria vita allo studio della letteratura classica greco-romana, redigendo personalmente quattro opere; il De cerimoniis aulae byzantinae, il De administrando imperio, il De thematibus, e un’estesa biografia sul nonno Basilio I. Tuttavia la sua attività è considerata rilevante non perché espanse la conoscenza della civiltà bizantina nei vari campi del sapere, ma perché puramente «compilatoria», atta cioè alla preservazione della cultura classica o greco-medievale; al fine di educarlo dedicò inoltre i propri scritti al figlio Romano II. De ceremoniis (titolo completo: De ceremoniis aulae byzantinae talvolta riportato come caeremoniis o cerimoniis) è il titolo latino di un’opera dell’imperatore bizantino Costantino VII Porfirogenito (913-959), parzialmente rivista e aggiornata sotto Niceforo II Foca (963-969), forse sotto la supervisione di Basilio, il Parakoimomenos (Περὶ τῆς βαςιλείου Τάξεως). Il testo descrive le procedure cerimoniali, anche nei più minuti dettagli, dalla prospettiva degli ufficiali di corte ed altri argomenti nella misura in cui facevano parte della vita quotidiana di Costantinopoli. Una delle sue appendici è il Tre trattati sulle spedizioni militari imperiali. De administrando imperio è un’opera scritta tra il 948 e il 952 dall’imperatore bizantino Constantino VII. Costantino fu un imperatore-studioso, sotto il quale vi fu una rinascita dell’insegnamento e della vita intellettuale nell’Impero bizantino. Scrisse molte altre opere, tra cui De ceremoniis, un trattato sull’etichetta e le procedure della corte imperiale, e una biografia di suo nonno Basilio I. La traduzione del titolo dell’opera è Dell’amministrazione dell’impero; il titolo originale è Πρὸς τὸν ἴδιον υἱὸν Ῥωμανόν (Pros ton ìdion hyiòn Rōmanòn, “Al nostro proprio figlio Romano”) ed era destinato ad essere un manuale di politica interna ed estera per il suo figlio e successore, l’imperatore Romano II. Contiene dei consigli sul funzionamento del multietnico impero e sul modo di combattere i nemici esterni. Vi sono combinate due opere precedenti di Costantino, Περὶ ἔθνων (Perì èthnōn, “Riguardo ai popoli”), in cui si parla della storia e delle caratteristiche delle nazioni confinanti con l’impero, e Περὶ θεμάτων (Perì themàton, “Riguardo alle province”), che si occupa degli eventi da poco accaduti nelle province. Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, riferendosi a Camerota, in proposito scriveva che: Dovea forse così Camerota esser uno dè cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua Istoria al ‘num 55.’ scrive essere in Italia in mano dè Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, che…etc…. Nel manoscritto del marchese di S. Giovanni (Marcello Bonito ?) è scritto: Fra le altre città (parlando del dio saraceno) occuparono Camerota sopra il mare in luogo alto e sicuro, e neppure vicino al mare Agropolis, ed i suoi cittadini sono ancora rozzi ai nostri tempi, e conservano i costumi del Saraceni.”. Dunque, la notizia riferita dal Pasanisi prima e da Ebner e dal Vassalluzzo e dal Guzzo dopo è tratta da un passo di Porfirogenita (….) che è riportato dall’Antonini. Secondo il Porfirogenita (….), Camerota, nell’anno 868 doveva essere uno dei 150 luoghi, che chiama “munita Oppida” occupati dai Saraceni o musulmani stanziatisi pure ad Agropoli.

Il Chronicon Cavense detto anche Annalista Salernitano

L’opera pubblicata dal Pratilli fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Il Barra (…), fornisce questa notizia e cita il ‘Chronicon Cavense’ che su wikipidia leggiamo essere un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli (…), antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il ‘Chronicon’ si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di ‘Annalista Salernitanus’, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. In uno scritto tratto dalla rete ho notato le seguenti parole: “Secoli dopo i monaci benedettini fondarono la Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C. La ricostruzione della chiesa, sempre ad opera dei benedettini, deve collocarsi tra il 1058 (anno in cui fu presumibilmente rifondata l’antica abbazia di San Nazario) e il 1104, quando il Barone di Novi assegnò alla badia di Cava la chiesa e l’annesso villaggio rurale.”. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451),…..Questi dettagli tuttavia sembra che debbano essere accettati con estrema riserva, se non totalmente rigettati. Il Chronicon Cavense di Pratilli, molto preso dal Duca d’Acquara (Tav. Cronol. Napoli, 1762, in I, passim.), portato alla luce da De Meo (Ann. Criti. Dipl. III, p. 185, ecc..), sotto il nome di ‘Annalista Salernitano’, dal luogo dove gli sembrò avesse scritto, in seguito ai numerosi dubbi sollevati dal dotto D. Salvatore Maria De Blasi (Lett. famil. Rosini, Napoli, 1786, in f., pp. 33, 47, 57, 72, 78, 94, ecc..); il Chronicon Cavense, diciamo, è stato attaccato come apocrifo e falso; etc…”. Rocco Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che esso è citato nell’Annalista Salernitano. Chi è l’Annalista Salernitano ?. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». La notizia di un ‘Aliprando de Bussentio’, nell’anno 825, citata dal Gaetani (…), trova conferma nel testo della ‘Chronicon Cavense’, pubblicato dal monaco Francesco Maria Pratilli, nel 1643, lo pubblicò. Alcuni autori, scrivono che questa è stata una falsificazione. Francesco Maria Pratilli (…),  lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Pratilli (…), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’, che contiene: “Chronicon Cavense ineditum cum notes Francesco Maria Pratilli, p. 381.”, a p. 390, scrive che: “A. 823. Leutarius Lugduici coronatur Augustus a Papa Pascali, Landulphus Gastaldus sit Comes & Sicopoles estruitur pro sui comitatus custodia (3).”. Il Pratilli, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Erchemperto, n. 9, to. I, huius operis, & to. 2. ubi de hoc ‘Landulfo’ plurima.”. Sempre il Pratilli, si legge: “A. 825. Moritur Pascalis (4). Et Paulo postea obiit Adulfhus Prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Bussentio (5).“. Il Pratilli, nella sua nota (4) a p. 390, postillava che: “(4) A. potius 824. ut Pagius, aliique evincunt.”, e poi nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Dunque, vediamo cosa scrisse l”Annalista Salernitano’ nel suo ‘Chronicon Cavense’. Il Chronicon, riporta la notizia citata dal Gaetani che nell’anno 825, muore il papa Pascale (4). Poi nello stesso anno morì Adolfo Paolo Preposito che fu sotituito Aliprando di Bussentio (5). Infatti, il Gaetani (…), scriveva che nell’anno 823 (e non 825), Aliprando di Bussentio, fu sollevato (fu sostituito) al governo della Badia di Salerno. Di cosa si parlava nel Chronicon ?. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’Francesco Maria Pratilli (Santa Maria Capua Vetere, 10 ottobre 1689 – Napoli, 30 novembre 1763) è stato un prete, archeologo e antiquario italiano, membro dell’Accademia Ercolanese, noto per il suo lavoro di realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Paul Fredolin Kehr (…), nel suo ‘Regesta Pontificum Romanorum, Italia Pontificia, vol. VIII, Regnum Normannorum- Campania’, pubblicato nel 1935, a p. 364, del suo vol. VIII, in proposito al Monastero di S. Benedetto di Salerno scriveva che: De primis eius temporibus nihil nisi notitia quaedam exstant in Chronico Cavensi a F.M. Pratilli impudentissime conficto (ed. Pellegrini Hist. principum Langobardorum IV 386 sq.). Sed non solum, quae ibi de privilegiis Leonis III, Gregorii IV, Leonis ecc…”. Scrive sempre il Kehr (…) che: “Chronico Casinensi uberiores notitias legimus de monasterio s. Benededicto Salernitano, quod iam olim cum Casinensi coenobio coniunctum fuisse fuisse videtur; narrat enim Waimarium principem Basilio exabbati ecc..”. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Kopke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il ‘Chronicon Cavense’, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolph Kopke. La fabbricazione del ‘Chronicon Cavense’ è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’“forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. Si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Dunque il Kehr (…), scriveva che ricche informazioni sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, provengono anche dall’altro ‘Chronicon’, detto “Chronicon Cavensis”E’ un’opera spuria che alcuni ritengono costruita dal Pratilli (…). Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Fredolin Kehr (….) scriveva che le prime notizie in assoluto che arrivano per il Monastero di S. Benedetto si possono estrapolare da un antico Chronicon pubblicato dal Pratilli e poi in seguito ripubblicato dal Pellegrino nel 1710.

Il ‘Chronicon Salernitanum’ o ‘Anonimi Salernitani’

I due studiosi Crisci e Campagna (….), a p. 35, postillavano a riguardo che: “Il ‘Chronicon’ fu scritto non molto dopo il 974, perchè descrive eventi che dalla metà del 700 (747) si fermano a questa data, è, parlando della morte di Adelchi, avvenuta nell’878, dice che è passato un centinaio di anni. Fu pubblicato dal Pratilli, nella ‘Historia Principum Longobardorum, Napoli, 1750, II, 37-323. Altra pubblicazione, non completa, fu fatta da C. Pellegrino, integrata da L. A. Muratori, ‘Rerum Italicarum Scriptores, t. II, p. II. Il Pertz, seguendo il ‘Codice Vaticano Latino 5001, ha dato una edizione critica col titolo di ‘Anonimo Salernitano’ in M.G.H., ed. 1839. Ed è la migliore edizione.”. Sempre il Crisci ed il Campagna (…), a p. 52, in proposito scrivevano che: “Il ‘Chronicon Salernitanum’ è il primo documento che ci tramandi i nomi di alcuni vescovi (1): di quelli che ressero la diocesi nel periodo storico di cui l’autore narra gli eventi: dalla metà del 700 (747 circa) al 974.”. Il ‘Chronicon Salernitanum’, o ‘Anonimi Salernitani’, è un’opera raccolta nel Codice Vaticano Latino 5001, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana a Roma e, la pagina che interessa è la p. 147 r che quì pubblico:

Cod. Vat. lat. 5001, p. 147r

(Fig…) Codice Vaticano Latino n. 5001, contenente il “Chronicon Salernitanum”, p. 145r

Nel codice ms. Vaticano Latino n. 5001, che riporta in forma amanuense la trascrizione del ‘Chronicon Salernitanum’, a p. 145, leggiamo che: “Iam fati Salernitani, qui Benevento exiliati degebant, ad Georgium patricium clanculo perrexerunt, et in hunc modum verba promserunt: ” Quid dabitis nobis, si nos munitam Salernitanam urbem sub vostra diccione commictimus? ” Ad hec patricius cum magno gaudio plurima et precipua dona promittebat. Illi vero subiunserunt: ” Statue die quam illuc clam magno exercitu pergamus, quia nos incunctanter promictimus illius civitatis fores pate esse facturos. ” Ille patricius ut talia auribus aurisset, valde gavisus est, atque ut id fieret, omnimodis gratulabatur, et sine mora per Calabrie Apulieque fines misit, et exercitus coadunavit, faciens famam, ut super Agarenos, qui illo in tempore in Gariliano degebant, ex improviso irrueret. In tempesta noctis, quando fexi gravi sopore opprimuntur, dictus ille patricius cum magno apparatu Salernum venit, licet Beneventani cum eo mixti venerunt. Sed dum non procul menia properarunt, illi vero exiliati fores urbis properarunt, et arte qua poterant porte pate fecerunt, et ocius patricius Georgio promulgarunt. Ille namque valde sese perturbavit, atque idipsum unum ex suis ad explorandam urbem iterum misit; sed dum et ille eadem verba retulisset, sagacissimus ille presul Petrus, qui sanctam Beneventanam sedem illo in tempore preerat, huiusmodi verba exorsus est: ” Pro qua re nos huc fatigasti, et minime nobis que clam in pectore gerebas enodasti? Pro certo scitote, quia si hanc urbem furtim ingredimur, omnes ibidem pariter periemus, et dum tripudiare satagis, veremur, ne veniat detrimentum. ” Dum hec et hiis similia presul predictus verba repeteret, idipsum et Beneventani exinde inter se susurrarent, patricius ille nefandiximus menu perculsus, ceterique Argivi in fugam conversi sunt. De civitate vero omnimodis nil que Greci gesserant compererunt. Illi vero conductores malorum, qui fuerant orti ex vico cui Saranianus nomen est, [duperati] dum superati essent, per eundem vicum perrexerunt, uxores liberosque suppellectileque secum gestantes, Beneventi fines abierunt.”, che tradotto più o meno è: “La sorte dei Salernitani, che furono esiliati da Benevento, andò in segreto dal patrizio Giorgio, e così parlò: “Che cosa ci darai, se abbiamo messo in imbarazzo la città fortificata di Salerno sotto la tua giurisdizione? A questo il patrizio promise con grande gioia molti doni e doni speciali, ma aggiunsero: “Decidi il giorno che dovremmo andarci con un grande esercito, perché noi senza esitazione promettiamo che le porte di quello stato saranno aperte”. “Quel patrizio fu molto contento di aver sentito tali cose nelle sue orecchie, e si congratulò con lui in ogni modo che potesse essere fatto; e senza indugio mandò attraverso i territori della Calabria e della Puglia, e radunò un esercito, facendo un rapporto, come gli Agareni, che in quel tempo abitavano in Gariliano, all’improvviso nella tempesta della notte, quando io m’ero addormentato, furono sopraffatti da un sonno profondo, e il detto patrizio venne a Salerno con una grande schiera, sebbene i Beneventani si mescolò con lui venne. e il patrizio Giorgio subito propose un proclama, perché si turbò molto, e mandò uno dei suoi seguaci a perlustrare di nuovo la città: ma mentre anche lui aveva ripetuto le stesse parole, quell’accorto vescovo Pietro, che regnò a quella volta la santa sede di Benventa, cominciò con queste parole: per qual motivo ci hai stancato fin qui, e sbrogliato le cose che non avevi affatto nel nostro petto? Tu sai per certo che se entriamo in questa città di nascosto, periremo lì tutti insieme; Mentre il predetto direttore ripeteva queste e simili parole, e di lì i beneventani sussurravano tra loro la stessa cosa, il patrizio fu sorpreso dal delitto del menù, e gli altri Argivi furono messi in fuga. che il nome è Saranianus, mentre i duperati furono sconfitti, marciarono per lo stesso villaggio e, portando con sé mogli e figli e mobili di casa, si diressero verso i territori di Benevento.”. Da Wikipedia leggiamo che il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia Minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il principe di Salerno Gisulfo. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, E’cole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, Ecole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Per il ‘Chronicon Salernitanum’, si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’, “forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. A questo proposito, dobbiamo anche segnalare, che l’evento o il prodigio a cui si fa riferimento è dell’anno 954, e che nell’anno 823, vi era un abate del monastero di S. Benedetto di Salerno che non viene menzionato dalle cronache, e si tratta di un certo “Aliprando di Bussento”, che fu citato dal sacerdote Rocco Gaetani, (…), e di cui abbiamo parlato in un nostro saggio ivi pubblicato. Questo “Aliprando de Busentio”, era citato in un altro Chronicon, o meglio, un ‘Chronicon’ pubblicato dal Pratilli (…), che la storiografia vuole da non confondere con il ‘Chronicon Salernitanum’, a cui fa riferimento tutta la storia del rinvenimento. L’altro ‘Chronicon’ di cui parliamo, dove si cita un certo “Aliprando de Busentio”, è la cronistoria spuria dell’ “Annalista Salernitano”, citato più volte anche da Antonini. E’ stato accertato che l’Annalista Salernitano, doveva essere un monaco o un Abate del monastero di S. Benedetto di Salerno. L’anonimo autore del Chronicon Salernitanum’ narra di un evento avvenuto qualche decennio prima della sua compilazione, del quale egli fu forse testimone diretto (…), ma del quale non precisa il dato cronologico, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda la traslazione (…): la tradizionale datazione di entrambi gli eventi al 954 è indicata dagli ‘Annales Cavenses’ (…) e dagli Annales Beneventani, ed è accolta dai cronisti successivi. Infatti, negli ‘Annales Cavenses’, si apprende la data 954: ‘Annales Cavenses’, p. 188: 954: «Hoc anno corpus beati Mathei apostoli translatum est apud Salernum». ‘Annales Beneventani’, p. 175: 954: «Translatum est corpus sancti Matthaei in Salernum». La data del 954 è peraltro accettata dalla critica odierna, anche sulla base di elementi testuali e cronologici impliciti nella narrazione dell’ignoto cronista salernitano. La data del 6 maggio, per celebrazione della traslazione delle reliquie, è invece attribuita per via di tradizione e da tempo immemorabile. Il Chronicon Salernitanum’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto (….). Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12. L’opera ha potuto beneficiare, così, della tradizione amanuense: una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. In tempi recenti da essa hanno largamente attinto storici della Longobardia meridionale come Wilhelm von Giesebrecht, Ferdinand Hirsch (…), Michelangelo Schipa (…). Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, ………………Anche il Muratori (…), pubblicò il ‘Chronicon Salernitanum’, o ‘Anonimi Salernitani’, una cronaca del X secolo, da non confondere con il ‘Cronicon Cavense’, costruito (dicono) dal Pratilli. Il ‘Chronicon Salernitanum’ è la più antica testimonianza della tradizione, tra quelle sopravvissute, è, al capitolo 165, il ‘Chronicon Salernitanum’, cronaca apocrifa (anonima) della seconda metà del X secolo, scritta all’incirca nel 978. ‘Translatio sancti Mathei’. Un dettagliato racconto della traslazione è contenuto anche nella Translatio sancti Mathei apostoli et evangeliste’, un testo della latinità medievale tramandato in un codice membranaceo risalente agli anni a cavallo tra XI e XII secolo, conservato nella sala Capitolare della cattedrale di Benevento (…). Per il ‘Chronicon Beneventanum’, si veda: Alfred Poncelet (…), Catalogus codicum hagiographicorum latinorum bibliothecae Capituli ecclesiae cathedralis Beneventanae, pp. 343, 352. Il racconto della ‘translatio’ beneventana fu poi incorporato nella liturgia salernitana, forse già in età normanna, al tempo dell’arcivescovo di Salerno Alfano I: il Breviarium Salernitanae Ecclesiae’ la contiene interamente, fatta eccezione per una variante iniziale che Acocella tende ad attribuire a un errore nella compilazione amanuense del Breviario (…). Il Breviarium Salernitanae Ecclesiae’ (Breviarium officii ecclesiastici secundum usum sacre Salernitane ecclesie factum a domino Romoaldo venerabili secundo Salernitano archiepiscopo) fu forse opera di Romualdo II Guarna ed è «rimasto in uso fino al 1586 e [di esso] ancor oggi la Chiesa salernitana si serve per alcune ufficiature dei santi locali» (Massimo Oldoni, Romualdo Guarna). L’anonimo autore del Chronicon Salernitanum’ narra di un evento avvenuto qualche decennio prima della sua compilazione, del quale egli fu forse testimone diretto (…), ma del quale non precisa il dato cronologico, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda la traslazione (…): la tradizionale datazione di entrambi gli eventi al 954 è indicata dagli ‘Annales Cavenses’ (…) e dagli Annales Beneventani, ed è accolta dai cronisti successivi. Infatti, negli ‘Annales Cavenses’, si apprende la data 954: ‘Annales Cavenses’, p. 188: 954: «Hoc anno corpus beati Mathei apostoli translatum est apud Salernum». ‘Annales Beneventani’, p. 175: 954: «Translatum est corpus sancti Matthaei in Salernum». La data del 954 è peraltro accettata dalla critica odierna, anche sulla base di elementi testuali e cronologici impliciti nella narrazione dell’ignoto cronista salernitano. La data del 6 maggio, per celebrazione della traslazione delle reliquie, è invece attribuita per via di tradizione e da tempo immemorabile. Tuttavia, dobbiamo pure segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Acocella dunque, riferendosi al rinvenimento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, scriveva che si trattava di “invenzione” e che essi furono rirovati in una chiesetta distrutta dai barbari. Tuttavia, riguardo la traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, ne ha parlato Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, che, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, …………….L’Acocella (…), pubblicò parte del codice Vaticano Latino 5001, che riportava il ‘Chronicon Salernitano”. Pietro Ebner, riguardo il ‘Chronicon Salernitanum’, a p. 28, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, scriveva in proposito che: “Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia.”. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto.

Il manoscritto del Marchese di S. Giovanni (Marcello Bonito, Principe di Casapesenna)

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87′. leggonsi le seguenti parole: “Inter caetera oppida (parlando de’ Saraceni) occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolin, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudes, & Saracenicos mores conservant”.”. Su questo manoscritto ha scritto Giuseppe Antonini (….), nel 1745 che, nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’.”. Antonini scriveva che il “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”, alla sua epoca (anno 1745) apparteneva al nipote del Marchese, ovvero al Principe di Casapisella. Sempre l’Antonini, riporta un’altra notizia tratta dal “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”. Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 412 parlando di Policastro, continuando il suo racconto sui Saraceni ed il ribat di Camerota, in proposito scriveva che: “Partirono poi da Camerota nel 915. quando, uniti agli Agropolitani, saccheggiarono  Policastro, ed in Africa tornaronsi.”. Sempre l’Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 416-417 parlando di Policastro, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Appunto cinquant’anni prima, cioè nel 915 era stata saccheggiata la città da Saraceni d’Acropoli e da que’ di Camerota, come si ha dal citato ‘Manoscritto’ del Marchese di S. Gio: ove parlandosi della distruzione di Pesto nel fol. 121 si leggono le seguenti parole: “Anno 915………”. E’ interessante ciò che scrisse in proposito il sacerdote Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano – perchè la strage dei connazionali sulle sponde del Garigliano ecc…”. Dunque, in questo passaggio il Ciociano cita l’Anonimo Salernitano. Dunque, secondo il Ciociano, il manoscritto del “marchese di S. Giovanni”, dovrebbe rifarsi alle notizie tratte dall’Anonimo Salernitano. Il “manoscritto del Marchese di S. Gio:”, come lo chiama l’Antonini, è stato citato anche da Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), ecc…”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di marchese di S. Giovanni di Celsito. Su un blog in rete leggiamo che Francesco Vargas-Machuca, nel 1757 sposò donna Vincenza Bonito, figlia di Francesco principe di Casapesenna e Maria Saluzzo Carafa, principessa di Lequile. Nel 1767 fu decorato da re Ferdinando IV di Borbone marchese di Vatolla, feudo ereditato da casa Rocca. Ricordiamo che i Rocca ospitarono Giambattista Vico nel loro palazzo a Vatolla. A Vatolla, nel Palazzo dei Vargas-Machuca (….), vi è il Museo Vichiano. Dunque, Francesco Vargas-Machuca, nel 1756 sposò una Bonito, figlia di Francesco Principe di Casapesenna. Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di marchese di S. Giovanni di Celsito. Riguardo Marcello Bonito, Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 643 parlando di Casalvelino, in proposito scriveva che: “…se nel 1640 era già di proprietà della nobile famiglia amalfitana dei Bonito, tra cui Marcello (n. 16 agosto 1631)(21) e Lorenzo, signore di Torchiara. etc..”. L’Antonini cita il manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni. Il manoscritto, che all’epoca dell’Antonini (a. 1745, anno della sua prima edizione) sarebbe appartenuto al nipote del marchese Marcello Bonito ovvero al Principe di “Casapisella”. Non si tratta di “Casapisella” ma di Casapesenna. Pompeo Sarnelli (….), nella sua “Guida de’ Forestieri etc…”, del 1697, a p……., in proposito scriveva che: “5. D. Marcello Bonito: Marchese di S. Giovanni, Cavaliere dell’Abito di Calatrava: La sua Libreria è molto rara per molti manoscritti, particolarmente per le cose appartenenti al Regno di Napoli da Carlo d’Angiò a quella parte; e per conseguenza difficili a ritrovarsi in un altro Museo.”. Pietro Ebner (….), a proposito di questa ultima notizia nella sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Di questo autore, e manoscritto ne parla Matteo Camera (….), nella sua “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I, p. 130. Il Camera, a p……. , nella sua nota (2), postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli etc….”: così da un manoscritto di D. Marcello Bonito Marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie).”. Dunque si tratta del marchese Marcello Bonito. Forse l’Antonini si riferiva a Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di “Marchese di S. Giovanni di Celsito”. Nel testo del ……“Della Città e, del Regno di Napoli”, a p. 57, in proposito si scriveva che: “In quest’anno corrente, che si darà alle stampe questo libro, è passato a miglior vita D. Marcello Bonito, buon Cavaliere di Calatrava, il quale oltre essere virtuosissimo Cavaliere, e di forma pontualità ornato, si era con molta fatica applicato nell’Istorie di questo Regno, e nell’intelligenza dei Reali Registri, e perciò fatta radunanza de’ libri e manoscritti di Spesa, ……se ne legge la tradizione in un altro libro dato alle stampe sotto nome d’altr Autore, nacque questo virtuoso Cavaliere da…..Marchese di San Giovanni etc…”. Pietro Ebner a p. 643, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Camera Matteo, cit., p. 645”. Matteo Camera (…), nel suo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi”, a p. 645, dove ci parla di Marcello Bonito, Archivista della Real Zecca di Napoli e filantropo per l’opera postuma di Carlo De Lellis. Da una ricerca sulla rete ed in particolare su alcune annotazioni di un manoscritto di Giovanni d’Alife del 1760 conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, dalla sua scheda si evince che: Il manoscritto riporta trascrizioni di documenti relativi alla storia del Regno di Napoli e della famiglia d’Alitto di Abruzzo Citra, tratti prevalentemente da manoscritti di Marcello Bonito, come si ricava da un’annotazione a c. 4r: “Da un volume grande M.S del Sig.r D. Marcello Bonito, intitolato Monumenta Neapolitanae Civitatis”. Dunque secondo la scheda bibliografica di collocazione di un altro manoscritto si evince che Marcello Bonito possedeva un manoscritto di suo notamenti intitolato “Monumenta Neapolitanae Civitatis”. Marcello Bonito, marchese di S. Giovanni e cavaliere di Calatrava (Napoli 1631-1711), appartenente ad una nobile famiglia di Amalfi, fu archivista del Regno; incaricò Carlo De Lellis di effettuare numerosi spogli di documenti dell’Archivio della Zecca, che furono raccolti in 30 volumi contenenti i Notamenti della Cancelleria Angioina, le scritture della Cancelleria Aragonese ed altri documenti tratti dai processi del Sacro Regio Consiglio. La collezione del Bonito fu acquistata succesivamente dal Minieri Riccio ed in seguito da una libreria antiquaria di Milano che non ne conservò l’unità. Per le fonti per Marcello Bonito: C. MINIERI RICCIO, “Notizie biografiche e bibliografiche degli scrittori napoletani fioriti nel sec. XVII per Camillo Minieri Riccio. Milano-Napoli, 1875, II, p. 35. Infatti, il Minieri Riccio, nella sua opera sulle biografie degli scrittori a p. 35 del vol. II, in proposito scriveva di Marcello Bonito che: “3° Memorie per le ragioni per l’illustri signori Principe di Casapesella e Duca d’Isola con l’illustre Piazza del Seggio di Nido. MS.”. Dunque, il Minieri Riccio scrive che il Marcello Bonito aveva scritto questo manoscritto dal titolo: Memorie per le ragioni per l’illustri signori Principe di Casapesella e Duca d’Isola con l’illustre Piazza del Seggio di Nido”, forse proprio il manoscritto da lui acquistato tratto dai notamenti annotati dal De Lellis e citato dall’Antonini. Per le fonti per Marcello Bonito e i manoscritti di Bonito: CONSOLI FIEGO, op. cit., pp. 96-98; per Carlo de Lellis: C. DE LELLIS, “I sunti del Registro 1271 A di Carlo I. D’Angiò…” Caserta, Premiato Stabilimento Tipografico Sociale, 1893. Sulla Treccani on-line alla voce di Carlo De Lellis leggiamo che il De Lellis si avviò agli studi giuridici e alla poesia, ma presto cominciò ad applicarsi per intero alle ricerche archivistiche, stimolato e protetto da Marcello Bonito, archivario del Regno, mentre le sue amicizie con Niccolò Toppi, ecc..Dunque, Marcello Bonito era Archivista del Regno al Grande Archivio della Zecca a Napoli. Bonito ed altri facilitarono e incentivarono le ricerche di Carlo De Lellis. Nel 1670 il De Lellis aveva pubblicato un’altra opera, il Supplimento all’Historia della famiglia Blanch scritta da D. Camillo Tutini, stampata a Napoli. Tale famiglia era quella materna di Marcello Bonito. Ancora a proposito del Tutini, il De Lellis compose una Apologia contro D. Camillo Tutino per il libro dell’Origine de’ Seggi, in due volumi manoscritti (Napoli, Bibl. naz., X. B. 25 e X. B. 26). Nell’introduzione a quest’opera è inserita una biografia del Tutini, verso il quale il D. non nasconde la sua avversione, accusandolo di ignoranza, di malignità e persino di natura depravata; narra poi il De Lellis, il quale si dimostrò sempre fedelissimo al governo spagnolo, della posizione assunta dal Tutini durante i fatti del 1647, nel corso dei quali, egli afferma, fu prima partigiano del duca di Guisa, poi lo tradì con una lettera al re di Francia nella quale il duca veniva accusato di badare ai suoi interessi e non a quelli della Corona; perseguitato – continua il De Lellis – dai Francesi, che giustiziarono i suoi complici, e dagli Spagnoli, Tutini fu costretto a fuggire a Roma. Il De Lellis, “con una costanza da sbalordire” (De Laurentiis, Manoscritti…, p. 179), eseguì lo spoglio di tutti i volumi ancora reperibili al suo tempo appartenenti alle Cancellerie angioina, aragonese e vicereale, oltre ai più importanti processi trattati innanzi al Regio Consiglio, sulle orme di quanti prima di lui, nella seconda metà del ‘500 e all’inizio del’600, si erano occupati di quel materiale ricavandone genealogie (P. Vincenti, C. Tutini, B. Chioccarelli e altri) o dedicandosi come lui agli spogli dei registri (G. Bolvito, C. Pagano, C. D’Afflitto, ecc.). Per il De Laurentis si tratta di C. De Laurentiis, Manoscritti di scrittori chietini presso l’Arch. di Stato, le biblioteche e i privati in Napoli, in La Rivista abruzzese di scienze, lettere ed arti, XII (1897), pp. 179, 199 s.. Il De Lellis compilò ben 28 volumi di repertori, di cui undici riguardanti la Cancelleria angioina (1266-1435); i primi sette volumi erano tratti dai quattrocentotrentasei registri esistenti a quel tempo, ai quali era stato dato un ordinamento, anche se confuso, nel 1568; i due successivi volumi riguardavano i fascicoli, mentre gli ultimi due le arche in pergamena e quelle in carta; questi ultimi due repertori vennero compilati tra il 1680 e il febbraio 1682, mentre il D. era detenuto a Castel Nuovo. I repertori rimasero, insieme ad altro materiale riunito da Marcello Bonito (e cioè i notamenti compilati da C. Pagano, C. D’Afflitto e G. G. Di Transo), per oltre un secolo e mezzo in casa Bonito, e furono acquistati nel 1850 da C. Minieri Riccio che ne pubblicò parecchi (cfr. Gli atti perduti…, a cura di R. Filangieri, pp. XVIII s.). Nel 1882 li acquistò Angelo Broccoli, che iniziò la pubblicazione dei registri nell’Archivio storico campano (I, 1889), ma si limitò al registro 1271 A della Cancelleria angioina, al secondo privilegio di re Ferrante I d’Aragona (1487-1488) della Cancelleria aragonese, e al primo privilegio del gran capitano (1503) della Cancelleria spagnola. Dagli eredi del Broccoli il materiale fu acquistato dallo Stato nel 1925, e posto nell’Archivio di Stato di Napoli. Parte di esso andò distrutta durante la seconda guerra mondiale. Il De Lellis compilò un repertorio ampio e organico solo di una parte dei registri; di tutti gli altri eseguì un repertorio parziale o relativo solo a qualche documento. Dei registri presi in considerazione, ventidue riguardavano Carlo II (1285-1309), diciannove Roberto d’Angiò (1309-1343), sette Carlo d’Angiò duca di Calabria e ventidue sua figlia Giovanna I; questi ultimi ebbero un repertorio quasi completo solo da parte del De Lellis. Si può ritenere che con questi repertori venne recuperato oltre un terzo del materiale perduto nel 1701, quando, durante i tumulti che seguirono la congiura del principe di Macchia, il popolo in rivolta penetrò in Castel Capuano e incendiò sessanta registri angioini insieme ad altro materiale ivi custodito.

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. IV, sui Saraceni ad Agropoli, a p. 90, nella nota (2) postillava che: “(2) L’Antonini (op. cit., pp. 412 e 417) riporta il brano di un manoscritto appartenuto al marchese di S. Giovanni, Marcello Bonito ( e che fu poi di M. Camera, lo storico di Amalfi; cfr. C. Carucci, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1922, n. 4, p. 124): “Anno 915….etc…”……Il testo, pur infiorettato di particolari fantastici, quali la distribuzione di Paestum ed il sacco di Policastro, mostra una sostanziale credibilità. Il Mazziotti (op. cit., p. 80), seguendo il Di Meo ed il falso ‘Chronicon Cavense’ (Cfr. M. Schipa, Storia…., cit., n. 2, p. 185), ritarda l’uscita dei Saraceni da Agropoli al 28 sett. 1028. Nello stesso errore è caduto anche P. Ebner (Storia…., cit., p. 273).”. Infatti, Carlo Carucci (….), nel suo ‘La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, a p. 124, in proposito scriveva che: In un manoscritto del tempo, pubblicato dall’Antonini (4) è detto che i Saraceni, dopo la battaglia sul Garigliano etc….”. Il Carucci, a p. 124, nella nota (4) postillava: “(4) Il manoscritto era del marchese di S. Giovanni, Marcello Bonito, ed era posseduto dallo scrittore amalfitano, Matteo Camera, di cui V. l’opera ‘Città e Ducato di Amalfi’, I, pag. 130. Cfr. Antonini, op. cit., X, pag. 417; Gatta, Memorie della Lucania, pag. 265; Zappullo, Storia di Napoli, cap. III, pag. 448.”. Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi etc…, vol. I., a p. 130, nella sua nota (2) postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli permanere, sacratissima nocte S. Joannis Baptistae tacito pede venientes nocturno aggressu civitatem Paestanam somnolentam copiunt, atque discripiunt, et discedentes ignem submittunt”: così in un antico ms di D. Marcello Bonito marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie) a fol. 12.”.

Camera Matteo, Storia ducato di Amalfi, vol. I, p. 130 sui Saraceni e Bonito Marcello

Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I., p. 130

Nell’827, l’occupazione Araba della Sicilia

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, da pp. 127 a p. 132, in proposito scriveva che: “I Longobardi intanto (per rimetterci in via) tenevano quasi tutta l’Italia, a riserba di quella parte che si è detto, che obbediva agli Imperadori di Oriente (2), quando (3), circa gli anni di Cristo DCCCLXIII. o secondo la più vera opinione, (I) molti anni prima, grandissimo numero di Saraceni (gente che altre volte avendo servito gli Imperadori, si ribellò poi a tempo di Giuliano (2) per difetto di paghe) partito dall’Africa, poco men che tutta la Sicilia oppresse. Etc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Dall’inizio della seconda metà del 600, ad ogni primavera-estate, spedizioni saracene dall’Africa Settentrionale venivano dirette verso le coste della Sicilia: primi tentativi d’invasione, che si concludevano con rapine e stragi. Con lo sbarco saraceno a Mazara, 827, ebbe inizio la conquista vera e propria della Sicilia. Dopo la resa di Siracusa, 878, ebbe inizio la politica rinunciataria dell’Impero, e la difesa dell’isola fu sostenuta dai monaci e dalle popolazioni locali.”. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli torri e borghi della costa Cilentana”, a pp. 28-29-30-31, in proposito scriveva che: Essi infatti, occupata la Sicilia dall’anno 827 all’anno 853, si erano spostati gradatamente sulla terra ferma, costituendo un pericolo costante, specie per le città poste sul mare (6).”. Il Vassalluzzo, a p. 28, nella sua nota (6) postillava che: “(6) M. Amari, Storia dei musulmani della Sicilia……………..”. Da Wikipedia leggiamo che Il dominio islamico sulla Sicilia (Ṣiqilliyya) iniziò con lo sbarco a Capo Granitola presso Campobello di Mazara nell’827, fino alla completa conquista dell’isola con l’occupazione di Taormina nel 902. La conquista normanna della Sicilia iniziò nel 1061, con lo sbarco a Messina, e Palermo, centro principale del potere musulmano in Sicilia, cadde nel 1072. Noto, ultimo centro ancora in mano ai musulmani, cadde nel 1091. Precedentemente, intorno al 700, era stata occupata l’isola di Pantelleria da ʿAbd al-Malik b. Qaḥṭān. Già a partire dal VII secolo l’isola aveva subito molte incursioni musulmane, dopo che gli Arabi si erano attestati sulla sponda africana del mar Mediterraneo dove esistevano piccoli regni berberi, sconfitti dal condottiero ʿUqba b. Nāfiʿ intorno al 685 a seguito della celebre “cavalcata” che lo portò fino alle sponde atlantiche del sud del Marocco. Conquistata parte della Spagna, le isole di Malta e Pantelleria, la Sicilia era ritenuta strategica per il controllo del Mediterraneo a discapito dei rivali Bizantini. Nell’805, il patrizio imperiale di Sicilia Costantino firmò una tregua di dieci anni con Ibrāhīm b. al-Aghlab, emiro d’Ifrīqiya (nome che gli invasori arabi dettero alla romana Provincia Africa), ma questo non fu un impedimento per i corsari provenienti dall’Africa e della Spagna musulmana ad attaccare ripetutamente tra l’806 e l’821 la Sardegna e la Corsica. Nell’812 il figlio di Ibrāhīm, ʿAbd Allāh I b. Ibrāhīm, ordinò un’invasione vigorosa della Sicilia, ma le sue navi furono prima ostacolate dall’intervento di Gaeta e Amalfi, e poi distrutte in gran parte da una tempesta. Tuttavia, essi riuscirono a conquistare l’isola di Lampedusa e, nel mar Tirreno, a depredare e devastare Ponza e Ischia. Un ulteriore accordo tra il nuovo patrizio Gregorio e l’Emiro stabilì la libertà di commercio tra l’Italia meridionale e l’Ifrīqiya. Dopo un ulteriore attacco di Muḥammad b. ʿAbd Allāh, cugino dell’emiro Ziyādat Allāh nell’819, sulle fonti non sono citati attacchi musulmani verso la Sicilia fino all’827. L’invasione ebbe inizio il 17 giugno dell’827 e lo stuolo composto da arabi, berberi e persiani fu affidato al qādī di Qayrawān, Asad b. al-Furāt, grande giurisperito malikita autore della notissima Asadiyya, di origine persiana del Khorāsān. Secondo la successiva cronaca araba di Shihāb al-Dīn Aḥmad ibn ‘Abd al-Wahhāb al-Nuwayrī, adattata al fine di mostrare un originale intento conquistatore. Gli Arabi del resto, erano molto vicini, in quanto installati sulla sponda africana del Mediterraneo. ‘Ifriqiya’ (cioè l’Africa del Nord) ha ormai il volto musulmano, ed è governata da emiri locali in pratica autonomi come in Spagna. La Sicilia è inoltre bersaglio molto interessante, in quanto, sottraendo ai Bizantini le basi navali dislocate sulla costa meridionale dell’isola, gli Arabi avrebbero il pieno controllo sul traffico navale nel Mediterraneo centro-occidentale. Nell’827 d.C. i Califfi Aghlabidi (Abbasidi) di Kairuan, odierna Tunisia, iniziarono la conquista della Sicilia. La successiva invasione dei Saraceni, nell’Italia Peninsulare, fu agevolata dalla sete di potere e di denaro dei signorotti locali. Infatti nell’836 il Console di Napoli Andrea, chiamò i Saraceni Abbasidi per difendersi da Sicone, Principe Longobardo di Benevento. In cambio dell’aiuto Andrea concesse ai Saraceni di fortificare un ribat a Punta Licosa. Il Console di Napoli passerà alla storia, per essere stato il primo ad ingaggiare truppe mercenarie musulmane nel Meridione Italico nell’Età Medievale. Sullo scacchiere geopolitico dellItalia Centro-Meridionale, formato dall’attuale Campania, Lazio e Molise, ai primi del IX secolo d.C. si muovevano: L’Impero Carolingio di Carlo I Magno; il neo Stato Pontificio; l’Impero Bizantino(Impero Romano d’Oriente) attestato nei suoi avamposti nella Calabria Meridionale, nel Ducato di Napoli e nel ‘kastron’ di Agropoli; i Longobardi alleati dei Beneventani, Salernitani e Capuani; la Repubblica Marinara di Amalfi e le città marittime di Gaeta e Sorrento, senza una specifica alleanza, giacché trafficavano con tutti, anche con i Saraceni. In questo caos, fatto di intrecci politici, di interessi personali e di impure alleanze, fu facile per i Saraceni creare numerose cellule islamiche sul nostro territorio, per poi lanciare lo Jihad finale a Roma, capitale della Cristianità. Lo sbarco avviene a Mazara del Vallo, al comando della spedizione vi è Assad Ibn al-Firat che punta su Siracusa, la capitale, che però resiste. Cade Girgenti (Agrigento) e dopo un anno di lotta si arrende Palermo, che diventerà capitale. Siamo nell’831. Successive sono la resa di Messina, Modica, Ragusa, passano dieci anni prima che si arrenda Castrogiovanni e venti prima che si arrenda Siracusa. Nell’882 i Bizantini furono cacciati dai Saraceni, i quali costruirono un ribàt (nuova fortificazione): da qui partivano gli attacchi ai paesi vicini fino a Salerno. Da Wikipedia leggiamo che la discesa dei Longobardi venne arrestata dai Bizantini solo con grandi difficoltà: ma Costantinopoli non poté evitare del tutto gli attacchi dei Saraceni. Nell’812 d.C. si registrò la prima incursione saracena sulle coste calabresi, che colpì Reggio, capitale del Thema; l’ultima ci sarà solo nel 1793, a danno di Pizzo e Tropea. Certo la presenza araba fu sempre limitata negli spazi e nel tempo, perlopiù consistendo, appunto, in incursioni e saccheggi. Vennero catturate in modo effimero dagli Arabi Tropea, Santa Severina e Amantea (13) dall’839 all’885. La conquista della Calabria da parte dei guerrieri normanni vassalli del papa emarginò il pericolo arabo. Sotto il dominio bizantino, tra la fine del IX e l’inizio del X secolo, la Calabria fu una delle prime regioni d’Italia a introdurre la produzione di seta in Europa. Secondo André Guillou, i gelsi per la produzione di seta grezza furono introdotti nell’Italia meridionale dai bizantini alla fine del IX secolo. Intorno al 1050, il tema della Calabria contava 24.000 gelsi coltivati per le loro foglie e il loro numero tendeva ad espandersi. Saraceno è un termine utilizzato a partire dal II secolo d.C. sino a tutto il Medioevo per indicare i popoli provenienti dalla Penisola arabica o, per estensione, di religione musulmana.

La presenza araba sulle nostre coste e sua influenza nella cultura del posto

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo: Ancora oggi si possono notare negli usi e nei costumi, come pure nel dialetto di queste popolazioni, che esistono residui di civiltà araba. Per esempio l’uso che hanno i pescatori per la lavorazione delle reti da pesca, che si poteva vedere ancora a Sapri fino a pochi anni fa. La tipica posizione, poggiando tutto il peso del corpo sui talloni dei piedi. Vi sono poi pure, alcuni termini dialettali di origine araba ancora in uso a Sapri: ‘Tumminu’ (tomolo), ‘zerreiare’ (chiudere), ‘cammisa’ (camicia), ‘sceddecare’ (il battere le ali della gallina), ‘catu’ (secchio), ‘alliffato’ (attillato), ‘scimmuzzo’ (tuffo nell’acqua del mare), ecc…(129) Molte delle cause che produssero i ‘villaggi deserti’ del Cilento, vanno ricercate nel rapporto mare-terra-incursioni barbaresche, nelle guerre e per le conseguenze dovute alle pestilenze, alle carestie, al banditismo ed alla ripresa feudale.”. Nel mio studio, nella nota (129) postillavo che: (129) Rohlfs G., Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L.A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996.”Ancora oggi si possono notare negli usi e nei costumi, come pure nel dialetto di queste  popolazioni, che esistono residui di civiltà araba. Per esempio l’uso che hanno i pescatori per la lavorazione delle reti da pesca, che si poteva vedere ancora a Sapri fino a pochi anni fa. La tipica posizione, poggiando tutto il peso del corpo sui talloni dei piedi. Vi sono poi pure, alcuni termini dialettali di origine araba ancora in uso a Sapri: ‘Tumminu’ (tomolo), ‘zerreiare’ (chiudere), ‘cammisa’ (camicia), ‘sceddecare’ (il battere le ali della gallina), ‘catu’ (secchio ), ‘alliffato’ ( attillato), ‘scimmuzzo’ ( tuffo nell’acqua del mare), ecc… (…).

L’influenza araba nel nostro territorio

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (….), sulla scorta di Amari (….), in proposito scriveva che: “Ma se i Musulmani portarono all’Italia meridionale tanto danno e produssero tra la popolazione non meno spavento, è pure innegabile ed incontestabile la loro influenza positiva sulla civiltà delle nostre zone. Ancora oggi, infatti, negli usi e nel linguaggio in modo particolare, esistono tra noi residui di civiltà araba.”. La notevole influenza araba per le popolazioni locali dell’epoca, si può desumere dalla presenza di alcuni usi e termini dialettali. Infatti, ancora oggi si possono notare negli usi e nei costumi, come pure nel dialetto di queste popolazioni, l’esistenza di residui di civiltà araba. Per esempio l’uso che hanno i pescatori per la lavorazione delle reti da pesca, che si poteva vedere ancora a Sapri fino a pochi anni fa. La tipica posizione, poggiando tutto il peso del corpo sui talloni dei piedi. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli torri e borghi della costa Cilentana”, a pp. 28, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Diamo qui di seguito un saggio dei termini arabi ancora in uso nel Cilento: ‘Tumminu’(tomolo), ‘zerreiare(chiudere), ‘cammisa’(camicia), ‘sceddecare’ (il battere le ali della gallina), ‘catu’(secchio), ‘alliffato’( attillato), ‘scimmuzzo( tuffo nell’acqua del mare). Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli torri e borghi della costa Cilentana”, a pp. 28-29-30-31, in proposito scriveva che: “Con il passare del tempo, i Saraceni ebbero tanta influenza tra noi che, nelle zone controllate dalla loro potenza, arrivarono persino a coniare monete, alcune d’oro ed altre d’argento, con la loro impronta; monete che resistettero sul mercato fino alla morte di re Manfredi. Gli stessi re normanni si servirono di codeste monete, lasciando da una parte il nome del re e dell’altra motti arabici (2). Vero è che la loro opera di razzia fu richiesta, talvolta, dagli stessi governanti, come si verificò quando la romana Napoli li chiamò contro i Longobardi al tempo di Sicardo, principe di Benevento (3). La minaccia dei barbareschi aveva posto le popolazioni delle nostre contrade cilentane sotto il continuo incubo, ragion per cui esse avvertirono il bisogno di difendersi per mezzo di fortificazioni. “Sorsero così – scrive il Cilento – torri e castelli, quei castelli medievali che la trasfigurazione romantica innalzò a lieto ritrovo di cavalieri e di trovatori, ma che nella miseria di questi tempi furono soltanto nude e grigie fortezze, triste rifugio di rozzi uomini armati”. Ma se i musulmani portarono all’Italia meridionale tanto danno e produssero tra la popolazione non meno spavento, è pure innegabile ed incontestabile la loro influenza positiva sulla civiltà delle nostre zone. Ancora oggi, infatti, negli usi e nel linguaggio in modo particolare, esistono tra noi residui di civiltà araba (4). D’apprincipio, la loro era stata una difesa affidata all’iniziativa privata, e perciò stesso approssimativa; ma con l’avvento dei Longobardi, dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini, degli Aragonesi e degli Spagnoli, nel territorio da essi conquistato, si portò avanti un organico e ben definito piano di protezione contro il pericolo dei predoni. I Saraceni avevano visitato più volte la costa del Cilento. Essi infatti, occupata la Sicilia dall’anno 827 all’anno 853, si erano spostati gradatamente sulla terra ferma, costituendo un pericolo costante, specie per le città poste sul mare (6). Perciò Amalfi, Napoli, Gaeta e Sorrento, allo scopo di stabilire una massiccia opposizione ai continui attacchi e alle frequenti razzie dei barbareschi, avevano stretto una Lega tra di loro. Fu proprio in forza di questa alleanza che i Saraceni poterono essere snidati a Punta Licosa, dove si erano arroccati nell’anno 845 (7). Cacciati di quì (da Licosa) i sacceggiatori ripararono in Agropoli, luogo assai idoneo e per posizione naturale e per strategia. Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a dismisura negli anni, tanto da fare di questo centro una potente roccaforte saracena nell’anno 882 (8). Da Agropoli, i Saraceni, in continuo contatto con i fratelli stazionanti in Sicilia ed in Africa, si studiarono di impadronirsi per sempre del Principato di Salerno e l’occasione venne loro offerta dalle continue discordie esistenti tra i principi Longobardi di Capua, di Salerno e di Benevento. Si mossero così con il piano di occupare ed espugnare i nostri castelli ed in parte riuscirono nel loro intento (9). Nell’anno 909, altri Saraceni si trovano in Agropoli, la gran parte dei quali si era unita al gruppo di Ibraim-ibn-Abmed, provenienti dalla Calabria. I restanti saranno i pochi superstiti assoldati dalla Repubblica napoletana (10). Quando nell’anno 1016, assediarono ancora una volta Salerno, i Saraceni scesero anche ad Agropoli e a Capaccio (11)”. Il Vassalluzzo, a p. 28, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Paruta F., Sicilia illustrata, pp. 155-156. Cilento N., I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X, in “Archivio Storico Napoletano”, n.s. XXXVIII (1958), pp. 109 sgg.”. Il Vassalluzzo, a p. 28, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Pontieri E., Il Principato Longobardo di Salerno – il problema saracenico – in “Rivista di Studi Salernitani”, I, Salerno, 1968, pp. 77-79.”. Il Vassalluzzo, a p. 28, nella sua nota (3) postillava che: “(3) HIRSCH F., – SCHIPA M., La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno – Ristampa con introd. e bibliografia a cuura di Acocella Nicola, Roma, 1968, pagg. 100, 109, e 141.”. Il Vassalluzzo, a p. 28, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Amari M., op. cit., Vol. III, pag. 886 e sgg. Orlando G., Storia di Nocera dè Pagani, vol. I, Napoli, 1884, pag. 311 e sg. Ecc…”. Il Vassalluzzo, a p. 30, nella sua nota (7) postillava che: “(7) HIRSCH F., – SCHIPA M., op. cit., pag. 109. Orlando G., op. cit. pag. 317. Lo storico nocerino parla di un’altra alleanza tra i principi di Capua e di Salerno, i duchi di Gaeta, di Napoli e di Amalfi, con l’aiuto del naviglio dei Greci, alleanza che, nell’anno 914, valse a sconfiggere i Saraceni al Garigliano, loro ordinaria dimora e, adesso, loro ultimo rifugio. Negli anni precedenti i predoni avevano commesso soprusi di ogni genere. Non avevano risparmiati neppure i giovinetti, che essi rapivano come ostaggi. Ecco quanto si trova scritto in Orlando, op. cit., p. 319, citando un documento custodito nell’Archivio Cavense: “Si johanne filio meo,, ecc..ec…”. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Hirsch F. Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, p. 96 e 97; Cilento N., op. cit., p. 184.”. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Ebner P., Agricoltura e pastorizia a Velia e suo entroterra dai tempi più remoti al tramonto della feudalità, in R.S.S., anno 1965, p. 62; Cfr. pure Londolini A., Le Repubbliche del mare, Roma, 1963, p. 131.”. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Amari M., op. cit., vol. I., p. 344.”. Il Vassalluzzo per l’opera di Amari si riferiva a: Michele Amari (…), ‘Storia dei Mussulmani in Sicilia’, vol. I, II edizione, p. 187, mentre il Vassalluzzo, postillava per p. 344, del vol. I, di Amari. Riguardo invece la citazione di Nicola Cilento (…), si ci riferiva all’opera: ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’, p. 184. Sulla scorta del ‘Chronicon Salernitanum’, un antico manoscritto apocrifo (…), che fu pubblicato nel 1600 dal Pratilli (…), sappiamo che a Salerno i Saraceni c’erano stati dall’882 all’885, all’anno 898 (si veda cap. 151, 547 e Amari M., op. cit. (…), vol. I, p. 463 e 464), nell’anno 1001 (si veda Hirsch-Schipa, op. cit., p. 180), mentre il Pertz (…), scrive nell’anno 1016. Anche Pietro Ebner (….), ne parla in ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 20 e s. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, vol. VIII, a p. 56 scriveva che: “ROCCHETTA, casale di ‘Roccagloriosa’. Si vuole surto dalla distruzione di un antico paese, ch’era nelle sue vicinanze, ove a distanza di circa un miglio verso oriente ne mostrano tuttavia i suoi avanzi. Non si può accettare qual nome avesse però avuto il suddetto paese, nè tampoco l’epoca in cui venne a mancare. Se deesi prestar credenza all’Antonini (I), egli dice quando i Saraceni vennero in Lucania tra i luoghi che occuparono furono Rivello, Castelsaraceno, Armento, LA ROCCHETTA, Camerota ed Agropoli; val quanto dice di essere stato esistente nel secolo IX: ma donde mai l’Antonini prese una tale notizia nominando la figlia, e non la madre ?. Egli è certo che Rocchetta surse nel territorio di Roccagloriosa, che ha qualche antichità, e la stessa denominazione di ‘Rocchetta’, indica essere stata posteriormente edificata. Si potrebbe soltanto credere che quelli della Rocca, si seppero così ben chiudere, e difendere, da non fare occupare il loro paese da essi ‘Saraceni’.”. Il Giustiniani a p. 56, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Part. 1 Disc. 8, p. 130. Ed. 1785”. Dunque secondo il barone Giuseppe Antonini (….), e la sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 130 e s. sosteneva che i Saraceni vennero in Lucania, essi “occuparono furono Rivello, Castelsaraceno, Armento, LA ROCCHETTA, Camerota ed Agropoli;”.

Pietro Ebner (….), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a pp. 23-24, parlando del porto di Salerno, in proposito scriveva che: “5. L’allentarsi delle incursioni musulmane nel Mezzogiorno (e particolarmente nelle regioni mancanti di efficienti presidi, come di certo lo stesso territorio in parola) era stato favorito dalla lungimirante politica di uno tra i più grandi principi di Salerno, Gisulfo I, che un destino crudele doveva stroncare proprio quando stava per toccare l’acme della sua ascesa. (50). …….Quel magnifico porto dove convergevano per i loro commerci la Campania marittima, i Longobardi dell’interno e i mercanti delle coste pontificie, del Jonio (specie Taranto) e i più intraprendenti di quell’indefinibile territorio tra l’Alento e la Calabria bizantina; ma dove attaccavano anche le svelte sagene dei Greci di Calabria e di Sicilia nonché le navi dei Musulmani della tunisina bianca ‘Al-Mahdhìyah (dall’immenso porto capace di settecento galee), della splendida Palermo dei numerosi minareti o di Cefalù dal falcato porto. Vi trafficavano principalmente, perché privi di sufficiente retroterra, gli Amalfitani, malgrado i mutevoli rapporti politici determinati dall’ansia di appropriarsi dei rispettivi ricchi mercati, da cui il ripetersi di scontri, dei quali è viva l’eco nei cronisti del tempo. Frequenti, perciò, gli abordaggi dei pirati, immancabili con i Musulmani (53) dell’impero fatimita (54), che con quelli delle Baleari e di Spagna avevano ricostruiti, accrescendoli, gli antichi strategici possedimenti fenici, trasformando l’antico Mediterraneo greco e romano in mare arabo. E nel mondo islamico Salerno, forse più Amalfi, era nota prima dell’841, quando i Saraceni, “pestis agarena”, impresero a correre il Mezzogiorno d’Italia per trarre schiavi, donne e bottino. Annidatisi al Garigliano e ad Agropoli (55), ne partivano per frequenti razzie nei dintorni, lasciando poi tracce del loro passaggio e della loro permanenza in viventi toponimi (Novi: l’arabo bizantino ‘Gelbison’; Agropoli: ‘campo saraceno’)(56) e in non poche parole del loro vocabolario. Ma, se ovunque, a difesa, sorsero castelli e “grigie fortezze, triste rifugio di rozzi uomini armati”, bisogna pur riconoscere che agli Arabi va il merito di aver fatto apprendere l’uso dei numeri, l’utilissimo calcolo aritmetico arabo-indiano per la registrazione delle attività commerciali, e della conoscenza a Salerno delle opere mediche e di Aristotele e Tolomeo che solo alla fine del Medioevo gli studiosi europei, specialmente gli Italiani, riscoprivano negli originali. E’ notizia che svolsero traffici persino in mare aperto (57), prima che Salerno e Amalfi riuscissero a inserirsi in quello straordinario movimento di affari che portò a reciproci privilegi nei diversi scali, occultamente sollecitati dalla genialità commerciale e dall’intraprendenza del mondo ebraico che continuò a prosperare malgado soprusi o violenze, tollerati o subìte. L’iperattività del giovane sovrano di Salerno, le multiformi sue capacità avevano destato non poco interesse negli stessi ambienti e mercati musulmani, dai quali l'”opulenta Salerno” dei follari di Gisulfo I acquistava merce pregiate per la stessa Bisanzio, specialmente dalla Sicilia più bizantina e che appunto in quel tempo (a. 948) era diventata emirato indipendente ed ereditario. Ricche e varie le mercanzie che affluivano alla “platea mercimonium” nei pressi di Porta Elino, il mercato da cui la “Fiera” che tuttora si svolge “infra mensem septembris sub titulo Beati Matthei Apostoli patrocinio” (58)”. Ebner, a p. 23, nella nota (50) postillava: “(50) “Salerno” 1968, fasc. I-2, p. 18 sgg.”. Ebner, a p. 23, nella nota (53) postillava: “(53) Muslim = totalmente sottomessi”. Ebner, a p. 23, nella nota (54) postillava: “(54) Al-Màdhi, fondatore della dinastia, imperava su tutta l’Africa settentrionale.”. Ebner, a p. 24, nella nota (55) postillava: “(55) V. Cilento, cit., p. 148 sgg., p. 163, p. 175 sgg. e p. I. Per il Cilento passarono i trentamila africani di Abd-Allah nell’871 “crudeliter dilaniabant”, dice Erchemperto, Historia, 51, p. 257, ad an. 879, risalendo la Calabria verso Salerno. Nell’882 una nuova lega campana, promossa dal papa, li costrinse dopo essersi fermati a punta Licosa (“Licosa latitabant”, dice G. Diacono), a trincerarsi ad Agropoli (“saraceni agropolitani”) dove fondarono una colonia permanente “deinde per iuga montium degebat, omniaque demoliebantur”, ricorda il ‘Chronicon salernitanum’. “. Ebner, a p. 24, nella nota (56) postillava: “(56) Mandelli, cit., f. 100: “Dell’habitazione de’ Saraceni in Agropoli, ne rimane perpetua memoria non pure presso de’ Scrittori, ma anco de’ Cittadini, poi che nel piano sotto la terra, vi si veggono vestigia di molte habitazioni et il campo saracino vien detto anco oggigiorno; segno evidente, che non essendo capace il recinto del piccolo colle di tanta moltitudine gran parte habitasse nel piano, fortificandovisi all’uso militare”.”. Ebner, a p. 24, nella nota (57) postillava: “(57) A. Pertusi, “Settim. di studio del centro ital. di studi sull’alto medioevo”, Spoleto, 18-23 aprile 1963. Per quanto attiene a problemi oggetto di queste ricerche e discussi nelle “Settimane” anzidette, v. RSS 1967 e 1968-1969.”.

Matteo Mazziotti (….), nel suo “La  baronia del Cilento”, a p. 29 parlando del casale di “Agropoli”, in proposito scriveva che: “II. Uno degli avvenimenti più conosciuti della storia di Agropoli è l’occupazione della città da parte dei Saraceni. Costoro, passati dall’Africa in Sicilia nell’anno 810, s’erano dipoi imparoniti di Taranto e da là facevano continue scorrerie sulla costa dell’Ionio e del Tirreno. Etc…”.

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(Fig….) L’Italia annessa al Codice greco Vaticano Urbinate greco 83 – particolare delle nostre coste e dei toponimi citati

Bizantini, il ducato longobardo di Benevento ed i Saraceni

E’ ipotizzabile che nel X sec. questo territorio appartenesse al castaldato longobardo della Lucania occidentale detto “Bricia”.  Sulla metà del IX secolo – quando il ducato di Benevento è diviso in due parti, e sorge, autonomo, il Principato di Salerno – la zona maritima della della bassa Italia e molti centri restarono sotto l’egida dell’Impero Bizantino, mentre l’interno fu dominato e controllato dai Longobardi, meno che l’estrema penisola della Calabria di oggi (l’antico Bruzio) che restarono bizantini. In un primo momento troviamo Policastro che appartiene al ducato di Benevento (Radelchi) e si delimita il nuovo Principato di Salerno mediante l’indicazione dei Castaldati che giacevano ai confini del nuovo Principato. Infatti Policastro, dall’839 al 1076, fu assegnato al Principe Siginulfo. Pertanto ancora dubbio è il confine con il territorio bizantino. Dobbiamo tener presente che queste terre sono ancora confinanti con la Calabria occidentale – che a quell’epoca appartennero all’Impero di Bisanzio – pertanto, volendo accreditare l’ipotesi secondo cui il fiume Alento fu il confine tra il Castaldato di Lucania e quello di Laino ( in Calabria), dobbiamo ritenere che questo territorio – anche in epoca più tarda – cioè quando i Longobardi si impossessarono dell’intera Italia Meridionale – non doveva essere controllato direttamente dai Longobardi. Il loro dominio durò oltre cinque secoli, ed a testimonianza della loro presenza, vi sono alcuni toponimi dialettali il cui etimo è chiaramente di derivazione longobarda. Nel 1959, lo studioso Nicola Cilento (…) pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’, dove diceva esattamente ciò che scrisse poi il Vassalluzzo, ma riferendosi ai secoli IX e X, epoca in cui le nostre terre erano in parte controllate dai Bizantini e per buona parte controllate dai Longobardi. I Longobari, furono i principali protagonisti. Il Cilento (…), a p. 109, così descriveva le nostre terre a quel tempo: “Accostati in un’assurda coesistenza troviamo stati indigeni autonomi e dominazioni longobarde bizantine musulmane: nell’interno i principati longobardi di Benevento Salerno e Capua; sulle coste tirreniche i ducati autonomi di Napoli Amalfi Gaeta e Sorrento; nell’estreme punte della penisola i due temi bizantini di Calabria e di Puglia; nella Sicilia i musulmani. Si tratta dunque di una carta politica assai frammentaria, ma al tempo stesso assai ricca di vitalità storica per il contrasto delle differenti e composite civiltà. I bizantini, da lor parte, sia attraverso la tutela che esercitavano sui ducati autonomi costieri, sia attraverso i domini diretti in Puglia e in Calabria, non avevano rinunziato alla loro presenza in Italia. Infine una nuova forza storica si era inserita nel Mediterraneo rompendone il preesistente equilibrio: sulle sue coste e nele grandi isole gli arabi avevano creato un vasto impero. Essi però nella prima metà del secolo ottavo avevano dovuto segnare il passo nel loro impeto di conquista a Pointiers e sotto le mura di Costantinopoli. Tale il teatro politico nell’Italia meridionale e del mondo che la circondava.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, ecc..’, parlando dei ruderi del ‘Kastrum’ di Castrocucco, nell’antica Lucania, a p. 245, in proposito scriveva che: “Iniziata da Leone, il Filosofo, fu proseguita dai suoi successori, che sottomisero al basileus la Calabria fino a Taranto e la Lucania orientale fino al Sinni e al Bradano, anzi il generale Niceforo Foca aveva sottomesso, anche se per poco, i Longobardi del Beneventano (6). Fu nel Golfo di Policastro, fra frange incerte del Thema di Calabria ed i particolarismi longobardi campani, che si ebbe la sostituzione dei gastaldi coi tumarchi o, più spesso, la tacita convivenza fra loro con l’applicazione d’un diritto misto (7).”. Il Campagna, a p. 246, nella sua nota (6), postillava che: “(6) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia Meridionale, op. cit.; J. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, Paris, 1904”. Il Campagna, a p. 246, nella sua nota (7), postillava che: “(7) J. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzantin, Paris, 1904, op. cit.; L. Bréhier, Le Mond Byzantin, les Institution de l’Empire byzantin, Paris, 1949.”. Ricordiamo tutte le notizie che abbiamo intorno al VI secolo e la nascita di alcuni enclavi cattolici, come Paestum, Velia e Buxentum. Come andrebbero ulteriormente indagate le origini delle incursioni barbaresche o saracene sulle nostre plaghe e la notizia secondo cui i bizantini, nel VIII secolo, si mossero contro le armate franche di Carlo Magno che invece cercava di conquistare il Regno longobardo in Italia.

Nel IX secolo, le frequenti incursioni sulle nostre coste di Arabi, i Longobardi di Benevento e del Principato di Salerno

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Vi furono degli inutili tentativi di riconquista, nel 963 e 1038, da parte imperiale. Nel 902, anno della caduta di Taormina (83), lo stratego di Sicilia (Bisanzio non voleva rassegnarsi alla perdita dell’isola) risiede a Reggio, ma nel 918 viene già menzionato uno “strategos” di “Calabria”, segno evidente che il “thema” di Sicilia era, di nome, rappresentato dal “ducato” di Calabria, promosso, per l’occasione, a “thema” (84). Nel 965 cadde Rametta, ultima importante testa di ponte del Cristianesimo isolano (85).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (83), postillava che: “(83) A. Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, a c. di C.A. Nallino, I-III, Catania, 1933-1939; F. Gabrieli, Arabi e Bizantini nel Mediterraneo Centrale, in “Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Arch. Muratoriano”, 76 (1964).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (84), postillava che: “(84) A. Pertusi, Il “thema” di Calabria, etc…, in “Calabria bizantina”, Reggio C., 1974″. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (85), postillava che: “(85) L’episodio è tristemente ricordato da S. Nilo nel Codice Cript. ……, XX (395).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 78, in proposito scriveva che: “Con l’avvento a Costantinopoli della dinastia macedone (Basilio I, 867-886), avvenne una ristrutturazione del potere bizantino nel nostro Mezzogiorno, soprattutto in Calabria, dopo la perdita della Sicilia (92).”. Il Campagna, a p. 78, nella nota (92) postillava: “(92) Dopo il 902, il metropolita di Reggio sarebbe stato anche arcivescovo di Trinacria, formalmente, o per la protezione dei nuclei cristiani dell’Isola, non sottoposti ai Saraceni. G. Lancia Di Brolo, Storia della Chiesa in Sicilia, Palermo, 1880. Il Campagna, a p. 78, nella nota (93) postillava: “(93) M. Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, II, Catania, 1955”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno. Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Siconolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e Sicilia; Siconolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Alla divisione del territorio, 849, tra Radelchi e Siconolfo era presente Ludovico II, re dei Franchi, (88). La spartizione a Sud, toccava il Golfo di Policastro, seguendo una linea, Est-Ovest, che da monte Mula scendeva per la cima di “Donna Salerno” di Majerà, fino a toccare “Monte Salerno” di Cirella, sul Tirreno. Nella spartizione, a Radelchi toccò il Principato di Benevento, a Siconolfo, quello di Salerno (89). Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90). Già nell’831, con l’avvenuta conquista del porto di Palermo, venivano ad essere facilitate le incursioni sulle coste del continente. A nulla valsero l’impegno di Ludovico II, lo sforzo di papa Giovanni VIII per la realizzazione di una lega antisaracena: le coste, soprattutto, venivano flagellate ad ondate da incursioni islamiche, ora di Sicilia, ora d’africa, avvantaggiate dagli stanziamenti fortificati, installati sullo stesso continente (91).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (86), postillava che: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza Saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse in ricordo, venera “Santo Foca”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (87), postillava che: “(87) parla di una località nei pressi di Praja, detta ‘Saracinello’ e cita anche il testo di Lomonaco”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Fin dal tempo di Carlo Magno, il ducato longobardo di Benevento godeva di una semi-autonomia, con impegno (formale) di sudditanza all’impero Carolingio. M. Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, Idem, Storia del Principato Longobardo di Salerno, in Arch. Stor. Prov. Napoli, XII, 1887.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Siconolfo, coniò moneta a Salerno, senza indicazione di data. Suo è il solidus, da collocare intorno all’849; ha nel “diritto” il busto del principe, nel rovescio la croce.”. Dunque, secondo il Campagna (…), che scriveva sulla scorta del Pochettino (…), sempre nella metà dell’800, i Saraceni, “Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi”, “ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Sappiamo come è importante la Toponomastica dei luoghi, dove ancora permangono oscuri significati ed in proposito faccio notare che nei pressi di Villammare, di cui mi sono occupato per la presenza di Torre Petrosa o della Petrosa, in contrada “Carbone“, vi è una località denominata sulle carte “Piano delle Donne” o “delle Piane”. Dunque, Orazio Campagna, sulla scorta di Pochettino (…) e di Michelangelo Schipa (…), afferma che nella metà dell’800 (IX secolo), le nostre terre, diventarono teatro delle peggiori sciagure dovute alla presenza di popolazioni bulgare, e soprattutto musulmane. Nuclei di popolazioni Saracene, si erano stanziati ad Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86)”. Infatti, il Campagna, cita il generale Niceforo Foca e nella sua nota (86), postillava in proposito che: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza Saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse in ricordo, venera “Santo Foca”. Dunque, il Campagna, sulla scorta di Michele Amari (…), riteneva che dopo l’anno 831, in cui fu conquistato dagli Arabi, il porto di Palermo le coste, soprattutto, venivano flagellate ad ondate da incursioni islamiche, ora di Sicilia, ora d’africa, avvantaggiate dagli stanziamenti fortificati, installati sullo stesso continente (91).”. Il Campagna, sempre a p. 77, aveva già scritto che “già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86).”, ovvero, il Campagna, scriveva che verso la metà dell’800, ad Agropoli, era sorto uno stanziamento fortificato di Saraceni, diventato forse un piccolo emirato. Infatti, il Campagna, sulla scorta del Pochettino (…), nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Dunque, secondo il Campagna ed il Pochettino, l’antica città di Bussento, fu distrutta dai Saraceni nell’anno 850-851.

Nell’823 d. C., “Aliprando del Bussentio” divenne abate dell’Abbazia benedettina di San Benedetto di Salerno (notizia tratta dal Chronicon Cavense)

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di un egumeno chiamato Aliprando che nel secolo IX, passava alla Badia di Cava dè Tirreni. Interessante è la citazione di Gaetani (…), che, sulla scorta dell’Annalista Salernitano, scrive che nel IX secolo, e precisamente nell’anno 823 d.C., vi era un certo ‘Aliprando’ (che crede essere un Longobardo), passasse alla Badia di Cava. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, riguardo i cenobi basiliani nelle nostre terre, ai tempi delle frequenti e devastanti incursioni Saracene, nell’VIII e IX secolo, a p. 22, parlando della chiesa Bussentina e della città di Bussento, scriveva che: “…, ne deploriamo la distruzione tra il secolo VII e il X per l’ira dei Saraceni, di cui le nostre spiagge furono compassionevoli teatri. Si sa che quei barbari si avanzarono fino a Ostia, che distrussero tra le altre le celebri chiese di Pozzuoli e di Miseno con tanta irreparabile rovina, che la seconda più non risorse, e la prima raccolse appena le sue monumentali reliquie in quella parte del territorio della città, che una volta ne fu semplicemente cittadella; lo squallore si sparse pure sulla vecchia Cuma, la quale, divenuta orribile covo saracinesco finì per non mai più risorgere. Gli stessi gemiti potremmo emettere sulle Chiese littorali fra il Sele ed il Bussento, e la medesima scena è d’uopo ci rappresentiamo nell’VIII o nel IX o nel X secolo della Chiesa Bussentina. Aggiungiamo solamente che l’annalista salernitano parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato dall’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (…), nel suo libretto introvabile, a p. 29, aggiungeva che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. L’incursione araba ebbe echi e costernazione in queste terre tanto da essere citata nella Vita di S. Saba di Collesano e dei monaci bizantini che vivevano nel Mercurion.

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(Figg….) Rocco Gaetani (…), pp. 22-25

Il Gaetani (…), a p. 25, parlando della Diocesi di Buxentum al tempo del IX secolo, scriveva che secondo il cronista detto “Annalista Salernitano”: “….parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato all’Abbadia di Salerno;..”, ovvero scriveva che il monaco benedettino “Aliprando de Bussentio”, nell’anno ‘823, “fu sollevato all’Abbazia di Salerno”, ovvero fu eletto abate all’Abbadia di Salerno. Il Gaetani, sulla scorta del passo contenuto nel ‘Chronicon Cavense’, un ‘Chronicon’ scritto ed attribuito all’‘Annalista Salernitano’ citava il monaco ‘Aliprando di Bussento’ o ‘Buxento’ che al tempo di Papa Pasquale I°, fu nominato Abate dell’Abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno. Dunque, il Gaetani si riferiva all’abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno, ormai scomparsa. Il sacerdote Rocco Gaetani nel suo libretto introvabile, a p. 29, riguardo questo “nobile cenobita” (Aliprando de Bussentio) aggiungeva pure che: “Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. Dunque, in questo passaggio, il Gaetani dice che questo “Aliprando” fosse un monaco longobardo proveniente da un cenobio basiliano del Bussento, il quale, nel IX secolo diventava Abate dell’Abbazia di Salerno. Anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), parlando di S. Marina dice a p. 32, scriveva che: “Un altro convento, fondato pure ai tempi di S. Francesco, fu quello di S. Marina, con annessa chiesa dedicata a S. Maria della Croce, che ancora esiste. Questo paese, sede del comune di cui fa parte Policastro, sorse verso il secolo VIII ed ebbe origine da alcune famiglie scampate dalla persecuzione iconoclasta durante la dominazione dei Greci, sotto gli imperatori Leone Isaurico e Costantino Capronimo (726-843).”. Il Cataldo, a p. 34, parlando dei Conventi francescani, scriveva che: “Da Policastro uscì un monaco benedettino nel ‘824, di nome ALEPRANDO DE BUXENTIO, che fu Abate nel Convento di Salerno.”. Dunque, anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), sulla scorta del Gaetani citava questo ‘ALEPRANDO’ e scriveva che egli uscì da Policastro quale monaco benedettino nell’anno ‘824 e diventò abate di un Convento di Salerno senza specificare quale fosse questo “Convento”. Dunque, il Cataldo, sulla scorta del Gaetani scriveva che questo “ALEPRANDO DE BUXENTIO” fosse un “monaco benedettino” che, nell’anno ‘824 fosse uscito da un qualche convento di Policastro. Cerchiamo di capire ora la provenienza della notizia dataci dal sacerdote Rocco Gaetani. Il Gaetani (…), a p. 25, parlando della Diocesi di Bussento scriveva che al tempo del IX secolo, secondo il cronista detto “Annalista Salernitano”: “….parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato all’Abbadia di Salerno;..”, ovvero scriveva che il monaco benedettino “Aliprando de Bussentio”, nell’anno ‘823, “fu sollevato all’Abbazia di Salerno”, ovvero fu eletto abate all’Abbadia di Salerno. Il Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che è citato nell’‘Annalista Salernitano’. Chi è l’”Annalista Salernitano” ?. A quale autore si riferiva il Gaetani dandoci l’interessante notizia.

La notizia di ‘Aleprand de Busentio’ tratta dal Chronicon Cavense o Annalista Salernitano

Il sacerdote Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, pubblicato nel 1852,  a p. 35, del suo vol. I, che, riguardo il monastero o cenobio basiliano, in seguito diventata abbazia benedettina, di S. Benedetto a Salerno, nella sua nota (2) di p. 35, vol. I, postillava che: “(2) Le memorie relative alla fondazione ed alle vicende del detto monastero si trovano raccolte in un opera di cui si leggono in fronte queste parole: “Collectum per Petrum de Salernum Cancellarium, et Girbertum Archivarium sub. P. Abbate”. Il Pratillo la distingue col nome di cronaca cavense ma il Padre De Meo, riflettendo che quasi tutta l’opera fu combinata in esso Monastero di Salerno, pretende doversi allo scrittore della medesima darsi piuttosto la caratteristica di Annalista Salernitano.”. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’Francesco Maria Pratilli (Santa Maria Capua Vetere, 10 ottobre 1689 – Napoli, 30 novembre 1763) è stato un prete, archeologo e antiquario italiano, membro dell’Accademia Ercolanese, noto per il suo lavoro di realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Paul Fredolin Kehr (…), nel suo ‘Regesta Pontificum Romanorum, Italia Pontificia, vol. VIII, Regnum Normannorum- Campania’, pubblicato nel 1935, a p. 364, del suo vol. VIII, in proposito al Monastero di S. Benedetto di Salerno scriveva che: De primis eius temporibus nihil nisi notitia quaedam exstant in Chronico Cavensi a F.M. Pratilli impudentissime conficto (ed. Pellegrini Hist. principum Langobardorum IV 386 sq.). Sed non solum, quae ibi de privilegiis Leonis III, Gregorii IV, Leonis ecc…”. Scrive sempre il Kehr (…) che: “Chronico Casinensi uberiores notitias legimus de monasterio s. Benededicto Salernitano, quod iam olim cum Casinensi coenobio coniunctum fuisse fuisse videtur; narrat enim Waimarium principem Basilio exabbati ecc..”. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Kopke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il ‘Chronicon Cavense’, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolph Kopke. La fabbricazione del ‘Chronicon Cavense’ è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’“forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. Si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Dunque il Kehr (…), scriveva che ricche informazioni sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, provengono anche dall’altro ‘Chronicon’, detto “Chronicon Cavensis”E’ un’opera spuria che alcuni ritengono costruita dal Pratilli (…). Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Fredolin Kehr (….) scriveva che le prime notizie in assoluto che arrivano per il Monastero di S. Benedetto si possono estrapolare da un antico Chronicon pubblicato dal Pratilli e poi in seguito ripubblicato dal Pellegrino nel 1710. Si tratta del “Chronicon Cavensis”, di cui ho già detto, in quanto questo è proprio il ‘Chronicon’, citato dal Gaetani (…), quando riporta la notizia di ‘Aleprand de Busentio’. Questo ‘Chronicon’ apocrifo, è detto dall’Antonini (…) e dal Di Meo (…) “Annalista Salernitano”. La notizia di un ‘Aliprando de Bussentio’, nell’anno 825, citata dal Gaetani (…), trova conferma nel testo del ‘Chronicon Cavense’, pubblicato dal monaco Francesco Maria Pratilli (…). Francesco Maria Pratilli (…), nella suo ‘Historia principum Langobardorum’, che contiene: “Chronicon Cavense ineditum cum notes Francesco Maria Pratilli, p. 381.”a p. 390, scrive che: “A. 823. Leutarius Lugduici coronatur Augustus a Papa Pascali. Landulphus Gastaldus fit Comes, & Sicopoles estruitur pro sui comitatus custodia (3). A. 825. Moritur Pascalis (4). Et paulo postea obiit Adulphus Prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Busentio (5).”. Il Pratilli (…), a p. 390, vol. IV, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Erchemp. n. 9. to. I huius operis, & to. 2., ubi de hoc ‘Landulfo plurima’.”. Il Pratilli (…), a p. 390, vol. IV, nella sua nota (4), postillava che: “(4) A. potius 824. ut Pagius, aliique evincunt.”. Il Pratilli (…), a p. 390, vol. IV, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’”.

Pratilli, p. 390

(Fig…) Camillo Pellegrino (….), vol. IV, p. 390 dove pubblica Pratilli F.M., ‘Historia Longobardorum etc.’, dove si cita un “Aleprand de Busentio”.

Dunque, la frase dell’“Annalista Salernitano”, probabile autore apocifo del “Chronicon Cavense”, dove scriveva che: A. 825. Moritur Pascalis (4). Et paulo postea obiit Adulphus prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Busentio (5).”, che riportava la notizia di un “Aliprand de Busentio”, (pare) sulla scorta di Erchemperto (….), tradotto è: “A. 825. Pascale muore. E poco dopo morì il preposto Adulphus, il quale fu sostituito da Aleprand de Busentio (5)”. Dunque, secondo il chronicon dell”Annalista Salernitano (Cronicon Cavense), nell’anno ‘825 moriva papa Pasquale I. Poco dopo la morte di papa Pasquale I morì pure Adolfo, preposto dell’abbazia di S. Benedetto di Salerno, “al quale fu sostituito Aleprand de Busentio (5).”, ovvero che, al posto di Adolfo subentrò Aliprando di Bussento. Il Pratilli scriveva anno 825 (che era morto papa Pasquale I) e aggiungeva “subito dopo ecc..ecc..”. Come è stato già detto, questo monaco chiamato “Aliprando” secondo il “Chronicon Cavense” scritto ed attribuito al cronista ‘Annalista Salernitano’, si riporta la notizia che, riferendosi a dopo l’anno ‘825 “Et paulo postea obiit Adulphus prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Busentio (5).”, ovvero che il preposto Adolfo fu sostituito da Aliprando di Bussento. A quale abbazia di cui era abate Adolfo si riferiva l’Annalista Salernitano ? In quale abbazia l’Aliprando andò a sostituire alla sua morte l’abate ‘Adulphus’ ?. Di sicuro si tratta di un’antica abbazia di Salerno, forse un’abbazia benedettina di Salerno. Forse si tratta e ci si riferiva all’abbazia di S. Benedetto di Salerno ormai scomparsa. Mi chiedo se questo ‘Aleprando de Busentio’ o Aliprando era un vescovo o un egumeno dell’allora cenobio basiliano, poi diventato il monastero benedettino di San Benedetto a Salerno, di cui non si conosce l’esatta data di fondazione ?. Riguardo l’“Aliprando de Busentio”, segnalo che il Muratori (…), nel suo ‘Rerum scriptores etc…’, a p. 1128, nell’Indice dei nomi, indica un “Elipandi Toletani Episcopi barensio”. Come scriveva il Balducci, Andrea Sinno scriveva sulla scorta di Alessandro Di Meo (….) che, nel suo ‘Annali, critico diplomatici nel Regno di Napoli’, Tomo III, a p. 327, cita l’episodio citato dal Gaetani (…) ed in proposito scriveva che: “Nell’Annalista Salernitano, dopo i fatti dell’823.,  si legge: ‘An. 825. moritur Paschalis….Et paulo post obiit Adulphus Praepositus’ (di S. Bendetto di Salerno), ‘cui supstitutus est Aleprand de Busentio; e poi segue l’anno 827. Credo certo, che il Trascrittore lesse 825. per 824. Il Pratillo interpreta ‘Cosenza’ per ‘Busentio’; ma doveva sapere ameno Livio, e da Strabone la famosa Città ‘Busento’ dopo Palinuro nella Lucania, che nel 499., e 504. avea Vescovo ‘Rustico’, che nel 592.,  secondo S. Gregorio (Ep. 43., al. 29., Ind. IO.) era Chiesa Vescovile, ma allora Sede vacante; e nel 649. aveva vescovo ‘Sabbazio’.”.

Di Meo, Annali, III, p. 327

(Fig…..) Di Meo Alessandro, ‘Annali, critico diplomatici nel Regno di Napoli’, Tomo III, a p. 327

La notizia citata dal Gaetani, ci viene confermata dal Di Meo (…), il quale, nel suo ‘Annali, critico diplomatici nel Regno di Napoli’, Tomo III, a p. 327, cita l’episodio citato dal Gaetani (…) ed in proposito scriveva che: “Nell’Annalista Salernitano, dopo i fatti dell’823.,  si legge: ‘An. 825. moritur Paschalis….Et paulo post obiit Adulphus Praepositus’ (di S. Bendetto di Salerno), ‘cui supstitutus est Aleprand de Busentio; e poi segue l’anno 827. Ecc…”. Dunque, il Di Meo (…), sulla scorta del chronicon dell’‘Annalista Salernitano‘, in questo breve passaggio riferendosi all’anno di Cristo ‘824, anno in cui muore papa Pasquale I, ci dice che “Adulphus Praepositus (di S. Benedetto di Salerno)” viene sostituito da “Aliprand de Busentio”. Dunque, la notizia dataci dal Gaetani è confermata dal Di Meo (….). Dunque, secondo il chronico dell”Annalista Salernitano’ (che era stato pubblicato dal Pratilli (….), pare che dopo la morte di papa Pasquale I e pure di Adolfo che pure morì subito dopo, questo monaco chiamato “Aleprand de Busentio” lo sostituì alla giuda del monastero di S. Benedetto. Dunque, Adolfo che giudava il Monastero di S. Benedetto, alla sua morte che avvenne subito dopo la morte di papa Pasquale I° venne sostituito da “ALEPRAND DE BUSENTIO (5).”. La frase dell’‘Annalista Salernitano’, pubblicata dal Pratilli (…) e riportata dal Di Meo, si riferisce a dopo i fatti dell’anno 823. In esso si legge:  “An. 825. moritur Paschalis….Et paulo post obiit Adulphus Praepositus’ (di S. Bendetto di Salerno), ‘cui supstitutus est Aleprand de Busentio”. Dopo questa frase, scrive il Di Meo: “dopo segue l’anno 827.”.  Traducendo la frase riportata dal Di Meo (…), che è la stessa trascritta e pubblicata dal Pratilli (…), si legge che Is. 825. Pasqua …. morì poco dopo la morte Adulph Superior (S. Bendetto di Salerno), che è supstitute Aleprand di Busentio“, ovvero che, nell’anno 825, moriva il papa Pasquale I, che morì dopo poco la morte dell’Abate Adolfo (dice il Di Meo: di S. Benedetto di Salerno), che fu “supstitute” da “Aliprand di Busentio”, alla direzione del Monastero o Abbazia. Il Di Meo (….) scriveva che è l'”Aliprando de Bussentio” che sostituirà il defunto ‘Adulfhus’ preposto del papa Pasquale al governo di S. Benedetto di Salerno. Infatti, il Di Meo (…), a p. 327, scriveva “Praepositus (di S. Benedetto di Salerno). Dunque, rileggendo e traducendo correttamente la frase contenuta nel ‘Chronicon’ dell’Annalista Salernitano, nell’anno 825, moriva il papa Pasquale I e pure ‘Adulfhus Prepositus’ (Adolfo), suo preposto alla Badia di S. Benedetto di Salerno, che verrà sostituito da Aliprando de Bussentio. Cerchiamo di capire chi era questo “Adulphus” che alla sua morte fu sostituito dal monaco di Bussento Aliprando e a quale abbazia di Salerno si riferisse l’Annalista Salernitano. In primo luogo l”Annalista Salernitano’ riferendosi agli anni che vanno dall”825, in cui muore papa Pasquale I. Come abbiamo potuto leggere dall’Annalista Salernitano è chiaramente citato questo “Aleprand de Busentio” ma non è chiaro in quale monastero egli divenne Abate dopo la morte dell’abate Adulphus”. Abbiamo pure visto che, trattandosi di un chronicon medioevale che racconta la storia del monastero di S. Benedetto di Salerno, il Di Meo (…) confermava la notizia poi in seguito data dal Gaetani di un “Aliprando de Bussentio”. Ma vediamo ora tra gli autori che ci parlarono dell’antico monastero di S. Benedetto di Salerno vi fossero degli accenni a questi due Abati: ‘Adulphus’ e ‘Aliprando’. Si trattava del monastero ormai da secoli scomparso di S. Benedetto a Salerno ?. Vediamo ora cosa scriveva Antonio Balducci (….), nel suo “L’Abbazia salernitana di S. Benedetto” pubblicata in ‘Rassegna Storica Salernitana’, serie XXIX, anno 1968. Il Balducci parlando delle origini dell’abbazia di S. Benedetto di Salerno, parlando della “3. Serie cronologica degli abbati di S. Benedetto”, a p. 27, dopo aver parlato di un primo Abbate detto Guibaldo per l’anno 794, in proposito scriveva che: “Sempre sulla falsariga del Di Meo (5) Sinno pone all’anno 820 un Adolfo, preposito del nostro monastero, dicendo che a questi venne affidata l’amministrazione dei beni dati all’ospedale di S. Massimo da un tale Adelmo, arciprete di Salerno, del quale Adolfo era zio (6). E’ difficile, per non dire impossibile, accettare questa notizia data dal Pratilli e ripetuta per vera dal Di Meo e dal Sinno, quanto si abbia presente l’inoppugnabile documento del C.D.C. (7) dell’anno 868 in cui si legge ecc…”. Il Balducci (…), a p. 27, nella sua nota (4) postillava che: “(4) A. Sinno, Vicende dei Benedettini….in Salerno, in “Arch. St. Prov. di Salerno”, 1924, fasc. I-II, p. 69.”. Il Balducci (…), a p. 27, nella sua nota (5) postillava che: “(5) A. Di Meo, Annali Crit. Diplom., Napoli, 1797, III, 310, n. 5. “. Il Balducci (…), a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) l. c., p. 65. “. Dunque, il Balducci (….) citava il saggio di Andrea Sinno (….): “Vicende dei Benedettini e di S. Massimo in Salerno”. Il Balducci opina più volte sull’assunto del Sinno affermando che egli scrisse sulla falsariga di Di Meo (….) che pure viene più volte chiamato in causa. Riguardo queste notizie riferite dal Di Meo e confermate dal Sinno, Antonio Balducci (….), nel suo “L’Abbazia salernitana di S. Benedetto” pubblicata in ‘Rassegna Storica Salernitana’, serie XXIX, anno 1968, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: E’ difficile, per non dire impossibile, accettare questa notizia data dal Pratilli e ripetuta per vera dal Di Meo e dal Sinno, quando si abbia presente l’inoppugnabile documento del C.D.C. (7) dell’anno 868 in cui si legge che Guaiferio principe, figlio di Daiferio, dopo aver fondata la chiesa di S. Massimo, ecc…ecc…E’ poi assai dubbia l’affermazione che l’affermazione che l’amministrazione dei beni fosse stata affidata ad un altrimenti sconosciuto Adolfo, preposito di S. Benedetto nell’anno 820.”. Dunque il Balducci non solo negava l’esistenza dei Adelmo, Adolfo e non parla mai di Aliprando di Bussento. Pare che il Balducci abbagliato dal fatto che riteneva false le affermazioni e le notizie conteute nel ‘Chronicon Cavense’ dell”Annalista Salernitano’, non prende proprio in considerazione la notizia di un Aliprando de Busentio. Solo a p. 30, il Balducci continuando il suo racconto sulla cronologia degli Abati di S. Benedetto in proposito scriveva che: “…, ricordiamo che indubbiamente nell’868, a capo del nostro monastero vi era un vero ‘abbate’, sebbene ne ignoriamo il nome, e non un preposito, ciò che indica autonomia ed indipendenza da altro monastero.”. Dunque, il Balducci riconosce che nell’anno 868 vi era un abbate di cui però dice “ne ignoriamo il nome” eppure l”Annalista Salernitano lo dice chiaramente essere ‘Aliprando de Bussentio’. Infatti, se Aliprando diventerà Abate del Monastero di S. Benedetto nell’anno ‘824 o ‘825, alla giovane sua età, significa che nell’anno ‘868 come scrive il Balducci, Aliprando avrebbe retto il Monastero per altri 40 anni. Non mi pare improbabile che questo sia accaduto. Il Balducci, dopo aver detto di questo fantomatico abbate nell’anno ‘868 salta poi agli anni 941-954 a p. 31. Il Sinno (….), sulla scorta del Di Meo non parla di questo monaco ‘Aliprando de Bussentio’ ma parla di “Adulphus”. La figura del “Preposito” (Preposto) “Adulphus” è importante per il collegamento temporale a quella di “Aliprand de Busentio” (così detto nella traduzione del Pratilli (….), dell’Annalista Salernitano. Andrea Sinno (….), sulla scorta del Di Meo (….), a p. 65 (e non p. 69 come scrive il Balducci) parlando dell’Ospedale di S. Massimo, nel suo capitolo: “6. Ospedale di S. Massimo” e, riferendosi all’anno ‘820, in proposito scriveva che: “L’Annalista di Salerno, nell’anno su indicato, ci dice: “Adelmo Arciprete di Salerno edificò in essa Città lo Spedale di S. Massimo vicino al nostro Monastero di S. Benedetto, a cui, per mano del Giudice Rotfredo, donò tutti i suoi beni e ne diede l’amministrazione ad Adolfo Preposito del Monastero di S. Benedetto, ch’era suo zio (1).”. Dunque, viene scritto che secondo il chronicon dell”Annalista Salernitano’, nell’anno ‘820, l’Arciprete di Salerno Adelmo donò tutti i suoi beni allo zio Adolfo che era il “Preposito” del Monastero di S. Benedeto di Salerno. Dunque, il Sinno (….) parlando del Monastero di S. Benedetto scriveva di questo preosito Adolfo che era zio di Adelmo. Il Pratilli (….), a p. 390, nella trascrizione del ‘Chronicon Cavense’ dell”Annalista Salernitano’, nella sua nota (4) postillava che: “(4) A. potius 824. at Pagius, aliique evincunt.” (ma altri inconfutabili) e, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Il Gaetani (…), in proposito scriveva che: “‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato all’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”. Inoltre, il Pratilli, nella sua nota (4) a p. 390, postillava che: “(4) A. potius 824. at Pagius, aliique evincunt.” (ma altri inconfutabili) e, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Dunque, riguardo la notizia del Pratilli di questo ‘Aliprando de Busentio’, a p. 390, vol. IV, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’”. Il Pratilli (….), nella sua nota (5) a quale “Busentio” si riferiva ? Forse si riferiva ad un Aliprando de Busentio’ riferendosi ad un ‘Busentio’ di Cosenza cioè in Provincia di Cosenza ?. Non credo sia probabile si trattasse di un ‘Aliprando’ proveniente da Bussento di Cosenza. A questo interrogativo ci viene incontro lo stesso Di Meo (….) che, continuando il suo racconto, contraddice il Pratilli (…), che aveva pubblicato il ‘Chronicon’ dell'”Annalista Salernitano”, non solo scriveva che: “Credo certo che il Trascrittore lesse 825 a 824.”, ma, riguardo a ciò che aveva scritto il Pratilli (…) aggiungeva pure che: “Il Pratillo, interpreta ‘Cosentia’ per ‘Busentio’, ecc..ecc..”. Il Di Meo (…), aggiunge che: “ma dovea sapere almeno da Livio e, da Strabone, la famosa Città Bussento dopo Palinuro nella Lucania, che nel 499, e 504, avea Vescovo ‘Rustico’ che, nel 592 secondo S. Gregorio (Ep. 43., al. 29., Ind. IO) era Chiesa Vescovile, ma allora Sede vacante; e nel 649 avea Vescovo ‘Sabbazio’.”. Dunque, il Di Meo, contrariamente a quanto credeva il Pratilli, scriveva che l”Aliprand de Busentio‘, citato nel ‘Chronicon’ dell’“Annalista Salernitano”, non fosse Cosenza, come credeva Pratilli, ma si trattasse di Policastro Bussentino, l’antica Buxentum. Dunque, anche il Di Meo (….) opinò sulla nota (5) del Pellegrino (….) che pubblicava il ‘chronicon Cavense’ dell’Annalista Salernitano. Dunque, riguardo l’antico monastero di S. Benedetto di Salerno a cui si riferiva la citazione del Gaetani (….) confermata essere dal Di Meo (….) essere il monastero di S. Benedetto di Salerno (come vedremo). Così il Di Meo, oltre a confermare la notizia citata dal Gaetani di un “Aleprand de Busentio”, ci parla anche della sede vescovile di Policastro Bussentino (all’epoca ‘Buxentum’), e ci dice di alcuni Vescovi presenti nei diversi Concili.

Il Monastero e poi Abbazia di S. Benedetto a Salerno

La chiesa di San Benedetto si trova nell’omonima via San Benedetto a Salerno e faceva parte del monastero benedettino (ora adibito a caserma), ad esso era collegato un imponente acquedotto, le cui tracce più evidenti sono ancora visibili in via Arce e costruito, secondo la leggenda popolare, dal mago salernitano Pietro Barliario in una sola notte e con l’aiuto dei diavoli, da ciò deriva la sua denominazione di “Ponti del Diavolo”. Oggi una parte del monastero ospita il Circolo Unificato di presidio Militare e il Museo Archeologico Provinciale. La prima notizia dell’ esistenza risale all’868, quando vengono citati in un atto giuridico che attribuiva alcune terre al convento. Non si sa chi sia il fondatore: secondo alcuni la chiea era già esistente in epoca paleocristiana, ma appare più verosimile che ad edificarla fosse stato Arechi II o il figlio Grimoaldo III alla fine dell’VIII secolo. L’opera pubblicata dal Pratilli fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Nell’884 il monastero, distrutto dalle scorrerie dei Saraceni, venne ricostruito dall’abate Angelario ed in poco tempo divenne punto di riferimento per il mondo religioso dell’Italia Meridionale. Sull’antico Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Kehr (…), citato pure dai due studiosi Crisci e Campagna (…), a pp. 364 e ssg., ci parla del Monastero  ed in proposito ci dà dei buoni riferimenti bibliografici: “Paesano I 33 sq. 39 sq. 58 sq. II 258 sq.”. Infatti, un altro autore che ci parlò della frase dell’Annalista Salernitano, citato dal Di Meo (…), è stato il sacerdote Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, pubblicato nel 1852,  a p. 35, del suo vol. I, che, riguardo il monastero o cenobio basiliano, in seguito diventata abbazia benedettina, di S. Benedetto a Salerno, nella sua nota (2) di p. 35, vol. I, postillava che: “(2) Le memorie relative alla fondazione ed alle vicende del detto monastero si trovano raccolte in un opera di cui si leggono in fronte queste parole: “Collectum per Petrum de Salernum Cancellarium, et Girbertum Archivarium sub. P. Abbate”. Il Pratillo la distingue col nome di cronaca cavense ma il Padre De Meo, riflettendo che quasi tutta l’opera fu combinata in esso Monastero di Salerno, pretende doversi allo scrittore della medesima darsi piuttosto la caratteristica di Annalista Salernitano.”. Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana’, citato anche dal Crisci e Campagna (…), a p. 33 e sgg. del suo vol. I, ci parla del Monastero di S. Benedetto di Salerno ed in proposito, sulla scorta dell”“Annalista Salernitano”. Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, pubblicato nel 1852,  nel suo vol. I, a pp. 34-35 parlando delle munifiche donazioni che il figlio del fu Tatone o Tettone al tempo di Carlo Magno e di Pipino figlio di Carlo: “…, a fine di soddisfare alla Divina Giustizia per le sue peccata, fè larga donazione di beni alla chiesa di S. Benedetto edificata sotto Benevento, e largì al suddetto sacro cenobio, e per esso a Gisolfo Abbate di Montecassino e successore di Teodemaro (da cui esso Monistero di Salerno dipendeva), campi, prati, servi ed altri averi (1). Resti tuttavia qui a far notare, qual riguardo mostrasse pel sacro stabilimento di cui si parla, il suddetto Sovrano Longobardo. Si è già veduto di sopra, come di lui padre ed antecessore nel principato ornato avesse Salerno ecc… (2).”. Il Paesano (…), a p. 35, nella sua nota (1), postillava che: “(1) E’ tal donazione rapportata dal Gattola, con queste indicazioni: “Actum Benev. Anno IX. Pr. D. Grim. mens. Jan. V. Ind.”. Dunque, il Paesano (…), scriveva che le memorie e le notizie storiche sull’antica Abbazia benedettina di S. Benedetto, si trovano raccolte in un opera apocrifa che il Pratilli (…), chiamava “Chronicon Cavese”, che il Di Meo, giudicava essere più vicina all’“Annalista Salernitano”. I due studiosi Generoso Crisci e Angelo Campagna (…), nella loro ‘Salerno Sacra‘, nel capitolo dedicato ai Monasteri, a p. 387-388-389, ci parlano dell’antico monastero di S. Benedetto di Salerno, a cui si riferiva la citazione dell’“Annalista Salernitano”, che ci parlava di un ‘Aleprando de Busentio’. I due studiosi, a p. 377, in proposito scrivevano che: “S’ignora l’origine di questa celebre abbazia benedettina. Essa ha una parte importante nella storia religiosa e civile di Salerno. Fu centro luminoso di studi ai tempi dei Longobardi e dei Normanni (1). Il Cottineau (2) la dice fondata nel 793, restaurata nel sec. IX da Angelario, abate di Montecassino, alle cui dipendenze sarebbe stata messa da Gisulfo I, Principe di Salerno (946-977). Non sembra da escludersi l’ipotesi che ne sia stato fondatore Arechi II, già tanto benemerito di Salerno per l’erezione di S. Pietro a Corte (758-787). La prima notizia sicura è data dal Codice Diplomatico Cavese (3). Nell’atto costitutivo di S. Massimo dell’868, il fondatore Guaiferio prescrive che in caso di inadempienza, da parte degli eredi del Vescovo, di determinate condizioni “….volo ut veniat in potestate abbatis Sancti Benedicti” (4). E in un istrumento di vendita di terre in Salerno dello stesso anno è ancora ricordato “iuxta plateam a parte superioris monasterii S. Benedecti…” (5). Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari”. L’ipotesi del Di Meo (7), che cioè fino al 931 fosse ‘prepositura’ alle dipendenze di Montecassino e in quest’anno elevata, sotto Guaimario II, ad ‘Abbazia’ indipendente, di cui, secondo il Paesano (8), primo Abbate sarebbe stato un Alfano, patrizio salernitano, non è suffragata da documenti. Pietro Diacono, nel ‘Chronicon Cassinese’ la dice “cella”, e Leone Ostiense “Abbazia” e chiama il superiore “Abate” e non “preposito” (1). Nel 938 è a capo di tutti i monasteri, chiese e celle dipendenti, del Principato di Salerno e delle Calabrie (2). Ecc…ecc..”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (1), postillavano che: “(1) Kehr, 364”. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, nella loro nota (2), postillavano che: “(2) Cottineau, Repertoire topo-bibliographique des Abbayes et prieures, Macon, 1939, v. 2; Di Meo, VIII, 9; Lubin, 352. G. Carucci, S. Gregorio VII, Salerno, 1885, 65, la dice fondata nel 725 dal Longobardo Guibaldo Salernitano divenuto più tardi primo abate e preposto; A. Mazza, 65, ne fa risalire la fondazione all’anno 694 per volere di Cesario Console Patrizio Romano; A. Sinno, in “Archivio Storico per la Provincia di Salerno”, a. I, 1921, fasc. I, 30, nel 974.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (3), postillavano che: “(3) E. Giani, in “Rassegna Storica Salernitana”, 1959, 100, riporta senza citare però alcuna fonte, la seguente notizia: “21 agosto 803 Indolfo, Conte di Potenza, moriva a Salerno e prima di morire donò al Convento di S. Benedetto…il Casale di S. Donato. Nell’813 o 814 Ainolfo si recò a Roma per ottenere dal Papa la conferma del cenobio”.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (4), postillavano che: “(4) C.D.C., I, 79-82. In altro documento dell’882 si legge: “…..in praescripto loco iuxta platea a supra santo benedicto…” C.D.C., I, 110.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (5), postillavano che: “(5) Ind. Perg. Cav., 1, 63.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (6) postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (7), postillavano che: “(7) Di Meo, VIII, 9.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (8), postillavano che: “(8) Paesano, I, 58”. I due studiosi (…), a p. 389, nella loro nota (1), postillavano che: “(1) Chron. Casin., lib. 2, c. 69; ibid., lib. 3, c. 14; Lubin, 352; Codex Taxarum Camer. Apost.”. Dunque, i due studiosi, fanno una buona analisi sulle notizie storiche che riguardano l’antico Monastero di S. Benedetto di Salerno, ma della notizia di un ‘Aliprando de Busentio’, nessuna traccia. Essi ricordano che il Cottineau (…), fissò la sua fondazione nel 793 e non si esclude l’ipotesi che stia stata fondata da Arechi II. La prima notizia sicura è data dal ‘Codice Diplomatico Cavense’, in cui si fa riferimento ad una donazione avvenuta nell’803. Il ‘Chronicon Salernitanum’ riferisce che il monastero o l’Abbazia di S. Benedetto di Salerno, nell’884, fu distrutta dai Saraceni e che nell’886 fu restaurata da Angelario, abate di Montecassino. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, in proposito citavano Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari” e, nella loro nota (6), postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. Tuttavia, sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Kehr (…), citato pure dai due studiosi Crisci e Campagna (…), a pp. 364 e ssg., ci parla del Monastero  ed in proposito ci dà dei buoni riferimenti bibliografici: “Lubin, p. 352. – Lancellotti Hist. Olivet. p. 351 sq. – Gattula Hist. abb. Cassinen. p. 219. – Di Meo Annali VII, 96. VIII 165 et pass. – Paesano I 33 sq. 39 sq. 58 sq. II 258 sq. – Morcaldi una bolla di Urbano II p. 127 sq.”. Ivi riporto di seguito la p. 219 del Gattula (…), dove parla del monastero di S. Bendetto a Salerno:

Gattula, p. 219

(Fig…) Gattula (…), p. 219

Sull’antico Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Di Meo (…), nei suoi ‘Annali etc’, VII, p. 96, ci parla ancora del Monastero di S. Benedetto a Salerno ed in proposito scriveva che: ” 2. Contemporaneamente, come ci va dicendo l’Annalista di Salerno, ‘Pandone Conte di Laurino donò al nostro Monisterio della Cava la corte di S. Elia, e sue pertinenze, un molino nel rivo in Furari, un trapezzo (forse, trappeto) in Rota con suo Oliveto, detto, ecc…Il Pr. Guaiferio (1. Guaimario) assegnò al nostro Monistero, e al B. Alferio nuovi Cenobj, e delle Celle per tutto il principato, cb’ era stati distrutti dà Saraceni. Ma Guaiferio Maione, e Megenolfo, nipoti di detto Principe, occuparono il Monistero di S. Benedetto dentro Salerno per abitarvi, e ‘l Monastero di…..fu tolto dal Principe. Così il tanto famoso Monistero di S. Benedetto, Capo di tanti Monisteri, passò, ma per poco tempo, ad esser Palazzo dè laici. * Da quest’anno in poi, fino al 1085. non vi è alcun dubbio che la Chronaca egregia, additata dal Nostro col nome di ‘Annalista Salernitano’, fu scritta nella SS. Trinità della Cava. Ecc..”.

Cattura

(Fig…..) Carta dell’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626 – particolare della carta 66r con le nostre coste e con indicati i toponimi del nostro litorale ed entroterra, citati in greco.

Le incursioni dei Saraceni ed i numerosi monasteri distrutti

Nicola Cilento (…), nel suo “Italia meridionale longobarda”, a p. 109, così descriveva le nostre terre a quel tempo: “Accostati in un’assurda coesistenza troviamo stati indigeni autonomi e dominazioni longobarde bizantine musulmane: nell’interno i principati longobardi di Benevento Salerno e Capua; sulle coste tirreniche i ducati autonomi di Napoli Amalfi Gaeta e Sorrento; nell’estreme punte della penisola i due temi bizantini di Calabria e di Puglia; nella Sicilia i musulmani. Si tratta dunque di una carta politica assai frammentaria, ma al tempo stesso assai ricca di vitalità storica per il contrasto delle differenti e composite civiltà. I bizantini, da lor parte, sia attraverso la tutela che esercitavano sui ducati autonomi costieri, sia attraverso i domini diretti in Puglia e in Calabria, non avevano rinunziato alla loro presenza in Italia. Infine una nuova forza storica si era inserita nel Mediterraneo rompendone il preesistente equilibrio: sulle sue coste e nele grandi isole gli arabi avevano creato un vasto impero. Essi però nella prima metà del secolo ottavo avevano dovuto segnare il passo nel loro impeto di conquista a Pointiers e sotto lemura di Costantinopoli. Tale il teatro politico nell’Italia meridionale e del mondo che la circondava.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno. Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Siconolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e Sicilia; Siconolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Alla divisione del territorio, 849, tra Radelchi e Siconolfo era presente Ludovico II, re dei Franchi, (88). La spartizione a Sud, toccava il Golfo di Policastro, seguendo una linea, Est-Ovest, che da monte Mula scendeva per la cima di “Donna Salerno” di Majerà, fino a toccare “Monte Salerno” di Cirella, sul Tirreno. Nella spartizione, a Radelchi toccò il Principato di Benevento, a Siconolfo, quello di Salerno (89). Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (87), postillava che: “(87) parla di una località nei pressi di Praja, detta ‘Saracinello’ e cita anche il testo di Lomonaco”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Fin dal tempo di Carlo Magno, il ducato longobardo di Benevento godeva di una semi-autonomia, con impegno (formale) di sudditanza all’impero Carolingio. M. Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, Idem, Storia del Principato Longobardo di Salerno, in Arch. Stor. Prov. Napoli, XII, 1887.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Siconolfo, coniò moneta a Salerno, senza indicazione di data. Suo è il solidus, da collocare intorno all’849; ha nel “diritto” il busto del principe, nel rovescio la croce.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Sappiamo come è importante la Toponomastica dei luoghi, dove ancora permangono oscuri significati ed in proposito faccio notare che nei pressi di Villammare, di cui mi sono occupato per la presenza di Torre Petrosa o della Petrosa, in contrada “Carbone“, vi è una località denominata sulle carte “Piano delle Donne” o “delle Piane”. Il Chronicon Salernitanum’ riferisce che l’Abbazia di S. Benedetto di Salerno, nell’884, fu distrutta dai Saraceni e che nell’886 fu restaurata da Angelario, abate di Montecassino. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo del Cilento’, vol. I, a p. 37, ci parla dei Vescovi nelle nostre terre. Ebner scriveva che: “Se è piuttosto facile risalire all’origine e all’evolversi dei cenobi italo-greci, non altrettanto agevole è definire i periodi storici entro cui ha agito il clero diocesano. I primi documenti pervenutici risalgono all’848; di questi pochissimi riguardano le valli del Tanagro e del Bussento, molti invece i rapporti dei Benedettini cavensi con i cenobi italo-greci da cui ereditarono strutture e pertinenze. Sono proprio le pergamene di Cava che ci aiutano infatti a configurare la gerarchia ecclesiastica della diocesi tra il IX e l’XI secolo adombrata dal prevalere della presenza monastica. Del X secolo abbiamo notizia di soli cinque vescovi (73).”. Ebner (…), nella sua nota (73), a p. 37, vol. I, postillava che: “(73) Diversamente dal Volpi (uno), dall’Ughelli (uno) e dal Gams (nessuno), il Di Meo dice di quattro vescovi e il Kehr di tre. E cioè Paolo nel 932, Giovanni (954-963) che è il vescovo della transazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, Pietro (967) di cui dicono il Mandelli e il Kehr, Pando (977-979) e Lando (989) che permutò terreni per restaurare la cattedrale di Capaccio.”. Avevamo già precedentemente scritto dei Vescovi di Bussento, ma ci pare singolare questo “Pando (977-979)”che Ebner (…), scrive sia un Vescovo che riguarda i restauri per la chiesa di Capaccio. Sappiamo che, in quegli anni, l’Episcopato Bussentino, dipendeva dall’Episcopato di Capaccio, e sappiamo pure che l’opera del cosidetto ‘Annalista Salernitano’, il ‘Chronicon Cavense’, fosse una falsificazione del Pratilli (…). Non sappiamo l’origine bibliografica della citazione di un “Pando”, che fa l’Ebner.

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(Fig….) Pagina miniata di un codice che illustra l’assalto dei Saraceni al Castello (Kastron bizantino) di Agropoli.

L’incursione araba ebbe echi e costernazione in queste terre tanto da essere citata nella Vita di S. Saba di Collesano e dei monaci bizantini che vivevano nel Mercurion. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.“. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Il Giustiniani (…), però, non parlava delle incursioni Saracene dell’VIII e IX secolo, che distrussero la già fragile Diocesi di ‘Buxentum’, ma parlava di una cruenta incursione avvenuta nell’anno 915. Tuttavia, dobbiamo pure segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…”. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, parlando dell’Abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno, in proposito citavano Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari”.” e, nella loro nota (6), postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. Nel 1959, lo studioso Nicola Cilento (…), pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’, dove diceva esattamente ciò che scrisse poi il Vassalluzzo, ma riferendosi ai secoli IX e X, epoca in cui le nostre terre erano in parte controllate dai Bizantini e per buona parte controllate dai Longobardi. I Longobardi, furono i principali protagonisti. I due studiosi, dunque, traggono dal ‘Chronicon Salernitanum’, l’interessante notizia della distruzione dei Saraceni che nell’anno 884 e 886, distrussero Salerno e l’Abbazia benedettina di S. Benedetto. Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 122, in proposito scriveva che: “Molti anni passarono prima che i Longobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevan ben delle scorrerie (4) etc…”. Antonini, a pp. 124-125, continuando il suo racconto scriveva che: “Fu la Lucania sotto il dominio de’ Principi di Benevento di razza Longobarda fino all’anno DCCCXVI. specialmente la parte, che riguarda il mar Tirreno. Ricavasi ciò dal ‘Capitolare’ di Sicardo, ove al cap. 13. dando la pace a Giovanni Vescovo eletto di Napoli, ed ad Andrea Maestro de’ soldati, o sia Duce, dice: “Et hoe stetit etc…”. Ma poi, nel DCCCLI. allorchè seguì la famosa divisione di quel Principato; la maggior parte della nostra Regione toccò al Principe di Salerno, siccome si vede nel Capitolare di Radelchi, num. 9. onde falsissimo si manifesta (come in molti altri fatti è chiaro) etc…”. Antonini, continuando ancora il suo racconto sulla Lucania, da pp. 127 a p. 132, in proposito scriveva che: “I Longobardi intanto (per rimetterci in via) tenevano quasi tutta l’Italia, a riserba di quella parte che si è detto, che obbediva agli Imperadori di Oriente (2), quando (3), circa gli anni di Cristo DCCCLXIII. o secondo la più vera opinione, (I) molti anni prima, grandissimo numero di Saraceni (gente che altre volte avendo servito gli Imperadori, si ribellò poi a tempo di Giuliano (2) per difetto di paghe) partito dall’Africa, poco men che tutta la Sicilia oppresse. Da quest’Isola non molto dopo passarono in Calabria, dove con varia fortuna, ora battendo i Greci, ora dai Greci battuti, altri in vari luoghi mediterranei si stabilirono; ed altri verso il mare Interno camminando, quelle terre occuparono, che loro meglio piacquero, o che poterono minor resistenza fare; giacchè dove vi erano Longobardi non era così facile l’espugnazione. Fra’ primi luoghi, che occuparono nella Lucania, furono Rivello, Castel Saraceno, Armento, La Rocchetta, Camerota ed Agropoli. Ma numero maggiore, nel DCCCXIV. ne fece venir dall’Africa, Romano, Imperador di Costantinopoli, per ridurre i Lucani, i Pugliesi ed i Calabresi, che gli negavano l’obbedienza, avendolo per un usurpatore: E sebbene dopo molti contratti riuscito gli fosse il disegno,  venne con tutto ciò di là a non molto tempo quasi ad annientarsi il Greco (I) dominio di quei luoghi. Biondo, nella etc….Fece più insolente questi barbari il favore che loro dava Lotario,  che quant’unque già da Lodovico suo padre fosse stato fin dall’anno DCCCXVII. associato all’Imperio, fu creduto uno dei maggiori nimici che l’Italia avesse avuto. Lo stesso Mabillon. Ann. Bened. lib. 38. non potè astenersi di dirlo: “Ille vero adeo etc….”.   E queste cose facevansi intorno all’anno DCCCXXXVI. Il maggior male che da questa nazione avesse allora l’Italia, fu l’aver mostrata ad altri della loro razza la via di venir a proprio talento; onde questa, onde questa parte di essa fu per anni e secoli Lacerata: ‘Saraceni de Africa in Apulia navigio singulis annis veniebant’, scrive ‘Oderico Vitale’, nel lib. 3, hist. Eccl. Né lo facevano solamente di loro voglia, ma spesso ancora dagli stessi Italiani chiamati, e poi tenuti (2) a proprio soldo, come fece Andrea Duca di Napoli, per servirsene contro Sicardo Principe di Benevento. Leggesi questo in Giovanni Diacono, nei ‘Vescovi di Napoli’ in Giovanni: Pro quibus commotus Andreas Dux, directo Apocrifario, validissimam Saracenorum hostem ascivit’. Nella guerra, ch’ebbe Arechi, o Radelchi Principe di Salerno con Siconolfo, ne fece venir degli altri, e:  ‘Totum non modo Principatum (son parole del Baronio all’anno DCCCXIII.) verum etiam Italiae Regnum dissentione sua, ferro, et igne per annos ferme triginta demoliti sunt’. Siconolfo, per aiutarsi, anch’egli ne chiamò di Spagna, altro considerabil numero, che stragi peggiori nella nostra lucania commisero. Di questi, e de’ danni da essi fatti, fa ‘Erchemperto’ nell’anno DCCCXLVIII. bastante menzione. La stima che gli Italiani di questi barbari facevano, li rese così insolenti, e superbi, che coniavano delle monete col di loro impronto etc…(p. 131). Talvolta non ve n’era alcuna a cagione di quel pagamento, che a loro si faceva, chiamato DACIUM dal ‘Monaco di S. Mercurio’; onde poi sorse venne l’Italiana parola Dazio, e significava presso a’ Saraceni quella contribuzione in denaro, che loro si pagava, per rendere un luogo immune dalle scorrerie, e dai saccheggiamenti;”.

Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I., p. 130 non parla dell’anno 892 ma scrive che l’attacco a Paestum avvenne nella notte del 23 giugno 916. Il Camera, però a p. 130, introduce l’altra notizia che riguardava il ribat di Agropoli, ed i Saraceni, prima della strage del Garigliano:  I quali dopo tante gelosia, congiure, guerre ed esautorazioni scambievoli, rimasi indeboliti, fecero risoluzioni affatto disperate e barbare, con chiamare in soccorso i Saraceni, che non dovevan essere troppo viaggiare per giungere dalle coste dell’Africa o dalla Sicilia (vedi pag. 100). D’altronde, cosa poteva attendersi da quegli Infedeli che non conoscevano alcun vincolo morale…..Sempre avidi di preda e di conquista essi vi vennero assolutamente per rovir tutto: loro riuscendo di approfittarsi della debolezza dei Principi di quel tempo,…..Se si univano coi Salernitani, danneggiavano il territorio di Napoli e di Capua, e se si confederavano coi Napoletani, Benevento e Salerno erano rovinate dalle loro scorrerie: “Agareni omnia denudabunt. Et quando cum Salernitanis pacem inebant, Neapolitanos, Capuanosque graviter affligebant; et quando Neapolitanis pacem debant, urbem Salernitanam, seu Beneventanam hostiliter atterebant” (1).”. Il Camera a p. 130, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Anonymi Salernitani, Chronic., cap. 145.”.

Nel 832, Sicardo, Principe longobardo del Principato di Benevento

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 79, riferendosi alla morte di Sicone, in proposito scriveva che: Gli successe il figlio Sicardo, che, continuando le ostilità contro i territori bizantini, isolati e mancanti di aiuti dall’Oriente, dove l’imperatore Teofilo era costretto a difendersi da Bulgari e Musulmani, costrinse Napoli ad un tributo, occupò i litorali di Stabia e di Torre, depredò la costiera amalfitana e conquistò facilmente Amalfi, dalla quale moltissimi cittadini furono condotti a Salerno: “nell’intento di fare della stessa Amalfi un sobborgo di Salerno”, come dice il Cronista Salernitano (1).”. Il Cantalupo, a p. 77, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Chronicon Saler., cit., p. 73”. Il Cantalupo, a p. 72, nella sua nota (1) postillava che: “(1) U. WESTEMBERGH nella sua edizione critica del ‘Chronicon Salernitanum’ (A critical Edition with Studies on Literary and Historical Soruces and on Language, by Ulla Westembergh, Stockholm, 1956, in Studia Latina Stockholmiensia, III ,pp. 85 sg. ecc..”. Da Wikipedia leggiamo che Sicardo (… – 839) è stato un principe longobardo, principe di Benevento dall’832. Sicardo fu il figlio e successore di Sicone I di Benevento, diventando l’ultimo sovrano del principato beneventano prima che avvenisse la definitiva separazione dal dominio di Salerno. Una breve riunificazione si ebbe solo sotto Pandolfo Testadiferro dal 977 al 981. Durante il suo regno, dapprima esiliò il fratello maggiore Siconolfo a Taranto costringendolo al sacerdozio, poi combatté ripetutamente contro i Saraceni e le città vicine, specialmente contro Sorrento, Napoli e Amalfi, e rappresentò la massima potenza economica e militare di tutta l’Italia meridionale.

Nell’836, il duca di Napoli Andrea chiamò i Saraceni dell’isola di Licosa

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 77-78, in proposito scriveva che: Il duca di Napoli Andrea (834-840), di fronte al pericolo rappresentato dalle rinnovate mire espansionistiche del principato beneventano, che ormai minacciava l’estrema sopravvivenza della sua città, fu costretto, mancandogli la possibilità di ricorrere ai Bizantini d’Oriente o ai Franchi, a chiedere aiuto ai Saraceni di Sicilia: “…..pro quibus commotus Andreas dux, directo apocrifario, validissimam Saracenorum hostem ascivit (3). L’intervento degli Arabi indusse Sicardo alla pace, che venne stipulata con un Capitolare il 4 luglio dell’836 (1). Il testo di questo trattato merita particolare attenzione, in quanto Sicardo, pur riconoscendo ai Napoletani piena libertà di traffici nel territorio longobardo, si premurava di puntualizzare: “…e ciò sia, purchè da ora in poi per qualsivolglia circostanza le vostre navi non si trattengano nelle zone della Lucania o dovunque entro i nostri confini…….Considerato che…ecc…ecc…; poichè l’area costiera della Lucania Occidentale, “in finibus nostris”, che Sicardo intendeva preservare non può essere che quella fra l’Alento e punta Licosa, essendo il restante litorale da Licosa al fiume Solofrone certamente controllato dai Bizantini di Agropoli e dal Solofrone al Sele privo, allora, di approdi confacenti all’ancoraggio di navi, si può concludere, mettendo tutto ciò in relazione con la sicura notizia che gli Arabi erano annidati alla Licosa nell’846 (2), che il presente brano costituisce un’indiretta testimonianza della presenza dei Saraceni alla Licosa già nell’836. Che i Napoletani abbiano potuto favorire un’insediamento di Arabi in questa località si comprende facilmente, ove si consideri che si liberavano da pericolosi vicini pur tenendoli a portata di mano, stanziati su di na terra di frontiera, dove, per di più, fungevano da forza deterrente contro la crescente minaccia longobarda. Napoli riusciva a respirare! ma aveva aperto le porte dell’Italia centro meridionale ai predoni più feroci che avessero fino ad allora solcato i nostri mari e, cosa ben più grave, aveva introdotto e sancito per i Cristiani l’uso di lanciarsi contro l’un l’altro crudeli bande di mercenari saraceni. Dal loro covo legalizzato della Licosa gli Arabi, a loro volta, ebbero tutto l’agio di osservare da vicino l’evolversi degli avvenimenti….”. Il Cantalupo, a p. 77, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Giovanni Diacono, ‘Gesta Episcoporum Neapolitanorum’, in M.G.H., SS. RR. LL. et Ital., cit., c. 57, 431.”.

Nell’836-837 (IX sec. d.C.), la guerra tra Sicardo ed Andrea II, duca di Napoli che chiamò i Saraceni della Licosa

La guerra tuttavia continuò lo stesso e nell’837 si aggiunse il duca Andrea II di Napoli, che per la prima volta chiamò in suo aiuto i Saraceni, dando inizio ad una “tradizione” seguita da molti altri principi cristiani. Nell’838 riuscì inoltre a sottomettere Amalfi attaccandola dal mare, e ne deportò parecchi abitanti a Salerno. Malgrado l’attitudine alla guerra, Sicardo fu anche un alacre patrocinatore di nuove costruzioni. A lui si deve l’edificazione di una nuova chiesa a Benevento, che egli volle valorizzare facendola sede delle reliquie di San Bartolomeo, appositamente trafugate ai Saraceni grazie all’ingaggio di alcuni mercanti amalfitani. Dopo la presa di Amalfi si impossessò anche delle reliquie di Santa Trofimena, riportate di recente alla loro sede originaria da Minori. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 77, riferendosi al principe beneventano e longobardo Sicardo, in proposito scriveva che: Il duca di Napoli Andrea (834-840), di fronte al pericolo rappresentato dalle rinnovate mire espansionistiche del principato beneventano, che ormai minacciava l’estrema sopravvivenza della sua città, fu costretto, mancandogli la possibilità di ricorrere ai Bizantini d’Oriente o ai Franchi, a chiedere aiuto ai Saraceni di Sicilia: “…..pro quibus commotus Andreas dux, directo apocrifario, validissimam Saracenorum hostem ascivit (3). Ecc…”. Il Cantalupo, a p. 77, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Giovanni Diacono, ‘Gesta Episcoporum Neapolitanorum’, in M.G.H., SS. RR. LL. et Ital., cit., c. 57, 431.”. Il testo citato dal Cantalupo, il chronicon di Giovanni Diacono è contenuto e pubblicato nel testo di Monumenta Germanica Hitalicarum. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 78, riferendosi al principe beneventano e longobardo Sicardo, in proposito scriveva che: “…..si può concludere, mettendo tutto ciò in relazione con la sicura notizia che gli Arabi erano annidati alla Licosa nell’846 (2), che il presente brano costituisce un’indiretta testimonianza della presenza dei Saraceni alla Licosa già nell’836. Che i Napoletani abbiano potuto favorire un’insediamento di Arabi in questa località si comprende facilmente, ove si consideri che si liberavano da pericolosi vicini pur tenendoli a portata di mano, stanziati su di na terra di frontiera, dove, per di più, fungevano da forza deterrente contro la crescente minaccia longobarda. Napoli riusciva a respirare! ma aveva aperto le porte dell’Italia centro meridionale ai predoni più feroci che avessero fino ad allora solcato i nostri mari e, cosa ben più grave, aveva introdotto e sancito per i Cristiani l’uso di lanciarsi contro l’un l’altro crudeli bande di mercenari saraceni. Dal loro covo legalizzato della Licosa gli Arabi, a loro volta, ebbero tutto l’agio di osservare da vicino l’evolversi degli avvenimenti….”. Il Cantalupo, nella sua nota (1) si riferiva al “Pactum Sicardi”, citato nel chronicon di Giovanni Diacono (….) e pubblicato  nel testo di Monumenta Germanica Hitalicarum. Il Cantalupo, a p. 78, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi p. 80 ed, ibidem, n. 2.”. Infatti, Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 79-80, in proposito scriveva che: “Nell’836, come abbiamo visto, il duca napoletano Andrea si era servito dei Saraceni per stornare dalle sue terre la minaccia di Sicardo di Benevento, dando ad essi la possibilità di insediarsi a Punta Licosa ed iniziando quei rapporti con gli arabi di Sicilia che avrebbero giovato poi allo sviluppo della potenza marinara di Napoli. L’occasione per porre un durevole stanziamento sulla terraferma fu, però, offerta ai Musulmani dalle lotte civili che scoppiarono all’interno del principato beneventano nell’839, all’indomani dell’uccisione di Sicardo, perito in una congiura promossa dal suo tesoriere Radelchi, che si impadronì del potere. Ecc..”.

Nel 840, i Saraceni in Calabria ed i loro Emirati

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 80, in proposito scriveva che: “…..ne approfitto nell’839 Amalfi per rendersi indipendente dal giogo beneventano, ne approfittarono nell’840 i Saraceni di Sicilia, che, rinforzati da Africani e da Cretesi, corsero saccheggiando le coste dello Ionio e la Puglia, occuparono Taranto, distrussero una flotta veneziana inviata contro di loro dall’imperatore bizantino Teofilo (829-842), penetrarono nell’Adriatico e giunsero fino ad Ancona ed alle isole della Dalmazia. Nello stesso anno altre bande musulmane invasero la Calabria ed occuparono S. Severina, Tropea ed Amantea, che divenne sede di un Emiro. Radelchi, nell’841 assoldò una banda di questi predoni provenienti dalla Libia, condotti dal berbero Hablah ad Halfun, la cui prima impresa fu quella di strappare Bari allo stesso Radelchi. Ecc..”Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu il secolo delle più feroci devastazioni nel sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Tropea, Santa Severina e, a Nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno. Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Sichenolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e di Sicilia; Sichenolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Ecc..“. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (86) postillava che: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse un ricordo, venera “Santo Foca”.

Nel 841, i Saraceni a punta Licosa e poi si trasferirono ad Agropoli

Pietro Ebner (….), ne parla in ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a pp. 23-24, parlando del porto di Salerno, in proposito scriveva che: “5…..E nel mondo islamico Salerno, forse più Amalfi, era nota prima dell’841, quando i Saraceni, “pestis agarena”, impresero a correre il Mezzogiorno d’Italia per trarre schiavi, donne e bottino. Annidatisi al Garigliano e ad Agropoli (55), ne partivano per frequenti razzie nei dintorni, lasciando poi tracce del loro passaggio etc…”. Ebner, a p. 24, nella nota (55) postillava: “(55) V. Cilento, cit., p. 148 sgg., p. 163, p. 175 sgg. e p. I. Etc…”. Ebner citando “Cilento” si riferiva a Nicola Cilento ed a p. 14, nella nota (24) postillava: “(24) Cilento Nicola, Italia meridionale longobarda, Napoli, 1966.”. Anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Sichenolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e di Sicilia; Sichenolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Ecc..“.

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiese baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando delle Diocesi e clero dopo il mille, a p. 47, in proposito scriveva che: “Circa la data del trasferimento della sede diocesana da Paestum a Capaccio si fanno varie ipotesi, come quella ad esempio del Gatta (1) che la colloca tra l’877-882 epoca in cui visse Giovanni VIII (872-882), o il Gams quando afferma: “930 diruta Paestum, sedes traslata est (Cathedral S. Maria Maggiore)”(2). Una cosa è certa, i “saraceni agropolitani” di cui parlano le Cronache avevano razziato anche la pianura pestana: “omnia denudabant (…e) per iuga moncium degebant omniaque demoliebant” e “per Beneventum Salernitanasque fines peragrant”(3). Nella notte di S. Giovanni del 892 i musulmani di Sicilia pare abbiano assalito Paestum devastandolo e incendiandolo. Essi si fermarono a Licosa, secondo Erchemperto (v. G. Diacono “Licosa latitabant”) e poi ad Agropoli, importante osservatorio geografico proiettato sul golfo salernitano. E’ presumibile che sotto il loro incalzare le popolazioni abbandonassero la pianura per rifugiarsi in zona più tranquilla e ciò anche in considerazione del fatto che Paestum aveva perduto la sua originaria fertilità a causa soprattutto degli acquitrini defluiti dal degrado del fiume Salso ricordato tra l’altro da Strabone (5).”. Ebner, a p. 47, vol. I, nella nota (1) postillava: “(1) C. Gatta, Memorie topografice-storiche della provincia di lucania, Napoli, 1732, p. 267.”. Ebner, a p. 47, vol. I, nella nota (2) postillava: “(2) Chronicon saler. cit., par. 42 e 94.”.

Nel 842, Siconolfo ed i Saraceni

Fra Radelchi e Siconolfo scoppiò una lunga e accesa guerra che portò all’intervento armato in Italia dei mercenari musulmani. Fu infatti Radelchi il primo a chiamare in proprio soccorso i Saraceni nell’841, seguito poi dallo stesso Siconolfo che fece altrettanto contro il suo rivale, al quale inflisse nell’843 una pesante sconfitta alle Forche Caudine. La guerra per la successione durò oltre dieci anni, durante i quali i saraceni seminarono ovunque devastazioni, assalendo e depredando molte chiese. Riguardo i Saraceni, Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 80, in proposito scriveva che: “Siconolfo, a sua volta, nell’842 chiamò al suo servizio un altro contingente di predoni, oriundi di Spagna e rifugiati a Creta, condotti da un certo Apolaffar. La lotta arse furiosa e i Saraceni, in appoggio dell’una e dell’altra fazione ma, principalmente a danno di entrambe, approfittarono dell’anarchia dello Stato Beneventano per porsi in pianta stabile a Salerno ed a Benevento, dove, col pretesto di proteggerli taglieggiavano i principi, vessavano le popolazioni, saccheggiavano monasteri e chiese, ed agivano da veri padroni del paese. Ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Sichenolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e di Sicilia; Sichenolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Ecc..“.

