
(Fig. 2) I ‘criptoportici’ della villa romana di “Regione Sarinola”, o Villa di Cicerone, oggi detta Villa Rubino a Formia-Minturno, molto simili alle ‘Cammerelle’ a S. Croce a Sapri

(Fig. 2) I ‘criptoportici’ della villa romana di “Regione Sarinola”, o Villa di Cicerone, oggi detta Villa Rubino a Formia-Minturno, molto simili alle ‘Cammerelle’ a S. Croce a Sapri.

(Fig. 5) Le ‘Cammerelle’ o criptoportici a S. Croce, in una foto dei primi del ‘900, così erano fino al recente e scellerato intervento voluto da Werner Johannowsky
Gli studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archi-vistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Già nel lontano 1987, facevo notare come esistesse una forte similitudine con le strutture emerse e semisommerse di due Ville d’epoca romana del litorale Laziale con quelle a S. Croce. L’intuizione mi venne da uno studio di Giulio Schmiedt (2) che, nel 1972, pubblicò un’interessantissimo studio, dove parlando di alcune ville romane del litorale laziale, venivano illustrate alcune strutture di alcune ville romane del litorale Laziale (a Formia e a Serapo), che somigliano alle strutture di S. Croce a Sapri. In particolare, Schmiedt, pubblicava le immmagini dei ‘criptoportici’ – della Villa di Cicerone a Formia (Fig. 4), che presenta notevoli similitudini con la villa e le strutture a S. Croce a Sapri. Ripropongo ai lettori, una delle mie tante intuizioni, nata dal confronto delle immagini pubblicate da Schmiedt (2 – Fig. 1), con le preesistenze archeologiche d’epoca romana a S. Croce a Sapri. Schmiedt (2), citava la villa romana della “Regione Sarinola” a Formia-Minturno, i cui ambienti sono estesi al di sotto dell’attuale villa borbonica detta Villa Rubino (dalla famiglia che è attuale proprietaria) che, recentemente è stata attribuita al Questore romano Marco Tullio Cicerone. Nell’immagine pubblicata dallo Schmiedt (2)(Fig. 1), si può vedere la notevole somiglianza dei suoi ‘criptoportici’ (Fig. 1-2-10), con le ‘Cammerelle’ di S. Croce a Sapri. Nell’immagine di Fig. 1, pubblicata dallo Schmiedt (2), si rappresenta la Villa d’epoca romana a Formia, ed in particolare la “veduta di criptoportici della villa romana di Regione Sarinola” a Formia. Sappiamo che la Villa romana detta da Schmiedt, della Regione Sarinola, è a Formia, ma non siamo del tutto certi quale fosse delle tre o quattro esistenti sul litorale di Formia. Tuttavia, quale che fosse questa villa, esamindo meglio le ville in questione, abbiamo visto che strutture simili a quelle dell’immagine pubblicata da Schmiedt, somiglianti notevolmente alle nostre ‘Cammerelle‘ in località Santa Croce, sono numerose, come illustrano le immagini recenti illustrate dalle Figg. 2 e 10. Sappiamo che ‘criptoportici’, simili alle ‘Cammerelle’, fossero anche nella villa attribuita a Cicerone, di cui parlerò. Le ‘Cammerelle’, di S. Croce non si vedono più come erano illustrate nell’immagine d’inizio ‘900 di Fig. 5, occultate definitivamente dallo sciagurato intervento inutile e mistificatorio che fu fatto negli anni ’80. Certo è che le ‘Cammerelle’, come si mostravano prima degli anni ’80, somigliano ai ‘criptoportici’ (così detti da Schmiedt) di alcune ville patrizie romane a Formia, dove vi era anche la villa di Cicerone. Questo studio, riapre nuovi scenari circa il pasaggio e la conoscenza che il grande oratore Cicerone, avesse dei nostri luoghi. Come intuì l’Antonini (3), quando credeva riferirsi a Sapri, il Questore romano, Marco Tullio Cicerone che, nel I secolo, spesso era in viaggio navigando ripetute volte per le nostre coste, nella sue lettere scritte al suo amico Attico nel 44 d.C., scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, nel 75 a. C., diceva: “Ego adhuc (perveni enim Vibonem ad Sicam) ecc…Veni igitur ad Siccam octavo die a Pompeiano, cum uno die Veliae constitissem, ubi quidem fui fane libenter apud Talnam nostrum, nec potus accipi, illo absente praefertim, liberalius, IX Kal. igitur ad Sicam” (3-13). Forse proprio le rovine di un’antica città scomparsa di ‘Vibonem ad Sicam’, citata e conosciuta da Cicerone, nelle sue continue fughe. Forse a Sapri, vi era un suo carissimo e potentissimo amico che viveva nella sua villa patrizia, su cui Cicerone poteva fidare, fuggendo dalla sua villa di Formia a causa delle beghe e delle lotte politiche per l’uccisione di Cesare e la sua successione. La cosa andrebbe ulteriormente indagata. Dalla biografia che ne fa Plutarco, si evince che Cicerone, pur essendo molto amico di Bruto, e odiasse Giulio Cesare per le sue manie accentratrici, forse abbia avuto un ruolo, sia pur secondario nella tragica fine del dittatore e che a Sapri, Cicerone venisse ad incontrare un personaggio all’epoca molto influente. Nel 2014, lo studioso Scarfone A. (10), ha pubblicato sul sito dell’ISPRA, dal titolo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, dove non troviamo nessun contributo o citazione a Cicerone, se non la frase: “Gli Autori del passato hanno avuto un forte interesse verso la storia di Sapri, definita da Cicerone come parva gemma maris inferi, tracciandone magistralmente gli eventi che si sono succeduti con il trascorrere del tempo. Nel rileggere i loro contributi informativi si è però avuto modo di individuare alcune frettolose affermazioni ecc..“.
Incipit
La testimonianza di un’antica città chiamata ‘Bibo ad Sicam‘ o ‘Siccam’ – nelle campagne di Sapri e che, probabilmente fosse stata già conosciuta dagli antichi e quindi anche dallo stesso Cicerone che la cita nelle sue lettere al suo amico di Velia. I resti dell’antica città di cui parlava Cicerone nelle sue famose lettere allo amico Attico. ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘. Dal punto di vista strettamente bibliografico e, storiografico, il primo a riferire del toponimo “Bibo ad Sicam”, è stato il Barone di S. Biase (natio di Cuccaro Vetere), Giuseppe Antonini, nella sua ‘Lucania’ (…). Nel 1745 e in seguito, nel 1795, il nipote Matteo Egizio, pubblicò la “Lucania – I Discorsi”, del barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….) che, ci parla per la prima volta di un ‘Bibo ad Sicam‘ o ‘Siccam’ (…), citata da Cicerone (…). L’Antonini (….), è il primo a riferire del toponimo (nome di luogo), attribuendolo e credendo si riferisca a Sapri, il Questore romano, Marco Tullio Cicerone che, nel I° secolo, che era spesso in viaggio navigando ripetute volte per le nostre coste. Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, parlando di Vibonati, scriveva che: “Chiama il volgo questo paese ‘Libonati’, mutando la lettera V in L, ciò che per latro non di rado nella lingua Italiana accade. Fu dà Latini detto ‘Vibo ad Sicam’, e ‘Siccam’ da una Isoletta, che gli sta all’incontro, poche miglia all’oriente di Maratea, anche oggi chiamata ‘Sicca’ a differenza del ‘Vibo Valentia’, ch’è Monteleone, detto già ‘Ipponium, & Hipponium. Ecc…”. L’Antonini continua il suo discorso argomentando su ciò che aveva scritto Gabriele Barrio (….), di cui parlerò in seguito che voleva che il ‘Vibone’ citato da Cicerone fosse l’attuale Vibo Valenzia in Calabria. Figuriamoci se Cicerone nel fuggire dopo l’uccisione di Giulio Cesare si recò a Vibo Valenzia e non come voleva giustamente l’Antonini nel golfo di Policastro che gli antichi chiamarono “Seno Vibonense” e, che altri in seguito, come vedremo chiamarono “Seno Saprico”. L’Antonini (…), a p. 428, iniziando a parlare di Sapri e del suo porto, scriveva che: “Verisimilmente il porto dei Vibonesi dovea esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, che non potevano essere per gente di poco conto, siccome diremo.”. Infatti, l’Antonini aggiungeva che: “Gabriel Barrio nella, per altro, eruditissima opera ‘de situ Calabrie’, al lib. 2, per tirar tutto a quella regione, non solo volle darci a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso, che ‘Vibo Valentia’, cioè l’Hipponium, ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’ siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: ‘Ut Plutarchus’, qui Vibonem in Lucania esse scribit; ed a sede di lui standone l”Abbate Aceti’ nelle note ultimamente fatte allo stesso Barrio, ha purtroppo malmenato il medesimo Plutarco, perchè aveva posto Vibone in Lucania; tutto perchè non han saputo, o non han voluto sapere, che c’era un altro ‘Vibone’, chiamato ‘ad Siccam’, per distinguerlo dal ‘Vibo Valentia: Nec solus Strabo, ecc..”.