L’Isola di Licosa

Licosa è una frazione del Comune di Castellabate in Provincia di Salerno, costituita da un promontorio denominato Enipeo da Licofrone o Posidio da Strabone che ospita un vasto parco forestale di macchia mediterranea. Come si può vedere dall’immagine di Fig. 4, l’isolotto ha la classica forma della mezza Luna che è stato da sempre il simbolo degli Arabi Musulmani. Il nome deriva dal greco Leukosia (Λευκωσία, pron. lefkosía in greco moderno) che significa “bianca”, e la leggenda vuole che Leukosia sia una delle tre sirene che Ulisse incontrò nel suo viaggio, nell’Odissea omerica. Il toponimo è quindi strettamente correlato con quello della capitale cipriota Nicosia (Lefkosía in greco, Lefkoşa in turco) e, con quello del comune Siciliano di Nicosia. Nell‘846 Licosa fu roccaforte di pirati Saraceni, che furono sconfitti proprio nella decisiva ‘battaglia di Licosa‘ da una coalizione di poteri locali che comprendeva tutti i soggetti danneggiati dalle incursioni musulmane: il Ducato di Napoli, il Ducato di Amalfi, il Ducato di Gaeta e il Ducato di Sorrento. Nel 1028 i Saraceni furono scacciati dalla zona definitivamente dal principe Guaimario III di Salerno. In proposito dell’isola di Licosa, Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “nè le tradizioni intorno a ‘Molpa’, sita forse ad un paio di chilometri da Palinuro, nè quelle intorno a Leucosia (4), anche a non tener conto d’alltro che dell’onomastica certamente greca, debbono esser ritenute in tutto prove di fondamento (1)….Etc…”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (4) postillava che: “(4) Plin. N. H., III, 7; “contra Paestanum sinum Leucosia est, a Sirene ibi sepulta nominata”, e Stabone. Geog. VI, 252, traducendo dalla citata ediz.: “di quì (da Pesto) a chi naviga, viene innanzi, a breve distanza dal continente, l’isola Leucosia, così nominata da una delle Sirene, la quale fu gettata in quel luogo, quando quelle si precipitarono nel mare profondo” e Dionigi di Alicarnasso, Antichità romana, (ed. Kiessling e Prou, Parigi 1886), al lib. I dice che Leucosia era cugina di Enea e morì nell’isolotto che è di rimpetto alla punta detta oggi di Licosa.”. Il Carucci, a p. 46, nella nota (1) postillava che: “(1) Il Champault, op. cit., cerca di determinare le terre toccate da Ulisse nella sua perigrinazione e dimostra che la spiaggia delle Sirene deve ricercarsi presso Punta Licosa e non nelle isolette Sirenuse presso la punta della Campanella. Nè è scarsa di valore la denominazione di un luogo presso Licosa – Teresino – che, anche nella tradizione popolare, significa ‘tre sirene’.”. Il Carucci, a p. 43, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Champault, Pheniciens et Grecs en Italie d’auprès l’Odyssée, Paris, Leoroux, 1896.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiese baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Licosa, a p. 114, in proposito scriveva che: “Il toponimo richiama la leggenda delle sirene (1), una delle tre (Partenope, poi eponima di Napoli, Leucosia e Ligea) che diede nome all’isoletta (2) davanti a Punta Licosa (oggi, poche case) l’antico promontorio Enipeo di Licofrone (3) e Posidio per Strabone (4).”. Ebner, a p. 114, nella nota (1) postillava: “(1) Divinità ctonie, benevoli se si riusciva a placarle, che ammaliavano con il loro dolcissimo canto (Odissea, XIV) i naviganti sulle coste dell’Italia meridionale (Sirenuse: isolette di Licosa, S. Pietro e Galletta).”. Ebner, a p. 114, nella nota (2) postillava: “(2) Isola, della sirena: Licofrone 223; Strabone, VI, 252; Pseudo Aristot., de adm. ausc., II, 103; Ovidio, Metam., XIV, 708; Silio Ital., VIII, 578; Stefano, s.v.; Eustat., 177 (in Dion. Per.). Detta “isola piana”, Corcia cit., II, p. 47; Riccio Enea: Dionigi D’Alic., I, 53; Solino, II, 13, per cui il nome dell’isola.”. Ebner, a p. 114, nella nota (3) postillava: “(3) Licofrone, Cass., V, 722”. Ebner, a p. 114, nella nota (4) postillava: “(4) Strabone, VI, 252, la oppose a quello delle Sirene col quale delimita il golfo Posidoniate.”. Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a pp. 143-144, parlando della Marina di Leucosia, in proposito scriveva che: “A breve distanza spunta dall’infido elemento la celebre isoletta della bianca Sirena Leucosia (3), pretesa cugina di Enea, quivi, come si vuole, sepolta (4). Quest’isoletta è oggi unita al continente.”. Il Volpe, a p. 147, nella nota (3) postillava: “(3) Giustamente Apollonio, nel VI dell’Argonautica, seguendo Omero, ‘Florida e fertile’ chiama quest’isola…”Est insula protinus illis ‘Fertilis’, aspectu et ‘Florens’, calvere canorae Sirenes illam, proles Acheloia”.”. Il Volpe, a p. 147, nella nota (4) postillava: “(4) Contra paestanum sinum Leucosia est, a Sirena ibi sepulta appellata (Plin. lib. III, cap. 7) – Festo però crede di essere stata l’isola così detta da una cugina di Enea a nome ‘Leucosia’, quivi sepolta.”.

isolotto di Leucosia

(Fig…..) Isola Licosa

sicilia idrisi 2

(Fig….) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi

Nel 846, i Saraceni e la battaglia navale di Licosa

Da Wikipedia leggiamo che la battaglia navale di Licosa, combattuta nell’anno 846 presso l’omonimo promontorio, oppose ai Saraceni una coalizione di ducati indipendenti del Meridione d’Italia, ispirata e guidata dal Duca di Napoli Sergio I. Dell’alleanza facevano parte alcuni di quei soggetti politici la cui spiccata propensione marittima era minacciata dai danni subiti a causa delle incursioni saracene: oltre al Ducato bizantino di Napoli, essa comprendeva le potenze marinare di Amalfi, Gaeta e Sorrento. La battaglia che si combatté a Punta Licosa nell’846 non fu un evento isolato: essa costituiva l’atto conclusivo di una campagna navale iniziata nella primavera di quello stesso anno, con la quale si voleva rendere più sicura la navigazione nelle rotte navali dai porti del mar Tirreno, minacciata dalle scorrerie dei pirati musulmani, le cui basi erano nei numerosi covi presenti sulla costa. Tra i rifugi in cui erano insediati i pirati, vi era, nell’attuale Cilento, quello su Punta Licosa, considerato la loro roccaforte in Campania. Prima di puntare su Licosa, l’alleanza aveva già riconquistato l’isola di Ponza, caduta in possesso dei Saraceni nello scorcio iniziale di quello stesso anno. Lo scontro si concluse con il successo della coalizione dei ducati campani, a cui fecero seguito altre vittoriose iniziative navali che videro sempre protagoniste le potenze marinare di Amalfi, Gaeta, Napoli e Sorrento. Le campagne militari si susseguirono a più riprese fino all’849, anno della storica Battaglia di Ostia. Nonostante le vittorie della coalizione anti-saracena, gli effetti sortiti dalle campagne militari non furono definitivi: infatti, già nell’851 si registrava in Campania una ripresa e una recrudescenza delle azioni di pirateria, favorite dalle tradizionali e mai sopite rivalità che opponevano i soggetti politici dell’Italia meridionale e della Langobardia Minor. Queste divisioni storiche, nella migliore delle ipotesi, impedivano l’unità di intenti necessaria per sconfiggere in modo definitivo il fenomeno piratesco. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “I Saraceni avevano visitato più volte la costa del Cilento. Essi infatti, occupata la Sicilia dall’anno 827 all’anno 853, si erano spostati gradatamente sulla terra ferma, costituendo un pericolo costante, specie per le città poste sul mare (6). Perciò Amalfi, Napoli, Gaeta e Sorrento, allo scopo di stabilire una massiccia opposizione ai continui attacchi e alle frequenti razzie dei barbareschi, avevano stretto una Lega tra di loro. Fu proprio in forza di questa alleanza che i Saraceni poterono essere snidati a Punta Licosa, dove si erano arroccati nell’anno 845 (7). Cacciati da qui, ….etc…”. Il Vassalluzzo, a p. 30, nella nota (7) postillava: “(7) HIRSCH F. – SCHIPA M., op. cit., pag. 109. Orlando G., op. cit., pag. 317. Lo storico nocerino parla di un’altra alleanza tra i principi di Capua e di Salerno, i duchi di Gaeta, di Napoli e di Amalfi, con l’aiuto del naviglio dei Greci, alleanza che, nell’anno 914, valse a sconfiggere i Saraceni al Garigliano, la loro ordinaria dimora e, adesso, loro ultimo rifugio. Negli anni precedenti i predoni avevano commesso soprusi di ogni genere. Non avevano risparmiato neppure i giovinetti, che essi rapivano come ostaggi. Ecco cosa si trova scritto in Orlando, op. cit., pag. 319, citando un documento custodito nell’Archivio Cavense: “Si johanne filio meo, in ista terra regressus fuerit, etc…(S. Massimo di Salerno).”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (7) postillava di (7) Hisch F. – Schipa Michelangelo, La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno,  ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141. Il Vassalluzzo citava G. Orlando (….), ovvero Orlando Gennaro (….) ed il suo “Storia di Nocera de’ Pagani”, vol. I, Napoli, 1884, p. 317. Riguardo al testo di Nicola Cilento (….), il Vassalluzzo, a p. 29, nella nota (5) postillava: “(5) Cilento N., Italia meridionale longobarda, Milano, Napoli, pag. 184.”. Nicola Cilento (….), ha scritto sui Saraceni, nel 1959 e, pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiese baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Licosa, a p. 114, in proposito scriveva che: “G. Diacono (5), nella sua ‘Cronaca’, ricorda che nell’anno 845 una spedizione araba assalì le isole di Ponza e di Licosa a cui seguì la spedizione del duca napoletano Sergio.”. Ebner, a p. 114, nella nota (5) postillava: “(5) G. Diacono, Chronic. episc. neap., I, p. 315. Cfr. Amari, Storia cit., I, p. 364.”. Ebner citando “G. Diacono” si riferiva al chronicon di Giovanni Diacono. Da Wikipedia leggiamo che Sergio I di Napoli (… – Napoli, 864) fu duca di Napoli dall’840 all’864. Il terzo figlio maschio, Cesario, fu protagonista della Battaglia di Ostia (849) come comandante della flotta napoletana. Michele Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, Le Monnier, 1854, Vol. I, p. 364, in proposito scriveva che: “Con novello furore i musulmani assalirono l’Italia meridionale l’ottocento quarantasei. Insuperbiti per aver tagliato a pezzi l’esercito bizantino (a. 845) in Sicilia, spinsero gli assalti con evidente unità di disegno, le forze della colonia siciliana e dell’Africa. Le prime si mostrarono a un tempo sul mare Ionio e sul Tirreno: da una parte nevevano grosso presidio a Taranto (1), dall’altro si afforzavano al capo della Licosa che termina a mezzodì il golfo di Salerno; e occupavano Ponza, nè curavansi ormai se spiacesse ai Napoletani. Perchè, non temendosi più i Bizantini, e non contandovi per anco le bandiere di Pisa e di Genova, signoreggiavano quel mare la confederazione di Napoli e la colonia di Palermo, con forze non disuguali, con interessi comuni e interessi contrari: fieri amici che avean riguardo, non paura l’un dell’altro; tenean la mano all’elsa della spada, e talvolta la sguainavano, ma presto tornavano in pace. Dopo la presa di Ponza, Sergio console di Napoli vi approdò con le sue navi e quelle di Gaeta, Amalfi e Sorrento; scacciò i Musulmani da quell’isola e dalla Licosa. Rifuggitisi in Palermo, i Musulmani tornarono con più forte armata, occuparono il castel di Miseno si presso a Napoli (2), e pur non furon sturbati.”. Amari, a p. 364, nella nota (1) postillava: “(1) Ibd- el- Athir nel capitolo “Delle guerre dei Musulmani in Sicilia” Ms. A, tomo II, fog. 2 e MS. C., tomo IV, fog. 212 recto, dopo la presa di Lentini scrive: “……….etc… Non esito ad aggiungere una r e a leggere Tàrant, corrispondendo tutti gli altri elementi etc…”. Amari, a p. 364, nella nota (2) postillava: “(2) Johannis Diaconi, Chronicon Episcopum Sanctae Neapolitanae Ecclesiae, presso il Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte II, p. 315; dal quale è superfluo dire che ho tolto i soli avvenimenti, non le riflessioni ch’io ne traggo. Il cronista narra in continuazione l’assalto di Roma, ed io non so perchè il Muratori negli Annali abbia rierito le fazioni di Ponza all’845.”. L’Amari, prosegue il suo racconto parlando della battaglia di Ostia, dove fu protagonista nel 849, Cesario, il figlio del duca di Napoli Sergio I. Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia”, a p. 67, in proposito scriveva che: “I coloni di Palermo, padroni ormai di mezza Sicilia e inorgogliti da una recente grande vittoria sui greci, nell’846 credettero poter solcare a loro posta il Tirreno, dove il papa non aveva navi e poche ne aveva il marchese di Toscana o di Lucca, scaduta Pisa dall’antica importanza nè ancora avviata alla nuova più famosa grandezza. Non presentate dalla riviera ligure che borgate aperte, prive ancora di attività marinaresca, quasi sole le bandiere di Gaeta, di Napoli, di Sorrento e di Amalfi si vedevano sventolare in quel mare. La navigazione musulmana per tanto a nord della Sicilia minacciava principalmente queste città; e tanto più appariva un’offesa ai napoletani, in quanto sin’allora eran corsi rapporti pacifici e di alleanza tra loro e gl’infedeli. Occupata da questi Licosa, sulla punta che chiude a mezzodì il golfo di Salerno, e fortificata al solito loro a base di ulteriori operazioni, veleggiavano verso settentrione: probabilmente devastarono un’altra volta Ischia, certo s’impadronirono di Ponza. Gaeta come Amalfi guiridicamente rimanevano tuttora membri del ducato napoletano, come questo restava membro del thema di Sicilia e parte dell’impero Orientale: Gaeta etc….”. Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia”, a p. 68, in proposito scriveva che: “E il duca Sergio infatti condusse ai luoghi più infestati le navi amalfitane e gaetane, oltre le sue di Napoli e di Sorrento; della quale, da una posteriore leggenda agiografica, trasparirebbe tribuno un Gregorio Brancaccio, nobilissimo napoletano: persona, per altro, sicuramente esistita. E vinse i pirati, forse anche nel golfo di Napoli; certo, in quello di Gaeta; ridiscese nell’altro di Salerno e, snidatili da Licosa, rese libere tutte le coste e le isole della Campania (846).”.

Dall’845, i Saraceni ed il Califfato di Agropoli

Castello di Agropoli

(Fig. 2) Castello di Agropoli

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (51), sulla scorta del Ventimiglia (52), ha riportato alcune interessanti notizie sulla presenza Araba nelle nostre terre. Vassalluzzo, nella sua nota (12) di pag. 18, scriveva: “Ventimiglia F.A., op. cit. pagg. 104, 105. Lo storico cilentano (riferendo il Cronista Cavense all’anno 879, a proposito dei Saraceni, che vengono in Agropoli e in Capaccio, dove si scrive: et Lucaniam rupis bocheturris expugnavit) ecc…”. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “I Saraceni avevano visitato più volte la costa del Cilento. Essi infatti, occupata la Sicilia dall’anno 827 all’anno 853, si erano spostati gradatamente sulla terra ferma, costituendo un pericolo costante, specie per le città poste sul mare (6). Perciò Amalfi, Napoli, Gaeta e Sorrento, allo scopo di stabilire una massiccia opposizione ai continui attacchi e alle frequenti razzie dei barbareschi, avevano stretto una Lega tra di loro. Fu proprio in forza di questa alleanza che i Saraceni poterono essere snidati a Punta Licosa, dove si erano arroccati nell’anno 845 (7). Cacciati da qui, i saccheggiatori ripararono in Agropoli, luogo assai idoneo e per posizione naturale e per strategia. Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a dismisura negli anni, tanto da fare di questo centro una potente roccaforte saracena nell’anno 882 (8). Da Agropoli, i Saraceni, in continuo contatto con i fratelli stazionanti in Sicilia ed in Africa, si studiarono di impadronirsi per sempre del Principato di Salerno e l’occasione venne loro offerta dalle continue discordie esistenti tra i principi Longobardi di Capua, di Salerno e di Benevento. Si mossero così con il piano di occupare ed espugnare i nostri castelli ed in parte riuscirono nel loro intento (9).. Il Vasalluzzo, a p. 30, nella sua nota (6) postillava: “(6) T.C.I., L’Italia storica, Milano, 1961, pag. 118. Orlando G., op. cit., pag. 309. Cilento N., op. cit., pag. 177.”. Riguardo Orlando, il Vassalluzzo, a p. 28, nella nota (4) postillava: “(4)….Orlando G., Storia di Nocera de’ Pagani, vol. I, Napoli, 1884, pag. 311 e sg.”. Il titolo completo dell’opera è Orlando Gennaro, “Storia di Nocera de’ Pagani – Dalla nascita della città moderna all’Unità d’Italia”, Napoli, 1884, vol. I-II-III. Il Vassalluzzo, a p. 30, nella nota (7) postillava: “(7) HIRSCH F. – SCHIPA M., op. cit., pag. 109. Orlando G., op. cit., pag. 317. Lo storico nocerino parla di un’altra alleanza tra i principi di Capua e di Salerno, i duchi di Gaeta, di Napoli e di Amalfi, con l’aiuto del naviglio dei Greci, alleanza che, nell’anno 914, valse a sconfiggere i Saraceni al Garigliano, la loro ordinaria dimora e, adesso, loro ultimo rifugio. Negli anni precedenti i predoni avevano commesso soprusi di ogni genere. Non avevano risparmiato neppure i giovinetti, che essi rapivano come ostaggi. Ecco cosa si trova scritto in Orlando, op. cit., pag. 319, citando un documento custodito nell’Archivio Cavense: “Si johanne filio meo, in ista terra regressus fuerit, etc…(S. Massimo di Salerno).”. I vescovi dominarono la città di Agropoli per tutta l’epoca medioevale, insieme ai centri di Ogliastro ed Eredita, e ai villaggi di Lucolo, Mandrolle, Pastina, San Marco di Agropoli e San Pietro di Eredita, che componevano il feudo di Agropoli. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Hirsch F. Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, p. 96 e 97; Cilento N., op. cit., p. 184.”. Il Vassalluzzo, a p. 31, nella nota (9) postillava: “(9) Ebner P., Agricoltura e pastorizia a Velia e suo entroterra dai tempi più remoti al tramonto della feudalità, in R.S.S., anno 1965, pag. 62. Cfr. pure Landolini A., Le repubbliche del mare, Roma, 1963, pag. 131.”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (7) postillava di (7) Hisch F. – Schipa Michelangelo, La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno,  ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141. Il Vassalluzzo citava G. Orlando (….), ovvero Orlando Gennaro (….) ed il suo “Storia di Nocera de’ Pagani”, vol. I, Napoli, 1884, p. 317. Riguardo al testo di Nicola Cilento (….), il Vassalluzzo, a p. 29, nella nota (5) postillava: “(5) Cilento N., Italia meridionale longobarda, Milano, Napoli, pag. 184.”. Nicola Cilento (….), ha scritto sui Saraceni, nel 1959 e, pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’. Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia”, a p. 68, in proposito scriveva che: “E il duca Sergio infatti condusse ai luoghi più infestati le navi amalfitane e gaetane, oltre le sue di Napoli e di Sorrento; della quale, da una posteriore leggenda agiografica, trasparirebbe tribuno un Gregorio Brancaccio, nobilissimo napoletano: persona, per altro, sicuramente esistita. E vinse i pirati, forse anche nel golfo di Napoli; certo, in quello di Gaeta; ridiscese nell’altro di Salerno e, snidatili da Licosa, rese libere tutte le coste e le isole della Campania (846).”. Sulla scorta del ‘Chronicon Salernitanum’, un antico manoscritto apocrifo (50), che fu pubblicato nel 1600 dal Pratilli (61), sappiamo che a Salerno i Saraceni c’erano stati dall’882 all’885, all’anno 898 (si veda cap. 151, 547 e Amari M., op. cit. (53), vol. I, p. 463 e 464). Matteo Mazziotti (….), nel suo “La baronia del Cilento”, a p. 42, in proposito scriveva che: “Però nelle storie non si ha alcuna notizia dei luoghi fino all’anno 882, quando i Saraceni presero Agropoli, donde il loro dominio si estese per lungo tratto della costa fino al promontorio della Licosa. Anzi, stanto al racconto di Giovanni Diacono, ivi i Saraceni sarebbero stati prima di impossessarsi del Castello di Agropoli (4).”. Mazziotti, a p. 42, nella nota (4) postillava: “(4) Licosae latitabant. Giovanni Diacono, Chronicon episcoporum sanctae neapolitanae ecclesiae. (Raccolta di varie cronache e diari, Vol. 3° pag. 86).”. Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi etc…, vol. I., pp. 121-122 e ssg., riferendosi al duca di Napoli, Attanasio, in proposito scriveva che: “Per disfarsi adunque da questi dannosi nemici, Attanasio, chiamò in suo aiuto Guaimario principe di Salerno, i Capuani ed altri popoli vicini, cui riuscì poi di snidarli di là a viva forza. Vinti, ma non perduti di animo, i Saraceni volsero in Agropoli (nel Cilento), ove si afforzarono ed ebbero vita per quasi quarant’anni!; scorrendo ed infestando, non solo i paesi littorali del golfo di Salerno, ma ben anco quelli posti in sulle spiagge di Calabria. In breve gli stessi Saraceni di Agropoli spiccarono una banda loro nella terra di Cetara, dove pigliò posto, e si distese lungo quel seno di mare sino alla cala detta di Fuonti, con tartassare miseramente i luoghi vicino Salerno, senza che il principe Guaimario od altro se ne prendesse pena – etc…”. La notizia dataci dal Camera è oltremodo interessante. Il Camera scriveva che ai tempi di Guaimario, principe longobardo di Salerno e del duca di Napoli, Attanasio, i Saraceni da tempo stanziatisi ad Agropoli formarono una banda che andò a stabilirsi a Cetara nel ducato di Amalfi (nella cala detta di Fuonti) e da lì spesso partivano per incursioni violente a Salerno e nelle sue vicinanze.  Da Wikipedia leggiamo che nell’893 aveva nominato co-reggente suo figlio Guaimario II, che tenne le sorti del principato durante la lunga assenza di suo padre. Al suo ritorno, scoppiò in città una rivolta istigata da una fazione napoletana supportata da Atanasio, ma i due Guaimari riuscirono a stroncarla. Come se la rivolta filo-napoletana non fosse già abbastanza, ad angustiare ulteriormente il popolo salernitano fu la condotta amministrativa di Guaimario I, divenuto particolarmente cattivo e dispotico, forse traumatizzato dall’accecamento e dalle vicissitudini della sua cattività avellinese: così, tra il 900 e il 901, Guaimario II persuase il padre affinché si ritirasse a vita privata (emulando suo padre Guaiferio) presso il monastero di San Massimo ove morì entro pochi mesi.

Nell’847, l’imperatore Lotario e suo figlio Ludovico II cotro i Saraceni

Da Wikipedia leggiamo che designato re d’Italia nell’839, nell’844, secondo gli Annales Bertiniani, fu inviato dal padre in Italia con il compito di restaurare l’autorità imperiale a Roma e in quella città fu incoronato da papa Sergio II, il 15 giugno 844. I Saraceni, con i loro attacchi in Italia Meridionale, nell’846 erano giunti a minacciare Roma e nel mese di agosto avevano saccheggiato la basilica di San Pietro, che si trovava fuori le mura, profanando la tomba del primo apostolo. Ludovico intervenne, ma fu sconfitto dai Saraceni e a stento riuscì a raggiungere Roma. I saraceni, secondo una leggenda riportata negli Annales Bertiniani, nell’847 perirono tutti a seguito di un naufragio ed il loro bottino, disperso in mare, fu ritrovato in parte sul litorale e riconsegnato a San Pietro. Nell’847 il padre Lotario ideò una spedizione contro i Saraceni, che avevano occupato il Beneventano, avvicinandosi nuovamente a Roma. Egli pose Ludovico al comando della stessa, che riuscì nell’848 a sconfiggere i saraceni e a liberare Benevento.

Nel 850-851, i Saraceni distrussero l’antica Bussento

Da Wikipedia leggiamo che la divisione segnò l’inizio di un periodo di grave crisi, complicata dalle ribellioni autonomistiche di gastaldi e piccoli feudatari, dalle incursioni dei Saraceni e dai tentativi di riconquista dell’Impero bizantino, che riuscì a strappare al già indebolito Principato di Benevento gran parte della Puglia. Tra i potentati locali che emersero in questa fase, particolarmente influente divenne la Signoria di Capua. Negli anni successivi si contarono diversi tentativi di riunificare l’antico ducato, ma i successi di Atenolfo I (899) e di Pandolfo I Testa di Ferro (971) si rivelarono effimeri. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirela, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Il Campagna, a p. 78, nella sua nota (90) postillava che: “(90) Pochettino G., I Longobardi nell’Italia Meridionale (570-1080), Napoli, 1930.“.

Nell’863 (Antonini), 868 (Porfirogenita), i Saraceni occuparono Rivello, Camerota ed Agropoli, che divennero un loro avamposto

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(Fig. 1) Pagina miniata di un codice che illustra l’assalto dei Saraceni al Castello (Kastron bizantino) di Agropoli

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, da p. 129 parlando dei Saraceni in Lucania, in proposito scriveva che: “I Longobardi intanto (per rimetterci in via) tenevano quasi tutta l’Italia, a riserba di quella parte che si è detto, che obbediva agli Imperadori di Oriente (2), quando (3), circa gli anni di Cristo DCCCLXIII. o secondo la più vera opinione, (I) molti anni prima, grandissimo numero di Saraceni (gente che altre volte avendo servito gli Imperadori, si ribellò poi a tempo di Giuliano (2) per difetto di paghe) partito dall’Africa, poco men che tutta la Sicilia oppresse. Da quest’Isola non molto dopo passarono in Calabria, dove con varia fortuna, ora battendo i Greci, ora dai Greci battuti, altri in vari luoghi mediterranei si stabilirono; ed altri verso il mare Interno camminando, quelle terre occuparono, che loro meglio piacquero, o che poterono minor resistenza fare; giacchè dove vi erano Longobardi non era così facile l’espugnazione. Fra’ primi luoghi, che occuparono nella Lucania, furono Rivello, Castel Saraceno, Armento, La Rocchetta, Camerota ed Agropoli.”. Dunque, da ciò che leggiamo, sembrerebbe che l’Antonini, a p. 129 si riferisse ai Longobardi ma egli si riferiva ai Saraceni che, provenienti dalla Sicilia da loro occupata, si erano man mano trasferiti anche nella vicina Calabria, dove, spesso guerreggiarono con i dominatori dell’epoca che erano i Bizantini. Infatti, l’Antonini scrive che “Fra’ primi luoghi, che occuparono nella Lucania, furono Rivello, Castel Saraceno, Armento, La Rocchetta, Camerota ed Agropoli.”. La Calabria era sotto il dominio ed il controllo dei Bizantini. I Saraceni però riuscrirono a crearsi dei loro stabili avamposti a Rivello, a Camerota e ad Agropoli. Dunque, lo stabilimento dei Saraceni a Rivello avvenne in epoca longobarda e Bizantina, e secondo l’opinione di Antonini ciò accadde nell’anno 863 o addirittura molti anni prima. L’Antonini scriveva che ciò accadde in seguito all’occupazione Araba della Sicilia. Mons. Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’. leggonsi le seguenti parole: ‘Inter caetera oppida (parlando dei Saraceni) ‘occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolim, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudies, & Saracenicos mores conservant.’. Dovea forse così Camerota esser uno dè cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua Istoria al ‘num 55.’ scrive essere in Italia in mano dè Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., etc…”. Nel manoscritto del marchese di S. Giovanni (Marcello Bonito ?) è scritto: Fra le altre città (parlando del dio saraceno) occuparono Camerota sopra il mare in luogo alto e sicuro, e neppure vicino al mare Agropolis, ed i suoi cittadini sono ancora rozzi ai nostri tempi, e conservano i costumi del Saraceni.”:

Antonini, p. 411, su Camerota

(Fig….) Antonini G., La Lucania, Discorsi, vol. I, p. 412

Dunque, secondo l’Antonini, nel manoscritto del Marchese di S. Giovanni Bonito (…), pagina 87 è scritto che: “Inter caetera oppida (parlando de’ Saraceni) occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolin, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudes, & Saracenicos mores conservant” che tradotto e riferendosi ai Saraceni dovrebbe significare: “Tra gli altri paesi occuparono Camerota al di sopra del mare in luogo alto e sicuro, e neppure al mare di Agropolis;…”. Dunque, l’Antonini cita un passo tratto dal manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito”. Si tratta di un manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni. L’Antonini scriveva che questo manoscritto, nel 1745 apparteneva “oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote etc….”. Antonini cita la pagina 87 del manoscritto. Di questo autore e del suo manoscritto ne parla Matteo Camera (….), nella sua “Storia di Amalfi”. Il Camera, a p……. , nella sua nota (2), postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli etc….”: così da un manoscritto di D. Marcello Bonito Marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie)”. Dunque si tratta del Marchese Marcello Bonito. Sul manoscritto di Marcello Bonito (….), il “marchese di San Giovanni”, come lo chiama l’Antonini, ho già scritto. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: “E mentre i capi Longobardi costituiscono dei ducati, che tendono a distaccarsi dalla sfera del potere regio, i Saraceni infestano le coste. Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Quarantesette anni il tempo del malessere. Ecc…”. Forse in questo passaggio il Ciociano trae le notizie dall’Anonimo Salernitano e dalla sua cronaca che cita subito dopo. Sulla notizia che: Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Ecc..”, aveva scritto Antonini, a p. 412 continuando il suo racconto scriveva che: “Doveva forse così Camerota esser uno dei cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua storia al num. 55. scrive esser in Italia in mano de’ Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, ecc..”. Antonini, a p. 412, nella nota (I) postillava: “(I) L’autorità di Porirogenneta non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt’. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1). Ciò non impedì peraltro, secondo ritenne, sulla scorta di un antico manoscritto, l’Antonini, che non fosse non occupata dai saraceni quando nel secolo IX sbarcarono dalla Sicilia occupando più punti del continente. Doveva essere anzi, egli aggiunse, uno dei 150 ‘munita castra’ che Porfirogeneta nella sua Storia al numero 55, scrive essere nel 868 nelle loro mani, luoghi che poi lasciarono dopo la loro strage, nel 915, al Garigliano (2).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Il Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (2) postillava che: “(2) A riprova della loro permanenza a Camerota, con illazione arbitraria, nel manoscritto si afferma che “adhuc ad nostra tempora huius cives et saracenicos mores conservant”. G. Antonini, op. cit., vol. I, pag. 412.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno.”, e poi aggiunge che: “Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Dunque, il Campagna, oltre ad Amantea e Agropoli aggiunge anche Policastro. Orazio Campagna, a p. 77, nella nota (86) postillava: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse in ricordo, venera “Santo Foca”. Orazio Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Nel 965 cadde Rametta, ultima importante testa di ponte del Cristianesimo isolato (85).”. Il Campagna, a p. 77, nella nota (85) postillava: “(85) L’episodio è tristemente ricordato da S. Nilo nel Cod. Cript. β α, XX (395).”. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: “I Saraceni infestano le coste. Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Quarantasette anni: il tempo del malessere. E nel 915 i Saraceni si allontanano da Camerota ed esigono il ‘dacium’, la moderna tangente, per rendere il luogo sicuro e fuori da qualsiasi saccheggio. Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano -Etc…”. Dunque, in questo passaggio il Ciociano cita l’Anonimo Salernitano.

Nel 870, i ribat (“munita Oppida”) dei Saraceni di Agropoli a Cetara

Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi etc…, vol. I., pp. 121-122 e ssg., riferendosi al duca di Napoli, Attanasio, in proposito scriveva che: “Per disfarsi adunque da questi dannosi nemici, Attanasio, chiamò in suo aiuto Guaimario principe di Salerno, i Capuani ed altri popoli vicini, cui riuscì poi di snidarli di là a viva forza. Vinti, ma non perduti di animo, i Saraceni volsero in Agropoli (nel Cilento), ove si afforzarono ed ebbero vita per quasi quarant’anni!; scorrendo ed infestando, non solo i paesi littorali del golfo di Salerno, ma ben anco quelli posti in sulle spiagge di Calabria. In breve gli stessi Saraceni di Agropoli spiccarono una banda loro nella terra di Cetara, dove pigliò posto, e si distese lungo quel seno di mare sino alla cala detta di Fuonti, con tartassare miseramente i luoghi vicino Salerno, senza che il principe Guaimario od altro se ne prendesse pena – etc…”. La notizia dataci dal Camera è oltremodo interessante. Il Camera scriveva che ai tempi di Guaimario, principe longobardo di Salerno e del duca di Napoli, Attanasio, i Saraceni da tempo stanziatisi ad Agropoli formarono una banda che andò a stabilirsi a Cetara nel ducato di Amalfi (nella cala detta di Fuonti) e da lì spesso partivano per incursioni violente a Salerno e nelle sue vicinanze.

Nel 870, i ribat (“munita Oppida”) di Venosa, Matera e Canosa furono conquistati dai Bizantini

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: Dovea forse così Camerota esser uno dè cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua Istoria al ‘num 55.’ scrive essere in Italia in mano dè Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879. anche Amantea, Tropea, e S. Severina, che loro furon tolte da Niceforo, Capitano dell’Imperador Basilio, per relazione dello stesso ‘Porfirogenneta’. Etc…”:

Antonini, p. 411, su Camerota

(Fig….) Antonini G., La Lucania, Discorsi, vol. I, p. 412

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412 continuando il suo racconto scriveva che: “…..’munita Oppida’, che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879. anche Amantea, Tropea, e S. Severina, che lor furon tolte da Niceforo, Capitano dell’Imperador Basilio, per relazione dello stesso ‘Porfirogenneta’.”. Antonini, a p. 412, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’autorità di ‘Porfirogeneta’ non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt'”. Proseguendo il suo racconto l’Antonini scrive sui “munita Oppida” di cui parlava il Porfirogenneta e dice che: “che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879 ecc…”. Antonini, a p. 412, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’autorità di ‘Porfirogeneta’ non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt'”. Pietro Ebner (….), ne parla in ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a pp. 23-24, in proposito scriveva che: “5. ….Frequenti, perciò, gli abordaggi dei pirati, immancabili con i Musulmani (53) dell’impero fatimita (54), che con quelli delle Baleari e di Spagna avevano ricostruiti, accrescendoli, gli antichi strategici possedimenti fenici, trasformando l’antico Mediterraneo greco e romano in mare arabo. Ebner, a p. 24, nella nota (55) postillava: “(55) V. Cilento, cit., p. 148 sgg., p. 163, p. 175 sgg. e p. I. Per il Cilento passarono i trentamila africani di Abd-Allah nell’871 “crudeliter dilaniabant”, dice Erchemperto, Historia, 51, p. 257, ad an. 879, risalendo la Calabria verso Salerno.”.

Nel 871, i Bizantini e Ludovico II conquistano Bari

Nell’871-72, Salerno subì un lungo assedio da parte dei musulmani e malgrado la forte resistenza del principe Guaiferio, la città riuscì a liberarsi solo grazie all’intervento dell’imperatore Ludovico II, che ottenne in ostaggio i figli del principe quale pegno di fedeltà. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 33, in proposito scriveva che:  “Si deve a Basilio I, il fondatore della dinastia macedone, il ripristino della sovranità imperiale su ampie porzioni dell’Italia meridionale, la quale nella prospettiva costantinopolitana riacquista rilevanza strategica man mano che si profila come ineluttabile la conquista aglabita della Sicilia (827-902). Il nuovo processo di espansione prende avvio in seguito alla riconquista di Bari, il cui emirato islamico cade sotto i colpi decisivi della flotta bizantina e delle forze di terra dell’imperatore latino Ludovico II (871)(91). Etc…”Il Bulgarella, a p. 33, nella nota (91) postillava che: “(91) G. Musca, Ludovico II, Basilio I e la fine dell’emirato di Bari, in Archivio Storico Pugliese, n.s., XIX (1966), pp. 168 ss.; A.A. Vasiliev, Byzance et les Arabes, II, 1 ediz. franc. Bruxelles 1968, p. 14 ss. “. Il Bulgarella, a p. 33, nella nota (92) postillava che: “(92) J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier jusqu’a la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, 1904, p. 136 ss.; V. Von Falkenhausen, op. cit., p. 20 ss.”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “Organizzazione dello spazio e vicende del popolamento*”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 44 e ssg., in proposito scriveva che: Incerto è anche il ruolo da assegnare alle incursioni saracene: sebbene la tradizione storiografica, che risale agli storici eruditi del Settecento, parli di danni gravissimi arrecati dai Saraceni ad ‘Atina, Consilinum e Tegianum’ (4), non sono riuscito a trovare nelle fonti narrative del tempo altro che un accenno indiretto ad un loro passaggio per il Vallo di Diano. Riferisce infatti il ‘Chronicon Salernitanum’ che nell’anno 871 “Agarenorum rex (….), Abdila cum sexaginta duo mila pugnatorum ‘per Calabriam Salernum venit”(5), ma nell’agosto dell’anno seguente, dopo undici mesi di assedio, fu costretto a rinuncare alla conquista della città per l’arrivo dell’Imperatore Ludovico II (6). Etc…..Più valore ha il dato fornitoci da una carta cavense del giugno 1115 che, a proposito della chiesa di S. Maria ‘de Matuniano’ presso Teggiano, dice che essa ‘ab antiquis temporibus destructa fuit a barbaris’ (10), anche se non è da scartare del tutto l’ipotesi che i barbari del nostro documento possano essere i Germani del V-VI secolo (11). Tuttavia se i dati finora noti, presi singolarmente, non permettono di giungere a conclusioni sicure circa il passaggio dei Saraceni per il Vallo di Diano, nel loro insieme mi sembra che lo rendano alquanto probabile, per cui non è da escludere che anch’essi abbiano potuto avere la loro parte nel provocare la degradazione del paesaggio agrario della valle e la profonda decadenza della sua struttura urbana, i cui episodi più significativi furono la scomparsa di Marcellianum, ancora esistente come sede vescovile verso la metà del sec. VI (12), e di ‘Consilinum’, di cui Cassiodoro attesta ancora l’esistenza nel secolo VI (13); a ciò bisogna aggiungere che l’Atena medievale occupò solo una ristretta area di quella che era stata una delle più importanti città lucane, cioè quella adiacente all’antica cittadella (14).”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (3) postillava che: “(3) G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV, cit., pp. 7 sgg.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (4) postillava: “(4) C. Gatta, La Lucania illustrata, Napoli, 1723, p. 57; F. Lenormant, A’ travers l’Apulie et la lucanie, Paris, 1883, vol. II, p. 70.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (5) postillava che: “(5) Ed. Westembergh, Stockolm 1956, cap. 111, p. 124.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (6) postillava che: “(6) “At Agareni mutuentes adventum Francorum, ilico super suum iam dictum regem irruunt, eumque comprehendunt, manusque vinxerunt, et in navem retrudunt, et iter arripiunt. Sed prius enim quam fugam arriperet nefanda genius, huiusmodi signum de celo Redemptor multis ostendit: faculam igneam permaximam prepete cursum in medio navium iecit, quam mox secuta est tempestas, que cunctas liburnas frustatim dirrupit. Alii vero Calabriam aderunt, eamque intra se divisam repperientes, funditus depopularunt”. (ivi, cap. 118, p. 132). In verità il passo è interpretato da A. Di Meo, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età, IV, Napoli, 1798, p. 258, nel senso che tutti i Saraceni si imbarcano, ma parte annegano e parte approdano in Calabria, il che, tra l’altro, è in contraddizione con quanto è detto nel citato cap. 111 del Chronicon Salernitanum, sulla base del quale lo stesso Di Meo afferma che i Saraceni arrivarono a Salerno risalendo dalla Calabria. Credo invece che il passo in questione vada interpretato nel senso che gli assediati costringono il loro re ad imbarcarsi su una delle navi che evidentemente avevano appoggiato dal mare la marcia dei Saraceni, mentre il grosso dell’esercito, formato secondo il cronista salernitano da ben 62.000 uomini, fa ritorno in Calabria percorrendo l’antica strada Reggio-Capuam, che nel Medioevo, come è noto, fu la strada ppercorsa dai grandi eserciti che si dirigevano verso l’estremo sud della penisola.”. Il Vitolo, a p. 45, nella nota (10) postillava che: “(10) AC XX, 30 (1115, giugno). L’espressione si ritrova anche in AC XX, 28 e 29; si tratta però di due falsi, sui quali si veda C. Carlone, I principi Guaimario e i monaci cavensi nel vallo di Diano, in “Archivi e Cultura”, X (1976), pp. 47-66.”. Il Vitolo, a p. 47, nella nota (11) postillava che: “(11) E’ da tenere presente infatti che nelle fonti documentarie del Salernitano i Saraceni non sono mai chiamati barbari, mentre invece le fonti narrative usano le espressioni: ‘Saraceni, Agareni, Hismaelitae, Poeni, Hispani, Pagani. Per quel che ne so, l’espressione ‘barbari’ è usata soltanto dall’autore della ‘Translatio’ di S. Matteo, il quale riferisce che le reliquie dell’evangelista furono ritrovate nel 954 in una chiesa presso Casalvelino ‘a barbaris destructa’ (G. Talamo Atenolfi, I testi medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100). Come aggettivo riferito ai Saraceni, barbari si ritrova in un documento del febbraio del 882, in cui si parla di un abitante di Nocera che non poteva raggiungere Salerno ‘pro ista generationes barbaras saracenorum, unde in cibitate ista salernitana circumclusi sumus’ (CDC I, 110).”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (12) postillava che: “(12) V. più avanti, p. 127”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (13) postillava: “(13) Citazione in V. Bracco, Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV (1958), pp. 169 sg.”.

Nel 875-878 (?), i Saraceni di Licosa, Agropoli e Paestum per Costantino Gatta ed il Volpi e la nuova sede Episcopale Caputaquense

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiese baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando delle Diocesi e clero dopo il mille, a p. 47, in proposito scriveva che: “Circa la data del trasferimento della sede diocesana da Paestum a Capaccio si fanno varie ipotesi, come quella ad esempio del Gatta (1) che la colloca tra l’877-882 epoca in cui visse Giovanni VIII (872-882), o il Gams quando afferma: “930 diruta Paestum, sedes traslata est (Cathedral S. Maria Maggiore)”(2).”. Ebner, a p. 47, vol. I, nella nota (1) postillava: “(1) C. Gatta, Memorie topografiche-storiche della provincia di Lucania, Napoli, 1732, p. 267.”. Ebner, a p. 47, vol. I, nella nota (2) postillava: “(2) Chronicon saler. cit., par. 42 e 94.”. Il Gatta sosteneva che la distruzione di Paestum da parte dei Saraceni avvenne durante il pontificato di papa Giovanni VIII. Da Wikipedial eggiamo che Giovanni VIII (Roma, 820 circa – Roma, 16 dicembre 882) è stato il 107º papa della Chiesa cattolica dal 14 dicembre 872 fino alla sua morte. È spesso considerato come uno dei più importanti pontefici del IX secolo, insieme a Niccolò Magno. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche-storiche della Provincia di Lucania”, a p. 267, in proposito scriveva che: “E perchè in avvenire non vi è più memoria de’ Vescovi Pestani, si può argomentare che dopo detto secolo tal Città distrutta fusse, come realmente accadde nel regnare di Basilio Macedone Imperatore di Oriente, tenendo il pontificato il suddetto Giovanni VIII. che fu negli anni 875. in circa: dopo di che i di lui Vescovi non più di Pesto, ma di Capaccio si nominarono per aver quivi fermata la sede dopo la rovina della loro Metropoli (a). E che circa tal tempo Ella distrutta fusse, oltre gli testimoni de’ Scrittori, si deduce chiaramente dall’invenzione del deposito del Glorioso di S. Matteo, che fu ritrovato nell’anno 954 fra le rovine e desolazione di detta città, come attesta’ M. Antonio Marsilio Colonna’ (b), qual Sacro Corpo immantinente fu legato nella Chiesa Cattedrale della nuova Città detta ‘Capaccio’ per opera del di lui Vescovo, etc…”. Il Gatta a p. 267, nella nota (a) postillava: “(a) Giuseppe Volpi, Cronologia de’ Vescovi di Capaccio; Michele Zappulla, nel cap. di Capaccio nella Storia di Napoli.”. Il Gatta a p. 267, nella nota (b) postillava: “(b) M. Antonio Marsilio Colonna, de Vita et gestis Matthei Apost., cap. 7.”. Di questo autore ho parlato nell’altro mio saggio sul monaco Attanasio e le sacre spoglie dell’apostolo Matteo. Il Gatta cita più volte Giuseppe Volpi (…), nel suo “Cronologia de’ Vescovi di Capaccio etc…”, parlando di Paestum, in proposito scriveva che: “…………………”.

Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a pp. 40-41, in proposito scriveva che: “Non lungi da Pesto, come già dissi, vittima del saracinesco furore, fioriva un tempo Capaccio-vetere. Gli storici, che di questa città scrissero, opinarono che venisse fondata distrutta che fu Pesto nel 930 secondo alcuni, oppure nel 915 come altri con più ragione credettero. Il dotto P. Mannelli, nel suo pregevolissimo manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’, che tuttora giace inedito negli scaffali della biblioteca nazionale, pel primo la volle fondata da ‘quei pestani che si ebbero la sorte di sottrarsi all’eccidio de’ saraceni agropolitani’. “Non pare, egli scrive (1), che tutti fossero concordi ove principalmente fermarsi dovessero, etc…..Così tenne M. Zappullo (2), lo stesso vollero Costantino Gatta (3), il Volpi (4) e tra i moderni il Marchesano (5) ed il professore Longobardi (6). Ma gli addotti scrittori a partito ingannaronsi nello stabilire che ciò avvenne dopo l’eccidio di Pesto; in vero, qualora Capaccio sorse distrutta che fu Pesto, ne viene conseguentemente che prima del secolo decimo non dovrebbe farsi menzione di siffatta città: or questo appunto è falso come sono per dimostrare. La cronaca cavense, anno 794, ne attesta che Guibaldo, preposito del cenobio benedettino di Salerno, otteneva dal principe Grimaldo molti doni etcc… – più chiara menzione vi è di Capaccio nell’anno 878, secondo la medesima cronaca cavense, ove leggesi: “Anno 878. Saraceni denuo Roman et Calabriam escurrunt et incendunt, et in Sal. principatum usque ad Agropoles et ‘Capaqueum’ fundibus devastant, et Lucaniam, ruptis bocheturis espugnant”.”. Dunque, per il Volpe, Capaccio esisteva già molto prima della devastazione dei Saraceni agropolitani accaduta dopo la strage del Garigliano.

Nel 879, Niceforo Foca che conquistò i ribat (“munita oppida”) di Amantea, Tropea, e S. Severina

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: Dovea forse così Camerota esser uno dè cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua Istoria al ‘num 55.’ scrive essere in Italia in mano dè Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879. anche Amantea, Tropea, e S. Severina, che loro furon tolte da Niceforo, Capitano dell’Imperador Basilio, per relazione dello stesso ‘Porfirogenneta’.”.

Antonini, p. 411, su Camerota

(Fig….) Antonini G., La Lucania, Discorsi, vol. I, p. 412

Antonini, a p. 412, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’autorità di ‘Porfirogeneta’ non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt'”. Sulle incursioni Saracene sul nostro territorio ha scritto pure Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…”. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu il secolo delle più feroci devastazioni nel sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Tropea, Santa Severina e, a Nord di Policastro, Agropoli (86). Ecc..“. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (86) postillava che: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse un ricordo, venera “Santo Foca”. Da Wikipedia leggiamo che nell’812 d.C. si registrò la prima incursione saracena sulle coste calabresi, che colpì Reggio, capitale del Thema; l’ultima ci sarà solo nel 1793, a danno di Pizzo e Tropea. Certo la presenza araba fu sempre limitata negli spazi e nel tempo, perlopiù consistendo, appunto, in incursioni e saccheggi. Vennero catturate in modo effimero dagli Arabi Tropea, Santa Severina e Amantea (12) dall’839 all’885. La conquista della Calabria da parte dei guerrieri normanni vassalli del papa emarginò il pericolo arabo. Wikipedia, nella nota (12) postillava: “(12) “Amantea” è tra l’altro il nome arabo dell’antica Nepezia: viene da Al Mantiah, La Rocca. Gabriele Turchi, Storia di Amantea, Cosenza 2002.”. Da Wikipedia, alla voce “Amantea” leggiamo che nel medioevo i greci bizantini, quando conquistarono la Calabria, fondarono nell’area dell’attuale Amantea vecchia una cittadella fortificata chiamata Nepetia (Νεπετία). Nepetia fu conquistata dagli arabi nel IX secolo, che la costituirono capitale di emirato e la ribattezzarono Al-Mantiah. Quando, nell’885, Niceforo Foca riconquistò la città, rimase il nome di Amantea. La cittadina fu elevata a sede vescovile finché non venne accorpata, sul finire dell’XI secolo, alla diocesi di Tropea.

Nel 882 d.C.Atanasio II, Vescovo-Duca di Napoli (877-889)

Atanasio II salito al potere, mantenne l’alleanza, fatta di intrighi e scorrerie, con i Saraceni di Agropoli. Li utilizzava per i lavori sporchi, ci faceva commerci e gli chiedeva una “tangente” per le rapine che compivano. Il Vescovo di Napoli scagliò i Saraceni di Agropoli contro Guaimario I di Salerno e dei continui attacchi a Salerno, abbiamo delle testimonianze riportate dalla“Historia Langobardorum Beneventanorum” di Erchemperto (….) e da altri documenti dell’epoca. Eccone alcune: Per acquistare il cibo, in una Salerno assediata dai Saraceni di Agropoli, una donna salernitana si lamentava perché era stata costretta ad alienare alcuni beni immobili; Un’altra donna si disperava che i suoi due figli, garanti per una vendita, non erano presenti perché, uno era stato catturato dai Saraceni e l’altro era a Nocera, città assediata dalle orde mussulmane. Quando Papa Giovanni VIII minacciò di scomunicare ed assalire Atanasio II, per la sua alleanza con i Saraceni di Agropoli, questi, per meglio difendersi, assoldò da Palermo un esercito di Mussulmani comandati dal condottiero Sicham. I Saraceni Siciliani subito giunsero a Napoli e costruirono un Ribat alle falde del Vesuvio, da dove iniziarono a razziare ferocemente l’hinterland napoletano. Atanasio II, pentendosi di averli chiamati, strinse alleanza con Salerno e Capua. Nell’autunno dell’882 assalì e scacciò dalle falde del Vesuvio i Saraceni Siciliani, che si rifugiarono, rafforzandoli, nei Ribat di Agropoli e del Garigliano. Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia”, fu pubblicato da Michelangelo Schipa (….), ci parla dei musulmani di Camerota ma ci parla dei musulmani stabilitisi nel ribat di Agropoli, i quali, negli anni 882 e 883, al seguito del Duca di Napoli Attanasio, funestarono la Campania. Infatti, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: Per seguire tal colpo, Atanasio, compose una nuova lega: di “tutte le genti marittime” (compresovi quindi il nuovo principe di Salerno Guaimario) e di “tutti i capuani della città e dei castelli” (così Erchemperto). Assaliti da questo complesso di forze i mercenari nel loro accampamento, quelli che scamparono al macello, ritraendosi traverso il principato salernitano, etc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La  baronia del Cilento”, a pp. 29-30 (non è p. 80 come scriveva il Cantalupo che confuse con 30), parlando del casale di “Agropoli”, in proposito scriveva che: “II…..Attanasio vescovo di Napoli, che aveva usurpato anche l’ufficio ed il titolo di duca, invocò l’aiuto di quei barbari nelle sue contese col Conte di Capua, ed essi accorsero portando ovunque stragi e ruine. L’indegno vescovo, scomunicato dal papa per tale alleanza e atterrito dall’opera devastratrice degli infedeli, infranse i patti e, collegatosi invece col Principe di Salerno e con i Capuani, assalì il campo dei Saraceni nei dintorni di Napoli presso il Vesuvio e li sbaragliò. I Saraceni si diedero alla fuga e, battendo in ritirata per la limitrofa provincia di Salerno, si ricoverarono ad Agropoli (1) etc…”. Il Mazziotti, a p. 29, nella nota (1) postillava: “(1) Schipa, Storia del princ. di Salerno, pag. 210.”.

Nel 882, i Saraceni ad Agropoli ivi si stabilirono fondando un ribat

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 30, riferendosi ai Saraceni ed ad Agropoli, in proposito scriveva che: Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a dismisura negli anni, tanto da fare di questo centro una potente roccaforte saracena nell’anno 882 (8).”. Il Vassalluzzo, a p. 30, nella sua nota (7), riferendosi agli anni precedenti al 914 postillava che: “(7) HIRSCH F., – SCHIPA M., op. cit., pag. 109. Ecc… Negli anni precedenti i predoni avevano commesso soprusi di ogni genere. Non avevano risparmiati neppure i giovinetti, che essi rapivano come ostaggi. Ecco quanto si trova scritto in Orlando, op. cit., p. 319, citando un documento custodito nell’Archivio Cavense: “Si johanne filio meo, ecc..ec…”. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Hirsch F. Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, p. 96 e 97; Cilento N., op. cit., p. 184.”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (7) postillava di (7) Hisch F. – Schipa Michelangelo, La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno,  ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141. Infatti, Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia”, fu pubblicato da Michelangelo Schipa (….), ci parla dei musulmani di Camerota ma ci parla dei musulmani stabilitisi nel ribat di Agropoli, i quali, negli anni 882 e 883, al seguito del Duca di Napoli Attanasio, funestarono la Campania. Infatti, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Per seguire tal colpo, Atanasio, compose una nuova lega: di “tutte le genti marittime” (compresovi quindi il nuovo principe di Salerno Guaimario) e di “tutti i capuani della città e dei castelli” (così Erchemperto). Assaliti da questo complesso di forze i mercenari nel loro accampamento, quelli che scamparono al macello, ritraendosi traverso il principato salernitano, fecero sosta ad Agropoli, rimpetto a Salerno, in fondo alla curva meridionale del golfo. E, quivi fortificatisi secondo l’uso, di lì si sparsero a saccheggiare e a distruggere, disertando i campi circostanti, che si coprirono di rovi e di sterpi; pronti ad aiutare a lor modo chi li chiamasse. E una chiamata ebbero subito dall’ipato Gaetano Docibile contro il molesto vicino Pandonolfo. Il papa, per scongiurare gli effetti ecc….Poi fatto dai figli di Landonolfo, suoi alleati e congiunti di Guaimario di Salerno, spodestare e imprigionare il conte del Garigliano Landone II, nuovo conte di Capua; mosse quelli di Agropoli contro il principato di Salerno, che ne sarebbe rimasto soggiogato in tutto, se a difesa non fossero accorsi i bizantini, tornati ormai da Bari a dominare gran parte della Puglia e della Calabria.”. Sempre lo Schipa, a p. 98, in proposito scriveva pure: “Il principe Guaimario allora era lontano dal suo stato. Premuto sempre più tra i coloni di Agropoli, i napoletani e i bizantini, che, dalla Puglia avanzando nel beneventano, non celavano le loro mire d’ulteriore espansione, aveva giudicato minor pericolo riparare spontaneamente all’ombra degli augusti d’Oriente. E, tolto a compagno il giovane Landone, figlio di Landolfo di Suessula, era partito per Costantinopoli (887).”. Pietro Ebner (….), ne parla in ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a pp. 23-24, parlando del porto di Salerno, in proposito scriveva che: “5….E nel mondo islamico Salerno, forse più Amalfi, era nota prima dell’841, quando i Saraceni, “pestis agarena”, impresero a correre il Mezzogiorno d’Italia per trarre schiavi, donne e bottino. Annidatisi al Garigliano e ad Agropoli (55), ne partivano per frequenti razzie nei dintorni, lasciando poi tracce del loro passaggio e della loro permanenza in viventi toponimi (Novi: l’arabo bizantino ‘Gelbison’; Agropoli: ‘campo saraceno’)(56) e in non poche parole del loro vocabolario.”. Ebner, a p. 24, nella nota (55) postillava: “(55) V. Cilento, cit., p. 148 sgg., p. 163, p. 175 sgg. e p. I. Per il Cilento passarono i trentamila africani di Abd-Allah nell’871 “crudeliter dilaniabant”, dice Erchemperto, Historia, 51, p. 257, ad an. 879, risalendo la Calabria verso Salerno. Nell’882 una nuova lega campana, promossa dal papa, li costrinse dopo essersi fermati a punta Licosa (“Licosa latitabant”, dice G. Diacono), a trincerarsi ad Agropoli (“saraceni agropolitani”) dove fondarono una colonia permanente “deinde per iuga montium degebat, omniaque demoliebantur”, ricorda il ‘Chronicon salernitanum’. “. Ebner, a p. 24, nella nota (56) postillava: “(56) Mandelli, cit., f. 100: “Dell’habitazione de’ Saraceni in Agropoli, ne rimane perpetua memoria non pure presso de’ Scrittori, ma anco de’ Cittadini, poi che nel piano sotto la terra, vi si veggono vestigia di molte habitazioni et il campo saracino vien detto anco oggigiorno; segno evidente, che non essendo capace il recinto del piccolo colle di tanta moltitudine gran parte habitasse nel piano, fortificandovisi all’uso militare”.”. Pietro Ebner (….), ne parla in ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a pp. 275-276, parlando di Agropoli e della nascente diocesi di Capaccio, in proposito scriveva che: “2….Tuttavia, è ben difficile che i “Saraceni agropolitani” delle Cronache, e cioè quei Musulmani di Sicilia che risalendo la Calabria (a. 882) verso Salerno si erano trincerati ad Agropoli, da dove “per iuga montium – ricorda il ‘Chronicon Salernitanum – degebant ominiaque demoliebantur”, non abbiano razziato anche la pianura pestana. Per cui è da presumere che le popolazioni abbandonassero la pianura per i colli e i pianori montani certamente più sicuri. Anche perchè la pianura non era più l’ubertosa di un tempo e la città non più celebrata “città delle rose” due volte fiorenti all’anno (21). Città e pianura diventate insalubri per l’accrescersi dei pantani e degli acquitrini formatisi per il mancato defluire verso il mare del Salso (le alluvioni avevano elevato la linea di spiaggia),…..Preda dell’anofele, etc…”.

Nel 882, i Saraceni ad Agropoli ed il trasferimento della sede episcopale a Capaccio

Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a p. 52, parlando di Agropoli, in proposito scriveva che: “Ma nell’anno 882 di Cristo, stabilitisi i Saraceni in Agropoli, sì degna sede venne soppressa ed aggregata a quella di Pesto-Capaccio; onde ‘Episcopus Paestanus Caputaquensis etc..’, come leggesi nelle bolle vescovili. Tali barbari, scrive il “chiaro Volpe (4), sconfitti da Pandolfo alle radici del Vesuvio, recaronsi ad occupare Agropoli nell’anno di Cristo 879 circa (5), ove per molti anni si trattennero facendo continue scorrerie per quei luoghi, sicchè acquistarono il nome di ‘Saraceni agropolitani’ (6). In questo tempo avvenne che parte di essi; richiesti in soccorso da Dicibile, duca di Gaeta, vi si recarono formando il loro accampamento presso il Garigliano. Ivi pure più tempo si trattenero, finchè Atenolfo, conte di Capua, mal soffrendo la loro condotta e le continue ruberie, che vi facevano, col soccorso di altri (7), tutti gli uccise in quel luogo medesimo. A tal funesto annunzio quel di Agropoli erano, temendo che non fosse ad essi la stessa sorte spettata, cercarono di abbandonare quel luogo, dopo di avere, nel buio della notte, saccheggiata ed incendiata Pesto”. Il loro numero era sì grande, che il recinto della città non potendoli tutti contenere, fu mestieri spiegare le tende in vasta pianura, che ancora ai nostri giorni il nome conserva di ‘Campo de’ Saraceni’ (8).”. Il Volpe, a p. 55, nella nota (5) postillava: “(5) Ciò avvenne ben tre anni dopo, cioè nell’anno 882. Imperocchè se nell’888,, seondo Erchemperto, Attanasio si unì coi figli di Pandolfo, e dopo molti avvenimenti si apporta l’andamento dei Saraceni in Agropoli, non potè questo avvenire prima dell’882. Errarono dunque l’Antonini ed il Volpe quando scrissero che i saraceni si fermarono la prima volta in Agropoli nell’autunno del 879, allorchè da Pandolfo alle radici del vesuvio furono sconfitti.”. Il Volpe, a p. 54, nella nota (6) postillava che: (6) Nel Castello di Agropoli si osserva un pezzo di marmo, ove sono intagliati alquanti caratteri arabici, ora appena intellegibili, opera certamente dei saraceni che un tempo vi abitarono.”.

Nel 882, il ribat (“munita Oppida”) dei Saraceni di Agropoli a Cetara

Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi etc…, vol. I., pp. 121-122 e ssg., riferendosi al duca di Napoli, Attanasio, in proposito scriveva che: “Per disfarsi adunque da questi dannosi nemici, Attanasio, chiamò in suo aiuto Guaimario principe di Salerno, i Capuani ed altri popoli vicini, cui riuscì poi di snidarli di là a viva forza. Vinti, ma non perduti di animo, i Saraceni volsero in Agropoli (nel Cilento), ove si afforzarono ed ebbero vita per quasi quarant’anni!; scorrendo ed infestando, non solo i paesi littorali del golfo di Salerno, ma ben anco quelli posti in sulle spiagge di Calabria. In breve gli stessi Saraceni di Agropoli spiccarono una banda loro nella terra di Cetara, dove pigliò posto, e si distese lungo quel seno di mare sino alla cala detta di Fuonti, con tartassare miseramente i luoghi vicino Salerno, senza che il principe Guaimario od altro se ne prendesse pena – etc…”. La notizia dataci dal Camera è oltremodo interessante. Il Camera scriveva che ai tempi di Guaimario, principe longobardo di Salerno e del duca di Napoli, Attanasio, i Saraceni da tempo stanziatisi ad Agropoli formarono una banda che andò a stabilirsi a Cetara nel ducato di Amalfi (nella cala detta di Fuonti) e da lì spesso partivano per incursioni violente a Salerno e nelle sue vicinanze.

Nel 882, Guaimario II sventò un assalto dei Saraceni a Salerno

Matteo Mazziotti (….), nel suo “La  baronia del Cilento”, a pp. 29-30 (non è p. 80 come scriveva il Cantalupo che confuse con 30), parlando del casale di “Agropoli”, in proposito scriveva che: “II. I Saraceni si diedero alla fuga e, battendo in ritirata per la limitrofa provincia di Salerno, si ricoverarono ad Agropoli (1) fortificandosi, nell’anno 882, da prima in un campo che porta ancora il nome di campo saraceno, e poi su l’altura allora quasi inespugnabile. Da là infestarono ancora per molti anni l’intera provincia e specialmente la pianura di Salerno, spargendo ovunque la desolazione ed il terrore e tentarono con l’inganno di prendere anche Salerno. Molti di essi, simulando di essere mercanti, ed occultando le armi, vi si recarono con il divisamento di impadronirsene la notte, per sorpresa. Il loro disegno andò fallito, perchè il Principe di Salerno, Guaimario II, posto sull’avviso da un fido gastaldo, stette con i suoi in arme e, per sicurezza dei cittadini, fece accende grandi fuochi nelle piazze principali della città e vigilare i passi dei Saraceni (1). Etc…”. Il Mazziotti, a p. 29, nella nota (1) postillava: “(1) Schipa, Storia del princ. di Salerno, pag. 210.”. Il Mazziotti, a p. 30, nella nota (1) postillava: “(1) Cronaca Salernitana, c. 151-547; Schipa, op. cit., pag. 225.”. Da Wikipedia leggiamo che nell’893 aveva nominato co-reggente suo figlio Guaimario II, che tenne le sorti del principato durante la lunga assenza di suo padre. Al suo ritorno, scoppiò in città una rivolta istigata da una fazione napoletana supportata da Atanasio, ma i due Guaimari riuscirono a stroncarla. Come se la rivolta filo-napoletana non fosse già abbastanza, ad angustiare ulteriormente il popolo salernitano fu la condotta amministrativa di Guaimario I, divenuto particolarmente cattivo e dispotico, forse traumatizzato dall’accecamento e dalle vicissitudini della sua cattività avellinese: così, tra il 900 e il 901, Guaimario II persuase il padre affinché si ritirasse a vita privata (emulando suo padre Guaiferio) presso il monastero di San Massimo ove morì entro pochi mesi.

Nel 882, Camerota e la roccaforte dei Saraceni

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 581, parlando di Camerota,  riferendosi al Guzzo ed al Cirelli scriveva che: “Si è detto poi che i saraceni di Calabria sbarcarono alla marina di Camerota e che risalendo la collina distrussero il villaggio dove “stabilirono una rocca forte”, di cui manca ogni notizia (5). Si è scritto pure (6) che i Saraceni di Agropoli e Camerota saccheggiarono Policastro nel 915.”. Ebner (…), a p. 581, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Guzzo (cit., pp. 80 e 104) malauguratamente non cita la fonte.”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri, etc’, a p. 80, dopo aver detto che verso la prima metà del IX secolo, i Saraceni dell’Africa settentrionale, nell’anno 845 essi avevano stabilito il loro covo alla Punta della Licosa, ecc.., scriveva che: “Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a tal punto, da fare di questo centro una potentissima roccaforte saracena nell’anno 882 (9).”. Guzzo, nella sua nota (9), postillava che la notizia era tratta da:  “(9) Hirsch F. – Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, pagg. 96-97.”. Il Guzzo, sempre a p. 80, continuando il suo racconto, scriveva che: Qualche anno dopo, altri Saraceni, provenienti dalle coste della Calabria, sbarcavano sulla spiaggia di Camerota, raggiungevano rapidamente il centro abitato e, dopo aver saccheggiato, devastato e dato alle fiamme tutto ciò che vi si trovava, causando sgomento e terrore negli abitanti sfuggiti alla morte, vi stabilivano una nuova roccaforte.”. Il Guzzo, mentre nella prima notizia dei musulmani a Licosa citava Hirsch e Schipa, in questa notizia, invece, non fornisce alcun riferimento. Il Guzzo scrive che qualche anno dopo l’anno 882, altri “Saraceni”, provenienti dalla Calabria, sbarcarono su una spiaggia di Camerota e dopo aver raggiunto il piccolo borgo lo incendiarono e lo saccheggiarono. Il Guzzo non forniva nessun riferimento bibliografico.

Nel 884, il generale Bizantino Niceforo Foca e la riconquista dei territori, come Policastro

Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 33, in proposito scriveva che:  E, proprio per ovviare ai danni conseguenti alla perdita di Siracusa (878), si concreta di lì a poco in una campagna militare che, al comando del generale Niceforo Foca il Vecchio riconquista Amantea, Tropea e Santa Severina, occupate dai Saraceni, e ripristina l’antica unità politica dei territori lambiti dal Golfo di Taranto, congiungendo la Calabria settentrionale alla Lucania orientale e parte della Puglia, giacché in tali regioni si verifica, in pari tempo, un riflusso dei longobardi (92). Erc…”. Il Bulgarella, a p. 33, nella nota (92) postillava che: “(92) J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier jusqu’a la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, 1904, p. 136 ss.; V. Von Falkenhausen, op. cit., p. 20 ss.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 88-89, in proposito scriveva che: “Proprio in quell’anno, però, una grossa schiera ne uscì nuovamente e, unitasi ad altre provenienti dal Garigliano, assieme andarono a soccorrere i loro correligionari di Calabria, dove il generale bizantino Niceforo Foca dava l’assalto agli ultimi trinceramenti arabi: Tropea ed Amantea, sul Tirreno, e S. Severina sullo Ionio. I Bizantini tra l’884 e l’886 riconquistarono tutta la Calabria fino a Bussento, che da allora si disse Policastro (2), tutta la Puglia fino a Manfredonia e la lucania orientale, tra le valli del fiume Crati e Bradano, fino ad Acerenza, occupando così molti territori che erano o erano stati dei Longobardi. Nel frattempo il vescovo Atanasio, procacciatisi aiuti militari dai Bizantini e fatto venire un nuovo contingente di Saraceni da Agropoli, mise insieme un esercito, col quale si diede ad assaltare ora Capua ora Salerno dall’autunno dell’884 alla primavera dell’885. Sia i Capuani che i Salernitani però, ecc…ecc…“. Il Cantalupo, a p. 89, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi n. 6, p. 99.”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron’, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Abbiamo già rilevato come l’ultima fase della riconquista, operata dallo stratego Niceforo Foca tra l’884 e l’886, avesse fissato i nuovi confini dell’Impero d’Oriente approssimativamente a nord della linea: Policastro (6), Lagonegro, Marsico Vetere, Viggiano, Tricarico, Acerenza (7) ed, in Puglia, a sud della linea Foggia, Manfredonia. I Greci avevano così strappato ai Longobardi di Salerno tutti i territori dei gastaldati meridionali, quali comparivano nella Divisione dell’849, cioè quelli di Taranto, Latiniano, Cassano e Cosenza, nonchè parte di quello di Laino. Questi territori, uniti a quelli già Bizantini, costituirono in un primo tempo i due “temi” di Longobardia e Calabria, poi, a partire dal 975, furono ripartiti nei tre “temi” di Longobardia, Lucania (1) e Calabria, ecc…”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron’, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Novi, oggi Novi Velia, è menzionata per la prima volta nel 1005: “nobe finibus salernitanis” (Schipa, Storia…., cit., Appendice, doc. 33), ma solo nel 1103 è ricordato un Guglielmo de Mannia, signore del “castello” quod dicitur nove (ABC, D, 41).”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 17 ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 15 in proposito scriveva che: “E’ difficile che gli inviati del governo percorressero l’intero territorio se l’esistenza di alcuni cenobi italo-greci ancora nel X secolo era ignota non solo all’Ordinario pestano, ma allo stesso “sacro palatio” (30). Non è da escludere, però, che anche al territorio in parola il governo  avesse preposto funzionari residenti; certamente dopo la costituzione del bizantino “tema” di Calabria, provincia riconquistata all’impero da Niceforo Foca tra l’855/6. Ecc…La riconquista bizantina si arrestò su una naturale linea di difesa di cui, come vedremo, si fruì utilmente nel XIII e XIX secolo. Confini indefinibili, che avevano indotto i principi di Salerno a dotare l’antico “gastaldato di Lucania” (32) di un assetto politico-amministrativo più consono alla sua peculiare posizione geografica. I documenti mostrano l’esistenza di due sole circoscrizioni, gli ‘actus’ che costituivano il fisco statale, su cui ancora s’indaga: dal Solofrone all’Alento (a. 963: “in finibus lucania”) e dall’altra riva di questo fiume agli indefinibili confini di cui si è detto e perciò avocato alle dirette dipendenze del “sacro palatio” (nel 947, 992, 1005 sempre “in finibus salernitanis”)(33). Del primo distretto divenne naturale sede Cilentum (34), come si rileva dalle pergamene cavensi, del secondo Novi (a. 1005: “pertinentia de Nobe”), benchè nel 1052 il gastaldato risiedesse nell’odierno Vallo (v.). Ecc..(p. 17). Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero dei nuovi ecc…Sulla (p. 18) immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’, ‘Massicelle ecc..”. I due studiosi Generoso Crisci e Angelo Campagna (…), nella loro ‘Salerno Sacra‘, nel capitolo dedicato ai Monasteri, a p. 387-388-389 parlano dell’antico monastero di S. Benedetto di Salerno, a cui si riferiva la citazione dell’“Annalista Salernitano”, che ci parlava di un ‘Aleprando de Busentio’ e, a p. 377, in proposito scrivevano che: Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari”. Ecc…ecc..”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (6) postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (7), postillavano che: “(7) Di Meo, VIII, 9.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (8), postillavano che: “(8) Paesano, I, 58”. I due studiosi (…), a p. 389, nella loro nota (1), postillavano che: “(1) Chron. Casin., lib. 2, c. 69; ibid., lib. 3, c. 14; Lubin, 352; Codex Taxarum Camer. Apost.”. Il ‘Chronicon Salernitanum’ riferisce che il monastero o l’Abbazia di S. Benedetto di Salerno, nell’884, fu distrutta dai Saraceni e che nell’886 fu restaurata da Angelario, abate di Montecassino. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, in proposito citavano Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari” e, nella loro nota (6), postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. Tuttavia, sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Kehr (…), citato pure dai due studiosi Crisci e Campagna (…), a pp. 364 e ssg., ci parla del Monastero  ed in proposito ci dà dei buoni riferimenti bibliografici: “Lubin, p. 352. – Lancellotti Hist. Olivet. p. 351 sq. – Gattula Hist. abb. Cassinen. p. 219. – Di Meo Annali VII, 96. VIII 165 et pass. – Paesano I 33 sq. 39 sq. 58 sq. II 258 sq. – Morcaldi una bolla di Urbano II p. 127 sq.”. Ivi riporto di seguito la p. 219 del Gattula (…), dove parla del monastero di S. Bendetto a Salerno:

Nell’885, Praja a Mare, la “PLAGA SCLAVORUM”, la spiaggia degli Schiavoni

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il cenobio di S. Nazario”, a pp. 44 e ss. parlando di Nicola da Rossano (S. Nilo), in proposito scriveva che: Il viaggio di Nicola nella sua prima parte si svolge per aspre contrade interne e tra erti e boscosi monti. Quasi certamente per evitare non grandi incontri con masnade musulmane frequenti sempre sulle coste del Tirreno dove, anzi, poco a nord del Mercurion hanno degli stanziamenti fissi, come Saracinello e Saraceno. E se di questo ne rimane la denominazione ad una contrada a nord-ovest di Tortora, del primo se ne conserva il nome ed il ricordo nelle immediate vicinanze di ‘Praja Sclavorum’ sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31). Etc…”. Dunque, in questo passaggio il Cappelli scrive che le “masnade di musulmani frequenti sulle coste del Tirreno, anzi,  poco a nord del Mercurion hanno degli stanziamenti fissi, come Saracinello e Saraceno”, aggiunge pure che: “…..‘Praja Sclavorum’ sorta al tempo di Niceforo Foca etc…”. Dunque, secondo il Cappelli, la “Plaga Sclavorum” (la spiaggia di Praia a Mare) si popolò di popolazioni Slave (egli li chiama “Sloveni”) al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31)”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (31) postillava che: “(31) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N.S. della Grotta a Praia degli Schiavoni etc.., Napoli, 1958, p. 4; O. Dito, La popolazione calabrese dai più antichi tempi ai nostri giorni, in “Calabria Vera”, n. s. IV (Reggio Calabria, 1923), p. 104; Carta d’Italia del T.C.I., 1:250000, fol. 42″. Il testo di Oreste Dito è “Calabria. Disegno storico della vita e della cultura calabrese dai tempi più antichi ai nostri giorni”.  Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a p. 59 e ss. parlando di S. Saba e di S. Nilo, in proposito scriveva che: Un’altra notevole invasione saracena si ripetè poco dopo negli anni 955-56. Ma è lecito connettere questa nuova invasione musulmana con quelle che rinnovandosi di tanto in tanto provocarono, secondo la sua Vita, l’allontanamento del beato dalla regione del Mercurion ? Sembra di no. E’ più giusto, mi pare, ricollegare quegli intermittenti fastidi che a S. Nilo oramai davano le saltuarie incursioni saracene, con quelle sporadiche apparizioni che i Musulmani fecero negli anni immediatamente seguenti al 952 in tutti i luoghi di Calabria, e più che altro, è da credere, al Mercurion prossimo a quella parte della costiera tirrenica, e cioè dall’attuale Praia a Mare a risalire verso settentrione, dove gli infedeli, anche dopo la battaglia del Garigliano, risiedevano si può dire in permanenza. Etc…”. Dunque, il Cappelli ci parla di uno stanziamento stabile e permanente di Saraceni, sulla fascia costiera e nei piccoli borghi marinari della Calabria settentrionale da Praia a Mare risalendo verso il basso Cilento.  Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel suo “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”, a pp. 220 e ss. parlando di Nicola da Rossano (S. Nilo), in proposito scriveva che: “Alla fine del sec. XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171), Giovanni e Matteo Scullando signori di Αετος (Aieta) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che molto probabilmente significa come quella famiglia fosse originaria del luogo dalla cui denominazione greca avevano derivato la sua arma. Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi presso Petricella e 15 villani al monastero basiliano di S. Elia profeta sito presso il mare alle pendici dei monti di Aieta, nei pressi dell’odierna Praia a Mare, che appare circondata da cenobi di rito greco i quali tutti contribuirono alla persistenza della grecità nella zona intorno alla terra che svela nel nome stesso la sua origine bizantina (3).”. Il Cappelli, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) F. Trinchera, Syllabus Graecorum Membranarum, Neapoli, Typis, ecc., p. 250.”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) D. Martire, La Calabria sacra e profana, Cosenza, 1877, I., pp. 317 e 319; ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii juniorum a Sicilia…’ (illustravit J. Coza-Luzi), Romae, 1893, p. 51. Tra i documenti pubblicati da F. Trinchera, op. cit., 15 provengono da Aieta; V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. D. della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta etc..’ Napoli, 1958, p. 16.”. Il Cappelli citava Vincenzo Lomonaco. Infatti, Vincenzo Lomonaco, nel suo “Monografia sul Santuario di Nostra Signora della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta e sul Comune di Aieta in Provincia di Cosenza”, a pp. 4-7, in proposito scriveva che: “I Saraceni invasero quelle contrade, e vi fondarono, pochi passi lungi dal mare un paesetto, che addimandarono Saracinello (3), di cui ora non rimangono, che le sole ruine…..Sulla frontiera del tenimento Calabro si vede una spiaggia popolata di bei casini……A cavaliere della spiaggia suddetta si scorge una montagna, nella cui cavità accorre frequente popolo diverso di abiti e di costumanze. Il nome del villaggio è ‘Praja degli Schiavi (Plaga Sclavorum), cosi detto degli Schiavi o degli Schiavoni, che molti secoli fa vi lasciarono una piccola colonia. Niuno ignora il commercio che esercitarono in quei lidi i legni Dalmatini, e precisamente Ragusei, i quali son chiamati anche oggidì Sclavi e Schiavoni. Il monte che siede a cavaliere del vasto lido e del paesetto, ed in gran parte lo domina; contiene nel so grembo un’ampia grotta incavata dal vivo sasso, divisa in più scompartimenti, ove si adora l’immagine di Maria SS. sotto il titolo di nostra Donna della grotta (1). Etc…”. Il Lomonaco, a p. 4, nella nota (3) postillava che: “(3) Vedasi la nostra nota 4 alla Canzone per S. M. Neap. 1836.”. Il Lomonaco, a p. 5, nella nota (1) postillava: “(1) Nel Poliorama Pittoresco, nel 1837 t. II, n. 5, p. 39 fu stampata in litografia la figura del suddetto santuario con una breve descrizione da noi fatta, si del villaggio che della grotta; la quale descrizione venne inserita sotto la voce di ‘Aieta’ nel dizionario geografico-storico-civile del Regno delle Due Sicilie del Sig. Mastriani, Napoli, 1838, t. 2 e dell’Omnib. di Napoli, 1856, p. 191.”. Il Lomonaco a p. 16, in proposito scriveva pure che: “Nella Praja degli Schiavi esisteva un’antichissimo monastero di Basiliani, di cui oggigiorno appena si veggono le ruine.“.  Il Lomonaco prosegue il suo racconto e a p. 7 scriveva che: “Le pie contribuzioni dei fedeli del Comune di Ajeta, nel cui perimetro è compreso nella spiaggia della ‘Praja degli Schiavi’ etc….Appartenendo il villaggio della Praja degli Schiavi al Comune di Ajeta che è sito tra una corona di montagne lungi dalla strada consolare, il santuario, di cui finora abbiam favellato, è rimasto ignoto a gran parte del nostro regno…..Per appagar la giusta curiosità dei lettori, riporteremo quì volentieri un frammento dell’opera di P. Ludovico Marafioti (1), intitolata ‘Sacra iconologia della Madonna per li Regni di Napoli e Sicilia (lib. 2, cap. 4). – “Nell’anno 1326 un bastimento Raguseo – carico di Turchi” , etc….diceva che: “passando per la Plaia degli Schiavi (così chiamano li naviganti la spiaggia di Ajeta) etc…”. Il Lomonaco cita anche un aneddoto dell’anno 1326 che dice essere stato riportato da Padre Ludovico Marafioti (….), nel suo “Sacra Iconologia della Madonna per li Regni di Napoli e Sicilia”, lib. 2, cap. 4. C’è anche Girolamo Marafioti (….) ed il suo “Calabria etc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 222, in proposito scriveva che: “PRAIA A MARE (m 5 s.l.m.) dal 1928 Comune, a cui furono aggregate Ajeta e Tortora, fino al 1937 (115). Dalle ultime propaggini occidentali del monte Vingiolo, al di sotto delle grotte, si estendeva la “Plaga Sclavorum” (116), da cui il toponimo Praia. Gli SCLAVONI, stanziati in più località della costa (117), erano giunti nel Sud della Penisola durante il ducato longobardo di Aione (118). Si erano insediati nella “Plaga” su preesistenti, ma certamente sparuti, nuclei di origine arcaica. Difatti, tutta la zona rivela manifestazioni umane antichissime, ad incominciare dal Paleolitico Inferiore, a cui sono ascrivibili le “Amigdale” rinvenute in contrada “Rosaneto” di Tortora (119).”. Il Campagna, a p. 222, nella nota (116) postillava che: “(116) Della “Plaga”, con eccezione di “piana”, “contrada”, “regione”, scrisse V. Lomonaco, Monografia, etc., op. cit., Il Lomonaco riporta Marafioti”. Il Campagna, a p. 222, nella nota (117) postillava che: “(117) “Schiavo” è contrada di Majerà, dove l’insediamento “scalvone” avvenne su piccolo agglomerato magno-greco, presso una sorgente, ora proprietà eredi Giovanni Biondi e Luigi Casella. “Castel Schiavo”, sulla sinistra di Abatemarco, m. 967 s.l.m., è il “Castellum de Sclavis” riportato in un “Privilegium” di Enrico IV, riconfermato da Costanza e da Federico II alla Congregazione Florense, in D. Martire, La Calabria sacra e profana, cit., pag. 116 e ssg. Sulla costa è molto diffusa la coltura del fico, dal frutto color marrone, dolcissimo, noto come fico “schiaviello”. Nella seconda metà del XVI secolo, nell’imporre nuove tassazioni per un più completo sistema di torri marittime, il vicerè don Parafan de Rivera, duca di Alcalà, disponeva che Schiavoni ed Albanesi delle coste venissero tassati per metà canone, in G. Valente, Le torri costiere, etc., op. cit., p. 29″. Si tratta del testo di Gustavo Valente, Le Torri costiere della Calabria. Il Campagna, a p. 222, nella nota (118) postillava che: “(118) “Aione reggeva il ducato (Benevento) da ormai un anno e cinque mesi quando con molte navi sopraggiunse un esercito di Sclavi che si attendarono non lontano da Siponto (Sipontum, presso Manfredonia) e di nascosto da tutti cominciarono a scavare delle buche intorno all’accampamento….”, P. Diacono, Storia dei Longobardi, IV, 44, Milano, 1974; Idem (sugli Sclavi), IV, 7,10, 24, 28, 37 bis, 40; V, 22-23; VI, 24-26, 45, 51-52. Aione era succeduto ad Arichis nel ducato di Benevento, intorno al 641. Gli SCLAVONI, dal latino medioevale Sclavus, erano gli abitanti della Sclavonia, detta anche Slavonia, da cui Venezia traeva il maggior profitto nel commercio degli schiavi, in A. Peronaci, Evoluzione storica dei termini e dei concetti di servus, di scalvus, etc., in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, pag. 456.”. Dunque, il Campagna cita Paolo Diacono e la sua “Storia dei Longobardi” dove spesso il cronista cita i popoli Slavi. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, a p. 63, parlando della cittadina calabrese di Scalea, in proposito scriveva che: “I Greci, tuttavia, non dovevano essere l’unica etnia del territorio di Scalea, ma da alcuni indizi emerge una situazione assai più complessa. Abbiamo visto infatti che i Bizantini insediarono nel territorio anche gruppi di etnie diverse rispetto a quella greca (Armeni, Slavi, Arabi). Di insediamenti slavi nella zona, infine, abbiamo testimonianza del toponimo Schiavo, presso Buonvicino, nella tradizione locale che vuole l’abitato di Praia originario da uno stanziamento militare slavo (Plaga Sclavorum) e nel cognome Loschiavo, molto diffuso nella zona. Della presenza araba potrebbe essere testimonianza il toponimo Fischia, etc…”.

Nel 885, la nascita di “Plaga Sclavorum” al tempo di Niceforo Foca

Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “S. Nilo e il cenobio di S. Nazario”, a pp. 44 e ss. parlando di Nicola da Rossano (S. Nilo), in proposito scriveva che: “….‘Praja Sclavorum’ sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31). Etc…”. Dunque, il Cappelli scriveva che la “Plaga Sclavorum” (o Praia a Mare), sorse al tempo di Niceforo Foca (…..). Il Cappelli, sulla scorta del Lomonaco scriveva che la “Plaga Sclavorum” (la spiaggia di Praia a Mare) si popolò di popolazioni Slave (egli li chiama “Sloveni”) al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31)”. Il Cappelli, a p. 52, nella nota (31) postillava che: “(31) V. Lomonaco, Monografia sul Santuario di N.S. della Grotta a Praia degli Schiavoni etc.., Napoli, 1958, p. 4; O. Dito, La popolazione calabrese dai più antichi tempi ai nostri giorni, in “Calabria Vera”, n. s. IV (Reggio Calabria, 1923), p. 104; Carta d’Italia del T.C.I., 1:250000, fol. 42″. Il testo di Oreste Dito è “Calabria. Disegno storico della vita e della cultura calabrese dai tempi più antichi ai nostri giorni”. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, a p. 43 e ssg., in proposito scriveva che: “Nell’885-886, infatti, venne investito del comando in Italia il più celebre genio militare dell’epoca: Niceforo Foca, detto il Vecchio, per distinguerlo dal più famoso nipote omonimo, l’imperatore Niceforo II Foca (963-969). Egli giunge in Italia con un poderoso esercito, composto oltre che dalle forze di tutti i themata occidentali (Tracia, Macedonia, Cefalonia e Longobardia), anche da truppe scelte di quelli orientali, a cui si aggiunsero truppe armene guidate dal famoso (o meglio famigerato) Diakonitzis. Costui un tempo era stato seguace e sostenitore di Chrysochir, capo degli ertici pauliciani, una setta che per anni aveva dato filo da torcere alle truppe imperiali in Anatolia. Solo nell’872, infatti, Cristoforo, cognato dell’imperatore Basilio I e domestikos etc….Con le forze così considerevoli, dunque, ben presto le potenti roccaforti musulmane della Calabria, una dopo l’altra sarebbero state costrette ad aprirgli le porte. Sbarcato a Taranto, Niceforo si diresse rapidamente sul teatro delle operazioni e, congiunte le sue forze a quelle di Stefano, riuscì a sconfiggere i Saraceni presso Amantea, che subito si sottomise. Dopo questo successo, probabilmente sfruttando l’effetto sorpresa e lo scoraggiamento del nemico, si diresse a sud contro Tropea, anch’essa da anni nelle mani dei Saraceni. Superata anche qui in breve tempo la resistenza musulmana, decise di sferrare il colpo risolutivo e attaccare l’inespugnabile fortezza di Santa Severina……Dopo la morte di Basilio I (29 agosto 886), venne richiamato dall’Italia dal nuovo imperatore Leone VI e nominato domestikos della Scholai, per condurre la guerra contro i Bulgari. Sembra, tuttavia, che Niceforo abbia avuto il tempo di consolidare le sue conquiste, sia calabresi che lucane, e di predisporre un  nuovo assetto politico e militare: ll fatto che questa riorganizzazione potrebbe essere stata completata dal suo successore, Teofilatto, non muta sostanzialmente la sua portata e il suo valore. Vi sono molti indizi che deporrebbero a favore di una vasta riorganizzazione politico-amministrativa della Calabria in quest’epoca, con donazioni di terre ai veterani e fondazione di nuovi insediamenti urbani (Kastra) e comunità di villaggio (chorìa). Etc….

Padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, che, a pp. 55-56, in proposito scriveva che: “Nel breve tratto, in cui la Lucania è bagnata dal Tirreno, è ‘Maratea’, che gli storici locali vogliono subentrata a ‘Blanda’, anche se con scarsa attendibilità (14). La sua posizione infatti è tutt’altro che favorevole ad un’ipotesi del genere. Col tempo si è venuta a formare Maratea Inferiore, che oggi porta il nome di ‘Marina di Maratea’, alla quale sono aggregati i due casali di ‘Acquafredda’ e ‘Cersuta’. ‘Tortora’ ed ‘Aieta’ non hanno origine diversa da quella degli altri borghi medievali: furono i Saraceni che, nel secolo IX muovendo dai due emirati di Amantea e di Agropoli, costrinsero gli abitanti di Blanda a rifugiarsi in luogo più interno e sicuro, sulla montagna. Le testimonianze più antiche dell’esistenza di Tortora non vanno oltre il secolo XII. Nel suo territorio sorse più tardi ‘Tortorella’.

Nell’892 (la notte di S. Giovanni), alla mezzanotte, i Saraceni di Agropoli attaccarono e distrussero Paestum

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiese baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando delle Diocesi e clero dopo il mille, a p. 47, in proposito scriveva che: “Circa la data del trasferimento della sede diocesana da Paestum a Capaccio si fanno varie ipotesi,…..etc….Una cosa è certa, i “saraceni agropolitani” di cui parlano le Cronache avevano razziato anche la pianura pestana: “omnia denudabant (…e) per iuga moncium degebant omniaque demoliebant” e “per Beneventum Salernitanasque fines peragrant”(3). Nella notte di S. Giovanni del 892 i musulmani di Sicilia pare abbiano assalito Paestum devastandolo e incendiandolo. Essi si fermarono a Licosa, secondo Erchemperto (v. G. Diacono “Licosa latitabant”) e poi ad Agropoli, importante osservatorio geografico proiettato sul golfo salernitano (4). E’ presumibile che sotto il loro incalzare le popolazioni abbandonassero la pianura per rifugiarsi in zona più tranquilla e ciò anche in considerazione del fatto che Paestum aveva perduto la sua originaria fertilità a causa soprattutto degli acquitrini defluiti dal degrado del fiume Salso ricordato tra l’altro da Strabone (5).”. Ebner a proposito di questa ultima notizia nella sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Carlo Carucci (….), nel suo ‘La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, a p. 124, in proposito scriveva che: “Gli Abitanti di Agropoli poi, quando il villaggio fu occupato dai Saraceni, si rifugiarono nei vicini monti, iniziando la formazione di varie piccole borgate, tra cui Ogliastro ed Eredita, che poi restarono alla dipendenza di Agropoli, quando i Saraceni andaron via (3). Nei primi anni del sec. X ance Pesto, che per altro quasi nulla più conservava dell’antica grandezza, soggiacque ai Saraceni agropolitani.”.  Il Carucci, a p. 124, nella nota (3) postillava: “(3)……

Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: “Era appena incominciato il X secolo dell’era volgare e sulla cattedra di pietro sedeva il pontefice Giovanni X, quando i Saraceni agropolitani (14), antichi ed audaci popoli dell’Arabia (15), etc…”. Il Volpe (….), a p. 32, nella nota (14) postillava: “(14) L’anonimo salernitano, dopo di aver detto ‘atque Acropoli morarunt, deinde per iuga montium degebant, omniaque demoliebantur’, li chiama egli pure ‘saracenos acropolitanos’.”.

Nel 903, Atenolfo ed altri contro i Saraceni del Gariglianno

Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia”, a pp. 104-105, in proposito scriveva che: “Scomparsa oramai, non si sa come nè quando, dal principato salernitano la colonia di Agropoli, unica infestatrice rimaneva quella del Garigliano, sciolta da ogni legame col resto della società musulmana, oltre forse ad aumenti recatile dai confratelli d’Agropoli, da altre bande prima liberamente operanti e da reliquie della recente invasione. E tocca ad Atenolfo, conte di Capua ed ora anche principe di Benevento, il merito dell’iniziativa d’un impresa intesa a liberarne il paese, come tocca a Napoli e ad Amalfi il merito d’averla secondata. Il solito interesse egoistico mantenne all’incontro nell’alleanza deg’infedeli gl’ipati di Gaeta, Docibile e Giovanni. Atenolfo I, dunque, nel giugno 903 con Gregorio IV di Napoli e con gli amalfitani ….passò il Garigliano etc…”.

Nel 909, Ibrahim-Ibhn-Abhmed, proveniente dalla Calabria occupò Camerota che diventò una sua roccaforte

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 31, in proposito scriveva che: Nell’anno 909, altri Saraceni si trovano ad Agropoli, la ran parte dei qual si era unita al gruppo di Ibraim-ibn-Abmed, provenienti dalla Calabria. I restanti saranno i pochi superstiti assoldati dalla Repubblica Napoletana (10).”. Il Vassalluzzo, a p. 31, nella nota (10) postillava: “(10) Amari M., op. cit., vol. I, pag. 344.”. Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 104, dove scriveva che: “Nell’anno 909, altri Saraceni, al seguito del potente Capo arabo Ibrahim-Ibhn-Abhmed, provenienti dalla Calabria, dopo aver saccheggiato ed incendiato Camerota, vi fondarono una nuova, munitissima roccaforte che manda nelle tenebre sinistri bagliori di fuoco, si dirigono minacciosamente su “Skarius” (20).”. Il Guzzo, a p. 105, nella sua nota (20), postillava che: “(20) F. Cirelli, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835, pag. 36.”. Ebner, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Cirelli, cit, p. 36. Anche il Cirelli non cita la fonte.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a pp. 78-79, in proposito scriveva che: “Con l’avvento a Costantinopoli della dinastia macedone (Basilio I, 867-886), avvenne una ristrutturazione del potere bizantino nel nostro Mezzogiorno, soprattutto in Calabria, dopo la perdita della Sicilia (92). Tuttavia, le incursioni continuarono, soprattutto quando, domata la rivolta tra Arabi di Sicilia ed Agabliti d’Africa (900), assunse il potere Abu^l-Abbas ‘Abdallàh, che, l’anno seguente conquistò Reggio. Richiamato in patria Abul-Abbas, nel settembre-ottobre del 902 veniva assediata Cosenza da Ibrahim II, la cui morte naturale, 23 ottobre, salvò la città. Nel 913 furono condotte furiose incursioni lungo le coste della Calabria dal governatore arabo della Sicilia, Ahmed ben Qurhub. Dopo l’incursione contro Reggio (918), si giunse ad una pace concordata, che stabiliva il versamento d’un vergognoso tributo agli Arabi, da parte bizantina. Sanguinose scorrerie con deportazioni si susseguirono, ininterrottamente, sulle coste, in tutta la prima metà del 900; a nulla valsero i tributi, che furono, puntualmente corrisposti (93). Etc..”. Il Campagna, a p. 78, nella nota (92) postillava: “(92) Dopo il 902, il metropolita di Reggio sarebbe stato anche arcivescovo di Trinacria, formalmente, o per la protezione dei nuclei cristiani dell’Isola, non sottoposti ai Saraceni. G. Lancia Di Brolo, Storia della Chiesa in Sicilia, Palermo, 1880. Il Campagna, a p. 78, nella nota (93) postillava: “(93) M. Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, II, Catania, 1955”.

Nel ‘914, Blanda, secondo il Troyli fu distrutta dai Saraceni

Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “89. Rivello…..– L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dell’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi: “Iterum. Velia. Renovata. Rivelium Constans. Monumentum.” Nel territorio due fontane, l’una detta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso….. – Rotale della stessa origine che ‘Ruoti’.”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; etc…”. L’identificazione di Blanda con il sito di Maratea, fu ripresa nel secolo successivo da Placido Troyli (10), dall’Antonini (27) e più tardi da Domenico Romanelli (25): « Non in altro sito adunque convien riporre Blanda, che a Maratea, un miglio distante dal mare, siccome opinò saggiamente l’Olsteino, esatto dal detto di si degno amico a credere che Maratea fusse l’antica Blanda, non potrà persuadermelo altri, per il motivo di anzi accennato ». Il Romanelli (25) ed il Troyli (10), credono il sito di Blanda sia quello di Maratea, riferendosi alla lettera del papa (11)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile…e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (25-11). Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 9-10 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,….Lo storico Troilo dice che i Saraceni fierissimi nemici dei Cristiani, dopo di aver devastate le marine del regno, distrussero anche nella Lucania, Grumento, Blanda, Tebe, Pandosia nel 914 dell’Era Cristiana. Il coro di Blanda, in legno di noce, venne trasportato a Tortora ove si conservò fino a 28 anni or sono, ma attualmente si trova nel museo di Budapest, come opera preziosa venduta inconsciamente da un incompetente ecclesiastico agli stranieri.…..Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro. …..(scrive a p. 12): Troilo Abate Placido libro 1 pag. 171.”. Il Curzio si riferiva all’opera dell’abate Placido Troyli (….), “Historia generale del Reame di Napoli”, vol. I, parte II, dove a p. 171 ci parla dei popoli Sirini, Orsentani, Sontini e Volcentani e sempre a p. 171 parlando dei popoli “Sirini” egli scriveva che: “..( o Sirino come altri lo chiamano) abitavano e sorsi sovra Lauria, vicino alle foci del Fiume Siri detto in oggi corrottamente ‘Sinno’. Essendo ivi stata anticamente la Terra di Siruci, che in lingua del paese presentemente si addimanda ‘Siluci’. Quale poi distrutta, e gli Abitatori giti ad abitare in Lauria; in Feudo nobile il Luogo si permutò, ed alla mensa vescovile di Policastro si ascrisse.. Dunque, la citazione del Curzio non ha senso perchè il Troyli si riferisce alla distrutta e antica città di Siluci ed a Lauria non alla distruzione dei Saraceni. Il Troyli parla di Blanda a pp. 162 e ssg., ma non dice nulla della distruzione dei Saraceni. Monsignor Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934 scrisse la stessa notizia di Lauria, ed in proposito a p. 11 scriveva che: ‘’Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro.…..(scrive a p. 12): Troilo Abate Placido libro 1 pag. 171.”. L’identificazione di Blanda con il sito di Maratea, fu ripresa nel secolo successivo da Placido Troyli (10), dall’Antonini (27) e più tardi da Domenico Romanelli (25): « Non in altro sito adunque convien riporre Blanda, che a Maratea, un miglio distante dal mare, siccome opinò saggiamente l’Olsteino, esatto dal detto di si degno amico a credere che Maratea fusse l’antica Blanda, non potrà persuadermelo altri, per il motivo di anzi accennato ». Il Romanelli (25) ed il Troyli (10), credono il sito di Blanda sia quello di Maratea, riferendosi alla lettera del papa (11)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile…e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (25-11).

Le devastanti incursioni Saracene nell’VIII e IX secolo d. C.

Nel 915 d.C. Papa Giovanni X riuscì a costituire una Santa Alleanza alla quale aderirono: Berengario I, Re d’Italia (888-924); il Patrizio Nicola Picingli, inviato dell’Imperatore di Bisanzio, Costantino VII; Alberigo, Marchese di Spoleto; i Principi Landolfo I e Atenolfo II, figli e successori di Atenolfo I di Benevento; Guaimario II, nuovo Principe di Salerno; Giovanni, Duca di Gaeta; Gregorio IV, Duca di Napoli. L’esercito Cristiano, con a capo Papa Giovanni X, al grido “Dio è con noi” sbaragliò e mise in fuga i Saraceni dal Garigliano. Finalmente “lo nero periglio che vien dal mare” era stato sconfitto e disperso nell’Italia Meridionale. Solo nel XIV secolo grazie ad una Crociata voluta da Papa Bonifacio VIII contro l’ultimo ribat in Sicilia, terminò la presenza Saracena in Italia. A questo punto gli Arabi vorrebbero invadere l’Italia Continentale, ma sono divisi da essa dallo Stretto di Messina. Per questo nuovo capitolo della storia ci vengono incontro le cronache latine del IX e dell’ XI secolo. Si parla di Saraceni a Brindisi, a Taranto. Soggette a scorrerie saracene furono la Sardegna e la Corsica, ma maggiormente la Calabria, la Campania e il Molise dove gli Arabi si insediarono per qualche tempo. Si ricordano il sacco del Monastero di Montecassino e quelli delle Basiliche di San Pietro e San Paolo a Roma e ancora, nel 935, erano in Liguria a Genova. Gli Arabi risalivano anche l’Adriatico verso Ancona, spingendosi fino a Cherso. Vanno considerati durevoli i due emirati di Taranto e Bari (dall’ 847 all’ 871). Nel 915 i Saraceni furono cacciati e Agropoli tornò in mano ai vescovi, che intanto si erano stabiliti a Capaccio. Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, a pp. 5-6-7 parlando di “Pesto”, in proposito scriveva che: “Vogliono, che questa Città fosse stata una delle quattordici colonie de’ Romani in Italia, che qui fossero vissuti Zenofonte e Parmenide celebri Filosofi, secondo il parere di Dionisio e Diodoro, che M. Tullio Cicerone vi havesse fatto una Villa, e che li suoi cittadini havessero guerreggiato con Annibale, Alarico, Gensorico, e Totila, e con gran valore havessero resistito ad Alessandro Molosso Rè degli Epiroti, & a Pirro suo figliolo. In questa città fiorì anche la Santità, mentre ebbe S. Vito Martire, che morì per la Fede di Cristo, come vuole Paolo Reggio Vescovo di Vico Equense, e dopo tante, e altre sue tralasciate glorie nell’ano 930, fu invasa da Saraceni, e da quelli abbattuta in modo che di una Città sì bella tenuta inespugnabile per molti secoli, e del suo circuito di quattro miglia, non furono lasciati, se non le mura in piedi.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli Studi in Italia”, V, 1882, p. 336.”. Rocco Gaetani (…), però, nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, non parla affatto di Policastro ma, parla dell’antica Bussento (Buxentum), il cui toponimo, solo in seguito fu trasformato in Policastro. Invece, il sacerdote di Torraca, Rocco Gaetani (…), ne parlava nel suo: ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli ecc..’, dove, sulla scorta del manoscritto di Luca Mannelli (…), citava la notizia della distruzione di Policastro (forse Bussento), da parte dei Saraceni nell’anno 915 d.C.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram‘”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Riguardo le notizie tratte dal ‘ms’, manoscritto, del “Marchese di S. Giovanni”, il Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. vol. VII, p. 224, ci parlava del Manoscritto di Luca Mannelli (…), che riportava alcune interessantissime notizie sulla nostra zona. Per il Manoscritto del Mannelli, si veda pure: Rocco Gaetani (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.

Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, riguardo i cenobi basiliani nelle nostre terre, ai tempi delle frequenti e devastanti incursioni Saracene, nell’VIII e IX secolo, a p. 22, parlando della chiesa Bussentina e della città di Bussento, scriveva che: “…, ne deploriamo la distruzione tra il secolo VII e il X per l’ira dei Saraceni, di cui le nostre spiagge furono compassionevoli teatri. Si sa che quei barbari si avanzarono fino a Ostia, che distrussero tra le altre le celebri chiese di Pozzuoli e di Miseno con tanta irreparabile rovina, che la seconda più non risorse, e la prima raccolse appena le sue monumentali reliquie in quella parte del territorio della città, che una volta ne fu semplicemente cittadella; lo squallore si sparse pure sulla vecchia Cuma, la quale, divenuta orribile covo saracinesco finì per non mai più risorgere. Gli stessi gemiti potremmo emettere sulle Chiese littorali fra il Sele ed il Bussento, e la medesima scena è d’uopo ci rappresentiamo nell’VIII o nel IX o nel X secolo della Chiesa Bussentina. Aggiungiamo solamente che l’annalista salernitano parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato dall’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”. Il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (…), nel suo libretto introvabile, a p. 29, aggiungeva che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. L’incursione araba ebbe echi e costernazione in queste terre tanto da essere citata nella Vita di S. Saba di Collesano e dei monaci bizantini che vivevano nel Mercurion.

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(Figg….) Rocco Gaetani (…), pp. 22-25

Il Volpe (28), traendo alcune notizie dal manoscritto dal Mannelli (27), scriveva a riguardo Policastro: “Più tardi, nè primi del decimo secolo, come risulta da un prezioso manoscritto citato dall’Antonini (7), fu depredata e bruciata dai saraceni Agropolitani (a. 915). I due studiosi Natella e Peduto (10), citano una notizia del Volpe (23), secondo cui, nell’anno 915, gli Agareni (Saraceni), –  che si erano stabiliti ad Agropoli già dall’anno 882, creandone un loro spalto fortificato – attaccarono Bussento – per la seconda volta nella sua storia – incendiandola e distruggendola. I due studiosi (10), sulla scorta del Volpe (28), scrivevano di quel periodo e su Policastro: ” Secondo una notizia non molto attendibile Policastro – seconda volta nella sua storia – venne incendiata e distrutta dai Saraceni (Arabi) di Agropoli nel 915 e, postillavano: La notizia va destituita di ogni fondamento in quanto si basa su opere spurie e falsi settecenteschi.”. La notizia che Policastro fosse stato distrutta dai Saraceni di Agropoli, nell’anno 915, è una notizia riferia dal Volpe (28), che la traeva dal manoscritto del Mannelli (27) che a sua volta traeva alcune interessanti notizie storiche del periodo dal Malaterra (34). Non siamo del tutto daccordo con la tesi dei due studiosi Natella e Peduto (10), che non credevano a queste notizie in quanto ritenevano il manoscritto del Mannelli (27), “un falso settecentesco”. Abbiamo ritrovato e pubblicato il manoscritto di Luca Mannelli (27), a cui si rifaceva una certa bibliografia antiquaria come il Volpe (28), ed abbiamo visto che alcune notizie storiche che esso riporta sono tratte dal monaco benedettino Goffredo Malaterra (34). Tuttavia, questo periodo andrà ulteriormente indagato. Il Gaetani (22), nel suo: ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli ecc..’, parlando dell’assalto dei Saraceni che Bussento aveva subito, così scriveva in proposito a p. 23: si che non potesser come prima a lor voglia venire a danneggiar queste riviere, particolarmente havendogli i fratelli Normanni tolta la Sicilia; cominciò a rihabitarsi il già rovinato Bussento sotto il nuovo nome di Policastro. Il Gaetani (22), nel suo saggio: ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto ecc..”, sulla scorta del manoscritto del Mannelli (27), scriveva: “Fece perdita del suo antico nome dopo che fu da’ Saraceni disfatta, et essendo dagli habitatori poi riedificata, acuistò quel nuovo, il che si fa manifesto da una Bolla d’Alfano ecc…(pp. 10-11). Laonde questa città maritima e tanto fuor di mano da essi (si riferiva ai Longobardi), non fu assalita ma fu posseduta da’ Greci Monarchi. Non però così gli avvenne nei secoli seguenti, quando i Saraceni, vennero a danni d’Italia, perchè quasi al contrario prevalendo più di forze marittime, che terrestri, così come le città mediterranee facean contro di essi gagliarda difesa, così le marittime restavan esposti a colpi del lor furore, languendo homai fuor di misura l’Imperio Greco (p. 22). Potendo quei sacrileghi Barbari con grande agevolezza far vela dall’Africa, anzi dalla vicina Sicilia chh’haveano occupata a danni d’Italia: et in diverse volte, hor assalendo una hor un’altra Città, espugnarono et abbatterono quasi tutte le marittime di questo e dell’altro lido del mare Jonio, e particolarmente di questa Buxento, restandone nelle sue rovine anco sepolto il nome. Non ho ritrovato in ques’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notizia di quei tempi; sol puotesi dire di certo che fu dai Saraceni diroccata. Discacciati finalmente quei Cani dall’Italia, dove in qalche parte eransi annidati; et affrenati dallo sforzo de’ Cristiani, si che non potessero come prima a lor voglia venire a danneggiare queste riviere, particolarmente havendogli i fratelli Normanni tolta la Sicilia; cominciò a rihabitarsi il già rovinato Bussento sotto nuovo nome di Policastro.”. Il Gaetani (22), sempre nel suo saggio sul manoscritto del Mannelli (27), a pp. 24-25, riporta il passo del Mannelli, quando l’Agostiniano analizza la notizia tratta dal libro III, Cap. VIII del Malaterra (34), in cui si parla degli Africani che distruggono la città calabrese di Nicotera: “Africani Saraceni e familia Regis Punicis ex ejus edicto navibus per naves Piratarum more vela ventis committentes maritima litora versus Siciliam, et Calabriam insidiatum vadunt; sique Junio mense in vigilia B. Petri apud Nicotrum ecc..”. Infatti, il Laudisio (6), sulla scorta di Pietro Giannone (64), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”.

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(Fig…..) La pagina originale che parla dei Saraceni tratta dal manoscritto del Mannelli (27)

Nel 915, i Saraceni del Garigliano e Atenulfo di Capua alla battaglia del Garigliano

Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I., p. 130 riferendosi agli avvenimenti che seguirono dopo la strage del “Traetto”, una località vicino al Garigliano, in proposito scriveva che: “Chi non sa quanti danni e sciagure non ci costò il soggiorno lunghissimo dei Saraceni acquartierati nelle vicinanze del Garigliano ed in Agropoli ? I primi eran divenuti insolenti, e perniciosi a tal segno, che Atenulfo principe di Capua, per isnidarli di là, ebbe a ricorrere a Costantino IX Porfirogenito, imperatore d’Occidente. Alle truppe che egli inviò si unì un corpo considerevole di Greci; ed alle forze si riunirono le milizie del papa Giovanni X, di Guaimario principe di Salerno, di Gregorio duca di Napoli, e di Giovanni duca di Gaeta. Questi differenti corpi avendo formata tra essi una lega formidabile, vennero ad attaccare i Saraceni a tutt’oltranza; cui ne fecero un’orribile carneficina, e forzarono i pochi ch’erano scampati dalla morte, di abbandonare quel luogo (915). Ecc…”. Il Camera citava Atenulfo di Capua. Atenolfo si alleò allora con Amalfi e Gregorio IV di Napoli e attaccò senza risultati di rilievo i musulmani del Traetto nel 903. Traetto o Traietto è il nome d’una località sita sulla foce del fiume Garigliano, attiva come colonia militare musulmana nel IX-X secolo. Nel 903 un tentativo di eliminare tale colonia musulmana fallì miseramente, come pure nel 908, quando Atenolfo I, principe di Capua (887 – 910) effettuò un nuovo tentativo dopo aver ottenuto l’alleanza di Napoletani e Amalfitani.

Nel 915, la lega anti-Saraceni del Garigliano

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (51), sulla scorta del Ventimiglia (52), ha riportato alcune interessanti notizie sulla presenza Araba nelle nostre terre. Vassalluzzo, nella sua nota (12) di pag. 18, scriveva: “Ventimiglia F.A., op. cit. pagg. 104, 105. Lo storico cilentano (riferendo il Cronista Cavense all’anno 879, a proposito dei Saraceni, che vengono in Agropoli e in Capaccio, dove si scrive: et Lucaniam rupis bocheturris expugnavit) ecc…”. Scrive sempre il Vassalluzzo: “I Saraceni avevano visitato più volte la costa del Cilento. Essi infatti, occupata la Sicilia dall’anno 827 all’anno 853, si erano spostati gradatamente sulla terra ferma, costituendo un pericolo costante, specie per le città poste sul mare (6). Perciò Amalfi, Napoli, Gaeta e Sorrento, allo scopo di stabilire una massiccia opposizione ai continui attacchi e alle frequenti razzie dei barbareschi, avevano stretto una Lega tra di loro. Fu proprio in forza di questa alleanza che i Saraceni poterono essere snidati a Punta Licosa, dove si erano arroccati nell’anno 845 (7).”. Il Vasalluzzo, a p. 30, nella sua nota (6) postillava: “(6) T.C.I., L’Italia storica, Milano, 1961, pag. 118. Orlando G., op. cit., pag. 309. Cilento N., op. cit., pag. 177.”. Riguardo Orlando, il Vassalluzzo, a p. 28, nella nota (4) postillava: “(4)….Orlando G., Storia di Nocera de’ Pagani, vol. I, Napoli, 1884, pag. 311 e sg.”. Il titolo completo dell’opera è Orlando Gennaro, “Storia di Nocera de’ Pagani – Dalla nascita della città moderna all’Unità d’Italia”, Napoli, 1884, vol. I-II-III. Il Vassalluzzo, a p. 30, nella nota (7) postillava: “(7) HIRSCH F. – SCHIPA M., op. cit., pag. 109. Orlando G., op. cit., pag. 317. Lo storico nocerino parla di un’altra alleanza tra i principi di Capua e di Salerno, i duchi di Gaeta, di Napoli e di Amalfi, con l’aiuto del navglio dei Greci, alleanza che, nell’anno 914, valse a sconfiggere i Saraceni al Garigliano, la loro ordinaria dimora e, adesso, loro ultimo rifugio. Negli anni precedenti i predoni avevano commesso soprusi di ogni genere. Non avevano risparmiato neppure i giovinetti, che essi rapivano come ostaggi. Ecco cosa si trova scritto in Orlando, op. cit., pag. 319, citando un documento custodito nell’Archivio Cavense: “Si johanne filio meo, in ista terra regressus fuerit, etc…(S. Massimo di Salerno).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Hirsch F. Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, p. 96 e 97; Cilento N., op. cit., p. 184.”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (7) postillava di (7) Hisch F. – Schipa Michelangelo, La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno,  ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141. Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I., p. 130 riferendosi agli avvenimenti che seguirono dopo la strage del “Traetto”, una località vicino al Garigliano, in proposito scriveva che: “Chi non sa quanti danni e sciagure non ci costò il soggiorno lunghissimo dei Saraceni acquartierati nelle vicinanze del Garigliano ed in Agropoli ? I primi eran divenuti insolenti, e perniciosi a tal segno, che Atenulfo principe di Capua, per isnidarli di là, ebbe a ricorrere a Costantino IX Porfirogenito, imperatore d’Occidente. Alle truppe che egli inviò si unì un corpo considerevole di Greci; ed alle forze si riunirono le milizie del papa Giovanni X, di Guaimario principe di Salerno, di Gregorio duca di Napoli, e di Giovanni duca di Gaeta. Questi differenti corpi avendo formata tra essi una lega formidabile, vennero ad attaccare i Saraceni a tutt’oltranza; cui ne fecero un’orribile carneficina, e forzarono i pochi ch’erano scampati dalla morte, di abbandonare quel luogo (915). Ecc…”. Nel 910 papa Giovanni X e Landolfo I si mossero per organizzare una Lega cristiana per liberare i territori dell’Italia centro-meridionale dai musulmani del Traetto, convincendo a unirsi a loro Zoe, quarta moglie e vedova dell’Imperatore bizantino Leone VI, oltre ad Alberico II di Spoleto, duca di Camerino (912-954) e a Berengario, duca del Friuli e re d’Italia. Le truppe così radunate marciarono nel 915 contro il Traetto, rafforzati da Pugliesi, Calabresi, forti della competenza militare dello stratega bizantino Niccolò Picingli – sostenuto da una flotta inviata dall’imperatore bizantino Costantino VII – che per parte sua aveva convinto il principe di Salerno e i duchi di Napoli e Gaeta a partecipare all’impresa. Al termine di tre mesi di assedio, i musulmani capitolarono, causando essi stessi la distruzione per incendio della colonia nell’agosto del 915. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 79, in proposito scriveva che: Oltre al tentativo di Ottone II, i cui ideali di paladino antisaraceno sono discutibili, azioni congiunte contro gli Arabi, già dai primi del secolo, erano state organizzate dal papato, che nella battaglia del Garigliano, 915, era riuscito a collegare Bizantini, aristocrazie meridionali e Alberico di Spoleto.”.

Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi etc..”, a p. 273, parlando della sede vescovile di Agropoli, in proposito scriveva: “Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltano quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tuttora noto come “Campo Saraceno” (10), abbandonato quando vennero sconfitti (20 settembre 1028) da Guaimario di Salerno e Pandolfo di Capua (11).”. Ebner, a p. 273, nella nota (10) postillava: “(10) Schipa, Storia, p. 210.”. Ebner, a p. 273, nella nota (11) postillava: “(11) Di Meo, cit., VII, ad anno 1028.”.

Nel giugno del 915 (916 ?) (nella notte di S. Giovanni), i Saraceni del ribat di Agropoli si unirono ai Saraceni del ribat di Camerota, che abbandonarono e, andarono a saccheggiare Paestum, Velia, Molpa e Policastro (secondo l’antico manoscritto del marchese di S. Giovanni pubblicato dall’Antonini)

La prima notizia della distruzione di Policastro da parte dei Saraceni, nell’anno 915, ci viene dal barone di S. Biase, il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’. leggonsi le seguenti parole: etc…”. L’Antonini, a pp. 412 parlando di Policastro, continuando il suo racconto sui Saraceni ed il ribat di Camerota, in proposito scriveva che: “Partirono poi da Camerota nel 915. quando, uniti agli Acropolitani, saccheggiarono  Policastro, ed in Africa tornaronsi.”.

Antonini, p. 411, su Camerota

Dunque, l’Antonini riferiva queste notizie sui Saraceni che apprese leggendo il manoscritto del “Marchese di S. Giovanni Bonito” (scriveva) ed infatti, l’Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 416-417, nella sua nota (2), riferendosi a “Policastro Bussentino” postillava che: “(2) Appunto cinquant’anni prima, cioè nel CMXV. era stata saccheggiata Città da’ Saraceni d’Acropoli e di Camerota, come si ha dal citato ‘Manoscritto’ del Marchese di S. Gio: ove parlandosi della distruzione di Pesto nel fol. 121 si leggono le seguenti parole: “Anno 915…………Cum proinde resciverint ex duedecim Ismaelitis, qui in parva navicula eruperant, occidionalem pugnam ad flumen Garelianum, timentes amplius in Agropoli permanere, Sacratissima nocte S. Joannis Baptistae tacito pede venientes nocturno aggressu Civitatem sonnolentam (cioè Pesto) capium atque discripiunt, et discedentes, ignem submittunt. Inde coaduvatis fratis de Camerota, eodem filentio discedunt, et Pellicastrum capiunt, et depraedantur, eorum navigia de praeda onerando ad litora Africae consugerunt.”.”. L’Antonini, nella sua nota (2), a pp. 416-417 postillava riportando il brano tratto dal ‘manoscritto’ del Marchese di S. Giovanni, di cui ho parlato in un altro mio saggio. Dunque, queste sono le parole del manoscritto di S. Giovanni trascritte dall’Antonini nella nota (2) a p. 417, quando il marchese parla dell’incursione di Pesto nell’anno 915 da parte dei Saraceni. Secondo l’Antonini, il marchese Giovanni Bonito (….), Marchese di Calatrava, in un suo manoscritto, di cui ho già parlato, nel fol. 121, parlando della distruzione di Paestum da parte dei Saraceni, dopo la sconfitta subita sul Garigliano nel 915, riportava la seguente notizia: Nell’anno 915…..Quando i dodici Ismaeliti, fuggiti su una piccola barca, si ritirarono dalla battaglia occidentale presso il fiume Garelia, temendo di proseguire ancora ad Agropoli, nella notte più sacra di San Giovanni Battista vennero con piede silenzioso di notte assalirono e catturarono la città addormentata (cioè Pesto) e gridarono, e quando si ritirarono, si sottomisero al fuoco. Di là, unitisi ai fratelli di Camerota, partirono allo stesso modo, e preso Pellicastrum, e dopo essere stato saccheggiato, le loro barche, cariche di bottino, navigarono verso le coste dell’Africa.”. Dunque, il “manoscritto del Marchese di S. Giovanni” ci racconta dei Saraceni di Agropoli, in seguito alla grave sconfitta che i Saraceni d’Africa subirono al Garigliano, si unirono a quelli che stanziavano al ribat di Camerota e, nella notte di S. Giovanni del (e qui alcuni riportano una data ed altri un altra data, ma in ogni caso si tratta dell’anno 915), fecero un’incursione a Policastro. Le parole in latino del manoscritto sono riportate anche dal Cantalupo. Dunque esiste un manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni, cavaliere di Calatrava appartenente ad una nobile famiglia di Amalfi e Scala. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. IV, sui Saraceni ad Agropoli, a p. 90, nella nota (2) postillava che: “(2) L’Antonini (op. cit., pp. 412 e 417) riporta il brano di un manoscritto appartenuto al marchese di S. Giovanni, Marcello Bonito ( e che fu poi di M. Camera, lo storico di Amalfi; cfr. C. Carucci, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1922, n. 4, p. 124): “Anno 915….cum proinde resciverint ex duodecim Ismaelitis, qui in parva navicula eruperant, occidionalem pugnam ad flumen Garelianum, timentes amplius in Agropoli permanere, sacratissima nocte S. Johannis Baptistae tacito pede venientes nocturnu aggressu Civitatem somnolentam (cioè Paestum) capiunt atque diripiunt, et discendentes, ignem submittunt. Inde coadunatis fratribus de Camerota, eodem silentio discedunt et Pellicastrum capiunt et depraedantur, eorum navigia de praeda onerando ad litora Africae confugerunt.”. Il testo, pur infiorettato di particolari fantastici, quali la distribuzione di paestum ed il sacco di Policastro, mostra una sostanziale credibilità. Il Mazziotti (op. cit., p. 80), seguendo il Di Meo ed il falso ‘Chronicon Cavense’ (Cfr. M. Schipa, Storia…., cit., n. 2, p. 185), ritarda l’uscita dei Saraceni da Agropoli al 28 sett. 1028. Nello stesso errore è caduto anche P. Ebner (Storia…., cit., p. 273).”. Credo che il Cantalupo citando lo Schipa si riferisca al testo “Storia del Principato Longobardo di Salerno”, pubblicato a Napoli, nel 1887, sebbene però lo Schipa, in questo testo, a p. 185 non riporta nessuna nota e ci parla della caduta di Gisulfo II. Carlo Carucci (….), nel suo ‘La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, a p. 124, in proposito scriveva che: “Gli Abitanti di Agropoli poi, quando il villaggio fu occupato dai Saraceni, si rifugiarono nei vicini monti, iniziando la formazione di varie piccole borgate, tra cui Ogliastro ed Eredita, che poi restarono alla dipendenza di Agropoli, quando i Saraceni andaron via (3). Nei primi anni del sec. X anche Pesto, che per altro quasi nulla più conservava dell’antica grandezza, soggiacque ai Saraceni agropolitani. Questi, saputa la sconfitta dei loro connazionali sul Garigliano, temendo l’istessa sorte, per desiderio di bottino, assalirono Pesto, la saccheggiarono e ne misero in fuga gli abitanti. In un manoscritto del tempo, pubblicato dall’Antonini (4) è detto che i Saraceni, dopo la battaglia sul Garigliano ‘nolentes amplius in Agropoli permanere, sacratissima nocte S. Johannis Baptistae tacito pede venientes nocturnu aggressu civitatem somnolentam capiunt atque diripiunt, et discendentes, ignem submittunt’.”. Il Carucci, a p. 124, nella nota (4) postillava: “(4) Il manoscritto era del marchese di S. Giovanni, Marcello Bonito, ed era posseduto dallo scrittore amalfitano, Matteo Camera, di cui V. l’opera ‘Città e Ducato di Amalfi’, I, pag. 130. Cfr. Antonini, op. cit., X, pag. 417; Gatta, Memorie della Lucania, pag. 265; Zappullo, Storia di Napoli, cap. III, pag. 448.”. Anche Pietro Ebner (…), nel suo “Chiese baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando delle Diocesi e clero dopo il mille, sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Il “Manoscritto del marchese di S. Giovanni” è appartenuto a Matteo Camera. Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I., p. 130 scriveva che l’attacco a Paestum avvenne nella notte del 23 giugno 916. Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi etc…, vol. I., p. 130 riferendosi agli avvenimenti che seguirono dopo la strage del Garigliano, in proposito scriveva che: “Chi non sa quanti danni e sciagure non ci costò il soggiorno lunghissimo dei Saraceni acquartierati nelle vicinanze del Garigliano ed in Agropoli ?………….Tuttavolta quegl’Infedeli ch’eran rimasi in possedimento di Agropoli, spaventati dalla tremenda catastrofe provata dai loro correligionarii, risolsero di abbandonare quella stazione, e di ritirarsi in Africa. Ma prima d’eseguire tale loro progetto, essi vollero dare il sacco ed il guasto alla celebre città di Pesto, situata poco lungi da Agropoli. Di fatti, verso la mezzanotte del 23 giugno 916 giunsero defilati a sorprendere e ad impadronirsi della città; la quale, dopo aver saccheggiata, vi appiccarono il fuoco, che la consumò quasi interamente (2). Alla distruzione di Pesto, i superstiti abitatori, insieme ai coloni dei suoi dintorni si trasmutarono in gran parte nell’estremo lido occidentale di questa Costiera, dove diedero origine alla terra di Positano, dalla voce greca alterata TTAISTANO e dal fenicio …………., allusivi a ‘Nettuno’ (3).” :

Camera Matteo, Storia ducato di Amalfi, vol. I, p. 130 sui Saraceni e Bonito Marcello

Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi etc…”, vol. I., p. 130

Il Camera, a p. 130, nella sua nota (2) postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli permanere, sacratissima nocte S. Joannis Baptistae tacito pede venientes nocturno aggressu civitatem Paestanam somnolentam copiunt, atque discripiunt, et discedentes ignem submittunt”: così in un antico ms di D. Marcello Bonito marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie) a fol. 12.”che, tradotto dovrebbe significare: I Saraceni, non volendo restare più a lungo in Agropoli, nella notte santissima di S. Giovanni Battista, venuti di notte con piede silenzioso, assalirono la sonnolenta città di Paestum, e la cinsero d’assedio; etc…”.  Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: “I Longobardi, che estendono l’invasione fino all’Italia meridionale non sono tanto forti da poter sostituire i Bizantini in tutta la penisola, che resta divisa tra gli uni e gli altri. I Saraceni infestano le coste. Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Quarantasette anni: il tempo del malessere. E nel 915 i Saraceni si allontanano da Camerota ed esigono il ‘dacium’, la moderna tangente, per rendere il luogo sicuro e fuori da qualsiasi saccheggio. Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano – perchè la strage dei connazionali sulle sponde del Garigliano, è orribile, nella lotta organizzata dal pontefice Giovanni X. E prima di far ritorno in Africa, depredano Paestum, Velia, Molpa e Policastro. “Sacratissima nocte S. Joannis Baptistae” dell’anno 916, saccheggiano Paestum. Dopo Velia, che subirà tante altre piraterie barbaresche, da indurre gli abitanti ad un esodo continuo, anche per l’insicurezza delle coste, l’inefficienza dei porti e l’inquinamento della zona….I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464…….I saccheggi dei Saraceni, quelli del 915 terminano a Policastro Bussentino, con fatti drammatici che vanno oltre il fantastico.”. Dunque, in questo passaggio il Ciociano cita l’Anonimo Salernitano. Dunque, secondo il Ciociano, il manoscritto del “marchese di S. Giovanni”, dovrebbe rifarsi alle notizie tratte dall’Anonimo Salernitano. Il “manoscritto del Marchese di S. Gio:”, come lo chiama l’Antonini, è stato citato anche da Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), ecc…”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Dunque, secondo il Giustiniani in questo manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni, ci parla delle incursioni dei Saraceni a p. 121. Sul “manoscritto” del marchese di S. Giovanni ho già scritto ma non è stata approfondita la notizia del Ciociano che riteneva quel passo su Camerota fosse stato tratto dall’Anonimo Salernitano. Sulle notizie tratte dall’antico manoscritto del Marchese di S. Giovanni ha scritto pure il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: “Era appena incominciato il X secolo dell’era volgare e sulla cattedra di pietro sedeva il pontefice Giovanni X, quando i Saraceni agropolitani (14), antichi ed audaci popoli dell’Arabia (15), saputa l’orribile strage che era avvenuta de’ loro connazionali là sulle sponde del Garigliano, temendo toccasse egual sorte, avidi di bottino e rotti in ogni misfare, assalirono nel buio della notte l’indifesa Pesto e la saccheggiarono (anno 916, o come altri vuole 930). In un prezioso manoscritto di quel secolo, citato dall’Antonini, parlandosi della distruzione di Pesto, si legge: “Anno 915 – Cum proinde resciverint ex duodecim ismaelitis, qui in parva navicula erupetimentes amplius in Agropoli permanere, sacratissima nocte S. Johanni Baptista tacito pede venientes nocturno aggressu Civitatem somnolentam (cioè Pesto) capiunt atque diripiunt, ed discedentes, igni submittunt, etc…”(16). I miseri cittadini sorpresi nel sonno e quasi del tutto spogli, sbandaronsi qua e colà in cerca di asilo e di salvezza, riparando principalmente nei vicini monti, ove poi, com’è tradizione, ampliarono Capaccio vecchio e Giungano, che non istimo quì descrivere di proposito, dovendone far cenno nel seguente capitolo.”. Il Volpe, a pp. 40-41, in proposito scriveva che: “Non lungi da Pesto, come già dissi, vittima del saracinesco furore, fioriva un tempo Capaccio-vetere. Gli storici, che di questa città scrissero, opinarono che venisse fondata distrutta che fu Pesto nel 930 secondo alcuni, oppure nel 915 come altri con più ragione credettero. Il dotto P. Mannelli, nel suo pregevolissimo manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’, che tuttora giace inedito negli scaffali della biblioteca nazionale, pel primo la volle fondata da ‘quei pestani che si ebbero la sorte di sottrarsi all’eccidio de’ saraceni agropolitani’. “Non pare, egli scrive (1), che tutti fossero concordi ove principalmente fermarsi dovessero, etc…..Così tenne M. Zappullo (2), lo stesso vollero Costantino Gatta (3), il Volpi (4) e tra i moderni il Marchesano (5) ed il professore Longobardi (6).”.  Il Volpe (….), a p. 32, nella nota (14) postillava: “(14) L’anonimo salernitano, dopo di aver detto ‘atque Acropoli morarunt, deinde per iuga montium degebant, omniaque demoliebantur’, li chiama egli pure ‘saracenos acropolitanos’.”. Il Volpe, a p. 32, nella nota (16) postillava: “(16) Cons. Antonini, discorsi sulla Lucania, disc. X, pag. 417”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini, ci parla del manoscritto del marchese di S. Giovanni a p. 417, della sua “La Lucania – Discorsi”, cap. X, nella nota (I) di pag. 416 (vedi Antonini, ed. Gessari, 1745). Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 69 (vedi versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: Ma tutte le calamità si avventarono con forza sempre maggiore su queste regioni nei secoli tristemente luttuosi delle scorrerie dei Saraceni. Ecc….; nel giugno del 915 i Saraceni distrussero per la prima volta Policastro; ecc..”. Questi passaggi storici, furono poi in seguito ripetuti dal sacerdote Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro”, sulla scorta del Laudisio a p. 538 continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: I Saraceni la distrusero per la prima volta da cima a fondo nel 915; etc…. I due studiosi Natella e Peduto (…), scrivevano di quel periodo e su Policastro: ” Secondo una notizia non molto attendibile Policastro – seconda volta nella sua storia – venne incendiata e distrutta dai Saraceni (Arabi) di Agropoli nel 915 (….)“. I due studiosi nella loro nota (63) postillavano che: Volpe G., op. cit., La notizia va destituita di ogni fondamento in quanto si basa su opere spurie e falsi settecenteschi.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio e riferendosi alla migrazione di monaci dalla Sicilia verso la Calabria e da questa regione a causa delle frequenti scorrerie dei Saraceni a p. 18 in proposito scriveva che: Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Calabria, nel corso dell’IX secolo furono costretti a spostarsi di nuovo a causa del “…succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Proseguendo il suo racconto Ebner parla dell’anno 915 e delle frequenti scorrerie di Saraceni e cita il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92, quando nella sua nota (40) a p. 19 postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure Cozza-Luzi ecc..”. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92 scriveva che: “…………………………”.

Nel 915, i Saraceni a Centola e dintorni, nel chronicon del Monaco di S. Mercurio dell’Abbazia di S. Maria di Centola e la richiesta del dacium

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 131, in proposito scriveva che: La stima che gli Italiani di questi barbari facevano, li rese così insolenti, e superbi, che coniavano delle monete col di loro impronto etc……Talvolta in alcuni luoghi non ve n’era alcuna a cagione di quel pagamento, che a loro si faceva, chiamato DACIUM dal ‘Monaco di S. Mercurio’; onde poi sorse venne l’Italiana parola Dazio, e significava presso a’ Saraceni quella contribuzione in denaro, che loro si pagava, per rendere un luogo immune dalle scorrerie, e dai saccheggiamenti; e talora anche quelle Terre, ove comunemente co’ Cristiani abitavano.”. Antonini citava un passo della cronaca di S. Mercurio, un antichissimo chronicon scritto in latino da un monaco che forse fu uno dei primi abati dell’Abbazia di S. Maria di Centola. Il monaco fornisce interessanti notizie storiche sull’abbazia e parla anche della presenza dei Saraceni a Camerota e nel circondario. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: E nel 915 i Saraceni si allontanano da Camerota ed esigono il ‘dacium’, la moderna tangente, per rendere il luogo sicuro e fuori da qualsiasi saccheggio. Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano -Etc…”. Dunque, il Ciociano riporta la stessa notizia dell’Antonini ma non l’attribuisce al monaco di S. Mercurio ma l’attribuisce all’Anonimo Salernitano, così detto il chronicon Cevense pubblicato dal Pratilli.

L’origine di alcuni centri del basso Cilento che la tradizione vuole dovuta alla fuga dei superstiti della distruzione della città di Velia, l’antica Elea che fuggirono nei luoghi interni della Lucania come Rivello

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), (vedi la versione a cura di Visconti), sulla scorta di Pietro Giannone (…), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), sulla scorta di Pietro Giannone (…), a p. 84 (vedi la versione a cura del Visconti), scriveva in proposito di Rivello che: “Infine più a sud si scorge un altro castello antico che si innalza sulla cima di un colle, dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Ecc... Dunque, Mons. Laudisio (…), a p. 29 (v. versione a cura di Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Jann., Historia Civile Neap., tomo I, lib. 4, cap. 4 (P. Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, pp. 331-332: Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine Cosenza con tutte le altre mediterranee furono da’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi etc…”. Ma in questo passaggio il Giannone ci parla dell’epoca Longobarda. Tuttavia, il Laudisio scriveva che a Rivello, i suoi cittadini si vantano di discendere dall’antica città di Velia, però poi aggiunge che: “Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi.”. Dunque, il Laudisio scriveva che, quando nel 915, quando i Saraceni di Camerota e di Agropoli, per ritorsione alla strage del Garigliano e, prima di fuggire in Calabria, incendiarono e distrussero Velia e Policastro, i cittadini di Velia, in fuga andarono a rifugiarsi nel castello Longobardo di Rivello, dove esisteva già dai tempi dei Longobardi del VI secolo, un castra munitissimo e fortificato. Il Laudisio, sempre a p. 84, in proposito aggiungeva che: Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Il Laudisio, a p. 84, aggiunge che: “Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia, e la Sacra Congregazione del Concilio nei suoi decreti emanati il 22 gennaio e il 28 maggio 1746 chiama, pur essa, Rivelia questa città.”. Proseguendo il suo racconto il Laudisio parla di un magnifico ipogeo che si trova come fondamenta della chiesa di S. Nicola di Mira a Rivello. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello posta in una collina. Questa sino all’anno MDLXXXI (2) è stata con una Parrocchia e col Clero di rito Greco; onde malamente scrive l”Abbate Ughellio’ che anche a suo tempo, cioè circa MDCLVI, durasse. Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante..

Antonini, p. 441 su Maratea

L’Antonini, proseguendo il suo racconto sulla visita a Rivello, parla di antiche e numerose rovine tanto da fargli dubitare che l’antica città di Blanda non fosse a Maratea da ubicarsi ma a Rivello. l’Antonini (…), a p. 441, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ne libri dè battezzati della Parocchia di S. Maria del Poggio, dopo il fol. 13, si trova una ricevuta che fa in detto anno il procuratore del Vescovo di Policastro di ducati nove, e tre tareni al Clero di Rivello per otto Preti Greci.”. Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, (nel 1700, dunque, molto prima dell’Antonini e del Laudisio), a p. 6 parlando di Policastro ai tempi dell’antica romana Buxentum (Bussento), a p. 7, in proposito  scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che, Policastro fosse stata edificata per le sue ruine della suddetta Velia; E benché tra l’antichi Scrittori, sia controversia se Policastro sia nella Lucania, o pure ne’ Bruzij, nientedimeno io aderendo all’opinione del sudetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “E’ Policastro città della Lucania, nobile Città, ornata della dignità Ducale, la qual passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus termine della Lucania, così dice Alfonso Bonaccioli nella prima parte della Geografia di Strabone nel lib. 6 e tanto narra Ferdinando Vghelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo dice Virgilio “Portusque require Velinos”. E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”.

Alberti Leandro, p. 198

Alberti Leandro, p. 199

(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199

Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 180 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Il nostro Falcone riferisce che “tuttochè siano trascorsi più di due mila anni, a questi abitatori di Nerulo è rimasta fissa la tradizione continuata e non interrotta, che i fondatori di questa patria furono alcuni fuggitivi o banditi” – che egli suppone provenienti dalla distrutta Velia, ovvero dai Coni, i quali erano pure quivi accasati assieme con gli Enotri. Noi non possiamo andare tanto oltre, poichè, fuori della sufferita ragione filologica, nessuna altra guida abbiamo nel tenebroso cammino circa la fondazione e la denominazione dell’antico Nerulo.”. Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “89. Rivello…..– L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dell’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi: “Iterum. Velia. Renovata. Rivelium Constans. Monumentum.” Nel territorio due fontane, l’una detta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso….. – Rotale della stessa origine che ‘Ruoti’.”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; etc…”.

Nel 929 (X sec. d. C.), Guaimario II e la riconquista dei territori Bizantini, come Policastro che fu conquistata e passò ai Longobardi

Nel 929 Guaimario ritirò la propria alleanza con Bisanzio, contro cui mosse guerra in appoggio a Landolfo I di Benevento. In base agli accordi presi, Guaimario e Landolfo attaccarono unitamente la Puglia, le cui conquiste andarono a Landolfo, e la Campania, da cui Guaimario ottenne nuovi territori. Ma l’alleanza fra i due principi si rivelò ben presto un insuccesso, al punto che Landolfo cambiò strategia e chiamò a proprio sostegno il duca Teobaldo di Spoleto. Anche quest’alleanza risultò fallimentare e fu rotta intorno al 930. Guaimario tornò allora dalla parte dei bizantini, persuaso a questo passo dal protospatario Epifanio. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 99, in proposito scriveva che: Sappiamo, però che già nel 929 il principe Guaimario II, rinunciando al titolo di patrizio imperiale, mosse all’assalto delle terre greche di Puglia e di Calabria insieme a Landolfo I, principe di Benevento, e riuscì a recuperare “molti castelli”(5), di questi ignoriamo il nome, ma fra essi doveva esserci certamente Policastro, che in seguito riappare in mano ai Longobardi di Salerno (6). Costoro, perduto per sempre Laino e scomparso l’omonimo gastaldato, riorganizzarono proprio attorno alla munita Policastro la residua regione della Bricia, che allora comprendeva le aree litoranee situate fra quella fortezza, appunto, e la foce dell’Alento, ed era limitata a Nord ed a Nord-est dalle terre appartenenti alle rocche di Novi e di Laurito (a. 947)(7), entrambe ‘in finibus salernitanis’.”. Il Cantalupo, a p. 100, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La prima notizia certa di questo possesso è del 1052 (v. p. 116).”. Il Cantalupo, a p. 116, riferendosi al nuovo ed ultimo principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, dopo la morte di Guaimario V, nel 1052, in proposito scriveva che: “Il nuovo principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; quanto ai propri fratelli, concesse a Guido la città di Policastro ed il castello di S. Severino sul fiume Mingardo (5).”. Il Cantalupo, a p. 116, nella nota (5) postillava: “(5) L’identificazione del S. Severino menzionato da AMATO (v. qui p. 123) con S. Severino sul Mingardo (‘Sanctus Severinus de Camerota; a. 1291), piuttosto che con S. Severino Rota, a nord di Salerno, è sostenuta dall’Acocella (Il Cilento…., cit. I, 50) sulla scia del Lenormant. A favore di questa tesi è la maggiore vicinanza del castello del Mingardo alla città di Policastro, che era l’altro feudo di Guido.”. Dunque, da Amato di Montecassino verrebbe la notizia che nel 1052, Gisulfo II confermò al fratello Guido la contea di Policastro che quindi doveva già da tempo essere nei possessi della casa Longobarda. Anche Angelo Gentile, a p. 40, sulla scorta dell’Ebner scriveva che: “Nel 929 i Longobardi riuscirono ad occupare Policastro scacciando definitivamente i soldati di Bisanzio. Nonostante il clima di insicurezza i monaci basiliani cercarono, sempre di diffondere il rito greco ad iniziativa del patriarca Anastasio, su sollecitazione di Niceforo Foca (anno 968), infatti costituì i calogerati di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro, incentivandolo anche in altri paesi, come ad esempio a Morigerati, Poderia, Roccagloriosa, a Torraca (11) dove esistevano chiese dedicate a S. Sofia e S. Fantino e così a Lentiscosa dove esiste una chiesa magnificamente affrescata, e sfuggita all’attenzione dei più (12), dedicata a S. Maria ad Martires, ecc…”. Il Gentile a p……, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Gaetani R., L’antica Bussento oggi Policastro Bussentina e la sede episcopale, Gli studi in Italia, V, p. 366 e segg. ed Ebner P., Economia e Società ecc…”.

Nel 930, l’incursione musulmana dei Saraceni a Paestum ed il trasferimento della sede diocesana a Capaccio

Pietro Ebner (….), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a pp. 275-276, parlando di Agropoli e della nascente diocesi di Capaccio, in proposito scriveva che: “2. Allo stato, è piuttosto difficile stabilire la data sicura del trasferimento della sede della diocesi da Paestum a Capaccio. Il Gatta (p. 267) collocò l’evento ai tempi di Giovanni VIII (877-882), il Gams, ricordato Florentino (a. 499) e Giovanni, che asserisce deceduto nel 649, aggiunge “930, diruta Paestum, sedes traslata est (Cathedral S. Mariae Maggiore)” a Capaccio. Tuttavia, è ben difficile che i “Saraceni agropolitani” delle Cronache, e cioè quei Musulmani di Sicilia che risalendo la Calabria (a. 882) verso Salerno si erano trincerati ad Agropoli, da dove “per iuga montium – ricorda il ‘Chronicon Salernitanum – degebant ominiaque demoliebantur”, non abbiano razziato anche la pianura pestana. Per cui è da presumere che le popolazioni abbandonassero la pianura per i colli e i pianori montani certamente più sicuri. Anche perchè la pianura non era più l’ubertosa di un tempo e la città non più celebrata “città delle rose” due volte fiorenti all’anno (21). Città e pianura diventate insalubri per l’accrescersi dei pantani e degli acquitrini formatisi per il mancato defluire verso il mare del Salso (le alluvioni avevano elevato la linea di spiaggia),…..Preda dell’anofele, la città intorno al 930 era pressoché inabitabile quando i Saraceni la raggiungessero con una più massiccia incursione. Gli annuari vaticani, infatti, non parlano della diocesi pestana benché della diocesi Caputaquen(sis) al XII secolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiese baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando delle Diocesi e clero dopo il mille, a p. 47, in proposito scriveva che: “Circa la data del trasferimento della sede diocesana da Paestum a Capaccio si fanno varie ipotesi, come quella ad esempio del Gatta (1) che la colloca tra l’877-882 epoca in cui visse Giovanni VIII (872-882), o il Gams quando afferma: “930 diruta Paestum, sedes traslata est (Cathedral S. Maria Maggiore)”(2). Una cosa è certa, i “saraceni agropolitani” di cui parlano le Cronache avevano razziato anche la pianura pestana: “omnia denudabant (…e) per iuga moncium degebant omniaque demoliebant” e “per Beneventum Salernitanasque fines peragrant”(3). Nella notte di S. Giovanni del 892 i musulmani di Sicilia pare abbiano assalito Paestum devastandolo e incendiandolo. Essi si fermarono a Licosa, secondo Erchemperto (v. G. Diacono “Licosa latitabant”) e poi ad Agropoli, importante osservatorio geografico proiettato sul golfo salernitano (4). E’ presumibile che sotto il loro incalzare le popolazioni abbandonassero la pianura per rifugiarsi in zona più tranquilla e ciò anche in considerazione del fatto che Paestum aveva perduto la sua originaria fertilità a causa soprattutto degli acquitrini defluiti dal degrado del fiume Salso ricordato tra l’altro da Strabone (5).”. Ebner a proposito di questa ultima notizia nella sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: I miseri cittadini sorpresi nel sonno e quasi del tutto spogli, sbandaronsi qua e colà in cerca di asilo e di salvezza, riparando principalmente nei vicini monti, ove poi, com’è tradizione, ampliarono Capaccio vecchio e Giungano, che non istimo quì descrivere di proposito, dovendone far cenno nel seguente capitolo.”. Il Volpe, a pp. 40-41, in proposito scriveva che: “Non lungi da Pesto, come già dissi, vittima del saracinesco furore, fioriva un tempo Capaccio-vetere. Gli storici, che di questa città scrissero, opinarono che venisse fondata distrutta che fu Pesto nel 930 secondo alcuni, oppure nel 915 come altri con più ragione credettero. Il dotto P. Mannelli, nel suo pregevolissimo manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’, che tuttora giace inedito negli scaffali della biblioteca nazionale, pel primo la volle fondata da ‘quei pestani che si ebbero la sorte di sottrarsi all’eccidio de’ saraceni agropolitani’. “Non pare, egli scrive (1), che tutti fossero concordi ove principalmente fermarsi dovessero, etc…..Così tenne M. Zappullo (2), lo stesso vollero Costantino Gatta (3), il Volpi (4) e tra i moderni il Marchesano (5) ed il professore Longobardi (6). Ma gli addotti scrittori a partito ingannaronsi nello stabilire che ciò avvenne dopo l’eccidio di Pesto; in vero, qualora Capaccio sorse distrutta che fu Pesto, ne viene conseguentemente che prima del secolo decimo non dovrebbe farsi menzione di siffatta città: or questo appunto è falso come sono per dimostrare. La cronaca cavense, anno 794, ne attesta che Guibaldo, preposito del cenobio benedettino di Salerno, otteneva dal principe Grimaldo molti doni etcc… – più chiara menzione vi è di Capaccio nell’anno 878, secondo la medesima cronaca cavense, ove leggesi: “Anno 878. Saraceni denuo Roman et Calabriam escurrunt et incendunt, et in Sal. principatum usque ad Agropoles et ‘Capaqueum’ fundibus devastant, et Lucaniam, ruptis bocheturis espugnant”.”. Dunque, per il Volpe, Capaccio esisteva già molto prima della devastazione dei Saraceni agropolitani accaduta dopo la strage del Garigliano.

Nel 942, le incursioni musulmana dei Saraceni in Calabria

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 79, in proposito scriveva che: A Frassineto, 942, intervennero Ugo di Provenza e la flotta bizantina. Ovviamente, non furono queste azioni a salvaguardare il Mezzogiorno della Penisola da un’occupazione islamica permanente. Peso decisivo ebbero le fazioni che tennero divisi gli Arabi Aglabiti dai Fatimiti; le lotte per la successione al governatorato della Sicilia; la mancanza d’intesa nelle operazioni belliche fra Saraceni di Sicilia e d’Africa. Tuttavia, le incursioni, le razzie, le deportazioni, le distruzioni furono tante e d’una tale ferocia che un’occupazione completa e duratura, forse, sarebbe stata meno grave per le popolazioni locali. Alcune delle antiche città costiere, semidistrutte nelle varie incursioni, sopravvissero, ma sfitticamente, forse perché avevano recepito fra le proprie mura nuclei islamici; altre furono rase al suolo, e i cittadini dispersi diedero vita a nuove comunità intorno a castelli, su dirupi inaccessibili: la caratteristica realtà urbana, ancora viva su ispide colline, non lontano dal mare. Anche la “Mercuria civitas” (95), la città eparchica del monachesimo basiliano, con nei pressi numerosi ed inespugnabili castelli, il capoluogo della “Regione”, fu distrutta durante le incursioni del 951.. Il Campagna, a p. 78, nella nota (93) postillava: “(93) M. Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, II, Catania, 1955”. Il Campagna, a p. 79, nella nota (95) postillava: “(95) Vita di S. Leoluca, Act. Martii, I (1668).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a pp. 89-90 , in proposito scriveva che: “Non dobbiamo dimenticare i numerosi insediamenti stabili. Fra i più vicini alle nostre coste, Agropoli, Amantea, Toropea, mentre toponimi, diffusi qua e là nel golfo di Policastro, ci rivelano l’entità non trascurabile di presenze saracene, che, forse, valsero ad attutire l’impeto e la ferocia dei razziatori. Se il thema di Calabria non restò a lungo sotto il dominio saraceno e se le incursioni ebbero tristi conseguenze, ma limitate nel tempo, si deve, come si è detto, ai conflitti fra Arabi Aglabiti e Fatimiti, alle discordie per la successione al governatorato della Sicilia, agli attriti fra gli Arabi della Sicilia e quelli dell’Africa del Nord. La difesa dei centri costieri, più che su coordinamento di forze, si basò sull’arroccamento su cime inaccessibili e di non facile espugnazione. Prevalse il particolarismo delle comunità calabresi anche nella difesa, che va imputato, oltre che a cause etniche di origine, alla capacità e alla debolezza degli strateghi, alla presenza stabile di mercenari saraceni incuneati sulle coste, alle non assopite mire egemoniche degli imperatori germanici (51). Per un secolo e mezzo, seconda metà IX – fine X, incursioni di “Agareni” (52) si alternarono in Calabria e alle frange del dominio longobardo (53), che o interessarono direttamente la “Regione mercuriense” o questa ne avvertì i riflessi negativi. I monaci si rifugiarono, parte nei domini longobardi di Salerno (54), parte rientrò all’Athos, vera diaspora di riflusso (55), altri restarono sulla breccia a difendere i nuclei abbarbicati su inaccessibili pietraie.”. Il Campagna, a p. 91, nella nota (52) postillava: “(52) Tali erano creduti i Saraceni, cioè discendenti da Agar, schiava di Abramo e madre di Ismaele.”. Il Campagna, a p. 90, nella nota (53) postillava: “(53) N. Cilento, I Saraceni nell’Italia Meridionale nei sec. IX e X, in “ASPN”, 1959; F. Gabrieli, Arabi e Bizantini nel Mediterraneo Centrale, in “Bull. Ist. Stor. Ital. M.E. e Arch. Mur.”, 1964; U. Rizzitano, Gli Arabi in Italia, in “Occidente e l’Islam nell’alto medioevo”, I, Spoleto, 1965.”. Il Campagna, a p. 90, nella nota (54) postillava: “(54) P. Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, Roma, 1973; B. Cappelli, I Basiliani nel Cilento Superiore, in “BBGG”, XVI, Grottaferrata, 1962; J. Cozza- Luzi, op. cit.”.

Nel 951-52, Ammar, fratello di Hasan ben Alì, metteva a ferro e a fuoco Reggio Calabria

Nel 951-52, le nostre terre subirono un’invasione musulmana e saracena guidata da Abu-l-Kasem-Ibn-Alì che si battè su tutta la Calabria settentrionale nel 951 e che ritrovatasi nella primavera dell’anno seguente  portò sotto le mura di Gerace alla morte del patrizio bizantino Melakenos, comandante dell’esercito bizantino. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a pp. 79-80, in proposito scriveva che: “La stessa Bisanzio, lottando per propria sopravvivenza, non fu in grado d’intervenire fino al 951, anche se con esito disastroso per l’impero. Nel luglio-settembre dello stesso anno, Arabi di Sicilia e d’Africa scorazzavano liberamente per le nostre contrade. Nel 952 Reggio era sotto il dominio di Hasan ben ‘Alì. Il fratello ‘Ammar, intorno al 957, insanguinava, razziando le coste della regione. Il naufragio della flotta musulmana sulla rotta della Sicilia e la morte per annegamento di ‘Ammar determinarono un periodo di tregua fino al 963, quando Manuele Foca intervenne in soccorso di Taormina e di Rametta, in rivolta. Presso quest’ultima località il Foca morì, combattendo……Alcune delle antiche città costiere, semidistrutte nelle varie incursioni, sopravvissero, ma asfitticamente, forse perché avevano recepito fra le proprie mura nuclei islamici; altre furono rase al suolo, e i cittadini dispersi diedero vita a nuove comunità intorno a castelli, su dirupi inaccessibili: la caratteristica realtà urbana, ancora viva su ispide colline, non lontano dal mare. Anche la “Mercuria civitas” (95), la città eparchica del monachesimo basiliano, con nei pressi numerosi ed inespugnabili castelli, il capoluogo della “Regione”, fu distrutta durante le incursioni del 951.. Il Campagna, a p. 79, nella nota (95) postillava: “(95) Vita di S. Leoluca, Act. Martii, I (1668).”. Un’altra notevole invasione saracena si ripetè poco dopo negli anni 955-56. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 89, in proposito scriveva che: “Difatti, per un anno, 951-952, il thema di Calabria e frange del thema di Lucania furono messi a ferro e a fuoco da scatenate orde saracene. L’Impero, assente in questo periodo dall’Occidente per difendere se stesso dalle mire egemoniche bulgare (921-924), dagli attacchi arabi in Armenia (923) e contro le isole (922), intervenne solamente nel 951 con un’armata condotta dal “patrizio” Malacheno, allo scopo di portare aiuto a Pascalio, stratego del thema di Calabria. L’azione congiunta calabro-bizantina si concluse con un disastro, mentre gli Arabi, siculi ed africani, dopo la vittoria irruppero sulle nostre coste, luglio-settembre 951. Lo stesso governatore della Sicilia, Hasan ben ‘Alì, si impossessò di Reggio (48). Tra il luglio ed il settembre del 951, la “Regione mercuriense” fu devastata. A nulla valsero i muniti castelli e le fortezze di cui disponeva la difesa. Nilo, con la morte nel cuore, osservava “dall’alto della spelonca il polverio e la turba scorazzante dei Saraceni. I monasteri furono “dati alle fiamme e distrutti”; finanche l’eremo di S. Michele fu profanato. L’eremo, come dice il Bìos, era “nelle vicinanze della via dove passavano gli eserciti” (49). I predoni portarono via al Santo la pelle di ricambio che appendeva all’ingresso della spelonca; l’usarono per riempirla “di pere selvatiche”(50), di cui ancora la zona abbonda. Con la distruzione dei monasteri della “Regione mercuriense” e la fuga dei monaci, allentò il ritmo delle opere civili, le seminagioni, la mietitura; il raccolto marcì nei campi etc…. Il Campagna, a p. 89, nella nota (48) postillava: “(48) A. Pertusi, Il “thema” di Calabria, etc.., in Atti I e II Inc. Studi Biz., in “Calabria Bizantina”, Reggio C., 1974.”. Il Campagna, a p. 89, nella nota (49) postillava: “(49) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, Badia di Grottaferrata, 1967”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando della grotta di S. Michele dove si ritirò in eremitaggio S. Nilo, a pp. 88-89, in proposito scriveva che: “Sarebbe stata, quella nella grotta, “una vita serena, lieta e piena di spirituale diletto”(46) per Nilo, se la minaccia delle incursioni saracene non si fosse addensata all’orizzonte, tanto che il “grande Fantino” andava predicendo che “le chiese sarebbero divenute stalle di asini e di giumenti e profanate; i monasteri verrebbero dati alle fiamme e distrutti, ed i libri corrosi dalle muffe, diverrebbero inservibili ed illeggibili”(47)”. Il Campagna, a p. 88, nella nota (46) postillava: “(46) G. Giovanelli, S. Nilo da Rossano, Badia di Grottaferrata, 1966.”. Il Campagna, a p. 89, nella nota (47) postillava: “(47) Idem, op. cit.”. Il Campagna, a p. 89, nella sua nota (48), postillava che: “(48) A. Pertusi, Il Thema di Calabria, etc, in Atti I e II Inc. Studi Biz., in “Calabria Bizantina”, Reggio C., 1974.”. Il Campagna, a p. 89, nella sua nota (49), postillava che: “(49) G. Giovanelli, S. Nilo di Rossano, op. cit.”. Il Campagna, a p. 89, nella sua nota (50), postillava che: “(50) Idem, op.cit.”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 284-285 in proposito scriveva che: “….Nel 952 non appena risuonarono al Mercurion gli echi della rapida e sanguinosa avanzata che in Calabria andavano compiendo le orde musulmane condotte dall’emiro El-Hasan (22), gli asceti viventi nella regione, colmi di terrore e di orrore, si sparsero intorno alla ricerca di altri e più sicuri rifugi. S. Fantino ed altri fratelli continuando le antiche relazioni tra i due centri ascetici si trasferirono nella regione sul Golfo di Policastro (23); S. Saba con i suoi monaci e la sua famiglia, tra cui il padre S. Cristoforo ed il fratello S. Macario, si avviarono verso una zona che non sembra abbia prima di essi avuto rapporti con il Mercurion. Infatti risalendo il corso del Mercure-Lao e discendendo quindi nell’alta valle del Sinni penetrarono nella regione del Latinianon (24).”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Historia et laudes SS Saba et Macarii etc, op. cit., p. 17, ; J. Gay, L’Italia meridionale e l’impero bizantino etc., (trad. ital.), Firenze, 1917, p. 200.”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Vita di S. Nilo etc., cit., p. 42; per le relazioni del mercurion con la “regione dei principi” o con “le parti di sopra” o con “la regione superiore” che indicano sempre il Cilento meridionale, vedi ‘Vita di S. Nilo etc.’, pp. 8; 18; 42 e il mio scritto ‘S. Nilo, S. Fantino, S. Nicodemo’, in questo volume.”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (24) postillava che: “(24) Historia et laudes SS. Saba et Macarii etc., op. cit., pp. 17 s. e in questo volume: ‘Alla ricerca del Latinianon’.”. Il Cappelli (5), parlando della vita di S. Nilo, scriveva in proposito: “saltuarie incursioni saracene, con quelle sporadice apparizioni che i Musulmani fecero negli anni immediatamente seguenti al 952 in tutti i luoghi della Calabria, e più che altro, è da credere, al Mercurion prossimo a quella parte della costiera tirrenica, e cioè all’attuale Praja a Mare a risalire verso settentrione, dove gli infedeli, anche dopo la battaglia del Garigliano, risiedevano si può dire in permanenza.“.  Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 89 , in proposito scriveva che: “Seguirono altre feroci incursioni. Nel 957, con ‘Ammar, fratello di Hasan ben ‘Alì, le razzie resero ancora più asfittica la vita sulle coste. Tributi imposti dai Saraceni venivano esatti da sparuti castelli e da castra sottomessi.. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 79, in proposito scriveva che: Nel 952 Reggio era sotto il dominio di Hasan ben ‘Alì. Il fratello ‘Ammar, intorno al 957, insanguinava, razziando le coste della regione. Il naufragio della flotta musulmana sulla rotta della Sicilia e la morte per annegamento di ‘Ammar determinarono un periodo di tregua fino al 963, quando Manuele Foca intervenne in soccorso di Taormina e di Rametta, in rivolta. Presso quest’ultima località il Foca morì, combattendo.”.

Nel 952, l’invasione araba della Sicilia, S. Cristoforo, S. Saba, S. Macario, la migrazione di monaci in Calabria e nel Cilento e la fondazione di monasteri

Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente , dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; Marchionibus 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Macario Abate, o San Macario di Collesano (Collesano, … – Oliveto Citra, 1005), fu un monaco italiano; è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Secondo la tradizione avvalorata da studi recenti, si ritiene che San Macario sia nato a Collesano,[senza fonte] attualmente in provincia di Palermo. Egli visse durante la dominazione araba della Sicilia, iniziata nell’827, quando Eufemio da Messina chiamò gli arabi, e terminata nel 1061 con la conquista di Roberto il Guiscardo. Secondo Francesco Ciccone, San Macario il Grande sarebbe vissuto tra l’VIII e il IX secolo, cioè agli inizi della dominazione araba in Sicilia. Questa cronologia non può essere accettata per il semplice fatto che San Saba, fratello di San Macario, dopo la morte del padre Cristoforo (941) si recò a Roma, ove morì nel monastero di San Cesario del Palatino il 6 febbraio 995.[senza fonte]. Per quanto riguarda l’onomastica, il nome Macario (dal greco makarios = beato o felice) era senza dubbio un nome comunemente usato tra i cristiani del vicino Oriente, quindi il nome del nostro San Macario si inserisce nel solco della tradizione monastica orientale (vi erano stati numerosi altri San Macario), visto che la Sicilia e quasi l’intero territorio dell’Italia meridionale rimasero possedimenti dell’Impero d’oriente fino alla conquista normanna. San Macario appartenne a una famiglia singolare, in quanto tutti i componenti di questa (moglie e marito più i due figli) sono venerati come santi: San Cristoforo da Collesano e Kalì, San Saba il Giovane e Macario. Il primo a lasciare casa e beni materiali, d’accordo con la moglie, fu il padre Cristoforo, seguito, non molto tempo dopo, dai figli Saba e Macario. Essi abbracciarono la vita religiosa secondo le direttive e lo spirito ascetico di San Niceforo. Anche Kalì si ritirò in vita ascetica per formare una piccola comunità femminile. Dopo Collesano, il gruppo dei tre, Cristoforo, Saba e Macario, fu per qualche tempo a San Filippo d’Argira ove costruì anche una chiesa dedicata a San Michele Arcangelo. Facendosi più pesante il controllo della vita religiosa da parte degli arabi e forse anche per una sopraggiunta epidemia, nel 941 i tre si allontanarono dalla Sicilia e si portarono nel Mercurion, la zona intermedia tra Calabria e Basilicata. A Laino Castello prima, e nella fortezza di San Lorenzo sul Sinni dopo, trovarono rifugio. Qui si spense Cristoforo il 17 dicembre del 990, assistito dai figli e dalla moglie. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Saba da Collesano, santo. – Nacque probabilmente nei primi due decenni del X secolo da Cristoforo e da Kale, a Collesano, in provincia di Palermo. Rispetto alle condizioni sociali della famiglia dalle fonti si desume solo che il padre Cristoforo non era indigente e possedeva dei terreni. Fu educato da maestri locali, che lo istruirono in materia di religione. In data non precisabile, ma quando Saba e suo fratello Macario erano ancora molto giovani, il padre decise di farsi monaco presso il monastero di S. Filippo di Agira (in provincia di Enna), il più importante centro di spiritualità italo-greca in Sicilia (Historia et laudes…, a cura di I. Cozza-Luzi, 1893, pp. 7, 73; anche per le notizie successive sulla vita di Saba la fonte principale è la sua agiografia). La fama della santità di Cristoforo, mandato dall’egumeno Niceforo a restaurare l’eremo di S. Michele in Ktisma, spinse numerose persone a dedicarsi alla vita monastica, tra cui i suoi due figli Saba e Macario, che si fecero tonsurare anch’essi presso S. Filippo (la madre Kale più tardi fondò un cenobio femminile). Le straordinarie virtù del giovane Saba furono presto notate da Niceforo, il quale lo pose presto a capo della comunità di S. Michele di Ktisma al posto del padre. La fama del monaco come fondatore di monasteri è testimoniata inoltre da un suo ritratto nella chiesa di S. Maria della Sperlonga a Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno (Falla Castelfranchi, 2002, p. 152). In data non precisabile Cristoforo decise di partire per un pellegrinaggio a Roma e Saba si trovò alla guida di questa rete di istituzioni religiose. Si recò poi a sua volta a visitare le tombe degli apostoli quando il padre tornò in Italia meridionale e in seguito si ritirò in una cella presso S. Lorenzo sul Sinni.”. Sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su  S. Saba, ha scritto il Troccoli (…) che, nel 1986, nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, parlando del “Latinianon”, a p. 47 scriveva che: “Più o meno contemporaneamente all’arrivo di di questo nutrito gruppo monastico, la parte centrale della Basilicata veniva percorsa da altri due asceti itineranti: S. Luca di Demenna e S. Vitale di Enna che erano penetrati nella regione dalla parte jonica della Calabria Settentrionale. Etc…”.  Il Troccoli, cita alcuni autori che parlarono della regione del ‘Latinianon’, tra cui spiccano quelli del Cappelli, G. Caterini, N. Ferrante. Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 47-48, in proposito scriveva che: “Posta ai confini tra la Basilicata e la Calabria, e, nel X secolo, tra i temi di Calabria e di Longobardia (104), questa regione, il cui nome molto probabilmente si ricollega al culto che tra i Longobardi, specie del principato di Benevento, ebbe S. Mercurio, martire di Cappadocia (105), fu tra il X e l’XI secolo un centro intensissimo di vita monastica. Qui si sabilirono, o almeno si fermarono per un certo tempo, tutti i più importanti esponenti della vita monastica dell’Italia bizantina, ed entro i suoi brevi confini (106) sorsero tanti monasteri, laure ed eremitaggi, che esso, secondo un termine ormai divenuto luogo comune, fu una nuova “Tebaide”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 42-43 cita diverse volte Lagonegro. Il Cappelli a p. 43, in proposito scriveva che: “La corrente migratoria ascetica dopo la totale occupazione musulmana della Sicilia si avvia in un primo momento verso la penisola balcanica; ma appena può notare una certa sicurezza nella difesa dell’Italia meridionale risale su per il continente in due ondate principali. Una di esse fa capo e muove dalla Terra d’Otranto. L’altra che si avvia dal mare di Reggio giunta che è ad ingrossare le schiere dei penitenti già stanziati nel Mercurion (26), si irradia di qui ancora in due direzioni. La prima va verso levante nella regione del Latiniano, posta nell’alta valle del Sinni, e poi più a nord: a monte Raparo e fino al Vulture incontrandosi ad oriente di questi luoghi con gli asceti venienti dalla Terra d’Otranto o risaliti lungo le coste joniche; la seconda avanza verso settentrione: a Lagonegro e poi in pieno dominio longobardo tra i monti ed in prossimità delle coste marittime del Cilento (27). Etc…”. Il Cappelli a p. 43 nella sua nota (26) postillava che: “(26) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc, pp. 14-82”. Biagio Cappelli (…), nel suo, ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, pubblicato a Napoli nel 1963, a pp. 284-285 in proposito scriveva che: “….Nel 952 non appena risuonarono al Mercurion gli echi della rapida e sanguinosa avanzata che in Calabria andavano compiendo le orde musulmane condotte dall’emiro El-Hasan (22), gli asceti viventi nella regione, colmi di terrore e di orrore, si sparsero intorno alla ricerca di altri e più sicuri rifugi. Etc…”. Il Cappelli, a p. 292, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Historia et laudes SS Saba et Macarii etc, op. cit., p. 17, ; J. Gay, L’Italia meridionale e l’impero bizantino etc., (trad. ital.), Firenze, 1917, p. 200.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Un’ulteriore scorreria saracena nel 951-952, legata alla disastrosa campagna in Calabria del patrizio Malakeinos, costrinse Saba a muoversi nuovamente verso nord, questa volta nella regione del Latiniano in Lucania. Anche qui il religioso si dedicò alla rifondazione di un monastero presso un’antica cappella dedicata a s. Lorenzo nelle vicinanze del fiume Sinni, la cui guida affidò in seguito al fratello Macario per alternare periodi di eremitismo a periodi di vita comunitaria. Tale alternanza, tipica di questa fase del monachesimo greco in Italia meridionale, caratterizzò tutto il resto dell’esperienza religiosa di Saba fino alla sua morte.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, continuando il suo racconto cita di nuovo l’eparchia di Lagonegro ed in proposito scriveva che: “Va, infine rilevato che l’irradiazione di forme monastiche greche in un’area soggetta per tradizione alla presenza e all’influenza del monachesimo benedettino è frutto anche di una tendenza degli stessi asceti italo-greci a non trascurare Amalfi, Salerno e Roma. Si tratta di una tendenza già preannunciata, agl’inizi del X secolo, da Sant’Elia di Enna, rifugiatosi ad Amalfi durante l’espugnazione aglabita di Taormina, e successivamente da San Saba.”. Riguardo la fuga di alcuni monaci dalla Sicilia, ha scritto Paolo Lamma (….), citato dal Bulgarella a p. 40 nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo  ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemme (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di una spedizione dei franchi, di fronte ai quali il patrizio Romano, ecc…”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 86, in proposito scriveva che: “Intorno alla metà del X secolo, all’epoca dei SS. Cristoforo, Macario e Saba, …..Nell’agiografia dei Santi siculi è detto che l’Arcangelo apparve in sogno a Cristoforo di Collesano, e lo sollecitò a lasciare la Sicilia, a rintracciare e ricostruire la sua chiesa diruta (22). Cristoforo giunse al Mercurio; rintracciò il vecchio tempio (un tempietto in grotta!) di S. Michele, e, tagliata la boscaglia che lo ricopriva, lo riedificò. Qui fu raggiunto dalla moglie Bella o Calì e dai figli Saba e Macario, etc…”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (22), postillava che: “(22) Cozza-Luzi, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, Roma, 1893.”. Anche l’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a p. 192 in proposito scriveva che: “Anche il Monachesimo – che ebbe sempre in Lagonegro fede e favore  vi si stabilì in tempi remotissimi; e già nello stesso Cap. IX abbiamo discorso dei ‘Frati Solitari’ e di S. Macario Abate, i quali, secondo appare da un Codice della Biblioteca Vaticana che noi non abbiamo potuto consultare, cacciati dalla Sicilia dai Saraceni, verso la fine del secolo VIII ed i principi del IX, si spinsero fino a Lagonegro, dove fondarono un monastero, che vuolsi essere quello di S. Maria degli Angeli, etc…”. Sulla questione delle date di arrivo di questi monaci che il Pesce chiama “Solitari”, il Pesce, sulla scorta del Falcone, cita il Ciccone (…). Sulla cronologia proposta dal Ciccone (…), però, faccio notare che su wikipedia, alla voce ‘S. Macario’ leggiamo che: “Secondo Francesco Ciccone, San Macario il Grande sarebbe vissuto tra l’VIII e il IX secolo, cioè agli inizi della dominazione araba in Sicilia. Questa cronologia non può essere accettata per il semplice fatto che San Saba, fratello di San Macario, dopo la morte del padre Cristoforo (941) si recò a Roma, ove morì nel monastero di San Cesario del Palatino il 6 febbraio 995.[senza fonte].”. Pesce a p. 89, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma, 1908.”. Don Francesco Ciccone, Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra San Macario Abate e novena, 1907. Don Ciccone, nativo di Teora, era Arciprete curato di Santa Maria della Misericordia in Oliveto Citra. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89 in proposito scriveva che: In un opuscolo contenente ‘Cenni biografici di S. Macario Abate, tradotti da un codice della Biblioteca Vaticana’, ho desunto che quel Santo, figlio di S. Cristoforo e fratello di S. Saba, vissuto tra la fine dell’8° ed i principi del 9° secolo, appartenne ad un ordine monastico detto dei ‘Solitari, i quali, cacciati dalla Sicilia, loro culla, dai Saraceni, chiesero ricovero e passarono nel continente presso Reggio. “Ma i Saraceni – scrive l’agiografo – si spingono fin nella media Italia, ed i perseguitati Solitari fuggono di nuovo e fissano la loro dimora a Lagonegro, dove fondano un bel monastero, del quale, dopo la morte di S. Cristoforo, diviene capo S. Saba. In tale tempo, sedatisi alquanto gli Ismaeliti, i buoni Monaci ebbero un pò di tregua, ed il nuovo Monastero potè accogliere tanti e tanti uomini desiderosi d’abbandonare le terrene vanità per consacrarsi alla vita contemplativa. Di S. Saba ha intanto necessità di recarsi a Roma, e S. Macario viene nominato Superiore della cenobitica famiglia….Ma non andò a lungo e gli Ismaeliti continuarono a infestare quei luoghi della bassa Italia, e, spingendosi fino a Lagonegro, costrinsero quegli abitanti a fuggire atterriti. Obbligati a fuggire pur essi i poveri perseguitati Solitari trovarono ospitalità in quel di Salerno, nè lo scrittore precisa il luogo” (1). Se queste notizie, desunte da un Codice della Biblioteca Vaticana, sono esatte – nè a me è stato possibile meglio accertarle – il Monastero fondato nel 9° secolo in Lagonegro dai Solitari deve appunto essere quello della Madonna degli Angeli, il quale così avrebbe origine antichissima. Certo s’è pure che nel mille vi presero stanza i Padri Benedettini sotto il titolo di S. Gerolamo, quando il succedersi dei barbari invasori, le incessanti persecuzioni e l’insidie dei tempi insicuri spingevano i più deboli, dall’animo mite ed ascetico, ad appartarsi dal mondo e porsi, fra i cilicii e le pertinenze, in più diretta comunicazione con la Divinità.”. In questi passi il Pesce a p. 89, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma, 1908.”. Il Pesce, in questo suo scritto si riferisce pure al manoscritto di Falcone (…). Si tratta di un manoscritto in lingua latina che recentemente Carlo Calza (…), ne ha curato l’edizione per i tipi di Zaccara. Si tratta del manoscritto di Alessandro Falcone (…) e del suo ‘Delle notizie con discorsi istorici e riflessivi per la città di Lagonegro principiata la raccolta del dottore Alessandro Falcone’.

LA CALABRIA BIZANTINA E SARACENA

Da Wikipedia leggiamo che in Calabria, in questo periodo storico fiorì il cenobitismo, col sorgere in tutto il territorio di innumerevoli chiese, eremi e monasteri nei quali moltitudini di monaci basiliani calabro-greci si dedicarono alla trascrizione di testi classici e religiosi. Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i Bizantini e gli Arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (san Nilo da Rossano, san Gregorio da Cerchiara ecc.). Sotto il dominio bizantino, tra la fine del IX e l’inizio del X secolo, la Calabria fu una delle prime regioni d’Italia a introdurre la produzione di seta in Europa. Secondo André Guillou, i gelsi per la produzione di seta grezza furono introdotti nell’Italia meridionale dai bizantini alla fine del IX secolo. Intorno al 1050, il tema della Calabria contava 24 000 gelsi coltivati per le loro foglie e il loro numero tendeva ad espandersi. Mentre la coltivazione del gelso muoveva i primi passi nel resto d’Italia, la seta prodotta in Calabria raggiunse il picco del 50% dell’intera produzione italo-europea. Poiché la coltivazione del gelso era difficile nell’Europa settentrionale e continentale, i commercianti acquistavano in Calabria materie prime per finire i prodotti e rivenderli a un prezzo migliore. Gli artigiani della seta genovese usavano la seta calabrese per la produzione di velluti.

NEL 952, S. SABA, I SARACENI, TORTORA E L’ORIGINE DI TORTORELLA

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 678 parlando di Tortorella, scriveva in proposito che: “Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitesi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi casali, dei baroni Carrafa della Stadera che lasciarono tristi ricordi di tirannia e di soprusi” (sono ancora visibili i resti del palazzo marchesale), del palazzo del barone Gallotti, della chiesa più volte restaurata e dell’antica chiesa di S. Vito fuori dell’abitato.”. Ebner, a p. 678, nella nota (20) postillava: “(20) Tancredi, Il Golfo, cit., p. 72 sgg.”. Ebner si riferiva al testo di Luigi Tancredi (….), “Il Golfo di Policastro – Itinerario tra sogno e realtà”, pubblicato nel 1975 (la prima delle sue pubblicazioni). Ebner, a p. 678, nella nota (21) postillava che: “(21) Casaletto Spartano, ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, a p. 199, in proposito scriveva che: “Alcuni studiosi locali sostengono che vi fossero rifugiate alcune famiglie di Tortora, paese del cosentino, per sfuggire alle incursioni ed alle razzie dei pirati saraceni che infestavano, all’epoca, il litorale tirrenico inferiore. Il luogo sarebbe apparso loro naturalmente ben protetto, per cui avrebbero deciso di fermarvisi stabilmente, iniziando una nuova vita (1).”. Il Guzzo, a p. 199, nella nota (1) postillava che: “(1) A. Fulco, Memorie storiche di Tortora – Napoli – pag. 18”. Si tratta di Amedeo Fulco (….), e del suo “Memorie storiche di Tortora”. Infatti, Amedeo Fulco, nel ….., a pp. 41-42-43, riferendosi a S. Saba di Collesano ed ai Saraceni nel 952, in proposito scriveva che: “Tuttavia maggiori nubi si adensavano sulla Calabria e se n’ebbe sentore nella primavera dell’anno successivo 952, quando l’Emiro musulmano ricomparve scortato da una flotta e sconfisse duramente per terra e per mare i Bizantini dopo lunga e sanguinosa battaglia, conclusasi il 7 maggio, nella quale Malacheno trovò gloriosa morte e Pascalio riuscì a stento a salvarsi. Tutta la Calabria, fino al Crati e al Lao, fu allora preda dei Mulsulmani che saccheggiarono ecc….E fu proprio dal Mercurion che San Saba sotto l’incubo dell’avanzata musulmana che minacciava, ecc…. San Saba dovete giungere con la schiera dei profughi che andava sempre più ingrossandosi lungo la dolorosa peregrinazione, a Scalea, da qui alla marina di Aieta, quindi a Blanda, e, risalendo la valle del fiume Noce, nell’amena contrada di Tortora che dal suo nome fu chiamata San Savo e vi fu eretta una cappella. Niente di più verosimile dunque che una parte dei Blandani, se non la maggior parte di essi, seguissero, atterriti, e sfiduciati come erano, il Santo monaco che si fermò in territorio di Lagonegro, dove fondò un monastero (quod et muris quasi propugnaculis munivit) e che i Balandani si stabilissero quali a Tortorella, quali a Battaglia che sono località prossime al centro lucano di Lagonegro. E’ un’ipotesi plausibile che avvalora come si può notare, la tradizione, la quale, per essere costantemente tramandata di generazione in generazione, deve necessariamente avere un fondo di verità. Altri Blandani, e forse quelli ecc…ecc…”. Dunque, il Fulco fa derivare l’origine di Tortorella, Battaglia e Casaletto dai profughi “Blandani” (la vecchia Tortora) ai tempi delle frequenti e turbolente invasioni dei Saraceni in lotta contro i Bizantini (anno 952 di cui ci parla il Porfirogenito). Il Guzzo, senza alcun fondamento, a p. 200 scriveva che: “Tale tesi, però oltre a non trovare conferma in storici più accreditati, appare poco probabile, trattandosi di ua zona molto lontana dalla terra di provenienza, quando le difficoltà per gli spostamenti erano notevolissimi. E’ più facile supporre, invece, che si sia trattato di una colonia agricolo-pastorale.”. Dunque, il Guzzo, in sostanza prima lo nega e poi la concede. In effetti, la tesi del Fulco era già stata ampiamente affermata da Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti, traduzione di p. 16) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno (XI secolo) scriveva che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…. Riguardo i centri del Mercurion e la tesi del Fulco, Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro – lucani”, a p. 44 riferendosi al viaggio di San Nilo, in proposito scriveva che: “Tentiamo ora di rifare, sia pure a grandi linee e per quanto è possibile, l’itinerario che …..Il viaggio di Nicola nella sua prima parte si svolge per aspre strade interne e tra erti e boscosi monti. Quasi certamente per evitare non graditi incontri con masnade musulmane frequenti sempre sulle coste del Tirreno dove, anzi, poco a nord del Mercurion hanno degli stanziamenti fissi, come Saracinello e Saraceno. E se di questo ne rimane la denominazione ad una contrada a nord-ovest di Tortora, del primo se ne conserva il nome ed il ricordo nelle immediate vicinanze di Praia a Mare la quale è la vecchia Plaga Sclavorum sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31). Così dopo aver raggiunto con tutta probabilità raggiunto verso settentrione la zona che rimane tra Lauria e Lagonegro e levante Trecchina e Rivello a ponente, ecc…”. Il Cappelli, a p. 2, nella nota (31) postilava che: “(31) Vedi Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. S. della Grotta a Praia degli Schiavi, etc., Napoli, 1858, p. 4; O. Dito, La popolazione calabrese dai più antichi tempi ai nostri giorni, in “Calabria vera”, n. s. IV (Reggio di Clabria, 1923), p. 104; ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 66 e ss., in proposito scriveva che: Aggiunge S. Bartolomeo che gli igumeni, atterriti da queste minacce, “deliberarono di mandarlo in altro monastero sottoposto a un principato straniero”, cioè a S. Nazario, sito “nel dominio dei principi” (‘en tois meresi ton prinkipion) di Salerno, (232) chiarisce meglio il più antico sinissario di Grottaferrata. Cenno preziosissimo perché oltre ad assicurarci che in quei tempi la valle del Lao con l’eparchia monastica del Mercurion erano sottoposte a Bisanzio, (233), etc…”. Ebner, a pp. 66, nella nota (232) postilla che: “(232) Codex Criptensis B, beta II, f 175. Anche l’odierna Praia a mare era in mano bizantina. Il Cappelli cit., p. 44 rileva che a Praia era “la vecchia Plaga Sclavorum sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani” che si erano insediati a Saracinello e a Saraceno. Perla biografia relativa, v. a p. 52 del Cappelli.”. Padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, che, a pp. 55-56, in proposito scriveva che: “Nel breve tratto, in cui la Lucania è bagnata dal Tirreno, è ‘Maratea’, che gli storici locali vogliono subentrata a ‘Blanda’, anche se con scarsa attendibilità (14). La sua posizione infatti è tutt’altro che favorevole ad un’ipotesi del genere. Col tempo si è venuta a formare Maratea Inferiore, che oggi porta il nome di ‘Marina di Maratea’, alla quale sono aggregati i due casali di ‘Acquafredda’ e ‘Cersuta’. ‘Tortora’ ed ‘Aieta’ non hanno origine diversa da quella degli altri borghi medievali: furono i Saraceni che, nel secolo IX muovendo dai due emirati di Amantea e di Agropoli, costrinsero gli abitanti di Blanda a rifugiarsi in luogo più interno e sicuro, sulla montagna. Le testimonianze più antiche dell’esistenza di Tortora non vanno oltre il secolo XII. Nel suo territorio sorse più tardi ‘Tortorella’.

Nel 957, le incursioni dei Saraceni in Calabria di Ammar, fratello di Hassan ben Alì,

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a pp. 79-80, in proposito scriveva che: Nel 952 Reggio era sotto il dominio di Hasan ben ‘Alì. Il fratello ‘Ammar, intorno al 957, insanguinava, razziando le coste della regione. Il naufragio della flotta musulmana sulla rotta della Sicilia e la morte per annegamento di ‘Ammar determinarono un periodo di tregua fino al 963, quando Manuele Foca intervenne in soccorso di Taormina e di Rametta, in rivolta. Presso quest’ultima località il Foca morì, combattendo.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 89, in proposito scriveva che: Seguirono altre feroci incursioni. Nel 957, con ‘Ammar, fratello di Hasan ben ‘Alì, le razzie resero ancora più asfittica la vita sulle coste. Tributi imposti dai Saraceni venivano esatti da sparuti castelli e da castra sottomessi.”.

Nel 963, Manuele Foca, in soccorso di Rametta morì

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a pp. 79-80, in proposito scriveva che: Il naufragio della flotta musulmana sulla rotta della Sicilia e la morte per annegamento di ‘Ammar determinarono un periodo di tregua fino al 963, quando Manuele Foca intervenne in soccorso di Taormina e di Rametta, in rivolta. Presso quest’ultima località il Foca morì, combattendo.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Vi furono degli inutili tentativi di riconquista, nel 963 e 1038, da parte imperiale. Nel 902, anno della caduta di Taormina (83), lo stratego di Sicilia (Bisanzio non voleva rassegnarsi alla perdita dell’isola) risiede a Reggio, ma nel 918 viene già menzionato uno “strategos” di “Calabria”, segno evidente che il “thema” di Sicilia era, di nome, rappresentato dal “ducato” di Calabria, promosso, per l’occasione, a “thema” (84). Nel 965 cadde Rametta, ultima importante testa di ponte del Cristianesimo isolano (85).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (83), postillava che: “(83) A. Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, a c. di C.A. Nallino, I-III, Catania, 1933-1939; F. Gabrieli, Arabi e Bizantini nel Mediterraneo Centrale, in “Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Arch. Muratoriano”, 76 (1964).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (84), postillava che: “(84) A. Pertusi, Il “thema” di Calabria, etc…, in “Calabria bizantina”, Reggio C., 1974″. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (85), postillava che: “(85) L’episodio è tristemente ricordato da S. Nilo nel Codice Cript. ……, XX (395).”. Da Wikipedia leggiamo che Manuele Foca, parlando dell’assedio di Rametta, l’assedio fu guidato dai due cugini Kalbiti Al-Hasan ibn Ammar al-Kalbi e Aḥmad b. Ḥasan Abi l-Husayn. Nel 962 Ahmad assediò e distrusse Taormina, vendendo l’intera popolazione come schiavi e colonizzando l’area con reinsediamenti musulmani[1]. Dopo la caduta di Taormina, i Kalbiti si spostarono a nord, iniziando l’assedio di Rometta l’anno successivo. La città inviò un emissario all’imperatore bizantino Niceforo II Foca, chiedendo aiuti militari e provviste. Niceforo rispose equipaggiando una flotta di circa 40.000 uomini, molti dei quali veterani della conquista bizantina di Creta, sotto il comando di Niceta Abalante, mentre la cavalleria era comandata da Manuel Foca[1]. Nell’ottobre del 964, l’assedio fu rafforzato dalle truppe berbere guidate dal governatore della Sicilia, al-Hasan ibn Ali al-Kalbi. Il 25 ottobre, i bizantini e i musulmani si scontrano: i primi ebbero inizialmente il controllo della battaglia, tuttavia i musulmani furono presto in grado di sconfiggerli, presumibilmente uccidendo più di un quarto delle forze nemiche, compreso Manuel. I bizantini sopravvissuti tentarono di tornare alla loro flotta a Messina, ma caddero in un’imboscata alla partenza nella battaglia dello Stretto e furono sconfitti. Senza rinforzi, Rometta non riuscì a difendersi dai Kalbiti e cadde nel maggio del 965[3][5].

Nel 964, il generale Niceforo Foca e la pace col califfo al-Mu’izz (966-967)

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 89, in proposito scriveva che: “Tributi imposti dai Saraceni venivano esatti da sparuti castelli e da castra sottomessi. Lo stesso Niceforo Foca, dopo la sconfitta del 964 presso Rametta, fu costretto a stipulare un trattato di pace col califfo al-Mu’izz (966-967). Negli anni tra il 975 e il 981, i Saraceni in Sicilia si spinsero nel territorio dei principati longobardi. Nel thema di Calabria e alle frange del thema di lucania, per un secolo e mezzo, si alternarono a brevi periodi di pace feroci scorrerie, con permanenze di Saraceni più o meno prolungate.”. Da Wikipedia leggiamo che Niceforo Foca, generale bizantino (sec. 9º-10º), si segnalò contro i Bulgari e gli Arabi, sotto i regni di Basilio I e di Leone VI (867-912). Nell’885 con una fortunata spedizione contro gli Arabi riconquistò la Calabria; riorganizzò poi i dominî bizantini della Puglia. Sempre da Wikipedia leggiamo che Niceforo II Foca Imperatore bizantino, è stato generale (m. 969), si distinse togliendo Creta agli Arabi (961); divenne imperatore (963) per acclamazione dell’esercito e d’intesa con l’imperatrice vedova Teofano; condusse quasi ogni anno campagne militari, fortunate sul momento ma non risolutive, a oriente contro gli Hamdanidi di Aleppo (conquista di Antiochia, 969), ad occidente contro i Bulgari, contro i quali si alleò col principe di Kiev. Sempre dalla rete scopriamo che l’Imperatore d’Oriente, Basilio II è stato figlio (957-1025) di Romano II, gli successe nel 963, sotto la reggenza della madre Teofano e avendo a fianco coimperatori prima Niceforo Foca, secondo marito della madre, e poi (969) il generale Giovanni […] Zimisce; preso in mano il governo nel 976, dopo aver consolidato il potere contro la nobiltà feudale insofferente dell’autorità imperiale, attaccò (986) i Bulgari. Sconfitto, riprese più tardi la guerra.

Il Chronicon Cavense detto anche Annalista Salernitano

L’opera pubblicata dal Pratilli fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Il Barra (…), fornisce questa notizia e cita il ‘Chronicon Cavense’ che su wikipidia leggiamo essere un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli (…), antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il ‘Chronicon’ si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di ‘Annalista Salernitanus’, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. In uno scritto tratto dalla rete ho notato le seguenti parole: “Secoli dopo i monaci benedettini fondarono la Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C. La ricostruzione della chiesa, sempre ad opera dei benedettini, deve collocarsi tra il 1058 (anno in cui fu presumibilmente rifondata l’antica abbazia di San Nazario) e il 1104, quando il Barone di Novi assegnò alla badia di Cava la chiesa e l’annesso villaggio rurale.”. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451),…..Questi dettagli tuttavia sembra che debbano essere accettati con estrema riserva, se non totalmente rigettati. Il Chronicon Cavense di Pratilli, molto preso dal Duca d’Acquara (Tav. Cronol. Napoli, 1762, in I, passim.), portato alla luce da De Meo (Ann. Criti. Dipl. III, p. 185, ecc..), sotto il nome di ‘Annalista Salernitano’, dal luogo dove gli sembrò avesse scritto, in seguito ai numerosi dubbi sollevati dal dotto D. Salvatore Maria De Blasi (Lett. famil. Rosini, Napoli, 1786, in f., pp. 33, 47, 57, 72, 78, 94, ecc..); il Chronicon Cavense, diciamo, è stato attaccato come apocrifo e falso; etc…”. Rocco Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che esso è citato nell’Annalista Salernitano. Chi è l’Annalista Salernitano ?. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». La notizia di un ‘Aliprando de Bussentio’, nell’anno 825, citata dal Gaetani (…), trova conferma nel testo della ‘Chronicon Cavense’, pubblicato dal monaco Francesco Maria Pratilli, nel 1643, lo pubblicò. Alcuni autori, scrivono che questa è stata una falsificazione. Francesco Maria Pratilli (…),  lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Pratilli (…), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’, che contiene: “Chronicon Cavense ineditum cum notes Francesco Maria Pratilli, p. 381.”, a p. 390, scrive che: “A. 823. Leutarius Lugduici coronatur Augustus a Papa Pascali, Landulphus Gastaldus sit Comes & Sicopoles estruitur pro sui comitatus custodia (3).”. Il Pratilli, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Erchemperto, n. 9, to. I, huius operis, & to. 2. ubi de hoc ‘Landulfo’ plurima.”. Sempre il Pratilli, si legge: “A. 825. Moritur Pascalis (4). Et Paulo postea obiit Adulfhus Prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Bussentio (5).“. Il Pratilli, nella sua nota (4) a p. 390, postillava che: “(4) A. potius 824. ut Pagius, aliique evincunt.”, e poi nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Dunque, vediamo cosa scrisse l”Annalista Salernitano’ nel suo ‘Chronicon Cavense’. Il Chronicon, riporta la notizia citata dal Gaetani che nell’anno 825, muore il papa Pascale (4). Poi nello stesso anno morì Adolfo Paolo Preposito che fu sotituito Aliprando di Bussentio (5). Infatti, il Gaetani (…), scriveva che nell’anno 823 (e non 825), Aliprando di Bussentio, fu sollevato (fu sostituito) al governo della Badia di Salerno. Di cosa si parlava nel Chronicon ?. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’Francesco Maria Pratilli (Santa Maria Capua Vetere, 10 ottobre 1689 – Napoli, 30 novembre 1763) è stato un prete, archeologo e antiquario italiano, membro dell’Accademia Ercolanese, noto per il suo lavoro di realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Paul Fredolin Kehr (…), nel suo ‘Regesta Pontificum Romanorum, Italia Pontificia, vol. VIII, Regnum Normannorum- Campania’, pubblicato nel 1935, a p. 364, del suo vol. VIII, in proposito al Monastero di S. Benedetto di Salerno scriveva che: De primis eius temporibus nihil nisi notitia quaedam exstant in Chronico Cavensi a F.M. Pratilli impudentissime conficto (ed. Pellegrini Hist. principum Langobardorum IV 386 sq.). Sed non solum, quae ibi de privilegiis Leonis III, Gregorii IV, Leonis ecc…”. Scrive sempre il Kehr (…) che: “Chronico Casinensi uberiores notitias legimus de monasterio s. Benededicto Salernitano, quod iam olim cum Casinensi coenobio coniunctum fuisse fuisse videtur; narrat enim Waimarium principem Basilio exabbati ecc..”. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Kopke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il ‘Chronicon Cavense’, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolph Kopke. La fabbricazione del ‘Chronicon Cavense’ è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’“forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. Si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Dunque il Kehr (…), scriveva che ricche informazioni sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, provengono anche dall’altro ‘Chronicon’, detto “Chronicon Cavensis”E’ un’opera spuria che alcuni ritengono costruita dal Pratilli (…). Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Fredolin Kehr (….) scriveva che le prime notizie in assoluto che arrivano per il Monastero di S. Benedetto si possono estrapolare da un antico Chronicon pubblicato dal Pratilli e poi in seguito ripubblicato dal Pellegrino nel 1710.

Nel 966, i cenobi basiliani forse “Obedientie” benedettine di S. Mauro in Centulis o Cellulis e, di S. Bendetto in Centulis dipendenti dal monastero benedettino di S. Benedetto in Salerno, Ermerico, suo preposto che nel 966 fuggì per l’attacco dei Saraceni

Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna” che, a p. 180, in proposito scriveva pure che: “Ed intanto, mentre altri monasteri sorgevano tra’ monti, intorno a Salerno (2), nel 966, un tal Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis, distrutto questo monastero dai Saraceni, ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3). Etc…”. Carucci, a p. 180, nella nota (3) postillava: “(3) Paesano, I, pag. 73. Il ritiro di Ermerico nella valle metelliana ci è riferito dal ‘Chronicon cavense pubblicato nel 1753 dal Pratilli (Hist. Princ. long. IV, 381-451). A questa cronaca però i dotti non danno alcuna autorità.”. Dunque, il Carucci scriveva che queste notizie intorno al monaco Ermerico, provenivano dal chronicon medievale ‘Chronicon cavense’ che egli dice di dubbia autorità. Dunque, scondo il documento del 966, che cita il Carucci, Ermerico era stato preposto del monastero di S. Mauro in Centulis. Carucci riporta la notizia che, nel 966 (notizia tratta dal Chronicon Cavense), Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis (dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), fuggì e andò a fondare un monastero nella valle Metelliana. Sul monaco “Ermerico, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis”, Pietro Ebner riporta una notizia. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, a p. 151, in proposito scriveva che: “Della chiesa di S. Pietro di Cannicchio, donata al monastero italo-greco di S. Magno (S. Mango) dai principi Giovanni e Guaimario, è notizia da un documento del 994 (v. oltre).”. Secondo il ‘Chronicon Cavense’ del Pratilli, il monastero di S. Mauro in Centulis, fu distrutto dai Saraceni e subito dopo, il suo preposto, Ermerico, nel 966 “ottenne dall’abbate di S. Benedetto di Salerno il permesso di fondare un ospizio presso il colle Finestra, nella così detta ‘valle metelliana’ (3).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 69 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola avanza delle ipotesi circa le origini di questo antico Monastero. Francesco Barra (…), a p. 69, riferendosi sempre all’Abbazia di S. Maria di Centola e all’antico documento dell’anno 1086 (di cui parlerò in seguito) citato dall’Antonini a p. 387, in proposito scriveva che: “Il documento, solo assai parzialmente riportato dall’Antonini, non specifica neppure se si trattasse di un cenobio basiliano o benedettino. In realtà, la rilevanza stessa della donazione….etc…” e fin quì fa riferimento al documento del 1086, e proseguendo scriveva che:  ….e la mancanza di riferimenti antecedenti all’abbazia fanno pensare a una fondazione ‘ex novo’, avvenuta di recente, forse sulle rovine del monastero di “S. Benedetto in Centulis”, distrutto dai saraceni nel 966.”. Barra, sulla scorta del Chronicon Cavense credeva che nel 966 o subito dopo il monastero benedettino di Centola fu rifondato sulle rovine del precedente monastero o cenobio basiliano di “S. Benedetto in Centulis”, monastero dipendente dal monastero di S. Benedetto di Salerno e di cui fu preposto Ermerico. Dunque, il monastero di cui era preposto Ermerico erano le “Cellae” di S. Mauro in Centulis che dipendeva dal monastero di S. Benedetto di Salerno. Barra, a p. 69, nella sua nota (16), postillava che: “(16) E’ questa una questione ancora tutta da approfondire. Ricordiamo solo che sui monti tra Cava e Salerno, secondo il ‘Chronicon Cavense’ (tuttavia di dubbia autorità) si rifugiò nel 966 con i suoi monaci “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente” (A. Di Meo, ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23; etc…”. Barra, in questo passaggio riferiva la notizia tratta dal “Chronicon Cavense” (cronicon apocrifo pubblicato dal Pratilli), che riferiva che, nel 966, il preposto del monastero di “S. Mauro in Centulis” (che era una dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno), Ermerico, “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”….”fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”. Dunque, il Chronicon Cavense riferiva la notizia che a causa delle frequenti incursioni saracene, nell’anno 966 sui monti tra Cava e Salerno, insieme ai suoi compagni, si rifugiò il monaco  “Ermericus, Praepositus Cellae S. Mauro in Centulis a Saracenis destructae”, dipendenza del monastero di S. Benedetto di Salerno, “fuggito egli e i suoi compagni per i depredamenti dei feroci Mussulmani, che quello ed altro cenobii desertavano orribilmente”. Il Barra scrive che la notizia fu data dal Di Meo (…), nel suo  ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, Stamperia Orsiniana, Napoli, 1802, vol. VII, p. 23. Infatti, il Di Meo, nel tomo VII a p. 23, in proposito scriveva che: “Nè questo Monistero fu edificato dal Pr. Guaimario III. come credono quei dotti, ma sibbene molto prima di lui, col consenso del Pr. Gisolfo I. e di Gregorio Abb. di S. Benedetto di Salerno, fu edificato da Ermerico. Era costui Preposito del Monistero di ‘S. Mauro in Centulis’, ed essendo stato quel suo monistero distrutto da’ Saraceni; n’ edificò un altro in Metilliano della Cava nell’anno 966. come in quell’anno si disse. Nel 987 Leucio Etc…”.

Di Meo, tomo 7, p. 23

Dunque, il Di Meo scriveva che il monastero di S. Benedetto di Salerno fu fondato da “Ermerico”, preposto del monastero di S. Mauro in Centulis. Il Di Meo scriveva pure che il monastero di “S. Mauro in Centulis”, qualche tempo prima del 966, era stato distrutto dai Saraceni, forse Saraceni di Agropoli. Infatti, il Di Meo (….), nel vol. VI, a p. 35 in proposito scriveva che: “4. Segue a dire l’Annalista Salernitano, che Ermerico ‘Preposito del Monistero di S. Mauro’ in Centulis, distrutto da’ Saraceni, col consenso del principe Gisolfo,e del nostro Abbate, edificò etc…”. Barra, a p. 69, nella sua nota (16) continuava a postillare che: “(16) …..D. De’ Guidobaldi, ‘Affreschi della Trinità di Cava, Accantoncelli, Napoli, 1869, p. 4; Guillaume P., ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, pp. 11-12). Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35).”. Barra postillava pure che: “Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI). Da queste pur frammentarie e incerte notizie, emerge un quadro complessivo di ripiegamento del monachesimo benedettino nel basso Cilento intorno al Mille, e che nel vuoto lasciato s’inserirono i basiliani, meno strutturati e meno esigenti.”. Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (16), postillava che: “(16)…Guillaume P., ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, pp. 11-12).”. Infatti, Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a pp. 11-12, parlando delle origini dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava scriveva che: “L’origine dell’Abbazia della Trinità di Cava risale all’inizio dell’XI secolo. Un santo religioso nato a Salerno e formatosi a Cluny, di nome Adelferio o più comunemente ‘Alferio’ (Alferius) ne fu il vero fondatore e il primo abate (1011). Tuttavia, già prima di lui, dei pii solitari avevano abitato il luogo dove doveva fiorire il famoso monastero benedettino che ci occupa. Dell’abbazia di Montecassino, la più antica casa dell’ordine benedettino, sembrano essere partiti i primi abitanti della Cava (1), cioè la grotta di Metellianum (2).”. Il Guillaume, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451), è alle devastanti incursioni dei Saraceni che la S. Trinità di Cava dovrebbe la sua origine. Nell’incursione dell’anno 966, questi distrussero, al di là del ‘Silarus o Sele, non lontano da Paestum, il piccolo monastero di S. Mauro in Centulis (o Cellulis ?), che dipendeva da quello di S. Benedetto di Salerno. I pochi religiosi che sfuggirono al massacro si rifugiarono nei boschi e nelle montagne. Ermerico’, loro priore, col consenso dell’abate di S. Benedetto e del principe di Salerno Gisulfo I (933-77), si ritirò ai piedi del Monte Finestra, nella grotta di Metellianum e qui costruì una cella o monastero: “A. 966….Ermericus Praep. Cellae S. Mauri in Centulis a Saracenis destructae Cellam prope Salernum ad latus Fenestellae montis fecit cum Gisulfi et Abbatis nostri consensu”. (Op. cit., p. 415; cf. De Blasi, Chron., an. 966; Adinolfi, Stor. della Cava, p. 217, ecc..).”. Il Barra riporta anche la seguente notizia: “Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35). Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI). Da queste pur frammentarie e incerte notizie, emerge un quadro complessivo di ripiegamento del monachesimo benedettino nel basso Cilento intorno al Mille, e che nel vuoto lasciato s’inserirono i basiliani, meno strutturati e meno esigenti.”. L’ipotesi labile ma interessante del Barra sulle probabili origini dell’antico Monastero benedettino di ‘S. Maria in Centulis‘, andrebbe ulteriormente indagata. Giuseppe Pesano (….), nel suo “Memorie per servire alla storia della chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 73 riporta la notizia: “…fra questi Giovanni di Salerno…Fu sotto il governo di un tal Prelato, ch’ebbe la prima origine il celebre Monistero della SS. Trinità di Cava. Ermerico già Preposto del Cenobio di s. Mauro in Centulis, distrutto dalle irruzioni dei Saraceni tal sacro stabilimento, recossi in Salerno e “col consenso del Principe Gisolfo e del nostro Abbate (scrive l’Annalista Salernitano) etc…”. Dunque, il Pesano riporta la notizia sulla scorta dell’“Annalista Salernitano”, cronista dell’epoca che viene detto anche “Chronicon Cavense”, che fu pubblicato dal Pratilli. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’. Inoltre, Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (16), riguardo l’ipotesi che si potesse trattare del monastero di ‘S. Maria in Centulis’ postillava e ci ricorda che: Nel 1187, infine, risulta un monastero di “S. Mauro in Planula”, nel principato di Salerno, soggetto a Cava, che non sappiamo se possa identificarsi con quello prima ricordato (P. Guillaume, ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, p. LXXXVI)….”. Infatti, Paul Guillaume (…), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. LXXXVI, in Appendice, nell’elenco troviamo scritto: “E. s. Maur in ‘Planula’, pr. Salerne, (anno)….1187 (De Meo, anno 1187, 4).”. Dunque, secondo la storia di S. Mauro, casale del Cilento, vi era un eremo Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C.”.

Nel 968, l’Imperatore Niceforo Foca ed il patriarca Attanasio e la costituzione del calogerato di S. Cono a Camerota

Nel 968, l’Imperatore d’Oriente Alessio Niceforo Foca, con il patriarca Anastasio, tenta di imporre il rito greco a quello latino. I due studiosi Natella e Peduto (….), nel loro pregevole studio “Pixous-Policastro”, a p. 511, in proposito, scrivevano che: “Nel 968 Niceforo Foca, per il tramite del patriarca greco Anastasio, si sforzò di sostituire al latino il rito greco in tutta la zona (64), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro, le due badie basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro.”. I due studiosi, nella loro nota (64), postillavano che la notizia era tratta dal Porfirio (…). Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Ecc…”. L’Ebner (…), nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli Studi in Italia”, V, 1882, p. 336.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “La ricostruzione di quest’ultima diocesi, perchè la sua fondazione, come la velina e la vibonese, era attribuita dalla tradizione addirittura all’apostolo Paolo (ma legati itineranti) era stata determinata dal diffondersi in quel territorio dell’influenza delle locali abbazie italo-greche. Già nel 968, infatti, a seguito delle sollecitazioni di Niceforo Foca, tese ad ampliare la pratica del rito greco nelle regioni contermini a quelle riconquistate, il patriarca Anastasio aveva costituito i calogerati di Camerota e di S. Giovanni a Piro e le badie di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Eventi che avevano preoccupato Roma perchè dalla zona confinata di Policastro era facile l’ingresso di religiosi e famiglie di Calabria nel Principato, ritenuto dai pontefici romani baluardo e porta dell’Urbe. Da alcuni decenni la Chiesa seguiva con vigile attenzione il diffondersi del rito orientale nel Mezzogiorno e nel Principato. Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, che pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica…….Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quella di S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A Policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, ……..Ecc…”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Il sacerdote Giuseppe Volpi (…), nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).”. Qui il Volpi, scrive sulla scorta del quasi coevo Laudisio (…). Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.” che,  corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Il Laudisio (…), a p. 69, proseguendo il suo racconto, scriveva che: “Nel 968 Niceforo Foca cerca con tutti i mezzi di eliminare completamente il rito latino e di sostituirvi quello bizantino (29).”. Il Laudisio (…), a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (29), postillava che: “(29) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca (…), nel suo ‘Adnotationes ad Concilium Tridentinum’, disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. Una delle sue principali opere è stata ‘Adnotationes practicae ad S. Concilium Tridentinum’ (Colonia, 1684), citata anche al Laudisio (…), dove si raccontava che nel 968, L’Imperatore d’Oriente (bizantino) Alessio Niceforo Foca, servendosi del Patriarca greco Anastasio, si sforzò di sostituire in tutto il ‘basso Cilento’ al rito latino quello greco (…), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono e di Camerota e di S. Giovanni a Piro e, le sue Badie Basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), ne parla nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, p……., riferisce alcune notizie circa la fondazione dei calogerati di S. Cono a Camerota e di S. Giovanni a Piro, riferendo ciò che aveva già scritto il Laudisio (…). Pietro Ebner (…), scriveva che in età bizantina, venne costituito il calogerato di S. Cono, però mette fra parentesi che si trattava della Badia di S. Pietro. La Badia di S. Pietro, come vedremo e, di cui ho scritto in un altro saggio ivi, è l’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Licusati è un paese che da sempre faceva parte dell’Università o Comune di Camerota a poi in seguito diventò Comune autonomo. Infatti, nel territorio di Camerota, esisteva anche la Badia di S. Giovanni, grangia dell’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Tuttavia, qualche notizia in più sull’antico cenobio basiliano di S. Cono o S. Iconio, possiamo ricavarla dalle ‘visitatio Episcopali’, eseguite dai vescovi di Policastro prima del ‘600. In ogni caso, centri monastici, come il Monastero di S. Cono a Camerota, soppresso, ed ormai scomparso e di cui forse rimangono pochi ruderi, esisteva ancora nel 1458, anno in cui fu toccato dalla visita apostolica di Atanasio Calkeopoulos. Biagio Cappelli (…), riferendosi al 1458, anno della visita apostolica ordinata da papa Callisto III, a p. 400, scriveva che: “Il che ci porta a considerare come, venuti meno quelli che furono gli importanti centri monastici arroccati intorno a Cerchiara e ad Oriolo e nella valle del Sarmento, ancora riuscivano a mantenersi i monasteri dell’asprissima regione di monte Mula, ecc…, nonchè gli altri del montuoso Cilento, S. Maria di Centola, S. Cono di Camerota, S. Giovanni a Piro e S. Maria di Pattano. Circostanza questa che non avrebbe potuto verificarsi se nei predetti luoghi il basilianesimo non avesse avuto lontane e robuste radici. E che inoltre ci indica come ancora nel quattrocento la regione di monte Mula veniva ad essere in relazione ed in contatto con l’altra del Cilento i cui monasteri estendevano le loro propaggini in terra calabrese: dato che a Majerà ed a Grisolia, le quali rimangono rimangono immediatamente alle spalle del luogo dove sorgeva il cenobio di S. Ciriaco, esistevano due grangie dipendenti dal monastero di S. Giovanni a Piro (8) dominante il luminoso golfo di Policastro.”. Il Cappelli (…), a p. 400, nella sua nota (8), postillava che la notizia era tratta dal Di Luccia (…), a p. 312, nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’, nel 1700. Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota.  Giovannelli (…), a pp. 137-138, parlando del viaggio di S. Nilo, nel basso Cilento, nella sua nota (25), postillava che: “L’itinerario, che tenne in questo viaggio fu, grosso modo, probabilmente, il seguente: Partito dal Mercurio, seguendo il corso del fiume “Mercure-Lao e passando per Papasidero, sboccò alla spiaggia di Scalea. Di qui costeggiando il mare, risalì per Maratea e Sapri fino a Camerota. E lasciato il mare sulla sua sinistra, s’internò per la via di Celle di Bulgheria-Rocca Gloriosa, raggiungendo S. Mauro-La Bruca, ed infine il monastero di S. Nazario, (Gay, op. cit., p. 270).”. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” ( I monaci greci in Calabria ecc.., v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata. Dunque, nel 1760, il Rodotà (…), sulla scorta di padre Agresta (…), fra i monasteri di rito greco, non cita il monastero di S. Cono di Camerota. La feroce invasione saracena del 976 e degli anni seguenti capeggiata dall’emiro Abu-l-Kasem-Ibn-Alì, che respinse il corpo di sbarco bizantino ed inseguendo l’esercito nemico fin nella valle del Crati. Il Cappelli, scriveva in proposito: “…capo Palinuro, dove fu anche un abitato omonimo (3), chiude a nord il Golfo di Policastro, che spesse volte fu meta di incursioni musulmane; una delle quali vi sorprese Nicola di Rossano in viaggio verso il monastero di S. Nazario.” (5). Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a p. 87, in proposito scriveva che: “Niceforo Foca, 963-969, aveva sottomesso, anche se per breve durata, finanche i Longobardi di Benevento (30).”. Il Campagna, a p. 87, nella nota (30) postillava: “(30) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia Meridionale, Caserta, 1930; G. Schlumberger, L’Epopée Byzantine à la fin du dixieme siecle, I-II, Paris, 1925; Idem, Un Empereur Byzantin au dixieme siecle, Nicéphore Phocas, Paris, 1890; I. Gay, L’Italie meridionale et l’empire byzanti, etc…., Paris, 1904”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 89 , in proposito scriveva che: “Lo stesso Niceforo Foca, dopo la sconfitta del 964 presso Rametta, fu costretto a stipulare un trattato di pace col califfo al-Mu’izz (966-967).”.

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 69 (vedi versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: Ma tutte le calamità si avventarono con forza sempre maggiore su queste regioni nei secoli tristemente luttuosi delle scorrerie dei Saraceni. Ecc….; nel giugno del 915 i Saraceni distrussero per la prima volta Policastro; ecc..” e, proseguendo il suo racconto scriveva che: “…; nel 968 Niceforo Foca cerca con tutti i mezzi di eliminare completamente il rito latino e di sostituirvi quello bizantino (29 di p. 10 versione Visconti). “. Infatti, per l’altra notizia, quella di Niceforo Foca, il Laudisio, a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Card. de Luc., Annot. ad Concil. Trid., disc. 8, num. 25, et disc. 14, n. 21.”. Questi passaggi storici, furono poi in seguito ripetuti dal sacerdote Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro”, sulla scorta del Laudisio a p. 538 continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: I Saraceni la distrusero per la prima volta da cima a fondo nel 915; mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (1).”. Il Porfirio (…) a p. 538 nella sua nota (2) postillava che: “(1) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. Nella nota (1), il Porfirio (…), cita il Cardinale De Luca (…). Ma come abbiamo visto la citazione del Cardinale De Luca (….), riguarda l’altro notizia, quella di Niceforo Foca e l’anno 968. La notizia del Laudisio (….), fu tratta dal Volpi (….), che a sua volta l’aveva tratta dal manoscritto di Luca Mannelli (…). Giuseppe Volpi (…), nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “fu depredata e bruciata dai saraceni agropolitani (a. 915); mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).. I due studiosi Natella e Peduto nella loro nota (63) postillavano che: Volpe G., op. cit., La notizia va destituita di ogni fondamento in quanto si basa su opere spurie e falsi settecenteschi.”. Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.” che,  corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca (….), nel suo Adnotationes ad Concilium Tridentinum’disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. La notizia che Policastro fosse stato distrutta dai Saraceni di Agropoli, nell’anno 915, è una notizia riferita dal sacerdote Giuseppe Volpe (…), che la traeva dal manoscritto del Mannelli (…) che a sua volta traeva alcune interessanti notizie storiche del periodo dal Malaterra (…). Dopo il Laudisio ed il Volpe, pare che la notizia fosse stata riportata anche dal Giustiniani (….).

Nel 975, i temi Bizantini di Longobardia, Lucania e Calabria

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 100, in proposito scriveva che: Questi territori, uniti a quelli già Bizantini, costituirono in un primo tempo i due “temi” di Longobardia e Calabria, poi, a partire dal 975, furono ripartiti nei tre “temi” di Longobardia, Lucania (1) e Calabria, diendenti dal catapano residente a Bari; cosicchè, prossima alla Lucania ‘Occidentale’ longobarda, si trovò per un certo tempo a coesistere una Lucania ‘Orientale’ bizantina (2). Questa comprendeva le regioni del Latiniano (3) e  del Mercurio (4), ed aveva come centro principale Tursi. Ecc…”. Cantalupo, a p. 99, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Novi, oggi Novi Velia, è menzionata per la prima volta nel 1005: “nobe finibus salernitanis” (Schipa, Storia…., cit., Appendice, doc. 33), ma solo nel 1103 è ricordato un Guglielmo de Mannia, signore del “castello” quod dicitur nove (ABC, D, 41).”. Piero Cantalupo (….), a p. 100, nella nota (2) postillava: “(2) La Lucania bizantina scompare in seguito alla conquista normanna della Calabria (1051-1059).”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 89, in proposito scriveva che: Negli anni tra il 975 e il 981, i Saraceni in Sicilia si spinsero nel territorio dei principati longobardi. Nel thema di Calabria e alle frange del thema di lucania, per un secolo e mezzo, si alternarono a brevi periodi di pace feroci scorrerie, con permanenze di Saraceni più o meno prolungate.”.

Nel 981-982, S. Saba, nel viaggio per raggiungere l’Imperatore  Ottone II a Roma per conto del catepano bizantino di Puglia, Romano fu attaccato dai Saraceni e dovette rifugiarsi ad Amalfi

Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Saba da Collesano, santo. – In seguito Saba compì altri viaggi, motivati però da missioni diplomatiche o da nuove scorrerie arabe che lo costrinsero a cercare rifugio a settentrione. In corrispondenza della spedizione antisaracena di Ottone II (981-82), per es., il catepano d’Italia Romano, la cui identificazione risulta dubbia (Falkenhausen, 1967; trad. it. 1978, pp. 86, 188), chiese al monaco di intercedere presso l’imperatore per scongiurare una sua invasione in Calabria, che sarebbe stata motivata da sommosse delle popolazioni latinofone del Catepanato contro il governo bizantino. Tale missione diplomatica sarebbe databile alla prima metà del 981. Durante il viaggio il monaco fu però costretto dagli attacchi dei saraceni a rifugiarsi ad Amalfi, dove fondò un eremitaggio. Dovette tornare in Calabria per prendersi cura degli anziani genitori, ma, una volta spirati questi ultimi, riprese le sue peregrinazioni che lo condussero a Lagonegro, località in cui costituì un monastero dedicato all’apostolo Filippo. Successivamente ulteriori attacchi lo spinsero a trasferirsi nel territorio di Salerno, dove con i suoi discepoli diede vita a un’altra comunità religiosa. Saba si trovò così a gestire una rete di monasteri diffusi tra Calabria, Basilicata e Campania. Mantenne inoltre relazioni con altre figure oggetto di venerazione nel mondo italo-greco: nel 984 assistette, per esempio, al trapasso di s. Luca di Demenna (Vita S. Lucae Abbatis, 1794, col. 341). Oltre a ciò egli si trovò di nuovo, alla fine della sua vita, a svolgere un ruolo nelle vicende politiche dell’Italia meridionale alla fine del X secolo.”. Su San Saba e la notizia di un viaggio a Roma dall’Imperatore Ottone II e sua madre Teofano ha scritto anche Domenico Martire (…), nella sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, pubbicato a Cosenza, 1877, s. II, a pp. 320-321 parla di “38. S. Saba di Colassai” e s., in proposito scriveva che: “E perchè nuovamente ritornarono i Saraceni a devastare i paesi della nostra Calabria, S. Saba con i suoi monaci partitosi, andò a ritirarsi in una Spelonca vicino Salerno (21). Quivi unitosi il grido della sua venuta, corsero tutte quelle genti, ch’eran da varie infermità e dagli spiriti maligni vessate, e ne otennero le grazie conformi ai loro bisogni. Fra gli altri vi capitò il Principe di Salerno (22) a pregarlo che si compiacesse andare in Roma dal Re dei Latini, che più anni tenuto avea il suo figlio prigione per ostaggio. E mosso a pietà di lui, vi andò e ottenne la grazia. Ritrovandosi dello stesso modo in mani del detto Re dei Latini il figlio del Patrizio d’Amalfi (23), fu nuovamente il Santo pregato e ripregato ad ottenere la grazia della scarcerazione. Partito poi per Roma giunse al Monastero di S. Cesario (24). Recatosi dal Vescovo Giovanni (25), costui ottenne dal detto Re il giovinetto dal Patrizio desiderato.”. Il Martire (…) a pp. 324-325, nella sua nota (22) postillava che: “(22) ‘Il Principe di Salerno’ – Chi fosse costui potrassi raccapezzare dal catalogo dei Principi di detta città appo Engenio, fol. 46. E si congettura che fosse un tal Giovanni, che governò dall’anno 984 al 993, là dove fa menzione di aver ricuperato lo Stato. E nella venuta degli Imperatori Ottone II. e III. nel Regno contro i Greci e i Saraceni, sarà facile che avessero contro i Principi di Salerno e anche di Amalfi proceduto a qualche fatto.”. Dunque, il Martire, sulla scorta di Cesare d’Engenio Caracciolo (…..), nel suo “Descrizione del Regno di Napoli”, scrive il Martire, quando parla nel ‘Catalogo’ dei Principi di Salerno, pag. 46.

Nel 12 luglio 982, la battaglia di Ottone II contro i Saraceni d’Africa e di Spagna

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 89 , in proposito scriveva che: “Negli anni tra il 975 e il 981, i Saraceni di Sicilia si spinsero nel territorio dei principi longobardi. Nel thema di Calabria e alle frange del thema di Lucania, per un secolo e mezzo, si alternarono a brevi periodi di pace feroci scorrerie, con permanenze di Saraceni più o meno prolungate.. Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca longobarda, a pp. 78-79, in proposito scriveva che: Dal 975 al 981, Abu el Kàsem organizzò numerose incursioni dalla Sicilia, che estese financo in territorio longobardo. Per questo motivo (ma pare che abbia anche influito la rivolta di città e castelli bizantini contro lo stratega Romano) i principi longobardi chiesero l’aiuto di Ottone II. L’imperatore sassone fu sconfitto dai Saraceni di Abu el Kasem presso capo Stilo (94), il 12 luglio 982. Oltre al tentativo di Ottone II, i cui ideali di paladino antisaraceno sono discutibili,…etc…”. Il Campagna, a p. 79, nella nota (94) postillava: “(94) Il “Cocynthum promontorium” di Plinio (N.H., III, 10), presso cui scorre lo Stilaro. Nella battaglia del 12 luglio 982, Abul el Kàsem, successo nell’emirato di Palermo al fratello Ahmed (970), morì trafitto sul campo, dopo aver combattuto eroicamente. Sull’ubicazione della battaglia, Stilo o Capo Colonne (presso il tempio di Hera Lacinia), non si è raggiunta la certezza storica, per la vaga interpretazione di …………..(Aschlumberg e Gay)…..F. Gabrieli, Gli Arabi, Firenze, 1957; Anonimo Salernitano, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, t. I.; D. Leuzzi, La Calabria e i Musulmani, in “CL”, a. XIV, n. 3-4; F. Gabrieli, I Saraceni in Calabria, in “AC”, Roma. 1959, XXIV, 337-360″. Angelo Bozza (…) nel suo “Lucania – Studi Storici-Archeologici”, pubblicato a Rionero nel 1888, nel vol. I a p. 356, ripercorrendo le tappe principali della storia lucana, in proposito all’anno 919 e sulla scorta di Pietro Giannone (….), cita un Guaimario Principe di Salerno e scriveva che: “Landulfo e Guaimario principi di Benevento e Salerno confederati, rompono la battaglia ad Ascoli Ursileo Stradigò di Bari, il quale vi è ucciso, ed invadono la Puglia e la Lucania ritenendole sette anni. I  Greci riacquistano la puglia e la Calabria dai Principi di Benevento e di Salerno, dopo averli disfatti in battaglia presso Matera. I Saracini prendono e danno alle fiamme Cosenza (a. 965). Tornano in uso i cognomi delle famiglie lungo tempo disusati (Giannone). Ottone I fa per parecchi anni 968-871 guerra contro l’Imperatore greco della Puglia, Lucania e Bruzia. Ottone II con grosso esercito scende nell’Italia meridionale, ed unite le forze di Pandolfo Capodiferro principe di Benevento prende Taranto. Ma riportata una grave rotta ecc…L’Imperatore greco Basilio II rimasto vincitore, assicura per qualche tempo il dominio della Puglia e della Lucania con quello dei Bruzii. E’ probabile che in seguito a questa vittoria, succeduta alle molte contese con i due Ottoni, la vanaglioria greca imponesse il nome di ‘Basilicata’ alla ‘Lucania’ dal nome dell’Imperatore (a. 982). Si estendeva a quest’epoca il dominio greco a tutta la Puglia, la ‘Iapigia’, la ‘Messapia’, la ‘Lucania orientale’ ed i ‘Bruzii’; un Catapano con altri poteri residente a Troja da essi edificata reggeva queste provincie, e da esso ebb il nome la ‘Capitanata’.”. Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia”, a p. 126, in proposito scriveva che: “Frattanto i musulmani …….

Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche-storiche della Provincia di Lucania”, a p. 267, in proposito scriveva che: “E perchè in avvenire non vi è più memoria de’ Vescovi Pestani, si può argomentare che dopo detto secolo tal Città distrutta fusse, come realmente accadde nel regnare di Basilio Macedone Imperatore di Oriente, tenendo il pontificato il suddetto Giovanni VIII. che fu negli anni 875. in circa: dopo di che i di lui Vescovi non più di Pesto, ma di Capaccio si nominarono per aver quivi fermata la sede dopo la rovina della loro Metropoli (a). E che circa tal tempo Ella distrutta fusse, oltre gli testimoni de’ Scrittori, si deduce chiaramente dall’invenzione del deposito del Glorioso di S. Matteo, che fu ritrovato nell’anno 954 fra le rovine e desolazione di detta città, come attesta’ M. Antonio Marsilio Colonna’ (b), qual Sacro Corpo immantinente fu legato nella Chiesa Cattedrale della nuova Città detta ‘Capaccio’ per opera del di lui Vescovo, etc…”. Il Gatta a p. 267, nella nota (a) postillava: “(a) Giuseppe Volpi, Cronologia de’ Vescovi di Capaccio; Michele Zappulla, nel cap. di Capaccio nella Storia di Napoli.”. Il Gatta a p. 267, nella nota (b) postillava: “(b) M. Antonio Marsilio Colonna, de Vita et gestis Matthei Apost., cap. 7.”. Di questo autore ho parlato nell’altro mio saggio sul monaco Attanasio e le sacre spoglie dell’apostolo Matteo.

Nel 1016, i Saraceni a Salerno ed Agropoli (?)

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 31, in proposito scriveva che: Quanto all’anno 1016 assediarono ancora una volta Salerno, i Saraceni scesero anche ad Agropoli e a Capaccio (11).”. Il Vassalluzzo, a p. 31, nella nota (11) postillava: “(11) Camera M., Istoria della città e della costiera di Amalfi, Napoli, 1836, vol. I, pag. 121. A Salerno i Saraceni c’erano stati dall’882 all’885 (Cfr. Chronic. Salern., c. 134, 539) nell’anno 898 (capp. 151, 547 e Amari M.; op. cit., vol. I, pagg. 463 e 464), nell’anno 1001 (Cfr. Hirsch-Schipa, op. cit.; pag. 180). Pertz, Annali del monastero di S. Sofia in Benevento, Scriptores, t. III, pag. 177, anno 1016. Ebner P., Monasteri bizantini nel Cilento, in R.S.S., anno 1967, pag. 108, nota 48 e Storia di un feudo del Mezzogiorno, Roma, 1973, pagg. 20 e sgg.”. Mons. D. Damiano (….), nel suo “Maratea nella storia, nella luce e nella fede”, a p. 31, in proposito a Blanda scriveva che: “Le altre, distrutte dalle invasioni barbariche, lasciano completamente al buio. Ma si sa dall’annalista di Cava dei Tirreni che nell’anno 1113 i Saraceni, provenienti dall’Africa, spopolarono Paestum, e gli abitanti sottrattisi dalla strage si annidarono sulla cima del vicino monte Calpazio, dove fecero sorgere un villaggio che si chiamò Capaccio e dove i Vescovi pestani, ritrovarono sicuro rifugio, trasferirono la loro sede.”. Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia”, a p. 128, in proposito scriveva che: I musulmani tornati alle correrie e alle conquiste, oltre a minacciare Benevento, Capua e Napoli (1002), assaltarono Taranto (1003) e assediarono Bari (1004). La difesa che di questa importante città fece il catapano Gregorio Tracaniotis non impedì che la fame risolvesse gli assediati ad arrendersi, allorchè il doge di Venezia Pietro Orseolo II, sopraggiunto con una poderosa flotta, assalì e sconfisse gli assedianti e liberò la capitale dell’Italia greca. Ma il pericolo musulmano non fu l’ultimo ostacolo alla potenza dei bizantini.”.

Nel 28 settembre 1028, i Saraceni Agropoli furono sconfitti da Guaimario V e Pandolfo di Capua (?)

Piero Cantalupo nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, quando a p. 90, nella nota (2) postillava che: “(2)…..Il Mazziotti (op. cit., p. 80), seguendo il Di Meo ed il falso ‘Chronicon Cavense’ (Cfr. M. Schipa, Storia…., cit., n. 2, p. 185), ritarda l’uscita dei Saraceni da Agropoli al 28 sett. 1028. Nello stesso errore è caduto anche P. Ebner (Storia…., cit., p. 273).”. Dunque, secondo il Cantalupo, il Mazziotti ritarda la fuga dei Saraceni da Agropoli al 28 settembre 1028. Infatti, Matteo Mazziotti (….), nel suo “La  baronia del Cilento”, a p. 30 (non è p. 80 come scriveva il Cantalupo che confuse con 30), parlando del casale di “Agropoli”, in proposito scriveva che: “II…..Non è noto con esattezza quanto tempo essi avessero dimorato in Agropoli; alcuni autori dicono per circa 40 anni; certo è che, dall’epoca in cui vi si insediarono, la città perdette la sede vescovile che fu trasferita a Capaccio. La loro dimora in Agropoli terminò con una grave sconfitta, che vi riportarono nel 28 settembre 1028 per opera di Guaimario principe di Salerno e di Pandolfo principe di Capua, che, trionfanti e carichi di preda, tornarono a Salerno. Nel feroce combattimento fu ferito il conte Maghenolfo, il quale morì dieci giorni dopo in Pyrano di Agropoli. Dopo tale disfatta i Saraceni non si tennero più sicuri colà e si ritirarono in Sicilia e nell’Africa.”. Il Mazziotti, a p. 30, nella nota (2) postillava: “(2) Cronista Salernitano, riportato dal Di Meo  Annali, vol. 7°, anno 1028.”. Credo che il Cantalupo citando lo Schipa si riferisca al testo “Storia del Principato Longobardo di Salerno”, pubblicato a Napoli, nel 1887, sebbene però lo Schipa, in questo testo, a p. 185 non riporta nessuna nota e ci parla della caduta di Gisulfo II. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi etc..”, a p. 273, parlando della sede vescovile di Agropoli, in proposito scriveva: “Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltano quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tuttora noto come “Campo Saraceno” (10), abbandonato quando vennero sconfitti (20 settembre 1028) da Guaimario di Salerno e Pandolfo di Capua (11).”. Ebner, a p. 273, nella nota (10) postillava: “(10) Schipa, Storia, p. 210.”. E’ molto strano che Ebner, a p. 80, nella nota (8) postillasse: “(8) Schipa, Storia, e Mezzogiorno, p. 169”. Ebner, a p. 273, nella nota (11) postillava: “(11) Di Meo, cit., VII, ad anno 1028.”. Dunque, Ebner, sulla scorta dello Schipa scriveva che Agropoli fu abbandonato dai Saraceni “quando vennero sconfitti (20 settembre 1028) da Guaimario di Salerno e Pandolfo di Capua (11).”. Dunque, sia Ebner che il Cantalupo riportano la notizia tratta dallo Schipa che si rifaceva al “Chronicon Cavense” del Pratilli, ci parlano del principe longobardo di Salerno, Guaimario e di Pandolfo di Capua. A quale Guaimario si riferiscono ?. I due autori a quale “Storia” dello Schipa si riferivano ?. Forse si riferivano all’opera di Michelangelo Schipa (….), “Storia del principato longobardo di Salerno”. Ma in questo testo, a p. 185 non si parla di questo avvenimento ma si parla del racconto di Amato di Montecassino circa l’assedio di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo. Ebner, a p. 273, nella nota (11) postillava: “(11) Di Meo, cit., VII, ad anno 1028.”. Infatti, Di Meo (….), nei suoi “Annali”, vol. VII, anno 1028, a pp. 124 e 125, in proposito scriveva che: “In quest’anno Guaimario Pr. di Salerno, e Pandolfo di Capua, diressero una terribil rocta a’ Saraceni vicino Agropoli, a’ 28 del Settembre; e trionfanti e carichi di preda fecero ritorno in Salerno. Il Conte Magenolfo vi restò ferito, e morì 10 giorni dopo in Pyrano di Agropoli. I fratelli Saliperto, Guiselgardo, ed Erimanno Conti di Malliano donarono al nostro Monistero (della Cava) più beni per la Chiesa; e per il riottoso de’ Monaci ed una corte con casaline, e quattro vigne di Pesto Nero. Così l’Annalista Salernitano.”. Dunque, la notizia ci è pervenuta dall’Annalista Salernitano o Chronista Cavense. Vediamo ora a quale Guaimario si riferiva la notizia. Sempre il Di meo a p. 123, introducendo l’anno 1028 scriveva di “Pandolfo IV Pr. di Capua” e poi anche “Guaimario IV suo figlio Pr. di Sal. XI. da 21 Settembre.”. Da Wikipedia leggiamo che nel 1028 i Saraceni furono scacciati dalla zona definitivamente dal principe Guaimario III di Salerno. Dunque, si tratterebbe di Guaimario III principe longobardo di Salerno. Sul Guaimario della notizia devo però precisare che Michelangelo Schipa (….), nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia etc…”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Dell’opera sua alla restaurazione del cognato, Guaimario IV non potè vedere gli effetti, perchè cessò di vivere dopo meno d’un anno (marzo 1027), lasciando lo stato al figlio Guaimari V, quattordicenne al più: descrittoci come principe valoroso, cortese e liberale più del padre e fornito d’ogni virtù etc….Guidato nei primi passi, per quattro o cinque mesi, dalla madre Gaitelgrima, sotto l’influenza di costei ebbe amico e concorde lo zio di Capua, sicchè Amato etc…Era allora stato incoronato imperatore a Roma Corrado II (26 marzo 1027).”. Infatti, da Wikipedia leggiamo che nel 1028 i Saraceni furono scacciati dalla zona definitivamente dal principe Guaimario III di Salerno. Guaimario III (spesso indicato come Guaimario IV) associò al trono il figlio maggiore, Giovanni III, avuto dalla prima moglie Porpora di Tabellaria (m. 1010 ca.), ma questi morì nel 1018. La co-reggenza fu affidata allora al secondogenito Guaimario, avuto dalla seconda moglie Gaitelgrima, sorella di Pandolfo di Capua. Dunque, si tratta di Guaimario V (spesso indicato come Guaimario IV). Guaimario IV, spesso indicato come Guaimario V (1013 circa – Salerno, 3 giugno 1052), fu principe di Salerno (dal 1027) e di Capua (1038-1047), duca di Amalfi (dal 1039), Gaeta (1040-1041) e Sorrento (dal 1040) e duca di Puglia e Calabria (1043-1047). Nel 1036 accadde qualcosa che avrebbe segnato l’inizio delle ostilità fra i due principi. Gli giunse infatti voce che il principe Pandolfo IV di Capua, soprannominato il Lupo degli Abruzzi, zio materno ed alleato, aveva tentato di violentare sua nipote. Nel frattempo, Guaimario si era avvicinato ai Normanni, appena comparsi nel meridione d’Italia, ricevendo l’omaggio del loro capo Rainulfo Drengot, in precedenza vassallo di Pandolfo e ora disertore. Così Guaimario ottenne il fondamentale supporto dei Normanni, potenza nascente nel Mezzogiorno. Probabilmente nel 1026 il principe di Salerno ebbe anche una figlia, Gaitelgrima, che successivamente sposò i fratelli Drogone e Umfredo d’Altavilla, conti di Puglia. L’assedio della flotta saracena ha dato origine ad una leggenda, “la Leggenda dei Due Fratelli”. Quando i Saraceni sbarcarono a Salerno scese in battaglia il più forte di loro, Rajan, che sfidò a duello il più forte tra i salernitani, Umfredo. I due combatterono valorosamente dall’alba al tramonto. A sera, esausti e morenti, scoprirono di avere al collo lo stesso simbolo, cioè di essere fratelli, separati tanti anni prima. Il cavaliere Umfredo narrato nella leggenda era in realtà un cavaliere normanno, ed è vissuto qualche anno dopo l’avvenuta battaglia, nell’anno 1010-1057. La leggenda difatti è stata creata proprio per mettere in risalto quanto i normanni prevalessero militarmente in quel periodo. Si tratta di Umfredo d’Altavilla. John Julius Norwich, I Normanni nel Sud 1016-1130. Mursia: Milano 1971 (ed. orig. The Normans in the South 1016-1130. Longmans: London, 1967).

Il Capitolo IX del Libro II del manoscritto di Luca Mannelli (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli

Si tratta di frammenti del manoscritto inedito ‘Lucania sconosciuta’, scritto dal monaco Agostiniano P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S. Agostino Cavati dall’originale che si conservava in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine. Oggi il manoscritto è conservato Napoli, alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, nella Sezione Manoscritti, con la seguente collocazione: XVIII, 24 – cc. 47-51. Il Bracco (12), op. cit., dice nella sua nota (59) a proposito del Mandelli. Il Bracco (12), op. cit., dice nella sua nota (59) a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Il manoscritto del Mannelli, è rimasto inedito ed introvabile per molto tempo. Si tratta di un’esemplare proveniente dalla Biblioteca del Museo di San Martino, ms. S. Mart. 371. Il manoscritto del Mannelli viene citato anche dal Natella e Peduto (10) che dice: “Lucania sconosciuta, (ms in Biblioteca Nazionale di Napoli, XVIII, 24 – cc. 47-51).”. Arturo Didier (11), scriveva in proposito: ”la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un dianese ecc..ecc..”. Ecco la pagina 50r originale del manoscritto di Luca Mannelli (…), che riguarda Policastro e che abbiamo pubblicato ivi in un altro nostro saggio:

7 rit

(Fig….) Pagina n. 50r, tratta dal Libro II, Cap, IX del manoscritto del Mannelli (…)

Il Tancredi (18), sulla scorta dell’Ughelli (33) e anche del Cappelli (9), parlando dell’etimo di “A Pyro”, cita il codice Vaticano Latino 9239: ‘Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae’, 1482, conservato e consultabile sul sito digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano:  https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.9239. Il codice Vaticano Latino 9239, illustrato nell’immagine di Fig. 2, parla dell’origine di alcuni toponimi in Italia meridionale, tra cui quello antichissimo di S. Giovanni a Piro che, secondo l’antico tον απειρον dovrebbe significare (= l’infinito o il remoto).

Cod.Vat.Lat.9268, p. 1

(Fig. 9) Il codice Vaticano latino 9239, Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, del 1482 – particolare della pagina che spiega l’origine del toponimo ‘ab Pyro’.

Nel ……….., i Saraceni nel Cilento

Sulla scorta del ‘Chronicon Salernitanum’, un antico manoscritto apocrifo (50), che fu pubblicato nel 1600 dal Pratilli (61), sappiamo che a Salerno i Saraceni c’erano stati dall’882 all’885, all’anno 898 (si veda cap. 151, 547 e Amari M., op. cit. (53), vol. I, p. 463 e 464), nell’anno 1001 (si veda Hirsch-Schipa, op. cit., p. 180), mentre il Pertz (…), scrive nell’anno 1016. Anche Ebner (19), ne parla in ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 20 e s. Il Vassalluzzo (51), sulla scorta dell’Archivio Cavense (Arca L., n. 23), scrive ancora: “Altre scorrerie essi faranno al tempo di Federico II, di Carlo d’Angiò (57), degli Aragonesi (17) e degli Spagnoli (58). Sempre dal Vassalluzzo (52), leggiamo: “Sappiamo che nel 1113 la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni e, nel 1135, da Ruggiero II d’Altavilla, che la smantellò nelle sue mura, per punire gli abitanti impossessatisi arbitrariamente dei resti di una nave con un tesoro ivi naufragata.“. Il Vassalluzzo, parlando di Molpa, scrive che: “Sappiamo di certo che nel 1113 la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni e, nel 1135, da Ruggiero II, che la smantellò nelle sue mura, per punire gli abitanti impossessatisi arbitrariamente dei resti di una nave ivi naufragata.”.

Nel 1052, i cenobi basiliani forse “Obedientie” benedettine di S. Mauro in Centulis o Cellulis e, di S. Bendetto in Centulis dipendenti dal monastero benedettino di S. Benedetto in Salerno, e Lorenzo preposto che fu ucciso in una attacco dei Saraceni

Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 69 e s., in proposito scriveva che: “Nel 1052 Lorenzo, preposito di S. Mauro e di S. Benedetto “in Centulis”, monastero dipendente da Cava, fu ucciso per via dai Saraceni, mentre cercava rifugio a Salerno, che però lo scrittore tardo settecentesco Francesco A. Ventimiglia pretendeva di localizzare a Perdifumo (F.A. Ventimiglia, ‘Cilento illustrato’, a cura di F. Volpe, ESI, Napoli, 2003, p. 35).”.

Nel 1059-60, l’origine di alcuni paesi dopo le incursioni saracene: Bosco, San Giovanni a Piro ecc…

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI e, prima della caduta dell’ ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. La notizia che alcuni paesi, sono sorti in epoca Normanna, nel 1059-60, a seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto, tratta dal Laudisio (…). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli ecc…’, nel suo vol. II, a p. 332, parlando delle distruzioni di Policastro, scriveva che: “, ricorda quella della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera) scrive il Gay (19).. Ebner, nella sua nota (19), postillava che la notizia era tratta dal Jules Gay: “I Gay (è J. non è I) Gay, L’Italie Meridionale ecc.., ed. italiana, Firenze, 1917, op. cit., p. 491.“.

Nel 1113, un documento di Aieta

Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a p. 144, in proposito scriveva che: “Segue la ‘Marina di Ogliastro’ (Ogliastrum), poco in verità frequentata, ma d’aria balsamica e salubre tra i monti e il mare. Vi chiuse i suoi giorni, nel 1748, Francesco Maria, patrizio cosentino, padre di quel Domenico, il quale sopraffatto da grave colluvie di debiti, riserbandosi il nudo titolo di marchese, vendeè, l’anno 1768, la terra di Aieta, in provincia di Cosenza, a Domenicantonio Spinelli, principe di Scalea (5). Quivi si vuole esistesse ne’ tempi andati il ‘Casale di Oliarola, di che è parola in un documento del 1113 (6).”. Il Volpe, a p. 147, nella nota (5) postillava: “(5) Cons. Monografia sul Santuario di nostra Donna della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta ecc..per Vincenzo Lomonaco”. Il Volpe, a p. 147, nella nota (6) postillava: “(6) Ventimiglia, Notizie ecc…, pag. 73. Appendice dei monumenti, n. VI, pag. XXVI.”.

La Torre della Petrosa a Villammare

Fu proprio a causa di queste frequenti e continue incursioni barbaresche di Saraceni che lungo le coste del Cilento, continuamente funestato da questo imprevedibile flagello, che furono costruite delle Torri di avvistamento a protezione delle umili ed indifese popolazioni. Su questo argomento, abbiamo parlato nel nostro studio ivi pubblicato: “Le Torri costiere costruite lungo il litorale Saprese”, dove però abbiamo cercato di dimostrare che alcune delle Torri costruite lungo il litorale del Cilento, in realtà esistevano già dall’epoca Angioina e poi in seguito rinforzate in epoca Aragonese. Moltissime di queste Torri d’avvistamento, furono costruite anche a causa e soprattutto della Guerra del Vespro. In occasione della Guerra che si combattè tra gli Angioini e gli Aragonesi, che per molti e lunghi anni, si contesero il Regno di Napoli proprio e soprattutto sulle nostre coste ed il nostro entroterra, il ‘basso Cilento’, rappresentò una prima linea di difesa Angioina contro le offensive Aragonesi. Una di queste era quella detta Torre del Bondormire’, che oggi non esiste più, ma che si può vedere citata in una carta d’epoca Aragonese e forse Angioina illustrata nell’immagine di Fig. 7 – ma la cui costruzione risale all’epoca Angioina. Un’altra delle Torri costruite e conosciute già in epoca Angioina e comunque più antica dell’epoca Vicereale, è la ‘Torre detta della Petrasia’, illustrata nell’immagine seguente, costruite nel luogo di Petrosa’ nei pressi di Villammare.

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(Fig. 10) ‘Torre della Petrosa’ a Villammare – torre d’avvistamento militare a difesa delle coste.

Petrasia

Infatti, andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci da Amari e Schiapparelli (59), dove nella traduzione dall’arabo del testo scritto del ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, del geografo al-Idrisi (12-59), scrivono che nel suo libro, il geografo Idrisi, cita anche il porto di Sapri. La notizia, fu data per la prima volta dagli studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto nel loro ‘Pyxous-Policastro’ (10), che parlando del Volpe (28) e delle mura di Policastro Bussentino al tempo dei Normanni del Roberto il Guiscardo, confermavano la notizia di solide mura e fortificazioni a Policastro, nel testo scritto in arabo del Libro del Re Ruggero del 1154, che descriveva gli scali marittimi più noti della Sicilia e del Regno Normanno dei primi del secolo XI. Il testo arabo del 1154, del geografo al-Idrisi, cita anche lo scalo marittimo di Sapri. Secondo i due studiosi Amari e Schiapparelli (59), al-Idrisi, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo, scrive: “Da Policastro ad ‘.tr.b.s (2) (Petrosa), conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.” (12). Poi aggiungono: ” Da questo Capo a qast.r.k.lì (Castrocucco) tredici miglia” . Nella nota (2), Amari e Schiapparelli scrivono: “Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.”.  La citazione del toponimo ‘Petrasia’ e, di una Torre della ‘Petrosa’, vicinissime, in epoca Aragonese, ci fa pensare – secondo la traduzione del testo in arabo dei due studiosi Amari e Schiapparelli, del Libro di Re Ruggero del 1154 – non indichi un toponimo o nome di luogo di un porto o di uno scalo marittimo – in questo caso Sapri – ma, il toponimo  ‘.tr.b.s (‘Petrosa’) – noi crediamo indichi il toponimo del luogo nei pressi di Villammare dove è stata costruita  la  Torre costiera di difesa dell’omonima località, conosciuta dal geografo arabo di Re Normanno Ruggero d’Altavilla, nel XII secolo e, che la distanza indicata dal geofrafo al-Idrisi (Edrisi) – Da Policastro a Petrosa (59) (Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri)… conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.” – si riferisse alla distanza tra due Torri di avvistamento, di cui gli Arabi dovevano ben guardarsi nel caso di attacco. La citazione del toponimo di Capo Bianco’, quando più avanti – nella nota (2), Amari e Schiapparelli scrivono: “Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.”, credo si riferisca alla Località ad oriente di Sapri, dove alla fine del ‘500, fu costruita la ‘Torre di Capobianco‘, altra Torre cavallara di avvistamento – forse già esistente e chiamata Torre del Lubertino, poi fatta rinforzare verso la fine del ‘500, dai Vicerè Spagnoli.

Nel 1222, S. Francesco d’Assisi si fermò ad Agropoli

Francesco nasce ad Assisi tra il 1181 e il 1182 Morirà nella stessa città nel 1226. Fondatore di un ordine mendicante, da cui preso il nome, per le sua umiltà passa alla storia come il ‘poverello di Assisi’. La memoria si celebra il 4 ottobre. Nel 1939, papa Pio XII, insieme a Santa Caterina da Siena, lo proclama ‘patrono d’Italia’. Secondo la tradizione, San Francesco parlò alle creature del cielo e del mare. Agli uccelli ed ai pesci e lo fece nei pressi dell’abitato di Agropoli da uno scoglio che oggi ne porta il nome. Su di esso sorge una croce a perenne memoria. Sempre secondo la tradizione, pare che il mare in tempesta, nonostante la sua impetuosa potenza, mai supera con le onde questo scoglio. Sulla terraferma, invece, si trova il luogo dove è esistito il convento. Nel Cilento altre importanti testimonianze architettoniche francescane si trovano a Gioi. La presenza dei frati nel territorio ha sempre contribuito alla crescita culturale e spirituale. L’ordine dei francescani, in particolare, godeva di una grande stima in quanto seguaci del ‘Santo di Assisi’. Il luogo, inoltre, special modo in passato, era di certo animato da una discreta vitalità, tanto che nei pressi del convento hanno preso vita due importanti fiere. Una è quella di ‘San Francesco’ che un tempo si ripeteva dal 2 al 4 ottobre. L’altra è quella delle ‘Palme’ la Domenica che precede la Pasqua. Mentre la prima ravvia la memoria del Santo, la seconda ha assunto importanza per dimensioni e sacralità grazie alla collocazione primaverile che favoriva l’afflusso di mercanti e visitatori: si festeggiava l’inizio della tiepida stagione. I pellegrini provenienti anche da zone distanti, dopo aver partecipato alle funzioni si approvvigionavano tra le bancarelle allestite nelle immediate vicinanze del convento sulla via che porta a Laureana. Pietro Ebner (…) a p. 113, parlando del clero regolare nel basso Cilento, scriveva che: “Nel ‘200, quando già si cominciava ad affievolire l’espansione benedetina sorsero i quattro grandi Ordini dei Mendicanti (francescani (3), domenicani (4), carmelitani (5) e agostiniani (6) che lentamente andavano approdando nella zona con i valori evangelici e con una notevole forza aggrregante.”. Ebner a p. 113 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Erano chiamati cordiglieri in Francia, frati scalzi in Germania e frati grigi in Inghilterra. Fu nella ricostruita chiesa della Porziuncola che S. Francesco (sett. 1181/2 – 3/4 ottobre 1226, canonicato nel 1228) scoprì la sua vocazione leggendo il Vangelo di Matteo (X, 7.10) e applicandolo letteralmente con “parole che come il fuoco toccavano il cuore”. Scrisse nella Prima Regola “che i confratelli ecc..ecc..”. Orazio Campagna (…), a p. 206, in proposito scriveva che: “Ciò che ancora restava sulla costa del mondo monastico greco venne, gradualmente, sostituito dai nuovi ordini latini: il francescano e il domenicano. Fu proprio un discepolo di S. Francesco, il beato Pietro Cathin da S. Andrea, della diocesi di Faenza, che nella prima metà del XIII secolo diffuse l’Ordine dei Minori in Calabria, fondando i monasteri di Scalea, Castrovillari, Corigliano, Amantea, Crotone (36).”. Le incursioni turchesche dei secoli XV e XVI riaprirono la piaga dell’insicurezza e del terrore ecc..”. Il Campagna, a p. 206, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Il monastero di Scalea era abitato da “un sol frate Conventuale”, all’epoca del Martire (‘La Calabria Sacra e Profana, cit., II). Fu soppresso nel 1653 con la bolla di Innocenzo X, in C. Manco, ‘Scalea – prima e dopo -, op. cit., ecc..ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi’, pubblicato nel 1973, a p. 273, parlando delle Diocesi Caputaquensi, scriveva che: “La tradizione narra che ad Agropoli ecc…, che nel 1222 vi sbarcasse anche S. Francesco d’Assisi cui fu dedicato poi un monastero (12).”. Ebner a p. 273 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazziotti, cit., p. 28.”. Ebner si riferiva all’opera di Matteo Mazziotti, ‘La Baronia del Cilento etc…’, p. 28. Infatti, Matteo Mazziotti (…), nella sua opera citata, a p. 28, parlando della fondazione di Agropoli e delle leggende intorno ad essa, in proposito scriveva che: Narra anche la leggenda che in Agropoli, nel 1222, predicò San Francesco d’Assisi e che nel luogo ove egli predicava fu innalzato il monastero tuttora esistente a lui dedicato. Ecc…”. Il Mazziotti, a p. 28, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Gian Nicola Del Mercato, ‘Commento a gli Statuti del Cilento’, opera inedita esistente presso i discendenti di lui.”. Angelo Bozza (…), nella sua “Lucania”, nel vol. I, a p. 362, per l’anno 1176, in proposito scriveva che: “Molti abitanti di Lagonegro sono puniti per avere insultati e derubati i Legati dell’imeratore Federico che di là transitavano per recarsi alla corte di Guglielmo. S. Francesco d’Assisi, di passaggio per Agropoli e luoghi vicini, opera molti miracoli. Guglielmo II invia la sua flotta con gran numero d’armati e di viveri in Terra Santa per aiuto dei crociati, sotto il comando di Gualtieri di Moac. Di questa spedizione fan parte i baroni Lucani, annoverati dal Borrelli nel suo catalogo generale come anche nell’altra del 1188.”. Da uno scritto sul web di Giuseppe Conte, leggiamo che secondo la tradizione il convento francescano fu fondato da San Bernardino da Siena nella prima metà del XV secolo. Situato tra le frazioni di San Martino (Laureana) e Rocca (Lustra, territorio da cui oggi dipende amministrativamente), popolarmente viene identificato anche con l’accostamento a questo piccolo centro, un tempo cuore pulsante del Cilento Antico (il convento di Rocca). Diverse sono le tracce architettoniche dei francescani nel territorio (ad Agropoli, a Gioi). Spesso tratteggiate da laboriose leggende. Ciò nonostante ad acquisire maggiore notorietà nel tempo è stato senz’altro il convento di Lustra. Non a caso è ricordato proprio come ‘San Francesco del Cilento’. Tuttavia nel corso dei secoli ha subito diversi ampliamenti. E’ variata anche la sua importanza. Strutturalmente, dalla porta centrale si accede alla chiesa, mentre sul lato sinistro si trova l’ingresso per il chiostro. All’interno si conservano bellissimi affreschi, alcuni meritevoli di restauro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 751 parla di un monastero italo-grco soppresso, quello di S. Francesco di Cuccaro Vetere. Sempre Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, parla di S. Francesco d’Assisi a p. 43 e a p. 113.

Nel 1464, Camerota origina dalla scomparsa della città della Molpa secondo Scipione Mazzella

Secondo alcuni, l’origine del borgo di Camerota sia dovuta alla distruzione della città della Molpa. Infatti, nel 1601, Scipione Mazzella Napolitano (….), parlando di Camerota e di altri luoghi nel “Principato Citra”, a p. 79, del suo “Descrittione del Regno di Napoli”, in proposito scriveva che: “Scorgesi poi sopra un’alto monte Cammerota picciol terra, edificata (come dicono alcuni) dalle reliquie dell’antica città della Molpa, che poco discosto li stà.”. Sulle parole del Mazzella ha opinato Onofrio Pasanisi. Intanto questo passaggio del Mazzella è interessante perchè ci parla anche della “città” scomparsa della “Molpa” che sappiamo sia esistita. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Circa le origini, Scipione Mazzella afferma che Camerota sarebbe sorta sulle rovine dell’antica “città di Molpa” che poco discosta le sta”. ‘Descrizione del regno di Napoli’, Napoli, MDCI, pag. 79. Si fa riflettere intanto che detta Molpa, continuamente provata invero dalle incursioni, fu completamente distrutta solo nel 1464, quando cioè Camerota da secoli già esisteva. Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Dunque, il Pasanisi ci fa notare e opinava che la notizia del Mazzella di una probabile origine del casale di Camerota dovuta alla fuga degli abitanti di Molpa non abbia fondamento in quanto l’ultima distruzione della Molpa avvenne nel 1464, quando le cronache registrano l’incursione barbaresca di Dragut Pascià. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464. E lo scrittore Scipione Mazzella mette in riferimento l’estrema fine di Molpa, all’origine di Camerota, “che poco discosta le sta”. Riferimento immaginario: Camerota, nel 1464, ha già molti fuochi.”. Ciociano e prima ancora il Pasanisi facevano notare che nel 1464 Camerota contava diverse famiglie originarie del luogo e l’indagine focatica condotta su documenti anteriori al 1464 dimostra l’esistenza di Camerota da molti secoli prima. Può darsi, coe io credo che la distruzione della città di Molpa, che pure esisteva ed era fiorente, un città sorta alle falde del fiume Mingardo ed in parte sulla collina del promontorio, fece si che i casali vicini come Lentiscosa, Camerota e Licusati fossero scelti dai pochi scampati alla distruzione della Molpa. Sappiamo anche di Centola che si ingrandì proprio in seguito alle prime distruzioni della Molpa.

Nell’11 giugno 1464, una incursione dei Saraceni d’Africa e la distruzione della Molpa

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 375-376-377, in proposito scriveva che: “….sua ruina, poichè non essendo più tale, che potesse in quei confusi, scelerati tempi sicura mantenervisi la gente, cominciò pian piano a mancar di abitatori; e quei casali (I) ch’erano della Città dipendenti, pure cominciarono a fare lo stesso, in modo che nella final sua ruina del MCDLXIV pochi abitati ve ne erano. Finalmente toccolle vedere l’ultima sua desolazione, poichè essendo la notte degli undeci di Giugno MCDLXIV. sbarcati nel porto di Palinuro molti Saraceni d’Africa, sollecitamente e col dovuto silenzio s’avviarono alla Molpa….

Antonini, p. 375

Antonini, p. 375

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330, in proposito scriveva che: “Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV. fu dà Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora che Pisciotta un picciolo Casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2) suo Cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc..”. L’Antonini a p. 330 nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”Sulla distruzione della Molpa e di Pisciotta nel 1474 ha postillato anche il Gaetani (…) a p. 28, nella sua nota (9): “(9) Pisciotta fu accresciuta da Molpesi nel 1474 quando la Molpa fu saccheggiata e ditrutta da Corsari d’Africa. Riferisce l’Antonini (vol. I, p. 330) che allora Pisciotta era un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una Relazione fatta da Notar Gio. Antonio Ferrigno, suo cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territori, tutto essendo della Molpa.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta scriveva che: “In un ‘ms’ conservato nella Cancelleria della SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7).”. Ebner per SRC si riferiva alla Real Camera della Sommaria di Napoli. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta, nella sua nota (7) postillava che: “(7) G.A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ‘ms’ della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Il Ducato di Monteleone fu un’entità feudale esistita in Calabria tra il XVI secolo e gli inizi del XIX secolo. Il suo territorio corrispondeva agli odierni comuni di Vibo Valentia e di San Gregorio d’Ippona, nella medesima provincia. Istituito nel 1527, fu dominio della famiglia Pignatelli, fino all’abolizione del feudalesimo avvenuto nel Regno di Napoli nel 1806. Anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a p. 575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che fu saccheggiata: “…dai saraceni a più riprese (680-705-802-828-931-1113),…..ed infine dai pirati saraceni nel 1464, quando anche Pisciotta, apparteneva alla Molpa.”. Anche Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: I saraceni d’Africa le diedero il colpo di grazia intorno al 1464; sbarcati di notte e guadagnata la vetta in perfetto silenzio, assalirono la città e la saccheggiarono, portando via insieme al bottino, donne e uomini in catene. I superstiti allora fuggirono sulle montagne per accrescere i casali di Pisciotta, di Centola e di Cuccaro. Il tempo fece il resto.”. Su questa distruzione della Molpa, di Camerota ecc.., ha scritto anche Onofrio Pasanisi (…), nel suo saggio ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII. Questa notizia viene riportata pure dal sacerdote Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, dove, a p. 165 parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Alla fine, nel 1464, in occasione del saccheggio da essa subito per mano degli Arabi del Barbarossa, che nella notte dell’11 giugno l’assalirono violentemente, scacciandone gli abitanti e traendone prigionieri altri, i superstiti, dimoranti dapprima in “pagliare”, si ritirarono, come abbiamo detto innanzi, nel casale di Pisciotta (14).”. Il Vassalluzzo, a p. 165, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Silvestri A., La popolazione del Cilento nel 1489, Salerno, 1956, pag. XII.”. E’ strano che il Vassalluzzo chiami questo corsaro d’Africa “Barbarossa”. Il Vassalluzzo, sempre in riferimento a questa notizia, a p. 152, parlando di Pisciotta, in proposito scriveva che: “Il suo sviluppo, questo borgo, lo ebbe verso la seconda metà del XV secolo, quando, nell’anno 1464, assalito e distrutto dai corsari musulmani il castello della Molpa, gli abitanti superstiti si rifugiarono su queste balze e ingrossarono il numero della popolazione già ivi esistente (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 152, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cirelli F., op. cit., pag. 64. Giustiniani L., op. cit., t. VII, p. 205.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, a p. 206, del vol. VII, in proposito scriveva che: “Nel territorio di ‘Pisciotta’ non vi è nessun segno di antico, e si vuole dall’accennato Antonini essere stato dapprima un picciol casale della ‘Molpa’ secondo appare da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2), ed avea pochi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della ‘Molpa’. Quando questa città si distrusse nel 1464, da corsari di Affrica accrebbe poi di popolo la suddivisata ‘Pisciotta’. Nel catalogo dè Baroni sotto Guglielmo II si fa menzione di un tal Niel de ‘Pissocta’.”. Il Giustiniani, a p. 206, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Questa Relazione è negli atti del Duca di ‘Montelione’ nel S.R.C. in banca di ‘Litto’, presso lo scrivano Santelia.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Circa le origini, Scipione Mazzella afferma che Camerota sarebbe sorta sulle rovine dell’antica “città di Molpa” che poco discosta le sta”. ‘Descrizione del regno di Napoli’, Napoli, MDCI, pag. 79. Si fa riflettere intanto che detta Molpa, continuamente provata invero dalle incursioni, fu completamente distrutta solo nel 1464, quando cioè Camerota da secoli già esisteva. Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464. E lo scrittore Scipione Mazzella mette in riferimento l’estrema fine di Molpa, all’origine di Camerota, “che poco discosta le sta”. Riferimento immaginario: Camerota, nel 1464, ha già molti fuochi.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 72, in proposito scriveva che: “I Saraceni, carichi di preda e seguiti da una lunga fila di schiavi, fecero ritorno nel porto di Palinuro e, prima che la notizia della loro feroce aggressione si diffondesse nei luoghi vicini, salparono alla volta dell’Africa (17). Gli abitanti scampati alla loro rapace avidità si diedero precipitosamente alla macchia e, dopo aver dimorato dapprima in “pagliare”, si rifugiarono in vari centri del circondario. La maggior parte di essi andò ad accrescere Pisciotta; altri si stabilirono nella vicina Centola; altri ancora nel piccolo casale di Castelluccio, a Camerota ed altri luoghi ancora (18). Il Re Ferrante (Ferdinando I d’Aragona) mosse lamentele a Maometto II, in Costantinopoli, per la distruzione della Molpa, ma tutto fu inutile, in quanto Maometto si scusò adducendo a discolpa la sua insufficiente autorità a punire che egli aveva nei confronti delle popolazioni dell’Africa (quali erano appunto i Saraceni)(19).”. Il Guzzo, a p. 72, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Cirelli F., Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato – Napoli – 1835- p. 64”. Il Guzzo, a p. 72, nella sua nota (19) postillava che: “(19) G. Antonini – Op. cit., Vol. I – pag. 377; Archivio di Stato di Napoli – Sommaria Partium – 21 – c. 151.”

Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464. E lo scrittore Scipione Mazzella mette in riferimento l’estrema fine di Molpa, all’origine di Camerota, “che poco discosta le sta”. Riferimento immaginario: Camerota, nel 1464, ha già molti fuochi.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 72, in proposito scriveva che: “I Saraceni, carichi di preda e seguiti da una lunga fila di schiavi, fecero ritorno nel porto di Palinuro e, prima che la notizia della loro feroce aggressione si diffondesse nei luoghi vicini, salparono alla volta dell’Africa (17). Gli abitanti scampati alla loro rapace avidità si diedero precipitosamente alla macchia e, dopo aver dimorato dapprima in “pagliare”, si rifugiarono in vari centri del circondario. La maggior parte di essi andò ad accrescere Pisciotta; altri si stabilirono nella vicina Centola; altri ancora nel piccolo casale di Castelluccio, a Camerota ed altri luoghi ancora (18). Il Re Ferrante (Ferdinando I d’Aragona) mosse lamentele a Maometto II, in Costantinopoli, per la distruzione della Molpa, ma tutto fu inutile, in quanto Maometto si scusò adducendo a discolpa la sua insufficiente autorità a punire che egli aveva nei confronti delle popolazioni dell’Africa (quali erano appunto i Saraceni)(19).”. Il Guzzo, a p. 72, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Cirelli F., Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato – Napoli – 1835- p. 64”. Il Guzzo, a p. 72, nella sua nota (19) postillava che: “(19) G. Antonini – Op. cit., Vol. I – pag. 377; Archivio di Stato di Napoli – Sommaria Partium – 21 – c. 151.”.

Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: I saraceni d’Africa le diedero il colpo di grazia intorno al 1464; sbarcati di notte e guadagnata la vetta in perfetto silenzio, assalirono la città e la saccheggiarono, portando via insieme al bottino, donne e uomini in catene. I superstiti allora fuggirono sulle montagne per accrescere i casali di Pisciotta, di Centola e di Cuccaro. Il tempo fece il resto.”. Interessante, a questo proposito è ciò che scrisse il barone Giuseppe Antonini nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 376, dove in proposito scriveva che: “Altri andarono alla vicina Centola; parte n’andò in Cuccaro nove miglia lontano, e ‘l rimanente ne’ vicini altri luoghi (siccome a ciascuno meglio tornò grado) si disperde. Non dispiaccia nuovamente riferire le parole di ‘Merola’ su di questa distruzione: “Post Palinuri promontorium, in monte, qui mari imminet, ruinae conspiciuntur Oppidi Molpae a praedonibus subversi ad Melphin fluvium praeterfluentem”. Ci lasciò la stessa notizia ‘Leandro Alberti’, che cominciò a scrivere dell’Italia nel MDXXV., onde fresca era allora la memoria di sua ruina. Fece Re Ferrante alte doglianze di questo fatto in Costantinopoli con Maometto II, ma per allora gli fù risposto: che non avendo ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 319, parlando di ‘Pisciotta’ scriveva che: “Sia Cirelli (17) che il Giustiniani (18) ritengono che dopo la distruzione di Molpa ad opera dei corsari d’Africa (1464) si cercasse di rinforzare il più difendibile villaggio di Pisciotta che nel ‘400 faceva parte dei feudi dei Sanseverino, ecc..”.

Nel 1464, Pisciotta e la Molpa nella ‘Cronaca’ (o Relazione) del notaio Giovanni Antonio Ferrigno

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta scriveva che: “In un ‘ms’ conservato nella Cancelleria della SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7).”. Ebner per SRC si riferiva alla Real Camera della Sommaria di Napoli. Ebner (…), a p. 318, nella sua nota (7) scriveva che: “(7) G.A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ‘ms’ della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Riguardo l’antico documento citato da Ebner nella sua nota (7), ovvero il ms. del notaio G.A. Ferillo o Ferrigno, un cronicon sull’origine di Pisciotta, ha postillato anche il Gaetani (…) a p. 28, nella sua nota (9): “(9) Pisciotta fu accresciuta da Molpesi nel 1474 quando la Molpa fu saccheggiata e ditrutta da Corsari d’Africa. Riferisce l’Antonini (vol. I, p. 330) che allora Pisciotta era un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una Relazione fatta da Notar Gio. Antonio Ferrigno, suo cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territori, tutto essendo della Molpa.”. Il Barone Antonini (…), infatti, a p. 330, in proposito scriveva che: “Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV. fu dà Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora che Pisciotta un picciolo Casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2) suo Cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc..”.

Antonini, p. 330

Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 parlando di “Pisciotta”, in proposito scriveva che: “Due miglia poi sul mare, è la grossa Terra di Pisciotta (I), con un Monistero di Frati Francescani….ed a’ giardini danno, malamente dal Signor Gatta allogata nel ‘Vallo di Novi’ al fol. 300 della sua ‘Lucania Illustrata’. Tutte le frutta, e l’oglio sopra tutto, che in quantità grande produce, io lo ripongo fra i più belli del Regno. Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV fu da Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora Pisciotta un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno suo Cittadino (2), avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc... L’Antonini a p. 330 nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”. Riguardo questo documento o relazione, l’Antonini ne parla anche a p. 348. Pietro Ebner (…), ne accenna anche nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 322 parlando di Pisciotta in proposito scriveva che: “L’Antonini (37) contesta al Gatta ecc…e le rovine di Molpa distrutta nel 1494 dai “Corsari d’Africa”. Allora Pisciotta era, secondo il Ferrigno, casale della Molpa e contava pochi abitanti.”. Riguardo la relazione del Ferrino citata dall’Ebner a p. 322, vol. II, sempre parlando di Pisciotta egli a p. 318 nella sua nota (7) postillava che: “(7) In un ms conservato nella Cancelleria del SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7) G. A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ms della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Il Ducato di Monteleone fu un’entità feudale esistita in Calabria tra il XVI secolo e gli inizi del XIX secolo. Il suo territorio corrispondeva agli odierni comuni di Vibo Valentia e di San Gregorio d’Ippona, nella medesima provincia. Istituito nel 1527, fu dominio della famiglia Pignatelli, fino all’abolizione del feudalesimo avvenuto nel Regno di Napoli nel 1806. Riguardo questo manoscritto, Pietro Ebner (…), a p. 172, parafrasando l’Antonini, nella sua nota (12), postillava sulla ‘Cronaca di S. Mercurio’, scriveva che: L’Antonini (p. 375) attribuisce a Molpa tre casali (S. Serio, Boregana e Castelluccio) e forse ancora un altro (Trivento), di cui non vi è altra notizia che quella citata dall’Antonini del 1546 (tavola Valente, f. 215, del processo innanzi al SRC tra Anonio Caracciolo e i suoi Creditori).”.

Postille di Antonini, p. 375

L’Antonini (…), a p. 375, parte II, II edizione della ‘La Lucania’

L’Antonini (…), a p. 375, riguardo questi luoghi, nella sua nota (2), postillava che: “Questi casali erano S. Serio, Busagano, Castelluccio, siccome vedesi dalla relazione che ne fa nel MDXLVI (1546) il Tavolario Valente, posta al f. 215, del Processo del S. Consiglio ‘Inter Cassan. dram Oliverio, & creditores D. Antonii Caraccioli in Banca de Litto, scriba Santelia, ed in questi siti oggi appena si trova vestigio.”. Dunque, riepilogando, se nella sua nota (2), a p. 330, l’Antonini postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”, sempre l’Antonini, a p. 375, nella sua nota (2) postillava che: nel MDXLVI (1546) il Tavolario Valente, posta al f. 215, del Processo del S. Consiglio ‘Inter Cassan. dram Oliverio, & creditores D. Antonii Caraccioli in Banca de Litto, scriba Santelia, ed in questi siti oggi appena si trova vestigio.”, ovvero che l’Antonini ci dice che il manoscritto del Notaio originario di Pisciotta Giovanni Antonio Ferrigno doveva essere allegato in un Processo del Sacro Consiglio per Don Antonio Caracciolo…….

Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, a p. 206, del vol. VII, in proposito scriveva che: “Nel territorio di ‘Pisciotta’ non vi è nessun segno di antico, e si vuole dall’accennato Antonini essere stato dapprima un picciol casale della ‘Molpa’ secondo appare da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2), ed avea pochi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della ‘Molpa’. Quando questa città si distrusse nel 1464, da corsari di Affrica accrebbe poi di popolo la suddivisata ‘Pisciotta’. Nel catalogo dè Baroni sotto Guglielmo II si fa menzione di un tal Niel de ‘Pissocta’.”. Il Giustiniani, a p. 206, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Questa Relazione è negli atti del Duca di ‘Montelione’ nel S.R.C. in banca di ‘Litto’, presso lo scrivano Santelia.”.

Incursioni Saracene sulle coste del Cilento nei secoli seguenti

Le incursioni saracene e turche, come quella del 1543, ad opera del turco Khair-Ed Din e la seconda del 1552 ad opera di Dragut Pascià, e quelle che si susseguirono lungo le nostre coste fino al XVIII secolo, depredando e devastando questi umili borghi, furono tanto funeste da indurre nel 1532, il Vicerè spagnolo Don Pedro da Toledo a costruire lungo tutta la costa del Regno, una serie ininterrotta di torri vedette. Purtroppo, le costruzioni di queste torri, non solo fu deleteria per le umili finanze di queste popolazioni, ma si rivelarono inutili poichè  furono realizzate troppo tardi, quando ormai le popolazioni della costa si erano spostate all’interno. Infatti, si spiega così lo spopolamento di moltissimi centri costieri e del conseguente ripopolamento dei centri collinari limitrofi. Turghud Alì, o Dragut, Turghut Reis, Darghout Rais, Turhud Rais, Dargut è stato un ammiraglio e corsaro ottomano. Fu un comandante navale ottomano e il successore di Khayr al-Din detto il Barbarossa. Viceré di Algeri, Signore di Tripoli, si fece chiamare Spada vendicatrice dell’Islam. Policastro subì due distruzioni ad opera dei due turchi-ottomani: la prima nel 1534 e la seconda nel 1552. Nel corso di quest’ultima invasione fu distrutto il Convento di S. Francesco del XII sec., i cui ruderi sono tuttora visibili ad oriente dell’abitato.

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(Fig. 13) Convento di S. Francesco d’Assisi a Policastro Bussentino – XI secolo.

Il Vassalluzzo (51), scriveva in proposito: “In questo tempo, cioè verso la prima metà del secolo XVI, le spiagge del Cilento, e in generale tutta la costa dell’Italia meridionale, erano infestate dalle frequenti scorrerie dei Turchi, che incendiavano e depredavano tutto (24). Questi guidati da Ariadeno Barbarossa, con le loro navi corsare, facevano razzia sulle coste dei mari Ionio e Tirreno, bruciandone paesi e traendone prigionieri e schiavi gli abitanti. Nel 1544, la ciurmaglia del Barbarossa, che si trovava nel Golfo di Salerno, da una tempesta fu scacciata nel Golfo di Policastro, dove saccheggiò tutti i villaggi circostanti. Nell’anno 1552, l’armata turca, al comando di Dragut, dopo il saccheggio di Policastro, e paesi vicini, assalì anche Camerota: ne incendiò il castello e sparse dovunque terrore e paura (55).”. Il Laudisio (6), parlando di Policastro all’epoca dell’episcopato di Monsignor Massanella, scriveva in proposito: Nel 1533, per la terza volta, Policastro, fu distrutta e saccheggiata dal pirata Ariadeno Barbarossa, e per la quarta volta nel 1552 dal musulmano Dragut pascià; infatti, il 10 luglio 1552, decimo dell’indizione – era un sabato sera – una flotta musulmana di 123 navi gettò le ancore nel Golfo di Policastro, ed esattamente presso la località che è chiamata ‘Oliva’ (forse la spiaggia dell’Oliveto tra Sapri e Villammare). Il giorno dopo, domenica, verso le ore 15, i musulmani sbarcarono più veloci delle acquile e misero a ferro e a fuoco Policastro, e contemporaneamente alcuni di essi saccheggiarono e distrussero Vibonati, S. Marina e S. Giovanni a Piro, altri Bosco, Torre Orsaja, Rocca Gloriosa e Castel Ruggero, inseguendone gli abitanti sui monti e uccidendoli in luoghi deserti. Quanti furono i morti e quanti i prigionieri! Quante le sciagure! Quanti raccolti furono bruciati nei campi! Il martedì successivo, il 13 luglio, passarono a Camerota dirigendosi a Policastro, che pure distrussero. Il mercoledì si riposarono sulla spiaggia di Policastro, e di lì il giorno dopo, giovedì, salparono di sera, così come di sera erano giunti, e si diressero con le loro navi verso Napoli….I cittadini di Policastro, superstiti, divennero simili agli arieti che non ritrovano i loro pascoli. E andarono via, e alcuni si rifugiarono a S. Cristoforo, altri fondarono sulla cima di un monte il villaggio della Civita. Si legge in un antico manoscritto (27) che soltanto trenta persone rimasero a Policastro.”. Il Laudisio, nella sua nota (66), scrive: “Then., cap. IV, vers. 19 (Velociores fuerunt persecutores nostri aquilis caeli: super montes persecuti sunt nos, in deserto insidiati sunt nobis” e poi nella nota (67) dice: “Ex protocollo notarii Antonii de Onofrio, pag. 1, in arch. Matr. Eccl. oppidi Sansii, Caputaq. dioec.”. Fu proprio a causa di queste frequenti e continue incursioni barbaresche di Saraceni che i Vicerè Spagnoli, emanarono un ordine per la costruizione su tutta la costa del Cilento, di alcune nuove Torri cavallare e d’avvistamento di cui abbiamo parlato nel nostro studio: “Le Torri costiere costruite lungo il litorale Saprese”, dove però abbiamo cercato di dimostrare che alcune delle Torri costruite lungo il litorale del Cilento, quelle già preesistenti perchè costruite in epoca Angioina e forse ancora prima della Guerra del Vespro, furono rinforzate, mentre altre coma la Torre di Capobianco fu una delle Torri d’avvistamento fatte costruire dai Viverè Spagnoli. 

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ‘I Corsivi’, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

Gay Jules, L'Italie_méridionale_et_l'empire_byzantin,

(2) Gay I, L’Italie meridionale et l’Impire byzantine etc, Paris, 1904 e si veda pure:

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(3) Schipa M., Storia del Principato longobardo di Salerno , sta in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane, 12, 1887. Si veda pure: Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, 1923, pag. 96 e 97, si veda pure: a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002.

(4) Zancani-Muntuoro P., Siri-Sirino-Pixunte, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’,  XVIII, 1949, pp. 15 e s.

(5) Rohlfs G., ‘Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria’, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996; si veda pure: Rohlfs G., Scavi linguistici della Magna Grecia, Roma MCMXXXIII; si veda pure: Rohlfs G., Colonie galloitaliche sul Golfo di Policastro (Galloitalienische Sprachkolonien am Golf von Policastro (Lukanien), in Zeitschrift fur Romanische Philologie, 61, 1941, pp. 79-113, stà in Rohlfs G.,  Studi linguistici sulla Lucania e sul Cilento, ed. Congedo, Galatina (LE), 1988, ristampa anastatica, pp. 39 e s.

(6) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos hi- storico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 69 e p. 73 del testo di Visconti, p. 17 e s.

(7) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s.