(Fig. 3) La ‘Lucania’ di Antonini che parla di Cicerone a Sapri.

(Fig. 6) Codice Urb. gr. 82 – XI sec. – il più antico conosciuto – particolare delle nostre coste
L’Antonini (….), nella sua ‘Lucania’, alla pagina 424, disserta sul toponimo di ‘Vibone‘ e, citando “l’Abbate Aceti” scriveva e credeva che, il Questore romano, Marco Tullio Cicerone, nelle sue “Epistole ad Attico” (una raccolta di lettere che Cicerone scrisse a diversi suoi amici subito dopo la congiura che portò alla morte di Giulio Cesare), si riferiva all’antico toponimo (nome di luogo) riferito a Sapri o al porto naturale di Sapri. Infatti, il Questore romano Marco Tullio Cicerone, nelle sue “lettere ad Attico”, cita più volte il toponimo di ‘Vibonem ad Sicam‘. L’Antonini, nella nota (I), dice di trarre la notizia dalla ‘Storia’ di Francesco Fabricio (….). Come intuì l’Antonini (….), quando credeva riferirsi a Sapri, il Questore romano, Marco Tullio Cicerone che, nel I° secolo, spesso era in viaggio navigando ripetute volte per le nostre coste, nella sue lettere scritte al suo amico Attico nel 44 d.C., scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, nel 75 a. C., diceva: “Ego adhuc (perveni enim Vibonem ad Sicam) ecc…Veni igitur ad Siccam octavo die a Pompeiano, cum uno die Veliae constitissem, ubi quidem fui fane libenter apud Talnam nostrum, nec potus accipi, illo absente praefertim, liberalius, IX Kal. igitur ad Sicam” (…..). Nel 2014, lo studioso Scarfone A. (….), ha pubblicato sul sito dell’ISPRA, dal titolo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, dove non troviamo nessun contributo o citazione a Cicerone, se non la frase: “Gli Autori del passato hanno avuto un forte interesse verso la storia di Sapri, definita da Cicerone come parva gemma maris inferi, tracciandone magistralmente gli eventi che si sono succeduti con il trascorrere del tempo. Nel rileggere i loro contributi informativi si è però avuto modo di individuare alcune frettolose affermazioni ecc..“. Certo è che le ‘Cammerelle’, come si mostravano prima degli anni ’80, somigliano ai ‘criptoportici’ (così detti da Schmiedt) di alcune ville patrizie romane a Formia, dove vi era anche la villa di Cicerone. Questo studio, riapre nuovi scenari circa il pasaggio e la conoscenza che il grande oratore Cicerone, avesse dei nostri luoghi.
Dopo il III sec. d. C., Sapri nei secoli dell’Impero Romano
Io credo che Policastro non avesse un porto e che dall’epoca dei romani, il porto di Policastro fosse il “portum” di Sapri. Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Itinerario Antonino e nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: “Agli inizi del III sec. a. C., Elea (Velia), potente colonia della Magna Grecia (l’odierna Moio della Civitella), stringerà con Roma una proficua e forte alleanza, che, determinerà la scomparsa dei centri fortificati dell’interno come Roccagloriosa e sorgeranno ‘villae’ lungo la costa (39). Sulla costa si vanno infittendo le emergenze monumentali di ‘villae’ più o meno complesse: da quella di Punta Licosa a sud di Velia a quella imponente e monumentale di Sapri.”. Le evidenze monumentali ed epigrafiche provenienti da Sapri, le ampie descrizioni degli studiosi ottocenteschi (40), testimoniano una situazione più complessa ed articolata che non quella di una semplice villa marittima per quanto monumentale che sia.”(41). Al problema, al momento insolubile, della ubicazione a Sapri della statio Caesernia, lungo la via costiera che univa Capua a Reggio (42), si connette la complessità delle emergenze monumentali nonché la presenza di un cippo funerario, pubblicato dall’Antonini e dal Mommsen, che menziona un duovir des (ignatus) che documenta una costituzione duovirale tipica di una colonia (43)”(44).”. Nella mia nota (39) postillavo che: “(39) Frederiksen M.W., The contribution of Archeology to the Agrarian Proble in the Gracam Period, stà in “D.d.A.”, IV-V, 1971, p. 340 s.”. Nella mia nota (40) postillavo che: “(40) Johannowsky W., Sapri, stà in “Atti del XXII Congresso sulla Magna Grecia”, Taranto, 1983, p. 528.”. Nella mia nota (41) postillavo che: “(41) Antonini G., op.cit., vedi anche la Relazione di Magaldi J. presentata alla Soprintendenza alle Antichità e Scavi della Campania, 1928: “Cenno storico archeologico della città di Sapri”, ove vengono descritti minuziosamente i ruderi esistenti a Sapri ed i rinvenimenti avuti nel corso dei lavori per la costruzione della SS.18 nel 1884.”. Nella mia nota (35) postillavo che: “(42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U.,Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Nella mia nota (43) postillavo che: “(43) Mommsen, CIL , X, 461; questo stesso cippo è dato come proveniente da Buxentum da Russi A. in Dizionario Epigrafico De Ruggiero, s.v. Lucania, p. 1897.”. Nella mia nota (44) postillavo che: “(44) Greco Giovanna, op. cit., p. 19″. Infatti, pare che all’epoca romana, il diumviro edile che sovrintendeva il porto e le infrastrutture portuali a S. Croce a Sapri, Lucio Sempronio Pomponio Prisco, appartenesse alla famiglia dei Prisco. Un Prisco aveva un ruolo importante proprio a Policastro. Io credo che, il centro demaniale di Policastro o Buxentum romana non avesse un porto o strutture portuali vere e proprie ma che tali strutture fossero state costruite in località S. Croce a Sapri che peraltro ha una baia ampia ed unica che poteva ospitare anche flotte di navi da battaglia che ivi potevano ormeggiare per attendere le armate al loro rientro. Il piccolo porticciolo e la baia naturale di Sapri, ebbero certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro (porto franco), nelle operazioni militari che si svolgeranno via mare.
La ‘Bibo ad Siccam’ citata da Cicerone nelle sue lettere ad Attico
Dopo il suo rifiuto a partecipare alla vita politica con la costituzione del primo trimvirato di Cesare, Pompeo e Crasso, Marco Tullio Cicerone, si tenne fuori dalla politica ma ciò non bastò a salvarlo dalle vendette dei populares, nel 58 a.C. e dopo fu costretto all’esilio. Cicerone, non si diede pace, implorando le sue conoscenze perché favorissero il suo ritorno, ma alcune sue ville furono addirittura distrutte, come quella di Formia che spesso dovette abbandonare a causa delle sue repentine fughe. Cicerone non fu, certamente, colto di sorpresa dall’assassinio, da parte dei Liberatores, di Giulio Cesare: era sicuramente al corrente della congiura che si andava tessendo, ma decise sempre di tenersene al di fuori, pur manifestando una grande ammirazione per l’uomo che era destinato a divenire il simbolo stesso della congiura, Bruto. E lo stesso Bruto, infatti, con il pugnale sporco del sangue di Cesare ancora in mano, additò Cicerone definendolo l’uomo che avrebbe ristabilito l’ordine nella repubblica. In