(8) Borsari S., Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane’, Napoli, 1950-1951, p. 2

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(9) Cappelli, B., “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci”, ‘Bollettino Badia di Grottaferrata’, n. 8, vol. XI, 1957, p…. e,  stà in Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, con introduzione di E. Pontieri, Deputazione di storia patria per la Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, Cap. IX, pp. 295 e s.; il Cappelli, parla del Codice greco Laurenziano XI, 9, a p. 298 e p. 306 e, nelle sue note a p. 310 e 312, nota (43); sul Monastero di Centola si veda p. 398.  Il Tancredi, cita poi l’Ughelli (…) e poi nella sua nota (8), parlando dell’etimo di “A Pyro”, cita di nuovo il  Cappelli che per parlare dell’etimo, trae la notizia dal Codice greco Latino del 1482, Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, Cod. Vaticano Latino 9239. Si tratta del codice manoscritto latino, di cui ha parlato Salvatore Gemelli, op. cit. (33).

(10) Natella P. Peduto P., ‘Pixous – Policastro’, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 508 e s. ; si veda anche Porfirio (10).

(11) AAVV, Calabria bizantina, aspetti sociali ed economici, Atti del terzo incontro di studi bizantini, ed. Parallelo 38, Reggio Calabria, 1978.

(12) (Fig. 7) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, di el-Idrisi, stà in Brancaccio G., Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda: 1- Il libro del Re Ruggero di al-Idrisi, cap. 4, p. 79; Per il Libro di Re Ruggero di al-Idrisi si veda: Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition; si veda anche: Edrisi, Il Libro di Ruggero, nella traduzione di U. Rizzitano, ed. Flaccovio, Palermo, 1994, pp. 91-92; si veda pure il testo del francese Jaubert nel 1840, che si basò su diversi manoscritti del Libro di Re Ruggero, ha fatto una mirabile traduzione del testo scritto in arabo; si veda pure: Santagati L., La Sicilia di al-Idrisi ne il Libro di Re Ruggero, ed. Salvatore Sciascia, Caltanisetta, 2010.

(13) (Fig. 11) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81. La segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (7). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (7) scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’.

(14) Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti.

(15) Douglas Norman, Vecchia Calabria (Old Calabria), ed. La Conchiglia, 1915.

(16) Porfirio P., Policastro, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539.

(17) Trinchera Francesco, Codice Aragonese, 1866-1874, vol. II, pp. 101-102

(18) Rodotà P., Dall’origine, progresso e stato del rito greco in Italia etc, Roma, 1758, ss. II.

(19) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592; si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medie-vale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II.

(20) Guzzo Angelo, Da Velia a Sapri – itinerario costiero tra mito e storia, ed. arti Grafiche Palumbo, Cava de’ Tirreni, 1978, pp. 122-123 e s.; si veda pure: Guzzo A., Sulla rotta dei Saraceni – la difesa anticorsara sulle coste del Cilento, ed. Palladio, Salerno.

(21) Douglas Norman, Vecchia Calabria (Old Calabria), ed. La Conchiglia, 1915.

(22) Gaetani Rocco, La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 2000; il Gaetani, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (27) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96“. Si veda pure dello stesso autore: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21; si veda pure: Gaetani R., Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, Tip. del Senato, 1914, ristampa a cura di Rossella Gaetani, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento Salerno, 2000

Tancredi Luigi

(23) Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (5). Il Tancredi, parlando di “A Pyro”, trae l’etimo dal codice greco Latino del 1482, il ‘Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae’ (Cod. Vaticano Latino 9239), di cui parlò anche Salvatore Gemelli, op. cit. (36).

(24) Racioppi Giacomo, Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania, Roma, Hoescher, pp. 102 e 134.

(25) Venditti Arnaldo, Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, E.S.I., Napoli, 1972.

(26) Bertaux, L’art dans l’Italie meridionale, Tomo I: De la fin de l’Empire romain à la Conquete de Charles d’Angjou, ed. A. Fontemoing, Paris, 1904.

(27) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. Il manoscritto è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (4), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (12), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (…). Si veda pure Padiglione C. (…), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata ‘la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine’ (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”.

(28) Volpe Giuseppe, Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa anastatica della I edizione, ed. Ripostes, Atripalda (AV), 1998, p. 117

(29) Palazzo Ferdinando, Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro e cenni storici su S. Giovanni a Piro, Bosco e Scario, con prefazione di Alfonso Tesauro, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961, ristampa anastatica 2006, p. 18 e s.

(30) Caffi A., Santi guerrieri di Bisanzio nell’Italia meridionale, app. a P. Orsi, le chiese basiliane nella Calabria, Firenze, 1929, p. 295.

Di Luccia

(31) Di Luccia Paolo Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (8) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(32) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s.

(33) Ughelli Ferdinando, Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(34) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, Cap. XXXVII e s.; stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002. Si veda in proposito, libro III, Cap. 7.

(35) Lipinsky Angelo, La Stauroteca di Gaeta, già nel Cenobio di S. Giovanni a Piro, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, vol. XI, 1957; si veda pure dello stesso autore: Enkolpia cruciformi orientali in Italia, II, Campania, in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, n. s., vol. XI, 1957, p. 91.  

(36) Gemelli S., Il sito ed il ruolo di Polsi dal sec. XII a metà del sec. XVIII, In Calabria nobilissima. Periodico di arte, storia e letteratura calabrese 1979-80.

(37) Troisi C., I monasteri di rito greco-bizantino del Cilento nell’alto medioevo, da ‘Racconti di vita Cilentana’, stà Vassalluzzo M., Cilento a occhio nudo’, a cura di, ed. Massimo Villone, Roccapiemonte, 1987, p. 179 e s.

(38) Rocco A., La vita di S. Nilo Abate, fondatore della Badia di Grottaferrata, scritta da S. Bartolomeo suo discepolo, ed. Desclee Lefebre, Roma, 1904, p….

(39) Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(40) Batiffol P., L’Abbaye de Rossano etc…”L’Abbazia di Rossano, contributo alla storia della Vaticana, Paris, 1891; la notizia sul codice Laurenziano XI, 9, stà in “Inventario dei manoscritti dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata”, p. 143 e s., riporta l’inventario per il Cardinale Bessarione, estratto dal codice Cryptensis Z, D, XII, pubblicata dal padre Antonio Rocchi.

(41) Devreesse R., Les manuscripts grecs de l’Italie meridionale etc., ristampa ed. Città del Vaticano, (Studi e testi 183), 1955, p. 32; si veda pure lo stesso, II le Fonds Coslin, ed. Imprimerie National, 1845

(42) Mercati G., Per la storia dei manoscritti greci etc, Città del Vaticano, 1935 (Studi e testi 68).

(43) Diacono Paolo, Historia Longobardorum, VI, 29.

(44) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377.

(45) Cardinal de Luca, Adnotationes ad Concilii Tridentini, Disc. VIII, n. 25 e disc. XIV, n. 21, stà nella nota (21) del Volpe G., op. cit. (23), p. 120 (non sappiamo a quale autore si riferisca, forse a Matteo Egizio, nipote dell’Antonini).

(….) Card. de Luca G.B., Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21; si tratta del testo: “Adnotationes ad Concilium Tridentinum”. Il Laudisio (…), ed il Porfirio, postillavano che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”, che poi del resto corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca, nel suo ‘Adnotationes ad Concilium Tridentinum’, disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. Nacque a Venosa nel 1614 discendente della nobile famiglia dei conti di Chieti: studiò a Salerno e all’Università di Napoli, dove si addottorò in legge; apprezzato giureconsulto e canonista, esercitò la pratica forense prima a Napoli e poi a Roma, dove abbracciò lo stato ecclesiastico e venne nominato da papa Innocenzo XI uditore del Sommo Pontefice e segretario dei Memoriali (1676). Una delle sue principali opere è stata ‘Adnotationes practicae ad S. Concilium Tridentinum’ (Colonia, 1684)

(46) Falkenhausen Vera von, Aspetti economici dei monasteri bizantini in Calabria (sec. X-XI), stà in ‘Calabria bizantina’, aspetti sociali ed economici, ed. Parallelo 38, Grafica Meridionale, Vibo Valenzia, 1977, p. 32

(47) Palladio (Palladius Helenopolitanus), La storia Lausiaca, pp. 22, 40, 63,68; “S. Nilo, calcolava un nomisma per salterio copiato”, cit. in Falkenhausen, op. cit. (46), p. 32

(48) Vita di S. Nilo Abate etc.., ; si veda pure in proposito: Gassisi S.,  I manoscritti autografi di S. Nilo juniore etc., Roma, in «Oriens Christianus», 4 (1904), pp. 308-370. 3 e 1905, pp. 39 e ss.

(49) Erchemperto, Historia Langobardorum Beneventanorum, si veda: Storia dei Longobardi (Sec. IX), a cura di A. Carucci, ed. Ripostes, Salerno, 2003 (Archivio Attanasio)

(50)

(51) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s.

(52) Ventimiglia F. A., Cilento illustrato, con introduzione a cura di Francesco Volpe, Quaderni di Storia del Mezzogiorno, ristampa ed. E.S.I., Ercolano, 2003 (Archivio Storico Attanasio). Purtroppo, questo manoscritto inedito, pubblicato da Francesco Volpe, risulta per molte parti spurio. Nel Libro quinto, il Cap. I, è dedicata alla “Successione dei Baroni in ciascuna Terra della fellonia del Principe di Salerno fin oggi“, ma è pubblicata solo la prima delle sue pagine manoscritte che parla della Baronia di Rocca. Del Ventimiglia, si veda pure: ‘Delle memorie del Principato di Salerno. Parte prima dall’anno 840 fino al 1127′, ed. Raimondi, Napoli, 1788; si veda pure: Prodromo alle Memorie del Principato di Salerno, nel quale ricostruiva la storia di Salerno dalle origini fino al 840.

(53) Amari Michele, Storia dei Musulmani di Sicilia, II edizione con note di Carlo Alfonso Nallino, Vol. I-II, ed. Romeo Prampolini, Catania, 1933 – XI.; si veda anche vol. I, p. 344

(54) Hisch F. – Schipa Michelangelo, La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno,  ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141.

(55) Camera Matteo, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, vol. I, p. 121.

(56) Orlando G., Soria di Nocera de’ Pagani, vol. I, Napoli, 1884, p. 311.

(57) Santoro G., Le Torri costiere della Campania, stà in ‘Napoli Nobilissima’, anno 1967, vol. VI, pag. 38; si veda pure: Santoro G., L’Economia della Provincia di Salerno nell’opera della Camera di Commercio (1862-1962), Salerno, 1966.

(58) Coniglio G., I Vicerè di Napoli, Napoli, 1967, p. 108; si veda pure Laudisio N.M., op. cit. (6), p. 66 e Pesce C., Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1913, p. 227; si veda pure Pasanisi O., Camerota e i suoi casali sino ai giorni nostri, Napoli, 1964, p. 13. (3) Pasanisi O., La costruzione generale delle torri marittime della Real Camera di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926; vedi pure Santoro L., Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI; vedi pure Vassalluzzo M., Castelli, Torri e borghi della costa cilentana, ed. Edicon, Castel S. Giorgio, 1975, p. 39; vedi pure Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativava, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.

(59) Amari Michele – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ com- pilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition. Il testo di Amari e Schiapparelli (2), può essere scaricato dal sito: https://ia802604.us.archive. org/16/items/litaliadescritta00idrsuoft/litaliadescritta00idrsuoft.pdf. , che resta un’ottima traduzione del testo arabo scritto da Edrisi.

(60) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), mentre il Vol. II ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994.

(61) Pratilli Francesco Maria, noto per il suo lavoro realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel ‘600 da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo».

(…) Capasso Bartolomeo, La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

(…) Pellegrino C., Apparato alle antichità di Capua, ovvero discorso della Campania Felice, Napoli, ed. Sauio, 1651. Si veda pure dello stesso autore: Historia principum Longobardorum, Tomo III, Napoli, ed. de Simone, 1751

(62) Troyli P. P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53. Vedi pure: Paolo Diacono, Historia, miscellanea, Lib. XIII; oppure Laudisio N. M., Sinossi della Daiocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Roma, edizioni di Storia e letteratura, 1976, egli sostiene che il Bussento detto ‘Basentium’ dal Paolo Diacono, sia il nostro Bussento.

(63) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952.

(64) Giannone Pietro, Istoria Civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, Tomo I, lib. 4, Cap. 4, pp. 331-332

(65) Pomponio Mela, De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (35), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV. Recentemente abbiamo ottenuto la riproduzione dall’originale del testo, conservato alla Biblioteca Nazionale di Monaco in Austria.

(66) Del Mercato P.F., Infante A., Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40. il Del Mercato, dice a p. 39 che il Registro XXXI (Reg. 31), tratto dalla Cancelleria Angioina, datato 1271, è tratto dal Carucci, op. cit., p. 236. Il documento fu pubblicato e tratto dal Carucci C., La guerra del Vespro, p. 236, si veda pure Carucci C., Codice diplomatico salernitano del XIII secolo,  Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223. Si veda su Policastro p. 89 e pp. 147 e 252 e s.

(67) Silvestri A., ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, a cura della Società Salernitana di Storia Patria – Fonti II – Salerno, 1956 e, l’edizione del 1965; si veda pure: Silvestri A., Aspetti di vita economica nel Cilento alla fine del Medioevo, Società Salernitana di Storia Patria, ed. Pietro Laveglia, Nocera Inferiore, 1989; si veda pure: Silvestri A., La contrastata giurisdizione feudale del Vescovo di Policastro sulla terra di Torre Orsaia, stà in ‘Rassegna Storica Salernitana, ed. Pietro Laveglia, Salerno, n. 27 (1997)(ritampa) o LVII dalla fondazione, pp. 279 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(…) L‘”Annalista Salernitano”, citato dal Gaetani. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’ ): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Köpke. Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo»L’Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29).

(…) Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal ‘Liber Pontificalis’, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, Ecole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Come ha scritto lo storico Nicola Acocella, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. 

(…) Acocella Nicola, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, Salerno, 1954, a p. 12

(…) (dalla Treccani:) COSTANTINO VII, Porfirogenito, imperatore doriente. – Della dinastia armeno-macedonica: porfirogeniti furono detti in Bisanzio tutti i principi “nati nella porpora”, cioè da genitore regnante; ma nella comune tradizione storica quel titolo rimase legato solo al nome di lui, che, nato nel 905, successe al padre Leone VI il Filosofo nel 912 e regnò fino al 959, ma non esercitò mai un’azione personale sul governo. Questo fu tenuto prima dallo zio Alessandro (marzo 912-giugno 913); poi da un consiglio di reggenza del quale furono a capo, fino all’ottobre 913, il patriarca Nicola, dal 913 al 919, nel quale anno C. fu dichiarato maggiorenne, dall’imperatrice madre Zoe, e, infine, da Romano Lacapeno, un generale di origine armena che riuscì prima a far sposare la propria figlia Elena al giovane principe e quindi a farsi associare al trono e incoronare come imperatore. Il regno di Romano Lacapeno (v.) durò fino al 944. Per tutto questo periodo C. rimase nell’ombra, dedito esclusivamente agli studî storico-letterarî. Si riscosse dal suo torpore quando si rese evidente che Romano tendeva a soppiantare la dinastia armeno-macedonica, fondata da Basilio I. Allora con subdola abilità, C. spinse prima i figli e associati di Romano a insorgere contro il padre, che fu deposto (16 dicembre 944), poi, appoggiandosi alla famiglia dei Foca, rivali dei Lacapeno, si sbarazzò dei figli di Romano che, come il padre, furono confinati in un convento (27 gennaio 945). Da allora C. rimase solo capo dello stato, ma il governo fu retto effettivamente dall’imperatrice Elena e dal suo favorito Basilio, detto ὁ πετεινός. Morì il 9 novembre 959. Costantino VII deve la sua celebrità soprattutto alla sua attività letteraria. Le opere che noi possediamo, in parte composte da lui stesso, in parte da altri per impulso e anche in collaborazione di lui, sono, malgrado i loro difetti di contenuto e di forma, pregevolissime: le une come fonti capitali per la storia dell’Impero nella seconda metà del sec. IX e nella prima metà del X, le altre come raccolta di preziose reliquie della letteratura greca classica. Appartengono al primo gruppo: Dei temi (Περὶ ϑεμάτων) o provincie bizantine, interessante sotto il riguardo geografico ed etnografico, ma essendo compilata principalmente su fonti più antiche, l’opera deve essere confrontata con le altre liste ufficiali; Dell’amministrazione dell’Impero, d’inestimabile valore per la storia dei popoli finitimi dell’Impero; Delle cerimonie della corte bizantina (Περὶ βασιλείου τάξεως); Vita di Basilio, in tono assai elogiativo del suo avo, rappresentato come l’ideale dell’ottimo principe. È aggiunta come quinto libro alla Continuazione di Teofane, scritta, come pure la storia di Genesio, per ordine di C. Vanno considerate come compilazioni di opere più antiche fatte per ordine di C. e divise in separati manuali scientifici: Collezione agraria (Γεωπονικά) in 20 libri, condotta sui Geoponici di Anatolio e Cassiano Basso; Collezione medica (‘Ιατρικά) in 297 capitoli, fatta da Teofane Nonno principalmente su Oribasio; Collezione zoologica, tratta da Aristotele sull’epitome di Aristofane di Bisanzio, da Eliano e Timoteo di Gaza; Collezione storica, la più estesa e più importante delle enciclopedie costantiniane, che conteneva gli estratti degli storici greci da Erodoto a Teofilatto Simocatta distribuiti per materia (riguardante generalmente la corte e lo stato) in cinquantatré libri. Disgraziatamente ci sono pervenuti, e non completamente, soltanto quattro libri: Delle ambascerie, Della virtù e del vizio, Delle sentenze, Delle insidie. Anche i Basilici (Τὰ βασιλικά) furono ampliati e riveduti sotto C. che rinnovò l’università di Costantinopoli chiamandovi a insegnare i migliori professori. Cultore delle belle arti (fu pittore e musico), eresse, restaurò, abbellì numerosi edifici sacri e profani. Edizioni: Il De Thematibus e il De administrando imperio, Bonn 1840, e in Migne, Patrol. Graeca, CXIII; il De Ceremoniis aulae byzantinae, Bonn 1829-30, e in Migne, ibidem, XCII; la Vita Basilii, in ed. di Theophans contin., Bonn 1838, pp. 211-380, e in Migne, ibidem, CXC, coll. 225-369; Geoponica, ed. da H. Beckh, Lipsia 1895; Iatrica, in Theophanis Nonni, De curatione morborum, ed. J.S. Bernard, Gotha 1794-95; Historia animalium, ed. Sp. Lampros, in Supplementum Aristotelicum, I,1, Berlino 1885. Sugli Hippiatrica, probabilmente compilati per ordine di Michele III e di Costantino VIII, v. Corpus hippiatricorum graecorum, ed. Oder- Hoppe, Lipsia 1924-27; Excerpta historica iussu imp. Constantini Porphyrogeniti, ed. Boissevain-De Boor-Büttner Wobst-De Roos, I-IV, Berlino 1903-1910. Bibl.: A. Rambaud, L’empire grec au dixième siècle: Constantin Porphyrogénète, Parigi 1870; Krumbacher, Geschichte der byzantinischen Litteratur, 2ª ed., Monaco 1897, pp. 252-264; L. Cohn, in Pauly-Wissowa, Real-Encycl., IV (1901), coll. 1033-1040. Sugli scritti vedi, in particolare: J.B. Bury, in Gibbon, Decline and fall of the Roman Empire, VI, Londra 1902, appendix 3-4; id., The treatiseDe administrando imperio“, in Byzantinische Zeitschrift, XV (1906), pp. 517-577; H. Kretschmayr, in Byzant. Zeitschrift, XIII (1904), pp. 482-489 (sul De thematibus e sul De administrando imperio); J.B. Bury, in English Historical Review, XXII (1907), pp. 210-227, 417-439; J. Ebersolt, Le grand Palais de Constantinople et le Livre des cérémonies, Parigi 1910 (sul De Ceremoniis); E. Täubler, Zur Beurteilung der Konstantinischen Excerpta, in Byzant. Zeitschrift, XXV (1925), pp. 25-40 (sugli Excerpta historica).

Il manoscritto del Marchese di S. Giovanni (Marcello Bonito, Principe di Casapesenna)

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87′. leggonsi le seguenti parole: “Inter caetera oppida (parlando de’ Saraceni) occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolin, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudes, & Saracenicos mores conservant”.”. Su questo manoscritto ha scritto Giuseppe Antonini (….), nel 1745 che, nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’.”. Antonini scriveva che il “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”, alla sua epoca (anno 1745) apparteneva al nipote del Marchese, ovvero al Principe di Casapisella. Sempre l’Antonini, riporta un’altra notizia tratta dal “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”. Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 412 parlando di Policastro, continuando il suo racconto sui Saraceni ed il ribat di Camerota, in proposito scriveva che: “Partirono poi da Camerota nel 915. quando, uniti agli Agropolitani, saccheggiarono  Policastro, ed in Africa tornaronsi.”. Sempre l’Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 416-417 parlando di Policastro, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Appunto cinquant’anni prima, cioè nel 915 era stata saccheggiata la città da Saraceni d’Acropoli e da que’ di Camerota, come si ha dal citato ‘Manoscritto’ del Marchese di S. Gio: ove parlandosi della distruzione di Pesto nel fol. 121 si leggono le seguenti parole: “Anno 915………”. E’ interessante ciò che scrisse in proposito il sacerdote Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano – perchè la strage dei connazionali sulle sponde del Garigliano ecc…”. Dunque, in questo passaggio il Ciociano cita l’Anonimo Salernitano. Dunque, secondo il Ciociano, il manoscritto del “marchese di S. Giovanni”, dovrebbe rifarsi alle notizie tratte dall’Anonimo Salernitano. Il “manoscritto del Marchese di S. Gio:”, come lo chiama l’Antonini, è stato citato anche da Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), ecc…”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Antonini scriveva che il “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”, alla sua epoca (anno 1745) apparteneva al nipote del Marchese, ovvero al Principe di Casapisella.  Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di marchese di S. Giovanni di Celsito. Su un blog in rete leggiamo che Francesco Vargas-Machuca, nel 1757 sposò donna Vincenza Bonito, figlia di Francesco principe di Casapesenna e Maria Saluzzo Carafa, principessa di Lequile. Nel 1767 fu decorato da re Ferdinando IV di Borbone marchese di Vatolla, feudo ereditato da casa Rocca. Ricordiamo che i Rocca ospitarono Giambattista Vico nel loro palazzo a Vatolla. A Vatolla, nel Palazzo dei Vargas-Machuca (….), vi è il Museo Vichiano. Dunque, Francesco Vargas-Machuca, nel 1756 sposò una Bonito, figlia di Francesco Principe di Casapesenna. Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di marchese di S. Giovanni di Celsito. Riguardo Marcello Bonito, Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 643 parlando di Casalvelino, in proposito scriveva che: “…se nel 1640 era già di proprietà della nobile famiglia amalfitana dei Bonito, tra cui Marcello (n. 16 agosto 1631)(21) e Lorenzo, signore di Torchiara. etc..”. L’Antonini cita il manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni. Il manoscritto, che all’epoca dell’Antonini (a. 1745, anno della sua prima edizione) sarebbe appartenuto al nipote del marchese Marcello Bonito ovvero al Principe di “Casapisella”. Non si tratta di “Casapisella” ma di Casapesenna. Pompeo Sarnelli (….), nella sua “Guida de’ Forestieri etc…”, del 1697, a p……., in proposito scriveva che: “5. D. Marcello Bonito: Marchese di S. Giovanni, Cavaliere dell’Abito di Calatrava: La sua Libreria è molto rara per molti manoscritti, particolarmente per le cose appartenenti al Regno di Napoli da Carlo d’Angiò a quella parte; e per conseguenza difficili a ritrovarsi in un altro Museo.”. Pietro Ebner (….), a proposito di questa ultima notizia nella sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Di questo autore, e manoscritto ne parla Matteo Camera (….), nella sua “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I, p. 130. Il Camera, a p……. , nella sua nota (2), postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli etc….”: così da un manoscritto di D. Marcello Bonito Marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie)”. Dunque si tratta del marchese Marcello Bonito. Forse l’Antonini si riferiva a Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di “Marchese di S. Giovanni di Celsito”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 332 parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad anno 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ms (18).”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Dunque, secondo il Giustiniani in questo manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni, ci parla delle incursioni dei Saraceni a p. 121. Nel testo del ……“Della Città e, del Regno di Napoli”, a p. 57, in proposito si scriveva che: “In quest’anno corrente, che si darà alle stampe questo libro, è passato a miglior vita D. Marcello Bonito, buon Cavaliere di Calatrava, il quale oltre essere virtuosissimo Cavaliere, e di forma pontualità ornato, si era con molta fatica applicato nell’Istorie di questo Regno, e nell’intelligenza dei Reali Registri, e perciò fatta radunanza de’ libri e manoscritti di Spesa, ……se ne legge la tradizione in un altro libro dato alle stampe sotto nome d’altr Autore, nacque questo virtuoso Cavaliere da…..Marchese di San Giovanni etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 643, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Camera Matteo, cit., p. 645”. Matteo Camera (…), nel suo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi”, a p. 645, dove ci parla di Marcello Bonito, Archivista della Real Zecca di Napoli e filantropo per l’opera postuma di Carlo De Lellis. Da una ricerca sulla rete ed in particolare su alcune annotazioni di un manoscritto di Giovanni d’Alife del 1760 conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, dalla sua scheda si evince che: Il manoscritto riporta trascrizioni di documenti relativi alla storia del Regno di Napoli e della famiglia d’Alitto di Abruzzo Citra, tratti prevalentemente da manoscritti di Marcello Bonito, come si ricava da un’annotazione a c. 4r: “Da un volume grande M.S del Sig.r D. Marcello Bonito, intitolato Monumenta Neapolitanae Civitatis”. Dunque secondo la scheda bibliografica di collocazione di un altro manoscritto si evince che Marcello Bonito possedeva un manoscritto di suo notamenti intitolato “Monumenta Neapolitanae Civitatis”. Marcello Bonito, marchese di S. Giovanni e cavaliere di Calatrava (Napoli 1631-1711), appartenente ad una nobile famiglia di Amalfi, fu archivista del Regno; incaricò Carlo De Lellis di effettuare numerosi spogli di documenti dell’Archivio della Zecca, che furono raccolti in 30 volumi contenenti i Notamenti della Cancelleria Angioina, le scritture della Cancelleria Aragonese ed altri documenti tratti dai processi del Sacro Regio Consiglio. La collezione del Bonito fu acquistata succesivamente dal Minieri Riccio ed in seguito da una libreria antiquaria di Milano che non ne conservò l’unità. Per le fonti per Marcello Bonito: C. MINIERI RICCIO, “Notizie biografiche e bibliografiche degli scrittori napoletani fioriti nel sec. XVII per Camillo Minieri Riccio. Milano-Napoli, 1875, II, p. 35. Infatti, il Minieri Riccio, nella sua opera sulle biografie degli scrittori a p. 35 del vol. II, in proposito scriveva di Marcello Bonito che: “3° Memorie per le ragioni per l’illustri signori Principe di Casapesella e Duca d’Isola con l’illustre Piazza del Seggio di Nido. MS.”. Dunque, il Minieri Riccio scrive che il Marcello Bonito aveva scritto questo manoscritto dal titolo: Memorie per le ragioni per l’illustri signori Principe di Casapesella e Duca d’Isola con l’illustre Piazza del Seggio di Nido”, forse proprio il manoscritto da lui acquistato tratto dai notamenti annotati dal De Lellis e citato dall’Antonini. Per le fonti per Marcello Bonito e i manoscritti di Bonito: CONSOLI FIEGO, op. cit., pp. 96-98; per Carlo de Lellis: C. DE LELLIS, “I sunti del Registro 1271 A di Carlo I. D’Angiò…” Caserta, Premiato Stabilimento Tipografico Sociale, 1893. Sulla Treccani on-line alla voce di Carlo De Lellis leggiamo che il De Lellis si avviò agli studi giuridici e alla poesia, ma presto cominciò ad applicarsi per intero alle ricerche archivistiche, stimolato e protetto da Marcello Bonito, archivario del Regno, mentre le sue amicizie con Niccolò Toppi, ecc..Dunque, Marcello Bonito era Archivista del Regno al Grande Archivio della Zecca a Napoli. Bonito ed altri facilitarono e incentivarono le ricerche di Carlo De Lellis. Nel 1670 il De Lellis aveva pubblicato un’altra opera, il Supplimento all’Historia della famiglia Blanch scritta da D. Camillo Tutini, stampata a Napoli. Tale famiglia era quella materna di Marcello Bonito. Ancora a proposito del Tutini, il De Lellis compose una Apologia contro D. Camillo Tutino per il libro dell’Origine de’ Seggi, in due volumi manoscritti (Napoli, Bibl. naz., X. B. 25 e X. B. 26). Nell’introduzione a quest’opera è inserita una biografia del Tutini, verso il quale il D. non nasconde la sua avversione, accusandolo di ignoranza, di malignità e persino di natura depravata; narra poi il De Lellis, il quale si dimostrò sempre fedelissimo al governo spagnolo, della posizione assunta dal Tutini durante i fatti del 1647, nel corso dei quali, egli afferma, fu prima partigiano del duca di Guisa, poi lo tradì con una lettera al re di Francia nella quale il duca veniva accusato di badare ai suoi interessi e non a quelli della Corona; perseguitato – continua il De Lellis – dai Francesi, che giustiziarono i suoi complici, e dagli Spagnoli, Tutini fu costretto a fuggire a Roma. Il De Lellis, “con una costanza da sbalordire” (De Laurentiis, Manoscritti…, p. 179), eseguì lo spoglio di tutti i volumi ancora reperibili al suo tempo appartenenti alle Cancellerie angioina, aragonese e vicereale, oltre ai più importanti processi trattati innanzi al Regio Consiglio, sulle orme di quanti prima di lui, nella seconda metà del ‘500 e all’inizio del’600, si erano occupati di quel materiale ricavandone genealogie (P. Vincenti, C. Tutini, B. Chioccarelli e altri) o dedicandosi come lui agli spogli dei registri (G. Bolvito, C. Pagano, C. D’Afflitto, ecc.). Per il De Laurentis si tratta di C. De Laurentiis, Manoscritti di scrittori chietini presso l’Arch. di Stato, le biblioteche e i privati in Napoli, in La Rivista abruzzese di scienze, lettere ed arti, XII (1897), pp. 179, 199 s.. Il De Lellis compilò ben 28 volumi di repertori, di cui undici riguardanti la Cancelleria angioina (1266-1435); i primi sette volumi erano tratti dai quattrocentotrentasei registri esistenti a quel tempo, ai quali era stato dato un ordinamento, anche se confuso, nel 1568; i due successivi volumi riguardavano i fascicoli, mentre gli ultimi due le arche in pergamena e quelle in carta; questi ultimi due repertori vennero compilati tra il 1680 e il febbraio 1682, mentre il D. era detenuto a Castel Nuovo. I repertori rimasero, insieme ad altro materiale riunito da Marcello Bonito (e cioè i notamenti compilati da C. Pagano, C. D’Afflitto e G. G. Di Transo), per oltre un secolo e mezzo in casa Bonito, e furono acquistati nel 1850 da C. Minieri Riccio che ne pubblicò parecchi (cfr. Gli atti perduti…, a cura di R. Filangieri, pp. XVIII s.). Nel 1882 li acquistò Angelo Broccoli, che iniziò la pubblicazione dei registri nell’Archivio storico campano (I, 1889), ma si limitò al registro 1271 A della Cancelleria angioina, al secondo privilegio di re Ferrante I d’Aragona (1487-1488) della Cancelleria aragonese, e al primo privilegio del gran capitano (1503) della Cancelleria spagnola. Dagli eredi del Broccoli il materiale fu acquistato dallo Stato nel 1925, e posto nell’Archivio di Stato di Napoli. Parte di esso andò distrutta durante la seconda guerra mondiale. Il De Lellis compilò un repertorio ampio e organico solo di una parte dei registri; di tutti gli altri eseguì un repertorio parziale o relativo solo a qualche documento. Dei registri presi in considerazione, ventidue riguardavano Carlo II (1285-1309), diciannove Roberto d’Angiò (1309-1343), sette Carlo d’Angiò duca di Calabria e ventidue sua figlia Giovanna I; questi ultimi ebbero un repertorio quasi completo solo da parte del De Lellis. Si può ritenere che con questi repertori venne recuperato oltre un terzo del materiale perduto nel 1701, quando, durante i tumulti che seguirono la congiura del principe di Macchia, il popolo in rivolta penetrò in Castel Capuano e incendiò sessanta registri angioini insieme ad altro materiale ivi custodito.

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(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Camerota e i suoi casali sino ai giorni nostri’, ed. G. Caldo, Napoli, 1964, p. 7 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla R. Corte di Napoli nel secolo XVI, stà in “Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa”, Napoli, ITEA, 1926 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: I Capitoli concessi dal feudatario di Camerota nel periodo della rivoluzione detta di Masaniello’, stà in “Rassegna Storica Salernitana”, a. XII (1951), 1-4, pp. 93-108; dello stesso autore si veda pure: ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le Torri marittime della Molpa e Palinuro’, in “Archivio Storico per la provincia di Salerno”, IV, 1934 (Archivio Attanasio).

(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della memoria, ed. ‘Centro di promozione culturale per il Cilento’, Acciaroli, 2007 (Archivio Attanasio)

(….) Gentile Angelo, Storie e tradizioni popolari del santuario di Santa Rosalia di Lentiscosa, ed. Poligraf, 1983; si veda pure dello stesso autore: Gentile Angelo, Excursus storico, Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati, ed. Palladio 1988 (Archivio Storico Attanasio); si veda dello stesso autore: Gentile Angelo, Morigerati, ed. Palladio, Salerno, 2001 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Tra Capo Infreschi e Capo Palinuro’, ed. Palladio, Salerno, 1984 (Archivio Attanasio)

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(…) AA.VV., ‘Temi per una Storia di Licusati’ (a cura di A. La Greca, A. Capano, D. Chieffallo, G. Chirichiello), ed. Cento di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 2013, p. 42 (Archivio Attanasio)

 

Nel 1020, i Codici miniati manoscritti nel monastero di S. Giovanni a Piro

Plut. XI.09, pag. 1

(Fig. 1) Codice Laurenziano XI, 9, dell’anno 1001-1010 (Plut.11.09, alla BMLF), copiato dal monaco Lucà per l’igumeno Isidoro del Monastero di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro (31).

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse.

Introduzione

Gastone Breccia (…), nell’introduzione ad un suo pregevole saggio sull’“Archivum Basilianum”, di Pietro Menniti (…), nel corso della sua lunga permanenza quale Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. Nel suo saggio, Breccia (…): Archivum Basilianum – Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci”, oltre a delineare una piccola storia dell’attività del Menniti, ci racconta dei codici e antichi documenti greci (pergamene, privilegi, nonnula et monimenta ecc…, tanti dei quali provenienti dagli antichi monasteri basiliani, quasi tutti posti nell’Italia Meridionale, commendati dalla Santa Sede nel XVI secolo e poi soppressi dalle leggi Napoleoniche nel 1809. Il Breccia (…), scriveva che: “…Tra editi e inediti  sono conosciuti più di mille documenti greci medievali provenienti dall’Italia meridionale e dalla Sicilia. Si sono conservati in originale, in copia medievale o moderna, oppure in traduzione latina o italiana. (…). Una parte di questo materiale d’archivio, che si estende lungo un arco di circa quattro secoli (dalla fine del X a tutto il XIV secolo), proviene dai monasteri del meridione della penisola e della Sicilia: monasteri greci – ovvero, secondo la denominazione adottata dall’occidente, monasteri ‘ordinis Sancti Basilii’depositari per lungo tempo, dopo la fine della dominazione diretta dell’Impero d’Oriente, del rito e della cultura liturgica Bizantina in terra d’Italia. I documenti seguirono, com’è naturale, una sorte di rapida e irreversibile decadenza, che interessò il monachesimo italo-greco nel suo complesso a partire dall’età Angioina. Dal resoconto della vita apostolica di Atanasio Calceopulo (1457), il quale,…..ci mostra ben 36 dei 55 monasteri visitati senza più traccia di fondi archivistici.”. Uno di questi monasteri visitati da Atanasio fu proprio quello di S. Giovanni Battista a San Giovanni a Piro, che si presentava come scrive l’Ebner (…), con soli due monaci. “Alla fine del ‘600, di fronte alla situazione di pressochè totale abbandono in cui versavano gli Archivi monastici dell”ordo Sancti Basilii’, venne intrappreso un importante quanto isolato tentativo di salvare i fondi superstiti raccogliendoli in due Archivi centrali: il ‘San Basilio de Urbe per quanto riguardava i monasteri d’Italia meridionale e l’altro per quelli provenienti dai monasteri della Sicilia. Responsabile di questa decisione fu Pietro Menniti, Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia  dal 1696 al 1718.  Le vicende storiche successive, tuttavia, ne vanificarono in gran parte l’opera: l’archivio del SS. Salvatore andò perduto in circostanze non chiare mentre quello del S. Basilio, in seguito alla soppressione del monastero durante la dominazione napoleonica (1810), venne trasferito a Parigi e quindi parzialmente disperso; quanto ne sopravvisse, restituito alla Santa Sede dopo il Congresso di Vienna, è l’oggetto principale di questo studio. Originali greci e latini, copie moderne, traduzioni: i resti di un archivio che era già, a sua volta, una raccolta di relitti. Il tentativo di recupero intrapreso dal Menniti è dunque un passaggio fondamentale nella tradizione moderna della documentazione italo-greca. È il solo sforzo compiuto per impedirne la dispersione completa, o il completo abbandono; la misura stessa della sua riuscita e del suo fallimento possono almeno in parte indicare quanto fosse ancora reperibile attorno al 1700 e quanto fosse già perduto o avesse preso strade diverse, in particolare quella delle collezioni private delle grandi famiglie romane. Il primo problema che si pone affrontando lo studio della raccolta mennitiana è quello di identificare i fondi d’archivio effettivamente raggiungibili dalla raccolta stessa; in altre parole, determinare quali monasteri basiliani sopravvivessero alla fine del XVII secolo in Italia meridionale. A questo proposito esiste una testimonianza apparentemente piuttosto precisa, anche se di circa vent’anni più antica: Apollinare Agresta, generale dell’ordine basiliano prima del Menniti, fornisce infatti nella sua Vita del protopatriarca S. Basilio Magno (pubblicata a Roma nel 1681) un elenco dettagliato dei monasteri ancora esistenti
in Italia meridionale. Questi gli estremi rappresentanti della grande tradizione cenobitica italo-greca: – in Basilicata: S. Elia di Carbone (diocesi di Anglona);
– nella Calabria Citeriore: S. Maria del Patir (presso Corigliano Calabro) e S. Adriano (presso S. Demetrio Corone, entrambi nella diocesi di Rossano);- nella Calabria Ulteriore ecc…Gli archivi di questi monasteri, ancora esistenti nel 1681, erano quindi raggiungibili dalla raccolta del Menniti; a meno che, naturalmente, qualcuno di essi non fosse stato soppresso proprio nell’ultimo ventennio del XVII secolo. Ad essi andranno eventualmente aggiunti – qualora sia dimostrabile caso per caso – altri monasteri non inclusi per errore nell’opera dell’Agresta. L’elenco ora riportato costituisce dunque una prima base utile per definire quali documenti potessero trovarsi effettivamente conservati al S. Basilio de Urbe. Accanto ad esso possiamo subito collocare le poche testimonianze dirette sulla composizione dell’archivio della casa-madre basiliana: quella di Bernard de Montfaucon, che all’inizio del ‘700 trascrisse nove diplomi greci e quattro latini “ex
instrumentis monasterii S. Basilii Romae”, e quella di Pietro Menniti, il quale sia nel suo “Bullarium Basilianum” che in una raccolta, purtroppo mutila, di privilegi imperiali e reali (Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani XXXIIP0) dà alcuni ragguagli sulla composizione dell’archivio stesso. Non sapremo mai, purtroppo, quanti fossero i “diplomata non pauca” che l’erudito francese ebbe sotto gli occhi. I documenti da lui trascritti provengono comunque soltanto da quattro monasteri,
e precisamente: S. Giovanni di Piro (dioc. Policastro, documento latino del 1473); ecc..”
.
Per il documento di San Giovanni a Piro, il Breccia (…), a p. 35, scriveva: “S. Giovanni di Piro (68) 1. VaL lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” e, nelle sue note 68 e 69 postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u , Le Liber Visitationis… (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246. Il Calceopulo trovò a S. Giovanni di Piro cinque monaci, uno dei quali espresse opinioni decisamente poco lusinghiere sul cardinale Bessarione e sui Greci in generale, per il quale motivo venne trasferito al monastero di S. Maria di Carrà. Forse distratto da questo avvenimento, il Calceopulo non si curò di stendere l’usuale inventario dei beni del monastero, per cui nulla sappiamo sulla presenza e l’eventuale consistenza di un fondo d’archivio. Il S. Giovanni di Piro non è più menzionato nell’elenco del 1551, di cui sopravvive una copia forse di mano del Menniti e certo prodotta al S. Basilio, attualmente a Parigi (Paris, lat. 13081, ff. 1-6; pubblicata da M o n t f a u c o n [cit. n. 18] p. 112 e ripubblicata più recentemente da Batiffol, L’abbaye [cit. n. 8] pp. 115- 116). Edizioni: 1. Di Lucia, L’abbadia (cit. n. 25) pp. 15-17; 2. M o n t f a u c on (cit. n. 18) pp. 431-432.”. Riguardo la pergamena del 1473, pubblicata dal Di Luccia (…), il Breccia (…), nelle sue note 25 e 26, postillava a riguardo che: P. M. Di Lucia, L’abbadia di S. Giovanni a Piro, Roma 1700, p. 15. La cappella citata è quella del SS. Presepe in S. Maria Maggiore, eretta e riccamente dotata da Sisto V. Di L u c i a , L’abbadia (cit. n. 25), pp. 15-17, pubblica la bolla di Sisto IV (5 novembre 1473, la stessa edita in seguito anche dal Montfaucon e oggi parte del Vat. lat. 13118, pergamena n. 12) „ex originali in carta membrana desumptum, quod asservatur Romae in archivio collegii S. Basilii Magni”. Considerando che l’opera del Di Lucia apparve nel 1700 è molto improbabile che questo documento fosse stato portato al S. Basilio dal Menniti.”. Purtroppo, il documento del 1473 (la pergamena n. 12), contenuta nel Codice Vaticano Latino 13118 e conservata alla Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), non è stato possibile riprodurlo in quanto esso non è stato digitalizzato. Dunque, il documento pubblicato dal Menniti (…), nel suo “Archivum Basilianum”, citato dal Breccia (…), è la Bolla di Papa Sisto IV, del 1473, con cui il papa, ………………….Il documento citato, del 1473, che riguarda il Cenobio basiliano di San Giovanni Battista a San Giovanni a Piro, è una copia che come dice il Breccia (…): “…forse di mano del Menniti e certo prodotta al S. Basilio, attualmente a Parigi (Paris, lat. 13081, ff. 1-6.”, fu rintracciato dal Menniti (…), pubblicato prima dal Di Luccia (…), e poi in seguito dal de Montfaucon (…) e dal Batifol (…), a pp. 115-116, che ripubblicò i documenti rintracciati dal Menniti e poi pubblicati dal de Montfaucon (…).  Di questo antico documento ne parla anche Salvatore Lilla (…), che ha elencato ed esaminato gli antichi documenti presenti negli Archivi Vaticani.

Montfaucon, p. 431

Montfaucon, p. 432

(Fig….) La bolla di Sisto IV, il documento del 1473, di cui si parlava riguardo al Menniti e a San Giovanni a Piro), tratta da de Montfaucon Bernard (…) ‘Palegraphia graeca’, libro VI, pp. 431-432.

Padre Marco Petta, dell’Abazia di Grottaferrata, in un suo pregevole saggio (…), a p. 97, scriveva in proposito: “Fino alla metà del sec. XV non abbiamo nessun documento che ci indichi la consistenza del fondo librario del monastero. Soltanto il 13 marzo 1458, e in periodo di grande decadenza, proprio in occasione della visita apostolica, compiuta da Atanasio Chalkeopulos, fu steso un primo elenco dei libri. Vi sono citati 102 manoscritti greci e ‘pecia scarstafiorum in numero XX (4). Nella seconda metà del sec. XVII i manoscritti erano ridotti a 88, in base ad una lista di quell’epoca (5). Al momento attuale, soltanto 29 possiamo con certezza ritenere provenienti da S. Elia. Tutti questi manoscritti da lungo tempo non sono più in sede. Della maggior parte s’ignora che fine abbia fatto. Dei 29 superstiti sappiamo che 9 furono prelevati alla fine del sec. XVII da Pietro Menniti, allora Abate generale dei Basiliani, e insieme con altri presi dai monasteri calabro-lucani, furono portati nel collegio di S. Basilio a Roma (7) e che nel 1786, per vendita, passarono alla Biblioteca Vaticana (8), sono i ‘Vaticani graeci 1963, 1980, 1982, 2005, 2022, 2024, 2026, 2029, 2072. 19 furono trasferiti nel monastero di Grottaferrata. Il Battifol pensa che il trasferimento sia avvenuto al tempo del Menniti, contemporaneamente a quello del collegio di S. Basilio, mentre il Rocchi, preferisce pensare che siano stati trasferiti al tempo dell’acquisto per la biblioteca Vaticana.”. 

Le cittadelle ascetiche ed i cenobi basiliani del ‘Merkurion’

Nell’VIII secolo, nelle nostre terre le cose cambiano radicalmente. L’egemonia ed il controllo longobardo del Ducato di Benevento, va continuamente rafforzandosi rispetto alla precedente penetrazione greco-bizantina. Molte aree dell’Italia Meridionale continuano a restare sotto l’esclusivo controllo di Bisanzio ma, il controllo dei principi Longobardi di Benevento, Capua, Amalfi, Salerno e Puglia, con l’aiuto della curia romana, si affermeranno definitivamente sulla regione. Dal punto di vista storiografico, le vicende storiche di quel periodo s’intrecciano con la caduta del Principato Longobardo, la penetrazione del monachesimo basiliano e la nascita di Cenobi e Lauree a seguito delle continue lotte teologiche e religiose tra il Papato cristiano e gli Imperatori bizantini d’Oriente. In questo periodo vedremo la nascita delle cittadelle ascetiche del ‘Mercurion’ con la venuta di monaci benedettini come S. Nilo da Rossano e S. Fantino. Sempre a questo periodo si fa ascendere il ripopolamento di alcuni centri interni alle falde del Monte Bulgheria da parte di gente e popolazioni ariane (Bulgare), giunte in queste terre desolate nel VII secolo, stanziatesi al seguito del loro Principe, il Khan Alsec e, chiamate da Grimoaldo I, del ducato Longobardo di Benevento. Le popolazioni Bulgare, sul nostro territorio, controllato dai Longobardi ma ancora ambito dai Bizantini nel VII secolo, continuarono a restare e a ripopolare centri interni anche in seguito alle prime conquiste Normanne di Roberto il Guiscardo, nell’VIII secolo fino a buona parte dell’anno mille. In quegli anni, il Principato Longobardo di Salerno, da cui queste terre dipendevano, stava definitivamente crollando, sotto la pressione dei Franchi di Carlo Magno e degli Imperatori bizantini dell’Impero romano d’Oriente. L’ultimo principe Longobardo fù Adelchi (detto anche Adalgiso o Adelgiso), figlio di Desiderio, duca longobardo di Brescia che assunse la corona nel ‘756, Adelchi fu associato al regno del padre nel 759, per assicurarne la pacifica successione. Dal racconto di un cronista dell’epoca, Teophane, traiamo alcune notizie storiche di quel periodo. Tra VIII e IX secolo, i possedimenti in Italia dell’Impero bizantino si riducono progressivamente al solo ducato di Calabria, che comprende, da una parte la Calabria a sud della valle del Crati, e dall’altra Gallipoli e Otranto sulla fascia costiera pugliese. Nel 753 infatti il sovrano dei longobardi Astolfo, annette alle proprie competenze diversi territori bizantini, mentre Reggio con buona parte della Calabria restano sotto l’amministrazione di Bisanzio. Niceforo I, è stato patriarca di Costantinopoli dall’806 all’815, assurgendo a tale dignità sotto l’impero di Niceforo I (Foca), imperatore romano d’Oriente ma, venne deposto sotto Leone V l’Armeno per essersi opposto all’Iconoclastia di questo imperatore. Niceforo I, scrisse alcune opere religiose e storiche che riguardano la controversia iconoclastica e furono composte tra l’814 e poco dopo l’820, tra cui la cronaca storica ‘Ioannis Antiocheni Fragmenta ex historia chronica’. In quegli anni, Anastasio fu nominato patriarca di Costantinopoli e, poiché appoggiava l’iconoclastia, la sua lettera sinodica a papa Gregorio II venne respinta dal Pontefice, che gli intimò di abbandonare l’eresia. Il successivo pontefice, papa Gregorio II, scrisse ad Anastasio e all’Imperatore, attaccando la loro politica iconoclasta: a dire del pontefice, era «invasor sedis Constantinopolitanae» (cioè, non era un patriarca legittimo, che aveva occupato illegalmente il proprio seggio). In quegli anni, il patriarca di Costantinopoli Anastasio I, convinto assertore delle politiche religiose bizantine nell’Italia Longobarda e cristiana, soppresse antichi cenobi basiliani sorti e fondati dai monaci nelle nostre terre. A quell’epoca, in un territorio ancora sotto le mire espansionistiche dei Greci-bizantini ed in piena guerra iconoclasta, ‘i frati basiliani’ che avevano contribuito a formare nelle nostre terre vere e proprie cittadelle ascetiche, scrive il Palazzo (24), sulla stregua del Di Luccia (27) cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’ Imperatore Costantino Copronimo che succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò con i- naudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove, essendo stati reinte-grati nel loro ministero dal valore della spada Normanna, come dice il Di Luccia, fra gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (“Cenobi”), tra i quali quello di S. Giovanni a Piro..”. Porfirio (10), così scriveva a riguardo della Sede episcopale Bussentina di Buxentum (Bussento), in seguito ‘Paleocastro’ Ne queste calamità per la sopravvenuta signoria de’ Greci scemarono punto; imperciocchè sotto gl’ imperatori Leone Isaurico e Costantino Copronimo, acerrimi distruttori di sacre immagini, non poche furono le violenze che quivi si perpetrarono, dalle quali non ultime al certo fu quella con cui Anastasio patriarca greco, all’ombra degli imperiali favori, moltissime chiese della Lucania alla sua cattedra aggregò con invereconda prepotenza e detestabile ambizione. Con tutto ciò e non ostante la fondazione di due Abbazie, addimanda una S. Cono di Camerota, e l’altra di S. Giovanni a Piro (ab Epiro), levatevi dai Calogeri orientali, quivi dalla persecuzioni cacciati, pure la Chiesa busentina, lungi dal piegarsi al greco rito, si tenne mai sempre ferma nella sua fede alla sede di Roma (..) (.. – Anastasi. Bibl. in papa Paulo, opud Bern. hist. haer. tomo 2, seculo 8, pag. 399). Ma non ebbero quì termine i duri travagli inchè traboccò l’infelice regione Lucana, Leone detto il sapiente (ann. 887) confermò l’atto di violenza , nel secolo anteriore (VIII) dal patriarca Anatasio consumato“. Le notizie riportate dal Porfirio (10), circa le usurpazioni delle nascenti cittadelle ascetiche di monaci iconoduli, cacciati dall’Impero bizantino d’Oriente e stabilitisi nelle nostre terre, è vera. Fu proprio questo patriarca di Costantinopoli, Anastasio che al tempo di Costantino V, si comportò come un Esarca. La nascita e la diffusione del monachesimo greco sono legate innanzitutto, com’è naturale, alla presenza di popolazione di lingua e di cultura greca nelle regioni in cui il fenomeno si sviluppò. Abbiamo visto come la colonizzazione nelle nostre terre di popolazioni Bulgare (acerrimi nemici dei Bizantini), venute nel VII secolo, invitate e protette dal duca Longobardo Grimoaldo I, noi crediamo, abbiano richiamato in queste terre anche monaci basiliani. Tale presenza affonda le sue radici molto indietro nei secoli fino quasi a collegarsi alla prima colonizzazione greca dell’Italia meridionale, quando alcune regioni della nostra penisola erano divenute così floride economicamente e culturalmente vivaci, da essere a buon diritto considerate le migliori colonie della Grecia antica. Secondo alcuni studiosi la tradizione magno-greca sarebbe sopravvissuta nell’Italia meridionale, seppure tacitamente e sotto forma di substrato linguistico, per tutta la tarda antichità e fino all’alto Medioevo, quando nuove immigrazioni dall’Oriente greco-bizantino sarebbero giunte a rinsaldarla con la loro presenza, non massiccia ma culturalmente decisiva. Ricerche linguistiche sull’origine dei dialetti neogreci, parlati a lungo in aree appartenenti un tempo alla Magna Grecia, avrebbero dimostrato infatti la persistenza di alcuni termini risalenti a un greco più antico rispetto a quello bizantino. A questa ipotesi tuttavia se ne contrappongono altre che negano qualsiasi continuità linguistico-culturale nella grecità meridionale, a favore invece di una totale latinizzazione delle regioni del Sud durante i secoli della tarda antichità. Di converso, invece, il Patriarca Anastasio, fece di tutto per mortificare quelle comunità in quanto esse erano dichiaratamente anti-iconoclaste. In ogni caso, a partire dai secoli VII-VIII, sembra sia stato proprio il monachesimo a favorire l’incremento della popolazione greca, soprattutto in Sicilia e Calabria, più limitatamente in Campania e in Puglia dove la graduale e continua integrazione longobarda finì per dare a queste terre una fisionomia marcatamente latina. Già nel corso del VII secolo è attestata in Sicilia la presenza di un certo numero di igumeni (in greco bizantino: “abati”), e quindi di monasteri greci. Sembra inoltre che Calabria e Sicilia durante l’VIII secolo siano state meta di immigrazioni di profughi orientali, vittime dell’iconoclastia, come dimostra il fatto che, tra il Consiglio di Nicea del 787 e quello di Costantinopoli dell’869, i monaci di Calabria erano tutti greci. Le invasioni persiane o arabe o anche le persecuzioni che nel secolo VII seguirono il monotelismo, corrente filosofico-religiosa che vedeva nel Cristo due nature ma un’unica volontà (thélelema), potrebbero aver causato immigrazioni di elementi di lingua greca e di religione ortodossa, provenienti dalle estreme province orientali dell’Impero come Siria, Palestina o Egitto. Più tardi, nel 731, la decisione attribuita all’imperatore Leone III di aggregare le diocesi di Calabria e di Sicilia al patriarcato di Costantinopoli, staccandole dalla dipendenza e dal controllo della Chiesa di Roma, dovette dare certamente nuovi impulsi all’elemento greco e quindi allo sviluppo del monachesimo di tradizione bizantina in quelle regioni, attraverso i frequenti spostamenti di monaci e prelati da Oriente verso Occidente. Quando nella seconda metà del secolo IX i Bizantini riaffermarono il proprio dominio sull’Italia meridionale, sottraendo agli Arabi numerose cittadine costiere in Puglia, Calabria e Campania e ai Longobardi grandi porzioni di territorio interno tra Puglia e Basilicata, il monachesimo greco si espanse allora notevolmente, contribuendo anzi in maniera decisiva al processo di “bizantinizzazione”, vale a dire di integrazione e di penetrazione della lingua e della cultura greca nel tessuto sociale delle regioni poste sotto la diretta amministrazione bizantina. Piccoli ma numerosi monasteri sorsero allora nelle aree più fortemente grecizzate dal punto di vista demografico: la Sicilia orientale, rimasta più a lungo bizantina durante la conquista araba della parte centro-occidentale dell’isola; la Calabria meridionale nella zona a nord di Reggio e settentrionale al confine con la Lucania; e infine la Terra d’Otranto in Puglia. In particolare sul confine calabro-lucano, tra le montagne del cosiddetto ‘Merkourion’, erano sorte così tante unità eremitiche e piccoli monasteri, ben riparati grazie alle asperità naturali del territorio, da far assimilare questa zona ad altre aree monastiche dell’Impero bizantino, come il monte Athos o il monte Olimpo in Bitinia. L’origine di alcuni centri dell’entroterra del basso Cilento, risale a molto prima del secolo IX. Il Borsari (4), e poi in seguito il Guzzo (15) ed il Palazzo (24), che riferivano la notizia, voleva che i monaci basiliani: “in seguito alla lunga e feroce lotta iconoclasta che gli Imperatori bizantini d’Oriente condussero negli anni compresi tra il 726 e l’842 d.C., sbarcarono sulle nostre coste, provenienti dall’Epiro, ove conducevano severa vita claustrale, numerose schiere di monaci di S. Basilio. Negli anni tra l’827 ed il 1000 d.C., essi fondarono circa 500 Cenobi sparsi un pò ovunque in tutto il Meridione, in città, borghi, campagne e contrade. Verso l’anno 990 d.C. fondarono, nella località detta ‘Cesareto’ l’Abbadia di San Giovanni Battista.. Il Palazzo (24), scriveva in proposito: “Detti Frati Basiliani, cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’Imperatore Costantino Copronimo (718-775), che, succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò, con inaudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove essendo stati “reintegrati nel loro ministero dal valore della spada Normanna”, come dice il Di Luccia, fra  gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (Cenobi), tra i quali, quello di San Giovanni a Piro sotto il titolo di San Giovanni Battista.”. I due studiosi Natella e Peduto (5), scrivevano di quel periodo e su Policastro: ” Secondo una notizia non molto attendibile Policastro – seconda volta nella sua storia – venne incendiata e distrutta dai Saraceni (Arabi) di Agropoli nel 915 (23). Ma i due studiosi, alla loro nota (63 – che corrisponde alla nostra nota 23), postillavano: Volpe G., op. cit., La notizia va destituita di ogni fondamento in quanto si basa su opere spurie e falsi settecenteschi.”. La notizia che Policastro fosse stato distrutta dai Saraceni di Agropoli, nell’anno 915, è una notizia riferia dal Volpe (23), che la traeva dal manoscritto del Mannelli (22) che a sua volta traeva alcune interessanti notizie storiche del periodo dal Malaterra (30). Non siamo del tutto daccordo con la tesi dei due studiosi Natella e Peduto, che non credevano a queste notizie in quanto ritenevano il manoscritto del Mannelli “un falso settecentesco”. Invece, come noi crediamo, vi è del vero nelle parole del monaco benedettino Goffredo Malaterra (30) da cui trasse alcune notizie il Mannelli (23), il cui manoscritto fu ritrovato ‘spurio’ dall’Antonini – e forse copiato. Il Volpe (23), traendo alcune notizie dal manoscritto dl Mannelli (22) che dice essere stato citato dall’Antonini (3), scriveva a riguardo Policastro: “fu depredata e bruciata dai saraceni agropolitani (a. 915); mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso, per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli estremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (45).”. Tuttavia, questo periodo andrà ulteriormente indagato. Il Natella e Peduto scrivono: Nel 968 Niceforo Foca, per il tramite del patriarca greco Anastasio (forse mio avo), si sforzò di sostituire al latino il rito greco in tutta la zona (10), con la costituzione dei calogerati di S. Cono a Camerota e di S. Giovanni a Piro, le due badie basiliane di S. Pietro e di S. Giovanni Battista a Policastro.”. Il Tancredi (18), riporta in proposito un passo del saggio del Cappelli (5-31), che nel 1957, scriveva: Nel 570 i Longobardi, chiedendo il perdono a Dio delle loro colpe, avevano donato alla Chiesa il territorio di S. Giovanni; qui i monaci Basiliani scelsero la zona del Cesareto per coltivarla, incrementando gli armenti e assicurando, così, al Cenobio una notevole risorsa economica, costituendo esso un vero Baronato, investito di poteri feudali. A tal fine sembra che siano stati individuati sul posto i coloni di Roccagloriosa e di Celle di Bulgheria, che precedevano la comunità bizantina e che, poi rimasti a S. Giovanni a Piro, avrebbero formato il primo nucleo di abitanti ecc..”Pietro Ebner (14), su S. Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Il villaggio, nel passato, era noto per l’omonima fiorente Badia di S. Giovanni Battista, la cui fondazione sembra possa porsi anche prima del 990. Esso è ubicato alle falde del monte Bulgheria, toponimo ci ricorda l’immigrazione bulgara in Italia del 667 (43))”. Il Laudisio (2), sulla scorta del Malaterra (30) e del Mannelli (22), scriveva che nel XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati.…Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello. Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Giovanni a Piro….I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa.”. Si veda note nn. 47-48-49-50-51 del Laudisio (2). Notizie poi in seguito, confermate dall’’Ebner (14), che scriveva in proposito: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Natuaralmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuita nei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Il Tancredi (18), sulla scorta dell’l’Ughelli (29) e anche del Cappelli (5), parlando dell’etimo di “A Pyro”, cita il codice Vaticano Latino 9239: Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, 1482, conservato e consultabile sul sito digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano:  https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.9239. Il codice Vaticano Latino 9239, illustrato nell’immagine di Fig. 2, parla dell’origine di alcuni toponimi in Italia meridionale, tra cui quello antichissimo di S. Giovanni a Piro che, secondo l’antico tον απειρον dovrebbe significare (= l’infinito o il remoto).

 Cod.Vat.Lat.9268, p. 1

pag. 2

(Fig. 2) Il codice Vaticano latino 9239, Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, del 1482 – particolare della pagina che spiega l’origine del toponimo ‘ab Pyro’.

Il Cenobio Basiliano di S. Giovanni Battista a San Giovanni a Piro  

cenobio

(Fig…) La Torre dell’Abazia di San Giovanni Battista a San Giovanni a Piro

La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020 allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9. Vi era anche il Monastero di S. Maria sul luogo dell’odierno cimitero di Centola. S. Nilo, in occasione della sua permanenza nel monastero lucano, essendo molto ben voluto dai regnanti Normanni dell’epoca, ricevette numerosi privilegi e diversi ne fece ricevere ai Monasteri basiliani in Calabria, prima che egli passò a vivere – come riteneva il Cappelli (…), nel Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro. E’ proprio la presenza di monaci basiliani e dei Cenobi – molti provenienti dalle Calabrie – che ipotizzano il legame all’antica pergamena (…) ed alle notizie in essa contenute. I forti legami, attestati dai continui lasciti e privilegi, con i Principi Normanni ed alcuni monaci basiliani provenienti dalle Calabrie, in seguito, stabilitisi nelle nostre terre, come S. Nilo da Rossano – forse dovuti alle incombenti minaccie nelle terre Calabre – spiega i due privilegi, in cui viene citato il nobile Normanno Oddone Bon Marchise. Il Guzzo (15), ed il Palazzo (24), sulla scorta del Borsari (4) e del Cappelli (5), fanno risalire l’origine “Verso l’anno 990 d.C. fondarono, nella località detta ‘Cesareto’ l’Abbadia di San Giovanni Battista.” e, il Borsari (4), scriveva che: “Già nel X sec. d.C., a S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente facendone risalire la fondazione al ‘990 dai monaci di San Basilio Magno.”. Pietro Ebner (14), su S. Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Il villaggio, nel passato, era noto per l’omonima fiorente Badia di S. Giovanni Battista, la cui fondazione sembra possa porsi anche prima del 990, ecc..“. Soffermiamoci sulla probabile datazione dell’anno ‘990, della probabile origine del Cenobio, avanzata dal Borsari (4), in quanto non vi sono notizie certe in merito ma che dovrà essere ulteriormente indagata. La probabile datazione della venuta a S. Giovanni a Piro dei monaci basiliani, si fa risalire all’anno 915, in seguito ad una violenta incursione saracena (arabi) che subì anche questo ameno e nascosto centro dell’entroterra cilentano. La notizia fu riferita dal Volpe (23) che, sulla scorta del manoscritto del Mannelli (22) (che traeva le sue dotte notizie dal Malaterra (30)), raccontava di una feroce incursione dei Saraceni di Agropoli, avvenuta nell’anno 915. Ma come si è potuto arrivare alla datazione della fondazione del Cenobio basiliano? Innanzitutto va detto che questo periodo storico per quanto riguarda la nostra zona è stato non sufficientemente indagato, come pure non è stato sufficientemente chiarita la notizia tratta dal Porfirio (10), in seguito riferita da Natella e Peduto (5): “Nel 968 Niceforo Foca, per il tramite del patriarca greco Anastasio (forse mio avo), si sforzò di sostituire al latino il rito greco in tutta la zona (10), con la costituzione dei calogerati di S. Cono a Camerota e di S. Giovanni a Piro, le due badie basiliane di S. Pietro e di S. Giovanni Battista a Policastro.“. Anche la tesi sostenuta da Natella e Peduto secondo cui “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco”. Noi crediamo che la penetrazione di monaci iconoduli e basiliani nella nostra area sia avvenuta molto tempo prima dell’XI secolo, come pure, vi sono elementi che confortano la tesi secondo cui elementi di rito greco siano stati all’origine di queste aree che pur mantenendosi Longobarde e poco Bizantine, sono state da molti secoli addietro al secolo X un’enclave italo-greca, altrimenti non si spiegherebbero gli interventi papalini come la lettera del Vescovo Felice di Agropoli.

I Monasteri benedettini, S. Nilo, S. Fantino, S. Bartolomeo

Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Nel corso di questi studi e delle nostre continue ricerche sulle origini e sulle vicende storiche che hanno caratterizzato il periodo medievale dei secoli IX e X, si è visto che, nel IX secolo, nel nostro entroterra, sorsero delle vere e proprie cittadelle ascetiche e monastiche, dedite anche alla copisteria amanuense di antichi codici greci miniati. Essi, si andarono ingrandendo con l’avvicendarsi della dominazione Normanna a quella Longobarda. Con la presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI e, dopo la caduta dell’ ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, le cittadelle ascetiche del ‘Mercurion’ – che il Cappelli (5), credeva doversi identificare con le nostre zone, si rafforzano alcune manifatture tipiche di quei tempi, come ad esempio la manifattura dei Codici miniati e manoscritti, ovvero la copia amanuense di antichissimi codici greci, che in questo modo ci venivano tramandati prima della scoperta della stampa a caratteri mobili. Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie sulle origini del monachesimo basiliano e delle cittadelle ascetiche sorte in alcuni centri del nostro entroterra intorno al X secolo e, di una scuola di copisteria di monaci amanuensi, esistita nel Monastero o Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, a cui abbiamo dedicato lo studio: “Il monachesimo Italo-greco alle falde del Monte Bulgheria” e, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. I due studiosi Natella e Peduto, in un loro pregevole studio (6), scrivevano in proposito: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (44), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (4).”. Queste terre rivestono un’importanza fondamentale per lo studio dell’anacoretismo dell’Italia meridionale tanto da indurre alcuni studiosi, a credere che quì doveva trovarsi il Cenobio di S. Nazario fondato da S. Nilo (25) e più precisamente nei pressi del Monte Bulgheria (26).

S. Nilo, S. Bartolomeo ed i Monasteri sorti sulla nostra terra

L’Antonini (…), nel Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, a proposito di Rofrano, dopo il Muratori (…), è il secondo a parlare e, scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovini ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (1), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monastero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. Pietro Ebner (…), scriveva in proposito: “Certamente l’abitato (Rofrano Vetere) riprese vita dopo l’arrivo dei religiosi italo-greci estendendosi intorno alla chiesa di S. Maria, ubicata dove poi sorse il palazzo baronale (v. nel sugello del Comune il monaco prostrato ai piedi della Vergine Maria, leggenda in esergo).”L’Ebner (…), a proposito dell’Abazia di Rofrano, scriveva: Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Ebner (3), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 33 , parlando del Prinicipe longobaro Guaimario V, scriveva che: Guaimario V, il quale da giovanetto, quando viveva con i conti di Tuscolo, alle cui cure era stato affidato (85), aveva avuto dimestichezza con i religiosi di Grottaferrata dove aveva conosciuto, e venerava, S. Bartolomeo il biografo di S. Nilo.”. Quindi, l’Ebner, a p. 33, parlando della del principe Longobardo Guaimario V, nella sua nota (87), scriveva che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25”, da cui traeva le notizie circa i precedenti rapporti avuti dal clan di S. Nilo, già ai tempi del X secolo, con i principi longobardi. Giovanelli, riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo,  discepolo e biografo di S. Nilo nel XII secolo.  Lo Ieromonaco di Grottaferrata, Germano Giovanelli (…), nel 1949, scrisse alcuni saggi sull’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e le sue dipendenze da quella di Tuscolo (attuale Frascati) a cui lui stesso dipendeva. Nel suo saggio ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano‘, che troviamo anche nella ristampa del libro del Ronsini (…), per i tipi di Forni, oppure nell’altro suo saggio ‘San Bartolomeo abbate di Grottaferrata’, che scrisse nel 1942, egli, sulla scorta del Padre Antonio Rocchi (…)(si vedano le due note (23-24, dove si indica da p. 17-19 e da p. 121-122, della ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che: “Il titolo col relativo feudo baronale saranno dati all’Abate di Grottaferrata per doppio motivo: cioè, e per dotare il monastero di S. Nazario dei mezzi necessari per la sua piena consistenza, ed a memoria di quel tirannello feudale, che nel ‘bios’ (23) è detto (χωμηδ), che aveva la signoria di quella regione, di cui Rofrano costituiva il centro più importante, del quale nel ‘bios’ si ricorda la tragica morte predetta dal Santo a castigo delle sue malefatte.”. Nella nota (25), il Giovanelli (…), dice che detta notizia è tratta dal suo scritto su ‘S. Bartolomeo ecc..’., dove ci parla anche di S. Nilo e del suo biografo e discepolo, Bartolomeo e, scriveva che:  “…la Casa Ducale di Gaeta, ove ancora si conservava viva memoria del Santo Padre Nilo ( il loro avi i duchi Giovanni III ed Emilia avevano fatto visita al Santo durante la sua dimora decennale nel Monastero di Serperi nel 995)(24)…”. Con ciò scritto, padre Giovanelli, racconta che la casa dei Duchi longobardi di Gaeta, conservavano la viva memoria di S. Nilo da Rossano, allorquando, nell’anno 995, dimorò per dieci anni, insieme al suo discepolo Bartolomeo, nel Monastero di Serperi a Gaeta, per poi recarsi in seguito a fondare il Monastero di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo (odierna Frascati).  Ebner (…), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, sulla scorta di padre Giovanelli (…) e, del Fedele (vedi nota (85), Fedele, op. cit. e nella ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata dal Rocchi (…), p. 131 e s.), a p. 33, parlando del Principe longobaro Guaimario V, scriveva pure che: Guaimario V, il quale da giovanetto, quando viveva con i conti di Tuscolo, alle cui cure era stato affidato (85), aveva avuto dimestichezza con i religiosi di Grottaferrata dove aveva conosciuto, e venerava, S. Bartolomeo il biografo di S. Nilo.”.

tratto dalla Vita di S. Nilo.PNG

(Fig. 3) Note a tergo della pagina n. 121, tratta dalla ‘Vita di S. Nilo’ (bios), manoscritto del biografo e discepolo di S. Nilo, S. Bartolomeo di Grottaferrata, pubblicata dal Rocchi (…).

La presenza di S. Nilo nei nostri monasteri ed i feudatari Normanni

Questo argomento è stato da noi trattato in un nostro saggio ivi pubblicato, dove traendo alcune interessanti notizie su alcuni monasteri sorti nelle nostre terre e su alcuni documenti e privilegi Normanni che attestano la presenza di S. Nilo nella nostra terra ed alcune famigliedi feudatari Normanni, come la famiglia dei Marchisio. Nel nostro saggio dal titolo: “Scido (Sapri ?) in un documento d’epoca Normanna del 1097”, ci occupammo di un’antica pergamena normanna del 1097, pubblicato dal Trinchera (84) e citato dal Cappelli (…). Si tratta di un documento unico per la nostra storia, pubblicato dal Trinchera (84), nel 1865. Si tratta di un documento dell’anno 1097 – un privilegio Normanno concesso nel territorio sapresein cui si fa riferimento a ‘Scido’ ed a un monaco di Vibonati (Figg……), andato perso nelle note vicende belliche (85), ma pubblicato nel 1865 dal Trinchera (84). Il Cappelli (…), parlando del monachesimo basiliano nelle nostre zone, cita un antico documento pubblicato dal Trinchera (84). L’antico documento del 1097, da cui abbiamo tratto le immagini che pubblichiamo (Fig. 4), era stato pubblicato nel 1865 dal Trinchera , nel suo ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’ (84), dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Si tratta di un antichissimo documento datato Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (85). Questo antichissimo documento è di estrema importanza per la collocazione temporale e la ricostruzione storica sul territorio e di ciò che già il Di Luccia affermava sulle due Grancie di S. Nicola e di S. Fantino (o S. Infantino) nel territorio saprese, che facevano parte della platea dei beni (possedimenti) appartenuti all’antica Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – di cui abbiamo già parlato in un altro nostro studio.

Odo Marchisii 1097

Cattura

(Fig. 4) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco,  tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (3).

Sull’origine dell’antica pergamena (85), il Trinchera (84), scriveva che provenisse dall’Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco”, scriveva: “…atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subs-criptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.”. Insomma, pare che l’antica pergamena, provenisse da un’antico monastero in Calabria. Il Trinchera (…), per l’origine di questo antichissimo privilegio Normanno, fa riferimento ad una causa intentata dallo Studio Legale dei Vargas-Macciuccea. Dello Studio Legale degli Avvocati ‘Vargas-Macciuccea’, ne parla il testo ‘Biografia universale antica e moderna’, Venezia, 1827, vol. XXXIV, che a p. 219, scrive: “L’avvocato Duca de Vargas Machuca, Marchese … X. 1708, Avvocato fiscale dell’Udienza della Calabria Ultra con Privilegio dato a…che, nel 1749, passò alla carica di Presidente della Regia Camera della Sommaria e, che nel Luglio del 1752, fu promosso a quello dellavvocato fiscale del Real Patrimonio, dove in una causa, fu costretto a confutare alcune carte, che i Certosini di S. Stefano del Bosco in loro favore vantavano.” che, pubblicò “Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco”, Napoli, stamperia Simoniana, 1765. Infatti, nella Causa fiscale in questione, il Vargas-Macciuccea, esaminò e relazionò sul grande patrimonio di alcuni Monasteri poi in seguito soppressi (vedi nota sui Vargas-Macciuccea). Tra questi antichissimi privilegi, vi era anche l’antica pergamena (85), pubblicata dal Trinchera (84). L’antica pergamena del 1079, si trovava in una Certosa in Calabria, la Certosa di S. Stefano del Bosco in Calabria. La certosa di Serra San Bruno (anche Certosa dei Santi Stefano e Bruno) è un monastero certosino situato vicino all’omonima cittadina inprovincia di Vibo Valenzia. Ma qual’è il collegamento storico dell’antica pergamena (membrana) medievale d’epoca Normanna dell’anno 1097 (…), con i monasteri Calabresi, dove essa era conservata ?. Il De Blasiis (…), forse sulla scorta del Trinchera (…), sempre nella sua nota (1) di p. 54, ci parla anche dei due documenti che quì abbiamo pubblicato: Odo Marchisio era vivo nel Settembre del 1097 quando donò ad un monaco due Chiese in Calabria. Syllab. Graec. Memb. p. 80.”, riferendosi e citando l’antica pergamena, già pubblicata dal Trinchera (…). Poi aggiunge: “Egli ebbe oltre Emma un’altra moglie chiamata Sighelgaita, la quale nel 1126 si dice: Marchisia et uxor defuncti Odonis Marchisii, come rilevasi da un diploma Greco, ivi p. 128.“, riferendosi ad un altro privilegio illustrato nell’altra immagine.

Odonis Marchisii, i

Il legame con l’antica pergamena ed il luogo dove essa era conservata, verrà svelato da una citazione dello studioso Robinson (citato dal Cappelli nella sua nota (21) a p. 345), nella sua ‘History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone’ (81). Robinson (…), affermava che “La famiglia Marchese….fu una delle benefattrici del monastero del Carbone” e, questa notizia conferma che l”Odo Marchisius’ – di cui si parla nell’antica pergamena – fosse collegato con l’antico Monastero del Carbone in Calabria. Infatti, molte notizie storiche dell’epoca sono state tratte da pergamene d’epoca Normanna, appartenute ad organizzazioni ecclesiastiche di cui tutto il Mezzogiorno dell’epoca era disseminato – Monasteri soppressi molti secoli dopo con la venuta di Giuseppe Bonaparte. Il Cappelli (…), sulla scorta del Robinson (…) e del Rodotà (13), collega l’antica pergamena Normanna (…), all’antico monastero di S. Elia e Anastasio di Carbone, in quanto, nel luogo soggiornò S. Nilo da Rossanoche in seguito passò a vivere nel monastero basiliano dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Noi crediamo che il legame tra l’antica pergamena d’epoca Normanna e le nostre terre, fosse la presenza di  S. Nilo nelle nostre terre. S. Nilo, fu discepolo di S. Fantino che viveva nel ‘Mercurion’ che, il Cappelli (…), ritiene fosse vissuto nelle nostre terre. Si narra che S. Nilo, si ritirò in un recondito eremo e in una caverna dove c’era un altare consacrato a san Michele Arcangelo, vicino ‘Mercurion’. Quì doveva trovarsi il Cenobio di S. Nazario fondato da S. Nilo (…) e più precisamente nei pressi del Monte Bulgheria (79).

La scuola di copisteria amanuense sorta nei monasteri benedettini della nostra terra

Il Cappelli (5), riferiva che: “La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020, allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9, per Isidoro, prete e igumeno del monastero di S. Giovanni a Piro” ecc... Il codice in questione, copiato nel XI secolo dal monaco Lucà per il prete Isidoro, igumeno del monastero o Cenobio Italo-greco (basiliano) di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Il Cappelli (5), citando un antichissimo codice greco rintracciato dal Batiffol (40), il Laurenziano XI, 9 (il Cappelli lo chiama ‘Innocenziano’), scriveva che: “…con questo codice che ci tramanda anche il ricordo di uno dei suoi primi igumeni, viene ad inserirsi nel fermento culturale che intorno al mille pervadeva i cenobi bizantini dell’intera zona posta sugli odierni confini di Calabria, Basilicata e Campania.”. Esaminiamo cosa dice il Cappelli. Il Cappelli, sostiene che nell’anno 1020, il monaco Luca, copiava il codice greco “Innocenziano XI,9”, di cui parleremo, e lo copiava per un l’igumeno (monaco) Isidoro, dell’Abazia di S. Giovanni a Piro. Ma chi era il monaco Luca e quale è il nesso con S. Nilo da Rossano ?.  Giovanelli (…), racconta che S. Nilo, insieme al suo discepolo e biografo Bartolomeo, nell’anno 995, dimorarono circa 10 anni nel Monastero di Serperi a Gaeta, per poi recarsi in seguito a fondare il Monastero di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo (odierna Frascati). Secondo la Treccani, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano”, Bartolomeo di Grottaferrata, Santo, nacque a Rossano Calabro e come S. Nilo, da una nobile famiglia calabrese, che seguì, ritirandosi nella solitudine del Monastero di Serperi presso Gaeta, mutando il nome di Basilio in quello monastico di Bartolomeo. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo, insieme fondò la badia greca di Grottaferrata, ed alla morte di S. Nilo nell’anno 1004, si rifiutò di assumerne la successione. Ma, morto il terzo abate (igumeno) Cirillo, accettò la direzione del monastero, che sotto di lui si mantenne un centro importante di cultura. Egli viene anzi considerato come confondatore del monastero, per il quale dettò il tipico (v.). Per suo consiglio il pontefice Benedetto IX avrebbe rinunciato alla tiara e si sarebbe ritirato a Grottaferrata, conducendovi vita penitente. Morì circa l’anno 1065. Abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la ‘vita di S. Nilo’ (bios), che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca o Lucà, settimo abate di Grottaferrata. Ebner (…), a p. 33, del suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno’, parlando della del principe Longobardo Guaimario V, nella sua nota (87), scriveva che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25”. Giovanelli (…), traeva alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo,  discepolo e biografo di S. Nilo nel XII secolo.  Lo Ieromonaco di Grottaferrata, Germano Giovanelli (…), nel 1949, scrisse alcuni saggi sull’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e le sue dipendenze da quella di Tuscolo (attuale Frascati) a cui lui stesso dipendeva. Nel suo saggio ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano‘, che troviamo anche nella ristampa del libro del Ronsini (…), per i tipi di Forni, oppure nell’altro suo saggio ‘San Bartolomeo abbate di Grottaferrata’, che scrisse nel 1942, egli, sulla scorta del Padre Antonio Rocchi (…)(si vedano le due note (23-24, dove si indica da p. 17-19 e da p. 121-122, della ‘Vita di S. Nilo’. I fatti riportati dal Giovanelli, sono tratti dalla biografia o ‘bios’ o ‘vita di S. Nilo’, che fu scritta dal suo biografo e discepolo, S. Bartolomeo. Nella nota (25), il Giovanelli (…), dice che detta notizia è tratta dal suo scritto su ‘S. Bartolomeo ecc..’. Padre Giovanelli (…), sulla scorta di padre Antonio Rocchi (…), ovvero sulla scorta del ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, tradotta dal greco da padre Antonio Rocchi (…), nel 1904, scrive che “l’Egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata, narra nel suo ‘bios’”, ovvero l’egumeno Luca, biografo e narratore della vita (‘bios’) di S. Bartolomeo di Grottaferrata. S. Nilo da Rossano, prima di andare a fondare l’Abbazia Italo-greca di Grottaferrata, si fermò per alcuni anni in alcuni monasteri italo-greci del basso Cilento, come quelli di S. Nazario a Cuccaro Vetere e quello di S. Giovanni a Piro (5-37). Sappiamo che il codice greco in questione, fosse appartenuto a S. Nilo da Rossano. La presenza di S. Nilo nella nostra zona e che egli avesse posseduto il codice (31), citato dal Cappelli (5), è attestato da alcune evidenze storiche, come ad esempio il fatto che egli sia vissuto nove anni a Gaeta, dove oggi si trova conservata una bellissima Stauroteca (33), già prima al Monastero di S. Giovanni a Piro (34). Lipinsky (33), dimostrò che la ‘Stauroteca’ di Gaeta, proveniva proprio da S. Giovanni a Piro ed è quindi probabile – come afferma il Cappelli (5), che S. Nilo da Rossano, visse e conobbe i monasteri italo-greci della nostra area. Il Cappelli (5), è stato uno dei maggiori fautori della tesi del passaggio di S. Nilo (37) da queste parti e che le cittadelle ascetiche del ‘Mercurion’, dovessero identificarsi proprio nelle nostre zone. La presenza di S. Nilo da Rossano, nelle nostre zone, è ricordata dall’Antonini (3), che a p. 385, della sua ‘Lucania’, traendo delle notizie da “Autore greco della vita di S. Nilo, fol. 73 e 7(36), cita un episodio su S. Nilo, vicino il Monte Bulgheria. Gli studiosi – tra cui il Batiffol (40), il Devreesse (41), il Mercati (42), il Borsari (4) ed il Cappelli (5), fanno risalire l’origine di alcuni codici greci, conservati nelle maggiori Biblioteche  d’Italia, scritti proprio nell’Abazia di San Giovanni Battista a San Giovanni a Piro. Si tratta di codici amanuensi, manoscritti e miniati di grande interesse in quanto essi risalgono ad una scuola calligrafica ed amanuense datata all’anno 1000. Gli studi intorno a questi antichissimi codici, se confermati, attesterebbero ed avvalorerebbe l’ipotesi, di una scuola amanuense di Codici miniati a S. Giovanni a Piro che doveva avere nell’X e XI secolo, una fiorente comunità religiosa. Le cittadelle ascetiche e monastiche di origine Italo-greca, erano delle comunità religiose che vivevano in Monasteri o Cenobi (basiliani) che in seguito, nel XI secolo, con l’avvento dei Normanni, si ingrandirono e divennero sempre più prosperi, dando un valido contributo alla povera economia dei luoghi. S. Nilo, aveva iniziato da giovane l’attività di copiatore amanuense calligrafo a Rossano Calabro, dove questa attività era fiorente nei primi del medioevo e poi l’ha proseguita nei monasteri del Cilento dove si fermò dopo essere stato tonsurato monaco. Considerato il numero e la fattura, questi antichissimi codici miniati, risalenti all’anno 1000, avvalorerebbero la tesi che, nel XI secolo, e forse ancora prima, a S. Giovanni a Piro, S. Nilo, aveva dato vita ad una Scuola di monaci amanuensi che copiavano antichissimi codici greci. Nilo da Rossano, battezzato con il nome di Nicola, è detto anche Nilo il Giovane (Rossano, 910 – Tusculum, 26 Settembre 1004), è stato monaco basiliano, eremita, abate, amanuense e fondatore dell’abbazia di S. Maria di Grottaferrata. L’Antonini, sulla scorta dell’ ‘Autore Greco della vita di S. Nilo’, riporta un episodio che racconta del Santo aggredito perchè fu creduto un Bulgaro a causa del suo abbigliamento. Il Rocco (36), tradusse e pubblicò un’antichissimo codice greco scritto da un monaco greco Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo (che fondò la celebre Badia di Grottaferrata), dove si citano gli episodi riferiti dall’Antonini. Il testo di Rocco è una fedele versione in italiano fatta sul testo greco in originale. Rocco, scriveva: Tre versioni latine sono fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal Metius ep. Thermul. di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc. Tom. VI, Paris, 1729) la terza del Caryophilus archiep. Iconien. da luì stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il eh. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo ecc..”La studiosa Vera von Falkenhausen (46), trando questa interessante notizia dalla ‘Storia Lausiaca’ di Palladius Helenopolitanus (47), sosteneva che “S. Nilo copiava manoscritti”. Infatti, Palladio, scriveva che S. Nilo, calcolava un nomisma per salterio copiato”. S. Nilo, quando si recò nel Monastero di S. Nazario – che il Cappelli (5), aveva individuato in un monastero a Cuccaro Vetere –  e fu tonsurato monaco: “si applicò a scrivere versi, componendo il Kondakion in onore di S. Nilo Sinaita, e alla traduzione di codici. Per il cui continuo esercizio poi nelle verdi solitudini del Mercurion, si riforniva a Rossano, dove solo poteva trovarli, della pergamena e dell’altro materiale necessario al suo lavoro (48). Notizia questa preziosa in quanto ci fornisce una ulteriore conferma che in questa città l’arte calligrafica era nel medioevo assai coltivata..

Il Codice Laurenziano o Innocenziano XI, 9.

Il Cappelli (5), riferiva di un’antico codice greco, scoperto dal Batiffol (40), il codice greco ‘Laurenziano XI, 9′. In un suo pregevole studio, Pierre Batiffol (40), pubblicò l’“Inventario dei manoscritti dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata”, dove si riportano i codici miniati e manoscritti, conservati all’Abbazia di Grottaferrata, fondata da S. Nilo. Il Batiffol (40), trae l’inventario da quello che nel 1600, fu redatto per il Cardinale Bessarione, Commendatario del Vaticano, che fu estratto dal codice ‘Cryptensis Z, D, XII’ (…), da padre  Antonio Rocchi (…). In seguito, nel 1957, Biagio Cappelli (5), sulla scorta di altri studiosi tra cui il Borsari (4), il Batiffol (40), il Devreesse (41), il Mercati (42), scorrendo il detto catalogo dei codici conservati nella Badia greca di Grottaferrata, “e, l’altro di quelli in parte appartenuti al monastero del ‘Patiron’ di Rossano pubblicato dal Batiffol (40), nonchè il volume del Cardinale Mercati (42), dedicato alla storia dei codici greci  di varie abbazie basiliane (1)”, si imbattè in vari manoscritti come il: ” a) Codice Vaticano greco 2048, il b) Vaticano greco 2082, il c) Vaticano greco 1611, il d) Vaticano greco 1217 del secolo XII, il codice e) Laurenziano XI, 9, e il f) codice Criptense.”. Biagio Cappelli, in un suo pregevole studio “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci” (…), scriveva che: “La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020, allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9, per Isidoro, prete e igumeno del monastero di S. Giovanni a Piro” ecc..“.  Il Cappelli (5), citava l’antichissimo codice greco rintracciato dal Batiffol (40), il ‘Laurenziano XI, 9’ e, scriveva che fu “…copiato nell’anno della fondazione del mondo 6529 (= 1020) dal monaco Luca per Isidoro prete ed igumeno del monastero di S. Giovanni  τον απειρονe poi aggiungeva la notazione: “Nel descrivere il codice laurenziano XI, 9, il Batiffol (40) annotava che il monastero di S. Giovanni τον απειρον, gli rimaneva sconosciuto. Non vi è dubbio invece che il monastero di cui l’amanuense trascriveva la denominazione allora corrente, che sicuramente deriva dalle varie forme volgari di a Pera, ad Piram, de Piro, a Piro, è proprio da identificare con quello ricco e noto di S. Giovanni a Piro (…). Il quale con questo codice che ci tramanda anche il ricordo di uno dei suoi primi igumeni, viene ad inserirsi nel fermento culturale che intorno al mille pervadeva i cenobi bizantini dell’intera zona posta sugli odierni confini di Calabria, Basilicata e Campania.”Il Cappelli (5), annotava (vedi nota 44 a p. 312), in proposito: “Avevo scritto questa parte del lavoro allorchè ho potuto vedere che anche Devreesse R., op. cit., p. 32, n. 6, ricollega il monastero cui apparteneva questo codice con l’odierno abitato di S. Giovanni a Piro. Devreesse R., op. cit., p. 11, non è però rigorosamente esatto allorchè oltre ad avvicinare cronologicamente il codice Laurenziano XI, 9, al vaticano greco 2030 (v. G. Mercati, op. cit. , pp. 209 ess.) anch’esso scritto nel 1020 da un monaco Marco chierico del monastero di S. Sozonte, nei pressi dell’attuale S. Sosti, pone questo nella medesima S. Giovanni a Piro. S. Giovanni a Piro, ora in Campania rientrava, all’epoca in cui furono scritti i codici, nei territori longobardi, S Sosti in Calabria, invece, in quelli bizantini. Su S. Sozonte v. anche ecc…”. Il Cappelli scrive che il “Codice e) Laurenziano XI, 9, contenente le Omelie di San Giovanni Crisostomo, Vite di santi ed altro. Copiato nell’anno della fondazione del mondo 6529 (= 1020) dal monaco Luca per Isidoro prete ed igumeno del monastero di S. Giovanni  τον απειρον, esso appartenne per qualche tempo ad un frate Ambrogio di Reggio che lo aveva acquistato a Messina per 13 tarì il 28 agosto del 1385, allorchè il papa Urbano VI era in visita presso quella città (6).”. Ebner (14), sulla scorta del Cappelli (5), riferiva che: “La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020, allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9, per Isidoro, prete e igumeno del monastero di S. Giovanni a Piro” e, vi era anche il Monastero di S. Maria sul luogo dell’odierno cimitero di Centola.”. Quindi l’Ebner, lo chiama  Innocenziano XI, 9″ non “Laurenziano XI, 9“, come invece lo chiamava Cappelli (5) e prima ancora il Batiffol (40). La ricerca ci ha condotto a rintracciare alcuni codici miniati e manoscritti in greco, forse quelli rintracciati dal Cappelli (5) nell’Abbazia Italo-greca di Grottaferrata, fondata da S. Nilo di Rossano che, il Cappelli (5) segnalava chiamandolo “Laurenziano XI, 9″ (31). Nel corso della ricerca, abbiamo rintracciato ben cinque codici miniati manoscritti greci che riguardano la copia di un antichissimo codice greco scritto da San Crisostomo, dove riporta le sue omelie sull’esegesi delle antiche Scritture (lettere o Epistole) dei Santi Apostoli. Il codice Innocenziano XI, 9, è un codice greco, copia di un antichissimo codice scritto da Giovanni Crisostomo, che riportava le sue omelie sulle lettere dell’apostolo Matteo. Gli studiosi, fanno risalire l’origine dei codici da noi individuati al Santo Lucà. Il ‘monaco Lucà’, copiava il codice ‘Laurenziano XI, 9’, per il prete Isidoro, igumeno del monastero di S. Giovanni a Piro. Il Cappelli, riferiva che Isidoro è stato uno dei primi igumeni dell’antica Abbazia di S. Giovanni τον απειρον e poi aggiunge che “il Laurenziano XI, 9, copiato nell’anno della fondazione del mondo 6529 (= 1020) dal monaco Luca per Isidoro prete ed igumeno del monastero di S. Giovanni  τον απειρον.”, e poi ancora, riferendosi al monaco Luca aggiunge: “Nel descrivere il codice laurenziano XI, 9, il Batiffol (40) annotava he il monastero di S. Giovanni τον απειρον, gli rimaneva sconosciuto. Non vi è dubbio invece che il monastero di cui l’amanuense trascriveva la denominazione allora corrente..”. Per il Cappelli, lo scriptorium del monaco Luca era a S. Giovanni a Piro, dove passò a vivere anche S. Nilo (37) che poi portò con se all’Abbazia di Grottaferrata, diversi manoscritti e codici miniati.  La notizia dell’esistenza di questi codici greci, copiati dal monaco Lucà, e la probabile presenza a S. Giovanni a Piro nel XI secolo, di una scuola amanuense, andrebbe ulteriormente indagata ma se le notizie sin qui fossero confermate, considerato il gran numero e la fattura, dei codici individuati in diverse Biblioteche, e considerato che essi vengono attrinuiti a questo monaco Lucà, potrebbe avvalorare la tesi che, nel XI secolo, a S. Giovanni a Piro, S. Nilo, aveva dato vita ad una scuola di copisteria di monaci amanuensi che ricopiavano antichi codici greci. Infatti,  sulla scheda bibliografica del codice ‘Vaticano greco’ 2000 (Vat.gr.2000), è scritto che si tratta di un certo monaco Lucà, Santo Teodoro sacerdote, copista del Reg.Gr.Pii.II.35″ (37). Quindi, secondo alcuni studiosi che hanno esaminato il codice ‘Vaticano greco 2000’, si tratta del monaco copista Lucà, Santo Teodoro Studita sacerdote. I codici greci, da noi rintraccati alla Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze, sono una ventina. Sono tutti datati tra l’anno 1001 all’anno 1010 e, collocati nel Fondo Plutei (che è un fondo di codici appartenuto a Lorenzo dei Medici): con la seguente collocazione: ‘Plut.11.09’, come ad esempio, i codici:  XXX (Fig. 1)(31); il XXVI e il XXXII. Quasi tutti i codici del Fondo Plutei XI, 9, della BMLF (31), sono codici greci provenienti dalla Scuola amanuense di S. Giovanni a Piro. Oltre ai tre codici della Laurenziana, abbiamo individuato altri due codici greci simili, che sono il Codice Vaticano greco 2000 (37), citato dal Tancredi (18) e, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana e il codice A1, conservato alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna (32)(Figg. 3-4-6). Il codice Laurenziano XI, 9, citato dal Cappelli, è un codice miniato manoscritto, datato anno 1020, copia di un altro codice greco molto più antico che riporta alcune omelie scritte da Giovanni Crisostomo, II Patriarca di Costantinopoli, sull’esegesi delle antiche Scritture degli Apostoli, come quelle di S. Matteo. Il codice Laurenziano XI, 9, eseguito dal nell’anno 1020 (XI secolo) dal monaco Lucà per il prete Isidoro, igumeno del monastero di San Giovanni Battista a San Giovanni a Piro, è uno dei codici greci appartenuto nel XIII secolo a S. Nilo da Rossano. Infatti, questo antichissimo codice è stato rintracciato dal Batiffol (40) e poi in seguito citato dal Cappelli (5), tra quelli ritrovati nell’antica Abbazia Italo-greca di Grottaferrata, fondata da S. Nilo che sappiamo, visse alcuni anni della sua vita nel ‘Mercurion’, individuato proprio nelle cittadelle ascetiche del nostro entroterra. Collegandoci al sito della biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze, questo codice greco si trova nel Fondo Plutei XI, 09, che si trovano tutti digitalizzati e consultabili on-line. Tra i codici segnati con Plut.XI.09, quasi tutti riguardano le omelie di Giovanni Crisostomo, sulle lettere di alcuni Apostoli, come il codice greco Innocenziano XI, 9, che parla delle lettere di S. Matteo Apostolo, è datato anno 1001 e 1010: ‘XXX. Ioannis Chrysostomi in Oziam orationes V’, di cui, nella sua scheda bibliografica è scritto: “Codice realizzato nel 1020/1021 nel cenobio di S.Giovanni a Piro (sul golfo di Policastro), ecc..”,  di cui quì pubblichiamo la prima pagina illustrata nell’immagine di Fig. 1 (31).

Plut. XI.09, pag. 1

(Fig. 5) Codice Laurenziano XI, 9, dell’anno 1001, copiato dal monaco Lucà per l’igumeno Isidoro del Monastero di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro (31).

Pluteo

(Fig. 5) Codice Laurenziano XI, 9, dell’anno 1001-1010 (Plut.11.09, alla BM-LF), copiato dal monaco Lucà per l’igumeno Isidoro del Monastero di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro (31).

2 – altro Codice manoscritto alla Biblioteca Laurenziana di Firenze

Un altro codice miniato manoscritto in greco, le omelie di Giovanni Crisostomo, su alcune lettere dei Santi Apostoli, è la copia eseguita nel XI secolo dal monaco Santo Lucà di un manoscritto molto più antico, di Giovanni Crisostomo e, conservato pure questo alla Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze, con identica collocazione ‘Plut.11.09’, è il codice datato anch’esso anno 1001-1010: “XXVI. Eiusdem [Ioannis Chrysostomi] De incomprehensibili sermones IX”. La scheda bibliografica dice in proposito: “Codice realizzato nel 1020/1021 nel cenobio di S. Giovanni a Piro (nel Golfo di Policastro)”, che può essere consultato collegandosi al link: http://teca.bmlonline.it/ImageViewer/servlet/ImageViewer?idr=TECA0000613550&keyworks=Plut.11.09#page/55/mode/thumb

3 – altro Codice manoscritto alla Biblioteca Laurenziana di Firenze

Un altro codice miniato manoscritto in greco, eseguito nel XI secolo dal monaco Lucà, la copia di un codice greco molto più antico delle omelie di Giovanni Crisostomo e anche esso conservato alla Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze, con identica collocazione Plut. 11.09, è il codice datato anch’esso anno 1001-1010: “XXXII. Eiusdem [Ioannis Chrysostomi] in salutationem S. Paschatis”. La scheda bibliografica dice in proposito: “Codice realizzato nel 1020/1021 nel cenobio di S. Giovanni a Piro (nel Golfo di Policastro)”, che può essere consultato collegandosi al link: http://teca.bmlonline.it/ImageViewer/servlet/ImageViewer?idr=TECA0000613562&keyworks=Plut.11.09#page/1/mode/1up

4 – Il codice greco manoscritto Vaticano greco 2000

Un’altro codice greco manoscritto dal monaco Lucà, che nel XI secolo, copiava un codice greco molto più antico sulle omelie di S. Giovanni Crisostomo e che pare sia appartenuto a S. Nilo e forse uscito dalla scuola di Codici miniati che doveva esistere nei primi anni dell’anno mille nel monastero basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, è il Codice Vaticano greco 2000 (Vat.gr.2000). Questo codice è consultabile sul sito della biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma, collegandosi al sito: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.gr.2000, la cui scheda bibliografica dice in proposito: “Citazioni bibliografiche: 1) Lucà, Santo Teodoro sacerdote, copista del Reg.Gr.Pii.II.35. Appunti su scribi e committenti di manoscritti greci, In Bollettino della Badia greca di Grottaferrata 2001.”, illustrato nell’immagine della Fig. 7 (37).

 Cod. Vat. gr. 2000

(Fig. 6) Codice Vaticano greco 2000 alla Biblioteca Apostolica Vaticana (37), probabilmente proveniente dalla scuola amanuense di S. Giovanni a Piro

Codice Vat. gr. 2000

(Fig. 6) Codice Vaticano greco 2000 alla Biblioteca Apostolica Vaticana (37), probabilmente proveniente dalla scuola amanuense di S. Giovanni a Piro

5 – Il codice alla Biblioteca dell’Arciginnasio di Bologna (32)

Da una ricerca effettuata, abbiamo individuato un altro codice simile a quello citato dal Cappelli. Il codice in questione è illustrato nelle immagini di Figg. 3-4-6 e, risale al XI secolo: Omelie di san Giovanni Crisostomo sui capp. I-XLV del Vangelo di san Matteo”, che oggi si conserva  alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna (32).  L’antico codice conservato a Bologna (32), è un codice membranaceo, di cc. 363, scritto su due colonne di linee 34. Il codice è legato in assi ricoperte di tutta pelle con l’intestazione sul dorso: HOMILIE / D. JO. CHRYSOSTOMI / IN D. / MATTHEUM / M. S. GRECE / IN PERGAMENA. Dalla scheda della Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna, leggiamo: Nel XIII secolo appartenne ad un monaco Nilo.”. (32) (Figg. 3-4-6). Non sappiamo se il Cappelli si riferisse a questo codice quando parlava di un codice dell’anno 1020, copiato per l’igumeno del monastero di S. Giovanni a Piro, ma di sicuro questo antico codice, conservato a Bologna ed il codice ‘Innocenziano XI, 9’, citato dal Cappelli, dovranno essere ulteriormente indagati.

C

(Fig. 7) Codice greco di Omelie di Giovanni Crisostomo sui capp. I-XLV del Vangelo di san Matteo, del sec. XI, conservato alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna; collocazione: A 1

CaCat

(Fig. 8) Codice greco dell’XI sec., copia delle omelie di Giovanni Crisostomo sui capp. I-XLV del Vangelo di san Matteo, del sec. XI, conservato alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ‘I Corsivi’, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio).

(Fig. 2) Il codice Vaticano Latino 9239, Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, del 1482 – particolare della pagina che spiega l’origine del toponimo ‘ab Pyro’. (39) Il codice, sulla scorta dell’Ughelli (…), fu citato dal Palazzo, op. cit. (…) e, poi dal Tancredi, op. cit. (18) che, nella sua nota (8), parlando dell’etimo di “A Pyro”, cita di nuovo il  Cappelli (5), Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, 1482, Cod. Vaticano Latino 9239. Si tratta del codice manoscritto latino, di cui ha parlato Salvatore Gemelli, op. cit. (33).

(2) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos hi- storico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 69 e p. 73 del testo di Visconti, p. 17 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(3) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s.

(4) Borsari S., Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane’, Napoli, 1950-1951, p. 2 (Archivio Storico Attanasio).

(5) Cappelli, B., “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci”, ‘Bollettino Badia di Grottaferrata’, n. 8, vol. XI, 1957, p…. e,  stà in Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, con introduzione di E. Pontieri, Deputazione di storia patria per la Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, Cap. IX, pp. 295 e s. (Arcivio Storico Attanasio). Il Cappelli, parla del Codice greco Laurenziano XI, 9, a p. 298 e p. 306 e, nelle sue note a p. 310 e 312, nota (43); sul Monastero di Centola si veda p. 398.  Il Tancredi, cita poi l’Ughelli (…) e poi nella sua nota (8), parlando dell’etimo di “A Pyro”, cita di nuovo il  Cappelli che per parlare dell’etimo, trae la notizia dal Codice greco Latino del 1482, Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, Cod. Vaticano Latino 9239. Si tratta del codice manoscritto latino, di cui ha parlato Salvatore Gemelli, op. cit. (33).

(6) Natella P. Peduto P., ‘Pixous – Policastro’, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 508 e s. ; si veda anche Porfirio (10).

(7) AAVV, Calabria bizantina, aspetti sociali ed economici, Atti del terzo incontro di studi bizantini, ed. Parallelo 38, Reggio Calabria, 1978.

(8) Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti.

(9) Douglas Norman, Vecchia Calabria (Old Calabria), ed. La Conchiglia, 1915.

(10) Sac. Porfirio Gaetano, Policastro, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539.

(11) Rohlfs G., Scavi linguistici della Magna Grecia, Roma, MCMXXXIII

(12) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino (Archivio Storico Attanasio).

(13) Rodotà Pietro Pompilio., Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma, ed. Salomoni, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, e poi anche 1763 (Archivio Storico Attanasio), ci parla nel suo capitolo dedicato al Monastero di S. Maria di Grottaferrata e ‘Dei Monasteri nel Reame di Napoli’, ci parla di S. Nilo e del Monastero di S. Elia. Secondo il Cappelli (…), che lo cita, nella sua nota (21) a p. 345, trae notizie dal Robinson (…), riguardo il Monastero di S. Elia, che cita il testo di Rodotà. Rodotà, scrive: S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”. Del Monastero di Carbone, poi ne parla anche il Santoro P.E., Il monastero di Carbone, Napoli, ed. Pellizzone, 1859. Il Monastero di Carbone è stato uno dei più famosi Monasteri basiliani in Italia. Il Cappelli, collega il documento Normanno (7), con S. Nilo che abitò in questo Monastero basiliano del Carbone del Bosco e poi passò a vivere nell’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – a cui è collegato il documento (7), pubblicato dal Trinchera (…).

(14) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592; si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II.

(15) Guzzo A., Da Velia a Sapri – itinerario costiero tra mito e storia, ed. arti Grafiche Palumbo, Cava de’ Tirreni, 1978, pp. 122-123 e s.

(16) AAVV, Calabria bizantina, aspetti sociali ed economici, Atti del terzo incontro di studi bizantini, ed. Parallelo 38, Reggio Calabria, 1978.

(17) Douglas Norman, Vecchia Calabria (Old Calabria), ed. La Conchiglia, 1915.

(18) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano. Il Gaetani, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (27) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96“. Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385.

(18) Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (5). Il Tancredi, parlando di “A Pyro”, trae l’etimo dal codice greco Latino del 1482, il ‘Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae’ (Cod. Vaticano Latino 9239), di cui parlò anche Salvatore Gemelli, op. cit. (33).

(19) Racioppi G., Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania, Roma, Hoescher, pp. 102 e 134.

(20) Venditti A., Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, E.S.I., Napoli, 1972.

Bertaux

(21) Bertaux, L’art dans l’Italie meridionale – De la fin de l’Impire Romain a la conquete de Charles d’Anjou, Ecole de Francaise de Rome, Paris, ed. Fontemoing, 1904.

(22) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. Il manoscritto è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (4), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (12), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (…). Si veda pure Padiglione C. (…), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata ‘la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine’ (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”.

(23) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa anastatica della I edizione, ed. Ripostes, Atripalda (AV), 1998, p. 117.

(24) Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro e cenni storici su S. Giovanni a Piro, Bosco e Scario, con prefazione di Alfonso Tesauro, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961, ristampa anastatica 2006, p. 18 e s.

(25) Gay I, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, Firenze, 1917, p. 253 e vedi pure Pontieri E., op. cit., 54.

(26) Caffi A., Santi guerrieri di Bisanzio nell’Italia meridionale, app. a P. Orsi, le chiese basiliane nella Calabria, Firenze, 1929, p. 295.

(27) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (8) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(28) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s.

(29) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(30) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, Cap. XXXVII e s.; stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

Innocenziano

(Fig. 5) Codice Laurenziano XI, 9, dell’anno 1001-1010 (Plut.11.09, alla BMLF), copiato dal monaco Lucà per l’igumeno Isidoro del Monastero di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro (31).

(31) (Figg……) Codice Laurenziano XI, 9, illustrato nell’immagine e, citato da Biagio Cappelli, nel suo saggio: “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci”, che stà in ‘Bollettino Badia di Grottaferrata’, n. 8, vol. XI, 1957 e, nel saggio op. cit., p……(5), pp. 295 e s.; in particolare il Cappelli, parla del Codice greco Laurenziano XI, 9, a p. 298 e p. 306 e, nelle sue note a p. 310 e 312, nota (43). Recentemente, abbiamo chiesto alla Biblioteca Medicea-Laurenziana e Palatina di Firenze ed abbiamo avuto risposta dalla Dr. Scipioni, che ha scritto: “il codice di cui lei parla è in effetti un manoscritto facente parte delle raccolte della Laurenziana: la corretta segnatura è Plut.11.9.”. Collegandoci al sito della Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze, i codici greci in questione sono quelli del Fondo Plutei. La loro corretta segnatura è Plut. XI. 09, e ve ne sono tantissimi digitalizzati e quindi consultabili on-line. Tra i codici segnati con Plut.XI.09, solo alcuni riguardano alcune omelie di Giovanni Crisostomo, sulle lettere di Matteo Apostolo. Ad esempio, il Plut. XI.09, datato anno 1001 e 1010, ‘XXX. Ioannis Chrysostomi in Oziam orationes V’, di cui, nella sua scheda bibliografica è scritto: “Codice realizzato nel 1020/1021 nel cenobio di S. Giovanni a Piro (sul golfo di Policastro).”. Fra le citazioni bibliografiche, segnaliamo: “Testi medici e tecnico-scientifici del mezzogiorno greco / Santo Lucà, in La produzione scritta tecnica e scientifica nel Medioevo: libro e documento tra scuole e professioni : atti del convegno internazionale di studio dell’Associazione italiana dei paleografi e diplomatisti, Fisciano-Salerno (28-30 settembre 2009) / a cura di Giuseppe De Gregorio e Maria Galante ; con la collaborazione di Giuliana Capriolo e Mario D’Ambrosi , Spoleto , Fondazione Centro italiano di studi sull’Alto Medioevo , 2012 (Studi e ricerche ; 5) , p. 551-605 e 3 cc. di tavv. (FI 100 C. 606 (5))”. Esso è consultabile e scaricabile, collegandosi al link: http://teca.bmlonline.it/ImageViewer/servlet/ImageViewer?idr=TECA0000613558&keyworks=Plut.11.09#page/1/mode/1up. Si veda pure: Flecchia Mario, La traduzione di Burgundio Pisano delle omelie di S. Giovanni Crisostomo sopra Matteo, ed. Università Cattolica del Sacro Cuore, 1952.

Cattura 1 

(Fig. 9) Codice Laurenziano XI, 9, dell’anno 1001-1010 (Plut.11.09, alla BMLF), copiato dal monaco Lucà per l’igumeno Isidoro del Monastero di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro (31).

(31) Sul codice Laurenziano XI, 9, e su Lucà, Santo, si veda pure: Testi medici e tecnico-scientifici del mezzogiorno greco / Santo Lucà, in La produzione scritta tecnica e scientifica nel Medioevo: libro e documento tra scuole e professioni : atti del convegno internazionale di studio dell’Associazione italiana dei paleografi e diplomatisti, Fisciano-Salerno (28-30 settembre 2009) / a cura di Giuseppe De Gregorio e Maria Galante; con la collaborazione di Giuliana Capriolo e Mario D’Ambrosi, Spoleto, Fondazione Centro italiano di studi sull’Alto Medioevo, 2012, p. 551-605 e 3 cc. di tavv., Studi e ricerche ; 5 (FI 100 C. 606 (5)) Codice realizzato nel 1020/1021 nel cenobio di S.Giovanni a Piro (sul golfo di Policastro); si veda pure: Baldi, Davide, Florilegio agiografico, ascetico e crisostomico : Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 11.9, in San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata : storia e immagini / a cura di Filippo Burgarella ; testi di Alessia Adriana Aletta … [et al.], Roma, 2009, p. 123-128 (FI 100 Mostre 257); Estesa descrizione codicologica, testuale e storico-artistica del manoscritto con bibliografia aggiornata. Ripr. delle cc. 200v e 282r ; Lucà, Santo, Sulla sottoscrizione in versi del Vat. gr. 2000 (ff. 1-154) / Santo Lucà, Roma, Quasar, 2009 (FI 100 MA.14.40) Codice italo-greco che contiene una sottoscrizione metrica in caratteri epigrafici; si veda pure: I palinsesti di Messina: indagine preliminare / Maria Teresa Rodriquez, in Libri palinsesti greci: conservazione, restauro digitale, studio : atti del convegno internazionale, Villa Mondragone – Monte Porzio Catone – Università di Roma “Tor Vergata” – Biblioteca del Monumento Nazionale di Grottaferrata, 21-24 aprile 2004 / a cura di Santo Lucà, Roma, Comitato nazionale per le celebrazioni del millenario della fondazione dell’Abbazia di S. Nilo a Grottaferrata, 2008, p. 201-213 (FI 100 20.3.931); Contiene una “imago clipeata” alla c. 245 del Dionigi Aeropagita  ; si veda pure: Canart, Paul; Perria, Lidia, Les écritures livresques des XIe et XIIe siècles / Paul Canart, Lidia Perria, in Études de paléographie et de codicologie. 2 / Paul Canart ; reproduites avec la collaboration de Maria Luisa Agati e Marco D’Agostino, Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, 2008, p. 933-1000, Studi e testi ; 450 (FI 100 C.338 (451)) Abstract: Nella lista dei manoscritti presi in considerazione, di origine italo-greca  ; si veda pure: Ceresa, Massimo; Lucà, Santo, Frammenti greci di un Dioscoride Pedanio e Aezio Amideno in una edizione a stampa di Francesco Zanetti (Roma, 1576) / Massimo Ceresa, Santo Lucà, in Miscellanea Bibliothecae apostolicae Vaticanae. 15 , Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, 2008, p. 191-229, Studi e testi ; 453 (FI 100 C. 338 (453)) Codice nel quale è presente l’uso dell’azzurro tipico della produzione greca dell’Italia meridionale; si veda ancora: Leroy, Julien; Delouis, Olivier; Voicu, Sever J., Études sur les Grandes catéchèses de s. Théodore Studite / Julien Leroy ; édition par Olivier Delouis ; avec la participation de Sever J. Voicu, Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, 2008 (Studi e testi ; 456) (FI 100 C.338 (456)) Esempio di decorazione di iniziali in stile italo greco frequente anche in manoscritti beneventani; Baldi Davide, Sulla storia di alcuni codici italogreci della Biblioteca Laurenziana / D. Baldi, “Nea Rhome”, 4, 2007, p. 357-381 (FI 100 P.488 (altro es. MI.94.3)) Abstract: Descrizione del manoscritto e della sua storia

(32) (Figg. 3-4-6) Questo è un codice greco che risale al XI secolo: Omelie di san Giovanni Crisostomo sui capp. I-XLV del Vangelo di san Matteo”, che oggi si conserva  alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna. Si tratta di  un codice membranaceo, di cc. 363, scritto su due colonne di linee 34. Il codice è legato in assi ricoperte di tutta pelle con l’intestazione sul dorso: HOMILIE / D. JO. CHRYSOSTOMI / IN D. / MATTHEUM / M. S. GRECE / IN PERGAMENA. Dalla scheda bibliografica leggiamo: “I titoli e le lettere iniziali delle omelie sono ornati e coloriti in oro, rosso e altri colori. Al testo è premesso un indice di argomenti. Allo scritto furono apposte in vari punti annotazioni in lingua latina del secolo XV e XVI e sul margine superiore della c. 70 alcune parole in lingua ebraica. Nel XIII secolo appartenne ad un monaco Nilo; reca l’ex libris Cornaro e pervenne in biblioteca attraverso il lascito dell’abate Antonio Magnani. ‘Inventario dei manoscritti della biblioteca Comunale dell’Archiginnasio di Bologna’ (serie A), a cura di Carlo Lucchesi, I, Firenze, Leo S. Olschki, 1924 (Inventari dei manoscritti delle Biblioteche d’Italia, a cura di Albano Sorbelli, 1930), p. 9-10. Collocazione: A 1″. L’Abate Antonio Magnani, nel 1811, fece un lascito testamentario al Municipio di Bologna, e quindi alla Biblioteca dell’Arciginnasio che oggi conserva l’importante Fondo di libri e scritti e materiali di lavoro dell’abate Antonio Magnani, collezionista e bibliofilo, ex gesuita ed ex bibliotecario dell’Istituto delle Scienze di Bologna. Si tratta in particolare di: componimenti in poesia e in prosa (di argomento sacro e profano), appunti di storia, geografia, scienze, fisica, storia dell’arte, prediche, orazioni e conferenze, elogi, traduzioni di opere di Antonio Gallonio, Cicerone e Tertulliano, manoscritti con riflessioni sulla tragedia e sulla commedia, traduzioni di tragedie di Euripide e Sofocle. Sono inoltre presenti carte relative alla Biblioteca comunitativa Magnani, assimilabili a quelle conservate nell’archivio della Biblioteca comunale dell’Archiginnasio (sezione I), con cataloghi di manoscritti e codici, note di spese per lavori al palazzo dell’Archiginnasio, elenchi di libri, avvisi manoscritti e stampati, ed infine scritti in prosa e in versi di Lodovico Tanari databili agli anni 1716-1717. Il codice può essere consultato e catturato, collegandosi al sito:  http://badigit.comune.bologna.it/books/A01/scorri.asp?direction=first.

Codice

(Fig. 10) Omelie di San Giovanni Crisostomo sui capp. I-XLV del Vangelo di san Matteo, del sec. XI, conservato alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna; collocazione: A 1.

(33) Lipinsky Angelo, La Stauroteca di Gaeta, già nel Cenobio di S. Giovanni a Piro, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, vol. XI, 1957; si veda pure dello stesso autore: Enkolpia cruciformi orientali in Italia, II, Campania, in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, n. s., vol. XI, 1957, p. 91.  

(34) Gemelli S., Il sito ed il ruolo di Polsi dal sec. XII a metà del sec. XVIII, In Calabria nobilissima. Periodico di arte, storia e letteratura calabrese 1979-80.

(35) Troisi C., I monasteri di rito greco-bizantino del Cilento nell’alto medioevo, da ‘Racconti di vita Cilentana’, stà Vassalluzzo M., Cilento a occhio nudo’, a cura di, ed. Massimo Villone, Roccapiemonte, 1987, p. 179 e s.

(36) Rocco A., La vita di S. Nilo Abate, fondatore della Badia di Grottaferrata, scritta da S. Bartolomeo suo discepolo, ed. Desclee Lefebre, Roma, 1904, p….

(37) Codice Vaticano greco 2000 (Vat.gr.2000), la cui scheda bibliografica della Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), dove esso è conservato, dice in proposito: “Citazioni bibliografiche: 1) Lucà, Santo Teodoro sacerdote, copista del Reg.Gr.Pii.II.35. Appunti su scribi e committenti di manoscritti greci, In Bollettino della Badia greca di Grottaferrata 2001; 2) Si veda pure Breccia, Gastone, 1962- Dalla “regina delle città”. ‘I manoscritti della donazione di Alessio Comneno a Bartolomeo da Simeri’, In Bollettino della Badia greca di Grottaferrata 1997 e, Breccia, Gastone, 1962- Alle origini del Patir. Ancora sul viaggio di Bartolomeo da Simeri a Costantinopoli, In Rivista di studi bizantini e neoellenici 1998, ecc…Questo codice è consultabile sul sito della biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma, collegandosi al sito: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.gr.2000

(38) Schipa M., Storia del Principato longobardo di Salerno , sta in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane, 12, 1887. Si veda pure: Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002 (Archivio Storico Attanasio).

(39) Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017 (Archivio Storico Attanasio).

(40) Batiffol P., L’Abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane, “L’Abbazia di Rossano, contributo alla storia della Vaticana, Paris, 1891; la notizia sul codice ‘Laurenziano XI, 9’, stà in “Inventario dei manoscritti dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata”, p. 143 e s., riporta l’inventario o Platea dei beni per il Cardinale Bessarione, estratto dal codice Cryptensis Z, D, XII (…), pubblicato dal padre Antonio Rocchi (…).

(41) Devreesse R., Les manuscripts grecs de l’Italie meridionale etc., ristampa ed. Città del Vaticano, (Studi e testi 183), 1955, p. 32; si veda pure lo stesso, II le Fonds Coslin, ed. Imprimerie National, 1845, consultabile collegandosi al link: http://www.internetculturale.it

(42) Mercati G., Per la storia dei manoscritti greci etc, Città del Vaticano, 1935 (Studi e testi 68).

(43) Diacono Paolo, Historia Longobardorum, VI, 29

(44) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377

(45) Cardinal de Luca, Adnotationes ad Concilii Tridentini, Disc. VIII, n. 25 e disc. XIV, n. 21, stà nella nota (21) del Volpe G., op. cit. (23), p. 120 (non sappiamo a quale autore si riferisca, forse a Matteo Egizio, nipote dell’Antonini.

(46) Falkenhausen Vera von, Aspetti economici dei monasteri bizantini in Calabria (sec. X-XI), stà in ‘Calabria bizantina’, aspetti sociali ed economici, ed. Parallelo 38, Grafica Meridionale, Vibo Valenzia, 1977, p. 32

(47) Palladio (Palladius Helenopolitanus), La storia Lausiaca, pp. 22, 40, 63,68; “S. Nilo, calcolava un nomisma per salterio copiato”, cit. in Falkenhausen, op. cit. (46), p. 32

(48) Vita di S. Nilo Abate etc.., ; si veda pure in proposito: Gassisi S.,  I manoscritti autografi di S. Nilo juniore etc., Roma, 1905, pp. 39 e ss.

(49) Volpi G., Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.

(50) Laurent M.H. – Guillou G., Le liber ‘visitationis’ d’Athanase ChalkeopoulosContribution a listoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano, 1960.

(60) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A.; si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure dello stesso autore Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228 (Archivio Storico Attanasio).

(61) Menniti Pietro, Didatterio basiliano – ovvero istruzioni per la buona educazione de’ Novizi, e Professi della religione di S. Basilio Magno, ed. De Martiis, Roma, 1710.

(62) Can. Ronsini DomenicoAntonio, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stab. Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Sala Bolognese, 1981, p. 19 e s.; il Ronsini, pubblica l’antico documento di donazione del 1131 nel ‘Documento A’, p. 69.

(63) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988; si veda pure: Follieri E., Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461.

(64) Fittipaldi W., La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016

(65) Mabillon Jean, Annales Ordinis S. Benedicti, Parigi, 1703,

(66) Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1947

(67) Fittipaldi W., La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016 (Archivio Storico Attanasio).

(68) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G.,  L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004, mensile di cultura, edito dal Centro Culturale Studi Storici, Eboli, 1996-2008, anno I-XIII, nn. 1-145.

(69) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), R. Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Storico Attanasio).

(70) Schipa M., Storia del Principato Longobardo di Salerno, stà in ‘Archivio Storico per le Provincie Napoletane’, vol. XII, 1887,il volume originale molto raro, si può consultare presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, collocato: R.G.Storia.IV.15928; il testo (senza le note) è stato ristampato da Ripostes, con il titolo ‘Il Mezzogiorno d’Italia- Ducato di Napoli e Principato di Salerno’, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, 2002 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Schipa M., Il Principato Longobardo di Salerno, si veda p. 202 e s.; stà in Hirsch F.- Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(71) Hirsch F., Il Ducato di Benevento, stà in Hirsch F. – Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(72) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1802, Tomo VIII, p. 359, riguardo la Bolla di Amato, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”.

Mai Angelo

(73) Mai Angelo, Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis, stà in ‘Nova Patrum bibliotheca’, VI, 2, Roma, 1853, pp. 514-530; che secondo la Treccani, non si tratta di S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma di un S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina (morto il 19 agosto 1030), l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533.

(74) Fedele P., Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i Principi di Salerno, stà in ‘Archivio della Regia Società Romana di Storia Patria’, XXVII, 1905, pp. 5-21.

(75) Nella sua nota (199), la Falcone scrive: “BAV, Archivio Barberini, Pergamene, I.3, edito da T. vonSickel, Documenti per la storia ecclesiastica e civile di Roma, in ‘Studi e documenti di storia e diritto, a. VII (1886), fasc. 2, pp. 105-109.”.  Per la nota (200), la Falcone, scrive:Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), cfr. G. Breccia, Bullarium Cryptense. I documenti pontifici per il Monastero di Grottaferrata, in Le storie e la memoria. In onore di Arnold Esch, 2002, p. 29; e in ‘Santa Maria e il Cardinale Bessarione, op. cit. pp. 10 e 380.”.

(76) Il ‘Bullarium Cryptense’, il ‘Bullarium Basilium’ del Menniti.  Il codice Cryptense Crypt. Z.d. XII, oltre alla ‘platea dei beni..’, e oltre al “Regestum Bessarionis”, contiene il “Bullarium Cryptense”, un inventario di copie di antichi documenti manoscritti, trascritti da Pietro Menniti (…), su incarico di………….che raccolse ed inventariò diversi documenti manoscritti di privilegi o donazioni fatte nei secoli passati all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Fra questi documenti, contenuti nel ‘Bullarium Cryptense’, vi è anche una copia di un antico documento Normanno detto ‘Crisobollo di re Ruggero II’. L’antico documento Normanno detto “Crisobollo di re Ruggero II”, che, come ci informa la Follieri (6), è : “…e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’.. La Follieri (6), op. cit., a p. 49, ci dice che ci informa del codice Cryptense (Crypt. Z. δ. XII) (10), insieme ai ‘Nonnula’ e al ‘Bullarium’ degli antichi privilegi Normanni concessi all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata come ad esempio la copia del Menniti (8), del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, si trova legato e insieme anche il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”. Del ‘Crisobollo di re Ruggero II’,  abbiamo già parlato in un nostro saggio ivi pubblicato. Scrive la studiosa Giovanna Falcone il volume d’Archivio, codice Z. d. XII, ovvero il volume d’Archivio detto: “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, in cui sono legati insieme la Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria Abatis Cryptaferratae”, in cui, sono legati e contiene insieme la ‘Platea dei beni’ dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, del Cardinale Bessarione ed il ‘Bullarium’ (i privilegi concessi dai re Normanni, dove si trova anche il “Crisobollo di Re Ruggero II”), redatto nella stessa epoca e, conservato all’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Frascati. Del codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII), e del “Regestum Bessarionis”, ne ha parlato anche il Breccia (30) in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che l’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (30), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. “I documenti pontifici per Grottaferrata, si possono suddividere in due grandi famiglie. Prima di tutto vi sono infatti quelli di cui si curò inizialmente la copia presso il monastero stesso: il vero e proprio ‘Bullarium Cryptense’, rappresentato da un capostipite della metà del secolo XV – il cosiddetto ‘Regestum Bessarionis’, attuale codice  Crypt. Z. δ. XII, ff. 68-89 – e dal suo apografo, posteriore di circa 200 anni, oggi conservato nell’archivio della Badia con la segnatura 523. Entrambi questi manoscritti vennero poi utilizzati da Pietro Menniti per la redazione del ‘Bullarium Basilium’ all’inizio del XVIII secolo (2), come pure per le copie sciolte oggi all’Archivio di Stato di Roma (3). La seconda e più numerosa famiglia è rappresentata invece dai documenti dell’Archivio Segreto Vaticano, rintracciati grazie allo schedario Garampi (4). Si tratta di più di 30 originali tramandati nelle varie serie dei ‘Registri’, cui ne vanno aggiunti altri tre compresi nei volumi dei ‘Diversa Cameralia’ e una copia isolata in un formulario del XV secolo (Arm. LIII): in tutto 38 documenti, soltanto 2 dei quali compaiono anche nei testimoni del ‘Bullarium Cryptense’ (5). Vengono elencati in ordine cronologico i documenti pontifici riguardanti il monastero di Grottaferrata emanati dall’epoca della sua fondazione ad opera di S. Nilo di Rossano (1004) fino alla concessione in commenda da parte di papa Pio II al cardinale Bessarione (1462)(6). Dunque vediamo cosa dice il Breccia nelle sue singole note dalla (2) alla nota (6): la nota (2): Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, vol. 32. Che il Menniti si sia servito sia dello Z. D. XII che del ms. 523 è provato dalle note apposte in margine al suo ‘Bullarium Cryptense’; nella  nota (3), scrive: Segnatura: Congregazioni religiose maschili. Basiliani di S. Basilio, busta 297, 2. Per uno sguardo d’insieme su questa prima famiglia dei documenti pontifici per Grottaferrata, cfr, infra, Tabella 1; nella nota (4), scrive: Cfr. infra, Tabella 2; nella nota (5), scrive: si tratta infatti dei nostri nn. 34 e 48 (rispettivamente Urbano IV, 1262 marzo 17: Reg. Vat. 26, f. 15v = Z-δ. XII, n. 19, f. 87v = ms. 523, n. 16, f. 23 = Fondo Basiliani, vol. 32, pp. 46-48, e Clemente VI, 1347, agosto 23: Reg. Vat. 180, f. 244v =  Z. δ. XII, n. 11, ff. 79v-81r = ms. 523, n. 8, ff. 11v-14r = Fondo Basiliani, vol. 32, pp. 64-69) per i quali cfr. infra a suo luogo; nella sua nota (6), scrive: “Il regesto quì presentato è stato compilato essenzialmente sulla base dei vari testimoni della citata raccolta criptense e su quanto è stato possibile rinvenire nell’Archivio Segreto Vaticano grazie soprattutto allo ‘Schedario ‘Garampi’, ecc..ecc..”. Per la consultazione dei documenti all’Archivio Segreto Vaticano, si veda: Sussidi per la consultazione dell’Archivio vaticano: lo schedario Garampi, i Registri vaticani, i Registri lateranensi, le “Rationes camerae”, l’Archivio concistoriale, Nuova ed. riveduta e ampliata / a cura di Germano Gualdo Città del Vaticano : Archivio Vaticano, 1989.

Regestum Bessarionis

(77) Codice Cryptense (Crypt. Z. δ. XII). Il codice Crypt. Z.d. XII, è del XV secolo, ed è un codice bombicino (in seta) e manoscritto. Il codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, è un volume d’Archivio, conservato nell’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati) (AMNG), collocato in “Platee 1”, viene generalmente detto “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”. Questo volume d’Archivio, contiene sostanzialmente due inventari. Il primo è  il“Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae” e il “Bullarium Cryptense”. E’ la studiosa Enrica Follieri (…), op. cit., a p. 49, ci dice che ci informa di questo antico codice. Il primo è sostanzialmente un Inventario o Platea dei beni monastici appartenuti all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, inventario che fece redigere il Cardinale Bessarione, come scrive la studiosa Enrica Follieri (…):Il Cardinale Bessarione, non appena Papa Pio II gli ebbe affidata in commenda il monastero di S. Maria di Grottaferrata (28 Agosto 1462), si preoccupò di difendere e richiamare “i diritti della Badia sui possessi conculcati o usurpati” (1). Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (11). Lo stesso Bessarione dispose che si eseguisse una traduzione latina sia del testo greco sia delle iscrizioni dei sigilli di ‘nonnula iura et monimenta’: ci è così pervenuto il ‘transsumptum in pubblicam fornam redactum’, in versione latina, di un crisobollo greco concesso dal re normanno Ruggero II all’abate ‘Sanctae Dei Cryptaeferratae Domino Leontio’ nell’aprile dell”annus mundi 6639, indizione IX (= aprile 1131). Detto transunto fu eseguito in Roma il 16 novembre 1465 dal notaio ‘Henricus de Goch clericus Coloniensis dioecesis, a richiesta di Domenico de Dominicis vescovo di Brescia, referendario e vicario pontificio per Roma e circondario, per incarico del cardinale Bessarione. L’atto del 1465 non è stato tramandato però in originale , ma attraverso la copia autentica eseguita il 13 ottobre 1595 a cura del protonotario apostolico Camillo Borghese, su incarico di papa Clemente VIII e a richiesta di P. Giovanni Ceci, di Tuscolo, procuratore dell’Ordine Basiliano (…). A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…). Il testo del crisobollo fu pubblicato per la prima volta nella monografia che un benemerito erudito locale, il canonico Domenicantonio Ronsini, dedicò alla storia di Rofrano (5). Il canonico Ronsini (5), utilizzò, come egli stesso dichiara (…), una copia conservata nell’Archivio Comunale di Rofrano, esemplata sul documento del monastero di Montesano per Notar Ottone Francesco Martelli di Padula. L’opuscolo del Ronsini, uscito nel 1873 a Salerno, ebbe limitata diffusione: lo conobbe e lo utilizzò il P. Antonio Rocchi nel 1893 (11), ma lo ignorarono sia Erich Caspar (…) sia Ferdinand Chalandon (…). Il documento fu riscoperto da Paul Fridolin Kehr (…),  fu ripubblicato, sulla base del codice Criptense, da Fedor Schneider nel 1914 (15). Esso è registrato nell’appendice al Caspar redatto da Paolo Collura (16), ed è stato uilizzato sia da Horst Enzensberger nel suo lavoro sulla cancelleria e i documenti normanni dell’Italia meridionale e della Sicilia (17) sia da Carlrichard Bruhl, nella sua monografia sui documenti del Re Ruggero II (18). Recentemente lo ha ripubblicato, nelle sue preziose opere sulla storia economica ed ecclesiastica del Cilento, Pietro Ebner (3).”. Nella sua nota (2), la Follieri ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (6), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (11), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (26). Il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, o la Platea o Inventario (Registro o elenco) “La Platea dei beni monastici”, dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, redatta nel 1462  dall’Arcivescovo Nicolò Perotti, vicario generale del Cardinale Commendatario Bessarione e, conservato nella Biblioteca dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, sotto “Platee 1” (Figg. 23), che in seguito, fu pubblicato dal padre Rocchi (…). Il Rocchi (11), riguardo il Codice Cryptense, redatto dal Perotti, ci informava che: “Don Nicola Perrotti Arcivescovo Sipontini e nell’Abbazia di Grottaferrata (Cryptaferratae) aiutante del Cardinale Bessarionis, Abate commendatari immortale. Ho cominciato a scrivere il libro d. 28 o agosto. 1457, come si legge nel prologo. Appacta l’inizio del libro è l’immagine di una carta. Bessarionis consiglio di amministrazione della Biblioteca antica del segretario della Sacra Congregazione di Propaganda Fide del Vaticano o cura di Stefano Borgia, an. 1757, coniate in aria. La strada sul pad ha diritto ad alcun e ovunque Regestum Bessarionis Abbatiæ Cryptoferratensis buona esistente. Fol. 62. I diplomatici vengono a mettere tutti che sono un vescovo di un re.”Il Rocchi (11), riguardo il “Regestum Bessarionis”, contenuto nel volume di Archivio detto codice Crypt. Z.δ.XII, a p. 513, scrive: “CODEX DECIMUS SECUNDUS Z. δ. XII. Cod. ms. bombycin. saec. XV, costans foliis 98, quorum duo priora sunt membran. longitud. metri fere 0, 27, latitud. 0, 21, exaratus bono et nitido charactere, jussu D. Nicolai Perrotti ep. Sipontini, in Monasterio Cryptaferratae Vicarii Cardinalis Bessarionis, abatis Commendatarii perpetui. Scribi autem liber coeptus est d. XXVIII mensis Augusti an. MCDLXII, uti legitur in proemio. Initio autem libri appacta est imago ipsius Card. Bessarionis, quae ex antiqua tabula Biblioth. Vatic. curante Stephano Borgia a secretis Sacrae Congr. de Propaganda Fide an. MDCCLVII, aere cusa est. Porro Platea codex inscribitur vel etiam Regestum Bessarionis quorumcumque et ubique existentium Abbatiae Cryptoferratensis bonorum. Fol. 62. Veniunt pone Diplomata quae omnia sunt ‘pontificia’, praeter unum regium.” . Scrive la studiosa Giovanna Falcone il volume d’Archivio, codice Z. d. XII, ovvero il volume d’Archivio detto: “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, in cui sono legati insieme la Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria Abatis Cryptaferratae”, in cui, sono legati e contiene insieme la ‘Platea dei beni’ dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, del Cardinale Bessarione ed il ‘Bullarium’ (dei privilegi concessi dai re Normanni, dove si trova anche il “Crisobollo di Re Ruggero II”), redatto nella stessa epoca e, conservato all’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Frascati. Il Codice Cryptense del Cardinale Bessarione è un codice bombicino (in seta) e manoscritto in cui si trova il cosiddetto “Regestum Bessarionis”. Una specie di Platea o inventario fatto redigere dal Cardinale Bessarione, commendatario dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati), in cui venivano inventariati i beni usurpati all’Abbazia: “Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (2).. Del codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII), e del “Regestum Bessarionis”, ne ha parlato anche il Breccia (30) in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che l’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (30), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. “I documenti pontifici per Grottaferrata, si possono suddividere in due grandi famiglie. Prima di tutto vi sono infatti quelli di cui si curò inizialmente la copia presso il monastero stesso: il vero e proprio ‘Bullarium Cryptense’, rappresentato da un capostipite della metà del secolo XV – il cosiddetto ‘Regestum Bessarionis’, attuale codice  Crypt. Z. δ. XII, ff. 68-89 – e dal suo apografo, posteriore di circa 200 anni, oggi conservato nell’archivio della Badia con la segnatura 523.”. Il testo di questo codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, fu redatto dal Perotti, di cui recentemente abbiamo ottenuto, su nostra richiesta la sua riproduzione digitale all’Archivio della Biblioteca del Monumento Nazionale dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, dove esso è conservato nell’ASMN, ‘Platee 1′, e che ivi pubblichiamo  per la prima volta è illustrato nelle immagini di Figg. 2-3-4, ecc..

(78) Rocchi A., De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, che contiene il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio).

(79) Capalbi Vito, Sugli archivi delle due Calabrie ulteriori, rapido cenno, Napoli, Tipografia di Porcelli, 1845, introduzione e p. 6 e s.

(80) Tromby Benedetto, Storia critica cronologica diplomatica del Patriarca di S. Brunone e del suo Ordine Cartusiano, Napoli, presso Vincenzo Orsino, 1877, Tomo VII.  

(81) Robinson Gertrude, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, stà in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195, è citato dal Cappelli (…), che nella sua nota (21) a p. 345, dice che secondo il Robinson: “La famiglia Marchese, fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”.

(82) Pertusi Agostino, Aspetti organizzativi e culturali dell’ambiente monacale greco dell’Italia meridionale, in ‘L’eremitismo in Occidente nei secoli XI e XII’, in Atti della seconda Settimana Internazionale di studio (Mendola 30 Agosto- 6 settembre 1962), Milano, 1963, pp. 383-417.

(83) Lubin A., Abbatiarum Italiae brevis notitia, Roma, 1693 (Archivio storico Attanasio).

(84) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli eccc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..

(85) (Fig…….) Settembre 1097 (XII secolo) – “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cy-riacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.”. Il documento è sta-to citato dal Cappelli (…), p. 323 (vedi note 21 e 22) e, pubblicato dal Trinchera F., op. cit. (…), pp. 80-81-82. Il Trinchera (3), trae l’antico documento da: “ex membrana Archivi Neapolitani – n.° 8″. Il Trinchera (3), nella sua nota al testo, a p. XXV, parlando del documento ““Membrana LXIV. Quoniam Odonis Marchisii mentio habetur in membrana anni 1126 a nobis edita sub num. XC-VIII, in qua Sichelgaita vidua digitur eiusdem Odonis, atque in Ro-gerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subscriptiones regii diplomatis constant, signan-dam coniecimus.”, e alla nota (3) dice: “Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco, Documenti pag. XVIII.”. L’antico documento membranaceo è scritto in greco ed è stato tradotto in latino dal Trinchera. Riguardo l’origine dell’antica pergamena (membrana), del 1079, pubblicata dal Trinchera (…), si veda lo stesso Trinchera: ‘Archivi Napoletani, relazione per il Ministro della Pubblica Istruzione’, Napoli, Stamperia del Fibreno, 1872, pp. 241, Tav. VI, “pergamenne latine de’ monasteri soppressi”, conservati nella Sezione Diplomatica dell’Archivio di Stato di Napoli, all’epoca del Trinchera e pubblicati in 6 vol. in “Regii Neapolitani Archivi monumenta edita ac illustrata 1845-1861”. Recentemente abbiamo chiesto all’Archivio di Stato di Napoli, la fotoriproduzione del documento ed abbiamo appreso la triste notizia (sic!) dal dott. Fernando Salemme dell’ASN che ci rispondeva : “Gentile Professore, Il fondo Pergamene Greche, originali tratti effettivamente dagli archivi di Cava, Montecassino e Montevergine, un tempo sezioni del nostro Istituto, era composto da 326 volumi con documenti dall’anno 885 all’anno 1304: il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andata distrutta, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera, in accordo col progetto di pubblicare integralmente i documenti anteriori alla Monarchia Normanna: in questo modo la distruzione del fondo avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, per le notisime vicende dell’incendio della villa di San Paolo Belsito, ci ha lasciato almeno la conoscenza del testo ma pochissime immagini pubblicate in appendice all’opera stessa. Di questo importantissimo fondo per la storia medievale dell’Italia Meridionale restano nel nostro Museo alcuni repertori antichi: – Museo 99 C 49 – Regesti dei Voll. 3-7 delle pergamene anteriore alla monarchia.”

(86) Il Trinchera (…), citava una causa intentata dallo Studio Legale dei Vargas-Macciuccea. Il Trinchera (…), scriveva che l’antico privilegio del 1097, provenisse dall’Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco”, scriveva: “…atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subs-criptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.”. Di ‘Vargas-Macciuccea’, ne parla il testo ‘Biografia universale antica e moderna’, Venezia, 1827, vol. XXXIV, che a p. 219, scrive: “L’avvocato Duca de Vargas Machuca, Marchese … X. 1708, Avvocato fiscale dell’Udienza della Calabria Ultra con Privilegio dato a…che, nel 1749, passò alla carica di Presidente della Regia Camera della Sommaria e, che nel Luglio del 1752, fu promosso a quello dellavvocato fiscale del Real Patrimonio, dove in una causa, fu costretto a confutare alcune carte, che i Certosini di S. Stefano del Bosco in loro favore vantavano.” che, pubblicò “Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco”, Napoli, stamperia Simoniana, 1765. Infatti, nella Causa fiscale in questione, il ‘Vargas-Macciuccea’, esaminò e relazionò sul grande patrimonio di alcuni Monasteri poi in seguito soppressi (vedi nota sui Vargas-Macciuccea). Tra questi antichissimi privilegi, vi era anche l’antica pergamena (85), pubblicata dal Trinchera (84). L’antica pergamena del 1079, si trovava in una Certosa in Calabria, la Certosa di S. Stefano del Bosco in Calabria. La certosa di Serra San Bruno (anche Certosa dei Santi Stefano e Bruno) è un monastero certosino situato vicino all’omonima cittadina inprovincia di Vibo Valenzia. Nel 2003, Francesco Volpe, nel pubblicare un manoscritto inedito di Francesco Antonio Ventimiglia (…), un antico manoscritto apocrifo dell’erudito di Vatolla. Il manoscritto, “Cilento illustrato”, è uno dei documenti posseduti dallo stesso Volpe, in quanto lui stesso scrive, consegnato alla sua moglie dai due eredi dei Ventimiglia di Vatolla, e che per questo si salvò dalla scomparsa prima della morte dei due eredi di famiglia Ventimiglia. Il Volpe (…), scrive che a Vatolla, la famiglia Ventimiglia, aveva allestito una ricca ed opulenta biblioteca ed in particolare un copioso archivio di antichissime pergamene e privilegi. La ricca biblioteca privata dei Ventimiglia di Vatolla, fu studiata ed esaminata anche Matteo Mazziotti e  da Pietro Ebner che spesso la frequentava. Il Volpe, a proposito dei Vargas-Macciuccea, scriveva in proposito: “La biblioteca di famiglia, che si era già costituita con un primo nucleo proveniente dal vicino convento francescano e che poi, proprio con Francesco Antonio, acquisì il vastissimo fondo dei Vargas Macciucca, che allora tenevano il feudo di Vatolla col munifico marchese Francesco. Questi testi figurano oggi nella biblioteca Ventimiglia della nostra Università e su taluni si può ancora rilevare qualche chiosa annotata da Francesco Antonio.”. Dunque, sui Vargas-Macciucca, il Volpe, dice che i Ventimiglia di Vatolla nel 1700, acquisirono il vasto fondo di carte e che oggi questo fondo di carte, si trova all’Università di Salerno. Infatti, il Volpe, scrive che: “Dopo la morte di Francesco Antonio, i suoi discendenti conservarono in ogni generazione la sua passione bibliofila, continuando ad ampliare la raccolta con testi pregiati, fino a portarla a consistenza dei settemila volumi donati all’Università di Salerno nel 1973.”Il duca TOMMASO Vargas Macciucca, marchese di Vatolla, Cavaliere Gerosolimitano, Grande di Spagna, Regio Consigliere, Giudice della Gran Corte della Vicaria, nel 1777 divenne confratello dell’ Augustissima Compagnia della Disciplina della Santa Croce, prima arciconfraternita laicale sorta a Napoli nel 1290 con il silenzioso auspicio del Pontefice Nicolò III, al secolo Giovanni Gaetano Orsini (1216 † 1280), ricordato anche da Dante (Inferno, XIX, 70-72).

Vargas-Macciucca.PNG

(87) Vargas-Macciucca, Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco, Napoli, stamperia Simoniana, 1765.

(88) Sulla Certosa di S. Bruno, prima Monastero di S. Stefano del Bosco, si veda pure l’inedito ‘Martyrologium Cartusianum singulis mensibus iuxta calendarii formam accomodatum’, tradito nel ms. cartaceo Brancacciano II C 11 (Biblioteca Nazionale di Napoli), opera di Camillo Tutini (1594-1667) a cura di Pietro De Leo per i tipi di Rubbettino, ristampa anastatica – 2008, opera strettamente connesso al Martirologio della Certosa di Santo Stefano del Bosco. Tutini, è un erudito la cui esperienza personale nella Certosa di San Martino a Napoli, legata a quella di Serra San Bruno in Calabria, dove riposano le spoglie del Santo fondatore, l’avevano spinto ad approfondire la storia di quell’ordine eremitico, del quale sembra aver fatto parte in gioventù, inserendo anche una breve cronaca del monastero calabrese nel ‘Prospectyus historiae ordinis Carthusiani. Additum est Breue chronicon Monasterij S. Stephani de Nemore eiusdem ordinis. Nec non series Carthusiarum per orbem…….Noi crediamo che l’origine del nostro documento fosse diversa. Secondo la nota (21) al testo del Cappelli (…), si trattava dell’antichissimo Monastero basiliano di S. Elia e Anastasio di Carbone.

Rodotà P.P., Dell_origine_progresso_e_stato_presente, Libro II

(89) Rodotà Pietro Pompilio, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma, ed. Salomoni, 1755, Libro II, Cap. XI, p. 190, e poi anche 1763 (Archivio Storico Attanasio), ci parla nel suo capitolo dedicato al Monastero di S. Maria di Grottaferrata e ‘Dei Monasteri nel Reame di Napoli’, ci parla di S. Nilo e del Monastero di S. Elia. Secondo il Cappelli (…), che lo cita, nella sua nota (21) a p. 345, trae notizie dal Robinson (…), riguardo il Monastero di S. Elia, che cita il testo di Rodotà. Rodotà, scrive: S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”

(90) Santoro Paolo Emilio, Historia Monasteri Carbonensis, Ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601, che parla del Monastero del Carbone. Del Monastero di S. Elia a Carbone (PZ), ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”.

Spena M., Storia_del monastero di Carbone

(91) Spena Marcello, Paolo Emilio Santoro, Storia del Monastero di Carbone dell’Ordine di S. Basilio, Napoli, 1831, ma questa II edizione, ed. Pellizzone, 1859 (Archivio Storico Attanasio da Google libri), che parla del Monastero del Carbone. Del Monastero di S. Elia in Carbone, ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”.

(92) Lilla Salvatore, I manoscritti vaticani greci, lineamenti di storia del fondo, Città del Vaticano, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), 2004 (Archivio Storico Attanasio), dove troviamo una seria e completa disamina dei Codici e pergamene greche conservate negli Archivi del Vaticano.

(93) de Montfaucon Bernard, Paleographia graeca, lib. V, pp. 431-432; citato da Ventimiglia F.A., e da Breccia (16), dove si parla delle pergamene greche provenienti dagli archivi dei monasteri italo-greci. Scriveva il Breccia (16), che: “Il S. Giovanni di Piro non è più menzionato nell’elenco del 1551, di cui sopravvive una copia forse di mano del Menniti e certo prodotta al S. Basilio, attualmente a Parigi (Paris, lat. 13081, ff. 1-6; pubblicata da M o n t f a u c o n [cit. n. 18] p. 112 e ripubblicata più recentemente da Batiffol, L’abbaye [cit. n. 8] pp. 115- 116). Edizioni: 1. Di Lucia, L’abbadia (cit. n. 25) pp. 15-17; 2. M o n t f a u c on (cit. n. 18) pp. 431-432.”.

(94) M. H. LAURENT- A. GUILLOU, Le “Liber Visitationis” d’Athanase Chalkeopoulos (1457-1458), Città del Vaticano 1960

Nel 1819, Il rilievo di Sapri del Tenente Blois

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archi-vistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’Istituto Geografico Militare di Firenze, che lo conserva, un disegno manoscritto del 1819 (Figg. 2-3) che fu pubblicato da Giulio Schmiedt (2) nel 1975.

Sapri

(Fig. 1) La baia ed il porto naturale di Sapri vista dal satellite

Sapri in due studi di Giulio Schmiedt

Lo studioso  Giulio Schmiedt (2), nel 1975, pubblicò un interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, dal titolo Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Parte II- I Porti delle Colonie Greche’ pubblicato a Firenze nel 1975. Schmiedt (2), gà molti anni prima, nel 1972 aveva pubblicato un altro interessante studio sui porti della Magna Grecia ed aveva citato quello di S. Croce a Sapri. Si tratta dello studio ‘Il livello antico del Mar Tirreno – Testimonianze dei resti archeologici, a cura di’ (2.1). Nello studio ‘Antichi porti d’Italia’, lo Schmiedt (2), riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicame che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino” (riferendosi al punto ove si trova il Faro Pisacane) (2), a cui abbiamo dedicato lo studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti e che vediamo illustrato nella foto del satellite di Fig. 1.

Nel 1à gennaio 1819, Sapri rappresentato in un disegno dipinto a colori dal Tenente Colonnello Blois del Genio Napoletano

Nel suo studio, Schmiedt (2) a pp. 78-79 pubblicò un particolare del disegno di cui mi occupo ed è quello illustrato nella fig. 6:

(Fig. 6)

Il disegno pubblicato da Giulio Schmiedt (2) era stato tratto da un disegno dipinto e acquerellato su carta bambagina illustrato nell’immagine di Figg. 2-3 che illustra un rilievo di Sapri eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano (5). Schmiedt (2), in proposito scriveva che: Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, e aggiungeva pure che: un vecchio schizzo eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”. Il disegno pubblicato dallo Schmiedt (2) a pp. 78-79, è un particolare tratto dal disegno in scala maggiore di cui oggi pubblico l’immagine digitale integrale (vedi Fig. 2), già pubblicata nel 2014, ma non integralmente, da Antonio Scarfone in un suo studio sulla baia di Sapri: “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”. Di questo disegno mi ero occupato già nel lontano 1987 (1) in occasione della pubblicazione di un mio studio sulle origini e la storia di Sapri, poi in seguito approfondito nella mia “Relazione Storico-Urbanistica di Sapri” redatta per il nuovo Piano Regolatore di Sapri. Si tratta di un disegno dipinto a colori acquerellato su carta che illustra e rappresenta del rilievo in scala 1:5000 della baia naturale di Sapri e del piccolo centro abitato nel 1819, ai tempi della rivincita Borbonica sul Regno delle Due Sicilie che era stato occupato in precedenza da Gioacchino Murat cognato di Napoleone Bonaparte. Il disegno in questione illustrato nell’immagine della Fig. 3, di cui, lo Schmiedt (2) nel 1975, aveva pubblicato un particolare delle costa nord di Sapri è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Presso la Sezione “Stampe Antiche” (n. 141142) del Nuovo Archivio di Firenze è scritto: “‘Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: “cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno”. 

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(Fig. 2) “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: “cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno”. Il disegno dipinto a colori che rappresenta Sapri è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, Sezione ‘Stampe Antiche’: (n. 141142).

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(Fig. 3) “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819; particolare dell'”Antico molo dir.”.

Giulio Schmiedt, nel suo interessantissimo studio di Fig…. (2) parlando del ‘Portolano del Mediterraneo’, a pag. 79, nella nota (176), si riferisce al ‘Compasso de navigare’ (Fig….)(…), e poi aggiunge e cita il testo di P. Luigi Cavalcanti, ‘Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie’, 1846 che, a p. 46 parla degli scali marittimi nel Golfo di policastro (5). Schmiedt, parlando dello scalo di Policastro a p. 78, sembra si riferisca ad un ‘Portolano del Mediterraneo’, moderno. Certo risulta strana la citazione di un ‘Sinus Laus’ e di un ‘Vibo ad Sicam’. Non sappiamo se Schmiedt, si riferiva al ‘Compasso de navigare‘.  Schmiedt (2), a p. 63, parlando di Punta Campanella e Punta Licosa, cita il Compasso (132) e poi a p. 79, lo cita nuovamente (176), citando anche il testo che ne parla: di P. Luigi Cavalcanti, Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie, 1846 (5).

Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini sulle ‘Pilae‘ in località S. Croce

Il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (3), nel 1745, nella sua ‘Lucania’, così descrive le preesistenze che vide in località Santa Croce a Sapri, tra cui le ‘Pilae’, in proposito a p….. scriveva che:  “Il porto, ch’è di figura semicircolare, ha quasi due miglia di circonferenza, e la sua bocca è di circa mezzo miglio, guardando per dritto a mezzo giorno; quindi è, che spirando quei venti, i legni non sono sicuri nel porto. Avevano a questo difetto rimediato gli antichi (che ben il conobbero) col fare un gran riparo di scogli all’imboccatura di esso, che ricevendo di fronte gli urti delle tempestose onde, faceva, che al di dentro tutto stasse in calma: di questo riparo pochissimo oggi n’è rimasto, ed appena si vede sott’acqua, essendo il di più stato consumato, e roso; ma se mai al Governo piacesse di fare stendere un piccolo braccio, o di scogli, o di fabbrica verso la Torre chiamata Buondormire, che sta ad occidente, lo che costerebbe pochissimo, si farebbe allo Stato ed a’ forestieri ancora un gran benefizio, perché i navilj, che vanno, o vengono da Calabria, da Sicilia, da Puglia, da Malta, avrebbero ove ricoverarli; non essendoci adesso da Messina fino a Baja porto né così capace, né più opportuno; ed in tal caso converrebbe ancor nettar il porto stesso, che presentemente…”.

Ricordiamo che in quegli anni, nel 1817, quindi due anni prima che fosse delineato e redatto il disegno dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano, a Sapri venne istituito il Consolato Britannico (Fig. 4).

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(Fig. 4) Regolamento del Consolato Britannico di Sapri, datato 1817 – frontespizio.

Nate bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ” Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sa- pri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16.

(1) Attanasio Francesco, “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Re-golatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Attanasio)

(2) Schmiedt Giulio, Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Parte II- I Porti delle Colonie Greche, stà nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, pp. 78-79 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore:

(2) Schmiedt Giulio, Il livello antico del Mar Tirreno – Testimonianze dei resti archeologici, a cura di, Firenze, ed. Olshki, 1972 (Archivio Attanasio)

(3) (Fig. ..) Trattasi del più antico portolano conosciuto, di autore anonimo e chiamato: ‘Lo Compasso de navegare’, o Codice Hamilton 396, datato a metà del secolo XIII (incipit porta la data del 1296 ma è molto più antico, forse delineato venti anni prima e su documenti molto più antichi). Pubblicato da B. R. MOTZO sotto il titolo: “Il Compasso da Navigare, opera italiana detta metà del secolo XIII”, stà in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, Cagliari, voI. VIII, 1947. Recentemente è stato tradotto da Debanne A., Lo Compasso de navegare, Edizione del Codice Hamilton 396, Editore Peter Lang Gmbh, Internationaler Verlag Der W, 2011. Oggi, il codice Hamilton 396 è conservato alla Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino. Si veda quì pubblicato lo studio ad esso dedicato. Schmiedt G., op. cit. (2), pp. 78-79, a pag. 78, quando parla di Sapri, alla voce ‘il Portolano del mediterraneo’, l’autore alla nota (172): “Cfr. op. cit., supra, p. 166”, che rimanda alla nota (171) – “Nel Portolano del Mediterraneo (Basso Tirreno e Ionio occidentale) a p. 166 viene esplicitamente ricordato che le isobate dei m 5 passano a m 600 da Policastro.”. Il ‘Portolano del Mediterraneo’, a cui si riferisce lo Schmiedt, forse è quello citato alla nota (166) di p. 77. Lo cita nelle pagine precedenti in alcune note,  e fa esplicito riferimento al ‘Compasso de navegare’, per es. alla nota (132). Si veda pure: P. Luigi Cavalcanti, Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie, 1846, Napoli, Reale Tipografia Militare. Inoltre, si veda pure: il ‘Portolano del Mediterraneo’ del Lamberti, del 1865; il Portolano attribuito ad Alvise ca de Mosto, bollettino. Società Geografica italiana, 1893 e O. Marinelli, Atlante dei tipi geografici, I.G.M., Firenze, 1815.

(4)(Figg. 2-3) Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, disegno e dipinto a colori su carta fu citato da Giulio Schmiedt (2), op. cit. (3), p. 78-79. Lo Schmiedt, alla nota 173 di p. 78, scriveva in proposito: un vecchio schizzo ecc.. eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molodi “Le Cammerelle”. Questo disegno dipinto a colori è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, Sezione ‘Stampe Antiche’: (n. 141142) “‘Porto di Sapri’, Rilievo originaleeseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’anticoporto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: “cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno”.

(5) P. Luigi Cavalcanti, Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1846 (Archivio Storico Attanasio), p. 46 (Archivio Attanasio)

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(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime della R. Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in “Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa”, Napoli, ed. I.T.E.A., 1926, pp. 423-442; dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Attanasio)

(7) Santoro Lucio, Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI (Archivio Attanasio)

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(8) Guzzo Angelo, Sulla rotta dei Saraceni – La Difesa anticorsara sulla costa del Cilento, ed. Palladio (Archivio Storico Attanasio), p….

(9) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e borghi della costa cilentana, ed. Edicon, Castel S. Giorgio, 1975 (Archivio Storico Attanasio), p. 39 (Archivio Attanasio)

(10) Cisternino R., Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativa, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino’, 

(11) per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.

(12) Caffaro Adriano, Le prime fortificazioni della costa cilentana, ed. Palladio, 1989. Vedi anche: Caffaro A., Le fortificazioni primo-ottocentesche della costa Cilentana attraverso alcuni disegni inediti, ed. Palladio, Salerno, 1989. Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro A., op. cit. Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro (Archivio Attanasio).

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(13) Beguinot Corrado, Il Cilento – Problemi urbanistici, ed. del Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, collana diretta da Ruggero Moscati, VIII, Napoli, 1960 (Archivio Attanasio).

(14) Scarfone Antonio, “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in ‘Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA (Archivio Attanasio)

(15) (Fig…..) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita, fu da me pubblicata nellAnalisi: “Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, , per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1998 (1)

Le ‘Pilae’ di S. Croce sono simili alle strutture di Villa della Nave a Serapo

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(Fig. 1) “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno;  vecchio schizzo pubblicato dallo Schmiedt (4), è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, Sezione ‘Stampe Antiche’: (n. 141142)(10).

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sulla nuova Latinizzazione in epoca Normanna e le restaurate Diocesi tra cui quella di Policastro. Già nel lontano 1987, facevo notare come esistesse una forte similitudine con le strutture emerse e semisommerse di due Ville d’epoca romana del litorale Laziale con quelle a S. Croce, dette ‘Pilae’. L’intuizione mi venne da uno studio di Giulio Schmiedt (2) che, nel 1972, pubblicò un interessantissimo studio. Schmiedt (2),  parlando di alcune ville romane del litorale laziale (Figg. 3-5-6-7), illustrava alcune strutture emerse e semisommerse di alcune ville romane, come la Villa della Nave a Serapo. Ripropongo ai lettori, la mia vecchia intuizione nata dal confronto delle immagini pubblicate da Schmiedt (2)(Figg. 3-5-6-7), con le preesistenze archeologiche d’epoca romana a S. Croce a Sapri. Schmiedt (2- Figg. 3-5-6-7), parlava di alcune ville romane sul litorale Laziale ed in particolare  della Villa della Nave a Serapo (località di Gaeta), oggi detta Villa del patrizio romano Gneo Fonteio che assomigliano alle strutture semisommerse dette ‘Pilae’ a S. Croce a Sapri.

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(Fig. 2) “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819; particolare dell'”Antico molo dir.“(10).

Le strutture semisommerse (Pilae) della Villa di Gneo Fonteio a Serapo di Gaeta

Lo studio, curato da Giulio Schmiedt (4), in un’altro suo  pregevole studio sugli ‘Antichi porti d’Italia’ (4), nel 1975, per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicam e che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino” (riferendosi alle strutture semisommerse a S. Croce, dette ‘Pilae’) (4). Nel suo pregevole studio, Giulio Schmiedt (2), pubblicò alcune immagini illustrate nella Figg. 3-5-6-7, che illustrano alcune strutture semisommerse di una Villa d’epoca romana del litorale Laziale. Le immagini delle Figg. 3-5-6-7 – pubblicate da Scmiedt (2), che illustrano la villa romana di Gneo Fonteio o “Villa della Nave”, “che fronteggia la cala detta della Nave”, posta sul limite occidentale della spiaggia di Serapo, località di Gaeta, sul litorale Laziale – come la chiama lo stesso Schmiedt (2), dimostrano come le strutture preesistenti a Sapri, in località S. Croce, dette ‘Pilae’, si somiglino notevolmente.

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(Fig. 3) Villa della Nave o Villa del patrizio romano Gneo Fonteio a Serapo, presso Gaeta – rilievo aereo dei resti delle strutture semisommerse “sovrastrutture. 1,2,3,4,5 ecc…”; l’immagine è stata pubblicata nello studio di Giulio Schmiedt (2).

Resti della villa Nave o di Gneo Fonteio a Serapo a Gaeta

(Fig. 4) Cala della Nave a Serapo, località di Gaeta – resti della Villa d’epoca romana di Gneo Fonteio o ‘Villa della Nave’ – come la chiama Giulio Schmiedt (2), visti dal satellite. Come si può ben vedere, queste strutture semisommerse, somigliano alle strutture semisommerse dette ‘Pilae’, poste lungo il litorale Saprese ed illustrate nella Figg. 8-9-10-11-12.

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(Fig. 5) Villa della Nave o Villa del patrizio romano Gneo Fonteio a Serapo, presso Gaeta – Veduta delle strutture semisommerse illustrate nel disegno del rilievo di Fig. 3 “sovrastrutture. 1,2,3,4,5 ecc…”; l’immagine è stata pubblicata nello studio di Giulio Schmiedt (2).

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(Fig. 6) Villa marittima di Sperlonga – Resti delle strutture semisommerse illustrate nel disegno del rilievo di Fig. 3 “sovrastrutture. 1,2,3,4,5 ecc…”; l’immagine è stata pubblicata nello studio di Giulio Schmiedt (2).

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(Fig. 7) Villa della Nave o Villa del patrizio romano Gneo Fonteio a Serapo, presso Gaeta – Veduta delle strutture semisommerse illustrate nel disegno del rilievo di Fig. 3 “sovrastrutture. 1,2,3,4,5 ecc…”; l’immagine è stata pubblicata nello studio di Giulio Schmiedt (2).

La notevole somiglianza con alcune strutture semisommerse a Serapo con le ‘Pilae‘ a S.Croce a Sapri,  è  suffragata anche e soprattutto – a nostro avviso – da alcune evidenze strutturali e fotografiche illustrate da Giulio Schmiedt (2), che nel 1972, parlava di alcune ville romane sul litorale laziale.

Le strutture semisommerse a S. Croce, dette ‘Pilae’

Le immagini illustrate nelle Figg. 3-5-6-7, pubblicate da Giulio Schmiedt (2), nel 1972, illstrano alcune strutture della ‘Villa della Nave’ o villa del patrizio romano Gneo Fonteio a Serapo (località di Gaeta). In particolare, l’immagine illustrata in Fig. 3, pubblicata dallo Schmiedt (2), illustra il disegno del rilievo in pianta, dove con la lettera “C si indicano i resti di sovrastrutture 1,2,3,4,5 = fondazioni sommerse di una veranda sul mare” che, come possiamo vedere dal raffronto delle altre immagini di Figg. 8-9-10-11-12, che illustrano le strutture a S. Croce, dette ‘Pilae’, si somigliano notevolmente. Le strutture semisommerse di S. Croce, sono molto simili a quelle della Villa della Nave a Serapo.  Secondo lo Schmiedt (2), le strutture della villa d’epoca romana del patrizio Gneo Fonteio, sono delle strutture o “fondazioni sommerse di una veranda sul mare”. In realtà, le strutture delle ville romane sul litorale laziale, e le ‘Pilae’ a S. Croce, sono delle strutture (costruzioni) semisommerse, forse portuali. Anche se oggi, in ambedue i casi, questre strutture, sono semisommerse, ovvero, in parte immerse nell’acqua del mare ed affiorano per pochi centimetri fuori il pelo dell’acqua, esse, rappresentano delle opere che in antichità si elevavano per diversi metri dal pelo dell’acqua di mare –  dove gettavano le loro forti fondazioni – e costituivano una poderosa costruzione – i cui piloni – andavano a costituire una passerella o di una veranda sul mare – come vuole lo Schmiedt. Credo si tratti di una struttura portuale utilizzata a mò di passerella elevata per l’attracco ed il ricovero dei navigli e che nel contempo era anche e soprattutto un sia molo flangiflutti a difesa delle violente mareggiate nei giorni di forte vento di libeccio. Infatti, a Sapri, si può vedere come nei giorni di forte vento di libeccio, il mare in burrasca, scarica e dirige tutta la sua violenta forza delle sue onde, proprio verso la direzione delle ‘Pilae’, costruite in quel punto per proteggere i piccoli legni ricoverati nel porticciolo della villa patrizia di S. Croce. Inoltre, dette strutture, sono semisommerse in quanto, esse, costituiscono la porzione in acqua – cioè le fondazioni di questi poderosi piloni. Cio è dimostrato dalla tipologia costruttiva e dai materiali utilizzati per la loro costruzione. Si vede chiaramente come queste strutture, siano nate per essere state costruite immerse nell’acqua del mare, dall’uso della malta idraulica utilizzata – la pozzolana – per le costruzioni in acqua. Infatti, le ‘pilae’ a S. Croce, sono per metà costruite con mattoni di tufo legati da un’impasto di inerte e pozzolana, fino al pelo dell’acqua di mare, mentre la parte che oggi affiora dal mare si vede costruita con diversi materiali: ciotoli di pietra locale mista ad una poltiglia di calce normale. Ecco cosa scrivevo in un mio studio Relazione per il nuovo Piano Regolatore di Sapri (1): “Proseguendo oltre, i resti del criptoportico delle ‘Cammarelle’, si concludono poco prima di un corpo di fabbrica ortogonale alla linea di spiaggia e proteso verso il mare, ovvero si protende sommerso sui fondali antistanti per circa mt. 30. Sono i resti di strutture affioranti dall’acqua del mare, in numero di cinque e disposti a difesa dei venti di libeccio. (Fig….). Queste strutture che il Napoli non voleva essere portuali (….), sono strutture murarie sommerse di una veranda sul mare simili a quelle di altre ville romane del litorale laziale (…), come quelle di Sperlonga e di Villa della Nave a Serapo (Fig….), simili a quelle presenti a Sapri, le cui strutture di fondazione sommerse ed affioranti dal mare sono costruite con mattoni di tufo e malta pozzolanica, la cui presenza testimonia inequivocabilmente la sua funzione di immersione,mentre,al di sopra del livello medio dell’acqua la costruzione avviene con pietre calcaree e malta cementizia. Queste strutture, nella tradizione orale locale venivano chiamate ‘Pile’ (Pilae). Nel 1928, l’Ing. G. Magaldi, redasse per incarico della Soprintendenza alle Antichità e Scavi della Campania un “Cenno storico archeo logico della città di Sapri” e pubblicava una planimetria particolareggiata (Fig….) ove indicava i rinvenimenti a S.Croce e, descriveva gli scavi e i ritrovamenti del 1884,in occasione dell’apertura della strada provinciale (ex SS 18) e,quelli effettuati nel 1906 in occasione della costruzione ecc..”

Cattura

(Fig. 8) Strutture semisommerse dette ‘Pilae’, a S. Croce a Sapri, molto simili a quelle della villa a Serapo

Le Pilae a S. Croce

(Fig. 9) Strutture semisommerse dette ‘Pilae’, a S. Croce a Sapri, molto simili a quelle della villa a Serapo

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(Fig. 10) Strutture semisommerse dette ‘Pilae’, in località S. Croce a Sapri

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(Fig. 11) Strutture semisommerse dette ‘Pilae’, a S. Croce a Sapri, molto simili a quelle della villa a Serapo

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(Fig. 12) Magaldi J., op. cit. (12), copia del suo rilievo dei rinvenimenti in occasione degli scavi del 1928.

L’Antonini sulle ‘Pilae’

Il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (3), nel 1745, nella sua ‘Lucania’, così descrive le preesistenze che vide a S. Croce, tra cui le ‘Pilae’:  “Il porto, ch’è di figura semicircolare, ha quasi due miglia di circonferenza, e la sua bocca è di circa mezzo miglio, guardando per dritto a mezzo giorno; quindi è, che spirando quei venti, i legni non sono sicuri nel porto. Avevano a questo difetto rimediato gli antichi (che ben il conobbero) col fare un gran riparo di scogli all’imboccatura di esso, che ricevendo di fronte gli urti delle tempestose onde, faceva, che al di dentro tutto stasse in calma: di questo riparo pochissimo oggi n’è rimasto, ed appena si vede sott’acqua, essendo il di più stato consumato, e roso; ma se mai al Governo piacesse di fare stendere un piccolo braccio, o di scogli, o di fabbrica verso la Torre chiamata Buondormire, che sta ad occidente, lo che costerebbe pochissimo, si farebbe allo Stato ed a’ forestieri ancora un gran benefizio, perché i navilj, che vanno, o vengono da Calabria, da Sicilia, da Puglia, da Malta, avrebbero ove ricoverarli; non essendoci adesso da Messina fino a Baja porto né così capace, né più opportuno; ed in tal caso converrebbe ancor nettar il porto stesso, che presentemente…”.

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Questo cippo funerario da Sapri, del I sec. d.C., menziona il duovir des(ignatus) Lucio Sempronio Prisco (71), e attesta che la colonia (Vibo) era retta da magistrati annuali, i duoviri, tipici delle colonie latine; forse la città ricevette anche una colonia di veterani al tempo delle guerre civili. L’iscrizione porta un buon sostegno all’ipotesi della colonia di Vibo, e non occorre attribuire il personaggio, come è stato fatto, a Blanda o a Bussento. Etc…”. E’ interessante l’ipotesi del La Greca sulle origini della città di Vibone, che in sostanza riprende ciò che aveva in precedenza scritto e creduto l’Antonini. Non è chiaro se il La Greca, nel riferirsi alle rovine di S. Croce si riferisca ad una città di origine sabellica o Lucana o si riferisca alla colonia latina di Vibona. Si è visto che, sebbene si propenda per l’ipotesi della Villa romana di S. Croce appartenente come proprietà ai “Sempronii”, duumviri, probabilmente parenti a Tiberio Sempronio Longo, della colonia romana di Buxentum, non ritengo valida l’ipotesi che i “Sempronii”, probabilmente proprietari della villa di Sapri, ricoprissero la carica di duumviri (o duumviro edile) per disporre della colonia di Vibo ma essi disponevano della colonia romana e Sillana di Buxentum. Il La Greca, a p. 34 continuando il suo discorso sull’area di S. Croce scriveva pure che: “Ricerche recenti nell’area della villa romana di Santa Croce a Sapri (72)  hanno stabilito che il livello del mare in epoca storica era più basso dell’attuale di circa 1,80 m. La linea di costa tuttavia presentava qui un andamento particolare, e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto, l’area successiva del lungomare, che oggi ospita edifici abitativi moderni, costituiva allora una piccola insenatura marina.”. Il La Greca, a p. 34, nella nota (72) postillava: “(72) Toccaceli 2003”. Il La Greca, a p. 34, nella nota (72) si riferiva al testo del geologo Romeo Toccaceli (….), ed a p….., nella bibliografia scriveva: “(72) TOCCACELI 2003 = R. M. TOCCACELI, Evidenze geoarcheologiche della variazione del livello del mare in età storica: l’insediamento romano di S. Croce (Sapri – Golfo di Policastro), in ALBORE LIVADIE – ORTOLANI 2003, pp. 255-264. TRA LAZIO E CAMPANIA 1995 = AA. VV., Tra Lazio e Campania.”, su cui contenuto nutro dei dubbi. Il La Greca si riferisce ad uno studio geomorfologico del geologo Romeo Toccaceli di Sapri che, nel 2003 riteneva che “…il livello del mare in epoca storica era più basso dell’attuale di circa 1,80 m.”. Il Toccaceli (ed in questo caso il La Greca, ritenevano che in epoca storica, senza peraltro specificare quale epoca storica a cui si riferisse, il livello del mare era più basso di circa mt. 1, 80. Dunque, essi ritenevano che nell’antichità, l’area delle rovine di S. Croce, il livello del mare era molto più basso dell’attuale, tanto che, il La Greca affermava che in epoca antica: “La linea di costa tuttavia presentava qui un andamento particolare, e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto, l’area successiva del lungomare, che oggi ospita edifici abitativi moderni, costituiva allora una piccola insenatura marina.”. Il La Greca riteneva che il molo frangiflutti (le pilae) e le “cammerelle”, in epoca antica non erano bagnate dal mare, ovvero erano all’asciutto. Se pur ammettendo l’evidenza geologica che nell’antichità la linea costa presentasse un andamento particolare, non mi pare possibile, invece che “un andamento particolare”, l’avesse pure la linea orografica del sottosuolo di Sapri e della baia di Sapri. Inoltre, ammettendo per buona l’ipotesi e gli studi di Toccaceli da cui risuta che tutta la villa ed il molo (le pilae), rovine che insistono nell’area di S. Croce, in parte sommersi dall’acqua, siano state in epoca antica  “e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto”, mi chiedo come risulta possibile che, la tipologia costruttiva del molo frangiflutti (dalla tradizione chiamato le “Pile” (da “Pilae”, ovvero pilone) denoti una diversa tipologia costruttiva adatta alle costruzioni marine ?. Mi spiego meglio. Dall’analisi della costruzione della Pilae, un molo frangiflutti costruito a protezione delle opere prossime alla battigia del mare a S. Croce, si vede chiaramente quale sia stato sempre il livello del mare. Le “Pilae”, di Sapri sono costituite da una porzione posta sotto l’acqua del mare e, un’altra porzione che affiora dal livello del mare, visibile al visitatore. Esse sono state costruite con due tipologie costruttive diverse tra loro. La porzione di opera sottomarina è stata costruita usando una malta idraulica a base di pozzolana. Questo dimostra che i romani costruirono le “Pilae” nell’acqua del mare che, all’epoca, già era presente. Infatti, l’opera serviva a proteggere la piccola insenatura dai flutti marini, marosi, che in certi giorni di burrasca si vedono infrangersi proprio verso la Pilae. Dunque, se a S. Croce, il livello del mare è stato, come io credo, almeno dall’epoca romana come è attualmente, ne va da se che l’ipotesi del La Greca e di altri non hanno fondamento. A S. Croce, il mare c’è sempre stato così come lo vediamo ora e con lo stesso livello. Era talmente sostanziale la presenza del mare che i romani dovettero costruire il molo frangiflutti a divesa dei venti di mezzogiorno particolarmente rovinosi nelle giornate di burrasca. Felice Grippa (….), nel suo Sapri –  Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 73 e 74, venivano pubblicati due disegni ricostruttivi della villa d’epoca romana che mostrano chiaramente la Villa disposta all’asciutto e su un pianoro leggermente rialzato rispetto alla linea della battigia del mare. La ricostruzione dell’autore dei disegni, però, nella sua ricostruzione a volo d’uccello (dall’alto) della villa di S. Croce, non tiene minimamente conto delle opere portuali, del criptoportico delle “Camerelle” e del molo frangiflutti. Le evidenze archeologiche in sito denotano, è vero, delle opere murarie ad un livello superiore a quello marino ma queste costituiscono un tutt’uno con le opere murarie sottostanti, quelle cioè che si vedono dalla battigia del mare, che sono opere portuali e che, nel caso del molo frangiflutti (chiamato Pila), posto un pò più avanti, erano opere costruite con le loro fondamenta nel mare stesso, dunque opere portuali.

Nate bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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(2) (Figg. 3-5-6-7-8) Schmiedt G., ‘Il livello antico del Mar Tirreno – testimonianze dei resti archeologici, Firenze, Leo S. Olschki editore, 1972; le immagini sono tratte dal Cap. 5 – “Da Anzio alla foce del F. Garigliano” e, sono le immagini della ” e- Villa della Nave a Serapo”, o villa del patrizio romano Gneo Fonteio a Serapo (località di Gaeta), e sono: la n. 146 di p. 134, che illustra un disegno del rilievo dall’alto di Villa della Nave o villa del patrizio romano Gneo Fonteio. In particolare, lo Schmiedt, pubblica la Fig. 3 che corrisponde alla Fig. 146 a p. 134; la Fig. 5, corrisponde alla Fig. 149, a p. 137; la Fig. 6, corrisponde alla Fig. 148, a p. 136; la Fig. 7, corrisponde alla Fig. 147, publicata a p. 135.

(3) Antonini G., La Lucania, I Discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, pp……..

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(4) (Fig. 10) Schmiedt G., Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Parte II- I Porti delle Colonie Greche, stà nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975 (che noi possediamo in originale), pp. 78-79. Lo studioso  Giulio Schmiedt, nel 1975, pubblicò un’interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Nel suo studio, sugli ‘Antichi porti d’Italia’ (2), lo Schmiedt, riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicam e che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino” (riferendosi al punto ove si trova il Faro Pisacane).

(5) Mazzella Napolitano S., Descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1568, p. 79 che oggi si può scaricare gratis da:  https://books.google.it/books?id=Z5wDWIysb_0C&pg=PA250&dq=scipione+mazzella+napolitano,+descri&hl=it&sa=X&redir_esc=y#v=onepage&q=scipione%20mazzella%20napolitano%2C%20descri&f=false.

(6) Curzio N., Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dal-l’Etna ai sette colli, estratto dal Pensiero Cattolico, Manduria, 1910, cap. XIV, p. 29.

(7) Greco G., Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32.

(8)  Johannowsky W., Atti XXII Congresso sulla Magna Grecia, Taranto, 1982, p. 422; si veda pure 1983b;  si veda pure dello stesso autore: ‘Le Ville romane dell’età imperiale‘, stà  in: Itinerari turistico culturali in Campania, n. 3, Società Editrice Napoletana, pp. 116, Napoli.

(9) Scarfone A., “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in “Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia”, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA;

(10) (Figg. 1-2) “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, tratto da Schmiedt G., ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia’, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79. Schmiedt, alla nota 173 di p. 78, scrive in proposito: “un vecchio schizzo eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”. Il disegno originale è conservato all’I.G.M. di Firenze – Nuovo Archivio, Sede S. Marco, classificazione catastale, 75-11, armadio 93, cartella 82, doc. n. 52, scans. 93, e si può ottenere la sua fotoriproduzione digitale andando sul sito: https://www.igmi.org/carte-antiche/digitale_300_dpi/carta-1507626269.46?searchterm=Genio+Napoletano

(11) Beguinot C., Il Cilento – Problemi urbanistici, ed. del Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, collana diretta da Ruggero Moscati, VIII, Napoli, 1960.

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(12) Magaldi Josè, Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni, Incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, Sapri, Marzo 1928, Anno VI; questo scritto di cui noi possediamo una copia donataci dall’autore, è inedita ma depositata a Salerno.

I criptoportici della villa di Cicerone a Formia sono simili alle ‘Cammerelle’ di Sapri

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(Fig. 2) I ‘criptoportici’ della villa romana di “Regione Sarinola”, o Villa di Cicerone, oggi detta Villa Rubino a Formia-Minturno, molto simili alle ‘Cammerelle’ a S. Croce a Sapri

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(Fig. 2) I ‘criptoportici’ della villa romana di “Regione Sarinola”, o Villa di Cicerone, oggi detta Villa Rubino a Formia-Minturno, molto simili alle ‘Cammerelle’ a S. Croce a Sapri.

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(Fig. 5) Le ‘Cammerelle’ o criptoportici a S. Croce, in una foto dei primi del ‘900, così erano fino al recente e scellerato intervento voluto da Werner Johannowsky

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archi-vistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Già nel lontano 1987, facevo notare come esistesse una forte similitudine con le strutture emerse e semisommerse di due Ville d’epoca romana del litorale Laziale con quelle a S. Croce. L’intuizione mi venne da uno studio di Giulio Schmiedt (2) che, nel 1972, pubblicò un’interessantissimo studio, dove parlando di alcune ville romane del litorale laziale, venivano illustrate alcune strutture di alcune ville romane del litorale Laziale (a Formia e a Serapo), che somigliano alle strutture di S. Croce a Sapri. In particolare, Schmiedt, pubblicava le immmagini dei ‘criptoportici’ – della Villa di Cicerone a Formia (Fig. 4), che presenta notevoli similitudini con la villa e le strutture a S. Croce a Sapri. Ripropongo ai lettori, una delle mie tante intuizioni, nata dal confronto delle immagini pubblicate da Schmiedt (2 – Fig. 1), con le preesistenze archeologiche d’epoca romana a S. Croce a Sapri. Schmiedt (2), citava  la villa romana della “Regione Sarinola” a Formia-Minturno, i cui ambienti sono estesi al di sotto dell’attuale villa borbonica detta Villa Rubino (dalla famiglia che è attuale proprietaria) che, recentemente è stata attribuita al Questore romano Marco Tullio Cicerone. Nell’immagine pubblicata dallo Schmiedt (2)(Fig. 1), si può vedere la notevole somiglianza dei suoi ‘criptoportici’ (Fig. 1-2-10), con le ‘Cammerelle’ di S. Croce a Sapri.  Nell’immagine di Fig. 1, pubblicata dallo Schmiedt (2), si rappresenta la Villa d’epoca romana a Formia, ed in particolare la veduta di criptoportici della villa romana di Regione Sarinola” a Formia. Sappiamo che la Villa romana detta da Schmiedt, della Regione Sarinola, è a Formia, ma non siamo del tutto certi quale fosse delle tre o quattro esistenti sul litorale di Formia. Tuttavia, quale che fosse questa villa, esamindo meglio le ville in questione, abbiamo visto che strutture simili a quelle dell’immagine pubblicata da Schmiedt, somiglianti notevolmente alle  nostre ‘Cammerelle‘ in località Santa Croce, sono numerose, come illustrano le immagini recenti illustrate dalle Figg. 2 e 10. Sappiamo che ‘criptoportici’, simili alle ‘Cammerelle’, fossero anche nella villa attribuita a Cicerone, di cui parlerò. Le ‘Cammerelle’, di S. Croce non si vedono più come erano illustrate nell’immagine d’inizio ‘900 di Fig. 5, occultate definitivamente dallo sciagurato intervento inutile e mistificatorio che fu fatto negli anni ’80. Certo è che le ‘Cammerelle’, come si mostravano prima degli anni ’80, somigliano ai ‘criptoportici’ (così detti da Schmiedt) di alcune ville patrizie romane a Formia, dove vi era anche la villa di Cicerone. Questo studio, riapre nuovi scenari circa il pasaggio e la conoscenza che il grande oratore Cicerone, avesse dei nostri luoghi. Come intuì l’Antonini (3), quando credeva riferirsi a Sapri,  il Questore romano, Marco Tullio Cicerone che, nel I secolo, spesso era in viaggio navigando ripetute volte per le nostre coste, nella sue lettere scritte al suo amico Attico nel 44 d.C., scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, nel 75 a. C., diceva: Ego adhuc (perveni enim Vibonem ad Sicam) ecc…Veni igitur ad Siccam octavo die a Pompeiano, cum uno die Veliae constitissem, ubi quidem fui fane libenter apud Talnam nostrum, nec potus accipi, illo absente praefertim, liberalius, IX Kal. igitur ad Sicam” (3-13). Forse proprio le rovine di un’antica città scomparsa di ‘Vibonem ad Sicam’, citata e conosciuta da Cicerone, nelle sue continue fughe. Forse a Sapri, vi era un suo carissimo e potentissimo amico che viveva nella sua villa patrizia, su cui Cicerone poteva fidare, fuggendo dalla sua villa di Formia a causa delle beghe e delle lotte politiche per l’uccisione di Cesare e la sua successione. La cosa andrebbe ulteriormente indagata. Dalla biografia che ne fa Plutarco, si evince che Cicerone, pur essendo molto amico di Bruto, e odiasse Giulio Cesare per le sue manie accentratrici, forse abbia avuto un ruolo, sia pur secondario nella tragica fine del dittatore e che a Sapri, Cicerone venisse ad incontrare un personaggio all’epoca molto influente. Nel 2014, lo studioso Scarfone A. (10), ha pubblicato sul sito dell’ISPRA, dal titolo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”,  dove non troviamo nessun contributo o citazione a Cicerone, se non la frase: “Gli Autori del passato hanno avuto un forte interesse verso la storia di Sapri, definita da Cicerone come parva gemma maris inferi, tracciandone magistralmente gli eventi che si sono succeduti con il trascorrere del tempo. Nel rileggere i loro contributi informativi si è però avuto modo di individuare alcune frettolose affermazioni ecc..“.

Incipit

La testimonianza di un’antica città chiamata ‘Bibo ad Sicam‘ o ‘Siccam’ – nelle campagne di Sapri e che, probabilmente fosse stata già conosciuta dagli antichi e quindi anche dallo stesso Cicerone che la cita nelle sue lettere al suo amico di Velia. I resti dell’antica città di cui parlava Cicerone nelle sue famose lettere allo amico Attico. Bibo ad Siccam odie ruin.. Dal punto di vista strettamente bibliografico e, storiografico, il primo a riferire del toponimo “Bibo ad Sicam”, è stato il Barone di S. Biase (natio di Cuccaro Vetere), Giuseppe Antonini, nella sua ‘Lucania’ (…). Nel 1745 e in seguito, nel 1795, il nipote Matteo Egizio, pubblicò la “Lucania – I Discorsi”, del barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….) che, ci parla per la prima volta di un Bibo ad Sicam o ‘Siccam’ (…), citata da Cicerone (…). L’Antonini (….), è il primo a riferire del toponimo (nome di luogo), attribuendolo e credendo si riferisca a Sapri,  il Questore romano, Marco Tullio Cicerone che, nel I° secolo, che era spesso in viaggio navigando ripetute volte per le nostre coste. Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, parlando di Vibonati, scriveva che: “Chiama il volgo questo paese ‘Libonati’, mutando la lettera V in L, ciò che per latro non di rado nella lingua Italiana accade. Fu dà Latini detto ‘Vibo ad Sicam’, e ‘Siccam’ da una Isoletta, che gli sta all’incontro, poche miglia all’oriente di Maratea, anche oggi chiamata ‘Sicca’ a differenza del ‘Vibo Valentia’, ch’è Monteleone, detto già ‘Ipponium, & Hipponium. Ecc…”. L’Antonini continua il suo discorso argomentando su ciò che aveva scritto Gabriele Barrio (….), di cui parlerò in seguito che voleva che il ‘Vibone’ citato da Cicerone fosse l’attuale Vibo Valenzia in Calabria. Figuriamoci se Cicerone nel fuggire dopo l’uccisione di Giulio Cesare si recò a Vibo Valenzia e non come voleva giustamente l’Antonini nel golfo di Policastro che gli antichi chiamarono “Seno Vibonense” e, che altri in seguito, come vedremo chiamarono “Seno Saprico”. L’Antonini (…), a p. 428, iniziando a parlare di Sapri e del suo porto, scriveva che: “Verisimilmente il porto dei Vibonesi dovea esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, che non potevano essere per gente di poco conto, siccome diremo.”. Infatti, l’Antonini aggiungeva che: “Gabriel Barrio nella, per altro, eruditissima opera ‘de situ Calabrie’, al lib. 2, per tirar tutto a quella regione, non solo volle darci a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso, che ‘Vibo Valentia’, cioè l’Hipponium, ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’ siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: ‘Ut Plutarchus’, qui Vibonem in Lucania esse scribit; ed a sede di lui standone l”Abbate Aceti’ nelle note ultimamente fatte allo stesso Barrio, ha purtroppo malmenato il medesimo Plutarco, perchè aveva posto Vibone in Lucania; tutto perchè non han saputo, o non han voluto sapere, che c’era un altro ‘Vibone’, chiamato ‘ad Siccam’, per distinguerlo dal ‘Vibo Valentia: Nec solus Strabo, ecc..”.

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(Fig. 3) La ‘Lucania’ di Antonini che parla di Cicerone a Sapri.

Cattura

(Fig. 6) Codice Urb. gr. 82 – XI sec. – il più antico conosciuto – particolare delle nostre coste

L’Antonini (….), nella sua ‘Lucania’, alla pagina 424, disserta sul toponimo di  ‘Vibone‘ e, citando “l’Abbate Aceti” scriveva e credeva che, il Questore romano, Marco Tullio Cicerone, nelle sue “Epistole ad Attico” (una raccolta di lettere che Cicerone scrisse a diversi suoi amici subito dopo la congiura che portò alla morte di Giulio Cesare), si riferiva all’antico toponimo (nome di luogo) riferito a Sapri o al porto naturale di Sapri. Infatti, il Questore romano Marco Tullio Cicerone, nelle sue “lettere ad Attico”, cita più volte il toponimo di ‘Vibonem ad Sicam‘.  L’Antonini, nella nota (I), dice di trarre la notizia dalla ‘Storia’ di Francesco Fabricio (….). Come intuì l’Antonini (….), quando credeva riferirsi a Sapri,  il Questore romano, Marco Tullio Cicerone che, nel I° secolo, spesso era in viaggio navigando ripetute volte per le nostre coste, nella sue lettere scritte al suo amico Attico nel 44 d.C., scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, nel 75 a. C., diceva: Ego adhuc (perveni enim Vibonem ad Sicam) ecc…Veni igitur ad Siccam octavo die a Pompeiano, cum uno die Veliae constitissem, ubi quidem fui fane libenter apud Talnam nostrum, nec potus accipi, illo absente praefertim, liberalius, IX Kal. igitur ad Sicam” (…..). Nel 2014, lo studioso Scarfone A. (….), ha pubblicato sul sito dell’ISPRA, dal titolo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”,  dove non troviamo nessun contributo o citazione a Cicerone, se non la frase: “Gli Autori del passato hanno avuto un forte interesse verso la storia di Sapri, definita da Cicerone come parva gemma maris inferi, tracciandone magistralmente gli eventi che si sono succeduti con il trascorrere del tempo. Nel rileggere i loro contributi informativi si è però avuto modo di individuare alcune frettolose affermazioni ecc..“. Certo è che le ‘Cammerelle’, come si mostravano prima degli anni ’80, somigliano ai ‘criptoportici’ (così detti da Schmiedt) di alcune ville patrizie romane a Formia, dove vi era anche la villa di Cicerone. Questo studio, riapre nuovi scenari circa il pasaggio e la conoscenza che il grande oratore Cicerone, avesse dei nostri luoghi.

Dopo il III sec. d. C., Sapri nei secoli dell’Impero Romano

Io credo che Policastro non avesse un porto e che dall’epoca dei romani, il porto di Policastro fosse il portum di Sapri. Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Itinerario Antonino e nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: Agli inizi del III sec. a. C., Elea (Velia), potente colonia della Magna Grecia (l’odierna Moio della Civitella), stringerà con Roma una proficua e forte alleanza, che, determinerà la scomparsa dei centri fortificati dell’interno come Roccagloriosa e sorgeranno ‘villae’ lungo la costa (39). Sulla costa si vanno infittendo le emergenze monumentali di ‘villae’ più o meno complesse: da quella di Punta Licosa a sud di Velia a quella imponente e monumentale di Sapri.”. Le evidenze monumentali ed epigrafiche provenienti da Sapri, le ampie descrizioni degli studiosi ottocenteschi (40), testimoniano una situazione più complessa ed articolata che non quella di una semplice villa marittima per quanto monumentale che sia.”(41). Al problema, al momento insolubile, della ubicazione a Sapri della statio Caesernia, lungo la via costiera che univa Capua a Reggio (42), si connette la complessità delle emergenze monumentali nonché la presenza di un cippo funerario, pubblicato dall’Antonini e dal Mommsen, che menziona un duovir des (ignatus) che documenta una costituzione duovirale tipica di una colonia (43)”(44).”. Nella mia nota (39) postillavo che: “(39) Frederiksen M.W., The contribution of Archeology to the Agrarian Proble in the Gracam Period, stà in “D.d.A.”, IV-V, 1971, p. 340 s.”. Nella mia nota (40) postillavo che: “(40) Johannowsky W., Sapri, stà in “Atti del XXII Congresso sulla Magna Grecia”, Taranto, 1983, p. 528.”. Nella mia nota (41) postillavo che: “(41) Antonini G., op.cit., vedi anche la Relazione di Magaldi J. presentata alla Soprintendenza alle Antichità e Scavi della Campania, 1928: “Cenno storico archeologico della città di Sapri”, ove vengono descritti minuziosamente i ruderi esistenti a Sapri ed i rinvenimenti avuti nel corso dei lavori per la costruzione della SS.18 nel 1884.”. Nella mia nota (35) postillavo che: (42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U.,Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Nella mia nota (43) postillavo che: (43) Mommsen, CIL , X, 461; questo stesso cippo è dato come proveniente da Buxentum da Russi A. in Dizionario Epigrafico De Ruggiero, s.v. Lucania, p. 1897.”. Nella mia nota (44) postillavo che: (44) Greco Giovanna, op. cit., p. 19″. Infatti, pare che all’epoca romana, il diumviro edile che sovrintendeva il porto e le infrastrutture portuali a S. Croce a Sapri, Lucio Sempronio Pomponio Prisco, appartenesse alla famiglia dei Prisco. Un Prisco aveva un ruolo importante proprio a Policastro. Io credo che, il centro demaniale di Policastro o Buxentum romana non avesse un porto o strutture portuali vere e proprie ma che tali strutture fossero state costruite in località S. Croce a Sapri che peraltro ha una baia ampia ed unica che poteva ospitare anche flotte di navi da battaglia che ivi potevano ormeggiare per attendere le armate al loro rientro. Il piccolo porticciolo e la baia naturale di Sapri, ebbero certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro (porto franco), nelle operazioni militari che si svolgeranno via mare.

La ‘Bibo ad Siccam’ citata da Cicerone nelle sue lettere ad Attico

Dopo il suo rifiuto a partecipare alla vita politica con la costituzione del  primo trimvirato di Cesare, Pompeo e Crasso, Marco Tullio Cicerone, si tenne fuori dalla politica ma ciò non bastò a salvarlo dalle vendette dei populares, nel 58 a.C. e dopo fu costretto all’esilio. Cicerone, non si diede pace, implorando le sue conoscenze perché favorissero il suo ritorno, ma alcune sue ville furono addirittura distrutte, come quella di Formia che spesso dovette abbandonare a causa delle sue repentine fughe. Cicerone non fu, certamente, colto di sorpresa dall’assassinio, da parte dei Liberatores, di Giulio Cesare: era sicuramente al corrente della congiura che si andava tessendo, ma decise sempre di tenersene al di fuori, pur manifestando una grande ammirazione per l’uomo che era destinato a divenire il simbolo stesso della congiura, Bruto. E lo stesso Bruto, infatti, con il pugnale sporco del sangue di Cesare ancora in mano, additò Cicerone definendolo l’uomo che avrebbe ristabilito l’ordine nella repubblica. In seguito alla sua prescrizione decretata da Antonio, Cicerone lasciò allora Roma e si ritirò nella sua villa di Formia, che aveva ricostruito dopo gli episodi legati a Clodio. A Formia, però, fu raggiunto da alcuni sicari inviati da Antonio, che, aiutati da un liberto di nome Filologo, poterono trovarlo fin troppo facilmente. Cicerone, accortosi dell’arrivo dei suoi assassini, non tentò di difendersi, ma si rassegnò alla sua sorte, e venne decapitato. Una volta ucciso, per ordine di Antonio, gli furono tagliate anche le mani (o forse soltanto la mano destra, usata per scrivere ed indicare durante i discorsi), con cui aveva scritto le Filippiche, che furono esposte in senato insieme alla testa, appese ai rostri che si trovavano sopra la tribuna da cui i senatori tenevano le loro orazioni, come monito per gli oppositori del triumvirato. Prima del suo assassinio, Cicerone, si spostava continuamente in viaggio dalla sua Villa di Formia e scriveva tanto ai suoi fedelissimi amici. Nei primi del ‘400, Francesco Petrarca, nel corso delle sue frequentazioni nei luoghi campani, rinvenne le lettere (Epistole) che il Questore romano Marco Tullio Cicerone scrisse ai suoi fedeli amici, tra cui, vi sono 396 epistole, scritte tra il 68 e il 44 a.C., indirizzate a Tito Pomponio Attico, uomo ricco, appartenente al rango equestre, dotato di grande cultura, seguace dell’Epicureismo e pertanto determinato a non prendere parte attiva alla vita politica. Le epistole di Cicerone furono riscoperte tra il 1345 e il 1389 da Petrarca e dal cancelliere e umanista Coluccio Salutati. Complessivamente furono ritrovate circa 864 lettere, delle quali una novantina furono scritte da corrispondenti. Le epistole furono raccolte e archiviate dal segretario di Cicerone, Tirone, fra il 48 e il 43 a.C. Si dividono in 4 categorie. Alla prima delle 4 categorie appartengono quelle scritte da Cicerone al suo amico Attico. Epistole agli amici (Epistulae ad Familiares) (16 libri). Pare che le lettere scritte da Cicerone, quelle che a noi interessano siano due, ovvero Lettere ad Attico, scritte nel 44 d.C. (quindi proprio quando oramai era arrivata la sua fine) e, sono: epistola 6 del libro 16 e, l’epistola 19, del lib. 14 ad Attico. Subito dopo, il 7 dicembre del ’43 a.C., Cicerone sarà ucciso nella sua villa di Formia dai sicari di Antonio. Tito Pomponio Attico, era grande amico e vecchio compagno di Cicerone. Prese il cognonem di Attico, dopo una lunga permanenza ad Atene. In alcune lettere, Cicerone, cita il toponimo di “Vibonem ad Sicam”Forse proprio le rovine di un’antica città scomparsa di ‘Vibonem ad Sicam’, citata e conosciuta da Cicerone, nelle sue continue fughe. Forse a Sapri, vi era un suo carissimo e potentissimo amico che viveva nella sua villa patrizia, su cui Cicerone poteva fidare, fuggendo dalla sua villa di Formia a causa delle beghe e delle lotte politiche per l’uccisione di Cesare e la sua successione. La cosa andrebbe ulteriormente indagata. Dalla biografia che ne fa Plutarco, si evince che Cicerone, pur essendo molto amico di Bruto, e odiasse Giulio Cesare per le sue manie accentratrici, forse abbia avuto un ruolo, sia pur secondario nella tragica fine del dittatore e che a Sapri, Cicerone venisse ad incontrare un personaggio all’epoca molto influente. Dunque, secondo Plutarco (….) citato pure dall’Antonini (….), il questore Caio Tullio Cicerone citava il toponimo di “Bibo ad Sicam” in due lettere che ritroviamo in “Lettere ad Attico” che, ivi pubblico traendole dal testo “Epistole ad Attico_2” a cura di Carlo Di Spigno (….), pubblicato nel 1998 per l’edizione Utet. Si tratta dell’epistola n. 6 contenuta ne Libro XVI e dell’epistola n. 19 contenuta nel Libro n. XIV. La prima epistola, la n. 6 del Libro XVI è la lettera che Marco Tullio Cicerone scrive ad Attico ‘Sal.’ da “Scrive da Vibone VIII Kal. Sext. an. 44 a.C.” (414 (Libro XVI, 6). Il Di Spigno (….) che ha curato l’edizione delle ‘Lettere ad Attico’ a p. 1461, nella sua traduzione scrive “Scritta a Vibo Valentia il 25 luglio del 44”. Ma come abbiamo cercato di dire e dimostrare alcuni autori come Plutarco (….) dicono non si tratti di Vibo Valenzia in Calabria anche perchè questa cittadina aveva un porto molto distante dalle ville della costa Velina. E’ molto probabile che si tratti della baia e del porto di Sapri. Cicerone scrive ad Attico ed in questa lettera egli cita il toponimo di “Vibonem ad Sicam”. La lettera in questione viene  pubblicata a pp. 1460-1461 e sgg. Dunque la lettera in questione fu scritta da Cicerone ad Attico il 25 luglio del ’44 a.C.. L’Antonini (….) della sua ‘Lucania’ a p. 424, riporta per intero le parole di Cicerone quando scrive all’amico Tito Pomponio Attico nell’epistola 6 del libro 16: Ego adhuc (perveni enim Vibonem ad Sicam) magis commode quam strenue navigavi, remis enim magnam partem; prodromi nulli: illud satis opportune: Duo sinus fuerunt, quos transmitti oportet, Paestanus et Vibonensis. Utrumque pedibus (I) aquis transmisimus. Veni igitur ad Siccam octavo die a Pompeiano, cum uno die Veliae constitissem, ubi quidem fui sane libenter apud Talnam nostrum, nec potui accipi, illo absente praesertim, liberalius, IX Kal. igitur ad Sicam (2).” (13), la cui traduzione dovrebbe essere:  “Io ancora (perché sono arrivato a Vibo a Sica) ho navigato più comodamente che vigorosamente, per gran parte a remi; il prodromo non aveva nessuno; il primo, in modo tempestivo: c’erano due baie, che devono essere trasmesse, Paestus e Vibonae. Abbiamo incrociato entrambi i piedi (1) nell’acqua Venni dunque a Sicca l’ottavo giorno da Pompei, quando mi ero fermato un giorno a Velia, dove anzi mi trovavo ben volentieri alla nostra Talna; poi a Sicam.”. Dunque, secondo la traduzione dell’Antonini, Cicerone aveva scritto“Ego adhuc (perveni enim Vibonem ad Sicam)”. Il fatto è che la traduzione del Di Spigno non coincide con quella che riporta l’Antonini (….). Il Di Spigno a p. 1460 scriveva: (I) Ego adhuc (perveni enim Vibonem ad Siccam) magis ecc…” e, a p. 1461 traduce dicendo “Fino ad ora (sono giuntto a casa di Sicca a Vibo Valentia) ho compiuto il viaggio per mare ecc…”. Dunque è un “Vibo ad Sicam” come scrive l’Antonini o è un “Vibonem ad Siccam” come scrive il Di Spigno. La seconda lettera, Epistola n. 19 del Libro XIV, è la lettera che Marco Tullio Cicerone scrive ad Attico ‘Sal.’ da “Scr. in Pompeiano VIII Id. Mai. an. 44.” (anno ’44 a.C.) (372, Libro XIV, 19). Il Di Spigno (….) che ha curato l’edizione delle ‘Lettere ad Attico’ a p. 1333, nella sua traduzione scrive “Scritta nella villa di Pompei l’8 maggio del 44.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), sulla scorta dell’Antonini, così si esprimeva: “Nel 75 a.C. Marco Tullio Cicerone, noto oratore, filosofo romano, passando per le coste tirreniche, durante il viaggio di andata nella Sicilia Occidentale, per svolgere il suo compito di Questore, si fermò a ‘Saprinus’ e di quì scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. Dunque, si tratta della lettera in cui Cicerone scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il ‘Vicus’ come “Parva gemma maris inferi”. Gaio Trebazio Testa (in latino: Gaius Trebatius Testa; Elea, … – 4 d.C. circa) è stato un giurista e politico romano, la cui fioritura si colloca nel I secolo a.C.. La familiarità con Cicerone è testimoniata dall’intensa corrispondenza – diciassette lettere – nelle quali aleggia sempre un tono umoristico e confidenziale e da cui è possibile attingere molte delle notizie sulla sua vita. Ecco come Cicerone, probabilmente ospite di Trebazio (o forse dell’amico Thalna) ad Elea. L’Antonini (….), scriveva: ” Quando Cicerone, dopo la morte di Cesare per le bighe fra Ottavio, ed Antonio fuggì di Roma, andossene alla sua villa a Pompei, di la postosi in barca, andò a Velia, donde (dopo essere stato un giorno in casa di Talna, partì ed andò a Vibone (I)”. A sostegno di questa tesi, l’Antonini (….), cita lo scrittore greco Plutarco (….), che visse sotto l’Impero romano e scrisse la biografia di diversi personaggi illustri. Antonini, dice che Plutarco (….), nella sua “Vita di questo Oratore”, scrive che “per venire qui: Lucaniam pedestri itinire percurrit, e chiama Hipponem il nostro Vibone, dicendo, esser in Lucania: (riporta il passo scritto in greco da Plutarco), Hipponii vero (quod oppidum est Lucaniae, Vibonem dicunt nunc, il volete più chiaro?).”. L’Antonini, a sostegno della sua tesi che Cicerone si riferisse al nostro Vibonati cita anche Plinio (…), dicendo che egli nel cap. 5 del lib. 3: “aveva incontro al nostro Vibone situato alcune isole col nome d’Ithacesiae: Et contra Vibonem parvae sunt Insulae, quae vocantur Ithacesiae, Ulyssis specula”, e sulla base di ciò detto l’Antonini affermava non essere il Vibo Valenzia ma un luogo a noi prossimo. Le isole ‘Ithacesiae’ di cui parla l’Antonini e Plinio, sono degli isolotti che ricorrono in tutte le carte d’Italia annesse alla ‘Geografia’ di Tolomeo, come possiamo vedere nel codice greco più antico conosciuto, il Codice Vaticano Urbinate Greco 82, di cui l’immagine di Fig….., ne illustra un particolare della carta dell’Italia.

Il passaggio e la conoscenza che l’oratore e Questore Romano Marco Tullio Cicerone,  avesse delle nostre coste – già intuizione dell’Antonini (3-13) –  quando, nel 75 a.C. (I secolo a.C.), trovandosi spesso spesso in viaggio e navigando ripetute volte per le nostre coste, nella sue lettere scritte al suo amico Attico nel 44 d.C., scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, nel 75 a. C., diceva:  “Parva gemma maris inferi“, “piccola gemma del mare del sud”,  è confortata anche dalla carta corografica di cui parlammo in un altro nostro studio: “Sapri in una carta corografica d’epoca Aragonese”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. Gli antichi scrittori e viaggiatori, della bibliografia antiquaria, raccoglievano sul posto informazioni dagli abitanti del luogo ma prendevano sempre spunto e notizie da antiche mappe o carte manoscritte come quella ad corografica illustrata in Fig. 4. Proprio in questa carta da me rintracciata all’Archivio  di Stato di Napoli, dove attualmente è conservata (5),  tra un ‘Bibone novo’ (le odierne cittadine di Vibonati e Sapri), figura un “Bibo ad Siccam odie ruin.”. Il toponimo (nome di luogo) indicato nella carta in questione sta ad indicare un luogo oggi (riferito al tempo della carta) rovinato o di rovine. Una ‘Bibo ad Sicam’, oggi rovinata. Forse proprio le rovine di un’antica città scomparsa di ‘Vibonem ad Sicam’, citata e conosciuta da Cicerone, nelle sue continue fughe. Forse a Sapri, vi era un suo carissimo e potentissimo amico che viveva nella sua villa patrizia, su cui Cicerone poteva fidare, fuggendo dalla sua villa di Formia a causa delle beghe e delle lotte politiche per l’uccisione di Cesare e la sua successione. La cosa andrebbe ulteriormente indagata. Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (6), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella  sua descrizione del ‘Principato Citra (o Citeriore), a pag. 79, scrive di Sapri: Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano ‘Seno Saprico (6). Probabilmente i resti dell’antica città di cui parlava Cicerone nelle sue famose lettere agli amici Attico e Caio Testa Trebazio di Velia. Cicerone scriveva: Ego adbuc ( perveni enim Vibonem ad Sicam) ecc…Veni igitur ad Siccam octavo die a Pompeiano, cum uno die Veliae constitissem, ubi quidem fui fane libenter apud Talnam nostrum, nec potus accipi, illo absente praefertim, liberalius, IX Kal. igitur ad Sicam” (3). ‘Bibo ad Siccam odie ruin.’, cosa significa questo termine o toponimo citato nella carta e, riferibile al toponimo citato per la prima volta da Cicerone e Plutarco?. E’ sicuramente un toponimo, ovvero un nome di un luogo. ‘Bibo’ stà per Vibo o Bibone o Vibone. ‘Ad Siccam odie ruin.‘, si riferisce ad un luogo ove si vedono delle rovine, odie ruinata, oggi rovinata, forse un’antica città in rovina ed abbandonata. La carta in questione inedita e da noi rinvenuta e pubblicata (Fig. 4)(5), colloca la il toponimo Bibo ad Siccam odie ruin. tra un Bibone novo, l’odierna cittadina di Vibonati, Torraca e Sapri. E’ forse da collegare a questa antica carta d’epoca aragonese la curiosa prima citazione di Sapri. La carta in questione colloca il toponimo tra le campagne delle odierne Vibonati, Sapri e Torraca. Sappiamo di resti antichi, forse di un’antica città, rinvenuti nelle campagne tra Sapri e Torraca, nell’area dell’antico ‘Seminario‘ arcivescovile. Infatti nella carta in questione il luogo viene proprio posto nell’entroterra saprese, sulla dorsale che sale verso Torraca. Sappiamo anche di reperti archeologici rinvenuti nelle campagne che da Sapri vanno sulla dorsale verso Torraca ed in particolare in località Madonna dei Cordici. Sappiamo di importanti rinvenimenti anche recenti rimasti occultati in località Seminario Arcivescovile (abbandonato dalla Curia da due secoli), oggi nella proprietà dei Borea che ivi hanno costruito e che si sono sapute voci di scorribande di tombaroli in quei luoghi. Significativo in proposito è quanto scrive l’Archeologa Giovanna Greco (8): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (…) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), ecc..”. Sappiamo dal Curzio (7) che il luogo di ‘Vibone ad Sicam’, fu visitato da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio, il Vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, dove raggiunse Buxentum e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (7).

Tortorella e Battaglia

(Fig. 4) L’immagine illustra uno stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli, da me scoperta nel 1981, è conservata all’Archivio di Stato di Napoli (5).

Cicerone conosceva Sapri e la Villa romana a S. Croce. La somiglianza della villa di Cicerone a Formia con le ‘Cammerelle’ a S. Croce, testimonia che egli si riferisse ai nostri luoghi quando citava ‘Vibonem ad Sicam’ 

Attraverso le sue lettere, sappiamo che Marco Tullio Cicerone, fuggendo dalla sua villa di Formia, si recò spesso a Pompei, a Velia e a ‘Vibonem ad Sicam’. Come intuì l’Antonini (3), il ‘Vibonem ad Sicam’, non doveva distare di molto da Velia e quindi si è ritenuto che il luogo citato da Cicerone, potesse essere un luogo a noi molto vicino. Il passaggio e la conoscenza che l’oratore e Questore Romano Marco Tullio Cicerone, avesse delle nostre coste – già intuizione dell’Antonini (3), quando, nel 75 a.C. ( I secolo a.C.), trovandosi spesso in viaggio e navigando ripetute volte per le nostre coste, nella sue lettere scritte al suo amico Attico nel 44 d.C., scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, nel 75 a. C., si diresse in un luogo che chiamò ‘Vibonem ad Sicam’ e che apostrofò:  “Parva gemma maris inferi“, “piccola gemma del mare del sud”  (13). Che Cicerone, si riferisse alla nostra Vibonati o ad un luogo a noi molto vicino, ci è confortata dalla notevole somiglianza che vi è con alcune strutture della sua villa a Formia, con le nostre ‘Cammerelle’ a S. Croce. Una coincidenza, quella che le due ville si somigliassero ed avessero un porticciolo simile?. La villa di Cicerone a Formia- Minturno, dove Seneca, riprendendo gli scritti di Tito Livio (…), racconta che Cicerone, racconta che fu raggiunto dai sicari di Antonio e, ucciso il 7 dicembre del ’43 a.C., e dove si era ritirato durante il I° triumvirato di Cesare, Pompeo e Crasso, essendo venuto meno il suo peso politico. Cicerone dovette ritirarsi definitivamente nella sua villa sul litorale Laziale, la sua villa di Formia (Figg. 1-2). In questo luogo da lui prediletto, Cicerone continuò i suoi studi e a seguire le vicende politiche di Roma. Seneca, racconta che Cicerone, fu raggiunto dai sicari di Antonio, proprio nella villa romana a Formia e ucciso il 7 dicembre del 43 a.c.. e dice che Cicerone, doveva trovarsi nella sua Villa romana a Formia (Figg. 1-2), quando seppe dell’arrivo dei sicari di Antonio, e: “Provò a fuggire per mare, ma la burrasca glielo impedì. Prese allora la Via Appia, ma fu raggiunto nel punto che oggi indichiamo come la sua Tomba, anche se in realtà è solo un sepolcro votivo”. La villa di Cicerone a Formia, si estende al di sotto dell’attuale villa borbonica detta Villa Rubino. Essa ha delle strutture molto molto simili a quelle di S. Croce, illustrate nella Fig. 5. La villa romana a Formia, attribuita a Cicerone,  è stata citata da Giulio Schmiedt (2), che in suo pregevole studio, pubblicava alcune immagini della Villa della ‘Regione Sarinola’ a Formia-Minturno (Fig. 1), poi in seguito attribuita a Cicerone. Il passaggio e la conoscenza di Cicerone di queste nostre coste – già intuizione dell’Antonini (3)- è suffragata anche e soprattutto – a nostro avviso – da alcune strutture preesistenti nella Villa di Cicerone a Formia che somigliano alle nostre ‘Cammerelle’, ormai occultate e non più visibili, a causa dell’infelice intervento di Johannowsky (9), dei primi anni ’80. Nel 1972, Giulio Schmiedt (2), parlava di alcune ville romane sul litorale laziale e, pubblicò l’immagine della Fig. 3, che illustra i “criptoportici” della Villa romana di Cicerone a Formia (Figg. 1-2), che come si può ben vedere, somigliano notevolmente alle strutture a S. Croce che la tradizione popolare vuole fossero chiamate ‘Cammerelle’ (Fig. 5). La villa citata da Schmiedt (2) è una villa romana posta sul litorale Laziale, e si tratta della Villa della ‘Regione Sarinola’ di Formia (Figg. 1-2), oggi detta villa Rubino, attribuita ed appartenuta all’oratore Cicerone. La villa di Cicerone a Formia, ha delle strutture che lo Schmiedt (2), chiama “Criptoportici”, illustrati nell’immagine da lui pubblicata (Fig. 1) che, come si può ben vedere, somigliano notevolmente alle ‘Cammerelle’ a S. Croce a Sapri, illustrate nell’immagine dei primi del secolo, di Fig. 5. Si tratta di una ventina di piccoli ambienti antistanti la battigia del mare che sono molto simili alle ‘Cammerelle’ di S. Croce a Sapri, illustrati nella Fig. 5, prima dell’infelice restauro voluto da Werner Johannowsky (9) – che le ha deturpate e definitivamente nascoste.

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(Fig. 1) I ‘criptoportici’ della villa romana di “Regione Sarinola”, o Villa di Cicerone, oggi detta Villa Rubino a Formia-Minturno, molto simili alle ‘Cammerelle’ a S. Croce a Sapri.

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(Fig. 2) I ‘criptoportici‘ della villa romana di “Regione Sarinola”, o Villa di Cicerone, i cui resti si estendono al di sotto di Villa Rubino a Formia-Minturno, molto simili alle ‘Cammerelle’ a S. Croce a Sapri.

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(Fig. 2) I ‘criptoportici‘ della villa romana di “Regione Sarinola”, o Villa di Cicerone, i cui resti si estendono al di sotto di Villa Rubino a Formia-Minturno, molto simili alle ‘Cammerelle’ a S. Croce a Sapri.

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(Fig. 2) I ‘criptoportici‘ della villa romana di “Regione Sarinola”, o Villa di Cicerone, i cui resti si estendono al di sotto di Villa Rubino a Formia-Minturno, molto simili alle ‘Cammerelle’ a S. Croce a Sapri.

I criptoportici di una villa romana dei Nerva a Formia

Schmiedt (2), citava una villa romana sul litorale Laziale ed in particolare, nel cap. 5 – “Da Anzio alla foce del F. Garigliano”, pubblicava l’immagine illustrata nella Fig. 1, a pag.  p. 138, dove parla del “f – il porto, le mura e la peschiera di Formia”, della villa romana di “Regione Sarinola”, a Formia-Minturno. Lo Schmiedt (2), scriveva in proposito: veduta di criptoportici della villa romana di Regione Sarinola” a Formia, molto simili alle nostre ‘Cammerelle‘ in località Santa Croce. Nel testo scritto a pag. 135, lo Schmiedt, scriveva: “f) il porto, le mura e la peschiera di Formia. Da un sopralluogo effettuato al piccolo porto romano di Caposele non sono emersi elementi di riferimento utili per l’indagine in corso. Molto più interessanti sono apparse invece le esplorazioni condotte lungo la linea di costa compresa fra il porto e la peschiera romana sorta sui fondali antistanti la villa comunale. Fra la Marina di Castellone e la radice occidentale del porto moderno si è notato che le mura urbane cadono a picco sul mare ed hanno le fondazioni sommerse fino al punto in cui la costa piega ad angolo retto verso il mare. Qui il tracciato delle mura antiche, incorporate in strutture altomedievali e più recenti, si segue solo nella parte inferiore di un muraglione circolare che circonda una grande villa romana sorta a cavaliere delle mura (1). Di questa si osservano dal mare una serie di criptoportici che si concludono poco prima del molo moderno con un corpo di fabbrica ortogonale alla linea di spiaggia e proteso verso il mare. Questo elemento, costituito da due criptoportici ecc..“. Oggi, la Villa Comunale a Formia è nei pressi di un piccolo porticciolo in C.so Umberto I. Come scriveva Schmiedt (2), fra la Marina di Castellone e la radice occidentale, attraverso alcune ricerche, abbiamo trovato anche l’immagine delle Fig. 10, che illustra i ‘criptoportici’ (oggi detti Grotte di S. Erasmo), che si possono vedere tra il molo Vespucci e la spiaggia di Castellone a Formia. Risalenti al I sec. a.C., i ‘Criptoportici’ (cosiddetti di S. Erasmo), forse appartenevano ad una villa romana di proprietà sia appartenuta ai Nerva. Il sito archeologico. L’area archeologica a Formia, del cosiddetto ‘Muro di Nerva’. Elemento di spicco, il possente muro in opus incertum d’epoca repubblicana, ha impropriamente ha preso il nome dell’imperatore Nerva (96-98 d.C.) per un’iscrizione rinvenuta nei pressi. Al muro di Nerva, nella parte occidentale, si configura un complesso di ‘criptoportici’ (Fig. 10), vicino le ‘Grotte di Sant’Erasmo’ (così dette in quanto legate alla memoria del vescovo di Antiochia). Le strutture erano il basamento di una villa marittima, i cui locali sottostanti servivano da deposito merci, come nella villa del porto Caposele, accessibili da una corte centrale collegata alle banchine. Davanti al complesso insistono i resti di una peschiera. Un antenato di Nerva (COS II – Console due volte, come da una epigrafe trovata in loco e riferita al futuro imperatore) partecipò a quel famoso viaggio descritto da Orazio da Roma a Brindisi, assieme a Mecenate , Virgilio e Fonteio Capitone per trovare un accordo tra Ottaviano e Marcantonio. Questo antenato di Nerva, secondo quanto riferito da Orazio, aveva una proprietà a Formia. Forse a questo personaggio, dovremmo riferirci per ulteriori indagini sulle frequentazioni di Cicerone e sulla villa di Sapri.

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(Fig. 10) I ‘Criptoportici’ (oggi detti Grotte di S. Erasmo), che si possono vedere tra il molo Vespucci e la spiaggia di Castellone a Formia.

Marco Tullio Cicerone e la sua Villa a Formia

Schmiedt (2), citava una villa romana sul litorale Laziale ed in particolare, nel cap. 5 – “Da Anzio alla foce del F. Garigliano”, pubblicava l’immagine illustrata nella Fig. 1, a pag.  p. 138, dove parla del “f – il porto, le mura e la peschiera di Formia”, della villa romana di “Regione Sarinola”, a Formia-Minturno. Lo Schmiedt (2), scriveva in proposito: veduta di criptoportici della villa romana di Regione Sarinola” a Formia, molto simili alle nostre ‘Cammerelle‘ in località Santa Croce. Lo studio di Giulio Schmiedt (2), parlava della Villa della ‘Regione Sarinola’,  a Formia – Minturno, forse la villa romana i cui resti si estendono al di sotto della villa borbonica detta Villa Rubino. Le immagini illustrate nelle Fig. 2, riguardano i ‘criptoportici’ di Villa Rubino a Formia-Minturno, la villa Reale di Caposele a Formia, attribuita a Marco Tullio Cicerone. Forse si tratta proprio della villa romana della Regione Sarinola, citata da Schmiedt (2), che pubblicava l’immagine dei suoi ‘criptoportici’, illustrata in Fig. 1. Pare sia proprio questa la villa a Formia, attribuita all’oratore  e Questore romano, Marco Tullio Cicerone. I resti, attribuiti alla residenza dell’oratore, si stendono sotto villa Rubino, posta a oriente del nucleo abitato di Formia, inizia il Parco regionale suburbano di Gianola-Monte di Scauri, una superficie di 290 ettari a prevalente macchia mediterranea che conserva resti archeologici di una villa romana e di una cisterna ottagonale, chiamata Tempio di Giano, databili al I sec. a.C.. Un piccolo approdo, il porticciolo di Gianola del 1930, sorge sui resti di una peschiera romana. Il tratto di costa antistante il parco è Oasi Blu marina gestita dal WWF che organizza diverse attività (v. anche dintorni di Minturno). La villa, costruita su tre livelli, è direttamente affacciata sul mare, con tanto di porticciolo privato (ora corrispondente al porto turistico di Caposele), aveva grandi peschiere e due ninfei a più navate. I resti che molti studiosi identificano con il celebre Formianum, ossia la villa estiva di Cicerone. Il tutto si sviluppa su tre terrazze degradanti verso il mare, e ancora si possono scorgere l’ampia peschiera ed il porticciolo privato. In questa villa l’oratore si ritirò durante il I° triumvirato di Cesare, Pompeo e Crasso essendo venuto meno il suo peso politico. Di questo suo soggiorno se ne ha notizia grazie all’intensa corrispondenza tra Cicerone e l’amico Tito Pomponio Attico. In questo luogo luogo da lui prediletto, Cicerone continuò i suoi studi e a seguire le vicende politiche di Roma. Seneca riprendendo gli scritti di Tito Livio racconta che in questo luogo l’arpinate fu raggiunto dai sicari di Antonio e ucciso il 7 dicembre del 43 a.c. Cicerone si trovava in questa villa quando seppe dell’arrivo dei sicari di Antonio, e come scrive Seneca “Provò a fuggire per mare, ma la burrasca glielo impedì. Prese allora la Via Appia, ma fu raggiunto nel punto che oggi indichiamo come la sua Tomba, anche se in realtà è solo un sepolcro votivo”.

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(Fig. 2) I ‘criptoportici‘ della villa romana di “Regione Sarinola”, o Villa di Cicerone, i cui resti si estendono al di sotto di Villa Rubino a Formia-Minturno, molto simili alle ‘Cammerelle’ a S. Croce a Sapri.

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(Fig. 2) I ‘criptoportici‘ della villa romana di “Regione Sarinola”, o Villa di Cicerone, i cui resti si estendono al di sotto di Villa Rubino a Formia-Minturno, molto simili alle ‘Cammerelle’ a S. Croce a Sapri.

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(Fig. 5) Le ‘Cammerelle’ o criptoportici a S. Croce, in una foto dei primi del ‘900

La villa Rubino (oggi detta),  tra il 1867 e il 1868, fu venduta dallo Stato alla famiglia Rubino, tuttora proprietaria dello stabile. La villa, anche se non è stata del tutto scoperta, versa in uno stato di degrado e di abbandono. Fu restaurata dai Borboni, poi dal principe di Caposele e la villa Rubino così carica di storia venne frequentata come albergo di lusso da colti personaggi che la resero famosa in tutta Europa. Col passare del tempo, la villa cambiò spesso proprietari, quasi tutti erano nobili appartenenti alle famiglie di spicco di Napoli, fino ad appartenere a Ferdinando II di Borbone, re di Napoli appunto, che la promosse a sua residenza estiva. Il 13 dicembre del 1861 in questa villa venne firmato l’armistizio per la resa delle truppe piemontesi del generale Cialdini, una tappa importante per la nascita del Regno d’Italia.

Le ‘Cammerelle’ a S. Croce a Sapri

Si tratta di strutture d’epoca romana che la tradizione orale chiama “‘Cammerelle(piccole camerette) che,  molto probabilmente, dovevano essere delle strutture portuali per il deposito di derrate alimentari destinate alla villa patrizia d’epoca romana di cui vediamo i resti a S. Croce ed illustrati nell’immagine d’epoca di Fig. 5 e nel nostro rilievo architettonico illustrato in Fig. 6. Le ‘Cammerelle’, somigliano notevolmente ai ‘Criptoportici’ (così detti da Schmiedt, in un suo pregevole studio (2) ed all’immagine della villa che pubblicò nel 1972, illustrata in Fig. 1. Le Cammerelle furono descritte dall’Antonini, nella sua ‘Lucania’ (3), che segnalava il passaggio del Questore romano Marco Tullio Cicerone che definiva il sito di Sapri: Parva gemma maris inferi“, “piccola gemma del mare del sud“. Nel 1928, in occasione di una campagna di scavi effettuata dalla Regia Soprintendenza alle antichità della Campania, furono rinvenuti nell’area diversi manufatti e reperti, di cui abbiamo il resoconto nel libretto inedito di Joseè Magaldi (12). Ecco cosa scrivevamo in proposito in una nostra Relazione per il Piano Regolatore di Sapri (1): Ma il complesso più noto e poderoso è quello che nella tradizione popolare orale venivano chiamate ‘Cammarelle’ e considerate depositi di derrate. Queste strutture, descritte dall’Antonini, oggi risultano essere cinque ambienti a volta in muratura, di cui, l’Antonini testimoniava che: “Verso l’imboccatura del porto dal lato occidentale sono gli interi fondamenti di circa venti altre stanze simili a quelle, che sono nel lato occidentale, le quali potevano essere magazzini…”. Infatti, oltre al criptoportico rimasto, si vedono ancora in prosecuzione le rovine di strutture murarie simili che fanno ritenere che il numero degli ambienti a volta non fosse cinque bensì quaranta. Le ‘Cammarelle’ figurano in un rilievo in scala 1:5000, eseguito nel 1819 dal Ten. Blois del Genio napoletano, pubblicato da Schmiedt (…) (Fig….), in un suo studio sui porti antichi d’Italia. Le Cammarelle, fanno parte di un complesso di strutture murarie che si spingevano oltre l’attuale tracciato stradale che le divide,a monte lungo il crinale della collinetta di S. Croce, ove si vede anche una nicchia absidata, e si conservano ampi tratti di muratura in opera incerta che conservano ancora tracce di intonaco. Sopra le ‘Cammarelle’ si vedono i resti di pavimentazione in mattoni di cotto disposti ad opus spicatum di bella fattura (fig.8). La struttura a criptoportico delle ‘Cammarelle’ si ritrova anche in altre ville romane tra cui quella di Regione Sarinola a Formia (…)(Fig…). Recentemente, a ridosso della collinetta a monte della strada ex SS.18 si è svolta una campagna di scavi che ha portato alla luce ampi tratti di pavimentazione a mosaico.”. 

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(Fig. 8) I lavori a S. Croce, così come dovevano apparire in una foto dei primi del ‘900.

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(Fig. 9) I lavori a S. Croce, così come dovevano apparire in una foto all’epoca della II conflitto Mondiale.

Delle preesistenze di S. Croce, ci siamo occupati in altri nostri studi ivi pubblicati. Nei e, primi anni ’80, eseguimmo per nostro conto, dei rilievi metrici delle preesistenze delle ‘Cammerelle’ e del rilevato sotto quello che l’Antonini chiamava ‘ambulacro’ (Fig. 6). Eseguimmo anche un rilievo fotografico al di sotto delle strutture dell’ambulacro (Fig. 7). Purtroppo, l’incuria delle autorità e lo scellerato intervento, dei primi anni ’80, voluto da Werner  Johannowsky (9), che occultò definitivamente le ‘Cammerelle’, facendovi costruire un muro con mattoni di tufo giallo (pietra peraltro sconosciuta all’area), ha reso non più visibili le ‘Cammerelle’ come esse erano in origine e come si vedevano nell’immagine dei primi del ‘900 (Fig. 5). Ecco cosa scrivevo in proposito in un mio studio per il Piano Regolatore di Sapri (1): Nel 1948 il prof. P. C. Sestieri (…), fece eseguire un saggio di scavo in zona S. Croce rimasto inedito. Nel 1982, vi fu l’intervento di restauro delle cinque ‘Cammarelle’ a cura della Soprintendenza Archeologica di Salerno, diretta dal prof. W. Johannowsky (…). Questo intervento, a mio parere, ha modificato irrimediabilmente l’estetica del manufatto. Resta la testimonianza di come le ‘Cammerelle’ fossero in origine, attraverso una foto dei primi anni del ‘900 (Fig….). A Santa Croce, nel corso dei lavori di un fabbricato, si rinvenne a “circa mezzo metro di profondità dal piano di campagna, di un tratto di mura in blocchi, a quanto sembra in opera poligonale,  conservato in elevato per circa m. 1,50. Il muro, è verosimilmente databile al IV sec a.C. o ad età ellenistica. Nel corso del rinvenimento, alla base del muro fu recuperato numeroso materiale ceramico tra cui, particolarmente significativi appaiono tre frammenti in argilla rosata e crema con tracce di decorazione a fasce…” (…). Tale rinvenimento fu segnalato dal locale Gruppo archeologico (…)”. L’area archeologica di S. Croce è sempre di grande interesse ma è stata poco studiata e soprattutto per niente valorizzata. Recentemente, le autorità, invece che valorizzare l’Area Archeologica di S. Croce con interventi mirati, hanno autorizzato interventi che mirano a valorizzare la Specola – evidente copia del Castello Asburgico di Miramare di Trieste. Come già proponevo in un altro mio studio, l’Area Archeologica di S. Croce dovrebbe essere isolata dalla rotabile S.S. 18 che l’attraversa e la taglia in due pezzi, deturpandola e rendendola monca delle sue bellezze che emergerebbero con una campagna di scavo seria.     

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(Fig. 6) Arch. Attanasio Francesco – rilievo architettonico del prospetto principale delle strutture d’epoca romana a S. Croce a Sapri, da me eseguito nei primi anni ’80 (1)

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(Fig. 7) Arch. Attanasio Francesco, rilievo fotografico dei primi anni ’80, di ambienti posti al di sotto dell’ambulacro a S. Croce (1).

Nate bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ” Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sa- pri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

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(2) (Fig. 1) Schmiedt G., ‘Il livello antico del Mar Tirreno – testimonianze dei resti archeologici, Firenze, Leo S. Olschki editore, 1972; le immagini sono tratte dal Cap. 5 – “Da Anzio alla foce del F. Garigliano” e, sono: l’immagine illustrata nella Fig. 1, è la Fig. 152, pubblicata da Schmiedt a p. 138 ed illustra i criptoportici della villa romana di “Regione Sarinola”, stà in: “f – il porto, le mura e la peschiera di Formia”.

(3) (Fig. 3) Antonini G., La Lucania, I Discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, pp. 424 e s.

(4) (Fig. 7) Schmiedt G., Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Parte II- I Porti delle Colonie Greche, stà nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975 (che noi possediamo in originale), pp. 78-79. Lo studioso  Giulio Schmiedt, nel 1975, pubblicò un’interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Nel suo studio, sugli ‘Antichi porti d’Italia’ (2), lo Schmiedt, riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicam e che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino” (riferendosi alle ‘Pilae’ a nord del Faro Pisacane).

(5) (Fig. 4) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig. 4 che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (7). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (7) scrive: “Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: Incommunicable pour raison de conservation’.

(2) Antonini G., La Lucania, I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427,428.

(6) Mazzella Napolitano S., Descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1568, p. 79 che oggi si può scaricare gratis da:  https://books.google.it/books?id=Z5wDWIysb_0C&pg=PA250&dq=scipione+mazzella+napolitano,+descri&hl=it&sa=X&redir_esc=y#v=onepage&q=scipione%20mazzella%20napolitano%2C%20descri&f=false.

(7) Curzio N., Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli, estratto dal Pensiero Cattolico, Manduria, 1910, cap. XIV, p. 29.

(8) Greco G., Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32.

(9)  Johannowsky W., Atti XXII Congresso sulla Magna Grecia, Taranto, 1982, p. 422; si veda pure 1983b;  si veda pure dello stesso autore: ‘Le Ville romane dell’età imperiale‘, stà  in: ‘Itinerari turistico culturali in Campania’, n. 3, Società Editrice Napoletana, pp. 116, Napoli.

(10) Scarfone A., “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in “Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia”, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA; da questo studio, nessun contributo e citazione a Cicerone, se non la frase: “Gli Autori del passato hanno avuto un forte interesse verso la storia di Sapri, definita da Cicerone come parva gemma maris inferi, tracciandone magistralmente gli eventi che si sono succeduti con il trascorrere del tempo. Nel rileggere i loro contributi informativi si è però avuto modo di individuare alcune frettolose affermazioni ecc..”.

(11) Beguinot C., Il Cilento – Problemi urbanistici, ed. del Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, collana diretta da Ruggero Moscati, VIII, Napoli, 1960.

(Fig. 2) I criptoportici della villa romana di “Regione Sarinola”, o Villa di Cicerone, oggi detta Villa Rubino a Formia-Minturno, molto simili alle Cammerelle a S. Croce a Sapri.

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(12) (Fig. 9) Magaldi Josè, Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderiivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni, Incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, Sapri, Marzo 1928, Anno VI; questo scritto di cui noi possediamo una copia donataci dall’autore, è inedita ma depositata a Salerno.

(13) Marco Tullio Cicerone – Lettere ad Attico, nel 44 d.C. (lib. XVI, epistola 6, oppure, lib. XIV, epistola 19, ad Attico).

(14) Tancredi L., Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 25

(15) Fabricio Francesco, Storia, 15…

(16) Barrio G., ‘De antiquitate et Situ Calabriae’, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s.

(17) Manunzio Aldo, ‘Ciceronis’ – ‘Epistolae ad Atticum’, edizione del MDXIII

(18) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos hi- storico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Vis-conti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Viscon-ti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 69 e p. 73 del testo di Visconti.

(19) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323. Il Cappelli, nelle sue note a p. 345, dice: nota 20: Di Luccia P.P., op. cit., pp. 8; 3 (5. Il Cappelli, nella la nota 21 dice: Trinchera F., op. cit., p. 80; poi alla nota (22), il Cappelli, scrive: “Laudisio N.M. (9), p. 73.”.

(20) Gregorio Magno papa, Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pu- re: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Ma-gni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Cor- pus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982.

 

Alberto Moravia ed il ‘Mare di Sapri’

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Alberto Moravia

(Fig…) Alberto Moravia con Natalia Ginzburg e pier Paolo Pasolini

Nel 1987, il sacerdote Mario Vassalluzzo (2), nel suo “Cilento ad occhio nudo”  – una raccolta di saggi di alcuni autori che parlarono del Cilento – ripropose e trascrisse un saggio scritto e pubblicato a stampa da Alberto Moravia dal titolo “Il Mare fra Sapri e Paola” (1), pubblicato nel lontano 1959 sulla rivista bimestrale “Le vie d’Italia” (la n° 5 del Maggio 1959)  edita nel Maggio dal Touring Club d’Italia (1). Nel 1959, lo scrittore Alberto Moravia dopo un soggiorno per motivi di lavoro, in un suo articolo invitava tutti a visitare la costa cilentana. Sempre alla ricerca di notizie sulle nostre zone, ripropongo la trascrizione del saggio di Moravia (1), “Il mare fra Sapri e Paola”, per gli appassionati Saprologi.  Moravia era affascinato da paesi come questi che pur non essendo troppo lontani dal mare, rimanevano incantevolmente nascosti in una natura ancora selvaggia. Sebbene non fossimo completamente d’accordo sulla visione onirica che ebbe Moravia nel descrivere Sapri, il suo mare ed il Golfo di Policastro, credo sia interessante ciò che lo scrittore scriveva. E’ pur sempre uno dei più grandi scrittori italiani. Forse più interessato a raggiungere la natia Calabria delle due sue care amiche la Principessa Ruffo di Calabria e Marina Ripa di Meana che, frequentava spesso a Roma al tempo del suo matrimonio con il Principe Lante della Rovere. Ecco cosa scrisse del mare di Sapri:

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(Figg…) Alberto Moravia (1), ‘Il mare fra Sapri e Paola’, pp. 561-562-563-564

Il Mare fra Sapri e Paola

“Attaversando il Cilento, il mare non si scorge che a tratti, lontano, in fondo alle forre rupestri e brulle da cui esalano i pennacchi bianchicci di fumo dei bracieri dei carbonai, E’ un mare selvaggio come la terra che gli volge le spalle; sui litorali angusti e solitari si intravedono orlature di schiuma bianca e di detriti neri ma nessuna traccia di stabilimenti umani, neppure quelle torri di guardia smozzicate costruite a difesa delle incursioni dei Saraceni che sono così frequenti sulle coste del Tirreno: segno che il paese, anche in passato, fu sempre considerato poco accessibile e tentante, così munito dalla natura dal scoraggiare al tempo stesso colonizzatori e predoni. Ma dopo Vallo della Lucania la vista del mare scompare del tutto, la strada che finora non aveva fatto che salire, comincia a discendere tra boschi e pascoli, attraverso puliti paesi montanini, finchè cento giravolte ritrova la marina confluendo a Sapri.

Che resta nella bianca Sapri, dalle case basse allineate lungo la strada, dell’impresa disgraziata ed eroica che portò quì Pisacane e i suoi compagni? Niente, se si eccettua l’aria funesta e mediocre propria ai luoghi che avrebbero potuto essere gloriosi e che non lo furono per l’ignoranza degli uomini e la scontrosità della natura. Del resto bisogna riconoscere che mai luogo di sbarco per una spedizione cospirativa fu scelto peggio. I greci ed i saraceni che di sbarchi se ne intendevano, non si sarebbero mai lasciati stringere nella tenaglia di questo golfo angusto. Il cardinale Fabrizio Ruffo, conoscitore della sua Calabria, sbarcò nella riscossa contro i francesi, molto più in giù, alla punta del Pizzo. E Garibaldi, altro esperto di sbarchi, andò addirittura fino a Marsala. Giacchè Sapri oltre a giacere in fondo ad una insenatura montagnosa, non ha alle spalle che forre, monti e altri simili luoghi deserti e difficili.

Il giorno che ci arrivai tirava un vento forte sul mare verde e torbido stretto tra i due alti promontori. Lunghe, irte di creste schiumose, le onde venivano una dopo l’altra a frangersi sulla spiaggia. In mezzo al golfo un piroscafo tutto nero salvo una striscia rossa che lo fasciava sul pelo dell’acqua, si dondolava su quelle acque riottose, eruttando dall’alto e smilzo fumaiolo torrenti di fumo scuro. Simile a quel piroscafo doveva essere il Cagliari che aveva trasportato Pisacane e i suoi compagni fino a Sapri. E mi pareva di vedere le scialuppe staccarsi una a una dallo scafo e avvicinarsi, gremite, alla riva. E quegli sfortunati sbarcare con le scarpe nell’acqua, impacciati dai fucili ad ormacollo e dalle coperte arrotolate attraverso il dorso. Sbarcare e guardare già scoraggiati alla fila di case bianche, serrate e mute, alla montagna che dietro le case saliva a picco, nuda e brulla fino al soffitto scuro del cielo rannuvolato, al mare torbido, annerito dal fumo del Cagliari ormai scarico, quel mare che avevano veduto così ridente alla partenza dalla Liguria e che adesso si rivelava ad un tratto non meno ostile della terra sulla quale avevano messo il piede.”.

                                                                                                         ALBERTO MORAVIA

                                                                                                                       1959

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piroscafo

Note Bibliografiche:

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(1) Moravia Alberto, Il Mare fra Sapri e Paola, stà in la rivista ‘Le vie d’Italia’ ed. Touring Club Italiano – Anno LXV n° 5, Maggio 1959, pp. 560-567 (Archivio Attanasio)

(2) Vassalluzzo Mario, Cilento a occhio nudo, a cura di Mario Vassalluzzo, ed. Massimo Villano, Salerno, 1987, 6° collana di narrativa e saggistica La Rocca diretta da Basilio Fimiani e Mario Vassalluzzo, Salerno, p. 37-38 (Archivio Attanasio)

Nel 1848, Costabile Carducci e il manoscritto olografo di Carlo Pesce

Gli studi

Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Recentemente abbiamo acquisito un fondo di carte manoscritte e olografe, appartenute alla Famiglia Timpanelli di Sapri, fatteci pervenire dalla Famiglia Tavernese che mi mostrarono oltre trenta anni or sono. Dello studio, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti, oggi, volentieri pubblico ciò che scrissi nel 1987 (1).

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(Fig. 1) Costabile Carducci – immagine tratta dal testo del Mazziotti (7)

L’Avv. Cav. Carlo Pesce

Nel 1895, l’Avv. Cav. Carlo Pesce (2) di S. Costantino, pubblicò “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napolitana del 1848 per l’Avv. Carlo Cav. Pesce” (Fig. 2)(2), stampato a Napoli, 1895, nello Stabilimento Tipografico – Palazzo della Cassazione. Il libro a stampa del Cav. Pesce (…), il cui frontespizio è illustrato nell’immagine di Fig. 2, è conservato presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, dove l’ho rinvenuto nella “Sezione Napoletana”, dopo affannose ricerche (2) (Fig. 2). Il libretto del Pesce (…), ci parla e fa un resoconto di un episodio della rivoluzione Napoletana del 1848, le vicende storiche che riguardano l’uccisione del patriota Costabile Carducci, che videro protagonisti alcuni cittadini “urbani” della cittadina di Sapri, prima dello sbarco dei trecento di Carlo Pisacane. Tra questi cittadini vi fu la figura dell’Arciprete Nicola Timpanelli,  che fu diretto testimone, la cui memoria è ricordata dal Pesce. Carlo Pesce (…), per le nostre contrade è conosciuto per aver scritto ‘Storia della Città di Lagonegro’, che fu data alle stampe nel 1904, dunque molti anni dopo aver scritto questo libretto di cui noi possediamo la copia scansita alla Nazionale di Napoli (…). Il Cav. Carlo Pesce, era di S. Costantino di Rivello, e svolgeva la professione di Avvocato presso la camera penale di Lagonegro in Provincia di Potenza. Dimorò per diversi anni a Sapri, forse nei periodi estivi, dove conobbe la Famiglia Tavernese, imparentata con i Cesarino. A sua volta, la Famiglia Cesarino, si imparentò con la Famiglia dei Tavernese, che oggi si ritrovano in possesso dell’originale manoscritto suo olografo, di cui parleremo. Sebbene non concordi affatto con il titolo dato dal Pesce al suo libro, che vediamo illustrato nell’immagine di Fig. 2 e, sebbene ritengo che l’episodio della rivoluzione Napoletana del 1848, raccontato dal pesce, riguardi principalmente fatti accaduti a Sapri e non ad Acquafredda, dove il Carducci fu solo catturato, credo che al Pesce debba andare il merito di ricondurre la memoria ad un episodio triste ma interessante della nostra storia locale. Scriveva il Pesce (2) a proposito del prete Peluso che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; il Prete, quasi in atto di disdegno e di protesta si ritirò nella casina in Acquafredda.”.

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(Fig. 2) Carlo Pesce, Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce” (2)(Archivio Attanasio)

Gran parte delle notizie storiche riportate nel testo del Pesce (2), sono state tratte dall’Archivio del Tribunale di Lagonegro (PZ), ma di sicuro, per quanto riguarda i fatti accaduti a Sapri, il Pesce (2), oltre che da alcuni atti processuali pubblicati anche dal Mazziotti (…), dal Racioppi (…) e dal …………….., lAvv. Carlo Pesce (2), appassionato studioso e filologo del posto, scrisse e pubblicò a stampa. Il Pesce (2), nella sua nota (1), in proposito scrive: Questa Conferenza fu tenuta dall’autore in Lagonegro nella sala Comunale, nel 3 Giugno 1894, per la ricorrenza della festa nazionale, ed in Maratea nel 30 Luglio del 1894, per l’inaugurazione della Ferrovia.”. Il Pesce (…), dimorando a Sapri, entrò sicuamente in contatto con la Famiglia Timpanelli, ed in particolare con don Vincenzo Timpanelli, farmacista di Sapri, fratello dell’Arciprete don Nicola Timpanelli. E’ noto che la Famiglia Timpanelli, a Sapri, fosse particolarmente impegnata nelle vicende storiche che videro la restaurazione del Regno delle delle due Sicilie e del Monarca Borbonico Ferdinando IV- poi Ferdinando II, dopo il breve decennio Francese di Giuseppe Bonaparte e poi di Gioacchino Murat. La Famiglia Timpanelli, particolarmente attiva in quegli anni nella fede anti-borbonica, insieme ad altri liberali di Sapri come i Gallotti, che si opponevano all’altra fazione dei Peluso e del Prete Vincenzo Peluso in particolare che era al contrario convinta filo-borbonica e per la Restaurazione della monarchia nel Regno delle due Sicilie. Sebbene su queste vicende alcuni storici del tempo come il Mazziotti (7) ed il Pesce (2), abbiano contribuito a far luce sugli avvenimenti di quegli anni, che hanno visto in prima fila la cittadinanza di Sapri, partecipe e protagonista delle vicende che poi hanno portato all’Unità d’Italia e, che attraverso l’epopea di Carlo Pisacane l’hanno resa famosa in tutto il mondo, restano poco chiari alcuni aspetti che andrebbero ulteriormente indagati, come ad esempio la vicenda del martirio di Costabile Carducci, di cui il Dr. Vincenzo Timpanelli, nel ricordo del fratello, D. Antonio, arciprete di Sapri. I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, Monsignor Nicola Laudisio, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. Tuttavia, il decennio francese (1806-1815) fu una pausa troppo breve per l’opera di rinnovamento. Le aspirazioni costituzionali, sembrarono trionfare con i moti rivoluzionari del 1820, quando fra i deputati eletti del Cilento vi fu anche il canonico di Celle di Bulgheria Antonio Maria De Luca che, negli anni della reazione sanfedista organizzò in queste terre un movimento clandestino, legato a Carbonari e Filadelfi. Successivamente, in seguito ai moti del 1848, alcuni sapresi si macchiarono della morte del patriota Costabile Carducci, anima dei moti antiborbonici del ’48. Del triste episodio, raccontato dal Mazziotti (7), dal Cassese (8) e, dal Pesce (2), esiste a Sapri, un manoscritto del Canonico Timpanelli, oggi gelosamente custodito dalla famiglia Tavernese (da Fig. 3 e s.). Il Carducci (Fig. 1), la notte del 4 luglio 1848, proveniente, con altri suoi compagni dall’impresa delle Calabrie, diretti a casa del patriota barone Giovanni Gallotti, ed intenti a proseguire per Napoli, per l’apertura del nuovo Parlamento, fù fatto prigioniero sulla spiaggia di Acquafredda – dove, insieme ai suoi compagni –  si era fermato per rifocillarsi – da alcuni sapresi filoborbonici, tra cui il prete Vincenzo Peluso. Tradotto prima a Sapri, dove fu tenuto prigioniero e poi con l’inganno a Lagonegro “per la via della ‘fontana della Spina’….al punto designato detto della ‘scala’, dove due alte rocce tagliate a picco restringono il varco a due chilometri da Acquafredda”, il Carducci fù orrendamente ucciso, mutilandone la testa che fu portata in omaggio al Re. Il 10 luglio 1848, un distaccamento della guardia nazionale di Trecchina, alla ‘fontana della Spina‘, raccolse il povero corpo martoriato del Carducci che poi sarà sepolto nella Chiesa della Concezione ad Acquafredda. Nisco Nicola (21), nel suo ‘Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli’, edito nel 1889, ricorda l’episodio di Costabile Carducci, nel suo vol. I, a pp. 242-243, dove non aggiunge importanti notizie ma racconta l’episodio come lo raccontò il giudice Jovane. Le “Ricordanze” di Luigi Settembrini (…), ricordano il triste episodio e come il prete Peluso, responsabile di quell’orrendo delitto, fu protetto alla Corte di Ferdinando II di Borbone il quale, inviò a Sapri la nave militare Tancredi per salvare il Peluso e portarlo impunito a Napoli. In seguito, tutti quei personaggi che avevano attivamente partecipato al triste episodio, furono lautamente ricompensati dal Re, che talvolta concesse pensioni e ricompense in danaro (2). All’epoca di Re Ferdinando II di Borbone, insieme ad alcuni suoi familiari ed insieme al Vescovo Laudisio (4-5), il prete Vincenzo Peluso, fu fedele servitore della casa regnante borbonica del Regno delle due Sicilie. Tanto fedele al Re borbonico che all’epoca si macchiò di tali nefandezze che Ferdinando II di Borbone, riconoscente verso i suoi servigi, sbarcando a Sapri, si recò personalmente a far visita nel Palazzotto in C.so Garibaldi, al prete ammalato di idropisia e moribondo, donandogli un anello d’oro con il sigillo reale. All’epoca, il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (4-5), era un convinto filo-borbonico e ‘Sanfedista’. Durante il Regno delle due Sicilie di Ferdinando II di Borbone, alcuni membri della famiglia Peluso, insieme ad un loro parente, il prete Vincenzo Peluso, si macchiarono di atroci nefandezze perpretate contro coloro che combattevano per la libertà. I Peluso, a Sapri, a quei tempi, costituivano una convinta fazione filo-borbonica e si macchiarono della nefanda uccisione di Costabile Carducci. Nell’epitaffio della lapide marmorea posta nella Chiesa dell’Immacolata a Sapri (Fig….), veniva citato anche il sacerdote D. Nicola Timpanelli. 

Nel 1848, nel 1857 e nel 1860, il barone don Giovanni Gallotti di Battaglia (frazione di Casaletto Spartano)

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di Battaglia, a p. 550, in proposito scriveva che: L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (morto il 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia del padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio.”.

Casaletto, palazzo Gallotti

(Fig…..) Battaglia – Palazzo Gallotti

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”.  Montesano, continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150).”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. Sui Gallotti ha scritto anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”.

Nel 1848, la reazione borbonica e l’arresto del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109, sulla scorta del Cassese (….) proseguendo il suo racconto sul Gallotti ed i suoi figli scriveva pure che: Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa.”. Paolo Emilio Bilotti, nel suo “La Spedizione di Sapri – Da Genova a Sanza”, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Sui Gallotti ha scritto anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico.

Il 10 giugno 1848, i moti del ’48, il generale Busacca sbarcò a Sapri

L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, a p. 365, in proposito scriveva che: “A reprimere l’insurrezione calabra il Re mandò per mare il Generale Nunziante ed il Generale Busacca, che dovevano convergere per Cosenza. Quest’ultimo sbarcò col suo esercito sulla spiaggia di Sapri nel 10 Giugno, e passando per Rivello proseguì per la strada delle Calabrie. Nel tempo stesso il Generale Lanza, con una colonna mobile, partiva da Nocera, e percorrendo la strada consolare accorreva alle repressione. Quest’esercito di 1600 uomini, con cavalli, carri e cannoni, giunse a Lagonegro nel 20 Giugno in posizione di guerra, cò fucili e le pistole impugnate, destando il terrore nella popolazione, mentre i cittadini più liberali avevano preso il largo, ed il Comune dovè somministrare vitto e alloggio. Proseguendo la marcia il Generale Lanza per le Calabrie, attaccò i rivoltosi sulle alture di Campotenese, dove gli fu facile sbaragliarli, e così ebbe termine quell’insurrezione male organizzata, mal diretta e male eseguita.”. I due studiosi G. Morabito De Stefano (….), nel loro saggio “La famiglia De Lieto nel Risorgimento Nazionale”, apparso sulla rivista “Rassegna Storica del Risorgimento”, (anno 1938), a p. 349 parlando dell’insurrezione Calabrese del 1848 a cui partecipò attivamente anche Costabile Carducci, poi catturato ad Acquafredda ed ucciso a Sapri, in proposito scriveva che: “Il 6 giugno il Nunziante sbarcò a Pizzo, bene accolto dalla popolazione e subito passò ad occupare Monteleone senza opposizione. Il generale Busacca, dopo vari tentativi di sbarcare a Paola occupata dai calabresi, sbarcò a Sapri l’occupò e subito dopo Castrovillari era già occupata dalle truppe comandate dal Ribotti.”. Dell’episodio ne parla anche Carlo Pesce (…), nel suo “Costabile Carducci ed il dramma d’Acquafredda ecc…”, che a p. 6, sulla scorta di Nicola Nisco (….) parlando dei moti rivoluzionari del 1848 a cui aveva partecipato attivamente Costabile Carducci in proposito scriveva che: “A Cosenza erasi istituito un Comitato di salute pubblica, dal quale il Ribotti fu prescelto ‘Comandante in capo di tutto l’esercito Calabro-Siculo’, e il Carducci ebbe, col grado di Colonnello, il comando della 4° Brigata delle truppe insurrezionali (1). Le sorti della guerra, si sa, volsero presto a male; il Re spedì contro i Calabresi il Generale Nunziante, che sbarcò al Pizzo, il generale Busacca, che sbarcò a Sapri, e il generale Lanza che percorse la strada consolare.”. Il Pesce (….), a p. 6 nella sua nota (1) postillava che: “Vedi il ‘Volume dei documenti riguardanti l’insurrezione Calabra. Doc. 149.”. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a pp. 5-6 parlando dei moti calabresi del ’48, in proposito scriveva che: “Quindi prese parte alla spedizione Sicula, organizzata dal Generale Ignazio Ribotti, e nel 14 dello stesso mese approdò sul ‘Vesuvio’ a Paola con Petruccelli della Gattina e con 700 siciliani per rafforzare l’insurrezione calabra, che pareva il fulcro del movimento liberale. A Cosenza erasi istituito un Comitato di salute pubblica, dal quale il Ribotti fu prescelto ‘Comandante in capo di tutto l’esercito Calabro-Siculo’, e il Carducci ebbe, col grado di Colonnello, il comando della 4° Brigata delle truppe insurrezionali (1). Le sorti della guerra, si sa, volsero presto a male; il Re spedì contro i Calabresi il generale Nunziante, che sbarcò a Sapri, e il generale Lanza, che percorse la strada consolare.”. Pesce, a p. 6, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi il volume dei documenti riguardanti l’insurrezione clabra. Doc. 149.”. Nel 1848, Costabile Carducci abbracciate le idee carbonare, capeggiò i moti nel Cilento. Ottenuta la Costituzione, Carducci rivestì il ruolo di colonnello comandante nella guardia nazionale di Salerno. Ma quando la monarchia borbonica, prendendo spunto da una sommossa del 15 maggio, sciolse il parlamento, Carducci fu costretto a fuggire prima a Roma e poi in Sicilia. Il 14 giugno dello stesso anno, insieme a Ferdinando Petruccelli della Gattina ed altri rivoluzionari, tentò di organizzare delle sommosse in Calabria, ma l’esercito borbonico represse ogni manifestazione, e Carducci tentò di riparare nel Cilento. Il 14 giugno dello stesso anno, insieme a Ferdinando Petruccelli della Gattina ed altri rivoluzionari, tentò di organizzare delle sommosse in Calabria, ma l’esercito borbonico represse ogni manifestazione, e Carducci tentò di riparare nel Cilento. Sempre il Pesce (2), parlando del Prete Vincenzo Peluso ai tempi dei moti del ’48, in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; il Prete, quasi in atto di disdegno e di protesta si ritirò nella casina in Acquafredda.”. Sempre il Pesce, a p. 12, in proposito al prete Peluso scriveva che: “E poichè il fratello D. Michelangelo, ricevitore doganale, che era pure accorso, gli fece oservare che, stando quei Calabresi in atteggiamento pacifico, non era prudenza assalirli, ed aprire il fuoco, e che bisognava piuttosto attendere alle loro mosse e stare in guardia, il Prete furibondo gli disse: “Tu sei un vigliacco irriconoscente etc…”Quei signori lì sono tutti banditi perchè hanno mosso guerra al Re ed hanno combattuto contro le truppe regie del generale Busacca, che voi vedeste approdare alla spiaggia di Sapri nel 15 giugno; contro di essi è uscito il dcreto fuorbando, ed io so da informazioni segrete che essi erano rivolti a Sapri per unirsi ai nostri nemici e porre le nostre case a sacco e fuoco.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, a p. 87, in proposito scriveva che: “Il 15/05/1848, in occasione dell’insediamento del nuovo parlamento napoletano i deputati estremisti, appoggiati dai liberali, chiesero al sovrano di migliorare la Costituzione. Ferdinando II in risposta, ritira la Costituzione e soffoca nel sangue i moti rivoluzionari. Truppe regie furono inviate via mare a Sapri dove il generale Busacca sbarca con 2.000 soldati borbonici, altri reparti avanzavano via terra verso Lagonegro al fine di ristabilire l’ordine. Alla notizia dei moti del 1848, Costabile Carducci decide con i comitati rivoluzionari, di mettersi al comando di una nuova insurrezione cilentana. Si pone come guida dei circoli costituzionali dove i liberali antiborbonici trasmettono ideali di libertà e di unità. Allo scopo di portare la rivoluzione nel Cilento e in Basilicata, decide di attuare uno sbarco a Sapri ed iniziare una nuova rivoluzione.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, a p. 87, in proposito scriveva che: Allo scopo di portare la rivoluzione nel Cilento e in Basilicata, decide di attuare uno sbarco a Sapri ed iniziare una nuova rivoluzione. Da Praia, con altri patrioti, si dirige verso Sapri, sicuro di trovare un’attiva partecipazione dei liberali locali. Tale speranza venne delusa, poichè la popolazione era stata atterrita dalla notizia delle massicce forze borboniche sbarcate sotto il comando del generale Busacca, e e di altre truppe che avanzavano dal Vallo di Diano alla volta del Lagonegrese.”.

Nel 4 luglio 1848, ad Acquafredda la cattura di Costabile Carducci e a Sapri la sua orrenda uccisione

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(Fig….) Costabile Carducci – disegno inciso su carta tratto da Matteo Mazziotti (…), op. cit.

Nel 1848, Carducci tentò di riparare nel Cilento. Durante il tragitto fu costretto da una tempesta a sostare a Maratea, e, il 4 luglio, approdò sulla spiaggia del Porticello (presso Acquafredda). Lì fu raggiunto dal sacerdote Vincenzo Peluso di Sapri, uomo fidato dei Borboni, che, fingendo di essere loro alleato, uccise molti dei suoi compagni e lo fece prigioniero. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro etc…”, a pp. 366, e ssg., in proposito scriveva che: “Tra i profughi di Campotenese fuvvi Costabile Carducci, Deputato e Colonnello della Guardia Nazionale di Salerno, il quale, imbarcatosi alla marina d’Aieta, con altri sette compagni, sospinto dai marosi, approdò nel 4 Luglio 1848 alla piccola rada d’Acquafredda nel golfo di Policastro, dove fu catturato per ordine del Prete Vincenzo Peluso di Sapri. Questo ribaldo, dopo avere fatto eseguire una scarica di moschetti sui disgraziati profughi, dei quali restò ucciso tal Saverio Laino, consegnò il Carducci a 12 suoi sicari afinchè, col pretesto di menarlo prigioniero a Lagonegro, lo massacrassero per via. E così fu fatto. Il Governo premiò gli assassini ed accordò onori e protezioni al Peluso ed ai suoi infami sgherri. Intanto, due scudieri, spediti dal Carducci con due cavalli per via di terra, furono arrestati a Rivello, e tradotti a Lagonegro davanti al Giudice Istruttore Giambattista De Clemente, il quale non solo li mise in libertà, ma osò iniziare processura penale contro gli assassini di Laino e di Carducci, onde, in punizione dello zelo dimostrato, fu destituito. Tali erano le condizioni della Magistratura, che, anzicchè a tutela della giustizia e dei diritti, era riservata alla più infame politica. Ma, viva Dio! quel processo, dopo la redenzione d’italia, fu esumato e completato, e giusta, severa condanna colpì a varie riprese parecchi degli assassini del gran patriotta del Cilento (1).”. Pesce, a p 366, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la conferenza ‘Costabile Carducci e il Dramma d’Acquafredda’ dell’Avv. Carlo Pesce – Tip. Lucana 1905 – nella quale cercai prospettare nella verità storica quale triste episodio della rivoluzione napolitana, poco conosciuto o mal riferito dagli scrittori.”. Nel 1895, l’Avv. Cav. Carlo Pesce (2) di S. Costantino, pubblicò “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napolitana del 1848 per l’Avv. Carlo Cav. Pesce” (Fig. 2)(2), stampato a Napoli, 1895, nello Stabilimento Tipografico – Palazzo della Cassazione. Il libro a stampa del Cav. Pesce (…), il cui frontespizio è illustrato nell’immagine di Fig. 2, è conservato presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, dove l’ho rinvenuto nella “Sezione Napoletana”, dopo affannose ricerche (2) (Fig. 2). Il libretto del Pesce (…), ci parla e fa un resoconto di un episodio della rivoluzione Napoletana del 1848, le vicende storiche che riguardano l’uccisione del patriota Costabile Carducci, che videro protagonisti alcuni cittadini “urbani” della cittadina di Sapri, prima dello sbarco dei trecento di Carlo Pisacane. Tra questi cittadini vi fu la figura dell’Arciprete Nicola Timpanelli,  che fu diretto testimone, la cui memoria è ricordata dal Pesce. Carlo Pesce (…), per le nostre contrade è conosciuto per aver scritto ‘Storia della Città di Lagonegro’, che fu data alle stampe nel 1904, dunque molti anni dopo aver scritto questo libretto di cui noi possediamo la copia scansita alla Nazionale di Napoli (…). Il Cav. Carlo Pesce, era di S. Costantino di Rivello, e svolgeva la professione di Avvocato presso la camera penale di Lagonegro in Provincia di Potenza. Dimorò per diversi anni a Sapri, forse nei periodi estivi, dove conobbe la Famiglia Tavernese, imparentata con i Cesarino. A sua volta, la Famiglia Cesarino, si imparentò con la Famiglia dei Tavernese, che oggi si ritrovano in possesso dell’originale manoscritto suo olografo, di cui parleremo. Sebbene non concordi affatto con il titolo dato dal Pesce al suo libro, che vediamo illustrato nell’immagine di Fig. 2 e, sebbene ritengo che l’episodio della rivoluzione Napoletana del 1848, raccontato dal pesce, riguardi principalmente fatti accaduti a Sapri e non ad Acquafredda, dove il Carducci fu solo catturato, credo che al Pesce debba andare il merito di ricondurre la memoria ad un episodio triste ma interessante della nostra storia locale. Scriveva il Pesce (2) a proposito del prete Peluso che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; il Prete, quasi in atto di disdegno e di protesta si ritirò nella casina in Acquafredda.”. Il Carducci, la notte del 4 luglio 1848, proveniente, con altri suoi compagni dall’impresa delle Calabrie, diretti a casa del patriota barone Giovanni Gallotti, ed intenti a proseguire per Napoli, per l’apertura del nuovo Parlamento, fù fatto prigioniero sulla spiaggia di Acquafredda – dove, insieme ai suoi compagni –  si era fermato per rifocillarsi – da alcuni sapresi filoborbonici, tra cui il prete Vincenzo Peluso. Tradotto prima a Sapri, dove fu tenuto prigioniero e poi con l’inganno a Lagonegro “per la via della ‘fontana della Spina’….al punto designato detto della ‘scala’, dove due alte rocce tagliate a picco restringono il varco a due chilometri da Acquafredda”, il Carducci fù orrendamente ucciso, mutilandone la testa che fu portata in omaggio al Re. Il 10 luglio 1848, un distaccamento della guardia nazionale di Trecchina, alla ‘fontana della Spina‘, raccolse il povero corpo martoriato del Carducci che poi sarà sepolto nella Chiesa della Concezione ad Acquafredda. Il Peluso tornò a Sapri portando come trofeo la sciabola ed il cappello di Carducci, col risultato di venire accolto come trionfatore dai Borboni. Il cadavere del patriota, nel frattempo, venne gettato dai suoi aguzzini dall’alto di un dirupo, e ritrovato dopo qualche giorno da una pastorella. Un prete misericordioso, Daniele Faraco (forse un mio avo, mia nonna materna si chiamava Faraco), lo compose e lo seppellì nella piccola chiesa di Maria Santissima Immacolata ad Acquafredda, al cui esterno una lapide lo ricorda tuttora. Andrebbe ulteriormente indagata la posizione dei suoi familiari e della fazione Pelusiana nei moti del 1848 che portarono il Generale del Carretto a radere al suolo il piccolo borgo di Bosco ed in seguito in occasione dell’epopea di Carlo Pisacane. Scriveva il Pesce (…) a proposito del prete Peluso che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; il Prete, quasi in atto di disdegno e di protesta si ritirò nella casina in Acquafredda.”.  La figura del prete Peluso è stata bene raccontata da Franco Maldonato, nel suo recente ‘Teste Mozze’ (…). Gran parte delle notizie storiche riportate nel testo del Pesce (2), sono state tratte dall’Archivio del Tribunale di Lagonegro (PZ), ma di sicuro, per quanto riguarda i fatti accaduti a Sapri, il Pesce (2), oltre che da alcuni atti processuali pubblicati anche dal Mazziotti (…), dal Racioppi (…) e dal …………….., lAvv. Carlo Pesce (2), appassionato studioso e filologo del posto, scrisse e pubblicò a stampa. Il Pesce (2), nella sua nota (1), in proposito scrive: Questa Conferenza fu tenuta dall’autore in Lagonegro nella sala Comunale, nel 3 Giugno 1894, per la ricorrenza della festa nazionale, ed in Maratea nel 30 Luglio del 1894, per l’inaugurazione della Ferrovia.”. Il Pesce (…), dimorando a Sapri, entrò sicuamente in contatto con la Famiglia Timpanelli, ed in particolare con don Vincenzo Timpanelli, farmacista di Sapri, fratello dell’Arciprete don Nicola Timpanelli. E’ noto che la Famiglia Timpanelli, a Sapri, fosse particolarmente impegnata nelle vicende storiche che videro la restaurazione del Regno delle delle due Sicilie e del Monarca Borbonico Ferdinando IV- poi Ferdinando II, dopo il breve decennio Francese di Giuseppe Bonaparte e poi di Gioacchino Murat. La Famiglia Timpanelli, particolarmente attiva in quegli anni nella fede anti-borbonica, insieme ad altri liberali di Sapri come i Gallotti, che si opponevano all’altra fazione dei Peluso e del Prete Vincenzo Peluso in particolare che era al contrario convinta filo-borbonica e per la Restaurazione della monarchia nel Regno delle due Sicilie. Sebbene su queste vicende alcuni storici del tempo come il Mazziotti (7) ed il Pesce (2), abbiano contribuito a far luce sugli avvenimenti di quegli anni, che hanno visto in prima fila la cittadinanza di Sapri, partecipe e protagonista delle vicende che poi hanno portato all’Unità d’Italia e, che attraverso l’epopea di Carlo Pisacane l’hanno resa famosa in tutto il mondo, restano poco chiari alcuni aspetti che andrebbero ulteriormente indagati, come ad esempio la vicenda del martirio di Costabile Carducci, di cui il Dr. Vincenzo Timpanelli, nel ricordo del fratello, D. Antonio, arciprete di Sapri. I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, Monsignor Ludovico Ludovici, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Fabrizio Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. Tuttavia, il decennio francese (1806-1815) fu una pausa troppo breve per l’opera di rinnovamento. Le aspirazioni costituzionali, sembrarono trionfare con i moti rivoluzionari del 1820, quando fra i deputati eletti del Cilento vi fu anche il canonico di Celle di Bulgheria Antonio Maria De Luca che, negli anni della reazione sanfedista organizzò in queste terre un movimento clandestino, legato a Carbonari e Filadelfi. Successivamente, in seguito ai moti del 1848, alcuni sapresi si macchiarono della morte del patriota Costabile Carducci, anima dei moti antiborbonici del ’48. Del triste episodio, raccontato dal Mazziotti (7), dal Cassese (8) e, dal Pesce (2), esiste a Sapri, un manoscritto del Canonico Timpanelli, oggi gelosamente custodito dalla famiglia Tavernese (da Fig. 3 e s.). Il Carducci (Fig. 1), la notte del 4 luglio 1848, proveniente, con altri suoi compagni dall’impresa delle Calabrie, diretti a casa del patriota barone Giovanni Gallotti, ed intenti a proseguire per Napoli, per l’apertura del nuovo Parlamento, fù fatto prigioniero sulla spiaggia di Acquafredda – dove, insieme ai suoi compagni –  si era fermato per rifocillarsi – da alcuni sapresi filoborbonici, tra cui il prete Vincenzo Peluso. Tradotto prima a Sapri, dove fu tenuto prigioniero e poi con l’inganno a Lagonegro “per la via della ‘fontana della Spina’….al punto designato detto della ‘scala’, dove due alte rocce tagliate a picco restringono il varco a due chilometri da Acquafredda”, il Carducci fù orrendamente ucciso, mutilandone la testa che fu portata in omaggio al Re. Il 10 luglio 1848, un distaccamento della guardia nazionale di Trecchina, alla ‘fontana della Spina‘, raccolse il povero corpo martoriato del Carducci che poi sarà sepolto nella Chiesa della Concezione ad Acquafredda. Nisco Nicola (21), nel suo ‘Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli’, edito nel 1889, ricorda l’episodio di Costabile Carducci, nel suo vol. I, a pp. 242-243, dove non aggiunge importanti notizie ma racconta l’episodio come lo raccontò il giudice Jovane. Le “Ricordanze” di Luigi Settembrini (…), ricordano il triste episodio e come il prete Peluso, responsabile di quell’orrendo delitto, fu protetto alla Corte di Ferdinando II di Borbone il quale, inviò a Sapri la nave militare Tancredi per salvare il Peluso e portarlo impunito a Napoli. In seguito, tutti quei personaggi che avevano attivamente partecipato al triste episodio, furono lautamente ricompensati dal Re, che talvolta concesse pensioni e ricompense in danaro (…). All’epoca di Re Ferdinando II di Borbone, insieme ad alcuni suoi familiari ed insieme al Vescovo di Policastro Mons. Ludovici  (4-5), il prete Vincenzo Peluso, fu fedele servitore della casa regnante borbonica del Regno delle due Sicilie. Tanto fedele al Re borbonico che all’epoca si macchiò di tali nefandezze che Ferdinando II di Borbone, riconoscente verso i suoi servigi, sbarcando a Sapri, si recò personalmente a far visita nel Palazzotto in C.so Garibaldi, al prete ammalato di idropisia e moribondo, donandogli un anello d’oro con il sigillo reale. All’epoca, il Vescovo di Policastro Ludovico Ludovici (….), era un convinto filo-borbonico e ‘Sanfedista’. Durante il Regno delle due Sicilie di Ferdinando II di Borbone, alcuni membri della famiglia Peluso, insieme ad un loro parente, il prete Vincenzo Peluso, si macchiarono di atroci nefandezze perpretate contro coloro che combattevano per la libertà. I Peluso, a Sapri, a quei tempi, costituivano una convinta fazione filo-borbonica e si macchiarono della nefanda uccisione di Costabile Carducci. Nell’epitaffio della lapide marmorea posta nella Chiesa dell’Immacolata a Sapri (Fig….), veniva citato anche il sacerdote D. Nicola Timpanelli.