seguito alla sua prescrizione decretata da Antonio, Cicerone lasciò allora Roma e si ritirò nella sua villa di Formia, che aveva ricostruito dopo gli episodi legati a Clodio. A Formia, però, fu raggiunto da alcuni sicari inviati da Antonio, che, aiutati da un liberto di nome Filologo, poterono trovarlo fin troppo facilmente. Cicerone, accortosi dell’arrivo dei suoi assassini, non tentò di difendersi, ma si rassegnò alla sua sorte, e venne decapitato. Una volta ucciso, per ordine di Antonio, gli furono tagliate anche le mani (o forse soltanto la mano destra, usata per scrivere ed indicare durante i discorsi), con cui aveva scritto le Filippiche, che furono esposte in senato insieme alla testa, appese ai rostri che si trovavano sopra la tribuna da cui i senatori tenevano le loro orazioni, come monito per gli oppositori del triumvirato. Prima del suo assassinio, Cicerone, si spostava continuamente in viaggio dalla sua Villa di Formia e scriveva tanto ai suoi fedelissimi amici. Nei primi del ‘400, Francesco Petrarca, nel corso delle sue frequentazioni nei luoghi campani, rinvenne le lettere (Epistole) che il Questore romano Marco Tullio Cicerone scrisse ai suoi fedeli amici, tra cui, vi sono 396 epistole, scritte tra il 68 e il 44 a.C., indirizzate a Tito Pomponio Attico, uomo ricco, appartenente al rango equestre, dotato di grande cultura, seguace dell’Epicureismo e pertanto determinato a non prendere parte attiva alla vita politica. Le epistole di Cicerone furono riscoperte tra il 1345 e il 1389 da Petrarca e dal cancelliere e umanista Coluccio Salutati. Complessivamente furono ritrovate circa 864 lettere, delle quali una novantina furono scritte da corrispondenti. Le epistole furono raccolte e archiviate dal segretario di Cicerone, Tirone, fra il 48 e il 43 a.C. Si dividono in 4 categorie. Alla prima delle 4 categorie appartengono quelle scritte da Cicerone al suo amico Attico. Epistole agli amici (Epistulae ad Familiares) (16 libri). Pare che le lettere scritte da Cicerone, quelle che a noi interessano siano due, ovvero Lettere ad Attico, scritte nel 44 d.C. (quindi proprio quando oramai era arrivata la sua fine) e, sono: epistola 6 del libro 16 e, l’epistola 19, del lib. 14 ad Attico. Subito dopo, il 7 dicembre del ’43 a.C., Cicerone sarà ucciso nella sua villa di Formia dai sicari di Antonio. Tito Pomponio Attico, era grande amico e vecchio compagno di Cicerone. Prese il cognonem di Attico, dopo una lunga permanenza ad Atene. In alcune lettere, Cicerone, cita il toponimo di “Vibonem ad Sicam”. Forse proprio le rovine di un’antica città scomparsa di ‘Vibonem ad Sicam’, citata e conosciuta da Cicerone, nelle sue continue fughe. Forse a Sapri, vi era un suo carissimo e potentissimo amico che viveva nella sua villa patrizia, su cui Cicerone poteva fidare, fuggendo dalla sua villa di Formia a causa delle beghe e delle lotte politiche per l’uccisione di Cesare e la sua successione. La cosa andrebbe ulteriormente indagata. Dalla biografia che ne fa Plutarco, si evince che Cicerone, pur essendo molto amico di Bruto, e odiasse Giulio Cesare per le sue manie accentratrici, forse abbia avuto un ruolo, sia pur secondario nella tragica fine del dittatore e che a Sapri, Cicerone venisse ad incontrare un personaggio all’epoca molto influente. Dunque, secondo Plutarco (….) citato pure dall’Antonini (….), il questore Caio Tullio Cicerone citava il toponimo di “Bibo ad Sicam” in due lettere che ritroviamo in “Lettere ad Attico” che, ivi pubblico traendole dal testo “Epistole ad Attico_2” a cura di Carlo Di Spigno (….), pubblicato nel 1998 per l’edizione Utet. Si tratta dell’epistola n. 6 contenuta ne Libro XVI e dell’epistola n. 19 contenuta nel Libro n. XIV. La prima epistola, la n. 6 del Libro XVI è la lettera che Marco Tullio Cicerone scrive ad Attico ‘Sal.’ da “Scrive da Vibone VIII Kal. Sext. an. 44 a.C.” (414 (Libro XVI, 6). Il Di Spigno (….) che ha curato l’edizione delle ‘Lettere ad Attico’ a p. 1461, nella sua traduzione scrive “Scritta a Vibo Valentia il 25 luglio del 44”. Ma come abbiamo cercato di dire e dimostrare alcuni autori come Plutarco (….) dicono non si tratti di Vibo Valenzia in Calabria anche perchè questa cittadina aveva un porto molto distante dalle ville della costa Velina. E’ molto probabile che si tratti della baia e del porto di Sapri. Cicerone scrive ad Attico ed in questa lettera egli cita il toponimo di “Vibonem ad Sicam”. La lettera in questione viene pubblicata a pp. 1460-1461 e sgg. Dunque la lettera in questione fu scritta da Cicerone ad Attico il 25 luglio del ’44 a.C.. L’Antonini (….) della sua ‘Lucania’ a p. 424, riporta per intero le parole di Cicerone quando scrive all’amico Tito Pomponio Attico nell’epistola 6 del libro 16: “Ego adhuc (perveni enim Vibonem ad Sicam) magis commode quam strenue navigavi, remis enim magnam partem; prodromi nulli: illud satis opportune: Duo sinus fuerunt, quos transmitti oportet, Paestanus et Vibonensis. Utrumque pedibus (I) aquis transmisimus. Veni igitur ad Siccam octavo die a Pompeiano, cum uno die Veliae constitissem, ubi quidem fui sane libenter apud Talnam nostrum, nec potui accipi, illo absente praesertim, liberalius, IX Kal. igitur ad Sicam (2).” (13), la cui traduzione dovrebbe essere: “Io ancora (perché sono arrivato a Vibo a Sica) ho navigato più comodamente che vigorosamente, per gran parte a remi; il prodromo non aveva nessuno; il primo, in modo tempestivo: c’erano due baie, che devono essere trasmesse, Paestus e Vibonae. Abbiamo incrociato entrambi i piedi (1) nell’acqua Venni dunque a Sicca l’ottavo giorno da Pompei, quando mi ero fermato un giorno a Velia, dove anzi mi trovavo ben volentieri alla nostra Talna; poi a Sicam.”. Dunque, secondo la traduzione dell’Antonini, Cicerone aveva scritto“Ego adhuc (perveni enim Vibonem ad Sicam)”. Il fatto è che la traduzione del Di Spigno non coincide con quella che riporta l’Antonini (….). Il Di Spigno a p. 1460 scriveva: (I) Ego adhuc (perveni enim Vibonem ad Siccam) magis ecc…” e, a p. 1461 traduce dicendo “Fino ad ora (sono giuntto a casa di Sicca a Vibo Valentia) ho compiuto il viaggio per mare ecc…”. Dunque è un “Vibo ad Sicam” come scrive l’Antonini o è un “Vibonem ad Siccam” come scrive il Di Spigno. La seconda lettera, Epistola n. 19 del Libro XIV, è la lettera che Marco Tullio Cicerone scrive ad Attico ‘Sal.’ da “Scr. in Pompeiano VIII Id. Mai. an. 44.” (anno ’44 a.C.) (372, Libro XIV, 19). Il Di Spigno (….) che ha curato l’edizione delle ‘Lettere ad Attico’ a p. 1333, nella sua traduzione scrive “Scritta nella villa di Pompei l’8 maggio del 44.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), sulla scorta dell’Antonini, così si esprimeva: “Nel 75 a.C. Marco Tullio Cicerone, noto oratore, filosofo romano, passando per le coste tirreniche, durante il viaggio di andata nella Sicilia Occidentale, per svolgere il suo compito di Questore, si fermò a ‘Saprinus’ e di quì scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. Dunque, si tratta della lettera in cui Cicerone scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il ‘Vicus’ come “Parva gemma maris inferi”. Gaio Trebazio Testa (in latino: Gaius Trebatius Testa; Elea, … – 4 d.C. circa) è stato un giurista e politico romano, la cui fioritura si colloca nel I secolo a.C.. La familiarità con Cicerone è testimoniata dall’intensa corrispondenza – diciassette lettere – nelle quali aleggia sempre un tono umoristico e confidenziale e da cui è possibile attingere molte delle notizie sulla sua vita. Ecco come Cicerone, probabilmente ospite di Trebazio (o forse dell’amico Thalna) ad Elea. L’Antonini (….), scriveva: ” Quando Cicerone, dopo la morte di Cesare per le bighe fra Ottavio, ed Antonio fuggì di Roma, andossene alla sua villa a Pompei, di la postosi in barca, andò a Velia, donde (dopo essere stato un giorno in casa di Talna, partì ed andò a Vibone (I)”. A sostegno di questa tesi, l’Antonini (….), cita lo scrittore greco Plutarco (….), che visse sotto l’Impero romano e scrisse la biografia di diversi personaggi illustri. Antonini, dice che Plutarco (….), nella sua “Vita di questo Oratore”, scrive che “per venire qui: Lucaniam pedestri itinire percurrit, e chiama Hipponem il nostro Vibone, dicendo, esser in Lucania: (riporta il passo scritto in greco da Plutarco), Hipponii vero (quod oppidum est Lucaniae, Vibonem dicunt nunc, il volete più chiaro?).”. L’Antonini, a sostegno della sua tesi che Cicerone si riferisse al nostro Vibonati cita anche Plinio (…), dicendo che egli nel cap. 5 del lib. 3: “aveva incontro al nostro Vibone situato alcune isole col nome d’Ithacesiae: Et contra Vibonem parvae sunt Insulae, quae vocantur Ithacesiae, Ulyssis specula”, e sulla base di ciò detto l’Antonini affermava non essere il Vibo Valenzia ma un luogo a noi prossimo. Le isole ‘Ithacesiae’ di cui parla l’Antonini e Plinio, sono degli isolotti che ricorrono in tutte le carte d’Italia annesse alla ‘Geografia’ di Tolomeo, come possiamo vedere nel codice greco più antico conosciuto, il Codice Vaticano Urbinate Greco 82, di cui l’immagine di Fig….., ne illustra un particolare della carta dell’Italia.
Il passaggio e la conoscenza che l’oratore e Questore Romano Marco Tullio Cicerone, avesse delle nostre coste – già intuizione dell’Antonini (3-13) – quando, nel 75 a.C. (I secolo a.C.), trovandosi spesso spesso in viaggio e navigando ripetute volte per le nostre coste, nella sue lettere scritte al suo amico Attico nel 44 d.C., scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, nel 75 a. C., diceva: “Parva gemma maris inferi“, “piccola gemma del mare del sud”, è confortata anche dalla carta corografica di cui parlammo in un altro nostro studio: “Sapri in una carta corografica d’epoca Aragonese”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. Gli antichi scrittori e viaggiatori, della bibliografia antiquaria, raccoglievano sul posto informazioni dagli abitanti del luogo ma prendevano sempre spunto e notizie da antiche mappe o carte manoscritte come quella ad corografica illustrata in Fig. 4. Proprio in questa carta da me rintracciata all’Archivio di Stato di Napoli, dove attualmente è conservata (5), tra un ‘Bibone novo’ (le odierne cittadine di Vibonati e Sapri), figura un “Bibo ad Siccam odie ruin.”. Il toponimo (nome di luogo) indicato nella carta in questione sta ad indicare un luogo oggi (riferito al tempo della carta) rovinato o di rovine. Una ‘Bibo ad Sicam’, oggi rovinata. Forse proprio le rovine di un’antica città scomparsa di ‘Vibonem ad Sicam’, citata e conosciuta da Cicerone, nelle sue continue fughe. Forse a Sapri, vi era un suo carissimo e potentissimo amico che viveva nella sua villa patrizia, su cui Cicerone poteva fidare, fuggendo dalla sua villa di Formia a causa delle beghe e delle lotte politiche per l’uccisione di Cesare e la sua successione. La cosa andrebbe ulteriormente indagata. Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (6), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella sua descrizione del ‘Principato Citra (o Citeriore), a pag. 79, scrive di Sapri: “Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano ‘Seno Saprico“ (6). Probabilmente i resti dell’antica città di cui parlava Cicerone nelle sue famose lettere agli amici Attico e Caio Testa Trebazio di Velia. Cicerone scriveva: “Ego adbuc ( perveni enim Vibonem ad Sicam) ecc…Veni igitur ad Siccam octavo die a Pompeiano, cum uno die Veliae constitissem, ubi quidem fui fane libenter apud Talnam nostrum, nec potus accipi, illo absente praefertim, liberalius, IX Kal. igitur ad Sicam” (3). ‘Bibo ad Siccam odie ruin.’, cosa significa questo termine o toponimo citato nella carta e, riferibile al toponimo citato per la prima volta da Cicerone e Plutarco?. E’ sicuramente un toponimo, ovvero un nome di un luogo. ‘Bibo’ stà per Vibo o Bibone o Vibone. ‘Ad Siccam odie ruin.‘, si riferisce ad un luogo ove si vedono delle rovine, odie ruinata, oggi rovinata, forse un’antica città in rovina ed abbandonata. La carta in questione inedita e da noi rinvenuta e pubblicata (Fig. 4)(5), colloca la il toponimo Bibo ad Siccam odie ruin. tra un Bibone novo, l’odierna cittadina di Vibonati, Torraca e Sapri. E’ forse da collegare a questa antica carta d’epoca aragonese la curiosa prima citazione di Sapri. La carta in questione colloca il toponimo tra le campagne delle odierne Vibonati, Sapri e Torraca. Sappiamo di resti antichi, forse di un’antica città, rinvenuti nelle campagne tra Sapri e Torraca, nell’area dell’antico ‘Seminario‘ arcivescovile. Infatti nella carta in questione il luogo viene proprio posto nell’entroterra saprese, sulla dorsale che sale verso Torraca. Sappiamo anche di reperti archeologici rinvenuti nelle campagne che da Sapri vanno sulla dorsale verso Torraca ed in particolare in località Madonna dei Cordici. Sappiamo di importanti rinvenimenti anche recenti rimasti occultati in località Seminario Arcivescovile (abbandonato dalla Curia da due secoli), oggi nella proprietà dei Borea che ivi hanno costruito e che si sono sapute voci di scorribande di tombaroli in quei luoghi. Significativo in proposito è quanto scrive l’Archeologa Giovanna Greco (8): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (…) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), ecc..”. Sappiamo dal Curzio (7) che il luogo di ‘Vibone ad Sicam’, fu visitato da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio, il Vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, dove raggiunse Buxentum e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (7).