Nel 1848, il prete Vincenzo Peluso e l’eccidio di Costabile Carducci

Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, a p. 87, in proposito scriveva che: Allo scopo di portare la rivoluzione nel Cilento e in Basilicata, decide di attuare uno sbarco a Sapri ed iniziare una nuova rivoluzione. Da Praia, con altri patrioti, si dirige verso Sapri, sicuro di trovare un’attiva partecipazione dei liberali locali. Tale speranza venne delusa, poichè la popolazione era stata atterrita dalla notizia delle massicce forze borboniche sbarcate sotto il comando del generale Busacca, e di altre truppe che avanzavano dal Vallo di Diano alla volta del Lagonegrese. Una tempesta il 4 luglio 1848, li fa naufragare ad Acquafredda di Maratea, dove il popolo istigato dal prete sanfedista e pluriomicida, Vincenzo Peluso, si organizza attaccandoli a colpi di fucile. Il Carducci ferito, venne facilmente catturato dal Peluso e ucciso da un gruppo di suoi fidati sicari, fatti giungere da Sapri. Il corpo dell’eroe, venne tumulato nella chiesa della Concezione di Acquafredda. Un’altra versione sulla fine del Carducci, vuole che l’eroe, tra il 4 e il 5 luglio fu attirato con un tranello nell’abitazione del Peluso, con la scusa di un invito a cena, e poi trucidato da spietati sicari sul Monte Spina. Il capo gli fu reciso da un barbiere ed esposto in Napoli alla vista del re, il quale, per servigio reso donò al Peluso, mandante dell’omicidio, un prezioso anello. La casa del terribile prete di Sapri in cui si consumò il misfatto, era ubicata ad Acquafredda, presso una torre circolare inglobata nella villa Nitti.”Ma come vedremo le due differenti versioni che maldestramente il Mallamaci ci propone non sono del tutto corrette e veritiere. Come vedremo il Carducci fu fatto uccidere dal prete Peluso da suoi sicari sul monte Spina, ma egli fu tradotto prima a Sapri, in seguito alla cattura dei naufraghi ad Acquafredda e poi da Sapri fu tradotto sul monte Spina invece che a Lagonegro dove si trovava il Giudice che lo doveva giudicare. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento della amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. Tuttavia, il decennio francese (1806-1815) fu una pausa troppo breve per l’opera di rinnovamento. Le aspirazioni costituzionali, sembrarono trionfare con i moti rivoluzionari del 1820, quando fra i deputati eletti del Cilento vi fu anche il canonico di Celle di Bulgheria Antonio Maria De Luca che, negli anni della reazione sanfedista organizzò in queste terre un movimento clandestino, legato a Carbonari e Filadelfi. Successivamente, in seguito ai moti del 1848, alcuni sapresi si macchiarono della morte del patriota Costabile Carducci, anima dei moti antiborbonici del ’48. Del triste episodio, raccontato dal Mazziotti (162), dal Cassese (163), e dal Pesce (164), esiste a Sapri, un manoscritto del Canonico Timpanelli, oggi gelosamente custodito dalla famiglia Tavernese. Il Carducci, la notte del 4 luglio 1848, proveniente con altri tre suoi compagni dall’impresa delle Calabrie, diretti a casa del patriota barone Giovanni Gallotti, ed intenti a proseguire per Napoli, per l’apertura del nuovo Parlamento, fù fatto prigioniero sulla spiaggia di Sapri, insieme ai suoi compagni, da alcuni sapresi filoborbonici, tra cui il prete Vincenzo Peluso. Tradotto poi con l’inganno a Lagonegro “per la via della ‘fontana della Spina’…..al punto designato detto della ‘scala’, dove due alte rocce tagliate a picco restringono il varco a due chilometri da Acquafredda”, il Carducci fù orrendamente ucciso. Il 10 luglio 1848, un distaccamento della guardia nazionale di Trecchina, alla fontana della spina, raccolse il povero corpo martoriato del Carducci che poi sarà sepolto nella Chiesa della Concezione ad Acquafredda. Le “Ricordanze” di Luigi Settembrini, ricordano il triste episodio e come il prete Peluso, responsabile di quell’orrendo delitto, fu protetto alla Corte di Ferdinando II di Borbone il quale, inviò a Sapri la nave militare Tancredi per salvare il Peluso e portarlo impunito a Napoli. In seguito, tutti quei personaggi che avevano attivamente partecipato al triste episodio, furono lautamente ricompensati dal Re, che talvolta concesse pensioni e ricompense in danaro.”. Nella mia nota (162) postillavo che: (162) Mazziotti Matteo, Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848, vol. II, (1909), rist.di Galzerano ed.”. Nella mia nota (163) postillavo che: (163) Cassese Leopoldo, La Spedizione di Sapri, ed. La Terza, Bari, 1969, vedi nota al testo n.14, p. 55 e vedi pure Cassese L., Contadini e operai nel Salernitano nei moti del Quarantotto, stà in “Rassegna storica salernitana”, IX, 1948, pp.I-IV.”. Nella mia nota (164) postillavo che: (164) Pesce C., Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda, Napoli, 1895.”. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 10, a proposito del prete Vincenzo Peluso scriveva che: “Riferite tali cose al prete Peluso, questi, o per timore, o perchè fin d’allora meditasse terribili disegni, mandò tosto a chiamare tutti i contadini del villaggio, che si trovavano a mietere il grano nella difesa di Carmine Perazzi sul monte tra Acquafredda e Sapri; e poco dopo mandò in tutta fretta la sua parente e domestica Emmmanuela Liguori in Sapri, con una lettera pel suo nipote omonimo Vincenzo Peluso, soprannominato il ‘Generale’: accorressero immediatamente tutti i parenti ed amici ad Acquafredda, dove erano disbarcati con tristi propositi ed in atteggiamento minaccioso molti rivoluzionari Calabresi, peri quali egli, il Peluso, versava in grave pericolo. Verso le ore 5 pomeridiane giunsero i primi terrazzani richiamati dal lavoro; il Peluso, agitato etc…. Dunque, questa è un’altra interessante notizia. Il Pesce riferisce che il Peluso mandò a chiamare i contadini sapresi che lavoravano nell “Difesa” di Carmine Perazzi , un grande appezzamento di terra coltivata che si trovava sul monte Ceraso. Infatti, ancora oggi, lungo la statale SS. 18 che da Acquafredda arriva a Sapri, non esistente all’epoca, all’altezza dello scoglio dello Scialandro, vicino la Torre detta di Capobianco vi è una casetta rossa di proprietà della famiglia Perazzi. Sempre il Pesce, a p. 12, in proposito al prete Peluso scriveva che: “E poichè il fratello D. Michlangelo, ricevitore doganale, che era pure accorso, gli fece oservare che, stando quei Calabresi in atteggiamento pacifico, non era prudenza assalirli, ed aprire il fuoco, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 16 parlando dei moti calabresi del ’48, in proposito scriveva che: “Intanto il Peluso, col tuono di grande inquisitore, prese ad interrogare il Carducci; cui ripeteva con cipiglio beffardo ed insolente: “Ditemi ora, o Signore, perchè m’avete sempre perseguitato e minacciato ? Che male v’avevo fatto io, povero vecchio, oltre dei miei principii politici dissenzienti dai vostri ? Quando capitanaste la ribellione nel Cilento, minacciaste persino (e lo seppi da fonte sicura) d’uccidere me, monsignor Laudisio e il cav. Pecorelli di Policastro; per lo che fui costretto rifugiarmi nelle caverne e dormire più volte sul nudo suolo!…So che minacciaste anche di bruciare la mia Babilonia in Vibonati ! Che male v’aveva fatto io ? E Carducci di rimando calmo e dignitoso: “Ma voi v’ingannate; ciò non è vero; io non ho mai meditato simili iniquità, anzi son pure amico dei vostri nipoti D. Salomone e D. Moisè Peluso, che ho conosciuto in Napoli”. Pesce, a p. 18, in proposito scriveva che: “…e si avviò coraggioso al suo destino, menato innanzi per l’alpestre sentiero dai dodici manigoldi, fra i quali era anche un prete, Don Giuseppe Calderaro. Lungo il cammino furono usate al prigioniero le più atroci sevizie, e rivolte le parole più oltraggiose. Giunto il triste corteo al punto designato detto della Scala, dove due alte rocce tagliate a picco restringono il varco a due chilometri da Acquafredda, Giuseppe Bello, più degli altri feroce, fatto sedere su d’un sasso il Carducci stanco ed affranto, tentò strangolarlo colle mani; l’infelice dopo breve letargo si riebbe, ed allora Domenico Calderaro lo finì con un colpo di pistola alla gola tirato bruciapelo. In quel mentre spuntava sul firmamento l’aurora triste e rosseggiante, ed un cacciatore di Sapri, tal Raffaele Gallotti, trovandosi in quei pressi, vide inorridendo ligare il cadavere pel collo con una corda, trascinarlo per lungo tratto e precipitarlo nel sottostante burrone. Consumato il martirio quei manigoldi tornarono nel villaggio; ed è fama che Bello al ritorno per la gioia e per la ferocia fosse divenuto maniaco e furioso, sicchè bisognò frenarlo per impedire che si fosse precipitato dalle rupi.”. All’epoca epoca di Re Ferdinando II di Borbone, insieme ad alcuni suoi familiari, spalleggiato dall’allora Vescovo Ludovici, il prete Vincenzo Peluso, fu fedele servitore della casa regnante borbonica del Regno delle due Sicilie. Tanto fedele al Re borbonico che all’epoca si macchiò di tali nefandezze che Ferdinando II di Borbone, riconoscente verso i suoi servigi, sbarcando a Sapri, si recò personalmente a far visita nel Palazzotto in C.so Garibaldi, al prete ammalato di idropisia e moribondo, donandogli un anello d’oro con il sigillo reale. All’epoca, il Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (8-9), era un convinto filoborbonico e ‘Sanfedista’. Durante il Regno delle due Sicilie di Ferdinando II di Borbone, alcuni membri della famiglia Peluso, insieme ad un loro parente, il prete Vincenzo Peluso, si macchiarono di atroci nefandezze perpretate contro coloro che combattevano per la libertà. I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, Monsignor Ludovico Ludovici, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Fabrizio Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. Successivamente, in seguito ai moti del 1848, alcuni sapresi si macchiarono della morte del patriota Costabile Carducci, anima dei moti antiborbonici del ’48. Del triste episodio, raccontato dal Mazziotti (17), dal Cassese (18) e, dal Pesce (6), esiste a Sapri, un manoscritto del Canonico Timpanelli, oggi gelosamente custodito dalla famiglia Tavernese (Fig. 16). I Peluso, a Sapri, a quei tempi, costituivano una convinta fazione filoborbonica e si macchiarono della nefanda uccisione di Costabile Carducci. Nell’epitaffio della lapide marmorea posta nella Chiesa dell’Immacolata (Fig. 10) viene citato anche il sacerdote Timpanelli che all’epoca scrisse sui fatti dell’uccisione di Carducci, lasciando un manoscritto che abbiamo visto e letto ma che purtroppo non abbiamo potuto fotografare in quanto recentemente è stato da noi richiesto agli eredi del canonico Arciprete Timpanelli, la Famiglia Tavernese che lo possedeva dopo la morte di Gennaro Tavernese (Fig. 16). Timpanelli, pur essendo un prete e quindi doveva restare fedele alla causa Sanfedista del suo Vescovo Nicola Maria Laudisio, faceva parte di una fazione di liberali che con il Barone Gallotti si contrapposero a quella sanfedista e filoborbonica dei Pelusiani. Esso fu citato dal Cav. Carlo Pesce (6) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci. Il Pesce (6) descrive la figura del prete Vincenzo Peluso, autore di orrendi misfatti di cui si macchiò quale filoborbonico convinto che era. Secondo il Pesce, fu proprio il prete Vincenzo Peluso –  che aveva fatto costruire il Palazzotto in C.so Garibaldi. La figura del prete Peluso è stata bene raccontata da Franco Maldonato, nel suo recente ‘Teste Mozze‘ (8). Il prete Vincenzo Peluso ed i suoi familiari ebbero un ruolo fondamentale nella reazione sanfedista nei nostri territori e soprattutto in occasione della prigionia e dell’uccisione del patriota Costabile Carducci. Il Peluso, palesemente protetto ed impunito dalle autorità filoborboniche, morì nel suo letto a Sapri e con gli onori del Re Ferdinando II di Borbone che gli vece visita al capezzale di morte. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla Famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a pp. 5-6 parlando dei moti calabresi del ’48, in proposito scriveva che: “Costui esordì la carriera del delitto con due omicidi commessi nel 1809 commessi ferocemente nella piazza di Sapri; onde, per sfuggire alla giustizia punitiva, scampò in Sicilia, dove ebbe protezione ed intimità dalla Corte di Borbone, godè le grazie della regina Carolina, la quale, è fama, si fosse fatta accompagnare da lui in un viaggio in Austria. Durante la dominazione francese il prete Peluso spesso approdò con altri galeotti su navi inglesi alle coste del golfo di Policastro per tenere in continue perturbazioni quelle contrade, e nascosto nella caverna di Serralonga, ne usciva per eseguir vendette più per conto proprio che per la causa borbonica. Ritornando Ferdinando sul trono di Napoli nel 1815, il Peluso ebbe, pei servigi resi, una lauta pensione e s’adattò a fare la spia. Sanguinario, prepotente, feroce, mattoide, circondato da vili satelliti parenti ed amici, protetto e temuto dalle autorità, aveva libero campo ad ogni scelleraggine. Il Vescovo Laudisio che pure era tanto influente in Corte e temuto dalla Diocesi, non potè mai esercitare su di lui alcun imperio e lo lasciò fare. Quando non indossava l’abito talare il Peluso vestiva bizzarramente per lo più, un berretto rosso, con lungo fiocco pendente, calzoni bigi e largo pastrano. Di lui si narrano molti assassini commessi o di proprio pugno o per mandato, e guai a chi non fosse stato liggio ai suoi doveri. Tornato appena dalla Sicilia, fece uccidere il sacerdote Loreto Giudice; nel 1820 l’armiere Pietro Cesarino, sul cui cadavere esercitò le più brutte sevizie, e poscia una giovinetta, druda d’un suo nipote; oltre d’un’infinità di altri gravissimi misfatti,che erano tutti andati impuniti benchè conosciuti generalmente. Recentemente ho visto sulla rete il sito o blog dal titolo “Parlamento due Sicilie – Parlamento del Sud” curato da un certo Vincenzo Gulì. Ecco come un filoborbonico coevo, uno dei tanti fanatici che ancora oggi popolano il globo terrestre, si permette di scrivere sulla famigerata figura del prete Vincenzo Peluso: “L’agevole stroncatura del mito fasullo di Costabile Carducci è stata però l’occasione di approfondire un personaggio antitetico come don Vincenzo Peluso, sacerdote ma ‘Brigante di Sua Maestà’ come lo consideravano i francesi invasori del 1799  e seguenti. Un uomo leale,  generoso e forte perché dotato di un fisico possente. Compì la sua più importante impresa a favore della Patria nella terza età dopo aver servito superbamente tre re: Ferdinando IV, Francesco I e poi Ferdinando II. Per sua fortuna passò al Cielo qualche anno dopo , cioè prima che soffrisse nel vedere lo scempio ‘risorgimentale‘  della sua Patria delle Due Sicilie ma in tempo per ricevere direttamente dalla mani di Re Ferdinando un regalo per i meriti ampiamente acquisiti di fedeltà e abnegazione. Una piccola flotta militare si fermò presso Acquafredda e il sovrano gli fece visita donandogli un anello d’oro per eterna riconoscenza. In occasione del convegno abbiamo avuto la gioia di conoscere un discendente di don Vincenzo che ci ha mostrato con orgoglio l’anello gelosamente custodito per oltre un secolo e mezzo. La nostra patria risorge con le verità storiche che spingono quelli che stanno nell’ombra a palesare sentimenti ed oggetti che si credevano per sempre perduti …”. Giacomo Racioppi, però, sulla scorta del testo del Venosta (….), scriveva che la “casina bianca”, indicata negli Atti come luogo dello sbarco, non era quella sulla spiaggia dellOliveto ma, secondo la versione del Venosta doveva essere il palazzotto del prete Peluso a Sapri che si trovava, all’epoca, in prossimità della linea di costa della baia di Sapri. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione. Quella casina apparteneva a un tale uomo, che ha legato alla nostra storia un nome infamato, e che riempe oggi il racconto, dimani forse la leggenda, de’ popoli a Sapri circostanti. Il Prete Peluso, vecchio ‘calderaro’, partiggiano anzi sicario di casa Borbone, spirito bizzarro, quanto feroce, cinico e manesco, quanto inculto e grossiero, che del sacerdote altro non si ebbe del crisma indelebile, e del brigante ebbe tutto, meno il capestro, vivea parte dell’anno in quelle mura tra cinici gusti e bizzarri; irrequito ed inquieto per mala coscienza. Quivi, agli assassini assueto, macchinò nel 1848 l’assassinio di Costabile Carducci; e l’eseguì poscia, di fredda mano, nella prossima di Acquafredda. Quivi infermo, qualche anno di poi, fu colpito da visita da Re Ferdinando di Borbone che il raccomando santamente a Nostra Donna di Novi, gli strinse la mano insanguinata; – grazia di Regio carnefice ad assassino da macchia. Quivi morì, legando l’ombra al loco e alle mura; cui poscia il cieco flusso della rivoluzione olle punite, quasi di ossa e di polpe, in memoria di chi li ebbe costrutte.”.

Fontana del Lauro

Il manoscritto olografo del “Dramma d’Acquafredda” di Carlo Pesce

Recentemente, ho acquisito in copia digitale, le pagine originali del manoscritto olografo del Cav. Avv. Carlo Pesce. Esso, è conservato dalla famiglia Tavernese che me lo mostrò oltre trenta anni or sono. Il membro della Famiglia Tavernese che lo possiede, Palmiro Tavernese, mi ha concesso la facoltà di studiarlo e di trarne foto digitali. Il Tavernese, sostiene che detto manoscritto apparteneva a don Vincenzo Timpanelli, farmacista di Sapri e fratello di uno dei protagonisti e testimoni diretti, l’Arciprete di Sapri, don Nicola Timpanelli, di cui parlerò. I due Timpanelli, don Vincenzo Farmacista di Sapri e don Nicola, Arciprete di Sapri, erano figli maschi della Baronessa Margherita Picinni-Leopardi, di Buonabitacolo, imparentatisi nei primi del ‘900 con i Cesarino di Sapri. I Tavernese di Sapri, si ritrovano oggi questo lascito di carte olografe forse a causa dei diversi passaggi di proprietà della loro madre. Da un’attento esame dello stesso si evince che il manoscritto in questione, ricalca fedelmente il testo del libro di Carlo Pesce (…), citato e pubblicato nel lontano 1895: ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda ecc..’, illustrato in Fig. 2. Oggi pubblico il manoscritto olografo originale di cui ho parlato e che credo sia stato scritto di proprio pugno dal Cav. Avv. Carlo Pesce in uno dei suoi tanti soggiorni sapresi e sicuramente arricchito da aneddoti raccontati dai suoi diretti testimoni: i Timpanelli di Sapri, molto probabilmente arriva questo carteggio. Come ho già detto, il Pesce, scrisse un suo resoconto sulle vicende storiche che riguardano l’uccisione del patriota Costabile Carducci e di cui fu testimone diretto suo l’Arciprete Don Antonio Timpanelli. Il manoscritto, si compone di n. 22 pagine manoscritte, date poi alle stampe a Napoli, nel 1895. L’Arciprete D. Nicola Timpanelli, pur essendo un prete e quindi doveva restare fedele alla causa Sanfedista del suo Vescovo Nicola Maria Laudisio, faceva parte di una fazione di liberali che con il Barone Gallotti si contrapposero a quella sanfedista e filoborbonica dei Pelusiani. Il Pesce (2), sulla scorta del Timpanelli,  descrisse la figura del prete Vincenzo Peluso, autore di orrendi misfatti di cui si macchiò quale filo-borbonico convinto che era e, raccontò l’episodio della cattura e dell’uccisione orrenda di Costabile Carducci a Sapri.  Recentemente, la vicenda del Carducci, è stata bene raccontata da Franco Maldonato, nel suo ‘Teste Mozze‘ (15). Il prete Don Antonio Timpanelli, insieme ad alcuni suoi familiari, fu un protagonista e testimone diretto delle vicende che videro la cattura del Carducci, nel 1848, e poi in seguito anche dello storico sbarco di Carlo Pisacane con i suoi trecento (8-9-10-11-12-13-14). In seguito, tutti quei personaggi che avevano attivamente partecipato al triste episodio, furono lautamente ricompensati dal Re, che talvolta concesse pensioni e ricompense in danaro (2) e, andrebbe ulteriormente indagata la posizione della fazione Pelusiana, nella vicenda del Carducci e poi di Pisacane. 

Il “Casale del Corbo”, tra Sapri ed Acquafredda

Sempre nella citata carta d’poca Aragonese (…), spostandosi con lo sguardo verso le colline che da Sapri, dopo lo scoglio dello Scialandro vanno verso Acquafredda, non molto distante da un’antica torre cavallara di avvistamento d’epoca Vicereale, spostandoci più verso la costa di Acquafredda e, vicino ad un gruppo di costruzioni segnate con il colore rosso, vediamo segnato il toponimo di “Casale del Corbo”. Riguardo questo antichissimo casale citato nella carta d’epoca Aragonese di cui ho parlato, lo storico cilentano Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848′, edito nel 1909, parlando dei fatti che accaddero nelle campagne tra Acquafredda e Sapri, nel 1848, durante lo sbarco di Costabile Carducci, diretto a Sapri ma costretto a fermarsi nella rada di Acquafredda, a causa di una violenta tempesta di mare, e la sua cattura da parte della fazione dei Pelusiani di Sapri, a p. 4 del vol. II, in proposito scriveva che: “A l’improvviso una raffica violenta spinse il legno, a lo svoltare di una piccola punta, in una insenatura detta il Porticino o Canale della Monaca, sotto il pitoresco villaggio di Acquafredda, estremo lembo del comune di Maratea e della Provincia di Potenza.”. Poi ancora il Mazziotti (…), continuando il suo racconto sulla cattura del Carducci, a p. 5, in proposito scriveva che: “Alcuni corsero ad avvertire le guardie doganali in una antica torre posta a ridosso della collina e addetta a caserma. Il brigatiere delle guardie, Salvatore Miggiani, raccolti i suoi pochi dipendenti in armi e vari contadini provvisti di zappe e di scuri, ascese su un lieve rialzo di terreno detto la ‘Rotondella’ che sovrasta la spiaggia.”. Sempre il Mazziotti (…), proseguendo il racconto cita il casale del Corbo e a p. 6, in proposito diceva che: “II. A breve distanza, dal lato opposto della collina, sorgeva la casa rurale di un certo Giovanni Florenzano (2). Ivi dimorava da parecchi mesi il vecchio prete Peluso, che fuggito da Sapri nel gennaio a l’avvicinarsi delle bande cilentane, si era dipoi sdegnosamente appartato in quella casa solitaria.”. Il Mazziotti (…), a p. 10, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Trasformata in un elegante villino dopo il 1896 dal nuovo proprietario sig. Giovanni Marsicano.”. Ma quì il racconto si riferisce sempre ad Acquafredda. Il Mazziotti (…), continuando il suo racconto, a p. 8, in proposito scriveva che: “Dunque era proprio lui! Occorreva adunare gente. Frenando il tumulto dell’animo, inviò un giovanetto, Domenico Florenzano, nella vicina tenuta detta ‘del Conte’ a chiamare i molti contadini che vi mietevano il grano ed a Sapri la sua domestica, Emanuelina Liguori, con una lettera ai suoi congiunti ecc..Dopo una lunga attesa giungevano da la campagna i mietitori: i fratelli Giambattista e Biagio Florenzano, un altro Biagio Florenzano ecc…”.

Il manoscritto olografo di Carlo Pesce sulla catttura e l’uccisione di  Costabile Carducci

Recentemente, ho acquisito in copia digitale, le pagine originali del manoscritto olografo del Cav. Avv. Carlo Pesce. Esso, è conservato dalla Famiglia Tavernese che me lo mostrò oltre trenta anni or sono. Il membro della Famiglia Tavernese che lo possiede, Palmiro Tavernese, mi ha concesso la facoltà di studiarlo e di trarne foto digitali. Il Tavernese, sostiene che detto manoscritto apparteneva a don Vincenzo Timpanelli, farmacista di Sapri e fratello di uno dei protagonisti e testimoni diretti, l’Arciprete di Sapri, don Nicola Timpanelli, di cui parlerò. I due Timpanelli, don Vincenzo Farmacista di Sapri e don Nicola, Arciprete di Sapri, erano figli maschi della Baronessa Margherita Picinni-Leopardi, di Buonabitacolo, imparentatisi nei primi del ‘900 con i Cesarino di Sapri. I Tavernese di Sapri, si ritrovano oggi questo lascito di carte olografe forse a causa dei diversi passaggi di proprietà della loro madre. Da un’attento esame dello stesso si evince che il manoscritto in questione, ricalca fedelmente il testo del libro di Carlo Pesce (…), citato e pubblicato nel lontano 1895: ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda ecc..’, illustrato in Fig. 2. Oggi pubblico il manoscritto olografo originale di cui ho parlato e che credo sia stato scritto di proprio pugno dal Cav. Avv. Carlo Pesce in uno dei suoi tanti soggiorni sapresi e sicuramente arricchito da aneddoti raccontati dai suoi diretti testimoni: i Timpanelli di Sapri, molto probabilmente arriva questo carteggio. Come ho già detto, il Pesce, scrisse un suo resoconto sulle vicende storiche che riguardano l’uccisione del patriota Costabile Carducci e di cui fu testimone diretto suo l’Arciprete Don Antonio Timpanelli. Il manoscritto, si compone di n. 22 pagine manoscritte, date poi alle stampe a Napoli, nel 1895. L’Arciprete D. Nicola Timpanelli, pur essendo un prete e quindi doveva restare fedele alla causa Sanfedista del suo Vescovo Nicola Maria Laudisio, faceva parte di una fazione di liberali che con il Barone Gallotti si contrapposero a quella sanfedista e filoborbonica dei Pelusiani. Il Pesce (2), sulla scorta del Timpanelli,  descrisse la figura del prete Vincenzo Peluso, autore di orrendi misfatti di cui si macchiò quale filo-borbonico convinto che era e, raccontò l’episodio della cattura e dell’uccisione orrenda di Costabile Carducci a Sapri.  Recentemente, la vicenda del Carducci, è stata bene raccontata da Franco Maldonato, nel suo ‘Teste Mozze‘ (15). Il prete Don Antonio Timpanelli, insieme ad alcuni suoi familiari, fu un protagonista e testimone diretto delle vicende che videro la cattura del Carducci, nel 1848, e poi in seguito anche dello storico sbarco di Carlo Pisacane con i suoi trecento (8-9-10-11-12-13-14). In seguito, tutti quei personaggi che avevano attivamente partecipato al triste episodio, furono lautamente ricompensati dal Re, che talvolta concesse pensioni e ricompense in danaro (2) e, andrebbe ulteriormente indagata la posizione della fazione Pelusiana, nella vicenda del Carducci e poi di Pisacane.  Durante il decennio dell’occupazione francese del Regno delle due Sicilie (1806-1815), il meridione d’Italia visse una vera e propria guerriglia civile. Anche il Cilento venne coinvolto, tanto dalle operazioni terrestri tanto da quelle navali, per la difesa delle coste (6). Nel Regno delle due Sicilie, durante il breve periodo di occupazione napoleonica di Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo, il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. Il rafforzamento e l’ingrandimento delle fortificazioni militari esistenti, fu certamente oggetto di particolare attenzioni del governo napoleonico, in epoca murattiana, come risulta da alcune carte inedite dell’epoca, da me ritrovati presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, da me pubblicati nell’’87 e, a cui abbiamo ivi dedicato lo studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti.

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(Fig. 3) Manoscritto olografo dell’Avv. Carlo Pesce (…), del testo del libro a stampa ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda’ , oggi posseduto dalla Famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Storico Attanasio)

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(Fig. 3) Manoscritto olografo dell’Avv. Carlo Pesce (…), del testo del libro a stampa ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda’ , oggi posseduto dalla Famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Storico Attanasio)

Costabile Carducci, la cattura e l’uccisione a Sapri

 

(Fig. 4) La Torre (forse saracena) posta prima del Canale di Mezzanotte da cui fu avvistato il gruppo del Carducci

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(Fig. 5) La Chiesa di Acquafredda dove riposano le spoglie di Costabile Carducci

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(Fig. 6) Lapide commemorativa sulla Chiesa di Acquafredda dove riposano le spoglie di Costabile Carducci

L’arciprete di Sapri Don Nicola Timpanelli

E’ noto che la Famiglia Timpanelli, a Sapri, fosse particolarmente impegnata nelle vicende storiche che videro la restaurazione del Regno delle delle due Sicilie e del Monarca Borbonico Ferdinando IV- poi Ferdinando II, dopo il breve decennio Francese di Giuseppe Bonaparte e poi di Gioacchino Murat. La Famiglia Timpanelli, particolarmente attiva in quegli anni nella fede anti-borbonica, insieme ad altri liberali di Sapri come i Gallotti, che si opponevano all’altra fazione dei Peluso e del Prete Vincenzo Peluso in particolare che era al contrario convinta filo-borbonica e per la Restaurazione della monarchia nel Regno delle due Sicilie. Sebbene su queste vicende alcuni storici del tempo come il Mazziotti (7) ed il Pesce (2), abbiano contribuito a far luce sugli avvenimenti di quegli anni, che hanno visto in prima fila la cittadinanza di Sapri, partecipe e protagonista delle vicende che poi hanno portato all’Unità d’Italia e, che attraverso l’epopea di Carlo Pisacane l’hanno resa famosa in tutto il mondo, restano poco chiari alcuni aspetti che andrebbero ulteriormente indagati, come ad esempio la vicenda del martirio di Costabile Carducci, di cui il Dr. Vincenzo Timpanelli, nel ricordo del fratello, D. Antonio, arciprete di Sapri, forse contrubuì con le sue memorie alla stesura del libro di Carlo Pesce.

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(Fig. 7) Lo stemma lapideo e araldico dei Timpanelli che sormonta il bel portale (Archivio Storico e foto Attanasio)

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(Fig. 8) Portale sormontato dallo stemma araldico dei Timpanelli, scolpito nel bel marmo o pietra di Padula – ingresso del Palazzotto Timpanelli in C. so Umberto I a Sapri.

Il Palazzo della Famiglia Timpanelli, oggi Tavernese, di cui si è salvato solo lo splendido portale e, lo stemma araldico (Figg…..), dimora dell’arciprete diacono Don Nicola Timpanelli, della curia di Sapri, ricordato nella lapide marmorea posta all’interno dell’androne della Chiesa Madre di Sapri in Piazza del Plebiscito ( Fig. 9).

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(Fig. 9) Lapide marmorea con epitaffio a ricordo di D. Antonio Peluso, posta nell’ambulacro della Chiesa (Madre) dell’Immacolata in Piazza del Plebiscito a Sapri. In essa viene citato anche l’Arciprete diacono Don Nicola Timpanelli.

Paolo Emilio Bilotti (13), nel 1907, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, a pp. 186-187, parlando dei fatti dello Sbarco dei trecento di Carlo Pisacane a Sapri, così ricordava la figura dell’illustre arciprete e patriota don Nicola Timpanelli di Sapri, postillando nella sua nota (3), di p. 186, in proposito scriveva che: “Arch. di Salerno – Fasc. 39 del 1850 – Atti politici. L’arciprete Timpanelli malgrado le difese che lui faceva monsignor Laudisio, era dalla polizia tenuto per capo ed istruttore dei liberali di Sapri, che riuniva numerosi quasi ogni quindici giorni. Non gli fu mai data tregua per aver tentato, dopo il 4 luglio 1848, di liberare il Carducci dalle mani di coloro che poco dopo ne fecero strage. Non potendo resistere in Sapri alle continue insidie di don Vincenzo Peluso e degli altri preti, erasi rifugiato in Salerno, dove il 2° sergente Vignes lo arrestò il dì 8 febbraio 1851, appena ebbe terminato di celebrare la messa nella chiesa del Purgatorio. Eppure egli si trovava alla dipendenza della gran corte crim. col mandato pel palazzo. Ma la polizia napolitana interveniva dovunque e quando credeva. Dopo l’avvenimento di Sapri si ridusse in Rivello, dove non cessò mai, fino alla morte, di favorire la causa della libertà, benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua. Arch. di Salerno  – Fasc. 283 – Inv. di pol. In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio, ma non è vero poi quello che si compiaccque di asserire il Fischietti, che cioè egli fosse divenuto amico del Borbone per avere, col pane somministrato ai rivoltosi, evitato il sacco a Sapri. Aggiunge anzi il Fischietti che al Timpanelli fosse stata donata la medaglia d’oro dell’ordine di Francesco I; ma è falso, poichè le persone insignite di quella onoreficenza furono soltanto dieci e i loro nomi sono stati pubblicati da Michele La Cava a pagina 218 della sua ‘Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860.’.”.   

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ” Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sa- pri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

(2) Pesce Carlo, Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda – Conferenza per un episodio della Rivoluzione Neapolitana del 1848 – Conferenza per un episodio della Rivoluzione Neapolitana del 1848, Stabilimento Tipografico – Palazzo della Cassazione, Napoli, 1895; questo libro fu ristampato nel 1905, per i tipi della Tip. Lucana (Archivio Storico Attanasio).

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(3) Pesce Carlo, Storia della città di Lagonegro, Napoli, Reale Stab. Tip. Pansini, 1913 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso esiste la ristampa anastatica a cura delle Tip. Dino Ricca, Lagonegro (PZ), (con la prefazione del 1913), ristampa a cura delle Tip. Neograf, Diamante, p. 398 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(4) Pesce Carlo, Costabile Carducci, Il dramma d’Acquafredda – Conferenza per un episodio della Rivoluzione Napolitana del 1848, Napoli, 1895, Stabilimento Tipografico – Palazzo della Cassazione, p. 9 e s. Gran parte delle notizie storiche ivi riportate sono state tratte dall’Archivio del Tribunale di Lagonegro (PZ) (Archivio Storico Attanasio).

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(5) Gallotti Nicola, Sapri nella storia e nella tradizione popolare, Napoli, Tip. G. Golia, 1899, pp. 39-40. Si veda pure Gallotti N., Condizioni igienico sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lagonegrese, 1891; si veda pure: L’Acqua potabile di Sapri – ricordi per il Dott. Nicola Gallotti, Tip. Francesco Graniti, Napoli.

(6) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831.

(7) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, che ha curato anche la traduzione del testo latino.

(8) Valente A., Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino (1965), 1976.

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(9) Mazziotti Matteo, Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848, ed. Società editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati & C., Milano-Roma, vol. I-II, 1909. Oggi l’originale in mio possesso. Si veda pure la ristampa anastatica di Galzerano. Quello illustrato in figura è il vol. I (Archivio Storico Attanasio).

(10) Cassese Leopoldo, La Spedizione di Sapri, ed. La Terza, Bari, 1969, vedi nota al testo n. 14, p. 55 e vedi pure Cassese L., Contadini e operai nel Salernitano nei moti del Quarantotto, stà in “Rassegna storica salernitana”, IX, 1948, pp. I-IV; Cassese L., op.cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B. 77; vedi pure:

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(11) Bilotti Paolo Emilio, La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, Stab. Tip. Fratelli Jovane, 1907, p. 195.

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(12) Fischetti Gaetano, Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.

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(…) Settembrini Luigi, Ricordanze della mia vita, con prefazione di Francesco De Sanctis, a cura di Francesco Torraca, Napoli, ed. A. Morano, 1916 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Pollini L., La tragica spedizione di Sapri (1857), ed. A. Mondadori, Verona, 1935 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Albini D., La Spedizione di Sapri e la Provincia di Basilicata, Roma, 1891.

(13) Archivio di Stato di Salerno, vedi Busta 197, vari volumi, incartamento; vedi pure Albini D., La Spedizione di Sapri e la Provincia di Basilicata, Roma, 1891; vedi pure Pifano C., Pisacane da Sapri a Sanza, ed.Galzerano, 1977.

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(14) Il Rosselli (Rosselli N., op. cit., p. 361), in proposito così scriveva: “La Spedizione di Sapri dette luogo a numerosi componimenti poetici, quasi tutti assai scadenti, seppure calorosi ed ispirati. Vanno citati, in ordine di tempo: Mercantini L., La Spigolatrice di Sapri, stampata la prima volta nel Movimento, Genova, 3 Agosto 1857; Ricciardi C., Novissima Verba, Carme ai caduti di Sapri, in La Gazzetta del Popolo, Torino, 29 luglio 1857; Vecchi C.A., Canto funebre, ivi, 17 agosto 1857; Curzio F., L’eroe di Sapri (4 sonetti), 1858, ristampati in Poesie edite ed inedite di F.C.,  Milano, 1883; Lombardi E., La Spedi-zione di Sapri; Quarta A., La Spedizione di Sapri. Versi, Roma, 1877; versi di Terzi R., e di Capasso G., sul giornale ‘Masuccio’, Salerno, 2 luglio 1903; Fra gli stranieri che cantarono la spedizione si veggano Swinborne, Song of Italy, Harriet Hamilton-King, The disciples, London, 1873 (vedi il brutto poemetto ‘Nicotera’) Carducci dedica due versi a Pisacane in una delle sue odi barbare (Scoglio di Quarto). E’ noto che anche Victor Hugo tessè l’apo-logia di Pisacane, dicendolo più grande di Garibaldi nello stesso modo che Brown era da considerarsi più grande di Waschington.”; Rosselli N., Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani- La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.

(15) Colletta Pietro, Storia del Reame di Napoli dal 1734 sino al 1825, Tomo III, Capolago, Tip. Elvetica, 1834, p….

(16) Pifano Cesare, Pisacane, da Sapri a Sanza, ed. Galzerano, Casalvelino Scalo (SA), 1977, p. 38.

(17) De Cesare R., La fine di un Regno, Napoli, ed. III, vol. I e vol. III, pp. 18.

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(18) Maldonato Franco, Teste mozze – Romanzo storico, ed. Iride, Soveria Mannelli, 2015.

(19) Dumas Alessandro, I Borboni di Napoli, Napoli, ed. Mario Miliano, 1870 (Archivio Storico Attanasio).

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(20) Guglielmini Andrea, L’Eroe superstite di Sapri, Schizzi storici per Andrea Guglielmini,
Salerno, Stab. Tip. Migliaccio, 1877 (Archivio Storico Attanasio)

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(21) Nisco Nicola, Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli, vol. I-II-III, ed. Morano, Napoli, 1889. Originale in mio possesso (Archivio Storico Attanasio).

 

La Torre del Buondormire a Sapri

Gli studi

Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archi-vistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Già l’Holstenio nel 1666 (27) e poi l’Alfano (17), nel 1795, ci davano notizie di queste torri marittime e costiere costruite lungo il litorale fino a Salerno.  Le notizie storiche sulle torri costiere, erano state confermate nel 1745 e poi nel 1795 dall’Antonini (20), e poi anche da altri studiosi come il Pasanisi (2), il Vassalluzzo (14) ed il Guzzo (16), che dedicarono diverse pubblicazioni a questo argomento. In particolare, il Vassalluzzo (14) prima e poi in seguito il Guzzo (16), si sono occupati delle Torri costiere fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli, ma non è stata mai fatta una disamina approfondita sulle Torri marittime costruite in epoche anteriori.

Nel 1566, la costruzione della ‘Torre del Buondormire’, oggi scomparsa

Nel 1978, e nel 1991, Angelo Guzzo (16), pubblicò due libri di estremo interesse per la ricostruzione storiografica delle nostre zone. Nei suoi, Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia‘ e pure nel postumo ‘Sulla rotta dei Saraceni –  La difesa anticorsara sulla costa del Cilento’, il Guzzo, anche sulla scorta del Pasanisi e del Vassalluzzo, fa una disamina della costruzione delle Torri marittime Vicereali costruite sul finire del XVI secolo, lungo le noste coste, da tempo oppresse dalle incursioni barbaresche. Secondo il Guzzo (…), a p…., la costruzione della Torre del Buondormire, rientrò nel programma di edificazione di queste torri nel Regno di Napoli che ordinarono alcuni Vicerè Spagnoli. Secondo la ricostruzione che il Guzzo (…) fa, anche sulla scorta dei documenti di Archivio raccolti e citati dal Pasanisi (…) “Solo nel 1566 venne l’ordine della costruzione delle torri nelle rimanenti parti del pPrincipato Citra, nel tratto cioè, che da Agropoli si estende fino a Sapri e non comprese nel precedente bando. Le torri da edificarsi o da accomodarsi ed indicate dall’Ingegnere Tortelli, che era stato inviato in quella provincia dal Duca d’Alcalà, furono le seguenti: 33) Una nel luogo detto del Buondormire, presso Sapri.”. Dunque, secondo quanto scrisse il Guzzo (…), non risulta ben chiaro se la Torre del Buondormire presso Sapri, che pure faceva parte del programma di costruzione del bando del 1566, fosse già preesistente e se di questa fosse prevista dall’Ingere Tortelli, solo la sua ristrutturazione o rinforzo o invece, come non ritengo verosimile, si trattasse di una vera e propria costruzione. Il Guzzo (…), a p. 246, nella sua nota (15), cita Don Sancio Martinez, di cui ne ha scritto il Pasanisi (…), nell’altro suo saggio dedicato alla costruzione delle Torri marittime della nostra costa. Il Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, racconta della richiesta che Don Sancio Martinez, nel 1554, fece alle Università del luogo per la costruzione di due nuove Torri a Molpa e Palinuro. Il Guzzo, racconta che, sebbene la richiesta di tasse per la costruzione delle due nuove torri fosse stata negata dalle Università del posto, queste due nuove torri erano operanti nel 1557. Il Guzzo (…), a p. 248, scriveva in proposito che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località: al Buondormire presso Sapri.”. Anzi il Guzzo (…), a p. 250, scriveva che: “Alla fine del 1570 sulla costa cilentana, di tutte le torri progettate e comprese nel bando del 1566, solo le seguenti erano effettivamente compiute, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati: – la Torre di Buondormire, presso Sapri (35).”. Il Guzzo (…), a p. 252, nella sua nota (35), sulla scorta del Vassalluzzo (14), che a p. 197, del suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, nella sua nota (…), postillava la stessa cosa “(35) La Torre del Buondormire ora del tutto scomparsa, era ancora visibile nel 1888. Vi furono, come torrieri, Caviczoles Pietro nel 1568, Prando della Torraca nel 1576 e Brando Francesco dal 1598 al 1605. “. Il Guzzo (…), riguardo la documentazione attestante la notizia che alla fine del 1570, la costruzione della Torre del Buondormire, presso Sapri, era effettivamente compiuta, ricavata dal Pasanisi (…), postillava che: “(22) Perc. Prov. Fascio 119, fol. 138- citato da Pasanisi O., op. cit., pag. 433.”. Dunque, se notiamo bene, il Guzzo, sulla scorta del Pasanisi e dei documenti di Archivio citati, scrivendo che detta notizia, suffraga la costruzione “effettivamente compiuta”, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati”, incluendo nell’elenco anche quella la Torre del Buondormire, non avvalora affatto l’ipotesi che la Torre del Buondormire, fosse stata costruita con il Bando del Vicerè del 1566 e poi conclusa nel 1570, ma dimostra solo che essa, fosse operativa e pienamente funzionante. Non è facile stabilire l’epoca di costruzione delle Torri marittime, esistenti all’epoca sulla costa Saprese ma ritengo che moltissime di esse, già esistessero e che fossero da molto tempo funzionanti. Le nostre zone, e soprattutto le nostre coste, costituirono il primo vero baluardo nella Guerra del Vespro tra Angioini ed Aragonesi e già prima Federico II, aveva fatto costruire sulle nostre coste diferse fortificazioni. Non a caso le nostre Torri, nella tradizione orale vengono chiamate “Torri Normanne”. Non è facile stabilire l’origine di questa o di queste Torri, ma di certo possiamo dire che questa Torre, figura nella carta di probabile epoca Aragonese da noi scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig. 2), di cui parleremo. Amedeo La Greca (36), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, sulla scorta degli studi del  Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata ricostruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II ed in seguito dai Vicerè Spagnoli. La Greca, scriveva che: “Nel 1233 Fedrico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Dalla documentazione della Camera della Sommaria Vicereale del Regno di Napoli, pubblicata dal Pasanisi (3), si evince che la costruzione delle Torri cavallare fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli per la difesa delle coste e delle umili popolazioni dell’epoca, non interessavano alcune Torri costiere che già dovevano essere preesistenti, se non per il solo loro rafforzamento. Una di queste è la Torre detta del Buondormire. La Torre del Buondormire, preesisteva lungo il litorale saprese già da molto tempo prima del ‘500, in cui vennero costruite altre Torri costiere. Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle  povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (14), vi erano alcune Torri preesistenti. Sebbene non avessimo trovato testimonianza diretta nella scarna documentazione Angioina ed Aragonese, oggi possiamo dire che alcune torri già esistevano lungo la costa del Golfo di Policastro, come attestano alcune carte corografiche inedite da me scoperte. L’unico studioso che si sia occupato delle Torri costiere costruite anteriormente a quelle fatte costruire dai Vicerè Spagnoli, verso la fine del ‘500, è stato il Pasanisi (2) che però non fa luce su alcune Torri costiere – di cui abbiamo testimonianza – preesistenti lungo il litorale costiero del Golfo di Policastro. In particolare quella detta Torre del Buondormire.

La Torre del “Bondormire” a Sapri in una carta d’epoca Aragonese (XV secolo)

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(Fig. 2) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9).

Piante e Disegni, cartella XXXII numero 2, copia,44

Dal punto di vista bibliografico e storiografico, la prima citazione del toponimo “Petrasia”, non è contenuta solo nell’Italia (Fig. 1) contenuta nel Libro del Re Ruggero del XII secolo (8), ma la ritroviamo anche in un’altra carta inedita, da noi rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli (9)(Fig. 2). Come si può vedere dall’immagine della fig. 2, che illustra un particolare della nostra costa, tratto dalla carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, d’epoca Aragonese (secolo XV), da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9), nel tratto di costa limitrofo a Sapri, troviamo quattro torri. La carta da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig. 2), di cui ho ivi pubblicato il saggio: “Sapri in una carta manoscritta e inedita d’epoca Aragonese”a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti, è di estremo interesse per la toponomastica riportata. Dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, la prima notizia certa su questa ed altre Torri costiere costruite lungo il litorale saprese, è contenuta in questa carta di probabile epoca Aragonese (Fig. 1)(9). La carta in questione (Fig. 1)(9) è di probabile epoca Aragonese e quindi d’epoca anteriore a quella Vicereale (epoca in cui furono realizzate o fortificate alcune Torri marittime Vicereali che furono costruite lungo il litorale Saprese, verso la fine del ‘500, su ordine dei Vicerè spagnoli). Da un’analisi più accurata sul file digitale della sua fotoriproduzione tratta dall’originale ottenuto dall’Archivio di Stato di Napoli (9), dove essa è conservata (Fig. 2), si possono notare particolari inediti e notizie interessantissime sulla storia locale. In questa carta corografica (Fig. 2), vengono indicati i toponimi principali dei luoghi, l’orografia del territorio, fiumi e montagne, alture e poi si vedono indicate anche le Torri marittime che a quel tempo si vedevano.

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(Fig. 2) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9).

La Torre del “Buondormire” o del “Bondormire” a Sapri, oggi scomparsa

Dal punto di vista bibliografico e storiografico, la prima citazione del toponimo “Buondormire” è contenuta nella carta illustrata nell’immagine di Fig. 2, che illustra un particolare della nostra costa, tratto dalla carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, d’epoca Aragonese (secolo XV), da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9), nel tratto di costa limitrofo a Sapri, troviamo quattro torri. Come possiamo ben vedere nell’immagine della Fig. 2, che illustra il particolare del litorale Saprese e della baia di Sapri, dopo una Torre costiera segnata vicino il toponimo “Petrasia”, segnato in prossimità del vicino Villammare e, procedendo lungo il litorale, si notano due Torri, disegnate di colore rosso carminio – a forma di torrini –  che sono poste alle due estremità della baia naturale di Sapri. Anzi a me pare vi fosse una terza fortificazione o torre posta sopra le colline. In particolare sulla parte occidentale della Baia di Sapri, corrispondente all’attuale Punta del Fortino, dove oggi si trova il Faro Pisacane, troviamo la Torre segnata “Bondormire”. Il fatto che queste Torri, come la Torre del Buondormire, segnalata con il toponimo di Bondormire”denota che la carta è molto più antica del ‘500, epoca di costruzioni delle Torri marittime Vicereali, costruite nel secolo XVI. Io credo che la Torre del Bondormire, fosse una torre costruita dagli Angioini al tempo della Guerra del Vespro.

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(Fig. 2) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9)

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(Fig. 3) Particolare della carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm. 36 x 51, riprodotta e tratta da Mazzetti E. (19) (5).

La Torre del “Buondormire”, nel 2 dicembre 1635, nel “Porto” (porto di Torraca = Sapri)

Il Gaetani (…), nell’altro suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906 (v. ristampa curata da Rossella Gaetani), nel capitolo dedicato al “Porto di Sapri elevato a Parrocchia – Alcuni diritti di patronato”, parlando di alcune Cappelle ed edifici sacri a Sapri e, traendo la notizia dalla visita di Monsignor Felicei del 16 Dicembre 1635 (…), cita la Torre cavallara detta del “Bondormire” e, cita anche il suo torriere. Il documento (…), citato dal Gaetani (…) è tratto dal documento: “Visitatio Episcopi Felicei, datato 2 dic. 1635 (…), cioè il documento della visita episcopale del Vescovo Urbano Feliceo, che però il Laudisio (…), dice essere stato il 37° vescovo di Policastro, nominato Vescovo di Policastro nel 1630, è confermato dal Tancredi (…). Il Vescovo Feliceo, appena nominato Vescovo, visitò le parrocchie della sua Diocesi e riguardo Sapri. Il Gaetani (…), nell’altro suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906 (v. ristampa curata da Rossella Gaetani), nel capitolo dedicato al “Porto di Sapri elevato a Parrocchia – Alcuni diritti di patronato”, parlando di alcune Cappelle ed edifici sacri a Sapri, traendo la notizia dalla visita di Monsignor Felicei del 16 Dicembre 1629 (…), cita la Cappella di S. Maria di Porto Salvo, e a p. 43, scriveva in proposito che:

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Il Gaetani alla sua nota (2) scriveva: “Visitatio Episcopi Felicei 16 dicembre 1629. Santa Maria de Porto Salvo. Si trovano venti docati e mezzo in mano al Vescovo “quibus exactis ecc..ecc..”. Nella visita dello stesso , 2 Decembre 1635, “Visitavit Cappellam sub titulo S.to Mariae de Portu Salvo, quae cappella est fornicata ecc..ecc..”: Il Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, scriveva a p….. (v. ristampa a cura della nipote Rossella Gaetani, 2015), nell’Appendice II, a p. 293, postillava che: “Traduzione da pag. 42”: Visita del Vescovo Felicei, 2 dicembre 1635: visitò la cappella dal titolo di S. Maria di Porto Salvo con soffitto ed archi e trovò in essa l’altare molto ben preparato con tutto il necessario per il sacrifio della Messa. Nella parete sopra l’altare è dipinta l’immagine della SS.ma Vergine e si celebra una sola Messa nei giorni festivi per devozione del Barone della Terra di Torracae del faudo di Sapri, D. Decio Palamolla. Nel detto luogo è necessarissima una detta cappella, perchè confluiscono genti nel detto porto, oltre quelle che già dimorano per la cura dei vigneti. Perciò pregò il Signor Barone che si facesse una assegnazione annua da parte di chi avrebbe buone intenzioni. Similmente il signor Barone assicura il b.m. Vescovo Santorio di aver dato 23 ducati all’ill.mo e Rev.mo D. Filippo Cavalieri, arcidiacono di Policastro per spendere questi 23 ducati per un’icona e per altre necessità di detta cappella; che non ancora erano stati spesi perchè detto arciprete è assente e che quando lui ritornerà, sarà fatto. Il barone sostenne Domenico Biondo di Maratea che vendesse la vigna nel feudo di Sapri al caporale Ferdinando Turriero della torre del Buondomire presso il porto (di Sapri) e ordinò, essendo debitore con lo stesso Ferdinando di veni ducati per i suoi della cappella che pretende invece dal Clero di Torraca, di preparare, al più presto, lo strumento di vendita “ad finem previdendi”.”. Sappiamo dunque, dalla visita pastorale del Vescovo Felicei a Torraca –  da cui dipendeva il “Porto di Sapri” (Portus Saprorum o Portus Torracae) – “Porto” o “Porto di Torraca” (territorio Saprese, Sapri, nei documenti dell’epoca era chiamato “Porto”), che, nel 1635, in occasio ne del vascovo Urbano Felicei, vescovo di Policastro, a Sapri, si vedeva e vi era la Torre cavallara detta Torre del Buondormire. Nel suo libro il Tancredi (…), parlando di Sapri e della Cappella di “S. Maria di Porto Salvo” a Sapri, scriveva che: “Figura già nel primo ‘600 con la sua costruzione, il Sig. Decio Palamolla, Barone di Torraca e del feudo di Sapri, volle venire incontro ai contadini dimoranti nel Porto, per la coltivazione dei campi. Il Vescovo Mons. Giovanni Santonio, versò 23 ducati e mezzo a Don Filippo Cavalieri, Arcidiacono della Cattedrale, per l’acquisto di un quadro della madonna e di alcuni arredi ecc…Vi era l’onere della celebrazione di una Messa settimanale da parte del clero e del Parroco di Torraca, D. Ferdinando Magaldi, secondo le intenzioni del Barone. La Cappella era coperta con tegole e l’altare, ben mantenuto, era convenientemente ornato (9). Quale bene immobile, la chiesa possedeva un vigneto, venduto da Domenico Biondo, da Maratea, a Ferdinando Caporale, torriere addetto alla Torre di Buondonno, presso il Porto; la somma di 20 ducati, ricavati quale rendita di detto fondo, serviva per la manutenzione del sacro edificio (11). Nel 1632, D. Filippo Cavalieri, riceveva 32 ducati, con la cui rendita si provvedeva all’acquisto di nuovi arredi, ai necessari restauri ed alla sostituzione della vecchia porta, ridotta in cattivo stato. La chiesa che era situata in collina, a 4 miglia da Torraca e custodita da Giovanni Barra, ora non esiste più, come non esiste quella di S. Francesco di Paola, che sorgeva appunto in località S. Francesco: andò in rovina durante la guerra.”Ciò che scrive il Tancredi (30), riportando le notizie di alcuni antichi documenti (28), citati nella visita pastorale del Vescovo Feliceo (29). Le notizie storiche sulle torri costiere, erano state confermate nel 1745 e poi nel 1795 dall’Antonini (20), e poi anche da altri studiosi come il Pasanisi (2), il Vassalluzzo (14) ed il Guzzo (16), che dedicarono diverse pubblicazioni a questo argomento. Della Torre del Buondormire, ne ha parlato anche il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (20), che nella sua prima edizione della ‘Lucania’, nel 1745 e poi nel 1795 (III edizione), parlando del porto di Sapri e delle Pilae, accennava alla Torre del Buondormire che ancora si vedeva: “….di questo riparo pochissimo oggi n’è rimasto, ed appena si vede sott’acqua, essendo il di più stato consumato, e roso; ma se mai al Governo piacesse di fare stendere un piccolo braccio, o di scogli, o di fabbricaverso la Torre chiamata Buondormire, che sta ad occidente, lo che costerebbe pochissimo, si farebbe allo Stato ed a’ forestieri ancora un gran benefizio, perché i navilj, che vanno, o vengono da Calabria, da Sicilia, da Puglia, da Malta, avrebbero ove ricoverarli; non essendoci adesso da Messina fino a Baja porto né così capace, né più opportuno; ed in tal caso converrebbe ancor nettar il porto stesso, che presentemente ecc..”. Il Barone Giuseppe Antonini (20), nella sua “Lucania”, parlando delle origini del toponimo di Scidro, e dissertando su alcuni studiosi che l’avevano preceduto, scriveva in proposito che: Luca Olstenio nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, ecc..“.  

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Dunque, dal punto di vista bibliografico e storiografico, una delle prime citazioni della Torre “del Buondormire” – che doveva essere visibile al visitatore nel 1666 – è quella di Luca Olstenio o Holstenius (27) che, nelle sue Note all’Italia Antiqua di Cluverio’ (26) che, parlando dell’antica città di “Blanda” – che credeva fosse da individuarsi con l’antico scalo portuale e marittimo di Sapri – citò l’antica Torre del Buondormire. Luca Holstenio (27) o Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel 1666, nel suo libro, “Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc..”, (‘Note all’Italia antiqua di Cluverio’ (26)), citò l’antica Torre “del Buondormire” oggi scomparsa. L’Holstenio, nel 1666, pubblicò questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi atlanti cartografici come il noto e bellissimo Theatrum Orbis Terrarum”, pubblicato nel 1570. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (27), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (26). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (26), l’Holstenio (27), nel 1666, parlando della ‘Lucania’ e di Blanda che credeva fosse Sapri, a p. 22, dice: Blanda ec hodie: Porto de Sapri” e a p. 288, dice: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”.

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L’Alfano (17), nel 1795, ci dava notizie di queste torri marittime e costiere costruite lungo il litorale fino a Salerno. Il Vassalluzzo (14) prima e poi in seguito il Guzzo (16), si sono occupati delle Torri costiere fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli, ma non è stata mai fatta una disamina approfondita sulle Torri marittime costruite in epoche anteriori. Le Torri costruite sul litorale saprese le troviamo segnalate nella carta geografica regionale del “Principato Citra”, del 1613, delineata intorno al 1590-1594, dal cartografo Mario Cartaro (Fig. 3) (5). Impropriamente chiamate “Torri Normanne” nella tradizione orale locale, la costruzione delle torri continuò anche sotto la reggenza del Vicerè spagnolo Don Parafan de Ribera. Purtroppo solo nel 1566 arrivò l’ordine della costruzione delle rimanenti torri da costruire nel tratto di costa del Principato Citra che va da Agropoli a Sapri. Della costruzione delle Torri marittime Vicereali lungo il litorale del Golfo di Policastro fino a Maratea, ne hanno parlato alcuni studiosi come il Romanelli (7), il Pasanisi (2), il Vassalluzzo (14) ed infine il Guzzo (16). Delle torri progettate e da realizzare, sul finire del 1570 solo quattro erano quelle completate ed operanti, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati (2). Il Vassalluzzo (14), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta dell’Alfano (17), a p. 197 e, pure il Guzzo (…), a p. 252 del suo “Da Velia a Sapri”, scrivevano in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni. “. Il Giustiniani (…), invece, nel suo vol. VII, a p. 228, parlando di Sapri……………..Nel 1815 la Torre del Buondormire era ancora visibile tanto che il Romanelli (7), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (7). La Torre del Buondormire, era ancora visibile nel 1828, allorquando il viaggiatore inglese Craunfurd Tait Ramage (21), la vide e la citò nel suo ‘Viaggio nel Regno delle due Sicilie’. Ecco cosa scriveva in proposito lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (21), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria: Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due Torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino.”. Onofrio Pasanisi, nel 1934, nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’ (…), parlando delle Torri marittime costruite in epoca vicereale Spagnola, nel basso Cilento, scriveva sulle incursioni barbaresche che subirono alcuni paesi prossimi alla costa, con notevoli danni e distruzioni. Il Pasanisi a pp. 277-278. Onofrio Pasanisi (3), ha parlato della costruzione delle Torri marittime anche e soprattutto nel 1926, nel suo ‘La costruzione generale delle torri marittime della Real Camera di Napoli nel sec. XVI’. Il Cavalcanti (…), nel suo portolano ‘Guida del Pilota ecc..‘, a p. 45, scriveva della costa e di Sapri. Il Cavalcanti (…), nel suo portolano, citava e chiamava la “Torre di Sapri”. Pier Luigi Cavalcanti (…), nella sua ‘Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie’, nel 1846, a p. 45, nel suo portolano, così descriveva la costa ed i porti del basso Cilento:

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La Torre del Buondormire in uno schizzo militare della Repubblica Partenopea

Come si può vedere dall’immagine della Fig. 4, la Torre del Buondormire doveva essere visibile ancora alle truppe del Genio Militare Napoletano del Regno delle due Sicilie. Si tratta di uno dei due disegni (13) tratti da una ricca documentazione grafica e topografica, redatta dal corpo del Genio Militare Napoletano, nel decennio francese (1806-1815), del Regno delle due Sicilie. In particolare, il disegno manoscritto quì riportato in Figg. 3-4, riporta la scritta: Croquì di Sapri” (13). Il significato in lingua francese di ‘croquis‘ o croquì o croqui è ‘schema o schizzo‘. Nello schizzo planimetrico (Fig. 3-4), una veduta planimetrica d’insieme e dall’alto di Sapri all’epoca, vengono riportate alcune informazioni utili alla ricostruzione urbana del paese del tempo – primo decennio dell”800. Si vede l’orografia del sito, con l’indicazione della larghezza della baia naturale a mare (T. 200), l’indicazione dei contorni (litorale saprese), dei toponimi dei luoghi e dei torrenti, con la dislocazione delle fortificazioni esistenti e quelle proposte. All’interno dello schizzo si vede ad oriente una T. Scialandro e, dall’altra parte ad occidente, si vede un’ antica batteria con vicino segnato una Torre: “T. Buondormire”, (la Torre del Buondormire).

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(Fig. 4) ‘Croquì di Sapri’, Genio militare Napoletano, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Sezione “Manoscritti e rari” della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli dove si trova conservato (13). In questa carta d’epoca Borbonica, sono segnate le due Torri esistenti, la Torre del Buondormire e la Torre dello Scialandro (13).

Come si può ben vedere rappresentata nel disegno del Genio militare Napoletano, inedito e da me scoperto di Figg. 3-4 (13), ed in particolare nella immagine di Fig. 4, la Torre del Buondormire, oggi scomparsa ma già visibile nel XV secolo (vedi Fig. 1), era una torre costiera che doveva essere posta dove attualmente si trova l’Ospedale civile di Sapri o dove oggi si vede il Faro Pisacane, presso l’omonima località ‘Fortino’.

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(Fig. 5) Particolare tratto da ‘Croquì di Sapri’, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Sezione “Manoscritti e rari” della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (13).

E’ in alcune carte corografiche del Regno di Napoli, come quella che vediamo illustrata nella Fig…., oppure in quella illustrata in Fig. 7: Golfo di Policastro, una carta miltare senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX),da me scoperta ed inedita (…), che si può vedere dove era situata la Torre del Buondormire, lungo la costa Saprese.

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(Fig. 6) Particolare tratto dalla Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita, fu da me pubblicata nellAnalisi: “Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“,per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1998 (1).

Queste tre carte inedite, da me scoperte e pubblicate, quella illustrata in Fig. 6, datata al primo quarto di secolo XIX, dunque 1815 circa, insieme all’altra carta di probabile epoca aragonese, illustrata in Fig. 2 (…), molto più antica e, l’altra, chiamata “Croquì di Sapri” (…), del 1819, si può vedere chiaramente l’esatta ubicazione dell’antichissima Torre del Buondormire. La Torre del Buondormire, dovette essere abbattuta dai Francesi o dagli stessi Borboni, dopo la prima metà del secolo XIX. Infatti, l’antichissima Torre del Buondormire, non appare in uno schizzo “….dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dalTenente Blois del Genio Militare Napoletano. ecc..”, illustrato in Fig. 7 (…), citato per la prima volta da Guilio Schmiedt (11), nel suo studio sui “Antichi porti d’Italia” (11) sui porti della Magna Graecia, che pubblicò l’interessante disegno Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, in esso, come vedremo, è segnata la “Torre del Fortino”.

Lo schizzo di Sapri del 1819

Lo studioso  Giulio Schmiedt (…), nel 1975, pubblicò un’interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Nel suo studio, sugli ‘Antichi porti d’Italia’ (…), lo Schmiedt (…), riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicam e che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino” (riferendosi al punto ove si trova il Faro Pisacane) (…), a cui abbiamo dedicato lo studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti e che vediamo illustrato nella foto del satellite di Fig. 1. Lo studioso Giulio Schmiedt, nel suo interessantissimo studio di Fig…. (…), citato, parlando del ‘Portolano del Mediterraneo’, a pag. 79, nella nota (176), si riferisce al ‘Compasso de navigare’ (Fig….)(…), e poi aggiunge e cita il testo di P. Luigi Cavalcanti, Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie, 1846, che parla degli scali dell’area a p. 46. (…). Schmiedt, parlando dello scalo di Policastro a p. 78, sembra si riferisca ad un ‘Portolano del Mediterraneo’, moderno. Certo risulta strana la citazione di un ‘Sinus Laus’ e di un ‘Vibo ad Sicam’. Non sappiamo se il geografo e studioso Giulio Schmiedt, si riferiva al ‘Compasso de navigare‘.  Schmiedt (…), a p. 63, parlando di Punta Campanella e Punta Licosa, cita il Compasso (132) e poi a p. 79, lo cita nuovamente (176), citando anche il testo che ne parla: di P. Luigi Cavalcanti, Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie, 1846 (…). Nel suo studio, Schmiedt (…), pubblicò lo schizzo illustrato nell’immagine di Figg. 2-3, che illustrano un disegno del 1819 eseguito dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano (…). Si tratta del rilievo in scala 1:5000 della baia naturale di Sapri e del piccolo centro abitato. Il disegno di Fig. 3, pubblicato dallo Schmiedt (…) nel 1975, da noi citato in alcuni nostri studi (1) già nel 1987 e poi da Scarfone (…) nel 2014, è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze e, di cui recentemente abbiamo acquisito il file digitale illustrato dall’immagine di Figg. 2-3.  Schmiedt (2), scriveva in proposito: un vecchio schizzo eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”.

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(Fig. 7) “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno;  vecchio schizzo pubblicato dallo Schmiedt (11), è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, Sezione ‘Stampe Antiche’: (n. 141142).

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(Fig. 7) Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, vecchio schizzo (disegnato a mano libera), eseguito nel 1819 a cura del Tenente C. Blois del Genio militare Napoletano, dedotto da un rilievo a scala 1:5000 e tratto dal testo di Schmiedt (11), ove a p. 79, scrive:  “Si notino i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle””.

Il disegno del Tenente C. Blois (Fig. 7), pubblicato dallo Schmiedt (11), è particolarmente interessante in quanto ci illustra il litorale Saprese e lo stesso paese di Sapri, nel 1819 e, rappresenta il particolare della batteria costiera di cui più tardi parlerà il Gallotti (12) in un suo pregevole scritto. E’ probabile che questo disegno, fu redatto dal Tenente Blois, del Genio militare Napoletano, proprio dopo l’abbattimento dell’antica Torre cavallara detta del “Buondormire”, per far posto alla “Torre del Fortino”, che come si può vedere viene indicata proprio nello stesso luogo dove nella precedente carta corografica militare veniva indicata nel 1815, la Torre di Buondormire.

Il Fortino Borbonico

Il disegno del Tenente C. Blois, riporta la sagoma architettonica del Fortino preesistente le cui basi e fondamenta ancora si vedono sotto il Faro “Pisacane”, in località ‘Fortino’, costituendo le preesistenti fondazioni poste sulla scogliera adiacente la battigia del mare. Nellinteressante disegno di rilievo planimetrico e di veduta dall’alto dell’intera baia di Sapri (un rilievo a scala 1:5000), lo Schmiedt (11), pubblicava solo il particolare del litorale saprese a ridosso della collinetta di S. Croce (Fig. 6), come doveva apparire al giovane Tenente del Genio Militare Napoletano nel 1819 e, si vede anche la Torre del Fortino”, oggi scomparsa, indicata ove si vede scritto la Marinella (11). Forse proprio il vecchio Fortino di cui ci parlava il Gallotti (12) ed il Pesce (23). La batteria costiera preesistente disegnata nello schizzo del 1819 del Tenente C. Blois (Fig. 6), là dove oggi è il Faro “Pisacane”, di fronte all’Ospedale civile di Sapri, era un’antica batteria borbonica costiera che i Borboni volevano rinforzare. Il Genio militare Borbonico – dopo il decennio di occupazione francese diede incarico al Tenente C. Blois, del Genio militare Napoletano, di disegnare lo schizzo del rilievo planimetrico delle preesistenze del luogo, come si vede nella Fig. 6 (11), di cui abbiamo ivi pubblicato lo studio “Sapri in due studi di Giulio Schmiedt” e a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. La Torre del Buondormire, oggi scomparsa, era ancora visibile nel primo quarto di secolo XIX,  al delineatore della carta manoscritta “Golfo di Policastro“ (Fig. 6)(10), senza indicazione di scala, a colori, inedita e da me scoperta e, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, dove la rinvenni in un copioso cartegggio sul Cilento. La Torre detta del ‘Buondormire’, nei primi dell”800, fu trasformata in spaldo fortificato o Fortino munito di cannoni. Nel 1899, il Dott. Nicola Gallotti (12), in alcuni suoi scritti su Sapri, riportava interessanti notizie storiche su Sapri e così scriveva: “Devo ricordare, a titolo di cronaca locale, l’esistenza di un vecchio fortino, munito pure un tempo di diversi cannoni, e sito sul lembo occidentale estremo dell’antica Sapri. Ora il Fortino è del tutto smantellato, dappoichè parecchi anni indietro ne furono tolti financo i cannoni. Intanto vi fu un momento, in cui nel 1860, Garibaldi voleva attivare a difesa questo vecchio spaldo. ” (12). Il Gallotti (…), medico, in un suo pregevole scritto dell’epoca, nel suo ‘Sapri nella storia e nella tradizione popolare’, del 1899, cita il vecchio Fortino Borbonico di Sapri e, parlando di Sapri, a p. 16, riferiva che E, oltre, agli accennati Garibaldi, Pisacane – Nicotera, ecc.. che illustrarono con i loro avvenimenti – anche quei di casa Borbone, un tempo, un tempo vi si recarono, e, tra i più autorevoli * (postillava fra tutti quelli che vi vennero”), senza dubbio, annoverato il Re Murat, che volle pure personalmente visitare il nostro amenissimo paese, ma forse più per ispezionare, sotto il rapporto strategico, il così detto Fortino di Sapri, il quale, in quel tempo, era munito pure di cannoni. Degli spaldi di esso però, oggi-dì, si riscontrano appena le parvenze.”. In un altro suo scritto, il Gallotti, scriveva pure: “Gioacchino Murat, visitò il paese per ispezionare il Fortino situato nell’omonima zona, la quale era guarnita di cannoni (12), mentre il Pesce (…), ricordava che, moschetti, cannoni e mortaretti, alcuni dei quali furono mandati nel sec. XVII a guarnire il Fortino presso il mare di Sapri e Vibonati. Dunque, stando alle parole del Gallotti (…), che scriveva nel 1899, a Sapri, il Fortino, non esisteva e, nel 1899  “si riscontrano appena le parvenze.”. 

Punta Fortino a Sapri

Si trattava di una piccola fortificazione borbonica, costruita ove attualmente si trova il Faro “Pisacane” a Sapri, nei pressi dell’attuale Ospedale civile di Sapri, proprio in località ‘Fortino’,  forse rinforzato  durante il decennio napoleonico, durante il decennio francese e del Regno di Gioacchino Murat e, rinforzato poi in seguito al ritorno della  della monarchia borbonica, dal 1819 al 1833, come attesta la documentazione da noi rinvenuta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli, di cui parleremo (12). Lo Schmiedt (4), scriveva in proposito a Vibonati-Sapri-Maratea: “Dopo il Porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172) elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicam e che il secondo fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino (173).”. Il vecchio Fortino borbonico a Sapri, è stato citato anche da Cesare Pifano (…) che, sulla scorta di Leopoldo Cassese (…), parlando dello sbarco di Pisacane il 28 giugno 1857,  in proposito così scriveva: “Il punto prescelto per lo sbarco distava dall’abitato circa due chilometri e mezzo ed era altresì lontano dalla località indicata nelle mappe del tempo col nome di Fortino  (chiamata oggi comunemente zona del Villaggio) ove era un posto doganale.”. Lo storico Leopoldo Cassese (14), parlando dello sbarco di Carlo Pisacane, scriveva in proposito: Essendo assente il capo, d. Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Peluso, ne prese il comando d. Giuseppe Gallotti, il quale lasciava una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino.”. Ma se il Gallotti (12), scriveva che: Gioacchino Murat, visitò il paese per ispezionare il Fortino situato nell’omonima zona, la quale era guarnita di cannoni, vorrà dire che la Torre del Buondormire, era stata rimpiazzata da un Fortino Borbonico già ai tempi della visita di Gioacchino Murat, che dal 1808, passato al trono di Spagna e Re di Napoli, regnò fino al 1815. Infatti, durante gli anni della Repubblica Partenopea, scriveva il Pesce (…), sulla scorta del Racioppi (…), che Gioacchino Murat, giunse a cavallo a Lagonegro il 18 Maggio 1810 (v. p. 330). Se nella carta militare del 1815, illustrata in Fig. 6, veniva indicata la Torre del Buondormire e non il vecchio Fortino borbonico, vorrà dire che nei primi anni dell”800, a Sapri, non era stato costruito ancora il Fortino ma ancora doveva esserci in quel luogo, la Torre del Buondormire. E’ dubbia anche l’affermazione del Vassalluzzo (14), che nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta dell’Alfano (17), a p. 197, nella sua nota (1), postillava che: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6).”. Forse il Vassallluzzo, scrivendo che nel 1888, si vedeva ancora la Torre del Buondormire, voleva riferirsi al Gallotti (12), ma il Gallotti (12), parlava del vecchio Fortino borbonico e, sebbene abbia scritto notizie interessanti sulla storia di Sapri, non parla mai della Torre di Buondormire ma, riguardo il vecchio Fortino borbonico, a p. 16 del suo ‘Sapri nella storia e nella tradizione popolare’, del 1899, citava il vecchio Fortino, scrivendo però che: “Degli spaldi di esso però, oggi-dì, si riscontrano appena le parvenze.”. Dunque, stando alle parole del Gallotti (…), che scriveva nel 1899, a Sapri, il Fortino, non esisteva e, nel 1899  “si riscontrano appena le parvenze.”, ed è per questo motivo, noi crediamo, che sia il Vassalluzzo (…), che il Guzzo (…), nella sua nota (35), postillava:  “(35) La Torre del Buondormire ora del tutto scomparsa, era ancora visibile nel 1888.. La Torre del Buondormire, fu abbattura per far posto al Fortino Borbonico, citato anche dal Gallotti (…), nel suo libretto del 1899, ma non erano la stessa cosa. Purtroppo, della Torre marittima del Buondormire, non ci sono documenti d’archivio che ne attestino la presenza a Sapri, ne conosciamo la sua origine, ma di certo sappiamo che essa è esistita. 

Le Torri di guardia o di avvistamento (guardiole), più piccole, con pochi uomini di guardia ed un solo cannone, erano disposte sulle alture, oppure lungo la costa, spesso in località difficilmente raggiungibili, ma in ottima posizione per sorvegliare molte miglia di mare. ogni torre era in vista delle due limitrofe, in modo da poter comunicare, sia durante il giorno (segnali di fumo) che di notte (con l’accensione di fuochi). Il numero di fuochi corrispondeva a quello delle navi in arrivo e la fumata, (nei limiti delpossibile…..) era rivolta nella direzione da cui queste provenivano. entrambi i tipi di segnalazione erano preceduti da un suono di campana. Le Torri angioine, più antiche, di forma cilindrica, con basamento a tronco di cono che rappresenta i 2/3 dell’altezza dell’intera torre ed è sormontato da una cordonatura (redondone o toro) di tufo grigio in piperno (roccia vulcanica proveniente dalle cave napoletane poste ai piedi dei Camaldoli) o materiale simile, e mura poco spesse. Avevano funzione, essenzialmente “di avvistamento”. Le torri circolari, quelle d’epoca Angioina, caddero in disuso con l’avvento della polvere a sparo. Fu l’avvento dell’artiglieria a segnare il passaggio dalla forma circolare a quella quadrata, per meglio resistere alle cannonate. Le nuove Torri, costruite con criteri più moderni, erano così in grado di assolvere a funzioni di avvistamento, riparo ed anche offesa. Talvolta, due o più Torri venivano unite da ballatoi. L’ingresso veniva aperto sul lato a monte, al piano superiore (3-6 m. di altezza) e poteva essere dotato di una scala retraibile., anziché in muratura. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo pregevole studio sui ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, nel capitolo III: “Le Torri costiere nel Viceregno”, a p. 45, mostrava un disegno tratto dalle Carte e stampe, conservate all’Archivio di Stato di Napoli, da cui io stesso, trassi diversi documenti inediti:

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In questo disegno, si vedono le due principali tipologie di torri costiere. La torre dello Scialandro, appartenente al sistema difensivo costiero del Regno di Napoli, ma di sicuro non faceva parte del programma di costruzione promosso dal Governo Vicereale. Situata su uno sperone roccioso nei pressi del “Canale di Mezzanotte”, non conosciamo l’epoca di fondazione, ma essendo la sua struttura di foma a pianta e sezione circolare, dunque con base e tronco cilindrico, rappresentando ed assumendo la quasi perfetta forma di un cilindro, essa si configura tra le tipologie costruttive usate molti secoli prima dell’epoca Vicereale. Io credo che la sua forma cilindrica, può avvalore l’ipotesi che essa sia una Torre molto più antica e forse risalente al periodo Angioino. Per le torri Vicereali, ovvero le torri costiere, oggi in parte ancora visibili anche se dirute, al contrario è stato scritto molto. Le torri costiere vicereali sono le torri costruite lungo la costa del Regno di Napoli ed in particolare quelle Tirreniche, dal Governo dei Vicerè Spagoli, ce tra gli anni 1555 e 1582, intrapresero un programma di costruzione molto vasto.  Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, racconta della richiesta che Don Sancio Martinez, nel 1554, fece alle Università del luogo per la costruzione di due nuove Torri a Molpa e Palinuro. Il Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta dell’Alfano (…), a p. 197, scriveva in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni.. Dunque, secondo il Vassalluzzo (…), ad oriente di Sapri, l’unica Torre esistente e costruita era quella di Capobianco, anticamente detta Torre dell’Obertino. Dal sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nessuna citazione delle torri costiere più antiche ed in particolare della ‘Torre di Scialandro’, di cui parlerò. Nel 1978, e nel 1991, Angelo Guzzo (…), pubblicò due libri di estremo interesse per la ricostruzione storiografica delle nostre zone. Nei suoi ‘Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia‘ e, nel postumo ‘Sulla rotta dei Saraceni –  La difesa anticorsara sulla costa del Cilento’, il Guzzo, anche sulla scorta del Pasanisi e del Vassalluzzo, fa una disamina della costruzione delle Torri marittime Vicereali costruite sul finire del XVI secolo, lungo le noste coste, da tempo oppresse dalle incursioni barbaresche. Secondo la ricostruzione che il Guzzo (…) fa, anche sulla scorta dei documenti di Archivio raccolti e citati dal Pasanisi (…) “Solo nel 1566 venne l’ordine della costruzione delle torri nelle rimanenti parti del Principato Citra, nel tratto cioè, che da Agropoli si estende fino a Sapri e non comprese nel precedente bando. Le torri da edificarsi o da accomodarsi ed indicate dall’Ingegnere Tortelli, che era stato inviato in quella provincia dal Duca d’Alcalà, furono le seguenti: 35) Una allo Scialandro, presso Sapri“. Dunque, il Guzzo (…), a p. 247, scriveva che la Torre dello Scialandro, veniva costruita a seguito dell’orinanza vicereale del 1566. Ma rileggendo il Pasanisi (…), abbiamo visto che l’epoca di costruzione di quella torre non si evince. Dal documento citato a p. 429 nella sua nota (1), si evince che l’università di Rivello, nel 1567, veniva esentata dal pagamento dei pesi per la Torre dello Scialandro, ma non si evince da nessun documento che la ‘Torre dello Scialandro’ rientrasse nel programma dell’ordinanza del 1566. Ancora il Guzzo (…), a pp. 248-250, in proposito scriveva che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località (e continua l’elenco delle torri a p. 250): “alla Petrosa, a Villammare; al Buondormire, presso Sapri, alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri, allo Scialandro, presso Sapri.”. Il Guzzo, racconta che, sebbene la richiesta di tasse per la costruzione delle due nuove torri fosse stata negata dalle Università del posto, queste due nuove torri erano operanti nel 1557. Il Guzzo (…), a p. 248, scriveva in proposito che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località:………………….”. Anzi il Guzzo (…), a p. 250, scriveva che: “Alla fine del 1570 sulla costa cilentana, di tutte le torri progettate e comprese nel bando del 1566, solo le seguenti erano effettivamente compiute, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati: – ………………. (35).”. Il Guzzo (…), a p. 252, nella sua nota (35), sulla scorta del Vassalluzzo (…), che a p. 197, del suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, nella sua nota (…), postillava la stessa cosa “……………………. Il Guzzo (…), nelle pagine seguenti, parla del programma di costruzione attuato nel Regno di Napoli dal governo Vicereale Spagnolo e a p. 250, a proposito della Torre del Buondormire, dice che questa era una delle torri che furono completate alla fine del 1570 e a p. 252, nella sua nota (35), postillava che: “(35) La Torre del Buondormire ora del tutto scomparsa, era ancora visibile nel 1888. Vi furono come torrieri: ecc..ecc..”. Il Guzzo (…), riguardo la documentazione attestante la notizia che alla fine del 1570, ricavata dal Pasanisi (…), la costruzione della Torre del Buondormire, presso Sapri, era effettivamente compiuta, in proposito postillava che: “(22) Perc. Prov. Fascio 119, fol. 138- citato da Pasanisi O., op. cit., pag. 433.”. Dunque, se notiamo bene, il Guzzo, sulla scorta del Pasanisi e dei documenti di Archivio citati, scrivendo che detta suffraga la costruzione “effettivamente compiuta”, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati”. Dunque, il Guzzo, sulla scorta del Pasanisi (…), comprendeva nell’elenco delle torri che venivano costruite nel 1566, anche quella dello Scialandro. Il Guzzo, nel suddetto elenco, citava la ‘Torre dello Scialandro’ e la citava dopo la Torre alla foce del torrente Rubertino che abbiamo visto essere poi stata chiamata Torre di Capobianco che è ancora visibile davanti lo scoglio dello Scialandro. Dunque, stando a ciò che lo stesso Guzzo scrivesse a p. 250, la Torre dello Scialandro seguiva in successione quella del torrente Rubertino, e dunque, questa torre doveva essere una torre posta lungo la costa dopo quella del torrente Rubertino. Sempre il Guzzo (…), a p. 253, scriveva che con la nuova tassa imposta nel 1582, e per effetto di essa furono portate a termine anche la torre alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri. Dunque, della torre dello Scialandro, non si dice più nulla. Forse perchè era una torre già preesistente, come io credo, ma in rovina e dunque giudicata non idonea al programma di costruzione portato a termine dall’Ingegnere Tortelli. Dalla documentazione della Camera della Sommaria Vicereale del Regno di Napoli, pubblicata dal Pasanisi (…), si evince che la costruzione delle Torri cavallare fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli per la difesa delle coste e delle umili popolazioni dell’epoca, non interessavano alcune Torri costiere che già dovevano essere preesistenti, se non per il solo loro rafforzamento. Ma se il Guzzo (…), sulla scorta di Onofrio Pasanisi, a proposito di questa torre, a pp. 248-250, in proposito scriveva che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località (e continua l’elenco delle torri a p. 250): “alla Petrosa, a Villammare; al Buondormire, presso Sapri, alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri, allo Scialandro, presso Sapri.”. Dunque, anche in questo caso il Guzzo (…), ci dà un quadro distorto della realtà dei fatti, in quanto secondo quanto asserisce, la torre dello Scialandro, si costruiva nel 1567. Come ho avuto già modo di ribadire, la torre dello Scialandro, nel 1567, era già preesistente ma dal documento citato dal Pasanisi non si evince che fosse in costruzione. Forse nel 1567, la Torre dello Scialandro, come altre torri già preesistenti, erano state oggetto di interventi di manutenzione. Sempre il Guzzo, a p. 253, scrive che nel programma di costruzione attuato nel Regno di Napoli dal governo Vicereale Spagnolo, per effetto della nuova tassa imposta nel 1582, fu portata a termine alcune torri ma nel suo elenco non figura quella dello Scialandro. Infatti, se la Torre dello Scialandro, veniva citata da Scipione Mazzella Napolitano, nella sua prima edizione del 1568, mi chiedo come fosse possibile che questa torre, pur essendo compresa nel programma di ricostruzione del 1566, non fosse stata ultimata a seguito del programma attuato a seguito della tassa del 1582. L’unica spiegazione logica è quella, come io credo, che la Torre dello Scialandro, fosse una torre già peesistente ancora prima della costruzioni vicereali e che poi in seguito, fu compresa nel programma di ricostruzione per rinforzarla ma, come io credo, i lavori non furono del tutto ultimati a causa del fatto che mancavano i fondi per ricostruirla o rinforzarla. Infatti, il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta del Pasanisi (…), a p. 197, scriveva in proposito che: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni.. Dunque, secondo l’elenco che fa il Vassalluzzo (…), tra il 1568 e il 1584, sulla ‘Torre dello Scialandro’, a sua guardia non risulta nessun torriere ma risultano torrieri a guardia delle torri di Buondormire e di Capobianco. Ovviamente il fatto che non risultassero torrieri a guardia della ‘Torre dello Scialandro, nel secolo XVI, non significa che questa torre non fosse già preesistente.  Il Guzzo (…), sulla scorta del Pasanisi (…), a p. 253, scriveva che nel 1580, la vicina Università di Maratea, “ricorreva al Vicerè per la mancata costruzione di una torre, già ordinata dal Governatore Conte di Briatico, nel luogo detto di Acquafredda, presso la grotta della Scala, approdo e dimora dei corsari (39).“. La “Grutta d’a Scala” (il nome significa ‘grotta della scala’). Il Guzzo, a p. 253, in proposito a questa torre in Acquafredda, nella sua nota (39), postillava che: “(39) O. Pasanisi, op. cit. p. 435.”. Infatti, Onofrio Pasanisi (…), a p. 435, aveva scritto che: “Nel 1580 l’università di Maratea ricorreva al vicerè per la mancata costruzione d’una torre già ordinata dal governatore Conte di Briatico nel luogo detto dell’Acqua fredda presso la grotta della Scala, approdo e dimora dei corsari (2).“. Il Pasanisi (…), a p. 435, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Proc. R. Cam. (p.a.) n. 3037, vol. 277.”. Ma in questo caso il Pasanisi (…), non si riferiva alla ‘Torre di Scialandro’, ma si riferiva ad una torre costruita ad Acquafredda, nel luogo, dove io credo, oggi vi è la Villa Nitti. La vicina spiaggetta della grotta della Scala si trova ad Acquafredda di Maratea in Provincia di Potenza, ed è molto probabilmente la spiaggetta dove sbarcò il gruppetto al seguito di Costabile Carducci. Non sappiamo se il 10 marzo 1577, secondo quando scrive Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, a p. 281: “il regio misuratore delle Torri delle cinque provincie di Terra di Lavoro, Principato Citra (il nostro) Basilicata, Terra di Bari e Capitanata, Liberato Lucido, ecc..”, l’avesse visitata insieme alle altre preesistenti lungo il litorale costiero del nostro Principato Citra. Certo è che se fosse ritrovato l’antico verbale di visita di Liberato Lucido, Regio misuratore del Regno di Napoli al tempo del governo dei Vicerè Spagnoli, sarebbe un ulteriore testimonianza dell’esistenza, anzi preesistenza della ‘Torre di Scilandro‘. A tal proposito stò cercando i registri ‘Quinernioni’, dove si annotavano le Sentenze e delibere della Regia Corte della Sommaria, come ci dice il Capasso. Riguardo la torre marittima della Molpa, requisita dal duca d’Alcalà, al De Leyna, e in seguito, il 10 marzo 1577, dunque dopo la prima edizione del Mazzella, secondo quanto il Pasanisi postillasse nella sua nota (3), si riferiva al “(3) Proc. R. Camera, n. 3749, vol. 315, p.a.”. Come pure, potrebbe risultare interessante il documento citato dal Guzzo (…), a p. 258: “Carta n. 41 del Volume 104 dell’Archivio di Stato di Napoli, Sommaria Diversi, I numerazione, in cui è ben chiaro il numero ed anche la dislocazione di tutte le torri marittime del Regno.”. Forse la ‘Torre dello Scialandro’ era una torre già preesistente, come io credo, ma in rovina e dunque giudicata non idonea al programma di costruzione portato a termine dall’Ingegnere Tortelli. Mazzella (…), a p. 87, elencava le torri costiere esistenti nel 1568, ed in proposito citava solo la torre dello ‘Scialandro’, scrivendo: “37 T. di Scilandro in Territorio di Policastro“. Scipione Mazzella (…), nel suo elenco delle Torri di Principato Citra, citava anche la “58 T. del Crivo di Scilandro in territorio di Cammerota”, confondendola con l’altra ‘Torre del Crivo‘, e confondendola il luogo, dicendola a Camerota. La torre dello Scialandro è una torre molto più antica delle altre visibili che la tradizione popolare orale chiama ‘Normanne’ ma, costruite in epoca Vicereale. Le torri vicereali,  non sono di forma circolare come quella dello Scialandro, ma esse hanno una sezione a base quadrata e, in elevato assumono una quasi perfetta forma cubica. La Torre dello Scialandro, invece, diversamente dalle altre e unico esempio esistente fino a Novi Velia, ha una sezione a base circolare ed in elevato, assume una forma quasi cilindrica, rastremandosi verso l’alto, forma questa tipica delle Torri d’epoca Angioina, dunque molto più antica delle altre. Inoltre, molti scrittori che l’anno citata, l’hanno confusa con la vecchia Torre dell’Obertino poi detta di Capobianco. La Torre dello Scialandro, come si può ben vedere in tutte le altre carte geografiche citate, è sempre segnata lungo la costa che da Sapri va verso Acquafredda ma posta in successione alla Torre di Capobianco. Credo che la Torre di Scialandro, sia la seconda torre ad oriente di Sapri e del fiume Lubertino, che si vede disegnata in rosso nella carta d’epoca Aragonese. Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848′, edito nel 1909, parlando dei fatti che accaddero nel 1848, e sul Carducci, nel suo vol. II, a p. 5, in proposito alla torre che io credo fosse dello Scialandro, scriveva che: “Alcuni corsero ad avvertire le guardie doganali in una antica torre posta a ridosso della collina e addetta a caserma. Il brigatiere delle guardie, Salvatore Miggiani, raccolti i suoi pochi dipendenti ecc..”. A tal proposito, devo però citare il racconto dell’episodio e dei luoghi che fa Franco Maldonato (…), nel suo ‘Teste mozze’, edito recentemente, che a p. 104, in proposito allo sbarco di Carducci ad Acquafredda, scriveva che: “Messo al sicuro il gozzo, si inerpicano in cerca di cibo verso l’abitato, un borgo di duecento anime, noto come Acquafredda perchè nelle acque rivierasche affiora, una bolla visibile solo in tempo di bonaccia, una sorgente sotterranea di acqua dolce, più fredda delle altre correnti in ogni periodo dell’anno. Quivi si era rifugiato il sacerdote Vincenzo Peluso, che in gennaio ..”. Maldonato (…), a p. 105, continuando il suo racconto scriveva che: “ritenne più prudente ritirarsi ad Acquafredda, poco più di cinque chilometri da Sapri, in una casina a forma circolare situata su un colle che guarda direttamente verso il mare ma dal lato opposto del Porticello.”Dunque, secondo il Maldonato, il vecchio prete Vincenzo Peluso, nel gennaio del 1848, si era ritirato o “rifugiato” in una una casina a forma circolare situata su un colle che guarda direttamente verso il mare ma dal lato opposto del Porticello.”.

Le Torri costiere preesistenti e molto più antiche di quelle costruite nel Regno di Napoli dai Vicerè del governo Spagnolo

Sin dall’antichità furono costruite sui litorali marittimi torri costiere con funzioni di avvistamento contro la pirateria corsara, ma dobbiamo arrivare al X–XI secolo perché esse abbiano una connotazione più specificamente antisaracena. In diverse località dell’Italia meridionale vennero edificate torri di vedetta a difesa dei porti e delle principali città. Furono gli Angioini a pensare a un sistema permanente e completo di difesa e di segnalazione con fumo e fuochi dall’alto di torri collocate in promontori e in vista una dell’altra. Tale sistema fu realizzato solo in minima parte, anche a causa dei continui cambiamenti politici e finì per passare sotto il controllo dei feudatari e delle famiglie che intendevano proteggere i propri territori, piuttosto che le popolazioni dei centri abitati. Non è facile stabilire l’epoca di costruzione delle Torri marittime, esistenti all’epoca sulla costa Saprese ma ritengo che moltissime di esse, già esistessero e che fossero da molto tempo funzionanti. Sulle Torri cosiere costruite all’epoca di Federico II di Svevia e quelle successive costruite in epoca Angioina, al tempo della disastrosa per le nostre terre “Guerra del Vespro”, che le interessò particolarmente, poco si è scritto e, poco si è detto e si è indagato. Le nostre zone, e soprattutto le nostre coste, costituirono il primo vero baluardo nella Guerra del Vespro tra Angioini ed Aragonesi e già prima Federico II, aveva fatto costruire sulle nostre coste diferse fortificazioni. Non a caso le nostre Torri, nella tradizione orale popolare vengono chiamate “Torri Normanne”. Non è facile stabilire l’origine di questa o di queste Torri, ma di certo possiamo dire che questa Torre, figura nella carta di probabile epoca Aragonese da noi scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig….), di cui parleremo. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, sulla scorta degli studi del  Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata ricostruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II ed in seguito dai Vicerè Spagnoli. Amedeo La Greca, scriveva che: “Nel 1233 Fedrico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Il La Greca (…), nell’elencare alcune delle Torri fatte costruire a difesa dall’Imperatore Svevo Federico II, si ferma a San Giovanni a Piro, ovvero ad alcune torri costruite lungo la costa di Scario. Ma l’elenco continua e, poco si è scritto su di esse. Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle  povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (…), vi erano alcune Torri preesistenti. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “La contea di Policastro fu sempre considerata un caposaldo difensivo e per le comunità del Cilento e per Salerno, infatti, anche sotto Federico II il “castrum” subì rifacimenti, finanche col contributo della baronia di Camerota (79). Il campanile a torre, nel XI secolo (80), contribuiva alla difesa del centro (81). Contro l’avanzata degli Almugaveri, durante la guerra del Vespro, fu preposto alla difesa della costa, da Salerno a Policastro, Tommaso Sanseverino (82).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Nel Codice Diplomatico Salernitano, I.”. Sempre il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (80), postillava che: “(80) E’ nota una iscrizione del 1167, in G. Cataldo, op. cit.”. . Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(81) O. Siviero, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925. Il colonnato della cripta fa risalire il tempio originario ad epoca costantiniana.”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) Gli Almugaveri o Almugavari erano soldati di fanteria, velocissimi nell’attacco, feroci contro la popolazione della costa. Erano alle dipendenze di un “adil” (duce). Inizialmente erano costituiti da arabi catalani, guasconi, aragonesi, navarresi, majorchini. Furono apprestate fortificazioni anche a S. Maria, a Capitello, a Bosco, a Camerota, e presso il monte Bulgheria. A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”. Continuando il suo racconto il Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata. Nella seconda metà del XV secolo, i Petrucci ne avevano notevolmente ampliato il territorio nel basso Cilento (85). Dopo la congiura dei Baroni e il sequestro dei beni ai congiurati (86), la contea di Policastro che era stata avocata a sè dalla Corona, fu acquistata da Giovanni Carafa della Spina (87).”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (85), postillava che: “(85) E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il conte di Policastro’, Bari 1926.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (86), postillava che: “(86) ASN, Privilegi della Sommaria, nei voll. 18 e sgg.; E. Perito, ‘La congiura ….’, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(88) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F. A. Vanni, ‘Cronica di Majerà, ms, cit.”. Sui Sanseverino e sui Carafa ha scritto anche Carlo Pesce (…), nella sua ‘Storia della città di Lagonegro’. Sebbene non avessimo trovato testimonianza diretta nella scarna documentazione Angioina ed Aragonese, oggi possiamo dire che alcune torri già esistevano lungo la costa del Golfo di Policastro, come attestano alcune carte corografiche inedite da me scoperte. L’unico studioso che si sia occupato delle Torri costiere costruite anteriormente a quelle fatte costruire dai Vicerè Spagnoli, verso la fine del ‘500, è stato il Pasanisi (…) che però non fa luce su alcune Torri costiere – di cui abbiamo testimonianza – preesistenti lungo il litorale costiero del Golfo di Policastro. Tuttavia, sarà proprio il Pasanisi (…), come dirò, che oltre al Mazzella (…), citerà un’interessantissima notizia storica, forse l’unica, sulla ‘Torre di Scialandro’.  Alcune torri cavallare litoranee e di avvistamento, costruite in epoca Vicereale, non venivano comprese nel territorio di Sapri, in quanto il territorio di Sapri all’epoca dell’edizione di Scipione Mazzella Napolitano (…), era compreso nel territorio del feudo della baronia dei Palamolla di Torraca e sotto la giurisdizione più ampia del marchesato dei Carafa di Policastro.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ” Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sa- pri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Re-golatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998

(2) Rohlfs G., ‘Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria’, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996.

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(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime della R. Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in “Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa”, Napoli, ed. I.T.E.A., 1926, pp. 423-442; dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio)

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(3 bis) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Cavalcanti, ‘Guida del Pilota ecc..

(…) Santoro L., Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI; vedi pure Vassalluzzo M., Castelli, Torri e borghi della costa cilentana, ed. Edicon, Castel S. Giorgio, 1975, p. 39; vedi pure Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativava, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.
(4) ibidem, Parc. Prov. Fascio 119, fol. 138.

(5) (Fig. 3) Particolare della carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm.36 x 51, riprodotta da Mazzetti E., op. cit., (19), vol. II, tav. XVII. 4).

(6) Granzotto G., La Battaglia di Lepanto, ed. Mondadori, Milano, pp. 128, 129.

(7) Romanelli D., Antica topografia Istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815, Stamperia Reale, ristampa de: Il Cilento, Paestum e il Picentino, a cura di La Greca F., ed. Galzerano, 1990, p. 101. 

(8) (Fig. 1) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi, stà in Brancaccio G., Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda: 1- Il libro del Re Ruggero di al-Idrisi, cap. 4, p. 79; Per il Libro di Re Ruggero di al- Idrisi si veda: Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ com- pilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Ro- ma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition; si veda anche: Edrisi, Il Libro di Ruggero, nel- la traduzione di U. Rizzitano, ed. Flaccovio, Palermo, 1994, pp. 91-92; si veda pure il testo del francese Jaubert nel 1840, che si basò su diversi manoscritti del Libro di Re Ruggero, ha fatto una mirabile traduzione del testo scritto in arabo; si veda pure: Santagati L., La Sicilia di al-Idrisi ne il Libro di Re Ruggero, ed. Salvatore Sciascia, Caltanisetta, 2010.

(9) (Fig. 2) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (…) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (…). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (…) scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio (…), non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’. 

(10) (Fig. 6) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita, fu da me pubblicata nellAnalisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1998 (1).

(11) (Fig. 7) “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, tratto da Schmiedt G., ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia’, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79. Schmiedt, alla nota 173 di p. 78, scrive in proposito: “un vecchio schizzo eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”. Il disegno originale è conservato all’I.G.M. di Firenze – Nuovo Archivio, Sede S. Marco, classificazione catastale, 75-11, armadio 93, cartella 82, doc. n. 52, scans. 93, e si può ottenere la sua fotoriproduzione digitale andando sul sito: https://www.igmi.org/carte-antiche/digitale_300_dpi/carta-1507626269.46?searchterm=Genio+Napoletano

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(12) Gallotti N., “Condizioni igienico-sanitarie di Sapri”, Ed. Tipografia Lagonegrese, 1891; “L’aqua potabile di Sapri – (Ricordi) per il Dott. Nicola Gallotti”, Tipolitografia Francesco Graniti, Napoli, 1901 (di mia proprietà); “L’aqua potabile in Sapri – osservazioni e proposte del Dott. Nicola Gallotti”, Napoli, Ed. Tipografia dell’Accademia Reale delle Scenze, 1902; “Sull’influenza ricomparsa in Sapri-  dal Febraio all’Aprile del 1894”, Napoli, Ed. Tipografia di Michele Gambella, 1894; “Per l’inaugurazione del nuovo cimitero in Sa- pri – discorso del Sindaco Dott. Nicola Gallotti, pronunziato il 31 luglio 1904”, Lagonegro, Tipografia lucana, 1904 ( erano i tempi dei noti meridionalisti lucani come Giustino Fortunato).

(13) (Fig. 4-5) ‘Croquì di Sapri’, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli. Questo documento, è stato tratto da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti alla ex Biblioteca Provinciale, oggi custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari‘ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli – B.N.N, (manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2). Questa carta manoscritta e inedita da me scoperta fu da me pubblicata nell”Analisi sull’Evoluzione Storico-Urbanistica’, per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1998 (1) (vedi Attanasio F., op. cit., nota 1).

(14) Vassalluzzo M., Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s.

(15) Valente A., Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino (1965), 1976.

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(16) Guzzo A., Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia, ed. Palumbo & Esposito, Cava de Tirreni, 1978. Si veda pure dello stesso autore: Sulla rotta dei Saraceni –  La difesa anticorsara sulla costa del Cilento, ed. Palladio, Aprile 1991.

(17) Alfano G.M., Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1795, fog. 135, pp. 43.

(18) Caffaro A., Le prime fortificazioni della costa cilentana, ed. Palladio, 1989. Vedi anche: Caffaro A., Le fortificazioni primo-ottocentesche della costa Cilentana attraverso alcuni di- segni inediti, ed. Palladio, Salerno, 1989. Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro A., op. cit. Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro.

(19) Mazzetti E., Cartografia generale del Mezzogiorno e della Sicilia, a cura di E. Mazzetti, scritti di Roberto Almagià, Ernesto Pontieri, Rosario La Duca, ESI, Napoli, 1972.

(20) Antonini G., La Lucania, I Discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1795, parte II, disc. XI, p. 430 e p. 435.

(21) Ramage C.T., Viaggio nel Regno delle due Sicilie – a cura di E. Clay, ed. De Luca, Roma, 1966, ristampa, p. 113 e s.; si veda pure dello stesso autore, la ristampa del libretto: Il viaggio di C.T. Ramage da Paestum a Policastro nel 1828′, a cura di Raffaele Riccio, Roma, ed. dell’Ippogrifo, 2014, p. 137.

(22) Scarfone A., “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in ‘Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA.

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(23) Pesce C., Storia della città di Lagonegro, Lagonegro, ristampa anastatica a cura delle Tip. Dino Ricca, Lagonegro (PZ), (prefazione del 1913), p. 398 e s; si veda pure dello stesso autore Pesce C., Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Conferenza su un episodio della Rivoluzione Napolitana del 1848, Stabilimento Tipografico, Palazzo della Cassazione, Napoli, 1895.

(24) Natella P. Peduto P., Pyxous – Policastro, estratto da ‘L’Universo’, rivista di I.G.M., ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 513.

(25) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, p. 117. Si veda pure p. 132 e p. 137, dove il Volpe parla del Porto di Sapri. Si veda pure: De Giorgi, Guida dell’Italia.

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(26) (Figg…..) Filippo Cluverio, Italia antiqua, 1624, Lugduni Batavorum, Elsevier, 1624, II, p. 1263, parla di Porto de Sapri e di Blanda. Pubblicata postuma per la prima volta a Leiden nel 1624, se ne conoscono non meno di 25 edizioni almeno fino al 1729, pubblicate ad Amsterdam, Venezia, Londra, Parigi, Oxford, ecc. dai più prestigiosi editori dell’epoca.

(27) Holstenius (Olstenio) Lucas, (‘Note  all’Italia antiqua di Cluverio’ (26)), Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc.., Roma, typis Iacobi Dragondelli, 1666 e altra edizione del 1624, pp. 22 e 288. Luca Olstenio, in questo libro, a p. 22  e a p. 288, parla e commenta le pagine 1262 e 1263 del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse l’Italia antiqua, che a p. 1263 parla di ‘Blanda oppidum’. Si veda pure: Almagià R., L’opera geografica di Luca Holsteno, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942.

(28) Archivio della Badia di Cava dei Tirreni, Aprile 1481, XV, LXXXV, 98; e citata da Ebner P., op. cit., vol. II, p. 592.

(29) “Visitatio Episcopi Felicei” datato 16 dic. 1629. Il documento della visita pastorale del Vescovo di Policastro Urbano Feliceo nell’Università di Torraca, il 16 Dicembre 1629, secondo il Tancredi (…) che lo cita si trova conservato all’Archivio Diocesano di Policastro: SS. Visite Pastorali di Urbano Feliceo: Torraca, Cappella “extra moenia”, 22 Settembre (fol. 89) e 16 Dicembre (fol. 98), 1629. Nel Gaetani R., op. cit., pp. 42-43, si legge che le Visite pastorali “in dicto loco est necessariissima Cappella, quia confluunt gentes in dicto portu, praeter eos cui permanent”. La notizia del torriere della Torre di Buondonno (Torre del Buondormire) è tratta da un documento diocesano della visita episcopale pastorale del Vescovo Urbano Feliceo, del 2 dicembre 1630 (nota 2 di p. 54 del Tancredi, op. cit. (10).

Tancredi Luigi

(…) Tancredi L., Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, pp. 53-54; si veda pure: Tancredi L., Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.

(31) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio), “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione MAFFEI, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527)

(32) Gaetani R., op.cit. (…), p. 9, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano.”. Il documento citato dal Gaetani si trova in: Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”.

(34) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P.O.: “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. F. Palamolla.”.

(35) Gaetani R., op. cit., pp. 42-43, si legge che le Visite pastorali “in dicto loco est necessariissima Cappella, quia confluunt gentes in dicto portu, praeter eos cui permanent”.

(36) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, p. 176.

(…) Gaetani R., op.cit. (…), p. 9, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano.”. Il documento citato dal Gaetani si trova in: Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”.

(…) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P.O.: “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. F. Palamolla.”.

(….) “Visitatio Episcopi Felicei” datato 16 dic. 1629. Il documento della visita pastorale del Vescovo di Policastro Urbano Feliceo nell’Università di Torraca, il 16 Dicembre 1629, secondo il Tancredi (10) che lo cita si trova conservato all’Archivio Diocesano di Policastro: SS. Visite Pastorali di Urbano Feliceo: Torraca, Cappella “extra moenia”, 22 Settembre (fol. 89) e 16 Dicembre (fol. 98), 1629. Nel Gaetani R., op. cit., pp. 42-43, si legge che le Visite pastorali “in dicto loco est necessariissima Cappella, quia confluunt gentes in dicto portu, praeter eos cui permanent”. La notizia del torriere della Torre di Buondonno (Torre del Buondormire) è tratta da un documento diocesano della visita episcopale pastorale del Vescovo Urbano Feliceo, del 2 dicembre 1630 (nota 2 di p. 54 del Tancredi, op. cit. (10).

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(…) Gaetani R., Gian Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, Tip. del Senato, 1914, p. 42, ristampa anastatica a cura di Rossella Gaetani, ed. Centro di promozione culturale per il Cilento, Casalvelino, 2014; si veda pure: Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di promozione culturale per il Cilento, pp. 151, 152, 153, 154. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

(…) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, p. 176.

(…) Greco G., Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32.

(…)  Johannowsky W., Atti XXII Congresso sulla Magna Grecia, Taranto, 1982, p. 422; si veda pure 1983b;  si veda pure dello stesso autore: ‘Le Ville romane dell’età imperiale‘, stà  in: Itinerari turistico culturali in Campania, n. 3, Società Editrice Napoletana, pp. 116, Napoli.

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(…) Beguinot C., Il Cilento – Problemi urbanistici, ed. del Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, collana diretta da Ruggero Moscati, VIII, Napoli, 1960 (Archivio Storico Attanasio).

Nel 1477, Sapri in una carta di Taddeo Crivelli

Gli studi

Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archi-vistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Nel 1987, pubblicai a stampa uno studio (1) sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri. In questo studio, cercheremo di fare degli approfondimen- ti circa la presenza del toponimo di Sapri sulle carte geografiche, manoscritte, contenute neiprimi Atlanti stampati della Geografia di Claudio Tolomeo, giunta solo nel 1396 da Co- stantinopoli in Italia e poi tradotta da Jacopo d’Agnolo della Scarperia, che la tradusse dal greco in latino tra il 1406 e il 1409 con il nome di ‘Cosmographia’.

Le carte annesse agli Atlanti a stampa della Cosmographia di Tolomeo del XV sec.

Come è noto, l’unica cartografia pervenutaci dal mondo antico è quella cosiddetta tole- maica, ovvero delle carte geografiche medioevali, copie manoscritte delle originarie car- te di origine greca contenute nella ‘Geographia’ di Claudio Tolomeo. Oltre a questi antichi Codici miniati, le cui carte manoscritte ivi contenute, sono di estremo interesse per gli studiosi di toponomastica medievale e di cui ci siamo occupati quì in altri studi, vi sono pure tutti i Codici miniati che seguiranno alla pubblicazione a stampa di Jacopo d’Agnolo della Scarperia, che, tra il 1406 e il 1409, tradusse nella curia romana dal greco in latino, l’opera di Claudio Tolomeo, γεωγραφία  (Gheografikè ufeghesis), giunta in Italia da Cos- tantinopoli nel 1396, dove fu scoperta, grazie al maestro greco Manuele Crisolora, assun- to come docente dal Comune di Firenze, e dandogli il nuovo nome di Cosmographia’.  Quando il padre Jos Fischer rese nota l’importante scoperta che, accanto ai codici greci già da lungo tempo conosciuti che contengono 27 carte, esiste un’altra classe di codici contenenti 64 carte. Nei codici della prima classe (classe A), le carte si trovano alla fine del testo, o intercalate al libro VIII, in quelli della seconda (classe B), sono inserite nei capitoli corrispondenti. Dei manoscritti greci, il Cuntz (3), ne indica sette fondamentali, dei quali tre soli contengono carte, e cioè il Vat. Urb. gr. 82, ed il Ven. Marc. gr. 516, che appartengono alla classe A, ed il Laurenziano XXVIII, 49 della classe B. Nei Codici latini pervenutici in seguito alla traduzione dell’opera tolemaica fatta da Jacopo d’Agnolo della Scarperia, vi è il  Vindobonensis Hist. (Vind. Hist), realizzato nel 1454 circa. Recentemen- te Borri (2), ci illumina su diversi aspetti della cartografia antica e, scrive in proposito: Un’attenta osservazione dei contorni, disegno orografico, ecc…., ci consente di affermare che che dai predetti codici greci (ed in particolare dal Vind. Hist) derivano le carte annesse ai codici latini che, come si vedrà, saranno la fonte delle prime carte a stampa della peni- sola italiana.” (2). La riscoperta di Tolomeo venne accolta con entusiasmo nell’Italia del primo Umanesimo: prima del 1410 era pronta la traduzione latina a cura di Jacopo d’A- gnolo da Scarperia ma solo nel 1409 veniva messa in circolazione con la dedica ad Ales- sandro V. Era dapprima senza carte; queste vennero eseguite da umanisti fiorentini, Francesco di Lapacino e Domenico di Lionardo Buoninsegni, seguendo pedissequamen- te modelli greci. Se dobbiamo dare importanza per la loro antichità alle tipiche tavole vecchie, che derivate dalle edizioni latine, appaiono poi ancora riportate dalle prime edi- zioni a stampa, ben maggiore significato presentano le cosiddette tavole nuove nei loro diversi rifacimenti. Le tavole dell’Italia annesse ai codici latini realizzati nel XV secolo e derivati dai quattro precitati codici greci vengono tradizionalmente suddivise in cinque gruppi, originanti da altrettan to scuole di cartografia. In questo studio, parlerò della scuola LAPACINO-BUONINSEGNI, che si ispira, tra altri, al Codice Laurent.175 (…), una Scuola di cartografi copiatori dei codici tolemaici greci, 1) la scuola dei due umanisti fiorentini, Francesco di Lapacino e Domenico di Lionardo Buoninsegni, con riferimento sia alla tavola tolemaica sia alla tavola nuova, hanno avuto notevole influenza su tutte le altre, ed in modo più incisivo sulla Scuola del Germanico (1° e 2° tipo, ed in particolar modo dal Codice Ebner deriva l’edizione a stampa di Roma del 1478. In particolare in questo studio parlerò della Carta d’Italia del 1477 del pittore ferrarese Taddeo Crivelli, che l’annesse alla sua edizione bolognese della ‘Geografia’ di Claudio Tolomeo (Figg. 1-2), in cui appare il toponimo di ‘Sapri’.

Sapri nella Carta d’Italia nell’edizione bolognese della Geografia di Tolomeo curata da Taddeo Crivelli del 1477. 

Interessantissima è la carta dell’Italia, delineata intorno o prima all’anno 1477, dal pittore ferrarese Taddeo Crivelli, che la pubblicò e l’annesse alla sua edizione bolognese della ‘Geografia’ di Claudio Tolomeo (Figg. 1-2), in cui appare il toponimo di ‘Sapri’. In diversi miei studi pubblicati a stampa (1), accennavo a questa Carta geografica (Figg. 1-2), per la presenza del toponimo citato di SAPRI e, nel 1987, così mi esprimevo: “Sapri, è chiaramente visibile nell’edizione bolognese della ‘Geografia’ di Taddeo Crivelli, (fig. 38) (109).” (1). Già nel 1451 il Crivelli era attivo a Ferrara: si ha un’ampia documentazione della produzione e della vendita di un gran numero di miniature eseguite nei venti anni vissuti in questa città. Punto culminante della sua attività fu la commissione per la Bibbia di Borso d’Este, alla quale si dedicò fra il 1455 e il 1461. Nello stesso periodo, si impegnò in una attività del tutto inconsueta, cominciando ad interessarsi a progetti di incisione e di stampa; ma intanto aumentavano le difficoltà. La partecipazione del Crivelli al progetto che portò alla pubblicazione delle prime carte geografiche stampate nel 1477 è, come molti aspetti della sua carriera, poco verificabile. Non c’è dubbio che egli sapeva disegnare carte geografiche. E’ probabile che abbia visto la copia manoscritta della Cosmografia di Tolomeo che “Nicolaus Germanus” aveva mandato a Borso nel 1466 (cfr. facsimile, Amsterdam 1963; Campori, 1872, p. 257; Hermann, 1900, p. 261); il Crivelli, aveva anche illustrato un’opera di Tolomeo nel 1454 (Bertonii 1925, p. 62). Si sa che egli si unì al Puteolano a Bologna nell’aprile del 1474, in una società di breve durata, per la pubblicazione di mappamondi (Sighinolfi, 1908) e che, nello stesso anno e allo stesso scopo, fece parte di un’altra società insieme a Filippo Balduino, al libraio Giovanni degli Accursi e ai tipografi Lodovico e Domenico de Ruggeri. Non si sanno le sorti di questa impresa, ma si ritiene comunemente che le carte preparate per essa dal C. siano poi state incorporate nell’edizione della Cosmografia stampata nel 1477 da Domenico de Lapis e che esse si basino in gran parte sulla tradizione di Nicolaus Germanus. Dato che il nome del C. non appare in questo volume, ci si può limitare a notare che lo stile delle teste, delle città viste dall’alto, dell’accavallarsi delle onde e delle iscrizioni si avvicina, in effetti, a quello della Bibbia di Borso. La tecnica scadente suggerisce però che, se il C. stesso eseguì i disegni e le incisioni, egli non raggiunse quel livello di perfezione che caratterizzò la sua arte di miniatore.

Taddeo Crivelli, 1477..

Taddeo Crivelli, 1477

(Figg. 1-2) Carta d’Italia nell’edizione bolognese della Geografia di Tolomeo curata da Taddeo Crivelli (1477-80) (16), in cui si vede chiaramente scritto il toponimo di Sapri (7).

La carta d’Italia di Taddeo Crivelli, pubblicata nel 1477

L’insigne studioso di cartografia antica Roberto Almagià, in un suo pregevole studio: “Studio storico di cartografia napoletana” (9), così si esprimeva a proposito di questa pregevole carta: “E’ stato già più volte accennato come in Napoli l’interesse per gli studi geografici, già risvegliatosi sotto gli ultimi Angioini, si fece vivissimo durante il periodo della dominazione aragonese (…),…: ne fa fede, tra molte altre notizie, la Statistica del Regno di Napoli, eseguita a cura di Borso d’Este sino al 1444 (10). Nel presente studio, volendo, come si accennò, limitarci a considerare le carte geografiche a stampa, ci è mestieri prender le mosse da quelle annesse alle più antiche edizioni della Geografia di Claudio Tolomeo, le quali, come già scriveva il Nordenskjold, “costituiscono il prototipo di tutti gli Atlanti geografici pubblicati dopo la scoperta dell’arte della stampa”…Tutte le edizioni della Geografia di Tolomeo apparse nei secoli XV e XVI, hanno, come è noto, una tavola dell’Italia, riprodotta con gli elementi contenuti nell’opera stessa del geografo Alessandrino; ma non tutte le riproduzioni sono perfettamente uguali. Nella rarissima edizione bolognese stampata coi tipi di Domenico de’ Lapi tra il 1474 e il 1477 con le carte designate da Taddeo Crivelli ferrarese, la carta d’Italia, incisa in rame, misura cm. 54,4 x 39,2 e porta per intero i paralleli ecc…Dopo al descrizione tecnica della carta in questione (Fig. 1-2), l’Almagià (9), aggiunge: “…si scosta dal modello tolemaico più di qualsiasi delle corrispondenti carte delle edizioni successive (…).”. In questa carta e soprattutto in quelle delle successive edizioni, la delineazione delle coste Campane è imperfettissima e, manca quasi del tutto il promontorio del Cilento. Infatti, si noti anche degli evidenti errori nella citazione dei toponimi come ad esempio si noti che il toponimo di SAPRI è posto vicino a quello del fiume SILARUS e a PESTU, mentre invece BRUXENTU è posto molto più giù, ma essa resta un documento interessantissimo ed inoppugnabile per la conoscenza della toponomastica locale e della presenza dei luoghi, all’epoca della delineazione delle carte geografiche di Tolomeo. Questa carta che sostanzialmente ricopiava le antichissime carte di Claudio Tolomeo, è un importante documento per la storia di Sapri e del Cilento.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ”Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sa- pri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Re-golatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

(2) Borri A., L’Italia nell’antica cartografia, 1477-1799,  ed. Priuli e Verlucca, Torino, 1999.

(3) Cuntz O., Die Geographic des Ptolemaus, Berlino, Weidmann, 1923, pp. 18-20

(4) Almagià R., Monumenta Italia Cartographica, ed. I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore.

(5) Brotton J., Le Grandi mappe, ed. Gribaudo, 2014, p. 24.

(6) Capello F.C., Descrizione degli itinerari alpini di Jaque Signot, Codici e stampe dei secoli XV e XVI, Rivista Geografica italiana, vol. LVII, 1950.

(7) (Figg. 1-2) Carta d’Italia di Taddeo Crivelli, nell’edizione bolognese della Geografia di Tolomeo curata da Taddeo Crivelli (1477-80). La carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (4), Tavola V, 1). Questa carta è stata pubblicata da Borri A., op. cit. (2), C1, p. 22- 23. In questa carta si vede chiaramente scritto il toponimo di Sapri lungo la costa tirreni- ca meridionale. Di questa carta ne parla l’Almagià anche in vedi nota (9) e, vi saranno altre edizioni curate dal Crivelli.

 

(8) Mazzetti E., Cartografia generale del mezzogiorno e della Sicilia, scritti di Almagià R., Pontieri E., De Luca R., a cura di Mazzetti E., edizioni Scientifiche Italiane (ESI), Napoli, 1972, Tomo I-II, Tav……

(9) Almagià R., Il Napoletano nelle carte tolemaiche d’Italia, stà in “Studio storico di cartografia napoletana”, che stà in Mazzetti E., op. cit. (8), Parte II, pag. 10 e s.

San Severino di Camerota, la rocca ed il castello, la baronia dei Sanseverino e l’antico monastero S. Severinii

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sul piccolo borgo medioevale ed il suo castello di San Severino di Centola (ieri di Camerota) ed in particolare della vasta contea di Policastro ai tempi del Conte Guido, fratello di Gisulfo II, l’ultimo dei principi del Principato Longobardo di Salerno. Nei mesi estivi dell’anno 1052, il nuovo ed ultimo principe longobardo, Gisulfo II, creò la contea di Policastro, con vasti possedimenti che fino alla definitiva presa di potere del normanno Roberto il Guiscardo, nell’anno 1077 fu retta prima da Guido (fratello di Gisulfo) e poi da Landofo. Questo tema è stato da me trattato anche ivi nel mio saggio “Nel 1055, la longobarda Contea di Policastro e, i suoi conti Guido e Landone”, ivi pubblicato.

Il Monte Bulgheria, il fiume oggi Lambro o Mingardo, la ‘Gola del Diavolo’ o della ‘Tragara’ e il borgo medioevale di San Severino

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(Fig. 1) Particolare della carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (2), inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Attanasio), nel particolare per l’area del borgo di San Severino di Centola

Dal VI sec. d.C., il “Monistero di Benedettini nel luogo chiamato le Celle”: “Monistero di S. Arcangelo”, o “Monasterii di S. Severini” (come vuole l’Antonini), nel luogo detto le “Celle” figura in un privilegio dell’Imperatore Lotario III

Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio di 768 ab. nel circ. di Vallo, mand. di Torre Orsaia da cui dista 12 chm. V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Celle situata alla bassa falda del monte, ha fertilissimo territorio sativo.”. Sempre il Bozza (…), parlando di San Severino, in proposito scriveva, nella parte II a p. 209 che: “Patria di parecchi uomini distinti, è la culla della nobilissima famiglia dei principi Sanseverini, delle geste dei quali riboccano le nostre croniche.”. Dunque, il Bozza scriveva che a Celle di Bulgheria, piccolo casale del basso Cilento, nel VI secolo vi era sorto il “monastero di S. Arcangelo” e scrive anche della donazione del 1086 di Ruggero Sanseverino. Il Bozza si riferiva ad alcune notizie storiche riferite in precedenza dall’Antonini. Dunque, il Bozza, diceva molto di più di quanto affermasse l’Antonini, ovvero scriveva che a Celle di Bulgheria: “V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto”. Il Bozza affermava che già nel VI secolo il Monastero di S. Arcangelo fosse a Celle di Bulgheria. Non saprei dire da dove avesse preso questa notizia il Bozza ma di certo essa è interessantissima. Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – I Discorsi” parlando del piccolo casale cilentano di Celle di Bulgheria, posto alle falde del monte Bulgheria dava alcune notizie storiche di estremo interesse che riguardano in particolare un piccolo monastero italo-greco, poi in seguito trasformatosi in “Obbedientiae”, una sorta di monastero Benedettino. Antonini, oltre a collocare il monastero alle falde del Monte Bulgaria, nel luogo detto le “Celle”, come vedremo, egli riporta anche la notizia che questo monastero fu frequentato, anzi ne fu “Abate”, il monaco benedettino Pietro da Salerno (Pietro Pappacarbone), prima che egli fosse stato nominato Vescovo di Policastro, carica che anche questa abbandonò. La seconda notizia che in questo monastero si svolse il miracolo di S. Pietro da Salerno ed, infine la terza notizia che questo piccolo monastero figurava in un privilegio dell’Imperatore tedesco Lotario III. Premetto che l’Antonini scrive la fonte principale di queste notizie. Egli, a p. 278, in proposito scriveva che: “E’ perciò meglio rimanga ciò provato, riferiremo un fatto ricavato dagli ‘Atti manoscritti di S. Pietro Pappacarbone’ , che sono presso à PP. della Trinità della Cava, e stampati dall’Ughellio con qualche picciola variazione nè ‘Vescovadi d’Italia’.”. L’Antonini si riferiva al manoscritto di Ugo da Venosa di cui parlerò in seguito. Il barone Giuseppe Antonini (….), nel suo “La Lucania – Discorsi”, Parte II, del Discorso III (non nel IV), a p. 279 (2° edizione) citando il racconto del Venusino e del miracolo di S. Pietro Pappacarbone scrivendo che “Fu questo Uomo di Dio verso l’anno (I) MLXXIX a preghiere di Gisulfo Principe di Salerno fatto primo vescovo di Policastro. Prima di questo tempo, essendo egli Monaco e Abbate Benedettino, se ne stava ritirato nel Monistero di S. Arcangelo ecc…” parlando di Pietro da Salerno (Pietro Pappacarbone) e del suo miracolo al figlio di Ruggero Sanseverino, prima che fosse stato nominato da Alfano I di Salerno, Vescovo della ricostruita Diocesi di Policastro e, mentre se ne stava nel piccolo “Monistero di S. Arcangelo, ‘quod in territorio Cilenti situm est’”, in proposito scriveva che: “Ma queste parole niente provarebbero se non avessimo una particolar dimostrazione del luogo nella leggenda medesima. Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri, questi, secondo la detestabile generale usanza di quei tempi, abusandosi di sua potenza, continuamente molestava i coloni, del vicino Monistero, e con tale occasione si narra un miracolo accaduto in persona del tenero figliolo di Ruggieri, per opra dello stesso Abate, onde finalmente quello a Dio convertito, nel medesimo Monistero Religioso si fece. Or S. Severino, e il suo Castello, che ancora oggi è in piedi, si sa essere dove va a finire il lungo piano, che comincia dalla Rocca gloriosa dove il fiume Menicardo, o Mengardo, entrando fra strettissime balze non si può, che con orrore da sopra il Castello guardare, ed è dall’Oriente di là dall’Alento quasi venti miglia. Etc…”. Inoltre, l’Antonini aggiunge che: “Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il teritorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, etc…”. Sui due piccoli casali di “Celle” e di “Poderia”, l’Antonini (….), nel 1745, nella sua opera ‘Lucania’, nella parte III, nel ‘Discorso VIII’, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, scriveva a p. 387 scriveva che: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa)”, e aggiunge che: “Sull’occidental falda della montagna detta di Bulgheria sono due piccioli, ma ben abitati paesi la Poderia, e le Celle, il primo fu casale del vicino S. Severino, el secondo è della descritta Rocca. Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola etc…”, di cui parlerò in seguito. L’Antonini, a p. 279 scriveva pure che: “Ma queste parole niente proverebbero se non avessimo una particolar dimostrazione del luogo nella leggenda medesima. Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri, questi, secondo la detestabile generale usanza di quei tempi, abusandosi di sua potenza, continuamente molestava i coloni, del vicino Monistero etc…”.

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L’Antonini (….), nel suo “Lucania – Discorsi”, Parte II, del Discorso III (non nel IV), a p. 348, narra che: “Era già qui vicino, cioè nel luogo chiamato le Celle, e dove ancora i vestigj se ne veggono, un Monistero di Benedettini (siccome sopra s’è detto) ed apparisce da un privilegio dell’Imperatore Lotario riportato dall”Abate Gattola’, ed in questo stesso Monistero accadde il miracolo del figlio di Ruggiero da Sanseverino, descritto già nel ‘Discorso IV’. di questa ‘Parte’. Questa notizia, e ciò che fu notato dagli atti di S. Pietro Pappacarbone, fan chiaro un comune abbaglio ecc….”. L’Antonini, a p. 348 narra che: “Era già qui vicino, cioè nel luogo chiamato le Celle, e dove ancora i vestigj se ne veggono, un Monistero di Benedettini (siccome sopra si è detto) ed apparisce da un privilegio dell’Imperatore Lotario riportato dall’Abate Gattola’, ed in questo Monistero accadde il miracolo del figlio di Ruggiero da Sanseverino, descritto già nel ‘Discorso IV’ di questa ‘Parte’.”. Dunque, con queste parole il detto Monastero di S. Arcangelo, non solo si trovava, secondo l’Antonini, ‘quod in territorio Cilenti situm est’ ma questo monastero si trovava non molto distante dal vicino castello di S. Severino tenuto da un nobile ciamato Ruggero. Dunque, il monastero di S. Arcangelo doveva trovarsi non molto distante dal vicino castello e rocca di S. Severino di Camerota oggi di Centola. L’Antonini ci parla anche del luogo dove era posto il Castello dei Sanseverino e scriveva: Or S. Severino, e il suo Castello, che ancora oggi è in piedi, si sa essere dove va a finire il lungo piano, che comincia dalla Rocca glorioso dove il fiume Menicardo, o Mengardo, entrando fra strettissime balze non si può, che con orrore da sopra il Castello guardare, ed è dall’Oriente di là dall’Alento quasi venti miglia.”. L’Antonini voleva che l’antico Monastero italo-greco di S. Arcangelo, dove si ritirò S. Pietro Pappacarbone, non fosse un monastero a Perdifumo ma fosse nel nostro territorio e precisamente nel luogo chiamato “le Celle”. Secondo il nipote dell’Antonini, vicino il luogo chiamato “le Celle” non vi era alcun monastero di Sant’Arcangelo di cui era Abate il monaco Pietro Pappacarbone ma questo monastero fosse quello di Perdifumo. Su questo monastero di Perdifumo hanno scritto in molti ma notizie certissime non ve ne sono. Riguardo l’origine ed il luogo in cui si trovava il monastero di S. Arcangelo di cui accenna l’Antonini, in Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117 riferendosi a quando Ruggiero Sanseverino aveva già incontrato S. Pietro Pappacarbone e si era già in parte convertito racconta che: “Il suo zelo religioso lo indusse nei tardi anni a rinunziare al mondo facendosi monaco nello stesso monastero di Cava (3). Etc…”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Infatti, Alessandro Di Meo (….), nei sui “Annali etc…”, vol. IX, a p. 294 ci parla di Pietro da Salerno (Pietro Pappacarbone), ed in proposito scrivea che: “Si eccitarono de’ gran romori, e molti Monaci tanti ne dissero all’Abbate S. Leone, del duro governo che costui fu costretto a ripigliarlo, e S. Pietro se ne passò nel Monistero di S. Arcangelo nel Cilento da Preposito; e quivi adunando quei, ch’erano di buona volontà, vi fece fiorir l’Osservanza.”. Il Di Meo (…) scriveva sulla scorta di Ugo da Venosa (…), un cronista dell’epoca che ci ha raccontato la vita di S. Pietro Pappacarbone (Abate di Cava) e di S. Costabile Gentilcore (Abate di Cava) parlando del miracolo di Pietro sul figlio di Ruggero Sanseverino, scrive che Pietro Pappacarbone: “Essendo nella Chiesa di S. Michele Arcangelo nel Cilento, seppe che Ruggieri Signor ‘Castri Severini’, spesso..”. Dunque il Di Meo, come pure il Gattola, ci parlano di ‘Castro Severini’, che dovrebbe corrispondere all’attuale borgo medievale di San Severino di Centola (vedi immagine). L’Antonini (…), nella Parte II, ‘Discorso III’ (e non IV), a p. 279, ci parla del Monastero di Benedettini, vicino al Castello di Sanseverino di Centola’, e citava un episodio accaduto ai tempi in cui Pietro Pappacarbone (…), si era ritirato nel Monastero di S. Arcangelo: “quod in territori Cilenti situm est”. L’Antonini (…), accenna ad un episodio narrato negli “Atti manoscritti di S. Pietro Pappacarbone”, pubblicati dall’Ughelli (…): “..con qualche piccola variazione nè Vescovadi d’Italia”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 385 del vol. I parlando del monastero di Sant’Arcangelo di Perdifumo, in proposito scriveva che: “Esso fu poi visitato più volte dal S. abate Pietro che a Sant’Arcangelo, nominò priori, ecc…, ebbe donazioni (30).”. Ebner a p. 385, nella sua nota (30) e riferendosi al Venusino postillava che: “(30) Narra il Venusino che, in una delle sue periodiche visite al monastero di Sant’Arcangelo, il santo abate apprese che Ruggiero di San Severino continuava a molestare i contadini dipendenti dal monastero. Anzi, che negli ultimi tempi aveva addirittura infierito contro di essi. Ad apprendere le malefatte di Ruggiero, l’abate si accese d’ira così viva da rivolgersi al santo protettore del monastero con la memorabile invettiva: “Elia, sanctae mihahel archangeli sic nos protegis?…ecc..”. Ma già Ruggiero era stato punito nella vita del figlio, perchè contemporaneamente nel suo castello un pavimento sprofondava travolgendo tra le macerie il figliuoletto, uccidendolo. Ruggiero, figliuolo di Torgisio il Normanno, signore di Sanseverino, S. Giorgio, Montoro e Montemiletto a dire del VENEREO, ‘Diction.’ ms., VI, 73, ne fu talmente colpito che nel 1122, sotto il quarto santo abate cavense (S. Costabile), vestì l’abito monastico.”. Sul “Venereo” sempre l’Ebner a p. 385 scriveva che: “quando papa Urbano VIII, a premiare il grande archivista cavense, il napoletano P. Agostino Venereo (34), per aver ordinato in modo esemplare gli Archivi della Congregazione cassinese di Roma, ecc…”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017 accenna poco o niente sul monastero di S. Arcangelo a Celle di Bulgheria. Il Barra, a p. 61, in proposito si chiedeva: “Ma dov’erano il monte Kellerana e il cenobio di S. Michele Arcangelo ?. La localizzazione tradizionale li collocava nella Calabria ionica meridionale, sui monti Serre nei pressi di Mammola. Ma una rilettura più attenta della vita consente oggi, anche grazie alle preziose intuizioni di Biagio Cappelli, di situarli a monte del promontorio di Palinuro e nella valle del Mingardo. La vita di S. Nicodemo afferma infatti esplicitamente che l’anacoreta, “poiché i discendenti di Agar si levarono e devastarono tutta quella terra, il beato credette che fosse ira di Dio e, allontanatosi da quelli che stavano là, s’inoltrò, fuggendo per monti e spelonche”, fino a che giunse a nord del Mercurion “in una regione di luoghi molto elevati, detta Kellerana, boscosa e molto selvosa, per molti impraticabile, abitata piuttosto da demoni”. Etc…”. Dunque, il Barra chiedendosi sul toponimo “Monte Kellerana” citato nel chronicon agiografico della vita di S. Nicodemo, anche sulla scorta di Biagio Cappelli (….), ci parla della regione della Vale del Mingardo ma non dice nulla sul monastero di S. Arcangelo, anzi del monastero di “S. Michele Arcangelo”, di cui invece abbiamo altre notizie che riguardano Caselle in Pittari.

Il “monastero di Sant’ Arcangelo” dove Pietro da Salerno fu Preposito, alcuni credono fosse quello di Perdifumo

Pietro Ebner si espresse sulla permanenza in questo monastero dell’Abate Pietro da Salerno. A questo proposito e, a quanto scriveva l’Antonini, riguardo il racconto di Ugo da Venosa, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I a p. 704, nella nota (5), riferendosi all’Antonini postillava che: “(5) Antonini, cit., I, p. 383 dice di averne letto in documenti esistenti nell’Archivio della Diocesi di policastro, di cui non è traccia. Cfr. pure a p. 348: nel dire di S. Severino di Camerota scrive: “Sicuramente il paese fu quivi edificato perché il sito lo rendea forte, e messo agli insulti de’ vicini Bulgari esposto, quando i medesimi non l’avessero ancora fodato, come io verrei fermamente a credere”. Sul termine “cellae”, v. p. 343; a p. 277 confonde il monastero di S. Arcangelo di Perdifumo con quello “presso al territorio di S. Severino, nel luogo detto ancor oggi le Celle, secondo cui ce ne assicura una carta da noi veduta all’Archivio stesso della Cava”. Pertanto ubica un questo cenobio il miracolo di cui nella ‘Vita’ del terzo santo abate di Cava. In nota, però, il nipote Mazzarella Farao corregge l’errore dell’Antonini ubicando il monastero di Sant’Arcangelo a Perdifumo.”. Dunque, l’Ebner citava la correzione del nipote di Antonini, il giovane Mazzarella Farao. Infatti, Mazzarella Farao, nipote dell’Antonini, nella II edizione del 1795 della “Lucania” dell’Antonini, postillerà in nota che lo zio si sbagliava in quanto a suo dire il miracolo del figlio di Ruggiero Sanseverino non fosse accaduto nel monastero di benedettini di Sant’Arcangelo vicino “le Celle” ma nel monastero di Sant’Arcangelo di Perdifumo. Come faceva notare Pietro Ebner (…), scrivendo di S. Severino di Camerota, oggi di Centola, il barone Giuseppe Antonini (…), fu smentito dal nipote Mazzarella Farao, che nella seconda edizione (postuma) della Lucania di Antonini, edizione Tomberli del 1795, in proposito al Monastero benedettino che l’Antonini poneva nel luogo detto “le Celle”, a p. 378 nella sua nota (*) postillava che: “(*) Questo benedetto Monistero di S. Arcangelo in ‘Territorio Cilenti’ non era dove si dice le Celle, ma presso la Terra di Perdifumo, e se ne veggono ancora le ruine ecc…Non bisogna confondere S. Angelo con S. Arcangelo, ne questi con le ‘Celle’, com’è chiaro da quel che ne dice Scipione Ammirato, scrivendo di Rainaldo Conte dè Marsi, uno dè famosi benefattori dei Monaci suddetti., ed al dir del Cioccarelli, il quale mette il ‘S. Arcangelo’ vicino Perdifumo ‘de Cilento Caputaquensis Dioccesis’ ecc…, e le ‘Celle’ sono in Diocesi di Policastro.”. Infatti, nella seconda edizione, quella del 1795, per i tipi di Tomberli, il nipote Mazzarella Farao, a p. 378 della ‘Lucania’ di Antonini, II ed. Come però faceva notare Pietro Ebner (…), scrivendo di S. Severino di Camerota, oggi id Centola, il barone Giuseppe Antonini (…), fu smentito dal nipote Mazzarella Farao. Infatti, il Mazzarella Farao (…), nella seconda edizione (postuma) della ‘Lucania’ di Antonini, edizione Tomberli del 1795, in proposito al Monastero benedettino che l’Antonini poneva nel luogo detto “le Celle”, a p. 378 nella sua nota (*) postillava che: “(*)……….Non bisogna confondere S. Angelo con S. Arcangelo, ne questi con le ‘Celle’, com’è chiaro da quel che ne dice Scipione Ammirato, scrivendo di Rainaldo Conte dè Marsi, uno dè famosi benefattori dei Monaci suddetti., ed al dir del Cioccarelli, il quale mette il ‘S. Arcangelo’ vicino Perdifumo ‘de Cilento Caputaquensis Dioccesis’ ecc…”. Secondo Vito Lorè (…), il monastero in cui si ritirò Pietro Pappacarbone (…), in seguito alla probabile sua cacciata dei suoi stessi confratelli dall’Abazia di Cava dè Tirreni, che egli aveva retto come Abate, non doveva essere il Monastero di S. Arcangelo a Celle di Bulgheria, ma si trattava del Monastero di S. Arcangelo a Montecorice nel Cilento. In Treccani leggiamo che: “Alla rinuncia all’episcopato di Policastro seguì per Pietro la responsabilità della guida dell’abbazia di Cava, affidatagli dall’abate Leone, che lasciò il cenobio indicandolo dunque come suo successore e ritirandosi presso la chiesa da lui fondata a Vietri in onore di S. Leone papa. Pietro impose subito ai monaci, abituati a un controllo meno rigido da parte di Leone, una più stretta disciplina. Secondo il biografo, fu per questo motivo che Pietro venne cacciato dai suoi stessi confratelli (Vitolo, 1985), e non per la volontà di plasmare la congregazione cavense a modello della cluniacense. Sta di fatto che Pietro si allontanò da Cava e gli studiosi concordano nel riconoscerlo in quel Pietro, che tra il 1067 e il giugno 1072 fu abate nel monastero di S. Arcangelo sul monte Corace nel Cilento (Loré, 2008, p. XXIV). Qui diede inizio a un rilancio del monastero basato su una fruttuosa gestione del patrimonio monastico tramite acquisti di terre e concessioni a lunga durata, facendo inoltre di S. Arcangelo un polo attrattivo per le donazioni di terre.”. Il Lorè (…), pone il Monastero di S. Arcangelo sul Monte Corace. Per Monte Corace nel Cilento si intende il Montecorice o Monte Stella. Paul Guillaume (…), nell’opera citata, tradotta nel 2018 dalla Ruocco (…), a pp. 90-91, sulla scorta del racconto del chronicon di Ugo da Venosa, detto ‘Venusino’ (…), “Vite S. Petri ecc.., fol. 19” ci parla dell’episodio del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi agli anni intorno al 1113, racconta che: VII. A Torgisio iuniore successe nel contado di Sanseverino e nella baronia del Cilento il figliuolo Ruggiero Sanseverino. Questi nella sua giovinezza, poco rispettoso della chiesa, molestava continuamente i vassalli del monastero di S. Michele Arcangelo di Perdifumo. Etc..”. Sul monastero di Perdifumo ha scritto Barbara Visentin (….), che nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale  secoli XI-XV”, a pp…….. parlando della chiesa di “Fondazioni della Campania meridionale – Santa Maria de Gulia”, a Castellabate, in proposito scriveva che: “…..

Nel 1137 (?), il privilegio dell’Imperatore tedesco Lotario III al “monastero di S. Arcangelo” di S. Severino o Celle di Bulgheria

L’Antonini, a p. 279 parla del monastero di S. Severino o anche detto di “S. Arcangelo”, ed in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; e se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. Se adunque chiamavasi Cilento un luogo posto fuor del corso dell’Alento, etc…”. Dunque, l’Antonini citava tre fonti da cui egli dice aver tratto le dette notizie. Antonini cita una carta o un diploma conservato presso l’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni; cita pure Scipione Ammirato ed infine cita l’Abate Gattola (…) che ci parla del privilegio di Lotario III. L’Antonini, a p. 279, in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura….e, se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. ”. L’Antonini, sempre sul privilegio di Lotario III, a p. 348 narra che: “Era già qui vicino, cioè nel luogo chiamato le Celle, e dove ancora i vestigj se ne veggono, un Monistero di Benedettini (siccome sopra si è detto) ed apparisce da un privilegio dell’Imperatore Lotario riportato dall’Abate Gattola’, ed in questo Monistero accadde il miracolo del figlio di Ruggiero da Sanseverino, etc…”. Antonini scriveva pure che questo antico Monastero forse benedettino “se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86.”. Infatti, l’Abate Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86 cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e, nel vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”.  

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L’Antonini a p. 279 della Parte III (e non IV) parla del miracolo di S. Pietro Pappacarbone e del figlio di Ruggiero Sanseverino, leggenda tratta da un racconto della vita di Pietro Pappacarbone di Ugo da Venosa (…). Dunque, l’Antonini, lega il monastero in questione, di cui dice essere nel luogo vicino “le Celle” con la questione dell’antico privilegio di Lotario III e con la questione che secondo lui ivi è accaduto il mircolo del figlio di Ruggero Sanseverino. A questo punto però mi chiedo se, nonostante l’eventuale abbaglio dell’Antonini zio (Giuseppe), il monastero di Benedettini, eventualmente di S. Arcangelo, posto nel luogo, come voleva l’Antonini, detto le Celle, esisteva o non era mai esistito perchè l’Antonini non l’avesse mai conosciuto ?. L’Antonini a p. 279 dice pure che di questo antico monastero di S. Arcangelo posto nel luogo detto le “Celle” : “se ne fa menzione in un privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Stor. Cassinese. fol. 86’.”. L’Antonini, parlando del Monastero di S. Arcangelo cita l’antico privilegio dell’Imperatore Lotario III che era stato “rapportato” dall’Abate Gattola (…) che lo riportava in ‘La Storia Cassinese‘, fol. 86. Infatti, anche il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (101) postillava che: “(101) Gattola, nella sua ‘Storia dell’Abbazia di Monte Cassino’ (t. I, p. 491) assicura che furono i religiosi Cassinesi ecc..”. Si tratta di Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86. Infatti, Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86, cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e non Monastero di S. Arcangelo. L’Abate Gattola (…), suo vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”. Dunque, l’Abate Gattola (…), scriveva che: “Monasteri S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III.”, ovvero che: Il monastero di S. Severino è menzionato nel privilegio di Lotario III.”, poi prosegue e parla di altri monasteri come quello di “S. Pancrazio” etc…Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86, cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e non Monastero di S. Arcangelo. Erasmo Gattola (….), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, parlando della storia dei monasteri cassinesi o benedettini, a p. 86, in particolare scriveva che: “Monasteri S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III.”, ovvero che “il monastero di S. Severino è menzionato nel privilegio di Lotario III”.

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(Fig…) Gattola Erasmo (…), op. cit., fol. (pag.) 86

Dell’antico Privilegio dell’Imperatore Lotario III vi è traccia solo nella citazione del Gattola (…) e, nella“carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava”, che vide l’Antonini. Da Wikipedia leggiamo che  Lotario II (III), detto anche Lotario di Supplimburgo (in tedesco Lothar von Süpplingenburg) (1075 – Breitenwang, 4 dicembre 1137), è stato Rex Romanorum e d’Italia dal 1125 al 1137 e Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1133. Innocenzo II e Lotario II di Supplimburgo concentrarono a maggio nel 1137 le proprie armate accanto al castello di Lagopesole e si accamparono per tutto il mese. Mentre l’esercito imperiale giunse fino a Bari, che venne devastata. Poi assediarono la città di Melfi e costrinsero Ruggero II Altavilla alla fuga: il Sovrano aveva compreso che non poteva ostacolare l’esercito imperiale e si era rifugiato in Sicilia. Le forze congiunte, Imperiali e Papaline, quindi conquistano la sua (ex) capitale, Melfi, il 29 giugno. Il pontefice tenne il concilio di Melfi nel castello del Vulture: la più probabile data va dal 29 giugno al 4 luglio. I padri conciliari decisero la deposizione dell’antipapa Anacleto II. Il 4 luglio Innocenzo II, insieme all’imperatore, delegittimò Ruggero II di Sicilia, della Casata Altavilla, in favore di Rainulfo di Alife, della Casata Drengot, nuovo duca di Puglia. Ma ben presto sorsero contrasti tra Lotario e Innocenzo sul possesso del ducato delle Puglie fino all’elezione congiunta del duca Rainulfo, mentre anche nell’esercito serpeggiava il malcontento. L’Antonini, a p. 279 scriveva pure che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; etc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che di questo monastero si parla in Scipione Ammirato (…), al suo ‘Delle famiglie nobili napoletane‘, pubblicato nel 1580. Scipione Ammirato (…), parlando dei Sanseverino, ed in particolare del Conte di Marsico Rainaldo Sanseverino, a p….., in proposito scriveva che:….L’Antonini, a p. 279 parla del monastero di S. Severino o anche detto di “S. Arcangelo”, ed in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura …….una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; etc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che del Monastero di S. Arcangelo presso il territorio di S. Severino veniva citato nel testo di Scipione Ammirato (….), “Delle famiglie nobile napoletane” dove egli parla del “Principio della Famiglia Sanseverino”. Di ciò che scrive Scipione Ammirato (…) parlerò in seguito.

Il Conte Rotario o Lotario III ?

Dunque, quando nella trascrizione riportata dall’Antonini si dice: “Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur.”, il Visconti (…) traduce essere scritto: “Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, ecc…”. Di cosa si tratta? Una donazione fatta al monastero di S. Maria di Centola al tempo del Conte Rotario. E chi era questo Conte Rotario di cui parla l’antico Censuale dell’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola ?. Potrebbe essere quel Lotario III della donazione riportata dall’Abate Gattola citata dall’Antonini ?.

Nel VII secolo, la venuta dei Bulgari nella nostra area

Di questo piccolo centro del basso Cilento ha parlato il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, Parte II, pp…….L’Antonini (…), a p. 381 in proposito scriveva che: “Fu questa montagna così detta da Bulgari, che vi si fermarono, e fortificarono; vedendosi sin da oggi su d’una rupe (che fa parte della montagna) le mura di due ruinati castelli ecc….Quali questi Bulgari stati fossero, e quando a quì fermar si vennero, è ben difficile ……….   

Pietro Ebner (…), nel suo vol. I del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento‘, a pp. 703-704-705, dopo aver detto dei Bulgari, in proposito scriveva che: “Paolo Diacono (1) scrive che ai tempi del duca Romoaldo di Benevento una colonia di Bulgari, guidati da un loro principe, Alzeco, giunse (680) nel ducato beneventano e pacificamente chiese di potersi stanziare nel territorio. Il duca Romoaldo consentì che s’insediassero nei luoghi deserti intorno a Cepino, Isernia e Boviano. Il principe assunse il titolo di gastaldo, di ufficiale del duca. Vi è notizia che ancora nel VIII secolo conservassero la loro nazionalità parlando la loro lingua, oltre il latino (2). Recenti ricerche tendono a mostrare (3) che il duca Romoaldo avesse consentito che parte della colonia s’insediasse pure nella zona di Paestum allora ridotta a sola riserva di caccia (‘ad capiendas aves’) e che di là si fossero spinti oltre l’Alento stanziandosi alle falde di un monte che da essi prese poi il nome (Monte Bulgheria). Goffredo Malaterra (4) poi ricorda che Roberto il Guiscardo avesse assoldato slavi di Celle (di Bulgheria) perchè conoscitori attenti di tutti i passi del territorio. Anzi l’Antonini (5) scrive di aver letto di alcune concessioni fatte da Roberto nel 1080 ai bulgari o schiavoni del luogo per servizi resigli “in finibus Apuliae et Salerni” (6), attribuendo l’immigrazione dei bulgari ad Alboino, il quale “oltre ai suoi Longobardi, e Sassoni, menovvi (in Italia) ancora Bulgari”. Probabilmente sede di una laura con celle di monaci italo-greci, per cui il nome di Celle all’abitato sortovi intorno; il villaggio seguì le sorti di Roccagloriosa, di cui fu casale fino alla sua elevazione a sede comunale. E’ notizia però che il feudatario di Centola, oltre a esigere la bagliva di Foria esigesse anche quella di Poderia, ora frazione di Celle. Villaggio quest’ultimo di cui, a dire dell’Antonini (p. 381), furono baroni Latino Tancredi, autore del ‘de Naturae miraculis’ e del consigliere Giovanni Andrea di Giorgio, noto per le sue opere legali.”. Ebner, a p. 703, vol. I, nella nota (1) postillava che: “(1) Paolo Diacono, V, 29: Eisdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit sc. Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates (….) Usque hodie in iis, ut diximus, locis habitantes, quamquam et latinae loquantur linguae tamen propriae usum non amiserunt”. Ebner, a p. 704, nella nota (2) postillava che: “(2) F. Hirsch cit., p. 42 ricorda TEOFANE, p. 546 ad a. 671 e NICEFORO, Breviarium (ed. de Boor, p. 33, i quali affermano che l’emigrazione avvenne ai tempi dell’Imperatore Costante, nel 669, e che la parte che venne in Italia si stanziò nella Pentapoli. Un documento posteriore del principe Sicardo (a. 833) ricorda il ‘Grauso Bulgarensis’ come possessore di terre in Puglia (Anecd. Ughell., p. 468).”. Ebner, a p. 704, nella nota (3) postillava che: “(3) V. D’AMICO, I bulgari trasmigranti in Italia nei secoli VI e VII dell’era volgare. Loro speciale diffusione nel Sannio, Campobasso, 1933. Dello stesso autore, vedi pure ‘Importanza dell’immigrazione dei bulgari nell’Italia’, “Atti 3° Convegno internaz. Studi sull’alto medioevo”, Spoleto 1959, p. 372, Cfr. pure Ebner, Storia, cit. , p. 91 specialmente Economia e Società, cit., p. 28.”. Ebner, a p. 704, nella nota (5) postillava: “(5) G. Malaterra, I, 16.”. Della cosa ha scritto pure Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio di 768 ab. nel circ. di Vallo, mand. di Torre Orsaia da cui dista 12 chm. V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Celle situata alla bassa falda del monte, ha fertilissimo territorio sativo.”. Sempre il Bozza (…), parlando di San Severino, in proposito scriveva, nella parte II a p. 209 che: “Patria di parecchi uomini distinti, è la culla della nobilissima famiglia dei principi Sanseverini, delle geste dei quali riboccano le nostre croniche.”. Dunque, il Bozza, diceva molto di più di quanto affermasse l’Antonini, ovvero scriveva che a Celle di Bulgheria: “V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto”. Il Bozza affermava che già nel VI secolo il Monastero di S. Arcangelo fosse a Celle di Bulgheria. Non saprei dire da dove avesse preso questa notizia il Bozza ma di certo essa è interessantissima. Forse si riferiva all’invasione o trasmigrazione di gruppi di Bulgari nell’area. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento medievale’, vol. I, p. 261, parlando di Celle di Bulgheria, scriveva che: “Con Acquavena e Rocchetta faceva parte della baronia di Roccagloriosa (v.) dei Sanseverino.”. Sempre l’Ebner (…), parlando di Roccagloriosa, scriveva a p. 282 che: “Se ne ha notizia specialmente da documenti del ‘200”, non approfondendo e non citando affatto i privilegi citati dall’Antonini (…). Sempre l’Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, ci parla di ‘Celle di Bulgheria’ e, scrive che: “Anzi l’Antonini (5) scrive di aver letto di alcune concessioni fatte da Roberto il Guiscardo nel 1080 ai bulgari o schiavoni del luogo per servizi resigli “in finibus Apuliae et Salerni” (6), attribuendo l’emigrazione dei bulgari ad Alboino, il quale ecc..ecc..”.

Il monte ‘Cellerano’, il capo Spartivento a Palinuro, il promontorio della Molpa, la ‘Gola del Diavolo’

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193 e s.. Infatti, Biagio Cappelli (…), a pp. 192-193-194 in proposito scriveva che: “Sono indotto a supporre che il nome Cellerano sia da ricercare nella parte inferiore e costiera del Cilento, perchè nella zona del Mercurion, come è stata da me delimitata, non rimane, a quanto sappia, alcuna località che porti od abbia avuto questa denominazione e per due particolari riferiti dalla Vita di S. Nicodemo (38): il primo si riferisce al fatto che, in una scorreria saracena, il santo fatto prigioniero fu condotto su una spiaggia del Tirreno prossima ad una città conquistata e nello stesso tempo al suo eremo; l’altro, e più importante, è che il luogo dove egli viveva viene specificato come una contrada che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata agli dei infernali e chtonii. Ricercando il monte Cellerano ecc…mi sembra che possa ricollegarsi al nome dell’abitato esistente di Celle, che in un ambiente longobardo potette avere nel vocabolo latino “cella” il significato di abituro anacoretico, posto sul versante settentrionale del massiccio montuoso di Bulgheria. Il quale continuando in una serie di groppi fino al capo di Plalinuro, dove fu anche un abitato omonimo (40), chiude a nord il Golfo di Policastro, che spesse volte fu mèta di incursioni musumane (41); una delle quali vi sorprese Nicola di Rossano in viaggio verso il monastero di S. Nazario (42). Propenderei per tutto ciò a supporre che il toponimo conservatoci in parte dell’abitato di Celle si estendesse un tempo, nel significato di insieme di “cellae”, al sistema montuoso che lo domina ed in conseguenza a credere che il luogo scelto come dimora dall’eremita S. Nicodemo fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo a non grande distanza dagli scogli di Palinuro battuti dal mare.. Sempre Biagio Cappelli, a sostegno della sua tesi sui luoghi di frequentazione di S. Nicodemo raccontati nella sua ‘Vita’ in proposito aggiungeva che: “Quanto si è detto sembra influire anche in un altro senso sull’agiografo di S. Nicodemo: allorchè narra dei fantasmi inviati in folla dagli spiriti infernali a torturare l’eremita con forme le più varie, mostruose ed allettanti (44). Quasi che la fantasia medioevale del monaco Nilo oltre a prendere elementi comuni alle leggende agiografiche rielabori a suo modo, nel caso particolare, quanto dice il visionario ed allegorico scrittore dei secoli V-VI Fabio Planciade Fulgenzio: e cioè che il personaggio di Palinuro corrisponde alle allucinazioni (45). Reminescenza di lettura forse non improbabile, dato che, se in generale gli asceti  bizantini si interessavano anche, come ad esempio S. Nilo, Proclo abate di S. Adriano, S. Luca abate del SS. Salvatore di messina (46), ad opere letterarie di contenuto profano, parimenti un vivo interesse per questi studi traspare dalla Vita di S. Filarete, scritta, come si è visto, dallo stesso agiografo di S. Nicodemo (47).. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (38) postillava che: “(38) A. Agresta, Op. cit., pp. 63 e 69; D. Martire, op. cit., I, pp. 273 e 274”. Riguardo il testo citato si tratta di Apollinare Agresta (…) e del suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. L’Agresta è citato spesso da P.M. Di Luccia. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”; l’altro testo è quello di Domenico Martire (…), e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (40) postillava che: “(40) P. Zancani-Montuoro, ‘Siri-Sirino-Pixunte’, in “Arch. Stor. per la Cala. e la Luc.”, XVIII, (1949), pp. 15 e s.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (41) postillava che: “(41) C. Pesce, ‘Storia della città di Lagonegro’, Napoli, 1914, p. 189.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Per questa localizzazione dell’incontro tra Nicola di Rossano ed i musulmani rimando al mio saggio: ‘S. Nilo ed il monastero di S. Nazario”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (44) postillava che: “(44) D. Martire, op. cit., I, p. 273.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Migne, P. G., cit., coll. 20 e 77, trad. Rocchi, cit., pp. 4 e 61; I. Cozza-Luzi, ‘Novae Patrum Bibliothecae’, X, 2, p. 125; G. Mercati, Op. cit., pp. 40 ss.”. Riguardo i testi citati si tratta di Migne (…) ‘Patrologia Graeca, la traduzione di padre Agostino Rocchi (…), Roma, 1904; I. Cozza-Luzi (…) ed al suo ‘Novae Patrum Bibliothecae’; il testo di G. Mercati (…) ed al suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo’, Città del Vaticano, MCMXXXV. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (47) postillava che: “(47) O. Gaetani, Op. cit., II, pp. 112 ss.”. Riguardo il testo citato si tratta di Ottavio Gaetani (….) e del suo ‘Vitae Sanctorum Siculorum’, Panormi, 1657. Biagio Cappelli, sempre in riferimento al racconto di Fabio Planciade Fulgenzio aggiungeva che: Ciò senza contare che il racconto potrebbe anche aver avuto come sfondo la stessa bassa valle del fiume Mingardo, detta oggi “valle dell’Inferno” per lo aspetto orrido che presenta nelle sue dolomie strapiombanti per centinaia di metri, in un paesaggio desolato su cui aleggiano solitudine e silenzio donati dalla completa assenza di vita che vi domina e che talora produce come un senso di angoscia. Ma, inoltre, a maggiormente avvalorare la mia ipotesi ed a renderla più probabile, sta l’elemento di fatto che la zona immediatamente intorno al capo di Palinuro era frequentata ed abitata da monaci bizantini più o meno nello stesso periodo di tempo in cui vi avrebbe vissuto S. Nicodemo. Così il biografo di S. Saba il giovane racconta che Pietro, cittadino di Amalfi, in una occasione dolorosa, si recò per via di mare presso il grande santo che allora dimorava in quella località marittima della Lucania (48).. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii etc.’, p. 50.”. Riguardo il testo citato si tratta di I. Cozza-Luzi (…) e del suo ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia etc’, edidit, Romae, MDCCCXCIII.

I monaci italo-greci o basiliani nell’area del Monte Bulgheria

Un altro autore che ci parla di Celle di Bulgheria è Biagio Cappelli (…), nel suo “Il Monachesimo basiliano ai confini calabro lucani”, e a p. 193, in proposito scriveva che: “la denominazione di Cellerano mi sembra possa ricollegarsi al nome dell’abitato esistente di Celle, che in ambiente longobardo potette avere nel vocabolo latino “cella” il significato di abituro anacoretico, posto sul versante settentrionale del massiccio montuoso di Bulgheria.”. Sempre il Cappelli, a p. 305, in proposito a Celle di Bulgheria scriveva che: “momenti di pericolo rivolsero, tra altri, i loro passi S. Saba di Collesano, che si fermò nella marina di Palinuro, e S. Fantino e S. Nicodemo del Cirò, che trascorsero parte della loro esistenza nelle vicinanze di Celle di Bulgheria (36).”. Il Cappelli, a p. 312, nalla sua nota (36) postillava che: “(36) ‘Vita di S. Nilo Abate etc.’, pp. 6; Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc., (ed. Cozza-Luzi), Roma, 1893, p. 50; S. Fantino, S. Nilo, S. Nicodemo e S. Nilo e il cenobio di S. Nazario’, e il ‘Mercurion’, in questo volume”. Dunque, secondo il Cappelli, vi sono delle connessioni con l’area del Monte Bulgheria e la venuta di alcuni monaci basiliani, come S. Fantino e S. Nicodemo del Cirò (S. Nilo da Rossano e S. Nazario), ecc…, questi quasi tutti monaci provenienti dalla Calabria che venivano in eremitaggio in questa area che il Cappelli dice essere l’antica regione del ‘Merkurion’. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193 e s.. Infatti, Biagio Cappelli (…), a pp. 192-193-194 in proposito scriveva che: “Sono indotto a supporre che il nome Cellerano sia da ricercare nella parte inferiore e costiera del Cilento, perchè nella zona del Mercurion, come è stata da me delimitata, non rimane, a quanto sappia, alcuna località che porti od abbia avuto questa denominazione e per due particolari riferiti dalla Vita di S. Nicodemo (38): il primo si riferisce al fatto che, in una scorreria saracena, il santo fatto prigioniero fu condotto su una spiaggia del Tirreno prossima ad una città conquistata e nello stesso tempo al suo eremo; l’altro, e più importante, è che il luogo dove egli viveva viene specificato come una contrada che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata agli dei infernali e chtonii. Ricercando il monte Cellerano ecc…mi sembra che possa ricollegarsi al nome dell’abitato esistente di Celle, che in un ambiente longobardo potette avere nel vocabolo latino “cella” il significato di abituro anacoretico, posto sul versante settentrionale del massiccio montuoso di Bulgheria. Il quale continuando in una serie di groppi fino al capo di Plalinuro, dove fu anche un abitato omonimo (40), chiude a nord il Golfo di Policastro, che spesse volte fu mèta di incursioni musumane (41); una delle quali vi sorprese Nicola di Rossano in viaggio verso il monastero di S. Nazario (42). Propenderei per tutto ciò a supporre che il toponimo conservatoci in parte dell’abitato di Celle si estendesse un tempo, nel significato di insieme di “cellae”, al sistema montuoso che lo domina ed in conseguenza a credere che il luogo scelto come dimora dall’eremita S. Nicodemo fosse una delle alture che sovrastano la bassa valle del fiume Mingardo a non grande distanza dagli scogli di Palinuro battuti dal mare.“. Sempre Biagio Cappelli, a sostegno della sua tesi sui luoghi di frequentazione di S. Nicodemo raccontati nella sua ‘Vita’ in proposito aggiungeva che: “Quanto si è detto sembra influire anche in un altro senso sull’agiografo di S. Nicodemo: allorchè narra dei fantasmi inviati in folla dagli spiriti infernali a torturare l’eremita con forme le più varie, mostruose ed allettanti (44). Quasi che la fantasia medioevale del monaco Nilo oltre a prendere elementi comuni alle leggende agiografiche rielabori a suo modo, nel caso particolare, quanto dice il visionario ed allegorico scrittore dei secoli V-VI Fabio Planciade Fulgenzio: e cioè che il personaggio di Palinuro corrisponde alle allucinazioni (45). Reminescenza di lettura forse non improbabile, dato che, se in generale gli asceti  bizantini si interessavano anche, come ad esempio S. Nilo, Proclo abate di S. Adriano, S. Luca abate del SS. Salvatore di messina (46), ad opere letterarie di contenuto profano, parimenti un vivo interesse per questi studi traspare dalla Vita di S. Filarete, scritta, come si è visto, dallo stesso agiografo di S. Nicodemo (47).“. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (38) postillava che: “(38) A. Agresta, Op. cit., pp. 63 e 69; D. Martire, op. cit., I, pp. 273 e 274”. Riguardo il testo citato si tratta di Apollinare Agresta (…) e del suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. L’Agresta è citato spesso da P.M. Di Luccia. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”; l’altro testo è quello di Domenico Martire (…), e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (40) postillava che: “(40) P. Zancani-Montuoro, ‘Siri-Sirino-Pixunte’, in “Arch. Stor. per la Cala. e la Luc.”, XVIII, (1949), pp. 15 e s.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (41) postillava che: “(41) C. Pesce, ‘Storia della città di Lagonegro’, Napoli, 1914, p. 189.”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Per questa localizzazione dell’incontro tra Nicola di Rossano ed i musulmani rimando al mio saggio: ‘S. Nilo ed il monastero di S. Nazario”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (44) postillava che: “(44) D. Martire, op. cit., I, p. 273.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Migne, P. G., cit., coll. 20 e 77, trad. Rocchi, cit., pp. 4 e 61; I. Cozza-Luzi, ‘Novae Patrum Bibliothecae’, X, 2, p. 125; G. Mercati, Op. cit., pp. 40 ss.”. Riguardo i testi citati si tratta di Migne (…) ‘Patrologia Graeca, la traduzione di padre Agostino Rocchi (…), Roma, 1904; I. Cozza-Luzi (…) ed al suo ‘Novae Patrum Bibliothecae’; il testo di G. Mercati (…) ed al suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo’, Città del Vaticano, MCMXXXV. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (47) postillava che: “(47) O. Gaetani, Op. cit., II, pp. 112 ss.”. Riguardo il testo citato si tratta di Ottavio Gaetani (….) e del suo ‘Vitae Sanctorum Siculorum’, Panormi, 1657. Biagio Cappelli, sempre in riferimento al racconto di Fabio Planciade Fulgenzio aggiungeva che: “Ciò senza contare che il racconto potrebbe anche aver avuto come sfondo la stessa bassa valle del fiume Mingardo, detta oggi “valle dell’Inferno” per lo aspetto orrido che presenta nelle sue dolomie strapiombanti per centinaia di metri, in un paesaggio desolato su cui aleggiano solitudine e silenzio donati dalla completa assenza di vita che vi domina e che talora produce come un senso di angoscia. Ma, inoltre, a maggiormente avvalorare la mia ipotesi ed a renderla più probabile, sta l’elemento di fatto che la zona immediatamente intorno al capo di Palinuro era frequentata ed abitata da monaci bizantini più o meno nello stesso periodo di tempo in cui vi avrebbe vissuto S. Nicodemo. Così il biografo di S. Saba il giovane racconta che Pietro, cittadino di Amalfi, in una occasione dolorosa, si recò per via di mare presso il grande santo che allora dimorava in quella località marittima della Lucania (48).“. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii etc.’, p. 50.”. Riguardo il testo citato si tratta di I. Cozza-Luzi (…) e del suo ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia etc’, edidit, Romae, MDCCCXCIII.

Il piccolo borgo medioevale di San Severino di Camerota oggi di Centola a Forio di Centola

S. Severino di Centola

Basilica dell'Abbazia di S. Maria di Centola

Da Wikipedia leggiamo che: Il vecchio abitato di San Severino è un borgo medievale abbandonato sovrastante la valle del fiume Mingardo, che qui scava una stretta forra chiamata Gola del Diavolo. Risale al X-XI secolo e serba tracce delle varie epoche storiche fino al Novecento, conservando le rovine di un castello e di una chiesa. Secondo l’umanista Pietro Summonte, il villaggio prese il nome dalla famiglia Sanseverino, la più potente e ricca nel Principato di Salerno, con i Normanni prima e nel Regno di Napoli poi con gli Angioini e Aragonesi. Di parere opposto è Giuseppe Antonini, il quale, all’inverso, sostiene che sarebbe stata la famiglia patrizia a prendere il nome dal borgo; la stessa tesi sostengono il Bozza e Domenicantonio Stanziola, prete e storico di Centola del XIX secolo, secondo il quale la potente famiglia dei Sanseverino “si nomò così dal castello e Borgo di Sanseverino”. Le fonti storiche esistenti indicano nel VII secolo la probabile origine dell’insediamento urbano nella gola della “Tragara” che sovrasta il fiume Mingardo ad opera di mercenari bulgari emigrati con il loro principe Aztek nel principato longobardo di Salerno, come riferito da Paolo Diacono nella sua ‘Historia Langobardorum’. Questi soldati furono adibiti al controllo della gola del Mingardo e della principale arteria di collegamento per il Golfo di Policastro che appunto si dipanava per questa gola, garantendo il collegamento con il porto di Palinuro. A quest’epoca risale il primo insediamento con la costruzione di una torre di avvistamento, i cui resti sono visibili dall’alto, e le prime abitazioni per gli armigeri.

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(Fig…) Gola della Dragara o detta del ‘Diavolo’, nei pressi di S. Severino di Centola

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(Fig…) Borgo di S. Severino di Centola – resti della parte absidale della chiesa

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(Fig…) Antonini (…), pp…

La vasta contea Longobarda di Policastro

La Contea di Policastro fu un antico feudo nei territori circostanti il golfo di Policastro tra la Basilicata, la Calabria settentrionale e la Campania meridionale, tra la fine dell’XI secolo e la fine del XIX secolo. Come scrisse il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ (un dattiloscritto inedito del 1973), a p. 25, parlando di Policastro, riportava diverse notizie interessanti sul periodo di dominazione Longobarda: “Dall’839 al 1076 Policastro appartenne al Principato Longobardo di Salerno, poichè questa città colle terre di Campania e di Lucania fu assegnata al principe Siginulfo.”. Scrive ancora il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ (un dattiloscritto inedito del 1973), a p. 28, che: “L’invasione dei Normanni nel Cilento divenne generale, quando nel Principato di Salerno, governato da Gisulfo II, il fratello Guido, baldanzoso cavaliere, aveva ottenuto Policastro e certi castelli della valle di Sanseverino.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Guido, possedeva, invece, la Contea di Policastro – che si estendeva dal fiume Mingardo al lontano e antico gastaldato di Laino – su assegnazione del fratello Gisulfo II”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Ma, Michelangelo Schipa (…), nel suo ‘Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia – ducato di Napoli e Principato di Salerno’, edito nel 1923, non scrive molto sull’episodio citato dall’Ebner (…). Sebbene Schipa, riporti l’episodio dell’assedio logorante di Salerno e la caduta di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo, non ci pare che dica molto sul fratello Guido, nominato Conte di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo la contea di Policastro, scriveva ancora che: “...ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Scrive ancora l’Ebner (…), a p. 542, che: “Originariamente sulla cima del colle, dove sono i ruderi dell’imprendibile castello, doveva essere una torre sorta nell’età dell’incastellamento e perciò longobarda. L’ipotesi è suffragata dal fatto che ancora nel ‘600 il castello e l’omonimo villaggio vivevano ‘iure longobardorum’, malgrado il posteriore insediamento normanno e angioino viventi ‘iure francorum’. E’ da supporre, pertanto, che la lite tra Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi sia sorta appunto per l’occupazione da parte di quest’ultimo della torre dominante l’intera valle del Mingardo e che Guido giustamente considerava, insieme alla torre della Molpa, parti integranti e capisaldi della sua contea.”. A parlare dell’episodio citato dall’Ebner (…), Michelangelo Schipa, ne parla nel suo ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento il Principato di Salerno’, una ristampa a cura di Nicola Acocella, del 1968 (…) (vedi Cap. 12, pp. 210 e s.). Schipa, racconta dell’episodio citato da Ebner, dell’uccisione del principe Guaimario e della salita al trono di Gisulfo II, del principato Longobardo di Salerno, prima che salisse al potere Roberto il Guiscardo. Schipa, ci parla del fratello di Gisulfo II, che, alla morte del padre, rinunciò al trono a favore del fratello Gisulfo II. Come abbiamo già detto, sarà la cronaca di Amato di Montecassino che raccontò la storia dei Normanni. Schipa (…), a p. 211, scriveva che: “…; del dominio di Guaimario V, Gisulfo II raccolse solamente il Principato Salernitano. E dentro quei confini il vecchio Guido tenne la Contea di Conza; e dè fratelli del Principe, Guido, prode e bellissimo cavaliere, ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino; e a Guaimario “detrattore e divoratore” ebbe terre e il castello (del Cilento); degli altri ignorandosi la sorte.”. Un’altro autore a cui fa spesso riferimento lo Schipa è l’Aimè (…) ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin, ed. Champollion-Figeac, Paris, 1835, che in sostenza traduceva il manoscritto della cronaca di Amato di Montecassino.

Il conte Guido, fratello del Principe di Salerno Gisulfo II

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), parlando del piccolo borgo medioevale, oggi abbandonato, di San Severino di Camerota in proposito scriveva che: “A chiarire le cause che determinarono il costituirsi di un feudo nella valle di S. Severino “proppe Camerotam” e la fondazione dell’imprendibile castello di S. Severino, è indispensabile ricordare una interessante pagina dell’età longobarda, del XI secolo. Risalire agli eventi, cioè, che seguirono l’assassinio del principe Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno, il “pater patriae” dell’arcivescovo e poeta Alfano I (1).”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), riferendosi alla restaurazione della Diocesi Bussentina in Diocesi Paleocastrense (…), scriveva che: “Come ho detto altrove (2), dopo la sua restaurazione, Gisulfo II di Salerno per ringraziare i normanni di Umfredo e Guglielmo di Altavilla che, disperdendo i congiurati, lo avevano reinsediato sul trono di Salerno, oltre a investire i normanni dei castelli già in loro possesso (3), s’impegnò solennemente ad assegnar loro, con lo “salaire” (tributi) (4), altre terre e castelli.  Allo zio Guido che, reggente, aveva rifiutato il trono per il rispetto verso l’erede e che tanto aveva cooperato alla restaurazione invocando di persona l’aiuto dei normanni, il principe Gisulfo II, ecc..ecc..”Pietro Ebner (…), nella sua nota (2), a p. 540, postillava che: “(2) Ebner, op. cit., vol. I, pag. 32 e s., 81 sg., 152 sg.”. Queste notizie, però, non sono interessanti per l’argomento in quanto i riferimenti delle note citate da Ebner, riguardano la restaurazione di alcune Diocesi e la loro latinizzazione. Pietro Ebner (…), nella sua nota (3), a p. 540, postillava che: “(3) Amato di Montecassino, op. cit., III, p. 32.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (4), a p. 541, postillava che: “(4) M. Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc..’, p. 168.”. Amato di Montecassino (…), in latino Amatus Casinensis (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1° marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Si veda: ristampa e traduzione a cura di G. Sperduti, 2002. Si veda pure: Torraca Francesco, Amato di Montecassino e il suo traduttore, in “Casinensia” 1929. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 223-224-225-226, in proposito alla congiura contro il principe Guaimario V e su Guido, così postillava a riguardo: “(40) L’evento era stato preannunciato da prodigi non bene interpretati, sui quali si diffonde Amato con il candore proprio del suo animo di religioso. Benchè informato che qualcosa si tramasse contro di lui, il principe non volle umiliarsi a provvedere, scrive Amato che ricorda il 2 giugno 1052 come giorno di pianto e disperazione (Amato, III, 25,26,27).”.

Nel 1052, “in finibus Salernitanis”, il territorio compreso fra l’Alento ed il Bussento

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidataun esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il ecc…”. Pietro Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, Storia, cit., ed. Economia e Società, cit.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, riferendosi a Guido, fratello di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “…..dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido,….ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino”; Guaimario “terre e castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc….”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno etc…, cit.,  p. 168.”. Sempre sul “sacro Palatio”, l’Ebner ha scritto nel suo “Economia e Società”, vol. I, a p…….Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, riferendosi al principe di Salerno Gisulfo II, in proposito scriveva che: Se il principe avesse posseduto anche i territori oltre l’Alento avrebbe aggiunto al profluvio di donazioni fatte all’abbazia di Cava, dietro consiglio dell’arcidiacono e amministratore della Chiesa Ildebrando di Soana, anche non pochi monasteri e loro dipendenze che erano “in finibus salernitanis”, e cioè nell’odierno basso Cilento.”. Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 133, in proposito scriveva che: La contea di Capaccio, come abbiamo visto, consisteva nello stesso ambito territoriale della Circoscrizione di Lucania, quale si era venuta a configurare dopo la divisione del 1034, di modo che la città di Capaccio era contemporaneamente sede di questa circoscrizione – retta da un Gastaldo, funzionario della curia del Principe – e sede della contea, quale era stata data in feudo a Pandolfo, fratello di Guaimario V. Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), era morto nel 1052, poco prima della congiura in cui era stato assassinato il regale congiunto (2), lasciando il suo patrimonio nelle mani dei figli Guaimario, Gregorio, Guido, Giovanni e Glorioso, i quali, secondo il diritto di successione longobardo, ebbero la signoria del feudo e portarono tutti il titolo di Conte. Mantenutosi neutrali al momento dello scontro fra il Guiscardo e Gisulfo II, loro zio, furono dallo stesso duca Roberto lasciati nel tranquillo possesso di questa contea, dove, scomparso nel frattempo l’ordinamento amministrativo della circoscrizione di Lucania e incamerato, probabilmente, il castello di Capaccio dalla curia ducale (3), i territori apparvero unicamente retti come feudo, frazionati in più possedimenti, ecc…”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (2) postillava che: “(2) Vedi n. 1, p. 116”. Il Cantalupo, a p. 116, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo Schipa (Storia…., cit., p. 209), seguito dal Talamo Atenolfi (op. cit., p. 15) e dell’Ebner (op. cit., p. 82), sostiene che nella congiura perì anche Pandolfo, fratello del Principe e conte di Capaccio, che era, invece, già morto nel maggio precedente (v. supra).”.

Nel 1052, il longobardo Guido, fratello di Gisulfo II e la vasta contea di Policastro

Il Guido di cui si parla in questo mio saggio era fratello di Gisulfo II e non figlio. Guido, Conte di Policastro, era figlio di Guaimario V (comunemente detto Guaimario IV), e fratello di Gisulfo II, divenuto alla morte del padre suo successore e Principe di Salerno. Guido, dunque era anche fratello di Sichelgaita che sposò Roberto il Guiscardo. Guido, conte di Policastro era figlio di Guaimario V (comunemente detto Guaimario IV) e Gemma. Guido di Policastro era anche nipote di Guido Conte di Sorrento e di Conza, fratello di Guaimario IV. Il Conte Normanno Guido di Policastro, uno dei più accaniti sostenitori dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, restò a capo della contea di Policastro fino all’anno 1075, in cui morì a seguito di un agguato tesogli nella ‘Gola del Diavolo’ (Fig….), ai piedi del suo Castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola) (Fig. …). Da wikipidia leggiamo che: “Gisulfo II ebbe anche cinque figli: Pandolfo, Guaimario (V) – che fu in co-reggenza con Gisulfo -, Landolfo, Guido e Giovanni.”.

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 116, in proposito scriveva che: Il nuovo Principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; quanto ai propri fratelli, concesse a Guido la città di Policastro ed il castello di S. Severino sul fiume Mingardo (5) ed a Guaimario il Castellum Cilenti.”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……………………

Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (5) postillava che: “(5)……..

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policasto del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”.

Pietro Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, Storia, cit., ed. Economia e Società, cit.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, riferendosi a Guido, fratello di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “…..dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido,….ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino”; Guaimario “terre e castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc…..Nè l’attenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054. Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quella di S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A Policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel teritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostituzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno etc…, cit.,  p. 168.”.

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 33-34, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario V e, riferendosi ai Normanni, in proposito scriveva che: Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita.”. Sempre Ebner, a p. 34, in proposito scriveva che: “Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Ecc…”.

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), riferendosi alla donazione che il nuovo principe Gisulfo II, suo nipote e principe del Principato di Salerno, scriveva che: “Allo zio Guido che, reggente,……il principe assegnò l’importante contea di Conza e, nella politica di assicurarsi la fedeltà di altre lontane terre del Principato, assegnò ai fratelli Guido e Guaimario altre contee lungo la fascia tirrenica. Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (4), a p. 541, postillava che: “(4) M. Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc..’, p. 168.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Schipa, cit., Ibid.”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 224-225-226, in proposito alla vasta contea longobarda di Policastro, donata da Gisulfo II allo zio Guido e, riferendosi al principe Gisulfo, scriveva che: “Creò la contea di Policastro, delicata zona di confine come s’è visto, affidandola con altri castelli nella valle dei S. Severino (oggi di Centola) al “prode e bellissimo” Guido e diede Cilento, con altri castelli al fratello Guaimario.”. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: Particolare attenzione fu rivolta a ‘Paleocastrum’ e al suo entroterra elevando tutta la contrada al rango di Contea (1052) affidata alle cure e al comando dello stesso fratello di Gisulfo II, il coraggioso conte Guido (83).”. Il Fusco, nella sua nota (83), postillava che: “(83) Dal 1052 al 1075 (anno della morte) il conte Guido impedì che le Valli del Mingardo e del Bussento cadessero in mani normanne. A lui l’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano (1013-1085), dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salernitani (edito da Michelangelo Schipa, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, XII, 1887, p. 773), “fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica” (P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., I, p. 375.”.

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: Malgrado le interessate lodi di Alfano (92), è parere di Amato di Montecassino che fosse blasfemo, violento e insolente, spetato fino alla ferocia contro i prigionieri, pirata protervo, fedifrago e empio, caparbio fino all’autodistruzione (preferì la lotta suprema col Guiscardo per poi uscire, vinto, dalla rocca salernitana), ecc…”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (92), postillava che: “(92) …………….

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), scriveva: Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, ecc…”

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), parlando del piccolo borgo medioevale, oggi abbandonato, di San Severino di Camerota in proposito scriveva che: “A chiarire le cause che determinarono il costituirsi di un feudo nella valle di S. Severino “proppe Camerotam” e la fondazione dell’imprendibile castello di S. Severino, è indispensabile ricordare una interessante pagina dell’età longobarda, del XI secolo. Risalire agli eventi, cioè, che seguirono l’assassinio del principe Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno, il “pater patriae” dell’arcivescovo e poeta Alfano I (1).”.

Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia etc…’, in proposito a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascurò di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle tere conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del itato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salrnitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido alle usurpazioni della “gens Gallorum”, Alfano informa che i Normanni, penetrati in Lucania, avessero raggiunto i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le Valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre nella Valle Bricia confinante con la terra Bruttia, la Calabria.”. E qui l’Ebner continua il suo racconto, dissertando sui territori annessi da Umfredo della Contea di Principato. Ebner (…), a p. 84, nella sua nota (19), postillava in proposito che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatisi dal fratello Guido.”. Ebner (…), a p. 85, nella sua nota (20), postillava in proposito che: “(20) Alfano cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastri victor in aula”. Secondo AMATO, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando di Gido di Policastro, fratello della principessa Longobarda Sichelgaita, nella sua nota (28), postillava che: “(28) Guido aveva seguito il cognato Roberto il Guiscardo nella conquista della Sicilia. Amato (IV, 19) lo ricorda tra coloro che presenziarono alla riconsacrazione della cattedrale di Palermo, ecc…”. Dunque, Ebner ci ricorda che Amato di Montecassino scriveva di Guido, il cognato di Roberto il Guiscardo e fratello di Sichelgaita, sorella dell’ultimo principe Longobaro Gisulfo II di Salerno, che era un prode cavaliere, che combattè in Sicilia a fianco di Roberto il Guiscardo e Ruggero I d’Altavilla, fratello del Guiscardo.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito a p. 88, ci parla dei beni di Guido di Policastro, prima della sua barbara uccisione: “Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. Sul documento citato da Ebner, riguardo i beni assegnati a Guglielmo e tolti a Guido, nessun accenno bibliografico.

Nel 1054, Castel Mandelmo a Licusati, il castello di S. Severino e la contea di Policastro del conte Guido

In origine, nel 1054, il castello di San Severino, con il feudo di Policastro (la vasta contea Longobarda), era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato. L’importanza strategica che rivestiva per i Longobardi il possesso del borgo fortificato è testimoniata dall’aspra contesa che vi fu nel 1075 tra il conte Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi. In origine, nel 1054, il castello, con il feudo di Policastro, era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato; successivamente, però Guimondo, feudatario confinante, avanzò delle pretese sul borgo, sostenendo che doveva essere assegnato a lui. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Amato di Montecassino e la sua ‘Historia Normannorum‘, che si compone di n. 8 libri, parlando dei due castelli a Policastro, l’edizione curata da Vincenzo De Bartholomaeis (…). Nella nuova traduzione di Amato di Montecassino (…), per i tipi di Francesco Ciolfi (….), dove a p. 19, si riporta l’ampia introduzione del De Bartholomaeis. In essa si parla degli otto libri del ‘chronicon’ di Amato. A p. 20, è scritto: “Il periodo di tempo di cui Amato prese a narrare le vicende, comprende sessantuno o sessantadue anni: dalla prima apparsa di quaranta pellegrini normanni a Salerno, nel 1016, sino alla morte di Riccardo di Capua, avvenuta il 5 aprile del 1078.”. Dunque, è probabibile che il Libro a cui si riferiscano i due studiosi sia il Libro VIII, cioè l’ultimo capitolo del Chronicon di Amato. Nella recente edizione edita per i tipi di Ciolfi (…), a p. 377, nel Libro VIII, cap. XXX, è scritto: “Landolfo restituì la Valle di Santa Severina e Policastro, e Guaimario restituì il Cilento. In tal modo finì ogni contrasto. Gisulfo giurò ecc..ecc…”. Il passo della narrazione di Amato, riguarda la fine dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, che dopo l’assedio di Salerno da parte del cognato Roberto il Guiscardo, dovette desistere ed arrendersi a suo cognato Roberto il Guiscardo, con cui iniziava la dominazione Normanna sull’ex Principato Longobardo di Salerno. Nel racconto di Amato, si parla di due valli, quella di Santa Severina (la valle di S. Severino di Centola) e quella di Policastro (attuale Bussentino). La narrazione di Amato, si riferisce al momento della resa di Gisulfo II che chiama il figlio Landolfo che dovette restituire al Guiscardo, le valli di “Santa Severina” (S. Severino di Centola) e di Policastro. Dei fatti e dei territori all’epoca del Guiscardo, verso la fine del secolo XI, ho scritto nel mio saggio ‘Nel 1055, la Contea Longobarda del Conte Guido di Policastro’ che, verso l’anno 1077 fu restituita (era stata promessa da Gisulfo II, ma mai data al cognato Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo Normanno, che dopo l’assedio di Salerno se ne impossessò insieme a tutto l’ex Principato Longobardo di Salerno. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , p. 380 parlando della situazione politica nell’anno 1066, ormai mutata, con la vicina “Contea del Principato” retta da Guglielmo d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo e donatagli da Umfredo, l’imminente caduta del principe Gisulfo II, riferendosi al conte Guido di Policastro, in proposito scriveva che: L’attenzione del conte era tesa alla frontiera settentrionale, dove vegliava attento e sempre pronto a varcare i confini, il normanno Guimondo dei Mulsi nelle terre affidategli dal conte del Principato e cioè quelle di S. Severino di Camerota, l’odierno abbandonato villaggio poi detto di Centola. Sia il conte Guglielmo che Guimondo non dimenticavano che appunto Guido aveva troncate le loro conquiste anche nella Valle del Mingardo. E’ vero che le relazioni tra il conte di Policastro e il cognato Roberto, nonchè le alterne vicende dei rapporti dello stesso Guiscardo con il fratello Guglielmo del Principato, consigliavano quest’ultimo ad essere più cauto, ma l’invasione della contea, nel caso di torbidi popolari, sarebbe apparsa più che giustificata, specialmente se fossero sorti nel corso di una delle assenze di Guido, frequenti per i suoi impegni militari. E poi, vi era sempre la possibilità di mentirle come un colpo di testa dell’irruente Guimondo dei Mulsi. Ecc…”.

Dal 1053 al 1057, i Normanni di Umfredo e Roberto d’Altavilla, la conquista di gran parte dei territori di Gisulfo II (Principato Longobardo di Salerno) e la valida e strenua difesa del Conte Guido di Policastro

La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI, prima e dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. I Normanni, al comando dello stesso suo cognato Roberto, Umfredo e Guglielmo suo fratelli del Guiscardo, tra l’anno 1053 e il 1054, occuparono moltissimi territori del Principato di Salerno. Caddero nelle loro mani le fortezze di Laurino e Novi, nonchè quasi per intero la Bricia. Resistettero per il momento Policastro, il castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola, forse detto all’epoca ‘Castel de’ Mandelmo’, sul fiume Mingardo. Pare che il territorio fu organizzato in una nuova circoscrizione detta contea di Principato’, che fu concessa da Umfredo d’Auteville, conte di Puglia, al fratello Guglielmo, col titolo di comes che tenne la sua sede amministrativa (Curia), ad Eboli e, concesse il suffeudo al miles Guglielmo de’ Mannia. Vito Lo Curto (…), nel suo “……………………………………..”, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: “All’inizio del sec. XI la situazione dell’Italia meridionale si presentava, come è comunemente noto, quanto mai complessa e frastagliata: gli Arabi dominavano la Sicilia, i Bizantini (i greci) la Calabria (e quindi parte del basso Cilento) e la maggior parte della Puglia; esistevano poi i principati Longobardi di Benevento, Salerno e Capua nonchè le città (formalmente bizantine ma di fatto indipendenti) di Amalfi, Napoli e Gaeta con diversi possedimenti circostanti. Intorno all’anno Mille i primi Normanni – secondo il cronista Leone Ostiense (32), approdarono a Salerno. Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”. Riguardo il Principato di Salerno di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo, vi fu un momento in cui il Principe Gisulfo II, dovette chiamare in aiuto i Normanni di Roberto il Guiscardo che sposò la sorella Sighelgaita e gli salvò il trono che ben presto dovette cedere proprio a loro come ci racconta la cronaca del Malaterra. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti, l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille era retta da Guido, fratello di Gisulfo II di Salerno. Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli nicendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ (un dattiloscritto inedito del 1973), a p. 28, che: “L’invasione dei Normanni nel Cilento divenne generale, quando nel Principato di Salerno, governato da Gisulfo II, il fratello Guido, baldanzoso cavaliere, aveva ottenuto Policastro e certi castelli della valle di Sanseverino.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Guido, possedeva, invece, la Contea di Policastro – che si estendeva dal fiume Mingardo al lontano e antico gastaldato di Laino – su assegnazione del fratello Gisulfo II”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Ma, Michelangelo Schipa (…), nel suo ‘Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia – ducato di Napoli e Principato di Salerno’, edito nel 1923, non scrive molto sull’episodio citato dall’Ebner (…). Sebbene Schipa, riporti l’episodio dell’assedio logorante di Salerno e la caduta di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo, non ci pare che dica molto sul fratello Guido, nominato Conte di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo la contea di Policastro, scriveva ancora che: “...ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Scrive ancora l’Ebner (…), a p. 542, che: “Originariamente sulla cima del colle, dove sono i ruderi dell’imprendibile castello, doveva essere una torre sorta nell’età dell’incastellamento e perciò longobarda. L’ipotesi è suffragata dal fatto che ancora nel ‘600 il castello e l’omonimo villaggio vivevano ‘iure longobardorum’, malgrado il posteriore insediamento normanno e angioino viventi ‘iure francorum’. E’ da supporre, pertanto, che la lite tra Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi sia sorta appunto per l’occupazione da parte di quest’ultimo della torre dominante l’intera valle del Mingardo e che Guido giustamente considerava, insieme alla torre della Molpa, parti integranti e capisaldi della sua contea.”. A parlare dell’episodio citato dall’Ebner (…), Michelangelo Schipa, ne parla nel suo ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento il Principato di Salerno’, una ristampa a cura di Nicola Acocella, del 1968 (…) (vedi Cap. 12, pp. 210 e s.). Schipa, racconta dell’episodio citato da Ebner, dell’uccisione del principe Guaimario e della salita al trono di Gisulfo II, del principato Longobardo di Salerno, prima che salisse al potere Roberto il Guiscardo. Schipa, ci parla del fratello di Gisulfo II, che, alla morte del padre, rinunciò al trono a favore del fratello Gisulfo II. Come abbiamo già detto, sarà la cronaca di Amato di Montecassino che raccontò la storia dei Normanni. Schipa (…), a p. 211, scriveva che: “…; del dominio di Guaimario V, Gisulfo II raccolse solamente il Principato Salernitano. E dentro quei confini il vecchio Guido tenne la Contea di Conza; e dè fratelli del Principe, Guido, prode e bellissimo cavaliere, ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino; e a Guaimario “detrattore e divoratore” ebbe terre e il castello (del Cilento); degli altri ignorandosi la sorte.”. Un’altro autore a cui fa spesso riferimento lo Schipa è l’Aimè (…) ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin, ed. Champollion-Figeac, Paris, 1835, che in sostenza traduceva il manoscritto della cronaca di Amato di Montecassino. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 33-34, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario V e, riferendosi ai Normanni, in proposito scriveva che: Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita.”. Sempre Ebner, a p. 34, in proposito scriveva che: Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Guido cominciò ad ammirare il valore del cognato di cui finì per diventare amico, seguendolo nella conquista della Sicilia (a. 1071). Sia Guido di Policastro, che l’omonimo zio conte di Conza, avevano disapprovato la politica di Gisulfo avversa ai Normanni che pur l’avevano rimesso sul trono. Che il clima di contrasti e continue lotte avessero potuto influire sul giovanissimo sovrano sembra possibile, ma solo per esasperarne il carattere. Malgrado le interessate lodi di Alfano (92), è parere di Amato di Montecassino che fosse blasfemo, violento e insolente, spietato fino alla ferocia contro i prigionieri, pirata protervo, fedifrago e empio, caparbio fino all’autodistruzione (preferì la lotta suprema col Guiscardo per poi uscire, vinto, dalla rocca salernitana), e così instabile che non gli riuscì di conservare quel ducato di Amalfi (un solo anno, il 1088) che gli intrighi della sorella Sighelgaita, dopo la morte del marito Roberto, erano riusciti ad assicurargli. Non meraviglia, perciò, che tratteggiasse già nel consegnare l’oro promesso a Riccardo d’Aversa che la dote della virile sorella, specialmente i beni promessi a Umfredo e Guglielmo (93). Questi nell’allontanarsi da Salerno, ne devastarono il territorio impadronendosi dei castelli di S. Nicandro e Castelvecchio e di una terra detta Facosa la Nova. Ma non si fermarono alla sola pianura pestana crede anche lo Schipa (94). Si spinsero oltre occupando i porti velini dell’amena Valle Bricia, l’antica ‘chora’ di Velia che confinava con il Bruzio. Con questi territori si creò una “contea alla quale Umfredo prepose il fratello Guglielmo, col titolo ignoto sino allora di Conte di Principato” (95). E poichè pare che nel 1116 il castello di Agropoli fosse stato concesso da un altro Guglielmo a Giovanni di S. Paolo (96), è da presumere che anche quel territorio fosse stato poi incluso nell’anzidetta contea. La prima signoria fondiaria-territoriale del Principato, una signoria troppo vasta e difficile da controllare anche per la crudeltà che ne avevano accompagnata la conquista.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno, cit.,  p. 168.”. Ebner, a p. 34, nella nota (92) postillava che: “(92) I fratelli di Alfano vennero imprigionati da Gisulfo, e mai liberati, per aver preso parte alla congiura contro il padre Guaimario V.”. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (93), postillava che: “(93) Terzo e sesto degli Altavilla: Guglielmo “Braccio di ferro”, Drogone, Umfredo, Goffredo, Roberto il Guiscardo, Guglielmo del Principato, Ruggiero I.”. Ebner, a p. 34, nella nota (94) postillava che: “(94) Nel ricordare la partenza (a. 981/2) di Ottone II da Salerno per Taranto, dopo la conferma a pprincipi di Salerno di Mansone di Amalfi e del figlio Giovanni I, M. Schipa (Storia del principato di Salerno, Roma, 1968, p. 172) afferma che l’imperatore “si avviò quindi alla famosa impresa al finire del verno, per Bricia, presso Capaccio, e per la Lucania”. La notizia fu tratta dal Chron. di Romualdo di Salerno ad an. 981 (“De-hinc per Brixiam – al. Briciam – et Lucaniam in Calabriam perrexit”). Ma v. Alfano (‘Ad Guidonem fratem’, in Schipa, ‘Storia’, p. 277, vv. 27-30 e 53-56: “Sunt in Lucania portus regione velini // Quo Brittiorum vallis amoena iacet”, v. pure dello stesso Schipa, ‘Il Mezzogiorno’, cit., p. 169, dove è cenno dell’occupazione di Velia.”. Ebner, a p. 35, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Schipa cit., vedi pure il Mandelli cit., f. 254, il quale rileva da G. Malaterra (I, I, 15) che “Guglielmo era comes totius Principatus (….) di questo Guglielmo figlio di Tancredi, quale, come si è detto, fu fatto da Umfredo Conte del Principato.”. Ebner a p. 35, nella sua nota (96) postillava che: “(96) M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma 1904, p. 31. Il Mazziotti dà la sola notizia senza riferimenti. In ogni caso si tratterebbe del secondo Guglielmo, uno dei due figliuoli (l’altro era Roberto) del primo conte del Principato per cui è da supporre che la contea di Adalberto e Rodelgrimo di Magliano (v.) fosse stata privata dei soli territori verso l’Alento.”. Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, dove il Carucci cita un passo di Goffredo Malaterra (….), da cui molto probabilmente aveva attinto l’Ughelli, a p. 277, in proposito scriveva che: “I Normanni invasero da ogni parte con infinito danno il territorio di Salerno (1)” (eslamava il poeta Amato). Inutilmente il papa Leone IX venne nel 1053 a Salerno, s’accordò con Gisolfo per muovere contro i Normanni: che anzi Gisolfo non potè nemmeno prender parte alla lotta, che scoppiò proprio quell’anno tra il papa e i Normanni e che finì colla sconfitta del papa a Civitate. Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto il Guiscardo per le terre usurpate a chiese e abbazie nel principato di Salerno ed altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli per sollecitare aiuti contro i Normanni dall’Imperatore bizantino (3), perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la Contea di Principato (1), occuparono poi i castelli longobardi esistenti nella valle del Montoro fino a Rota e vi costituirono una contea con a capo un tal Torgisio o Troiso, che fu il capostipite della nobile famiglia Sanseverino (2), restringendo il dominio di Gisolfo soltanto alle terre site tra Nocera e Cetara dalla parte di ponente e a quelle di Capaccio dal lato di levante (3).”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Alfano, I, ap. Ughelli, Italia Sacra, tomo X. “Quid quid habere prius fuerat haec vit i decoris Momento periit, fumus et umbra fuit. Non relut una lues pecorum solet omnibus agnen Aere corrupto debilitare modis, Sic gens Gallorum, numerosa clade Salerni, Principe defuncto, percotit omne solum. De Blasiis, op. cit. II, 213.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amato, IV, 37: Gisolfe, prist lo baston et lascripe come pèrègrin et ala a Costantinople. Ebbe compagni il cardinale Bernardo e l’arcivescovo Alfano. Quello morì a Costantinopoli. Gisolfo ebbe danari e ricchi doni dall’imperatore e promise di combattere contro Roberto. Et quant etc….A Costantinopoli Gisolfo fu ospite del ricco amalfitano Pantaleone, quello che donò le porte di bronzo a S. Paolo in Roma e al duomo di Amalfi.”. Il Carucci, a p. 278, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Le terre che costituirono la contea di Principato furono per la prima volta occupate da Umfredo e date al fratello Guglielmo: ‘Guilelmo terram illam quae principatus dicitur distribuit. Malaterra, I, 15.”.  Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 79, nel suo cap. III, riferendosi alla  Signoria di Novi, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “E’ quasi certo, anzi, che il sorgere di quella signoria cada dopo la restaurazione  di quel principe (a. 1052), e cioè quando il terzo conte di Puglia, Umfredo (a. 1051-1057), con il fratello Guglielmo, stanchi delle tergiversazioni di Gisulfo s’impadronirono con la forza di alcune terre, dopo di aver atterrito con distruzioni e saccheggi le inermi popolazioni che abitavano tra il Tusciano e gli estremi confini salernitano-lucani e calabri dell’odierna provincia di Salerno. Da qui imprendevano poi la preordinata conquista di quei territori di cui Amato di Montecassino e Alfano da Salerno ci hanno tramandato nomi e limiti (3)……Lo conferma l’orgoglioso nome dato alla nuova giurisdizione territoriale, “contea di Principato” (8), corrispondente all’ecclesiastica conservata nel riordinamento normanno della diocesi.”. Ebner, a p. 79, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Alfano, cit., Amato, cit., III, 45 e p. 161 no 30.”. Ebner a p. 80, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Schipa, Storia, e Mezzogiorno, p. 169.”. Ebner si riferiva ai due testi di Michelangelo Schipa (….), Storia del Principato longobardo di Salerno, e Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, 1923. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascurò di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle tere conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del citato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salrnitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Ecc…”. Ebner, a p. 84, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Amato, IV, 33 sgg: le malefatte del principe, enumerate in questo paragrafo, vengono documentate una per una nei successivi (v. oltre).”. Ebner, a p. 84, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatasi dal fratello Guido.”. Ebner, a p. 85, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Alfano, cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residenz alta Policastri victor in aula”. Secondo Amato, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “Roberto ruppe gli indugi partendo con Sighelgaita per la Calabria dove la sposò (a 1058 assegnandole, come si è visto, quale “dono del mattino” un quarto delle terre conquistate in Calabria. Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo, il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Di ciò è un documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), scriveva che: “Ma quando Umfredo e Guglielmo tornarono a Salerno per ricevere ciò che era stato loro promesso, il principe cominciò a tergiversare, al punto che i normanni “molto corrocienz” (6), indignati, si allontanarono da Salerno iniziando l’occupazione di tutto quel territorio, di cui poi Umfredo investì il fratello Guglielmo con il prestigioso titolo del Principato (7) Con il suo solito tergiversare, Gisulfo aveva spazientito anche Roberto il Guiscardo, rinviando cioè, ‘sine die’ la consegna della dote della bella e virile sorella Sighelgaita, per cui Roberto, rompendo gli indugi, partì con la principessa per Melfi, dove la sposò (8). Gisulfo che già aveva tentato di recuperare la contea del Principato, sfruttando momentanei dissapori (9) sorti tra Roberto e Guglielmo, tentò ancora una volta di conseguire i suoi fini nominando arbitro della questione appunto Roberto. Il Guiscardo, però, ancora indignato per il comportamento del principe, si vendicò del cognato, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da Eboli e Sicignano al Calore e all’Alento e, per Magliano, ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (6), a p. 541, postillava che: “(6) Amato, cit., III, 45.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (7), a p. 541, postillava che:“(7) G. Malaterra, cit., p. 26: Willelmum vero in Principato “. Pietro Ebner (…), nella sua nota (8), a p. 541, postillava che: “(8) Ebner, Storia, cit. p. 88. Per altre notizie, pp. 37, 42 e 121.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (9), a p. 541, postillava che: “(9) Guglielmo rifiutava di riconoscersi vassallo di Roberto il Guiscardo”. A parlare di Guido, è Michelangelo Schipa, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 218, parlando dei dissapori sorti tra il Guiscardo ed il fratello Guglielmo e, riferendosi all’invidia di Guido per il matrimonio tra il Guiscardo e la sorella Sighelgaita, scriveva che: “Quindi, subito, Roberto riprese la guerra contro al fratello, mentre il vecchio Guido sfogava il dispetto provato per quelle nozze, unendosi a Guglielmo, e sposandogli la sua figliuola.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policasto del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, ‘Storia, cit., ed. Economia e società, cit.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , a p. 376, riguardo il Conte Guido, scriveva che: “Non è da escludere che il Conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel trritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostruzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: 4. Stanchi di attendere, e indignati (“molt corrocienz”, scrive Amato) per l’inqualificabile comportamento del principe, i normanni si ribellarono. Lasciata Salerno, impresero a saccheggiare e a incendiare villaggi esasperando così la popolazione (“a furore normannorum libera nos Domine”) che insorse. Sotto la direzione di un guerriero, esperto e valoroso, qual era Guido, il fratello del principe Gisulfo, le popolazioni cominciarono a guarnire le “lor terres et lor chasteaux de murs et de palis”. Contro queste posizioni fortificate s’infranse più che il coraggio dei normanni l’impeto delle loro agguerrite cavallerie.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: Ciò provocò l’insorgere di non pochi complessi nel principe (43), che cercò quasi di esorcizzarli rinviando ‘sine die’ gli impegni assunti, persino sulla consegna della dote della sorella Sighelgaita. Fu a questo punto che Roberto il Guiscardo, indignato, sposò malgrado tutto Sighelgaita (Melfi, a. 1059) assegnandole, secondo il costume longobardo, la quarta parte delle conquiste in Calabria (44), di cui alcune estorte con la frode. Margingab costituito certamente anche di parte di quelle fatte in Basilicata, se è vera l’esistenza di distretti bizantini (‘eparchie, tumarchie’) dispersi in quel territorio un tempo dominato dai longobardi (gastaldato di Laino) e che in quei tempi pare dividessero i confini estremi del Principato di Salerno dal ‘thema tes Kalabrias’ (45). Ecc…”.

Ebner, p. 225

Ebner, a p. 225, nella nota (43) postillava che: “(43) Ebner, ‘Storia’, cit., pp. 34 e 84.”. Ebner, a p. 225, nella sua nota (44) postillava che: “(44) Id., ibidem, p. 87 sg. Roberto il Guiscardo aveva ripudiata Alverada di Buonalbergo dalla quale aveva avuto anche il noto Boemondo.”. Pietro Ebner, in questo passaggio, riferendosi al “Marcingab”, la dote Normanna che il Guiscardo donò alla sua seconda moglie Sighelgaita, si riferiva agli avvenimenti che precedettero l’anno 1059, in cui Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo sposò la principessa longobarda Sighelgaita, sorella del principe Gisulfo II e, a cui donò, secondo il costume Normanno la quarta parte delle conquiste dei territori della Calabria, che appunto aveva conquistato precedentemente. Ebner lo chiama “Margingab” (la dote Normanna) era costituita, secondo lui costituito certamente anche di parte di quelle fatte in Basilicata, se è vera l’esistenza di distretti bizantini (‘eparchie, tumarchie’) dispersi in quel territorio un tempo dominato dai longobardi (gastaldato di Laino) e che in quei tempi pare dividessero i confini estremi del Principato di Salerno dal ‘thema tes Kalabrias’ (45).”. Ebner, a p. 225, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Il Racioppi (cit. p. 86 sg.) nel riportare un brano del cronista Giordano (visse intorno al 1314, termine della sua cronaca) si meraviglia che il Guiscardo si fosse impadronito della Puglia e della Calabria nel recarsi in Sicilia e non “della Lucania che era in mezzo tra le due”. Cosa che avrebbe poi fatto, secondo Giordano (‘qui veniens versus Lucaniam eam subiecit. Inde ivit Salerno’), al ritorno. Ma v., per la questione, anche i brani riportati di Alfano e di Romualdo salernitano.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: “Dopo di aver assalito e conquistato “lo chastel de Saint Nicharde”, di cui rinvengo notizia dai Registri Angioini (46), i normanni, scrive Amato, “von devorant lo Principat tout” impadronendosi pure di “Castel Viel et Facose le Nove” e spingendosi fin nella Bricia dell’arcivescovo Alfano. Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido all’usurpazione della “gens Gallorum”, Alfano informa che i normanni, penetrati in Lucania, raggiunsero anche i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre fin verso la Calabria. Le terre occupate che dovevano comprendere anche parte della pianura ebolitana, come si evince da alcune pergamene cavensi (47), ricadevano nella giurisdizione della diocesi pestana. Un territorio enorme cui Umfredo d’Altavilla prepose il fratello Guglielmo (48) con il titolo fino a quel momento “ignoto di conte del Principato”, come dice M. Schipa, ma che il territorio pare avesse già prima dell’arrivo dei normanni (49). Ecc…”. Ebner, a p. 226, nella nota (46) postillavano che: “(46)

Ebner, vol. I, p. 226.PNG

E qui l’Ebner continua il suo racconto, dissertando sui territori annessi da Umfredo della Contea di Principato. Ebner (…), a p. 84, nella sua nota (19), postillava in proposito che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatisi dal fratello Guido.”. Ebner (…), a p. 85, nella sua nota (20), postillava in proposito che: “(20) Alfano cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastri victor in aula”. Secondo AMATO, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando di Gido di Policastro, fratello della principessa Longobarda Sichelgaita, nella sua nota (28), postillava che: “(28) Guido aveva seguito il cognato Roberto il Guiscardo nella conquista della Sicilia. Amato (IV, 19) lo ricorda tra coloro che presenziarono alla riconsacrazione della cattedrale di Palermo, ecc…”. Dunque, Ebner ci ricorda che Amato di Montecassino scriveva di Guido, il cognato di Roberto il Guiscardo e fratello di Sichelgaita, sorella dell’ultimo principe Longobaro Gisulfo II di Salerno, che era un prode cavaliere, che combattè in Sicilia a fianco di Roberto il Guiscardo e Ruggero I d’Altavilla, fratello del Guiscardo.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito a p. 88, ci parla dei beni di Guido di Policastro, prima della sua barbara uccisione: “Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. Sul documento citato da Ebner, riguardo i beni assegnati a Guglielmo e tolti a Guido, nessun accenno bibliografico. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, a p. 125, ci parla della “Contea di Principato” ed in proposito scriveva che: “Occupata buona parte dei domini di Gisulfo II, Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (1051-1057) concesse al fratello Guglielmo, conte di S. Nicandro, le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato” perchè coprivano una vasta area del principato longobardo di Salerno. Ecc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 117-118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “I Normanni si incunearono nel principato salernitano da Est, tra il 1053 ed il 1054, probabilmente seguendo la strada che da Melfi risaliva il corso del fiume Ofanto, e, dopo essere pervenuti nei dintorni di Conza, parte delle loro schiere proseguirono verso Ovest guidate da Torgisio, uno dei capitani del Guiscardo, riuscendo a raggiungere la valle del Montoro, ed ad impossessarsi di Rota, centro fra i più notevoli del territorio a cui era preposto il il longobardo Maione, conte di S. Severino e Montoro, perito nel trambusto di quegli avvenimenti (1). Le altre schiere, a seguito dei due fratelli d’Altavilla, discesero verso Sud e occuparono il bacino del medio corso del Sele e le limitrofe località poste tra Contursi, Eboli, Persano e la futura Altavilla, dopo essersi attestate, pare, nel castello di S. Licandro, presso l’attuale stazione di Sicignano (2). Più delle acque stagnanti della pianura pestana valsero certamente le fortificazioni di Capaccio e di Agropoli ad impedire che i Normanni si riversassero allora lungo le zone costiere a sud del Sele. Essi più agevolmente avanzarono, seguendo la direttiva di marcia tenuta da tutte le precedenti invasioni della regione, verso il vallo di Diano e, dopo aver soggiogato i versanti centro orientali dei monti Alburni, proseguirono per la via di Sanza e di Rofrano, raggiunsero i dintorni di Policastro e si affacciarono sul Tirreno. Distruggendo e saccheggiando, la travolgente avanzata normanna andava “divorando tutto il Principato”, come esprime Amato di Montecassino, e rendeva vana ogni resistenza organizzata, per cui le popolazioni si rinchiudevano e fortificavano nei castelli e nei borghi: “…..quant les gens des chasteaux surent ceste desstruction, il garnirent lor terres et lor chasteaux de murs et de palis (3). Anche Guido, il fratello di Gisulfo II, fu costretto a chiudersi in Policastro, lasciando che gli invasori, dopo aver occupato le terre di Laurino, di Novi e di Laurito, dilagassero in quelle della Bricia e si impadronissero di “Castello di Velia” (4). Fortezza isolata restava il castello di S. Severino sul Mingardo, tenuto allora probabilmente da Landolfo, uno degli altri fratelli del Principe, mentre dall’alto del Castellum Cilenti Guaimario, che i contemporanei chiamarono, per motivi a noi ignoti, “detrattore e divoratore”, impediva che da Sud i Normanni penetrassero nella Lucania e nel Cilento. Quando questi però si fermarono, a Gisulfo II era rimasto ben poco del suo Principato: controllava ancora direttamente solo le terre comprese fra Salerno, Cetara, Nocera, qualche sparsa località nei dintorni della sua capitale ed i territori posti fra il Sele, Capaccio, Magliano e l’Alento; restavano comunque legati al suo trono i vasti possedimenti della Mensa arcivescovile di Salerno, concentrati soprattutto entro i confini costituiti dal torrente Asa, Giffoni, Olevano, il corso medio e basso del fiume Tuscaino e quello inferiore del Sele, inoltre la contea di Magliano, retta dai conti longobardi Saliperto ed Erimanno Guiselgardo (1), e, nella Bricia, S. Severino e Policastro (2). Le contrade occupate dai Normanni furono immediatamente organizzate, tolte quelle della valle di Montoro e S. Severino Rota, in una circoscrizione che fu detta CONTEA DI PRINCIPATO (3), concessa da Umfredo in qualità di Conte di Puglia (4) al fratello Guglielmo, che portava allora il titolo di Conte di S. Nicandro (5). Non bastando ciò, il principe di Salerno era molestato da Riccardo d’Aversa, che chiedeva compensi per l’aiuto fornitogli nel 1052, e dagli Amalfitani, coi quali era in guerra sia per vendicare l’uccisione del padre sia per punire la loro ribellione al dominio salernitano e che, intanto, gli devastavano le coste fra Cetara e Policastro, impedendo la navigazione ai suoi sudditi (6).”. Cantalupo, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) C. Carucci (op. cit., p. 277) afferma erroneamente che i Normanni distrussero Policastro. La notizia, probabilmente mal desunta da un passo del MALATERRA, come già l’Antonini (op. cit., p. 416, dove è riportato il testo) è invece da riferirsi alla distruzione avvenuta nel 1065, di Policastro in provincia di Catanzaro; cfr. P. Natella/P. Peduto, Pixous-Policastro, cit., p. 512.”. Cantalupo, a p. 118, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Bisogna distinguere il territorio del Principato di Salerno, ancora in mano a Gisulfo II, da quello della Conta di Principato, che era solo una parte del primo e fu organizzato dai normanni in Contea prima del 1057. Sull’estensione di quest’ultimo vedi il paragrafo: ‘La Contea di Principato’.”. Sulla citazione del Cantalupo dei due studiosi Natella e Peduto, sulla “non” distruzione di Policastro da parte dei Normanni si rimanda al prossimo saggio sui Normanni di Roberto il Guiscardo.

Nel 1058, Guimondo de Mulsi, Guglielmo (I) d’Altavilla e la CONTEA DEL PRINCIPATO e l’usurpazione di beni della Chiesa Salernitana

Da Wikipedia leggiamo che Turgisio di Sanseverino per il suo valore in battaglia, nel 1061 fu investito da Roberto il Guiscardo della contea di Rota, un centro popoloso già appartenuto alla famiglia dei Principi longobardi di Salerno. Turgisio usurpò altre terre e casali al principe longobardo Gisulfo ed a chiese ed abbazie. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a pp. 83-84, continuando il suo racconto scriveva che: “Guimondo de Mulsi. Quest’ultimo era stato certamente milite di Guglielmo del Principato dal quale aveva ottenuto quel feudo nella Valle di S. Severino confinante con una contea liminare della Calabria, quella di Policastro residenza del prode Guido, fratello del principe Gisulfo. E appunto per una lite di confini, come vedremo, il conte di Policastro venne assassinato.”. Ebner, a p. 84, nella nota (17) postillava che:  “(17) Rainolfo Trincarote, nipote di Rainulfo I di Aversa (Amato, II, 34) e Ugo Fallacia capeggiarono, dopo il 1046, il partito normanno dissidente da Guaimario, v. in Amato cit., p. 99.”. Su Guimondo de Mulsi, Ebner, nella nota (16) postillava che:  “(16)…..Del Riccardo, figlio di Guglielmo I, da cui Ruggero principe di Antiochia, di cui nel ‘Dizionario Enciclopedico (I, Roma, 1955, p. 318) non sono notizie nei documenti esaminati. Il B 31 (ABC) e il B 30, ottobre dello stesso anno (v. pure C 20) erano ignoti allo Schipa (anche i diplomi anzidetti) se supponeva soltanto che il Guimondo di Amato (XIII, 12) potesse essere il Girmondo usurpatore pentito, con Guglielmo di Principato, dei beni della chiesa di Salerno. Anche il De Bartolomeis (in Amato cit., p. 352, no. 3) era certo dell’esistenza di altre notizie su Guimondo (Gismondo) dei Mulsi. Ecc…”. Michelangelo Schipa (….), nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 232, riferendosi all’episodio dell’uccisione di Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, nell’anno 1075: “Era insorta lite tra il Guido e un Guimondo, che possedeva, in comune con lui, la valle di S. Severino, e ch’era, forse, quello stesso Guimondo dei Mulsi, usurpatore pentito dè beni dell’Arcivescovo Salernitano; ecc…(38).”. Schipa (…), a p. 236, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino scriveva pure di Guimondo de Mulsi. Dunque, Guimondo de Mulsi, era usurpatore pentito dei beni della Chiesa Salernitana. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Per il possesso della strategica fortezza e per ragioni di gelosie e di confini, si accese una lite sanguinosa tra il conte Guido di Policastro, cavaliere senza macchia e senza paura, figlio del principe longobardo di Salerno Guaimario IV, e l’irruento Guimondo dè Mulsi, principe normanno. Guimondo era proprietario del feudo di San Severino, avendone ricevuto in dono dal principe normanno Guglielmo d’Altavilla, quale premio per la sua fedeltà e servigi.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 122, in proposito scriveva che: “Gregorio contro il Normanno potè solo rinnovare la scomunica nel febbraio del 1075…….Guimondo dei Mulsi, Guido, fratello di Gisulfo, ecc….Guimondo, già usurpatore dei beni dell’arcivescovo Alfano insieme a Guglielmo d’Altavilla ed a Torgisio di Rota, era sceso a contesa con il fratello del principe di Salerno per il possesso della Valle di S. Severino sul Mingardo; “. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno- etc…”, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “Intanto Guglielmo del Principato e il suo milite Guimondo (Gismondo) dei Mulsi, come Troisio, il quale continuava ad ampliare la sua contea di Rota, tentavano di usurpare sempre più vaste terre alla Chiesa salernitana (29), ecc…”. Ebner, a p. 89, nella nota (29) postillava che: “(29) La notizia è del ‘De regno Italiae’ di C. SIGONIO (ad ann. 1067 et 1069: Concilio di Melfi): “Guilielmum Tancredi filium, quod bona ecclesiae Salernitanae per vim teneret comunione removit”; Concilio di Salerno: “Guilielmus Tancredi filius bona quae possidebat Ecclesiae reddidit”.”. Ebner, a p. 90, nella nota (20) postillava che: “(30) Alessandro II conferma ad Alfano gli antichi privilegi concessi alla Chiesa di Salerno dai precedenti pontefici. V. L. E. PENNACCHINI, Pergamene salernitane, Salerno 1941, p. 33.”. Ebner a p. 89, nella nota (29) postillava pure che: “(29) Per le terre occupate, Schipa, Storia, p. 223. Non è da escludere che Guimondo dei Mulsi, tra le altre terre dei locali cenobi italo-greci, si fosse impadronito anche di quelle della Chiesa di Salerno esistenti a Laurito e non elencate forse per la relativa loro entità in rapporto alle altre. Delle terre di Laurito è notizia dal CDC, I, 173, anno 947 (Laurito è detto “in finibus salernitanis”, e I 445 anno 992 (Guglielmo, figlio del fu Ragiberto vende la quarta parte dei suoi beni “in loco Laurito” alla chiesa di S. Maria di Salerno di cui è abate il sacerdote Donnello per 24 tarì di oro) e I 450 anno 992 (donazione alla stessa chiesa di S. Maria di Salerno ecc…ecc…Nella bolla “Notum sit ominibus” di Alessandro II è l’elenco dei beni usurpati da Guglielmo Normanno: S. Pietro de Toro, S. Vito al Sele, chiesa di S. Michele Arcangelo, “quae sita est in cripta Montis qui dicitur aureus”, Olevano, il Lago maggiore e le cose del Tusciano, di Lama, Rivo Alto, Asa, Picentino, Giffoni, Salsanico, Forino, Anguillaro e Prato. La vastità di queste usurpazioni lascia immaginare l’estensione delle terre di chiese e cenobi locali occupate da Guglielmo de Màgnia. Va precisato che le anzidette terre di Laurito non devono essere confuse con le selve a Laurito (zona Eboli) concesse da Roberto nel 1080 alla Chiesa salernitana, di cui v. il diploma di Balducci cit., I, p. 10. Per i Concili, v. G. CRISCI e A. CAMPAGNA, Salerno Sacra, Salerno, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg.”.

Nel 1067, la Contea di Policastro, il conte longobardo Guido, fratello di Gisulfo II

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli incendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 378-379, in proposito scriveva che: “Ma la situazione politica dell’intero Principato nel 1066, soprattutto quella di Policastro, non era più quella del 1058, quando Guido, come abbiamo accennato, aveva contribuito a far designare la sua Policastro a sede di diocesi. Già da qualche anno (a. 1062) l’autorità del principe, nel territorio dell’odierno Cilento, era riconosciuta fino a Laurana (6). Nè i rapporti del conte di Policastro con il fratello Gisulfo erano quelli di otto anni prima. Di fronte all’aggressiva reazione dei normanni, non accontentati dal principe nelle loro giuste richieste, Guido aveva fatto sue le rimostranze del fratello stroncando le brutali e rapide loro conquiste. Ma poi aveva capito e, sulla scia dell’omonimo zio Conte di Conza, aveva mutato atteggiamento. Si era reso conto, cioè, che il fratello Gisulfo avrebbe potuto conservare il trono solo se, adattandosi alla nuova situazione, fosse tornato alla politica paterna: Guaimario V (IV) con le indispensabili investiture ai conti normanni era riuscito, oltre che a salvaguardare la propria autorità, ad accrescerne il prestigio. Il principe, però, forse per insofferenza dei continui consigli di moderazione dello zio, certamente geloso del prestigio militare goduto dal fratello Guido, forse anche perchè era giunto il tempo di una ulteriore conferma del noto vecchio adagio latino (7), persisteva nell’insano suo comportamento verso i normanni. Un modo d’agire intollerabile per Guido, specialmente per l’inconsulto tergiversare di Gisulfo circa la consegna della dote alla coraggiosa sorella Sighelgaita, la quale, seguito a Melfi Roberto il Guiscardo, lo sposava ricevendone quale “dono del mattino”, l’antico longobardo ‘morgincap’ (8), il quarto dei beni conquistati dal marito, tra cui, forse, anche castelli confinanti con la contea di Guido. E’ evidente che tutto ciò rendeva più che precaria la salvaguardia dei confini, dei settentrionali più che dei lucano-calabri. Qui era Roberto al quale, oltre che da vincoli di parentela, Guido era ormai legato da ammirata amicizia per quel suo leggendario valore che doveva suscitare la considerazione persino dell’ostile Anna Commeno. L’attenzione del conte era tesa alla frontiera settentrionale, dove vegliava attento e sempre pronto a varcare i confini, il normanno Guimondo dei Mulsi nelle terre affidategli dal conte del Principato e cioè quelle di S. Severino di Camerota, l’odierno abbandonato villaggio poi detto di Centola. Sia il conte Guglielmo che Guimondo non dimenticavano che appunto Guido aveva troncate le loro conquiste anche nella Valle del Mingardo. E’ vero che le relazioni tra il conte di Policastro e il cognato Roberto, nonchè le alterne vicende dei rapporti dello stesso Guiscardo con il fratello Guglielmo del Principato, consigliavano quest’ultimo ad essere più cauto, ma l’invasione della contea, nel caso di torbidi popolari, sarebbe apparsa più che giustificata, specialmente se fossero sorti nel corso di una delle assenze di Guido, frequenti per i suoi impegni militari. E poi, vi era sempre la possibilità di mentirle come un colpo di testa dell’irruente Guimondo dei Mulsi. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, nel cap. III, a p. 88 parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito scriveva che: “Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo (si riferisce al fratello del Guiscardo), il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e i Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Di ciò è documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido. Sullo sconfinamento, casuale o voluto a Guimondo, si era intanto accesa una controversia di cui venne nominato arbitro (Guido aveva rifiutato il fratello) il principe di Capua verso cui Guido s’incamminò. Sorpreso lungo il viaggio dagli sgherri di Guimondo, Guido venne ucciso dopo strenua resistenza (a. 1075). Poco prima Alfano aveva inviato al valoroso guerriero quel suo carme che si chiudeva con l’augurio di vederlo vincitore dei Parti (Turchi) e sovrano di Costantinopoli.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”.

Nel 1075, lo sconfinamento di Guimondo dei Mulsi nella Contea di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, a p. 88, in proposito scriveva che: Di ciò è documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido. Sullo sconfinamento, casuale o voluto a Guimondo, si era intanto accesa una controversia di cui venne nominato arbitro (Guido aveva rifiutato il fratello) il principe di Capua verso cui Guido s’incamminò.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. In origine, nel 1054, il castello di San Severino, con il feudo di Policastro (la vasta contea Longobarda), era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato; successivamente, però Guimondo, feudatario confinante, avanzò delle pretese sul borgo, sostenendo che doveva essere assegnato a lui. Fu in questo periodo che il Guiscardo sposando la Principessa Sighelgaita, sorella di Gisulfo II, Guido di Policastro potè riconquistare la sua contea, recuperando gran parte della Bricia (Calabrie), anche se la cosa non risultò gradita a Roberto il Guiscardo che nel frattempo si era riappacificato con il fratello Guglielmo che otteneva gran parte dei territori del Cilento. L’importanza strategica che rivestiva per i Longobardi il possesso del borgo fortificato è testimoniata dall’aspra contesa che vi fu nel 1075 tra il conte Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Guido fu ucciso da sicari nel 1075, mentre si recava a Capua per rivendicare parte del proprio territorio usurpato da Guimondo (72).”. Il Campagna, nella sua nota (72), a p. 258, postillava che: “(72) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, op. cit., VII, 12.”. La morte di Guido privò il regno Longobardo di uno dei suoi migliori ingegni, “così morì la luce di tutti i Longobardi” scrisse Amato di Montecassino nella sua ‘Storia dei Normanni’. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Per il possesso della strategica fortezza e per ragioni di gelosie e di confini, si accese una lite sanguinosa tra il conte Guido di Policastro, cavaliere senza macchia e senza paura, figlio del principe longobardo di Salerno Guaimario IV, e l’irruento Guimondo dè Mulsi, principe normanno. Guimondo era proprietario del feudo di San Severino, avendone ricevuto in dono dal principe normanno Guglielmo d’Altavilla, quale premio per la sua fedeltà e servigi. Guido, possedeva, invece, la Contea di Policastro – che si estendeva dal fiume Mingardo al lontano e antico gastaldato di Laino – su assegnazione del fratello Gisulfo II. La definizione della spinosa vertenza fu affidata all’arbitraggio del principe di Capua, che non fece in tempo ad intervenire.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “Per questioni di confini si accesero presto liti (10) tra Guido e Guimondo, finchè non si decise di affidare la definizione della vertenza all’arbitraggio del principe di Capua (Guido aveva rifiutato il fratello).”. Ebner (…), nella sua nota (10), a p. 541, postillava che: “(10) Più che probabile il disegno di Guimondo d’impadronirsi della contea di Policastro eliminando Guido che tanto si era opposto all’invasione normanna. “. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , nella sua nota (11), a p. 542, postillava che: “(11) Troviamo poi Guimondo dei Mulsi, marito di Emma di Hale di Eboli, vedova di Rodolfo Trincarote, altro fedele di Guglielmo. Ebner, Storia, op. cit., p. 84. “. Scrive ancora l’Ebner (…), a p. 542, che: “Originariamente sulla cima del colle, dove sono i ruderi dell’imprendibile castello, doveva essere una torre sorta nell’età dell’incastellamento e perciò longobarda. L’ipotesi è suffragata dal fatto che ancora nel ‘600 il castello e l’omonimo villaggio vivevano ‘iure longobardorum’, malgrado il posteriore insediamento normanno e angioino viventi ‘iure francorum’. E’ da supporre, pertanto, che la lite tra Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi sia sorta appunto per l’occupazione da parte di quest’ultimo della torre dominante l’intera valle del Mingardo e che Guido giustamente considerava, insieme alla torre della Molpa, parti integranti e capisaldi della sua contea.”. A parlare di Guido, è Michelangelo Schipa, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 232, riferendosi all’episodio dell’uccisione di Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, nell’anno 1075: “Era insorta lite tra il Guido e un Guimondo, che possedeva, in comune con lui, la valle di S. Severino, e ch’era, forse, quello stesso Guimondo dei Mulsi, usurpatore pentito dè beni dell’Arcivescovo Salernitano; ed avevano fatto accordo di rimettere il giudizio delle loro contese all’arbitrato del Principe Capuano, che Guido, secondo Amato asserisce, aveva preferito a quello stesso di Gisulfo, proposto dal suo emulo…..(38).”. Schipa (…), a p. 236, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”.

Nel 1075, l’uccisione del longobardo Guido, conte della vasta Contea di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando della congiura “che spense nel sangue, con i più fidi, lo stesso Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno”, ci parla anche di Guido ed in proposito scriveva che: “Infatti, dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido, lo zio, che con i Normanni (‘northmann’, uomo del nord) di Umfredo avevano disperso i congiurati (90), ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli nella Valle di S. Severino”; Guaimario “terre e il castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo con sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni ce diminuirono fino a parire, come vedremo dopo il matrimonio di Sichelgaita sorella del conte, con Robeto il Guiscardo, il quale era riuscito a impadronirsi della Calabri scacciandone i bizantini. Guido cominciò ad ammirare il valore del cognato di cui finì per diventare amico, seguendolo nella onquista della Sicilia a. 1071). Sia Guido di Policastro, che l’omonimo zio conte di Conza, avevano disapprovato la politica di Gisulfo avversa ai Normanni che pur l’avevano rimesso sul trono.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava in proposito che: “(90) Amato, cit., III, 30, ecc…”. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno, cit.,  p. 168.”. Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia etc…’, in proposito a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascur di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle tere conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del itato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salernitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido alle usurpazioni della “gens Gallorum”, Alfano informa che i Normanni, penetrati in Lucania, avessero raggiunto i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le Valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre nella Valle Bricia confinante con la terra Bruttia, la Calabria.”. E qui l’Ebner continua il suo racconto, dissertando sui territori annessi da Umfredo della Contea di Principato. Ebner (…), a p. 84, nella sua nota (19), postillava in proposito che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatisi dal fratello Guido.”. Ebner (…), a p. 85, nella sua nota (20), postillava in proposito che: “(20) Alfano cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastri victor in aula”. Secondo AMATO, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando di Gido di Policastro, fratello della principessa Longobarda Sichelgaita, nella sua nota (28), postillava che: “(28) Guido aveva seguito il cognato Roberto il Guiscardo nella conquista della Sicilia. Amato (IV, 19) lo ricorda tra coloro che presenziarono alla riconsacrazione della cattedrale di Palermo, ecc…”. Dunque, Ebner ci ricorda che Amato di Montecassino scriveva di Guido, il cognato di Roberto il Guiscardo e fratello di Sichelgaita, sorella dell’ultimo principe Longobaro Gisulfo II di Salerno, che era un prode cavaliere, che combattè in Sicilia a fianco di Roberto il Guiscardo e Ruggero I d’Altavilla, fratello del Guiscardo.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito a p. 88, ci parla dei beni di Guido di Policastro, prima della sua barbara uccisione: “Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. Il Conte Normanno Guido di Policastro, uno dei più accaniti sostenitori dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, restò a capo della contea di Policastro fino all’anno 1075, in cui morì a seguito di un agguato tesogli nella ‘Gola del Diavolo’ (Fig….), ai piedi del suo Castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola) (Fig. …). Si pensa che il mandante dell’omicidio del conte Guido fosse Guimondo dei Mulsi, che governava come feudatario di Guglielmo, fratello del Guiscardo, tutti i territori della Valle del fiume Mingardo e, confinanti con la Contea di Guido. Il rivale, voleva impossessarsi del Castello di S. Severino. In origine, nel 1054, il castello di San Severino, con il feudo di Policastro (la vasta contea Longobarda), era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato; successivamente, però Guimondo, feudatario confinante, avanzò delle pretese sul borgo, sostenendo che doveva essere assegnato a lui. Fu in questo periodo che il Guiscardo sposando la Principessa Sighelgaita, sorella di Gisulfo II, Guido di Policastro potè riconquistare la sua contea, recuperando gran parte della Bricia (Calabrie), anche se la cosa non risultò gradita a Roberto il Guiscardo che nel frattempo si era riappacificato con il fratello Guglielmo che otteneva gran parte dei territori del Cilento. L’importanza strategica che rivestiva per i Longobardi il possesso del borgo fortificato è testimoniata dall’aspra contesa che vi fu nel 1075 tra il conte Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi. In origine, nel 1054, il castello, con il feudo di Policastro, era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato; successivamente, però Guimondo, feudatario confinante, avanzò delle pretese sul borgo, sostenendo che doveva essere assegnato a lui. Per risolvere la controversia, i due nobili accettarono di sottoporsi all’arbitrato del principe di Capua, ma Guido non arrivò mai nella città, perché fu ucciso in un’imboscata proprio nella gola del Mingardo (Fig….) dagli sgherri di Guimondo dei Mulsi. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Guido fu ucciso da sicari nel 1075, mentre si recava a Capua per rivendicare parte del proprio territorio usurpato da Guimondo (72).”. Il Campagna, nella sua nota (72), a p. 258, postillava che: “(72) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, op. cit., VII, 12.”. La morte di Guido privò il regno Longobardo di uno dei suoi migliori ingegni, “così morì la luce di tutti i Longobardi” scrisse Amato di Montecassino nella sua ‘Storia dei Normanni’. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Per il possesso della strategica fortezza e per ragioni di gelosie e di confini, si accese una lite sanguinosa tra il conte Guido di Policastro, cavaliere senza macchia e senza paura, figlio del principe longobardo di Salerno Guaimario IV, e l’irruento Guimondo dè Mulsi, principe normanno. Guimondo era proprietario del feudo di San Severino, avendone ricevuto in dono dal principe normanno Guglielmo d’Altavilla, quale premio per la sua fedeltà e servigi. Guido, possedeva, invece, la Contea di Policastro – che si estendeva dal fiume Mingardo al lontano e antico gastaldato di Laino – su assegnazione del fratello Gisulfo II. La definizione della spinosa vertenza fu affidata all’arbitraggio del principe di Capua, che non fece in tempo ad intervenire. Il prode ed orgoglioso Guido, fu sorpreso con l’inganno nella orrida ‘Gola del Diavolo’, uno stretto passaggio tra le rocce e i dirupi del Mingardo, dagli sgherri di Guimondo e, nonostante l’indomito valore, fu ucciso nel feroce agguato. Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita).”.

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(Fig….) La ‘Gola del Diavolo’ del Fiume Mingardo nei pressi di San Severino di Centola

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “Per questioni di confini si accesero presto liti (10) tra Guido e Guimondo, finchè non si decise di affidare la definizione della vertenza all’arbitraggio del principe di Capua (Guido aveva rifiutato il fratello). Nell’incamminarsi verso Capua, Guido fu sorpreso appunto in una delle gole della valle di S. Severino, dagli sgherri di Guimondo. Malgrado la più strenua resistenza e il suo indomito valore, Guido fu sopraffatto dal numero dei nemici e ucciso. Guimondo (11), però, non trasse i frutti sperati dall’assassinio di Guido, per l’avverso fermo avviso dello stesso Roberto che aveva avuto sempre assai caro il valoroso cognato. Pertanto i beni contestati, con la stessa contea di Policastro, vennero assegnati (Guido non aveva avuo prole) al fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. Ebner (…), nella sua nota (10), a p. 541, postillava che: “(10) Più che probabile il disegno di Guimondo d’impadronirsi della contea di Policastro eliminando Guido che tanto si era opposto all’invasione normanna. “. Ebner (…), nella sua nota (11), a p. 542, postillava che: “(11) Troviamo poi Guimondo dei Mulsi, marito di Emma di Hale di Eboli, vedova di Rodolfo Trincarote, altro fedele di Guglielmo. Ebner, Storia, op. cit., p. 84. “. Scrive ancora l’Ebner (…), a p. 542, che: “Originariamente sulla cima del colle, dove sono i ruderi dell’imprendibile castello, doveva essere una torre sorta nell’età dell’incastellamento e perciò longobarda. L’ipotesi è suffragata dal fatto che ancora nel ‘600 il castello e l’omonimo villaggio vivevano ‘iure longobardorum’, malgrado il posteriore insediamento normanno e angioino viventi ‘iure francorum’. E’ da supporre, pertanto, che la lite tra Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi sia sorta appunto per l’occupazione da parte di quest’ultimo della torre dominante l’intera valle del Mingardo e che Guido giustamente considerava, insieme alla torre della Molpa, parti integranti e capisaldi della sua contea.”. A parlare di Guido, è Michelangelo Schipa, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 232, riferendosi all’episodio dell’uccisione di Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, nell’anno 1075: “E intorno al tempo stesso venne a morte il giovane Guido, significato nei versi di Alfano, le cui gloriose speranze pur contrastavano alla costante amicizia che il fratello di Gisulfo serbò verso Roberto Guiscardo. Era insorta lite tra il Guido e un Guimondo, che possedeva, in comune con lui, la valle di S. Severino, e ch’era, forse, quello stesso Guimondo dei Mulsi, usurpatore pentito dè beni dell’Arcivescovo Salernitano; ed avevano fatto accordo di rimettere il giudizio delle loro contese all’arbitrato del Principe Capuano, che Guido, secondo Amato asserisce, aveva preferito a quello stesso di Gisulfo, proposto dal suo emulo. E, al dì stabilito, il giovane Conte mosse per Capua. Ma, per via, sorpreso dà seguaci di Guimondo, per quanto strenuamente si difendesse, ferito d’un colpo di lancia, cadde esamine a terra. E l’empio tradimento parve ad Amato, che spegnesse il più onesto, e il più prode e caritatevole fra i cavalieri Longobardi, ultimo “lume” della sua gente. Nè v’è dubbio che di lui non restassero figliuoli, perchè il fratello minore, Landolfo, ne recò i domini di Policastro e quelli contrastati della Valle di S. Severino (38).”. Schipa (…), a p. 236, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino e dell’Alfano (…), a p. 236, scriveva in proposito che:

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Dal 1075 al 1077-78, Landolfo, Conte di Policastro

Dopo l’efferato delitto del Conte Guido, fratello di Gisulfo II e, conte della vasta contea di Policastro, il Guiscardo concesse tutti i beni del prode conte Guido (che non aveva eredi) e la Contea di Policastro a Landolfo, fratello minore del Principe Longobardo Gisulfo II. Dopo questo fatto di sangue, l’uccisione di Guido, conte di Policastro, Guimondo occupò il piccolo borgo, ma per ordine regio fu costretto a consegnarlo al fratello di Guido, Landolfo, che ne conservò il dominio fine alla fine del regno Longobardo avvenuta nel 1077-78, con l’avvento dei Normanni. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno Gisulfo II. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di Roberto il Guiscardo, dopo l’uccisione di un: “Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita), il quale, in mancanza di eredi, diede i beni della contesa, più la contea di Policastro, al fratello minore di Guido, Landolfo, che li conservò fino all’anno 1077, cioè sin dopo la caduta di Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “Guimondo (11), però, non trasse i frutti sperati dall’assassinio di Guido, per l’avverso fermo avviso dello stesso Roberto che aveva avuto sempre assai caro il valoroso cognato. Pertanto i beni contestati, con la stessa contea di Policastro, vennero assegnati (Guido non aveva avuo prole) al fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. Ebner (…), nella sua nota (11), a p. 542, postillava che: “(11) Troviamo poi Guimondo dei Mulsi, marito di Emma di Hale di Eboli, vedova di Rodolfo Trincarote, altro fedele di Guglielmo. Ebner, Storia, op. cit., p. 84. “. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: Fortezza isolata restava il castello di S. Severino sul Mingardo, tenuto allora probabilmente da Landolfo, uno degli altri fratelli del Principe, ecc…”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: La morte di Guido di Policastro addolorò sinceramente il Guiscardo, che del cognato ammirava generosità d’uomo e valore guerriero. La Contea, essendo Guido morto senza eredi, passò al fratello, Landolfo.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di Roberto il Guiscardo, dopo l’uccisione di un: “Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita), il quale, in mancanza di eredi, diede i beni della contesa, più la contea di Policastro, al fratello minore di Guido, Landolfo, che li conservò fino all’anno 1077, cioè sin dopo la caduta di Salerno.”.

Dal 1075 al 1077-78, il principe Gisulfo II, Landolfo e la Contea di Policastro

Dopo l’efferato delitto del Conte Guido, fratello di Gisulfo II e, conte della vasta contea di Policastro, il Guiscardo concesse tutti i beni del prode conte Guido (che non aveva eredi) e la Contea di Policastro a Landolfo, fratello minore del Principe Longobardo Gisulfo II. Dopo questo fatto di sangue, l’uccisione di Guido, conte di Policastro, Guimondo occupò il piccolo borgo, ma per ordine regio fu costretto a consegnarlo al fratello di Guido, Landolfo, che ne conservò il dominio fine alla fine del regno Longobardo avvenuta nel 1077-78, con l’avvento dei Normanni. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno Gisulfo II. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di Roberto il Guiscardo, dopo l’uccisione di un: “Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita), il quale, in mancanza di eredi, diede i beni della contesa, più la contea di Policastro, al fratello minore di Guido, Landolfo, che li conservò fino all’anno 1077, cioè sin dopo la caduta di Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “Guimondo (11), però, non trasse i frutti sperati dall’assassinio di Guido, per l’avverso fermo avviso dello stesso Roberto che aveva avuto sempre assai caro il valoroso cognato. Pertanto i beni contestati, con la stessa contea di Policastro, vennero assegnati (Guido non aveva avuo prole) al fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. Ebner (…), nella sua nota (11), a p. 542, postillava che: “(11) Troviamo poi Guimondo dei Mulsi, marito di Emma di Hale di Eboli, vedova di Rodolfo Trincarote, altro fedele di Guglielmo. Ebner, Storia, op. cit., p. 84. “. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: Fortezza isolata restava il castello di S. Severino sul Mingardo, tenuto allora probabilmente da Landolfo, uno degli altri fratelli del Principe, ecc…”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: La morte di Guido di Policastro addolorò sinceramente il Guiscardo, che del cognato ammirava generosità d’uomo e valore guerriero. La Contea, essendo Guido morto senza eredi, passò al fratello, Landolfo.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di Roberto il Guiscardo, dopo l’uccisione di un: “Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita), il quale, in mancanza di eredi, diede i beni della contesa, più la contea di Policastro, al fratello minore di Guido, Landolfo, che li conservò fino all’anno 1077, cioè sin dopo la caduta di Salerno.”.

Nel 1077-78, la Contea di Policastro a Roberto il Guiscardo dopo la caduta di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo

Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 377, nella sua nota (5) postillava che: “(5)…..Gisulfo II era stato deposto da due (a. 1077), Pietro da Salerno era già da tre mesi abate del cenobio della sS. Trinità di Cava (S. Leone morì il 22 luglio 1079). La data effettiva deve perciò risalire al 22 ottobre 1067, tanto più che U. da Venosa (“il Venusino”), ‘Vitae sanctorum abbatum cavensium’, ABC, cod. n. 24, ff. 15v – 15r) colloca l’evento subito dopo il ritorno di Pietro da Cluny. Ecc..”. Dunque, l’Ebner in questo passaggio indica come data della nomina ad Abate dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni del monaco Pietro Pappacarbone all’anno 1074, tre anni prima dell’anno, 1077, in cui era stato deposto, dice lui, il principe longobardo Gisulfo II, da Roberto il Guiscardo che in quell’anno assediò Salerno. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno nelle mani dei Normanni di Roberto il Guiscardo nell’anno 1078 che, come narra il cronista dell’epoca Amato di Montecassino (…), Landolfo dovette consegnare a Roberto dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo Gisulfo II. Landolfo, dovette consegnare a Roberto il Guiscardo la contea di Policastro e di S. Severino e Guaimario dovette consegnare la città fortificata del Cilento. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a pp. 122-123, in proposito scriveva che: Il Guiscardo lasciò che i familiari del deposto principe conservassero i loro possedimenti, solo pretese che gli venissero consegnate le fortezze più importanti; così Landolfo dovette cedere Policastro ed il castello di S. Severino, Guiamario il Castellum Cilenti: “….Et il frere de Gisolfe vindrent; et comment lor fu comandé, Landulfe rendi lo Val de Saint Severin et Pollicastre, et Guaymere rendi Cyliente (1).”. Il Cantalupo, a p. 123, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Amato, op. cit., p. 37.”. Dunque, il Cantalupo citava Amato di Montecassino (….). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226 del suo vol. I, nella sua nota (49) postillava che: “(49) Dopo la caduta della rocca salernitana, tra le condizioni di resa la consegna di tutte le contee. E cioè di Policastro che, dopo l’assassinio di Guido, il principe aveva dato all’altro fratello Landolfo, e Cilento tenuto da Guaimario, fratello non figlio e di cui è pure notizia per l’episodio del dente di S. Matteo (il principe l’aveva dato in consegna appunto a Guaimario), narrato dallo Schipa, p. 240. Di fronte alle tergiversioni di Gisulfo, Roberto il Guiscardo minacciò lo spodestato principe d’inviarlo in catene a Palermo, ecc..”. Ebner (…), cita Michelangelo Schipa (….) che, infatti, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, nel 1934, ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’, a p. 232, dopo aver detto dell’uccisione di Guido, scriveva di Landolfo, suo fratello minore, scriveva che: Nè v’è dubbio che di lui non restassero figliuoli, perchè il fratello minore, Landolfo, ne recò i domini di Policastro e quelli contrastati della Valle di S. Severino (38).”. Schipa (…), a p. 232, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”.

I due studiosi Natella e Peduto, citando Amato di Montecassino e la sua ‘Historia Normannorum‘, che si compone di n. 8 libri, parlando dei due castelli a Policastro, si riferiscono all’anno 1077. A quale libro del racconto di Amato, si parla di Policastro ?. I due studiosi, si rifanno all’edizione curata da Vincenzo De Bartholomaeis (…), e dicono a p. 371. Nella nuova traduzione di Amato di Montecassino (…), per i tipi di Francesco Ciolfi, dove a p. 19, si riporta l’ampia introduzione del De Bartholomaeis. In essa si parla degli otto libri del ‘chronicon’ di Amato. A p. 20, è scritto: “Il periodo di tempo di cui Amato prese a narrare le vicende, comprende sessantuno o sessantadue anni: dalla prima apparsa di quaranta pellegrini normanni a Salerno, nel 1016, sino alla morte di Riccardo di Capua, avvenuta il 5 aprile del 1078.”. Dunque, è probabibile che il Libro a cui si riferiscano i due studiosi sia il Libro VIII, cioè l’ultimo capitolo del Chronicon di Amato. Nella recente edizione edita per i tipi di Ciolfi (…), a p. 377, nel Libro VIII, cap. XXX, è scritto: “Landolfo restituì la Valle di Santa Severina e Policastro, e Guaimario restituì il Cilento. In tal modo finì ogni contrasto. Gisulfo giurò ecc..ecc…”. Il passo della narrazione di Amato, riguarda la fine dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, che dopo l’assedio di Salerno da parte del cognato Roberto il Guiscardo, dovette desistere ed arrendersi a suo cognato Roberto il Guiscardo, con cui iniziava la dominazione Normanna sull’ex Principato Longobardo di Salerno. Nel racconto di Amato, si parla di due valli, quella di Santa Severina (la valle di S. Severino di Centola) e quella di Policastro (attuale Bussentino). La narrazione di Amato, si riferisce al momento della resa di Gisulfo II che chiama il figlio Landolfo che dovette restituire al Guiscardo, le valli di “Santa Severina” (S. Severino di Centola) e di Policastro. Dei fatti e dei territori all’epoca del Guiscardo, verso la fine del secolo XI, ho scritto nel mio saggio ‘Nel 1055, la Contea Longobarda del Conte Guido di Policastro’, che verso l’anno 1077, fu restituita (era stata promessa da Gisulfo II, ma mai data al cognato Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo Normanno, che dopo l’assedio di Salerno se ne impossessò insieme a tutto l’ex Principato Longobardo di Salerno. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Scrivono i due studiosi Natella e Peduto (2) che, “la ripresa cattolica-romana in policastro e la restaurazione della sede episcopale, è da mettersi in rapporto con la riconosciuta politica Normanna.”.

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “la contea di Policastro, …..fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226 del suo vol. I, nella sua nota (49) postillava che: Dopo la caduta della rocca salernitana, tra le condizioni di resa la consegna di tutte le contee. E cioè di Policastro ……..è pure notizia per l’episodio del dente di S. Matteo (il principe l’aveva dato in consegna appunto a Guaimario), narrato dallo Schipa, p. 240. Di fronte alle tergiversioni di Gisulfo, Roberto il Guiscardo minacciò lo spodestato principe d’inviarlo in catene a Palermo, ecc..”. Schipa (…), a p. 232, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: La morte di Guido di Policastro addolorò sinceramente il Guiscardo, che del cognato ammirava generosità d’uomo e valore guerriero. La Contea, essendo Guido morto senza eredi, passò al fratello, Landolfo.”. Michelangelo Schipa (…), nel cap. 12, del suo  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, nel 1934, ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’, a p. 240, parlando dell’episodio citato da Ebner (…), sul dente di S. Matteo e, riferendosi a Roberto il Guiscardo e, della conquista di Salerno, dopo il suo assedio, scriveva che: “E maggiore contesa sorse dopo. Pretendeva Roberto che dovessero porsi in sua mano i castelli della valle di S. Severino, di Policastro e del Cilento, tenuti da Landolfo e da Guaimario, fratelli di Gisulfo, poichè diceva spettargli intera la signoria del Principato. E Gisulfo schermivasi, negando che dei castelli si fosse fatta parola allorchè egli si era arreso.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino e dell’Alfano (…), a p. 256, scriveva in proposito che:

(Fig…..), Aimè (…), op. cit., p. 256

Ruggiero Sanseverino e le origini della nobile famiglia Sanseverino

Dalla Treccani leggiamo che: Sanseverino, Ruggero I. – Nacque tra il 1064 e il 1065 da Troisio (o Turgisio) di Rota, di discendenza normanna. Primo di cinque figli (suoi fratelli erano Silvano, Troisio jr, Roberto e Deletta), ereditò i possedimenti paterni che, oltre al castello di San Severino dal quale egli trasse il nomen familiae, comprendevano la pianura dell’attuale Mercato San Severino, Montoro, Lauro e Apudmontem (Roccapiemonte). Il suo nome personale si ricollega con molta probabilità a quello del conte di Sicilia Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo, a cui la famiglia era legata da rapporti di amicizia. Vicino politicamente alla stirpe dei principi longobardi, sposò in data imprecisata Sica (o Sicarda), figlia del conte Landolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV, dalla quale ebbe almeno quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo.Ebbe inoltre un figlio naturale, Tancredi, e un figliastro, Roberto. La storia dei Sanseverino di queste prime generazioni è, del resto, soprattutto legata alle vicende del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni e queste relazioni sono meglio documentate. Ruggero fece al cenobio numerose elargizioni (anche se la documentazione è talvolta di dubbia autenticità). Nel settembre del 1111, partecipò, invece, a un’assemblea indetta dal duca Ruggero Borsa per difendere il monastero di Cava dalle pretese di Giordano II, conte di Nocera, che in presenza dell’abate Pietro e dei nobili campani riconobbe tutte le concessioni fatte dalla sua famiglia ai monaci cavensi. Il problematico rapporto con Cava restava però sempre al centro degli interessi di Sanseverino. Nel marzo del 1114, alcuni suoi uomini iniziarono a vessare i dipendenti dell’abbazia, ma egli,dichiaratosi estraneo ai fatti, intervenne in sua difesa, ottenendo in cambio la custodia del castello di Sant’Auditore di Cava. Nello stesso mese, confermò anche un provvedimento preso dal fratello Troisio in favore dello stesso monastero e, come se non bastasse, concesse egli stesso il casale di Selefone del Cilento, di cui delimitò i confini. Poco dopo però insorsero contrasti con i monaci a seguito delle molestie da lui arrecate ai loro coloni, ma ancora una volta l’abate Pietro intervenne per cercare una mediazione, e nel novembre del 1116 Ruggero gli confermò il possesso della quarta parte del monastero cilentano di S. Giorgio con i beni annessi. Non è sicuro invece che nel 1118 abbia forzato il cognato Erberto il Normanno, detto Caputasini, a restituire a Cava alcune terre da lui usurpate. Nel giugno del 1121, donò all’abate Pietro alcuni terreni siti a Ogliarola(località oggi non più esistente), appartenuti in precedenza al suocero Landolfo. La Treccani non parla del borgo di S. Severino. Da Wikipedia leggiamo che: Ruggero I Sanseverino, conosciuto come Ruggero di Sanseverino o di San Severino (1065 circa – Cava de’ Tirreni, 1125), è stato un nobile e religioso italiano. Primogenito di Turgisio di Sanseverino, ereditò i possedimenti e titoli dal padre, e il castello di San Severino da cui prese il nomen familiae. Era il primo di cinque figli (Silvano, Troisio junoiores, Roberto e Deletta), fu il capostipite (insieme a suo padre) che diede il nome alla illustre e potente famiglia dei Sanseverino, che governò per diversi secoli nelle terre dell’Italia meridionale, stringendo rapporti con le maggiori famiglie reali, e rimanendo al centro dei maggiori eventi storici del sud Italia. La casata ebbe origine dal cavaliere normanno Turgisio, discendente dai duchi di Normandia, che ebbe in dono da Roberto il Guiscardo la contea di Rota (l’odierna Mercato San Severino), posta in una posizione strategica che poneva in comunicazione il Principato di Salerno con il Ducato di Napoli e di Benevento. Avendo questi stabilito la sua dimora nel Castello di Sanseverino che si trovava nei suoi nuovi possedimenti, ne assunse anche il nome. Ruggero deve il suo nome al fratello di Roberto il Giuscardo, anch’egli Ruggero. Sanseverino sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno principe di Salerno, e figlia del conte Landolfo. Secondo le fonti ebbero non meno di quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo. Inoltre vi fu un figlio naturale, Tancredi e uno illegittimo, Roberto. Ereditò dal padre, il titolo di conte di Rota e Signore di San Severino e di altri feudi. Poche notizie riguardanti il suo governo, sono affiliate al castello di Montoro, da lui posseduto almeno dal 1097. Partecipò ad un’assemblea di investitura, del 1109, durante la quale il signore di Monteforte, Guglielmo Carbone, giurò fedeltà a Roberto, figliastro di Ruggero. Guglielmo fu investito delle terre situate nei pressi di San Severino, Lauro e Forino. Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Con l’arrivo dei Normanni e la graduale fine della dominazione bizantina, i papi procedettero alla riorganizzazione ecclesiastica di questi territori. L’Antonini (…), in proposito scriveva che: “Devesi inoltre sapere, che questo Sanseverino (diciamo pure di Cilento), era capo di molti paesi d’intorno, a segno che anche oggi il Baron della Terra esigge da Centola, dalla Foria, e dalla Poderia un’annua contribuzione a titolo di ‘Bagliva’, indubitato segno dell’antica soggezione (I), e dipendenza. Quell’ormai ruinato Castello fa ancor vedere, che non poteva esser fatto, che per Uomini di sommo conto. In questo luogo, e non in Perdifumo, come malamente scrive il Toppi, nacque Vincenzo di Vita, Barone della steessa Terra, e patrizio di Ravello, vicino Amalfi, ecc…”. Nicola Acocella (…), scriveva in proposito: “Dopo l’anno 1097, nuove forze politiche ed egemoniche si affermarono nella zona…Tra i capi normanni, che miravano al dominio di essa si distinsero Troisio o Torgisio di Rota (che in seguito si disse S. Severino) e Guglielmo del Principato, che mirava a formarsi una signoria tra il Tanagro e il Golfo di Policastro. Spentasi la discendenza di Guglielmo, i discendenti di Torgisio rimasero padroni di gran parte del Cilento inferiore (41).”. Sulle origini di Ruggiero Sanseverino ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), Su queste cose ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi a quando Ruggiero Sanseverino aveva già incontrato S. Pietro Pappacarbone e si era già in parte convertito, racconta che: “Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117). Il suo zelo religioso lo indusse nei tardi anni a rinunziare al mondo facendosi monaco nello stesso monastero di Cava (3). A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”.Il “De Meo” di Ebner (…), è Di Meo (…). infatti, il Di Meo, scriveva in proposito:

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(Figg…) Di Meo (…), vol. IX, p. 295

Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio ecc…”.

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Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Con l’arrivo dei Normanni e la graduale fine della dominazione bizantina, i papi procedettero alla riorganizzazione ecclesiastica di questi territori. Nicola Acocella (…), scriveva in proposito: “Dopo l’anno 1097, nuove forze politiche ed egemoniche si affermarono nella zona…Tra i capi normanni, che miravano al dominio di essa si distinsero Troisio o Torgisio di Rota (che in seguito si disse S. Severino) e Guglielmo del Principato, che mirava a formarsi una signoria tra il Tanagro e il Golfo di Policastro. Spentasi la discendenza di Guglielmo, i discendenti di Torgisio rimasero padroni di gran parte del Cilento inferiore (41).”. Sulle origini di Ruggiero Sanseverino ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), Su queste cose ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi a quando Ruggiero Sanseverino aveva già incontrato S. Pietro Pappacarbone e si era già in parte convertito, racconta che: “Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117). Il suo zelo religioso lo indusse nei tardi anni a rinunziare al mondo facendosi monaco nello stesso monastero di Cava (3). A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio ecc…”.

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” che a pp. 116-117, racconta che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. Dunque, Matteo Mazziotti, parlando di Ruggiero Sanseverino, scriveva che egli dopo la sua morte, gli successe il figlio Arrigo. Mazziotti dice pure che Ruggiero Sanseverino era sposato con Sica, figlia di Pandolfo, secondogenito del principe Longobardo di Salerno Guaimario. Da Sica, Ruggiero Sanseverino ebbe Arrigo che gli successe dopo la sua morte. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua opera scrivendo del piccolo borgo medioevale di San Severino e del suo munito e fortissimo castello, voleva che ivi fossero i natali di uno dei primi rampolli di uno dei rami della nobilissima famiglia dei Sanseverino: Ruggero Sanseverino e forse pure del padre Torgisio o Troisio. Ruggero legò la storia della propria famiglia ai monaci della Santissima Trinità di Cava de’ Tirreni, a cui cedette più volte appezzamenti di feudi e terre, senza esimersi da concedere favori signorili. Prima donazione è stata la chiesa di Santa Maria di Roccapiemonte, avvenuta nel 1081, e di sette terreni annessi, nel 1083. Nel 1111, difese il monastero di Cava dalle pretese di Giordano II, conte di Nocera, che ne rivendicava le donazioni fatte in precedenza: entrambi si confrontarono in un’assemblea organizzata dal duca Ruggero Borsa. Il rapporto con i monaci cavesi fu tuttavia contraddittorio. Infatti lo accusarono più volte di maltrattamenti e molestie anche morali ai propri coloni. L’intervento di mediazione dell’abate Pietro calmò le acque e nel 1114, a Ruggero fu affidata la custodia del castello di Sant’Auditore. Nel 1116, dopo aver donato al monastero il casale di Selefone del Cilento, gli concesse una parte del monastero di San Giorgio, dopo ulteriori proteste. Secondo la tradizione, poco dopo il giugno del 1121, Sanseverino decise, dopo quarant’anni di rapporti religiosi, di spogliarsi dei suoi beni, prendendo l’abito monastico proprio a Cava, dove morì nel 1125.

(Fig….) Antonini, op. cit., p. 347-348

Il Mazziotti (…), a p. 117, scriveva sui Sanseverino che: “A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. La Greca e Di Rienzo (…), sulla scorta di Pietro Ebner (…, vedi ‘Storia di un feudo…’, p. 121), a p. 216, scrivevano in proposito che: “La prima notizia del borgo è del 1227 quando Tommaso Sanseverino lo cede alla Regia Curia in scambio della Contea di Marsico (2). E’ probabile che la sua nascita risalga al XII secolo, quando i Normanni conquistarono l’Italia meridionale scacciandone definitivamente i Bizantini. Quivi, infatti, venne fondato un castello della nobile famiglia dei Sanseverino circondato da mura turrite che lo resero inespugnabile. Il feudo comprendeva Centola, Foria e, al di là del Mingardo, Poderia.”. Ecco cosa scrive in proposito, Saverio Gatta che ripubblicò le ‘Memorie sulla Lucania’ del padre Costantino (…), a p. 149, sui Sanseverino:

Gatta, p. 149

(Figg….) Gatta (…), pp. 149 e 150, in cui si parla delle origini dei Sanseverino

Saverio Gatta, figlio di Costantino (…), nel 17….., pubblica ‘Memorie Istoriche ecc..’, opera postuma del padre, che sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), ci da alcune interessanti notizie in merito. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (2), postillava a riguardo: “De Meo, ‘Annali’, anno 9, p. 294”. Il “De Meo” di Ebner (…), è Di Meo (…). Il Gatta (…), sulla scorta della Chronaca di Leone Ostiense Marsicano (…), “Vite dei Beati Abati del Monistero della Santissima Trinità della Cava” (…), scrive che: “Da Turgisio Primo Conte Sanseverino nacque Rugiero, che sposò Sirca, figlia di Pandolfo, secondogenito di Guaimario, già Principe di Salerno del sangue Longobardo, procreò Errigo. E ritiratosi il menzionato Rugiero in Montecassino a menare vita Monastica, ove visse e morì santamente…”. L’Antonini (…), distingue i Sanseverino di Cilento, che avrebbero preso il nome dal villaggio di S. Severino di Camerota, ora di Centola, dai Sanseverino di S. Severino Rota.

Nel 1081, TURGISIO Normanno (di Sanseverino o di Rota) muore e si apre la successione

Da Wikipedia leggiamo che nel 1081 Turgisio morì e gli succedette nel feudo di Sanseverino il primogenito Ruggero, che sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno. Degli altri figli di Troisio, Silvano divenne signore di Apudmontem (Roccapiemonte), Troisio II del Cilento, di Montemiletto e di Bracigliano, mentre Diletta andò sposa al milite Eremberto.

Nel 1081, TURGISIO (II) SANSEVERINO, signore di Montemiletto  ed il fratello RUGGERO SANSEVERINO, figli ed eredi di TURGISIO di Rota, dopo la morte di Nicola di Principato, signori del Cilento

Da Wikipedia leggiamo che nel 1081 Turgisio morì e gli succedette nel feudo di Sanseverino il primogenito Ruggero, che sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno. Degli altri figli di Troisio, Silvano divenne signore di Apudmontem (Roccapiemonte), Troisio II del Cilento, di Montemiletto e di Bracigliano, mentre Diletta andò sposa al milite Eremberto. Erasmo Ricca (…), nel suo ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, in cui discorre dell’origine della famiglia Filangieri e dei Sanseverino, a p. 8, in proposito scriveva che: “Il mentovato Turgisio, che fu altresì valoroso Capitano, e militò seguendo le bandiere di Roberto il Guiscardo, ebbe da quest’ultimo in dono il castello di Sanseverino, donde presero il cognome i suoi figliuoli a nome Ruggiero, Silvano e Turgisio 2°. Adunque le cospicue famiglie Filangieri e Sanseverino hanno origine da’ due fratelli e Cavalieri Normanni Angerio e Turgisio (4).”. Erasmo Ricca sostiene l’origine dei Sanseverino di Turgisio fratello di Angerio. Turgisio il Normanno ebbe tre figli: Ruggero, Silvano e Turgisio II. Come vedremo Turgisio II avrà il figlio che noi abbiamo chiamato Ruggero II Sanseverino:

Ricca Erasmo, p. 387 sullalbero geneologico dei Filangieri

Dalla Treccani on-line alla voce ‘Cilento’ leggiamo che  Accanto alla Badia, troviamo più tardi parecchi nobili cavalieri normanni, che sostituiscono gli antichi signori feudali, ecclesiastici o secolari: tra essi, emersero Troizo o Torgisio di Rota, che in seguito si disse di San Severino, dal nome di uno dei borghi del contado di Rota, e Guglielmo detto del Principato, fratello di Roberto Guiscardo, che senza scrupoli s’industriava a formarsi una signoria fra la valle del Tanagro e il golfo di Policastro. Ma, arrestatasi al terzo erede la discendenza di Guglielmo del Principato, Torgisio di San Severino, figlio di Troiso di Rota, restò l’unico potente signore del Cilento, ed estendendo i suoi acquisti, formò la Baronia del Cilento, col suo centro nel Castello di Rocca. Da allora, la storia del Cilento s’identifica con quella, assai tragica, dei Sanseverino (v.). Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 129, nel suo schema “DIscendenza dei Sanseverino”, subito dopo aver detto di “TORGISIO Normanno signore di Rota” egli mette i suoi tre figli: “TORGISIO II, signore di Sanseverino, Montemiletto e Cilento (a. 1113)”; “RUGGIERO di Sanseverino, signore di Cilento (1110-1114)” e “SILVANO”. Da “TORGISIO II” fa discendere il suoi due figli: “RUGGIERO I, signore di Sanseverino e Cilento (1114-1121)”, “ENRICO I, signore di Sanseverino, barone del Cilento (1125-1141)” e “GUGLIELMO I, signore di Sanseverino e Montoro, barone del Cilento, gran giustiziere e comestabile (1186-1187 e Catal. Baron.)”. Dunque, da questo schema possiamo vedere anche la successione temporale. Dunque, il Cantalupo, in questo suo schema pone Torgisio II nell’anno 1113 ed il fratello Ruggero Sanseverino negli anni tra il 1110 ed il 1114. Di Silvano non si dice nulla. Dalla Treccani leggiamo che Ruggero I Sanseverino, nacque tra il 1064 e il 1065 da Troisio (o Turgisio) di Rota, di discendenza normanna. Primo di cinque figli (suoi fratelli erano Silvano, Troisio jr, Roberto e Deletta), ereditò i possedimenti paterni che, oltre al castello di San Severino dal quale egli trasse il nomen familiae, comprendevano la pianura dell’attuale Mercato San Severino, Montoro, Lauro e Apudmontem (Roccapiemonte). Il suo nome personale si ricollega con molta probabilità a quello del conte di Sicilia Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo, a cui la famiglia era legata da rapporti di amicizia. Vicino politicamente alla stirpe dei principi longobardi, sposò in data imprecisata Sica (o Sicarda), figlia del conte Landolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV, dalla quale ebbe almeno quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo. Ebbe inoltre un figlio naturale, Tancredi, e un figliastro, Roberto. La storia dei Sanseverino di queste prime generazioni è, del resto, soprattutto legata alle vicende del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni e queste relazioni sono meglio documentate. Ruggero fece al cenobio numerose elargizioni (anche se la documentazione è talvolta di dubbia autenticità). Nel settembre del 1111, partecipò, invece, a un’assemblea indetta dal duca Ruggero Borsa per difendere il monastero di Cava dalle pretese di Giordano II, conte di Nocera, che in presenza dell’abate Pietro e dei nobili campani riconobbe tutte le concessioni fatte dalla sua famiglia ai monaci cavensi. Il problematico rapporto con Cava restava però sempre al centro degli interessi di Sanseverino. Nel marzo del 1114, alcuni suoi uomini iniziarono a vessare i dipendenti dell’abbazia, ma egli, dichiaratosi estraneo ai fatti, intervenne in sua difesa, ottenendo in cambio la custodia del castello di Sant’Auditore di Cava. Nello stesso mese, confermò anche un provvedimento preso dal fratello Troisio in favore dello stesso monastero e, come se non bastasse, concesse egli stesso il casale di Selefone del Cilento, di cui delimitò i confini. Poco dopo però insorsero contrasti con i monaci a seguito delle molestie da lui arrecate ai loro coloni, ma ancora una volta l’abate Pietro intervenne per cercare una mediazione, e nel novembre del 1116 Ruggero gli confermò il possesso della quarta parte del monastero cilentano di S. Giorgio con i beni annessi. Non è sicuro invece che nel 1118 abbia forzato il cognato Erberto il Normanno, detto Caputasini, a restituire a Cava alcune terre da lui usurpate. Nel giugno del 1121, donò all’abate Pietro alcuni terreni siti a Ogliarola (località oggi non più esistente), appartenuti in precedenza al suocero Landolfo. La Treccani non parla del borgo di S. Severino. Da Wikipedia leggiamo che: Ruggero I Sanseverino, conosciuto come Ruggero di Sanseverino o di San Severino (1065 circa – Cava de’ Tirreni, 1125), è stato un nobile e religioso italiano. Primogenito di Turgisio di Sanseverino, ereditò i possedimenti e titoli dal padre, e il castello di San Severino da cui prese il nomen familiae. Era il primo di cinque figli (Silvano, Troisio junoiores, Roberto e Deletta), fu il capostipite (insieme a suo padre) che diede il nome alla illustre e potente famiglia dei Sanseverino, che governò per diversi secoli nelle terre dell’Italia meridionale, stringendo rapporti con le maggiori famiglie reali, e rimanendo al centro dei maggiori eventi storici del sud Italia. Ruggero deve il suo nome al fratello di Roberto il Giuscardo, anch’egli Ruggero. Ereditò dal padre, il titolo di conte di Rota e Signore di San Severino e di altri feudi. Poche notizie riguardanti il suo governo, sono affiliate al castello di Montoro, da lui posseduto almeno dal 1097. Partecipò ad un’assemblea di investitura, del 1109, durante la quale il signore di Monteforte, Guglielmo Carbone, giurò fedeltà a Roberto, figliastro di Ruggero. Guglielmo fu investito delle terre situate nei pressi di San Severino, Lauro e Forino. Il suo nome personale si ricollega con molta probabilità a quello del conte di Sicilia Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo, a cui la famiglia era legata da rapporti di amicizia. Dalla Treccani on-line leggiamo che, riferendosi a Ruggero di Sanseverino, suo fratello maggiore, nel marzo del 1114, alcuni suoi uomini iniziarono a vessare i dipendenti dell’abbazia, ma egli, dichiaratosi estraneo ai fatti, intervenne in sua difesa, ottenendo in cambio la custodia del castello di Sant’Auditore di Cava. Nello stesso mese, confermò anche un provvedimento preso dal fratello Troisio in favore dello stesso monastero e, come se non bastasse, concesse egli stesso il casale di Selefone del Cilento, di cui delimitò i confini. Nicola Acocella (38) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secoli X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1961), a pp. 130-131, nel capitolo “b. la successiva espansione cavense nel Cilento” (che corrisponde allo stesso saggio pubblicato a pp. 486, nel testo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”), in proposito scriveva che: “Nuove forse politiche ed egemoniche si affermavano nella zona. Tra i capi normanni, che miravano al dominio di essa si distinsero Troisio o Torgisio di Rota (che in seguito si disse di S. Severino) e Guglielmo del Principato, che mirava a formarsi una signoria tra il Tanagro e il Golfo di Policastro. Spentasi la discendenza di Guglielmo, i discendenti di Torgisio rimasero padroni di gran parte del Cilento inferiore (206).”. L’Acocella, a p. 131, nella nota (206) postillava che: “(206), E. Pontieri, s. v. Cilento, in E.I.; C. Gatta, op. cit., p. 148 sgg., 275 sgg.”. Antonio Infante (….), nel suo “Cilento – uomini e vicende”, scritto insieme a Pierfrancesco del Mercato, ed. Reggiani, 1980, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo, il Cilento dovette trovare necessariamente la sua unità fino al 1083, quando incomincia il dominio effettivo della Badia di Cava sul feudo della Baronia di Castellabbate, come sarà chiamata dall’edificazione del castello nel 1127, in seguito alla conferma da parte del Guiscardo della donazione fatta da Gisolfo. Malgrado il Cilento fosse sotto la signoria dei Normanni, notiamo tra i feudatari molti di sangue Longobardo. Tra questi notiamo Guaimario, conte di Capaccio ed erede diretto dei Principi di Salerno. Guaimario, nel 1097, signore di Giffoni, donò alla Badia di Cava il casale di Massanova (…)”. Scrive sempre l’Infante (….), sulla scorta del Del Mercato (…) e dell’Acocella (…): “Nel 1082, il già citato Ruggero Sanseverino, capostipite della famiglia in Italia, dona alla Badia di Cava alcuni casali ed alcune terre nel Cilento. Nel 1083, il Guiscardo rinnovò alcuni privilegi donati da Gisulfo alla Badia di Cava, mentre tutto il resto del Cilento era governato dal visconte Boso. Nel 1085, muore il Guiscardo e diviene capo della gente Normanna il figlio Ruggero I d’Altavilla. Non sappiamo di preciso in quale anno il feudo del Cilento passa alla famiglia Sanseverino, la prima investitura è fatta a favore di Enrico figlio di Turgisio (…). Non si può escludere che la contea del Cilento fosse dei Sanseverino già prima del 1082, infatti le donazioni fatte da Ruggero in quell’anno indicavano già una loro signoria sul Cilento, d’altra parte il fatto che nel 1083, il Cilento fosse amministrato dal Visconte Boso, non esclude che i Sanseverino ne fossero Conti. Infatti, Turgisio Sanseverino nel 1113 fa alcune donazioni alla Badia di Cava. Le donazioni dell’epoca, non lasciano dubbi sul fatto che la famiglia Sanseverino fosse già feudataria del Cilento (….).”. L’Infante, a p. 36, nella nota (12) postillava che: “(12) Mazziotti, op. cit., pag. 114”. L’Infante (….), sulla scorta del Del Mercato (…) e dell’Acocella (…), a p. 37, in proposito scriveva: “Nel 1082, il già citato Ruggero Sanseverino, capostipite della famiglia in Italia, dona alla Badia di Cava alcuni casali ed alcune terre nel Cilento. Nel 1083, il Guiscardo rinnovò alcuni privilegi donati da Gisulfo alla Badia di Cava, mentre tutto il resto del Cilento era governato dal visconte Boso. Nel 1085, muore il Guiscardo e diviene capo della gente Normanna il figlio Ruggero I d’Altavilla.”. Infatti, Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 115-116-117, e riferendosi a quando Ruggiero Sanseverino aveva già incontrato S. Pietro Pappacarbone e si era già in parte convertito, racconta che: “Morto nel frattempo il vecchio Torgisio, i suoi figliuoli, Torgisio iuniore, Ruggiero e Silvano avevano assunto il cognome di Sanseverino dal feudo da essi tenuto. Il primogenito, Torgisio juniore, in questo tempo ebbe in concessione anche il feudo della baronia di Cilento come è dimostrato da varie donazioni, da lui fatte alla Badia, di terre e di vassalli nel Cilento. In un atto dell’ottobre 1113, egli dichiarava di avere in suo dominio vassalli e terre nel Cilento e propriamente nella marina di esso, in S. Mauro ed in Fiumicello e ne faceva dono alla Badia di Cava (2). Nel dicembre dello stesso anno confermava la donazione e vi aggiungeva altri vassalli ed altre terre nei casali di Montecorice, di Quadrati, di Abramuli, di Pietrfocaia, di Pioppi, di Prigenito, e di Oliarola (3). Queste donazioni di vassalli e di possedimenti in tanti casali del Cilento attestano che già Torgisio era signore di esso; ciò che del resto è confermato da una serie di atti, in cui i suoi successori intervennero assumendo il titolo di baroni del Cilento. Il Ventimiglia (1) scrive che il Torgisio della donazione dell’ottobre 1113 è del tutto diverso da Torgisio Sanseverino della donazione del dicembre successivo perchè nella prima di esse è chiamato Torgisio signore di Montemiletto. Anzitutto è da notare che è detto “signore di Montemiletto e di moltri altri luoghi” ed il possesso di quel feudo, che egli volle indicare, non esclude punto che potesse avere in pari tempo la contea di S. Severino e la baronia del Cilento. Inoltre, l’atto del dicembre 1113 non è che un’assegnazione di vassalli e di terre negli stessi casali indicati nella precedente donazione. VII. A Torgisio iuniore successe nel contado di Sanseverino e nella baronia del Cilento il figliuolo Ruggero Sanseverino.”. Il Mazziotti (…), a p. 115, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Pubblicato dal Ventimiglia. ‘App., pag. 22.”. Il Mazziotti (…), a p. 115, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Idem, pag. XXIII.”. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ‘Notizie storiche’, pag. 59″. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo – Annali, anno 9°, pag. 294.”. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro’, fol. 19; Muratore, tom. 6°, pag. 222, citati dal Guillaume”. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a pp. 382-383, in proposito scriveva che: A Roberto nella contea di Principato successe Nicola (2) e dopo di lui non si fa più parola nelle carte del tempo della sua famiglia, per cui bisogna pensare che sia morto senza eredi. Contemporaneamente, e cioè fin dai primi anni del secolo XII, troviamo signore di molte terre nel Cilento Troizo o Torgisio Sanseverino, figlio di quel Troizo detto ‘De Rota’ nella bolla di Alessandro II (3). Egli in seguito ampliò grandemente i suoi possedimenti, forse ereditando parte dei beni di Nicola di Principato, e costituì definitivamente la baronia del Cilento. A Torgisio successero l’un dopo l’altro, durante il periodo Normanno, Ruggiero, Arrigo e Guglielmo, il quale ultimo visse nel turbinoso passaggio del Reame dalla dominazione normanna alla sveva. Il castello di Rocca Cilento era la sede della baronia, di cui facevan parte Porcile, etc…, di cui i nomi ora o poco prima cominciano ad apparire nei documenti del tempo.”. Il Carucci, a p. 383, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Paesano, op. cit., I, 18, riporta un documento dell’archivio della mensa arcivescovile di Salernoin cui Robertus divina clementia annuente Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi conferma all’arcivescovo di Salerno Alfano ‘de consensu et voluntate domini Roerii ducis incliti’ parecchie antiche concessioni di terre tra Eboli e il Sele.”. Il Carucci, a p. 383, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi un diploma di questo Conte in Paesano II, 113.”. Il Carucci, a p. 383, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Paesano, II, pag. 18 e segg.”. Il Carucci, a p. 383, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Il Ventimiglia, Notizie storiche, pag. 59, scrive che questo Torgisio non ha che vedere con Torgisio Sanseverino. Vedi ad ogni modo l’opera di M. Mazziotti, La baronia del Cilento’, a pag. 113 e segg. (Roma, 1904).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a pp. 128-129, parlando della “Actus Cilenti, poi Baronia di Cilento”, in proposito scriveva che: “Fu sicuramente il figlio del Guiscardo, Ruggero Borsa (1080-1111), che concesse l’Actus Cilenti come feudo a Torgisio II ed a Ruggiero, figli del primo Torgisio, il normanno che era stato compagno delle conquiste salernitane di suo padre, creato da questi signore di Rota e destinato ad essere il capostipite della più potente famiglia comitale del Mezzogiorno: i Sanseverino. Nell’ottobre del 1113, infatti, troviamo che ‘in acto et pertinentia de Cilento’ Torgisio II Sanseverino, signore di Montemiletto, concesse alla Badia di Cava terre ed uomini di suo possesso nelle località di ‘Fiumicello, Marina e S. Mauro (1); nel dicembre di quello stesso anno assegnò altre terre ed uomini alla Badia, sia nelle dette località che a Montecorice, sia ancora nei casali di ‘Quarati’ (Guarrazano), Abramuli, Petra Focara, Pioppi, Pragenito ed Oliarola (Ogliastro Marina)(2). In un atto pubblico del marzo 1114 Ruggiero di Sanseverino (‘Rogerius qui dicitur de Sancto Saverino), fratello di Torgisio II, confermò alla stessa Badia il possesso dell’intero casale di S. Mauro, donatole l’anno precedente dal fratello, e del casale di Silifone, venuto in possesso del cenobio nel 1088 per lascito testamentario di Guaimario jr., signore di Giffoni e nipote di Guido duca di Conza (3). I due casali, evidentemente, cadevano sotto la giurisdizione di Ruggiero, come suo era il Castellum Cilenti, che in un documento dell’1110, in cui compare anche la prima menzione di Rocca (poi Rocca Cilento), è detto: ‘Castello di Ruggiero’ (4).”. Il Cantalupo, a p. 128, nella nota (2) postillava che: “(2) Senatore, cit., doc. XVII. Per ‘Quarrati’, v. qui, n. 3, p. 69”. Il Cantalupo, a p. 128, nella nota (3) postillava che: “(3) Senatore, cit., doc. XVIII. Per Silifone v. qui, pp. 138-39. Guaimario di Giffoni era figlio di Guaimario, figlio di Guido di Conza”. Il Cantalupo, a p. 128, nella nota (4) postillava che: “(4) ABC, XIX, 3 (luglio 1110): “….habitans de la Rocca…..Stabilem, iudicem de castello Rogerii, …… I documenti medievali oscillano nella registrazione dei toponimi CASTELLUM CILENTI, ROCCA E CASTELLABATE ecc…”. Leone Mattei Cerasoli (…), troviamo nella “Vita di S. Petri” (la vita di S. Pietro), a pp….. parla del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino. Leone Mattei Cerasoli (…), a p. 21, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ruggiero di S. Severino, figlio del Normanno Turgisio, compagno di Roberto Guiscardo, come si vede da questa narrazione, fu prima ostile ai monaci di Cava, che avevano possedimenti a confine coi suoi a Roccapiemonte e nel Cilento, forse perchè donati loro dal padre suo, divenne poi col fratello Turgisio uno dei grandi benefattori dei cavensi. Ben otto diplomi essi concedettero a S. Pietro dall’anno 1081 all’anno 1121 per chiese di S. Maria in Roccapiemonte e S. Lucia in Montoro, vassalli e terre nel Cilento, parte del casale di Selofone e S. Marco Cilento (A.C.B., n. 17, 22, 28, D. 38, E. 23, 26, 33, F. 18). Nel 1111 Ruggero fu presente, nel luogo detto Cammerelle, al confine tra Cava e Nocera, a una riunione voluta dal Duca Ruggiero, in cui alla presenza pure di Sergio, Principe di Sorrento, Riccardo Conte di Sarno, Guglielmo di Angerio, venivano riconosciuti da Giordano II, principe di Capua, a S. Pietro, che era accompagnato dal priore Gaidelato e monaci, i possessi del castello di S. Adiutore di Cava, e le terre avute in feudo a Roccapiemonte, con garanzie di rispetto (v. l’elenco di questi documenti e il testo di alcuni in Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”.