(Fig. 4) L’immagine illustra uno stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1981, è conservata all’Archivio di Stato di Napoli (5).
Cicerone conosceva Sapri e la Villa romana a S. Croce. La somiglianza della villa di Cicerone a Formia con le ‘Cammerelle’ a S. Croce, testimonia che egli si riferisse ai nostri luoghi quando citava ‘Vibonem ad Sicam’
Attraverso le sue lettere, sappiamo che Marco Tullio Cicerone, fuggendo dalla sua villa di Formia, si recò spesso a Pompei, a Velia e a ‘Vibonem ad Sicam’. Come intuì l’Antonini (3), il ‘Vibonem ad Sicam’, non doveva distare di molto da Velia e quindi si è ritenuto che il luogo citato da Cicerone, potesse essere un luogo a noi molto vicino. Il passaggio e la conoscenza che l’oratore e Questore Romano Marco Tullio Cicerone, avesse delle nostre coste – già intuizione dell’Antonini (3), quando, nel 75 a.C. ( I secolo a.C.), trovandosi spesso in viaggio e navigando ripetute volte per le nostre coste, nella sue lettere scritte al suo amico Attico nel 44 d.C., scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, nel 75 a. C., si diresse in un luogo che chiamò ‘Vibonem ad Sicam’ e che apostrofò: “Parva gemma maris inferi“, “piccola gemma del mare del sud” (13). Che Cicerone, si riferisse alla nostra Vibonati o ad un luogo a noi molto vicino, ci è confortata dalla notevole somiglianza che vi è con alcune strutture della sua villa a Formia, con le nostre ‘Cammerelle’ a S. Croce. Una coincidenza, quella che le due ville si somigliassero ed avessero un porticciolo simile?. La villa di Cicerone a Formia- Minturno, dove Seneca, riprendendo gli scritti di Tito Livio (…), racconta che Cicerone, racconta che fu raggiunto dai sicari di Antonio e, ucciso il 7 dicembre del ’43 a.C., e dove si era ritirato durante il I° triumvirato di Cesare, Pompeo e Crasso, essendo venuto meno il suo peso politico. Cicerone dovette ritirarsi definitivamente nella sua villa sul litorale Laziale, la sua villa di Formia (Figg. 1-2). In questo luogo da lui prediletto, Cicerone continuò i suoi studi e a seguire le vicende politiche di Roma. Seneca, racconta che Cicerone, fu raggiunto dai sicari di Antonio, proprio nella villa romana a Formia e ucciso il 7 dicembre del 43 a.c.. e dice che Cicerone, doveva trovarsi nella sua Villa romana a Formia (Figg. 1-2), quando seppe dell’arrivo dei sicari di Antonio, e: “Provò a fuggire per mare, ma la burrasca glielo impedì. Prese allora la Via Appia, ma fu raggiunto nel punto che oggi indichiamo come la sua Tomba, anche se in realtà è solo un sepolcro votivo”. La villa di Cicerone a Formia, si estende al di sotto dell’attuale villa borbonica detta Villa Rubino. Essa ha delle strutture molto molto simili a quelle di S. Croce, illustrate nella Fig. 5. La villa romana a Formia, attribuita a Cicerone, è stata citata da Giulio Schmiedt (2), che in suo pregevole studio, pubblicava alcune immagini della Villa della ‘Regione Sarinola’ a Formia-Minturno (Fig. 1), poi in seguito attribuita a Cicerone. Il passaggio e la conoscenza di Cicerone di queste nostre coste – già intuizione dell’Antonini (3)- è suffragata anche e soprattutto – a nostro avviso – da alcune strutture preesistenti nella Villa di Cicerone a Formia che somigliano alle nostre ‘Cammerelle’, ormai occultate e non più visibili, a causa dell’infelice intervento di Johannowsky (9), dei primi anni ’80. Nel 1972, Giulio Schmiedt (2), parlava di alcune ville romane sul litorale laziale e, pubblicò l’immagine della Fig. 3, che illustra i “criptoportici” della Villa romana di Cicerone a Formia (Figg. 1-2), che come si può ben vedere, somigliano notevolmente alle strutture a S. Croce che la tradizione popolare vuole fossero chiamate ‘Cammerelle’ (Fig. 5). La villa citata da Schmiedt (2) è una villa romana posta sul litorale Laziale, e si tratta della Villa della ‘Regione Sarinola’ di Formia (Figg. 1-2), oggi detta villa Rubino, attribuita ed appartenuta all’oratore Cicerone. La villa di Cicerone a Formia, ha delle strutture che lo Schmiedt (2), chiama “Criptoportici”, illustrati nell’immagine da lui pubblicata (Fig. 1) che, come si può ben vedere, somigliano notevolmente alle ‘Cammerelle’ a S. Croce a Sapri, illustrate nell’immagine dei primi del secolo, di Fig. 5. Si tratta di una ventina di piccoli ambienti antistanti la battigia del mare che sono molto simili alle ‘Cammerelle’ di S. Croce a Sapri, illustrati nella Fig. 5, prima dell’infelice restauro voluto da Werner Johannowsky (9) – che le ha deturpate e definitivamente nascoste.

(Fig. 1) I ‘criptoportici’ della villa romana di “Regione Sarinola”, o Villa di Cicerone, oggi detta Villa Rubino a Formia-Minturno, molto simili alle ‘Cammerelle’ a S. Croce a Sapri.

(Fig. 2) I ‘criptoportici‘ della villa romana di “Regione Sarinola”, o Villa di Cicerone, i cui resti si estendono al di sotto di Villa Rubino a Formia-Minturno, molto simili alle ‘Cammerelle’ a S. Croce a Sapri.

(Fig. 2) I ‘criptoportici‘ della villa romana di “Regione Sarinola”, o Villa di Cicerone, i cui resti si estendono al di sotto di Villa Rubino a Formia-Minturno, molto simili alle ‘Cammerelle’ a S. Croce a Sapri.

(Fig. 2) I ‘criptoportici‘ della villa romana di “Regione Sarinola”, o Villa di Cicerone, i cui resti si estendono al di sotto di Villa Rubino a Formia-Minturno, molto simili alle ‘Cammerelle’ a S. Croce a Sapri.
I criptoportici di una villa romana dei Nerva a Formia
Schmiedt (2), citava una villa romana sul litorale Laziale ed in particolare, nel cap. 5 – “Da Anzio alla foce del F. Garigliano”, pubblicava l’immagine illustrata nella Fig. 1, a pag. p. 138, dove parla del “f – il porto, le mura e la peschiera di Formia”, della villa romana di “Regione Sarinola”, a Formia-Minturno. Lo Schmiedt (2), scriveva in proposito: “veduta di criptoportici della villa romana di Regione Sarinola” a Formia, molto simili alle nostre ‘Cammerelle‘ in località Santa Croce. Nel testo scritto a pag. 135, lo Schmiedt, scriveva: “f) il porto, le mura e la peschiera di Formia. Da un sopralluogo effettuato al piccolo porto romano di Caposele non sono emersi elementi di riferimento utili per l’indagine in corso. Molto più interessanti sono apparse invece le esplorazioni condotte lungo la linea di costa compresa fra il porto e la peschiera romana sorta sui fondali antistanti la villa comunale. Fra la Marina di Castellone e la radice occidentale del porto moderno si è notato che le mura urbane cadono a picco sul mare ed hanno le fondazioni sommerse fino al punto in cui la costa piega ad angolo retto verso il mare. Qui il tracciato delle mura antiche, incorporate in strutture altomedievali e più recenti, si segue solo nella parte inferiore di un muraglione circolare che circonda una grande villa romana sorta a cavaliere delle mura (1). Di questa si osservano dal mare una serie di criptoportici che si concludono poco prima del molo moderno con un corpo di fabbrica ortogonale alla linea di spiaggia e proteso verso il mare. Questo elemento, costituito da due criptoportici ecc..“. Oggi, la Villa Comunale a Formia è nei pressi di un piccolo porticciolo in C.so Umberto I. Come scriveva Schmiedt (2), fra la Marina di Castellone e la radice occidentale, attraverso alcune ricerche, abbiamo trovato anche l’immagine delle Fig. 10, che illustra i ‘criptoportici’ (oggi detti Grotte di S. Erasmo), che si possono vedere tra il molo Vespucci e la spiaggia di Castellone a Formia. Risalenti al I sec. a.C., i ‘Criptoportici’ (cosiddetti di S. Erasmo), forse appartenevano ad una villa romana di proprietà sia appartenuta ai Nerva. Il sito archeologico. L’area archeologica a Formia, del cosiddetto ‘Muro di Nerva’. Elemento di spicco, il possente muro in opus incertum d’epoca repubblicana, ha impropriamente ha preso il nome dell’imperatore Nerva (96-98 d.C.) per un’iscrizione rinvenuta nei pressi. Al muro di Nerva, nella parte occidentale, si configura un complesso di ‘criptoportici’ (Fig. 10), vicino le ‘Grotte di Sant’Erasmo’ (così dette in quanto legate alla memoria del vescovo di Antiochia). Le strutture erano il basamento di una villa marittima, i cui locali sottostanti servivano da deposito merci, come nella villa del porto Caposele, accessibili da una corte centrale collegata alle banchine. Davanti al complesso insistono i resti di una peschiera. Un antenato di Nerva (COS II – Console due volte, come da una epigrafe trovata in loco e riferita al futuro imperatore) partecipò a quel famoso viaggio descritto da Orazio da Roma a Brindisi, assieme a Mecenate , Virgilio e Fonteio Capitone per trovare un accordo tra Ottaviano e Marcantonio. Questo antenato di Nerva, secondo quanto riferito da Orazio, aveva una proprietà a Formia. Forse a questo personaggio, dovremmo riferirci per ulteriori indagini sulle frequentazioni di Cicerone e sulla villa di Sapri.