Nel 1086, Ruggero Sanseverino dona una “curtis” (“Murici”) all’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola (riguarda il casale di S. Severino, casale di Roccagloriosa)

Romaniello Agatangelo (…..) a p. 42 del suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia” parlando di Roccagloriosa e del de Caro, scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71).”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, secondo l’Agatangelo, la Commenda con priorato di S. Spirito a Roccagloriosa, fondata da Noardo di o de Caro nel 1305, fu dotata di un “esteso patrimonio con bosco, detto Maurici”, che aveva un’estensione di 400 tomoli di terreno e si trovava al di là del fiume Mingardo. Questo vasto territorio anche boschivo, non si trovava a Roccagloriosa ma si trovava “al di là del fiume Mingardo”. Su questa vasta tenuta in parte boschiva detta “Maurici”. La notizia citata dal Romaniello proviene dal barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’antico documento del 1086 Ruggero Sanseverino donò al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Traducendo il passo in latino citato dall’Antonini, Ruggero Sanseverino donava “un cortile vicino a un fiume e una bassa in un terreno pianeggiante. Possedimento anche di ghiande di nome Murici, che inizia presso il fiume e corre lungo la Serra Serra ai piedi delle Cellas bulgare”. Dunque, si tratta della vasta tenuto allodiale detta “Maurici” o “Murice” che non si trovava a Roccagloriosa, ma essa doveva essere non molto distante dall’Abbazia di S. Maria di Centola. Questa tenuta in parte boschiva doveva essere “al di là del Mingardo” e comunque alle pendici del monte Bulgheria “quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae”. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (366) postillava che: “(366) Della famiglia patrizia napoletana. Una delle sette famiglie del Regno di Napoli, la più potente, e d’Italia la più illustre. Doveva essere un discendente del capostipite Turgisio, venuto nel 1045 al seguito dii Roberto il Guiscardo, che gli diede in feudo il castello di Sanseverino presso Salerno, donde la denominazione. C’è chi sostiene che prese il nome dal castello di San Severino presso il Mingardo, oggi frazione di Centola.”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (367) postillava che: “(367) La donazione fatta alla Badia di Centola è una dimostrazione chiara della sua importanza e vitalità che rivestiva nell’anno mille, non come badia benedettina, bensì basiliana. Le donazioni di estensioni terriere generalmente erano fatte a favore di badie, che esercitavano un ruolo sociale, soprattutto nel campo assistenziale e promozionale. Diversamente non si spiegherebbe il perchè della badia, al dire di don Baldassarre, di “grandioso edificio religioso”, che assurse a rango di diocesi.”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”, Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e riferendosi proprio alla donazione citata dall’Antonini, in proposito scriveva che: La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, il Barra, sebbene scrivesse che: “più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, località donata e citata nel documento del 1086 citato dall’Antonini, il Barra aggiunge che: “Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, secondo il Barra, la vasta tenuta di “Maurici” donata all’Abbazia di Centola si trovava nel territorio del Comune di Futani. Un bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”. Su questo bosco di quercie tra Futani e Poderia, sempre il Barra, a p. 73, in proposito scriveva che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un’”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”. Il Barra citava e postillava del testo di Giacomo Morra (….):

Nel 1086, Ruggero Sanseverino dona una “curtis” (“Murici”) all’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola

Vorrei fare il punto su una notizia ed un documento tratto dall’Antonini e, in particolare sulla notizia di una donazione fatta nell’anno 1086, di cui ancora, sebbene abbia indagato e approfondito le mie ricerche nulla ho potuto altro scoprire e di queste donazioni non vi è traccia. L‘Antonini (nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387), parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. L’Antonini, nella sua “Lucania”, oltre a parlarci di un’antica donazione e privilegio concesso ad un monastero vicino il luogo detto le “Celle” dall’Imperatore Lotario III, parlando a p…… del casale di Celle di Bulgheria cita invece un altro privilegio o donazione fatta nell’anno 1086 da Ruggero Sanseverino. Due distinte e diverse donazioni di cui l’Antonini non fornisce alcun riferimento bibliografico se non per la prima fa riferimento all’Abate Erasmo Gattola. L’Antonini (…), come ho già detto, parlando dei casali di S. Severino di Camerota prima e di Celle di Bulgheria dopo, parlava di una donazione di “Ruggiero da Sanseverino” fatta ad un altro “Monastero di Benedettini”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania – I Discorsi’, nella parte III, nel Discorso VIII, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, e, parlando di Celle di Bulgheria, in proposito a p. 387 cita un’altra donazione che riguardava Centola ed in particolare il Monastero di S. Maria di Centola. L’Antonini dice che questa donazione era dell’anno MLXXXVI (anno 1086). L’Antonini, riferisce di un’altra simile donazione fatta questa volta sempre da Ruggero Sanseverino al Monastero di S. Maria di Centola. Questa volta, l’Antonini cita addirittura l’intitolazione dell’antico privilegio dell’anno 1086. L’Antonini (…), a p. 387 accennava all’antico privilegio di Ruggiero Sanseverino dell’anno 1086 da cui egli trae l’origine dell’antica e nobile famiglia e, scriveva che:

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Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella parte III, nel ‘Discorso VIII’, parlando “dei luoghi posti a sinistra del Menicardo”, scriveva a p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, scrive: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa)”, e cita una donazione del 1086, parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino avrebbe fatto al monastero di S. Maria di Centola nell’anno 1086: “Sull’occidental falda della montagna detta di Bulgheria sono due piccioli, ma ben abitati paesi la Poderia, e le Celle, il primo fu casale del vicino S. Severino, el secondo è della descritta Rocca. Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”:

Antonini, p. 387, su S.Severino di Centola e il monastero

(Fig….) Antonini (…), p. 387 su Celle di Bulgheria e su Poderia

Anche Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio ecc………….V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Ecc..”. Anche Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, ci informavache: “i monaci italo-greci che costruirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria.…”. Sempre l’Ebner, riferendosi sempre alla Badia di S. Maria di Centola aggiungeva che: L’Antonini, ……., parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3)…”. Dunque, l’Ebner (…), a p. 712 parlando di Centola, ci informa che l’Antonini, scriveva che “a nord della via per S. Severino, la nota Abbazia di S. Maria…”,  secondo l’Antonini (…): “….assicura….e parla di una donazione che Ruggero di Sanseverino  avrebbe fatta al monastero monastero di S. Maria di Centola nel 1086 (3).”. L’Ebner a p. 713, vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “Antonini, cit. Vol. I, p. 387. “Curtem unane prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiserum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. La notizia della donazione era tratta dall’Antonini (…). Il baronne Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, Parte II, a p. 387, parlando di Celle di Bulgheria e di Poderia, accenna di nuovo alla “trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa…”, dunque la donazione di Ruggiero Sanseverino e non di Lotario III, donazione anche questa dell’anno 1086 ma, questa volta non al monastero di S. Severino ma al monastero di: “Monistero di S. Maria di Centola”, indicando pure l’intitolazione: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Dunque, l’Antonini scrive che: “Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, ecc…”. Dunque, l’Antonini, a p. 387 parla del casale di Celle di Bulgheria ma dicendo della donazione scrive che Celle è citata in detta donazione ma quando scrive “oltre di quello che che ne abbiamo accennato sopra”, si riferisce al casale di Roccagloriosa. Dunque, secondo l’Antonini, nella donazione del 1086 di Ruggiero Sanseverino che fa al Monastero italo-greco di S. Maria di Centola vengono citati anche i casali di Celle di Bulgheria e di Roccagloriosa. Del monastero di S. Maria di Centola ho parlato in un altro mio saggio. L’Antonini dice che nel luogo chiamato “le Celle”, si vedevano ancora (nel 1745) le vestigie dirute del Monastero di Benedettini. La traduzione del testo in latino riportato dall’Antonini è il seguente: “Sono andato alla corte una me vicino al fiume, nel luogo e nel guado dell’aereo. Inoltre, il possesso del glandiserum, il nome dello afferma che il Murex (Murici), che ha il suo inizio dal fiume, ai piedi della Bulgaria; percorre la sua strada attraverso la Serra Serra.. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (366) postillava che: “(366) Della famiglia patrizia napoletana. Una delle sette famiglie del Regno di Napoli, la più potente, e d’Italia la più illustre. Doveva essere un discendente del capostipite Turgisio, venuto nel 1045 al seguito dii Roberto il Guiscardo, che gli diede in feudo il castello di Sanseverino presso Salerno, donde la denominazione. C’è chi sostiene che prese il nome dal castello di San Severino presso il Mingardo, oggi frazione di Centola.”. Il Cammarano, a p. 289, nella nota (367) postillava che: “(367) La donazione fatta alla Badia di Centola è una dimostrazione chiara della sua importanza e vitalità che rivestiva nell’anno mille, non come badia benedettina, bensì basiliana. Le donazioni di estensioni terriere generalmente erano fatte a favore di badie, che esercitavano un ruolo sociale, soprattutto nel campo assistenziale e promozionale. Diversamente non si spiegherebbe il perchè della badia, al dire di don Baldassarre, di “grandioso edificio religioso”, che assurse a rango di diocesi.”. Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Riguardo la donazione dell’anno 1086 citata dall’Antonini a p. 387, quando scriveva che: Di quest’ultimo, oltre di quello che n’abbiamo accennato di sopra, trovasi fatta menzione nella donazione, che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI. fa al Monistero di S. Maria di Centola, quando scrive “di quest’ultimo” si riferisce al casale di Celle di Bulgheria e quando scrive “oltre di quello che abbiamo scritto sopra” si riferisce al casale di Roccagloriosa. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e scriveva che: Il primo documento in cui essa viene ricordata risale al 1086, quando il normanno Ruggero Sanseverino, signore dell’omonima baronia, effettuò a suo beneficio una ricca donazione: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.” (15). La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Quello che comunque val pena di sottolineare, è la sostanziale stabilità per non dire staticità, della consistenza e della localizzazione della proprietà abbaziale per tutto il medioevo e tutta l’età moderna. Il documento, solo assai parzialmente riportato dall’Antonini, non specifica neppure se si trattasse di un cenobio basiliano o benedettino. In realtà, la rilevanza stessa della donazione e la mancanza di riferimenti antecedenti all’abbazia fanno pensare a una fondazione ‘ex novo’, avvenuta di recente, forse sulle rovine del monastero di “S. Benedetto in Centulis”, distrutto dai saraceni nel 966. Sembra inoltre che dovrebbe trattarsi di una fondazione latina e benedettina, finalizzata, secondo la tipica prassi della politica religiosa dei Normanni, a controbilanciare la massiccia presenza basiliana nella zona.”. Francesco Barra (…), a p. 69, nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, La Lucania, cit., p. 387”. Su quanto scriveva Francesco Barra (…) a p. 69 e postillasse nella sua nota (16) ho già parlato circa l’ipotesi delle origini dell’antico monastero di S. Maria di Centola che come egli stesso dice, richiamandosi ad un passo raccontato dal ‘Chronicon Cavensis’, una cronaca medioevale spuria e anonima, potrebbe derivare dal monastero di S. Maria in Centulis. Dunque l’Antonini, a p. 387 voleva che i due casali di Celle di Bulgheria e di Roccagloriosa erano citati nel privilegio del 1086 concesso da Ruggiero Sanseverino al Monastero di S. Maria di Centola. Forse l’Antonini aveva letto di questi due privilegi, sia del privilegio dell’Imperatore Lotario III e sia di quella di Ruggiero Sanseverino all’Abbazia di S. Maria di Centola leggendola dalla “Cronaca di S. Mercurio”, una cronaca medioevale apocrafa di cui ho scritto ivi in un altro mio saggio. Certo è che queste notizie come pure di altre andrebbero ulteriormente indagate. Di questa donazione purtroppo nessuna traccia. Se vogliamo meglio indagare sulla donazione di Ruggero Sanseverino all’Abbazia benedettina (?) di S. Maria di Centola dobbiamo riferirci alle munifiche donazioni degli ultimi principi Longobardi di Salerno e i primi duchi Normanni dell’area donazioni fatte all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dè Tirreni. Si tratta dell’eventuale connessione che questo antico privilegio donato da Ruggero Sanseverino nell’anno 1086 al Monastero di S. Maria di Centola sia da collegarsi direttamente o indirettamente con l’altro Monastero nel luogo detto “le Celle”, citato sempre dall’Antonini e dove secondo lui accadde il miracolo di S. Pietro Pappacarbone del figlio di Ruggero. La notizia del miracolo, di Ruggero Sanseverino e del monastero benedettino nel luogo detto le Celle è riportata dall’Antonini in due altri passi, ovvero a p. 347 e p. 279, dove l’Antonini ci parla di un altro privilegio, anch’esso dell’anno 1086. L’Antonini dice che nel privilegio di Ruggero all’abazia di S. Maria di Centola sono citati i due casali: Celle di Bulgheria e Roccagloriosa. L’Antonini, riguarda quest’ultimo privilegio che dice essere dell’anno 1086, non fornisce alcun riferimento bibliografico ne io sono riuscito a capire da dove abbia tratto questa notizia. Sui privilegi e donazioni fatte da alcuni duchi Normanni intorno all’anno 1086, interessante è ciò che scriveva il nipote di Costantino Gatta (…), Saverio Gatta che ripubblicò le ‘Memorie sulla Lucania’ del padre Costantino (…), a p. 149, sui Sanseverino. Egli a p. 149, parlando dei Sanseverino in proposito scriveva che: “….: tutto ciò costa dalle Vite dè Beati Abati del Monistero della Santissima Trinità della Cava, dalla ‘Cronica di Lione Ostiense’, e da sei Privilegj, che nell’Archivio del menzionato Monistero si conservano, in uno dei quali stipulato nel 1114 nel regnare del Principe Roberto leggesi: “Ego Rogerius qui dicitur de S. Severino, ac filius quondam Turgisii Normanni, &”, ecc…”. Forse era proprio a questi 6 privilegi a cui si riferiva l’Antonini. Essi sono conservati nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni. Dunque, il Gatta (…), non riferiva della donazione del 1086 ma riferiva di un’altra donazione dell’anno 1114. Riguardo le numerose donazioni dei principi Longobardi e Normanni elargite ai Monasteri delle “Congregazione Cavense” ed all’Abbazia stessa di Cava dè Tirreni, è interessante ciò che scriveva Paul Guillaume (…), nella sua opera sull’Abazia di Cava dè Tirreni perchè cita il De Blasi.

Paul Guillaume (…), nella sua opera ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava‘, Cava dei Tirreni 1877, ristampato con traduzione dalla Ruocco (…), a pp. 91, nella sua nota (1) postillava dei documenti e donazioni conservati nell’Abbazia di Cava dè Tirreni: “(1) Nov. 1081 (‘Arc. Mag.’ B. 18), Juin 1121 (ib. F. 18). Rodul. Op. cit., p. 62. “1122…circa hunc annum Rogerius de S. Severino Castri S. Severini, aliarumque terrarum Dnus, qui ex Normannorum Ducum prosapia Sanseverinae familiae stipes fuit in Sacrosanto Cavensi Monasterio Sanctae Religionis habitum suscepit.” ‘Chron. ad. an. 1122, in fine.”. Inoltre, sempre il Guillaume (…) a p. 91 nella sua nota (4) postillava di De Blasi: “(4) De Blasi, ‘Chron. ad. an. 1122, 1123, 1124; Rodul. Op. cit., p. 76, etc.”. In questa nota il Giullaume si riferisce all’abate di Cava Ridolfi (…). L’abate D. Alessandro Ridolfi (…), fu il primo storico della Badia, con il suo archivista, l’infaticabile D. Agostino Venereo. All’abate Ridolfi si deve la prima serie ottocentesca a stampa del “Codex Diplomaticus Cavensis” le cui prime edizioni ottocentesche furono curate da Schiani, Morcaldi e De Stefano. Nel secolo XII, una storia della Badia di Cava e le sue dipendenze fu scritta dall’abate Alessandro Ridolfi e poi anche il riordino ed il transunto dei documenti in appositi registri, da parte di Agostino Venereo. Su Agostino Veneno o Venereo (…), ha scritto Pietro Ebner (…), proprio in riferimento al personaggio Normanno Ruggiero Sanseverino, il quale in questo caso è il personaggio chiave per la donazione citata dall’Antonini (…). Per capire chi fosse Ruggero Sanseverino leggiamo da Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, a p. 385, nella sua nota (31) la postilla che: “Ruggiero, figliuolo di Torgisio il Normanno, signore di Sanseverino, S. Giorgio, Montoro e Montemiletto a dire del Venereo, ‘Diction., ms., VI, 73 ne fu talmente colpito che nel 1122, sotto il quarto santo abate cavense (S. Costabile), vestì l’abito monastico.”. Dunque, l’Ebner, riguardo le notizie su Ruggero Sanseverino, figlio di Turgisio II° cita il manoscritto del Venereo (…). Chi era il Venereo ?. Si tratta di Agostino Veneno o Venereo (…), uno dei primi abati dell’Abazia della SS Trinità di Cava dè Tirreni che nel …….. compilò un antico manoscritto rimasto inedito e chiamato ‘Dictionarium Cavense’. Di cosa si tratta ?. Paul Guillaume cita un passo (dell’anno 1122) di un opera del monaco Di Blasi (…). Si tratta del testo di Saverio Maria De Blasi (…) Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum che, il Guillaume riferiva più volte nelle sue note. Saverio Maria De Blasi (…) riordinò l’archivio cavense ricco di circa sessantamila scritture avendo come principale supporto l’importanteDictionarium Cavense’ compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo). Saverio Maria De Blasi (…), riordinò l’archivio cavense ricco di circa sessantamila scritture avendo come principale supporto l’importante ‘Dictionarium Cavense’ compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo). Dunque, ritornando al manoscritto Dictionarium Cavense’ compilato tra il 1595 ed il 1599 da domenico Agostino Venieri (Venereo), citato dall’Ebner (…), che dice parlarci di Ruggero Sanseverino, Leone Mattei Cerasoli, nel suo …………………., a p. IV dell’Introduzione scriveva che: “…, per cui già gli Archivisti di Cava, Alessandro Ridolfi (+ 16….) e Agostino Venieri (+ 1638), nelle loro opere, rimaste inedite….”. Il Mattei Cerasoli, a p. IV dell’introduzione, nella sua nota (1) postillava che: “(1) AUGUSTINI VENEREI, ‘Dictionarium Archivii Cavensis, Ms. cart. dell’Archivio di Cava, vol. IV, 311.”. Dunque, stando all’Ebner noi dovremo trovare notizie riguardo Ruggero Sanseverino nel manoscritto cartaceo di Agostino Venereo detto ‘Dictionarium Archivii Cavensis‘, vol. IV, 311, e Ebner dice ‘Diction., ms., VI, 73‘. Paul Guillaume cita il testo di De Blasi (…), ‘Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum‘ e, cita le notizie per gli anni 1122, 1123, 1124 nello stesso testo e molto probabilmente riguardano proprio l’ultima donazione di Ruggero Sanseverino all’Abbazia di Cava dè Tirreni, fatto nel 1121. Il 15 settembre 1778, domenicano Salvatore Di Biasi, fu chiamato a Cava, presso Salerno, da dom Tiberio Ortiz Abate dell’Abbazia della Santissima Trinità della Cava che gli affidò il riordino dell’importante archivio del monastero. Lo studio del prezioso materiale documentario consentì al Di Blasi di produrre molti pregevoli saggi, tuttora rimasti in gran parte inediti. Nel ‘Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum‘ ricostruì la storia del monastero di San Benedetto di Salerno dalla fondazione (793) fino al 1628. L’opera che gli valse la maggior fama fu la Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt… a vulgari anno 840 ad annum 1077. Mi chiedo se l’Antonini avesse appreso dal testo del De Blasi (…), della donazione dell’anno 1086 di Ruggiero Sanseverino all’Abbazia di S. Maria di Centola ?. Sul De Blasi, sulla Treccani on-line leggiamo che: Gli Opuscoli uscirono regolarmente fino al 1778, anno in cui il De Blasi venne chiamato dall’abate R. Pasca a lavorare al riordino dell’importante archivio del monastero benedettino-cassinense della Ss. Trinità di Cava dei Tirreni, presso Salerno. Egli condusse a termine tale incarico nel periodo di otto anni, riordinando un archivio ricco di circa sessantamila scritture avendo come solo supporto un indice alfabetico di sei volumi compilato nel 1630 da Agostino Veneno. Il De Blasi utilizzò i dati raccolti direttamente dalle pergamene, per chiarire e puntualizzare diversi aspetti della storia del territorio salernitano al tempo della dominazione longobarda. Il suo lavoro, reso noto attraverso relazioni alle accademie napoletane e articoli pubblicati su vari periodici, sollevò alcune critiche, talora aspre (in particolare si segnalarono in questo Giuseppe Cestari, A. Di Meo e F. A. Ventimiglia), cui egli replicò dimostrando la correttezza metodologica delle sue ricerche. Sulle donazioni di Ruggero Sanseverino ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi agli anni intorno al 1113, riferendosi a Ruggero Sanseverino racconta che: “….Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117).. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”. Infatti, su queste cose, anche sulla scorte del De Blasi (…), ha scritto il Di Meo (…), nei suoi “Annali etc…”. Matteo Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Annali, vol. 9°, pag. 278”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio ecc…”.

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(Fig….) Di Meo (…), ‘Annali etc…’, op. cit., tomo IX, p. 295

Un altro autore che ha scritto sulle antiche donazioni e privilegi conservati negli Archivi dell’Abbazia di Cava dè Tirreni è stato Carlo Alberto Garufi (…) nel suo saggio ‘Sullo strumento notarile nel salernitano nello scorcio del secolo XI’, stà in Archivio Storico Italiano, serie V, 1910, vedi da p. 291 e s. Il Garufi esamina alcuni atti e privilegi conservati all’Abbazia di Cava, otto documenti risalenti a non prima dell’anno 1076. Riguardo le antiche donazioni di Ruggero Sanseverino, Matteo Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19;…..”. Infatti, il testo dell’antico manoscritto redatto nel XII secolo dall’Abate Ugo da Venosa (o Hugone abbate Venusino),Vitae quatuor priorum abbatum cavensium Alferii, Leonis, Petri et Costabilis, pubblicato nel 1941 da Leone Mattei Cerasoli (…), troviamo nella “Vita di S. Petri” (la vita di S. Pietro), a pp….. parla del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino:

(Fig….) Mattei-Cerasoli Leone, op. cit., pp. 21-22 (corrisponde al f. 19 del Ms.)

Riguardo le donazioni di Ruggero Sanseverino, Leone Mattei Cerasoli a p. 21, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Ruggiero di S. Severino, figlio del Normanno Turgisio, compagno di Roberto Guiscardo, come si vede da questa narrazione, fu prima ostile ai monaci di Cava, che avevano possedimenti a confine coi suoi a Roccapiemonte e nel Cilento, forse perchè donati loro dal padre suo, divenne poi col fratello Turgisio uno dei grandi benefattori dei cavensi ben otto diplomi essi concedettero a S. Pietro dall’anno 1081 all’anno 1121 per chiese di S. Maria in Roccapiemonte e S. Lucia in Montoro, vassalli e terre nel Cilento, parte del casale di Selofone e S. Marco Cilento (A.C.B., n. 17, 22, 28, D. 38, E. 23, 26, 33, F. 18).”. Dunque, Leone Mattei Cerasoli citava 7 donazioni conservate nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dè Tirreni. Leone Mattei Cerasoli, sulla scorta del Ricca (…) scriveva pure che: “Nel 1111 Ruggero fu presente, nel luogo detto Cammerelle, al confine tra Cava e Nocera, a una riunione voluta dal Duca Ruggiero, in cui alla presenza pure di Sergio, Principe di Sorrento, Riccardo Conte di Sarno, Guglielmo di Angerio, venivano riconosciuti da Giordano II, principe di Capua, a S. Pietro, che era accompagnato dal priore Gaidelato e monaci, i possessi del castello di S. Adiutore di Cava, e le terre avute in feudo a Roccapiemonte, con garanzie di rispetto (v. l’elenco di questi documenti e il testo di alcuni in Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”Dunque, Leone Mattei Cerasoli (…), nella traduzione e pubblicazione del testo medioevale dell’antico manoscritto del ‘Venusino’ (Ugo da Venosa) che racconta della vita di S. Pietro Pappacarbone Abate dell’Abazia di Cava dè Tirreni, postillava di Ruggiero I Sanseverino figlio di Turgisio il Normanno, compagno di Roberto il Guiscardo, scrivendo pure che egli fece diverse donazioni all’Abate di Cava dè Tirreni Pietro Pappacarbone, di cui una ne parla l’Antonini dicendo essere stata fatta da Ruggero nell’anno 1086 al monastero di S. Maria di Centola. Leone Mattei Cerasoli, per queste donazioni dice essere state otto e cita due testi, ovvero quelli di “Ricca Erasmo, Discorso generale della famiglia Filangieri, Napoli, 1863, p. 13 e 19; Cfr. Portanova G., Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924). I Sanseverino furono imitati dalle largizioni alla Badia di Cava dal Filangieri (v. Ricca, op. cit., p. 12 e sg.).”. Dunque, il testo di Erasmo Ricca (…), ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, p. 13 e 19 e il testo di Portanova G., ‘Il castello di S. Severino nel secolo XIII e S. Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924. Erasmo Ricca (…), nel suo ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, in cui discorre dell’origine della famiglia Filangieri e dei Sanseverino, a p. 10 trascrive 8 delle 10 donazioni di Ruggero Sanseverino figlio di Turgisio (…):

Ricco E., p. 10

Ruggero Sanseverino fu vicino politicamente alla stirpe dei principi longobardi, sposò in data imprecisata Sica (o Sicarda), figlia del conte Landolfo e nipote del principe di Salerno Guaimario IV, dalla quale ebbe almeno quattro figli: Enrico, Troisio, Ruggero e Riccardo. Ebbe inoltre un figlio naturale, Tancredi, e un figliastro, Roberto. La storia dei Sanseverino di queste prime generazioni è, del resto, soprattutto legata alle vicende del monastero della Ss. Trinità di Cava de’ Tirreni e queste relazioni sono meglio documentate. Ruggero fece al cenobio numerose donazioni. Biagio Cappelli (…), a p. 23, in proposito scriveva che: “…, mentre da un documento del 1017 transuntato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria de Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli (…), a p…., nella sua nota (41) postillava che: “(41) ‘Codex Diplomaticus Cavensis, IV, p. 122; VI, p. 18. Ecc..”. La casata dei Sanseverino ebbe origine dal cavaliere normanno Turgisio, discendente dai duchi di Normandia. Nicola Acocella (38), in un suo pregevole studio, scriveva in proposito: “Dopo l’anno 1097, nuove forse politiche ed egemoniche si affermarono nella zona…Tra i capi normanni, che miravano al dominio di essa si distinsero Troisio o Torgisio di Rota (che in seguito si disse S. Severino) e Guglielmo del Principato, che mirava a formarsi una signoria tra il Tanagro e il Golfo di Policastro. Spentasi la discendenza di Guglielmo, i discendenti di Torgisio rimasero padroni di gran parte del Cilento inferiore (39). Si puo dire che nei secoli a venire la storia del Cilento e delle nostre terre si identificherà con la storia della Badia di Cava e con quella, nel complesso benefica, dei potenti Sanseverino.”. Il cavaliere, che ebbe in dono da Roberto il Guiscardo la contea di Rota (l’odierna Mercato San Severino), posta in una posizione strategica che poneva in comunicazione il Principato di Salerno con il Ducato di Napoli e di Benevento. Avendo questi stabilito la sua dimora nel Castello di Sanseverino che si trovava nei suoi nuovi possedimenti, ne assunse anche il nome.

Riguardo la notizia della donazione di Ruggero Sanseverino, alcune notizie storiche sono state riferite anche da Lucido Di Stefano (….), nel suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro III, a p. 132, in proposito scriveva pure che: “Quale sia stato questo Castello di Sanseverino, che possedé esso Ruggiero, come erede di Tergisio suo Padre, si ricava dagli Atti manoscritti di San Pietro Pappacarbone, che si conservano nell’illustre Archivio de’ PP. Cassinesi della Cava. Di fatto negli Atti suddetti leggesi, che nell’XI secolo, possedendosi il Castello di Sanseverino da un Ruggiero, il quale molestando i Coloni del Monistero dell’Ordine di San Benedetto, e residendo il Santo Abbate nel Monistero detto di Sant’Arcangelo nel Cilento, e che rattrovandosi Ruggiero ‘longe a prefato Monasterio, solarium domus ejus cecidit (cioè della sua Casa in detto Castello), atque ejus filium parvum extinxit; e come crede D. Pasquale Magnoni nella sua ‘Lettera critica’ scritta a detto Signor Barone su i suoi ‘Discorsi della Lucania’ che i Coloni suddetti stati fussero de’ territorj del Monistero delle Celle vicino detto Castello di Sanseverino, fossi soggetto a quello di Sant’Arcangelo di Perdifumo, che io credo piuttosto territorio allora di Sanseverino. *** Credo ancora, che delli Coloni non erano de’ territorj del monistero delle Celle, ma di quelli dello stesso monistero di Sant’Arcangelo, siti nel Cilento, perche esso Ruggiero, per quello dirò, che era Signore del Cilento; *** onde poi Ruggiero, pensando, che tal avversità, accaduta gli fusse per l’ingiusti maltrattamenti a’ descritti Coloni fatti, morta la moglie fecesi Religioso nello stesso Monistero di S. Maria di Centola, alcuni beni, siti in quel territorio, cioè ‘Curiem’ *** (‘Curtis’ in tempo de’ Longobardi significava Villa. Credio Pellegrino in Ducatu Benevent. in Provinc. distribut. presso l’Antonini, pag. 548, Not. 2) *** “unam prope flumen, et vadum in loco plano. Item possessionem glandiferam nomine Murici, quae incipit a flumine, et vadit Serra Serra per Cellam” (questa ubbidienza, o piccolo Monistero era in territorio di Sanseverino suddetto) ‘ad pedem Bulgariae’, come dalla Scrittura degli stessi Antonini, e Magnoni riferita.”. Il Di Stefano che fu Governatore di Centola citava l’Antonini da cui traeva la notizia. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 548 parlando della città di Acerenza scriveva: “fu di questa Città da’ Longobardi fatto un Gastaldato (2), che vuol dire una Signoria etc…”. L’Antonini, a p. 548, nella nota (I) postillava:  “(2) Vari significati questa Longobarda parola ebbe,…….e fattori dei Regi poderi: e, perciò Camillo Pellegrino in Ducat. Benevent. in Provinc. distribut. scrive: etc…”. Qui l’Antonini disserta sulla parola ‘Curtis’ (Villa) mi sembra ma, la frase “unam prope flumen, et vadum in loco plano. Item possessionem glandiferam nomine Murici, quae incipit a flumine, et vadit Serra Serra per Cellam ad pedem Bulgariae” che significa “uno vicino al fiume e un guado in un luogo pianeggiante. Anche una proprietà ghiandolare chiamata Murici, che parte dal fiume e attraversa Serra Serra attraverso Cella fino ai piedi della Bulgaria”, è citata altrove ed è citata anche nella Lettera del Signor Magnoni all’Antonini.

Nel 1086, il vasto bosco di quercie detto “Maurici” donato all’Abbazia di S. Maria di Centola da Ruggero Sanseverino che, nel 1305 diventa patrimonio della Commenda di S. Spirito a Roccagloriosa

Romaniello Agatangelo (…..) a p. 42 del suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia” parlando di Roccagloriosa e del de Caro, scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71).”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, secondo l’Agatangelo, la Commenda con priorato di S. Spirito a Roccagloriosa, fondata da Noardo di o de Caro nel 1305, fu dotata di un “esteso patrimonio con bosco, detto Maurici”, che aveva un’estensione di 400 tomoli di terreno e si trovava al di là del fiume Mingardo. Questo vasto territorio anche boschivo, non si trovava a Roccagloriosa ma si trovava “al di là del fiume Mingardo”. Su questa vasta tenuta in parte boschiva detta “Maurici”. Il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’antico documento del 1086 Ruggero Sanseverino donò “al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Traducendo il passo in latino citato dall’Antonini, Ruggero Sanseverino donava “un cortile vicino a un fiume e una bassa in un terreno pianeggiante. Possedimento anche di ghiande di nome Murici, che inizia presso il fiume e corre lungo la Serra Serra ai piedi delle Cellas bulgare”. Dunque, si tratta della vasta tenuto allodiale detta “Maurici” o “Murice” che non si trovava a Roccagloriosa, ma essa doveva essere non molto distante dall’Abbazia di S. Maria di Centola. Questa tenuta in parte boschiva doveva essere “al di là del Mingardo” e comunque alle pendici del monte Bulgheria “quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae”. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”, Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e riferendosi proprio alla donazione citata dall’Antonini, in proposito scriveva che: La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, il Barra, sebbene scrivesse che: “più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, località donata e citata nel documento del 1086 citato dall’Antonini, il Barra aggiunge che: “Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, secondo il Barra, la vasta tenuta di “Maurici” donata all’Abbazia di Centola si trovava nel territorio del Comune di Futani. Un bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”. Su questo bosco di quercie tra Futani e Poderia, sempre il Barra, a p. 73, in proposito scriveva che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”.

Sul ‘diritto di patronato’ dei Sanseverino sull’omonima Baronia

Altra interessante notizia riferita dal Barra e già citata dall’Ebner,  è quella che scrive a p. 73 intorno a S. Maria di Centola, ovvero che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratelo del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”. Ecco cosa scriveva Marco Antonio De Morra (…) dei casali di Centola e Forio, nel suo ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 70:

Morra, p. 71

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 712-713 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che secondo l’Antonini (…): L’Antonini scrisse perciò che Centola, Foria e Poderia, erano tenuti a versare ai Sanseverino di Sanseverino di Camerota, un tributo annuo di per la bagliva (9)”. Dunque l’Ebner, nella sua nota (9), postillava che:  “(9) Negli Atti dei creditori di Antonio Caracciolo, signore di Pisciotta, e di Molpa, si leggeva in una relazione che il feudatario era tenuto a offrire il 15 agosto di ogni anno un pranzo ai sacerdoti di Pisciotta, al quale doveva essere invitato anche il governatore del Castello di S. Severino, il quale doveva “sedere nel primo luogo, tenendo il suo cane a piedi, a il quale quale dovesse anche darsi tutto a mangiare”.”.

Il vasto bosco di quercie detto “Maurici” donato all’Abbazia di S. Maria di Centola nel 1086 da Ruggero Sanseverino che, nel 1305 diventa patrimonio della Commenda di S. Spirito a Roccagloriosa

Romaniello Agatangelo (…..) a p. 42 del suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia” parlando di Roccagloriosa e del de Caro, scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71).”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, secondo l’Agatangelo, la Commenda con priorato di S. Spirito a Roccagloriosa, fondata da Noardo di o de Caro nel 1305, fu dotata di un “esteso patrimonio con bosco, detto Maurici”, che aveva un’estensione di 400 tomoli di terreno e si trovava al di là del fiume Mingardo. Questo vasto territorio anche boschivo, non si trovava a Roccagloriosa ma si trovava “al di là del fiume Mingardo”. Su questa vasta tenuta in parte boschiva detta “Maurici”. Il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’antico documento del 1086 Ruggero Sanseverino donò “al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Traducendo il passo in latino citato dall’Antonini, Ruggero Sanseverino donava “un cortile vicino a un fiume e una bassa in un terreno pianeggiante. Possedimento anche di ghiande di nome Murici, che inizia presso il fiume e corre lungo la Serra Serra ai piedi delle Cellas bulgare”. Dunque, si tratta della vasta tenuto allodiale detta “Maurici” o “Murice” che non si trovava a Roccagloriosa, ma essa doveva essere non molto distante dall’Abbazia di S. Maria di Centola. Questa tenuta in parte boschiva doveva essere “al di là del Mingardo” e comunque alle pendici del monte Bulgheria “quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae”. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”, Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e riferendosi proprio alla donazione citata dall’Antonini, in proposito scriveva che: La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, il Barra, sebbene scrivesse che: “più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, località donata e citata nel documento del 1086 citato dall’Antonini, il Barra aggiunge che: “Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, secondo il Barra, la vasta tenuta di “Maurici” donata all’Abbazia di Centola si trovava nel territorio del Comune di Futani. Un bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”. Su questo bosco di quercie tra Futani e Poderia, sempre il Barra, a p. 73, in proposito scriveva che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”.

Nel 1123, in ‘Castri Severini’, il miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino

Il barone Giuseppe Antonini (…), nel 1745, nella sua “Lucania – I Discorsi”, a p. 347, nel cap….., dopo aver parlato di Laurito, di Cuccaro, di Massicelle e di Fulgenti, ci parla del borgo abbandonato di San Severino di Camerota oggi di Centola (frazione di) e, riferendosi ad un Monastero che lui dice vicino al borgo di S. Severino, scriveva del luogo dove, secondo lui era accaduto il miracolo del figlio di Ruggiero Sanseverino e di S. Pietro Pappacarbone, scriveva che: “Era già qui vicino, cioè nel luogo chiamato le Celle, e dove ancora i vestigj se ne veggono, un Monisterio di Benedettini (siccome sopra sè detto) ed aparisce da un privilegio dell’Imperatore Lotario riportato dall”Abbate Gattola’ ed in questo stesso Monistero accadde il miracolo del figlio di Ruggiero da Sanseverino, descritto già nel ‘Discorso IV di questa ‘Parte’.”. L’Antonini, della Parte II, del Discorso III (non nel IV), a p. 279, scriveva pure e, riferendosi ad un miracolo di Pietro Pappacarbone che nel 1079 verrà nominato Vescovo della rinata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “Prima di questo tempo, essendo egli Monaco e Abbate Benedettino, se ne stava ritirato nel Monistero di S. Arcangelo, ‘quod in territorio Cilenti situm est’. Ma queste parole niente provarebbero se non avessimo una particolar dimostrazione del luogo nella leggenda medesima. Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri, questi, secondo la detestabile generale usanza di quei tempi, abusandosi di sua potenza, continuamente molestava i coloni, del vicino Monistero, e con tale occasione si narra un miracolo accaduto in persona del tenero figliolo di Ruggieri, per opra dello stesso Abate, onde finalmente quello a Dio convertito, nel medesimo Monistero Religioso si fece Or S. Severino, e il suo Castello, che ancora oggi è in piedi, si sa essere dove va a finire il lungo piano, che comincia dalla Rocca glorioso dove il fiume Menicardo, o Mengardo, entrando fra strettissime balze non si può, che con orrore da sopra il Castello guardare, ed è dall’Oriente di là dall’Alento quasi venti miglia. Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il teritorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne asscura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; e se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. Se adunque chiamavasi ‘Cilento’ un luogo posto fuor del corso dell’Alento, non può per conseguenza esser vero, ecc…”. Su queste cose ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi agli anni intorno al 1113, racconta che: “VII. A Torgisio iuniore successe nel contado di Sanseverino e nella baronia del Cilento il figliuolo Ruggiero Sanseverino. Questi nella sua giovinezza, poco rispettoso della chiesa, molestava continuamente i vassalli del monastero di S. Michele Arcangelo di Perdifumo. Narra la leggenda che l’abate Pietro di Pappacarbone, avutane notizia, battendo la terra col bastone invocò l’aiuto di S. Michele ed a tale invocazione cadde un solaio dalla casa uccidendo un figliuolo di Ruggiero (2). Avido, al pari del suo antenato, di dominio e di possessi volendo qualche anno dopo impadronirsi di un fertile terreno appartenente alla Badia vi si recò con buona scorta di armati e ne scacciò i contadini che lo coltivavano. L’abate di Cava, lo stesso Pietro di Pappacarbone, si recò allora sul luogo con alcuni monaci intonando pietose preghiere. Alla vista dell’uomo venerando e dei buoni religiosi Ruggiero si commosse e sceso da cavallo, si prostrò ai piedi dell’abate e gli restituì spontaneamente le terre usurpate (1)(p. 117). Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117). Il suo zelo religioso lo indusse nei tardi anni a rinunziare al mondo facendosi monaco nello stesso monastero di Cava (3). A Ruggiero Sanseverino successe nei feudi, tra i quali la Baronia del Cilento, il figliuolo Arrigo, avuto da Sica sua moglie figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario principe di Salerno.”. L’Antonini, scrivendo a p. 279 che: “Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri…”, si riferiva alle precedenti sue pagine della cap. III, precisamente a p. 278, quando parlando di S. Pietro Pappacarbone scriveva che: “E perchè venga meglio ciò provato, riferiremo un fatto riprovato dagli ‘Atti manoscritti di S. Pietro Pappacarbone’, che sono presso à PP. della Trinità della Cava, e stampati dall’Ughellio’ con qualche picciol variazione nei ‘Vescovadi d’Italia’”. Dunque, l’Antonini riferisce la leggenda del miracolo del figlio di Ruggero Sanseverino traendone la notizia dal testo pubblicato dall’Ughelli (…): “Atti manoscritti di S. Pietro Pappacarbone”. Il Mazziotti (…), a p. 116, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, pag. 294.”.Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19; Muratori, tomo 6°, pagg. 222 citati dal Guillaume.”. Mazziotti Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Guillaume, pag. 90, in una nota riporta le fonti da cui è desunta tale notizia. Il Giordano ecc…”. Il testo a cui si riferisce l’Antonini è stato pubblicato e rivisto da Paul Guillaume (…), recentemente ristampato dal Rocco (…). Dell’antica donazione e della questione ha scritto Paul Guillaume (…), nel suo “Essai historique sur l’abbaye de Cava”, pubblicato a Cava de Tirreni, nel 1877, si veda pp. 90-91.

(Fig…) Guillaume P. (…), op. cit., pp. 90-91

Riguardo il miracolo del figlio di Ruggiero Sanseverino ha scritto anche Alessandro Di Meo (…), nel suo ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 295. Il Di Meo (…), nel tomo 9° (vol. IX), a p. 295, riferendosi all’anno 1123 ci parla di S. Pietro Pappacarbone ed in proposito scriveva che:

Nel 1121, una donazione di Ruggiero Sanseverino

Da Wikipedia leggo che nel giugno del 1121, donò all’abate Pietro alcuni terreni siti a Ogliarola (località oggi non più esistente), appartenuti in precedenza al suocero Landolfo. (Treccani, parag. ultimo). Nella Treccani leggo che: Nel settembre del 1111, partecipò, invece, a un’assemblea indetta dal duca Ruggero Borsa per difendere il monastero di Cava dalle pretese di Giordano II, conte di Nocera, che in presenza dell’abate Pietro e dei nobili campani riconobbe tutte le concessioni fatte dalla sua famiglia ai monaci cavensi. Il problematico rapporto con Cava restava però sempre al centro degli interessi di Sanseverino. Nel marzo del 1114, alcuni suoi uomini iniziarono a vessare i dipendenti dell’abbazia, ma egli,dichiaratosi estraneo ai fatti, intervenne in sua difesa, ottenendo in cambio la custodia del castello di Sant’Auditore di Cava. Nello stesso mese, confermò anche un provvedimento preso dal fratello Troisio in favore dello stesso monastero e, come se non bastasse, concesse egli stesso il casale di Selefone del Cilento, di cui delimitò i confini. Poco dopo però insorsero contrasti con i monaci a seguito delle molestie da lui arrecate ai loro coloni, ma ancora una volta l’abate Pietro intervenne per cercare una mediazione, e nel novembre del 1116 Ruggero gli confermò il possesso della quarta parte del monastero cilentano di S. Giorgio con i beni annessi. Non è sicuro invece che nel 1118 abbia forzato il cognato Erberto il Normanno, detto Caputasini, a restituire a Cava alcune terre da lui usurpate. Nel giugno del 1121, donò all’abate Pietro alcuni terreni siti a Ogliarola(località oggi non più esistente), appartenuti in precedenza al suocero Landolfo. Il contraddittorio, quarantennale rapporto di Ruggero Sanseverino con Cava prese infine una piega forse non del tutto inattesa in quel contesto sociale e culturale. Secondo la tradizione, poco dopo il giugno del 1121 egli decise infatti di spogliarsi dei suoi beni, prendendo l’abito monastico proprio a Cava, dove morì nel 1125. Su queste cose ha scritto anche Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento” a pp. 116-117, e riferendosi a quando Ruggiero Sanseverino aveva già incontrato S. Pietro Pappacarbone e si era già in parte convertito, racconta che: “Fu dipoi assai benevolo verso il monastero al quale fece molte elargizioni e tra le altre, nell’anno 1121, di alcune sue terre in Duliarola casale del Cilento già possedute da Landone figlio di Guaimario principe di Salerno (2) (p. 117). Ecc…”.

Mazziotti, p. 117

(Fig…) Mazziotti (…), p. 117

Sulla notizia delle donazioni fatte di alcune terre da Landone (figlio di Guaimario principe Longobardo di Salerno), nell’anno 1121, il Mazziotti, cita e postilla del Di Meo. Il Mazziotti, a p…, nella sua nota (2) postillava che: “(2) De Meo, Annali, anno 9°, p. 294”. Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Infatti, il Di Meo (…), nel suo vol. IX a p. 294 scriveva che:

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Il Mazziotti (…), si riferiva al Di Meo (…), ‘Annali critico-Diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età’, al tomo IX, p. 294. Il Di Meo (…), nel tomo 9°, a p. 278 (non a p. 294), in proposito scriveva che: “15. Nell’Archivio della Cava si legge, che ‘Ruggieri di S. Severino’ figlio del qu. ‘Turgisio Normanno’, per l’anima della qu. sua moglie ‘Sica’, figlia del qu. ‘Landolfo’ figlio del Principe ‘Guaimario’, donò all’Abbate S. Pietro sette pezzi di territorio in ‘Fruculasi’, a ‘Misciano’ ecc… nè confini di ‘Montuori’, ed ivi la Chiesa di S. Lucia vicino ‘Rivosecco’, e tutte le sue terre, che un tempo furono di ‘Landolfo’ figlio del Principe Guaimario, vicino al fiume ‘Uliarola’ (Ogliarola) nel Cilento.”.

Nel 1137, il “Monistero di Benedettini nel luogo chiamato le Celle”: “Monistero di S. Arcangelo”, (o “Monasterii di S. Severini” come vuole l’Antonini), nel luogo detto le “Celle”, citato pure in un privilegio dell’Imperatore Lotario III

Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio di 768 ab. nel circ. di Vallo, mand. di Torre Orsaia da cui dista 12 chm. V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Celle situata alla bassa falda del monte, ha fertilissimo territorio sativo.”. Sempre il Bozza (…), parlando di San Severino, in proposito scriveva, nella parte II a p. 209 che: “Patria di parecchi uomini distinti, è la culla della nobilissima famiglia dei principi Sanseverini, delle geste dei quali riboccano le nostre croniche.”. Dunque, il Bozza scriveva che a Celle di Bulgheria, piccolo casale del basso Cilento, nel VI secolo vi era sorto il “monastero di S. Arcangelo” e scrive anche della donazione del 1086 di Ruggero Sanseverino. Il Bozza si riferiva ad alcune notizie storiche riferite in precedenza dall’Antonini. Dunque, il Bozza, diceva molto di più di quanto affermasse l’Antonini, ovvero scriveva che a Celle di Bulgheria: “V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto”. Il Bozza affermava che già nel VI secolo il Monastero di S. Arcangelo fosse a Celle di Bulgheria. Non saprei dire da dove avesse preso questa notizia il Bozza ma di certo essa è interessantissima. Il barone Giuseppe Antonini (….), nel suo “La Lucania – Discorsi”, Parte II, del Discorso III (non nel IV), citando il racconto del Venusino e del miracolo di S. Pietro Pappacarbone scrivendo che “Fu questo Uomo di Dio verso l’anno (I) MLXXIX a preghiere di Gisulfo Principe di Salerno fatto primo vescovo di Policastro. Prima di questo tempo, essendo egli Monaco e Abbate Benedettino, se ne stava ritirato nel Monistero di S. Arcangelo ecc…”, a p. 279 (2° edizione) parlando di Pietro da Salerno (Pietro Pappacarbone) e del suo miracolo al figlio di Ruggero Sanseverino, prima che fosse stato nominato da Alfano I di Salerno, Vescovo della ricostruita Diocesi di Policastro e, mentre se ne stava nel piccolo “Monistero di S. Arcangelo, ‘quod in territorio Cilenti situm est’”, in proposito scriveva che: “Ma queste parole niente provarebbero se non avessimo una particolar dimostrazione del luogo nella leggenda medesima. Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri, questi, secondo la detestabile generale usanza di quei tempi, abusandosi di sua potenza, continuamente molestava i coloni, del vicino Monistero, e con tale occasione si narra un miracolo accaduto in persona del tenero figliolo di Ruggieri, per opra dello stesso Abate, onde finalmente quello a Dio convertito, nel medesimo Monistero Religioso si fece. Or S. Severino, e il suo Castello, che ancora oggi è in piedi, si sa essere dove va a finire il lungo piano, che comincia dalla Rocca gloriosa dove il fiume Menicardo, o Mengardo, entrando fra strettissime balze non si può, che con orrore da sopra il Castello guardare, ed è dall’Oriente di là dall’Alento quasi venti miglia. Etc…”. L’Antonini continuando il suo racconto sul castello e la rocca di San Severino (oggi) di Centola scriveva pure un’altra interessantissima notizia storica parlandoci di un privilegio o un diploma dato dall’Imperatore Lotario III al monastero di S. Arcangelo che, secondo lui, nel 1079 ospitava Pietro da Salerno, monaco benedettino. L’Antonini, a p. 279, in proposito scriveva che: “Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il teritorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; e se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. Se adunque chiamavasi ‘Cilento’ un luogo posto fuor del corso dell’Alento, non può per conseguenza esser vero, ecc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che il Monastero, forse benedettino di “Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’)”, si trovava non molto distante dalla rocca e dal castello di S. Severino (oggi) di Centola, ed era posto “nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’”, dunque molto probabilmente a Poderia o a Celle di Bulgheria. Antonini scriveva pure che questo antico Monastero forse benedettino “se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86.”. Infatti, l’Abate Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86 cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e, nel vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”.

Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio di 768 ab. nel circ. di Vallo, mand. di Torre Orsaia da cui dista 12 chm. V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Celle situata alla bassa falda del monte, ha fertilissimo territorio sativo.”. Sempre il Bozza (…), parlando di San Severino, in proposito scriveva, nella parte II a p. 209 che: “Patria di parecchi uomini distinti, è la culla della nobilissima famiglia dei principi Sanseverini, delle geste dei quali riboccano le nostre croniche.”. Dunque, il Bozza scriveva che a Celle di Bulgheria, piccolo casale del basso Cilento, nel VI secolo vi era sorto il “monastero di S. Arcangelo” e scrive anche della donazione del 1086 di Ruggero Sanseverino. Il Bozza si riferiva ad alcune notizie storiche riferite in precedenza dall’Antonini. Dunque, il Bozza, diceva molto di più di quanto affermasse l’Antonini, ovvero scriveva che a Celle di Bulgheria: “V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto”. Il Bozza affermava che già nel VI secolo il Monastero di S. Arcangelo fosse a Celle di Bulgheria. Non saprei dire da dove avesse preso questa notizia il Bozza ma di certo essa è interessantissima. Il barone Giuseppe Antonini (….), nel suo “La Lucania – Discorsi”, Parte II, del Discorso III (non nel IV), citando il racconto del Venusino e del miracolo di S. Pietro Pappacarbone scrivendo che “Fu questo Uomo di Dio verso l’anno (I) MLXXIX a preghiere di Gisulfo Principe di Salerno fatto primo vescovo di Policastro. Prima di questo tempo, essendo egli Monaco e Abbate Benedettino, se ne stava ritirato nel Monistero di S. Arcangelo ecc…”, a p. 279 (2° edizione) parlando di Pietro da Salerno (Pietro Pappacarbone) e del suo miracolo al figlio di Ruggero Sanseverino, prima che fosse stato nominato da Alfano I di Salerno, Vescovo della ricostruita Diocesi di Policastro e, mentre se ne stava nel piccolo “Monistero di S. Arcangelo, ‘quod in territorio Cilenti situm est’”, in proposito scriveva che: Ma queste parole niente provarebbero se non avessimo una particolar dimostrazione del luogo nella leggenda medesima. Vi si legge adunque che nell’XI secolo tenendosi il Castello di S. Severino da un nobile chiamato Ruggieri, questi, secondo la detestabile generale usanza di quei tempi, abusandosi di sua potenza, continuamente molestava i coloni, del vicino Monistero, e con tale occasione si narra un miracolo accaduto in persona del tenero figliolo di Ruggieri, per opra dello stesso Abate, onde finalmente quello a Dio convertito, nel medesimo Monistero Religioso si fece. Or S. Severino, e il suo Castello, che ancora oggi è in piedi, si sa essere dove va a finire il lungo piano, che comincia dalla Rocca gloriosa dove il fiume Menicardo, o Mengardo, entrando fra strettissime balze non si può, che con orrore da sopra il Castello guardare, ed è dall’Oriente di là dall’Alento quasi venti miglia. Etc…”. L’Antonini continuando il suo racconto sul castello e la rocca di San Severino (oggi) di Centola scriveva pure un’altra interessantissima notizia storica parlandoci di un privilegio o un diploma dato dall’Imperatore Lotario III al monastero di S. Arcangelo che, secondo lui, nel 1079 ospitava Pietro da Salerno, monaco benedettino. L’Antonini, a p. 279, in proposito scriveva che: “Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il teritorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; e se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. Se adunque chiamavasi ‘Cilento’ un luogo posto fuor del corso dell’Alento, non può per conseguenza esser vero, ecc…”. Il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 347, parlando di ………………scriveva che: “Era già qui vicino, cioè nel luogo chiamato le Celle, e dove ancora i vestigj se ne veggono, un Monistero di Benedettini (siccome sopra s’è detto) ed apparisce da un privilegio dell’Imperatore Lotario riportato dall”Abate Gattola’, ed in questo stesso Monistero accadde il miracolo del figlio di Ruggiero da Sanseverino, descritto già nel ‘Discorso IV’. di questa ‘Parte’. Questa notizia, e ciò che fu notato dagli atti di S. Pietro Pappacarbone, fan chiaro un comune abbaglio ecc….”. Dunque, l’Antonini scriveva che il Monastero, forse benedettino di “Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’)”, si trovava non molto distante dalla rocca e dal castello di S. Severino (oggi) di Centola, ed era posto “nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’”, dunque molto probabilmente a Poderia o a Celle di Bulgheria. Antonini scriveva pure che questo antico Monastero forse benedettino “se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86.”. Infatti, l’Abate Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86 cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e, nel vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”.

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L’Abate Gattola (…), suo vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”. Dunque, l’Abate Gattola (…), scriveva che: “Monasteri S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III.”. Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86, cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e non Monastero di S. Arcangelo. Erasmo Gattola scriveva che: “Monasteri S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III.”, ovvero che “il monastero di S. Severino è menzionato nel privilegio di Lotario III”. Il Gattola parlando però del monastero di S. Pancrazio cita il Lubin, p. 186, ovvero cita Agostino Lubin (….) ed il suo “Abbatiae Italiae brevis notitia quarum etc..”, pubblicato a Roma nel 1693 e che, a p. 186, in proposito scriveva che: “Abbatia in castro Sancto Laurentii etc…oppure Abbatia sive Monasterium titolo S. Benedicti in Lauriano etc…”, ovvero non parla del nostro monastero. Il monastero di S. Arcangelo è citato anche da Scipione Ammirato (….), nel suo “Delle famiglie nobile napoletane” dove egli parla dei Sanseverino. Da Wikipedia leggiamo che  Lotario II (III), detto anche Lotario di Supplimburgo (in tedesco Lothar von Süpplingenburg) (1075 – Breitenwang, 4 dicembre 1137), è stato Rex Romanorum e d’Italia dal 1125 al 1137 e Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1133. Innocenzo II e Lotario II di Supplimburgo concentrarono a maggio nel 1137 le proprie armate accanto al castello di Lagopesole e si accamparono per tutto il mese. Mentre l’esercito imperiale giunse fino a Bari, che venne devastata. Poi assediarono la città di Melfi e costrinsero Ruggero II Altavilla alla fuga: il Sovrano aveva compreso che non poteva ostacolare l’esercito imperiale e si era rifugiato in Sicilia. Le forze congiunte, Imperiali e Papaline, quindi conquistano la sua (ex) capitale, Melfi, il 29 giugno. Il pontefice tenne il concilio di Melfi nel castello del Vulture: la più probabile data va dal 29 giugno al 4 luglio. I padri conciliari decisero la deposizione dell’antipapa Anacleto II. Il 4 luglio Innocenzo II, insieme all’imperatore, delegittimò Ruggero II di Sicilia, della Casata Altavilla, in favore di Rainulfo di Alife, della Casata Drengot, nuovo duca di Puglia. Ma ben presto sorsero contrasti tra Lotario e Innocenzo sul possesso del ducato delle Puglie fino all’elezione congiunta del duca Rainulfo, mentre anche nell’esercito serpeggiava il malcontento.

Dunque quando nella trascrizione riportata dall’Antonini si dice: “Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur.”, il Visconti (…) traduce essere scritto: “Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, ecc…”. Di cosa si tratta? Una donazione fatta al monastero di S. Maria di Centola al tempo del Conte Rotario. E chi era questo Conte Rotario di cui parla l’antico Censuale dell’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola ?. Potrebbe essere quel Lotario III della donazione riportata dall’Abate Gattola citata dall’Antonini ?.

La Baronia di San Severino di Camerota (oggi di Centola) e Ruggero II Sanseverino conte di Marsico

Dalla Treccani on-line leggiamo un saggio di Niceforo …………che, in proposito scriveva che Ruggero II Sanseverino nacque nel 1237 circa da Tommaso I, conte di Marsico, e da Perna de Morra. La sua famiglia fu coinvolta nella congiura di Sala e Capaccio (1245-46) che aveva come obiettivo, oltre alla morte dell’imperatore Federico II e del figlio re Enzo, anche l’uccisione del signore ghibellino Ezzelino III da Romano e il passaggio verso la fazione guelfa della fedelissima Parma. Costretto dunque alla fuga in Francia, fu accolto, assieme alla madre e ad altri congiunti, dall’esule papa Innocenzo IV. Per tale ragione i beni della stirpe furono requisiti dalla corona e poi ceduti a nobili fedeli: la contea di Marsico passò prima a Enrico di Spervaria e poi a Riccardo Filangieri, mentre i feudi del Cilento e San Severino furono ceduti ai marchesi Bertoldo di Hohemburg e Galvano Lancia. Ruggero sposò nel 1250 circa Teodora d’Aquino, sorella di san Tommaso, dalla quale ebbe un solo figlio, Tommaso II. Dopo la morte dell’imperatore (avvenuta nel dicembre dello stesso anno), quando fu certo della stabilità dei rapporti tra Papato e Impero, tornò in patria, riuscendo a riottenere, per intercessione del pontefice, i feudi aviti; ma, dopo l’incoronazione di Manfredi a Palermo, divenne il punto di riferimento della nobiltà a lui ostile. Unitosi a Carlo I d’Angiò, partecipò in qualità di capitano pontificio alla battaglia di Benevento del 26 febbraio 1266, terminata con la morte di Manfredi. Tornato definitivamente nel Regno, poté rientrare in possesso dei feudi del Cilento, di San Severino e di Marsico, ai quali Carlo I, per il valore mostrato da Sanseverino in battaglia, aggiunse anche i castelli di Atena Lucana, Sala Consilina e Teggiano. Dopo la vittoria su Manfredi, l’angioino si ritrovò ad affrontare un esponente della spodestata famiglia sveva, Corradino, intenzionato a invadere il Regno per riconquistare la corona siciliana. Tra il 1267 e il 1268, dunque, il conte di Marsico fu a capo delle truppe angioine in Puglia, per contrastare l’avanzata nemica. Debellato anche questo pericolo, il sovrano ricompensò Sanseverino con il vicariato di Roma (dal 1272 al 1273), occupato in precedenza da Bertrando del Balzo. In questi anni, ebbe inoltre la custodia dei figli di Ruggero dell’Aquila, erede del conte di Fondi. Negli anni successivi, Sanseverino si impegnò attivamente nella politica mediterranea e ‘crociata’ degli Angioini. Grazie alla morte del despota dell’Epiro e ad alcune alleanze matrimoniali, Carlo I riuscì infatti a farsi proclamare re d’Albania (1272), affrontando peraltro non pochi ostacoli politici. Fu nell’ambito di questa nuova conquista che Ruggero, nel 1276, condusse una spedizione a Valona, per trasportare al di là dell’Adriatico rinforzi e vettovaglie. L’anno successivo, invece, ebbe dal re, intenzionato a conquistare il Regno di Gerusalemme, il comando della flotta assemblata per l’occasione. Salpato da Brindisi, Sanseverino approdò ad Acri nel mese di settembre, cogliendo di sorpresa il governatore Baliano, che si rifugiò in una fortezza e permise al conte di occupare i punti strategici della città. Privo del sostegno degli ordini militari presenti nel Regno, il governatore fu costretto alla resa: Sanseverino, appoggiato dai templari, non incontrò difficoltà a conquistare il castello e a innalzarvi la bandiera angioina. Divenne dunque vicario del Regno di Gerusalemme e giurò fedeltà a Carlo I, ricevendo l’omaggio dei nobili e cavalieri del luogo. Nel 1278, il sovrano gli inviò le vettovaglie necessarie al fabbisogno dei sudditi in Terrasanta, nonché contingenti di supporto, mentre il figlio Tommaso cercava di fargli pervenire cavalli, muli e scudieri. Con quella stessa spedizione giunsero ad Acri Margherita, cugina di Carlo I, diretta in Siria, Niccolò II di Saint-Omer, amico del re, accompagnato dalla moglie Maria e dalla cognata Lucia, diretti in Armenia per conto del sovrano. Per tal ragione, l’angioino ordinò a Sanseverino di trattare gli ospiti con i dovuti onori, pur se le navi non salparono prima dell’11 aprile dello stesso anno. Inoltre, l’imbarcazione che trasportava i beni inviati da Tommaso Sanseverino al padre giunse ad Acri con netto ritardo. Dopo quattro anni di soggiorno in Terrasanta, Sanseverino rientrò in patria (1282), a causa del pericolo aragonese incombente e, successivamente, dello scoppio dei Vespri siciliani. Inizialmente fu giustiziere di Terra di Lavoro e Molise (per un anno); nel maggio del 1284, in qualità di capitano di Salerno, ebbe la responsabilità della difesa della città dagli attacchi dei ribelli, mentre suo figlio Tommaso proteggeva la costa fino a Policastro. In seguito, ottenne l’ufficio di generale di guerra per i giustizierati di Valle del Crati, Terra Giordana, Basilicata e Principato, controllando in tal modo buona parte del litorale regnicolo. Il 5 ottobre 1285, ebbe inoltre l’ordine di esigere le imposte in favore dell’esercito che avrebbe dovuto combattere contro i ribelli siciliani. Questo fedelissimo esponente della nobiltà filoangioina morì nello stesso anno a Marsico e fu sepolto in una cappella adiacente alla cattedrale della città. Devotissimo al monastero di Montevergine, oltre ad aver assegnato un ex voto per la remissione dei peccati (1270), espresse nel suo testamento il desiderio di donare 12 once più 3 once annuali ai confratelli dell’illustre cenobio. Alla sua morte, il titolo comitale passò alla moglie Teodora e al figlio Tommaso II, che, come il padre, godé dei favori della dinastia francese. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 121, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Tommaso di Sanseverino nel 1227 aveva ceduto S. Severino e il Cilento alla regia Curia in cambio della contea di Marsico: “permutavit Terram S. Severini et Roccam Cilenti cum comitato Marsici (….) et addidit uncias mille pro excambio” (Capasso, cit. p. 349). Con il figlio Guglielmo venne ucciso nel 1246 per aver preso parte alla congiura dei baroni.”.

Federico II di Svevia, i Baroni ed il sequestro di molti castelli

Ernst Kantorowicz (….), nel suo “Federico II Imperatore”, a p. 103, in proposito scriveva che: “Federico quindi accettò l’omaggio dei baroni di minor conto, servendosi subito di loro per comandare ai conti Ruggero d’Aquila, Giacomo di Sanseverino, Riccardo d’Ajello, Riccardo da Celano e da alcuni altri, di consegnare, in base alla legge sui privilegi e ad altri provvedimenti che sarebbero stati promulgati subito dopo l’incoronazione, certi castelli che essi possedevano. La cosa più importante in quel momento per Federico, era di possedere piazzaforti nel regno. Fu un vantaggio che i baroni fossero presenti alla cerimonia e potessero constatare l’intesa esistente fra lui e il papa: intimoriti obbedirono ai suoi ordini. Del resto Federico, nel togliere, non badava alle persone ma all’importanza delle cose: in base alla legge sui privilegi, il fedele e devoto abate di Montecassino, presente all’incoronazione, dovette rinunciare non solo a certe rendite ecc…(p. 105) L’occasione si presentò subito dopo la campagna del Molise, quando i conti Ruggero d’Aquila, Giacomo di San Severino e alcuni altri furono chiamati a partecipare alla guerra contro i saraceni: si presentarono con pochissimi uomini, o addirittura soli – e Federico senza por tempo in mezzo li fece prigionieri, e ne incamerò i beni. Dietro preghiera del papa, li mise poi in libertà, ma li bandì dal paese. (Come già il conte del Molise, presero rifugio a Roma).”.

Nel 1227, Tommaso II Sanseverino cedette la baronia del Cilento a Federico II di Svevia in cambio della contea di Marsico

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 121, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Tommaso di Sanseverino nel 1227 aveva ceduto S. Severino e il Cilento alla regia Curia in cambio della contea di Marsico: “permutavit Terram S. Severini et Roccam Cilenti cum comitato Marsici (….) et addidit uncias mille pro excambio” (Capasso, cit. p. 349).”. Ebner citava Bartolomeo Capasso (…..). Ebner, a p. 97 riferendosi ad altro citava il testo di Capasso e, nella sua nota (41) postillava che: “(41) B. Capasso (“Atti Acc. Arch. Lettere e Belle Arti”, Napoli, 1869, v. IV, p. 219) ammette due redazioni dell’incompleto e lacunoso elenco: una tra il 1154 e il 1161 e la seconda (revisione della prima) tra il 1161 e il 1169″. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 143 e ssg., in proposito scriveva che: “Nel 1227, essendo rimasto vacante il feudo di Marsico per essersi spento senza successori il legittimo conte Giacomo, nipote di Isabella Guarna (4), madre di Tommaso Sanseverino, quest’ultimo cedette a Federico II la signoria di Sanseverino e la baronia di Cilento in cambio di quella contea, aggiungendovi in più mille once d’oro per la permuta (1).”. Capano, a p. 143, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Giacomo potrebbe essere stato anche cugino di Isabella Guarna, poichè vi è qualche incertezza nella documentazione relativa alla discendenza dei Guarna nella contea di Marsico, volendo persino qualcuno (cfr. L. Ventre, La Lucania dalle origini all’epoca odierna, vista ed illustrata attraverso la storia della città di Marsiconuovo, Salerno, 1965, pp. 125-32) che Isabella fosse figlia di Guglielmo Guarna anzicchè di Silvestro, cosa di cui non può dubitarsi (cfr. SENATORE, cit., doc. XIX).”. Capano, a p. 144, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nonostante la sicura notizia che Tommaso I Sanseverino….’permutavit Terram S. Severini et Roccam Cilenti cum comitatu Marsici….et addidit uncias mille pro excambio’ (v. BARTOLOMEO CAPASSO, Historia diplomatica Regni Siciliae inde ab anno 1250 ad annum 1266, Napoli, 1784, p. 349), sia il Mazziotti (op. cit., p. 122) che il TALAMO ATENOLFI (op. cit., p. 29) insistono sulla fantasiosa notizia che il Sanseverino sarebbe stato feudatario anche di Capaccio prima del cambio. Lo stesso Tommaso è documentato come conte di Marsico nel 1230 (cfr. L. VENTRE, op. cit., pp. 131-132).”.

Nel 1227, Federico II di Svevia cedè la baronia di Cilento (Sanseverino e Rocca) a Guglielmo Villano

Nel……, Tommaso Sanseverino ed il padre Guglielmo II Sanseverino cedettero la contea di Capaccio e la Baronia del Cilento a Federico II di Svevia, in cambio della Contea di Marsico. Scrive sempre il Mazziotti, che in seguito, Federico II di Svevia dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori. Il Mazziotti scrive pure che solo in seguito il Cilento fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo. Lo storico cilentano Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 120, scriveva che: L’Imperatore dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori, ma di poi fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo (…).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 144 e ssg., in proposito scriveva che: “La Baronia di Cilento passò allora a Guglielmo di Villano, che fu tenuto a provvedere al castello di Rocca proprio nel tempo in cui Federico II, mentre affidava ai singoli feudatari la cura dei castelli in loro possesso, si preoccupò anche di far riparere e consolidare le fortezze imperiali, quelle cioè amministrate e dirette in proprio dalla Regia Curia, intervenendo in maniera specifica nei loro riguardi (2). Quanto al castello di Capaccio, che era tra quelli di proprietà della Corona, in considerazione dell’enorme importanza che esso rivestiva entro il sistema difensivo stabilito dagli Svevi a protezione delle terre di Principato, unite allora in un solo Giustizierato con quelle beneventane, l’Imperatore nel 1230/31 vincolò un notevole numero di vassalli all’obbligo di fornire la mano d’opera necessaria alle sue eventuali riparazioni (3). La disposizione interessava gli uomini della baronia di Fasanella, le abbazie di S. Benedetto di Salerno etc..”. Cantalupo, a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Federico si interessò particolarmente delle fortificazioni di Laurino (Castrum Laurini), Policastro (Castrum Policastri) e Rocca Gloriosa (Castrum Rocce de Gloriose), indicando anche coloro che erano tenuti a provvedervi (CDS, cit., I, pp. 157-159).”. Il Cantalupo si riferiva al testo di Carlo Carucci (….), “Codice diplomatico Salernitano”, vol. I, pp. 157-159.

Carucci, p. 255

(Fig…) 1230-1231, in ‘Acta Imperii’ n. 775 di Winkelmann (…) e, in Carucci (..), vol. I, p. 157

Nel 1239, i Morra nel periodo Federiciano

Riguardo quel periodo, Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Lineamenti di storia dalle origini al settecento”, a p. 100, nella nota (113) postillava che: “(113) Il passo del ‘Liber Inquisitionum’ è riportato da Ebner (P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, cit., I, p. 647, nota 2: Enrico de Morra ebbe tre figli: Gofredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due furono uccisi al tempo della Congiura di Capaccio, Ruggiero invece fu accecato e le terre suddette – il castello di Morra, e di Caselle, la baronia di Corbella e le terre del Cilento – dal principe Manfredi furono restituite al cieco Ruggiero). Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1239.”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 647, dove parlando di Caselle, in proposito scriveva che: “Si legge nel Liber Inquisitionum (cit., p. 276) che Ruggiero di Morra, figlio del fu Enrico, ebbe restituiti i castelli di Morra e di Caselle e la baronia di Corbella e altri feudi del distretto di Cilento. Tale baronia era posseduta da Enrico de Morra che aveva tre figli, Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due vennero uccisi dopo la congiura di Capaccio e lo stesso Ruggero fu accecato e i feudi confiscati e concessi da re Manfredi a Filippo Tornello. Dopo l’avvento degli angioini, re Carlo restituì tutto al cieco Ruggiero (2)”. Ebner, a p. 647, nella nota (2) postillava che: “(2) I, ABC, LXIX 64, 25 febbraio 1331, XIV.”.

Nel 1254, il castello di S. Severino fu restituito a Ruggero Sanseverino figlio di Tommaso

Dalla Treccani on-line leggiamo che Ruggero II Sanseverino nacque nel 1237 circa da Tommaso I, conte di Marsico, e da Perna de Morra. La sua famiglia fu coinvolta nella congiura di Sala e Capaccio (1245-46) che aveva come obiettivo, oltre alla morte dell’imperatore Federico II e del figlio re Enzo, anche l’uccisione del signore ghibellino Ezzelino III da Romano e il passaggio verso la fazione guelfa della fedelissima Parma. Costretto dunque alla fuga in Francia, fu accolto, assieme alla madre e ad altri congiunti, dall’esule papa Innocenzo IV. Per tale ragione i beni della stirpe furono requisiti dalla corona e poi ceduti a nobili fedeli: la contea di Marsico passò prima a Enrico di Spervaria e poi a Riccardo Filangieri, mentre i feudi del Cilento e San Severino furono ceduti ai marchesi Bertoldo di Hohemburg e Galvano Lancia. Ruggero sposò nel 1250 circa Teodora d’Aquino, sorella di san Tommaso, dalla quale ebbe un solo figlio, Tommaso II. Dopo la morte dell’imperatore (avvenuta nel dicembre dello stesso anno), quando fu certo della stabilità dei rapporti tra Papato e Impero, tornò in patria, riuscendo a riottenere, per intercessione del pontefice, i feudi aviti; ma, dopo l’incoronazione di Manfredi a Palermo, divenne il punto di riferimento della nobiltà a lui ostile. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 121, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Nel 1254 il castello di Sanseverino, per interessamento d’Innocenzo IV, era stato restituito a Ruggero, l’altro figlio di Tommaso miracolosamente scampato (aveva nove anni) all’eccidio di Capaccio e allevato dal papa che gli diede in moglie una sua nipote. Ma il vicario imperiale Manfredi, tutore di Corradino, ripresa la lotta, donò il castello a Giordano de Anglano, suo parente (a. 1258)”.

Il castello di Policastro all’epoca dell’Imperatore Federico II di Svevia

I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “Passata nelle mani di Giovanni Ruffo nel 1229 (75), Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il corso del XIII secolo…..; nel 1230-31 la città e il Castello dovevano essere riparati da uomini di Tortorella, Sanza, Torraca, Rofrano, Rivello, Trecchina, Policastro, Morigerati, Camerota, cioè da mezzo Cilento e da uomini della Lucania interna (77).. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (75), postillavano che: “(75) M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, cit., p. 8”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (77), postillavano che: “(77) Carucci, op. cit., I., s.a.”. Come vedremo, la postilla di Natella e Peduto, nella loro nota (77), si riferisce al vol. I, di Carucci (…), a pp. 156-157-158. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (78), postillavano che: “(78) Carucci, op. cit., I, p. 197.”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (79), postillavano che: “(79) Carucci, op. cit., II, p. 147 e pp. 252-254.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, a pp. 335-336, dopo aver citato l’episodio della ‘Congiura dei baroni’ contro Federico II di Svevia, in cui venne coinvolto ed imputato il Conte Simone di Policastro, scriveva che: “Nel 1211 Federico II,….a quel tempo Policastro era divenuta città demaniale anche per il suo castello passato alle dirette dipendenze dello Stato. Il feudo di Policastro fu assegnato a Giovanni Ruffo (a. 1229).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, p. 334, scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia. Dopo la congiura di Capaccio nel 1242, episodio in cui alcuni Baroni del Regno, primi tra questi, al solito, i Sanseverino, decidono di ribellarsi all’Imperatore Federico II di Svevia, che era stato scomunicato dal papa, e dopo il suo epilogo che avvenne a Capaccio in cui tutti i congiurati vennero sterminati, compreso Tommaso e Guglielmo Sanseverino.  I guasti del conflitto non rimesero circoscritti alla sola zona di Capaccio, ma incisero fortemente sulle condizioni di vita dell’intero Cilento. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “La contea di Policastro fu sempre considerata un caposaldo difensivo e per le comunità del Cilento e per Salerno, infatti, anche sotto Federico II il “castrum” subì rifacimenti, finanche col contributo della baronia di Camerota (79). Il campanile a torre, nel XI secolo (80), contribuiva alla difesa del centro (81).. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Nel Codice Diplomatico Salernitano, I.”. Ritornando a quanto scrive il Campagna “sotto Federico II il “castrum” subì rifacimenti, finanche col contributo della baronia di Camerota (79).” e, dove postillava: “(79) Nel Codice Diplomatico Salernitano, I.”. Sempre il Campagna (…), sulla scorta del ‘Codice Diplomatico Salernitano’, del Carucci (…), a p. 266, scriveva che: “Al ripristino di antichi castelli, ordinato da Federico II, la baronia di Camerota fu costretta a contribuire per il rifacimento delle fortezze di Policastro.“. Pietro Ebner (…), scriveva che: Nel 1230-1231 nel nominare i ‘provisores’ dei castelli imperiali del Principato, Federico II elencò i villaggi e le baronie tenuti alla manutenzione del Castello di Policastro.”. (Carucci, vol. I, p. 156, come mostra l’immagine). L’Ebner (…) scriveva che: Un documento di Federico II informa che alle opere di manutenzione del castello erano tenute dalle famiglie di Camerota, Morigerati, Policastro, Rivello, Rofrano, Sanza, Torraca (di cui faceva parte sicuramente il piccolo centro di Sapri), Tortorella e Trecchina (…).”, di cui si parla nei documenti pubblicati dal Carucci (…). Parlando del Castello e della fortezza di Policastro, Pietro Ebner, a pp. 335-336, dopo aver citato l’episodio della ‘Congiura dei baroni’ contro Federico II di Svevia, in cui venne coinvolto ed imputato il Conte Simone di Policastro, riferendosi all’Imperatore Federico II di Svevia, scriveva che: “Nel 1230-1231 nel nominare i ‘provisores’ dei castelli imperiali del Principato, Federico II elencò i villaggi e le baronie tenuti alla manutenzione del castello di Policastro (32).”. Ebner, a p. 336, nella sua nota (32), postillava che: “(32) Fidericus (…) Agneo de Matuscio et Sanctoni de Montefuscoli provisoribus castrorum, li costituisce provisores dei castrorum nostrum di Principato, Terra di Lavoro e Terra Beneventana (…) Castrum Policastri, ecc…”, e faceva riferimento al Carucci, vol. I, p. 89. Devo precisare però che il documento pubblicato a p. 89 del vol. I dal Carucci, riguarda la facenda del medico di Federico II e non dice nulla sui ‘provisores’ nominati per il “Castrum Policastri”. Carlo Carucci (…), nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, ovvero il vol. I: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”, a pp. 156-157-158, pubblicava il documento del 1230-1231, citato dai due studiosi Natella e Peduto e da Pietro Ebner (…): “LXXVIII. 1230-1231 (?) Federico II, nomina i ‘provisores’ dei castelli del Principato ecc..”.

Carucci, p. 156

(Fig…) Carucci Carlo, op. cit., vol. I, p. 157Anno 1230-1231, in ‘Acta Imperii’ n. 775, (Archivio Attanasio)

Il Carucci (…), sempre nel suo vol. I, a p. 157, postillava che: “Nomi dei castelli e dei palazzi della Corona imperiale esistenti nella provincia di Salerno durante la dominazione sveva, col personale di custodia e coi nomi dei paesi obbligati alle spese di riparazione di essi (Dal Winkelmann, Acta Imperii, pag. 775, e da Sthamer Eduard (…), in ‘Die Verwaltung der Kastelle im Konigreig Sizilien unter Kaiser Friedrich II und Kar I von Anjou’, vol. I, II,III, Leipzig, 1914.”. :

Carucci, p. 255

(Fig…) Anno 1230-1231, in ‘Acta Imperii’ n. 775 e in Carucci, vol. I, p. 157 (Archivio Attanasio)

Infatti, come scriveva pure Pietro Ebner (…), vol. II , p. 336, nella sua nota (32), postillava che, nel documento vi è scritto che per “Castrum Policastri, debet reparari per homines Turturelle, et per homines Sanse, per homines Turracae, per homines Rofrani item per homines Brighelli (Rivello ?) et Triclani (Trecchina), qui sunt de iustitieriatu Basilicae; item potest reparari per homines Muclarone (Morigerati, nel 1294 Moregerarum) et per homines totius baronie Camerote, que homnes terre sunt vicine Policastro in quo nulla est familia ordinata. Carucci cit. ibidem.”

Carucci, p. 160

Carucci, p. 160, nota (1)

(Fig….) Documento Federiciano, tratto dal Carucci (…), vol. I, pp. 156-157

Le fortificazioni ed i castelli nel basso Cilento all’epoca della Guerra del Vespro: il castello di S. Severino di Centola, ieri di Camerota

Riguardo la Guerra del Vespro, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, a p. 18, in proposito scriveva che: “L’aspetto che più ci interessa del conflitto siciliano è costituito dall’invasione dei Siculo-Aragonesi in Calabria e la resistenza che vi si oppose la casa angioina sulla frontiera del Principato 836). Il massiccio montuoso del Cilento, infatti, costituiva un ostacolo insormontabile e l’esercito  napoletano vi si attestò, avvantaggiandosi delle favorevoli condizioni naturali nonchè della perizia di uno dei suoi comandanti, Tommaso Sanseverino conte di Marsico. Questi potè contrastare l’invasore mercè le valide opere difensive costituite dai preesistenti castelli della zona, che occupavano importanti strategiche dominanti il territorio. La validità del sistema difensivo non cessò neanche quando i Siciliani riuscirono ad occupare le importanti posizioni di Policastro, Castellabate, Castelcivita e Padula, tanto è vero che, malgrado fossero giunti fino a Salerno, non riuscirono mai a sconfiggere l’esercito del Sanseverino, che impedì ogni ulteriore progresso; posizione di rilievo ebbero dunque i castelli cilentani. Nella zona, che all’epoca dei Longobardi era divisa in tre castaldati (37), furono costruite, sin da quel tempo, importantissime opere di fortificazione in luoghi opportuni, quasi sempre in alto sulla cima dei monti o su rupi, opportune allo sbocco di una valle sul mare o nel piano. Si era costituita, nel tempo, una serie organica di fortificazioni, rispondente ad un piano prestabilito e saggiamente attuato in modo da costuire, da questo lato, una valida difesa di tutto il Principato. Nell’attuare la difesa contro gli invasori fu fortificata, per prima, Policastro, a difesa della valle del Bussento e per impedire l’approdo delle navi provenienti dalla Sicilia; furono anche aggiunte altre opere sussidiarie a Capitello e a Santa Marina (sulla destra), oltre quelle di Bosco, ed ai piedi del monte Bulgheria (a sinistra). Alle spalle di questa prima linea difensiva ne fu apprestata un’altra a Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castel Ruggiero; dato però che questa linea presentava un punto debole nelle valli del Lambro e del Mingardo, venne fortificato l’antico castello di Molpa, che dominava sia il mare che le due valli. Furono anche munite Castelluccio e San Severino, che si avvantaggiarono del terreno scosceso della zona. Sempre sul mare, poi, fu fortificato il Castellammare della Bruca ecc..ecc..”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 266, in proposito scriveva che: “Contro le invasioni degli Almugaveri erano state rinforzate le torri intorno a Camerota e ripristinato il castello di S. Severino (130).”. Il Campagna, nella sua nota (130), postillava che:  “(130) C. Carucci, La provincia di Salerno dai tempi ecc…, op. cit., Salerno, 1923; M. Vassalluzzo, Castelli, torri e borghi della costa cilentana, op. cit., Il castello di S. Severino fu posto alle dipendenze di Tommaso Sanseverino. Da Alfonso I d’Aragona, Teano 20 luglio 1436, fu investito del feudo Giovanni Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino principi di Salerno, in “SM”, a. VI (1973), fasc. IV, pag. 326.”.

Nel 1246, Ruggero II Sanseverino (conte di Marsico) e la Baronia di San Severino di Camerota (oggi di Centola)

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 150 riferendosi al disastro della “Congiura di Capaccio”, in proposito scriveva che: “Federico spogliò i ribelli ed i loro familiari di tutti i feudi e diede le contee di Marsico e di Sanseverino a Guglielmo de Villano (4). Questi restituì a sua volta la baronia di Cilento all’Imperatore, che la concesse prima al conte Giovanni Paolo di Roma e poi a Guido signore di Pozzuoli (1).”. Sempre il Cantalupo, a p. 150, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La contea di Marsico fu successivamente data a Riccardo Filangieri, che la tenne fino al 1253, poi l’ebbe Ruggiero Sanseverino, ma solo nel corso del 1254, essendosi temporaneamente pacificato con Manfredi. Nel 1256 essa andò ad Enrico di Spernaria, che la tenne fino al 1266, quando passò definitivamente a Ruggiero Sanseverino ed ai suoi discendenti (v. L. VENTRE, op. cit., pp. 133-137).”. Il Cantalupo, si riferiva all’opera di L. Ventre (….), ed al suo “La Lucania dalle origini all’epoca odierna, vista ed illustrata attraverso la storia della città di Marsiconuovo”, Salerno, 1965. Il Cantalupo, a p. 151, nella sua nota (1) postillava che: “(1) V. il doc. del Capasso, appresso cit., in nota”. Il Cantalupo, a p. 152, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Comiti Rugerio de Sancto Severino fuit restituita Rocca Cilento cum casalibus quam concessit imperator Federicus domino Guglielmo de Villano, quia permutavit dictam Roccam cum casalibus et Sanctum Severinum cum comitatu Marsici et dicta Rocca concessa fuit ab imperatore Federico comiti Iohanni Paolo de Roma post permutazionem cum comitatu Marsici, deinde concessa est ab eodem imperatore domino Guidoni de Putiolo et deinde imperator revocavit permutationem factam cum comite Rogerio (B. CAPASSO, Hist. Diplom., ….cit. p. 346).”. Infatti, il Cantalupo citava il noto documento pubblicato da Bartolomeo Capasso (…), nel suo “Historia Diplomatica Regni Siciliae – inde ab anno 1250 ad annum 1266”, a p. 345 pubblicava il “Liber Inquisitionum di Caroli I pro Feidatariis Regni”, di cui ho parlato all’inizio del saggio. Nell’antico documento risalente a Carlo I d’Angiò si elencano i feudi e le baronie restituite da re Carlo I d’Angiò, dopo la morte di Manfredi, re di Sicilia e figlio naturale di Federico II e dopo la morte di Corradino anch’esso figlio di Federico II. Una parte del documento riguarda Ruggero II Sanseverino che all’epoca dell’angioino non sarà più un giovane di 12 anni salvatosi dallo sterminio della “Congiura di Capaccio”.

Capasso, HD, p. 346

(Fig….) Capasso Bartolomeo, Hist. Diplom., p. 436

E’ un importante documento tratto dalla cancelleria Angioina che ci fa capire alcune notizie storiche sul periodo Federiciano. I notai di Carlo I d’Angiò scrivevano che: “Comiti Rugerio de Sancto Severino fuit restituita Rocca Cilento cum casalibus quam concessit imperator Federicus domino Guglielmo de Villano, quia permutavit dictam Roccam cum casalibus et Sanctum Severinum cum comitatu Marsici et dicta Rocca concessa fuit ab imperatore Federico comiti Iohanni Paolo de Roma post permutazionem cum comitatu Marsici, deinde concessa est ab eodem imperatore domino Guidoni de Putiolo et deinde imperator revocavit permutationem factam cum comite Rogerio”, ovvero che: “Al conte Rugerio de San Severino, Rocca Cilento fu restituita alle case che l’imperatore Federico concesse a Sir Guglielmo de Villano, perché scambiò la detta Rocca con le case, e San Severino con la compagnia dei Marsici; poi fu concessa dal lo stesso generale al signore Guido de Putiolo, e poi l’imperatore rammentò lo scambio che era stato fatto col conte Ruggero”. Scrive sempre Matteo Mazziotti, che in seguito, Federico II di Svevia dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori. Il Mazziotti scrive pure che solo in seguito il Cilento fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo. Lo storico cilentano Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 120, scriveva che: L’Imperatore dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori, ma di poi fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo (…).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 144 e ssg., in proposito scriveva che: “La Baronia di Cilento passò allora a Guglielmo di Villano, che fu tenuto a provvedere al castello di Rocca proprio nel tempo in cui Federico II, ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 636, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: Beni tutti che vennero poi avocati al fisco da Federico II e poi restituiti (Sanseverino e baronia del Cilento) da papa Innocenzo IV all’unico superstite, il diciassettenne Ruggiero (II), che pare ne avesse sposato in prime nozze la nipote, figlia del conte Fieschi (23). Certo è che sposò Teodora d’Acquino, una sorella di S. Tommaso. Ruggiero che era stato investito anche degli altri beni confiscati, avendo imprigionato a Salerno alcuni baroni, temendo di essere incolpato da re Manfredi fuggì presso Carlo d’Angiò che, conquistato il Regno, lo investì anche della baronia di Diano.”. Ebner, a p. 636, nella nota (23) postillava che: “(23) Di tali nozze non dice Natella nel recente saggio su ‘I Sanseverino cit., p. 48, di cui è esplicita notizia in Campanile cit., p. 41 (“a cui poscia fatto già grande diede il papa per moglie una sua nipote sorella del conte di Fiesco”), che menziona Teodora d’Aquino pure come moglie, poi vedova di Ruggiero. Per i Sanseverino seguo sia lui che Portanova e Sacco.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: Federico II concesse al figliuolo di Guglielmo, Tomaso (I), di comprarla devolvendo però alla R. Corte la contea di Sanseverino e la baronia del Cilento e versando mille once d’oro. Dopo la ribellione di Tomaso, il figliolo di Ruggero, scampato alla morte e condotto a Lione da papa Innocenzo IV (ne sposò la nipote, figlia del conte Fieschi) (5), riebbe le contee di Marsico e di Sanseverino da re Manfredi. Degli angioini Ruggero (sposò in seconde nozze Teodora, sorella di S. Tommaso d’Acquino) ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).”. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”.

Nel 1258, Manfredi donò il castello di S. Severino a Giordano de Anglano togliendolo al Sanseverino

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 121, nella sua nota (52) postillava che: “(52)….Ma il vicario imperiale Manfredi, tutore di Corradino, ripresa la lotta, donò il castello a Giordano de Anglano, suo parente (a. 1258).”.

Nel 1369, Giacomo Morra possedeva i feudi di Rofrano, Caselle, Centola, Foria, Poderia, Roccagloriosa, S. Severino di Centola

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando e riferendosi al feudo di Rofrano ed ai monaci dell’Abbazia, in proposito scriveva che “Probabilmente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella Napolitano nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano, ricorda  (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino di Camerota (poi di Centola). Anche Camillo Tutini dice di Rofrano posseduto da conte Alemagna di Buccino, insieme con Balbano, Laviano, Ricigliano e S. Lorenzo, aggiungendo poi (p. 85) che Rofrano apparteneva al conte Giacomo Gaetani, notizia che troverebbe conferma in un documento aragonese del 1445. Dalle ‘Fonti aragonesi’, infatti, si apprende del conte di Fondi e del pagamento “pro feudali servicio seu adoha terre Rofrani que est Jacobi Gaetani fratris sui duc. sexaginta” (7).”. Riguardo a Giacomo Gaetani, Ebner, a p. 433, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Fonti Aragonese., 16 novembre 1445, Napoli = vol. IV, p. 50, n. 173: ‘Franciscus de Aquino etc (conte di Loreto e Satriano e Gran Camerario del Regno) etc…”. Dunque, Ebner ricorda che Scipione Mazzella Napolitano (….), nel suo “Descrittione del Regno di Napoli”, del 1601, nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano, per l’anno 1369 ricordava Giacomo Morra (….), feudatario dei feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa, e Sanseverino di Camerota (poi di Centola). Infatti, dai Registri Angioini risulta che il feudo di Rofrano nel 1369 apparteneva a Giacomo Morra insieme a Caselle in Pittari, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rocca Gloriosa, e San Severino di Centola. Riguardo Giacomo Morra ed i suoi feudi ha scritto Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 80 e s., riferendosi a dopo Carlo II d’Angiò, in proposito scriveva che: “Successivamente il feudo passò in possesso a un’altra famiglia, strettamente legata da legami politici e familiari con i Sanseverino, i Morra, che lo detennero sino ai primi decenni del XVI secolo. Nel 1404 Francisco Morra ottenne l’investitura della baronia di Sanseverino e dei suoi casali (2). Ecc..”. Il Barra, a p. 80, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. il rarissimo volume ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli 1629, pp. 65-73. Avvertiamo che non ci soffermeremo sul periodo della dominazione feudale dei Morra a Sanseverino, perchè ne faremo oggetto di una trattazione specifica.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”. Infatti, si tratta del testo a stampa del 1629 di Marco Antonio de Morra, ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, pubblicato a Napoli, si veda p. 71. Ecco cosa scriveva Marco Antonio De Morra (…) dei casali di Centola e Forio, nel suo Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 70:

Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Lineamenti di storia dalle origini al settecento”, a p. 100, nella nota (113) postillava che: “(113) Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1239.”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 647, dove parlando di Caselle, in proposito scriveva che: “Si legge nel Liber Inquisitionum (cit., p. 276) che Ruggiero di Morra, figlio del fu Enrico, ebbe restituiti i castelli di Morra e di Caselle e la baronia di Corbella e altri feudi del distretto di Cilento. Tale baronia era posseduta da Enrico de Morra che aveva tre figli, Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due vennero uccisi dopo la congiura di Capaccio e lo stesso Ruggero fu accecato e i feudi confiscati e concessi da re Manfredi a Filippo Tornello. Dopo l’avvento degli angioini, re Carlo restituì tutto al cieco Ruggiero (2)”. Ebner, a p. 647, nella nota (2) postillava che: “(2) I, ABC, LXIX 64, 25 febbraio 1331, XIV.”.

Nel 31 luglio 1423, la donazione di Giacomo Morra al vassallo Brancato Pistinello di Licusati

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 80 e s., riferendosi a dopo Carlo II d’Angiò, in proposito scriveva che: “Come c’informa un inedito atto in pergamena, redatto “apud terram Sancti Sanseverini de Camerota”, che pubblichiamo integralmente in appendice, il 31 luglio 1423 Giacomo Morra donò in proprietà e possesso irrevocabili (“in perpetuum donationis titulo et non revocabilis inter vivos”) al suo vassallo Brancato Pistinello di Licusati (“de Cusatis”) abitante in Sanseverino, in ricompensa dei suoi servigi, presumibilmente di natura militare (“vassalli affectione motus (….) accepto benefici gratus”), diversi beni stabili siti nelle pertinenze di Sanseverino: una casa in località San Cristofaro, confinante con via pubblica e via vicinale, soggetta ad annuo censo di un’oncia e mezzo alla corte feudale; una vigna in località “Campanella”, confinante con i beni di Biagio de Rosa, di Giovanni de Ielardi e di Giovanni de Petrillo, soggetta ad un annuo reddito di un’oncia e mezzo; un terreno in località “Lisca”, confinante con la via pubblica, via vicinale e vallone, ugualmente soggetto ad un annuo reddito di un’oncia e mezzo. Il documento fu redatto dal notaio Ciferio Britto (“Ciferius Brictum”) di Policastro (“de civitate Policastri”) e dal giudice annuale di Sanseverino Napolillo Bonavita (“Napulellus de Bonavita”)(3). E’ significativo che la solenne donazione, sottoscritta da molti autorevoli testimoni e giurata sul Vangelo dal Morra, s’inserisse nel contesto del diritto feudale e del rapporto vassallatico. La donazione era infatti a tutti gli effetti irrevocabile, alla sola condizione che il Brancati e i suoi successori avessero continuato a prestare l’”homagium” al feudatario e non riconoscessero altri signori (“accessisset ad aliquem domunum”). Non si trattava, quindi, di una pura e semplice censuazione, ma di una vera e propria investitura di beni feudali, effettuata, peraltro, senza nessuna autorizzazione legale da parte del sovrano, il che si spiega con la confusione politica attraversata in quel periodo dal regno di Giovanna II. Il fatto, poi, che la stipula dell’atto, rogato da un notaio “esterno” fatto venire da Policastro, non sia avvenuta, come ci si attenderebbe, nel castello di Sansverino, ma in una località indeterminata, e comunque in aperta campagna (“apud terram Sancti Severini de Camerota”) ecc…”. Il Barra (….), a p. 80, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Archivio di Stato di Benevento, Fondo Pedicini, Pergamena n. 1, che riportiamo in appendice al doc. 1”. Il Barra riporta integralmente la trascrizione scritta del documento a pp. 96-97-98.

Nel 1459, la lite tra Gismondo de Sangro e Giacomo Morra

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”, a p. 83, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. ‘L’Historia dell’Illustrissima Famiglia Di Sangro scritta dal Signor Filippo Campanile’, nella Stamperia di Tarquinio Longo, Napoli 1615, pp. 66-67.”. Sempre il Barra, a p. 86, in proposito scriveva che: “Già all’epoca della signoria dei Morra i rapporti dei feudatari con i vassalli non risultarono sempre felici, come pure non mancarono controversie, giurisdizinali e di confini, con i feudatari vicini. Abbiamo ad esempio notizia di una controversia insorta nel 1459 tra Sigismondo de Sangro, barone di S. Sergio, e Giacomo Morra, barone di Sanseverino, a proposito di alcuni abitanti di S. Sergio che desideravano trasferirsi a Centola (20).”. Il Barra, a p. 86, nella nota (20) postillava che: “(20) “Atti del magnifico Gismondo de Sangro, possessore del casale di Sergio (sic), con lo magnifico Iacomo Morra, possessore della Terra di Sanseverino, e casale di Camerota, sopra la petizione di certi vassalli che habiano da rehabitare nel detto casale di Centola – 1459″ (ASN, Processi antichi della Sommaria, f 72, n. 5731).”.

Nel 1489, Alfonso d’Aragona, duca di Calabria e figlio di re Ferrante, si reca a Policastro con l’architetto Giuliano Fiorentino ed è ricevuto dal vescovo Almensa

Riguardo il Duca di Calabria, il futuro re di Napoli Federico I d’Aragona, sappiamo pure che era l’epoca dei Petrucci, conti di Policastro di cui si parla nello stesso manoscritto. Nel manoscritto del Leostello (…), pubblicato dal Filangieri (…), vol. I, a pp 193-194-195, si parla di Camerota, Pisciotta e Policastro dove il Duca, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona si recò in viaggio per ispezionare le batterie e le fortificazioni dopo la nota ‘Congiura dei Baroni’. Nel 1500, Joampiero Leostello (…), pubblicherà una serie di documenti che riguardano il duca di Calabria Alfonso d’Aragona figlioccio di re Ferrante I. Questo manoscritto fu pubblicato proprio da Gaetano Filangieri. Si tratta del manoscritto di Leostello Giampiero Volterrano (…), ‘Effemeridi per le cose fatte dal Duca di Calabria, ms. conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi; si veda il testo pubblicato in Gaetano Filangieri, Effemeridi per le cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491) di Joampiero Leostello da Volterra, Napoli, ed. Tip. Reale delle Scienze, 1883, vol. I. Il manoscritto di Joampiero Leostello (…), è importante per la datazione di questo pavimento anche perchè a mio avviso oltre a riferire fatti e produzioni dell’epoca Aragonese, trattando del Duca di Calabria, potrebbe rappresentare un anello di congiunzione con il probabile esecutore dell’opera in questione, Dimera di Sapri. Le Effemeridi, precedute, nell’unico codice che ce le tramanda (Parigi, Bibliothèque nationale, Fonds ital., 414), da una lista di giorni nefasti per le guerre e la giustizia e da una serie di distici elegiaci in lode del duca, assumono dunque importanza soprattutto come documento sulle abitudini del duca e della corte aragonese, ma anche come prezioso serbatoio di informazioni sull’architettura e sulla storia dell’arte a Napoli. Le Effemeridi delle cose fatte per il duca di Calabria [1484-1491] di Joampiero Leostello da Volterra da un codice della Biblioteca nazionale di Parigi, a cura di G. Filangieri, Napoli 1883 appaiono quindi come una sorta di cronaca-giornale, nella quale il Leostello aveva l’incarico di riportare tutti i fatti che riguardavano il duca Alfonso almeno per il periodo compreso tra il 22 maggio 1484 e il 6 febbr. 1491. Per far questo, il L. doveva vivere a stretto contatto giornaliero con Alfonso, sentendosi in dovere anzi di segnalare quando le notizie gli venivano di seconda mano. In questo scritto che in origine era un manoscritto tratto da altri manoscritti, ritroviamo delle notizie storiche di estremo interesse per Camerota, Pisciotta, Policastro e Maratea. Si tratta di “Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491)“, poi in seguito nel 1883, pubblicato dal Filangieri (…), in ‘Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane’, vol. I. Nel vol. I del principe Gaetano Filangieri (…), a pp. 192-194-195, troviamo della visita di Alfonso II d’Aragona nel 1489 che egli fa ad alcuni luoghi interessati dalla ‘Congiura dei Baroni’ ed in particolare ad alcune fortezze come il castello di Policastro. Riguardo questo manoscritto oggi alla Biblioteca Nazionale di Francia, lo studioso napoletano Luigi Mosca (…), nel 1908 pubblicò Napoli e l’arte ceramica dal XIII al XV secolo, poi in seguito ristampato nel 1963 da Fausto Fiorentino, nel suo capitolo “Notizie sulla storia dell’Arte ceramica nella città di Napoli” sulla scorta del Filangieri (…), in proposito a pp. 48-49 scriveva che: “Chi, per primo, ci dà notizie dei prodotti, in questa arte nobilissima, della Patria nostra è il famoso manoscritto “Ephemeridi de le cose fatte per el Duca di Calabria” che faceva parte della Biblioteca Reale Napoletana e che venuto insieme ad altri innumerevoli nelle mani di Carlo VIII fu portato in Francia, ed ora trovasi a Parigi nella Biblioteca Nazionale. Il manoscritto delle Effemeridi è cartaceo in folio, alto 31 centimetri e largo 21, ed ha 295 carte numerate, scritte in carattre corsivo del XV secolo, ecc….Sembra della stessa mano di chi compose il libro, se non che in certi luoghi è più grande e più tondo e rileva una mano diversa, l’intestazione seguente con la quale comincia il giornale: “Registro dove saranno collocati tucti progressi dell’Illustrissimo et Excellentissimo Signor Duca de Calabria Capitano generale de la Sanctissima et Serenissima Liga: ecc…”. Tramite le Effemeridi, l’opera principale del Leostello (…), si possono ricostruire i suoi movimenti tra il 1484 e il 1491. Il 14 settembre le truppe napoletane tornarono verso il Regno aragonese e impegnarono, una volta penetrate il 1° ottobre negli Abruzzi, i nobili aderenti alla cosiddetta congiura dei baroni (4 ottobre – 26 novembre). Piegata la resistenza, il duca con i suoi entrò trionfalmente, il 26 dicembre, a Napoli. Occasionalmente, in questo periodo, il L. ebbe anche la funzione di maggiordomo del duca, come nel caso della cena che Alfonso offrì agli ambasciatori papali il 10 luglio 1487 nella propria residenza napoletana a Castel Capuano. Il Leostello (…) accompagnò Alfonso in altri numerosi viaggi tra il 2 ott. 1487 e il 21 genn. 1491 (Cilento, Puglia, Calabria, dintorni di Napoli). Dal 22 gennaio il duca risiedette a Napoli presso il re Ferdinando I a Castelnuovo almeno fino al 6 febbr. 1491, data conclusiva nel racconto delle Effemeridi. Dunque, il Leostello parla del viaggio del Duca di Calabria Alfonso II d’Aragona che intraprese nell’anno 1487. Si tratta di Alfonso II d’Aragona. Infatti, come si vede sulla Treccani, il Leostello, dal 1474 sembra non trovarsi più a Volterra. Di certo, come dichiara egli stesso, il 20 ott. 1476 era a Napoli, presso la corte del duca di Calabria, il futuro re di Napoli Alfonso II d’Aragona. Da allora la vita del L. si sarebbe intrecciata con quella del duca. A Napoli infatti ottenne l’incarico di governatore dei paggi della casa del duca con lo stipendio annuo di 36 ducati. E’ lo stesso Duca di Calabria a cui si riferisce il Gaetano Filangieri quando parla delle ristrutturazioni che subì la chiesa di S. Pietro a Majella ?. Alfonso II d’Aragona che visitò Policastro e a cui si riferisce il testo manoscritto delle “Effereidi” del Leostello publicato dal Filangieri è il primogenito di Ferdinando I di Napoli, detto Ferrante, e della sua prima moglie Isabella di Chiaromonte (figlia di Tristano Conte di Copertino e di Caterina Orsini di Taranto) fu cugino di Ferdinando il Cattolico (re d’Aragona e co-reggente con la moglie Isabella di Castiglia, della Spagna unificata). Nel 1458, alla morte del nonno Alfonso il Magnanimo, suo padre Ferdinando divenne Re di Napoli e Alfonso fu investito duca di Calabria. Nel 1463 morì suo zio Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, Principe di Taranto, che lasciò in eredità al quindicenne Alfonso alcuni dei suoi possedimenti. Nel basso Cilento la situazione era tutt’altro che tranquilla, a causa dell’inquieto atteggiamento dei baroni napoletani contro il re, che sfociò nella famosa congiura dei Baroni (1485). Il comportamento del duca di Calabria in quegli avvenimenti è noto, teso com’era a rafforzare l’autoritarismo dello stato. Alfonso non ebbe scrupoli nel consigliare al padre le più severe misure repressive, procurandosi odio e sospetto da parte della nobiltà feudale del Regno che fu duramente colpita, giustiziata o esiliata. Alla morte del padre, nel 1494, Alfonso ascese al trono come re di Napoli e di Gerusalemme. Infatti, della notizia ci parlava Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava un’altra interessante notizia di quel periodo: “Va segnalato che nel 1487 il duca di Calabria, Alfonso d’Aragona (Eplemeridi per le cose fatte dal duca di Calabria, in G. Filangieri, Documenti per la storia e le arti e le industrie nelle provincie napoletane, Napoli, 1883), effettuò un viaggio anche nel territorio dell’odierno Cilento, viaggio determinato da necessità militari (congiura dei baroni), per rendersi conto delle fortezze ivi costruite dai baroni (v. a Policastro quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava, “homo subtile circa de fare fortezze et roche”). Anno 1487, “Octobre. Die primo Octobris lo prefato Signor delibera andar nel Cilento per vedere quelle terre de la marina et provederle et con lo seguente partito (…). Die V, anno, Sua Signoria a gropoli che se partì da evoli./ Die Viij se partì de lo celento et anno a lorino / ecc…ecc…”. Dunque secondo il documento pubblicato da Gaetano Filangieri (…), nel 1883, già pubblicato dal Leostello nel 1500, nel 1489, Alfonso d’Aragona, figlio di re Ferrante I d’Aragona e duca di Calabria, dopo la congiura dei baroni è a Policastro dove viene ricevuto in gran pompa dal vescovo del tempo, Mons. Girolamo Almensa. Giuseppe Maria Alfano (…), citato dall’Ebner, nel suo “Istorica Descrizione del Regno di Napoli”, dato alle stampe nel 1795 traeva la notizia dal testo di Joampiero Leostello (…) del 1500, che fu poi in seguito pubblicato dal principe Filangieri. Infatti negli “Effemeridi etc…’, nel documento trascritto da Ebner nel vol. I, a p. 72, parlando delle ‘Diocesi e clero dopo l’anno mille’, nella sua nota (46) postillava che: “Anno 1489 “Diei Vij jannarij ….(recandosi a Rocca Cilento, Acquavella, Casalicchio, Pisciotta, Castellammare della Bruca, Velia, Camerota, Policastro, dove fu ricevuto con gran feste) Die Xiiij jannarij. In Policastro (…) Et li venne incontro lo R.mo Mons. suo confessore che era episcopo di quella terra (pr. Girolamo Almensa O.P.) cum certe reliquie et cum tucto lo clero (…) monto a cavallo et intro cum grande triumpho. Bombarde per tucto che sparavano et ecc…”

Leostello, p. 195 su Policastro

(Fig…) Filangieri Gaetano, op. cit., vol. I, pp. 193-194-195

Questo documento parla pure di Policastro e di Maratea. Inoltre Ebner (…), dice di vedere nel vol. II, quando parlando di Policastro, scrive quando si apprende che era accompagnato dall’architetto Antonio Fiorentino di Cava ecc..ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 340, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Va ricordato ce nel tardo ‘400 il castello di Policastro venne ricostruito su disegno di Giuliano Fiorentino.”. Sempre l’Ebner (…), nel suo vol. II, di ‘Chiesa etc…‘, a p. 345, parlando di Policastro e del suo castello segnala che l’Alfano (…), scriveva che: “L’Alfano (81) l’ubica alle falde di una collina con alla sommità un castello mezzo diruto “elevato da Jacopo Sanseverino, figlio de conte di Potenza nel 1393 (…) si crede Bussento, detta Bisso, e Bissunte ecc…”. Il Laudisio (…) a p….. della sua “Synopsi etc…“, ci dice di Girolamo Almensa che: “XXI. Girolamo Almensa, di Napoli, frate dell’Ordine dei Predicatori, nominato vescovo di Policastro nel 1485.”. Dunque, Girolamo Almensa successe al vescovo Gabriele Altilio. Ebner però scriveva che il vescovo Girolamo Almensa era “suo confessore” di Alfonso d’Aragona ma il Laudisio (…), a p. 77 (vedi Visconti), parlando del Vescovo Gabriele Altilio, in proposito scriveva che egli: “L’Altilio, dopo essere stato precettore del principe Ferrandino, figlio di Alfonso II d’Aragona, fu nominato vescovo di Policastro nel 1471.”. Le date e la notizia tratta dal Laudisio, cioè la cronostassi che il Laudisio riporta non sempre collima con le notizie storiche. Infatti, riguardo il vescovo Altilio che il Laudisio dice essere stato nominato vescovo di Policastro nel 1471, il sacerdote Giuseppe Cataldo scriveva essere salito alla cattedra vescovile nell’anno 1493 ed è più plausibile come data essendo stato il precettore di Ferrandino. Riguardo al vescovo Almensa di Napoli, che secondo il Laudisio divenne vescovo di Policastro nel 1485, potrebbe trovarsi con la data del documento pubbblicato dal Leostello che riguardava la visita di Alfonso duca di Calabria a Policastro nel 1489. La cronostassi del Laudisio (…), però non si trova con l’altro documento del 1481, di cui ho già parlato e che riguarda il vescovo di Policastro Gabriele Guidano che concesse a Mastro Santillo Grandi di costruire una chiesa a Sapri. Infatti, il Laudisio (…), nella sua cronostassi scrive che il vescovo Gabriele Guidano: “XXII. Gabriele Guidano, di Lecce, nominato vescovo di Policastro nel 1491.”. Come può essere possibile che secondo il Laudisio e forse pure per Ladvocat (…), il Guidano viene nominato dopo l’Almensa ovvero nell’anno 1491 se compare sul documento del 1481. Errore di stampa e di trascrizione ?. Del resto vi sono delle diverse conostassi come ad esempio ciò che riferisce lo stesso Cataldo.

Nel 1534, la Chiesa di S. Maria degli Angeli nel borgo di S. Severino

s.maria di Centola

(Fig….) La Chiesa di S. Maria (degli Angeli dopo il 1534) nel borgo medioevale di San Severino di Centola risalente a prima del ‘1000 (foto tratta da un sito di Mauro Pancaldi) Nel 1528, la fine dei Morra e la confisca dei beni

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 81 e s., in proposito scriveva che: “La crisi dei Morra precipitò nel 1528, con l’adesione al partito francese. Giacomo Morra subì infatti la confisca del feudo, la cui rendita veniva valutata in 460 ducati annui, e che così veniva descritto in un documento fiscale spagnolo del 1532 (4).”. Il Barra, a p. 81, nella sua nota (4) postillava che: “(4) N. Cortese, Feudi e feudatari napoletani della prima metà del Cinquecento, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, n.s. a. XV, 1929, p. 36.”.

Nel 1528, Girolamo Morra vendette il feudo ad Annibale Antonini

Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 82 parlando del la baronia e del feudo di Sanseverino di Centola, in proposito scriveva che: “Nel 1538, infatti, Girolamo Morra alienò definitivamente Sanseverino ad Annibale Antonini, antenato dello storico settecentesco, “cum castello, et castellano, et feria Sanctae Margaretae” (l’antica fiera di S. Margherita costituiva un’evento commerciale di grande rilievo per tutto il basso Cilento, e la sua giurisdizione risultava quindi assai lucrosa. (7). Il feudo passò poi ai Tancredi, nel 1628 a Girolamo Albertini, nel 1679 a Vincenzo Vita, e infine, per successione ereditaria, ai de Caro (8)”. Il Barra, a p. 82, nella sua nota (8) postillava che: “(8) L’Antonini ricorda la famiglia de Caro di Roccagloriosa, che nel 1305 vi aveva fondato la Commenda di S. Spirito, affermando che “quando sia nobile tal famiglia troppo sarebbe qui il ridirlo, ma ne fan chiara testimonianza i feudi da tanti secoli posseduti, i privilegi, le cappellanie, suoi illustri parentadi &” (La Lucania, cit., vol. I, p. 387, nota). In termini tutt’altro che encomiastici, anzi decisamente sarcastici, si esprime invece Lorenzo Giustiniani a proposito del giurista Filippo Ferdinando de Caro, ricordando le numerose controversie legali da lui sostenute “a vindicare il feudo di Sanseverino, piccola terra non lungi da Cammarota”. Infatti “l’acquisto di tl feudo gli apportò la perdita del cervello; poichè essendogli riuscito di rinvenir memora, che quella terra preso avesse il nome della famiglia Sanseverina, e non da quel Sanseverino vicino Salerno, incominciò a prender l’impegno di ottenere il titolo di Principe, a muover litigio co’ feudatari convicini, pretendendo la preminenza di questo suo feudo su quello di Foria e di Centola. E comechè ne venn’egli in parte ad ottenere di que’ diritti, che forse gli eran dovuti, e non i maggiori da lui pretesi, incominciarono questi suoi pensieri a divenir delirij, e nel 1768 finì da matto i suoi giorni” (L. Giustiniani, Memorie istoriche degli scrittori legali del Regno di Napoli, Stamperia Simoniana, Napoli, 1787, vol. I, p. 224). A parziale giustificazione delle pretese del de Caro, va ricordato che già gli Albertini si erano auto-intotolati principi di Sanseverino. Il de Caro fu autore di un commentario alla sua edizione di Leonardo Ricci U.I.D. Neapolitani, Praexos formulariae Judicii executivi et ordinarii, Ex Typographia Januariii Roselli, Neapoli MDCCLVII e MDCCLIX, vv. 2. Per Sanseverino cfr. E. Buonomo, San Severino di Centola, cit., che pubblica alle pp. 75-79 un apprezzo del feudo del 1786, tratto dall’archivio privato Albertini.”.   

Nel 1532, i feudi e casali di Centola, Capizzo e Casaletto a Girolamo di Sangro

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 713, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1532 il re investì Sigismondo di Sangro, per la morte del padre Alfonso, dei suddetti casali, con tutti i loro diritti, giurisdizioni, mero e misto imperio e cognizione delle prime cause. Il compilatore dei Quinternioni (5) tenne a segnalare che i predetti casali vivevano “iure Langobardorum”. Nel ‘Cedolario’ Capizzo, Casaletto e Centola risultavano tassati per l’adoa a Ippolita di Sangro (6). Nel 1603 Maria Rosso, laica in ‘capitulis’, figlia di Ascanio Rosso, rinunziò a Centola donando il feudo allo zio Mario Rosso (7). Ecc…”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (5) postillava che: “(5) Quint. 4, f 268: ‘cum omnibus eorum iuribus, et iurisdictionibus, mero etc. cognitione primarum causarum et cum integro eorum statu in quibus vivitur iure Longobardorum”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (6) postillava che: “(6) Il Cedulare (f 50 e 16) Adohae taxatur Ippolita de Sangro pro Casaletto Capizzo et Centula.”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (7) postillava che: “(7) Quint., 30, f 248”. Su un blog tratto dalla rete “Il castello di San Sergio”, leggiamo che: “La tenuta feudale San Sergio, secondo il sacerdote Don Giuseppe Stanziola, parroco di Centola, prese il nome dalla cappella di San Sergio ivi dislocata. I feudatari di Centola furono i Rosso i quali ebbero la prima signoria, poi Giacomo della Morra, i Di Sangro, con Carlo e Alfonso, visti nel 1456, quando sempre secondo lo Stanziola, vi costruirono la cappella denominata San Sergio. Ecc…”. Sulla famiglia dei di Sangro a Centola ha scritto Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 83 e s., in proposito scriveva che: “Diverse furono le vicende feudali della Molpa. Dopo vari passaggi di mano, Gianalfonso de Sangro vendè nel 1516 il feudo a Giannicola Origlia, per poi ritornare per ragioni ereditarie ai de Sangro, signori di Camerota (9). Sequestrato nel 1528, il feudo fu concesso a un dignitario fiammingo di Carlo V, Stefano Croppen (10). Nel 1539 i de Sangro vendettero per 9600 ducati la Molpa e Pisciotta al nobile italo-spagnolo Ferrante Bisbal, il quale aveva effettuato l’acquisto per conto di suo nipote Antonio Caracciolo.”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

(Fig. 1) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto: “‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981,  come dall’immagine che illustra la segnatura:

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Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (7). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (7) scrive: “Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: Incommunicable pour raison de conservation’. Pietro Ebner (…), parlando di Capitello, vol. I, p. 625, segnala che il Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, del 1978 (credo che l’Ebner, si riferisca a questo lavoro) “assicura che sulla collina Castellaro vi sono ancora i ruderi di un antico castello e afferma di aver consultato nell’ASN una pianta (3) del 1746 dove sono indicati Policastro, il Castellaro, Capitello e Petrasia. Sopra Capitello, dov’è l’odierno villaggio di Ispani, era Agata e sopra Petrasia, Bibone Nove, a 3 km. da quest’ultimo toponimo “Bibo ad Siccam” odie ruinat.”. Nel territorio vi è pure una torre di difesa (“alla Punta” di Capitello) ora restaurata (4).”. Ebner (…), a p. 625, del suo vol. I, nella sua nota (3), postillava che: “(3) ASN, ‘Sezione piante topografiche’, cart. 32, n. 2.”. La carta che segnalava Tancredi (…) ed il Guzzo (…), citata pure da Pietro Ebner (…), è una carta inedita di probabile epoca Aragonese. I riferimenti bibliografici della sua segnatura della sua collocazione presso l’ASN (non quelli citati da Ebner, sulla scorta di Tancredi e di Guzzo, i quali, riportarono la notizia senza mai citarmi), quelli corretti, sono quelli illustrati nell’immagine. La carta in questione, era inedita e fu da me pubblicata in un mio scritto a stampa, apparso nel lontano 1987 (1), dieci anni prima che ne parlassero il Tancredi (…), ed il Guzzo (…). Infatti, la carta in questione, dalla postilla impressa sul retro, non è del 1746, ma è del 1756. Ma, la sua datazione deve farsi risalire a molti secoli indietro. Dobbiamo pure precisare che l’opera di Luigi Tancredi (…) ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, che, secondo cui Ebner (…), a p. 625, vol. I, segnalava che aveva citato la notizia di questa carta, lo stesso Ebner, sempre nel vol. I, a p. 688, nella sua nota (10), lo segnala come “Il Golfo ecc..”). Infatti, la cosa ci appare strana, in quanto, l’opera di Luigi Tancredi (…), è del 1978, mentre l’opera di Pietro Ebner (…), è del 1982, cioè dell’anno dopo che avevo richiesto ed ottenuto la fotoriproduzione b/n della carta in questione (v. Fig…, che illustra la ricevuta, rilasciatami dall’ASN). A quei tempi, mi sentivo spesso con Luigi Tancredi, al quale feci vedere la carta, e ritengo che Ebner, non avesse visto l’opera del Tancredi, ma che fosse venuto a conoscenza a mezzo del Tancredi stesso di questo importantissimo rinvenimento.

(4) Antonini Giuseppe, La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Attanasio)

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(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Attanasio)

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(…) Ebner Pietro, Pietro Ebner – Studi sul Cilento, vol. I-II, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici – Pietro Ebner, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento (Archivio Storico Attanasio)

(…) De Giorgi C., Da Salerno al Cilento, Firenze, 1882, ristampa ed. Galzerano, p. 94 (Archivio Attanasio)

(…) Ugo da Venosa o Ugone Venusino. Sarebbe stato il primo biografo di Abate di Cava de Tirreni, Pietro Pappacarbone e dell’Abate Costabile Gentilcore, originario di Tresino nel Cilento. Il Guillaume (…) raccontando la notizia del miracolo di S. Pietro Pappacarbone, il monaco benedettino che prima di fondare la “Congregazione dei Monasteri della Cava”, fu eletto vescovo della rinata Diocesi di Policastro, citava il monaco benedettino, Abate dell’Abbazia di Venosa, Ugo da Venosa o Ugone Venosino (…), che lasciò un manoscritto (un ‘Chronicon’) pubblicato dall’abate di Cava Ridolfi nel 18….., e che poi il Guillaume ha ripubblicato con l’elegante traduzione in italiano. Hugone abbate Venusino,Vitae quatuor priorum abbatum cavensium Alferii, Leonis, Petri et Costabilis, edizioni Leone Mattei Cerasoli (….). ‘Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis‘, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941. Nel testo del Venusino (…), pubblicato anche dal Muratori (…), in in Rerum italicarum scriptores – Bologna 1941, tomo VI, da p. 222, l’opera di Ugone o Ugo da Venosa è: “Vita S. Petri”, dove nel foglio 19 del manoscritto originale si trova menzionato il miracolo di Pietro Pappacarbone del figlio di Ruggero I Sanseverino. Il Mazziotti (…), a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ugo da Venosa, ‘Vita di S. Pietro, fol. 19; Muratori, tomo 6°, pagg. 222 citati dal Guillaume.”.

(…) Su Pietro Pappacarbone (Pietro da Salerno) e la figura di Alfano I, si veda: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s.; Archivio dell’Abbazia della Ss. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.; Annales cavenses, a cura di F. delle Donne, Roma 2011, pp. 36-45, sub ann. 1097, 1106, 1110, 1118, 1123. P. Guillame, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371; P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in Scritti in memoria di Leopoldo Cassese, Napoli 1971, pp. 3-32; Id., Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma 1979, pp. 243 s.; G. Vitolo, Cava e Cluny, in L’Italia nel quadro della espansione europea del monachesimo cluniacense. Atti del Convegno internazionale di storia medioevale (Pescia… 1981), Cesena 1985, pp. 199-220, stampato anche in G. Vitolo – S. Leone, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del Codex diplomaticus Cavensis, Salerno 1983, pp. 35-44; H. Houben, L’autore delle Vitae quatuorum priorum abbatum cavensium, in Studi medievali, s. 3, XXVI (1985), pp. 871-879 poi ristampato in Medioevo monastico meridionale, Napoli 1987, pp. 167-175; G. Vitolo, La badia di Cava e gli arcivescovi di Salerno tra XI e XII secolo, in Rassegna storica salernitana, VIII (1987), dicembre, pp. 9-16; M. Galante, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; J.M. Sansterre, Figures abbatiales et distribution des rôles dans les Vitae quatuorum priorum abbatum Cavensium (milieu du XII siècle), in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age, CXI (1999), 1, pp. 61-104; V. Loré, Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151; B. Moliterni, Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXIX (2013), pp. 5-36.

(…) Gattola Erasmo, Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassines, Venezia, 1733, Tomo I

(…) Bozza Angelo, La Lucania, Rionero, Tipografa Torquato Ercolani, 1888 (Archivio Attanasio)

(…) Stanziola Domenicantonio,

Guillaume P.,

(…) Guillaume P., l’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava‘, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (…), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (…), venne pubblicato dal Guillaume (…).

(…) Loré V., Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151

(…) Ammirato Scipione, Delle famiglie nobili napoletane, Firenze, ed. Marescotti, 1580 (Archivio digitale)

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Attanasio)

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(…) Gassisi Sofronio Jeromonaco, Contributo alla storia del rito greco in Italia, ed. Tipografia Italo-Orientale “S. Nilo”, Grottaferrata, 1917 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore:  Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1947 (Archivio Attanasio) (…) Mazziotti Matteo, La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972 (Archivio Attanasio). (…) Ventimiglia Domenico, Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania (con glossario), Napoli, 1827, Appendice p. IX e sgg. (…) Ventimiglia D. A, Difesa diplomatica, si veda Doc. IX, fol. 32 e Doc. X, fol. 36; si veda pure dello stesso autore: Notizie storiche del castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania, Napoli, 1827 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Memorie storiche del Principato di Salerno’. (…) Per Ruggiero Sanseverino la Treccani fornisce le seguenti fonti: A. di Meo, Annali critico-diplomatici del regno di Napoli della mezzana età, VIII, Napoli 1803, pp. 213, 221; G.A. Adinolfi, Storia della Cava distinta in tre epoche, Salerno 1846, p. 214; P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava d’après des documents inédits, Cava dei Tirreni 1877, p. 91; M. De’ Santi, Studio storico sul santuario di S. Maria Materdomini in Nocera de’ Pagani, Napoli 1905, pp. 78 s.; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, Paris 1907, I, p. 247, II, p. 265; E.M. Martini, Il diritto feudale e l’abate di Cava nel sec. XI, in Rivista storica benedettina, III (1908), pp. 218-232; L.R. Ménager, Inventaire des familles normandes et franques émigrées en Italie méridionale et en Sicile (11-12 siècles), Roma 1975, pp. 259-390 (in partic. pp. 292 s.); G. Portanova, I Sanseverino e l’abbazia cavense (1061-1324), Cava dei Tirreni 1977, pp. 44-75; P. Natella, I Sanseverino di Marsico: una terra, un regno, Mercato San Severino 1980, pp. 35 s.; G. Vitolo, Da Apudmontem a Roccapiemonte. Il castrum come elemento di organizzazione territoriale, in Rassegna storica salernitana, n.s., 1986, vol. 6, pp. 129-142; G.A. Loud, The Abbey of Cava and benefactors in the Norman era, in Anglo-Norman studies, IX, Woodbridge 1987, pp. 143-177 (in partic. p. 157); E. Cuozzo, «Quei maledetti normanni»: cavalieri e organizzazione militare nel Mezzogiorno normanno, Napoli 1989, p. 119; M. Galante, Un esempio di diplomatica signorile: i documenti dei Sanseverino, in Civiltà del Mezzogiorno d’Italia. Libro, scrittura e documento in età normanno-sveva. Atti del Convegno dell’Associazione italiana dei paleografi e diplomatisti…, Napoli-Badia di Cava dei Tirreni… 1991, a cura di F. D’Oria, Salerno 1994, pp. 279-300; V. Ramseyer, The transformation of a religious landscape: medieval Southern Italy, 850-1150, London 2006, p. 175 (…) Cammarano Giovanni, “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, voll. I-II-III, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1993 (Archivio Attanasio). Riguardo il Cammarano il Barra (…), nella sua nota (13) a p. 67 postillava che: “Giovanni Cammarano alla storia dell’abbazia non è utilizzabile storicamente, fondato com’è su fonti memorialistiche inattendibili e apocrife, e comunque incontrollabili (G. Cammarano, Storia di Centola, vol. II, La Badia di S. Maria, Edizioni del Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Agropoli, 1999, pp. 334).”. (…) Barra Francesco, ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017 (Archivio Attanasio) (…) Capano Antonio, Centola e il suo catasto provvisorio: paesaggio naturale e paesaggio antropizzato nel 1815, in “Annali CIlentani”, n. gennaio-dicembre, 1999 (….) De Morra M.A., ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta‘, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71 (Archivio Attanasio)

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(…) Volpi G., Cronologia dei Vescovi Pestani ora detti di Capaccio, ed. Riccio, Napoli, 1752, pp. 211 e 287 (Archivio Attanasio) (…) Sacco Francesco, Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, ed. Flauto, Napoli (Archivio Attanasio)

Bertaux

(….) Bertaux, L’art dans l’Italie meridionale – De la fin de l’Impire Romain a la conquete de Charles d’Anjou, Ecole de Francaise de Rome, Paris, ed. Fontemoing, 190