(Fig. 10) I ‘Criptoportici’ (oggi detti Grotte di S. Erasmo), che si possono vedere tra il molo Vespucci e la spiaggia di Castellone a Formia.
Marco Tullio Cicerone e la sua Villa a Formia
Schmiedt (2), citava una villa romana sul litorale Laziale ed in particolare, nel cap. 5 – “Da Anzio alla foce del F. Garigliano”, pubblicava l’immagine illustrata nella Fig. 1, a pag. p. 138, dove parla del “f – il porto, le mura e la peschiera di Formia”, della villa romana di “Regione Sarinola”, a Formia-Minturno. Lo Schmiedt (2), scriveva in proposito: “veduta di criptoportici della villa romana di Regione Sarinola” a Formia, molto simili alle nostre ‘Cammerelle‘ in località Santa Croce. Lo studio di Giulio Schmiedt (2), parlava della Villa della ‘Regione Sarinola’, a Formia – Minturno, forse la villa romana i cui resti si estendono al di sotto della villa borbonica detta Villa Rubino. Le immagini illustrate nelle Fig. 2, riguardano i ‘criptoportici’ di Villa Rubino a Formia-Minturno, la villa Reale di Caposele a Formia, attribuita a Marco Tullio Cicerone. Forse si tratta proprio della villa romana della Regione Sarinola, citata da Schmiedt (2), che pubblicava l’immagine dei suoi ‘criptoportici’, illustrata in Fig. 1. Pare sia proprio questa la villa a Formia, attribuita all’oratore e Questore romano, Marco Tullio Cicerone. I resti, attribuiti alla residenza dell’oratore, si stendono sotto villa Rubino, posta a oriente del nucleo abitato di Formia, inizia il Parco regionale suburbano di Gianola-Monte di Scauri, una superficie di 290 ettari a prevalente macchia mediterranea che conserva resti archeologici di una villa romana e di una cisterna ottagonale, chiamata Tempio di Giano, databili al I sec. a.C.. Un piccolo approdo, il porticciolo di Gianola del 1930, sorge sui resti di una peschiera romana. Il tratto di costa antistante il parco è Oasi Blu marina gestita dal WWF che organizza diverse attività (v. anche dintorni di Minturno). La villa, costruita su tre livelli, è direttamente affacciata sul mare, con tanto di porticciolo privato (ora corrispondente al porto turistico di Caposele), aveva grandi peschiere e due ninfei a più navate. I resti che molti studiosi identificano con il celebre Formianum, ossia la villa estiva di Cicerone. Il tutto si sviluppa su tre terrazze degradanti verso il mare, e ancora si possono scorgere l’ampia peschiera ed il porticciolo privato. In questa villa l’oratore si ritirò durante il I° triumvirato di Cesare, Pompeo e Crasso essendo venuto meno il suo peso politico. Di questo suo soggiorno se ne ha notizia grazie all’intensa corrispondenza tra Cicerone e l’amico Tito Pomponio Attico. In questo luogo luogo da lui prediletto, Cicerone continuò i suoi studi e a seguire le vicende politiche di Roma. Seneca riprendendo gli scritti di Tito Livio racconta che in questo luogo l’arpinate fu raggiunto dai sicari di Antonio e ucciso il 7 dicembre del 43 a.c. Cicerone si trovava in questa villa quando seppe dell’arrivo dei sicari di Antonio, e come scrive Seneca “Provò a fuggire per mare, ma la burrasca glielo impedì. Prese allora la Via Appia, ma fu raggiunto nel punto che oggi indichiamo come la sua Tomba, anche se in realtà è solo un sepolcro votivo”.

(Fig. 2) I ‘criptoportici‘ della villa romana di “Regione Sarinola”, o Villa di Cicerone, i cui resti si estendono al di sotto di Villa Rubino a Formia-Minturno, molto simili alle ‘Cammerelle’ a S. Croce a Sapri.

(Fig. 2) I ‘criptoportici‘ della villa romana di “Regione Sarinola”, o Villa di Cicerone, i cui resti si estendono al di sotto di Villa Rubino a Formia-Minturno, molto simili alle ‘Cammerelle’ a S. Croce a Sapri.

(Fig. 5) Le ‘Cammerelle’ o criptoportici a S. Croce, in una foto dei primi del ‘900
La villa Rubino (oggi detta), tra il 1867 e il 1868, fu venduta dallo Stato alla famiglia Rubino, tuttora proprietaria dello stabile. La villa, anche se non è stata del tutto scoperta, versa in uno stato di degrado e di abbandono. Fu restaurata dai Borboni, poi dal principe di Caposele e la villa Rubino così carica di storia venne frequentata come albergo di lusso da colti personaggi che la resero famosa in tutta Europa. Col passare del tempo, la villa cambiò spesso proprietari, quasi tutti erano nobili appartenenti alle famiglie di spicco di Napoli, fino ad appartenere a Ferdinando II di Borbone, re di Napoli appunto, che la promosse a sua residenza estiva. Il 13 dicembre del 1861 in questa villa venne firmato l’armistizio per la resa delle truppe piemontesi del generale Cialdini, una tappa importante per la nascita del Regno d’Italia.
Le ‘Cammerelle’ a S. Croce a Sapri
Si tratta di strutture d’epoca romana che la tradizione orale chiama “‘Cammerelle‘ (piccole camerette) che, molto probabilmente, dovevano essere delle strutture portuali per il deposito di derrate alimentari destinate alla villa patrizia d’epoca romana di cui vediamo i resti a S. Croce ed illustrati nell’immagine d’epoca di Fig. 5 e nel nostro rilievo architettonico illustrato in Fig. 6. Le ‘Cammerelle’, somigliano notevolmente ai ‘Criptoportici’ (così detti da Schmiedt, in un suo pregevole studio (2) ed all’immagine della villa che pubblicò nel 1972, illustrata in Fig. 1. Le Cammerelle furono descritte dall’Antonini, nella sua ‘Lucania’ (3), che segnalava il passaggio del Questore romano Marco Tullio Cicerone che definiva il sito di Sapri: “Parva gemma maris inferi“, “piccola gemma del mare del sud“. Nel 1928, in occasione di una campagna di scavi effettuata dalla Regia Soprintendenza alle antichità della Campania, furono rinvenuti nell’area diversi manufatti e reperti, di cui abbiamo il resoconto nel libretto inedito di Joseè Magaldi (12). Ecco cosa scrivevamo in proposito in una nostra Relazione per il Piano Regolatore di Sapri (1): “Ma il complesso più noto e poderoso è quello che nella tradizione popolare orale venivano chiamate ‘Cammarelle’ e considerate depositi di derrate. Queste strutture, descritte dall’Antonini, oggi risultano essere cinque ambienti a volta in muratura, di cui, l’Antonini testimoniava che: “Verso l’imboccatura del porto dal lato occidentale sono gli interi fondamenti di circa venti altre stanze simili a quelle, che sono nel lato occidentale, le quali potevano essere magazzini…”. Infatti, oltre al criptoportico rimasto, si vedono ancora in prosecuzione le rovine di strutture murarie simili che fanno ritenere che il numero degli ambienti a volta non fosse cinque bensì quaranta. Le ‘Cammarelle’ figurano in un rilievo in scala 1:5000, eseguito nel 1819 dal Ten. Blois del Genio napoletano, pubblicato da Schmiedt (…) (Fig….), in un suo studio sui porti antichi d’Italia. Le Cammarelle, fanno parte di un complesso di strutture murarie che si spingevano oltre l’attuale tracciato stradale che le divide,a monte lungo il crinale della collinetta di S. Croce, ove si vede anche una nicchia absidata, e si conservano ampi tratti di muratura in opera incerta che conservano ancora tracce di intonaco. Sopra le ‘Cammarelle’ si vedono i resti di pavimentazione in mattoni di cotto disposti ad opus spicatum di bella fattura (fig.8). La struttura a criptoportico delle ‘Cammarelle’ si ritrova anche in altre ville romane tra cui quella di Regione Sarinola a Formia (…)(Fig…). Recentemente, a ridosso della collinetta a monte della strada ex SS.18 si è svolta una campagna di scavi che ha portato alla luce ampi tratti di pavimentazione a mosaico.”.

(Fig. 8) I lavori a S. Croce, così come dovevano apparire in una foto dei primi del ‘900.

(Fig. 9) I lavori a S. Croce, così come dovevano apparire in una foto all’epoca della II conflitto Mondiale.
Delle preesistenze di S. Croce, ci siamo occupati in altri nostri studi ivi pubblicati. Nei e, primi anni ’80, eseguimmo per nostro conto, dei rilievi metrici delle preesistenze delle ‘Cammerelle’ e del rilevato sotto quello che l’Antonini chiamava ‘ambulacro’ (Fig. 6). Eseguimmo anche un rilievo fotografico al di sotto delle strutture dell’ambulacro (Fig. 7). Purtroppo, l’incuria delle autorità e lo scellerato intervento, dei primi anni ’80, voluto da Werner Johannowsky (9), che occultò definitivamente le ‘Cammerelle’, facendovi costruire un muro con mattoni di tufo giallo (pietra peraltro sconosciuta all’area), ha reso non più visibili le ‘Cammerelle’ come esse erano in origine e come si vedevano nell’immagine dei primi del ‘900 (Fig. 5). Ecco cosa scrivevo in proposito in un mio studio per il Piano Regolatore di Sapri (1): “Nel 1948 il prof. P. C. Sestieri (…), fece eseguire un saggio di scavo in zona S. Croce rimasto inedito. Nel 1982, vi fu l’intervento di restauro delle cinque ‘Cammarelle’ a cura della Soprintendenza Archeologica di Salerno, diretta dal prof. W. Johannowsky (…). Questo intervento, a mio parere, ha modificato irrimediabilmente l’estetica del manufatto. Resta la testimonianza di come le ‘Cammerelle’ fossero in origine, attraverso una foto dei primi anni del ‘900 (Fig….). A Santa Croce, nel corso dei lavori di un fabbricato, si rinvenne a “circa mezzo metro di profondità dal piano di campagna, di un tratto di mura in blocchi, a quanto sembra in opera poligonale, conservato in elevato per circa m. 1,50. Il muro, è verosimilmente databile al IV sec a.C. o ad età ellenistica. Nel corso del rinvenimento, alla base del muro fu recuperato numeroso materiale ceramico tra cui, particolarmente significativi appaiono tre frammenti in argilla rosata e crema con tracce di decorazione a fasce…” (…). Tale rinvenimento fu segnalato dal locale Gruppo archeologico (…)”. L’area archeologica di S. Croce è sempre di grande interesse ma è stata poco studiata e soprattutto per niente valorizzata. Recentemente, le autorità, invece che valorizzare l’Area Archeologica di S. Croce con interventi mirati, hanno autorizzato interventi che mirano a valorizzare la Specola – evidente copia del Castello Asburgico di Miramare di Trieste. Come già proponevo in un altro mio studio, l’Area Archeologica di S. Croce dovrebbe essere isolata dalla rotabile S.S. 18 che l’attraversa e la taglia in due pezzi, deturpandola e rendendola monca delle sue bellezze che emergerebbero con una campagna di scavo seria.

(Fig. 6) Arch. Attanasio Francesco – rilievo architettonico del prospetto principale delle strutture d’epoca romana a S. Croce a Sapri, da me eseguito nei primi anni ’80 (1)

(Fig. 7) Arch. Attanasio Francesco, rilievo fotografico dei primi anni ’80, di ambienti posti al di sotto dell’ambulacro a S. Croce (1).
Nate bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ” Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sa- pri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

(2) (Fig. 1) Schmiedt G., ‘Il livello antico del Mar Tirreno – testimonianze dei resti archeologici, Firenze, Leo S. Olschki editore, 1972; le immagini sono tratte dal Cap. 5 – “Da Anzio alla foce del F. Garigliano” e, sono: l’immagine illustrata nella Fig. 1, è la Fig. 152, pubblicata da Schmiedt a p. 138 ed illustra i criptoportici della villa romana di “Regione Sarinola”, stà in: “f – il porto, le mura e la peschiera di Formia”.
(3) (Fig. 3) Antonini G., La Lucania, I Discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, pp. 424 e s.
(4) (Fig. 7) Schmiedt G., Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Parte II- I Porti delle Colonie Greche, stà nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975 (che noi possediamo in originale), pp. 78-79. Lo studioso Giulio Schmiedt, nel 1975, pubblicò un’interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Nel suo studio, sugli ‘Antichi porti d’Italia’ (2), lo Schmiedt, riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicam e che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino” (riferendosi alle ‘Pilae’ a nord del Faro Pisacane).
(5) (Fig. 4) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81, come dall’immagine di Fig. 4 che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (7). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (7) scrive: “Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’.
(6) Mazzella Napolitano S., Descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1568, p. 79 che oggi si può scaricare gratis da: https://books.google.it/books?id=Z5wDWIysb_0C&pg=PA250&dq=scipione+mazzella+napolitano,+descri&hl=it&sa=X&redir_esc=y#v=onepage&q=scipione%20mazzella%20napolitano%2C%20descri&f=false.
(7) Curzio N., Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli, estratto dal Pensiero Cattolico, Manduria, 1910, cap. XIV, p. 29.
(8) Greco G., Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32.
(9) Johannowsky W., Atti XXII Congresso sulla Magna Grecia, Taranto, 1982, p. 422; si veda pure 1983b; si veda pure dello stesso autore: ‘Le Ville romane dell’età imperiale‘, stà in: ‘Itinerari turistico culturali in Campania’, n. 3, Società Editrice Napoletana, pp. 116, Napoli.
(10) Scarfone A., “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in “Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia”, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA; da questo studio, nessun contributo e citazione a Cicerone, se non la frase: “Gli Autori del passato hanno avuto un forte interesse verso la storia di Sapri, definita da Cicerone come parva gemma maris inferi, tracciandone magistralmente gli eventi che si sono succeduti con il trascorrere del tempo. Nel rileggere i loro contributi informativi si è però avuto modo di individuare alcune frettolose affermazioni ecc..”.
(11) Beguinot C., Il Cilento – Problemi urbanistici, ed. del Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, collana diretta da Ruggero Moscati, VIII, Napoli, 1960.
(Fig. 2) I criptoportici della villa romana di “Regione Sarinola”, o Villa di Cicerone, oggi detta Villa Rubino a Formia-Minturno, molto simili alle Cammerelle a S. Croce a Sapri.

(12) (Fig. 9) Magaldi Josè, Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderiivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni, Incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, Sapri, Marzo 1928, Anno VI; questo scritto di cui noi possediamo una copia donataci dall’autore, è inedita ma depositata a Salerno.
(14) Tancredi L., Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 25
(15) Fabricio Francesco, Storia, 15…
(16) Barrio G., ‘De antiquitate et Situ Calabriae’, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s.
(17) Manunzio Aldo, ‘Ciceronis’ – ‘Epistolae ad Atticum’, edizione del MDXIII
(18) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos hi- storico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Vis-conti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Viscon-ti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 69 e p. 73 del testo di Visconti.
(19) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323. Il Cappelli, nelle sue note a p. 345, dice: nota 20: Di Luccia P.P., op. cit., pp. 8; 3 (5. Il Cappelli, nella la nota 21 dice: Trinchera F., op. cit., p. 80; poi alla nota (22), il Cappelli, scrive: “Laudisio N.M. (9), p. 73.”.
(20) Gregorio Magno papa, Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pu- re: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Ma-gni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Cor- pus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982.
